CONCLUSIONE.E noi, a onorar la memoria di Selvaggia dei Vergiolesi, e dell'illustre poeta e legista messer Cino de' Sinibuldi che di lei sì dolcemente cantava, e perchè le passate cittadine discordie ammaestrino gli avvenire, ci provammo a tessere questo racconto. Or esso qui è compiuto. Ma per chi brami d'aver particolare contezza di quel che avvenne dipoi delle persone e dei luoghi che vi ricordammo; e perchè si sappia quali furono i fonti storici d'onde fu tratto, e che nella tessitura di esso potemmo conservare senz'alterarli, vi abbiamo aggiunto le seguenti notizie.Fu detto e in qualche cronaca tramandato che le ceneri di Selvaggia fossero state deposte dentro la rocca del castel di Sambuca. Partito però di lassù il Vergiolesi con tutti i suoi di parte Bianca, per le varie vicende che dovette subir quel castello, qual mano pietosa, pur volendo, avrebbe potuto rovistare a suo agio fra quelle mura? Non furono esse per molto tempo occupate e custodite gelosamente dall'avverso partito, o da altre fiere masnade? E ne' secoli appresso la indifferenza a quanto potesse esservi di memorie generose, cavalleresche e gentili, non si tentò sempre d'insinuarla da chi n'ebbe il potere?Fu occupato infatti il castello, prima da Castruccio (1324), poi da' Fiorentini (1351). E poco fortificato, lo tolse loro con quel di Piteccio l'arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconti, per mano di Giovanni Visconti da Oleggio [pg!296] capitano delle milizie milanesi, quando, impadronitosi di Bologna, scendeva con esse da questi monti a por l'assedio a Firenze: finchè poco dopo, conclusa la pace fra le città guelfe, fu restituito ai Pistoiesi, che lo munirono di genti d'armi. Il castel di Piteccio poi nel 1387 per un incendio fortuito fu interamente distrutto. Nel 1401 messer Riccardo Cancellieri, capo de' fuorusciti Ghibellini, cacciato di Pistoia dai rivali Panciatichi, sorprese con inganno il castello della Sambuca; e favoreggiato da Giovan Galeazzo Visconti duca di Milano, in potere del quale voleva porre Pistoia, lo tenne per tre anni, e vi fece scolpire lo stemma dei Cancellieri con questo motto—per forza. Lo stemma v'è ancora. Ma morto il duca, e mancatogli tal sostegno, venne a patti, e restituì il castello ai Pistoiesi.Da quel tempo il castel di Sambuca seguì le sorti di Pistoia, caduta con Firenze in potere dei Medici; e fino da pochi anni fu sede d'un giusdicente. Furon tolti i merli al suo più alto cerchio di mura che davan tuttora il carattere di fortilizio: la rocca di cinta fu affatto distrutta, e solo rimase il maschio e la torre pentagona, ma rovinata di più di due terzi. Venuto non son molti anni in poter di un privato, e per lui rovistatosi nell'interno, vi si rinvennero armi, scheletri, e qualche moneta d'argento e di rame de' tempi della repubblica fiorentina. Ma non ebbe alcun restauro; e solo rimangono i suoi ruderi, che si scorgono d'assai lontano sul crinale del poggio, come d'un antico baluardo di guerra, e come segno di contraddizione fra i popoli italiani del medio evo.Non è da tacere però che in un campo poco distante dalla cinta del castello, fra esso e la chiesetta della Vergine del Giglio, nel 1844 nello scavare il terreno, fu trovata una cassa di legno d'antica forma, ogni mezzo braccio cerchiata di ferro, inchiodata con chiodi tripuntati d'ogni parte. Dentro la quale (riferivaci il medico del paese che la esaminò) era lo scheletro di persona, la cui lunghezza appariva di giusta statura: i denti avea tutti e bianchissimi, e sempre attaccati alle mascelle: il teschio ben conservato, e da supporlo di giovane donna. Per queste ragioni fu giudicato che quello [pg!297] potesse essere il sepolcro di Selvaggia: tanto più che in quel terreno, forse cimitero in quel tempo, fu sempre detto esservi esistita una torre, alla quale si giungeva per un sotterraneo che movea dal castello. La detta cassa con quanto vi era rimase ivi sepolta.Nella montagna, per quante ricerche si sien fatte, nissun canto popolare nissuna leggenda è rimasta di questa gentile. Però fra i montanini della Sambuca pochi son quelli che non dicano che su nella rocca fu sepolta madonna Selvaggia. La stessa mancanza di tradizioni popolari si riscontra per messer Cino: benchè egli nel suo Canzoniere, lo stesso Petrarca e tutti i cronachisti pistoiesi attestino del suo amore per essa. Solo a ponente del diruto castello di Vergiole, ora villa d'un privato, è una rada querceta che ancora serba il nome di—Prato di Cino.Quanto alla famiglia dei Vergiolesi vogliam qui far notare, che se abbiamo fatto crear cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi sul feretro di sua madre, era questa una costumanza comunissima fra le repubbliche del medio evo, a porger nel popolo idea più sacra e solenne dei voti, che in prò della religione e della patria dovevan farsi dal nuovo ascritto a quella milizia. Così un altro pistoiese (come narra l'Ammirato nella sua Storia), Riccardo di messer Lazzaro Cancellieri, nel 1333 eletto potestà di Perugia, per concessione del gonfaloniere di giustizia e dei signori Anziani di Pistoia, fu armato cavaliere sulla sepoltura del padre suo, da messer Simone Peruzzi cavalier fiorentino a ciò deputato.Di detta famiglia de' Vergiolesi dopo l'abbandono della Sambuca, si trova ricordato nelle Storie Pisane del Roncioni un Filippo Vergiolesi alla battaglia di Montecatini del 1315 dalla parte de' Ghibellini. Se fosse stato il capitan Filippo padre di Selvaggia, doveva essere assai vecchio. Nè poteva far meraviglia, pensando che quella era e fu veramente l'estrema speranza del suo partito. Con più probabilità nondimeno ci atteniamo all'opinione del Salvi, storico pistoiese, che dice avervi combattuto messer Fredi figlio di Filippo. Seguirono le stesse parti un Francesco di Detto, andato ad Avignone a pregar Vinciguerra Panciatichi che si ponesse a [pg!298] capo de' Ghibellini9; un Guidaloste vicario di Modena per l'imperatore: un Tancredi dottor di leggi. E sotto il principato si ricorda un Bello di Francesco provveditore del Comune. La casata de' Vergiolesi si estinse in Betto di ser Francesco nel 1703.Che ne fosse del Fortebracci da quel giorno che Musone co' suoi fu impiccato, nessuno più ne seppe. Si parlò per qualche anno d'un romito che abitava su per que' monti, ma qua e là come un fuggiasco, e senza che alcuno l'avesse visto che da lontano. Poi corse voce che un disperato si era precipitato da un di quei poggi, detto ilbalzo de' corvi, giù per un burrone della Limentra: e che tutte le notti in quel tonfano dov'era caduto si vedesse vagolare una fiammella, che quella gente superstiziosa durò a credere la sua anima. Fosse stato (dicevano) il Fortebracci costui, che la disperazione e il rimorso l'avessero spinto a questo passo? Certo che se la credenza fu invalsa, il tempo e il buon senso l'hanno dileguata.Pel nostro racconto abbiam profittato delle inimicizie private, che, secondo la storia, passavano fra la sua famiglia e quella de' Sinibuldi, e de' Vergiolesi, e delle parti avverse che ciascuno seguiva; e le accalorimmo di più con una gelosa passione amorosa. Se ad estinguer gli odi e i rancori che duravano fra di essi, la missione di pace ci piacque di affidarla alla stessa Selvaggia, anche qui possiam dire che il fondo della storia gli è vero; leggendosi nel Salvi queste parole: «E perchè in Pistoia il pubblico bene od il male dipendeva in gran parte dalle famiglie de' Fortebracci e de' Vergiolesi, le quali erano state fin qui discordi, ed eransi fieramente perseguitate, circa al 1310 si diedero giuramento di fedeltà, e di esser sempre a scambievol difesa.»È ricordato pur di que' tempi nelle dette storie del Salvi [pg!299] quel Musone della Moscacchia con la sua banda, come contrabbandiere ed assassino temuto su que' confini.Non parleremo dell'assedio di Pistoia. Noi fortunati se avessimo saputo colorire in parte la breve ma mirabile descrizione che ne lasciava Dino Compagni, e l'anonimo autore delle Storie pistolesi, che furono pure i principali fonti storici del nostro racconto!Fra le famiglie pistoiesi che ricordammo, e che tutte, secondo li storici, presero parte agli avvenimenti di quel tempo, non ci tratterremo a discorrer di quelle omai sì famose de' Panciatichi e de' Cancellieri.Fra le altre ponemmo in vista anche quella de' Rossi. Vogliamo notare che una parte di questa, con Lapo di messer Re, eletto giudice delle cause civili e successo a messer Cino, rimase in Pistoia e vi tenne sempre onorevoli uffici. Un'altra invece si suddivise: e alcuni preser dimora in Firenze, altri in Pisa, altri in Napoli. E fu dai Rossi di questa città, discendenti in retta linea da que' di Pistoia, che nacque Porzia, celebre per le sue virtù, e per aver dato i natali a Torquato Tasso, che l'amò sempre di grande amore, grato alla prima educazione che da lei ricevette10.Simone di Filippo Reali da Pistoia, che abbiamo veduto seguir con l'armi le sorti del Vergiolesi, fu vicario di tutta la Lunigiana per Arrigo imperatore: poi nominato da lui signor di Gaddo e Montechiaro in Piemonte; e nel 1331 luogotenente di Giovanni re di Boemia in Pistoia per distaccarla da' Fiorentini.Si può argomentar facilmente che que' giovani Ghibellini, che da Firenze venivano in aiuto del Vergiolesi, per poco tempo rimanessero prigionieri a Bologna, come coloro che i più appartenevano alle primarie famiglie di Firenze, con la qual città Bologna allora aveva stretta alleanza.[pg!300] Quanto alla storia della Pia, abbiamo consultato i documenti sanesi, pubblicati da B. Aquarone. Siena per F. Gati, 1865.Ci rimane ora a parlare di messer Cino. E a brevi tratti ne continuiamo la vita, perchè anche fra 'l popolo sia più noto, di quel che non è, l'ingegno ed il merito di sì gran cittadino. Già abbiamo detto con qual nobil proposito si era recato a Milano. Colà, o forse a Chambery reduce da Losanna ove potè aver visitato l'imperatore, assunse l'ufficio d'assessore di Lodovico di Savoia. Questi, costituito senatore romano da papa Clemente V, che sulle prime favoreggiò la calata in Italia dell'imperatore; con altri ambasciatori imperiali veniva appunto di quel tempo in Firenze per disporlo, benchè indarno, a far buona accoglienza ad Arrigo; sarebbe poi passato a Roma con 500 cavalli a prepararvi per esso la solenne incoronazione. Cino allora doveva esser con lui, di poco avendolo preceduto nel passaggio dell'Appennino per fermarsi alla Sambuca.Frattanto l'imperatore movendo di Svizzera con pochi cavalli, passò la montagna per le terre di suo cognato Amedeo V, conte di Savoia, senz'armi perchè il paese era sicuro. Amedeo che era andato incontro ad Arrigo, e lo aveva festeggiato con regia pompa a Chambery, lo accompagnò in Italia con molto stuolo de' suoi gentiluomini. Amedeo, Filippo e Lodovico di Savoia erano tutti per lui.Quali si fossero le eminenti virtù di Amedeo, il cui nome fu tramandato ai posteri col titolo digrande, basta consultare il conte Cibrario, l'illustre storico di Casa Savoia, e sapremo com'egli fu in continua guerra con vari principi di qua e di là dall'alpi per mantenere integri i diritti del principato, per lui accresciuto di nuovi acquisti nel Genovese, in Savoia, e nel Piemonte; sì, che narra una cronaca, che egli si trovasse a trentacinque assedi. Allo spirito marziale aggiunse ingegno colto e gentile. Viaggiò più volte in Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra. In Italia visitò la Toscana, e per tre volte Roma, perchè amantissimo e protettore delle arti belle. Nè minor celebrità si acquistò nelle cose civili. Diminuì le contese di famiglia, e i contrasti di successione sì frequenti [pg!301] a' suoi tempi; e fu il primo che dettasse una legge di successione con ordine di primogenitura fra i maschi ad esclusione delle femmine. Organizzò e concentrò i poteri dello Stato; favorì i Comuni, e abbassò l'alterigia de' baroni, per unificare e fondere insieme genti varie e divise, favorendo così l'industria, il commercio e la generale prosperità.Ma fra tante nobili imprese, bella e memorabile è la parte che sostenne presso di Arrigo. Narran gli storici che, giunto l'imperatore ove dall'alto del Moncenisio s'incomincia a scorger l'Italia, inginocchiatosi, ad alta voce pregò Dio che lo serbasse illeso fra la rabbia de' Guelfi e de' Ghibellini. Il che udendo Amedeo, disse ad Arrigo, che in pro dell'Italia il miglior consiglio era quello di non favorire più l'una parte che l'altra, ma soffocare gli odi e gli sdegni, e ogni seme di discordia fra gli estremi partiti. Nobil proposito, che nella dinastia di Savoia perdurò sempre fino ai dì nostri, ne' quali ebbe in sorte di vederne i salutevoli effetti. La qual dinastia dappoichè cominciò a regnare, adopratasi per tanti secoli col senno e con la mano a farsi potente e gloriosa, e favorire la causa nazionale, bene oggimai dal voto unanime della nazione potè meritarne col supremo potere la debita ricompensa. E meglio per Arrigo e per lo scopo propostosi, se, giusta l'avviso d'Amedeo di Savoia, giunto in Italia non avesse fatto altro che metter pace fra le divise città! Ma gittatosi troppo dal partito de' Ghibellini, da' quali accettò protezione e danari, ebbe dai Guelfi odio implacabile, e forse anche la morte!Messer Cino, dopo la mala accoglienza avuta con l'imperiale ambasceria a Firenze; dopo le vicende tumultuose di Roma, e dentro breve termine dopo la morte dell'imperatore a Buonconvento, non è a dir quanta doglia in quel core caldissimo d'amor patrio dovè provare, di già esacerbato per la perdita di Selvaggia! Dell'una e dell'altra ne pianse in versi e per lettere con gli amici i più intimi. In prima con Dante suo per ambedue le cagioni: e con lui amicissimo continuò la corrispondenza nell'esilio: come ne attesta una lettera latina di Dante a Cino, ritrovata dall'illustre dantofilo Witte, con questa direzione: «All'Esule Pistoiese il Fiorentino [pg!302] immeritatamente sbandito, per lunghi anni salute, e ardore di perpetua carità;» e dove a confortarlo per le uguali sciagure, conchiude: «Io ti esorto, fratello carissimo, ad esser paziente contro i dardi di Nemesi.» Scrisse a Messer Guido Novello una bella canzone in morte di Arrigo; poi per Selvaggia ad Agaton Drusi di Pisa; all'amato Gherarduccio Garisendi da Bologna, a Cecco d'Ascoli, e ad Onesto Bolognese.Ma è però vero che la sventura, come avviene ne' nobili spiriti, non sol non l'affranse, ma potè ritemprarlo di vigoria, e di novelle forze intellettive: e per esse, e nel pensiero della donna sua (perchè di rado incontra che uomini di gran cuore e d'ingegno non abbiano avuto nella sventura una pia immagine di donna a confortarli) s'accrebbe in Cino la brama che Selvaggia gli aveva ispirato, quella, cioè, com'ei disse, diseguir l'alto stato. Da quel tempo infatti ei cercò l'unico e il più nobil conforto ne' suoi studi di legge.Secondo il suo dotto biografo il professore Sebastiano Ciampi, già fino dal 1312 aveva posto mano al celebreCommento su i nove libri del Codice; e già nel luglio del 1314, compiuto con mirabile speditezza sì dotto lavoro, e insignito della laurea dottorale, per quest'opera principalmente fu dichiarato il più illustre giureconsulto dell'età sua. Scrisse inoltre leAddizioni all'Inforziato, e ad altri libri di gius imperialesulle successioni ab intestato: e infine altra opera non meno elaboratasul Digesto vecchio, composta in appresso per uso de' suoi scolari. Delle quali opere, non che delle Rime, tanta stima in ogni tempo fu fatta, che si pubblicarono varie edizioni11.[pg!303] Nel Commento, com'egli stesso se ne dichiara, mirò a raccoglier quanto di meglio era stato esposto dai glossatori di legge, con la maggior brevità, e con novità di metodo e di dottrina. Sicchè a ragione può dirsi che in Italia, poichè fu ripresa l'antico studio della romana giurisprudenza, niuno degl'interpreti della prima scuola da Irnerio sino all'Accursio, e da questo al celebre Bartolo, sia stato superiore al Sinibuldi per la intelligenza ed esposizione delle leggi romane. Negletto infatti l'antico sistema speculativo, con modo analitico procurò dapprima di rintracciar la ragione e lo spirito della legge: sottopose quindi ad un critico esame, e sciolse le proposte obbiezioni sia degli antichi che de' suoi tempi, e quelle pure di Dino stesso che gli fu maestro, dal quale talora dissente. Sono infine nel suo Commento le prime linee d'un corso di giurisprudenza, cui alla filosofia e alla critica vada congiunta tutta la erudizione de' tempi suoi, senza che l'aridità della materia abbia vinto o corrotto lo stile, apparendo anzi quel suo latino fluido e dignitoso, e alcuna volta elegante.A questi pregi che onoran l'ingegno dello scrittore, sono da aggiungere pur quelli non meno stimabili, derivati dalla mitezza della sua indole. Perchè, come costa dal suo Commento, fu nimicissimo della disputa e d'ogni passion personale. Odiò quella ch'ei chiama immortalità delle liti, quella [pg!304] lungaggine, cioè, alimentata dall'avarizia e venalità dei curiali; e nel dubbio stette sempre a' principii della sana morale.In politica Ghibellino, come abbiam detto, riprovò gli eccessi del suo stesso partito. La sua opinione sul papa e sull'imperatore, e sui loro distinti e particolari poteri, si riassume in queste parole del suo Commento, lib. 1, tit. 1: «A Deo procedit imperium et sacerdotium. Ergo temporaliter sub imperio omnes populi omnesque reges sunt, sicut sub papa sunt spiritualiter.» La stessa opinione di Dante amico suo, e legato con lui ne' medesimi intenti.Non è meraviglia pertanto se per tanti e sì rari meriti, che rivelò poi ampiamente nei suoi scritti di gius civile, fosse riverito come l'oracolo del tempo suo; e anco ne' secoli appresso, nella Germania come in Italia, la sua autorità fosse consultata, e avuta in pregio pur sempre.Non appena infatti si divulgò la sapienza del Commento del Sinibuldi, che molte Università lo dimandarono fra' loro lettori. E dapprima, dal 1318 lesse per tre anni all'Università di Trevigi. Quindi dal 1323 al 26 lesse in quella di Siena, dov'ebbe a colleghi Andrea da Pisa e Federigo Petrucci, e leggevano in medicina Gentile da Foligno e Braccino da Pistoia. Ma la sua maggior gloria gli venne dalla lettura ch'ei fece alla Università di Perugia: sempre d'Ordinaria e Straordinaria civile, e non mai di legge canonica, come per errore fu detto. Gli derivò questa gloria da un insolito concorso di uditori, e dallo avervi avuto scolare il celebre Bartolo. Firenze infine nel 1334 lo appellava fra le sue mura, ove pure ebbe cattedra di leggi civili, essendogli collega nelle canoniche il dott. Recupero da S. Miniato. Fu in quest'anno che nominato gonfaloniere della città di Pistoia, a cagion della cattedra non potè accettare.Nel 1336 tornato alla sua terra natale, dove sperava un riposo alla grave età, e alle lunghe e dotte fatiche, infermatosi gravemente, ai 23 dicembre di detto anno provvide con suo testamento alla moglie, che fu Margherita di Lanfranco degli Ughi pistoiese, e alle figlie, Diamante, Beatrice, Giovanna, e Lombarduccia: e lasciato erede universale il nepote [pg!305] Francesco, figlio di Mino suo, che gli era premorto, nel giorno veniente passò da questa vita.12La sua morte fu onorata di compianto dall'istesso illustre suo ammiratore e imitatore, il Petrarca, in quel Sonetto:Piangete, donne, e con voi pianga Amore,. . . . . . . . . . . .Poichè il nostro amoroso messer Cino,Novellamente s'è da noi partito.E in altro lo immaginò nella terza sfera insieme a Dante: e nel Trionfo d'Amore lo ricordò con Selvaggia, insieme a Dante e Beatrice, con quei versi che abbiam posto per titolo al principio di questo racconto.Ecco Dante e Beatrice, ecco SelvaggiaEcco Cin da Pistoia; . . . .Lo stesso Boccaccio «terzo fra cotanto senno» volle onorare il nostro messer Cino in un Sonetto in morte del Petrarca, ponendolo in schiera con gli altri poeti d'amore, allorchè disse:Or con Sennuccio, con Cino e con DanteVivi sicuro d'eterno riposo.Quel giorno fu per Pistoia pubblico lutto; e con le più solenni esequie che a sì gran cittadino si convenissero, ebbe, com'ei bramò, in cattedrale onorevole sepoltura. Quindi per decreto del Comune, e per opera dello scultore Cellino di Nese da Siena, gli fu eretto l'anno dopo nel detto tempio un magnifico cenotafio marmoreo. E in questo monumento lo scultore rappresentando, in piccole figure in rilievo, Cino in cattedra fra' suoi scolari insegnante diritto civile, con gentile pensiero, a far compiuta la sua apoteosi, raffigurava da un lato una donna che, da alcuni creduta la poesia, da altri non senza ragione fu reputata Selvaggia; la ispiratrice, com'ei disse, della sua mente «a odiare il vile e seguir l'alto stato.»[pg!306] Però mentre oggi ogni provincia d'Italia con nobile emulazione innalza monumenti a' suoi figli più celebri; a chi meglio che a Cino dei Sinibuldi si converrebbe una statua? Degnamente opiniamo sarebbe innalzata a colui, che fu grande amatore della patria, maestro dell'italico idioma e del bel poetare; che congiunse con raro esempio le amene lettere alle severe discipline della giurisprudenza, ed ebbe fama sì pura e sì universale.Note[1]Vannucci,I primi tempi della libertà fiorentina.[2]Estratta dal Codice 1118 Riccardiano, che contiene una raccolta delle poesie di Cino.[3]Di Sovana nella maremma senese.[4]La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora fu avuta per certa generalmente, e la credè lo stesso Alighieri:«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,Non la tua conversion, ma quella doteChe da te prese il primo ricco patre!»——Dante,Inferno, C. XIX.[5]Denina,Rivoluzione d'Italia.[6]Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perchè ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.[7]V. Arferuoli,Storie pistoiesiM. S.[8]«Salsi colui che, inanellata pria,Disposata m'avea con la sua gemma.»——Dante,Purgatorio, C. V.[9]Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece edificare quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le ville di Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di Castel-Martini, e la magnifica della Magia; tutte nel circondario pistoiese. Morì nel 1322.Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi, descritta da Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)[10]Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico e Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia de' Gambacorti di Pisa.Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia, esistenti presso di essa. Notizie biografiche diPorzia de Rossipubblicate daGiuseppe Tigriper le NozzeDe RossieRucellai, Pistoia 1871.[11]Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa, se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno è quello della città di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della Magliabechiana di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima è quella di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei canonici della cattedrale di Lucca: poi quella di Venezia del 1493, che è fra i libri della Palatina di Firenze. Quella edita e illustrata dal Cisnero a Francoforte sul Meno nel 1578 reputata delle più belle. È ricordata dall'Ughelli un'edizione con chiose delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto vecchio l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa e più antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia, nella sua completaBiblioteca Pistoiese, che con tanto studio e grande amore ha raccolto.Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza ricordar quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre edizioni su i primi di questo secolo, riscontrate su molti Codici (de' quali si noverano fino a quattordici), e pubblicate per cura del professore Sebastiano Ciampi: la terza delle quali, la più completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con un dotto discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere dell'autore. Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con cenni sulla vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi Barbera 1862 ordinata con molta critica, insieme ad altre del secolo XIV, dal professore Giosuè Carducci.[12]La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SELVAGGIA DE' VERGIOLESI ***
CONCLUSIONE.E noi, a onorar la memoria di Selvaggia dei Vergiolesi, e dell'illustre poeta e legista messer Cino de' Sinibuldi che di lei sì dolcemente cantava, e perchè le passate cittadine discordie ammaestrino gli avvenire, ci provammo a tessere questo racconto. Or esso qui è compiuto. Ma per chi brami d'aver particolare contezza di quel che avvenne dipoi delle persone e dei luoghi che vi ricordammo; e perchè si sappia quali furono i fonti storici d'onde fu tratto, e che nella tessitura di esso potemmo conservare senz'alterarli, vi abbiamo aggiunto le seguenti notizie.Fu detto e in qualche cronaca tramandato che le ceneri di Selvaggia fossero state deposte dentro la rocca del castel di Sambuca. Partito però di lassù il Vergiolesi con tutti i suoi di parte Bianca, per le varie vicende che dovette subir quel castello, qual mano pietosa, pur volendo, avrebbe potuto rovistare a suo agio fra quelle mura? Non furono esse per molto tempo occupate e custodite gelosamente dall'avverso partito, o da altre fiere masnade? E ne' secoli appresso la indifferenza a quanto potesse esservi di memorie generose, cavalleresche e gentili, non si tentò sempre d'insinuarla da chi n'ebbe il potere?Fu occupato infatti il castello, prima da Castruccio (1324), poi da' Fiorentini (1351). E poco fortificato, lo tolse loro con quel di Piteccio l'arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconti, per mano di Giovanni Visconti da Oleggio [pg!296] capitano delle milizie milanesi, quando, impadronitosi di Bologna, scendeva con esse da questi monti a por l'assedio a Firenze: finchè poco dopo, conclusa la pace fra le città guelfe, fu restituito ai Pistoiesi, che lo munirono di genti d'armi. Il castel di Piteccio poi nel 1387 per un incendio fortuito fu interamente distrutto. Nel 1401 messer Riccardo Cancellieri, capo de' fuorusciti Ghibellini, cacciato di Pistoia dai rivali Panciatichi, sorprese con inganno il castello della Sambuca; e favoreggiato da Giovan Galeazzo Visconti duca di Milano, in potere del quale voleva porre Pistoia, lo tenne per tre anni, e vi fece scolpire lo stemma dei Cancellieri con questo motto—per forza. Lo stemma v'è ancora. Ma morto il duca, e mancatogli tal sostegno, venne a patti, e restituì il castello ai Pistoiesi.Da quel tempo il castel di Sambuca seguì le sorti di Pistoia, caduta con Firenze in potere dei Medici; e fino da pochi anni fu sede d'un giusdicente. Furon tolti i merli al suo più alto cerchio di mura che davan tuttora il carattere di fortilizio: la rocca di cinta fu affatto distrutta, e solo rimase il maschio e la torre pentagona, ma rovinata di più di due terzi. Venuto non son molti anni in poter di un privato, e per lui rovistatosi nell'interno, vi si rinvennero armi, scheletri, e qualche moneta d'argento e di rame de' tempi della repubblica fiorentina. Ma non ebbe alcun restauro; e solo rimangono i suoi ruderi, che si scorgono d'assai lontano sul crinale del poggio, come d'un antico baluardo di guerra, e come segno di contraddizione fra i popoli italiani del medio evo.Non è da tacere però che in un campo poco distante dalla cinta del castello, fra esso e la chiesetta della Vergine del Giglio, nel 1844 nello scavare il terreno, fu trovata una cassa di legno d'antica forma, ogni mezzo braccio cerchiata di ferro, inchiodata con chiodi tripuntati d'ogni parte. Dentro la quale (riferivaci il medico del paese che la esaminò) era lo scheletro di persona, la cui lunghezza appariva di giusta statura: i denti avea tutti e bianchissimi, e sempre attaccati alle mascelle: il teschio ben conservato, e da supporlo di giovane donna. Per queste ragioni fu giudicato che quello [pg!297] potesse essere il sepolcro di Selvaggia: tanto più che in quel terreno, forse cimitero in quel tempo, fu sempre detto esservi esistita una torre, alla quale si giungeva per un sotterraneo che movea dal castello. La detta cassa con quanto vi era rimase ivi sepolta.Nella montagna, per quante ricerche si sien fatte, nissun canto popolare nissuna leggenda è rimasta di questa gentile. Però fra i montanini della Sambuca pochi son quelli che non dicano che su nella rocca fu sepolta madonna Selvaggia. La stessa mancanza di tradizioni popolari si riscontra per messer Cino: benchè egli nel suo Canzoniere, lo stesso Petrarca e tutti i cronachisti pistoiesi attestino del suo amore per essa. Solo a ponente del diruto castello di Vergiole, ora villa d'un privato, è una rada querceta che ancora serba il nome di—Prato di Cino.Quanto alla famiglia dei Vergiolesi vogliam qui far notare, che se abbiamo fatto crear cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi sul feretro di sua madre, era questa una costumanza comunissima fra le repubbliche del medio evo, a porger nel popolo idea più sacra e solenne dei voti, che in prò della religione e della patria dovevan farsi dal nuovo ascritto a quella milizia. Così un altro pistoiese (come narra l'Ammirato nella sua Storia), Riccardo di messer Lazzaro Cancellieri, nel 1333 eletto potestà di Perugia, per concessione del gonfaloniere di giustizia e dei signori Anziani di Pistoia, fu armato cavaliere sulla sepoltura del padre suo, da messer Simone Peruzzi cavalier fiorentino a ciò deputato.Di detta famiglia de' Vergiolesi dopo l'abbandono della Sambuca, si trova ricordato nelle Storie Pisane del Roncioni un Filippo Vergiolesi alla battaglia di Montecatini del 1315 dalla parte de' Ghibellini. Se fosse stato il capitan Filippo padre di Selvaggia, doveva essere assai vecchio. Nè poteva far meraviglia, pensando che quella era e fu veramente l'estrema speranza del suo partito. Con più probabilità nondimeno ci atteniamo all'opinione del Salvi, storico pistoiese, che dice avervi combattuto messer Fredi figlio di Filippo. Seguirono le stesse parti un Francesco di Detto, andato ad Avignone a pregar Vinciguerra Panciatichi che si ponesse a [pg!298] capo de' Ghibellini9; un Guidaloste vicario di Modena per l'imperatore: un Tancredi dottor di leggi. E sotto il principato si ricorda un Bello di Francesco provveditore del Comune. La casata de' Vergiolesi si estinse in Betto di ser Francesco nel 1703.Che ne fosse del Fortebracci da quel giorno che Musone co' suoi fu impiccato, nessuno più ne seppe. Si parlò per qualche anno d'un romito che abitava su per que' monti, ma qua e là come un fuggiasco, e senza che alcuno l'avesse visto che da lontano. Poi corse voce che un disperato si era precipitato da un di quei poggi, detto ilbalzo de' corvi, giù per un burrone della Limentra: e che tutte le notti in quel tonfano dov'era caduto si vedesse vagolare una fiammella, che quella gente superstiziosa durò a credere la sua anima. Fosse stato (dicevano) il Fortebracci costui, che la disperazione e il rimorso l'avessero spinto a questo passo? Certo che se la credenza fu invalsa, il tempo e il buon senso l'hanno dileguata.Pel nostro racconto abbiam profittato delle inimicizie private, che, secondo la storia, passavano fra la sua famiglia e quella de' Sinibuldi, e de' Vergiolesi, e delle parti avverse che ciascuno seguiva; e le accalorimmo di più con una gelosa passione amorosa. Se ad estinguer gli odi e i rancori che duravano fra di essi, la missione di pace ci piacque di affidarla alla stessa Selvaggia, anche qui possiam dire che il fondo della storia gli è vero; leggendosi nel Salvi queste parole: «E perchè in Pistoia il pubblico bene od il male dipendeva in gran parte dalle famiglie de' Fortebracci e de' Vergiolesi, le quali erano state fin qui discordi, ed eransi fieramente perseguitate, circa al 1310 si diedero giuramento di fedeltà, e di esser sempre a scambievol difesa.»È ricordato pur di que' tempi nelle dette storie del Salvi [pg!299] quel Musone della Moscacchia con la sua banda, come contrabbandiere ed assassino temuto su que' confini.Non parleremo dell'assedio di Pistoia. Noi fortunati se avessimo saputo colorire in parte la breve ma mirabile descrizione che ne lasciava Dino Compagni, e l'anonimo autore delle Storie pistolesi, che furono pure i principali fonti storici del nostro racconto!Fra le famiglie pistoiesi che ricordammo, e che tutte, secondo li storici, presero parte agli avvenimenti di quel tempo, non ci tratterremo a discorrer di quelle omai sì famose de' Panciatichi e de' Cancellieri.Fra le altre ponemmo in vista anche quella de' Rossi. Vogliamo notare che una parte di questa, con Lapo di messer Re, eletto giudice delle cause civili e successo a messer Cino, rimase in Pistoia e vi tenne sempre onorevoli uffici. Un'altra invece si suddivise: e alcuni preser dimora in Firenze, altri in Pisa, altri in Napoli. E fu dai Rossi di questa città, discendenti in retta linea da que' di Pistoia, che nacque Porzia, celebre per le sue virtù, e per aver dato i natali a Torquato Tasso, che l'amò sempre di grande amore, grato alla prima educazione che da lei ricevette10.Simone di Filippo Reali da Pistoia, che abbiamo veduto seguir con l'armi le sorti del Vergiolesi, fu vicario di tutta la Lunigiana per Arrigo imperatore: poi nominato da lui signor di Gaddo e Montechiaro in Piemonte; e nel 1331 luogotenente di Giovanni re di Boemia in Pistoia per distaccarla da' Fiorentini.Si può argomentar facilmente che que' giovani Ghibellini, che da Firenze venivano in aiuto del Vergiolesi, per poco tempo rimanessero prigionieri a Bologna, come coloro che i più appartenevano alle primarie famiglie di Firenze, con la qual città Bologna allora aveva stretta alleanza.[pg!300] Quanto alla storia della Pia, abbiamo consultato i documenti sanesi, pubblicati da B. Aquarone. Siena per F. Gati, 1865.Ci rimane ora a parlare di messer Cino. E a brevi tratti ne continuiamo la vita, perchè anche fra 'l popolo sia più noto, di quel che non è, l'ingegno ed il merito di sì gran cittadino. Già abbiamo detto con qual nobil proposito si era recato a Milano. Colà, o forse a Chambery reduce da Losanna ove potè aver visitato l'imperatore, assunse l'ufficio d'assessore di Lodovico di Savoia. Questi, costituito senatore romano da papa Clemente V, che sulle prime favoreggiò la calata in Italia dell'imperatore; con altri ambasciatori imperiali veniva appunto di quel tempo in Firenze per disporlo, benchè indarno, a far buona accoglienza ad Arrigo; sarebbe poi passato a Roma con 500 cavalli a prepararvi per esso la solenne incoronazione. Cino allora doveva esser con lui, di poco avendolo preceduto nel passaggio dell'Appennino per fermarsi alla Sambuca.Frattanto l'imperatore movendo di Svizzera con pochi cavalli, passò la montagna per le terre di suo cognato Amedeo V, conte di Savoia, senz'armi perchè il paese era sicuro. Amedeo che era andato incontro ad Arrigo, e lo aveva festeggiato con regia pompa a Chambery, lo accompagnò in Italia con molto stuolo de' suoi gentiluomini. Amedeo, Filippo e Lodovico di Savoia erano tutti per lui.Quali si fossero le eminenti virtù di Amedeo, il cui nome fu tramandato ai posteri col titolo digrande, basta consultare il conte Cibrario, l'illustre storico di Casa Savoia, e sapremo com'egli fu in continua guerra con vari principi di qua e di là dall'alpi per mantenere integri i diritti del principato, per lui accresciuto di nuovi acquisti nel Genovese, in Savoia, e nel Piemonte; sì, che narra una cronaca, che egli si trovasse a trentacinque assedi. Allo spirito marziale aggiunse ingegno colto e gentile. Viaggiò più volte in Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra. In Italia visitò la Toscana, e per tre volte Roma, perchè amantissimo e protettore delle arti belle. Nè minor celebrità si acquistò nelle cose civili. Diminuì le contese di famiglia, e i contrasti di successione sì frequenti [pg!301] a' suoi tempi; e fu il primo che dettasse una legge di successione con ordine di primogenitura fra i maschi ad esclusione delle femmine. Organizzò e concentrò i poteri dello Stato; favorì i Comuni, e abbassò l'alterigia de' baroni, per unificare e fondere insieme genti varie e divise, favorendo così l'industria, il commercio e la generale prosperità.Ma fra tante nobili imprese, bella e memorabile è la parte che sostenne presso di Arrigo. Narran gli storici che, giunto l'imperatore ove dall'alto del Moncenisio s'incomincia a scorger l'Italia, inginocchiatosi, ad alta voce pregò Dio che lo serbasse illeso fra la rabbia de' Guelfi e de' Ghibellini. Il che udendo Amedeo, disse ad Arrigo, che in pro dell'Italia il miglior consiglio era quello di non favorire più l'una parte che l'altra, ma soffocare gli odi e gli sdegni, e ogni seme di discordia fra gli estremi partiti. Nobil proposito, che nella dinastia di Savoia perdurò sempre fino ai dì nostri, ne' quali ebbe in sorte di vederne i salutevoli effetti. La qual dinastia dappoichè cominciò a regnare, adopratasi per tanti secoli col senno e con la mano a farsi potente e gloriosa, e favorire la causa nazionale, bene oggimai dal voto unanime della nazione potè meritarne col supremo potere la debita ricompensa. E meglio per Arrigo e per lo scopo propostosi, se, giusta l'avviso d'Amedeo di Savoia, giunto in Italia non avesse fatto altro che metter pace fra le divise città! Ma gittatosi troppo dal partito de' Ghibellini, da' quali accettò protezione e danari, ebbe dai Guelfi odio implacabile, e forse anche la morte!Messer Cino, dopo la mala accoglienza avuta con l'imperiale ambasceria a Firenze; dopo le vicende tumultuose di Roma, e dentro breve termine dopo la morte dell'imperatore a Buonconvento, non è a dir quanta doglia in quel core caldissimo d'amor patrio dovè provare, di già esacerbato per la perdita di Selvaggia! Dell'una e dell'altra ne pianse in versi e per lettere con gli amici i più intimi. In prima con Dante suo per ambedue le cagioni: e con lui amicissimo continuò la corrispondenza nell'esilio: come ne attesta una lettera latina di Dante a Cino, ritrovata dall'illustre dantofilo Witte, con questa direzione: «All'Esule Pistoiese il Fiorentino [pg!302] immeritatamente sbandito, per lunghi anni salute, e ardore di perpetua carità;» e dove a confortarlo per le uguali sciagure, conchiude: «Io ti esorto, fratello carissimo, ad esser paziente contro i dardi di Nemesi.» Scrisse a Messer Guido Novello una bella canzone in morte di Arrigo; poi per Selvaggia ad Agaton Drusi di Pisa; all'amato Gherarduccio Garisendi da Bologna, a Cecco d'Ascoli, e ad Onesto Bolognese.Ma è però vero che la sventura, come avviene ne' nobili spiriti, non sol non l'affranse, ma potè ritemprarlo di vigoria, e di novelle forze intellettive: e per esse, e nel pensiero della donna sua (perchè di rado incontra che uomini di gran cuore e d'ingegno non abbiano avuto nella sventura una pia immagine di donna a confortarli) s'accrebbe in Cino la brama che Selvaggia gli aveva ispirato, quella, cioè, com'ei disse, diseguir l'alto stato. Da quel tempo infatti ei cercò l'unico e il più nobil conforto ne' suoi studi di legge.Secondo il suo dotto biografo il professore Sebastiano Ciampi, già fino dal 1312 aveva posto mano al celebreCommento su i nove libri del Codice; e già nel luglio del 1314, compiuto con mirabile speditezza sì dotto lavoro, e insignito della laurea dottorale, per quest'opera principalmente fu dichiarato il più illustre giureconsulto dell'età sua. Scrisse inoltre leAddizioni all'Inforziato, e ad altri libri di gius imperialesulle successioni ab intestato: e infine altra opera non meno elaboratasul Digesto vecchio, composta in appresso per uso de' suoi scolari. Delle quali opere, non che delle Rime, tanta stima in ogni tempo fu fatta, che si pubblicarono varie edizioni11.[pg!303] Nel Commento, com'egli stesso se ne dichiara, mirò a raccoglier quanto di meglio era stato esposto dai glossatori di legge, con la maggior brevità, e con novità di metodo e di dottrina. Sicchè a ragione può dirsi che in Italia, poichè fu ripresa l'antico studio della romana giurisprudenza, niuno degl'interpreti della prima scuola da Irnerio sino all'Accursio, e da questo al celebre Bartolo, sia stato superiore al Sinibuldi per la intelligenza ed esposizione delle leggi romane. Negletto infatti l'antico sistema speculativo, con modo analitico procurò dapprima di rintracciar la ragione e lo spirito della legge: sottopose quindi ad un critico esame, e sciolse le proposte obbiezioni sia degli antichi che de' suoi tempi, e quelle pure di Dino stesso che gli fu maestro, dal quale talora dissente. Sono infine nel suo Commento le prime linee d'un corso di giurisprudenza, cui alla filosofia e alla critica vada congiunta tutta la erudizione de' tempi suoi, senza che l'aridità della materia abbia vinto o corrotto lo stile, apparendo anzi quel suo latino fluido e dignitoso, e alcuna volta elegante.A questi pregi che onoran l'ingegno dello scrittore, sono da aggiungere pur quelli non meno stimabili, derivati dalla mitezza della sua indole. Perchè, come costa dal suo Commento, fu nimicissimo della disputa e d'ogni passion personale. Odiò quella ch'ei chiama immortalità delle liti, quella [pg!304] lungaggine, cioè, alimentata dall'avarizia e venalità dei curiali; e nel dubbio stette sempre a' principii della sana morale.In politica Ghibellino, come abbiam detto, riprovò gli eccessi del suo stesso partito. La sua opinione sul papa e sull'imperatore, e sui loro distinti e particolari poteri, si riassume in queste parole del suo Commento, lib. 1, tit. 1: «A Deo procedit imperium et sacerdotium. Ergo temporaliter sub imperio omnes populi omnesque reges sunt, sicut sub papa sunt spiritualiter.» La stessa opinione di Dante amico suo, e legato con lui ne' medesimi intenti.Non è meraviglia pertanto se per tanti e sì rari meriti, che rivelò poi ampiamente nei suoi scritti di gius civile, fosse riverito come l'oracolo del tempo suo; e anco ne' secoli appresso, nella Germania come in Italia, la sua autorità fosse consultata, e avuta in pregio pur sempre.Non appena infatti si divulgò la sapienza del Commento del Sinibuldi, che molte Università lo dimandarono fra' loro lettori. E dapprima, dal 1318 lesse per tre anni all'Università di Trevigi. Quindi dal 1323 al 26 lesse in quella di Siena, dov'ebbe a colleghi Andrea da Pisa e Federigo Petrucci, e leggevano in medicina Gentile da Foligno e Braccino da Pistoia. Ma la sua maggior gloria gli venne dalla lettura ch'ei fece alla Università di Perugia: sempre d'Ordinaria e Straordinaria civile, e non mai di legge canonica, come per errore fu detto. Gli derivò questa gloria da un insolito concorso di uditori, e dallo avervi avuto scolare il celebre Bartolo. Firenze infine nel 1334 lo appellava fra le sue mura, ove pure ebbe cattedra di leggi civili, essendogli collega nelle canoniche il dott. Recupero da S. Miniato. Fu in quest'anno che nominato gonfaloniere della città di Pistoia, a cagion della cattedra non potè accettare.Nel 1336 tornato alla sua terra natale, dove sperava un riposo alla grave età, e alle lunghe e dotte fatiche, infermatosi gravemente, ai 23 dicembre di detto anno provvide con suo testamento alla moglie, che fu Margherita di Lanfranco degli Ughi pistoiese, e alle figlie, Diamante, Beatrice, Giovanna, e Lombarduccia: e lasciato erede universale il nepote [pg!305] Francesco, figlio di Mino suo, che gli era premorto, nel giorno veniente passò da questa vita.12La sua morte fu onorata di compianto dall'istesso illustre suo ammiratore e imitatore, il Petrarca, in quel Sonetto:Piangete, donne, e con voi pianga Amore,. . . . . . . . . . . .Poichè il nostro amoroso messer Cino,Novellamente s'è da noi partito.E in altro lo immaginò nella terza sfera insieme a Dante: e nel Trionfo d'Amore lo ricordò con Selvaggia, insieme a Dante e Beatrice, con quei versi che abbiam posto per titolo al principio di questo racconto.Ecco Dante e Beatrice, ecco SelvaggiaEcco Cin da Pistoia; . . . .Lo stesso Boccaccio «terzo fra cotanto senno» volle onorare il nostro messer Cino in un Sonetto in morte del Petrarca, ponendolo in schiera con gli altri poeti d'amore, allorchè disse:Or con Sennuccio, con Cino e con DanteVivi sicuro d'eterno riposo.Quel giorno fu per Pistoia pubblico lutto; e con le più solenni esequie che a sì gran cittadino si convenissero, ebbe, com'ei bramò, in cattedrale onorevole sepoltura. Quindi per decreto del Comune, e per opera dello scultore Cellino di Nese da Siena, gli fu eretto l'anno dopo nel detto tempio un magnifico cenotafio marmoreo. E in questo monumento lo scultore rappresentando, in piccole figure in rilievo, Cino in cattedra fra' suoi scolari insegnante diritto civile, con gentile pensiero, a far compiuta la sua apoteosi, raffigurava da un lato una donna che, da alcuni creduta la poesia, da altri non senza ragione fu reputata Selvaggia; la ispiratrice, com'ei disse, della sua mente «a odiare il vile e seguir l'alto stato.»[pg!306] Però mentre oggi ogni provincia d'Italia con nobile emulazione innalza monumenti a' suoi figli più celebri; a chi meglio che a Cino dei Sinibuldi si converrebbe una statua? Degnamente opiniamo sarebbe innalzata a colui, che fu grande amatore della patria, maestro dell'italico idioma e del bel poetare; che congiunse con raro esempio le amene lettere alle severe discipline della giurisprudenza, ed ebbe fama sì pura e sì universale.Note[1]Vannucci,I primi tempi della libertà fiorentina.[2]Estratta dal Codice 1118 Riccardiano, che contiene una raccolta delle poesie di Cino.[3]Di Sovana nella maremma senese.[4]La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora fu avuta per certa generalmente, e la credè lo stesso Alighieri:«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,Non la tua conversion, ma quella doteChe da te prese il primo ricco patre!»——Dante,Inferno, C. XIX.[5]Denina,Rivoluzione d'Italia.[6]Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perchè ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.[7]V. Arferuoli,Storie pistoiesiM. S.[8]«Salsi colui che, inanellata pria,Disposata m'avea con la sua gemma.»——Dante,Purgatorio, C. V.[9]Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece edificare quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le ville di Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di Castel-Martini, e la magnifica della Magia; tutte nel circondario pistoiese. Morì nel 1322.Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi, descritta da Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)[10]Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico e Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia de' Gambacorti di Pisa.Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia, esistenti presso di essa. Notizie biografiche diPorzia de Rossipubblicate daGiuseppe Tigriper le NozzeDe RossieRucellai, Pistoia 1871.[11]Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa, se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno è quello della città di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della Magliabechiana di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima è quella di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei canonici della cattedrale di Lucca: poi quella di Venezia del 1493, che è fra i libri della Palatina di Firenze. Quella edita e illustrata dal Cisnero a Francoforte sul Meno nel 1578 reputata delle più belle. È ricordata dall'Ughelli un'edizione con chiose delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto vecchio l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa e più antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia, nella sua completaBiblioteca Pistoiese, che con tanto studio e grande amore ha raccolto.Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza ricordar quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre edizioni su i primi di questo secolo, riscontrate su molti Codici (de' quali si noverano fino a quattordici), e pubblicate per cura del professore Sebastiano Ciampi: la terza delle quali, la più completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con un dotto discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere dell'autore. Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con cenni sulla vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi Barbera 1862 ordinata con molta critica, insieme ad altre del secolo XIV, dal professore Giosuè Carducci.[12]La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SELVAGGIA DE' VERGIOLESI ***
E noi, a onorar la memoria di Selvaggia dei Vergiolesi, e dell'illustre poeta e legista messer Cino de' Sinibuldi che di lei sì dolcemente cantava, e perchè le passate cittadine discordie ammaestrino gli avvenire, ci provammo a tessere questo racconto. Or esso qui è compiuto. Ma per chi brami d'aver particolare contezza di quel che avvenne dipoi delle persone e dei luoghi che vi ricordammo; e perchè si sappia quali furono i fonti storici d'onde fu tratto, e che nella tessitura di esso potemmo conservare senz'alterarli, vi abbiamo aggiunto le seguenti notizie.
Fu detto e in qualche cronaca tramandato che le ceneri di Selvaggia fossero state deposte dentro la rocca del castel di Sambuca. Partito però di lassù il Vergiolesi con tutti i suoi di parte Bianca, per le varie vicende che dovette subir quel castello, qual mano pietosa, pur volendo, avrebbe potuto rovistare a suo agio fra quelle mura? Non furono esse per molto tempo occupate e custodite gelosamente dall'avverso partito, o da altre fiere masnade? E ne' secoli appresso la indifferenza a quanto potesse esservi di memorie generose, cavalleresche e gentili, non si tentò sempre d'insinuarla da chi n'ebbe il potere?
Fu occupato infatti il castello, prima da Castruccio (1324), poi da' Fiorentini (1351). E poco fortificato, lo tolse loro con quel di Piteccio l'arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconti, per mano di Giovanni Visconti da Oleggio [pg!296] capitano delle milizie milanesi, quando, impadronitosi di Bologna, scendeva con esse da questi monti a por l'assedio a Firenze: finchè poco dopo, conclusa la pace fra le città guelfe, fu restituito ai Pistoiesi, che lo munirono di genti d'armi. Il castel di Piteccio poi nel 1387 per un incendio fortuito fu interamente distrutto. Nel 1401 messer Riccardo Cancellieri, capo de' fuorusciti Ghibellini, cacciato di Pistoia dai rivali Panciatichi, sorprese con inganno il castello della Sambuca; e favoreggiato da Giovan Galeazzo Visconti duca di Milano, in potere del quale voleva porre Pistoia, lo tenne per tre anni, e vi fece scolpire lo stemma dei Cancellieri con questo motto—per forza. Lo stemma v'è ancora. Ma morto il duca, e mancatogli tal sostegno, venne a patti, e restituì il castello ai Pistoiesi.
Da quel tempo il castel di Sambuca seguì le sorti di Pistoia, caduta con Firenze in potere dei Medici; e fino da pochi anni fu sede d'un giusdicente. Furon tolti i merli al suo più alto cerchio di mura che davan tuttora il carattere di fortilizio: la rocca di cinta fu affatto distrutta, e solo rimase il maschio e la torre pentagona, ma rovinata di più di due terzi. Venuto non son molti anni in poter di un privato, e per lui rovistatosi nell'interno, vi si rinvennero armi, scheletri, e qualche moneta d'argento e di rame de' tempi della repubblica fiorentina. Ma non ebbe alcun restauro; e solo rimangono i suoi ruderi, che si scorgono d'assai lontano sul crinale del poggio, come d'un antico baluardo di guerra, e come segno di contraddizione fra i popoli italiani del medio evo.
Non è da tacere però che in un campo poco distante dalla cinta del castello, fra esso e la chiesetta della Vergine del Giglio, nel 1844 nello scavare il terreno, fu trovata una cassa di legno d'antica forma, ogni mezzo braccio cerchiata di ferro, inchiodata con chiodi tripuntati d'ogni parte. Dentro la quale (riferivaci il medico del paese che la esaminò) era lo scheletro di persona, la cui lunghezza appariva di giusta statura: i denti avea tutti e bianchissimi, e sempre attaccati alle mascelle: il teschio ben conservato, e da supporlo di giovane donna. Per queste ragioni fu giudicato che quello [pg!297] potesse essere il sepolcro di Selvaggia: tanto più che in quel terreno, forse cimitero in quel tempo, fu sempre detto esservi esistita una torre, alla quale si giungeva per un sotterraneo che movea dal castello. La detta cassa con quanto vi era rimase ivi sepolta.
Nella montagna, per quante ricerche si sien fatte, nissun canto popolare nissuna leggenda è rimasta di questa gentile. Però fra i montanini della Sambuca pochi son quelli che non dicano che su nella rocca fu sepolta madonna Selvaggia. La stessa mancanza di tradizioni popolari si riscontra per messer Cino: benchè egli nel suo Canzoniere, lo stesso Petrarca e tutti i cronachisti pistoiesi attestino del suo amore per essa. Solo a ponente del diruto castello di Vergiole, ora villa d'un privato, è una rada querceta che ancora serba il nome di—Prato di Cino.
Quanto alla famiglia dei Vergiolesi vogliam qui far notare, che se abbiamo fatto crear cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi sul feretro di sua madre, era questa una costumanza comunissima fra le repubbliche del medio evo, a porger nel popolo idea più sacra e solenne dei voti, che in prò della religione e della patria dovevan farsi dal nuovo ascritto a quella milizia. Così un altro pistoiese (come narra l'Ammirato nella sua Storia), Riccardo di messer Lazzaro Cancellieri, nel 1333 eletto potestà di Perugia, per concessione del gonfaloniere di giustizia e dei signori Anziani di Pistoia, fu armato cavaliere sulla sepoltura del padre suo, da messer Simone Peruzzi cavalier fiorentino a ciò deputato.
Di detta famiglia de' Vergiolesi dopo l'abbandono della Sambuca, si trova ricordato nelle Storie Pisane del Roncioni un Filippo Vergiolesi alla battaglia di Montecatini del 1315 dalla parte de' Ghibellini. Se fosse stato il capitan Filippo padre di Selvaggia, doveva essere assai vecchio. Nè poteva far meraviglia, pensando che quella era e fu veramente l'estrema speranza del suo partito. Con più probabilità nondimeno ci atteniamo all'opinione del Salvi, storico pistoiese, che dice avervi combattuto messer Fredi figlio di Filippo. Seguirono le stesse parti un Francesco di Detto, andato ad Avignone a pregar Vinciguerra Panciatichi che si ponesse a [pg!298] capo de' Ghibellini9; un Guidaloste vicario di Modena per l'imperatore: un Tancredi dottor di leggi. E sotto il principato si ricorda un Bello di Francesco provveditore del Comune. La casata de' Vergiolesi si estinse in Betto di ser Francesco nel 1703.
Che ne fosse del Fortebracci da quel giorno che Musone co' suoi fu impiccato, nessuno più ne seppe. Si parlò per qualche anno d'un romito che abitava su per que' monti, ma qua e là come un fuggiasco, e senza che alcuno l'avesse visto che da lontano. Poi corse voce che un disperato si era precipitato da un di quei poggi, detto ilbalzo de' corvi, giù per un burrone della Limentra: e che tutte le notti in quel tonfano dov'era caduto si vedesse vagolare una fiammella, che quella gente superstiziosa durò a credere la sua anima. Fosse stato (dicevano) il Fortebracci costui, che la disperazione e il rimorso l'avessero spinto a questo passo? Certo che se la credenza fu invalsa, il tempo e il buon senso l'hanno dileguata.
Pel nostro racconto abbiam profittato delle inimicizie private, che, secondo la storia, passavano fra la sua famiglia e quella de' Sinibuldi, e de' Vergiolesi, e delle parti avverse che ciascuno seguiva; e le accalorimmo di più con una gelosa passione amorosa. Se ad estinguer gli odi e i rancori che duravano fra di essi, la missione di pace ci piacque di affidarla alla stessa Selvaggia, anche qui possiam dire che il fondo della storia gli è vero; leggendosi nel Salvi queste parole: «E perchè in Pistoia il pubblico bene od il male dipendeva in gran parte dalle famiglie de' Fortebracci e de' Vergiolesi, le quali erano state fin qui discordi, ed eransi fieramente perseguitate, circa al 1310 si diedero giuramento di fedeltà, e di esser sempre a scambievol difesa.»
È ricordato pur di que' tempi nelle dette storie del Salvi [pg!299] quel Musone della Moscacchia con la sua banda, come contrabbandiere ed assassino temuto su que' confini.
Non parleremo dell'assedio di Pistoia. Noi fortunati se avessimo saputo colorire in parte la breve ma mirabile descrizione che ne lasciava Dino Compagni, e l'anonimo autore delle Storie pistolesi, che furono pure i principali fonti storici del nostro racconto!
Fra le famiglie pistoiesi che ricordammo, e che tutte, secondo li storici, presero parte agli avvenimenti di quel tempo, non ci tratterremo a discorrer di quelle omai sì famose de' Panciatichi e de' Cancellieri.
Fra le altre ponemmo in vista anche quella de' Rossi. Vogliamo notare che una parte di questa, con Lapo di messer Re, eletto giudice delle cause civili e successo a messer Cino, rimase in Pistoia e vi tenne sempre onorevoli uffici. Un'altra invece si suddivise: e alcuni preser dimora in Firenze, altri in Pisa, altri in Napoli. E fu dai Rossi di questa città, discendenti in retta linea da que' di Pistoia, che nacque Porzia, celebre per le sue virtù, e per aver dato i natali a Torquato Tasso, che l'amò sempre di grande amore, grato alla prima educazione che da lei ricevette10.
Simone di Filippo Reali da Pistoia, che abbiamo veduto seguir con l'armi le sorti del Vergiolesi, fu vicario di tutta la Lunigiana per Arrigo imperatore: poi nominato da lui signor di Gaddo e Montechiaro in Piemonte; e nel 1331 luogotenente di Giovanni re di Boemia in Pistoia per distaccarla da' Fiorentini.
Si può argomentar facilmente che que' giovani Ghibellini, che da Firenze venivano in aiuto del Vergiolesi, per poco tempo rimanessero prigionieri a Bologna, come coloro che i più appartenevano alle primarie famiglie di Firenze, con la qual città Bologna allora aveva stretta alleanza.
[pg!300] Quanto alla storia della Pia, abbiamo consultato i documenti sanesi, pubblicati da B. Aquarone. Siena per F. Gati, 1865.
Ci rimane ora a parlare di messer Cino. E a brevi tratti ne continuiamo la vita, perchè anche fra 'l popolo sia più noto, di quel che non è, l'ingegno ed il merito di sì gran cittadino. Già abbiamo detto con qual nobil proposito si era recato a Milano. Colà, o forse a Chambery reduce da Losanna ove potè aver visitato l'imperatore, assunse l'ufficio d'assessore di Lodovico di Savoia. Questi, costituito senatore romano da papa Clemente V, che sulle prime favoreggiò la calata in Italia dell'imperatore; con altri ambasciatori imperiali veniva appunto di quel tempo in Firenze per disporlo, benchè indarno, a far buona accoglienza ad Arrigo; sarebbe poi passato a Roma con 500 cavalli a prepararvi per esso la solenne incoronazione. Cino allora doveva esser con lui, di poco avendolo preceduto nel passaggio dell'Appennino per fermarsi alla Sambuca.
Frattanto l'imperatore movendo di Svizzera con pochi cavalli, passò la montagna per le terre di suo cognato Amedeo V, conte di Savoia, senz'armi perchè il paese era sicuro. Amedeo che era andato incontro ad Arrigo, e lo aveva festeggiato con regia pompa a Chambery, lo accompagnò in Italia con molto stuolo de' suoi gentiluomini. Amedeo, Filippo e Lodovico di Savoia erano tutti per lui.
Quali si fossero le eminenti virtù di Amedeo, il cui nome fu tramandato ai posteri col titolo digrande, basta consultare il conte Cibrario, l'illustre storico di Casa Savoia, e sapremo com'egli fu in continua guerra con vari principi di qua e di là dall'alpi per mantenere integri i diritti del principato, per lui accresciuto di nuovi acquisti nel Genovese, in Savoia, e nel Piemonte; sì, che narra una cronaca, che egli si trovasse a trentacinque assedi. Allo spirito marziale aggiunse ingegno colto e gentile. Viaggiò più volte in Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra. In Italia visitò la Toscana, e per tre volte Roma, perchè amantissimo e protettore delle arti belle. Nè minor celebrità si acquistò nelle cose civili. Diminuì le contese di famiglia, e i contrasti di successione sì frequenti [pg!301] a' suoi tempi; e fu il primo che dettasse una legge di successione con ordine di primogenitura fra i maschi ad esclusione delle femmine. Organizzò e concentrò i poteri dello Stato; favorì i Comuni, e abbassò l'alterigia de' baroni, per unificare e fondere insieme genti varie e divise, favorendo così l'industria, il commercio e la generale prosperità.
Ma fra tante nobili imprese, bella e memorabile è la parte che sostenne presso di Arrigo. Narran gli storici che, giunto l'imperatore ove dall'alto del Moncenisio s'incomincia a scorger l'Italia, inginocchiatosi, ad alta voce pregò Dio che lo serbasse illeso fra la rabbia de' Guelfi e de' Ghibellini. Il che udendo Amedeo, disse ad Arrigo, che in pro dell'Italia il miglior consiglio era quello di non favorire più l'una parte che l'altra, ma soffocare gli odi e gli sdegni, e ogni seme di discordia fra gli estremi partiti. Nobil proposito, che nella dinastia di Savoia perdurò sempre fino ai dì nostri, ne' quali ebbe in sorte di vederne i salutevoli effetti. La qual dinastia dappoichè cominciò a regnare, adopratasi per tanti secoli col senno e con la mano a farsi potente e gloriosa, e favorire la causa nazionale, bene oggimai dal voto unanime della nazione potè meritarne col supremo potere la debita ricompensa. E meglio per Arrigo e per lo scopo propostosi, se, giusta l'avviso d'Amedeo di Savoia, giunto in Italia non avesse fatto altro che metter pace fra le divise città! Ma gittatosi troppo dal partito de' Ghibellini, da' quali accettò protezione e danari, ebbe dai Guelfi odio implacabile, e forse anche la morte!
Messer Cino, dopo la mala accoglienza avuta con l'imperiale ambasceria a Firenze; dopo le vicende tumultuose di Roma, e dentro breve termine dopo la morte dell'imperatore a Buonconvento, non è a dir quanta doglia in quel core caldissimo d'amor patrio dovè provare, di già esacerbato per la perdita di Selvaggia! Dell'una e dell'altra ne pianse in versi e per lettere con gli amici i più intimi. In prima con Dante suo per ambedue le cagioni: e con lui amicissimo continuò la corrispondenza nell'esilio: come ne attesta una lettera latina di Dante a Cino, ritrovata dall'illustre dantofilo Witte, con questa direzione: «All'Esule Pistoiese il Fiorentino [pg!302] immeritatamente sbandito, per lunghi anni salute, e ardore di perpetua carità;» e dove a confortarlo per le uguali sciagure, conchiude: «Io ti esorto, fratello carissimo, ad esser paziente contro i dardi di Nemesi.» Scrisse a Messer Guido Novello una bella canzone in morte di Arrigo; poi per Selvaggia ad Agaton Drusi di Pisa; all'amato Gherarduccio Garisendi da Bologna, a Cecco d'Ascoli, e ad Onesto Bolognese.
Ma è però vero che la sventura, come avviene ne' nobili spiriti, non sol non l'affranse, ma potè ritemprarlo di vigoria, e di novelle forze intellettive: e per esse, e nel pensiero della donna sua (perchè di rado incontra che uomini di gran cuore e d'ingegno non abbiano avuto nella sventura una pia immagine di donna a confortarli) s'accrebbe in Cino la brama che Selvaggia gli aveva ispirato, quella, cioè, com'ei disse, diseguir l'alto stato. Da quel tempo infatti ei cercò l'unico e il più nobil conforto ne' suoi studi di legge.
Secondo il suo dotto biografo il professore Sebastiano Ciampi, già fino dal 1312 aveva posto mano al celebreCommento su i nove libri del Codice; e già nel luglio del 1314, compiuto con mirabile speditezza sì dotto lavoro, e insignito della laurea dottorale, per quest'opera principalmente fu dichiarato il più illustre giureconsulto dell'età sua. Scrisse inoltre leAddizioni all'Inforziato, e ad altri libri di gius imperialesulle successioni ab intestato: e infine altra opera non meno elaboratasul Digesto vecchio, composta in appresso per uso de' suoi scolari. Delle quali opere, non che delle Rime, tanta stima in ogni tempo fu fatta, che si pubblicarono varie edizioni11.
[pg!303] Nel Commento, com'egli stesso se ne dichiara, mirò a raccoglier quanto di meglio era stato esposto dai glossatori di legge, con la maggior brevità, e con novità di metodo e di dottrina. Sicchè a ragione può dirsi che in Italia, poichè fu ripresa l'antico studio della romana giurisprudenza, niuno degl'interpreti della prima scuola da Irnerio sino all'Accursio, e da questo al celebre Bartolo, sia stato superiore al Sinibuldi per la intelligenza ed esposizione delle leggi romane. Negletto infatti l'antico sistema speculativo, con modo analitico procurò dapprima di rintracciar la ragione e lo spirito della legge: sottopose quindi ad un critico esame, e sciolse le proposte obbiezioni sia degli antichi che de' suoi tempi, e quelle pure di Dino stesso che gli fu maestro, dal quale talora dissente. Sono infine nel suo Commento le prime linee d'un corso di giurisprudenza, cui alla filosofia e alla critica vada congiunta tutta la erudizione de' tempi suoi, senza che l'aridità della materia abbia vinto o corrotto lo stile, apparendo anzi quel suo latino fluido e dignitoso, e alcuna volta elegante.
A questi pregi che onoran l'ingegno dello scrittore, sono da aggiungere pur quelli non meno stimabili, derivati dalla mitezza della sua indole. Perchè, come costa dal suo Commento, fu nimicissimo della disputa e d'ogni passion personale. Odiò quella ch'ei chiama immortalità delle liti, quella [pg!304] lungaggine, cioè, alimentata dall'avarizia e venalità dei curiali; e nel dubbio stette sempre a' principii della sana morale.
In politica Ghibellino, come abbiam detto, riprovò gli eccessi del suo stesso partito. La sua opinione sul papa e sull'imperatore, e sui loro distinti e particolari poteri, si riassume in queste parole del suo Commento, lib. 1, tit. 1: «A Deo procedit imperium et sacerdotium. Ergo temporaliter sub imperio omnes populi omnesque reges sunt, sicut sub papa sunt spiritualiter.» La stessa opinione di Dante amico suo, e legato con lui ne' medesimi intenti.
Non è meraviglia pertanto se per tanti e sì rari meriti, che rivelò poi ampiamente nei suoi scritti di gius civile, fosse riverito come l'oracolo del tempo suo; e anco ne' secoli appresso, nella Germania come in Italia, la sua autorità fosse consultata, e avuta in pregio pur sempre.
Non appena infatti si divulgò la sapienza del Commento del Sinibuldi, che molte Università lo dimandarono fra' loro lettori. E dapprima, dal 1318 lesse per tre anni all'Università di Trevigi. Quindi dal 1323 al 26 lesse in quella di Siena, dov'ebbe a colleghi Andrea da Pisa e Federigo Petrucci, e leggevano in medicina Gentile da Foligno e Braccino da Pistoia. Ma la sua maggior gloria gli venne dalla lettura ch'ei fece alla Università di Perugia: sempre d'Ordinaria e Straordinaria civile, e non mai di legge canonica, come per errore fu detto. Gli derivò questa gloria da un insolito concorso di uditori, e dallo avervi avuto scolare il celebre Bartolo. Firenze infine nel 1334 lo appellava fra le sue mura, ove pure ebbe cattedra di leggi civili, essendogli collega nelle canoniche il dott. Recupero da S. Miniato. Fu in quest'anno che nominato gonfaloniere della città di Pistoia, a cagion della cattedra non potè accettare.
Nel 1336 tornato alla sua terra natale, dove sperava un riposo alla grave età, e alle lunghe e dotte fatiche, infermatosi gravemente, ai 23 dicembre di detto anno provvide con suo testamento alla moglie, che fu Margherita di Lanfranco degli Ughi pistoiese, e alle figlie, Diamante, Beatrice, Giovanna, e Lombarduccia: e lasciato erede universale il nepote [pg!305] Francesco, figlio di Mino suo, che gli era premorto, nel giorno veniente passò da questa vita.12
La sua morte fu onorata di compianto dall'istesso illustre suo ammiratore e imitatore, il Petrarca, in quel Sonetto:
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,. . . . . . . . . . . .Poichè il nostro amoroso messer Cino,Novellamente s'è da noi partito.
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,. . . . . . . . . . . .Poichè il nostro amoroso messer Cino,Novellamente s'è da noi partito.
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
. . . . . . . . . . . .
Poichè il nostro amoroso messer Cino,
Novellamente s'è da noi partito.
E in altro lo immaginò nella terza sfera insieme a Dante: e nel Trionfo d'Amore lo ricordò con Selvaggia, insieme a Dante e Beatrice, con quei versi che abbiam posto per titolo al principio di questo racconto.
Ecco Dante e Beatrice, ecco SelvaggiaEcco Cin da Pistoia; . . . .
Ecco Dante e Beatrice, ecco SelvaggiaEcco Cin da Pistoia; . . . .
Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia
Ecco Cin da Pistoia; . . . .
Ecco Cin da Pistoia; . . . .
Lo stesso Boccaccio «terzo fra cotanto senno» volle onorare il nostro messer Cino in un Sonetto in morte del Petrarca, ponendolo in schiera con gli altri poeti d'amore, allorchè disse:
Or con Sennuccio, con Cino e con DanteVivi sicuro d'eterno riposo.
Or con Sennuccio, con Cino e con DanteVivi sicuro d'eterno riposo.
Or con Sennuccio, con Cino e con Dante
Vivi sicuro d'eterno riposo.
Quel giorno fu per Pistoia pubblico lutto; e con le più solenni esequie che a sì gran cittadino si convenissero, ebbe, com'ei bramò, in cattedrale onorevole sepoltura. Quindi per decreto del Comune, e per opera dello scultore Cellino di Nese da Siena, gli fu eretto l'anno dopo nel detto tempio un magnifico cenotafio marmoreo. E in questo monumento lo scultore rappresentando, in piccole figure in rilievo, Cino in cattedra fra' suoi scolari insegnante diritto civile, con gentile pensiero, a far compiuta la sua apoteosi, raffigurava da un lato una donna che, da alcuni creduta la poesia, da altri non senza ragione fu reputata Selvaggia; la ispiratrice, com'ei disse, della sua mente «a odiare il vile e seguir l'alto stato.»
[pg!306] Però mentre oggi ogni provincia d'Italia con nobile emulazione innalza monumenti a' suoi figli più celebri; a chi meglio che a Cino dei Sinibuldi si converrebbe una statua? Degnamente opiniamo sarebbe innalzata a colui, che fu grande amatore della patria, maestro dell'italico idioma e del bel poetare; che congiunse con raro esempio le amene lettere alle severe discipline della giurisprudenza, ed ebbe fama sì pura e sì universale.
Note[1]Vannucci,I primi tempi della libertà fiorentina.[2]Estratta dal Codice 1118 Riccardiano, che contiene una raccolta delle poesie di Cino.[3]Di Sovana nella maremma senese.[4]La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora fu avuta per certa generalmente, e la credè lo stesso Alighieri:«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,Non la tua conversion, ma quella doteChe da te prese il primo ricco patre!»——Dante,Inferno, C. XIX.[5]Denina,Rivoluzione d'Italia.[6]Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perchè ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.[7]V. Arferuoli,Storie pistoiesiM. S.[8]«Salsi colui che, inanellata pria,Disposata m'avea con la sua gemma.»——Dante,Purgatorio, C. V.[9]Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece edificare quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le ville di Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di Castel-Martini, e la magnifica della Magia; tutte nel circondario pistoiese. Morì nel 1322.Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi, descritta da Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)[10]Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico e Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia de' Gambacorti di Pisa.Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia, esistenti presso di essa. Notizie biografiche diPorzia de Rossipubblicate daGiuseppe Tigriper le NozzeDe RossieRucellai, Pistoia 1871.[11]Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa, se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno è quello della città di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della Magliabechiana di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima è quella di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei canonici della cattedrale di Lucca: poi quella di Venezia del 1493, che è fra i libri della Palatina di Firenze. Quella edita e illustrata dal Cisnero a Francoforte sul Meno nel 1578 reputata delle più belle. È ricordata dall'Ughelli un'edizione con chiose delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto vecchio l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa e più antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia, nella sua completaBiblioteca Pistoiese, che con tanto studio e grande amore ha raccolto.Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza ricordar quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre edizioni su i primi di questo secolo, riscontrate su molti Codici (de' quali si noverano fino a quattordici), e pubblicate per cura del professore Sebastiano Ciampi: la terza delle quali, la più completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con un dotto discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere dell'autore. Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con cenni sulla vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi Barbera 1862 ordinata con molta critica, insieme ad altre del secolo XIV, dal professore Giosuè Carducci.[12]La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.
[1]Vannucci,I primi tempi della libertà fiorentina.[2]Estratta dal Codice 1118 Riccardiano, che contiene una raccolta delle poesie di Cino.[3]Di Sovana nella maremma senese.[4]La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora fu avuta per certa generalmente, e la credè lo stesso Alighieri:«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,Non la tua conversion, ma quella doteChe da te prese il primo ricco patre!»——Dante,Inferno, C. XIX.[5]Denina,Rivoluzione d'Italia.[6]Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perchè ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.[7]V. Arferuoli,Storie pistoiesiM. S.[8]«Salsi colui che, inanellata pria,Disposata m'avea con la sua gemma.»——Dante,Purgatorio, C. V.[9]Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece edificare quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le ville di Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di Castel-Martini, e la magnifica della Magia; tutte nel circondario pistoiese. Morì nel 1322.Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi, descritta da Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)[10]Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico e Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia de' Gambacorti di Pisa.Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia, esistenti presso di essa. Notizie biografiche diPorzia de Rossipubblicate daGiuseppe Tigriper le NozzeDe RossieRucellai, Pistoia 1871.[11]Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa, se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno è quello della città di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della Magliabechiana di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima è quella di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei canonici della cattedrale di Lucca: poi quella di Venezia del 1493, che è fra i libri della Palatina di Firenze. Quella edita e illustrata dal Cisnero a Francoforte sul Meno nel 1578 reputata delle più belle. È ricordata dall'Ughelli un'edizione con chiose delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto vecchio l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa e più antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia, nella sua completaBiblioteca Pistoiese, che con tanto studio e grande amore ha raccolto.Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza ricordar quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre edizioni su i primi di questo secolo, riscontrate su molti Codici (de' quali si noverano fino a quattordici), e pubblicate per cura del professore Sebastiano Ciampi: la terza delle quali, la più completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con un dotto discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere dell'autore. Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con cenni sulla vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi Barbera 1862 ordinata con molta critica, insieme ad altre del secolo XIV, dal professore Giosuè Carducci.[12]La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.
[1]Vannucci,I primi tempi della libertà fiorentina.[2]Estratta dal Codice 1118 Riccardiano, che contiene una raccolta delle poesie di Cino.[3]Di Sovana nella maremma senese.[4]La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora fu avuta per certa generalmente, e la credè lo stesso Alighieri:«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,Non la tua conversion, ma quella doteChe da te prese il primo ricco patre!»——Dante,Inferno, C. XIX.[5]Denina,Rivoluzione d'Italia.[6]Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perchè ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.[7]V. Arferuoli,Storie pistoiesiM. S.[8]«Salsi colui che, inanellata pria,Disposata m'avea con la sua gemma.»——Dante,Purgatorio, C. V.[9]Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece edificare quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le ville di Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di Castel-Martini, e la magnifica della Magia; tutte nel circondario pistoiese. Morì nel 1322.Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi, descritta da Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)[10]Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico e Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia de' Gambacorti di Pisa.Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia, esistenti presso di essa. Notizie biografiche diPorzia de Rossipubblicate daGiuseppe Tigriper le NozzeDe RossieRucellai, Pistoia 1871.[11]Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa, se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno è quello della città di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della Magliabechiana di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima è quella di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei canonici della cattedrale di Lucca: poi quella di Venezia del 1493, che è fra i libri della Palatina di Firenze. Quella edita e illustrata dal Cisnero a Francoforte sul Meno nel 1578 reputata delle più belle. È ricordata dall'Ughelli un'edizione con chiose delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto vecchio l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa e più antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia, nella sua completaBiblioteca Pistoiese, che con tanto studio e grande amore ha raccolto.Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza ricordar quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre edizioni su i primi di questo secolo, riscontrate su molti Codici (de' quali si noverano fino a quattordici), e pubblicate per cura del professore Sebastiano Ciampi: la terza delle quali, la più completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con un dotto discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere dell'autore. Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con cenni sulla vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi Barbera 1862 ordinata con molta critica, insieme ad altre del secolo XIV, dal professore Giosuè Carducci.[12]La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.
Vannucci,I primi tempi della libertà fiorentina.
Estratta dal Codice 1118 Riccardiano, che contiene una raccolta delle poesie di Cino.
Di Sovana nella maremma senese.
La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora fu avuta per certa generalmente, e la credè lo stesso Alighieri:
«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,Non la tua conversion, ma quella doteChe da te prese il primo ricco patre!»——Dante,Inferno, C. XIX.
«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,Non la tua conversion, ma quella doteChe da te prese il primo ricco patre!»——Dante,Inferno, C. XIX.
«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
Non la tua conversion, ma quella dote
Che da te prese il primo ricco patre!»
——Dante,Inferno, C. XIX.
——Dante,Inferno, C. XIX.
Denina,Rivoluzione d'Italia.
Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perchè ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.
V. Arferuoli,Storie pistoiesiM. S.
«Salsi colui che, inanellata pria,Disposata m'avea con la sua gemma.»——Dante,Purgatorio, C. V.
«Salsi colui che, inanellata pria,
Disposata m'avea con la sua gemma.»
——Dante,Purgatorio, C. V.
——Dante,Purgatorio, C. V.
Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece edificare quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le ville di Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di Castel-Martini, e la magnifica della Magia; tutte nel circondario pistoiese. Morì nel 1322.
Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi, descritta da Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)
Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico e Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia de' Gambacorti di Pisa.
Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia, esistenti presso di essa. Notizie biografiche diPorzia de Rossipubblicate daGiuseppe Tigriper le NozzeDe RossieRucellai, Pistoia 1871.
Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa, se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno è quello della città di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della Magliabechiana di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima è quella di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei canonici della cattedrale di Lucca: poi quella di Venezia del 1493, che è fra i libri della Palatina di Firenze. Quella edita e illustrata dal Cisnero a Francoforte sul Meno nel 1578 reputata delle più belle. È ricordata dall'Ughelli un'edizione con chiose delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto vecchio l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa e più antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia, nella sua completaBiblioteca Pistoiese, che con tanto studio e grande amore ha raccolto.
Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza ricordar quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre edizioni su i primi di questo secolo, riscontrate su molti Codici (de' quali si noverano fino a quattordici), e pubblicate per cura del professore Sebastiano Ciampi: la terza delle quali, la più completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con un dotto discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere dell'autore. Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con cenni sulla vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi Barbera 1862 ordinata con molta critica, insieme ad altre del secolo XIV, dal professore Giosuè Carducci.
La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SELVAGGIA DE' VERGIOLESI ***