CAPITOLO XI.Il fantasma.
Altro aggiunse, narrando, il savio che aveva tra mani il simbolico fiore del loto. Parlò della incarnazione di Visnù, che già era l'ottava, dopo la creazione del mondo. Egli era venuto (diceva), egli era venuto, il divino Paramatma, ossia l'anima dell'universo, nella prima ora del Cali yuga, che era la quarta età del mondo; egli era venuto, più dolce del miele e dell'amrita celeste, più puro dell'agnello senza macchia e del labbro d'una vergine; egli era uscito dal grembo della Devanaguy, ad aveva riconciliato Brama con la sua creatura. Un fremito sovranaturale aveva invaso l'aere ed il suolo; voci misteriose avevano dato l'annunzio ai santi eremiti nei boschi; i Gandarvi avevano fatto suonar l'etra di loro celestiali armonie; le acque del mare avevano esultato dai gorghi profondi; i venti si erano infusi di elette fragranze; al primo vagito di Crisna la natura aveva riconoscito il suo alto signore.
Così aveva proseguito il savio dal fiore di loto, e i due venerandi compagni avevano chiarito quanto ci fosse nelle sue parole di conforme alle loro istesse dottrine. Avevano inoltre notato come que' santi veri fosseroantichi di antichità sterminata, e come quell'ultima teogonia risalisse a mille e più anni addietro, fin oltre la medesima età che assegnavano alla lor torre delle lingue i sacerdoti degli Accad. Invero, quei superbi figli di Cus, venuti per mezzo alle arene del deserto sulla terra di Sennaar, poveri di storia, o dimentichi del loro passato, non avean fatto altro che accogliere le sparse leggende e i primi racconti degli Aria, confusi insieme con le oscure memorie dei nomadi figliuoli di Sem, per guastarne il senso arcano e far dell'impuro miscuglio un fondamento alla loro mostruosa idolatria. Ben più antica soggiungevano i tre savi velati essere la stirpe umana, che non la facessero i Casdim; la luce del vero esser dono d'Oriente, siccome la stessa luce del sole.
Dicevano; ma il giovine Ara, o non udiva già più i loro profondi ragionari, o molto confusamente li udiva, e senza coglierne il senso. In quella guisa che per vapori esalati sul far della sera dalla superficie d'un lago, s'ingombra di fitta caligine la silenziosa convalle, così a grado a grado, lentamente, erasi offuscato l'intelletto del giovine. Ammirato da prima, colto al fascino di quella grave parola, aveva seguito con avida cura il discorso del savio, siccome avrebbe ascoltato, là nella sua reggia d'Armavir, la canzone d'un poeta, o il racconto d'un ospite pellegrino, o un passo delle prime istorie di una stirpe, dal labbro d'uno scriba ossequente. Ma a poco a poco un'insolita stanchezza, un torpore, quasi un senso grave d'ebbrietà, gli eran venuti serpeggiando nelle fibre, gli avevano intorbidita la mente e prostrate le forze. Di tratto in tratto tentava riscuotersi; qua e là afferrava una frase, un concetto, ma senza potere altrimenti seguire nel suo corso il ragiomento dei tre venerandi. E quelle frasi, quei concetti slegati erano come faville, che guizzano e si disperdononel buio; passavano davanti agli occhi della sua mente e fuggivano.
Si avvidero i tre dello stato in cui era il re d'Armenia, e ad un lor cenno si fece innanzi il coppiere, profferendogli la tazza ospitale, colma d'un liquore verdognolo. Bevve egli avidamente a ripetuti sorsi e si sentì come rinascere. La bevanda avea grato sapore; dava senso di frescura alle fauci riarse, e, destandogli le forze languenti, gli snebbiava altresì l'intelletto. Così almeno a lui parve.
— Bevi: — gli diceva frattanto uno dei tre; — tu hai d'uopo di rinfrancarti le membra e lo spirito. Le prove ti riuscirono faticose e la parola del vero ti è tornata molesta....
— Non già! — si affrettò il re d'Armenia a rispondere. — Cara mi è giunta, come mi fu sempre caro di udire gl'insegnamenti dei savii. Le vostre parole, o venerandi, neppur mi vengono nuove del tutto; esse mi ricordano, sebbene alla lontana, cose già udite nella mia adolescenza, dal labbro di santissimi uomini, tra' miei monti natali.
— Il vero, — rispose quell'altro, — è come il sole; esso spande un raggio della sua luce dovunque. Del resto sono a noi congiunti di sangue gli Armeni, non già derivati dalle genti della pianura, come favoleggiano i Casdim. Questi vanagloriosi credono di aver essi popolata la terra, essi, gli ultimi venuti nel Sennaar, su questa foce del gran fiume ariano, che inonderà, fecondandolo, il mondo. Vogliono esser diga; saranno soverchiati e dispersi. Come Dio è uno e trino, così una e trina è la verità. Iran, Javan, Mesraim, il Gange, l'Arasse ed il Nilo, si collegano per abbattere la mostruosa possanza dei figli di Nemrod. La tua schiatta, o re, procede dal nobile ceppo degli Aria. Ilforte Aìco avrebbe egli dovuto pugnare contro l'esercito di Nemrod, se gli eroi dei due campi fossero stati del medesimo sangue? Disgiunti di famiglia e nemici allora, durano nemici pur sempre, e, quel che è peggio, non sono più pari, come allora, le forze. Troppo è divenuto possente il popolo di Kiprat Arbat e nella insperata felicità di sue sorti vagheggia ambizioso la padronanza del mondo. Ogni terra, felice di popolo, di naturali dovizie e di utili industrie; Tiro e Sidone, coi loro drappi di bisso, tinti nei vaghi colori della porpora; le isole del mar d'occidente, coi loro candidi marmi e col più meraviglioso candore delle bellissime schiave; Mesraim, co' suoi nobili aromi e coi finissimi lini; Ofir, con l'oro e col cedro; Bakdi, coi poderosi cammelli e colle gemme preziose; l'India lontana, con le sue molli lane variopinte e co' tenui veli intessuti d'argento; l'Armenia, co' suoi corsieri veloci come il soffio della tempesta: ecco le invidie, i desiderii, le cupidigie di questi ladroni. Nuotano essi nelle delizie, si sprofondano nelle voluttà, imperocchè li affida il genio guerresco di Semiramide, che rassodi le prime conquiste e ne faccia di nuove all'intorno, vuoi con aperte guerre, vuoi con infinite alleanze ed amicizie.... le quali pagan tributo.... —
Ara senti il colpo e chinò gli occhi a terra, senza risponder parola. Frattanto quell'altro proseguiva, incalzando.
— Ah, facil maestra d'inganni è costei! La sua bellezza, che, la mercè di arcani filtri, resiste alle ingiurie del tempo e sfida gli struggimenti delle protratte vigilie, è pari all'albero della morte, al cui meriggio posando, l'incauto pellegrino s'addormenta in eterno. Te pure, o generoso, ella ha colto ne' suoi lacci, come altri prima di te. Ma costoro negl'incantesimi suoi perdetterosolamente la vita: tu perderesti la vita in pari tempo e l'onore della tua fortissima schiatta. —
Udì le dure parole il re d'Armenia, e non ne prese sdegno, siccome qualche ora innanzi egli avrebbe pur fatto. Ma il dubbio, atroce dubbio, gli lacerava il cuore; ma la fede in quei tre uomini velati gli era cresciuta nell'anima. Infine non dovevano costoro, potenti sugli spiriti invisibili, dargli le chiare, le certe, le incontrastabili prove di tutto ciò che asserivano? Queste prove attendeva, a queste mirava, di null'altro gli importava in quel punto. E il capo gli ardeva; il sangue ribolliva nelle vene, gli martellava concitato alle tempie.
— Lasciamo di me! — gridò egli, che temeva, desiderava, e ad ogni modo, per quelle dirette allusioni del suo interlocutore, sentiva vicina la catastrofe. — Di lei, dell'amor suo, della fine di Sandi, io vi chiedo; non per altro son io disceso quaggiù. Perdonate, o venerandi, alla mia impazienza, alla mia soverchia cura di cose terrene; ora io non sono già più signore di me. Mi avete soffiato il dubbio nell'anima; mostratemi il vero; esso sarà sempre meno acerbo del dubbio. M'ingannò quella donna? E sia; svanirà il mio sogno, cadrà la mia corona nel sangue, morrà con me la stirpe d'Aìco.... Ma che io n'abbia le prove! Che il vero, l'amarissimo vero, mi si mostri in tutta la sua dolorosa pienezza!
— Tu lo vuoi, e sia! — disse il savio dal flore di loto. — Virtù dormenti della natura, idee madri di ciò che è, incancellabili parvenze di ciò che fu, ripigliate forma visibile davanti agli occhi del re. Gli sia mostrato da voi quanto egli ebbe di più caro sulla terra, e così vivamente, che i sensi di lui, offuscati finora dal dubbio, non ricusino più oltre la testimonianza del vero. Schiuditi, adunque, misteriosa cortina, che ci nascondi il passato! —
Una mano invisibile fe' scorrere, a quel comando, gli anelli della negra cortina, che partita in due si ritrasse sui lati, lasciando scoperto un largo spazio nel mezzo. Nulla vide il re d'Armenia là dentro; nulla più vide intorno a sè, il lume delle lampade essendosi spento ad un tratto.
— Noi ti lasciamo; — disse la voce dei savio, allontanandosi da lui. — Volgi in quel nero spazio tutta la possanza del tuo desiderio; aguzza lo sguardo e prega Iddio che t'illumini. —
Il giovine Ara si sentì solo un'altra volta. Tese l'occhio obbediente, rimase a lungo aspettando, e finalmente gli parve che il buio si rischiarasse di mano in mano. Era dinanzi a lui come una superficie piana, levigata, ma trasparente in pari tempo e profonda, entro la quale si veniva disegnando lentamente alcun che d'incerto e di mutevole, incognito, indistinto di ombre e di barlumi, di forme e di colori nascenti. Che voleva dir ciò? E come chiarire a sè stesso l'arcano di quel doppio aspetto del piano e del profondo, del diritto e del concavo? Avea trasparenza d'acqua tranquilla, ciò che egli vedeva; ma come potea l'acqua rimanersi in tal modo sospesa nell'aria, a somiglianza di velo? No, acqua non era quella per fermo; imperocchè come avrebbero potuto prodursi nel suo grembo opaco quelle forme svariate, e crescere, illuminarsi, assumer contorni e colori? Ecco, di fatti; alla sua destra si protendeva una massa scura, si allungava il ciglione, si partiva in creste e sporgenze, indorate dal sole. Più indietro erano colline digradanti, quali tinte d'azzurro, perchè più lontane, quali di violetto e di verde, seminate di punti bianchi e lucidi che si facevano più frequenti nel basso verso la sponda d'un lago, la cui superficie si vedeva increspata dalle lievi brezze del nascente mattino.
— Peznuni! — gridò il giovine, compreso di maraviglia.
E tutto intento, ansioso, palpitante per memore affetto, si stette egli rimirando quella magica scena, che prendeva sembianza di vero davanti al cupido sguardo, e cercando con assidua cura e ritrovando di mano in mano i cari luoghi, le balze sporgenti, le insenature, i margini del lago, gli edifizii, e via via tutte le cose più riposte, di cui gli tornavano in mente le immagini. Di pari passo con le sue ricordanze, quasi rispondendo ai suoi desiderii, usciano lucide forme dalla vaporosa penombra, e il quadro si faceva sempre più vivo. Sì, erano quelli i suoi monti; quella era la rocca di Van; quel colmo di case che biancheggiava là in fondo, era Armavir, la sua diletta Armavir; quegli alberi verdeggianti eran pure i sacri platani di Peznuni; quella candida striscia serpeggiante lunghesso la sponda del lago, era il fiorito sentiero che egli adolescente avea corso e ricorso le tante volte in compagnia dell'amico.
E appunto allora, su quel noto sentiero, vide egli affacciarsi da un ammasso di lieta verdura due giovinetti, che procedevano ilari e baldi, l'uno a fianco dell'altro. Vestivano entrambi ad un modo e d'uno stesso colore; donde si sarebbe argomentato che fossero fratelli. Senonchè, l'un d'essi, alquanto più rilevato della persona e biondo di capelli, alla dimestichezza con cui s'appoggiava sull'òmero del compagno, appariva essere di più alto grado, e l'altro, notevole per le chiome corvine, inanellate e lucenti, mostrava agli atti non essere dall'amicizia disgiunto l'ossequio. Del resto, lieti ambidue di vivere insieme e tutti assorti nelle tenerezze di un fraterno colloquio.
Poco stante si fermarono, ed Ara rimase estatico a contemplarli. Vide allora l'un di essi recarsi tra maniun cavo strumento di legno, che portava ad armacollo, e dalle corde, tese sovr'esso, trar suoni con le agili dita. Era egli inganno dei sensi, o verità? I suoni della cetra giunsero distintamente all'orecchio di Ara.
— Sandi! oh, Sandi! — gridò egli commosso.
E gli parve allora di non essere più al suo luogo, spettatore lontano di quella scena del suo dolce passato. Si sentì, in quella vece, si vide vicino all'amico, e immedesimato con quel biondo adolescente che sedeva sulle molli erbe del prato, al fianco di Sandi, in atto di pendere dal suo labbro e dal fremito delle corde canore.
— Prosegui! — diceva egli con amorosa sollecitudine al compagno. — Grato m'è il suono della cetra e più grato il suono della tua voce. —
Ma Sandi aveva cessato; il suo strumento giaceva a terra colle corde spezzate.
— No; — rispose egli all'amico. — La mia cetra non ha più suoni; nè più ha canzoni il mio labbro. Non vedi? Son morto. —
E allora il re d'Armenia si fece a contemplarlo, e un senso di raccapriccio gli corse per l'ossa. Sandi, il suo Sandi, non era più il baldo, sorridente e roseo garzone, ch'egli aveva conosciuto ed amato. La faccia aveva livida e gonfia; le membra, siccome apparivano dalle lacere e lorde vesti, ammaccate e sanguinolenti. Nelle peste occhiaie si sprofondavano le pupille smorte sotto le palpebre semichiuse; i capegli, già sì neri e lucenti, si vedevano rappresi alle tempie, stillavano acqua limacciosa lunghesso il tumido collo. Era il cadavere di un annegato, e, orribile a vedersi, più orribile ad udirsi, il cadavere parlante!
— O Sandi! — gridò il re d'Armenia atterrito; — Sandi, mio dolce amico, che è ciò?
— Ella mi ha ucciso; — rispose Sandi, con voce cavernosa.
— Ella? chi?
— Atossa, la tua leggiadra ed amatissima Atossa.
— Atossa! — balbettò Ara tremante. — Io non t'intendo....
— Sì, — soggiunse il fantasma, — non è egli forse questo il nome che la perfida donna assume, a nascondere i suoi amori feroci? Vana cura del resto! Ella è ben nota in tutte le opere sue, l'impudica. Ognuno la conosce in Babilonia, e la fugge. Si teme la regina e si disprezza la donna. Però, non amore, ma ripugnanza per lei, per la notturna cacciatrice degl'incauti stranieri!
— Ah! dici tu il vero? — gridò Ara ferito nel profondo dell'anima, e in quella parte più gelosa, che l'uomo vorrebbe ascondere, non pure altrui, ma a sè stesso.
— Può il labbro d'un estinto mentire? — gli chiese Sandi, con accento severo. — E, vivo ancora, hai tu mai potuto notarlo di menzogna, l'amico della tua fanciullezza? —
E così dicendo, il fantasma si veniva facendo più pallido nell'aspetto, più incerto ne' contorni, a guisa di visione che si dilegui, o di sogno che abbandoni il capezzale d'un dormente.
— Ah no, Sandi, fermati, non mi lasciare così! — proruppe Ara, tendendo le palme verso le amiche sembianze. — Io non dubito già delle tue parole; dubito di me, della vita, di tutto, poichè la mia fede in quella donna s'è scossa.
— Tanto ti aveva ella ammaliato! — sclamò Sandi, tornando a lui e guardandolo con aria di profonda mestizia. — E forse domani ancora...
— Ah no, non temere! Io non vedrò più quella donna; lo giuro pei sacri platani di Peznuni; pel sangue di Aìco, lo giuro. Uccider te, mio Sandi! Te, il più caro, il più nobile, il più affettuoso degli uomini! E potrei io più avvicinarmi a costei, senza sdegno, accogliere i suoi baci senza ribrezzo? Ma dimmi, — proseguì Ara, con accento peritoso; — condona a chi amò, e credette di esser riamato, la molesta dimanda. Come ti avvenne di conoscere costei? Come fu ella cagione della tua morte? La fama che corse del triste caso in Armenia, non era dunque mendace?
— Assai meno del vero recò intorno la fama; — rispose Sandi all'amico. — Ascoltami, o re, e vedi in chi avevi tu posto il cuor tuo. Tu lo sai, dolce amico, che io non vedrò più sulla terra; egli fu nello scorso anno, e nel primo giorno del mese di Bagayadisc (i Babilonesi lo chiamano Ziggar) che noi ci diemmo l'addio della partenza. Te chiamava debito di figlio e di principe, al fianco del fortissimo Aràmo, sui confini del settentrione, per castigare coll'armi gli irrequieti scorridori Turani. Me vaghezza di cose nuove, amore di gloria, follia, trassero in quella vece alla pianura di Sennaar. Oh, avess'io seguito il tuo affettuoso consiglio, che mi chiamava ai campi di Masciag, per celebrare cogl'inni alati la virtù dei combattenti, i corsi pericoli, le vittorie, i trionfi! Ma il Dio delle sorti m'aveva posto le mani poderose entro i capegli, mi voleva, mi trascinava quaggiù. E venni, acceso il cuore di liete speranze, l'anima riboccante di auree canzoni; venni, e nel bosco sacro a Militta...
— Ah, com'io, Sandi, com'io!..
— Sì, pur troppo; egli è in tal guisa che il giovine straniero si perde, che l'aquila della montagna si lascia cogliere al laccio. Così la vidi, udii il suono dellesue dolci parole, m'inebbriai nella voluttà dei suoi baci. E non sapevo credere a me stesso; la mia felicità mi pareva un sogno, da cui dovessi col mattino svegliarmi. Imperocchè, come poteva egli accadere che un ignoto straniero, un oscuro artefice di canzoni, giunto nel medesimo giorno alle mura di Babilu, s'incontrasse in un tale miracolo di bellezza, e questo miracolo non gli fosse conteso da mille rivali? Tutti que' baldi garzoni, fiorenti di gioventù e di leggiadria, che s'accalcavano nel sacro recinto, in traccia di liete venture, erano essi usciti di senno? Ma forse ella non si cura di loro, pensai; destinata all'amor mio dal provvido volere di Militta, costei ha negletti gli omaggi di così vani amatori. Diffatti amano essi veramente, i figli di Babilu? Amano essi, come noi amiamo, una volta sola nella vita, e per sempre? Così pensavo, nè le sue parole suonarono disformi dal giudizio ch'io facevo di lei. Cercava affetto, ma invano, gagliardo e sincero come il suo. Ognuno in lei vedeva e desiderava la regina; nessuno aveva amata la donna. Ed era sola, si sentiva sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare!... —
Il re d'Armenia mandò fuori dal petto un sordo grido che parve ruggito di belva, a cui il giavellotto del cacciatore siasi conficcato nel fianco. Invero, quelle erano parole di Semiramide; l'ingannatrice aveva così parlato anche a lui!
— Prosegui! — disse egli impaziente. — Prosegui!
— Io l'amai, — ripigliò con accento disperato il fantasma, — l'amai con tutto l'impeto del cuor mio giovanile. Amante della donna, non venni meno all'ossequio dovuto alla regina. No; io te lo giuro per l'antica amicizia; la vanità, l'ambizione non fecero velo ai miei occhi. In lei non vidi, non conobbi che Atossa. Fu ellache non si tenne paga di ciò, che mi volle ospite suo nella reggia. La donna che ama (fino a tanto questo incendio le duri nel sangue) non sa, non può, non vuole celar l'amore suo alle genti; ella se ne adorna, come di un prezioso monile, al cospetto del mondo; ognuno ha da scorgerlo, da invidiarlo eziandio; che monta, se domani, infastidita, ella getterà lungi da sè quell'ornamento di un giorno? Così apparve nella reggia il tuo Sandi, così fu assunto alla superba allegrezza, agli splendori del vivere cortigiano; così fu festeggiato, accarezzato e fatto segno d'invidia profonda. Ma egli, non mutato dal regio favore, agli ossequi della moltitudine rispondeva con riguardosa umiltà, alle lodi dei grandi con grata riverenza, ai sorrisi delle vezzose ancelle e compagne della regina, con modesto riserbo. L'innamorato garzone non vedeva che lei. Ed ella, come rispose all'amor suo? Due lune erano trascorse e Semiram non lo amava già più. Era giusto! Un vil cantore d'Armenia!... Ma allora, perchè innalzarlo fino ai piè del suo trono? Perchè giurargli un'eternità d'affetto?
Pregata, scongiurata, si schermiva, adonestava il suo mutamento con le assidue cure dei regno e cogli urgenti apparecchi di una guerra, che ella stava per muovere ai popoli dell'estremo Oriente. Intanto, le care notti vegliate tra i pensili orti, di contro alla dormente città, sotto l'azzurra vôlta seminata di astri lucenti, erano finite per Sandi, ed egli gemeva solingo e negletto nelle sue stanze obliate. M'intendi tu? Solingo e negletto! Così tenea fede a' suoi giuramenti costei!
— Finisci! — incalzò il re d'Armenia, con voce soffocata dall'angoscia.
— Sì; la storia è breve, oramai. Una sera, atroci sospetti mi morsero, mi lacerarono il cuore. Se fossi tradito!..Volli correre a lei, sincerarmi co' miei occhi medesimi, udire la mia sentenza dalle sue labbra. Palpitante d'amore e di rabbia, balzai fuori dalle mie stanze; m'avviai per un andito segreto, che conduceva agli appartamenti della regina. Da più giorni ella mi aveva vietato di rifare quel noto cammino; ma io non badavo già più al suo divieto. Il mio sangue ardeva; non ero più padrone di me. Corsi, dunque, ma invano; l'uscio era sbarrato ed io mi ritrassi impossente. Un dubbio, come lampo nelle tenebre, mi guizzò nella mente. Uscii dalla reggia. Ero noto ai custodi, e mi dischiusero il passo. Dove correvo io, in tanta angoscia, per le sterminate vie di Babilonia? Tu lo indovini, o re; al sacro bosco di Militta, dove il cuore mi diceva che le gravi cure del regno, i pensieri della guerra imminente, avessero tratto costei. Presago mio cuore! Ben mi parve di ravvisarla colà, tutta chiusa nel suo candido pallio di bisso, dal cui lembo traspariva la lunga stola violacea, frangiata d'argento! Fuggì, quando mi vide, e il mio ignoto rivale con lei; di guisa che, per mezzo alla calca dei felici, non mi venne fatto raggiungerli, e gl'intricati meandri del bosco mi fecero perder la traccia. Era dessa; oh, non si poteva dubitarne; era ella Semiram! Gli occhi suoi balenarono attraverso il fitto velo che la copriva, ed io sentii quello sguardo penetrarmi, gelida punta, nel cuore. Ah mi fosse bastato quel cenno! mi foss'io rattenuto a quel punto! Ma tu lo sai, Ara; l'amore accieca. Errai lungamente, ignaro di me, della via percorsa, di tutto. Il dì vegnente, ella era chiusa a consiglio co' suoi ministri e capitani d'armata, nè mi fu dato vederla. Solamente sul far della sera ella fece chieder di me, come per lo passato, e il mio cuore si riaperse alla speranza, nello scorgere il muto messaggiero de' suoi teneri inviti. Patimentidurati, collere e pianti, tutto dimenticai in un punto. Nella sùbita ebbrezza, giunsi perfino a negar fede a' miei occhi; mi persuasi di aver traveduto, la notte addietro, nel bosco di Zarpanit; la fede, raggio di sole dopo i rovesci della tempesta, mi racconsolava lo spirito, cancellava ogni passata tristezza. Così è l'uomo che ama! E giunse finalmente l'ora aspettata. Uscii commosso, palpitante, dalle mie stanze; m'avviai per l'andito segreto.. Ah, maledizione! Avevo a mala pena oltrepassato l'uscio, non più chiuso tra me e l'argomento de' miei desiderii, che il suolo mi mancò sotto i piedi. Brancolai, tentando aggrapparmi da qualche lato, ma invano; io precipitavo nel vuoto, trabalzato contro le liscie pareti d'un pozzo. La caduta era alta, quanto il palazzo medesimo della regina, e fu tutta per me una lunga bestemmia, uno spavento supremo, una feroce agonìa. I ripetuti sbalzi, mi pestavano le membra, mi fiaccavano l'ossa; lame corte e talienti, infisse ne' muri, mi coglievano al varco, mi spiccavano brandelli di carne. Finalmente ebbi tregua nella morte; diedi un tonfo; larghe ondate mi schizzarono intorno e i gorghi romorosi dell'Eufrate si chiusero sopra di me. —
Le chiome si rizzarono per raccapriccio sulla fronte di Ara e un sudor freddo gli stillò per tutte le membra.
— Orrore! — gridò egli, poichè il doloroso fantasma ebbe finito il racconto. — Ma è una belva costei?
— Ben dici, una belva. E tu pure finiresti così, rimanendo.
— Ah, sarebbe il minor danno cotesto! Lontano da lei, non avrò io morte del pari? O Sandi, il mio cuore è spezzato. Ma ella mi udrà.
— Non tentare la prova, sconsigliato! Che potresti tu, solo ed inerme, contro la signora di cento popoli? Che ardiresti tu, uomo e di nobil sentire, contro unadonna? O ti romperesti come una fragil canna nel pugno della offesa regina, o piegheresti, come giunco, alle lusinghe della impura maliarda.
— Oh mai, te lo giuro! Ma dimmi, consigliami, ombra diletta; che altro debbo io fare, che non dispiaccia alla tua vigile amicizia?
— Fuggire; non già come pauroso cerbiatto che teme lo strale del cacciatore, ma come leone che rompe le sbarre del carcere e ripiglia la sua libertà. Va; mostrerai alla ingannatrice come a te le sue male arti sian note. Rammenti l'oracolo di Peznuni, innanzi che tu lasciassi Armavir? «La terra di Sennaar ti sarà fatale!» Torna alla tua reggia, meno sontuosa, ma più ricca d'onore; lascia che costei si strugga nella sua rabbia impossente, e farai, nelle tue, le vendette di Sandi. Ed ora, addio; ti sovvenga di me!
— Già mi lasci?
— Sì: l'alba novella è vicina; il dio delle ombre non mi concede più lunga dimora.
— O Sandi, mio diletto, non ti vedrò io ancora una volta sulla terra?
— Forse! — rispose mestamente il fantasma.
— E dimmi... — aggiunse Ara peritoso, come chi teme di chieder troppo; — non avrò io da te un pegno del nostro colloquio?
— Dubiti ancora! — esclamò Sandi con accento di rimprovero. — Orbene, eccoti il pegno. —
Così dicendo il fantasma si appressò, pose le palme sugli òmeri di Ara ed accostò le labbra al suo volto.
Il re d'Armenia sentì, insieme col bacio, l'impressione dell'acqua diacciata, che grondava dalle chiome del morto; diè un grido di alto terrore e cadde esanime al suolo.
La visione era sparita; le tenebre regnavano nel sotterraneo.
Poco stante uno scalpiccìo, un bisbiglio sommesso si udì; quindi apparve una face, portata da uno dei muti custodi del luogo, e il suo chiarore illuminò i tre savi, tornati allora là dentro. Il re d'Armenia appariva disteso a terra, colle membra prosciolte, davanti alla negra cortina, che erasi raffermata da capo.
— Avrà egli creduto? — domandò il savio che portava tra mani il ramoscello di amòmo.
— Non l'hai tu udito favellare col fantasma? — disse a lui di rimando il compagno del fiore di loto. — Il filtro ha fatto opera efficace su di lui.
— Ma partirà egli? — chiese ancora quell'altro.
— Ne dubiti? Io n'ho certezza. Ardente e pieno di fede, come tutti i generosi, egli non vedrà più la regina, seguirà il nostro consiglio.
— Eppure...
— Eppure, t'intendo, tu vagheggi sempre il disegno di ucciderlo.
— Sempre! Nemico ucciso non dà più molestia.
— Nol nego; ma egli non è più nemico.
— Nostro, concedo: ma mio, egli non ha cessato di esserlo per questo suo odierno corruccio contro di lei. Però torno al mio primo consiglio; uccidiamolo. Badate, — soggiunse il savio dal ramoscello d'amòmo, parendogli che gli altri due si rimanessero ancora perplessi; — noi siamo uniti dal vincolo del vantaggio comune. Proseguiamo tutti un medesimo fine; il mio non può non essere il vostro.
— Bada a te piuttosto, o Zerduste, — rispose il savio dal fiore di loto. — Nella tua privata vendetta naufragherebbe l'alto proposito che ci ha collegati. Rivale negletto di questo giovane Armeno, a cui bastò mostrarsi per conquiderle il cuore, puoi tu fare che ciò che è accaduto non sia? Tanto varrebbe comandare ai fiumi discorrere a ritroso e rifarsi alle prime sorgenti. Dimmi: la tua maschia virtù, il tuo antiveggente consiglio, ti avrebbero forse abbandonato di un tratto? Ameresti tu sempre colei?
— No, t'inganni, o Sumàti. Profondo, tenace, è l'odio mio, siccome fu un giorno l'amore. Così, non bevuto a tempo, inasprisce il soave liquor dell'amòmo, e si converte in veleno. Ma io temo ancora... Lui vivo, potremmo viver sicuri?
— Lui morto, temiamone un altro; — notò prontamente Sumàti. — Ella è donna, e, siccome avvien delle donne, mutevole ha il cuore, sempre bisognoso d'affetto. Ma lascia che viva costui, bellissimo fra gli uomini; lascia che, fuggiasco tra' suoi monti natali, si manifesti a lei superbo spregiatore di sua facil conquista, e vedrai, vedrai furore di donna, come alto divampa!
— Sì; — soggiunse il compagno che aveva tra mani la foglia di papiro; — ben dice Sumàti. E spento da noi il re d'Armenia, che altro avverrà, che giovi ai nostri disegni? Niente saprà la regina del disprezzo di lui; sconsolata, lo piangerà, nè certo si rimarrà dal cercare gli autori della sua morte, per trarne aspra vendetta. Siam noi così certi che i misteri della Triade non abbiano un giorno a scoprirsi, fors'anco prima che l'opera nostra sia condotta a buon porto?
— Tu lo vedi; — ripigliò allora Sumàti; — anche il savio Manète è contro di te. Cedi ai nostri consigli, all'utile della causa comune. Infine, di che abbiam noi mestieri? Di che tu stesso, o Zerduste, il quale gagliardamente ti adoperi per la liberazione della tua Bakdi dal servaggio dei figli di Cus? Viva ed aiuti i nostri disegni il pronipote di Aìco; egli è un nuovo e possente arnese di guerra contro i superbi dominatori diBabilonia. Non lo dicevi tu stesso, ieri, mostrandoci la necessità di questo rapido colpo su lui? Nemici avventurati di Babilonia furono un giorno gli Armeni; sospettosi vicini durarono pur sempre; son tributarii oggi, ma tementi di peggio, e preparati a resistere. La favilla che può destare l'incendio sta in nostra mano, e noi la spegneremmo, dissennati, in quest'ora? Lo sdegno di Semiram, la guerra all'Armenia; non è questa l'occasione fortunata che attendono i tuoi, per ribellarsi al giogo? Ed in questo risveglio di popoli soggetti, non è la nostra salvezza comune? Ai patti, Zerduste, ai patti, che tu stesso hai giurati; e rammenta che il numero è legge. —
Così parlò risoluto il savio del Gange, e Zerduste chinò il capo al voler dei compagni.
— E sia come a voi piace! — diss'egli. — Così torni utile alla gran causa il vostro decreto, com'io mi sommetto alla legge del numero. —
Ciò detto, si trasse in disparte. E Sumàti frattanto, avvicinatosi al re d'Armenia, si chinò sopra di lui, dandogli a respirar per le nari le acute fragranze d'una ampolla, che egli aveva cavata pur dianzi dal seno.