CAPITOLO XIV.Il Pellegrino.
Era alta la notte e migliaia di fuochi, contendendo lo splendore agli astri del firmamento azzurro, brillavano sulle colline di Ajotzor, ultimi contrafforti nei monti d'Armenia. Colà, presso le sorgenti dell'Eufrate, vigilava l'esercito d'Ara, a custodia delle sue terre natali. Colà, diffatti, era a temersi l'assalto; per quelle strette erano sempre venuti, risalendo il corso d'un gran fiume, i nemici della indipendenza d'Armenia; su quelle rupi s'erano sempre inerpicati i guerrieri della pianura, a molestare il nido dell'aquile aìcane.
Il grande altipiano che si innalza ad un tratto dalla contrada di Nahiri e da maestro vien digradando con dolce declivio fino alle pianure che lo separano dalle catene del Caucaso, ecco l'Armenia, detta negli antichissimi tempi Aiasdan, o vero sia il paese di Aìco. Imperocchè questo fu il progenitore della nobilissima schiatta, e da lui doveva essa aver nome ed auspicii.
L'altipiano è intersecato da catene parallele di alte montagne, e da più umili colli di dolce pendìo. Le valli interchiuse sono in parte strette e solitarie vallicelle,in parte larghe e fertili pianure, come quella, ad esempio, cui bagna col suo rapido corso l'Arasse. Una cosiffatta configurazione di terreno mal consentiva lo stabilimento di un forte governo centrale, che signoreggiasse l'intiera contrada, e più s'acconciava alla libera vita di indipendenti tribù, forti a guerreggiarsi tra loro, deboli al cospetto di un possente vicino che le assalisse alla spartita.
E i dominatori della pianura aveano sempre avuto una ragione particolare a tentar simili assalti, sendo che i corsi superiori dell'Eufrate e del Tigri giacevano entro le montagne d'Armenia. Le quali, per contro, correndo da oriente a occidente, presentano il loro più rapido pendìo dalla parte di mezzogiorno, contrariamente alle catene dello Zagro, le quali, rivolte a levante, declinano dolcemente verso la valle del Tigri. Donde avviene che mentre lo Zagro invita gli abitanti della pianura a tentare i suoi alpestri recessi, facili da principio, indi di mano in mano più orridi e malagevoli, i monti dell'Armenia li respingono, con presentar subito le maggiori difficoltà e ad un tempo il più squallido aspetto, e coi fianchi rocciosi e le cime nevose appaiono insuperabile ostacolo ad un esercito invasore. Per altro, e appunto perchè chiudevano nei fianchi loro le sorgenti dei due grandi fiumi del Sennaar, i monti occidentali offerivano la via più accettevole agli assalitori del piano.
Per colà, dunque, avevano ad inoltrarsi le schiere degli Accad. A quelle strette accennava chiaramente l'esser eglino venuti ad oste in Assur, nella contrada di Nahiri. Già parecchi giorni eran corsi dalla intimazione di guerra; già si era al principio del mese di Garmapada, che i Babilonesi chiamano Tana, o mese del fuoco, e l'esercito aicàno, già preparato agli eventi,era venuto a chiudere i passi dell'alto Eufrate, lunghesso i poggi e le gole di Aiotzor.
Centomila uomini avevano risposto alla chiamata del re. Nessuno dei validi guerrieri era rimasto negli ozii imbelli delle pareti domestiche. Le tribù tutte quante aveano mandato il fiore dei loro combattenti. La regale Armavir e la sacra Peznuni, Tarbazu marinara e Masciag educatrice di cavalli, le tre grandi provincie del paese, cioè a dire, la montuosa Urarti, la fluviale Adduri e la lacustre Mildis, con nobil gara aveano dato di piglio all'armi. E sugli ultimi lembi della catena dell'Amano e di quella dell'Arzanìa, che si raccostano da occidente e da oriente intorno alle non lontane sorgenti dell'Eufrate e del Tigri, erano venuti a metter campo i guerrieri. Sukkia, Laluknu, Cartar, Izirtu, piccole città più vicine alla stretta dove occorrean le difese, erano dense d'armati. Sarda e Zikartu, provincie che guardano il mare del sole oriente, avean dato i più destri arcadori; dalle ampie valli dell'Arasse, generoso largitore di messi, eran giunti a torme i più baldi cavalieri; i cittadini d'Armavir, portatori di gravi loriche e di mazze ferrate, i montanari di Urarti, vestiti dal capo alle piante di vellose pelli, e sicuri lanciatori di giavellotti, i valligiani dell'Oronte, fiondatori valenti, erano accorsi ad ingrossare le file, tutti frementi amor di patria, ed ira gagliarda contro gli audaci invasori.
Saviamente distribuiti da Vasdag, il principe di Tarbazu, esperto condottiero, già amico di Aràmo e suo compagno nell'armi, vigilavano essi a difesa del confine. Il grosso dei cavalieri si raccoglieva nelle città e borgate, pronto ad accorrere dove più bisognasse; il nerbo dei fanti si addensava nelle gole e agli sbocchi delle vallate; numerosi drappelli d'arcieri accampavano sui greppi e lungo le digradanti costiere; fanti e cavallivigilavano sui poggi avanzati e nelle forre; esploratori, scelti tra i più animosi e sagaci, s'inoltravano per l'ombre notturne, fino ai primi paeselli della sottostante pianura.
Di là, si è già detto, bisognava ai nemici farsi strada alle alture. Era stato quello il cammino seguito anticamente dalle schiere di Nemrod; quello doveva essere altresì il cammino dell'armi di Semiramide. Per mezzo a quei monti scorreva l'Eufrate, ancora povero d'acque, ma più impetuoso per contro, chiuso com'era in più modesti confini. Più giù, a mezzogiorno, seguivano collinette e rialti, biancheggianti al mite chiaror della luna, tra i quali si andava svolgendo in lunga e tortuosa striscia luccicante il gran fiume, per confondersi più oltre coi lembi estremi della pianura, involta in una nebbia sottile e d'incerto colore. Quella ròcca che si scorgeva lontan lontano sull'orizzonte era Assur, forte castello edificato dai figli di Sem, già padroni della terra di Sennaar, indi cacciati a settentrione dai feroci conquistatori della progenie di Cus.
E laggiù, in mezzo ai popoli signoreggiati, la cui alterezza dovea rifarsi più tardi degli oltraggi patiti, e da Ninive cresciuta in possanza offuscare le cadenti fortune di Babilonia, laggiù ingrossavano da parecchi giorni le schiere che gli ultimi Cussiti aveano raccolte da tutte le più lontane provincia del loro vastissimo impero; attendevano laggiù, numerose come le arene del mare, minacciando da presso i liberi monti d'Armenia. Non si scorgevano i fuochi delle innumeri schiere; ma non le sentiano men vicine per ciò gli arcadori di Zikartu, che stavano a guardia dei contrafforti dell'Amano, sulla collina di Lukdi
Ora, mentre essi stavano vigilando, ultime scolte dell'esercito aicàno, e specolando all'intorno la biancheggiantepianura, diè loro negli occhi un uomo che, uscito da una macchia d'arbusti, a lenti passi procedeva per un sentieruolo alle falde del poggio. Veniva egli guardingo, come chi sappia d'esser in luogo pieno d'agguati e tema di abbattersi in qualche drappello d'esploratori; per altro, non aveva seguitato a rasentare la macchia, la cui ombra ancora per lungo tratto di strada avrebbe potuto nasconderlo.
Chi era egli? Troppo misurato negli atti, per essere un guerriero dei loro; troppo poco, per essere uno spione degli inimici. Avvicinandosi sempre più lo sconosciuto, videro ancora com'egli fosse inerme, e si giovasse di un lungo bastone ricurvo, alla guisa dei pellegrini, che correvano mendicando di paese in paese, per andarne a sciogliere il voto a qualche tempio celebrato e lontano. Diffatti, egli indossava una tunica modesta che scendeva poco oltre il ginocchio; e certo, a chi l'avesse veduto più da vicino, sarebbe apparsa lacera e rattoppata di brandelli d'ogni colore. L'arnese che gli biancheggiava sul capo, dovea esser la fascia rigirata intorno alle tempie, portata dai nomadi pastori del deserto, a custodir la cervice dai cocenti raggi del sole; quell'altro che gli faceva ingombro sugli omeri, anzi che un mantello, doveva esser una di quelle bisacce, nelle quali i pellegrini sogliono portare lo scarso viatico accattato dalla umanità dei borghigiani, che loro hanno profferto l'ospizio.
Sì, forse egli apparteneva a quella classe d'innocui viandanti; ma non poteva esser egli un nemico, che, più audace degli altri, s'inoltrasse nel campo loro, argomentendosi d'ingannarli, con la umiltà delle spoglie? Arte degli esploratori era questa; ma nel caso presente assai poco sagace, dappoichè nei dintorni non era tempio, o santuario, che potesse ragionevolmenteattirare i viandanti divoti. Tre giornate ancora egli avrebbe dovuto far di cammino, prima di giungere al tempio di Anaiti, in Urfa, che era il più vicino di quei luoghi; ma neppur quella che il viandante seguiva, era la strada, bensì ad occidente, e più verso i piani di Assur, che non verso le alture di Lukdi.
Così pensando, gli arcieri fecero quello che ogni prudente soldato avrebbe fatto in tal caso. Due di loro si dilungarono dal manipolo e si calarono per una insenatura del terreno da un lato; altri due fecero il somigliante dalla parte opposta, e, venendosi incontro sulle falde del poggio, furono addosso al viandante con le spade sguainate.
Gli atti dello sconosciuto, all'improvviso apparir dei soldati, mostrarono come non fosse mestieri di tanta minaccia. Dato un passo indietro, più assai per prudenza che non per repentino sgomento, egli alzò placidamente il capo e disse agli arcieri:
— Sia sempre con voi la vittoria. Che volete da un povero pellegrino?
— Che chiedi tu piuttosto, in quest'ora notturna, — dissero a lui di rimando gli arcieri, — inoltrandoti in mezzo alle prime scolte del campo aicàno? Chi sei?
— Ve l'ho detto; un pellegrino.
— Ah sì! — esclamarono gli altri, con piglio sarcastico. — E dinne: a qual santuario erano volti i tuoi passi?
— A quel di Peznuni, se non vi spiace, — rispose lo sconosciuto; — ma non senza aver fatto da prima una sosta alle tende di Aiotzor. —
Queste ultime parole soggiunse egli sorridendo, con un fil d'ironia, che pareva una rivinta sui loro sarcasmi.
— E tu ardisci confessarlo! — gridarono allora gliarcieri. — Ma sai tu che cosa si spetti ai pellegrini della tua sorte?
— No, in verità, io non lo so; — diss'egli con accento di candore.
— Odilo dunque; si cavano loro gli occhi che hanno voluto veder troppo, si mozzano loro i piedi che hanno tentato di farsi troppo oltre, e con le mani legate dietro le spalle a guisa di vili malfattori, si lasciano sui campi, alla sferza del sole, in pascolo agl'insetti, agli sciacalli, agli uccelli di rapina.
— Questa è giustizia per gli spioni, — rispose lo sconosciuto, senza punto mostrarsi turbato; — ma io non sono uno spione, e nemmeno, a dir vero, un pellegrino dei soliti... quantunque per giunger fin qua, io abbia dovuto mentirne le spoglie.
— La tua schiettezza si piglia giuoco di noi! — gridarono stizziti gli arcieri. — Ma il tuo caso è grave; non vieni tu dal campo di Assur?
— Per l'appunto.
— Sta bene, e noi ti condurremo in vista delle tende di Aiotzor, dove egli ha da esser domani un mal giorno per te.
— Sì, conducetemi pure laggiù; — ripigliò il pellegrino. — Non vi ho io detto che quella era meta del mio viaggio? Ara il bello, che i santi Numi proteggono, sperderà i vostri negri pronostici.
— Bada! — notarono gli arcieri, in quella che, postolo in mezzo, lo conduceano per l'erta. — Non vede il re chi vuole.
— E che? Non vive egli in mezzo a' suoi guerrieri? Non partecipa egli ai disagi del campo?
— Sì, così vive Ara il bello; ma gli stranieri non hanno a vederlo che per mezzo allo sfolgorar delle spade. E se tu hai messaggi pel re, come di certo inventerai,per destreggiarti e cansare la croce, esci di inganno, tu non giungerai fino al re. Le gravi cose che ti girano per la fantasia, le dirai a più umile orecchio, al capitano degli arcieri di Zikartu.
— Ah, nulla a lui; tutto al re! — disse lo sconosciuto, con accento tranquillo. — Ma via; troppo abbiam ragionato di ciò; vediamo ora il vostro capitano, che certo sarà più umano di voi. —
La placida serenità del pellegrino cominciava ad impacciare i soldati. Eglino perciò non risposero verbo, e borbottando, quasi a scarico di coscienza, confuse minaccie tra' denti, si avviarono con esso lui alla tenda del capitano.
Il mite raggio di Sin gli illuminava in quel mezzo la fronte e la persona vestita di umili lane. Per fermo egli era innanzi cogli anni, ma nol faceano parere tant'oltre il portamento eretto e la carnagione olivigna, che conferiva alle fattezze sue regolari e grandiose alcun che della lucida rigidezza del bronzo. Lunghi, ma radi, i peli del mento; povero l'arco delle sopracciglia; donde avevano più lume i grandi occhi neri di smalto, dei quali ei si studiava dissimular la vivezza, tenendo, quanto più gli veniva fatto, socchiuse le palpebre. Non era un pellegrino mendico, lo aveva confessato egli stesso pur dianzi; ma certo molte altre cose egli celava di sè.
Giunto alla tenda del capitano, espose in breve ciò che già aveva detto agli arcieri; non esser egli ciò che il suo aspetto mostrava, ma neppure un esploratore nemico; gravi cose recava, e non poteva dirle che al re, lo conducessero a questi, che, se mentitore, lo avrebbe mandato a morte senz'altro. La sicurezza dei suoi modi e l'accennar che faceva ad alti segreti, poterono sull'animo del capitano più della naturale diffidenza.Laonde, comandato che gli bendassero gli occhi lo fece montare a cavallo e con buona scorta de' suoi uomini su per la via del fiume, condurre all'accampamento del re.
Già sorgeva l'aurora, tingendo di rosea luce le nevi eterne dei monti, allorquando l'infinito pellegrino giunse guidato da' suoi custodi, in mezzo alle colline di Ajotzor. Era tutto intorno un gaio spettacolo di tende d'ogni forma e colore, di cavalli condotti ad abbeverarsi nel fiume, di guerrieri in moto, di bagaglioni e di servi intenti alle cure del campo, di scudieri che forbivano armature, di trombettieri che davano allegramente nelle lor trombe di rame.
La tenda del re, sormontata da un'asta al cui sommo sventola una lunga e sottile striscia di porpora, era sul poggio più eminente della convalle. La cavalcata mosse a quella volta, e come fu giunta alla meta, si calò d'arcione il pellegrino e gli fu tolta la benda dagli occhi.
Parecchi ufficiali del re stavano a crocchio davanti alla tenda. Uno di costoro, alla vista del nuovo venuto, impallidì, torse lo sguardo e si allontanò chetamente. Era egli Bared, lo scudiero, il fedel servo del re.
Il pellegrino non pose mente a cotesto, abbagliato com'era da tutto quel tramestio d'armi e d'armati, e sovra pensiero per l'imminente sua introduzione al cospetto di Ara. Diffatti, a mala pena gli uomini della scorta ebbero detta agli ufficiali la cagione della loro venuta, uno di costoro entrò nella tenda, e tornò poco stante, annunziando al pellegrino che il re consentiva a vederlo.
Ara il bello! ahi quanto mutato da quel di prima! Il dolore aveva sfiorata la morbida guancia; l'interno struggimento gli si leggeva nella fronte corrugata e nel torbido lume degli occhi.
Vide egli il pellegrino e n'ebbe un soprassalto al cuore. Tosto congedò Vasdag, il savio principe di Tarbazu, ch'era presso di lui, e accostatosi al nuovo venuto, con voce sommessa ma con accento concitato, gli disse:
— Santo vegliardo, tu qui?
— Io, sì; — rispose il pellegrino; — ed ho posta a repentaglio la vita, per giungere fino a te, recarti una nuova e darti un consiglio.
— Parla! — disse a lui di rimando il re. — Ciò che viene dalle tue labbra è triste, ma vero. E se gli è un altro dolore che tu mi rechi, sii ringraziato del pari. —
Profferite queste parole, con accento malinconico, ma con piglio veramente regale, Ara additò al vecchio uno sgabello vicino al suo, invitandolo a riposarsi. Il vecchio gli volse uno sguardo lungo ed intenso, donde trasparivano insieme affetto e tristezza, fors'anche rimorso; indi, ubbidiente, s'assise.
— Necessario è talvolta recar dolore altrui; — rispose egli poscia. — Non siamo noi sempre arbitri degli atti nostri e delle nostre parole; gli Iddii ci guidano il braccio e c'inspirano il labbro, quando a sanare, quando a ferire. Fu voler loro che per noi ti apparisse la dolorosa verità; io stesso, umile strumento in mano dei santi Numi, fui primo a sentirne rammarico. Odimi ora; ciò che m'era dato di fare per utile tuo, la mia presenza tel dica. Lieta novella io ti porto. La superba donna che ha poste le sue tende in Assur, pronta a rovesciare su te l'impeto delle sue fortissime schiere, sta per vedere domato il suo orgoglio feroce.
— Che dici tu mai?
— Ier l'altro, — ripigliò gravemente il vecchio, — ier l'altro, sesto giorno del mese di Tana, detto da voi Garmapada, la rivolta è scoppiata in Babilonia. Oggi,forse, tutto il paese di Sennaar ha già innalzato lo stendardo della ribellione; il trionfo delle nazioni soggette è vicino.
— Ma come? — dimandò il re d'Armenia, che quell'annunzio inaspettato riempiva di stupore.
— A Babilonia, — rispose il vecchio, — spiacque l'intimazione d'una guerra, che tutti sapevano cagionata da un corruccio di donna; d'una guerra che gli antichi esempi fanno temer disastrosa. La sconfitta e la morte di Nemrod erano presenti all'animo di tutti; nè si dimenticava che, or fanno pochi anni, lo stesso Nino, il marito e re di costei, sebbene covasse in cuor suo la vendetta e meditasse di sterminare fino all'ultimo rampollo la progenie d'Aìco, avea dovuto divorar la sua rabbia, dissimulare l'impotenza sua con amorevoli messaggi e liberali concessioni ad Aràmo, al tuo gran genitore. Conservi Aràmo la sua potenza tranquillo, dicevano i messaggi; abbia egli diritto di portare la benda di perle e sia secondo dopo di noi. Così, sebbene potentissimo, temeva Nino di cimentarsi all'impresa. E, lui morto, ardisce la vedova sua romper guerra agli Armeni? Nemica del suo popolo è costei, non madre, se, per far vendetta sopra un amato garzone, non dubita di immolare le più nobili vite di una contrada, cui ella, al postutto, è straniera. Così il popolo di Babilonia, poichè ella fu uscita dalle porte; così ingrossarono l'ire, così crebbero facilmente a tempesta. Indegna del trono fu dichiarata costei dai maggiori della città; indegna la gridarono i sacerdoti di Belo, dal sommo della gran torre di Barsipa. E là, nel tempio del Dio, plaudente il popolo ed auspice il presidio, Ninia fu consacrato re su tutta la gente degli Accad.
— E in qual guisa t'è noto? — gridò Ara confuso. — Comepuò l'annunzio aver fatto in così breve tempo dodici giornate di cammino?
— Tutto è noto ai veggenti; — sentenziò il vecchio con accento solenne; — e sei tu che lo ignori? Ma via; — soggiunse tosto, notando il rispettoso acquetarsi del re; — qui non è niente di sovrumano. Tutto era già concertato tra i grandi, e, a mala pena la rivolta scoppiò, un lungo ordine di fuochi accesi di colle in colle ne ha mandato il rapido annunzio fino alla rocca di Assur.
— Ingegno profondo! — esclamò Ara ammirato. — Ed ella ignora tuttavia?....
— Sì, tutto ignora; — rispose il vecchio. — Fuochi d'allegrezza le parvero, o di sacrifizio offerto sulle alte vette ai celesti; ed erano in quella vece gli annunzi della sua imminente rovina. Il triste evento non le sarà noto che tra dodici giorni.... quanti bastano a rafforzare le nascenti fortune di Ninia. Per lui è il popolo delle quattro favelle; per lui i sacerdoti degli astri deificati, che si adorano nella terra di Sennaar; per lui i governatori delle provincie.
— Ma, dimentichi tu il possente esercito che ella ha raccolto in Assur? — chiese il re, crollando malinconicamente il capo. — I miei esploratori, tornati ieri da diversi punti dalla vasta pianura, hanno potuto noverare cinquanta miriadi d'armati.
— Forse; — soggiunse prontamente il vecchio; — ma di gente raccogliticcia e la più parte mal fida. Credi tu che s'abbia a fare grande assegnamento su popoli, ieri nemici, oggi domati coll'armi? Credi tu, ad esempio, che i Medi, i nobili Medi, combatteranno volentieri per lei? Bakdi già tanto felice, Bakdi con l'alta bandiera, come i suoi sacri cantori la van celebrando, centro e guida a tutti i figli dell'Iran, morde sdegnosa il freno della servitù....
— Ma Zerduste, il suo principe, non è egli ospite in Babilonia? Non è egli tra i grandi del reame, maestro e custode di Ninia? La regina non lo pregia e nol venera, siccome è fama, tra tutti i consiglieri del trono?
— Troppo lo venera; — notò sarcasticamente il vecchio; — e meglio sarebbe stato per lei averlo ricambiato d'amore.
— Ah! — gridò il re, a cui quelle parole erano spina acutissima. — Ed egli pure, il principe di Bakdi, amò la regina?
— La maliarda è divinamente bella, e molti son caduti a' suoi piedi. Egli, per altro, men fortunato di tanti; nè ciò avrà giovato a rendere i Medi più amanti del giogo.
— Intendo; — disse Ara. — Ed era Zerduste il savio dal fiore di amòmo?
— No, — rispose quell'altro, con accento breve, se non per avventura molto sicuro. — Bene è egli fautore della rivolta, insieme col vecchio Sumàti, che ti sta innanzi, nato sull'Indo, alle cui rive la superba s'attentò di spingere il suo cavallo di guerra. Noi l'anima della congiura contro un potere che minaccia d'invader la terra e di assoggettarne ogni libero popolo; e tu ne sei il braccio gagliardo, o re d'Armenia, a cui ella si sforza di togliere il regno e l'onore.
— Oh, mi toglierà la vita, — interruppe Ara, — e sarà il meglio per me.
— No, tu dèi vivere e vincere. Ora, tu vincerai, re d'Armenia, se avrai prudenza pari al valore.
— Ah sì, rammento che insieme con un lieto annunzio tu mi rechi un consiglio. Udiamo il consiglio, — soggiunse Ara, con voce impressa di profonda mestizia, — e se potrà tornar utile alla gente aicàna, grazie a te dal profondo del cuore!
— Tu stesso giudicherai, — disse Sumàti, — se il consiglio sia utile, com'io penso, al tuo popolo e a te. Esso ti è pôrto in nome della lega giurata ai danni della stirpe di Nemrod; ma te lo reca altresì un uomo, che, vedendoti prode, generoso e fedele alla santa amicizia, ha preso ad amarti d'un amore paterno. Forse egli non opera sagacemente in cotesto. I sapienti che si travagliano per vie segrete al trionfo del vero, non dovrebbero soffermarsi mai sul fatale cammino, nè dissipare la forza loro in pietose cure ed affetti vani, siccome è lecito alla comune degli uomini. Ma così avvenne di me; la mia tempra non è così forte, da cancellare nell'animo i più teneri sensi. E t'amo come un figlio, ti venero come il più nobile, ti ammiro come il più valoroso tra i re. Degli uffizi a ciascheduno assegnati, io mi elessi quello d'invigilar Semiramide. Era il più umile e il più pericoloso; quello degli altri ha più fortuna e più gloria. E lo elessi per farmi più vicino a te, generoso Aicàno, per dimostrarti l'affetto mio, per salvar te in questa grande rovina. Mi crederai tu veritiero?
— Ti credo! — rispose Ara, mettendo le sue mani in quelle del vecchio.
— Accogli dunque ora il consiglio. L'esercito di Semiramide è forte per numero. Dove lo attenderai tu?
— Qui, sulle colline di Ajotzor, dove il gran progenitore della mia stirpe sgominò le forze di Nemrod.
— Troppo è vicino il luogo al passo di Lukdi. E non temi che, mentre sarà impegnata la mischia, nuove schiere possano giungere in breve ora dal piano?
— Vengano; alla spartita le affronteremo. Oltre a quaranta migliaia di nemici non possono liberamente muoversi in questa valle che noi difendiamo.
— Intendo; ma pensi tu ai danni d'una prima e grossa battaglia perduta?
— In pugno di Zervane è il destino.
— Sì, ma Zervane dà la vittoria ai prudenti. Montuosa contrada è l'Armenia, e ad ogni piè sospinto t'è dato di avere una nuova Ajotzor. Non potrai tu tirar dentro il nemico, costringerlo a chiudersi, a frastagliarsi in queste convalli, temporeggiare, molestarlo dai greppi, predare le sue salmerie, rifinirlo insomma, e attenderlo poscia, stremato di forze, di là dal salso lago di Van, presso la tua munita Armavir? E pensa che neppure ti bisognerebbe giungere a quest'ultima prova; imperocchè tra pochi giorni Semiramide udrà l'annunzio della rivolta scoppiata in Babilonia e in pari tempo le verranno meno le vettovaglie bisognevoli a sfamare un così numeroso esercito. Ella in paese nemico, e intorno a lei spopolato, col malcontento e la costernazione tra' suoi, si vedrà costretta a rifar la sua via. E tu allora a piombarle sopra improvviso, da qual parte ti piaccia, o far pace onorevole.
— Buono è il consiglio; — disse Ara, dopo alcuni istanti di pausa. — Ma pace io non spero, nè fuggire saprei. Il tuo disegno fu già nella mente di Vasdag, il savio principe di Tarbazu, che è il primo de' miei consiglieri; ma egli stesso ne ha abbandonato il pensiero.
— Egli non poteva sapere della rivolta di Babilonia; — entrò sollecito a dire Sumàti; — e questo evento....
— Sì, intendo ciò che vuoi dirmi; — interruppe il re; — ma questo luogo è fatale. I sacri platani di Peznuni hanno dato il responso, «È in Ajotzor la tomba dei Babilonesi.»
— Ambigui troppo, gli oracoli! — notò brevemente Sumàti.
— Non credi tu che in essi parlino i Numi? — chiese Ara con accento di sicurezza.
Sumàti chinò la fronte, pensoso.
— Io credo, — rispose, — che nella mente del savio sia il più venerabil tempio e il più certo oracolo di Dio.
— Chi può dire: io sono il savio tra tutti! — ripigliò Ara, crollando mestamente il capo. — Comunque sia, grazie a te dell'amorevole consiglio; ma vedi, oramai la sorte è gittata. Non è egli forse già troppo aver condotto l'Armenia a questo cimento per me? Il meglio è di finirla in un giorno. Qui pugneremo da valorosi; qui morremo, quando non sia possibile il vincere. Vivo ella non m'avrà in sua balìa; m'intendi tu? — proseguì il giovine con accento di sicurezza profonda. — Io l'ho giurato all'ombra amata di Sandi, del dolce amico di cui m'è viva qui la presenza in ogni cosa ch'io miro, più ancora che non mi fosse chiaro l'aspetto in quella notte orribile, donde hanno principio i miei mali. Ben poco invero io darò in preda alla morte! Non m'ha già ella ucciso, spegnendo nel mio cuore la fede! O padre! la mia vita è un tormento, un'atroce agonia dello spirito. Mi ami, hai detto? Orbene, così m'avresti tu amato del pari, nelle tenebre paurose del sotterraneo, chè m'avresti usato misericordia laggiù, dandomi d'un pugnale nel cuore, innanzi ch'io varcassi la soglia di bronzo! —
Sumàti reclinò la testa sul petto e stette a lungo sopra di sè, corrugate le ciglia e gli sguardi atterrati. Quello che gli facea così grave la fronte era un acerbo rimorso. Tutta egli avea misurata, in quello sfogo dell'ambascia di Ara, la profondità della ferita che egli aveva aiutato ad aprire. Egli, cuor di macigno, s'era intenerito alla vista di quel candido garzone, di quell'animo incauto, così facile, per l'indole sua generosa e fidente, a cader negl'inganni degli ambiziosi e deitristi. Commosso da quella grazia e da quella prodezza giovanile, s'era adoperato a salvargli almeno la vita, e di ciò appunto, senza saperlo, gli faceva rimprovero quel misero cuore straziato. Lo amava, oramai; si doleva amaramente di averlo condotto a quel punto, vittima innocente di ambiziosi disegni, stromento inconsapevole di alte vendette. Iddio ha seminato il rimorso nell'anima del malvagio, come il filo d'erba nel deserto, come l'amore nella immensa miseria del mondo. Egli è forse per ciò che non siam tristi, o codardi, del tutto. E tale era Sumàti, che, nella schiettezza del suo rammarico, avrebbe voluto alzar quella fronte umiliata e parlare al re d'Armenia in tal guisa:
— Tutto ciò che hai udito, tutto ciò che hai veduto, è menzogna. Nulla è vero di Sandi, e tu, inebbriato da magici filtri, hai creduto di scorgere le sembianze dell'estinto in quel bugiardo aspetto che la nostra arte perversa ti ha mostro. Come sapessimo noi così minutamente del tuo passato, t'è oscuro? Ma torna indietro coll'animo, e rammentati. Non hai tu troppo fatto a fidanza coi silenzi notturni, là, nel sacro bosco di Militta, allorquando, curuccioso di doverti presentare al temuto cospetto di Semiramide, giuravi fede e rapivi la pace del cuore ad Atossa? E ben altro sapemmo, ben altro. Non metter tua fede intera negli uomini, o re! I sensi loro, i desiderii, le ambizioni, i rancori, oggi a te ligii, o tacenti per te, si gioveranno della tua fede, si armeranno del tuo segreto contro di te, solo che un astuto malveggente li possa infiammare a tuo danno. Bared, il tuo fedelissimo Bared, fu colto ai lacci d'una tentatrice leggiadra; tutto egli disse, ciò che a noi mettea conto sapere, per colorirne la fantastica scena che t'è parsa sì vera; e il suo silenzio, la sua complicità, furono compri dalla paura di aver troppo parlato, assicuratialla lega coll'oro, e più assai con minaccie di morte. Egli ha taciuto finora, temendo di avere assiduo al suo fianco il punitore; tacerà, più pauroso ancora, poi che avrà veduto me nel tuo campo. Io solo, dei tre congiurati, mi mostrai a viso scoperto; io solo, il men noto, ti condussi al tuo alloggiamento fuori il baluardo di Nivitti Bel. Tu sei vittima, o re, dell'odio di Zerduste, del più possente tra noi, contro il quale intendevano le mie parole a metterti in sull'avviso poc'anzi. Egli, contrariamente all'utile della causa comune, e non ascoltando che la sua rabbia gelosa, voleva la tua morte; io a fatica ho rattenuta la sentenza fatale, t'ho salvata la vita. Non basta ancora; io debbo far posare la guerra, ridarti la pace del cuore. Quella donna è calunniata; ella e tu, siete involti in una rete d'inganni. Uccidimi, o re; dammi ai più fieri tormenti; ma questa è la voce del vero. —
In tal guisa avrebbe voluto parlare Sumàti. La schietta confessione gli turbinava nell'animo, gli faceva impeto alle labbra. Ma quale vergogna non sarebbe ella stata per lui! Apparire al cospetto di Ara un vil mentitore, un artefice di biechi inganni, egli, Sumàti, il discepolo di Manù, l'interprete dei santissimi Veda! E non c'era egli altro modo di tornar utile al re, senza tanto disdoro? Egli ben lo cercava, ma in quel suo turbamento non gli venìa fatto trovarlo.
E mentre così dubbiava tra rimorso e vergogna, s'affacciò all'ingresso della tenda Vasdag, il principe di Tarbazu, con aspetto che già di per sè annunziava rilevanti novelle.
L'occasione era fuggita. — È il destino che lo vuole! — aveva detto Sumàti in cuor suo.
— Che rechi di nuovo? — dimandò Ara al vecchio capitano.
— Un cavaliero, — rispose Vasdag, — è giunto or ora da Lukdi...
E si arrestò, guardando Sumàti.
— Parla liberamente; — disse Ara; — questo pellegrino non è di soverchio fra noi.
— È giunto da Lukdi, — ripigliò allora Vasdag, — e porta novelle dell'esercito babilonese, che ha lasciato il campo di Assur ed è tutto in marcia verso di noi. Le sue ali si stendono all'orizzonte come i corni d'una luna falcata, e le schiere in moto appaiono numerose come un nembo di locuste, che si rovescino a devastare i campi d'una intera contrada.
— Era tempo; — sclamò il re. — E dove accenna il nemico?
— A sforzare col nerbo de' suoi il passo dell'Eufrate, mentre forse una parte, che s'avanza diffatti sulla riva sinistra del fiume, risalirà alle sorgenti del Tigri. Questa io l'ho per una vana minaccia; del resto, laggiù son munite le strette e poca gente basterà a trattenere gli audaci.
— Sta bene, — disse Ara. — E che faremo noi ora, o Vasdag?
— Mio signore, — rispose il principe di Tarbazu, — lo ha già detto il tuo senno. Li lasceremo penetrare in questa valle, dove, coll'aiuto degli Dei, sarà la lor tomba.
— E t'ascoltino gli Dei; — soggiunse il re. — Ma pensiamoci ancora; egli è accorto consiglio aspettarli qui, o non piuttosto ritirarci più indietro, per modo che non possano così facilmente rifornirsi di gente fresca, destreggiarci, insomma, rigirarci di greppo in greppo, traccheggiare, stancar l'inimico e attendere una migliore occasione? Sappi, o Vasdag; Babilonia si è ribellata e con essa tutta la regione di Sennaar. Quest'uomoche vedi, e nel quale è da riporre gran fede, me ne ha recata or ora la certa notizia. —
E si fece a narrargli partitamente tutto ciò che sapeva, e ciò che aveva cercato di persuadergli Sumàti.
Ma il principe di Tarbazu, o fosse religione vera e profonda, o diffidenza dell'ignoto pellegrino, rispose;
— È tardi oramai. L'oracolo di Peznuni ha parlato, e il tuo esercito, o re, vedrebbe di mal occhio un mutamento di ordini, che oggi, all'approssimarsi del nemico, avrebbe sembianza di fuga.
— Tu l'odi? — esclamò il re, volgendosi, con piglio grave, a Sumàti.
— E sia! — disse questi rassegnato. — Concedimi, o re, di rimanere al tuo fianco e di far mia la tua sorte.
— Ma.... — disse amorevole il re, — se ti incogliesse sventura? E se troppo noto ai nemici....
— Che importa? — interruppe Sumàti. — Non l'hai tu detto poc'anzi? In pugno di Zervane è il destino. —