SULLA TOSCANA.

SULLA TOSCANA.(Dall'Italico, semestre II. — Roma 23 settembre 1847.)

(Dall'Italico, semestre II. — Roma 23 settembre 1847.)

Da lettere di Firenze raccogliesi, che la nuova legge colà pubblicata circa all'ordinamento della Guardia Civica, non tragge seco l'adesione e il suffragio di tutti, ed anzi qualche porzione di popolo ha fatto perciò dimostrazioni sconvenevoli e tumultuose. Noi desideriamo che quelle lettere sian cadute in amplificazioni: ad ogni modo, teniamo per fermo che qualora si apponessero in tutto al vero, la stampa periodica della Toscana, anzi dell'Italia intera, non mancherà al debito suo, e rivocherà gli avventati e gli sconsigliati dalla via funesta dei tumulti e delle sommosse.

Certo, noi non daremo per questo cominciamento di male in escandescenza e in furore, e non ingiurieremo nessuno col titolo di fazioso, di ribaldo, di demagogo. La storia e il raziocinio c'insegnan del pari quanto sia facile entrare in possesso d'alcuni diritti, e quanto difficile saperli saviamente serbare ed usare. Compatiamo in generale all'inesperienza de' giovani e all'ardore impaziente delle moltitudini, e ci sentiamo dispostissimi a ravvisare ne' lor moti disordinati più presto un eccesso di zelo, che un effetto di male intenzioni, e ne' lor capi e guidatori un subito accendimento di fantasia e una baldanzosa presunzione di sè, di quello che mire personali e ambiziose, e voglia vera e deliberata di perturbare e sconvolgere.

Con tali considerazioni, noi pigliamo speranza che la voce dei buoni e degli assennati levandosi viva e concorde per biasimare codesti eccessi, vedremo di corto i giovani ravvedersi e le moltitudini rinsavire. A gente così ingegnosa, avvisata e penetrativa come i Toscani sono, gli è impossibile che non apparisca chiarissimo il danno grande edinestimabile, che recherebbe alla causa italiana questo rompere in clamori e in violenze ad ogni atto ministrativo che non gradisca (poniamo pur con ragione) a molti ed eziandio all'universale. Per gran ventura, àvvi oggi in Toscana rimedj regolari e pacifici ai cattivi provvedimenti. Tanto manca che il buon Principe voglia o possa al presente imporre a popoli suoi triste leggi ed improvvide, che ha messo a tutela della giustizia e dei diritti, e a lume e scorta sicura e comune del progresso civile, la libera e quotidiana esaminazione e discussione della cosa pubblica. Or vuole essa la plebe, vogliono essi i giovani inconsiderati preoccupare e sforzare il giudicio della stampa periodica, rompere l'equo e difficile sindacato degli atti ministrativi, la lenta e laboriosa maturazione delle riforme e dei nuovi istituti? Per tutto dov'è conceduto il venir componendo una mente ed un senso pubblico, e dov'è lecito all'opinione migliore e più generale il manifestarsi ed il prevalere non subito nè senza fatica, ma pure in modo efficace e perfettamente legale; il ricorrere a' mezzi violenti e il far mostra d'ammutinarsi, e dirò anche il solo turbar di frequente la quiete comune con atti sconci e rumori e grida minaccevoli ed ingiurose, fa pensare al mondo che il popolo il quale opera di tal guisa, mentre offende la propria sua dignità, disconosce la forza suprema della ragione e del vero; rinnega altresì coloro che tuttogiorno nelle stampe fannosi organo delle giuste querele e dei comuni desiderj; abusa da selvaggio e da barbaro de' naturali diritti; e merita di ricadere nell'ignobile stato di servitù e di codardia ove la smoderatezza e i vizj e le colpe de' padri suoi il cacciarono. E se questo in generale è vero, torna verissimo per noi Italiani, a cui tanta maggior prudenza e moderazione abbisogna, quanto le condizioni nostre sono state le più infelici del mondo, e permangono tuttora le più pericolose e difficili. A voi Toscani è bellissima gloria l'essere entrati primi o quasichè primi nell'aringo dell'italiana rigenerazione: ma di quindi, a voi procede un obbligo vie maggiore di porgere agli altri fratelli esempio salutare d'un'ordinata, prudente e incolpabile risurrezione. Non udite voi l'Italia, la nostra madre comune, la granDonna di provincie,ancor tutta bagnata di lacrime e coi solchi delle catene nelle braccia e ne' piedi; non l'udite voi, ripeto, raccomandarvi affettuosamente la vita sua, la sua salvezza, lo scampo estremo di tutti i suoi figli? Fra questi, Ella dice, v'ha chi infinitamente più di voi tollerava e soffriva, chi ha dato prove molto maggiori e malagevoli ad imitare di carità cittadina, costanza magnanima, vigore indomabile, amore santo e animoso di libertà. Eppure, vedete ch'ei sanno temperare i lor desiderj, e tenersi stretti e quieti nelle vie della legge e dell'ordine. Perchè, dunque, sarete voi più insofferenti ed immoderati? Deh, a che riuscirebbe, o figliuoli, la vostra sconsigliatezza, salvo che a sbarbicare del tutto le riforme bene iniziate, e la speranza che acquistan del meglio i fratelli vostri subalpini, dal cui coraggio e dalla cui disciplina io aspetto, quando che sia, d'essere fatta signora di me medesima? E non son del mio sangue, e non sono viscere mie quegl'infelici, che pur mentre io parlo, cadono laggiù trafitti dal piombo e dal ferro su ciascuna riva dello Stretto? I vostri savj e ammisurati portamenti, la vostra ragionevole discrezione e longanimità, il lieto spettacolo del vostro riposato e concorde vivere civile, può far cessare quelle morti e quel sangue, chiudere quelle larghe ferite, cambiar la mente e il consiglio di chi tiene in mano le sorti della Sicilia e del Regno. Il contrario (ahi misera!) procederà del sicuro dal disordine, dai tumulti e dalle violenze. In qualunque atto, o figliuoli, e in qualunque deliberazione, pensate ai profondi sospiri, pensate alle lagrime occulte e amarissime di tanti vostri fratelli men di voi fortunati, non però meno cari e men diletti al cuor mio.

(Dal medesimo-Roma, 7 ottobre 1847.)

Ci giungono di Toscana notizie certe ed esatte, dalle quali siam confermati nella speranza che avemmo, che le molte lettere mandate di là in cui parlavasi di fatti tumultuosi avvenuti per la pubblicazione del Regolamento intorno alla Guardia Civica, eran cadute in amplificazioni, ed entratein paura non ragionevole di scompiglio e sommosse. La saviezza della plebe (ci scrivono di colà) e la discrezione e arrendevolezza de' giovani non è minore in Etruria che nello Stato Romano, e l'antichissima urbanità e la universale e pressochè ingenita educazione delle moltitudini toscane non lascian temere ch'elle trascorrano di leggieri in atti violenti, e in riprovevoli e licenziose dimostrazioni dei proprj desiderj.

A noi vengono carissime queste notizie, e con piacere ci affrettiamo di farle assapere al pubblico. L'ufficio di ammonir con modestia, e correggere con amore le moltitudini, è forse il più ingrato di quanti competono al giornalista; il qual conosce assai bene non essere quello il modo di andare a versi nè del popolo nè de' giovani, cui piace naturalmente il sentirsi sempre lodati ed accarezzati. Ma la stampa politica, a riguardarla nell'alto suo ministero, e sceverandola da ogni basso fine di lucro e di ambizione personale e smodata, tien luogo oggidì in gran parte di quella solenne censura che fu il magistrato più austero e imparziale dell'antichità, e che mai non si sgomentava di dispiacere ai sommi ed agl'infimi, ai governati ed ai governanti.

La rigenerazione nostra vive una vita ancor tenerella e infantile, e può ammalare così di languore come di febbre. Noi, secondo le nostre forze, combatteremo sempre ambedue quelle infermità, quante volte non pure discoprirannosi apertamente, ma daranno indizio e sospetto di sè. Sui fatti possiamo ingannarci; le intenzioni sentiamo di avere diritte e generose.

(Dal medesimo-Roma, 14 ottobre 1847.)

(Precede una lettera sottoscritta da molti Toscani di eletto nome, nella quale si fa alcuna rimostranza sul penultimo Articolo.)

Appena da nuove lettere di Toscana fu dissipata la grave apprensione in che molti vivevano intorno alla quiete ed all'ordine di quella provincia, io mi affrettai con vivissima compiacenza di ciò pubblicare in questo giornale medesimo.con data dei 7 di ottobre. Il foglio che giungemi di Firenze e leggesi qui stampato, riconfermando la buona novella, riconferma me nella gioja e consolazione ricevutane. V'ha molti casi nei quali la parola eccitata dalle notizie correnti, perde opportunità ed efficacia qualora s'aspetti che il tempo o cancelli appieno o raddrizzi ed emendi il racconto dei fatti. In cotali casi, chi non vuol mancare al debito di scrittore e di cittadino, e d'altra parte non vuol censurare senza buon fondamento, parla e ragiona per via di supposti, dichiarando di avere ferma speranza che le cose narrate o non s'appongano al vero o di molto l'amplifichino; e ciò appunto faceva io nell'articolo del 23 di settembre: l'impeto dell'affetto e la vivezza dei tropi debbesi unicamente recare all'indole dello scrittore e all'importanza suprema della materia. Come si propalasse la voce di disordini gravi accaduti e il sospetto di cose molto peggiori, io non so; ma che ciò si scrivesse in più luoghi e da persone assennate e di credito, è certo e noto ad ognuno. Nè il raziocinio valeva a mostrare e provare quegli avvenimenti come impossibili; conciossiachè, mancando a noi Italiani da troppo gran tempo la vita politica, ci vien meno similmente il criterio e l'abilità di presumere con molta certezza quello che siamo per operare. Ed anzi, considerandosi bene la inesperienza comune, l'ardore delle fantasie, i tempi difficilissimi, è più forse da maravigliare della universale prudenza e saviezza, che del loro contrario. Ma d'altra parte, io confesserò volentieri che nessun prodigio di senno civile è insperabile dai Toscani, privilegiati fra tutti i popoli italici per altezza d'ingegno, e gentilezza d'animo e di costumi. Del che mi sembra fare testimonianza molto notabile questo foglio medesimo che tanti egregi Toscani sonosi degnati mandarmi. Perchè non poteasi con parole più mansuete e cortesi, e con più squisita urbanità dimostrarmi l'errore in cui venni indotto, e il quale son quasi tentato di amare e di carezzare, dappoichè mi ha procacciata una manifestazione di benevolenza e di stima superiore oltre modo e, a meglio dire, senza proporzione veruna coi pregi della povera mia persona. Voglia ciascuno di que' degnissimi soscriventi riconoscere in questemie parole un atto sincero di scusa, di ringraziamento e di ossequio a lui particolarmente indiretto, e il quale io adempio con la solennità che posso maggiore, per segno durevole di osservanza e di gratitudine.[6]


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