CAPITOLO VIII.La voce di sotterra.
Partita Semiramide dalla sala del convito, il re d'Armenia fu condotto nelle sue stanze dal cerimoniere di corte e da un drappello di giovani, che recavano faci per rischiarargli il cammino. Erano quelle stanze in un'ala lontana del palazzo, nei quartieri assegnati ai regali ospiti di Babilonia.
Colà giunto, Ara dimandò d'esser lasciato solo, ricusando gli uffizi dei servi, che erano posti a' suoi cenni. Egli aveva mestieri di raccogliersi, di ordinare i suoi pensieri confusi. E cotesto era pur necessario, dopo tanta varietà di strane venture, che gli facean creder quasi d'essere stato in balìa d'un sogno bizzarro. L'arrivo suo in Babilonia, il tempio di Militta Zarpanit, la bella sconosciuta, i felici amori suggellati da un sacro giuramento, la donna diletta poco stante ravvisata sotto spoglie regali, il fasto della corte, le grandi accoglienze, quel misto di fragranze e di voluttà, di splendori e di ebbrezze, ond'era stato ricinto, abbagliato e compreso, siccome un dio da una nuvola d'incensi, lo avevano trattofuori di sè, gli avevano annebbiato l'intelletto, lo facevano dubitare, fremere, esultare, venir manco, quasi sentisse fallir sotto i piedi il terreno.
E invero, non aveva egli argomento di smarrir la ragione? Egli, il giovine re di poca terra tra i monti, sceso in Babilonia a tributo, egli conquistatore inconsapevole del più prezioso tesoro che al mondo fosse! Egli, venuto così a malincuore, con l'amarezza d'un triste ricordo nell'anima, egli in un giorno, in un'ora, amante riamato di quella regina, che pur dianzi abborriva! Così era; così aveva voluto il destino; ed egli, non pure lo ringraziava in cuor suo, ma temeva non fosse che un sogno, quella felicità di rapidi eventi, e implorava dagli Dei di non aversi a ridestare mai più. Donna celeste, e veramente nata di Dea, com'era ella mal giudicata da tutti! Ah, la gioventù è cieca, non sa di quanto lievi apparenze si vesta la menzogna, e porge troppo facile orecchio alle stolte voci del volgo. S'invidia, si odia e si calunnia così facilmente tutto ciò che sta in alto! In quella guisa che il fango calpestato schizza sulle vesti del viandante, la moltitudine, che striscia a terra, largisce ai grandi le colpe, i vizi, ond'è contaminata ella stessa.
Povera donna! Perchè ella era bellissima, in eccelso stato, buona e cortese, come tutte le anime grandi, sazia forse d'obbedienza e desiderosa di affetto, i vanagloriosi, gl'impronti, i profani sognatori di stragrandi fortune, avevano aguzzate fino a lei le cupide brame; e, respinti da lei, perchè una donna d'alto sentire conosce l'amor mentito e fuggevole così facilmente come il vero e profondo, s'erano riscattati delle altere ripulse, gittandole il loro fango sulle candide vesti. Egli è così facile infamare una donna! Non è ella tutta quanta nella vita del cuore? Nel cuore si può meglio, si deesoltanto ferirla. È donna; dunque impudica. È regina; dunque sanguinaria e crudele.
Povera Semiram! Lo aveva detto ella stessa, ed Ara ben ricordava le sue parole: «Nessuno amò la povera regina, nessuno! Ella è sola, si sente sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare. Ognuno in lei vede e desidera la regina; nessuno ha amata la donna».
Ed ora questa donna, che finalmente avea trovato chi meritasse l'amor suo, di quali cose aveva ella a conferire con lui? Gravi cose, avea detto; ma ve n'erano forse di tali, che non fossero quelle dell'amor loro? No certo, e pensandoci meglio, e meditando le ultime parole di lei, parve ad Ara di aver colto nel segno. E così in nube egli vedeva la sua diletta Armavir rappicciolirsi man mano, allontanarsi nel fondo e sparire. La sua Armenia, il reame con tanta cura e con tanto sangue difeso dalla cupidigia degli Accad e dalle correrie dei cavalieri Turani, doveva cadere per tal guisa in balìa de' suoi vecchi nemici? Egli, il pronipote di Aìco, avrebbe lasciata la sua piccola, ma nobile reggia tra i monti dell'Ararat, per salire sul trono di Nemrod? A cotesto intendevano le parole di Semiramide; cotesto traspariva dagli occhi, era voluto dalla potenza medesima dell'amor suo.
Ma, per contro, non c'era egli altra via? In cambio d'innalzarlo a sè, non potea la regina discendere a lui? Ninia era un adolescente: ma a qual principe ha mai fatto ostacolo l'età giovanile, per cinger corona di re? E Semiramide, fatta grande dalle nobili arti del regno, non sarebb'ella diventata grandissima, celebrata in tutte le età future, per alto esempio di amore, al cui cospetto impallidiscono e sfumano i gaudii del potere, i sogni dell'ambizione? Piccolo era il popoloaicàno, ma forte, ed egli, confortato dall'amore di quella donna, fatta compagna delle sue sorti, non dubitava di poterlo condurre animoso sul cammino della vittoria e di dare all'amata un nuovo regno, che nulla invidiasse all'antico.
In queste dubbiezze, in questi sogni dell'anima amante, si stava il giovane Ara; nè sempre pensando, imperocchè talfiata il pensiero ama posarsi e dormire, mentre gli occhi son desti, e vagano intorno, vedendo, senza guardare, o guardando, senza vedere.
Un mite chiarore si diffondeva per la camera dai lucignoli d'una gran lampada di rame, che pendea dal soffitto, illuminando le storiate pareti. Tenui fragranze di eletti aromi vaporavano da bracieri d'argento, collocati negli angoli. Poco lunge era il letto, sormontato da un sopraccielo di porpora e coperto d'una coltre, la cui lana era di cammello non nato. Ma rifuggendo ancora dal sonno, il re d'Armenia se ne rimaneva seduto sopra un lettuccio di morbidi guanciali, di contro al monopodio di cedro, il cui piede era bizzarramente intagliato, e la tonda lastra si nascondeva sotto uno di que' tappeti, vagamente intessuti, che mandava a Babilonia l'arte famosa di Tiro e di Sidone. Su quel tappeto era posata una lucernuzza da mano, e poco discosto da quella un rotolo di papiro, collocato per modo da attirare lo sguardo.
E tuttavia, il giovine Ara, così sovra pensieri com'era, non ci aveva anche badato. Più e più volte i suoi occhi s'erano volti a quel rotolo, ma senza che l'animo lo avvertisse del pari. Senonchè, in uno di quegli intervalli che l'innamorato garzone metteva nelle sue fantasticherie, gli occhi posarono tanto sul misterioso involucro, da destare la sua attenzione, e finalmente la sua curiosità.
Rimase un tratto dubbioso a guatarlo; indi stese la mano e lo afferrò, in quella che si accostava alla fiamma della lucerna, per considerarlo più da vicino. Un suggello di argilla rossa chiudeva il margine del foglio, e in quel suggello si vedeva l'impronta d'un cigno. Un brivido gli corse, a quella vista, per l'ossa. Il cigno era l'emblema consueto di Sandi, del soave cantore, amico dell'anima, compagno fedele della sua giovinezza.
Che voleva dir ciò? Un senso d'angoscia ineffabile penetrò il cuore del giovane, e una voce arcana gli bisbigliò nel profondo che in quel rotolo suggellato si chiudevano le sorti della sua vita.
Sandi! Che voleva in quell'ora l'estinto da lui? Veniva forse a rimproverarlo di qualche suo mancamento verso la memoria dell'amico? Egli per fermo non lo aveva dimenticato; ma doveva egli altresì chiudere ad ogni affetto il suo cuore? E perchè il triste fantasma veniva egli a turbargli il suo primo giorno di gioia?
Ma forse la presenza di quel ricordevole emblema altro non era che un giuoco del caso. Ara lo sperò e ruppe avidamente il suggello.
Pochi versi di scritto, ne' caratteri accadii, allora comuni alle genti della pianura e della montagna, si leggevano sulla interna faccia del papiro, i primi nereggianti e visibili, gli altri man mano più incerti e sbiaditi.
Ed ecco ciò che Ara vi lesse:
«Tu ami e credi di essere amato. Ora, vuoi tu conoscere il vero? Sandi, il tuo Sandi, te lo dirà egli stesso, pur che tu il voglia. La gran luce ti aspetta. Ma bada, per giungere ad essa, v'hanno terribili prove a sormontare, fatte soltanto per animi forti.
«Hai tu ardire? Hai tu sete di verità? Ricordi tul'antica amicizia? Davanti a te, a' piedi della parete che reca scolpita l'immagine del leone alato, si apre un vuoto, che ti guiderà fino a me. Pensa e risolvi.»
Null'altro si leggeva nel foglio. Soltanto seguivano alcuni segni scoloriti, che ad Ara non venne dato d'intendere. Da que' segni, gli occhi del re d'Armenia corsero alla parete. Il leone alato vi si vedeva scolpito sopra una tavola di alabastro dipinto, e pareva guardarlo, co' suoi occhi di smalto. Un sudor freddo gli corse a quella vista per l'ossa, e le chiome gli si rizzarono sulla fronte.
Senonchè, a' piedi della parete si vedeva il pavimento liscio e lucente, senza alcun segno che indicasse una apertura sotterranea. Il re d'Armenia balzò in piedi, corse laggiù e guatò lungamente il suolo, ma invano. Tornò allora al lume della lucerna e si fece a legger da capo il papiro. Un altro verso di scritto era apparso nel foglio.
«La botola è aperta; mettivi il piede, animoso....»
Ara tornò a guardare. E appunto allora gli venne udito un rumor sordo, un cigolìo come di serrami smossi. E tosto una cateratta si aperse, discese, e una buca spalancata si mostrò nel pavimento.
Il re d'Armenia era prode tra i prodi; ma quello spettacolo, e dopo quella lettura, non era tale da lasciarlo tranquillo. Tuttavia, non apparve inferiore al suo nome. Vi hanno uomini che il pericolo imminente, non che abbattere, rinvigorisce. Un nemico ignoto e invisibile? Un agguato? Suvvia! egli è dei valorosi il farsi innanzi, checchè avvenga, e solamente a conforto della propria dignità. Mancano gli spettatori; che importa? La coscienza del prode non è ella presente a sè stessa?
Ritto, immobile, cogli occhi sbarrati, rimase un tratto, guardando da lunge la buca; indi, come trascinato da una arcana virtù, mosse a quella volta, si affacciò in sull'orlo e cacciò lo sguardo avido nel profondo.
Un pozzo di scale gli venne veduto là dentro. Si scorgevano i larghi gradini di mattoni scender giù ad un pianerottolo, donde un altro braccio si partiva, voltando ad angolo retto; ed altri man mano andavano in giù digradanti, la cui sequela si perdeva nel buio. Nessun rumore di passi, od altro simigliante, giunse all'orecchio del giovine; tutto era silenzio in quel baratro; solo un alito, un senso lievissimo, quasi un odor di frescura, venne di là dentro a sfiorargli la guancia, come per dirgli che quello non era un sepolcro e che l'aria respirabile non vi faceva difetto.
Senonchè, era opera di uomini o di spiriti ignoti, quella via che gli si parava dinanzi? D'uomini forse, pensò Ara in cuor suo. E tornato prestamente alla tavola di bronzo, afferrò il suo coltello dalla fulgida lama, che già aveva deposto, e lo rimise alla cintola.
Frattanto, gli occhi suoi correvano da capo al misterioso papiro. Altri versi di scritto nereggiavano, dal mezzo insino al piè della pagina. Il re d'Armenia non lesse, divorò i nuovi caratteri, che gli offriva lo scrittore invisibile.
«.... scendi; quanto più scenderai, tanto più sarai innalzato alla conoscenza del vero.
«Odi una triste istoria. È già gran tempo che due purissimi spiriti, inviati da Dio a spargere la sua luce sulla terra di Sennaar, dimenticarono qui, per l'amore di una figlia di Babilu, il loro celeste mandato. L'ingannatrice strappò dal labbro di quegli illusi il motto d'entrata alle eterne dimore, dov'ella fu pronta a sollevarsi in lor vece.
«Però il santo Iddio li punì, confinandoli in una chiostra profonda, sotto la torre delle sette sfere. Colà vivono in tenebre fitte; colà rimarranno, sospesi per le ciglia, fino al dì del perdono.
«Pari a costoro è il tuo Sandi. Qui sta dolorando il suo spirito, sotto la medesima terra ov'egli ha amato e pianto, sotto le medesime acque in cui ha trovato la morte. Respingerai tu l'invocazione di un'anima, la quale non attende che te? Vorrai tu essere maledetto in eterno?»
— Ah no! — proruppe Ara, gittando il foglio e correndo alla botola. — Chiunque tu sia, spirito immortale o astuto ingannatore, eccomi a te! Dovess'io lottare col negro fantasma di Nemrod, son pronto. Aìco, fortissimo Aìco, proteggi invocato il tuo sangue! —
E si cacciò entro la botola, giù per la segreta scalèa, da prima con passo veloce, soccorrendogli il lume che pioveva dalla sovrastante apertura, quindi man mano più tardo, poichè la luce veniva scemando sempre più, ad ogni svolta di scale.
Del resto, anco quel fioco raggio gli venne meno ben tosto. Un cigolìo si fe' udire alle sue spalle, indi un fragore, un urto, quasi di pietra con pietra. La cateratta si richiudeva su lui. Il re d'Armenia era come sepolto in quel baratro.
Nè di cotesto gli dolse, quantunque il richiudersi della cateratta, togliendogli ogni speranza di ritorno, gli dicesse tutta la gravità del pericolo. Il dado ormai era tratto. Non lo aveva egli forse voluto?
Brancolando con le palme distese lunghesso le mura, proseguì allora il cammino e potè sincerarsi che le scale giravano a pozzo, coi loro ripiani tutti ad uguali distanze. Però, abbastanza spedito, siccome gli veniva fatto, procedendo tentoni, andava egli allo ingiù, null'altroudendo che il rumor dei suoi passi, sordamente ripercosso nel vuoto. E nello scendere, gli ricorrevano al pensiero i lieti splendori del convito, gli sguardi amorosi della regina, tutte le allegrezze di poche ore addietro, finite così malamente per lui, in quel buio, in quel silenzio di tomba.
Per altro, seguitando egli a calare nel cieco abisso, incominciò ad udire un suono lontano, come un susurro, un mormorio dal profondo. Da principio, gli parve inganno dei sensi; ma il suono si faceva più distinto; nè egli poteva intendere che fosse, poichè di voci umane non gli pareva certamente. In quel mezzo anche un po' d'aria manco soffocata era venuta a soffiargli sul viso. Certo ella spirava da fori aperti nello spessore dei muri. Intanto il suono cresceva, cresceva, sordo, fragoroso, fiottante; indi, da sotto che egli l'udiva, incominciò a farglisi sentire di fianco, e poscia sul capo, a grado a grado men forte, mutato in brontolìo sommesso, fino a tanto si tacque del tutto, lasciando il giovine Ara nel sepolcrale silenzio di prima.
Egli argomentò che quel fragor d'acque scorrenti venisse dall'Eufrate vicino, e che, mettendo la scala sotto il gran fiume, la incognita meta del suo tenebroso viaggio non dovesse ormai esser lunge. Nè male erasi apposto nel suo giudizio. Diffatti, pochi istanti dopo, il pozzo delle scale finiva, ed egli, sempre attenendosi alla parete, conobbe di inoltrarsi sul piano, per un androne sterminato, in fondo al quale gli parve di scorgere un lieve barlume, simile a quello che precede, nelle fredde regioni, il sorgere di un nebbioso mattino.
Guidato da quel tenue filo di luce, il giovine studiò il passo per afferrare la meta. Ma, giunto colà, si avvide che il suo viaggio non era anche finito. L'androneriusciva ad una svolta, d'onde un più vasto sotterraneo gli si parò improvvisamente dinanzi.
Il chiarore là dentro appariva men fioco, ma incerto sempre, confuso, torbido di vapori, che davano sembianza di un denso fumo. Per altro, nessun senso di oppressura al petto, o di irritamento alle palpebre, accennava a cotesto; senonchè, per mezzo a quella nube immobile e fissa, tornava malagevole discerner la via a pochi passi più oltre.
Il re d'Armenia, abbacinato, ristette sotto il grand'arco dell'ingresso, che era sorretto da smisurati piloni. Doveva egli commettersi là dentro? Doveva egli dar volta? Prima di appigliarsi ad un partito, volle averne l'intiero, e con voce sonora, con accento deliberato, gridò:
— Ho io fallita la strada? —