Chapter 4

Aveva poco più di dodici anni, ma era un fanciullo riflessivo, e la sua intelligenza si era sviluppata presto, grazie alla vita avventurosa che gli era toccata. Aveva veduto da piccino il babbo e la mamma godersela in continui spassi, poi piangere e smaniare perchè avevano speso troppo. Poi, a cinque anni, era stato trasportato a Genova, e di là sopra un bastimento; e, durante il lungo tragitto, aveva udito suo padre parlare con esaltazione del dono generoso del fratello, e dei disegni di speculazioni che faceva lui per far fruttare quel danaro, il quale doveva essere la sua salvezza e la sua fortuna.

Poi, laggiù in America, erano tornati i mali giorni, i debiti, i guai, e si erano scritte lettere al fratello di Santhià sperando da lui altri soccorsi. E per quanto, vedendo che le sue lettere rimanevano senza risposta ed i soccorsi non giungevano, il signor Teodoro, dimentico del beneficio ricevuto, accusasse il fratello di avarizia e di non aver cuore, Vicenzino si ricordava quanto aveva udito prima, ed il sacrificio che lo zio aveva fatto per loro, e capiva dov'era la ragione e dove il torto. In America avevano cominciato dallo stringere molte relazioni nella colonia europea; dal dar pranzi e serate, dal fare i gran signori. Il signor Teodoro diceva che questo acquistava credito; e così le ventimila lire erano sfumate, e dietro quelle erano sfumati anche i nuovi amici. E quando Vicenzino aveva veduto la sua casa nella miseria, e più tardi la mamma, che non era più elegante nè bella, deperire ogni giorno senza nessuno che l'assistesse, aveva pensato spesso a quei parenti di Santhià che non aveva mai veduti, ma che dovevano esser buoni perchè avevano dato tutto il loro avere al suo babbo in un giorno di sventura. Poi aveva pensato, perchè mai non li aveva conosciuti quei parenti; perchè mai il suo babbo e la sua mamma non li frequentavano affatto quando erano nella prosperità, o, almeno, quando se la spassavano? E perchè avevano ricorso a loro quando s'erano trovati in quel gran guaio ed abbandonati da tutti? Lo sapevano dunque che quelli erano più buoni di tutti? Che erano capaci di perdonare il loro lungo abbandono, la loro noncuranza, e di fare del bene senza badare al proprio risentimento, soltanto perchè gli altri ne avevano bisogno e perchè era bene? Aveva pensato tutto questo il piccolo Vicenzino; ed il suo cuoricino di bimbo si struggeva di tenerezza per quegli zii che avevano soccorso il suo babbo.

Dacchè aveva cominciato a ragionare, il suo babbo era stato l'amore, la gioia ed il cruccio della sua giovane vita. Mentre la sua mente precoce vedeva e riconosceva i torti di quell'uomo, il suo cuore ne era affascinato. La madre non lo aveva mai vezzeggiato molto; il suo amor proprio di bella donna non era lusingato dall'aspetto malaticcio di quel bimbo, che fino ai cinque anni era stato quasi incapace di camminare; e quando il bimbo, un po' rinvigorito, aveva cominciato a crescere, a muoversi come gli altri, e ad essere ammirato per la sua bellezza gracile ed un po' effeminata, la povera donna era già tanto ammalata che non prendeva più interesse a nulla.

Il padre invece, dacchè suo figlio aveva sviluppata quella gentile ed esile persona, che gli dava l'aria d'un piccolo principe, dacchè quel volto bianco, quegli occhi turchini, quei lineamenti delicati avevano perduta l'espressione penosa della sofferenza, andava superbo della bellezza del fanciullo; lo chiamava «il suo arcangelo biondo», si gloriava di lui come si era gloriato della moglie quando questa era stata oggetto dell'ammirazione di tutti, più per vanità che per intensità d'affetto. Il signor Teodoro aveva sempre bisogno di insuperbirsi di qualche cosa, di vantare una superiorità qualsiasi. Altre volte era andato superbo del suo lusso, della vita signorile che menava, del denaro che spendeva. Ora di denaro non ne aveva più, ma gli erano rimaste le idee grandiose, alle quali credeva in buona fede: immaginava delle speculazioni impossibili, dei grandi affittamenti di terreni da pagarsi dopo il primo raccolto, che, ben inteso, doveva essere abbondantissimo, e diceva:

—Lasciate soltanto ch'io abbia concluso questo contratto, e poi vedrete come farò presto a rifarmi un patrimonio. Pago tanto, raccolgo tanto; mi resta tanto di guadagno; e l'anno venturo con questa somma in commercio posso cavarne tanto…

Era la storia della donna dal paniere d'ova.

E le sue ricchezze avvenire, dacchè nè lui nè la moglie non erano più giovani, le destinava a far brillare suo figlio.

—Ti metterò nel primo collegio d'America; ne uscirai con un'educazione da principe; e quando ti condurrò in Italia ti saranno aperte tutte le vie. Ti faranno deputato, senatore, ministro….

Si eccitava a quelle idee magnifiche e vane; rizzava orgogliosamente il capo, s'impettiva, gli brillavano gli occhi e si sentiva veramente felice, come se quei sogni fossero già avverati, ed egli fosse già il padre fortunato del primo diplomatico d'Italia.

Se per caso si trovava in possesso di una piccola somma, trascurava di pagare i debiti, di comperare le cose più necessarie, per portare un abito o un berretto nuovo a Vicenzino.

—Voglio che tu figuri bene, gli diceva contemplandolo; hai un grande avvenire, ma per raggiungerlo è necessario salvare le apparenze. Il mondo è leggiero, e ci bada molto alle apparenze. Voglio che t'ammirino fin d'ora, e che questi americani capiscano che non sei un ragazzo comune.

Vicenzino si sentiva intenerito da quelle dimostrazioni, e non osava respingere i doni del padre per timore di affliggerlo. Pensava: «Povero babbo, mi vuol tanto bene che fa delle pazzie per me». Ed adorava quel padre puerile come un gran fanciullone ingenuo, che ha bisogno di molta indulgenza. Specialmente dopo la morte di sua madre aveva riportato su quell'unico parente tutto l'affetto del suo cuore.

Avrebbe voluto poter consacrare al suo idolo una stima pari all'amore.Ma non poteva dimenticare il fatto delle ventimila lire.

Quando poi era tornato in Italia, quel pensiero aveva preso a tormentarlo come un incubo. Gli pareva che tutti conoscessero l'ingratitudine di suo padre, la sua slealtà, e che lo disprezzassero; ed egli si sentiva umiliato, e soffriva dolorosamente di quel disprezzo. Uscendo nella strada col babbo, gli parlava con atti di devozione, tratto tratto gli baciava la mano, come per dire alla gente: «Vedete come lo onoro, io che lo conosco davvicino?» Reagiva contro il giudizio del pubblico, che in fondo era anche il suo, e pretendeva di modificarlo.

Ma quelli che lo intimidivano di più, erano i suoi parenti sconosciuti. Si figurava la casa da dove erano uscite le ventimila lire indimenticabili, come il tempio di tutte le virtù, e lo zio, grande e terribile come il Padre Eterno nella sua giustizia offesa, lo faceva tremare.

Suo padre invece, nella sua inesauribile vanità, non avendo altro di cui far pompa pel momento, faceva pompa di quel fratello stimato e ricco. Gli attribuiva un patrimonio immaginario, e diceva ai vicini di casa:

—Conoscete il signor Anselmo Dogliani, quel riccone?…. Non sembra, perchè è modesto, ma se ne ha di quattrini! Io lo so perchè sono suo fratello.

Gli operai che abitavano l'umile casamento in cui s'era alloggiato lui, non la sapevano tanto lunga; per loro chiunque non lavorava a giornata era un signore, ed ammiravano compiacentemente quell'inquilino fanfarone, che aveva una parentela così ricca; tanto, in quelle ore di riposo, non avevano di meglio a fare.

E l'altro, lusingato, tirava via a raccontare come un giorno il fratello gli avesse dato ventimila lire (qualche volta diceva trenta, cinquanta) così sulle unghie; e soggiungeva, tronfio come un tacchino che fa la ruota:

—Sono passate tutte per queste mani; e ci è passato ben altro! Se ne gloriava; non provava nè riconoscenza pel fratello, nè vergogna di sè. Si sentiva superiore a quei poveri, ed era felice.

Quando Vicenzino era stato alla vigilia d'andare alla scuola, gli aveva detto in presenza dei vicini:

—Domattina alla scuola troverai tuo cugino, il figlio di mio fratello Anselmo. Si chiama Vincenzo Dogliani come te. È il nome di nostro padre…

Vicenzino si era fatto tutto rosso. Lui, piccino com'era, non traeva vanto di quella parentela; si sentiva sulle spalle tutti i torti del padre, e l'idea di trovarsi in faccia al cugino lo faceva piangere di vergogna.

Appena entrato nella scuola aveva cercato ansiosamente di indovinare qual'era il figlio di suo zio; ma non aveva osato domandarne a nessuno.

Poi lo aveva veduto vestito da prete, e questo aumentava la sua suggezione. Quel costume eccezionale formava l'orgoglio di Vincenzo e l'ammirazione de' suoi compagni. Quei riccoli provinciali di Santhià consideravano il neo chierico come un ragazzo serbato ad alti destini. Sapevano che aveva avuto un pro-zio arcivescovo, dal quale proveniva il benefizio ereditario nella sua famiglia; e ripensavano il piviale d'oro e la mitra dell'arcivescovo di Vercelli, che era stato l'anno innanzi a Santhià per amministrare la cresima. Si figuravano di vedere Vincenzo vestito a quel modo, in mezzo ad una nuvola d'incenso, sotto un baldacchino bianco ed oro, con tanti preti intorno, andare in giro pian piano per la chiesa, dando degli schiaffettini con due dita sulle guancie arrossate dei bimbi, e susurrando delle parole latine. Di certo non poteva essere un ragazzo come gli altri, uno che doveva arrivare a codesto, ed i suoi compagni avevano per lui un certo rispetto.

Vicenzino si sentì addirittura avvilito da quella futura autorità ecclesiastica. Gli parve che Vincenzo fosse prete apposta, per presentare i torti di suo padre al tribunale divino. Si rannicchiò, si rimpicciolì nel suo angolo remoto da ultimo venuto, ed evitò persino di guardare il cugino, e se ne tenne lontano come un reprobo dall'altare. Gli pareva ad ogni momento di vederselo venire innanzi a chiamarlo «figlio d'un ingrato». Nella sua mente paragonava i due fratelli Dogliani ad Abele e Caino, e tremava di vergogna e di spavento.

Invece Vincenzo, che ammirava il parente sconosciuto, per quanto c'era di meraviglioso nella sua storia di grandezza, e di miseria, e di emigrazione in paesi lontani, era anche lui in suggezione e non osava avvicinarlo. E Vicenzino, interpretando anche questo a suo modo, pensava: «Ecco, mi sfugge; suo padre gli ha proibito di parlarmi». E non ebbe neppure un momento l'idea temeraria di opporsi a quel giusto divieto. Continuò a stare in disparte, a non parlare, a non giocare con nessuno.

Studiava; lo faceva per inclinazione, e per diventare un grand'uomo, come diceva suo padre. Aveva un ideale, un ideale serio e senza azzurro, ben differente dagli ideali fantastici dei fanciulli; un ideale prosaico da uomo venale: «Guadagnare ventimila lire».

Vincenzo non amava il latino. Quella lingua morta non voleva entrargli nella testa. Appena usciva di classe sentiva il bisogno di darsi movimento, di gridare, di reagire in tutti i modi a quella quiete opprimente. L'idea del cómpito lo crucciava, ed egli rimandava a più tardi l'ingrato dovere; e quando per forza ci si metteva, aveva tardato tanto che non c'era più tempo per tutto, e lasciava indietro il lavoro latino, il più lungo e difficile.

Più volte il signor Anselmo Dogliani aveva ricevuto delle lagnanze dai maestri per la negligenza del figlio appunto nel latino, senza il quale la carriera ecclesiastica non era possibile. Egli lo aveva ammonito severamente, e lo trattava con sussiego, sebbene passasse poi le notti a vegliarlo, quando, nelle lunghe e gloriose battaglie a palle di neve coi compagni, si buscava delle tossi, che minacciavano di schiantargli il suo petto robusto.

Lungo l'inverno Vincenzo pensava: «Avrò tempo a studiare questa primavera, quando le giornate saranno più lunghe…» Ma nella primavera la campagna era bella, ed era un piacere andare in giro. Per studiare c'era tempo gli ultimi mesi…

Un giorno il signor Dogliani gli disse:

—Se quest'anno non passi gli esami, debbo toglierti la sottana, e si perde il benefizio, che omai è la nostra sola ricchezza. Queste sono le consolazioni che mi dai.

E c'era una tale sfiducia e tanta amarezza in quelle parole, che Vincenzo se ne sentiva annientato; lui che aveva creduto di poter essere il sostegno della famiglia. Avrebbe dato Dio sa che cosa per poter tornare indietro al principio dell'anno, e incominciare l'annata in tutt'altro modo, studiando un poco ogni giorno…

Venne il termine dell'anno scolastico; tutti gli altri esami andarono così così, tanto da passar la classe. Ma quando Vincenzo si trovò alle prese colla traduzione latina si sentì perduto. Vide svanire la sua veste da prete, si vide con vergogna ridivenuto un semplice fanciullo come gli altri, in pantaloni e giubba, senza la menoma speranza di piviale e mitra d'oro.

Ed il babbo, che era tanto afflitto pel benefizio perduto! Quel benefizio di certo era una ricchezza, Vincenzo non aveva idea di quanto fruttasse; ma gli pareva qualche cosa come le ventimila lire portate via dallo zio d'America. Dacchè era al mondo aveva sempre udito parlare di quel benefizio. Molte volte gli era venuto all'orecchio questo discorso, che l'aveva fatto palpitare d'orgoglio: «Se le ragazze non troveranno marito perchè non hanno dote, avranno sempre il fratello prete, e non mancheranno di nulla». Gli era sembrato d'esserci già, grande e maestoso, nella sua bella casa parrocchiale, e di atteggiarsi da sovrano magnifico e generoso, raccogliendo le sorelle sotto la sua protezione: «Venite qui tutte. Io provvedo». Ed invece, là, nella sala degli esami, doveva convincersi che egli non sarebbe mai il fratello prete, dacchè non potrebbe entrare in seminario; che non potrebbe mai far nulla pel babbo e per le sorelle, e che sarebbe sempre considerato nullo come lo era stato fin allora.

Mentre questi pensieri passavano l'un dietro l'altro, lenti e neri come un funerale, nella mente di Vincenzo, il tempo concesso al cómpito latino scorreva, e sulla pagina bianca non c'erano che delle lagrime che gonfiavano in vari punti il foglio. Man mano che uno scolaro piegava il lavoro, lo consegnava all'assistente e se ne andava, Vincenzo si sentiva più scoraggiato, come se le sue insegne ecclesiastiche fossero uscite dall'uscio ad una ad una dietro quei ragazzi. Pensava:

—Ecco, quando saranno andati via tutti, e resterò qui solo, dovrò dire che non lo so fare il cómpito, ed allora, addio benefizio. Dovrò tornare a casa con questa nuova.

S'era già fatto un gran vuoto intorno a lui. Non c'erano più in classe che sei o sette scolari di poca vaglia, assai lontani l'uno dall'altro. Ora che la vigilanza dell'assistente cominciava a stancarsi e sarebbe stato più facile eluderla, Vincenzo non poteva più domandare aiuto a nessuno, perchè i suoi vicini erano tutti usciti, ed era solo nel banco.

Stava col gomito sinistro sul banco ed il capo appoggiato alla mano, mentre colla destra teneva la penna sulla carta nell'atto di scrivere; ma non scriveva. Aveva gli occhi fissi in terra tra il sedile ed il banco, e piangeva in silenzio.

Ad un tratto, di sotto al sedile, vide sorgere una mano con un fogliolino piegato, e posarglielo sulle ginocchia. Vincenzo era troppo avvezzo alle gherminelle di scuola per non capire all'istante. Quel fogliolino era la traduzione latina, la sua salvezza, la sua veste da prete, il seminario, il benefizio, la ricchezza della sua famiglia. La gioia lo invase, gli diede un tremito per tutte le membra, un calore ardente alle guancie. Ma non gridò, seppe frenarsi. Prese il foglio, lo spiegò pian piano in grembo colla mano destra, senza togliere il gomito dal banco, senza muovere il capo. Poi ripigliò la penna, e, sempre nello stesso atteggiamento, si mise a ricopiare febbrilmente il cómpito che gli era piovuto bell'e fatto dal cielo, fremente di veder scorrere i minuti, ansioso di arrivare alla fine.

Aveva appena scritte poche parole, quando l'assistente disse parlando al fondo della classe dietro a lui:

—Dogliani Vincenzo, laggiù; cosa fai sotto il banco?

—Ho raccolto il foglio che m'era caduto…… rispose colla voce turbata Vicenzino. E, consegnata la sua pagina, uscì tutto rosso in viso, senza guardare il cugino. Ma questi non ignorava più da che parte gli era venuto quel soccorso.

Vicenzino fece la strada di corsa. Nell'eccitazione della mente, col cuore che gli sussultava, non avrebbe potuto camminare adagio. Se non aveva del tutto raggiunto un ideale lungamente vagheggiato, lo aveva avvicinato assai, ed aveva intraveduta la possibilità di raggiungerlo.

Dacchè aveva conosciuto Vincenzo, il rimpianto per la vecchia rugine di famiglia che lo avviliva in faccia al cugino, era diventato un tormento pel suo cuore. Oh, se avesse potuto riparare quel passato! Vedersi stendere la mano da quei parenti! Entrare in quella casa! Se avesse potuto diventare l'amico di Vincenzo!

Tutto l'anno la sua immaginazione aveva divagato intorno a quell'aspirazione, che si andava facendo più intensa, a misura che il tempo passava lasciandola insoddisfatta. Fantasticava delle scene drammatiche in cui egli con atti eroici salvava la vita a Vincenzo: poi scene tenere che lo commovevano fino al pianto. Altre volte erano idillî buffi coi quali blandiva dolcemente la sua manía. Pensava di uscire solo, di notte, di andare sotto le finestre di Vincenzo e di cantare una serenata che aveva udito in teatro:

«Bella siccome un angelo«Ti vidi e t'adorai…

Dicevabelloinvece dibella, e cantava con una voce un po' falsa ed ineguale da adolescente, ma che prometteva di diventare una bella voce di tenore, e che possedeva un accento di passione assai raro nei tenori da teatro.

Copiava nei libri che gli capitavano sotto mano dei brani declamatorî sull'amicizia, e li raccoglieva in un taccuino, dedicandoli nel segreto del suo cuore a Vincenzo.

Finalmente gli esami gli avevano fornito il mezzo di dare una prova del suo affetto al cugino. Era un mezzo poco drammatico, ma di una tale utilità, che Vincenzo l'apprezzò altamente.

Non salì nelle nuvole come il sentimentale Vicenzino; però, appena copiata la famosa traduzione latina, corse fuori dalla scuola, impaziente di saltare al collo del suo salvatore per ringraziarlo. Ma Vicenzino non lo aveva aspettato. Egli non isperava dei ringraziamenti. Al confronto delle gesta eroiche che aveva sognate di compiere per Vincenzo, quanto aveva fatto gli pareva troppo piccola cosa. Ma era felice ad ogni modo di essersi creato un rapporto con lui, ed era corso via per la campagna, per deliziarsi con una delle sue visioni, non più fantastica ed inverosimile, ma rievocata dal vero in tutti i suoi particolari: le lagrime silenziose di Vincenzo che sgocciolavano sul foglio bianco, lo sforzo fatto da lui, Vicenzino, per avvicinarlo senza essere veduto dall'assistente, ed il turbamento e la passione che aveva posta nel compiere quell'atto tanto comune nelle scuole, dove è considerato semplicemente una burla ai maestri.

In casa Dogliani fu un gran chiacchierare dei ragazzi sul bel tratto di Vicenzino, e le cuginette lo ammirarono molto.

A pranzo il signor Anselmo domandò a Vincenzo con piglio severo:

—E così? l'esame di latino?… e crollò il capo come per dire che non ne sperava nulla.

—L'ho fatto bene! gridò Vincenzo con uno scoppio di voce. Tutta la pagina senza un errore….. E gesticolava pavoneggiandosi come se credesse realmente di averlo fatto lui quel lavoro.

—Oh! Oh! esclamò il babbo. Dio ti benedica, figlio mio. Dio ti benedica! E mise un gran sospiro di sollievo, e si rasserenò tutto, poi stese la mano traverso la tavola, e disse:

—Via, diamoci una buona stretta di mano come due amici. Ti avevo giudicato male, ma vedo che non vuoi affliggermi. Ti ringrazio di questa buona nuova.

Vincenzo mise la sua mano in quella del babbo, e scoppiò in un pianto dirotto. Era il rimorso, ridestato dalla tenerezza di quelle parole, che lo faceva piangere. Ma pochi minuti dopo non ci pensava più, e, felice di aver contentato il babbo, guardava le sorelline con orgoglio, dall'alto della sua gloria.

Finito il pranzo, tornò ad uscire in cerca di Vicenzino; ma quello strano ragazzo non si lasciò vedere, ed egli portò in giro per tutto il paese la sua riconoscenza, a rischio di farla raffreddare. Fu soltanto pochi giorni dopo che lo incontrò.

Vincenzo s'era fermato a confabulare in istrada con alcuni compagni per uno spasso che dovevano pigliarsi la mattina seguente, quando vide passare Vicenzino, che s'era fatto rosso al vederlo e camminava lesto lesto, come se non lo avesse riconosciuto.

—Oooh! Vicenzinooo!… strillò Vincenzo con quanta voce aveva in corpo, e rialzando la sottana, e lasciando cadere in terra il largo cappello da prete, raggiunse di corsa il cugino, gli buttò le braccia sulle spalle per obbligarlo a voltarsi, e gli disse tutto eccitato:

—Anche tu verrai a cercar fanghi con noi domani. È bello, sai, ci si diverte tanto…

E rivolgendosi ai compagni che l'avevano seguito da lontano, gridò:

—Verrà anche lui! Voglio che venga perchè è mio cugino, e mio amico… e perchè… perchè…

Non lo potè dire il perchè. Gli pareva che gli altri dovessero burlarsi di lui, se sapevano che faceva tanto caso di quell'avvenimento scolastico. Si voltò invece a guardare Vicenzino e soggiunse:

—Lo sappiamo noi il perchè. E, dandogli un'altra stretta alle spalle, lo fece girare due volte intorno a sè, in segno di tenerezza, poi lo piantò là, corse a pigliare il suo cappello e se ne andò, gridando da lontano:

—Ricordati, Vicenzino! Domattina alle sei, qui, sulla piazza.

Vicenzino fu puntuale come un innamorato, e da quel giorno i due fanciulli furono inseparabili. Vincenzo inventava ogni sorta di chiassate per quegli ultimi mesi che gli rimanevano di libertà, si ubbriacava d'allegria, di rumori, di giochi; correva fino a perdere il fiato, faceva salti da rompersi il collo, metteva grida da schiantarsi il petto, ed era felice.

Vicenzino lo seguiva dovunque assorto nella gioia di aver raggiunto il suo ideale. Avrebbe voluto Vincenzo più quieto, più esclusivamente suo. La brigata dei compagni, che si tirava sempre dietro, lo manteneva così distratto, che non poteva fissarsi sopra un'idea, e la continua eccitazione dei giochi che lo attraevano, paralizzava la sua immaginazione ed il suo cuore. Non era possibile ottenere da lui un discorso intimo, una confidenza, uno sfogo d'espansione. Era troppo divagato. Ma tuttavia era là accanto a Vicenzino; tratto tratto gli saltava al collo o gli dava un urtone, non erano più estranei l'uno all'altro, si davano deltu…

Tutti e due pensavano qualche volta al seminario, che doveva separarli. Vincenzo ne parlava con orgoglio. Il seminario era il primo passo verso la sua futura grandezza.

—Quando dirò la prima messa, diceva, si farà una gran festa. Il babbo darà un pranzo magnifico, perchè il benefizio è mio. Tu mi scriverai un sonetto apposta, ed il municipio farà i fuochi d'artificio…

Vicenzino lo ascoltava con deferenza, poi gli domandava dolcemente:

—Mi scriverai quando sarai in seminario? E si consolava un poco della loro prossima separazione, riflettendo che, nelle lettere, avrebbe osato meglio esprimere tutta la sua tenerezza, domandare un equo ricambio di quell'amicizia che sentiva con tanta intensità, e che Vincenzo pigliava un po' troppo alla leggera.

Tutto questo accadeva nell'autunno del 1859. Ai primi di novembre Vincenzo, che aveva appena compiti i tredici anni, partì da Santhià per andare in seminario a Novara.

Il benefizio, legato alla famiglia Dogliani da uno zio arcivescovo di Vercelli, non era molto grasso. Era un capitale di trentamila lire investite nella casetta abitata dal signor Anselmo ed in un fondo che egli coltivava con ogni cura per cavarne il maggior frutto possibile.

Nei piccoli paesi si vive con poco, e quel fondo e un altro dell'egual misura all'incirca, che il signor Dogliani prendeva in affitto, gli fornivano un'entrata magra, ma sufficiente per vivere co' suoi quattro figliuoli.

Aveva indugiato a mettere Vincenzo in seminario finchè non avesse passate tutte le classi che poteva fare in paese, dove c'era un ginnasio di terza classe per tardare quanto più era possibile ad aggravare il bilancio di famiglia con quella pensione.

L'avversione che Vincenzo aveva sempre dimostrata pel latino aveva tenuto in pensiero il signor Anselmo tutti quegli anni. Se suo figlio fosse fallito agli esami, se fosse stato dichiarato assolutamente inabile a quello studio, avrebbe dovuto rinunciare a fargli percorrere la carriera ecclesiastica, e per conseguenza al benefizio; e la famiglia sarebbe rimasta senz'altro mezzo di sussistenza che il lavoro di lui, già avanti negli anni, che poteva mancare da un giorno all'altro e lasciare i figli nella miseria.

Per tutte queste considerazioni la buona riuscita dell'esame aveva assunta tanta importanza, ed aveva disposto l'animo del padre ad una gran deferenza per quel fanciullo, che considerava come il sostegno della casa e delle bambine.

Nella quiete del seminario Vincenzo si propose di lavorare seriamente per non deludere le aspettative di suo padre, che aveva riposta tanta fiducia in lui. L'intelligenza non gli mancava, e meno libero, meno distratto, fra condiscepoli già avvezzi alla disciplina della comunità, che giuocavano poco e studiavano seriamente, potè egli pure applicarsi con ardore a vincere le difficoltà dello studio. Non riescì mai a distinguersi fra i primi della scuola, ma superò d'anno in anno gli esami, e, compiuti gli studi liceali, ricevette gli ordini minori, e fu ammesso al primo corso di teologia.

Fin dai primi mesi della loro separazione, Vicenzino aveva cominciato a scrivergli, e quelle lettere, giungendogli nella lontananza di tutti i suoi, nel raccoglimento di una vita uniforme e quieta, gli avevano risvegliata la fantasia. Quelle proposte d'amicizia fervente ed eroica lo avevano appassionato, ed egli aveva riposto in quell'affetto tutto l'ardore che metteva prima nei giochi e nei piaceri. Si erano scambiati giuramenti di completa fiducia, e di reciproco aiuto, a costo di qualunque sacrificio.

Anche Vicenzino aveva lasciato quasi subito Santhià. Suo padre era riescito a collocarsi come fattore in un tenimento signorile presso Vercelli, dove mandava a scuola il figlio per fargli continuare gli studi liceali, dopo i quali intendeva che andasse a Torino all'Università, e prendesse una laurea. Era la sua ambizione, ed in essa aveva attinto il coraggio di cercare un impiego e di adattarvisi, il che gli costava non lieve sacrifizio, sebbene lo avesse ridotto ad una specie di sinecura. Si consolava facendola da despota e signore coi contadini suoi dipendenti. Intanto il fanciullo, intelligente ed amante dello studio, faceva progressi meravigliosi.

Così i due giovani amici erano giunti uno a diciotto, l'altro a dicianove anni, senza essersi più riveduti. Nell'inverno del 1864 Vincenzo trovò nella biblioteca del seminario, fra i libri che era permesso agli alunni di leggere:Il primato morale e civile degl'Italiani, di Gioberti. E, dopo avere scorse le prime pagine con fatica, si era venuto via via interessando a quella lettura, che gli aveva ravvivato nel cuore il sentimento patriottico fino allora latente. Provò un vivissimo desiderio di saperne di più, e, non trovando altre opere di quel genere, ne domandò ad un compagno, il quale poteva avere dei libri per mezzo di un fratello, che glieli consegnava di nascosto nelle visite domenicali. Cosi lesseLe speranze d'Italia, del Balbo. E quelle vecchie speranze, in gran parte conseguite, gli fecero palpitare il cuore. Ripensò quell'immenso passaggio di soldati francesi che aveva veduti nel 59. Suo padre, con una coccarda tricolore sul cappello, lo aveva condotto a Vercelli, dove, in piedi sopra un tavolino da caffè, aveva veduto per ore ed ore sfilare soldati e baionette, ed aveva udito gridare: «Viva l'Italia! Viva l'Italia!» Anche lui aveva gridato colla sua esile vocina da fanciullo, ed i soldati si erano messi a ridere, dicendo: «Le petit prêtre».

Allora non aveva capito gran cosa; ma ora, a diciotto anni, tutto quelle scene gli tornavano in mente, ed il solo ricordo di quelle masse esultanti, di quelle armi, di quelle grida di popolo, lo esaltavano. Dopo leSperanze d'Italialesse una raccolta di poesie patriottiche, del Berchet, del Foscolo, del Manzoni. Imparò a mente i cori delConte di Carmagnola, e la sera li ripeteva tra sè nel silenzio del dormitorio buio, e si addormentava mormorando con fervore quei canti di guerra. Erano le sue preghiere.

La sua testa si esaltò, il suo sangue giovane cominciò a ribollirgli nelle vene, e le mura del seminario gli parvero una prigione, e la sottana nera gli riescì grave. Passò dei giorni di ansietà crudeli, combattuto tra la smania di correre da suo padre, di gettare la veste ed il tricorno, e di dirgli: «Sono italiano, mi devo alla mia patria, non voglio essere prete», ed il dolore di portare un colpo simile al povero vecchio che aveva fede in lui, e che quella sua risoluzione avrebbe ridotto alla miseria. Non aveva più testa allo studio, evitava i compagni, smaniava, si strappava i capelli, piangeva disperatamente, non scriveva neppure più a Vicenzino, gli pareva d'impazzire. Nelle ore di ricreazione, mentre i piccoli seminaristi giocavano, ed i grandi discorrevano ad alta voce, egli profittava di quel chiasso, che impediva di distinguere i vari suoni, per cantare i vecchi inni del 1848, che si udivano ancora qualche volta nelle campagne del Piemonte. Un giorno fu sorpreso da un assistente mentre strillava con tutta la forza de' suoi polmoni—Va' fuori d'Italia, va' fuori, o stranier!—e fu rinchiuso per castigo in un camerino di penitenza. D'allora confuse l'assistente coi tiranni della patria, e quando pensava alla redenzione d'Italia, pensava di redimersi dall'Austria e da lui.

Circa quel tempo le lettere di Vicenzino cominciarono a farsi meno verbose, meno sentimentali. Aveva realmente qualche cosa da scrivere all'amico, un'angoscia da confidargli. Suo padre era ammalato. Egli cessò di fantasticare sull'amicizia, per descrivere le sofferenze dell'infermo, la tosse, l'affanno, le veglie; per riferire i giudizi del medico.

Vincenzo aveva voluto bene a quel parente senza conoscerlo, forse per una certa analogia nei loro caratteri. La sua malattia lo distolse alquanto dai pensieri turbolenti che lo agitavano. Aspettava le nuove dell'infermo con ansietà, ed aveva ripreso a scrivere all'amico, per dargli coraggio e dirgli parole di simpatia. Un giorno ricevette un biglietto brevissimo: «Mio padre è morto quasi improvvisamente, quando pareva che cominciasse a star meglio. Sono solo al mondo.»

Erano vicine le feste di Natale. Vincenzo domandò una licenza per andar a passarle in famiglia, e partì, impaziente come Damone accorrente alla salvezza di Pizia.

Prima di andare a Santhià scese a Vercelli, e corse a vedere il cugino nella fattoria dove aveva vissuto quegli ultimi anni con suo padre, e dove l'aveva perduto. I due fanciulli erano molto cambiati, ma si riconobbero subito. Tutti e due erano cresciuti. Vincenzo era forte, quasi grasso, colorito in volto, ed una folta barba nera, sebbene accuratamente rasa, gli coloriva di una tinta azzurrina le guance ed il mento. Vicenzino invece, più alto del cugino di quasi un palmo, era pallido e magro. I suoi dolci occhi turchini erano abbattuti dalle veglie e dal pianto, ed i capelli biondi, arruffati sulla fronte gli facevano una bella aureola, da arcangelo.

La loro lunga corrispondenza li aveva fatti conoscere così intimamente l'uno all'altro, che ogni soggezione era scomparsa fra loro, ed al primo vedersi si stesero le braccia, come se, prima di quella separazione, avessero già vissuto molto tempo insieme. Vicenzino pianse lungamente in silenzio, e Vincenzo non cercò di consolarlo. Se lo teneva abbracciato come per fargli sentire che, dopo quel grande amore che aveva perduto, gli restava ancora la sua amicizia; ma non glielo diceva. Vicenzino però sentiva il cambiamento avvenuto nel cugino in quei quattro anni. Lo sentiva egualmente impetuoso, ma espansivo, riflessivo, serio, e questo gli faceva bene. Era l'amico che egli aveva sognato.

Sfogato l'impeto del dolore, Vincenzo disse:

—Vieni con me. E, con quel fare sicuro ed imperioso che gli aveva guadagnata altre volte una facile superiorità sui compagni, gli buttò addosso mantello e cappello, e lo condusse alla stazione di Vercelli, dove presero il treno che doveva condurli a Santhià.

Arrivati in paese si diressero subito verso la casa Dogliani. Erano passate le quattro del pomeriggio, e nevicava; era quasi buio. Quando furono a pochi passi dalla porta videro il signor Anselmo che si avanzava dalla parte opposta.

—Babbo, gridò Vincenzo. E la sua voce echeggiò nel silenzio della via deserta. Il signor Dogliani si fermò; rizzò il capo, che teneva chino per ripararsi dal freddo col bavero del mantello, e, vedendo una figura lunga e nera da prete, esclamò stupefatto:

—Vincenzo! Sei tu?

—Sì, rispose Vincenzo. Vengo a condurti un figlio di più. E spingendo innanzi Vicenzino soggiunse mestamente:

—Suo padre è morto.

Il signor Dogliani tremava tutto come côlto da brividi, e non rispondeva, e Vicenzino, mortificato da quel silenzio, vedendosi respinto, fece per andarsene. Ma Vincenzo gli riprese il braccio, poi accostando il volto a quello del padre e parlandogli sommessamente, gli disse:

—Siamo amici da anni, e mi ha reso dei servigi….

Ma il signor Anselmo lo interruppe colla voce tanto commossa, che spiegava il suo lungo silenzio:

—È figlio di mio fratello, e basta. Poi, accennando la porta di casa colla mano che tremava come una foglia scossa dall'aria, disse a Vicenzino:

—Entra.

Nella stanza da pranzo le ragazze aspettavano il babbo per mettersi a tavola. L'Elena aveva quattordici anni, e pareva già una signorina. Le altre due pure erano cresciute, ed avevano gli abiti troppo corti e le gambe troppo lunghe.

Al vedere entrare i due giovani egualmente inaspettati, misero un'esclamazione, e balzarono incontro al fratello. Ma il volto pallido del signor Anselmo che comparve subito dietro al figlio, aveva qualche cosa di più grave del solito, che le fece ammutolire. Egli però disse semplicemente alle fanciulle, mettendo una mano sulla spalla di Vicenzino:

—Vi conduco un nuovo cugino, lo conoscete?

—Sì, risposero le due ragazze maggiori. E quell'affermazione non meravigliò affatto il babbo, che di certo aveva indovinato che da un pezzo le sue figlie prendevano a cuore quel parente. Egli le presentò ad una ad una, dicendo:

—Elena, la mia primogenita; Laura, la nostra piccola massaia, e Maria, che ti farà sopportare i suoi capricci, perchè tra tutti l'abbiamo viziata un pochino.

Fu la sola allusione che fece all'installamento del nipote in casa sua. Poi tutti si misero a tavola, e la Laura cominciò a scodellare la minestra.

Vincenzo doveva passare dieci giorni a Santhià per cominciare l'anno nuovo colla sua famiglia. Ma, malgrado la presenza dei due giovani, la casa era malinconica e silenziosa. Vicenzino aveva il cuore riboccante di riconoscenza, ma sentiva che non avrebbe potuto parlarne senza commoversi, ed evitava quell'argomento. Guardava lungamente Vincenzo, ed i suoi occhi si empivano di lagrime. La stessa povertà della casa che lo aveva ospitato lo commoveva. Le ventimila lire date a suo padre acquistavano un valore assai maggiore, dacchè sapeva che il signor Anselmo viveva quasi meschinamente, e la sua ammirazione per quello zio, facendosi più grande, aumentava la sua tristezza per i ricordi del passato.

Anche Vincenzo, con grande stupore delle sue sorelle, parlava poco ed era spesso impensierito. Quando, con una vecchia burla che aveva sempre lusingata la sua vanità, lo chiamavano arcivescovo, non s'insuperbiva più affatto, e con quella cortesia che si usa tra fratelli e sorelle, scoteva le spalle e borbottava: «Stupide».

La Laura, discorrendo coll'Elena di quel cambiamento, diceva:

—Non è più tanto vanitoso Vincenzo; si va migliorando.

Ma l'Elena, che non era assorta nelle faccende di casa, per le quali non aveva gusto, ed aveva più agio di studiare il fratello, rispondeva impensierita:

—Chissà che cos'abbia, povero Vincenzo!

Una mattina che i due giovani erano usciti a fare una lunga passeggiata sulla neve gelata della strada maestra, incontrarono un gruppo di contadine con dei panieri di ova e pollame, che andavano a vendere a Santhià. Una bella donnona sulla trentina, che camminava davanti a tutte, dondolandosi sui fianchi, guardò arditamente in faccia Vincenzo, poi, ammiccando alle compagne con un riso maligno che le scopriva dei bellissimi denti, susurrò abbastanza forte per essere udita:

—Che bel prete!

Le altre risero forte.

Vincenzo si fece rosso, i suoi occhi lampeggiarono di sdegno; mosse un passo innanzi come se volesse attaccar briga; ma subito si frenò, e mormorò con rabbia:

—Sciocche! Villane!

Vicenzino, che aveva abbassato gli occhi per pudore, fu meravigliato di quel risentimento, e disse:

—Via, non t'ha detto nulla di male, infine…..

—Sono villane, ripetè Vincenzo con denti stretti. Non sanno veder un uomo vestito di nero senza chiamarlo prete.

—Ti fanno un onore anticipato, tornò a dire Vicenzino con piglio conciliativo; se non sei ancora prete lo sarai.

Vincenzo stette un po' senza rispondere, guardando in terra, poi disse colla voce strozzata:

—Già, lo sarò.

Vicenzino si fermò sui due piedi e fissò in volto il cugino. Questi era acceso come una fiamma, teneva gli occhi chini a terra, e si mordeva rabbiosamente le labbra. Vicenzino gli prese le mani e gli domandò con affetto, ma coll'accento imperioso di un amico che ha diritto di conoscere i segreti dell'amico:

—Che cos'hai?

Vincenzo non rispose e scosse il capo come per dire: «A che serve? È un caso disperato». E due lucciconi, che gli tremavano sugli occhi, caddero come due perle sulle mani congiunte dei due amici.

—Non sei contento di far il prete? tornò a domandare Vicenzino.

—Saresti contento tu? rispose l'altro con uno scoppio di voce che tradì un singhiozzo.

—Io non ho la vocazione.

—Ed io l'ho la vocazione? Ho il benefizio; ho il dovere di conservare quella rendita al babbo che è vecchio, alle sorelle che non hanno dote… Eccola la mia vocazione! Debbo sagrificarmi per gli altri; sagrificarmi tutta la vita.

—Eri pur contento del tuo stato, prima…. insistè Vicenzino.

—Prima ero un ragazzo. Non pensavo neppure d'aver una patria. Credevo che le guerre si facessero solamente nei libri di Storia. Perchè non avevo mai visto un Tedesco qui, non pensavo che vi sono delle provincie d'Italia che essi invadono…..

E raccontò le sue letture, le sue febbri d'entusiasmo patriottico, le lagrime divorate in segreto…. Parlava con enfasi, piangeva, tremava tutto ed esclamava disperatamente:

—Dovrò rimanere inerte come un vile! Come un vile!

Vicenzino aveva già espresso all'amico il suo piano d'avvenire: compiere da sè in casa quell'anno di studi per non obbligare lo zio a pagargli una pensione a Vercelli; poi prendere il diploma di maestro superiore, e collocarsi come insegnante nel ginnasio pareggiato di Santhià per guadagnarsi la vita, durante il tempo che gli mancava ancora prima di essere chiamato alla coscrizione. Ma egli pure aveva sentimenti patriottici e si proponeva, se durante quei tre anni Vittorio Emanuele od altri avesserofatto qualche cosa, di arruolarsi come volontario.

Egli comprese dunque l'afflizione di Vincenzo, la sua lotta crudele tra il dovere di figlio e quello di cittadino, e, non vedendo altro mezzo di consolarlo, gli disse:

—Chi impedisce ad un prete di battersi quando occorra per la sua patria?

—Nulla glielo impedisce nell'eccitamento di una crisi politica, nell'ardore di una battaglia; ma il giorno dopo tornerà ad essere estraneo a tutto quel che si fa pel suo paese; sarà sempre un prete, ed io sento che son nato per essere un soldato. Oh, se non avessi quel benefizio che mi lega…

—Se tu fossi cappellano d'un reggimento…, delmio reggimento…., disse Vicenzino.

Nella sua desolazione Vincenzo s'aggrappò a quell'idea che gli permetteva di fare una vita attiva, di vivere in caserma, di battersi, di raccogliere i feriti, di assisterli, di conservare alla sua famiglia il benefizio del quale viveva, essendo meno prete ed un po' soldato. Ne parlarono a lungo, e Vincenzo, coll'ardore che metteva in ogni cosa, finì coll'innamorarsi della sua missione di cappellano, e gli ultimi giorni della sua vacanza apparve animato, eccitato, contento, e partì colla fantasia riscaldata, facendo giurare a Vicenzino di tenerlo informato di quanto si preparerebbe per la liberazione di Venezia, e di chiamarlo al primo sintomo di prossima guerra.

Prima d'andare a rinchiudersi, Vincenzo pensò a provvedersi di libri, per isfogare colla lettura, la passione che gli ferveva nel cuore. Comperò i romanzi di Guerrazzi, di Massimo d'Azeglio, di Tommaso Grossi, e li lesse e rilesse con l'avidità di chi morde un frutto proibito.

Ma, accanto ad ogni maschia figura d'eroe, egli trovava una dolce figura di donna, il cui nome si confondeva con quello della patria nel pensiero del guerriero innamorato. E, a misura che il tempo passava, il conforto che il povero seminarista aveva trovato nell'idea di farsi cappellano di reggimento, prete-soldato, non gli bastava più; tornava a sorgergli nell'anima, più ardente di prima, la ribellione contro il suo destino. Alle scene di guerra che avevano turbata la sua fantasia, ora succedevano le scene d'amore, che la turbavano ben più. Gli bastava di portare lo sguardo sulla tonsura de' suoi compagni, per sentirsi tutto ardere di sdegno. L'uscire in istrada colla lunga fila dei seminaristi era un supplizio per lui. Gli pareva che gli uomini ridessero nell'incontrarlo, e che le donne, nel guardarlo, non arrossissero come arrossivano guardando gli altri giovani della sua età. Si ricordava la contadina rubiconda che sulla strada di Santhià gli aveva detto: «Che bel prete!» E si mordeva i pugni e piangeva di rabbia. Egli non sarebbe mai altro che un bel prete!

Quei due anni, dal sessantaquattro al sessantasei, furono due anni di tortura per lui. La sua veste nera gli era divenuta addirittura odiosa. Non osava confidare a Vicenzino le angoscie segrete che lo agitavano; si vedeva preso inesorabilmente nella fatale alternativa di essere un cattivo prete o un figlio crudele, troppo debole per accettare il sacrificio, troppo buono per liberarsene ad ogni costo.

Intanto Vicenzino viveva nell'azzurro di un bel sogno d'amore. Stando in casa coll'Elena, omai vicina ai quindici anni, bionda, pallida, sentimentale come lui, dal cuore generoso, dalla mente elevata, era venuto a poco a poco a trattarla con intimità fraterna.

La Laura era nata massaia. Trottava tutto il giorno per la casa, dalla cantina al solaio, badando alla cucina, alla guardaroba, alle provviste per l'inverno, dando ordini, ricevendo conti. La Maria andava ancora alla scuola, e quand'era in casa correva sempre sulle calcagna della sorella più attiva. L'Elena invece aveva dei gusti signorili. Le sue mani erano sempre bianche, e ne aveva una cura grandissima; portava i suoi vestiti, più che modesti, con un garbo squisito, e trovava sempre modo d'avere un fiore nei capelli e qualche nastro sul petto. Delle faccende domestiche aveva scelta la più pulita. Riceveva e raccomodava il bucato. Il tavolino da lavoro dove altre volte si occupava come sapeva meglio la Caterina, ora era diventato il posto dell'Elena, che ne aveva coperto il cuscino con un ricamo, e ci aveva messo accanto un bel cesto di vimini ricamato anch'esso, nel quale riponeva la biancheria da rammendare. Nella cassetta del tavolino teneva sempre qualche libro, e tratto tratto lasciava il lavoro per leggere un poco.

Vicenzino studiava allo scrittoio poco discosto, e quando aveva finito, non aveva che da voltare la sedia per trovarsi accanto al tavolino dell'Elena, in faccia a lei. Le parlava del libro che stava leggendo, delle lettere di Vincenzo, della sua infanzia triste da fanciullo malato, dell'America; le confidava i suoi disegni d'avvenire.

—Sono avvezzo a studiare da solo. Nel tempo che sarò soldato studierò sempre, assiduamente, e quando ritornerò, potrò avere il diploma superiore per insegnare nei licei. Allora avrò una buona situazione.

Non diceva di più. L'Elena era troppo bambina perchè egli osasse parlarle d'amore. Ma pensava che nei due anni che gli rimanevano, avanti di essere chiamato alla coscrizione, la bambina sarebbe diventata una giovane, e l'avrebbe amato, e prima di partire per quella lunga assenza, col cappotto e la giberna, egli le avrebbe svelato il suo segreto, ed avrebbe portato con sè, nella vita rumorosa delle caserme, nelle marce faticose, nell'uggia delle manovre, nell'eccitazione della guerra, la soave fiducia d'essere amato, di trovare al suo ritorno quella dolce fanciulla bionda che lo avrebbe aspettato, che gli porgerebbe la mano, e gli direbbe «sono tua». E la situazione, guadagnata con tanto studio e tanta fatica, egli potrebbe dividerla con lei, colla sua sposa, solo con lei, in un lungo avvenire d'amore e di pace.

Ma prima che la coscrizione chiamasse Vicenzino a portare il cappotto e la giberna, il movimento del 1866 per la liberazione del Veneto, venne a fare un'utile diversione nelle idee dei due giovani. Appena Vicenzino potè scrivere segretamente all'amico, che Garibaldi raccoglieva i volontari per una prossima guerra, il povero seminarista dimenticò i suoi segreti dolori, e, bollente di patriottismo, non pensò che ad ottenere da suo padre il permesso d'uscire temporariamente dalla sua prigione per andare a battersi. Il signor Anselmo Dogliani non era uomo da opporsi.

Verso la fine di maggio i due cugini partirono per Milano, eccitati dalla novità del viaggio, dei nuovi paesi, della guerra, comperando ad ogni stazione giornali e proclami, stringendo amicizia coi giovani della loro età che viaggiavano verso la stessa meta, sognando la camicia rossa e la vittoria.

Ma furono presto separati. Vicenzino rimase ferito nel primo scontro a Ponte Caffaro, e fu trasportato all'Ospedale di Salò. Vincenzo andò solo a Monte Suello ed a Bezzecca, col cuore diviso tra l'entusiasmo della guerra e l'ansietà per l'amico lontano; ed appena i corpi volontari furono sciolti, corse a raggiungerlo. Vicenzino era fuor di pericolo, ed in istato di essere condotto a casa. Ma era ancora debolissimo; il viaggio era lungo, il caldo opprimente. Bisognò farlo viaggiare comodamente, lasciarlo riposare una notte a Milano, un'altra a Novara. Vincenzo lo accompagnava con una sollecitudine affettuosissima, scegliendo i treni del mattino per evitargli l'ardore dei vagoni infocati dal sole di agosto, procurandogli i brodi sostanziosi di cui aveva bisogno, reggendolo fra le sue braccia quando doveva fare qualche passo. Vicenzino, colla mente confusa dalla eccessiva debolezza, senza voce per parlare, sentiva dolcemente quella tenerezza da amico, e la confondeva nel suo pensiero coll'altra tenerezza lungamente sognata; e, malgrado le sue sofferenze ed i disagi del viaggio, assorto in una specie di vaneggiamento sereno, si sentiva felice.

Vincenzo invece, appena cessato l'eccitamento della battaglia, aveva pensato con raccapriccio al ritorno in seminario, ove doveva ricevere gli ordini maggiori alla fine d'agosto, dopo pochi giorni soltanto: gli ordini maggiori che lo consacravano prete, che lo obbligavano a rinunciare per sempre ai sogni inebrianti della sua gioventù. E si era fatto cupo, silenzioso, scoraggiato, e tratto tratto un impeto d'ira gli faceva salire il sangue al volto, o la profonda disperazione gli strappava le lagrime.

Quando, arrivati a Santhià, i due giovani entrarono in casa, l'uno appoggiato all'altro, le fanciulle, che erano corse ad incontrarli, nell'entusiasmo che in quei giorni riscaldava tutti i cuori, li abbracciarono tutti e due come due fratelli. Vincenzo, coll'animo in tempesta, rimase freddo; non era più il giovane ardente di due mesi prima: un'ombra di tristezza profonda oscurava il suo volto. Ma la fine inaspettata e sconfortante della campagna, gli forniva un pretesto per nascondere i suoi veri sentimenti. Alle domande inquiete dell'Elena e di suo padre, rispondeva:

—Non credevo che le cose dovessero finire a questo modo.

Vicenzino solo non s'avvedeva di nulla. Appena aveva sentito sulle sue guancie le labbra della Elena, s'era messo a tremare, ed era scoppiato in un pianto convulso. Era troppo debole per quella sorpresa di felicità.

—È la stanchezza, s'era detto in casa; è un accesso nervoso. E Vincenzo, che non vedeva l'ora di sottrarsi agli sguardi del padre e delle sorelle, aveva portato quasi di peso il cugino in camera, e l'aveva fatto coricare. Sfinito, in uno stato di prostrazione, vicino a svenire, Vicenzino sorrideva come un estatico. Poco dopo Vincenzo gli domandò:

—Come stai?

—Sono felice, susurrò l'ammalato.

Vincenzo si scostò dal letto premendosi i pugni sugli occhi, battendo i piedi in terra, fremendo per tutto il corpo. Rimase a lungo colla faccia rivolta alla finestra aperta, come se contemplasse lo splendido tramonto che irradiava la cima delle Alpi lontane, come tante punte d'oro, e chiudeva l'orizzonte turchino con un'immensa striscia d'un rosso infocato. Ma il povero giovane non vedeva nulla, e stava voltato così per divorare le sue lagrime senza farsi scorgere. Era una precauzione superflua. Vicenzino guardava nel vuoto, nell'ideale; non si accorse di quella disperazione, e, con un filo di voce, chiamò:

—Vincenzo!

L'eccesso della sua felicità gli pesava sulla coscienza come un rimorso. Sentiva di doverla rivelare all'amico; l'aveva attinta nella sua casa, gli era venuta da lui, ed aveva potuto fargliene un segreto! Alla sua fantasia indebolita questo sembrava un atto di mala fede, una colpa. Vincenzo si avvicinò, cupo, senza parlare, e l'ammalato gli disse:

—Ho un segreto da rivelarti.

L'altro non rispose, ed egli, credendo che aspettasse quella rivelazione, riprese:

—Ora non ho forza. Ti scriverò. Poi mormorò: Sono tanto felice!

Vincenzo lo abbracciò con impeto, tanto stretto che gli fece male, poi uscì singhiozzando.

Rimase ancora alcuni giorni in famiglia, finchè vide Vicenzino un po' rinforzato dalle cure e dall'agiatezza della casa. Ma il tempo stringeva. Era martedì, e la domenica seguente doveva ricevere gli ordini maggiori. Il signor Dogliani sembrava inquieto, temeva che Vincenzo non avesse tempo di prepararsi alla cerimonia, e lo esortava a tornare in seminario. Vincenzo non si fece più pregare. La mattina del mercoledì salutò con infinita tenerezza tutti i suoi, abbracciò il padre piangendo, e partì. Ma quando fu per salire in vagone disse a Vicenzino che l'aveva accompagnato in carrozza col signor Dogliani alla stazione:

—Non ti senti la forza di venire fino a San Germano? Sono pochi minuti di corsa in ferrovia; anche tu, babbo; accompagnami ancora questo trattino.

—Temo che Vicenzino si stanchi, rispose il signor Dogliani, e non sia poi in grado di venir domenica a Novara per la cerimonia; vogliamo esserci tutti; è una gran giornata domenica….

Vincenzo non rispose altro. Strinse forte la mano a tutti e due, e salì in fretta nel vagone.

Vicenzino si rimetteva rapidamente. L'Elena, dacchè era tornato così malato, gli usava delle cure gentili ed amorevoli che lo inebriavano. Nell'eccesso della gioia il giovane convalescente doveva far violenza a sè stesso per non lasciar irrompere la passione che lo agitava. Voleva confidarsi prima a Vincenzo; subito dopo la cerimonia, la domenica, sperava di averlo un momento solo con sè, e di rivelargli quel segreto che non poteva più contenere.

—Sarà la prima confessione che riceverà, pensava; e mi sembrerà d'essere già unito a lei quando mi avrà ascoltato….

Il venerdì, dopo pranzo, si era trovato solo coll'Elena presso il solito tavolino, che gli richiamava tante dolci memorie. Parlavano di Vincenzo, del gran giorno dell'ordinazione; ma Vicenzino era distratto. Dalla finestra aperta la luce chiara batteva sul capo dell'Elena, ed un leggero soffio d'aria le agitava i riccioli sulla fronte e sul collo. Egli la guardava avidamente, pallido, tremante, e ripensava il bacio di quelle labbra che aveva sentito sulle guancie la sera del suo ritorno.

—Non l'hai osservato anche tu? domandò la Elena che aveva parlato fin allora della tristezza misteriosa di Vincenzo.

—Che cosa? rispose Vicenzino che, assorto nella sua estasi d'amore, non aveva capito nulla. L'Elena lo guardò meravigliata, co' suoi grandi occhi grigi e limpidi. Ma, all'incontrare quello sguardo, Vicenzino si fece rosso come una fiamma, e, sentendo di non poter tacere più a lungo, si alzò ed uscì in giardino.

Passeggiò un pezzo, agitato, nervoso, commosso, ma profondamente felice. Gli era sembrato di leggere una speranza in quegli occhi grigi. Non aveva più che un giorno da aspettare, poi potrebbe parlare del suo amore; parlarne a lei. Vincenzo glielo avrebbe permesso. Si figurava quel momento, ripeteva fra sè: «O Elena, quanto ti amo!…»

In quella vide uscire in giardino la piccola Maria con una lettera in mano. Mentre si avanzava verso di lui per consegnargliela, guardava la soprascritta e diceva, come se parlasse tra sè:

—Sembra la mano di Vincenzo; ma non può essere perchè non viene daNovara. Non viene neppure dalla posta; l'ha portata un contadino.

Però quella lettera era proprio di Vincenzo. Anche Vicenzino nell'aprirla pensava: «Come mai non viene da Novara?» Ma appena n'ebbe scorse poche righe, gridò:

—Ah per Dio! poveri noi!

E, respingendo la bambina che gli stava curiosamente dinnanzi, prese la rincorsa ed uscì senza cappello, correndo come un matto.

Quella lettera era il solito addio dei suicida, e cominciava colla solita frase:

—«Quando riceverai questa lettera avrò cessato di vivere». Poi spiegava disordinatamente le sue ragioni: «Non posso ricevere gli ordini maggiori senza commettere un sacrilegio; e d'altra parte non posso rinunciare alla carriera ecclesiastica perchè ridurrei mio padre, che si fa vecchio e malaticcio, alla miseria. Capisco che la mia morte non rimedia a nulla, ma non ho il coraggio di vivere. Non ho voluto rientrare in seminario. Ho errato tutti questi giorni per la campagna come un'anima in pena, cercando la soluzione al terribile problema della mia vita; ma non l'ho trovata. Non so far nulla, non sono in grado di guadagnar nulla. Dopo aver rovinato mio padre ne' suoi ultimi anni, dovrei vivere a sue spese. Vedi che non è possibile; sarebbe una vergogna, un delitto. Preferisco morire…»

Vicenzino fermava tutti i contadini che vedeva per domandare affannosamente, fremendo d'impazienza:

—Sei tu che hai portata questa lettera a casa Dogliani?

Tutti dicevano di no; ed egli correva, di su, di giù, come un matto, agitando la lettera in alto, guardando tutti supplichevolmente, e gridando:

—Chi l'ha portata? Ma chi l'ha portata? Dove posso cercarlo? Mio Dio, dove? dove?

Poi, mentre si avviava, sempre di corsa, per una strada che metteva fuor dal paese, senza sapere dove andasse, si vide venire innanzi il signor Dogliani seguito da un contadino, e l'udì gridare tutto stupito:

—Ho trovato quest'uomo, che dice d'aver portata una lettera diVincenzo, che è a San Germano, all'albergo del Gallo…

—Ah! a San Germano! Sei chilometri! urlò Vicenzino; e via, con una corsa disperata verso la strada maestra.

—Seguitelo, seguitelo; non vedete che impazzisce? gridava il signor Dogliani tremando tutto sulle vecchie gambe. Intanto il contadino era riuscito a raggiungere Vicenzino, e gli aveva strappata la lettera che egli continuava ad agitare in alto senza sapere quel che facesse. Ma non potè fermarlo.

Il signor Dogliani guardava quell'uomo venire verso di lui col foglio in mano, e pareva che ne avesse paura. Quando l'ebbe preso fece per leggere, ma era già troppo buio, e dovette accostarsi al lume d'una bottega; mormorava:

—Che cos'ha? Cos'è accaduto?

Poi, quando ebbe cominciato a leggere, vacillò come un ubbriaco. Scosse due o tre volte nervosamente il capo, ma continuò a leggere cogli occhi fissi sul foglio, tremando a verga, e sussultanto di tratto in tratto. Ma non gridava, non diceva nulla, e guardava sempre il foglio.

I pochi contadini che, allarmati dalle smanie di Vicenzino, si erano fatti intorno al vecchio, furono pronti a sorreggerlo quando barcollò, e videro che aveva gli occhi vitrei come impietriti e non leggeva più da un pezzo.

Intanto Vicenzino proseguiva la sua corsa sfrenata, fremendo all'idea di non giungere in tempo, singhiozzando, smaniando ad alta voce. Dopo un tratto vide venire una carrozza, e le si precipitò contro a rischio di farsi sfracellare, gridando colla voce strozzata dall'ansimare violento:

—Lasciatemi salire; presto; bisogna che io sia a San Germano fra un quarto d'ora.

Era la carrozza di una famiglia signorile di Santhià; il cocchiere conosceva il piccolo Dogliani, l'americano, e lo tirò su quasi senza fermare, dicendo:

—Perchè non pigliare la strada ferrata, se aveva tanta fretta?

A quel pensiero Vicenzino si cacciò le mani nei capelli e mise un grido furioso.

«Aveva lasciato morire il cugino per la sua balordaggine!» Come mai non aveva pensato alla strada ferrata? Era impazzito di certo…

E fece per balzar giù dalla carrozza, come se volesse prendere il treno. Davvero il dolore e lo spavento lo facevano delirare. Il cocchiere lo trattenne, e, un po' colle buone, un po' colla violenza, riuscì a persuaderlo che il treno era passato da mezz'ora, per conseguenza prima che egli avesse ricevuta la lettera di Vincenzo. Era commosso anche lui da quella disperazione, e frustava i cavalli senza pietà, e li faceva volare addirittura sulla strada maestra. Ma Vicenzino si impazientiva di rimanere inerte in carrozza; batteva i piedi furiosamente, si mordeva i pugni, si strappava i capelli.

Appena vide il campanile della chiesa di San Germano, cercò un'altra volta di buttarsi giù, come per arrivare più presto all'albergo; ma il cocchiere lo frenò ancora giurandogli che arriverebbero prima colla carrozza; ed infatti, dopo due minuti, si fermava all'albergo del Gallo, dove Vicenzino saltò nell'atrio e infilò la scala, senza neppur aver aperto lo sportello della carrozza.

L'oste corse fuori dalla cucina, e gli gridò dietro:

—Dove va? Eh, signore, dove va? E l'altro, senza fermarsi:

—C'è qui mio cugino; un giovane che si è chiuso in camera per uccidersi; se pure non s'è buttato in acqua…. Presto, presto, per carità!…

Fu un allarme generale. Oste, ostessa, tutta la famiglia, tutto il vicinato invase la scala e si avventò all'uscio dell'unico ospite dell'albergo.

—Ha detto che si coricava presto perchè non istava bene….. borbottava l'oste tutto impaurito. Chi poteva pensare?…

L'uscio non era neppure chiuso a chiave. Vincenzo sapeva che in quella modesta locanda di villaggio non c'era caso che i camerieri entrassero a sorprenderlo. Il povero giovane era steso sul letto, colle vene dei polsi aperte, pallido, freddo, morto. Il braccio destro pendeva giù dal letto, ed il sangue sgocciolava ancora per terra. Il sinistro era steso lungo il fianco ed immerso nel sangue che aveva inzuppate lenzuola e coperte. Ma un grumo che si era fermato sulla ferita aveva arrestato l'emorragia.

—Oh mio Dio! Se gli fosse rimasto tanto sangue da farlo rivivere! esclamò Vicenzino; e, mentre fasciava stretto l'altro braccio, gridava:

—Chiamate il medico, il farmacista, chiunque può aiutarlo.

L'oste spinse un ragazzo fuori dell'uscio, dicendogli:

—Va, corri.

Ma si strinse nelle spalle sfiduciato, e tutti crollavano il capo.Quel giovane era morto.

La voce di una tragedia all'albergo del Gallo, era già corsa da un capo all'altro del paese; e il medico, che passava la serata in farmacia, si era affrettato spontaneamente, e s'avviava su per le scale, appunto quando il ragazzo scendeva in cerca di lui. Lo respinse per salire più presto, ed entrò affannato nella camera, domandando:

—Cosa c'è? Cos'è stato?

Tutti si scostarono per lasciarlo avvicinare al cadavere; ma appena egli lo vide, gridò:

—Per Dio! è troppo tardi. L'avete lasciato morire!…

—No, no! urlò Vicenzino. Senta, non può essere morto. Guardi; qui il sangue si è rappreso.

Il medico esaminò il povero giacente, gli applicò un orecchio sul petto, e rimase quasi un minuto oscultando; quando si rizzò, il suo volto non esprimeva nulla di consolante. Strinse forte il torace del paziente, lo scosse ripetutamente, poi oscultò di nuovo. Nella camera regnava un silenzio solenne. Tutti gli occhi erano fissi sul medico. Vicenzino, che lo spiava più avidamente di tutti, appena lo vide risollevare il capo, mise un grido di gioia. Infatti il medico disse:

—C'è un battito lievissimo, irregolare, ma c'è. E subito prendendo il moribondo per le spalle, lo tirò sino alla sponda del letto, e gli abbassò il capo fin quasi in terra, poi si mise a stropicciargli forte tutto il corpo. Dopo alcuni minuti la pelle cominciò ad arrossire un pochino, e le pulsazioni si fecero più distinte. Ma il malato era talmente dissanguato, che non ricuperava i sensi. Il rum, l'etere, tutti i cordiali portati sollecitamente dal farmacista, non riescirono a farlo rinvenire.

—Povero giovane, disse il medico; questo non è di quelli che si suicidano soltanto un poco per commuovere la gente. L'ha fatto sul serio.

—Ma non morrà? implorò Vicenzino. Non è possibile, non deve morire!

Il medico si strinse nelle spalle, ed applicò al paziente due vescicanti che aveva fatti preparare. Sotto l'azione di quella prova dolorosa, Vincenzo ebbe un lieve sussulto, e poco dopo mosse una mano, come per portarla alla parte dolente.

Ma non fu che un cenno, a cui le forze non risposero, e, dalla bocca aperta, non uscì alcuna, voce. Tuttavia la respirazione si era fatta quasi regolare, e, dopo circa mezz'ora di cure energiche, Vincenzo aperse gli occhi e fissando le pupille dilatate sul volto di Vicenzino che gli stava dinnanzi, parve riconoscerlo.

Tuttavia la sentenza del medico non fu consolante.

—Ha perduto troppo sangue, disse; è impossibile che si riabbia da sè.Soltanto la trasfusione potrebbe salvarlo.

Vicenzino si rizzò, impetuoso ed ardente come un eroe che corre al sacrifizio, gridando:

—Oh il mio sangue, tutto il mio sangue per lui!

Ma anche questa volta il suo eroismo fu inutile.

L'oste possedeva un agnello, ed il medico preferì aprire le vene di quella bestia, che quelle di un essere umano, il quale non sembrava neppur averne di troppo. L'operazione fu fatta con rapidità, e l'effetto ne fu quasi immediato.

L'infermo mise due o tre gemiti, girò gli occhi intorno, fece un lieve cenno di saluto a Vicenzino, ingoiò qualche cucchiaio di marsala, poi ricadde in un assopimento profondo ma tranquillo. Allora il medico dettò le prescrizioni per la notte; brodo ristretto, vino, cordiali, ed il più assoluto riposo; poi si ritirò, promettendo di tornare il mattino, e lasciando buone speranze.

Vicenzino rimase solo dinnanzi a quell'ombra dell'amico adorato, del fanciullo forte e felice, che era andato a cercarlo nel suo abbandono, che gli aveva dato una casa, una famiglia.

Vicenzino stette un pezzo accanto al letto, contemplando quel bel volto di una pallidezza marmorea, quegli occhi profondamente infossati, curvandosi coll'orecchio sulle labbra di Vincenzo per udirne il respiro lieve come un soffio. Oh! era così felice di poter udire quel respiro! Era stato lui che glielo aveva dato. Gli pareva che Vincenzo gli appartenesse come cosa sua, dopo che, in un modo qualunque, aveva contribuito a richiamarlo alla vita. Provava un sentimento grave di responsabilità, come se omai toccasse a lui di render conto al mondo della felicità di quell'esistenza che aveva voluto ad ogni costo strappare alla morte. La sua amicizia si riscaldava d'una tenerezza protettrice, paterna. Sentiva un gran desiderio di togliere all'immobilità quella creatura che aveva un po' messa al mondo lui, di abbracciarla, di farla parlare, di sentirla vivere. Dovette allontanarsi per resistere alla tentazione.

Pian piano, camminando in punta di piedi, andò a sedere accanto alla finestra aperta. Nell'immenso buio di quella notte soffocante d'agosto, nel silenzio profondo del villaggio addormentato, la sua fantasia da poeta evocava come un'oasi laggiù, lontano, la casa di Santhià, coi vetri delle finestre scintillanti al sole, e la porta aperta, e sulla soglia il bel vecchio coi capelli bianchi, e le fanciulle sorridenti, e tutte le braccia stese verso di lui, portatore della lieta novella. Si ricordava tremando il bacio dell'Elena quand'era tornato dal campo. Ora tornava da ben altra battaglia. Aveva lottato colla morte e riconduceva un figlio a suo padre.

Ad un tratto, un pensiero terribile gli balenò alla mente. Quale sarebbe ora l'avvenire di Vincenzo? Aveva voluto uccidersi per non farsi prete, ed era per rimetterlo in quella condizione odiosa ch'egli l'aveva salvato? Salvarlo dalla morte non era più un bene, se non poteva anche salvarlo da quel destino che gli faceva orrore, se non poteva renderlo felice. A queste riflessioni gravi e penose, il sentimento di responsabilità si faceva sentire potentemente nel cuore onesto di Vicenzino, e lo turbava come una minaccia.

Ne' suoi tre mesi di vita militare Vincenzo si era lasciata crescere la barba che, con quel pallore da moribondo, con quelle traccie di patimento sul volto, gli dava l'aria di un Nazzareno. La fantasia eccitabile di Vicenzino se lo figurava nei giorni di tortura che aveva passati errando solo per la campagna, implorando come Cristo: «Allontanate da me questo calice», quando per allontanarlo si era rassegnato a morire a ventun'anni, nel fiore della gioventù e della salute. Ed egli, l'amico fedele, il parente vincolato da tanta gratitudine, era andato a cercarlo nella pace fredda della morte, per dirgli: «Sorgi, povero spirito abbattuto dalle lotte, ricomincia a lottare; povero corpo sfinito dalla emorragia, torna a curvarti sotto la tua croce». No. Questo non poteva essere. Sarebbe stato crudele. Bisognava ad ogni costo che Vincenzo, ricuperando i sensi, potesse consolarsi di essere tornato alla vita, e non maledirla un'altra volta.

Ma come fare? Come? Persuadendo il signor Dogliani a perdere il benefizio? Non sarebbe stato difficile, perchè amava molto suo figlio, e non avrebbe voluto punto sacrificarlo. Ma poi, come avrebbe vissuto, povero vecchio? Vincenzo l'aveva detto: doveva immolare sè stesso, o condannare suo padre alla miseria. Essere un cattivo prete o un figlio ingrato.

Vicenzino ripetè a sè stesso tutta la storia del passato. La generosità dello zio pe' suoi genitori, la loro sconoscenza, e (nel segreto del suo cuore lo diceva con amarezza) la loro slealtà. Si rammentò la devozione riconoscente ed il desiderio profondo di espansione che avevano travagliata la sua infanzia sentimentale ed i sacrifici che avrebbe voluto fare per dimostrare a quei parenti la sua gratitudine. Con che cuore avrebbe dato la vita per loro!


Back to IndexNext