CAPITOLO XVII.Ajotzor.

CAPITOLO XVII.Ajotzor.

Videro le aquile aicàne da quanta moltitudine di combattenti fossero minacciati i lor nidi. Le cime dei monti, le digradanti costiere, i poggi, i declivii, erano coperti di armati. Ancora non si distinguevano le insegne, nè poteano noverarsi i manipoli; ma si notava da lunge, e diceva più assai allo sguardo il brulichìo delle innumeri schiere.

— Per l'anima dei padri nostri! — esclamò Sempad, guatando in giro le aperte colline, in mezzo alle quali si dilungava scorrendo l'Eufrate. — Qual fitta selva d'armati!

— Numero sterminato, non forza! — disse di rimando Vasdag, alzando superbamente le spalle. — Calano dai monti e fuggiranno dal piano, siccome è lor costume ne' sabbiosi deserti. Assai più molestia mi dànno quegli altri, che io vedo inoltrarsi laggiù, sulla riva sinistra del fiume. —

Così dicendo, il principe di Tarbazu additava una frotta di cavalieri, che compariva allora alla svolta d'una rupe, in fondo alla valle. Era l'antiguardo dell'ala destra dei Babilonesi, che doveva, per l'angustiade' luoghi, avanzarsi da quella banda, lasciando tra sè e il centro dell'esercito il corso dell'Eufrate.

— Dividono le forze! — notò Sempad, con aria di trionfo.

— Possono farlo; — rispose con amarezza Vasdag. — Molto maggior nerbo di gente avranno incamminato sulla riva destra del fiume, dove sono i lor movimenti più agevoli. Mirano a pigliarci in mezzo, e accortamente preparano i cerchi; ma per gli Dei, innanzi che siano calate quelle miriadi senza nome dai monti avremo fatto un profondo squarcio nelle schiere del piano, e i tronchi del serpente dureranno fatica a ricongiungersi.

— Ti ascolti Zervane! — disse Ara il bello, che stava poco lunge da lui, ritto sull'arcione e il collo teso, guardando nel fondo. — Ecco diffatti, la prima fronte si avanza, è già presso alla macchia di Rezduni. —

Non s'ingannavano gli occhi del re. Mentre l'ala destra dei Babilonesi, che era composta di cavalleria meda e di arcadori di Martu, s'inoltrava dall'altra parte del fiume mollemente accennando a cercare un guado, il centro e l'ala sinistra si facevano speditamente innanzi su quel campo più vasto, che le alluvioni dell'Eufrate aveano formato sulla sua sponda destra. Grossi drappelli d'arcieri cussiti precedevano, misti a frombolieri di Palastu, che si veniano sparpagliando dinanzi alla fronte di battaglia, colle fionde tese dietro alle spalle e pronti a rotolarle in aria al primo apparir di nemici. Dietro a costoro si muovevano grosse squadre di cavalieri. I carri, che venivano in terza linea, erano celati allo sguardo da quella profonda siepe d'armati.

— Orbene, mio re, che faremo? — disse Vasdag, poi ch'ebbe osservato a sua volta il grosso dell'esercitocontrario. — Lascieremo che s'inoltrino ancora e si dispongano in battaglia ordinati?

— No, certo! — esclamò il re. — I fiondatori di Van sono appostati a piè della macchia di Rezduni. Eglino, che numerosi sono e valenti, prenderanno a sfrombolare i cavalieri babilonesi, e noi compiremo l'opera loro, facendo impeto dei nostri cavalli, entro le sgominate ordinanze. Cotesto non dee parer dubbio, — soggiunse il re, alzando la voce, perchè tutti intorno lo udissero — a chi per la sua patria ha risoluto di affrontare ogni più grave pericolo. Egli è piuttosto da stare in pensiero per quegli altri che s'avanzano laggiù e si fermano ad ogni tratto e mandano cavalli a tentare il guado del fiume.

— Stratagemma! — notò sorridendo il vecchio principe di Tarbazu. — Guadando il fiume laggiù, farebbero ingombro alle lor medesime schiere.

— Sì, ben dici, o savio Vasdag. Coloro vorrebbero trarci in inganno, perchè facessimo inutil ressa più avanti, lasciando più debole il campo nostro, dove certamente, al momento opportuno, si sforzeranno di giungere. Io dunque penso che a questa altezza si debba aspettarli. Vadano gli arcieri di Tarbazu e si appiattino sotto a quella triplice fila di pioppi. Colà, non altrove, tenteranno il guado i nemici. Ad ogni costo vuolsi impedirlo. Tu stesso, noto alla tua gente e diletto, veglierai in quel luogo. È il nostro lato debole ed ha mestieri del capitano più valoroso ed accorto. —

Così parlò il giovine re, di senno maturo; e Vasdag, bene intendendo come in quel luogo, che aveva detto il re, fosse necessaria la sua presenza, s'incamminò a quella volta, per disporre i suoi arcadori lungo le vincaie del fiume e un buon nerbo di cavalieri e di fanti al coperto, dietro la selva dei pioppi.

Ciò ch'egli aveva argomentato, e che il re aveva detto con lui, era vero. I Medi, comechè lentamente, s'avanzavano pur sempre, e senza mai risolversi al guado. Aspettavano, per ciò fare, che la pugna fosse sull'altra riva ingaggiata, e con manifesto vantaggio pei loro compagni.

Ora, a che i lor voti andassero vani, si affaticava il re d'Armenia con provvedimenti solleciti. Per fermo, pensava egli, su quel po' di pianura stesa dinanzi a lui tra le colline ed il fiume, dovea venire la piena delle forze nemiche. Certamente era laggiù Semiramide, coi migliori dell'esercito e coi più terribili ingegni di guerra. E diffatti, da un poggio alla sua destra, su cui si era prontamente condotto, egli aveva potuto scorgere i carri, nascosti dietro le profonde ordinanze della cavalleria babilonese.

E si avvicinava frattanto l'antiguardo nemico. Ad un tratto il suo balenare irresoluto, il cader di parecchi, e un nuvolo, come di negra polve per l'aria, mostrò al re d'Armenia che i nemici erano giunti nelle vicinanze della macchia di Reznuni, e che i fiondatori di Van mettevano ai loro passi impedimento gagliardo.

Un tal po' di sgomento erasi sparso nelle file degli arcieri cussiti, a quell'improvviso assalto di fianco. Tosto aveano poggiato dalla parte del fiume, e, postisi al coperto degli alberi, scagliavano frecce agli appostati nemici; ma con pochissimo frutto, essendo questi in parte nascosti agli occhi loro da una fila di massi scoscesi, che faceano orlo alla macchia.

Veduto il frangente, furono pronti i Babilonesi al riparo. Una mano dei loro, con scudi imbracciati, giavellotto in pugno e corte spade al fianco, si gittarono di lancio alla costa del monte, per inerpicarsi lassù e sloggiarne i fiondatori molesti.

Ara, ciò vedendo, non ne fu punto turbato. Egli ricordava che al comando dei fiondatori era preposto Dicranu, forte e risoluto guerriero, e non dubitava che i Babilonesi non avessero a pagar tosto il fio della loro temerità. Diffatti, le pietre seguitavano a piovere, e gli alberi sotto cui si riparavano gli arcieri, ne erano sfrondati, come per rovescio di grandine. E i soldati che avevano pur dianzi tentato l'assalto, se ne tornavano in grande scompiglio sul piano, dov'erano fatti segno a quella rovina di sassi, non potuta rintuzzare dalle valide risposte dei frombolieri di Palastu e degli arcieri cussiti. Trasvolando in aria, fitte a guisa di nuvole, le frecce, le pietre, i globi d'argilla e di piombo, fischiavano, rompeano le spade in pugno ai guerrieri, sfondavano le corazze, rimbalzavano sugli scudi, facevano schizzar gli occhi dall'orbite, le cervella dalle infrante cervici.

Grida di giubilo per tutto il campo aicàno salutavano questa vittoria dei fiondatori di Van. Ma che avviene egli mai? Fumanti globi si levano da tergo alle squadre babilonesi, fendono l'aria, piombano sulla macchia di Reznuni.

Semiramide, scorgendo che i Medi non hanno ancora guadato il fiume, nè possono perchè il nemico ha deluso il loro accorgimento e veglia certamente al passo pericoloso; pensando inoltre che la sua cavalleria e i suoi carri di guerra non potrebbero impunemente passare sotto quella rovina di sassi, ha fatto incontanente sul fianco sinistro avanzar le sue macchine. L'assalto dei guerrieri alla macchia non era che un infingimento per guadagnar tempo e sviar l'attenzione degli Armeni. Ed ecco, le sue macchine, in acconcio luogo collocate, scagliano dardi intrisi di nafta e palle di bitume acceso sulla costiera. S'appicca il fuoco alla selva; cigolanole piante investite dalla fiamma; vortici di denso fumo s'innalzano, ingombrano l'aere, acciecano i combattenti, di cui di mano in mano si rallentano i colpi.

Vide Ara il pericolo che da quella impotenza dei fondatori di Van sarebbe derivato all'esercito, e si affrettò a scendere dal poggio.

— Suvvia, cavalieri di Armavir! — gridò egli con voce tonante, — il momento è venuto di dar dentro alle ordinanze nemiche. —

Alte grida rispondono al comando del re. I prodi d'Armavir, lentate le redini sul collo, strette le ginocchia nei fianchi ai poderosi corsieri, appuntate le frecce sulla corda degli archi, galoppano. Quel tratto di strada che li divide dallo incalzante nemico, è superato in brev'ora. Si traggono in disparte, fuggono, si rovesciano gli uni sugli altri i fanti babilonesi, non potendo resistere a tanta rovina. Conoscono le amiche insegne i fiondatori di Van, e calano solleciti al piano; dietro a loro s'avanzano i montanari d'Urarti, che portano punte di ferro annestate al sommo di lunghi bastoni.

Semiramide, dall'alto del suo cocchio di guerra, ha veduto il nembo di polvere che sollevano i cavalieri d'Armavir. Tosto comanda che la sua cavalleria si divida in due ale e lasci aperta la via. Avanti i carri! Pesanti come sono, muniti di ferrea cuspide al sommo del timone, riusciranno più saldo ostacolo all'impeto dei cavalieri aicàni.

E si muovono i carri, con alto fragore vanno a dar di cozzo in quella mobil muraglia di petti anelanti. Ma gli Armeni hanno scorto da lunge il mutamento; sviano i cavalli e piombano sui lati, si ristringono addosso ai cavalieri di Babilonia. Dietro a loro, apron le file i fondatori di Van, si stringono a densi manipoli i montanari d'Urarti; e quelli fan piovere una grandine disassi sui carri che passano, questi fan selva di picche nei fianchi ai cavalli. D'ogni parte è aspra la zuffa; si confondono gli ordini, e, trattenuti i carri nel corso, incomincia la strage. I cavalli feriti s'impennano; questi infrangono il giogo; quelli rovesciano i carri; gli uni, acciecati, vanno a rompersi la cervice contro le ruote dei cocchi vicini; gli altri, sbuffanti, con erette criniere, trascinano morto l'auriga.

Così ridotti a mal partito i carri babilonesi (chè pochi poterono aprirsi la via nelle schiere avverse, nè uno tornò più indietro a raccontare il suo trionfo), si volsero i montanari di Urarti in aiuto dei cavalieri di Armavir. Destramente rigirandosi in mezzo ai combattenti, sforacchiavano il ventre delle cavalcature nemiche, tagliavano le cinghie, recidevano i garretti; come tigri si scagliavano in groppa, si avvinghiavano ai fianchi dell'avversario, lo trascinavano a terra, sotto le zampe dei cavalli, entro laghi di sangue. Rotti, sbaragliati da quell'impeto non preveduto, impossenti contro i feroci assalti di quelle belve rabbiose, tentano i Babilonesi divincolarsi dalle strette, e come possono, e quando possono, si danno alla fuga. Grida, urla selvaggio, sono il cantico di vittoria della gente aicàna.

Cuoceva frattanto ai buon principe Vasdag di rimanersene là inoperoso, all'ombra dei pioppi. E i suoi soldati, udendo le grida dei compagni, che sempre più si allontanavano per la valle, incominciarono a dolersi altamente.

— I nostri incalzano il nemico, gli danno la caccia colle spade nel tergo, e noi resteremo qui senza gloria!...

— Ad udire le voci di trionfo che salgono ai cielo!...

— A contemplare quei cavalieri sull'altra riva del fiume!...

— Que' simulacri di pietra, che non si muoveranno mai più!...

— Pazienza, miei prodi! che farci? — diceva amorevole, ma non meno scontento, il principe Tarbazu. — Queste sono le sorti della guerra. Se noi volassimo laggiù, dove il re nostro combatte, gli porteremmo inutile aiuto; e frattanto quelle squadre di cavalieri, che mi hanno l'aria di farsi sempre più numerose, guaderebbero impunemente il fiume e piglierebbero i nostri valorosi alle spalle. —

Laggiù frattanto, dove i soldati di Vasdag si dolevano di non essere, continuava, non più la pugna, il macello. Ara infuriava nel mezzo, pari al Dio delle stragi. Ma finalmente, vedendo sgomberarsi il campo davanti a lui, da capitano prudente, fe' suonare a raccolta. Temeva egli infatti non si sbandassero i suoi nel tripudio del sangue e non si perdesse in tal guisa il frutto di quella vittoria, che, a dir vero, non gli pareva anche sicura.

E ben gliene incolse. Difatti, un nembo di polvere si solleva da lunge. Sono i bianchi cavalieri di Belo, che giungono alla riscossa. Trema la terra allo scalpito dei cavalli accorrenti; la nuvola cresce, s'approssima, par l'uragano che rovinoso s'avanzi.

Ara comanda a' suoi di ritrarsi. Una macchia di arbusti, dalla parte del fiume, nasconderà in parte i cavalieri d'Armavir. I carri rovesciati dei Babilonesi faranno serraglia in mezzo alla strada; dietro essi staranno a riparo gli arcieri di Zikartu, i fiondatori di Van, i montanari di Urarti.

Grida sinistre accolgono gli assalitori, e una tempesta di freccie, di pietre e globi di piombo, si disserra sovr'essi. La prima fronte della sacra miriade è disfatta; sottentra la seconda ed egual sorte l'attende. Nuovo ostacolo fanno i cavalli caduti: altri s'impigliano tra le ruote dei carri, inciampano nelle redini sparse,stramazzano al suolo. La lotta a corpo a corpo ripiglia più acre, più furibonda che mai, si calpestano i feriti, e su monti di lacere membra i sopravvissuti combattono. È pugna di Titani, non d'uomini della comune misura. Guaiscono i caduti, bestemmiano i moribondi, urlano gli incolumi, e si van provocando mutuamente a battaglia. Con voce pari a mugghio di tuono. Balsam, il capo dei bianchi cavalieri, va chiamando Ara dovunque, lo dimanda avversario, giura di tracannare il suo sangue. E l'ode il re d'Armenia e tenta col cavallo di farsi strada alla volta del fiero Cussita. Ma in quel mezzo, Dicranu ha fatto rotar la sua fionda, il sasso ha colto l'orgoglioso provocatore nel petto e lo ha trabalzato d'arcione. Svelto come un leopardo, si cala Dicranu da un monte di cadaveri e per mezzo ai cavalli nemici corre ad impadronirsi delle spoglie di Balsam, seguendolo nell'audacissima impresa i fiondatori di Van. Gli si attraversano i seguaci del caduto; la mischia non è più per vincere da una parte o dall'altra, bensì per contendersi la nobile preda. Per lungo tratto non si discerne più nulla in quel brulichìo, in quella confusione, in quell'agitarsi disordinato di membra. Ma ecco, finalmente, appare Dicranu sulla groppa d'un cavallo; egli stringe, acciuffata nei capegli, la testa recisa di Balsam; la mostra ridendo ai compagni, che gli si serrano intorno; cade a sua volta; un dardo ha fischiato nell'aria, gli s'è ficcato nella strozza, troncandogli ad un punto i superbi dispregi e la vita.

Ara intanto, poichè l'impeto della sacra miriade si è franto, comanda ai cavalieri d'Armavir di uscir dalla macchia. Accorrono essi e colgono le profonde coorti di fianco, vi fanno per entro uno scempio. Rotte così le ordinanze, i montanari d'Urarti, cui il sangue ha reso sitibondi, si gittano alla carnificina, come stuolo di corvi rapaci. Orribile! orribile!

Belli ed alteri nelle candide spoglie, erano venuti i generosi all'assalto. Niente resisteva al loro urto giammai; nelle convalli di Elam, sui campi di Bakdi, sulle rive dell'Indo, que' fulmini di guerra avean sempre sgominate e disperse le più valide schiere. Ed ecco, qui, in una stretta d'Armenia, impacciati, confusi, dovevano essi venir meno alle loro gran fama, alle più grandi impromesse! Già non erano più una falange ordinata; sibbene una torma cieca, ondeggiante, lacera e pesta, per entro a cui s'aggiravano belve con faccia umana, mostri usciti dai regni tenebrosi, che sventravano le cavalcature e riversi li faceano cadere colle inutili armi, per trucidarli nella mischia, diromperli sotto le zampe ferrate, affogarli nel sangue.

Guatava dinanzi a sè la regina, dall'alto del suo cocchio di guerra. E diceva intanto in cuor suo: o come non vanno più innanzi i cavalieri di Belo? come non hanno ancora sgomberata la via?

Bene ella sapeva forti guerrieri gli Armeni, ad essi propizio il luogo e ministro d'armi nuove il furore; tuttavia non s'aspettava una così gagliarda resistenza.

— Per fermo, — ella disse, — il re loro combatte laggiù.

— Sì certamente; — notò Faleg, uno de' suoi uffiziali, — non si pugnerebbe con tanto accanimento, dove egli non fosse a capo de' suoi. Ah! la sua testa è poco, a rifar Babilonia di tante vite mietute. —

Semiramide non rispose parola a quella acerba considerazione di Faleg.

— E i miei cavalieri, — gridò ella invece, — morranno così, senza che io sia con loro e corra gli stessi pericoli?

— Possente regina, — entrò a dire un altro dei suoi, — lo sguardo tranquillo ed onniveggente del duce è necessario alla comune salvezza.

— Ah! così pure avranno parlato a lui le timide lingue de' suoi consiglieri. Cionondimeno, egli è nella mischia, come l'ultimo de' suoi combattenti. Orvia, Faleg; sian pronti gli elefanti ad ogni occorrenza; noi ora andiamo, corriamo, dove si pugna per noi. —

Si mosse il cocchio regale, rapidamente trascinato da otto generosi corsieri, verso il luogo del combattimento. Ma l'esito non rispose ai voleri della regina. La sacra miriade era respinta e i fuggenti travolsero il cocchio nella ritirata, invano chiamati, invano ripresi dalla voce di Semiramide. Tutto intorno a lei era un indescrivibil tumulto; cavalli senza cavaliere, anelanti fuggivano, con le viscere penzoloni fuori dal ventre squarciato; altri, imbizzarriti, si traevano dietro il morente signore, co' piedi impacciati nella staffa; molti, compresi d'alto spavento, volgevano al fiume, quasi temendo di non essere più in tempo ad evitar l'urto dell'incalzante nemico.

La regina guatò un istante con torvi occhi quello stuolo di femmine imbelli; indi, comandò che gli elefanti uscissero a lor volta, protetti da quanti uomini rispondessero in quel punto all'appello.

— Avanti, orsù! — gridava la fortissima donna, che, già discesa dal cocchio, era balzata a cavallo, brandendo il suo giavellotto. — Avanti, generosa prole degli Accad! Ricordate che tributari vostri furono sempre questi montanari orgogliosi, e che voi siete i vincitori del mondo! Era difficile il passo; ecco perchè i nostri cavalieri hanno dovuto piegare davanti ad un pugno di mandriani armati di fionda. Animo, via; non fate che ridano di voi le donne di Armavir, torcendo il fuso nelle veglie invernali! Vedete! Già calano le nostre migliaia dai monti; appariscono dal sommo dei poggi; scenderanno tra breve a ruina. Ancora uno sforzo, valorosi Cussiti, e la vittoria è per noi! —

La battaglia è al suo momento supremo. I prodi Armeni s'inoltravano, irrompevano sui piano, come gonfio torrente che abbia rotti i suoi argini. Ma ad un tratto i cavalli si arrestano, nitriscono, s'impennano, sbuffano, non sentono più lo sprone dei cavalieri. Che è ciò? Negre moli si affacciano sulla strada. Son gli elefanti; nuovi arnesi di guerra, che Semiramide ha condotti seco dalle rive dell'Indo. I montanari d'Aiasdan non hanno mai combattuto contr'essi.

Accorrono sulla prima fronte e scagliano dardi gli arcieri di Zikartu; ma, contro a quei colossi coperti di ferro, fanno mala prova gli strali. S'inoltrano minacciose le negre moli, e il valore aicàno è di bel nuovo arrestato a mezzo il suo corso.

Il re d'Armenia volge lo sguardo all'altra riva del fiume. I Medi, accalcati colà, non dànno segno di volersi muovere ancora. Tosto egli manda messaggi a Vasdag, che tolga dalle sue file quanti più uomini può, senza suo nocumento, e li avvii lunghesso la sponda destra del fiume, per cogliere gli elefanti di fianco. Egli intanto fa testa co' suoi; ma invano. Gli smisurati animali, incitati dagli spiedi de' guardiani che siedono loro sul collo, galoppano contro le sue schiere mal ferme, scuotono gli orecchi, larghi come ali di enormi vipistrelli; cogli acuti barriti sgomentano i cuori più saldi.

Qualche freccia più fortunata si ficca tra le giunture dei pettorali di ferro ed essi colle curve proboscidi strappano le canne innocenti, le gittano sul volto ai nemici. Stizziti dalle punture, si scagliano entro le file, mentre dall'alto delle torri che recano in groppa, guerrieri babilonesi scaraventavano sabbia e bitume infuocato. I larghi petti, muniti di sprone, già sono addosso ai cavalli; come prore di navi fendono il mare, così essi la calca; e intanto le proboscidi guizzano in aria,scendono nella mischia, afferrano, strizzano, lanciano in alto le vittime. Pallidi, esterrefatti, i soldati armeni dànno le spallo, s'incalzan fuggendo davanti ai negri colossi.

Infiammato di sdegno, coi primi che gli giungono in aiuto dalle schiere di Vasdag, il re d'Armenia fa impeto nel fianco dei mostri. I più audaci de' suoi si cacciano sotto, tentano di strappare le cinghie che tengono ritte le torri, di tagliare i garretti e di squarciare il ventre alle belve. Un elefante cade, ma schiaccia nella caduta i suoi uccisori. Avanti! avanti sempre! Un altro, per mano del re, ha recisa la proboscide ed agita urlando il moncherino sanguinolento; infuria coi denti d'avorio e trafigge chi non è pronto a cansarsi, indi si volta indietro, mette a scompiglio le file. Sollecito il guardiano, perchè non abbia a recar danno maggiore tra' suoi si toglie da fianco un lungo scalpello e, appuntatolo sulla giuntura della cervice, tanto vi picchia su col maglio ferrato, che spezza il cranio e fa stramazzar l'elefante.

Ma, caduti quei due, altri molti ne restano e menano strage all'intorno. Per colmo di sventura, mentre gli arcieri di Tarbazu cercano di farsi più innanzi, si abbattono nelle macchine, che la regina ha fatto avanzar prontamente di costa agli elefanti, e sono sfolgorati da una pioggia di fuoco.

Ora, mentre il grosso delle forze aicàne è arrestato da quei baluardi animati e da quelle macchine che scagliano fuoco, Semiramide è salita sopra un'eminenza, per abbracciar d'uno sguardo l'intiero campo di battaglia. Dalla tenda di Ara infino al luogo ove s'infrange l'inutil valore del re, la pianura è seminata di strage, ma libera, vuota di combattenti; soltanto le schiere di Vasdag sono visibili là in fondo, dalla partedel fiume, imboscate all'ombra dei pioppi. Poche migliaia d'uomini stanno ancor dietro le tende, alla guardia del campo aicàno.

Il momento le sembra opportuno per mandare ai Medi, ai Persi, agli Ariarvi, il segnale stabilito. Un dardo acceso fischia nell'aria e va a cadere nel mezzo del fiume. Tosto quel fitto stuolo di cavalieri si muove, affretta al guado, sotto gli occhi di Vasdag.

Un nembo di frecce accoglie il movimento dei Medi. Il principe di Tarbazu non ha voluto perder tempo, e i primi che si sono perigliati nell'acqua, vi trovano tosto la morte. Si allegrano nel profondo dei cuore i destri arcadori, e raddoppiano i colpi. Ma, pur troppo, essi non basteranno a impedire il passaggio. Vasdag, al cui vigile occhio nulla sfugge di ciò che si tenta sulla riva sinistra, ha veduto che i Persi e gli Ariarvi si dispongono a guadare in altri due punti l'Eufrate. Non si smarrisce d'animo, tuttavia, e manda incontanente per le riserve, raccolte dietro alle tende; le guida egli stesso, appena giunte, le colloca ne' luoghi più acconci, lungo la destra del fiume.

— Guerrieri d'Aiasdan! — egli grida. — Qui bisogna far l'ultimo sforzo e con quanto vigore ci è dato. Noi non avremo più patria, se non ributtiamo gli assalitori nell'onde. —

Aspro è il combattimento: i soldati di Vasdag fanno prodigi di valore. Ben sette volte i cavalieri nemici afferrano la sponda, e sette volte son respinti nel fiume. L'Eufrate è sparso di cadaveri. Nei luoghi ove il letto è meno profondo e più facile il guado, si ammonticchiano gli uni sugli altri i caduti, fanno argine alla corrente, che intorno ad essi ribolle, s'innalza fiottando e straripa.

Da due ore il sole avea varcato il meriggio, nè cessavaancora lo strepito dell'armi, il clamore dei combattenti. Per quanto era lunga la valle, dai poggi di Ajotzor alla collina di Kerezmanc, la quale signoreggiava il luogo dello azzuffamento tra il re d'Armenia e le macchine babilonesi, non era più un breve spazio di suolo che non fosse coperto di cadaveri, o d'armi infrante, o di lacere membra; e un odor crasso di sangue, un leppo arsiccio, misti ad una nube di polvere, saliano alle nari.

Un messo del re giunge galoppando e chiede nuovi aiuti a Vasdag.

— Che avviene egli laggiù? — dimanda il vecchio soldato.

— Che intorno agli elefanti, — risponde il messo, — abbiamo perduto il meglio dei nostri; che la via sulla riva del fiume è sbarrata dalle macchine, vomitanti fuoco; che non possiamo romper la diga nemica, se non abbiamo sussidio di gente fresca e animosa.

— Non è ferito il re? — chiese Vasdag.

— No, grazie sien rese agli Dei.

— Sta bene. Va alle tende di Ajotzor; ancora due migliaia d'uomini rimangono a noi. Pensavo di chiamarli io, a custodia del fiume; — soggiunse sospirando il vecchio guerriero; — ma che farci? Li abbia il re, che forse ne ha maggior bisogno di noi.

— Che debbo io dirgli di te? — chiese il messo, già in atto di partire.

— Che il vecchio è alla meta del suo viaggio sulla terra; — rispose Vasdag, — che, qualunque cosa avvenga, nessun Medo potrà vantarsi, me vivo, d'avermi vedute le spalle. —

Ciò detto, il buon cavaliere si allontanò verso la riva, per respingere un nuovo assalto dei Medi. Ma ormai l'impresa era superiore alle forze de' suoi. Duròa lungo lo scontro, sulla riva contrastata; finalmente, perduto gran numero dei loro, i nemici giunsero a piantarsi saldamente sul greto e fu libero il guado.

Vasdag non sopravvisse alla rotta. Slanciatosi col cavallo nelle schiere dei Medi, ebbe morte degna di sè, combattendo da forte, coll'ultimo colpo della sua spada fendendo l'elmo ed il cranio dei capitano nemico.

Accesi di sdegno, furibondi, si gettarono i suoi nella mischia, per difenderne il corpo e vendicarne la morte. Fu lotta disperata; bisognò ucciderli tutti, ad uno ad uno, e l'impresa fu lunga e difficile, costò ai vincitori gran sangue.

Così mantenne la sua fede Vasdag, il vecchio principe di Tarbazu, che è sulle rive dell'Eusino. Esperto condottiero d'eserciti, era stato compagno ad Aràmo, nelle sue guerre fortunate contro i Medi e i Turani, d'onde aveva meritato d'esser secondo nel reame, e incoronatore del re d'Armenia. Epperò a lui era concesso portare la corona fregiata di giacinti, due orecchini, il calzare rosso ad un piede, e il diritto altresì di bere in coppa d'oro. Biondo in giovinezza i capegli, colorito il viso, gli occhi grigi, robusto le membra, largo le spalle, il piè bello e saldo alle fatiche, fu sobrio sempre nel bere e nel mangiare, nei piaceri temperato. Per lungo ordine di secoli, i memori bardi, a suon di cembali lo cantaron prudente, moderato nei desideri, pieno di senno, eloquente, utile in tutti gli umani negozi. Sempre giusto nelle sentenze, pesava con bilancia a tutti eguale, senza studio di parti, gli atti d'ognuno. Non invidiava ai grandi, nè i piccoli sprezzava; non altro voleva che stendere su tutti il manto delle sollecitudini sue.

Ignaro della fine di Vasdag, ma udendo le grida di vittoria e notando l'affrettarsi dell'ala destra dei Babilonesinel passaggio del fiume, Ara meditò un ultimo colpo; sforzare il passo, non più dove infuriavano le macchine, ma dall'altro lato, dove sorgean le colline. Scelti a tal uopo i più animosi dei suoi, si condusse a volo verso le alture. Lo seguirono primi, al sommo di un poggio, Bared, lo scudiero, Sumàti ed Abgàro; Abgàro che pel lungo combattere vedevasi lordo la bianca tunica di sangue e di polvere.

— È questo il colle, — disse con accento d'amarezza il cantore, — d'onde il fortissimo Aìco saettò l'orgoglioso Titano. Vedi, o re; quello che ci sta dinanzi è il poggio di Kerezmanc. Colà noi dobbiamo giungere, calarci di là, piombare alle spalle di quei luridi cani! Ma che vedo? O m'inganno, o il duce dei Babilonesi è lassù. Destro arciere, suvvia, chè non adatti uno strale alla corda e non gli mandi il saluto della morte? —

Trascinato dalle aspre parole di Abgàro, il re impugnò l'arco e si fece a togliere la mira. Dal poggio di Kerezmanc il suo aspetto fu conosciuto e l'atteggiamento notato.

— Ah! — gridò Semiramide. — Lui! —

E spronato il cavallo, si avanzò imperterrita sul ciglione, ad attendere il colpo.

Faleg e gli altri che l'accompagnavano, veduto il pericolo a cui ella si esponeva, furono solleciti a correre, per farle scudo colla loro persona. Ma la fortissima donna li rattenne con un gesto imperioso.

— Non ardirà! non ardirà! — soggiunse ella poscia, con un altero sorriso.

E stette immobile, guatando il suo avversario; ben lieta e largamente vendicata di lui, se avesse potuto scorgere il tremito che gli invadeva tutte le fibre in quel punto.

Rimase egli incerto un tal poco, quasi volesse aggiustar la mira, e sperimentare la tensione della corda. Ma questa per fermo non doveva essere la cagione dell'indugio, poichè tosto, con atto disperato, gittò l'arco e lo strale lungi da sè.

— Non posso! — gridò egli. — Non posso!

— Ma potrò io! — disse Abgàro.

E raccolse l'arco da terra. Il re lo rattenne, che già stava per poggiare la cocca sul nervo disteso.

— No, no, mio vecchio Abgàro! A qual pro? —

Abgàro lo guardò trasognato; indi, come parlando a sè stesso, acerbamente rispose:

— Ah! invero nessuno saprebbe più tender l'arco di Aìco. Ma nessuno ama più la sua patria come il figliuol di Thogarma. Gli occhi d'una maliarda hanno virtù perniciosa su noi, come quelli del serpe. Oh, dimmi ciò che vorrai, re d'Armenia; — soggiunse il vecchio cantore, notando il corruccio che balenava dagli occhi del giovine; — uccidimi, se t'aggrada, e togli un altro soldato alla misera terra dei padri.

— No; — rispose gravemente Ara; — io nol farò. Risponderò invece al tuo cieco amore di patria che questo inutil colpo contro una donna potrebbe aggravare la sorte del popolo nostro, che non avrà più noi per difenderlo. —

Nulla rispose il vecchio; ma un amaro sorriso d'incredulità gli sfiorò le labbra; e fu risposta peggiore. Trasse indi la spada; gittò la guaina al basso, dove in quel punto si vedeano apparire i nemici, e giù di lancio, come se avesse al piede le ali della giovinezza, si scagliò incontro alla morte.

— Tu solo? — gridò il re, con accento disperato. — Vecchio Abgàro, non disprezzare i giovani, perchè essi hanno un cuore e non amano combatter le donne. —

E impugnata la sua larga spada a due tagli, si avanzò per seguire il vecchio sdegnoso.

Ma in quel mezzo, Abgàro cadeva. Una torma di arcieri sbucava da un colmo di arbusti, sulla destra degli Armeni. Erano i primi che calavano dai monti. Non che la fronte dell'esercito aicàno, già più non eran sicure le spalle. E il medesimo accadeva dall'altra banda del fiume. Quella parte dell'esercito babilonese che davanti al passo di Lukdi avea piegato a destra, verso le sorgenti del Tigri, per inaccessi e mal guardati sentieri, riuscita era alle spalle di Ajotzor, tagliando la via di ritirata verso Armavir, e piombando sulle tende del campo di Ara, innanzi che i Medi, i Persi egli Ariarvi avessero distrutto gli ultimi avanzi delle schiere di Vasdag.

Il re d'Armenia non vide la morte di Abgàro. Egli era appena a mezzo del declivio, che una freccia lo colse, penetrando là dove la corazza si allacciava alla gorgiera. Sul punto non s'era avveduto di nulla, attribuendo la caduta all'aver posto il piede in fallo. Senonchè, tentando di rialzarsi, sentì una trafittura, come un bruciore al sommo del petto. Recò istintivamente la mano colà e trovò la canna infissa nella giuntura; la strappò con violenza e un umor caldo gli spicciò sulla mano. Era sangue, e appariva copioso.

— Ah, grazie! — esclamò, alzando al cielo le pupille smarrite.

E ricadde, ma non più sul terreno, bensì tra le braccia di uno de' suoi. Riaperse gli occhi a guardarlo e riconobbe Sumàti.

— Santo vecchio, — diss'egli con voce spenta, — che avviene di noi?

— Mio dolce signore! — rispose amorevole e triste l'Indiano. — Scendono innumeri schiere dai monti; già ci romoreggiano da tergo.

— E il fiume?

— Guadato!

— Ah! È dunque morto Vasdag. Povero amico! Povera terra d'Aiasdan! Uccidimi, te ne prego, Sumàti! Toglimi ai miei rimorsi, al mio disonore, finiscimi! —

Sospirò profondamente il vecchio Sumàti e chiuse gli occhi come per raccogliersi nei suoi dolorosi pensieri. Anch'egli sentiva il rimorso, che gli lacerava il profondo dell'anima.

In quel mentre s'avvicinavano a passi concitati, e feroci nell'aspetto, i nemici.

— Rattenete le armi! — gridò Sumàti, poichè li ebbe veduti salir minacciosi per l'erta. — È il re d'Armenia ferito. Oscuri soldati, ardirete dar morte ad un re?

— Ah! — sciamarono giubilanti i guerrieri. — Il re d'Armenia! il re prigioniero?

— Non si uccida, pel dio Nergal! non si uccida! — gridò il capitano, accorrendo tra i primi, colla spada sguainata. — Arrendetevi, figli d'Aìco, e giù l'armi, o tutti pagherete col vostro sangue ogni scalfittura che tocchino i miei. —

Erano in piedi sul fianco del poggio, Sumàti, Bared, Sempad, e pochi altri guerrieri aicàni. La resistenza sarebbe stata impossibile; posarono le armi.

— Dobbiamo prenderlo vivo; — proseguiva il capitano, parlando a' suoi, che s'erano fatti intorno al ferito. — La regina ha promesso un lauto premio a chi le condurrà vivo il nemico. E siete voi, voi, uomini di Birtu, la città bianca sul monte, i fortunati!

— Gloria a Birtu! — gridarono i soldati, levando in aria gli archi e le spade. — Gloria al paese di Libnan, dove sorgono i cedri!

— Il vinto re farà bello il trionfo alla possente signora degli Accad; — dicevano alcuni di essi. — Pagheràegli il fio di tante migliaia di uomini che questa orrenda giornata ci costa.

— Che farà di lui la regina?

— Lo darà in pasto ai leoni.

— Lo farà configgere con chiovo di rame nel fronte alle porte della sua reggia. —

Così semivivo, il re fu adagiato sull'erba. Sumàti, scioltogli prestamente l'usbergo, gli veniva astergendo la ferita e con una fascia, che s'era tolta dai fianchi, s'apparecchiava a stringere il sommo del petto, perchè il sangue stagnasse.

Intanto Semiramide, discesa dal colle di Kerezmanc, affrettava il cavallo lassù.

— Vivo! — gridarono i guerrieri di Birtu, muovendole incontro. — Possente signora, egli è in nostre mani, il tuo crudele nemico. —

La regina, severa in volto, accigliata, come chi si sforza di nascondere la tempesta dei contrari affetti che gli freme nel cuore, comparve sul luogo, tra le grida e le acclamazioni delle sue schiere affollate.

Sumàti torse le ciglia da lei ripugnandogli di vedere su quella fronte la gioia dell'ottenuto trionfo. Ma vide in quella vece Bared, lo scudiero, il fido di Ara, che gli stava tutto confuso e tremante da lato.

— Ah, Bared! — susurrò nell'orecchio all'Armeno il vecchio della Triade. — Tu lo vedi? Il tuo tradimento ha perduto l'Armenia; ha perduto il suo re. —

Un singhiozzo venne a morir sulle fauci di Bared.

— E tu? — diss'egli di rimando.

— Io? — sclamò il vecchio. — Io non ero de' vostri, nè conoscevo quel nobile cuore. Ma ora, mi assista l'Eterno, io salverò la sua vita.

— Che vuoi tu fare? Tradirci? — balbettò, impallidendo, l'Armeno.

Sumàti crollò alteramente le spalle e non gli rispose che una sola parola: — codardo! —

La vittoria di Ajotzor era stata piena ed intiera. Saviamente scelto il campo di battaglia dall'esercito aicàno; ma egli sarebbe bisognato, per vincere, che il re d'Armenia avesse avuto più gente, per custodire la sinistra riva del fiume e asserragliare le gole circostanti. Non erano in quella vece che cento migliaia di valorosi; valorosi, sì certo, dappoichè tutti giacevano sul campo. Povere donne di Aiasdan! esse non doveano più rivedere gli amati.

Le perdite dei Babilonesi erano gravi; si potea noverarle ad occhi veggenti. Duecento migliaia tra morti e feriti; la sacra miriade distrutta; poche centinaia i superstiti.

Il vecchio della Triade s'era ingannato. Semiramide fu triste, assai triste, quel giorno.


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