CAPITOLO XVIII.L'ADDIO.«Onde ne vieni, Amor, così soaveCon il tuo spirto dolce, che confortaL'anima mia, ched'è quasi che morta,Tanto l'è stata la partenza grave?»——MesserCino,Sonetto.Le discordie cittadine, l'ire di parte, e le guerre degli Stati d'Italia piccoli o grandi fra loro, non erano nel medio evo che l'effetto di un assoluto municipalismo che, insieme al concetto cosmopolita, tuttor dominante, dell'impero romano, non faceva lor concepire neppur l'idea di nazione fosse pur federata, non che quella della sua unità. Forse questa partizione e varietà di Stati, ad un tempo gareggianti fra loro all'incremento della lingua, delle scienze, delle lettere, delle arti, delle industrie e dei commerci, era un preparamento necessario, una condizione indispensabile perchè l'Italia, solo dopo tante prove di gloria e di sventura, apprendesse il suo meglio nella concordia, e riuscisse sicura a proclamarsi di nuovo la più nobile delle nazioni. Ma frattanto si vede che pochissimi spiriti de' più eletti formarono allora sì generoso pensiero; e che, per quanto si sforzassero con ogni ragione di proclamarlo, commendarlo ed estenderlo, la voce loro riuscì impotente o non intesa sopra popoli non disposti.E qui in qualche modo vogliamo accennare la gran differenza che passa fra la libertà che in Italia alla perfine godiamo, e quella del medio evo. Gli uomini d'allora non conobbero [pg!220] che l'idea dell'umanità, come gli antichi quella sol dello Stato. Credettero all'unità del genere umano, all'unità religiosa, a quella del linguaggio, non mai però all'unità di nazione. Tant'è vero, che ciascun popolo piccolo ch'e' si fosse, retto a Comune o a principato, volle essere indipendente l'uno dall'altro; e al più al più, secondo la parte presa, starsi in protezione o del papa o dell'imperatore, o sotto il mal governo d'un tirannello dipendente da un di loro. L'idea di nazione neppur la lega lombarda si può dir che l'avesse incarnata. A chi ben guardi non è che movesse guerra per l'indipendenza d'Italia, ma per sola difesa delle libertà municipali. Libertà, non v'ha dubbio, si voleva da tutti, ma dentro alle mura d'una sola città, o ai confini del proprio Comune. Il popolo non bramava che quella che favoriva l'industrie, che frenava le angherie de' magnati, e pel commercio con l'estero ne accresceva la floridezza. Vi volevano uomini di gran genio e che non parvero di que' tempi, per vedere che importava cessar le ire di parte, abolire i privilegi infiniti; e quanto ai molti e svariati governi, sottrarli al potere ecclesiastico per raccoglierli sotto un forte e unico potere civile: non però tale per la condizione de' tempi da potersi temperare, siccome adesso, per una libera costituzione. Ma come conseguir questo fine con elementi di tal natura? Non erano esse le due grandi potenze invocate, egualmente dispotiche e aspiranti a una monarchia universale, e da cui era vano d'attendere che per loro l'Italia fosse libera ed una? E come con l'idea della universal monarchia si sarebbe potuto restaurare a Roma, già da secoli sede del papa, il vecchio trono de' Cesari, e l'impero latino, non divenuto omai che un vanto e una tradizione? Come distruggere in Italia a un tempo i privilegi di tutti i poteri su cui si basavan le leggi di ciascun Municipio, che sotto forma o di repubblica o di principato la governavano?Eppure non mancarono uomini fra i Ghibellini che v'avesser gran fede, e si dessero a promovere la difficile impresa! La quale se da prospero esito non fu coronata, ad essi però l'onore e la gloria di avere ad ogni modo iniziato il generoso concetto dell'unità nazionale. E soprattutti al divino Alighieri! [pg!221] Il cui genio in un'epoca di contrasto tuttora fra l'impero e la chiesa, fra 'l diritto e la forza, seppe, primo fra gl'italiani, elevarsi alle serene regioni della scienza, e rinvenirvi il principio del patrio risorgimento e della civiltà universale. Ammaestrato dalla sventura e dall'esperienza, ramingando di città in città, in mezzo a popoli di vari dialetti e costumi, e fra 'l triste spettacolo delle fazioni; filosofo e teologo, vedute le due autorità, politica e religiosa, in aperta lotta fra loro: nella sua alta mente immaginò e comprese che l'Italia, partita in tanti piccoli Stati, con reggimenti incerti e poteri effimeri, fra tante agitazioni e discordie, non avrebbe potuto trovar posa che nell'attuazione della unità di reggimento, non che di una riforma politica, e della disciplina ecclesiastica. L'Italia divisa, agli occhi suoi era serva, e indegna del nome di nazione. Testimoni di questa fede i suoi cento canti dellaDivina Commedia, il trattato dellaMonarchia, e le sue esortazioni ai principi e popoli dell'Italia, e in particolare agli amici più intimi che volle a parte della grand'opra, fra i quali vediamo de' primi messer Cino de' Sinibuldi.Che se, com'è detto, gli elementi proposti allora dall'Alighieri non corrisposero, nè poterono, anche di per sè, esser valevoli ad attuare almeno il pensiero magnanimo della nazionale unità: esso però da quel tempo nella mente d'alcun grande italiano pur talvolta risurse. E noi il travedemmo ne' nobili carmi del Petrarca, e ne' politici discorsi del Machiavello. Dappoi con le straniere dominazioni una notte di secoli si distese sul bel cielo d'Italia, nè un solo astro benigno, pur quello della speranza ultimo a estinguersi, più vi brillò! Ma le dure catene che l'avvinsero d'ogni parte, pur quando modernamente ogni Stato d'Europa costituivasi a libertà, stancarono i popoli, e li riscossero. E giurarono in cor loro di volersi unanimi conquistare quel libero reggimento che tanti despoti lor contendevano, e che sentivano omai di dover meritare. Il voto dell'Alighieri con più attuabili modi raccolto in segreto dagl'Italiani, cresciuto in breve e diffuso, cominciò ad esplicarsi in iscritti e in generosi conati. Le patrie rivoluzioni e battaglie del secolo decimonono ne affrettarono gli eventi: e per tal guisa quel voto rimase e fu tramandato [pg!222] come unico principio e divinazione del mirabile nostro rinnovamento.E ben fu che a sì gran cittadino Firenze sua festeggiasse nel secentesimo anno della sua nascita! Ben fu che in quel memore giorno in cui l'Alighieri cominciò la sua vita, sacra all'arte e alla patria, al dolore e alla verità, gli erigesse una statua sulla piazza del tempio dell'itale glorie! E colà in quel giorno fu bello a vedere, compresi di gratitudine al divinatore delle italiche sorti, come a solennità nazionale, e ad inaugurare in suo nome la nuova civiltà, raccogliersi tutti i rappresentanti delle provincie del bel paese, e di nuovo sciogliere il voto alla tanto sospirata unità e libertà della patria; che alla perfine, nel memorabile 1866, con la indipendenza dello straniero, dopo una lotta di dodici secoli fu dato di conseguire!Abbiamo già detto come l'unità dell'Italia fosse intesa e bramata da pochi, e sol tra' più nobili Ghibellini d'allora; e come la dimora di messer Cino alla Sambuca non dovesse essere che una stazione per condurlo fra loro nelle terre lombarde a discutere il modo più atto, con l'arrivo dell'imperatore, a compir la grand'opra. Se a quel castello messer Cino non avesse trovato che gli amici suoi Vergiolesi, cotal dimora sarebbe stata assai breve. Ma v'era pure la donna del suo cuore! Colei, che da lungo tempo non avea riveduto e che sapeva sì scaduta ed afflitta! E a veder come, dal momento del giunger suo la salute di quella gentile ogni dì più rifiorisse; e com'ella, quasi obliando i propositi e gl'impegni che Cino stesso non le aveva nascosti, si facesse una dolce illusione; e confidasse, che a quel castello dove ei fu tanto aspettato, e dov'ebbe dai Vergiolesi tanti segni di gradimento, dipendeva da lui di protrarvi la sua dimora; ben può argomentarsi da che contrari affetti fosse combattuto quel cuore! Chi infatti non avrebbe voluto restarsi a convivere fra amica gente non solo, ma insieme all'amata donna; quando essa a lui ogni dì porgeva certezza, che quella sua salute sì debole, non che l'ardor dell'affetto col rimanerle d'appresso rinvigorivano; mentre con l'abbandono queste forze vitali si sarebbero affievolite e con suo grande rammarico?[pg!223] Eppure il tempo di partire era giunto! Parola di dolore è l'addio, ma bisognava pur proferirla!Essi eran soli, il giorno della funesta partenza!—Il cavallo di già sellato attendeva il suo nobile cavaliere sopra un piccol ripiano dinanzi al castello, condottovi a mano dal suo fido valletto, insieme ad un altro del Vergiolesi che doveva servirgli di scorta. In basso poi avrebbe trovato altri uomini d'arme che per sua sicurezza l'avrebbero accompagnato a cavallo fino a Bologna. Messer Cino si era già inteso con gli amici suoi, messer Lippo e messer Fredi, concordi nel suo pensiero politico: solo dolente di doverli lasciare in lotta coi Bolognesi pel posseduto castello. Frattanto non gli dava il cuore di doversi distaccare dalla sua Selvaggia. E quante ragioni non ve l'avrebber trattenuto! Ma un sacro dovere, l'amor della patria, era in lui sì potente, che gli faceva, in parte, sacrificare un affetto sì caro.—Voi sapete—mestamente ei le disse—dove l'onore mi chiama! I miei amici, e massime Dante mio, con calde parole mi vi scongiura e mi esorta. Non per questo vi potrà esser mai un istante ch'io dimentichi la mia dolce Selvaggia! Verrà con me impressa nel cuore la vostra immagine sempre! Questa sola mi basterebbe. Ma pur vedete (e mostravale un suo ritratto), anche i miei occhi usi a contemplarvi, cercai che da lunge di tanto bene in qualche modo non ne fossero privi. Le vostre lettere poi mi solleveranno da tanto dolore. Voi riceverete le mie. E quando la mia missione sarà compiuta, dalla quale mi auguro fra gli altri beni il vostro ritorno in città, affretterò il momento di ricondurmi agli amici, ed a voi, che foste e sarete pur sempre la donna del cor mio e del mio pensiero. E ora, o Selvaggia, d'un favore vorrei pregarvi. È qui (e le porgeva un involto di carte scritte di sua mano) egli è qui che ho raccolto tutti que' versi che il vostro amore mi ha ispirato. Permettete che restino in mano vostra. Non tutte per certo le povere mie rime le conoscete. Ne troverete pur altre che forse vi moveranno a pietà, e forse da voi di qualche stilla di pianto saranno bagnate!—Oh! sì! messer Cino, sì—rispondeva ella con passione [pg!224] accettando quelle carte, e stringendole al seno.—Ecco tutto quello che mi resterà di voi!E già calde lacrime le cadevano per le guance.—Ma io saprò farmi forza. Voi partite per una nobil missione. Al vostro ingegno si schiude il cammin della gloria; e io...! Oh! io non farò che voti i più ardenti perchè vi sia dato di conseguirla. Ma intanto!... Vedete in che solitudine, in che sconforto io mi resti quassù! Oh! perchè il padre e il fratel mio non presero a seguirvi anche in questo? Non era egli un dovere che si spettava a ciascuno di nostra parte? E allora colà nelle terre lombarde, non disgiunta da' miei cari e da voi, qual grato compenso non avrei avuto alle patite sciagure! Quanta gioia a questo povero cuore.... vedervi uniti e concordi nella nobile impresa di redimer la patria; poterne divider d'appresso le speranze e i timori: ed io delle prime avere il vanto di giubilare ad ogni ostacolo che mi svelaste d'aver superato! E là, se anco i giorni del viver mio avesser dovuto abbreviarsi.....—Selvaggia!—ei la interruppe—ve ne scongiuro, non più! Non vogliate con questi detti crescere a dismisura l'acerba pena che provo per sì necessaria partenza! Di nuovo io lo prometto, e lo giuro! Lasciarvi ora.... pur troppo!.... ma non mai nel mio pensiero! La vostra dolce memoria mi farà più lieve il dolore dell'assenza, e ogni ostacolo da superare: e presto, sì, presto n'ho fede, la buona fortuna consolerà voi generosa, e degna di miglior sorte!—I vostri voti, Cino, se mi son cari!..... Ma temo che omai per me infelice sieno indarno! Da troppo gran tempo il peso delle sciagure s'è aggravato sopra il mio capo! Ma questa.... oh! questa vi pone il colmo! E già un fatale presentimento che.... forse mai più....—Non mai!—Cino subito le soggiunse—non dite questo per pietà, mia dolce Selvaggia! Voi mi aggiungete dolore a dolore. Noi ci rivedremo! e presto;... e allora... oh! allora per non lasciarci mai più!E strettala dolcemente al seno, si sentì posar su di esso quella sua bionda testa come nel più grande abbandono.Un singulto convulso erale succeduto ai prolungati sospiri, [pg!225] e da que' begli occhi scendevano grosse lacrime e le bagnavano il volto. Egli presala per mano, facea di sorreggere quel suo dolce capo a uno dei suoi omeri: ma sentitosi fortemente commosso, temè ad ogni tratto gli si smarisser le forze. L'amicizia e l'ospitalità gl'imponevano d'altronde sacri doveri. Sicchè fatto superiore a se stesso, tentò di dar animo alla infelice, più volte chiamandola a nome con molto affetto. Ella allora sollevata la faccia, e tacita con lungo sguardo affissandolo, giunse le mani verso di lui come in atto di fervente preghiera. Cino l'aveva compresa, e volea pur frenare la sua gran commozione assicurandola del suo presto ritorno. Ancora una volta la strinse al seno, e partì; ignaro che quello sarebbe stato l'ultimo addio!Tornato di nuovo nella stanza dei Vergiolesi, gli abbracciava con grande affetto; e in un baleno era già in sella.Il vecchio capitano seguì l'amico finchè non giunse al destriero; poi con gli sguardi e coi voti, commosso egli pure oltremodo, perchè omai consapevole di quell'amore di messer Cino, paventava di già per la salute della sua cara Selvaggia. Essa aveva voluto rivederlo ancora una volta di su dal verone, e per le svolte della montagna accompagnarlo col cupido sguardo. Ma come la costiera del poggio le ne contese la vista, non le resse pur l'animo, e vi rimase quasi priva di sensi. Il padre però e le donne di famiglia furon preste a soccorrerla. Ma affanni sì crudi a cor gentile son ferite mortali; e mal si potrebbe con dolci modi e con amiche parole apprestarvi un rimedio![pg!226]
CAPITOLO XVIII.L'ADDIO.«Onde ne vieni, Amor, così soaveCon il tuo spirto dolce, che confortaL'anima mia, ched'è quasi che morta,Tanto l'è stata la partenza grave?»——MesserCino,Sonetto.Le discordie cittadine, l'ire di parte, e le guerre degli Stati d'Italia piccoli o grandi fra loro, non erano nel medio evo che l'effetto di un assoluto municipalismo che, insieme al concetto cosmopolita, tuttor dominante, dell'impero romano, non faceva lor concepire neppur l'idea di nazione fosse pur federata, non che quella della sua unità. Forse questa partizione e varietà di Stati, ad un tempo gareggianti fra loro all'incremento della lingua, delle scienze, delle lettere, delle arti, delle industrie e dei commerci, era un preparamento necessario, una condizione indispensabile perchè l'Italia, solo dopo tante prove di gloria e di sventura, apprendesse il suo meglio nella concordia, e riuscisse sicura a proclamarsi di nuovo la più nobile delle nazioni. Ma frattanto si vede che pochissimi spiriti de' più eletti formarono allora sì generoso pensiero; e che, per quanto si sforzassero con ogni ragione di proclamarlo, commendarlo ed estenderlo, la voce loro riuscì impotente o non intesa sopra popoli non disposti.E qui in qualche modo vogliamo accennare la gran differenza che passa fra la libertà che in Italia alla perfine godiamo, e quella del medio evo. Gli uomini d'allora non conobbero [pg!220] che l'idea dell'umanità, come gli antichi quella sol dello Stato. Credettero all'unità del genere umano, all'unità religiosa, a quella del linguaggio, non mai però all'unità di nazione. Tant'è vero, che ciascun popolo piccolo ch'e' si fosse, retto a Comune o a principato, volle essere indipendente l'uno dall'altro; e al più al più, secondo la parte presa, starsi in protezione o del papa o dell'imperatore, o sotto il mal governo d'un tirannello dipendente da un di loro. L'idea di nazione neppur la lega lombarda si può dir che l'avesse incarnata. A chi ben guardi non è che movesse guerra per l'indipendenza d'Italia, ma per sola difesa delle libertà municipali. Libertà, non v'ha dubbio, si voleva da tutti, ma dentro alle mura d'una sola città, o ai confini del proprio Comune. Il popolo non bramava che quella che favoriva l'industrie, che frenava le angherie de' magnati, e pel commercio con l'estero ne accresceva la floridezza. Vi volevano uomini di gran genio e che non parvero di que' tempi, per vedere che importava cessar le ire di parte, abolire i privilegi infiniti; e quanto ai molti e svariati governi, sottrarli al potere ecclesiastico per raccoglierli sotto un forte e unico potere civile: non però tale per la condizione de' tempi da potersi temperare, siccome adesso, per una libera costituzione. Ma come conseguir questo fine con elementi di tal natura? Non erano esse le due grandi potenze invocate, egualmente dispotiche e aspiranti a una monarchia universale, e da cui era vano d'attendere che per loro l'Italia fosse libera ed una? E come con l'idea della universal monarchia si sarebbe potuto restaurare a Roma, già da secoli sede del papa, il vecchio trono de' Cesari, e l'impero latino, non divenuto omai che un vanto e una tradizione? Come distruggere in Italia a un tempo i privilegi di tutti i poteri su cui si basavan le leggi di ciascun Municipio, che sotto forma o di repubblica o di principato la governavano?Eppure non mancarono uomini fra i Ghibellini che v'avesser gran fede, e si dessero a promovere la difficile impresa! La quale se da prospero esito non fu coronata, ad essi però l'onore e la gloria di avere ad ogni modo iniziato il generoso concetto dell'unità nazionale. E soprattutti al divino Alighieri! [pg!221] Il cui genio in un'epoca di contrasto tuttora fra l'impero e la chiesa, fra 'l diritto e la forza, seppe, primo fra gl'italiani, elevarsi alle serene regioni della scienza, e rinvenirvi il principio del patrio risorgimento e della civiltà universale. Ammaestrato dalla sventura e dall'esperienza, ramingando di città in città, in mezzo a popoli di vari dialetti e costumi, e fra 'l triste spettacolo delle fazioni; filosofo e teologo, vedute le due autorità, politica e religiosa, in aperta lotta fra loro: nella sua alta mente immaginò e comprese che l'Italia, partita in tanti piccoli Stati, con reggimenti incerti e poteri effimeri, fra tante agitazioni e discordie, non avrebbe potuto trovar posa che nell'attuazione della unità di reggimento, non che di una riforma politica, e della disciplina ecclesiastica. L'Italia divisa, agli occhi suoi era serva, e indegna del nome di nazione. Testimoni di questa fede i suoi cento canti dellaDivina Commedia, il trattato dellaMonarchia, e le sue esortazioni ai principi e popoli dell'Italia, e in particolare agli amici più intimi che volle a parte della grand'opra, fra i quali vediamo de' primi messer Cino de' Sinibuldi.Che se, com'è detto, gli elementi proposti allora dall'Alighieri non corrisposero, nè poterono, anche di per sè, esser valevoli ad attuare almeno il pensiero magnanimo della nazionale unità: esso però da quel tempo nella mente d'alcun grande italiano pur talvolta risurse. E noi il travedemmo ne' nobili carmi del Petrarca, e ne' politici discorsi del Machiavello. Dappoi con le straniere dominazioni una notte di secoli si distese sul bel cielo d'Italia, nè un solo astro benigno, pur quello della speranza ultimo a estinguersi, più vi brillò! Ma le dure catene che l'avvinsero d'ogni parte, pur quando modernamente ogni Stato d'Europa costituivasi a libertà, stancarono i popoli, e li riscossero. E giurarono in cor loro di volersi unanimi conquistare quel libero reggimento che tanti despoti lor contendevano, e che sentivano omai di dover meritare. Il voto dell'Alighieri con più attuabili modi raccolto in segreto dagl'Italiani, cresciuto in breve e diffuso, cominciò ad esplicarsi in iscritti e in generosi conati. Le patrie rivoluzioni e battaglie del secolo decimonono ne affrettarono gli eventi: e per tal guisa quel voto rimase e fu tramandato [pg!222] come unico principio e divinazione del mirabile nostro rinnovamento.E ben fu che a sì gran cittadino Firenze sua festeggiasse nel secentesimo anno della sua nascita! Ben fu che in quel memore giorno in cui l'Alighieri cominciò la sua vita, sacra all'arte e alla patria, al dolore e alla verità, gli erigesse una statua sulla piazza del tempio dell'itale glorie! E colà in quel giorno fu bello a vedere, compresi di gratitudine al divinatore delle italiche sorti, come a solennità nazionale, e ad inaugurare in suo nome la nuova civiltà, raccogliersi tutti i rappresentanti delle provincie del bel paese, e di nuovo sciogliere il voto alla tanto sospirata unità e libertà della patria; che alla perfine, nel memorabile 1866, con la indipendenza dello straniero, dopo una lotta di dodici secoli fu dato di conseguire!Abbiamo già detto come l'unità dell'Italia fosse intesa e bramata da pochi, e sol tra' più nobili Ghibellini d'allora; e come la dimora di messer Cino alla Sambuca non dovesse essere che una stazione per condurlo fra loro nelle terre lombarde a discutere il modo più atto, con l'arrivo dell'imperatore, a compir la grand'opra. Se a quel castello messer Cino non avesse trovato che gli amici suoi Vergiolesi, cotal dimora sarebbe stata assai breve. Ma v'era pure la donna del suo cuore! Colei, che da lungo tempo non avea riveduto e che sapeva sì scaduta ed afflitta! E a veder come, dal momento del giunger suo la salute di quella gentile ogni dì più rifiorisse; e com'ella, quasi obliando i propositi e gl'impegni che Cino stesso non le aveva nascosti, si facesse una dolce illusione; e confidasse, che a quel castello dove ei fu tanto aspettato, e dov'ebbe dai Vergiolesi tanti segni di gradimento, dipendeva da lui di protrarvi la sua dimora; ben può argomentarsi da che contrari affetti fosse combattuto quel cuore! Chi infatti non avrebbe voluto restarsi a convivere fra amica gente non solo, ma insieme all'amata donna; quando essa a lui ogni dì porgeva certezza, che quella sua salute sì debole, non che l'ardor dell'affetto col rimanerle d'appresso rinvigorivano; mentre con l'abbandono queste forze vitali si sarebbero affievolite e con suo grande rammarico?[pg!223] Eppure il tempo di partire era giunto! Parola di dolore è l'addio, ma bisognava pur proferirla!Essi eran soli, il giorno della funesta partenza!—Il cavallo di già sellato attendeva il suo nobile cavaliere sopra un piccol ripiano dinanzi al castello, condottovi a mano dal suo fido valletto, insieme ad un altro del Vergiolesi che doveva servirgli di scorta. In basso poi avrebbe trovato altri uomini d'arme che per sua sicurezza l'avrebbero accompagnato a cavallo fino a Bologna. Messer Cino si era già inteso con gli amici suoi, messer Lippo e messer Fredi, concordi nel suo pensiero politico: solo dolente di doverli lasciare in lotta coi Bolognesi pel posseduto castello. Frattanto non gli dava il cuore di doversi distaccare dalla sua Selvaggia. E quante ragioni non ve l'avrebber trattenuto! Ma un sacro dovere, l'amor della patria, era in lui sì potente, che gli faceva, in parte, sacrificare un affetto sì caro.—Voi sapete—mestamente ei le disse—dove l'onore mi chiama! I miei amici, e massime Dante mio, con calde parole mi vi scongiura e mi esorta. Non per questo vi potrà esser mai un istante ch'io dimentichi la mia dolce Selvaggia! Verrà con me impressa nel cuore la vostra immagine sempre! Questa sola mi basterebbe. Ma pur vedete (e mostravale un suo ritratto), anche i miei occhi usi a contemplarvi, cercai che da lunge di tanto bene in qualche modo non ne fossero privi. Le vostre lettere poi mi solleveranno da tanto dolore. Voi riceverete le mie. E quando la mia missione sarà compiuta, dalla quale mi auguro fra gli altri beni il vostro ritorno in città, affretterò il momento di ricondurmi agli amici, ed a voi, che foste e sarete pur sempre la donna del cor mio e del mio pensiero. E ora, o Selvaggia, d'un favore vorrei pregarvi. È qui (e le porgeva un involto di carte scritte di sua mano) egli è qui che ho raccolto tutti que' versi che il vostro amore mi ha ispirato. Permettete che restino in mano vostra. Non tutte per certo le povere mie rime le conoscete. Ne troverete pur altre che forse vi moveranno a pietà, e forse da voi di qualche stilla di pianto saranno bagnate!—Oh! sì! messer Cino, sì—rispondeva ella con passione [pg!224] accettando quelle carte, e stringendole al seno.—Ecco tutto quello che mi resterà di voi!E già calde lacrime le cadevano per le guance.—Ma io saprò farmi forza. Voi partite per una nobil missione. Al vostro ingegno si schiude il cammin della gloria; e io...! Oh! io non farò che voti i più ardenti perchè vi sia dato di conseguirla. Ma intanto!... Vedete in che solitudine, in che sconforto io mi resti quassù! Oh! perchè il padre e il fratel mio non presero a seguirvi anche in questo? Non era egli un dovere che si spettava a ciascuno di nostra parte? E allora colà nelle terre lombarde, non disgiunta da' miei cari e da voi, qual grato compenso non avrei avuto alle patite sciagure! Quanta gioia a questo povero cuore.... vedervi uniti e concordi nella nobile impresa di redimer la patria; poterne divider d'appresso le speranze e i timori: ed io delle prime avere il vanto di giubilare ad ogni ostacolo che mi svelaste d'aver superato! E là, se anco i giorni del viver mio avesser dovuto abbreviarsi.....—Selvaggia!—ei la interruppe—ve ne scongiuro, non più! Non vogliate con questi detti crescere a dismisura l'acerba pena che provo per sì necessaria partenza! Di nuovo io lo prometto, e lo giuro! Lasciarvi ora.... pur troppo!.... ma non mai nel mio pensiero! La vostra dolce memoria mi farà più lieve il dolore dell'assenza, e ogni ostacolo da superare: e presto, sì, presto n'ho fede, la buona fortuna consolerà voi generosa, e degna di miglior sorte!—I vostri voti, Cino, se mi son cari!..... Ma temo che omai per me infelice sieno indarno! Da troppo gran tempo il peso delle sciagure s'è aggravato sopra il mio capo! Ma questa.... oh! questa vi pone il colmo! E già un fatale presentimento che.... forse mai più....—Non mai!—Cino subito le soggiunse—non dite questo per pietà, mia dolce Selvaggia! Voi mi aggiungete dolore a dolore. Noi ci rivedremo! e presto;... e allora... oh! allora per non lasciarci mai più!E strettala dolcemente al seno, si sentì posar su di esso quella sua bionda testa come nel più grande abbandono.Un singulto convulso erale succeduto ai prolungati sospiri, [pg!225] e da que' begli occhi scendevano grosse lacrime e le bagnavano il volto. Egli presala per mano, facea di sorreggere quel suo dolce capo a uno dei suoi omeri: ma sentitosi fortemente commosso, temè ad ogni tratto gli si smarisser le forze. L'amicizia e l'ospitalità gl'imponevano d'altronde sacri doveri. Sicchè fatto superiore a se stesso, tentò di dar animo alla infelice, più volte chiamandola a nome con molto affetto. Ella allora sollevata la faccia, e tacita con lungo sguardo affissandolo, giunse le mani verso di lui come in atto di fervente preghiera. Cino l'aveva compresa, e volea pur frenare la sua gran commozione assicurandola del suo presto ritorno. Ancora una volta la strinse al seno, e partì; ignaro che quello sarebbe stato l'ultimo addio!Tornato di nuovo nella stanza dei Vergiolesi, gli abbracciava con grande affetto; e in un baleno era già in sella.Il vecchio capitano seguì l'amico finchè non giunse al destriero; poi con gli sguardi e coi voti, commosso egli pure oltremodo, perchè omai consapevole di quell'amore di messer Cino, paventava di già per la salute della sua cara Selvaggia. Essa aveva voluto rivederlo ancora una volta di su dal verone, e per le svolte della montagna accompagnarlo col cupido sguardo. Ma come la costiera del poggio le ne contese la vista, non le resse pur l'animo, e vi rimase quasi priva di sensi. Il padre però e le donne di famiglia furon preste a soccorrerla. Ma affanni sì crudi a cor gentile son ferite mortali; e mal si potrebbe con dolci modi e con amiche parole apprestarvi un rimedio![pg!226]
L'ADDIO.
«Onde ne vieni, Amor, così soaveCon il tuo spirto dolce, che confortaL'anima mia, ched'è quasi che morta,Tanto l'è stata la partenza grave?»——MesserCino,Sonetto.
«Onde ne vieni, Amor, così soaveCon il tuo spirto dolce, che confortaL'anima mia, ched'è quasi che morta,Tanto l'è stata la partenza grave?»
«Onde ne vieni, Amor, così soave
Con il tuo spirto dolce, che confortaL'anima mia, ched'è quasi che morta,Tanto l'è stata la partenza grave?»
Con il tuo spirto dolce, che conforta
L'anima mia, ched'è quasi che morta,
Tanto l'è stata la partenza grave?»
——MesserCino,Sonetto.
Le discordie cittadine, l'ire di parte, e le guerre degli Stati d'Italia piccoli o grandi fra loro, non erano nel medio evo che l'effetto di un assoluto municipalismo che, insieme al concetto cosmopolita, tuttor dominante, dell'impero romano, non faceva lor concepire neppur l'idea di nazione fosse pur federata, non che quella della sua unità. Forse questa partizione e varietà di Stati, ad un tempo gareggianti fra loro all'incremento della lingua, delle scienze, delle lettere, delle arti, delle industrie e dei commerci, era un preparamento necessario, una condizione indispensabile perchè l'Italia, solo dopo tante prove di gloria e di sventura, apprendesse il suo meglio nella concordia, e riuscisse sicura a proclamarsi di nuovo la più nobile delle nazioni. Ma frattanto si vede che pochissimi spiriti de' più eletti formarono allora sì generoso pensiero; e che, per quanto si sforzassero con ogni ragione di proclamarlo, commendarlo ed estenderlo, la voce loro riuscì impotente o non intesa sopra popoli non disposti.
E qui in qualche modo vogliamo accennare la gran differenza che passa fra la libertà che in Italia alla perfine godiamo, e quella del medio evo. Gli uomini d'allora non conobbero [pg!220] che l'idea dell'umanità, come gli antichi quella sol dello Stato. Credettero all'unità del genere umano, all'unità religiosa, a quella del linguaggio, non mai però all'unità di nazione. Tant'è vero, che ciascun popolo piccolo ch'e' si fosse, retto a Comune o a principato, volle essere indipendente l'uno dall'altro; e al più al più, secondo la parte presa, starsi in protezione o del papa o dell'imperatore, o sotto il mal governo d'un tirannello dipendente da un di loro. L'idea di nazione neppur la lega lombarda si può dir che l'avesse incarnata. A chi ben guardi non è che movesse guerra per l'indipendenza d'Italia, ma per sola difesa delle libertà municipali. Libertà, non v'ha dubbio, si voleva da tutti, ma dentro alle mura d'una sola città, o ai confini del proprio Comune. Il popolo non bramava che quella che favoriva l'industrie, che frenava le angherie de' magnati, e pel commercio con l'estero ne accresceva la floridezza. Vi volevano uomini di gran genio e che non parvero di que' tempi, per vedere che importava cessar le ire di parte, abolire i privilegi infiniti; e quanto ai molti e svariati governi, sottrarli al potere ecclesiastico per raccoglierli sotto un forte e unico potere civile: non però tale per la condizione de' tempi da potersi temperare, siccome adesso, per una libera costituzione. Ma come conseguir questo fine con elementi di tal natura? Non erano esse le due grandi potenze invocate, egualmente dispotiche e aspiranti a una monarchia universale, e da cui era vano d'attendere che per loro l'Italia fosse libera ed una? E come con l'idea della universal monarchia si sarebbe potuto restaurare a Roma, già da secoli sede del papa, il vecchio trono de' Cesari, e l'impero latino, non divenuto omai che un vanto e una tradizione? Come distruggere in Italia a un tempo i privilegi di tutti i poteri su cui si basavan le leggi di ciascun Municipio, che sotto forma o di repubblica o di principato la governavano?
Eppure non mancarono uomini fra i Ghibellini che v'avesser gran fede, e si dessero a promovere la difficile impresa! La quale se da prospero esito non fu coronata, ad essi però l'onore e la gloria di avere ad ogni modo iniziato il generoso concetto dell'unità nazionale. E soprattutti al divino Alighieri! [pg!221] Il cui genio in un'epoca di contrasto tuttora fra l'impero e la chiesa, fra 'l diritto e la forza, seppe, primo fra gl'italiani, elevarsi alle serene regioni della scienza, e rinvenirvi il principio del patrio risorgimento e della civiltà universale. Ammaestrato dalla sventura e dall'esperienza, ramingando di città in città, in mezzo a popoli di vari dialetti e costumi, e fra 'l triste spettacolo delle fazioni; filosofo e teologo, vedute le due autorità, politica e religiosa, in aperta lotta fra loro: nella sua alta mente immaginò e comprese che l'Italia, partita in tanti piccoli Stati, con reggimenti incerti e poteri effimeri, fra tante agitazioni e discordie, non avrebbe potuto trovar posa che nell'attuazione della unità di reggimento, non che di una riforma politica, e della disciplina ecclesiastica. L'Italia divisa, agli occhi suoi era serva, e indegna del nome di nazione. Testimoni di questa fede i suoi cento canti dellaDivina Commedia, il trattato dellaMonarchia, e le sue esortazioni ai principi e popoli dell'Italia, e in particolare agli amici più intimi che volle a parte della grand'opra, fra i quali vediamo de' primi messer Cino de' Sinibuldi.
Che se, com'è detto, gli elementi proposti allora dall'Alighieri non corrisposero, nè poterono, anche di per sè, esser valevoli ad attuare almeno il pensiero magnanimo della nazionale unità: esso però da quel tempo nella mente d'alcun grande italiano pur talvolta risurse. E noi il travedemmo ne' nobili carmi del Petrarca, e ne' politici discorsi del Machiavello. Dappoi con le straniere dominazioni una notte di secoli si distese sul bel cielo d'Italia, nè un solo astro benigno, pur quello della speranza ultimo a estinguersi, più vi brillò! Ma le dure catene che l'avvinsero d'ogni parte, pur quando modernamente ogni Stato d'Europa costituivasi a libertà, stancarono i popoli, e li riscossero. E giurarono in cor loro di volersi unanimi conquistare quel libero reggimento che tanti despoti lor contendevano, e che sentivano omai di dover meritare. Il voto dell'Alighieri con più attuabili modi raccolto in segreto dagl'Italiani, cresciuto in breve e diffuso, cominciò ad esplicarsi in iscritti e in generosi conati. Le patrie rivoluzioni e battaglie del secolo decimonono ne affrettarono gli eventi: e per tal guisa quel voto rimase e fu tramandato [pg!222] come unico principio e divinazione del mirabile nostro rinnovamento.
E ben fu che a sì gran cittadino Firenze sua festeggiasse nel secentesimo anno della sua nascita! Ben fu che in quel memore giorno in cui l'Alighieri cominciò la sua vita, sacra all'arte e alla patria, al dolore e alla verità, gli erigesse una statua sulla piazza del tempio dell'itale glorie! E colà in quel giorno fu bello a vedere, compresi di gratitudine al divinatore delle italiche sorti, come a solennità nazionale, e ad inaugurare in suo nome la nuova civiltà, raccogliersi tutti i rappresentanti delle provincie del bel paese, e di nuovo sciogliere il voto alla tanto sospirata unità e libertà della patria; che alla perfine, nel memorabile 1866, con la indipendenza dello straniero, dopo una lotta di dodici secoli fu dato di conseguire!
Abbiamo già detto come l'unità dell'Italia fosse intesa e bramata da pochi, e sol tra' più nobili Ghibellini d'allora; e come la dimora di messer Cino alla Sambuca non dovesse essere che una stazione per condurlo fra loro nelle terre lombarde a discutere il modo più atto, con l'arrivo dell'imperatore, a compir la grand'opra. Se a quel castello messer Cino non avesse trovato che gli amici suoi Vergiolesi, cotal dimora sarebbe stata assai breve. Ma v'era pure la donna del suo cuore! Colei, che da lungo tempo non avea riveduto e che sapeva sì scaduta ed afflitta! E a veder come, dal momento del giunger suo la salute di quella gentile ogni dì più rifiorisse; e com'ella, quasi obliando i propositi e gl'impegni che Cino stesso non le aveva nascosti, si facesse una dolce illusione; e confidasse, che a quel castello dove ei fu tanto aspettato, e dov'ebbe dai Vergiolesi tanti segni di gradimento, dipendeva da lui di protrarvi la sua dimora; ben può argomentarsi da che contrari affetti fosse combattuto quel cuore! Chi infatti non avrebbe voluto restarsi a convivere fra amica gente non solo, ma insieme all'amata donna; quando essa a lui ogni dì porgeva certezza, che quella sua salute sì debole, non che l'ardor dell'affetto col rimanerle d'appresso rinvigorivano; mentre con l'abbandono queste forze vitali si sarebbero affievolite e con suo grande rammarico?
[pg!223] Eppure il tempo di partire era giunto! Parola di dolore è l'addio, ma bisognava pur proferirla!
Essi eran soli, il giorno della funesta partenza!—Il cavallo di già sellato attendeva il suo nobile cavaliere sopra un piccol ripiano dinanzi al castello, condottovi a mano dal suo fido valletto, insieme ad un altro del Vergiolesi che doveva servirgli di scorta. In basso poi avrebbe trovato altri uomini d'arme che per sua sicurezza l'avrebbero accompagnato a cavallo fino a Bologna. Messer Cino si era già inteso con gli amici suoi, messer Lippo e messer Fredi, concordi nel suo pensiero politico: solo dolente di doverli lasciare in lotta coi Bolognesi pel posseduto castello. Frattanto non gli dava il cuore di doversi distaccare dalla sua Selvaggia. E quante ragioni non ve l'avrebber trattenuto! Ma un sacro dovere, l'amor della patria, era in lui sì potente, che gli faceva, in parte, sacrificare un affetto sì caro.
—Voi sapete—mestamente ei le disse—dove l'onore mi chiama! I miei amici, e massime Dante mio, con calde parole mi vi scongiura e mi esorta. Non per questo vi potrà esser mai un istante ch'io dimentichi la mia dolce Selvaggia! Verrà con me impressa nel cuore la vostra immagine sempre! Questa sola mi basterebbe. Ma pur vedete (e mostravale un suo ritratto), anche i miei occhi usi a contemplarvi, cercai che da lunge di tanto bene in qualche modo non ne fossero privi. Le vostre lettere poi mi solleveranno da tanto dolore. Voi riceverete le mie. E quando la mia missione sarà compiuta, dalla quale mi auguro fra gli altri beni il vostro ritorno in città, affretterò il momento di ricondurmi agli amici, ed a voi, che foste e sarete pur sempre la donna del cor mio e del mio pensiero. E ora, o Selvaggia, d'un favore vorrei pregarvi. È qui (e le porgeva un involto di carte scritte di sua mano) egli è qui che ho raccolto tutti que' versi che il vostro amore mi ha ispirato. Permettete che restino in mano vostra. Non tutte per certo le povere mie rime le conoscete. Ne troverete pur altre che forse vi moveranno a pietà, e forse da voi di qualche stilla di pianto saranno bagnate!
—Oh! sì! messer Cino, sì—rispondeva ella con passione [pg!224] accettando quelle carte, e stringendole al seno.—Ecco tutto quello che mi resterà di voi!
E già calde lacrime le cadevano per le guance.—Ma io saprò farmi forza. Voi partite per una nobil missione. Al vostro ingegno si schiude il cammin della gloria; e io...! Oh! io non farò che voti i più ardenti perchè vi sia dato di conseguirla. Ma intanto!... Vedete in che solitudine, in che sconforto io mi resti quassù! Oh! perchè il padre e il fratel mio non presero a seguirvi anche in questo? Non era egli un dovere che si spettava a ciascuno di nostra parte? E allora colà nelle terre lombarde, non disgiunta da' miei cari e da voi, qual grato compenso non avrei avuto alle patite sciagure! Quanta gioia a questo povero cuore.... vedervi uniti e concordi nella nobile impresa di redimer la patria; poterne divider d'appresso le speranze e i timori: ed io delle prime avere il vanto di giubilare ad ogni ostacolo che mi svelaste d'aver superato! E là, se anco i giorni del viver mio avesser dovuto abbreviarsi.....
—Selvaggia!—ei la interruppe—ve ne scongiuro, non più! Non vogliate con questi detti crescere a dismisura l'acerba pena che provo per sì necessaria partenza! Di nuovo io lo prometto, e lo giuro! Lasciarvi ora.... pur troppo!.... ma non mai nel mio pensiero! La vostra dolce memoria mi farà più lieve il dolore dell'assenza, e ogni ostacolo da superare: e presto, sì, presto n'ho fede, la buona fortuna consolerà voi generosa, e degna di miglior sorte!
—I vostri voti, Cino, se mi son cari!..... Ma temo che omai per me infelice sieno indarno! Da troppo gran tempo il peso delle sciagure s'è aggravato sopra il mio capo! Ma questa.... oh! questa vi pone il colmo! E già un fatale presentimento che.... forse mai più....
—Non mai!—Cino subito le soggiunse—non dite questo per pietà, mia dolce Selvaggia! Voi mi aggiungete dolore a dolore. Noi ci rivedremo! e presto;... e allora... oh! allora per non lasciarci mai più!
E strettala dolcemente al seno, si sentì posar su di esso quella sua bionda testa come nel più grande abbandono.
Un singulto convulso erale succeduto ai prolungati sospiri, [pg!225] e da que' begli occhi scendevano grosse lacrime e le bagnavano il volto. Egli presala per mano, facea di sorreggere quel suo dolce capo a uno dei suoi omeri: ma sentitosi fortemente commosso, temè ad ogni tratto gli si smarisser le forze. L'amicizia e l'ospitalità gl'imponevano d'altronde sacri doveri. Sicchè fatto superiore a se stesso, tentò di dar animo alla infelice, più volte chiamandola a nome con molto affetto. Ella allora sollevata la faccia, e tacita con lungo sguardo affissandolo, giunse le mani verso di lui come in atto di fervente preghiera. Cino l'aveva compresa, e volea pur frenare la sua gran commozione assicurandola del suo presto ritorno. Ancora una volta la strinse al seno, e partì; ignaro che quello sarebbe stato l'ultimo addio!
Tornato di nuovo nella stanza dei Vergiolesi, gli abbracciava con grande affetto; e in un baleno era già in sella.
Il vecchio capitano seguì l'amico finchè non giunse al destriero; poi con gli sguardi e coi voti, commosso egli pure oltremodo, perchè omai consapevole di quell'amore di messer Cino, paventava di già per la salute della sua cara Selvaggia. Essa aveva voluto rivederlo ancora una volta di su dal verone, e per le svolte della montagna accompagnarlo col cupido sguardo. Ma come la costiera del poggio le ne contese la vista, non le resse pur l'animo, e vi rimase quasi priva di sensi. Il padre però e le donne di famiglia furon preste a soccorrerla. Ma affanni sì crudi a cor gentile son ferite mortali; e mal si potrebbe con dolci modi e con amiche parole apprestarvi un rimedio!
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