CAPITOLO XI.Appena Prandino vide la Contessa uscire al largo ed il Maggiore tenerle dietro ed accompagnarsi con lei, non si potè più contenere. Dimenticò la prudenza, i rispetti umani, le ingiunzioni stesse della D'Abalà: dimenticò Gegio che s'era messo a correre per la terrazza, e scappò via pallido, concitato. Voleva buttarsi in mare, voleva raggiungere la perfida.Strepitò per aver presto la maglia e la biancheria. Intorno al casotto del guardaroba c'era ressa, essendo arrivati allora itramwaysdel vaporetto delle quattro: e siccome lì, subito, non trovò nemmeno un camerino disponibile, sebbene avesse promessa una lira di mancia al bagnaiolo, si spogliò in fretta e in furia in unpassaggiovuoto, fra due corridoi, bestemmiando i santi del paradiso e strappando i bottoni di quell'abito nero, che in tanti anni di onorato servizio, non si era mai sentito trattare con così poco rispetto. In un attimo svestito, infilò la scaletta della riva chenon avea ancora finito di allacciarsi la maglia; ma appena nell'acqua, quando, fatti i primi passi, si buttò lungo disteso per nuotare e raggiunger più presto la Contessa, si sentì afferrare improvvisamente per una gamba. Sternutando, chè era andato ben sotto colla testa, si voltò furioso per dir la sua a quel villano che gli avea fatto quel tiro, e uno scroscio continuo di spruzzi d'acqua, accompagnati da una sonora sghignazzata, lo percosse sul viso.— È una mancanza di educazione! È un'impertinenza! — urlò il contino degli Ariberti accecato dall'acqua e dall'ira.— Ah! ah! ah! Il nostro Prandinello!.... Il nostro Prandinello che beve!....Misericordia!.... Lo screanzato, l'impertinente era nientemeno che il cavalier Pinocchio!— Uno spruzzetto, un altro, un altro ancora!.... Così! Ah! ah! ah! Che faccia buffa, che mi fate.— Scusi, Cavaliere!.... Scusi.... sa.... non l'aveva riconosciuto!.... Ma avrò il bene di rivederla più tardi! — E Prandino fa di nuovo per mettersi a nuotare; ma il cavalier Pinocchio, che quel giorno era proprio di buon umore, continua a ridere e torna a prenderlo per una gamba.— Scusi, Cavaliere; mi lasci andare!....— E dov'è, dov'è che vuol andare il nostroPrandinello? — Da bravo! Rimanete un po' qui a farmi compagnia....— Ma, volevo....— Io sono un cattivo nuotatore, anzi, vi dirò che non so nuotare nè punto nè poco.— Ma....— Sapete?.... Ho scritto per voi a Verona, sicuro, al Capo-traffico.— Grazie....— Che volete! L'Orsolina mi sta proprio a cuore. Quella è una santa madre, ma santa davvero!.... Potete proprio dire d'esser nato colla camicia!.... La vostra mamma si leverebbe il pane di bocca per darlo a voi, sciupone d'un don Giovanni!— Lei scherza, Cavaliere, ma adesso vorrei....— Vedete, Prandinello, ilmorto, lo so fare — e così dicendo il cavalier Pinocchio si distese sull'acqua supino — ma se fo un movimento, non c'è verso, bevo!.... Aspettate, dovreste provare un po' voi a mettermi le vostre due mani sotto la vita: così.... bravo!.... Restate fermo adesso, non vi movete!— Ma.... — e Prandino, mentre teneva il Cavaliere, fissava cogli occhi imbambolati i due cappelloni gialli della Contessa e del Maggiore che si allontanavano lentamente sullo specchio turchino del mare.— Come vi dicevo, ho scritto a Verona, al Capo-traffico, e m'ha già risposto.... Ah, quant'è buona oggi l'acqua!.... È proprio un piacere! Voglio provare adesso a muovere prima le braccia e poi le gambe.... ma voi state fermo, sapete, se no, vado sotto. Benissimo! così! bravo!....Uno-due!...Uno-due!....Uno-due!....Uno-due!.... — e il cavaliere Pinocchio continuò per un pezzo a fare i movimenti discuola, sempre sostenuto da Prandino, che non aveva il coraggio di lasciarlo andare, e intanto vedeva l'Elisa e il Maggiore confondersi insieme nella lontananza, così da sembrare quasi un punto solo.— Ah! che bagno delizioso!....Uno-due!...Uno-due!... adesso voglio provare.— Ma scusi.... — A Prandino gli pareva che i due cappelloni di paglia si fossero fermati.— State fermo! Forza, mi raccomando! Adesso vorrei provare a distendere insieme le braccia e le gambe.... Ah, come me la godo!.... Come me la godo!— Ma io.... — Prandino si sentiva male: il punto giallo non si moveva più.— Dunque, il Capo-traffico m'ha risposto che sareste chiamato in servizio provvisorio fra pochi giorni e che forse....Uno-due!...Uno-due!.... forse sarete destinato per l'appunto alla contabilità della divisione di Vene.... No! No!.... Non vi movete!non mi lasciate andare!.... Vado sotto!.... Vado sot.... — e il cavalier Pinocchio non potè finire la parola, perchè era andato sotto davvero. Quando, soffiando e sbuffando, potè di nuovo levarsi su, ritto, Prandinello era scomparso.Che cos'era accaduto? — Un avvenimento che poteva avere del tragico. Mentre Ariberti, colle braccia tese, teneva a galla il cavaliere Pinocchio, e col cuore correva dietro all'Elisa, sentì all'improvviso la vocetta aspra della Cecilia, che lo chiamava forte dalla terrazza.— Conte Eriprando! Conte Eriprando!Il Conte Eriprando levò il naso all'aria e vide la D'Abalà che gestiva contro di lui come una spiritata.— Gegio! Dov'è Gegio?!.... Gegio!A questo nome Prandino si ricordò del marmocchio che aveva piantato là solo, sulla terrazza e sudò freddo benchè fosse in acqua: lasciò andare a fondo il cavalier Pinocchio e corse via con uno sgomento in corpo che gli levò ogni altra preoccupazione.— Chissà dove s'è cacciato! Chissà che cosa gli è accaduto! — pensava l'Ariberti mentre si vestiva in tutta fretta, senza nemmeno finire di asciugarsi.— Gegio! Dov'è Gegio?! Gegio! — La Cecilia, spinta dall'angoscia, aveva superato ognipudico ritegno, ed entrata nel compartimento riservato agli uomini, correva lungo il corridoio chiamando il bambino, seguita da Ramolini, al quale si unirono presto anche Potapow e Jamagata che, appena udite le grida della Contessina, uscirono dai rispettivi camerini.—Mais Gegio, ne prend-il pas le bain avec vous?— No! Ieri s'era raffreddato e io oggi non aveva voluto che facesse il bagno. Gegio!.... Gegio!Anche Prandino dovette pur farsi coraggio e mostrare la faccia: la D'Abalà, appena lo vide, gli si avventò addosso come se lo volesse pigliar per il collo.— Mio figlio?! Dica! Che cosa ne ha fatto di mio figlio?....Prandino, smorto, allibito, aprì la bocca per rispondere, ma non rispose nulla. Allora la D'Abalà non potè più reggere e scoppiò in un pianto dirotto.— Si faccia coraggio, Contessa, si faccia coraggio, — le andava dicendo il Ramolini. — Se non è perduto.... lo troveremo di certo.Anche Jamagata si provò a consolarla; ma Potapow lo apostrofò dicendogli che bisognava averepoint de cœur, per credere di poter confortare una madre in un tal momento.— Ma, mio marito?! Chissà che cosa farà miomarito, se non trovo più Gegio!.... Guai! Guai! — singhiozzava la Cecilia, poi rivolgendosi di nuovo contro Prandino. — Ringrazi Dio che l'avvocato D'Abalà non è qui! — esclamò, e di nuovo si mise a correre in cerca di Gegio, seguita da Ramolini, da Potapow, da Jamagata e da una frotta di curiosi, che si domandavan l'un l'altro che cosa era successo.— È una signora che ha perduto suo figlio!— No, gli si è annegato il marito.— È una contessa forestiera.— È una principessa di Roma.— Oh! che disgrazia!— Le si è annegato il marito, mentre voleva salvare suo figlio!— Povera signora!.... in quello stato!....Intanto che tutte queste voci facevano il giro dellostabilimento, ingrossandosi e facendosi più gravi a ogni passo, la Cecilia continuava a correre, come meglio poteva, dai corridoi al caffè e dal caffè alla terrazza, chiamando Gegio e l'avvocato D'Abalà. Prandino la seguiva, abbattuto, con una faccia stralunata, pensando a ciò che gli avrebbe detto l'Elisa quando, uscita dall'acqua, sarebbe venuta a sapere che non trovavano più il suo nipotino, e di tratto in tratto levava gli occhi smarriti in faccia a Ramolini, come se aspettasse da lui la propria sentenza.— Mah!.... — gli disse una volta il Cavaliere con una reticenza più lunga e però più grave del solito. — Mah!.... i figli degli altri!.... — e non aggiunse parola.La Cecilia, percorsa un'altra volta tutta la terrazza, attraversato di nuovo il caffè, uscì fuori dallostabilimentoe giunta in mezzo al ponte, sulla spiaggia gridò ancora, con quanto fiato le era rimasto: Gegio! Gegio! Gegio mio!....— Mamma, mamma, son qua! — rispose finalmente di lontano la voce stridula del monello e giù, sulla riva, tutto coperto di sabbia e di terriccio giallo si vide muoversi un coso che aveva più del scimiotto che dell'umano.Era Gegio, che s'era preso il bel gusto di seppellirsi vivo sotto la sabbia.Sua madre, ravvisandolo appena, diè in un grido di contentezza: pareva matta dalla gioia, povera donna! ma appena se lo ebbe dinanzi e lo vide così sucido, tutta la sua espansione si arrestò di botto, cambiò viso, e, preso il figliuol prodigo per un orecchio, se lo tirò dietro a quel modo, strapazzandolo come una bestia ed applicandogli ad ogni tratto scapaccioni tutt'altro che amorevoli.Jamagata, Potapow, Ramolini e tutti gli altri ch'erano lì intorno fecero gran festa alla madre e al figliolo. Prandino solo, quantunque adessogli si fosse levato un gran peso dallo stomaco, tuttavia non era tranquillo del tutto: sentiva che, per lui, l'ultima parola della tragedia non era ancora stata detta. Difatti: in quanto a lei — gli gridò la D'Abalà, cogli occhi loschi e il nasino bianco — in quanto a lei, può dirsi fortunato che non ci sia stato qui mio marito!.... A quest'ora, guai!....E la Contessina si pose una mano sugli occhi, come per non vedere lo scempio che dell'ultimo degli Ariberti avrebbe fatto il sottoprefetto D'Abalà.— Ma è dunque un uomo terribile il marito della contessa Cecilia! — domandò più tardi il Ramolini, a cui pareva che premesse molto saperlo, in tutta confidenza a Prandino.— Oh! no; anzi, si figuri! È un omettino piccolo, magro, che trema dinanzi a sua moglie e che non ha mai fatto carriera, perchè ha troppa paura delledimostrazioni.
Appena Prandino vide la Contessa uscire al largo ed il Maggiore tenerle dietro ed accompagnarsi con lei, non si potè più contenere. Dimenticò la prudenza, i rispetti umani, le ingiunzioni stesse della D'Abalà: dimenticò Gegio che s'era messo a correre per la terrazza, e scappò via pallido, concitato. Voleva buttarsi in mare, voleva raggiungere la perfida.
Strepitò per aver presto la maglia e la biancheria. Intorno al casotto del guardaroba c'era ressa, essendo arrivati allora itramwaysdel vaporetto delle quattro: e siccome lì, subito, non trovò nemmeno un camerino disponibile, sebbene avesse promessa una lira di mancia al bagnaiolo, si spogliò in fretta e in furia in unpassaggiovuoto, fra due corridoi, bestemmiando i santi del paradiso e strappando i bottoni di quell'abito nero, che in tanti anni di onorato servizio, non si era mai sentito trattare con così poco rispetto. In un attimo svestito, infilò la scaletta della riva chenon avea ancora finito di allacciarsi la maglia; ma appena nell'acqua, quando, fatti i primi passi, si buttò lungo disteso per nuotare e raggiunger più presto la Contessa, si sentì afferrare improvvisamente per una gamba. Sternutando, chè era andato ben sotto colla testa, si voltò furioso per dir la sua a quel villano che gli avea fatto quel tiro, e uno scroscio continuo di spruzzi d'acqua, accompagnati da una sonora sghignazzata, lo percosse sul viso.
— È una mancanza di educazione! È un'impertinenza! — urlò il contino degli Ariberti accecato dall'acqua e dall'ira.
— Ah! ah! ah! Il nostro Prandinello!.... Il nostro Prandinello che beve!....
Misericordia!.... Lo screanzato, l'impertinente era nientemeno che il cavalier Pinocchio!
— Uno spruzzetto, un altro, un altro ancora!.... Così! Ah! ah! ah! Che faccia buffa, che mi fate.
— Scusi, Cavaliere!.... Scusi.... sa.... non l'aveva riconosciuto!.... Ma avrò il bene di rivederla più tardi! — E Prandino fa di nuovo per mettersi a nuotare; ma il cavalier Pinocchio, che quel giorno era proprio di buon umore, continua a ridere e torna a prenderlo per una gamba.
— Scusi, Cavaliere; mi lasci andare!....
— E dov'è, dov'è che vuol andare il nostroPrandinello? — Da bravo! Rimanete un po' qui a farmi compagnia....
— Ma, volevo....
— Io sono un cattivo nuotatore, anzi, vi dirò che non so nuotare nè punto nè poco.
— Ma....
— Sapete?.... Ho scritto per voi a Verona, sicuro, al Capo-traffico.
— Grazie....
— Che volete! L'Orsolina mi sta proprio a cuore. Quella è una santa madre, ma santa davvero!.... Potete proprio dire d'esser nato colla camicia!.... La vostra mamma si leverebbe il pane di bocca per darlo a voi, sciupone d'un don Giovanni!
— Lei scherza, Cavaliere, ma adesso vorrei....
— Vedete, Prandinello, ilmorto, lo so fare — e così dicendo il cavalier Pinocchio si distese sull'acqua supino — ma se fo un movimento, non c'è verso, bevo!.... Aspettate, dovreste provare un po' voi a mettermi le vostre due mani sotto la vita: così.... bravo!.... Restate fermo adesso, non vi movete!
— Ma.... — e Prandino, mentre teneva il Cavaliere, fissava cogli occhi imbambolati i due cappelloni gialli della Contessa e del Maggiore che si allontanavano lentamente sullo specchio turchino del mare.
— Come vi dicevo, ho scritto a Verona, al Capo-traffico, e m'ha già risposto.... Ah, quant'è buona oggi l'acqua!.... È proprio un piacere! Voglio provare adesso a muovere prima le braccia e poi le gambe.... ma voi state fermo, sapete, se no, vado sotto. Benissimo! così! bravo!....Uno-due!...Uno-due!....Uno-due!....Uno-due!.... — e il cavaliere Pinocchio continuò per un pezzo a fare i movimenti discuola, sempre sostenuto da Prandino, che non aveva il coraggio di lasciarlo andare, e intanto vedeva l'Elisa e il Maggiore confondersi insieme nella lontananza, così da sembrare quasi un punto solo.
— Ah! che bagno delizioso!....Uno-due!...Uno-due!... adesso voglio provare.
— Ma scusi.... — A Prandino gli pareva che i due cappelloni di paglia si fossero fermati.
— State fermo! Forza, mi raccomando! Adesso vorrei provare a distendere insieme le braccia e le gambe.... Ah, come me la godo!.... Come me la godo!
— Ma io.... — Prandino si sentiva male: il punto giallo non si moveva più.
— Dunque, il Capo-traffico m'ha risposto che sareste chiamato in servizio provvisorio fra pochi giorni e che forse....Uno-due!...Uno-due!.... forse sarete destinato per l'appunto alla contabilità della divisione di Vene.... No! No!.... Non vi movete!non mi lasciate andare!.... Vado sotto!.... Vado sot.... — e il cavalier Pinocchio non potè finire la parola, perchè era andato sotto davvero. Quando, soffiando e sbuffando, potè di nuovo levarsi su, ritto, Prandinello era scomparso.
Che cos'era accaduto? — Un avvenimento che poteva avere del tragico. Mentre Ariberti, colle braccia tese, teneva a galla il cavaliere Pinocchio, e col cuore correva dietro all'Elisa, sentì all'improvviso la vocetta aspra della Cecilia, che lo chiamava forte dalla terrazza.
— Conte Eriprando! Conte Eriprando!
Il Conte Eriprando levò il naso all'aria e vide la D'Abalà che gestiva contro di lui come una spiritata.
— Gegio! Dov'è Gegio?!.... Gegio!
A questo nome Prandino si ricordò del marmocchio che aveva piantato là solo, sulla terrazza e sudò freddo benchè fosse in acqua: lasciò andare a fondo il cavalier Pinocchio e corse via con uno sgomento in corpo che gli levò ogni altra preoccupazione.
— Chissà dove s'è cacciato! Chissà che cosa gli è accaduto! — pensava l'Ariberti mentre si vestiva in tutta fretta, senza nemmeno finire di asciugarsi.
— Gegio! Dov'è Gegio?! Gegio! — La Cecilia, spinta dall'angoscia, aveva superato ognipudico ritegno, ed entrata nel compartimento riservato agli uomini, correva lungo il corridoio chiamando il bambino, seguita da Ramolini, al quale si unirono presto anche Potapow e Jamagata che, appena udite le grida della Contessina, uscirono dai rispettivi camerini.
—Mais Gegio, ne prend-il pas le bain avec vous?
— No! Ieri s'era raffreddato e io oggi non aveva voluto che facesse il bagno. Gegio!.... Gegio!
Anche Prandino dovette pur farsi coraggio e mostrare la faccia: la D'Abalà, appena lo vide, gli si avventò addosso come se lo volesse pigliar per il collo.
— Mio figlio?! Dica! Che cosa ne ha fatto di mio figlio?....
Prandino, smorto, allibito, aprì la bocca per rispondere, ma non rispose nulla. Allora la D'Abalà non potè più reggere e scoppiò in un pianto dirotto.
— Si faccia coraggio, Contessa, si faccia coraggio, — le andava dicendo il Ramolini. — Se non è perduto.... lo troveremo di certo.
Anche Jamagata si provò a consolarla; ma Potapow lo apostrofò dicendogli che bisognava averepoint de cœur, per credere di poter confortare una madre in un tal momento.
— Ma, mio marito?! Chissà che cosa farà miomarito, se non trovo più Gegio!.... Guai! Guai! — singhiozzava la Cecilia, poi rivolgendosi di nuovo contro Prandino. — Ringrazi Dio che l'avvocato D'Abalà non è qui! — esclamò, e di nuovo si mise a correre in cerca di Gegio, seguita da Ramolini, da Potapow, da Jamagata e da una frotta di curiosi, che si domandavan l'un l'altro che cosa era successo.
— È una signora che ha perduto suo figlio!
— No, gli si è annegato il marito.
— È una contessa forestiera.
— È una principessa di Roma.
— Oh! che disgrazia!
— Le si è annegato il marito, mentre voleva salvare suo figlio!
— Povera signora!.... in quello stato!....
Intanto che tutte queste voci facevano il giro dellostabilimento, ingrossandosi e facendosi più gravi a ogni passo, la Cecilia continuava a correre, come meglio poteva, dai corridoi al caffè e dal caffè alla terrazza, chiamando Gegio e l'avvocato D'Abalà. Prandino la seguiva, abbattuto, con una faccia stralunata, pensando a ciò che gli avrebbe detto l'Elisa quando, uscita dall'acqua, sarebbe venuta a sapere che non trovavano più il suo nipotino, e di tratto in tratto levava gli occhi smarriti in faccia a Ramolini, come se aspettasse da lui la propria sentenza.
— Mah!.... — gli disse una volta il Cavaliere con una reticenza più lunga e però più grave del solito. — Mah!.... i figli degli altri!.... — e non aggiunse parola.
La Cecilia, percorsa un'altra volta tutta la terrazza, attraversato di nuovo il caffè, uscì fuori dallostabilimentoe giunta in mezzo al ponte, sulla spiaggia gridò ancora, con quanto fiato le era rimasto: Gegio! Gegio! Gegio mio!....
— Mamma, mamma, son qua! — rispose finalmente di lontano la voce stridula del monello e giù, sulla riva, tutto coperto di sabbia e di terriccio giallo si vide muoversi un coso che aveva più del scimiotto che dell'umano.
Era Gegio, che s'era preso il bel gusto di seppellirsi vivo sotto la sabbia.
Sua madre, ravvisandolo appena, diè in un grido di contentezza: pareva matta dalla gioia, povera donna! ma appena se lo ebbe dinanzi e lo vide così sucido, tutta la sua espansione si arrestò di botto, cambiò viso, e, preso il figliuol prodigo per un orecchio, se lo tirò dietro a quel modo, strapazzandolo come una bestia ed applicandogli ad ogni tratto scapaccioni tutt'altro che amorevoli.
Jamagata, Potapow, Ramolini e tutti gli altri ch'erano lì intorno fecero gran festa alla madre e al figliolo. Prandino solo, quantunque adessogli si fosse levato un gran peso dallo stomaco, tuttavia non era tranquillo del tutto: sentiva che, per lui, l'ultima parola della tragedia non era ancora stata detta. Difatti: in quanto a lei — gli gridò la D'Abalà, cogli occhi loschi e il nasino bianco — in quanto a lei, può dirsi fortunato che non ci sia stato qui mio marito!.... A quest'ora, guai!....
E la Contessina si pose una mano sugli occhi, come per non vedere lo scempio che dell'ultimo degli Ariberti avrebbe fatto il sottoprefetto D'Abalà.
— Ma è dunque un uomo terribile il marito della contessa Cecilia! — domandò più tardi il Ramolini, a cui pareva che premesse molto saperlo, in tutta confidenza a Prandino.
— Oh! no; anzi, si figuri! È un omettino piccolo, magro, che trema dinanzi a sua moglie e che non ha mai fatto carriera, perchè ha troppa paura delledimostrazioni.