CAPITOLO IX.

CAPITOLO IX.— Quando ho veduto che c'era quell'altro, ho fatto tutto il possibile io, perchè il Del Mantico non ti corresse dietro — diceva la Cecilia, mentre aiutava la mamma a vestirsi — ma non sono stata buona di trattenerlo: pareva che avesse addosso l'argento vivo!....— Meglio così: meglio così!.... Ho sempre veduto che cogli uomini, quello che non si ottiene coll'amore, si ottiene colla gelosia. Dammi un po' dicrème.— Bianca o rosa?— Rosa.— Credi che il Del Mantico questa volta dica davvero?— Che vuoi? ancora non ci vedo chiaro — continuava l'Elisa, mentre guardandosi nello specchio si toccava qua e là leggermente, colle dita intinte nella manteca, le labbra e le narici. — Ancora non ci vedo chiaro. A volte mi pare di sì, a volte mi pare di no.— Tuttavia il telegramma di ieri e il fatto di esser capitato oggi a Venezia così a precipizio....— Certo che dell'Ariberti è molto geloso!...,— Vedi un po'?.... È geloso di quello stupido!— Stupido non tanto, e poi ha un bel nome, e in fin dei conti è anche un bel ragazzo!....— Sarà!.... Ad ogni modo è troppo giovine perchè ti sposi.— Oh! in quanto all'età non vuol dire!— Ma poi è uno spiantato.— Questa piuttosto, è una buona ragione.Mentre l'Elisa terminava d'acconciarsi, la D'Abalà e il conte Potapow combinarono di fermarsi al Lido a desinare. Di solito, avea detto il Conte, servivano un pranzo fisso, a tre lire e cinquanta, senza vino, abbastanza buono. Jamagata, interrogato anche lui in proposito, consigliò invece di desinarea la carta.Potapow si strinse nelle spalle e non gli rispose nemmeno. Fra loro due poi successe un battibecco vivacissimo quando si dovette scegliere la tavola. Potapow ne voleva una vicina alle sale, così erano meglio riparati: Jamagata invece la preferiva sul mare, perchè se non si doveva godere della vista del mare, allora era inutile di fermarsi al Lido: e concluse che chi aveva paura del raffreddore poteva ritornarsene a Venezia. La Cecilia li lasciò bisticciare senza entrare inmezzo: era troppo affaccendata a far capire al cameriere che pranzavano in sette, ma che dovevano apparecchiare per otto, perchè in compagnia c'era un bambino, che aveva poco più di due anni.Ma sul più bello, quando tutto pareva ben disposto, eccoti Badoero che dichiara di non poter prendere parte a quelpicnic: non lo disse, ma ne aveva un altro impegnato colla piccola Emma.Questa notizia inaspettata turbò i calcoli e la quiete della Cecilia e di Potapow. Per fortuna il Conte si ricordò in tempo del cavaliere Ramolini, il quale poco prima aveva manifestato il desiderio di pranzare anche lui al Lido, e domandò subito alla D'Abalà se permetteva che glielo presentasse, e se la contessa Navaredo, che ormai li aveva raggiunti, ne sarebbe stata contenta.— Si figuri, si figuri; vada subito a cercarlo: contenta la mamma, contenta io, contenti tutti!Potapow andò correndo in cerca del Cavaliere.— Contento io, oh, no:rien du tout— disse piano Jamagata alla Contessa. — Oh! per trovarmi io contento vorrei essere senza nessuno con voi,précisément; come dite in italiano?.... senzanessunissimo?....L'Elisa, sorridendo, insegnò a Jamagata che in italiano si poteva diresoli,solissimi,affatto soli,mentre Prandino entrava sulla terrazza da una parte e il Maggiore vi entrava dall'altra: quello, livido, cogli occhi rossi e un muso al doppio del naturale; il Maggiore, invece, colla cera soddisfatta e l'occhialino in cerca dell'Elisa, asciugandosi i capelli corti, brizzolati, con la pezzuola bianca.Dopo la presentazione del Maggiore a Jamagata, la contessa Navaredo contò che il bagnaiuolo cercava di farle il galante e che nell'acqua le stava sempre vicino e che voleva a tutti i costi insegnarle a nuotare, quantunque lei non ne avesse bisogno.Di solito, queste narrazioni, fatte apposta dall'Elisa per istuzzicare un po' l'amor proprio dei suoi adoratori, indispettivano fortemente Prandino; ma in quel momento egli aveva già troppa infelicità nel cuore, perchè una gocciola più una gocciola meno lo potesse far traboccare. Invece, cominciò a sentirsi un po' meglio quando la comitiva si mise a tavola e la contessa Elisa volle lui alla sinistra, mentre alla destra c'era già seduto Jamagata. Allora toccò al Maggiore d'impermalirsi: difatti, egli si cacciò in fondo, lontano dagli altri, finchè Gegio, per consolarlo, gli camminò prima sui piedi e dopo gli saltò sulle ginocchia.— Perchè è andato a sedersi così in disparte, Maggiore? — gli chiese la Cecilia.— Il bagno forse le ha fatto male? — gli domandò a sua volta l'Elisa, con una punta d'ironia.— Ho fame — rispose il Maggiore secco secco, per dire qualche cosa. Prandino, vedendo il Maggiore così annuvolato, si rischiarava sempre più.— Verrò io, Maggiore, a tenerle compagnia! — esclamò la Cecilia; e, così dicendo, si alzò di dov'era e andò a sederglisi accanto.Intanto, dalla porta di mezzo, si vide entrare e avanzarsi Potapow, seguito da un signore dall'aspetto grave, rispettabile, tutto chiuso, abbottonato fin sotto al mento in un lungo soprabito dimezza stagione.Questo signore era il cavaliere Ramolini, il quale, dopo i complimenti, le proteste e i ringraziamenti d'uso, fu messo a sedere anche lui di fianco alla D'Abalà.— Domando scusa alle signore, ma vorrei mi permettessero di rimanere coperto: questa brezza per me è micidiale.— Faccia, faccia pure.— S'accomodi liberamente.—Sans façons.—Couvrez-vous monsieur!— e Potapow conuna mano gli alzò il braccio, perchè non esitasse più a lungo a rimettersi in testa la tuba grigia.— In riva al mare tira sempre un po' d'aria, — disse, dopo la zuppa, il cavaliere Ramolini, il quale parlava poco, ma in compenso, di tanto in tanto, usciva con delle scoperte che facevano molta impressione.Il pranzo fu abbastanza animato: se Jamagata trovava tutto cattivo, Potapow, viceversa, affermava che tutto era eccellente, e la Cecilia mangiava anche per il Maggiore, che si faceva sempre più ammusato a mano a mano che Prandino diventava persino spiritoso, tutto consolato dalle tenere amabilità che gli prodigava l'Elisa.Gegio non seccava nessuno perchè dormiva: la lezione di nuoto lo aveva infiacchito. E poi, una volta sola che osò dire alla Cecilia, indicandole Jamagata: “Guarda, mamma, com'è rimasto giallo anche dopo il bagno!„, si prese un altro pizzicotto sull'orecchio, così forte, che non fiatò più per un pezzo, finchè terminò coll'addormentarsi.Alle frutta, Jamagata volle che la Contessa lasciasse a mezzo una pesca duraccina, per ammirare la bella vista.Il mare aveva preso adesso, coi riflessi del tramonto, una tinta verde chiara con delle striscerossicce e violacee, mentre lontano sull'orizzonte apparivano le vele a triangolo di tre paranze, sfacciatamente colorite d'un giallo dorato.— Ah, se ci fosse mio marito!.... Come sarebbe contento! — esclamò la Cecilia, estatica.— La contessa d'Abalà non è mai stata a Dieppe? — le domandò Ramolini.— No.— Oh!.... — fece il Cavaliere con un sorriso di compassione, e poi strinse le labbra come per indicare che là ci dovea essere del bello assai.— Che vuole? — soggiunse la Cecilia, quasi scusandosi — i figli!.... — e cambiò di posto colla seggiola, perchè a un tavolo lì vicino c'era un signore che fumava spagnolette.— Già, già, — concluse Ramolini.Ramolini non diceva mai uno sproposito: parlava poco, ma quel poco era per dire che il sole di luglio è caldo, che l'aria di gennaio è fredda e che unrisotto coi peocileva l'appetito: tutte verità sacrosante.Quando egli era costretto a esprimere il suodebole pareresulla tal persona o sulla tal'altra, non diceva una parola, ma aveva certi sorrisi che rovinavano una riputazione, certi atti ammirativi che mettevano un uomo sul piedistallo. Senza avere mai scritta una riga e avendone lette pochine, nulladimeno pizzicava un tantino di letterato:si faceva vedere al caffè colProvveditore agli studii; ogni giorno dava una capata in biblioteca, e s'era fatto presentare a Carducci; ma anche in letteratura, come nel resto, aveva un metodo di critica sicuro: parlavano, per esempio, di Torelli o di Paolo Ferrari? egli si metteva a sorridere e pronunciava un nome: — Augier! — C'era discussione sullaGiacintao suiMalavoglia?e lui, dopo d'essere stato sempre zitto, tornava a sorridere ed esclamava con un sospiro: — Zola! Oh,les Rougon-Macquart!— Dopo di aver osservato attentamente per un quarto d'ora, sull'Illustrazione, la copia di un quadro della scuola italiana moderna, si stringeva nelle spalle, e: — Jèrome — esclamava — Oh, Jèrome!.... — e buttava la rivista sul tavolino con un moto di dispetto.... Anche Carducci, sicuro, quantunque Ramolini lo conoscesse personalmente, anche Carducci impallidiva dinanzi ai poeti della Francia, perchè, già è inutile, ma per la Francia il Cavaliere ci aveva un debole.Qui da noi, in Italia, dove tutti facciamo un po' di tutto, il poeta, il droghiere, il ministro, il pittore, il sotto-prefetto e il lustrascarpe, Ramolini, che non aveva mai fatto nulla, per non esser buono a far nulla, rappresentava una lodevole eccezione, e godeva molto credito. Andavano tutti d'accordo nel riconoscere il suo ingegno,nel vantare la sua coltura. Quando era un giovinotto: — Ramolini, dicevano, è un po' inerte, ma il giorno che si metterà a lavorare, farà delle grandi cose. — Adesso aveva cinquant'anni, era cavaliere come gli altri, ma ancora non avevaestrinsecatele proprie facoltà intellettuali che sotto una sola forma: ladimissione. Ramolini si dimetteva sempre, appena nell'ufficio pubblico, al quale era stato eletto, avrebbe dovuto cominciare a far qualche cosa. — Che importa ciò? — diceva il buon pubblico — Ramolini non sarà un ingegnoproduttivo, ma resta sempre un bell'ingegno esolido!— e molte volte interpretava quelle sue dimissioni come piccoli colpi di Stato.A dir corto, dacchè era venuto al mondo, egli non faceva che tacere e curar la salute; la curava male, però che esagerando nelle cautele e abusando dei lenitivi, era sempre mezzo indisposto.Quando servirono il caffè, si levarono tutti da tavola e si avvicinarono al parapetto della terrazza, tranne Gegio che fu lasciato solo a dormire.— Bada, mamma, che il troppo stroppia! — disse la Cecilia piano all'Elisa, indicandole il Maggiore che aveva chiesto al cameriere l'orariodelle ferrovie.— Lascia stare, che ne so più di te!L'Elisa prese il braccio di Prandino, ch'era tanto fuori di sè dalla consolazione da lasciarsi andare fino a parlar francese con Jamagata e con Potapow, e si fece condurre nella sala in fondo alla terrazza dove c'era unmaestroche suonava disperatamente il pianoforte.— Mi vuoi bene? — le domandò Prandino pieno di buona fede.— Sei molto seccante!.... In tutto il giorno non hai proprio altro da dire!Elisa non si fermò punto nella sala, ma ritornò subito dov'era il rimanente della comitiva.Là stavano tutti persuadendo il Maggiore a fermarsi per ilfresco: c'era la serenata di gala sulCanal Grande.Il Maggiore s'impuntava duro sul no, ma tutti quei discorsi inquietavano Prandino, al quale battea forte il cuore per la paura che il Del Mantico, dopo tante chiacchiere, finisse col cedere e col dire di sì.— Animo, da bravo, bisogna essere compiacente colle signore! — continuava quella petulante della Cecilia, mettendosi in saccoccia pezzi di zucchero, per Gegio — diceva lei! — Invece di stasera non potrebbe partire domani colla prima corsa?— Ma lascialo andare, Cecilia, non insistere così, non seccar la gente. Il Maggiore, si sabene, non è libero: avrà qualcheaffare di servizioche lo obbligherà assolutamente a passare le sue notti a Treviso!.... dunque.... non dobbiamo essere indiscreti! — e detto tutto ciò con vivacità, Elisa sorrise molto ironicamente.— Oh! per gliaffari di servizio— rispose il Maggiore senza guardare in faccia l'Elisa — tanto sono in licenza e posso fare quello che più mi accomoda.— Allora si resta! — replicò subito la Cecilia.Il Maggiore non rispose nulla: Prandino si sentì mancare il fiato.— Lei, Maggiore, se vuol dire la verità, ha qualche cosa per la testa. Andiamo andiamo, mi dia braccio e si confidi con me. Chissà che non siano cose che non si possano aggiustare!.... Che ne dice, Cavaliere?— Mah! A una cosa sola non c'è rimedio: alla morte.Jamagata a queste parole guardò l'Elisa sospirando profondamente: Potapow si mise a ridere.Il Del Mantico si alzò, offerse il braccio alla Contessina e camminarono lentamente in su e in giù lungo la terrazza.Prandino li seguiva colla coda dell'occhio, inquieto, perchè vedeva il Maggiore che gestiva con molta animazione.— Troverei inutile, — disse poi all'Elisa, un po' titubante, ma facendosi coraggio per tastare il terreno — troverei inutile che la Contessina dovesse insistere perchè il Maggiore si fermasse alla serenata: tant'è, in una gondola non ci possiamo star tutti, e però bisognerebbe dividerci.La Contessa, che adesso pareva molto distratta, non rispose nulla, ma Jamagata e Potapow si scusarono di non poter andare con lei alfrescoavendo già ricevuto un invito dalla principessa di Lentz.Il giovinotto si faceva sempre più inquieto: i discorsi della D'Abalà con il Del Mantico non finivano mai, ed egli non ne potea proprio più; tuttavia quando essa gli si avvicinò e gli disse piano di fare i conti anche per sua madre e per lei, Prandino non osò fiatare e correva già al banco.— Conte Eriprando!.... Scusi!... Senta un momento!....Prandino le tornò vicino, tutto umile e premuroso.— Si ricordi bene che Gegio non paga! Non mi faccia i soliti pasticci, le solite confusioni!....Mentre Prandino regolava i conti, e in quel mentre, numerando i suoi capitali, si trovava mancante di sette lire, senza che sapesse come e dove le avea gettate, le nostre dame, seguite dai rispettivicavalieri, uscirono dallostabilimentoper aspettare iltramway. Prandino però li raggiunse subito, tutto in orgasmo, temendo di perdere il posto buono; quello, si sa, vicino all'Elisa. L'Elisa infatti, che s'era tenuto Gegio con sè, lo mandò da sua madre; così Prandino potè sedersi al suo fianco, tutto glorioso e trionfante. Se non avesse avuto due spine, le sette lire che non riusciva a trovare come le avesse spese e la faccia del maggiore Del Mantico che, dopo le chiacchiere colla Cecilia, parea meno scura, egli sarebbe stato felice. E non felice solamente intramway, ma anche dopo, sul vaporetto, ritornando a Venezia.L'Elisa se lo teneva vicino e gli sorrideva, accarezzandolo con lunghe occhiate: si era tolta il velo perchè la brezza viva della laguna glielo portava via, e così nell'ombra il suo volto pallido, bianco, non ci perdeva nulla neanche scoperto.— Fa freddo! — esclamò Ramolini, appena il vaporetto si staccò dalla riva, cacciandosi la tuba sulle orecchie e stringendosi attorno il soprabito.Jamagata disse di no, che non faceva freddo: Potapow allora si abbottonò l'abito in fretta e si legò un fazzoletto attorno il collo per ripararsi la gola.Il cielo, di una trasparenza leggerissima verso il mare, dall'altra parte, sopra Venezia, era sparso, attraversato da nuvolacci neri, minacciosi, rotti giù basso, dietro ai monti, da una fascia rossa di fuoco. Intanto“a poco a poco.... la notte era discesa„e mentre le isolette della laguna qua e là fra le ombre apparivano scure, silenziose come fantasmi, Venezia gaia, rilucente, splendeva nel fondo, colla sua lunga riva illuminata.— Ci sarebbe pericolo, Cavaliere, che ci piova sopra alfrescodi stasera?— Mah! — rispose Ramolini guardando per aria. — Mah!....—Oh! madame la comtesse!.... Oh! la belle vue!.... — esclamò Jamagata, rapito in estasi, mentre indicava Venezia all'Elisa.Tutti s'erano levati in piedi, rivolti verso Venezia, esprimendo ognuno alla sua maniera, tranne, s'intende, il cavaliere Ramolini, la propria ammirazione.— Finalmente! — esclamò Prandino, tutto a un tratto, mentre il vaporetto, facendo il giro della laguna, per fermarsi allo sbarco, passava lento dinanzi alla piazzetta illuminata — finalmente! adesso mi ricordo!— Che cosa, Conte? — gli domandò piano l'Elisa.— Nulla, nulla, — fece l'altro, rimettendosi.S'era ricordato allora come aveva spese le sette lire; e però, liberato da quel peso, potè commoversi anche lui dinanzi alle meraviglie della riva incantata.Appena discesi a terra, cominciarono i saluti, i ringraziamenti e le espressioni del piacere reciproco per la fatta conoscenza.— E il Badoero? — domandò Prandino — non s'è più visto?Il Badoero era rimasto a teatro, al Lido. Tutti notarono allora ch'egli si era dileguato in una maniera poco cortese.— Almeno si fosse degnato di salutarci! — brontolò la Cecilia.Prandino tentò difenderlo, ma le sue parole furono accolte dalla disapprovazione generale.— Gioventù, — disse Ramolini, sorridendo con uno di quei sorrisi che levavano la pelle.Il Cavaliere aveva accettato di seguire ilfrescoanche lui, in gondola colle signore. Soli Potapow e Jamagata abbandonarono la comitiva, e tutti e due, per punizione, dovettero ricevere un bacio da Gegio, che aveva la faccia tutta sudicia e ancora assonnata.Prima però di allontanarsi, Jamagata, stringendola mano all'Elisa, le confidò che si sentiva moltomalheureux, per doverla lasciare, e Potapow regalò un ultimo buon consiglio alla Cecilia: di offrire ai gondolieri la metà di quello che avrebbero domandato di noleggio per la sera.Difatti, questo gran contratto non fu concluso tanto presto. Il conte Ariberti dovette andare innanzi e indietro almeno una mezza dozzina di volte; finalmente si combinò per sei lire, non compresa la mancia.— È caro, non è vero? — domandò la Cecilia al Ramolini.— Sì.... e no.Quando l'Elisa fu seduta sultrastocolla figlia, vedendo che il Maggiore si disponeva a imbarcarsi:— Come! Non parte più Del Mantico? — gli domandò, sempre sorridendo con ironia: ma però, questa volta, con un'ironia molto più dolce.— Partirò colla corsa delle undici! — e il Maggiore guardò la Cecilia, che sorrise anche lei.— Per le undici, sa, Maggiore, non saremo a terra di sicuro, — avvertì Prandino, che sperava ancora.— Ebbene, vuol dire che non partirò.Questa risposta fu detta con un tono così asciutto che Prandino non fiatò più; invece, senza far complimenti, scese in gondola prima del Maggioree andò a sedersi sulla panchettina accanto all'Elisa. Ma un gondoliere lo fece subito alzare e gli cambiò posto, per regolare il peso della gondola e destinò proprio il Del Mantico a seder vicino all'Elisa.Le cose tornavano a prendere una cattiva piega per il povero Prandino!....Appena che la gondola si mosse, la Cecilia, vedendo che ci sarebbe stato un posto disponibile perchè Gegio poteva mettersi benissimo fra le ginocchia dell'Ariberti, ripigliò una seconda sfuriata contro il Badoero. Se c'era Badoero, è naturale, avrebbe pagata anche lui la sua parte e la spesa sarebbe stata minore. E poi la Cecilia, che non vedea Prandino di buon occhio, si godeva tormentandolo anche a proposito di quel suo cugino ch'egli aveva dipinto e magnificato come se fosse un Baiardo redivivo.L'Elisa, invece, taceva sempre: aveva troppa dignità di sè stessa per curarsi lei di chi si mostrava poco sollecito delle sue grazie.— E tutto questo, per chi poi?.... per unafigurantedi terz'ordine!....— Mamma, che cosa sono lefiguranti? — domandò Gegio.Prandino taceva, tutto avvilito e mortificato.— Dormi adesso; non seccare! Ancora — continuò la Cecilia — ancora capirei se si fosse impegnato,come il Commendatore e il conte Potapow colla principessa di Lentz!....A questo nome il Ramolini sorrise col suo ghigno demolitore.— Come?.... Non è forse vero che il Conte e Jamagata avevano ricevuto un invito per questa sera dalla Principessa?....Ramolini chinò il capo affermativamente.— Dunque?— L'ultima principessa di Lentz è morta a Vienna nel 1869.— Ma allora, questa qui di Venezia?....— Questa signora che si lascia dare della principessa a tutto pasto è la vedova del capitano Krauss: l'aiutante o il segretario, che so io, di un principe di Lentz qualunque, il qual principe, morto senza figli, riconobbe appunto per suo erede il capitano Krauss, che oltre alla roba si prese, abusivamente, anche il nome ed il titolo.— Oh, guarda un po'!....— Non è dunque vero che suo padre abbia regnato? — domandò Prandino col tono dolente di chi vede dileguarsi una gran bella illusione.— Mah! vattel'a pesca!.... Secondo chi sarà stato suo padre.— E allora perchè Badoero e tutti gli altri la chiamano principessa?.. continuò la Cecilia con dispetto.— Perchè qui a Venezia ci trovano gusto. A Parigi, invece, madama Krauss ha fatto di tutto pur di piantarvi radice, ma non vi ha mai potuto attecchire. Mah!.... lasocietàparigina!....le faubourg Saint-Germain!....— Prima d'entrarci là dentro!.... — fece l'Ariberti sgranando gli occhi, che proprio gli pareva d'esservi nato.— Ci vuol altro!.... — continuò il Ramolini. — I francesi non somigliano punto ai nostri giovinotti che corrono attorno ai forestieri come i servitori di piazza, e tanto più si affannano quanto più ci vengono da lontano. A Parigi?.... Che!.... Bisogna vedere!.... Ma già, Parigi.... è la capitale della Francia!....— C'è stato molto tempo a Parigi, Cavaliere? — gli domandò l'Elisa.— No. Non ci sono mai stato. Però faccio conto d'andarci.... prima di morire.La gondola, mentre si facevano tutte queste chiacchiere, s'era internata, sempre in mezzo al buio, passando da un rio in un altro, finchè, dopo un lungo tragitto, si trovò quasi all'improvviso nelCanal Grande, vicino alPonte di Rialto.— Ah! — esclamarono allora tutti quei della gondola e, da sdraiati, si rizzarono a sedere per goder meglio lo spettacolo: però, dopo quel grido di meraviglia, non dissero più una sola parola: rimasero là muti a guardare.Ramolini solo non si commosse; invece si coprì le ginocchia con uno scialletto che gli aveva prestato apposta la Cecilia.IlPonte di Rialto, dal quale si vedea sporgere gremita una folla di teste, era così bianco, rischiarato dalla luce elettrica, da sembrar quasi trasparente. Lungo ilCanal Grande, tutto pieno, tutto coperto di gondole, le case colle finestre e i balconi illuminati, uscivano dall'ombra, scure, fosche, sotto il cielo chiaro e diffuso; e qua e là, fra le colonne dei gotici palagi, bruciava a sprazzi come un incendio, la luce rossa del bengala. Intanto dallagalleggiante, elegantissima pagoda adorna di vive fiammelle e di palloncini di vetro a colori, si spandeva nel vasto silenzio, la voce di due donne, lenta, squillante.Era la serenata delSabba Classico:La luna immobile,Inonda l'etereD'un raggio pallido.Tutte le gondole stipate, a ridosso le une delle altre, erano ferme, immobili: soltanto l'altalena lenta dell'acqua le movea appena come un largo respiro. Le donne avvolte nei veli, sdraiate sui cuscini, avean la bocca semiaperta, l'occhio socchiuso. I gondolieri in piedi, ritti, a capo scoperto.Tutta quella immensa folla ascoltava muta, quasi assopita da un'onda dolcissima, voluttuosa.E la canzone continuava:Doridi e silfidiCigni e nereidi,Vogan sull'alighe.L'aura è serena — la luna è piena — l'onda beata!Canta, o sirena! — canta, o sirena! — la serenata!— Oh! se ci fosse qui mio marito! — tornò a sospirare la Cecilia, mentre il Maggiore stringeva, sotto lo scialle, la manina grassoccia dell'Elisa che, trasportata in estasi anche lei, lo lasciava fare.Il Ramolini, per questa volta, non sorrise e non citò Gounod; Gegio si era riaddormentato, e Prandino, povero ragazzo, guardava teneramente l'Elisa e sognava.... a occhi aperti.Però, quando le gondole si mossero tutte in una volta, spingendosi e urtandosi insieme, Prandino, che si trovava là per la prima volta, in mezzo a quel tramenìo, cominciò a sentirsi intorno qualche vaga inquietudine e stava attento ai gondolieri che, adesso, affaccendati co' remi, bisbigliavan fra di loro a voce sommessa, ma vibrata:—Zo quela pope!—Me tegno stagando!—Ocio el fero!—Cassève soto!—Ocio el fero, go dito!—Varé..., varé che vago avanti.— Non è mai accaduto — chiese Prandino al Cavaliere, dandosi l'aria di fare una domanda indifferente, tanto per dir qualche cosa — non è mai accaduto che in queste serenate, qualche gondola restasse schiacciata?Ramolini si strinse nelle spalle per indicare che non ne sapeva nulla.— Però.... potrebbe accadere!....— Sicuro.— E se si va giù in acqua, con tutta questa distesa di gondole, non si torna più a galla?— Certo.Le risposte laconiche del Ramolini, non erano già per sè stesse quelle che più lo potessero tranquillare. Nulladimeno Prandino tentava di tutto per non lasciarsi scorgere e vedendo che il Maggiore rimaneva impassibile, anche lui si sforzava di mostrarsi disinvolto e di sorridere; però sorridendo, faceva la bocca storta.Ma capitò un altro incidente ad accrescere le sue paure. Mentre lagalleggiantesi allontanava trascinata sull'acqua, da quel cielo così bianchicciocominciarono qua e là a cader giù grossi goccioloni.— L'ho detto io, che doveva piovere! — strillò la Cecilia — ma a me, è inutile, nessuno vuol dar retta, e adesso roviniamo tutta la roba! — e ciò detto si slacciò il cappello e se lo levò: — era nuovo — e in fretta se lo mise sotto la mantiglia.— Ma se si vedono le stelle! — Prandino non ne indovinava una.— Meglio per lei, se le vede. Questa, intanto, è acqua che viene!....Il Cavaliere aprì un ombrellino, ma invece di prender sotto la Cecilia, lo tenne tutto per sè. Il Maggiore, più galante, e piegandosi un po' a destra e un po' a sinistra, chè sulla panchettina della gondola cominciava a trovarsi maluccio, teneva coperta l'Elisa. Gegio era stato cacciato da sua madre sotto le gambe dell'Ariberti, al quale, così, non rimanea da far altro che lasciar piovere e pigliarsela tutta.I goccioloni si fecero presto più fitti, più minuti, finchè l'acqua venne giù proprio a dirotto. Allora in quella ressa di gondole era un continuo muoversi, uno spiegarsi confuso di scialli, di fazzoletti, di ombrellini, un tramestìo disordinato, un chiasso assordante di grida, di strilli e di risa, mentre invece quelli delle finestre sela godevano allegramente al nuovo spettacolo e batteano le mani.Prandino, fradicio, era tutt'occhi e tutt'orecchi, attento ai gondolieri che lavoravan di remi, rossi in viso, grondanti d'acqua e di sudore, vociando e sbraitando a più non posso.—Scia!—Scié!—De zo le pope!— Che sia questa la volta che si va sott'acqua? — tornò a domandare Prandino al Cavaliere.— Ci siamo già, mi pare.L'Elisa rideva e strillava, fremendo con iscatti che avrebbero voluto imitar quelli di una bambina impaurita. Il Maggiore, tutto indolenzito, tentava di allungare le gambe, ma non ci riusciva. Gegio, pacifico, si asciugava il naso nei calzoni di Prandino mentre sua madre brontolava che deifreschine aveva avuto abbastanza, e che non ce la piglierebbero più, per tutta la vita.Le gondole continuavano a urtarsi, ma avanzavano stentatamente.—Dè una vogada de manco, che me casso soto!— gridava il barcaiolo di prora della gondola di Prandino, ad un altro, ch'era in un'altra gondola lì vicina.—Stè indrio vu, che go pressa!—E alora voghè, movéve!—Fogo in mànega, paron? Arè che furie!—Andè a sciosi, andè!A questo punto le due gondole sbacchiarono, urtandosi, con un tonfo sordo di legno; ma quella di Prandino rimase indietro:—Andè a vogar in peata, andè!—Va là, moscardin, va là!Il gondoliere di Prandino, a tali parole s'infuriò che parea matto, e senza badare alle raccomandazioni del Maggiore, alzò il remo gridando a voce squarciata:Regatante dal loffio! Te cucarò doman, te cucarò!— Si bastonano! Si accoppano! — esclamò Prandino tirandosi indietro, vedendo i remi levati, senza badare che le due gondole s'erano un po' allontanate. Anche le signore si mostravano inquiete. Del Mantico stava serio e attento. Soltanto il Ramolini sorrideva, dondolando la testa.—Te storzarò el colo, mi!—Va là, moscardin, va là!—Te stagnarò el sangue dal naso!....Le gondole non si urtavano più; a poco a poco sgusciaron via leste, spedite. Lagalleggiantecoi lumi spenti, o quasi, entrava al largo, nella laguna; e il cielo, dopo quella burletta, s'era fatto d'una trasparenza lucente.—Va là, moscardin, va là!.... — continuaval'altro a gridare da lontano colla solita cantilena, ironica e inquietante; ma il nostro gondoliere adesso non gli badava più e sorrideva strizzando l'occhio al compagno dipope, che non aveva mai aperto bocca durante tutta la bega.— Sempre così! — disse il Ramolini, mostrando il suo disprezzo o il suo malcontento perchè non si erano per lo meno accoppati. — Succede sempre così!Appena la gondola si avvicinò alla riva, prima ancora che ilganzèrcurvo, col cappello in mano, la tenesse ben ferma coll'uncino, il Maggiore saltò giù, prestamente, sugli scalini, per quanto glielo permettevano le gambe indolenzite. Allora le allungò, le distese con un sospiro di sollievo, e poi offrì il braccio all'Elisa, e si allontanarono insieme verso la piazza. Prandino avrebbe voluto seguirli, ma a un cenno imperativo della Cecilia si fermò per pagare il noleggio della gondola. Quando se ne sbrigò e raggiunse il resto della compagnia, la Cecilia con Ramolini e Gegio, lo aspettava ferma, un po' discosta dalla “mamma„ che tirava dritto, lentamente, appoggiata tutta addosso al Maggiore.— Quanto ha pagato?....— Volevano sette lire....— Perchè lei non è bravo di contrattare!....— Ma non ne ho dato altro che sei e mezzo!....Il Ramolini s'accomiatò sotto l'Orologio; voleva fermarsi al caffèQuadria bere qualche cosa di molto caldo; gli altri, passo passo, si avviarono verso l'albergo. Prandino, che adesso non avea più paura di affogare, tornò daccapo ad esser molto turbato dalla presenza del Maggiore: — Dunque non anderà a Treviso altro che domattina?.... E quella stupida d'Elisa perchè si mette a far la smorfiosa con lui?... E la Cecilia, brutta strega! perchè non lo ha lasciato partire?Sulla porta dellaGondola d'orosi fermarono in crocchio, ma Prandino, col cuore che gli batteva forte, notava che il Maggiore non si risolveva mai ad accomiatarsi. Chiacchierava a bassa voce coll'Elisa, rideva, scherzava con lei e non si moveva.— Conte Eriprando, ho sete, — cominciò Gegio, con voce piagnolosa.— Berrai domattina. Adesso si va a dormire; — gli rispose seccamente la Cecilia.A questa antifona della figlia, la Contessa, che l'aveva capita, chiese al Maggiore, con un certo garbo malizioso, se, adunque, aveva risoluto di fermarsi o di partire.— Partirò.... domani.E il Del Mantico sorrise in un modo tutto particolare e pieno di sottintesi.— Oh! finalmente! tanto ci voleva! — esclamòla D'Abalà, mentre guardava brontolando, se l'acqua avesse lasciato macchia sul vestito.— Ma.... — Prandino parlava a stento e colla voce malferma. — Ma.... il nostro albergo deve essere tutto pieno....— Ho telegrafato da Treviso perchè mi tenessero pronta una camera.Allora entrarono dal portiere, per vedere se il telegramma era giunto in tempo.— Mi avete tenuto una stanza? — chiese il Maggiore al portiere che sonnecchiava.— Il numero 43, signor Marchese!Il portiere, secondo il solito, non si mosse, ma si toccò il berretto colla mano.Quando fu arrivato su in cima, al numeroottantasei, Prandino non ne poteva proprio più; si sentiva soffocare, e buttandosi smaniando sul letto, pensò allora che sarebbe stato meglio se la gondola fosse calata a fondo con lui dentro! Oh! sì; molto meglio sarebbe stato! Almeno, a quell'ora, egli avrebbe finito di soffrire.

— Quando ho veduto che c'era quell'altro, ho fatto tutto il possibile io, perchè il Del Mantico non ti corresse dietro — diceva la Cecilia, mentre aiutava la mamma a vestirsi — ma non sono stata buona di trattenerlo: pareva che avesse addosso l'argento vivo!....

— Meglio così: meglio così!.... Ho sempre veduto che cogli uomini, quello che non si ottiene coll'amore, si ottiene colla gelosia. Dammi un po' dicrème.

— Bianca o rosa?

— Rosa.

— Credi che il Del Mantico questa volta dica davvero?

— Che vuoi? ancora non ci vedo chiaro — continuava l'Elisa, mentre guardandosi nello specchio si toccava qua e là leggermente, colle dita intinte nella manteca, le labbra e le narici. — Ancora non ci vedo chiaro. A volte mi pare di sì, a volte mi pare di no.

— Tuttavia il telegramma di ieri e il fatto di esser capitato oggi a Venezia così a precipizio....

— Certo che dell'Ariberti è molto geloso!...,

— Vedi un po'?.... È geloso di quello stupido!

— Stupido non tanto, e poi ha un bel nome, e in fin dei conti è anche un bel ragazzo!....

— Sarà!.... Ad ogni modo è troppo giovine perchè ti sposi.

— Oh! in quanto all'età non vuol dire!

— Ma poi è uno spiantato.

— Questa piuttosto, è una buona ragione.

Mentre l'Elisa terminava d'acconciarsi, la D'Abalà e il conte Potapow combinarono di fermarsi al Lido a desinare. Di solito, avea detto il Conte, servivano un pranzo fisso, a tre lire e cinquanta, senza vino, abbastanza buono. Jamagata, interrogato anche lui in proposito, consigliò invece di desinarea la carta.

Potapow si strinse nelle spalle e non gli rispose nemmeno. Fra loro due poi successe un battibecco vivacissimo quando si dovette scegliere la tavola. Potapow ne voleva una vicina alle sale, così erano meglio riparati: Jamagata invece la preferiva sul mare, perchè se non si doveva godere della vista del mare, allora era inutile di fermarsi al Lido: e concluse che chi aveva paura del raffreddore poteva ritornarsene a Venezia. La Cecilia li lasciò bisticciare senza entrare inmezzo: era troppo affaccendata a far capire al cameriere che pranzavano in sette, ma che dovevano apparecchiare per otto, perchè in compagnia c'era un bambino, che aveva poco più di due anni.

Ma sul più bello, quando tutto pareva ben disposto, eccoti Badoero che dichiara di non poter prendere parte a quelpicnic: non lo disse, ma ne aveva un altro impegnato colla piccola Emma.

Questa notizia inaspettata turbò i calcoli e la quiete della Cecilia e di Potapow. Per fortuna il Conte si ricordò in tempo del cavaliere Ramolini, il quale poco prima aveva manifestato il desiderio di pranzare anche lui al Lido, e domandò subito alla D'Abalà se permetteva che glielo presentasse, e se la contessa Navaredo, che ormai li aveva raggiunti, ne sarebbe stata contenta.

— Si figuri, si figuri; vada subito a cercarlo: contenta la mamma, contenta io, contenti tutti!

Potapow andò correndo in cerca del Cavaliere.

— Contento io, oh, no:rien du tout— disse piano Jamagata alla Contessa. — Oh! per trovarmi io contento vorrei essere senza nessuno con voi,précisément; come dite in italiano?.... senzanessunissimo?....

L'Elisa, sorridendo, insegnò a Jamagata che in italiano si poteva diresoli,solissimi,affatto soli,mentre Prandino entrava sulla terrazza da una parte e il Maggiore vi entrava dall'altra: quello, livido, cogli occhi rossi e un muso al doppio del naturale; il Maggiore, invece, colla cera soddisfatta e l'occhialino in cerca dell'Elisa, asciugandosi i capelli corti, brizzolati, con la pezzuola bianca.

Dopo la presentazione del Maggiore a Jamagata, la contessa Navaredo contò che il bagnaiuolo cercava di farle il galante e che nell'acqua le stava sempre vicino e che voleva a tutti i costi insegnarle a nuotare, quantunque lei non ne avesse bisogno.

Di solito, queste narrazioni, fatte apposta dall'Elisa per istuzzicare un po' l'amor proprio dei suoi adoratori, indispettivano fortemente Prandino; ma in quel momento egli aveva già troppa infelicità nel cuore, perchè una gocciola più una gocciola meno lo potesse far traboccare. Invece, cominciò a sentirsi un po' meglio quando la comitiva si mise a tavola e la contessa Elisa volle lui alla sinistra, mentre alla destra c'era già seduto Jamagata. Allora toccò al Maggiore d'impermalirsi: difatti, egli si cacciò in fondo, lontano dagli altri, finchè Gegio, per consolarlo, gli camminò prima sui piedi e dopo gli saltò sulle ginocchia.

— Perchè è andato a sedersi così in disparte, Maggiore? — gli chiese la Cecilia.

— Il bagno forse le ha fatto male? — gli domandò a sua volta l'Elisa, con una punta d'ironia.

— Ho fame — rispose il Maggiore secco secco, per dire qualche cosa. Prandino, vedendo il Maggiore così annuvolato, si rischiarava sempre più.

— Verrò io, Maggiore, a tenerle compagnia! — esclamò la Cecilia; e, così dicendo, si alzò di dov'era e andò a sederglisi accanto.

Intanto, dalla porta di mezzo, si vide entrare e avanzarsi Potapow, seguito da un signore dall'aspetto grave, rispettabile, tutto chiuso, abbottonato fin sotto al mento in un lungo soprabito dimezza stagione.

Questo signore era il cavaliere Ramolini, il quale, dopo i complimenti, le proteste e i ringraziamenti d'uso, fu messo a sedere anche lui di fianco alla D'Abalà.

— Domando scusa alle signore, ma vorrei mi permettessero di rimanere coperto: questa brezza per me è micidiale.

— Faccia, faccia pure.

— S'accomodi liberamente.

—Sans façons.

—Couvrez-vous monsieur!— e Potapow conuna mano gli alzò il braccio, perchè non esitasse più a lungo a rimettersi in testa la tuba grigia.

— In riva al mare tira sempre un po' d'aria, — disse, dopo la zuppa, il cavaliere Ramolini, il quale parlava poco, ma in compenso, di tanto in tanto, usciva con delle scoperte che facevano molta impressione.

Il pranzo fu abbastanza animato: se Jamagata trovava tutto cattivo, Potapow, viceversa, affermava che tutto era eccellente, e la Cecilia mangiava anche per il Maggiore, che si faceva sempre più ammusato a mano a mano che Prandino diventava persino spiritoso, tutto consolato dalle tenere amabilità che gli prodigava l'Elisa.

Gegio non seccava nessuno perchè dormiva: la lezione di nuoto lo aveva infiacchito. E poi, una volta sola che osò dire alla Cecilia, indicandole Jamagata: “Guarda, mamma, com'è rimasto giallo anche dopo il bagno!„, si prese un altro pizzicotto sull'orecchio, così forte, che non fiatò più per un pezzo, finchè terminò coll'addormentarsi.

Alle frutta, Jamagata volle che la Contessa lasciasse a mezzo una pesca duraccina, per ammirare la bella vista.

Il mare aveva preso adesso, coi riflessi del tramonto, una tinta verde chiara con delle striscerossicce e violacee, mentre lontano sull'orizzonte apparivano le vele a triangolo di tre paranze, sfacciatamente colorite d'un giallo dorato.

— Ah, se ci fosse mio marito!.... Come sarebbe contento! — esclamò la Cecilia, estatica.

— La contessa d'Abalà non è mai stata a Dieppe? — le domandò Ramolini.

— No.

— Oh!.... — fece il Cavaliere con un sorriso di compassione, e poi strinse le labbra come per indicare che là ci dovea essere del bello assai.

— Che vuole? — soggiunse la Cecilia, quasi scusandosi — i figli!.... — e cambiò di posto colla seggiola, perchè a un tavolo lì vicino c'era un signore che fumava spagnolette.

— Già, già, — concluse Ramolini.

Ramolini non diceva mai uno sproposito: parlava poco, ma quel poco era per dire che il sole di luglio è caldo, che l'aria di gennaio è fredda e che unrisotto coi peocileva l'appetito: tutte verità sacrosante.

Quando egli era costretto a esprimere il suodebole pareresulla tal persona o sulla tal'altra, non diceva una parola, ma aveva certi sorrisi che rovinavano una riputazione, certi atti ammirativi che mettevano un uomo sul piedistallo. Senza avere mai scritta una riga e avendone lette pochine, nulladimeno pizzicava un tantino di letterato:si faceva vedere al caffè colProvveditore agli studii; ogni giorno dava una capata in biblioteca, e s'era fatto presentare a Carducci; ma anche in letteratura, come nel resto, aveva un metodo di critica sicuro: parlavano, per esempio, di Torelli o di Paolo Ferrari? egli si metteva a sorridere e pronunciava un nome: — Augier! — C'era discussione sullaGiacintao suiMalavoglia?e lui, dopo d'essere stato sempre zitto, tornava a sorridere ed esclamava con un sospiro: — Zola! Oh,les Rougon-Macquart!— Dopo di aver osservato attentamente per un quarto d'ora, sull'Illustrazione, la copia di un quadro della scuola italiana moderna, si stringeva nelle spalle, e: — Jèrome — esclamava — Oh, Jèrome!.... — e buttava la rivista sul tavolino con un moto di dispetto.... Anche Carducci, sicuro, quantunque Ramolini lo conoscesse personalmente, anche Carducci impallidiva dinanzi ai poeti della Francia, perchè, già è inutile, ma per la Francia il Cavaliere ci aveva un debole.

Qui da noi, in Italia, dove tutti facciamo un po' di tutto, il poeta, il droghiere, il ministro, il pittore, il sotto-prefetto e il lustrascarpe, Ramolini, che non aveva mai fatto nulla, per non esser buono a far nulla, rappresentava una lodevole eccezione, e godeva molto credito. Andavano tutti d'accordo nel riconoscere il suo ingegno,nel vantare la sua coltura. Quando era un giovinotto: — Ramolini, dicevano, è un po' inerte, ma il giorno che si metterà a lavorare, farà delle grandi cose. — Adesso aveva cinquant'anni, era cavaliere come gli altri, ma ancora non avevaestrinsecatele proprie facoltà intellettuali che sotto una sola forma: ladimissione. Ramolini si dimetteva sempre, appena nell'ufficio pubblico, al quale era stato eletto, avrebbe dovuto cominciare a far qualche cosa. — Che importa ciò? — diceva il buon pubblico — Ramolini non sarà un ingegnoproduttivo, ma resta sempre un bell'ingegno esolido!— e molte volte interpretava quelle sue dimissioni come piccoli colpi di Stato.

A dir corto, dacchè era venuto al mondo, egli non faceva che tacere e curar la salute; la curava male, però che esagerando nelle cautele e abusando dei lenitivi, era sempre mezzo indisposto.

Quando servirono il caffè, si levarono tutti da tavola e si avvicinarono al parapetto della terrazza, tranne Gegio che fu lasciato solo a dormire.

— Bada, mamma, che il troppo stroppia! — disse la Cecilia piano all'Elisa, indicandole il Maggiore che aveva chiesto al cameriere l'orariodelle ferrovie.

— Lascia stare, che ne so più di te!

L'Elisa prese il braccio di Prandino, ch'era tanto fuori di sè dalla consolazione da lasciarsi andare fino a parlar francese con Jamagata e con Potapow, e si fece condurre nella sala in fondo alla terrazza dove c'era unmaestroche suonava disperatamente il pianoforte.

— Mi vuoi bene? — le domandò Prandino pieno di buona fede.

— Sei molto seccante!.... In tutto il giorno non hai proprio altro da dire!

Elisa non si fermò punto nella sala, ma ritornò subito dov'era il rimanente della comitiva.

Là stavano tutti persuadendo il Maggiore a fermarsi per ilfresco: c'era la serenata di gala sulCanal Grande.

Il Maggiore s'impuntava duro sul no, ma tutti quei discorsi inquietavano Prandino, al quale battea forte il cuore per la paura che il Del Mantico, dopo tante chiacchiere, finisse col cedere e col dire di sì.

— Animo, da bravo, bisogna essere compiacente colle signore! — continuava quella petulante della Cecilia, mettendosi in saccoccia pezzi di zucchero, per Gegio — diceva lei! — Invece di stasera non potrebbe partire domani colla prima corsa?

— Ma lascialo andare, Cecilia, non insistere così, non seccar la gente. Il Maggiore, si sabene, non è libero: avrà qualcheaffare di servizioche lo obbligherà assolutamente a passare le sue notti a Treviso!.... dunque.... non dobbiamo essere indiscreti! — e detto tutto ciò con vivacità, Elisa sorrise molto ironicamente.

— Oh! per gliaffari di servizio— rispose il Maggiore senza guardare in faccia l'Elisa — tanto sono in licenza e posso fare quello che più mi accomoda.

— Allora si resta! — replicò subito la Cecilia.

Il Maggiore non rispose nulla: Prandino si sentì mancare il fiato.

— Lei, Maggiore, se vuol dire la verità, ha qualche cosa per la testa. Andiamo andiamo, mi dia braccio e si confidi con me. Chissà che non siano cose che non si possano aggiustare!.... Che ne dice, Cavaliere?

— Mah! A una cosa sola non c'è rimedio: alla morte.

Jamagata a queste parole guardò l'Elisa sospirando profondamente: Potapow si mise a ridere.

Il Del Mantico si alzò, offerse il braccio alla Contessina e camminarono lentamente in su e in giù lungo la terrazza.

Prandino li seguiva colla coda dell'occhio, inquieto, perchè vedeva il Maggiore che gestiva con molta animazione.

— Troverei inutile, — disse poi all'Elisa, un po' titubante, ma facendosi coraggio per tastare il terreno — troverei inutile che la Contessina dovesse insistere perchè il Maggiore si fermasse alla serenata: tant'è, in una gondola non ci possiamo star tutti, e però bisognerebbe dividerci.

La Contessa, che adesso pareva molto distratta, non rispose nulla, ma Jamagata e Potapow si scusarono di non poter andare con lei alfrescoavendo già ricevuto un invito dalla principessa di Lentz.

Il giovinotto si faceva sempre più inquieto: i discorsi della D'Abalà con il Del Mantico non finivano mai, ed egli non ne potea proprio più; tuttavia quando essa gli si avvicinò e gli disse piano di fare i conti anche per sua madre e per lei, Prandino non osò fiatare e correva già al banco.

— Conte Eriprando!.... Scusi!... Senta un momento!....

Prandino le tornò vicino, tutto umile e premuroso.

— Si ricordi bene che Gegio non paga! Non mi faccia i soliti pasticci, le solite confusioni!....

Mentre Prandino regolava i conti, e in quel mentre, numerando i suoi capitali, si trovava mancante di sette lire, senza che sapesse come e dove le avea gettate, le nostre dame, seguite dai rispettivicavalieri, uscirono dallostabilimentoper aspettare iltramway. Prandino però li raggiunse subito, tutto in orgasmo, temendo di perdere il posto buono; quello, si sa, vicino all'Elisa. L'Elisa infatti, che s'era tenuto Gegio con sè, lo mandò da sua madre; così Prandino potè sedersi al suo fianco, tutto glorioso e trionfante. Se non avesse avuto due spine, le sette lire che non riusciva a trovare come le avesse spese e la faccia del maggiore Del Mantico che, dopo le chiacchiere colla Cecilia, parea meno scura, egli sarebbe stato felice. E non felice solamente intramway, ma anche dopo, sul vaporetto, ritornando a Venezia.

L'Elisa se lo teneva vicino e gli sorrideva, accarezzandolo con lunghe occhiate: si era tolta il velo perchè la brezza viva della laguna glielo portava via, e così nell'ombra il suo volto pallido, bianco, non ci perdeva nulla neanche scoperto.

— Fa freddo! — esclamò Ramolini, appena il vaporetto si staccò dalla riva, cacciandosi la tuba sulle orecchie e stringendosi attorno il soprabito.

Jamagata disse di no, che non faceva freddo: Potapow allora si abbottonò l'abito in fretta e si legò un fazzoletto attorno il collo per ripararsi la gola.

Il cielo, di una trasparenza leggerissima verso il mare, dall'altra parte, sopra Venezia, era sparso, attraversato da nuvolacci neri, minacciosi, rotti giù basso, dietro ai monti, da una fascia rossa di fuoco. Intanto

“a poco a poco.... la notte era discesa„

“a poco a poco.... la notte era discesa„

e mentre le isolette della laguna qua e là fra le ombre apparivano scure, silenziose come fantasmi, Venezia gaia, rilucente, splendeva nel fondo, colla sua lunga riva illuminata.

— Ci sarebbe pericolo, Cavaliere, che ci piova sopra alfrescodi stasera?

— Mah! — rispose Ramolini guardando per aria. — Mah!....

—Oh! madame la comtesse!.... Oh! la belle vue!.... — esclamò Jamagata, rapito in estasi, mentre indicava Venezia all'Elisa.

Tutti s'erano levati in piedi, rivolti verso Venezia, esprimendo ognuno alla sua maniera, tranne, s'intende, il cavaliere Ramolini, la propria ammirazione.

— Finalmente! — esclamò Prandino, tutto a un tratto, mentre il vaporetto, facendo il giro della laguna, per fermarsi allo sbarco, passava lento dinanzi alla piazzetta illuminata — finalmente! adesso mi ricordo!

— Che cosa, Conte? — gli domandò piano l'Elisa.

— Nulla, nulla, — fece l'altro, rimettendosi.

S'era ricordato allora come aveva spese le sette lire; e però, liberato da quel peso, potè commoversi anche lui dinanzi alle meraviglie della riva incantata.

Appena discesi a terra, cominciarono i saluti, i ringraziamenti e le espressioni del piacere reciproco per la fatta conoscenza.

— E il Badoero? — domandò Prandino — non s'è più visto?

Il Badoero era rimasto a teatro, al Lido. Tutti notarono allora ch'egli si era dileguato in una maniera poco cortese.

— Almeno si fosse degnato di salutarci! — brontolò la Cecilia.

Prandino tentò difenderlo, ma le sue parole furono accolte dalla disapprovazione generale.

— Gioventù, — disse Ramolini, sorridendo con uno di quei sorrisi che levavano la pelle.

Il Cavaliere aveva accettato di seguire ilfrescoanche lui, in gondola colle signore. Soli Potapow e Jamagata abbandonarono la comitiva, e tutti e due, per punizione, dovettero ricevere un bacio da Gegio, che aveva la faccia tutta sudicia e ancora assonnata.

Prima però di allontanarsi, Jamagata, stringendola mano all'Elisa, le confidò che si sentiva moltomalheureux, per doverla lasciare, e Potapow regalò un ultimo buon consiglio alla Cecilia: di offrire ai gondolieri la metà di quello che avrebbero domandato di noleggio per la sera.

Difatti, questo gran contratto non fu concluso tanto presto. Il conte Ariberti dovette andare innanzi e indietro almeno una mezza dozzina di volte; finalmente si combinò per sei lire, non compresa la mancia.

— È caro, non è vero? — domandò la Cecilia al Ramolini.

— Sì.... e no.

Quando l'Elisa fu seduta sultrastocolla figlia, vedendo che il Maggiore si disponeva a imbarcarsi:

— Come! Non parte più Del Mantico? — gli domandò, sempre sorridendo con ironia: ma però, questa volta, con un'ironia molto più dolce.

— Partirò colla corsa delle undici! — e il Maggiore guardò la Cecilia, che sorrise anche lei.

— Per le undici, sa, Maggiore, non saremo a terra di sicuro, — avvertì Prandino, che sperava ancora.

— Ebbene, vuol dire che non partirò.

Questa risposta fu detta con un tono così asciutto che Prandino non fiatò più; invece, senza far complimenti, scese in gondola prima del Maggioree andò a sedersi sulla panchettina accanto all'Elisa. Ma un gondoliere lo fece subito alzare e gli cambiò posto, per regolare il peso della gondola e destinò proprio il Del Mantico a seder vicino all'Elisa.

Le cose tornavano a prendere una cattiva piega per il povero Prandino!....

Appena che la gondola si mosse, la Cecilia, vedendo che ci sarebbe stato un posto disponibile perchè Gegio poteva mettersi benissimo fra le ginocchia dell'Ariberti, ripigliò una seconda sfuriata contro il Badoero. Se c'era Badoero, è naturale, avrebbe pagata anche lui la sua parte e la spesa sarebbe stata minore. E poi la Cecilia, che non vedea Prandino di buon occhio, si godeva tormentandolo anche a proposito di quel suo cugino ch'egli aveva dipinto e magnificato come se fosse un Baiardo redivivo.

L'Elisa, invece, taceva sempre: aveva troppa dignità di sè stessa per curarsi lei di chi si mostrava poco sollecito delle sue grazie.

— E tutto questo, per chi poi?.... per unafigurantedi terz'ordine!....

— Mamma, che cosa sono lefiguranti? — domandò Gegio.

Prandino taceva, tutto avvilito e mortificato.

— Dormi adesso; non seccare! Ancora — continuò la Cecilia — ancora capirei se si fosse impegnato,come il Commendatore e il conte Potapow colla principessa di Lentz!....

A questo nome il Ramolini sorrise col suo ghigno demolitore.

— Come?.... Non è forse vero che il Conte e Jamagata avevano ricevuto un invito per questa sera dalla Principessa?....

Ramolini chinò il capo affermativamente.

— Dunque?

— L'ultima principessa di Lentz è morta a Vienna nel 1869.

— Ma allora, questa qui di Venezia?....

— Questa signora che si lascia dare della principessa a tutto pasto è la vedova del capitano Krauss: l'aiutante o il segretario, che so io, di un principe di Lentz qualunque, il qual principe, morto senza figli, riconobbe appunto per suo erede il capitano Krauss, che oltre alla roba si prese, abusivamente, anche il nome ed il titolo.

— Oh, guarda un po'!....

— Non è dunque vero che suo padre abbia regnato? — domandò Prandino col tono dolente di chi vede dileguarsi una gran bella illusione.

— Mah! vattel'a pesca!.... Secondo chi sarà stato suo padre.

— E allora perchè Badoero e tutti gli altri la chiamano principessa?.. continuò la Cecilia con dispetto.

— Perchè qui a Venezia ci trovano gusto. A Parigi, invece, madama Krauss ha fatto di tutto pur di piantarvi radice, ma non vi ha mai potuto attecchire. Mah!.... lasocietàparigina!....le faubourg Saint-Germain!....

— Prima d'entrarci là dentro!.... — fece l'Ariberti sgranando gli occhi, che proprio gli pareva d'esservi nato.

— Ci vuol altro!.... — continuò il Ramolini. — I francesi non somigliano punto ai nostri giovinotti che corrono attorno ai forestieri come i servitori di piazza, e tanto più si affannano quanto più ci vengono da lontano. A Parigi?.... Che!.... Bisogna vedere!.... Ma già, Parigi.... è la capitale della Francia!....

— C'è stato molto tempo a Parigi, Cavaliere? — gli domandò l'Elisa.

— No. Non ci sono mai stato. Però faccio conto d'andarci.... prima di morire.

La gondola, mentre si facevano tutte queste chiacchiere, s'era internata, sempre in mezzo al buio, passando da un rio in un altro, finchè, dopo un lungo tragitto, si trovò quasi all'improvviso nelCanal Grande, vicino alPonte di Rialto.

— Ah! — esclamarono allora tutti quei della gondola e, da sdraiati, si rizzarono a sedere per goder meglio lo spettacolo: però, dopo quel grido di meraviglia, non dissero più una sola parola: rimasero là muti a guardare.

Ramolini solo non si commosse; invece si coprì le ginocchia con uno scialletto che gli aveva prestato apposta la Cecilia.

IlPonte di Rialto, dal quale si vedea sporgere gremita una folla di teste, era così bianco, rischiarato dalla luce elettrica, da sembrar quasi trasparente. Lungo ilCanal Grande, tutto pieno, tutto coperto di gondole, le case colle finestre e i balconi illuminati, uscivano dall'ombra, scure, fosche, sotto il cielo chiaro e diffuso; e qua e là, fra le colonne dei gotici palagi, bruciava a sprazzi come un incendio, la luce rossa del bengala. Intanto dallagalleggiante, elegantissima pagoda adorna di vive fiammelle e di palloncini di vetro a colori, si spandeva nel vasto silenzio, la voce di due donne, lenta, squillante.

Era la serenata delSabba Classico:

La luna immobile,Inonda l'etereD'un raggio pallido.

La luna immobile,

Inonda l'etere

D'un raggio pallido.

Tutte le gondole stipate, a ridosso le une delle altre, erano ferme, immobili: soltanto l'altalena lenta dell'acqua le movea appena come un largo respiro. Le donne avvolte nei veli, sdraiate sui cuscini, avean la bocca semiaperta, l'occhio socchiuso. I gondolieri in piedi, ritti, a capo scoperto.Tutta quella immensa folla ascoltava muta, quasi assopita da un'onda dolcissima, voluttuosa.

E la canzone continuava:

Doridi e silfidiCigni e nereidi,Vogan sull'alighe.L'aura è serena — la luna è piena — l'onda beata!Canta, o sirena! — canta, o sirena! — la serenata!

Doridi e silfidiCigni e nereidi,Vogan sull'alighe.

Doridi e silfidi

Cigni e nereidi,

Vogan sull'alighe.

L'aura è serena — la luna è piena — l'onda beata!Canta, o sirena! — canta, o sirena! — la serenata!

L'aura è serena — la luna è piena — l'onda beata!

Canta, o sirena! — canta, o sirena! — la serenata!

— Oh! se ci fosse qui mio marito! — tornò a sospirare la Cecilia, mentre il Maggiore stringeva, sotto lo scialle, la manina grassoccia dell'Elisa che, trasportata in estasi anche lei, lo lasciava fare.

Il Ramolini, per questa volta, non sorrise e non citò Gounod; Gegio si era riaddormentato, e Prandino, povero ragazzo, guardava teneramente l'Elisa e sognava.... a occhi aperti.

Però, quando le gondole si mossero tutte in una volta, spingendosi e urtandosi insieme, Prandino, che si trovava là per la prima volta, in mezzo a quel tramenìo, cominciò a sentirsi intorno qualche vaga inquietudine e stava attento ai gondolieri che, adesso, affaccendati co' remi, bisbigliavan fra di loro a voce sommessa, ma vibrata:

—Zo quela pope!

—Me tegno stagando!

—Ocio el fero!

—Cassève soto!

—Ocio el fero, go dito!

—Varé..., varé che vago avanti.

— Non è mai accaduto — chiese Prandino al Cavaliere, dandosi l'aria di fare una domanda indifferente, tanto per dir qualche cosa — non è mai accaduto che in queste serenate, qualche gondola restasse schiacciata?

Ramolini si strinse nelle spalle per indicare che non ne sapeva nulla.

— Però.... potrebbe accadere!....

— Sicuro.

— E se si va giù in acqua, con tutta questa distesa di gondole, non si torna più a galla?

— Certo.

Le risposte laconiche del Ramolini, non erano già per sè stesse quelle che più lo potessero tranquillare. Nulladimeno Prandino tentava di tutto per non lasciarsi scorgere e vedendo che il Maggiore rimaneva impassibile, anche lui si sforzava di mostrarsi disinvolto e di sorridere; però sorridendo, faceva la bocca storta.

Ma capitò un altro incidente ad accrescere le sue paure. Mentre lagalleggiantesi allontanava trascinata sull'acqua, da quel cielo così bianchicciocominciarono qua e là a cader giù grossi goccioloni.

— L'ho detto io, che doveva piovere! — strillò la Cecilia — ma a me, è inutile, nessuno vuol dar retta, e adesso roviniamo tutta la roba! — e ciò detto si slacciò il cappello e se lo levò: — era nuovo — e in fretta se lo mise sotto la mantiglia.

— Ma se si vedono le stelle! — Prandino non ne indovinava una.

— Meglio per lei, se le vede. Questa, intanto, è acqua che viene!....

Il Cavaliere aprì un ombrellino, ma invece di prender sotto la Cecilia, lo tenne tutto per sè. Il Maggiore, più galante, e piegandosi un po' a destra e un po' a sinistra, chè sulla panchettina della gondola cominciava a trovarsi maluccio, teneva coperta l'Elisa. Gegio era stato cacciato da sua madre sotto le gambe dell'Ariberti, al quale, così, non rimanea da far altro che lasciar piovere e pigliarsela tutta.

I goccioloni si fecero presto più fitti, più minuti, finchè l'acqua venne giù proprio a dirotto. Allora in quella ressa di gondole era un continuo muoversi, uno spiegarsi confuso di scialli, di fazzoletti, di ombrellini, un tramestìo disordinato, un chiasso assordante di grida, di strilli e di risa, mentre invece quelli delle finestre sela godevano allegramente al nuovo spettacolo e batteano le mani.

Prandino, fradicio, era tutt'occhi e tutt'orecchi, attento ai gondolieri che lavoravan di remi, rossi in viso, grondanti d'acqua e di sudore, vociando e sbraitando a più non posso.

—Scia!

—Scié!

—De zo le pope!

— Che sia questa la volta che si va sott'acqua? — tornò a domandare Prandino al Cavaliere.

— Ci siamo già, mi pare.

L'Elisa rideva e strillava, fremendo con iscatti che avrebbero voluto imitar quelli di una bambina impaurita. Il Maggiore, tutto indolenzito, tentava di allungare le gambe, ma non ci riusciva. Gegio, pacifico, si asciugava il naso nei calzoni di Prandino mentre sua madre brontolava che deifreschine aveva avuto abbastanza, e che non ce la piglierebbero più, per tutta la vita.

Le gondole continuavano a urtarsi, ma avanzavano stentatamente.

—Dè una vogada de manco, che me casso soto!— gridava il barcaiolo di prora della gondola di Prandino, ad un altro, ch'era in un'altra gondola lì vicina.

—Stè indrio vu, che go pressa!

—E alora voghè, movéve!

—Fogo in mànega, paron? Arè che furie!

—Andè a sciosi, andè!

A questo punto le due gondole sbacchiarono, urtandosi, con un tonfo sordo di legno; ma quella di Prandino rimase indietro:

—Andè a vogar in peata, andè!

—Va là, moscardin, va là!

Il gondoliere di Prandino, a tali parole s'infuriò che parea matto, e senza badare alle raccomandazioni del Maggiore, alzò il remo gridando a voce squarciata:Regatante dal loffio! Te cucarò doman, te cucarò!

— Si bastonano! Si accoppano! — esclamò Prandino tirandosi indietro, vedendo i remi levati, senza badare che le due gondole s'erano un po' allontanate. Anche le signore si mostravano inquiete. Del Mantico stava serio e attento. Soltanto il Ramolini sorrideva, dondolando la testa.

—Te storzarò el colo, mi!

—Va là, moscardin, va là!

—Te stagnarò el sangue dal naso!....

Le gondole non si urtavano più; a poco a poco sgusciaron via leste, spedite. Lagalleggiantecoi lumi spenti, o quasi, entrava al largo, nella laguna; e il cielo, dopo quella burletta, s'era fatto d'una trasparenza lucente.

—Va là, moscardin, va là!.... — continuaval'altro a gridare da lontano colla solita cantilena, ironica e inquietante; ma il nostro gondoliere adesso non gli badava più e sorrideva strizzando l'occhio al compagno dipope, che non aveva mai aperto bocca durante tutta la bega.

— Sempre così! — disse il Ramolini, mostrando il suo disprezzo o il suo malcontento perchè non si erano per lo meno accoppati. — Succede sempre così!

Appena la gondola si avvicinò alla riva, prima ancora che ilganzèrcurvo, col cappello in mano, la tenesse ben ferma coll'uncino, il Maggiore saltò giù, prestamente, sugli scalini, per quanto glielo permettevano le gambe indolenzite. Allora le allungò, le distese con un sospiro di sollievo, e poi offrì il braccio all'Elisa, e si allontanarono insieme verso la piazza. Prandino avrebbe voluto seguirli, ma a un cenno imperativo della Cecilia si fermò per pagare il noleggio della gondola. Quando se ne sbrigò e raggiunse il resto della compagnia, la Cecilia con Ramolini e Gegio, lo aspettava ferma, un po' discosta dalla “mamma„ che tirava dritto, lentamente, appoggiata tutta addosso al Maggiore.

— Quanto ha pagato?....

— Volevano sette lire....

— Perchè lei non è bravo di contrattare!....

— Ma non ne ho dato altro che sei e mezzo!....

Il Ramolini s'accomiatò sotto l'Orologio; voleva fermarsi al caffèQuadria bere qualche cosa di molto caldo; gli altri, passo passo, si avviarono verso l'albergo. Prandino, che adesso non avea più paura di affogare, tornò daccapo ad esser molto turbato dalla presenza del Maggiore: — Dunque non anderà a Treviso altro che domattina?.... E quella stupida d'Elisa perchè si mette a far la smorfiosa con lui?... E la Cecilia, brutta strega! perchè non lo ha lasciato partire?

Sulla porta dellaGondola d'orosi fermarono in crocchio, ma Prandino, col cuore che gli batteva forte, notava che il Maggiore non si risolveva mai ad accomiatarsi. Chiacchierava a bassa voce coll'Elisa, rideva, scherzava con lei e non si moveva.

— Conte Eriprando, ho sete, — cominciò Gegio, con voce piagnolosa.

— Berrai domattina. Adesso si va a dormire; — gli rispose seccamente la Cecilia.

A questa antifona della figlia, la Contessa, che l'aveva capita, chiese al Maggiore, con un certo garbo malizioso, se, adunque, aveva risoluto di fermarsi o di partire.

— Partirò.... domani.

E il Del Mantico sorrise in un modo tutto particolare e pieno di sottintesi.

— Oh! finalmente! tanto ci voleva! — esclamòla D'Abalà, mentre guardava brontolando, se l'acqua avesse lasciato macchia sul vestito.

— Ma.... — Prandino parlava a stento e colla voce malferma. — Ma.... il nostro albergo deve essere tutto pieno....

— Ho telegrafato da Treviso perchè mi tenessero pronta una camera.

Allora entrarono dal portiere, per vedere se il telegramma era giunto in tempo.

— Mi avete tenuto una stanza? — chiese il Maggiore al portiere che sonnecchiava.

— Il numero 43, signor Marchese!

Il portiere, secondo il solito, non si mosse, ma si toccò il berretto colla mano.

Quando fu arrivato su in cima, al numeroottantasei, Prandino non ne poteva proprio più; si sentiva soffocare, e buttandosi smaniando sul letto, pensò allora che sarebbe stato meglio se la gondola fosse calata a fondo con lui dentro! Oh! sì; molto meglio sarebbe stato! Almeno, a quell'ora, egli avrebbe finito di soffrire.


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