CAPITOLO XIV.

CAPITOLO XIV.Bisogna credere proprio che le impressioni che si subiscono da una donna amata fanno un effetto opposto a quello prodotto da un creditore. Prandino stesso avrebbe potuto notare questa verità sacrosanta, ma lui non aveva tempo da perdere per fare il filosofo!A mano a mano che si allontanava dall'Elisa, essa gli si faceva ancora più cara e più necessaria; a mano a mano che si allontanava da Badoero, le ottocentocinquanta lire perdevano di valore. È un fatto, del resto, indiscutibile! quando non si vede il volto dell'innamorata, si sospira: quando non si vede la faccia del creditore, si respira!...Finchè rimaneva a Venezia l'Ariberti tremava tutto all'idea d'incontrarsi al Lido o sotto leProcuratiecon il Badoero la domenica delpagherò, senza avere in tasca la somma; ma da lontano questo pericolo non lo correva più e avrebbe meglio trovata una scusa o domandata una proroga,inviando intanto qualche piccolo acconto. Invece di parlare, era il caso di scrivere; e, si sa bene, certe cose che a dirle bruciano le labbra, si possono scrivere correntemente e senza fatica.Ma l'Elisa, invece? Dall'Elisa più si allontanava e più la sentiva viva, possente nel cuore, nel sangue e nella testa. Durante quel viaggio del ritorno, sbalottato così solo solo inseconda classe, ricordava, con un desiderio amarissimo, l'altro viaggio fatto inprima, nell'andata, e gli pareva allora d'aver goduto il suo paradiso, tanto è vero che nella miseria si dimenticano i piccoli dolori che amareggiano i periodi della felicità. Prandino si ricordava bene l'estasi amorosa goduta da Vicenza a Padova, ma aveva dimenticato tutti i tormenti sofferti da Padova a Venezia.Adesso le spine, e non erano poche, delle sue rose d'amore non bucavano più. L'Elisa non era più lunatica, non era più capricciosa, non era più esigente; non aveva più la Cecilia sempre d'intorno, non aveva più Gegio sempre fra i piedi; non lo tormentava più colle sue leggerezze, colle sue civetterie, co' suoi sgarbi. Adesso ch'egli l'aveva perduta, l'Elisa era ritornata la donna più buona, più bella, più cara, più amabile della terra, e quando Prandino pensava all'avveniree lo vedeva senza di lei, sentiva nell'animo uno scoramento, un affanno che vi facevano strazio.A Vicenza, tutte le strade gli avrebbero rammentato un incontro, un saluto, una passeggiata fatta insieme. Al teatro, senza la contessa Navaredo, senza i suoi occhioni che lo cercavano, senza la soddisfazione di offrirle il braccio, finito lo spettacolo, per ricondurla pressolord Palmerston, non avrebbe gustata nemmeno la musica. E in chiesa?... Che cosa sarebbe andato a fare in chiesa, se, dopo messa, non aveva più da aspettarla all'uscita?Si ricordava che, in passato, se per una ragione qualunque egli doveva rimanere un giorno senza andare da lei, il suo primo pensiero, alla mattina, nello svegliarsi, era quello, e ne restava angustiato, e smaniava per trovar modo di far correre veloce il tempo che camminava per lui come una tartaruga. Ma adesso che avrebbe dovuto stare senza l'Elisa tutte le ore, tutti i giorni, tutta intera la vita?... Tanto valeva addormentarsi una volta, per non destarsi mai più.Al primo momento, non avrebbe creduto di dover soffrir tanto per quell'abbandono; ma le ferite dell'animo sono come quelle del corpo: subito, appena capitano addosso, si prova uno sbalordimento e nulla più. Il bruciore, lo spasimo cominciano dopo.Quando Prandino smontò a Vicenza era come inebetito. Perchè poi si trovasse ancor peggio, la prima persona che gli si parò dinanzi fu per l'appunto il sotto-capo della stazione: il bel giovinotto dal berrettino foderato d'arancio, che gli chiese subito come mai ritornava così presto dai bagni e senza la contessa Navaredo.— Ho fatto una corsa per affari; ma devo ritornare a Venezia fra un paio di giorni.Non aveva cuore di confessare la propria ignominia!... No, no: non avrebbe potuto sopportare quella disgrazia, e adesso il proposito di farla finita non era preso in un istante di febbre: era proprio il convincimento dell'anima.Sul piazzale della stazione fu ricevuto dalle scappellate dei vetturini.— Signor Conte, la carrozza!— La carrozza, signor Conte!— Signor Conte, comanda ilbrougham?Prandino salì sul primobroughamche trovò aperto, un po' consolato da quei saluti così rispettosi. Finalmente non era più un ignoto, una persona qualunque, il numeroottantasei!... Ritornava a essere il signor Conte, il signor Conte che tutti conoscevano e al quale tutti facevano di cappello....Ma quella sua consolazione fu di breve durata. Era la contessa Navaredo che lo illuminava collapropria luce, e adesso che quella luce gli era negata, egli ritornerebbe presto nell'ombra anche a Vicenza!...Dio santo!... che effetto gli faceva Vicenza, quella mattina!... Gli pareva di veder l'Elisa apparire a ogni canto di strada.Era così tutto compreso da quell'affanno cupo, desolato che, quando scese dalla vettura, credette di scorgere lo scherno, la derisione negli occhietti neri di una bella figliuola che al rumore era corsa a vedere sull'uscio della pasticceria accanto alla sua casa.Quella sua casa gli era però sempre cara; quella vecchia casetta dove crebbe fanciullo, dove vide sua madre genuflessa al lettino di lui ammalato, dove fece tanti sogni d'amore, dove ricevette la prima lettera dell'Elisa; la sua casetta la rivedeva come un amico fidato, anche allora che vi rientrava per andarvi a morire.Ma, varcata appena la soglia, gli sembrò che gli pesasse sul capo, e dalla corte angusta, oscura, usciva un odore di muffa e di miseria che lo disgustavano. Eppure in quell'andito buio, aveva giocato per tante ore, allegro e senza pensieri, eppure da bambino ci perdeva il fiato a corrervi dentro, tanto era grande.In fondo al corridoio, in alto, sullo stipite di una porta, c'era un piccolo tabernacolo, messo làdalla signora Luciana in un giorno di profonda divozione. E la fede s'era talmente fatta grande per la madonna della casa, che gl'inquilini vi accendevano il lume quasi ogni sabato. Adesso il lumicino rosseggiante nelle tenebre tetre del corridoio, fu per Ariberti come una stella nel mare procelloso della sua anima; e, al di là della figura di Maria Addolorata, vide un'altra madre ch'era pur santa e che avrebbe pure spasimato dal dolore: la mamma sua!...Povera mamma!... Quel giorno egli non derise il bigottismo della signora Luciana: ma, involontariamente, si toccò il pioppino dinanzi alla immagine benedetta, e salì più lentamente fin su, al secondo piano, incerto se dovesse farsi vedere da sua madre, col triste proposito che aveva nel cuore, oppure se non fosse meglio di tornare indietro e scappar via. Così, combattuto da mille dubbi, arrivò all'uscio del suo quartierino, l'aprì, entrò dentro nella prima stanzetta, senza quasi sapere che cosa si facesse.L'Orsolina stava lavorando, seduta vicino alla finestra, e agucchiava muta, grave, curva sul tombolo. Alzò il capo appena udì toccare il chiavistello dell'uscio, e quando vide il suo Prandino entrare nella stanza, diè un grido acutissimo, le guance secche, scarne arrossirono ancora di gioia, e gli corse incontro e lo abbracciòe lo coprì di baci; ma poi la sua grande consolazione si agghiacciò a un tratto: perchè ritornava così presto?... perchè era così pallido?... perchè non le diceva nulla?... Prandino lesse negli occhi timidamente affettuosi della buona vecchia tutte le ansietà e le inquietudini che la angustiavano, e ne fu turbato. Buttò là un pretesto, una scusa, pel suo arrivo improvviso.... disse che aveva dovuto ritornar subito per affrettare l'impiego, per alcune carte che non erano in regola, e poi si avviò verso la sua camera in fretta, sperando di fuggire da tutto quel grande amore che usciva dagli occhi di sua madre e che gli pesava addosso come un rimorso. Ma in quel mentre comparve sulla soglia della stanza la signora Luciana, in un atteggiamento, così lunga e secca com'era, che pareva un punto interrogativo.— Che vuol dire, signor Conte?... Così presto di ritorno?... Che cosa le è succeduto?...— Ho dovuto venire a Vicenza.... per un giorno.... ma vado a Venezia di nuovo.... presto.... domani.Ciò detto, spinse l'uscio della camera ed entrò, che non ne poteva più di trovarsi solo, lasciando la signora Luciana a tormentare, a furia di domande, la contessa Orsolina.— Ho fatto male a ritornare a Vicenza! Hofatto male a farmi rivedere! — pensava Prandino buttandosi a sedere sopra una seggiola, respirando, là, solo solo, e non riflettendo che da due giorni faceva tutto ciò che gli saltava in testa, senza fermarsi un momento a ragionare.La quiete della stradicciola, dove era un caso che passasse una carrozza, gli metteva tedio; il bisbiglio che le due donne facevano nell'altra stanza lo tormentava come la voce della sua coscienza e, a fior di labbro, quasi fosse una sfida lanciata a tutto il mondo, e insieme il ricordo d'un impegno preso con sè stesso, andò ripetendo il suo triste ritornello: bisogna morire, bisogna morire!Per il debito del giuoco, tanto, ci avrebbe potuto rimediare.... l'avrebbe confessato a sua madre, che era una donna piena di consigli... avrebbero potuto vendere un po' di roba.... qualche masserizia che non fosse strettamente necessaria — non era poi un milione, alla fine, che aveva perduto! — e adesso si meravigliava di averci dato tanto peso il giorno prima. Ammazzarsi per ottocento cinquanta lire, anzi per settecento quaranta, sarebbe stata proprio una minchioneria: e poi, ammazzandosi, non pagava i suoi debiti, tutt'altro: commetteva, invece, una frode....in articulo mortis....Ah! se l'Elisa gli avesse voluto ancora unpo' di bene: s'ella non l'avesse piantato in quel modo, allora no, no, certo, non penserebbe di morire! E, a questo punto, il suo povero cuore tornava daccapo a tormentarlo. Che valevano le persuasioni dell'uomo saggio, che valeva l'affetto di sua madre, le ragioni stesse dell'orgoglio ferito per l'abbandono ingiusto, immeritato, contro il suo amore fisso, tenace, selvaggio?L'Elisa sarebbe stata d'un altro!L'idea che quelle forme vaghe, da lui follemente adorate, avrebbero appartenuto a un rivale, sarebbero state toccate dalle manacce ruvide del Maggiore, baciate da quella bocca ingorda e irriverente, che puzzava di sigaro, tutto ciò gli faceva correre nel cervello dei buffi di sangue caldo e gli dava le vertigini, mentre, nell'accesa fantasia del povero ammalato, l'Elisa diventava bianca, candida come neve, delicata, flessuosa come una gazzella, e trasudava un profumoaux fleurs de lys de cachemir; ritornava giovane, ritornava fresca.... e non era quasi più neppur vedova!... Dio, Dio, quanto era bella!...Prandino se la vedeva innanzi, ora gaia, biricchina, piena di vita e di fremiti, come il primo giorno ch'era stata sola con lui, grondante d'acqua, sotto il capanno, e ora raggiante di sole e splendida d'amore come quella mattina che glicamminava dinanzi, lungo la viottola dell'uccelliera; poi gli appariva languida, voluttuosa, mollemente sdraiata nella gondola, e poi.... e poi... finalmente, la rivedeva com'egli solo, com'egli solo sapeva.... e, dannazione!, come avrebbe saputo anche quel beduino del Maggiore!No, no; era uno strazio troppo vivo, uno strazio che colle carni gli lacerava anche l'anima! No, no: egli aveva bisogno dell'amore di Elisa come dell'aria per respirare, e perchè quell'amore gli veniva meno, egli moriva.... moriva colla gola stretta, col petto gonfio.... moriva soffocato!Come fare per fuggire quell'immagine che lo torturava?...Se apriva gli occhi la vedeva in un modo, se li chiudeva la vedeva in un altro: ma la vedeva sempre!E ancora, il fanciullone innamorato!, tentava di combatterla, di vincerla, di metterla in fuga, ripetendo a sè stesso, mentre coi denti si strappava i baffi:— Bisogna morire, bisogna morire!...Ma tornava daccapo a domandare a sè stesso:— Con qual genere di morte? Sott'acqua, no; nemmeno per idea!... Dunque?...E Prandino pensava, ripensava e non concludeva mai nulla: perchè, quando si arriva aquesto di non saper sciogliere il problema del —come vivere?— ci troviamo con quell'altro fra mano, non meno difficile, del —come morire?!—— Un buon colpo di pistola, proprio dritto in mezzo al cuore?... — Quello ci voleva!... — Sì! ma come trovarlo il posto giusto del cuore?Prandino lo cercava colla mano aperta sul petto, ma non era più buono di sentire un palpito, una battuta sola: il cuore stava zitto, non si moveva neppure.... pareva quasi che fosse scappato via!— Buttarsi giù da un campanile alto, il più alto di Vicenza?No. Primieramente, questa era la morte d'un manovale e non già quella che doveva scegliere l'ultimo degli Ariberti, e in secondo luogo, invece di spaccarsi la testa, si poteva rompere le gambe solamente, e allora sarebbe stato messo in ridicolo.... e poi avrebbe veduta ancora sua madre, ne avrebbe udite le grida, i pianti!.. Sua madre?... No. Non la voleva più rivedere: la disperazione di sua madre avrebbe fatto morire disperato anche lui, e lui, invece, voleva darsi la morte per aver pace!Ruminando nel capo tutti questi pensieri, che non erano affatto color di rosa, Prandino, dopoavere camminato un po' di tempo in lungo e in largo per la cameretta, aveva finito col fermarsi su due piedi, meditabondo, quando, levando il capo, l'occhio per caso gli cadde sulportrait-albumdell'Elisa che, come di solito, era sul suo tavolino da notte, appoggiato all'elegante cavalletto di legno intarsiato.— Eccola là, quella perfida! — pensò Prandino fra sè e sè; e, vinto da una seduzione potente, irresistibile, si avvicinò al ritratto per inebriarsi ancora una volta delle note sembianze.... e là, respirando a fatica, graffiandosi le braccia che si stringeva al petto, pallido, sconvolto, tutto tremante, guardò la figuretta insidiosa; poi si fece ancora più vicino, frugando col pensiero nell'immagine cara per cercarvi un sorriso, un ricordo, per....Ma che diamine era accaduto?!... Chi aveva sfregiato quel ritratto?!...Prandino lo prese e si avvicinò alla finestra per osservarlo meglio e, dominando la sua agitazione, rimase là lungamente, serio, attento, pensoso, col ritratto fra le mani.Ma però, mentre fissandolo aggrottava fortemente le ciglia, il suo respiro, l'ansia del suo petto diventava meno grave, meno affannosa. Che cosa era dunque successo?Una mosca, una grossa mosca di certo, si erafermata sul naso della contessa Navaredo.... (vedete un po' la Provvidenza, quali forme si compiace di assumere?!...) e lo aveva macchiato con una patacca nera, rotonda, che cambiava affatto l'espressione di quel viso così caro a Prandino.Egli la guardava sempre attento, ostinato, ma la figurina gentile, romantica,al chiaro di luna, coi capelli biondi, cadenti lungo le spalle, veduta con quella macchiaccia sul naso, non era più la stessa.La testolina bianca, pensosa, tutta raccolta e mollemente chinata sul libro che teneva aperto fra le mani, quel profumo, quell'aria di sentimentalità verginale, stonava maledettamente dopo il tiro fattole dalla mosca birbona, e non era più dolce, non era più poetica, ma diveniva una cosa buffa; buffa e grottescamente ridicola.Prandino continuava a restar là, dritto, immobile, guardando il ritratto dell'Elisa, e a poco a poco non tremava più: a poco a poco poteva fissarlo senza paura, senza che la sua testa gli andasse in fiamme.Accadeva un fatto curioso, una combinazione strana: mentre la figurina alchiaro di luna, con quello sgorbio sul naso, non pareva più la stessa, tuttavia rassomigliava però sempre alla contessa Navaredo. Anzi, a Prandino pareva quasi che lerassomigliasse di più. Sempre, ben inteso, com'era ne' suoi momenti meno felici.Uno dei primi giorni in cui le signore avevano cominciato a usare quella maglia scura così attillata, l'Elisa ne aveva indossata una tanto stretta, che le gonfiava il collo e la faccia: e il ritratto, adesso, faceva ricordare l'Elisa com'era appunto in quel giorno!Anche allora era ridicola a voler fare la bambina, coi passettini corti corti, per le sottane che le impacciavano le gambe, e a volersi stringer tanto da soffocare, per avere un po' della Sarah Bernhardt.... — con quella ciccia!..Ridicola, com'era ridicola là nel ritratto, coi capelli biondi sciolti lungo le spalle, con la testolina bassa, col raccoglimento stanco, romantico,al chiaro di luna, e quella patacca sulla punta del naso!... Oh, tanto ridicola, che faceva ridere anche Prandino, sebbene gli frullassero per la testa i più tristi pensieri!Eppure, a pensarci bene, l'Elisa non meritava certo ch'egli l'amasse a quel modo!... Non aveva cuore: era tutta vanità, tutta finzione. Come voleva sembrare quello che non era, così voleva mostrare di sentire anche quello.... che non sentiva!... Voleva fare la bambina, ed era nonna! Voleva fare l'innamorata, e non aveva cuore!E pensare ch'egli desiderava di morire per lei.per l'Elisa!.... A questa idea, guardando il ritratto così sfigurato, Prandino non potè trattenere una risata: una risata che lo sorprese all'improvviso, che gli scattava dai nervi più che non gli uscisse dalla testa o dal cuore, ma che, a ogni modo, gli fece bene.Volle ritornar serio, volle vincere le impressioni del momento, non volle più guardare il ritratto.... ma non ci riuscì: dopo un poco, dovette fissarlo di nuovo.... e di nuovo tornò a sorridere.... e intanto, senza che nemmeno se ne accorgesse, cominciava ad avere lo spirito più sollevato.Certo, adesso quella donna non gliela doveano più invidiare, come gliela invidiavano un anno innanzi.Chissà che anche lui non fosse stato ridicolo, qualche volta, mostrandosene così invaghito! — Ma, e il Maggiore? Il Maggiore che la sposa?!.... Chi lo dice, intanto, che la sposa? Lei stessa: l'Elisa, che non ne dice mai una vera. Bisogna star a vedere!....Ciò che maggiormente ci esalta, nella donna, è quel tanto che le presta o le aggiunge la nostra immaginazione, e quella macchiaccia, che adesso le sfigurava il volto, aveva buttato il ridicolo là dove il sentimento aveva sempre lavorato di fantasia, là dove l'amore saettava i suoifascini e spiegava le sue migliori attrattive. Prandino continuava a guardarla, a fissarla, a studiarla; ma, non c'era caso: la donna che gli rappresentava quel ritratto non era più l'Elisa trasfigurata nell'ansia di un desiderio febbrile, ma l'Elisa viva ereale, in carne ed ossa, l'Elisa com'era, l'Elisa con tutti i suoi difetti e, ahimè, con tutti i suoi anni. E però, Prandino, un po' alla volta, andava finalmente concludendo, che la balda e forte giovinezza di lui non dovea piegarsi dinanzi a quelle mature seduzioni, che quell'avvenenza impiastricciata dicold-creamnon valeva il contraccambio di tutto un avvenire di riposo e di pace.L'Elisa non s'era imposta al suo innamorato coll'intelligenza, collo spirito, col cuore; ma lo aveva preso colla vanità e lo teneva vinto coi sensi, ed è perciò che il suo regno, quantunque costituzionale, veniva buttato all'aria così facilmente!....Intanto che Prandino continuava a fissare il ritratto dell'innamorata, non s'era accorto che da qualche tempo mamma Orsolina era entrata adagio adagio nella cameretta, e che singhiozzava vicino a lui, sommessamente, senza osare di lamentarsi, rispettando timorosa l'angoscia del suo figliuolo anche allora ch'egli era stato così ingiusto, così disumano con lei. Ma un singulto,che le proruppe troppo forte dal petto, la tradì: Prandino si scuote, si volta, e comprende tutta l'immensità di quel dolore muto, rassegnato.— Mamma, mamma! — esclama, — non piangere, te ne scongiuro, non piangere! No: sono guarito, sai, non piangere! Non l'amo più, te lo giuro, non l'amo più!E adesso copre di baci, di carezze, e si stringe al cuore quella sua vecchietta così santa, colla stessa frenesia con la quale avrebbe abbracciata l'Elisa, se un momento prima le fosse apparsa dinanzi per dirgli, come ai bei tempi d'una volta: ti voglio bene, e son tua!....— Per quella cattiva? — chiese l'Orsolina, indicando il ritratto; e non disse altro.— No, mamma, no: ho un altro dolore che mi fa disperare, che mi fa perdere la testa.E Prandino confidò a sua madre che, per domenica, doveva restituire ottocentocinquanta lire a Badoero.In quel punto, nessun debitore lo vorrà credere, ma è pure la verità, egli fu quasi contento d'avere quel debito: gli ripugnava troppo di dover confessare a sua madre ch'egli era stato così ingrato verso di lei, e tanto matto, fin da voler morire, solamente per il bel muso.... della contessa Navaredo!....

Bisogna credere proprio che le impressioni che si subiscono da una donna amata fanno un effetto opposto a quello prodotto da un creditore. Prandino stesso avrebbe potuto notare questa verità sacrosanta, ma lui non aveva tempo da perdere per fare il filosofo!

A mano a mano che si allontanava dall'Elisa, essa gli si faceva ancora più cara e più necessaria; a mano a mano che si allontanava da Badoero, le ottocentocinquanta lire perdevano di valore. È un fatto, del resto, indiscutibile! quando non si vede il volto dell'innamorata, si sospira: quando non si vede la faccia del creditore, si respira!...

Finchè rimaneva a Venezia l'Ariberti tremava tutto all'idea d'incontrarsi al Lido o sotto leProcuratiecon il Badoero la domenica delpagherò, senza avere in tasca la somma; ma da lontano questo pericolo non lo correva più e avrebbe meglio trovata una scusa o domandata una proroga,inviando intanto qualche piccolo acconto. Invece di parlare, era il caso di scrivere; e, si sa bene, certe cose che a dirle bruciano le labbra, si possono scrivere correntemente e senza fatica.

Ma l'Elisa, invece? Dall'Elisa più si allontanava e più la sentiva viva, possente nel cuore, nel sangue e nella testa. Durante quel viaggio del ritorno, sbalottato così solo solo inseconda classe, ricordava, con un desiderio amarissimo, l'altro viaggio fatto inprima, nell'andata, e gli pareva allora d'aver goduto il suo paradiso, tanto è vero che nella miseria si dimenticano i piccoli dolori che amareggiano i periodi della felicità. Prandino si ricordava bene l'estasi amorosa goduta da Vicenza a Padova, ma aveva dimenticato tutti i tormenti sofferti da Padova a Venezia.

Adesso le spine, e non erano poche, delle sue rose d'amore non bucavano più. L'Elisa non era più lunatica, non era più capricciosa, non era più esigente; non aveva più la Cecilia sempre d'intorno, non aveva più Gegio sempre fra i piedi; non lo tormentava più colle sue leggerezze, colle sue civetterie, co' suoi sgarbi. Adesso ch'egli l'aveva perduta, l'Elisa era ritornata la donna più buona, più bella, più cara, più amabile della terra, e quando Prandino pensava all'avveniree lo vedeva senza di lei, sentiva nell'animo uno scoramento, un affanno che vi facevano strazio.

A Vicenza, tutte le strade gli avrebbero rammentato un incontro, un saluto, una passeggiata fatta insieme. Al teatro, senza la contessa Navaredo, senza i suoi occhioni che lo cercavano, senza la soddisfazione di offrirle il braccio, finito lo spettacolo, per ricondurla pressolord Palmerston, non avrebbe gustata nemmeno la musica. E in chiesa?... Che cosa sarebbe andato a fare in chiesa, se, dopo messa, non aveva più da aspettarla all'uscita?

Si ricordava che, in passato, se per una ragione qualunque egli doveva rimanere un giorno senza andare da lei, il suo primo pensiero, alla mattina, nello svegliarsi, era quello, e ne restava angustiato, e smaniava per trovar modo di far correre veloce il tempo che camminava per lui come una tartaruga. Ma adesso che avrebbe dovuto stare senza l'Elisa tutte le ore, tutti i giorni, tutta intera la vita?... Tanto valeva addormentarsi una volta, per non destarsi mai più.

Al primo momento, non avrebbe creduto di dover soffrir tanto per quell'abbandono; ma le ferite dell'animo sono come quelle del corpo: subito, appena capitano addosso, si prova uno sbalordimento e nulla più. Il bruciore, lo spasimo cominciano dopo.

Quando Prandino smontò a Vicenza era come inebetito. Perchè poi si trovasse ancor peggio, la prima persona che gli si parò dinanzi fu per l'appunto il sotto-capo della stazione: il bel giovinotto dal berrettino foderato d'arancio, che gli chiese subito come mai ritornava così presto dai bagni e senza la contessa Navaredo.

— Ho fatto una corsa per affari; ma devo ritornare a Venezia fra un paio di giorni.

Non aveva cuore di confessare la propria ignominia!... No, no: non avrebbe potuto sopportare quella disgrazia, e adesso il proposito di farla finita non era preso in un istante di febbre: era proprio il convincimento dell'anima.

Sul piazzale della stazione fu ricevuto dalle scappellate dei vetturini.

— Signor Conte, la carrozza!

— La carrozza, signor Conte!

— Signor Conte, comanda ilbrougham?

Prandino salì sul primobroughamche trovò aperto, un po' consolato da quei saluti così rispettosi. Finalmente non era più un ignoto, una persona qualunque, il numeroottantasei!... Ritornava a essere il signor Conte, il signor Conte che tutti conoscevano e al quale tutti facevano di cappello....

Ma quella sua consolazione fu di breve durata. Era la contessa Navaredo che lo illuminava collapropria luce, e adesso che quella luce gli era negata, egli ritornerebbe presto nell'ombra anche a Vicenza!...

Dio santo!... che effetto gli faceva Vicenza, quella mattina!... Gli pareva di veder l'Elisa apparire a ogni canto di strada.

Era così tutto compreso da quell'affanno cupo, desolato che, quando scese dalla vettura, credette di scorgere lo scherno, la derisione negli occhietti neri di una bella figliuola che al rumore era corsa a vedere sull'uscio della pasticceria accanto alla sua casa.

Quella sua casa gli era però sempre cara; quella vecchia casetta dove crebbe fanciullo, dove vide sua madre genuflessa al lettino di lui ammalato, dove fece tanti sogni d'amore, dove ricevette la prima lettera dell'Elisa; la sua casetta la rivedeva come un amico fidato, anche allora che vi rientrava per andarvi a morire.

Ma, varcata appena la soglia, gli sembrò che gli pesasse sul capo, e dalla corte angusta, oscura, usciva un odore di muffa e di miseria che lo disgustavano. Eppure in quell'andito buio, aveva giocato per tante ore, allegro e senza pensieri, eppure da bambino ci perdeva il fiato a corrervi dentro, tanto era grande.

In fondo al corridoio, in alto, sullo stipite di una porta, c'era un piccolo tabernacolo, messo làdalla signora Luciana in un giorno di profonda divozione. E la fede s'era talmente fatta grande per la madonna della casa, che gl'inquilini vi accendevano il lume quasi ogni sabato. Adesso il lumicino rosseggiante nelle tenebre tetre del corridoio, fu per Ariberti come una stella nel mare procelloso della sua anima; e, al di là della figura di Maria Addolorata, vide un'altra madre ch'era pur santa e che avrebbe pure spasimato dal dolore: la mamma sua!...

Povera mamma!... Quel giorno egli non derise il bigottismo della signora Luciana: ma, involontariamente, si toccò il pioppino dinanzi alla immagine benedetta, e salì più lentamente fin su, al secondo piano, incerto se dovesse farsi vedere da sua madre, col triste proposito che aveva nel cuore, oppure se non fosse meglio di tornare indietro e scappar via. Così, combattuto da mille dubbi, arrivò all'uscio del suo quartierino, l'aprì, entrò dentro nella prima stanzetta, senza quasi sapere che cosa si facesse.

L'Orsolina stava lavorando, seduta vicino alla finestra, e agucchiava muta, grave, curva sul tombolo. Alzò il capo appena udì toccare il chiavistello dell'uscio, e quando vide il suo Prandino entrare nella stanza, diè un grido acutissimo, le guance secche, scarne arrossirono ancora di gioia, e gli corse incontro e lo abbracciòe lo coprì di baci; ma poi la sua grande consolazione si agghiacciò a un tratto: perchè ritornava così presto?... perchè era così pallido?... perchè non le diceva nulla?... Prandino lesse negli occhi timidamente affettuosi della buona vecchia tutte le ansietà e le inquietudini che la angustiavano, e ne fu turbato. Buttò là un pretesto, una scusa, pel suo arrivo improvviso.... disse che aveva dovuto ritornar subito per affrettare l'impiego, per alcune carte che non erano in regola, e poi si avviò verso la sua camera in fretta, sperando di fuggire da tutto quel grande amore che usciva dagli occhi di sua madre e che gli pesava addosso come un rimorso. Ma in quel mentre comparve sulla soglia della stanza la signora Luciana, in un atteggiamento, così lunga e secca com'era, che pareva un punto interrogativo.

— Che vuol dire, signor Conte?... Così presto di ritorno?... Che cosa le è succeduto?...

— Ho dovuto venire a Vicenza.... per un giorno.... ma vado a Venezia di nuovo.... presto.... domani.

Ciò detto, spinse l'uscio della camera ed entrò, che non ne poteva più di trovarsi solo, lasciando la signora Luciana a tormentare, a furia di domande, la contessa Orsolina.

— Ho fatto male a ritornare a Vicenza! Hofatto male a farmi rivedere! — pensava Prandino buttandosi a sedere sopra una seggiola, respirando, là, solo solo, e non riflettendo che da due giorni faceva tutto ciò che gli saltava in testa, senza fermarsi un momento a ragionare.

La quiete della stradicciola, dove era un caso che passasse una carrozza, gli metteva tedio; il bisbiglio che le due donne facevano nell'altra stanza lo tormentava come la voce della sua coscienza e, a fior di labbro, quasi fosse una sfida lanciata a tutto il mondo, e insieme il ricordo d'un impegno preso con sè stesso, andò ripetendo il suo triste ritornello: bisogna morire, bisogna morire!

Per il debito del giuoco, tanto, ci avrebbe potuto rimediare.... l'avrebbe confessato a sua madre, che era una donna piena di consigli... avrebbero potuto vendere un po' di roba.... qualche masserizia che non fosse strettamente necessaria — non era poi un milione, alla fine, che aveva perduto! — e adesso si meravigliava di averci dato tanto peso il giorno prima. Ammazzarsi per ottocento cinquanta lire, anzi per settecento quaranta, sarebbe stata proprio una minchioneria: e poi, ammazzandosi, non pagava i suoi debiti, tutt'altro: commetteva, invece, una frode....in articulo mortis....

Ah! se l'Elisa gli avesse voluto ancora unpo' di bene: s'ella non l'avesse piantato in quel modo, allora no, no, certo, non penserebbe di morire! E, a questo punto, il suo povero cuore tornava daccapo a tormentarlo. Che valevano le persuasioni dell'uomo saggio, che valeva l'affetto di sua madre, le ragioni stesse dell'orgoglio ferito per l'abbandono ingiusto, immeritato, contro il suo amore fisso, tenace, selvaggio?

L'Elisa sarebbe stata d'un altro!

L'idea che quelle forme vaghe, da lui follemente adorate, avrebbero appartenuto a un rivale, sarebbero state toccate dalle manacce ruvide del Maggiore, baciate da quella bocca ingorda e irriverente, che puzzava di sigaro, tutto ciò gli faceva correre nel cervello dei buffi di sangue caldo e gli dava le vertigini, mentre, nell'accesa fantasia del povero ammalato, l'Elisa diventava bianca, candida come neve, delicata, flessuosa come una gazzella, e trasudava un profumoaux fleurs de lys de cachemir; ritornava giovane, ritornava fresca.... e non era quasi più neppur vedova!... Dio, Dio, quanto era bella!...

Prandino se la vedeva innanzi, ora gaia, biricchina, piena di vita e di fremiti, come il primo giorno ch'era stata sola con lui, grondante d'acqua, sotto il capanno, e ora raggiante di sole e splendida d'amore come quella mattina che glicamminava dinanzi, lungo la viottola dell'uccelliera; poi gli appariva languida, voluttuosa, mollemente sdraiata nella gondola, e poi.... e poi... finalmente, la rivedeva com'egli solo, com'egli solo sapeva.... e, dannazione!, come avrebbe saputo anche quel beduino del Maggiore!

No, no; era uno strazio troppo vivo, uno strazio che colle carni gli lacerava anche l'anima! No, no: egli aveva bisogno dell'amore di Elisa come dell'aria per respirare, e perchè quell'amore gli veniva meno, egli moriva.... moriva colla gola stretta, col petto gonfio.... moriva soffocato!

Come fare per fuggire quell'immagine che lo torturava?...

Se apriva gli occhi la vedeva in un modo, se li chiudeva la vedeva in un altro: ma la vedeva sempre!

E ancora, il fanciullone innamorato!, tentava di combatterla, di vincerla, di metterla in fuga, ripetendo a sè stesso, mentre coi denti si strappava i baffi:

— Bisogna morire, bisogna morire!...

Ma tornava daccapo a domandare a sè stesso:

— Con qual genere di morte? Sott'acqua, no; nemmeno per idea!... Dunque?...

E Prandino pensava, ripensava e non concludeva mai nulla: perchè, quando si arriva aquesto di non saper sciogliere il problema del —come vivere?— ci troviamo con quell'altro fra mano, non meno difficile, del —come morire?!—

— Un buon colpo di pistola, proprio dritto in mezzo al cuore?... — Quello ci voleva!... — Sì! ma come trovarlo il posto giusto del cuore?

Prandino lo cercava colla mano aperta sul petto, ma non era più buono di sentire un palpito, una battuta sola: il cuore stava zitto, non si moveva neppure.... pareva quasi che fosse scappato via!

— Buttarsi giù da un campanile alto, il più alto di Vicenza?

No. Primieramente, questa era la morte d'un manovale e non già quella che doveva scegliere l'ultimo degli Ariberti, e in secondo luogo, invece di spaccarsi la testa, si poteva rompere le gambe solamente, e allora sarebbe stato messo in ridicolo.... e poi avrebbe veduta ancora sua madre, ne avrebbe udite le grida, i pianti!.. Sua madre?... No. Non la voleva più rivedere: la disperazione di sua madre avrebbe fatto morire disperato anche lui, e lui, invece, voleva darsi la morte per aver pace!

Ruminando nel capo tutti questi pensieri, che non erano affatto color di rosa, Prandino, dopoavere camminato un po' di tempo in lungo e in largo per la cameretta, aveva finito col fermarsi su due piedi, meditabondo, quando, levando il capo, l'occhio per caso gli cadde sulportrait-albumdell'Elisa che, come di solito, era sul suo tavolino da notte, appoggiato all'elegante cavalletto di legno intarsiato.

— Eccola là, quella perfida! — pensò Prandino fra sè e sè; e, vinto da una seduzione potente, irresistibile, si avvicinò al ritratto per inebriarsi ancora una volta delle note sembianze.... e là, respirando a fatica, graffiandosi le braccia che si stringeva al petto, pallido, sconvolto, tutto tremante, guardò la figuretta insidiosa; poi si fece ancora più vicino, frugando col pensiero nell'immagine cara per cercarvi un sorriso, un ricordo, per....

Ma che diamine era accaduto?!... Chi aveva sfregiato quel ritratto?!...

Prandino lo prese e si avvicinò alla finestra per osservarlo meglio e, dominando la sua agitazione, rimase là lungamente, serio, attento, pensoso, col ritratto fra le mani.

Ma però, mentre fissandolo aggrottava fortemente le ciglia, il suo respiro, l'ansia del suo petto diventava meno grave, meno affannosa. Che cosa era dunque successo?

Una mosca, una grossa mosca di certo, si erafermata sul naso della contessa Navaredo.... (vedete un po' la Provvidenza, quali forme si compiace di assumere?!...) e lo aveva macchiato con una patacca nera, rotonda, che cambiava affatto l'espressione di quel viso così caro a Prandino.

Egli la guardava sempre attento, ostinato, ma la figurina gentile, romantica,al chiaro di luna, coi capelli biondi, cadenti lungo le spalle, veduta con quella macchiaccia sul naso, non era più la stessa.

La testolina bianca, pensosa, tutta raccolta e mollemente chinata sul libro che teneva aperto fra le mani, quel profumo, quell'aria di sentimentalità verginale, stonava maledettamente dopo il tiro fattole dalla mosca birbona, e non era più dolce, non era più poetica, ma diveniva una cosa buffa; buffa e grottescamente ridicola.

Prandino continuava a restar là, dritto, immobile, guardando il ritratto dell'Elisa, e a poco a poco non tremava più: a poco a poco poteva fissarlo senza paura, senza che la sua testa gli andasse in fiamme.

Accadeva un fatto curioso, una combinazione strana: mentre la figurina alchiaro di luna, con quello sgorbio sul naso, non pareva più la stessa, tuttavia rassomigliava però sempre alla contessa Navaredo. Anzi, a Prandino pareva quasi che lerassomigliasse di più. Sempre, ben inteso, com'era ne' suoi momenti meno felici.

Uno dei primi giorni in cui le signore avevano cominciato a usare quella maglia scura così attillata, l'Elisa ne aveva indossata una tanto stretta, che le gonfiava il collo e la faccia: e il ritratto, adesso, faceva ricordare l'Elisa com'era appunto in quel giorno!

Anche allora era ridicola a voler fare la bambina, coi passettini corti corti, per le sottane che le impacciavano le gambe, e a volersi stringer tanto da soffocare, per avere un po' della Sarah Bernhardt.... — con quella ciccia!..

Ridicola, com'era ridicola là nel ritratto, coi capelli biondi sciolti lungo le spalle, con la testolina bassa, col raccoglimento stanco, romantico,al chiaro di luna, e quella patacca sulla punta del naso!... Oh, tanto ridicola, che faceva ridere anche Prandino, sebbene gli frullassero per la testa i più tristi pensieri!

Eppure, a pensarci bene, l'Elisa non meritava certo ch'egli l'amasse a quel modo!... Non aveva cuore: era tutta vanità, tutta finzione. Come voleva sembrare quello che non era, così voleva mostrare di sentire anche quello.... che non sentiva!... Voleva fare la bambina, ed era nonna! Voleva fare l'innamorata, e non aveva cuore!

E pensare ch'egli desiderava di morire per lei.per l'Elisa!.... A questa idea, guardando il ritratto così sfigurato, Prandino non potè trattenere una risata: una risata che lo sorprese all'improvviso, che gli scattava dai nervi più che non gli uscisse dalla testa o dal cuore, ma che, a ogni modo, gli fece bene.

Volle ritornar serio, volle vincere le impressioni del momento, non volle più guardare il ritratto.... ma non ci riuscì: dopo un poco, dovette fissarlo di nuovo.... e di nuovo tornò a sorridere.... e intanto, senza che nemmeno se ne accorgesse, cominciava ad avere lo spirito più sollevato.

Certo, adesso quella donna non gliela doveano più invidiare, come gliela invidiavano un anno innanzi.

Chissà che anche lui non fosse stato ridicolo, qualche volta, mostrandosene così invaghito! — Ma, e il Maggiore? Il Maggiore che la sposa?!.... Chi lo dice, intanto, che la sposa? Lei stessa: l'Elisa, che non ne dice mai una vera. Bisogna star a vedere!....

Ciò che maggiormente ci esalta, nella donna, è quel tanto che le presta o le aggiunge la nostra immaginazione, e quella macchiaccia, che adesso le sfigurava il volto, aveva buttato il ridicolo là dove il sentimento aveva sempre lavorato di fantasia, là dove l'amore saettava i suoifascini e spiegava le sue migliori attrattive. Prandino continuava a guardarla, a fissarla, a studiarla; ma, non c'era caso: la donna che gli rappresentava quel ritratto non era più l'Elisa trasfigurata nell'ansia di un desiderio febbrile, ma l'Elisa viva ereale, in carne ed ossa, l'Elisa com'era, l'Elisa con tutti i suoi difetti e, ahimè, con tutti i suoi anni. E però, Prandino, un po' alla volta, andava finalmente concludendo, che la balda e forte giovinezza di lui non dovea piegarsi dinanzi a quelle mature seduzioni, che quell'avvenenza impiastricciata dicold-creamnon valeva il contraccambio di tutto un avvenire di riposo e di pace.

L'Elisa non s'era imposta al suo innamorato coll'intelligenza, collo spirito, col cuore; ma lo aveva preso colla vanità e lo teneva vinto coi sensi, ed è perciò che il suo regno, quantunque costituzionale, veniva buttato all'aria così facilmente!....

Intanto che Prandino continuava a fissare il ritratto dell'innamorata, non s'era accorto che da qualche tempo mamma Orsolina era entrata adagio adagio nella cameretta, e che singhiozzava vicino a lui, sommessamente, senza osare di lamentarsi, rispettando timorosa l'angoscia del suo figliuolo anche allora ch'egli era stato così ingiusto, così disumano con lei. Ma un singulto,che le proruppe troppo forte dal petto, la tradì: Prandino si scuote, si volta, e comprende tutta l'immensità di quel dolore muto, rassegnato.

— Mamma, mamma! — esclama, — non piangere, te ne scongiuro, non piangere! No: sono guarito, sai, non piangere! Non l'amo più, te lo giuro, non l'amo più!

E adesso copre di baci, di carezze, e si stringe al cuore quella sua vecchietta così santa, colla stessa frenesia con la quale avrebbe abbracciata l'Elisa, se un momento prima le fosse apparsa dinanzi per dirgli, come ai bei tempi d'una volta: ti voglio bene, e son tua!....

— Per quella cattiva? — chiese l'Orsolina, indicando il ritratto; e non disse altro.

— No, mamma, no: ho un altro dolore che mi fa disperare, che mi fa perdere la testa.

E Prandino confidò a sua madre che, per domenica, doveva restituire ottocentocinquanta lire a Badoero.

In quel punto, nessun debitore lo vorrà credere, ma è pure la verità, egli fu quasi contento d'avere quel debito: gli ripugnava troppo di dover confessare a sua madre ch'egli era stato così ingrato verso di lei, e tanto matto, fin da voler morire, solamente per il bel muso.... della contessa Navaredo!....


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