CARLO GOZZI E LA FIABA(1720-1806)
Il nobile e appassionato eroe, la dolce e amorosa eroina teneramente conversano d'amore, Truffaldino e Brighella scambiano i soliti lazzi sul loro famoso appetito e sulla loro famosa poltronaggine, quando un tremuoto scuote la scena, tuona, lampeggia e innanzi agli occhi stupefatti della coppia sentimentale, innanzi alle due maschere popolari appare un negromante, o una fata, o un genio, o una statua che con tono fatidico pronuncia una sentenzacrudele contro la felicità degli innamorati, sacrandoli a un imminente avvenire di lacrime e di disperazione. La radice di questa sentenza è in qualche antico delitto commesso dal padre o dal fratello dell'eroe e che costui deve amaramente scontare; è in qualche misteriosa secolare pena che uno spirito superiore va espiando e per la cui fine è necessario il sacrificio e, talvolta, la morte dell'eroina; è in una contingenza bizzarra di fati avversi per cui, quasi senza ragione, i due fedeli debbono vedere ferocemente contrastato e forse ucciso il loro amore. Le anime dell'eroe e della eroina cercano ribellarsi subito al dolore, alla divisione, alla miseria: ma è una ribellione debolee breve: l'uomo, la donna, chinano il capo e si apprestano alla gran pruova, anzi alle grandi pruove, giacchè il destino, per bocca di una di queste statue, di queste maghe, di questi genii, chiede loro cose complicate, lunghe, terribili, che confinano con l'impossibile, che, spesso, sono impossibili. Chinano il capo: e le maschere, loro servi, loro confidenti, loro ministri, si abbandonano alle più meste facezie, alle burlette più funebri, seguendo anche essi la sorte atroce dell'eroe e dell'eroina.
E qui il meraviglioso, cominciato con l'apparizione sorprendente di quel cancelliere degli spiriti, lettore di stranissime sentenze, che è uno stregone ouna fata, questo meraviglioso si esplica, ampiamente, turbando la mente e la esistenza dei personaggi gozziani. Oramai tutte le leggi comuni della natura sono sciolte: il tempo, lo spazio non esistono più: i tre mondi si confondono: le belve parlano, l'acqua canta e suona, i morti leggono dei libri, le donne diventano uomini e gli uomini si mutano in istatue. Così, anche nel mondo morale degli affetti, tutto si sconvolge, gli amanti più folli vilipendono le amate, le mogli scacciano i mariti che adorano, le madri gittano nelle fornaci i figli. Tutto accade: tutto, cioè quello che è strano, ma anche quello che è impossibile, viaggi di migliaia di miglie in poche ore, risurrezionedi morti, ringiovanimento di vegliardi, palazzi sorti in una notte e crollati in un minuto, battaglie combattute in un attimo e in meno di un attimo perdute o vinte. A traverso questi paesaggi stupefacenti, questi mondi disorganizzati e folli, questi prodigi impensati e inauditi, questi sentimenti escogitati e contradittorii, gli eroi e le eroine di Carlo Gozzi seguitano la loro terribile vita di tormenti, affrontando tutti gli ostacoli e sopportando tutte le pene, agonizzando di dolore o di stanchezza, invocando il cielo, imprecando al cielo, passando per tutti gli stadii più alti della disperazione: la loro esistenza non somiglia più a quella di nessuna creatura umana, ed essi vanno,vanno, dominati dal Fato, in lotta con esso, impari lotta con un potere così forte e così segreto.
Ma non è mica il Fato greco, quello che combatte i principi persiani e le principesse chinesi di Carlo Gozzi: è in fondo un Fato molto mal ridotto. Giacchè le sue sentenzie, apparentemente atroci e inflessibili, contengono sempre una scappatoia, per cui questi valorosi e impetuosi signori, queste instancabili ed entusiaste donne possono sfuggire alla disgrazia estrema. Vi è sempre una speranza, nei rescritti dei maghi e delle streghe gozziane! Altrimenti la tragedia fiabesca si chiuderebbe alla terza o quarta scena e buona notte. Un piccolo lumicino brillasempre in fondo alla foresta, come nella gentil fiaba puerile delPetit Poucet, come in tutte le istorie meravigliose. Questo fioco lume, vedete, è la tenue, quasi disperata speranza, diciamo così, che è alla fine di tutte le torture estraumane dei personaggi di Carlo Gozzi, è il filo intorno al quale si tesse tutta la trama della fiaba; e man mano, come l'intreccio si annoda e si infoltisce e si distende, la poca speranza cresce, il picciolo lume si fa più vicino, più vicino, è un ricovero, è una casa, è la salvazione, l'uomo ha vinto tutte le pruove, la donna ha superato tutti gli ostacoli, i regni della natura rientrano nel loro ordine e l'amore uscito più terso e più compatto daquel crogiuolo incandescente, trionfa.
Voi, tutto questo lo sapete, non è vero? Lo sapete anche se non avete letto le fiabe del drammaturgo veneziano; giacchè tutto il contenuto della sua opera è preso dalle tradizioni fiabesche di tutti i paesi, giacchè egli ha rivestito di scenario e di dialogo tutti i racconti che le balie, le vecchie zie, le nonne narrano ancora ai bimbi che non vogliono dormire.L'amore delle tre melaranceel'Augellin belverde, ilCorvoe laDonna serpente, laZobeidee ilRe Cervoe infine quanto costituisce il teatro delle fiabe gozziane, risveglia le memorie delle stanze domestiche, dei focolari confortevoli, delle antiche voci un po' tremolanti cheil nostro cuore non sa dimenticare, delle ore estatiche trascorse a udire le istorie singolari, mentre già il sonno appesantiva le palpebre e il racconto diventava qual era, sogno. Io ritengo che questo sia uno dei grandi segreti del successo di queste fiabe, allora: e come esse potessero tener testa e persino, ahimè, soverchiare la novella arte goldoniana, presa alle sorgenti istesse della vita quotidiana e schietta. Il più austero uomo è stato un fanciullo e la più frivola e la più spensierata donna è stata una bimba: i ricordi risalgono, evocati, al fior dell'anima, e un senso di diletto, non scevro di una velata malinconia viene a molcere l'austerità e a fissare la spensieratezza,mentre il medesimo uomo austero troverà sconveniente la rappresentazione dell'ordinaria esistenza e la medesima donnetta frivola s'irriterà di vedere dipinta così veracemente la sua leggerezza e la sua instabilità: e ambedue, è naturale, preferiranno Carlo Gozzi a Carlo Goldoni. Ognuno ha il suotempo di fiabanell'anima, tempo di semplicità, d'innocenza, di credulità e di sorriso che si può rievocare, più tardi, in modo fittizio e fugace, è vero, ma sempre efficacemente!
Accennare, qui, tutte le origini delle fiabe di Carlo Gozzi, sarebbe un po' lungo e un po' minuto; pure, probabilmente, abusando della vostra pazienza, lo farei: me ne trattiene il simpaticoingegno così intuitivo, la coltura, la ricerca felice ed esauriente che ha fatto, su Carlo Gozzi e sul suo teatro, Ernesto Masi, per cui tutti quelli che si affaticano nell'arte e nelle lettere, umilmente come me, o altamente come altri, gli debbono una vivida ammirazione.Lo Cunto de li Cuntedel nostro novellatore napoletano Basile, laPosilipeatadi Masiello Reppone sotto cui si nasconde l'altro napoletano Pompeo Sarnelli,Le Mille e una notte, iMille e un giorni, ilGabinetto delle Fate, tutte le antichissime leggende orientali hanno dato il loro contingente al fiabista veneziano: persuaso che cometout le mondeaveva più spirito del signor di Voltaire, anchetout le mondeavessepiù fantasia del conte Carlo Gozzi, egli ha interrogato tutte le fonti popolari. Vi è, persino, nel Sinadabbo dellaZobeideil tipo di Barba Blù, il mangiatore di mogli: Sinadabbo se ne stanca dopo cinquanta giorni, come Hassan, l'eroe dellaNamounadi Alfredo de Musset se ne stanca dopo una settimana: vi è, persino, nelRe Cervo, una delle più forti, delle più vivaci fiabe del Gozzi, un caso diavatar, di scambio d'anime, leggenda orientale indiana che, più tardi, Théophile Gautier doveva narrare curiosamente nel suo lungo raccontoAvatar. È quasi un repertorio, il contenuto delle tragedie fiabesche del conte veneziano: un repertorio che egli ha mescolato un po'confusamente, ma che ha tutto espletato.
E allora, qual è l'elemento personale che il Gozzi ha dato a queste fiabe? Ma, una cosa importantissima: la rappresentazione per mezzo di un intreccio di dramma, per mezzo di personaggi, di dialoghi, di scene: tutto un mondo vivo creato sui vecchi elementi, tutta una serie di opere teatrali che hanno un valore indiscusso per il loro tempo. Drammaturgo, il conte Carlo Gozzi era: e aveva la passione pel teatro penetrata sino alle sue midolla di uomo e di letterato: tutta la vita, malgrado i suoi sonetti, a centinaia, per nozze e per monache, malgrado le sue dissertazioni, egli non èmai stato nè poeta nè critico, ma autore drammatico, niente altro. Il materiale, dunque, fiabesco e la volontà di favorire la truppa Sacchi che egli proteggeva e dove, persino, aveva collocato i suoi amori, oltre che le sue simpatie e le sue amicizie, risvegliarono in lui le più belle qualità di autor comico e drammatico, dettero l'impulso a un ingegno che nel teatro trovava il migliore suo campo. Teatralmente parlando, queste fiabe sono, massime alcune di esse, scritte con vigore, con misura, con evidenza: in due o tre di esse, come laTurandot, come ilCorvo, come l'Amore delle tre melarancie, vi è, persino, nella espressione dei caratteri, della psicologia. —Io vi prego di non sorridere! — Noi moderni ci vantiamo assai di essere psicologi, tutti, anche quelli che non sanno di lettere e di arti, anche i semplici scienziati, anche i medici, anche gli avvocati, anche tutti gli umani. Ma fra cento anni, quanto e come l'umanità sarà più psicologa di noi, mentre quelli che vissero cento anni prima di noi eran psicologi senza saperlo e senza pretendervi! Il caro conte Gozzi potea esser presuntuoso ed era, in ben altre cose: ma nel rendere un carattere femminile, nel fare emergere le espressioni di un momento drammatico, servendosi, pur troppo, della rettorica di cento anni fa, egli è efficacissimo e inconsciente della sua forzae della sua efficacia. Le fiabe, infine, sono dei veri drammi nel loro inizio e nel compimento: sono l'agitazione di un mondo di personaggi e di passioni che l'autore ci mostra, cogliendone il lato più significativo, dando di essi e di esse la figura più rassomigliante e il senso più vero.
Vedete, infatti, se nellaTurandotche non è punto una fiaba, ma una bella e vera commedia a base drammatica, in questaTurandotdove non sono nè apparizioni, nè negromanti, nè nomini che si cangiano in belve, nè melarancie che contengono una fanciulla, in questaTurandotche è la commedia di una giovanetta fiera e saputella, — una seccatrice, diremmo noi — che non vuolesposarsi perchè odia gli uomini, vedete se l'autor drammatico rifulge! La vecchia istoria deitre enigmiche il divino Shakespeare ha reso così magnificamente, con tanta onda di poesia, di tenerezza, di passione, nel suoMercante di Venezia, quei tre enigmi che il presunto sposo della piccola e leggiadra Portia deve risolvere, è servita al Gozzi, per questaTurandot, come servì, più tardi, saran venti anni, a Giuseppe Giacosa per il suoTrionfo d'amore: vecchissima istoria che rimonta, nientemeno, alleGesta romanorum. Il Gozzi raggiunge, in questaTurandot, il massimo delle sue qualità di autore drammatico, tanto il movimento vi è simpatico, umano, nobile, tanto il fataledissidio dello spirito della protagonista, vinta nella pruova, che non vuole darsi per vinta e intanto già ama, ha una evidenza che colpisce e trascina il lettore. Per cui questaTurandotpiacque tanto allo Schiller che di drammi, se non isbaglio, se ne intendeva: tanto gli piacque da volerne fare una riduzione in tedesco. E dalla medesimaTurandotviene tutto il coro di ammirazione che il teatro gozziano ha trovato nella Germania dalla fine del secolo, e nomino nel coro di Lessing, i due Schlegel, il Tieck, tanti altri illustri. Ai tedeschi di allora, non potevano le fiabe di Gozzi non piacere enormemente, tanto corrispondevano, stranamente, al loro nordicogusto: ma è, consentitelo a una adoratrice della verità, nella vita e nell'arte, è un dramma di verità e di passione quello che rivelò ed affermò il talento di Carlo Gozzi.
Ancora un elemento, curioso, portò il Gozzi in questa congerie di bizzarrie novelle che è il mondo fiabesco: ed è, accanto alle figure drammatiche le figure buffe, accanto ai cuori sentimentali gli stomachi capaci, accanto ai martiri dell'amore le spalle fatte per le bastonate, accanto ai principi e alle principesse le maschere italiane, Brighella, Truffaldino, Pantalone, Tartaglia. Costantemente queste quattro maschere a cui si unisce, talvolta, Smeraldina, una maschera femminile,penetrano in tutti gli intrecci drammatici di Gozzi, appariscono nel fondo di ogni scena, si mescolano a ogni scena, e spesso non all'ultimo posto, visto che, nelRe Cervo, Tartaglia, la maschera napoletana, è quasi il protagonista. Talvolta, il dialogo di queste maschere è scritto per esteso, giacchè è troppo necessario al senso della commedia: talvolta è accennato solo, come trama, lasciando che le maschere v'innestino quel che vogliono, pur non disubbidendo alla traccia. E così, questaCommedia dell'arte, onore e gloria comica italiana, diletto di gentiluomini e di popolani, origine di tutto quello che vi è di spontaneo e di vivo nel teatro popolare, si mischia indissolubilmentealla tragedia fiabesca, con tutti i suoi contrasti e i suoi anacronismi. Eppure! Tempo fa, sino a che un ordine molto civile ma poco rispettoso del pittoresco e della leggenda non lo proibisse nei piccoli teatri di Napoli, in due o tre di essi, verso la seconda quindicina di dicembre si inauguravano le rappresentazioni di un mistero religioso che portava per titolo:La nascita del Verbo umanatoo ilVero lume fra le ombre. Vi prendevano parte Maria, Giuseppe, gli Angeli, Belfegorre, dei pastori, un grosso dragone spirante fuoco e vi accadevano tutte le scene della Natività, descritte in versi assai strani. Fra i personaggi, vi era un napoletano: non il Pulcinella, giacchè l'autore non avevaosato di spingere l'anacronismo sino al delirio, ma un napoletano Razzullo, che parlava il dialetto, che esclamava, che metteva il suo buon senso pazzo e la sua loquacità meridionale fra le preziosità mistiche di quel misterio. Ebbene, quel Razzullo lì, offendeva la logica, è vero: ma neanche il mistero pretendeva di esser logico, ma al pubblico che si estasiava misticamente innanzi alla umiltà della Madonna, al paziente coraggio di Giuseppe, che s'irritava contro i truci progetti di Belfegorre, quella nota singolare di napoletanesimo piaceva, ed essi ridevano, gli spettatori, dopo essersi commossi! Così, certo al pubblico che si affollava nel piccolo teatro veneziano dove recitavala truppa Sacchi, l'apparizione di Truffaldino in Persia, di Pantalone in Cina e di Smeraldina in Tartaria, doveva parere molto bizzarra, ma non poteva che piacere, come chi rivede, fra gente ignota, un viso noto e, spesso, amato. D'altronde, quei comici che rappresentavano le maschere italiane, erano dei migliori, nelle loro parti: avevano per essi la tradizione e la lunga esperienza, avevano l'affetto degli spettatori. Anacronismo, sì, ma le fiabe erano anche così sorprendenti, per la mancanza di ogni norma umana: anacronismo, ma il meraviglioso regnando in tutto l'intreccio, non era neppur troppo curioso che un bergamasco come Brighella, un veneziano come Pantalone, un napoletanocome Tartaglia si trovassero sbalzati ai confini del mondo, in drammi dove il mondo non aveva più confini! Dico ciò per difendere il Gozzi dalle accuse di testa folle, di commediografo squilibrato, di autor drammatico capace di guastare una pura opera d'arte, per compiacere quattro comici. Ritengo che quelle intromissioni così ripugnanti a chi ha l'ossequio della verità, così balzane e quindi antipatiche ai ragionatori posati e tranquilli, non dovessero urtare i nervi di nessuno: salvo di coloro che la gran voce umana di Carlo Goldoni, la voce di uno spirito nobile e di un cuore caldo aveva suggestionati! E, anche, il Gozzi, con sapienza di contrasti, hamescolato e alternato l'espressione comica, usandone con moderazione, al senso drammatico: egli ha bene inteso che uno spettatore non ama di fremere sempre, dal principio alla fine di un dramma, che la emozione di dolore si stanca e che il soffio di una risata riposa chi ascolta. Le scene delle maschere non sono mai lunghe: esse non sono mai troppo volgari, giacchè il Gozzi schivava la volgarità e addebitava leBaruffe Chiozzottecome una laidezza, al Goldoni: esse hanno sempre, queste scene di maschere, uno scopo, una necessità. Data la sua abilità teatrale, Carlo Gozzi ha potuto tentare questa risurrezione o continuazione dell'anticaCommedia dell'arte, senza far inorridire,senza seccare, divertendo. Quest'audacia conservativa equivale alla audacia progressiva di Carlo Goldoni!
Certo, trasportando la questione in una sfera d'idee più ampia, la risurrezione dellaCommedia dell'arte, anche menomata, anche ridotta a brevissime manifestazioni, anche messa lì solo per bisogno scenico e per contrasto morale, non può non essere giudicato un atto di annichilimento letterario, da parte di un autore. LaCommedia dell'arteè la improvvisazione capricciosa di cervelli comici che non vogliono chinarsi a seguire il pensiero dell'altro, dell'autore: è il libito di chi appare sulle scene e sovra una vecchia trama sbiadita cerca mettere i colori di unarecitazione naturale: è la sostituzione della coscienza personale dell'attore a quella certamente più elevata e più nobile dell'autore. Non un passo indietro, nella via dell'arte, ma cento, ma mille passi indietro! D'altronde, anche questaCommedia dell'arte, la quale poteva attivare per la sua libertà, per il suo impensato, per l'inatteso personale, finiva per avere le sue formole, le sue stereotipie: anche le scene di amor comico, di ghiottoneria, di spavento, avevano il loro alfabeto e il loro sillabario: e tutto s'immobilizzava in queste formole e la improvvisazione non era che apparente. Ora che un uomo come Carlo Gozzi, vissuto in Venezia, che fu patria, asilo, tradizione della più fulgidaarte italiana, cresciuto in un ambiente eminentemente letterario, appartenente a una famiglia dove tutti facevano dei versi, dalla madre agli amici di casa, dalla cognata alla cameriera, abbia potuto così negare il proprio ingegno e l'arte, credendo che un comico qualunque potesse mettere la sua prosetta comune e trita accanto ai versi solenni o teneri gozziani, permettendo che le viete barzellette e i lazzi di Truffaldino, sempre gli stessi, si alternassero liberamente ai lamenti e alle fiere proteste dei suoi protagonisti, non si comprende! Un eterno dissidio regnerà sempre fra il comico e l'autore: quando, ogni tanto, un autore ha la fortuna di essereintesoeresoda un comico, bisogna dire che due fortunate e lontane constellazioni si siano incontrate nel cielo! E viceversa il signor conte Carlo Gozzi, per eccezione, amava troppo i comici: li amava tanto, da cedere loro innanzi, come autore. LaCommedia dell'arteriapparsa sulle scene, donde il grande e misconosciuto Carlo Goldoni aveva, con tanta coscienza d'artista, cercato di cacciarla, non solo significava il trionfo di un passato morto e cavato fuori dalla tomba e galvanizzato alla meglio, ma significava la negazione di sè stesso come scrittore e come drammaturgo, significava il proprio avvilimento come un uomo che pensa, che sa, che scrive. Ora se l'egoismo confina conla ferocia, l'altruismo confina con la codardia!
Fu, dunque, il Gozzi molto letto e molto ammirato in Germania: in un altro paese del nord, in Inghilterra, destarono curiosità, interesse, diletto le sue opere. Si dice: fu il restauratore del fantastico nell'arte teatrale, doveva piacere a coloro che amano il fantastico, che si pascono di leggende, come i popoli delle regioni fredde. Il fantastico? È proprio la parola esatta? È, veramente, il Gozzi, un uomo d'immaginazione? Badiamo chefantasiaè una grande parola ed è una grandecosa. Non sarebbe meglio dire che il Gozzi fu il restauratore del meraviglioso, al teatro?Meraviglioso: è una parola più semplice e più modesta. Il fantastico è così diverso! Chi si sorprende, inarca le ciglia e ha l'aria di uno sciocco: costui è lo spettatore delle cose meravigliose perchè strampalate, meravigliose perchè senza nesso o con un nesso così lieve che un nulla lo spezza, meravigliose perchè assolutamente contrarie a tutto ciò che è ordinario. Tutt'altro, tutt'altro il fantastico! Esso, credete, corrisponde alla vita e certe volte vi corrisponde con misura matematica: esso ha delle regole intime, profonde, per cui può apparire quel che è, fantastico, sì, ma logico:esso è dominato da una ragione segreta che lo nutrisce e gli dà sostanza e colore: esso può essere alto, grande e puro, come la verità. Il fantastico non è il contrario della vita, ma è l'esaltazione della vita: è la linea in fuori, è l'aureola, è l'alone, ma la linea suppone la misura, ma l'aureola suppone la testa, ma l'alone suppone la luna! Il fantastico non capovolge le leggi dell'esistenza, ma le intravvede moltiplicate, più ricche, più tristi, più tetre, più grottesche: ma le considera nelle loro glorie e nelle loro miserie, ma le sospinge alla loro nota più vibrante e più acuta! Il fantastico anche descrive dei paesaggi che esistono, ma vi aggiunge quella soffusionedi poesia lieta o lugubre che le cose hanno sempre e che solo gli occhi freddi ed aridi non sanno vedere: il fantastico anche narra delle cose accadute, ma vi scorge tutto un lato nascosto, qualche cosa che sfugge all'analisi del critico e che non sfugge alla visione del poeta. Gli è per questo che gli scrittori d'immaginazione scarseggiano assai, mentre gli scrittori di verità si chiamano oramai legione; la fantasia non comporta mediocrità, non comporta volgarità, non ammette mancamenti o debolezze. È fantastico il grande Hoffmann, di cui non una delle novelle che non parta da un assioma indiscutibile, di cui il fantastico ha le grazie e le seduzioni della vita: sietefantastico voi, voi solo, o grande Edgardo Poe, non abbastanza ammirato, non abbastanza amato, infelice nella morte come nella vita! Rammentiamo leNovelle straordinarie: non una di esse che non possa, in tutte le sue parti, corrispondere a un'assoluta verità! Ma quegli uomini sentono in una forma complessa, esagerata e febbrile: ma quelle donne dai capelli biondi, dagli occhi glauchi, dalle forme tenui, dalle mani ceree sulle nere vesti, sulle bianche vesti, hanno in loro un fuoco che le consuma: ma quei paesaggi hanno una vita interiore che li trasforma e li fa tragici: ma quelle scene hanno una intensità crescente che afferra ai capelli il lettore, e li imperla di un sudoredi paura! Tutto è vero, tutto può esser vero, nel grido che sale nelCuore rivelatore, tutto è vero, tutto può esser vero nei terribili rumori dellaCasa Usher. Il fantastico del rimorso, il fantastico del terrore non vengono da spettri, non vengono da vani fantasmi, ma l'uomo li porta in sè, ma sono gli abitatori del suo spirito, i tetri e fieri abitatori! Egli non diventa marmo, come il povero Zennaro, delCorvodi Carlo Gozzi, nè marmo come la dolce e tenera Hermione nelRacconto di una notte d'invernodi Guglielmo Shakespeare; non si muta in una serpe, come la dolce Cheustanì, laDonna Serpentedi cui Riccardo Wagner volle rendere l'amore, il dolore, la devozione coniugale nellasua opera di gioventù (Le Fate); ma quest'uomo di Poe ha le belve che gli dilaniano il cuore, porta una serpe nelle sue viscere e meglio sarebbe per lui se s'impietrisse! Questo è, il fantastico: la vita nelle sue più cocenti passioni, l'odio, l'amore, il delitto elevato all'ennesima potenza, la vita slanciata alle altissime temperature, — dove tutto vibra e tutto finisce per infrangersi!
E chiamiamolo addirittura ilmeraviglioso, il portato di Carlo Gozzi nel teatro italiano, poichè additeremo così questo bizzarro, sì, ma mite e innocente materiale di arte: il meraviglioso che sconquassa, ma porge la speranza e porge il rimedio, che infligge le torture, ma ha con sè il balsamo della consolazione.Senza di esso, i protagonisti di Carlo Gozzi sarebbero delle creature semplici e amorose, e la loro istoria non potrebbe interessare gli umani: un elemento estraneo entra in loro e li rende vittime ed eroi, insieme, ma vittime temporanee ed eroi di cinque, di dieci anni: l'elemento sparisce ed essi rientrano nel giro normale dell'esistenza, freschi, sani e felici. Questo meraviglioso ha l'aspetto truce e la sostanza tenera, ha l'apparenza della fatalità e non è la fatalità: è lo slanciarsi, per breve ora, fuori dei limiti del possibile, ma è il rientrarvi subito, quietamente. La fantasia, nella sua essenza, nella sua possanza, dà ben altri crucci, e il fantastico, talvolta, uccide. Fra coloroche mi ascoltano, io credo, che tutti preferirebbero di essere un personaggio di Carlo Gozzi che un personaggio di Edgardo Poe, e tutti, infine, preferiscono di essere i lettori dell'una e dell'altra opera. Infine, il Gozzi non era realmente un uomo d'immaginazione: quello che egli ha fatto, non lo ha fatto per una passione salda letteraria per il sorprendente nell'arte, ma lo ha fatto per una passione di uomo, molto più forte, molto più acerba, per il suo odio contro Carlo Goldoni.
Ah parliamone un poco, di questo odio per cui il cuore del conte veneziano si è infiammato molto più che per qualunque amore di donna: parliamone, giacchè esso è l'avvenimento piùimportante della vita di Carlo Gozzi, giacchè, oh ironia, giusta e ingiusta insieme, del destino, adesso il drammaturgo diTurandotè rammentato solo perchè fu nemico acerrimo di Goldoni! Ebbene, sì, egli lo ha odiato molto e lo ha, sovra tutto, disprezzato, come si conviene a un uomo che sa odiare: chi riconosce qualche cosa di buono e di serio, nel suo avversario, già non odia più! Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente e intimamente: il Goldoni gli pareva il più volgare, il più triviale, il più balordo e il più noioso fra gli scrittori teatrali. Egli lo ha tante volte dichiarato ed era in perfetta buona fede. Tutto ciò che formava la bontà e la beltà delle creazioni goldonianegli faceva ribrezzo: e le parole più basse per esprimere la più bassa cosa non gli sembravano sufficienti. Le sue polemiche impetuose e ardenti, la sua lotta teatrale, tutta una città posta a soqquadro, indicano come tutto il calore dell'anima di Gozzi si era riversato contro questo dispregevole avversario. Questa battaglia è durata molto tempo ed è stata combattuta su tutti i campi: è stata folgorante d'ingiurie e di vituperii: è stata fornita a colpi di penna e a colpi di voci calunniose: ha avuto sussidii e contrasti nell'amore e nella politica. Il Goldoni è stato insidiato nella reputazione e nella fortuna: è stato minacciato nella felicità e nella vita ed ha dovuto, infine, lasciareil suo paese, esiliarsi, non vinto, forse, nell'anima, ma vinto nei fatti, non sconfitto nella sua arte, ma sconfitto come uomo e come cittadino. Più tardi, certo, anche la fittizia fortuna delle fiabe decadde e lo stesso Carlo Gozzi non volle farne più nessuna: ma più tardi, ma troppo tardi, quando niente e nessuno poteva più medicare le ferite dell'animo di Carlo Goldoni, quando tutte le amarezze avevano per sempre avvelenato il fondo del cuore del buon commediografo di Venezia.
Ebbene, io dico che quest'odio, che questo disprezzo, erano sentimenti naturali e giustificati in Carlo Gozzi: dico che egli non poteva fare diversamente che detestare Goldoni e che egliha obbedito a una ispirazione alta e dolorosa, combattendo quella battaglia. Ricordiamoci chi era e che rappresentava Goldoni, a Venezia. Egli, modesto e tranquillo scrittore, era stato tocco da quel colpo di fulmine intellettuale che non ammazza, ma sconvolge, che non atterra, ma trasforma violentemente, egli avevaavuto un'idea: egli aveva compreso che la vita nelle sue forme veraci e umili ha una potenza di fascino che sorpassa tutte le meraviglie: avevavistoche l'amore qual è, il dolore qual è, il ridicolo qual è, e non già come la falsità leggiadra o pomposa di tutto il Settecento voleva rendere, possedessero maggior attrazione che qualunque declamazionerettorica o leziosa: aveva sentito quest'uomo piccolo destinato ad albergare quella grande cosa che è un'idea, aveva sentito l'irrompere della vita nella sua lealtà comica o drammatica. La gran voce delle persone o delle cose intorno, era giunta sino al suo spirito e lo aveva commosso: non la voce dei fantocci pronunzianti vuote frasi o inchinantisi ai vezzi frivoli di un amore che non può meritare questo nome. L'uomo nella sua carne e nel suo sangue, con le sue costumanze bislacche o patriarcali, con i suoi difetti curiosi e le sue qualità ammirabili, con i trasporti delle sue passioni e col giuoco delle sue astuzie, l'uomo vero, l'uomo uomo, era apparso a CarloGoldoni: e costui aveva reso la verità, a teatro. La verità, nientemeno! La verità in quei tempi quando i più terribili soffii venivano dalla Francia, quando un timore generale faceva impallidire le vecchie dinastie, quando i filosofi e i carnefici si alternavano, causa ed effetto, nel centro dell'Europa! La verità, cioè il popolo ritratto, il popolo elevato da spettatore a protagonista, il popolo carezzato nelle sue buone tendenze, e spesso, il nobile vilipeso, come bugiardo, come poltrone, come giuocatore! La verità; cioè, gli antichi usi e le mode moderne dipinte magistralmente: cioè, i vizii di certe condizioni e di certe età, resi con indulgenza, è vero, ma non tanto da nonvederne l'esatta riproduzione: cioè, le qualità più nobili ricercate anche in persone non preclare, e i sentimenti più alti del patriottismo, dell'onore, della dignità ritrovati nel mondo piccolo, borghese e popolare. La verità, in questa vecchia Venezia, già decaduta, già sfinita, smarrite le sue ricchezze, il suo potere, la sua forza, e che assisteva sgomenta a queste nuove cose che sorgevano, a queste idee, a queste forme, a questi fatti che disperdevano le ultime sue parvenze di grandezza!
E come poteva permettere ciò il conte Carlo Gozzi, il patrizio di antica stirpe dalmata, il patrizio che s'inchinava reverente a Venezia e alla serenissima? Carlo Gozzi non solo era unsignore, di nascita, ma teneva moltissimo al suo nome e alla sua razza: non solo era un conservatore in arte, ma era tale anche in politica: non solo era un patriotta, ma era un patriotta accanito e focoso. Il tremuoto che squassava tutte le vecchie cose lo stupiva e lo sgomentava: ma lo sgomento massimo era per il suo paese, per questa adorata Venezia che portava nel sangue e nelle ossa, come la più grande delle passioni. Codino, sì, venti volte codino, ma non codino di chiacchiere vacue, non codino di poco temibili proteste, non codino silenzioso e pauroso, ma codino arrabbiato e focoso, codino pugnace e implacabile. Carlo Goldoni non parve solamente a Carlo Gozzi un novatoredel teatro: ma gli parve un novatore ribelle, un commediografo che volesse continuare sul teatro la esecranda opera della Enciclopedia e della rivoluzione francese. Autore drammatico egli stesso, comprendeva bene quale costante e invincibile propaganda potessero fare certe teorie propalate dal palcoscenico: e il non essere il Goldoni un teorico della verità, ma un dipintore esatto e geniale, il dare con forme semplici tutto un nuovo contingente di protagonisti presi dal popolo, il rendere con l'azione i vizii e la debolezza estrema della nobiltà veneziana lo rendeva anche più pericoloso. Carlo Gozzi odiò Goldoni come un nemico della patria, e l'opporsi a lui gliparve un atto di buon cittadino, di fedele suddito della Repubblica morente. Una rabbia profonda sorse dalle viscere dell'uomo contro l'uomo e il letterato tentò una difesa disperata!
Disperata! Vandeano di Venezia, il conte Carlo Gozzi combatteva come i fedeli brettoni per Dio e per il Re: il suo Dio e il suo Re erano Venezia. Di fronte alla novità rigogliosa e avvincente delle commedie di Carlo Goldoni, portanti nel seno il germe della libertà dello spirito, egli volle far tornare all'antico il pubblico, e più che all'antico, al bambinesco. Mentre tutti tentavano di pensare, mentre tutti sentivano il fremito possente che sollevava la terra infeconda e le preparavauna magnifica fioritura dove il sangue non mancava per la coltura, mentre tutti avevan l'anima attenta a ogni nuova manifestazione del pensiero e dell'opera umana, il conte Carlo Gozzi tentò di calmare questa inquietitudine coi racconti delle fate e volle addormentare i cuori turbati e le menti palpitanti, come si cerca di far addormire un bimbo nervoso, che ha paura. Egli cullò i terrori segreti, egli cantò la ninna-nanna a coloro che vedevano crollare il mondo in cui avevano creduto: e al fragore delle voci e delle armi, egli disse, come una buona balia:vi era una volta....... Oh come si rivela bene, la disperazione interna, non del letterato che era tropposuperbo e alla sua maniera, anche un po' indifferente, ma la disperazione del conservatore che chiude gli occhi per non vedere, che si tappa le orecchie per non udire, e che, come le vergini di Francia danzavano con un filo rosso al collo, per simbolo della probabile prossima ghigliottina, in abito davictimée, tenta di raccontare delle storielle vane per togliere il pubblico alla propaganda e alle paure! In pochi anni egli scrive fiabe sopra fiabe con una rapidità, con una facilità grande, mentre polemizza nelle fiabe e fuori, mentre continua la sua guerra nelle accademie, nei saloni e nei caffè: egli non ha posa, egli non soffre indugio: egli, con la sua ferocia spinge il Goldonia scrivere anche più, a scrivere sempre: egli non solo oppone una resistenza instancabile, egli attacca atrocemente, egli appartiene alla schiera, come ho detto, dei codini belligeri, che sono rari, ma che sono terribili, visto che la violenza pare sia un appannaggio della gente nuova e ribelle. Che importa a lui, specialmente, la fiaba e donde essa viene, visto che egli non è un uomo di fantasia, ma un autore drammatico puro e semplice, che importa se il materiale sia il meraviglioso e sia preso dapertutto, quando egli non ha di mira che distrarre il pubblico dalla commedia dell'iniquo, dello scellerato Goldoni, figliuolo primogenito delle nuove esecrabili teorie? Sianoi racconti delle fate, se essi servono allo scopo ambito! Che importa se la intromissione delle maschere, se il riportare sulla scena laCommedia dell'arteè un colpo duro a sè stesso e alla propria dignità di autore! Purchè sia ferito l'avversario, non importano le proprie ferite. E così tutta la ragion letteraria del Gozzi si chiarisce e si giustifica nelle sue debolezze: e tutta la sua vita, anche, si riabilita nelle sue stranezze e nelle sue acredini. Si riabilita con quest'odio! Un odio mortale sorto da un sentimento alto e incrollabile, dalla devozione alle antiche cose, dall'ossequio alle vecchie idee, dalla reverenza profonda verso Venezia: un odio che ha un'essenza d'amore, cometutti gli odii. Impossibile giudicare Carlo Gozzi isolatamente: significherebbe menomare e travisare il suo valore e dare di lui un giudicio falso. Egli fu uomo del suo tempo: anzi, dirò meglio, fu uomo anteriore al suo tempo. Non fu uno di quei letterati solitarii che, con inclinazione laudabile o no, non lo so, si chiudono nel loro lavoro e dediti alla loro arte, servi, schiavi di essa, si dimenticano di vivere: e rovini tutto l'edificio sociale intorno ad essi, non se ne accorgono, perduti in una divina allucinazione. Carlo Gozzi non fece una vita di sogno, come a tanti artisti è concessa: ma fece una vita di realtà, una vita di uomo vivente, dirò! Impossibile, anche, giudicare il Gozzi,senza considerarlo nel grande torneamento della sua violenza, torneamento scortese e cruento, contro Carlo Goldoni. Questo odio è la lettera iniziale della sua vita, è la sua cifra fatale!
E permettete a chi ammira tutte le battaglie fatte in un nome sacro, fatte anche in nome dell'ombra e della immobilità, fatte anche in nome del silenzio e del gelo, permettete che io esprima qui un senso di malinconica ammirazione per quel soldato del regresso che fu Carlo Gozzi e che lo ammiri nel suo odio, origine della sua arte e della sua vita. Questo odio, è vero, dette molti dolori a Carlo Goldoni: ma le avversità sono sempre un buono stimolo dell'ingegno che vi si temperae vi si affina: ma ciò che si scrive sotto la sferza delle passioni, degli ostacoli, delle contrarietà vale, spesso, più dell'opera compita nella oscurità senza contrasto, tanto che vi è chi preferisce il mordace e dolente Arrigo Heine all'olimpico e maestoso Wolfango Goethe! Lo ammirerete anche voi, io spero, quando penserete che se la sua guerra ebbe effetti immediati, essi furono fallaci: quando ricorderete che egli vide perire prima di sè la sua effimera gloria, e fu postumo di sè stesso: quando noterete che il suo nome, oramai, non è rammentato che dirimpetto a Carlo Goldoni. Che dirimpetto? Ho detto male. Di lato: molto di lato: ombra, nella luce di Goldoni. Ancora palpitail mondo alle scene degliInnamoratie ancora ride alle sueBaruffe chiozzotte: ancora laLocandieraincanta gli spettatori affascinati! Gli spiriti che sparvero da questo nostro mondo, vivonodi là: ma noi non sappiamo bene, come. Speriamo che essi non sappiano nulla del mondo che lasciarono: altrimenti, neppure la pace delle sfere celestiali, sarebbe una pace, pel conte Carlo Gozzi!
INDICESognandoPag. 1La donna ispiratrice47Carlo Gozzi e la fiaba (1720-1806)107
OPERE di M. SERAOAddio amore!— Romanzo — un vol. in-12L. 4 —Fantasia— Romanzo — 1 vol. in 124 —Cuore infermo— Racconto — 1 vol. in-123 —La conquista di Roma— Romanzo — 1 vol. in-124 —Il paese di Cuccagna— Romanzo napoletano4 —La virtù di Checchina— Novella — 1 vol. in-122 —Fior di passione— Novelle — 1 vol. in-123 50All'erta sentinella!— Novelle — 1 vol. in-124 —Dal vero— Novelle — 1 vol. in-123 50Leggende napoletane— 1 vol. in-122 50Il romanzo di una Fanciulla— Novelle4 —Piccole anime— Novelle — 1 vol. in-122 —Il ventre di Napoli— 1 vol. in-121 —Il Castigo— Romanzo — 1 vol. in-124 —Gli amanti— Pastelli — 1 vol. in-324 —Le amanti— Pastelli — 1 vol. in-324 —Donna Paola— 1 vol. in-321 —L'infedele— 1 vol. in-123 50Nel sogno— 1 vol. in-121 —Storia di una monaca— 1 vol. in-161 —La Ballerina— due vol. in-162 —Suor Giovanna della Croce— Romanzo4 —Lettere d'amore— 1 vol. in-161 —La Madonna e i Santi4 —Nel paese di Gesù3 —Santa Teresa— 1 vol. in-161 —
OPERE di M. SERAO
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
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Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.