L'ALTRO VIAGGIO

L'ALTRO VIAGGIOI.A te convien tenere altro viaggio:rispose, poi che lagrimar mi vide;se vuoi campar d'esto loco selvaggio:il qual loco è la piaggia diserta, o il mondo coperto e gravido d'ogni malizia.[708]Il viaggio lo circoscrive Virgilio stesso: sarà per loco eterno; comincerà dalle disperate strida del vestibolo e finirà coi canti nel fuoco. Egli lascerà nel suo partire Dante con anima più degna, con la quale potrà, se vorrà, salire alle beate genti.[709]Invero sulle sponde di Letè lo lascia in conspetto di Beatrice. Letè è il fiume che dal paradiso terrestre cala giù per i balzi del purgatorio e scende, non noto che per il suono del suo cadere, al centro della terra,[710]per la buca di un sasso ch'egli ha roso.Quattro fiumi Dante attraverserà prima di giungere a quello. E quei quattro fiumi scendono dal luogo dove gli uomini sognarono il Paradiso terrestredal quale discende veramente il quinto. Misticamente hanno la stessa origine, e misticamente riescono allo stesso fine. E i quattro fiumi dell'inferno non sono che l'unico Acheronte il quale sgorga dalla ferita della natura umana. E il Letè va al centro della terra per una ferita ch'esso fece. E misticamente l'Acheronte e il Letè sono lo stesso fiume; e Dante passa l'uno e l'altro con circostanze simili. Invero egli cade, là, come l'uom cui sonno piglia; qua, cade vinto.[711]Là, dopo il passo, trova le tre disposizioni che il ciel non vuole, che sono le quattro ferite, contro le quali sono le quattro virtù cardinali. E queste esercita, riacquista, passando sempre quel fiume unico ne' suoi ultimi tre aspetti, che equivalgono a quattro, di fiume tristo (per le due incontinenze) e fiume di fuoco (per la violenza) e fiume di gelo (per la frode). Dopo il passo di Acheronte egli ha insomma esercitate le quattro virtù cardinali. Qua, dopo il passo di Letè, trova “quattro belle„ che, ninfe nella divina foresta e stelle nel cielo, sono le quattro virtù cardinali.[712]L'Acheronte è, per i corporalmente morti, la seconda morte: quella inflitta dal peccato in genere, dal peccato d'origine, dal peccato che è il peccato. Ma per i corporalmente vivi, il passarlo è morire a quella morte, a quel peccato. Dunque esso cambia in certo modo natura. In vero esso è per i vivi il Letè. Nel fatto il Letè cancella pur la memoria del peccato, cioè dei peccati singoli che sono tutti insieme virtualmente contenuti nel primo. Or qual nomecristiano potremo dare al Letè? All'Acheronte questo: morte, tenebra, peccato: peccato originale in lui stesso, peccato attuale nel suo corso sotto altri nomi e con altri aspetti. A Letè, quale? Vi è una fonte che non mai potrà seccare: la misericordia, secondo la quale, a testimonianza di S. Paolo, il Cristo ci fece salvi.[713]“Nostro fonte è il Cristo Signore, onde ci abbiamo a lavare, come è scritto: Colui che ci amò e ci lavò dai nostri peccati„.[714]Or questo fonte il contemplante di Chiaravalle dice che è uno dei quattro fonti del Paradiso terreno, il quale è Gesù. E dice ancora che in essi quattro fonti sono raffigurate le quattro ferite del Salvatore.Ma il Salvatore ebbe quattro ferite, due ai piedi e due alle mani, da vivo; e una quinta al costato, da morto. Quest'ultima si dice: “fonte di vita„. In sè Gesù morto, nella sua morte Gesù aprì a noi la fonte di vita. Abbiamo già detto come la fessura del gran veglio, onde sgorgano le lagrime che fanno Acheronte, figurando il peccato originale, raffigura anche virtualmente l'espiazione di quello assunta dal Cristo in sè. È ovvio dunque pensare e credere che quella fessura donde sgorgano quattro fiumi, quellavulneratioche si esplica in quattro ferite, raffiguri ancora la grande ferita al costato di Gesù morto, ferita donde sgorgò la fonte di vita, e le altre quattro ai piedi e alle mani di Gesù vivo, donde sgorgarono altre quattro fonti. Or noi vediamo chiaramente il pensiero di Dante. La fessura del gran veglio è anche la ferita al costato, di Gesù. La natura umanafu assunta dal Dio: quindi in esso ella ebbe quella ferita ed esso in quella.[715]L'apriva, quella ferita, Adamo, peccando. E ne sgorgano quattro fiumi, dei quali il primo è per il peccato originale e gli altri tre per le tre disposizioni male.Dante voleva metter d'accordo Aristotele con questi concepimenti mistici di Beda e di Bernardo. E tuttavia cinque fonti anch'esso riconosce, perchè quando Virgilio gli ha parlato dei quattro fiumi, esce a chiedere: E Letè? Letè egli fa derivare dal Paradiso terrestre e scendere giù giù sino al centro della terra a incontrare la foce dell'altro che scende da Creta. E Letè è misticamente l'Acheronte stesso, e nel tempo stesso è la quinta delle perenni fontane.S. Bernardo[716]riconosce nella ferita al costato l'origine del fonte di vita, e nelle altre quattro i fonti di misericordia, di sapienza, di grazia e di carità. Dante nel Letè, per così dire, di Creta, ossia nel fiume di lagrime che deriva dalla fessura del veglio, ha riconosciuta la salvazione dal peccato, prima nella sua forma unica di peccato originale che tutti i peccati virtualmente comprende, poi nelle sue quattro forme, ch'egli riduce a tre, mettendo insieme le due incontinenze, di peccato attuale: la salvazione con l'opera, prima, della Redenzione o del battesimo, che è una natività nuova ed è la salute in genere; poi con l'ausilio delle quattro virtù: temperanza e fortezza, giustizia, prudenza. Il fiume di lagrime, come mitologicamente ha il nome di Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito, come per i corporalmente mortiha il significato di peccato originale e di incontinenza (di concupiscibile e irascibile) e di ingiustizia col solo cuore e di ingiustizia anche con l'intelletto; ossia di assoluta inordinazione totale, e d'inordinazione, prima, nelle due passioni dell'anima sensitiva e poi anche nella volontà, e poi anche nell'intelletto; così misticamente, nel suo aspetto di Letè figurato in Creta, si chiama Redenzione, e poi temperanza e fortezza, e poi giustizia, e poi prudenza. Non dunque Dante ha seguito il contemplante in questi uffizi del quadruplice o quintuplice fonte. Ma passiamo al Letè vero, al Letè che sgorga dal Paradiso terrestre vero, non dall'Ida che lo raffigura, come il sogno la cosa.Dante nel suo Letè fonde le due idee di S. Bernardo: le due idee del fonte di vita che dalla ferita di Gesù morto è sgorgato a farci salvi, e del fonte di misericordia, nel quale ci laviamo dai nostri peccati. Tuttavia egli ha continuato a leggere il sermone: “Ma non solo questo è l'uso delle acque; nè soltanto esse lavano le macchie, ma e la sete estinguono„. Ora nel Paradiso terrestre Dante pone anche un altro fiume, l'Eunoè. In questo Dante non è tuffato, ma vi beve:[717]s'io avessi, lettor, più lungo spazioda scrivere, io pur canterei in partelo dolce ber che mai non m'avria sazio.Gli altri fonti di S. Bernardo versano acque di “discrezione„ che si bevono, per abitare nella sapienza e meditare nella giustizia; acque dolci di “devozione„per irrigare le piante novelle,[718]acque di “emulazione„ fervide per cuocere gli affetti nostri; dolci quelle per amare la giustizia, bollenti queste per odiar l'iniquità. Che tutti questi concetti Dante assommi nello Eunoè, vedesi dal fatto che a Eunoè beve, che il bere è dolce e ravviva le virtù, e più da ciò che colui che beve ritorna dall'onda come se fosse stato irrigato:[719]comepiante novellerinnovellate di novella fronda.Il fiume di lagrime deriva da una fessura del gran veglio. Il Letè va al centro della terra, per una buca “ch'egli ha roso„. Per questa buca Dante e Virgilio escono dalla tomba del peccato “a riveder le stelle„.[720]La fessura della statua e il foro del sasso hanno relazione tra loro, come l'Acheronte e il Letè. In verità v'hanno i fori nella pietra, che s'interpretano per le piaghe del Cristo: chè pietra è il Cristo.[721]Sono buoni fori, quelli, che ci dànno la fede della risurrezione. Da quei fori sgorga la misericordia: per quelle fessure (rimas) possiamo suggere il miel dalla pietra e l'olio dal sasso durissimo. Di più, il Cristo ci introdusse “in sancta„ per quei fori aperti. Per il foro di Letè, sale Dantea' piedi del santo monte, dove è il veglio solo, fregiato di lume dai raggi delle quattro luci sante.[722]Dante entra nella tomba con la morte del Salvatore; risorge per la buca della pietra, che dà la fede della risurrezione. Ma Bernardo oltre le “sancta„, ricorda le “sancta sanctorum„; come oltre il Purgatorio e il Paradiso terrestre, c'è il Paradiso celeste. Chi entra nel santo, vede solo le spalle del Signore; solo chi meritò di entrare insancta sanctorum, vedrà la faccia di lui, stante, cioè la chiarità dell'incommutabile. E così il pensiero di Dante si riscontra con quello del contemplante, in ciò che Dante entrando dalla porta rotta dell'Inferno e passando l'Acheronte, cioè la raffigurazione mistica di quel foro nel sasso e di quel fiumicello, entrain sanctae vede le spalle del Signore; e salendo poi per il foro e passando il Letè vede del Signore il viso e la chiarità. Dante invero, di cerchio in cerchio scendendo per l'inferno oscuro, va verso Dio; ma Dio dai demoni e dai dannati ha torta la faccia; sì che egli ne vede le spalle; e poi salendo di cornice in cornice per il santo monte, ha la faccia conversa, dove è conversa quella dei penitenti: a Dio; e poi a Dio con Beatrice ascenderà.Ma che è questo entrare nel foro della pietra? questo entrare nel santo, e nel santo dei santi? È “contemplare„. E S. Bernardo distingue due gradi di contemplazione, meno e più intensa e soave: l'una intorno allo stato e felicità e gloria della città superna; in qual atto o quiete sia occupata quella grande moltitudine di celesti; l'altra intorno alla maestà, eternità, divinità del re stesso. La prima èsignificata nelle “caverne di macerie„, la seconda nella “pietra„.[723]Le caverne di macerie? Ecco. S. Bernardo dà l'essenza mistica di quel versetto del cantico: “La mia colomba nei fori della pietra, nelle caverne di macerie: mostrami la tua faccia, suoni la tua voce nelle mie orecchie„. I fori della pietra sono dunque le piaghe del Salvatore. L'anima deve nelle piaghe del Salvatore fissarsi con tutta devozione, e con assidua meditazione restare in quelle. Le caverne di macerie sono i luoghi degli angeli che per la superbia caddero, lasciati quasi vuoti da loro:[724]“le quali hanno a essere riempite d'uomini, comerovineda rifarsi con pietre vive„. Altrove e altre e per altra causa sono le rovine dell'inferno di Dante; sebbene siano con gli angeli caduti in qualche rapporto, e sebbene siano anch'esse destinate alla salute degli uomini. Ma perfettamente si riscontrano le rovine dantesche con quelle di Bernardo, nel loro significato mistico. Poichè le rovine nei cieli, dice S. Bernardo, “dalle studiose e pie menti non solo si trovano, ma si fanno„. In che modo? dice. “Con la meditazione e con la bramosia. Cede invero, a mo' di macerie molle, la pia macerie al desiderio dell'anima, cede alla pura contemplazione, cede alla frequente orazione„. Le fa, insomma, la mente, queste caverne; contemplando; e questa contemplazione è appunto quella meno soave delle due; quella intorno agli atti e ai riposi della moltitudine dei celesti. La più soave è invece raffigurata nel forodella pietra; e anche per questa, la mente, con la contemplazione stessa, fora la pietra.Ora le rovine dell'inferno furono cagionate dalla morte del Redentore; non dal viatore che per esse prese via. Il foro nella pietra fu aperto dal fonte della misericordia, non da colui che per quello sale a veder le stelle. Ma ricordiamo il concepimento iniziale della discesa negli inferi e del passaggio dell'Acheronte. In Gesù l'uomo scende, in Gesù l'uomo passa. Si rinnova il terremoto stesso che alla morte del Redentore scrollò gli abissi e fece le tre rovine. Le tre rovine sono come rinnovate da colui che scende e muore in Gesù. Misticamente dunque Dante fa da sè le caverne di macerie, le rovine di contemplazione. Le quali non rappresentano, è vero, la meditazione intorno agli atti e ai riposi dei celesti; ma è anche vero che non sono nei cieli, sì negli abissi; e quindi rappresentano la contemplazione non di atti di pietà, ma di disperazione, non di riposi beati, ma di martorii crudeli; e non di celesti, ma di dannati. E così Dante ha stupendamente corretto il pensiero del veggente di Chiaravalle; perchè questa di Dante è sì, e veramente, contemplazione per la quale si vedono le spalle (posteriora) di Dio; chè l'inferno è popolato di aversi.[725]Dante ha obbedito a S. Bernardo. Questi grida: “Entra nella pietra, nasconditi nella fossa... All'anima ancora inferma ed inerte si mostra la fossa della terra, dove si celi, finchè riprenda forza e profitti,sì che possa da sè scavare i fori nella pietra, per entrare nel più intimo del Verbo, con vigore e purità d'animo„.[726]E Dante s'è nascosto sotterra; il che vuol dire: egli contempla. Non basta: egli non saprebbe portare ad altri il frutto della contemplazione sua. Dice S. Bernardo che non suona la voce del contemplante, se non scava il foro da sè. Da sè scavò il foro l'autore dell'Apocalissi, che s'immerse nei penetrali del Verbo. Da sè, colui che parlava sapienza tra i perfetti, sapienza nascosta nel mistero; che giunse al terzo cielo dove udì parole ineffabili che non gli fu lecito ripetere. Ora Dante dichiara sè simile a questi due perchè egli afferma di avere avuto nel cielo comando, non che licenza, di ridire le parole della sua contemplazione. Pietro in persona lassù gli dice:[727]Apri la bocca,e non asconder quel ch'io non ascondo!In ciò è la singolar grandezza dell'assunto di Dante; in ciò è la confessione della piena coscienza che egli ne aveva. La voce della contemplazione sua non risonò soltanto nel segreto della sua coscienza, come il gorgoglio del fiumicello che si ode e non si vede; ma egli la gettò fra gli uomini e fece manifesta la sua visione.[728]Egli dunque, secondo la misticaespressione di S. Bernardo, da sè fece le caverne di macerie, da sè scavò il duro sasso. Il che torna a dire, che ogni uomo può salvarsi scendendo col Redentore e col Redentore risalendo; ma che a ben pochi è dato vedere quello che al veggente di Patmo e all'Apostolo delle genti e a Dante; e a ben pochi ripetere le parole del mistero, come non a Paolo e sì a Dante.Poichè egli “abitando nella fossa sotterranea aveva tanto profittato nel sanare l'occhio interiore che a faccia aperta potè contemplare la gloria di Dio; e solo allora potè, quello che vide, parlarefiducialiter, piacente e di voce e di aspetto„.Fiducialiter, cioè rimossa ogni menzogna. Piacente di voce, sebbene ella sia per essere molesta nel primo gusto; e piacente di faccia, perchè non poco onore a lui verrà da quel vento che percuote le cime, da quel vento che è il suo grido.[729]II.Il corto andare è il cammino della vita attiva o del mondo; l'altro viaggio è quello della vita contemplativa o di Deo. Virgilio guiderà Dante in questo viaggio dal passo della selva, cioè dell'Acheronte,al Letè: lo guiderà per l'oltremondo dell'espiazione e per quello della purgazione. Nel primo, Dante morrà di tre morti; alla tenebra, alla concupiscenza o alla carne, e al veleno o alla malizia. Questa divisione è nel secondo? Nel primo, Dante contemplerà gli effetti divini di tre disposizioni, di peccato attuale; dell'incontinenza, cioè, doppia, di concupiscibile e d'irascibile; della violenza o malizia con forza o bestialità, e della malizia con frode: contemplerà qualche cosa di simile anche nel secondo?Quanto al primo quesito, il purgatorio di Dante ha in vero tre grandi parti: l'antipurgatorio, il vero purgatorio, il paradiso terrestre. Dopo la cornice della lussuria, v'ha una scala per la quale si ascende alla cima del santo monte. “Sul grado supremo„ Virgilio proclama Dante libero:[730]libero, dritto e sano è tuo arbitrio.Il limbo è chiamato “primo grado„[731]e “cerchio superno„. Non è forse caso. Il fatto è che nel grado superno, là, è asserita la libertà dello arbitrio; nel primo grado o nel cerchio superno, qua, è il difetto di cotesta libertà. Dall'un grado si vede il sole che riluce in fronte; l'altro è tristo di tenebre. Qua è una foresta divina; là è una selva di spiriti spessi. Qua un fiume che cancella le colpe; là un fiume che è vita ai vivi, ma morte ai morti; un fiume qua d'innocenza, là di peccato. Oltre questo, sono gli occhi belli di Beatrice, è uno splendore “di viva luce eterna„, la sua seconda bellezza, il suo riso:[732]oltre quello, oscurità e martòro. Questa parte del purgatorio è il contrario di quella parte dello inferno.[733]La divisione mediana del purgatorio comprende sette cornici di anime che purgano le caligini del mondo,[734]che risolvono le schiume della loro coscienza,[735]che si mondano per tornar belle,[736]che ristorano qualche difetto e ricompiono qualche negligenza e indugio,[737]che si purgano e mondano, come è detto a ogni tratto; sì che al fine suona la voce,Beati mundo corde. Si tratta d'una macchia, o, come è anche detto con molta somiglianza, d'una cicatrice e quasi d'un rammendo.[738]Questa macchia o cicatrice o caligine o schiuma, questo, insomma, residuo del peccato, è così spiegato: “C'è come un tatto dell'anima, quand'ella si attacca, mediante l'amore, ad alcune cose. Or quando pecca, aderisce ad alcune cose contro il lume della ragione e della legge divina... onde questo danno di lucentezza, proveniente da tale contatto, si chiama, metaforicamente, macchia dell'anima„.[739]Questo è il pensiero di Dante, che fa le colpe, cioè le macchie di queste anime derivare da amore,[740]cioè da una conversione, non perciò da malizia. Or poichè la conversione è più propria dei peccati carnali, cosìin certo modotutta questa parte del purgatorio è carne; tanto più che ombra dai dottori è sostituita, in tali metafore, a macchia;[741]e ombra dice Dante quella della carne. E l'antipurgatorio èdi anime che si rivolsero a Dio nell'ultimo della vita; e furono quindi sino alloraaverseda Dio; sì che sono simili a quei peccatori dell'inferno nel cui peccato predominò l'aversione, ossia ai peccatori di malizia. Quindi anche nel purgatorio si può riscontrarein certo modoquesta divisione triplice: veleno, però cacciato; ombra della carne, che sta per isvanire, tenebra, ma al tutto fugata.Quanto alle tre disposizioni del peccato attuale, bisogna cercarle nel vero purgatorio, e non nel suo, per così dire, vestibolo, e molto meno nella sua uscita luminosa; come nell'inferno non è peccato attuale nel vestibolo e nel limbo. Nel vero purgatorio, che ha sette cornici per sette peccati, c'è questa triplice disposizione? C'è sì una triplice divisione; ma non combacia con quella. È di amore che può errare[742]per malo obbietto,o per troppo o per poco di vigore.Malizia, bestialità, incontinenza non corrispondono a questo triplice errore, se non nel numero di tre. Ma osserviamo che nell'inferno la divisione Aristotelica non si svolge in modo da creare una simmetria nell'ordine dei cerchi, così che, per esempio, la malizia abbia lo stesso numero di cerchi che l'incontinenza o la bestialità; mentre la distinzione platonica del purgatorio fa che l'errore di amore per troppo abbia lo stesso numero di cornici che l'errore per male obbietto, e quello per poco stia nel mezzo tra iprimi e i secondi. Ora nell'inferno la divisione Aristotelica è preceduta da un'altra, ispirata da Cicerone; ed è questa: la malizia è triplice, con forza, con frode, con tradimento. La bestialità è fatta uguale alla prima specie di malizia. La incontinenza, che poi si aggiunge, è detta essere di quattro ordini di peccatori, così nominati:[743]quei della palude pingue,che porta il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue.E nel modo di questo novero e per tante altre ragioni si vede che l'incontinenza è dichiarata dal poeta come di due specie: di concupiscibile e d'irascibile. Prendendo questa nuova divisione, che equivale a quella di Aristotele, abbiamo dunque: malizia triplice, incontinenza duplice. L'incontinenza duplice comprende tre cerchi di concupiscenza e uno di irascibile. Or dunque incontinenza triplice di concupiscibile, incontinenza d'irascibile, malizia triplice si riscontrano con la partizione del purgatorio, che è di triplice errore per troppo di vigore, unico per poco, triplice per malo obbietto? L'incontinenza prima è disordine nell'appetito concupiscibile; la seconda, disordine nell'appetito irascibile; la malizia, disordine nella volontà, nella volontà e nell'intelletto: diciamo, nella ragione. Che cosa è l'error d'amore?L'amore che erra per malo obbietto si chiama altrove dal poeta cupidità, che è il contrario di amor che drittamente spira. Questa si “liqua„ in volontà di male o ingiusta. Nello inferno ella genera i peccatidi malizia di cui ingiuria è il fine; nel purgatorio quelli di coloro che sperarono eccellenza, che temerono di perdere podere, grazia, onore e fama, che si adontarono per ingiuria ricevuta.[744]In questi peccati dunque sarebbe stata volontà iniqua, perchè vi fu cupidità. In vero la loro reità è più complessa che quella dei peccati per poco o troppo di vigore. Dice il poeta:[745]Ciascun confusamente un bene apprende,nel qual si queti l'animo, e desira:perchè di giugner lui ciascun contende.Se lento amor in lui veder vi tira,o a lui acquistar, questa cornice,dopo giusto penter, ve ne martira.L'animo è qui, come in Dante spesso se non sempre, appetito sensitivo. “L'amore è qualche cosa che appartiene all'appetito.„[746]E questo appetito è quello sensitivo, differente dal naturale e differente dal razionale o intellettivo, ossia volontà: è quell'appetito che negli uomini, a differenza dei bruti partecipa della ragione, in quanto alla ragione ubbidisce. E come questo appetito è concupiscibile o irascibile, così del concupiscibile è l'amore rispetto al bene assolutamente e dell'irascibile rispetto all'arduo.[747]Or questa lentezza d'amore è certo rispetto all'arduo, poichè arduo parve il bene da vedere o da acquistare, a quelle anime, sì che adesso in loro “fervore acuto„ricompie forse negligenza e indugioda lor per tepidezza in ben far messo.[748]Dunque in essi è un errore dell'animo o dell'appetito irascibile. E negli altri?[749]Altro ben è che non fa l'uom felice:. . . . . . . . . . . . .L'amor che ad esso troppo s'abbandonadi sovra a noi si piange per tre cerchi.Poichè questo bene è la ricchezza, il cibo e la carne, s'intende senz'altro che in quelle anime è un errore triforme dell'appetito concupiscibile.In queste colpe vi fu dunque un “ordine corrotto„,[750]diciamo un'inordinazione, nel correre al bene. L'inordinazione consiste nell'abbandonarvisi troppo, a codesto bene.[751]Non c'è dunque alcuna differenza tra questo amore che s'abbandona troppo al bene che non fa l'uomo felice; e l'incontinenza di concupiscibile. Non importa aggiungere come appunto per quella forma di codesto triforme amore, la quale si chiama più comunemente amore, si proclami presa e condotta a morte, Francesca. Nè alcuno vorrà trovare sostanzial divario tra la colpa di Ciacco e quella di Bonagiunta. E il papa avaro del purgatorio dichiara con proprie parole di essere stato reo come quei bruni ad ogni conoscenza dell'inferno, simili che sono agl'ignavi; chè dice:[752]avarizia spense a ciascun benelo nostro amore, onde operar perdèsi.Eppure possiamo noi proprio dire che questi del purgatorio mondino peccati d'incontinenza? Sì d'incontinenza; ma mondano, non espiano; mondano la macchia lasciata da quei peccati. E quale è questa macchia? È l'amore che s'abbandona troppo. Chè l'amore si piange per quei tre cerchi.[753]E così il lento amore nella quarta cornice; e così, sotto a quelle, il triforme amore che erra per malo obbietto.[754]Ora l'amore è il piegar dell'animo, il quale così “entra in desire„ e non ha quiete se non nella gioia del possesso. Nel purgatorio si sconta dunque quel primissimo moto, che erra; quel desire che è troppo forte o troppo fievole; non la gioia in cui s'acqueta. Questa gioia fu ripudiata dai peccatori prima di morire.Vidi che lì non si quetava il core,esclamava l'avaro pentito. Invero tutte “converse„ sono queste anime: dal bene che non è bene, a cui volgersi è ritorcersi da Dio, si conversero al bene immutabile; e dalla tepidezza messa in ben fare passarono ad acuto fervore.Quell'amore è dunque la macchia; ma, s'intende, di quando è divenuto desiderio, prima di essersi fatto gioia. Il solo “piegare„ è “natura„.[755]Quella “prima voglia„ non è nè lodevole nè biasimevole.[756]Ora, è così semplice la macchia di quelli altri erranti d'amore?[757]È chi per esser suo vicin soppressosperaeccellenza, e sol per questobramach'ei sia di sua grandezza in basso messo;è chi podere, grazia, onore e famatemedi perder perch'altri sormonti,ondes'attristasì che il contrarioama;ed è chi per ingiuria par cheadonti,sì che si fa della vendettaghiotto,e tal convien che il male altrui impronti.In questi peccati, oltre la brama, l'amore, la ghiottornia, che non è del proprio bene direttamente, ma della soppressione, dell'abbassamento del prossimo e della vendetta su lui, è una speranza, un timore e tristizia, un adontamento. L'adontamento o è un timor di turpitudine[758]o una tristizia.[759]Speranza, dunque, e timore che si fa tristizia, sono in questi peccati che non sono in quei primi, accompagnate con un desiderio che non è del proprio bene soltanto. E questo sarà la cupidità. Ora diciamo subito che quelle sono passioni pur dell'appetito sensitivo.[760]E diciamo, che non si purga nelle tre cornici, di questo triforme amore la quiete del desiderio adempiuto, ma solo il desiderio stesso. E dunque la macchia appartiene, anche qui, al solo “animo„,ma è più nera e larga; poichè il desiderio è del male altrui, e si complica necessariamente con speranza e timore; speranza di eccellenza, timor di perdere podere, grazia, onore e fama, e conseguente tristizia, timor d'onta e tristizia che ne deriva. Or queste sono le caligini e le schiume d'un'inordinazione non soltanto dell'appetito, ma di parti più nobili dell'anima: della ragione, cioè della volontà e dell'intelletto. Valga il vero. Chi direbbe che questi tre peccati del purgatorio hanno cessato di essere spirituali? Spirituali sono concordemente affermati questi tre peccati, ira, invidia, e superbia. Ora, poichè ciò che in noi si distoglie da Dio è lo spirito e ciò che si volge al bene corporale è l'appetito, e nel purgatorio non si mondano che passioni dell'appetito, bisogna concludere che queste passioni siano, in essi tre peccati, residui di ciò per cui erano peccati spirituali; una macchia, dirò così, che è impressa dallo spirito nell'anima sensitiva.L'amor del male, dell'inferno, è dunque con la malizia, del purgatorio, nella stessa proporzione che il troppo e il lento amor del bene con l'incontinenza di concupiscibile e d'irascibile. Vi è però un divario. Quelli che nel purgatorio mondano le colpe, poniamo, di troppo amor del bene, incontinenti furono; come non pare si possa dire che furono maliziosi quelli che purgano il triforme amore del male. Rispondo qui sol questo: certi peccatori dello antipurgatorio, per esempio Manfredi di cui furono orribili i peccati,[761]e il nasuto “onde Puglia e Proenza già si duole„,[762]quel Carlo che faceva così sanguinose“ammende„,[763]quando potranno salire al monte, in qualche cornice pur si staranno; e il nuovo Dante che ve li trovi, non potrà già dire che non furono rei di malizia, sebbene purghino soltanto l'amor del male!Ma qui risorge una questione. Vi sono nel purgatorio rei di malizia, che sono in una cornice di amor soverchio del bene. Sono quelli che gridano Soddoma. Nell'inferno quelli che offesero di ciò, sono nel primo cerchietto, terzo girone, della malizia. Come? La ragione esatta è, mi pare, oltre che nel proprio modo di quel cerchietto che è mezzo tra l'incontinenza e la malizia, nel proprio modo di quella parte di girone, in cui[764]saper d'alcuno è buono;degli altri fia laudabile tacerci,chè il tempo saria corto a tanto suono;in cui i peccatori sono aggruppati in masnade che non si debbono confondere tra loro.[765]Il rimbombo stesso del fiume della violenza che cade nel giro della frode, e accompagna la vista d'un dei gruppi, ha certo valore simbolico, e significa certo che di quei peccatori alcuni hanno più d'incontinenza, altri più di malizia. Sono anche nell'inferno sodomiti in cui la prima radice del loro peccato è più nell'appetito che nella volontà. C'è anche nel girone del peccato contro natura, un divario tra gru e stornelli; quel divario che nel cerchio della lussuria mi par manifesto tra i vinti d'amore e i rotti a vizio.III.Il vero purgatorio ha sette peccati in sette cornici. C'è poi un antipurgatorio, che come, per un verso, corrisponde al “veleno„ della grande divisione dell'aquila, così, per un altro, corrisponde all'inferno del peccato originale, cioè al vestibolo e al limbo. Si riesce invero all'antipurgatorio per un foro nel sasso che equivale misticamente alla porta senza serrame. Nella tomba del peccato si entra dalla porta cui aprì la misericordia di Dio; se ne esce per un foro che la misericordia di Dio scavò nel duro sasso. Chi poi dall'antipurgatorio salga nel purgatorio trova una porta, serrata questa. Chi dall'antinferno scenda nell'inferno trova una rovina. Nell'inferno una porta aperta e una rovina; nel purgatorio un foro nel sasso e una porta chiusa. Nè manca la riviera nè manca il navicellaio. La porta dell'inferno, dopo la discesa del Cristo, è a tutti concessa: lo suo sogliare a nessuno è negato. La porta del purgatorio non si apre se non a chi voglia, a chi lo chieda, a chi si dia tre fiate nel petto.[766]Ma la stessa misericordia che abbattè quella, apre questa. Chi entra deve lavare sette piaghe. Chi scende dalla rovina, che corrisponde a questa porta, dalla rovina che è un entrare, dove è un Minos demonio, come qui è un giudice angelo; quanti peccati trova? Sette. I cerchi sono più delle cornici; ma i peccati sono sette. Virgilio dice che nei tre cerchietti ultimi dell'inferno sono punite la violenza o malizia con forza;la malizia con frode in chi non si fida; la malizia con frode in chi si fida o tradimento: tre specie di peccatori in tre cerchi. Dante chiede degli altri peccatori, ed enumera, quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia, e che si sgridano a vicenda: quattro specie di peccatori, in quattro cerchi: tre più quattro fanno sette. In queste sette specie si risolve la duplice divisione di incontinenza e malizia, che diventa trina, se consideriamo l'incontinenza d'irascibile distinta da quella di concupiscibile. Ciò nell'inferno. Nel purgatorio, in sette specie d'anime pentite si risolve la divisione di amore che erra per malo obbietto, per poco e per troppo di vigore. Poichè le due divisioni sono tra loro proporzionali, sì che, come non c'è dubbio alcuno, l'incontinenza di concupiscibile corrisponde all'amor che erra per troppo di vigore, e l'incontinenza d'irascibile, come dovrebbe già parer certo, al lento amore, e la malizia, come deve parer probabile, al triforme amor del male; poichè queste due divisioni si spicciolano ognuna in sette peccati; come non si deve concludere che questi peccati, tenuto conto che in quelli d'inferno è il “reato„ e che in quelli di purgatorio è la “macchia„; e in quelli d'inferno è, oltre la conversione a un bene mutevole, anche l'aversione dal bene immutabile, e in quelli del purgatorio l'aversione o non fu mai o non è più, e non c'è se non conversione; come non concludere che questi peccati sono gli stessi e si chiamano con lo stesso nome?Invero coloro cui porta il vento, sono detti rei di lussuria o perduti da amore; coloro cui batte la pioggia, sono puniti per la dannosa colpa della gola; coloro che s'incontran con sì aspre lingue furonotali che in loro l'avarizia mostrò il suo soperchio, sono e avari e prodighi rei di spendio “senza misura„, come appunto quelli del purgatorio, in cui fu ora avarizia e ora troppo poco d'avarizia, la “dismisura„ insomma.[767]E come questi ultimi, così quei primi espiano nell'inferno e sanano nel purgatorio la stessa colpa, che là è piaga mortale e qua piaga che si ricuce. Dei tre peccati di concupiscenza la somiglianza è perfetta: sono lussuria, gola, avarizia con prodigalità nell'inferno e nel purgatorio. E gli altri quattro?Prima di tutto, ciò che mondano, poniamo, i peccatori delle tre prime cornici è sì lussuria gola e avarizia, ma non oltre il desiderio; eppure il loro peccato ha lo stesso nome di quello che espiano con pena eterna i peccatori del secondo, terzo e quarto cerchio dell'inferno. Nulla impedisce quindi che anche ciò che purgano i peccatori delle ultime tre cornici abbia lo stesso nome del peccato che espiano i violenti, fraudolenti e traditori: o a dir meglio, che questo abbia il nome di quello, sebbene di quello non rimanga che il desiderio e la speranza, il desiderio e la tristizia, il desiderio e l'adontamento. Come il “desire„ è dei peccati di lussuria, gola e avarizia il primo motivo, così dei peccati spirituali il primo motivo è quel desiderio unito a quella speranza o a quella tristizia o a quell'adontamento; desiderio che si chiama cupidità. Or sono questi primi motivi che dànno il nome ai peccati.Ciò tanto è vero che le teste del “dificio santo„,[768]le teste che sono certo i peccati capitali, e sono non solo sette com'essi, ma distinte in quattro e tre, come i peccati capitali, cioè quattro carnali e tre spirituali, quattro d'incontinenza e tre di malizia; quelle teste hanno un corno e due corni, uno le quattro e due le tre; e i corni, unici e duplici, indicano, senza dubbio, la composizione elementare dei peccati che elle significano; e i peccati sono certo mortali, eppure sono indicati, come i veniali del purgatorio, per quell'unico “desire„ che è il primo movente dei primi quattro, e per quel “desire„ con speranza o tristizia o adontamento dei secondi tre. E la spiegazione è, ripeto, senza alcun dubbio. Nel purgatorio il poeta distingue i sette peccati in due gruppi di quattro e tre, secondo che sono contro il proprio corpo o anche contro gli altri; secondo che hanno troppo o troppo poco amor del bene ovvero hanno un malo obbietto; sicchè in più i tre hanno questo torcimento al male, che è appunto quella speranza d'eccellenza, quel timore di perdere il proprio podere e onore, quell'adontamento per l'ingiuria ricevuta. E quindi dividendoli, secondo che sono contro sè o contro il prossimo, noi dobbiamo vedere perchè quelli hanno un corno e questi due. Or chi direbbe che questo medesimo simboleggiare non dovesse valere anche per peccati da inferno? Tutta la malizia e l'ingiustizia è fatta dal Poeta, che segue S. Agostino, uguale a cupidità; ma cupidità non è che una tendenza dell'anima sensitiva: è il seme, non la pianta; pure col nome del seme si può indicare la pianta.Or Dante, più per la sua finzione di essere un discepolo che via via si scaltrisce, di quel che per vana pompa, con questi suoi modi di chiamar la pianta per il seme, ci ha tratti lungamente in inganno: come con quella parola “ira„, che è passione, e buona e mala, ed è peccato. Lo stesso è di quest'altra parola “avarizia„ che è passione, significando “desire„ di ricchezza o di bene materiale, e valendo anche peccato speciale. Così quando dice al papa che springa con le piote:[769]

A te convien tenere altro viaggio:rispose, poi che lagrimar mi vide;se vuoi campar d'esto loco selvaggio:

A te convien tenere altro viaggio:rispose, poi che lagrimar mi vide;se vuoi campar d'esto loco selvaggio:

il qual loco è la piaggia diserta, o il mondo coperto e gravido d'ogni malizia.[708]Il viaggio lo circoscrive Virgilio stesso: sarà per loco eterno; comincerà dalle disperate strida del vestibolo e finirà coi canti nel fuoco. Egli lascerà nel suo partire Dante con anima più degna, con la quale potrà, se vorrà, salire alle beate genti.[709]Invero sulle sponde di Letè lo lascia in conspetto di Beatrice. Letè è il fiume che dal paradiso terrestre cala giù per i balzi del purgatorio e scende, non noto che per il suono del suo cadere, al centro della terra,[710]

per la buca di un sasso ch'egli ha roso.

per la buca di un sasso ch'egli ha roso.

Quattro fiumi Dante attraverserà prima di giungere a quello. E quei quattro fiumi scendono dal luogo dove gli uomini sognarono il Paradiso terrestredal quale discende veramente il quinto. Misticamente hanno la stessa origine, e misticamente riescono allo stesso fine. E i quattro fiumi dell'inferno non sono che l'unico Acheronte il quale sgorga dalla ferita della natura umana. E il Letè va al centro della terra per una ferita ch'esso fece. E misticamente l'Acheronte e il Letè sono lo stesso fiume; e Dante passa l'uno e l'altro con circostanze simili. Invero egli cade, là, come l'uom cui sonno piglia; qua, cade vinto.[711]Là, dopo il passo, trova le tre disposizioni che il ciel non vuole, che sono le quattro ferite, contro le quali sono le quattro virtù cardinali. E queste esercita, riacquista, passando sempre quel fiume unico ne' suoi ultimi tre aspetti, che equivalgono a quattro, di fiume tristo (per le due incontinenze) e fiume di fuoco (per la violenza) e fiume di gelo (per la frode). Dopo il passo di Acheronte egli ha insomma esercitate le quattro virtù cardinali. Qua, dopo il passo di Letè, trova “quattro belle„ che, ninfe nella divina foresta e stelle nel cielo, sono le quattro virtù cardinali.[712]

L'Acheronte è, per i corporalmente morti, la seconda morte: quella inflitta dal peccato in genere, dal peccato d'origine, dal peccato che è il peccato. Ma per i corporalmente vivi, il passarlo è morire a quella morte, a quel peccato. Dunque esso cambia in certo modo natura. In vero esso è per i vivi il Letè. Nel fatto il Letè cancella pur la memoria del peccato, cioè dei peccati singoli che sono tutti insieme virtualmente contenuti nel primo. Or qual nomecristiano potremo dare al Letè? All'Acheronte questo: morte, tenebra, peccato: peccato originale in lui stesso, peccato attuale nel suo corso sotto altri nomi e con altri aspetti. A Letè, quale? Vi è una fonte che non mai potrà seccare: la misericordia, secondo la quale, a testimonianza di S. Paolo, il Cristo ci fece salvi.[713]“Nostro fonte è il Cristo Signore, onde ci abbiamo a lavare, come è scritto: Colui che ci amò e ci lavò dai nostri peccati„.[714]Or questo fonte il contemplante di Chiaravalle dice che è uno dei quattro fonti del Paradiso terreno, il quale è Gesù. E dice ancora che in essi quattro fonti sono raffigurate le quattro ferite del Salvatore.

Ma il Salvatore ebbe quattro ferite, due ai piedi e due alle mani, da vivo; e una quinta al costato, da morto. Quest'ultima si dice: “fonte di vita„. In sè Gesù morto, nella sua morte Gesù aprì a noi la fonte di vita. Abbiamo già detto come la fessura del gran veglio, onde sgorgano le lagrime che fanno Acheronte, figurando il peccato originale, raffigura anche virtualmente l'espiazione di quello assunta dal Cristo in sè. È ovvio dunque pensare e credere che quella fessura donde sgorgano quattro fiumi, quellavulneratioche si esplica in quattro ferite, raffiguri ancora la grande ferita al costato di Gesù morto, ferita donde sgorgò la fonte di vita, e le altre quattro ai piedi e alle mani di Gesù vivo, donde sgorgarono altre quattro fonti. Or noi vediamo chiaramente il pensiero di Dante. La fessura del gran veglio è anche la ferita al costato, di Gesù. La natura umanafu assunta dal Dio: quindi in esso ella ebbe quella ferita ed esso in quella.[715]L'apriva, quella ferita, Adamo, peccando. E ne sgorgano quattro fiumi, dei quali il primo è per il peccato originale e gli altri tre per le tre disposizioni male.

Dante voleva metter d'accordo Aristotele con questi concepimenti mistici di Beda e di Bernardo. E tuttavia cinque fonti anch'esso riconosce, perchè quando Virgilio gli ha parlato dei quattro fiumi, esce a chiedere: E Letè? Letè egli fa derivare dal Paradiso terrestre e scendere giù giù sino al centro della terra a incontrare la foce dell'altro che scende da Creta. E Letè è misticamente l'Acheronte stesso, e nel tempo stesso è la quinta delle perenni fontane.

S. Bernardo[716]riconosce nella ferita al costato l'origine del fonte di vita, e nelle altre quattro i fonti di misericordia, di sapienza, di grazia e di carità. Dante nel Letè, per così dire, di Creta, ossia nel fiume di lagrime che deriva dalla fessura del veglio, ha riconosciuta la salvazione dal peccato, prima nella sua forma unica di peccato originale che tutti i peccati virtualmente comprende, poi nelle sue quattro forme, ch'egli riduce a tre, mettendo insieme le due incontinenze, di peccato attuale: la salvazione con l'opera, prima, della Redenzione o del battesimo, che è una natività nuova ed è la salute in genere; poi con l'ausilio delle quattro virtù: temperanza e fortezza, giustizia, prudenza. Il fiume di lagrime, come mitologicamente ha il nome di Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito, come per i corporalmente mortiha il significato di peccato originale e di incontinenza (di concupiscibile e irascibile) e di ingiustizia col solo cuore e di ingiustizia anche con l'intelletto; ossia di assoluta inordinazione totale, e d'inordinazione, prima, nelle due passioni dell'anima sensitiva e poi anche nella volontà, e poi anche nell'intelletto; così misticamente, nel suo aspetto di Letè figurato in Creta, si chiama Redenzione, e poi temperanza e fortezza, e poi giustizia, e poi prudenza. Non dunque Dante ha seguito il contemplante in questi uffizi del quadruplice o quintuplice fonte. Ma passiamo al Letè vero, al Letè che sgorga dal Paradiso terrestre vero, non dall'Ida che lo raffigura, come il sogno la cosa.

Dante nel suo Letè fonde le due idee di S. Bernardo: le due idee del fonte di vita che dalla ferita di Gesù morto è sgorgato a farci salvi, e del fonte di misericordia, nel quale ci laviamo dai nostri peccati. Tuttavia egli ha continuato a leggere il sermone: “Ma non solo questo è l'uso delle acque; nè soltanto esse lavano le macchie, ma e la sete estinguono„. Ora nel Paradiso terrestre Dante pone anche un altro fiume, l'Eunoè. In questo Dante non è tuffato, ma vi beve:[717]

s'io avessi, lettor, più lungo spazioda scrivere, io pur canterei in partelo dolce ber che mai non m'avria sazio.

s'io avessi, lettor, più lungo spazioda scrivere, io pur canterei in partelo dolce ber che mai non m'avria sazio.

Gli altri fonti di S. Bernardo versano acque di “discrezione„ che si bevono, per abitare nella sapienza e meditare nella giustizia; acque dolci di “devozione„per irrigare le piante novelle,[718]acque di “emulazione„ fervide per cuocere gli affetti nostri; dolci quelle per amare la giustizia, bollenti queste per odiar l'iniquità. Che tutti questi concetti Dante assommi nello Eunoè, vedesi dal fatto che a Eunoè beve, che il bere è dolce e ravviva le virtù, e più da ciò che colui che beve ritorna dall'onda come se fosse stato irrigato:[719]

comepiante novellerinnovellate di novella fronda.

comepiante novellerinnovellate di novella fronda.

Il fiume di lagrime deriva da una fessura del gran veglio. Il Letè va al centro della terra, per una buca “ch'egli ha roso„. Per questa buca Dante e Virgilio escono dalla tomba del peccato “a riveder le stelle„.[720]La fessura della statua e il foro del sasso hanno relazione tra loro, come l'Acheronte e il Letè. In verità v'hanno i fori nella pietra, che s'interpretano per le piaghe del Cristo: chè pietra è il Cristo.[721]Sono buoni fori, quelli, che ci dànno la fede della risurrezione. Da quei fori sgorga la misericordia: per quelle fessure (rimas) possiamo suggere il miel dalla pietra e l'olio dal sasso durissimo. Di più, il Cristo ci introdusse “in sancta„ per quei fori aperti. Per il foro di Letè, sale Dantea' piedi del santo monte, dove è il veglio solo, fregiato di lume dai raggi delle quattro luci sante.[722]Dante entra nella tomba con la morte del Salvatore; risorge per la buca della pietra, che dà la fede della risurrezione. Ma Bernardo oltre le “sancta„, ricorda le “sancta sanctorum„; come oltre il Purgatorio e il Paradiso terrestre, c'è il Paradiso celeste. Chi entra nel santo, vede solo le spalle del Signore; solo chi meritò di entrare insancta sanctorum, vedrà la faccia di lui, stante, cioè la chiarità dell'incommutabile. E così il pensiero di Dante si riscontra con quello del contemplante, in ciò che Dante entrando dalla porta rotta dell'Inferno e passando l'Acheronte, cioè la raffigurazione mistica di quel foro nel sasso e di quel fiumicello, entrain sanctae vede le spalle del Signore; e salendo poi per il foro e passando il Letè vede del Signore il viso e la chiarità. Dante invero, di cerchio in cerchio scendendo per l'inferno oscuro, va verso Dio; ma Dio dai demoni e dai dannati ha torta la faccia; sì che egli ne vede le spalle; e poi salendo di cornice in cornice per il santo monte, ha la faccia conversa, dove è conversa quella dei penitenti: a Dio; e poi a Dio con Beatrice ascenderà.

Ma che è questo entrare nel foro della pietra? questo entrare nel santo, e nel santo dei santi? È “contemplare„. E S. Bernardo distingue due gradi di contemplazione, meno e più intensa e soave: l'una intorno allo stato e felicità e gloria della città superna; in qual atto o quiete sia occupata quella grande moltitudine di celesti; l'altra intorno alla maestà, eternità, divinità del re stesso. La prima èsignificata nelle “caverne di macerie„, la seconda nella “pietra„.[723]

Le caverne di macerie? Ecco. S. Bernardo dà l'essenza mistica di quel versetto del cantico: “La mia colomba nei fori della pietra, nelle caverne di macerie: mostrami la tua faccia, suoni la tua voce nelle mie orecchie„. I fori della pietra sono dunque le piaghe del Salvatore. L'anima deve nelle piaghe del Salvatore fissarsi con tutta devozione, e con assidua meditazione restare in quelle. Le caverne di macerie sono i luoghi degli angeli che per la superbia caddero, lasciati quasi vuoti da loro:[724]“le quali hanno a essere riempite d'uomini, comerovineda rifarsi con pietre vive„. Altrove e altre e per altra causa sono le rovine dell'inferno di Dante; sebbene siano con gli angeli caduti in qualche rapporto, e sebbene siano anch'esse destinate alla salute degli uomini. Ma perfettamente si riscontrano le rovine dantesche con quelle di Bernardo, nel loro significato mistico. Poichè le rovine nei cieli, dice S. Bernardo, “dalle studiose e pie menti non solo si trovano, ma si fanno„. In che modo? dice. “Con la meditazione e con la bramosia. Cede invero, a mo' di macerie molle, la pia macerie al desiderio dell'anima, cede alla pura contemplazione, cede alla frequente orazione„. Le fa, insomma, la mente, queste caverne; contemplando; e questa contemplazione è appunto quella meno soave delle due; quella intorno agli atti e ai riposi della moltitudine dei celesti. La più soave è invece raffigurata nel forodella pietra; e anche per questa, la mente, con la contemplazione stessa, fora la pietra.

Ora le rovine dell'inferno furono cagionate dalla morte del Redentore; non dal viatore che per esse prese via. Il foro nella pietra fu aperto dal fonte della misericordia, non da colui che per quello sale a veder le stelle. Ma ricordiamo il concepimento iniziale della discesa negli inferi e del passaggio dell'Acheronte. In Gesù l'uomo scende, in Gesù l'uomo passa. Si rinnova il terremoto stesso che alla morte del Redentore scrollò gli abissi e fece le tre rovine. Le tre rovine sono come rinnovate da colui che scende e muore in Gesù. Misticamente dunque Dante fa da sè le caverne di macerie, le rovine di contemplazione. Le quali non rappresentano, è vero, la meditazione intorno agli atti e ai riposi dei celesti; ma è anche vero che non sono nei cieli, sì negli abissi; e quindi rappresentano la contemplazione non di atti di pietà, ma di disperazione, non di riposi beati, ma di martorii crudeli; e non di celesti, ma di dannati. E così Dante ha stupendamente corretto il pensiero del veggente di Chiaravalle; perchè questa di Dante è sì, e veramente, contemplazione per la quale si vedono le spalle (posteriora) di Dio; chè l'inferno è popolato di aversi.[725]

Dante ha obbedito a S. Bernardo. Questi grida: “Entra nella pietra, nasconditi nella fossa... All'anima ancora inferma ed inerte si mostra la fossa della terra, dove si celi, finchè riprenda forza e profitti,sì che possa da sè scavare i fori nella pietra, per entrare nel più intimo del Verbo, con vigore e purità d'animo„.[726]E Dante s'è nascosto sotterra; il che vuol dire: egli contempla. Non basta: egli non saprebbe portare ad altri il frutto della contemplazione sua. Dice S. Bernardo che non suona la voce del contemplante, se non scava il foro da sè. Da sè scavò il foro l'autore dell'Apocalissi, che s'immerse nei penetrali del Verbo. Da sè, colui che parlava sapienza tra i perfetti, sapienza nascosta nel mistero; che giunse al terzo cielo dove udì parole ineffabili che non gli fu lecito ripetere. Ora Dante dichiara sè simile a questi due perchè egli afferma di avere avuto nel cielo comando, non che licenza, di ridire le parole della sua contemplazione. Pietro in persona lassù gli dice:[727]

Apri la bocca,e non asconder quel ch'io non ascondo!

Apri la bocca,e non asconder quel ch'io non ascondo!

In ciò è la singolar grandezza dell'assunto di Dante; in ciò è la confessione della piena coscienza che egli ne aveva. La voce della contemplazione sua non risonò soltanto nel segreto della sua coscienza, come il gorgoglio del fiumicello che si ode e non si vede; ma egli la gettò fra gli uomini e fece manifesta la sua visione.[728]Egli dunque, secondo la misticaespressione di S. Bernardo, da sè fece le caverne di macerie, da sè scavò il duro sasso. Il che torna a dire, che ogni uomo può salvarsi scendendo col Redentore e col Redentore risalendo; ma che a ben pochi è dato vedere quello che al veggente di Patmo e all'Apostolo delle genti e a Dante; e a ben pochi ripetere le parole del mistero, come non a Paolo e sì a Dante.

Poichè egli “abitando nella fossa sotterranea aveva tanto profittato nel sanare l'occhio interiore che a faccia aperta potè contemplare la gloria di Dio; e solo allora potè, quello che vide, parlarefiducialiter, piacente e di voce e di aspetto„.

Fiducialiter, cioè rimossa ogni menzogna. Piacente di voce, sebbene ella sia per essere molesta nel primo gusto; e piacente di faccia, perchè non poco onore a lui verrà da quel vento che percuote le cime, da quel vento che è il suo grido.[729]

Il corto andare è il cammino della vita attiva o del mondo; l'altro viaggio è quello della vita contemplativa o di Deo. Virgilio guiderà Dante in questo viaggio dal passo della selva, cioè dell'Acheronte,al Letè: lo guiderà per l'oltremondo dell'espiazione e per quello della purgazione. Nel primo, Dante morrà di tre morti; alla tenebra, alla concupiscenza o alla carne, e al veleno o alla malizia. Questa divisione è nel secondo? Nel primo, Dante contemplerà gli effetti divini di tre disposizioni, di peccato attuale; dell'incontinenza, cioè, doppia, di concupiscibile e d'irascibile; della violenza o malizia con forza o bestialità, e della malizia con frode: contemplerà qualche cosa di simile anche nel secondo?

Quanto al primo quesito, il purgatorio di Dante ha in vero tre grandi parti: l'antipurgatorio, il vero purgatorio, il paradiso terrestre. Dopo la cornice della lussuria, v'ha una scala per la quale si ascende alla cima del santo monte. “Sul grado supremo„ Virgilio proclama Dante libero:[730]

libero, dritto e sano è tuo arbitrio.

libero, dritto e sano è tuo arbitrio.

Il limbo è chiamato “primo grado„[731]e “cerchio superno„. Non è forse caso. Il fatto è che nel grado superno, là, è asserita la libertà dello arbitrio; nel primo grado o nel cerchio superno, qua, è il difetto di cotesta libertà. Dall'un grado si vede il sole che riluce in fronte; l'altro è tristo di tenebre. Qua è una foresta divina; là è una selva di spiriti spessi. Qua un fiume che cancella le colpe; là un fiume che è vita ai vivi, ma morte ai morti; un fiume qua d'innocenza, là di peccato. Oltre questo, sono gli occhi belli di Beatrice, è uno splendore “di viva luce eterna„, la sua seconda bellezza, il suo riso:[732]oltre quello, oscurità e martòro. Questa parte del purgatorio è il contrario di quella parte dello inferno.[733]

La divisione mediana del purgatorio comprende sette cornici di anime che purgano le caligini del mondo,[734]che risolvono le schiume della loro coscienza,[735]che si mondano per tornar belle,[736]che ristorano qualche difetto e ricompiono qualche negligenza e indugio,[737]che si purgano e mondano, come è detto a ogni tratto; sì che al fine suona la voce,Beati mundo corde. Si tratta d'una macchia, o, come è anche detto con molta somiglianza, d'una cicatrice e quasi d'un rammendo.[738]Questa macchia o cicatrice o caligine o schiuma, questo, insomma, residuo del peccato, è così spiegato: “C'è come un tatto dell'anima, quand'ella si attacca, mediante l'amore, ad alcune cose. Or quando pecca, aderisce ad alcune cose contro il lume della ragione e della legge divina... onde questo danno di lucentezza, proveniente da tale contatto, si chiama, metaforicamente, macchia dell'anima„.[739]Questo è il pensiero di Dante, che fa le colpe, cioè le macchie di queste anime derivare da amore,[740]cioè da una conversione, non perciò da malizia. Or poichè la conversione è più propria dei peccati carnali, cosìin certo modotutta questa parte del purgatorio è carne; tanto più che ombra dai dottori è sostituita, in tali metafore, a macchia;[741]e ombra dice Dante quella della carne. E l'antipurgatorio èdi anime che si rivolsero a Dio nell'ultimo della vita; e furono quindi sino alloraaverseda Dio; sì che sono simili a quei peccatori dell'inferno nel cui peccato predominò l'aversione, ossia ai peccatori di malizia. Quindi anche nel purgatorio si può riscontrarein certo modoquesta divisione triplice: veleno, però cacciato; ombra della carne, che sta per isvanire, tenebra, ma al tutto fugata.

Quanto alle tre disposizioni del peccato attuale, bisogna cercarle nel vero purgatorio, e non nel suo, per così dire, vestibolo, e molto meno nella sua uscita luminosa; come nell'inferno non è peccato attuale nel vestibolo e nel limbo. Nel vero purgatorio, che ha sette cornici per sette peccati, c'è questa triplice disposizione? C'è sì una triplice divisione; ma non combacia con quella. È di amore che può errare[742]

per malo obbietto,o per troppo o per poco di vigore.

per malo obbietto,o per troppo o per poco di vigore.

Malizia, bestialità, incontinenza non corrispondono a questo triplice errore, se non nel numero di tre. Ma osserviamo che nell'inferno la divisione Aristotelica non si svolge in modo da creare una simmetria nell'ordine dei cerchi, così che, per esempio, la malizia abbia lo stesso numero di cerchi che l'incontinenza o la bestialità; mentre la distinzione platonica del purgatorio fa che l'errore di amore per troppo abbia lo stesso numero di cornici che l'errore per male obbietto, e quello per poco stia nel mezzo tra iprimi e i secondi. Ora nell'inferno la divisione Aristotelica è preceduta da un'altra, ispirata da Cicerone; ed è questa: la malizia è triplice, con forza, con frode, con tradimento. La bestialità è fatta uguale alla prima specie di malizia. La incontinenza, che poi si aggiunge, è detta essere di quattro ordini di peccatori, così nominati:[743]

quei della palude pingue,che porta il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue.

quei della palude pingue,che porta il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue.

E nel modo di questo novero e per tante altre ragioni si vede che l'incontinenza è dichiarata dal poeta come di due specie: di concupiscibile e d'irascibile. Prendendo questa nuova divisione, che equivale a quella di Aristotele, abbiamo dunque: malizia triplice, incontinenza duplice. L'incontinenza duplice comprende tre cerchi di concupiscenza e uno di irascibile. Or dunque incontinenza triplice di concupiscibile, incontinenza d'irascibile, malizia triplice si riscontrano con la partizione del purgatorio, che è di triplice errore per troppo di vigore, unico per poco, triplice per malo obbietto? L'incontinenza prima è disordine nell'appetito concupiscibile; la seconda, disordine nell'appetito irascibile; la malizia, disordine nella volontà, nella volontà e nell'intelletto: diciamo, nella ragione. Che cosa è l'error d'amore?

L'amore che erra per malo obbietto si chiama altrove dal poeta cupidità, che è il contrario di amor che drittamente spira. Questa si “liqua„ in volontà di male o ingiusta. Nello inferno ella genera i peccatidi malizia di cui ingiuria è il fine; nel purgatorio quelli di coloro che sperarono eccellenza, che temerono di perdere podere, grazia, onore e fama, che si adontarono per ingiuria ricevuta.[744]In questi peccati dunque sarebbe stata volontà iniqua, perchè vi fu cupidità. In vero la loro reità è più complessa che quella dei peccati per poco o troppo di vigore. Dice il poeta:[745]

Ciascun confusamente un bene apprende,nel qual si queti l'animo, e desira:perchè di giugner lui ciascun contende.Se lento amor in lui veder vi tira,o a lui acquistar, questa cornice,dopo giusto penter, ve ne martira.

Ciascun confusamente un bene apprende,nel qual si queti l'animo, e desira:perchè di giugner lui ciascun contende.

Se lento amor in lui veder vi tira,o a lui acquistar, questa cornice,dopo giusto penter, ve ne martira.

L'animo è qui, come in Dante spesso se non sempre, appetito sensitivo. “L'amore è qualche cosa che appartiene all'appetito.„[746]E questo appetito è quello sensitivo, differente dal naturale e differente dal razionale o intellettivo, ossia volontà: è quell'appetito che negli uomini, a differenza dei bruti partecipa della ragione, in quanto alla ragione ubbidisce. E come questo appetito è concupiscibile o irascibile, così del concupiscibile è l'amore rispetto al bene assolutamente e dell'irascibile rispetto all'arduo.[747]Or questa lentezza d'amore è certo rispetto all'arduo, poichè arduo parve il bene da vedere o da acquistare, a quelle anime, sì che adesso in loro “fervore acuto„

ricompie forse negligenza e indugioda lor per tepidezza in ben far messo.[748]

ricompie forse negligenza e indugioda lor per tepidezza in ben far messo.[748]

Dunque in essi è un errore dell'animo o dell'appetito irascibile. E negli altri?[749]

Altro ben è che non fa l'uom felice:. . . . . . . . . . . . .L'amor che ad esso troppo s'abbandonadi sovra a noi si piange per tre cerchi.

Altro ben è che non fa l'uom felice:. . . . . . . . . . . . .L'amor che ad esso troppo s'abbandonadi sovra a noi si piange per tre cerchi.

Poichè questo bene è la ricchezza, il cibo e la carne, s'intende senz'altro che in quelle anime è un errore triforme dell'appetito concupiscibile.

In queste colpe vi fu dunque un “ordine corrotto„,[750]diciamo un'inordinazione, nel correre al bene. L'inordinazione consiste nell'abbandonarvisi troppo, a codesto bene.[751]Non c'è dunque alcuna differenza tra questo amore che s'abbandona troppo al bene che non fa l'uomo felice; e l'incontinenza di concupiscibile. Non importa aggiungere come appunto per quella forma di codesto triforme amore, la quale si chiama più comunemente amore, si proclami presa e condotta a morte, Francesca. Nè alcuno vorrà trovare sostanzial divario tra la colpa di Ciacco e quella di Bonagiunta. E il papa avaro del purgatorio dichiara con proprie parole di essere stato reo come quei bruni ad ogni conoscenza dell'inferno, simili che sono agl'ignavi; chè dice:[752]

avarizia spense a ciascun benelo nostro amore, onde operar perdèsi.

avarizia spense a ciascun benelo nostro amore, onde operar perdèsi.

Eppure possiamo noi proprio dire che questi del purgatorio mondino peccati d'incontinenza? Sì d'incontinenza; ma mondano, non espiano; mondano la macchia lasciata da quei peccati. E quale è questa macchia? È l'amore che s'abbandona troppo. Chè l'amore si piange per quei tre cerchi.[753]E così il lento amore nella quarta cornice; e così, sotto a quelle, il triforme amore che erra per malo obbietto.[754]

Ora l'amore è il piegar dell'animo, il quale così “entra in desire„ e non ha quiete se non nella gioia del possesso. Nel purgatorio si sconta dunque quel primissimo moto, che erra; quel desire che è troppo forte o troppo fievole; non la gioia in cui s'acqueta. Questa gioia fu ripudiata dai peccatori prima di morire.

Vidi che lì non si quetava il core,

Vidi che lì non si quetava il core,

esclamava l'avaro pentito. Invero tutte “converse„ sono queste anime: dal bene che non è bene, a cui volgersi è ritorcersi da Dio, si conversero al bene immutabile; e dalla tepidezza messa in ben fare passarono ad acuto fervore.

Quell'amore è dunque la macchia; ma, s'intende, di quando è divenuto desiderio, prima di essersi fatto gioia. Il solo “piegare„ è “natura„.[755]Quella “prima voglia„ non è nè lodevole nè biasimevole.[756]

Ora, è così semplice la macchia di quelli altri erranti d'amore?[757]

È chi per esser suo vicin soppressosperaeccellenza, e sol per questobramach'ei sia di sua grandezza in basso messo;è chi podere, grazia, onore e famatemedi perder perch'altri sormonti,ondes'attristasì che il contrarioama;ed è chi per ingiuria par cheadonti,sì che si fa della vendettaghiotto,e tal convien che il male altrui impronti.

È chi per esser suo vicin soppressosperaeccellenza, e sol per questobramach'ei sia di sua grandezza in basso messo;

è chi podere, grazia, onore e famatemedi perder perch'altri sormonti,ondes'attristasì che il contrarioama;

ed è chi per ingiuria par cheadonti,sì che si fa della vendettaghiotto,e tal convien che il male altrui impronti.

In questi peccati, oltre la brama, l'amore, la ghiottornia, che non è del proprio bene direttamente, ma della soppressione, dell'abbassamento del prossimo e della vendetta su lui, è una speranza, un timore e tristizia, un adontamento. L'adontamento o è un timor di turpitudine[758]o una tristizia.[759]Speranza, dunque, e timore che si fa tristizia, sono in questi peccati che non sono in quei primi, accompagnate con un desiderio che non è del proprio bene soltanto. E questo sarà la cupidità. Ora diciamo subito che quelle sono passioni pur dell'appetito sensitivo.[760]E diciamo, che non si purga nelle tre cornici, di questo triforme amore la quiete del desiderio adempiuto, ma solo il desiderio stesso. E dunque la macchia appartiene, anche qui, al solo “animo„,ma è più nera e larga; poichè il desiderio è del male altrui, e si complica necessariamente con speranza e timore; speranza di eccellenza, timor di perdere podere, grazia, onore e fama, e conseguente tristizia, timor d'onta e tristizia che ne deriva. Or queste sono le caligini e le schiume d'un'inordinazione non soltanto dell'appetito, ma di parti più nobili dell'anima: della ragione, cioè della volontà e dell'intelletto. Valga il vero. Chi direbbe che questi tre peccati del purgatorio hanno cessato di essere spirituali? Spirituali sono concordemente affermati questi tre peccati, ira, invidia, e superbia. Ora, poichè ciò che in noi si distoglie da Dio è lo spirito e ciò che si volge al bene corporale è l'appetito, e nel purgatorio non si mondano che passioni dell'appetito, bisogna concludere che queste passioni siano, in essi tre peccati, residui di ciò per cui erano peccati spirituali; una macchia, dirò così, che è impressa dallo spirito nell'anima sensitiva.

L'amor del male, dell'inferno, è dunque con la malizia, del purgatorio, nella stessa proporzione che il troppo e il lento amor del bene con l'incontinenza di concupiscibile e d'irascibile. Vi è però un divario. Quelli che nel purgatorio mondano le colpe, poniamo, di troppo amor del bene, incontinenti furono; come non pare si possa dire che furono maliziosi quelli che purgano il triforme amore del male. Rispondo qui sol questo: certi peccatori dello antipurgatorio, per esempio Manfredi di cui furono orribili i peccati,[761]e il nasuto “onde Puglia e Proenza già si duole„,[762]quel Carlo che faceva così sanguinose“ammende„,[763]quando potranno salire al monte, in qualche cornice pur si staranno; e il nuovo Dante che ve li trovi, non potrà già dire che non furono rei di malizia, sebbene purghino soltanto l'amor del male!

Ma qui risorge una questione. Vi sono nel purgatorio rei di malizia, che sono in una cornice di amor soverchio del bene. Sono quelli che gridano Soddoma. Nell'inferno quelli che offesero di ciò, sono nel primo cerchietto, terzo girone, della malizia. Come? La ragione esatta è, mi pare, oltre che nel proprio modo di quel cerchietto che è mezzo tra l'incontinenza e la malizia, nel proprio modo di quella parte di girone, in cui[764]

saper d'alcuno è buono;degli altri fia laudabile tacerci,chè il tempo saria corto a tanto suono;

saper d'alcuno è buono;degli altri fia laudabile tacerci,chè il tempo saria corto a tanto suono;

in cui i peccatori sono aggruppati in masnade che non si debbono confondere tra loro.[765]Il rimbombo stesso del fiume della violenza che cade nel giro della frode, e accompagna la vista d'un dei gruppi, ha certo valore simbolico, e significa certo che di quei peccatori alcuni hanno più d'incontinenza, altri più di malizia. Sono anche nell'inferno sodomiti in cui la prima radice del loro peccato è più nell'appetito che nella volontà. C'è anche nel girone del peccato contro natura, un divario tra gru e stornelli; quel divario che nel cerchio della lussuria mi par manifesto tra i vinti d'amore e i rotti a vizio.

Il vero purgatorio ha sette peccati in sette cornici. C'è poi un antipurgatorio, che come, per un verso, corrisponde al “veleno„ della grande divisione dell'aquila, così, per un altro, corrisponde all'inferno del peccato originale, cioè al vestibolo e al limbo. Si riesce invero all'antipurgatorio per un foro nel sasso che equivale misticamente alla porta senza serrame. Nella tomba del peccato si entra dalla porta cui aprì la misericordia di Dio; se ne esce per un foro che la misericordia di Dio scavò nel duro sasso. Chi poi dall'antipurgatorio salga nel purgatorio trova una porta, serrata questa. Chi dall'antinferno scenda nell'inferno trova una rovina. Nell'inferno una porta aperta e una rovina; nel purgatorio un foro nel sasso e una porta chiusa. Nè manca la riviera nè manca il navicellaio. La porta dell'inferno, dopo la discesa del Cristo, è a tutti concessa: lo suo sogliare a nessuno è negato. La porta del purgatorio non si apre se non a chi voglia, a chi lo chieda, a chi si dia tre fiate nel petto.[766]Ma la stessa misericordia che abbattè quella, apre questa. Chi entra deve lavare sette piaghe. Chi scende dalla rovina, che corrisponde a questa porta, dalla rovina che è un entrare, dove è un Minos demonio, come qui è un giudice angelo; quanti peccati trova? Sette. I cerchi sono più delle cornici; ma i peccati sono sette. Virgilio dice che nei tre cerchietti ultimi dell'inferno sono punite la violenza o malizia con forza;la malizia con frode in chi non si fida; la malizia con frode in chi si fida o tradimento: tre specie di peccatori in tre cerchi. Dante chiede degli altri peccatori, ed enumera, quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia, e che si sgridano a vicenda: quattro specie di peccatori, in quattro cerchi: tre più quattro fanno sette. In queste sette specie si risolve la duplice divisione di incontinenza e malizia, che diventa trina, se consideriamo l'incontinenza d'irascibile distinta da quella di concupiscibile. Ciò nell'inferno. Nel purgatorio, in sette specie d'anime pentite si risolve la divisione di amore che erra per malo obbietto, per poco e per troppo di vigore. Poichè le due divisioni sono tra loro proporzionali, sì che, come non c'è dubbio alcuno, l'incontinenza di concupiscibile corrisponde all'amor che erra per troppo di vigore, e l'incontinenza d'irascibile, come dovrebbe già parer certo, al lento amore, e la malizia, come deve parer probabile, al triforme amor del male; poichè queste due divisioni si spicciolano ognuna in sette peccati; come non si deve concludere che questi peccati, tenuto conto che in quelli d'inferno è il “reato„ e che in quelli di purgatorio è la “macchia„; e in quelli d'inferno è, oltre la conversione a un bene mutevole, anche l'aversione dal bene immutabile, e in quelli del purgatorio l'aversione o non fu mai o non è più, e non c'è se non conversione; come non concludere che questi peccati sono gli stessi e si chiamano con lo stesso nome?

Invero coloro cui porta il vento, sono detti rei di lussuria o perduti da amore; coloro cui batte la pioggia, sono puniti per la dannosa colpa della gola; coloro che s'incontran con sì aspre lingue furonotali che in loro l'avarizia mostrò il suo soperchio, sono e avari e prodighi rei di spendio “senza misura„, come appunto quelli del purgatorio, in cui fu ora avarizia e ora troppo poco d'avarizia, la “dismisura„ insomma.[767]E come questi ultimi, così quei primi espiano nell'inferno e sanano nel purgatorio la stessa colpa, che là è piaga mortale e qua piaga che si ricuce. Dei tre peccati di concupiscenza la somiglianza è perfetta: sono lussuria, gola, avarizia con prodigalità nell'inferno e nel purgatorio. E gli altri quattro?

Prima di tutto, ciò che mondano, poniamo, i peccatori delle tre prime cornici è sì lussuria gola e avarizia, ma non oltre il desiderio; eppure il loro peccato ha lo stesso nome di quello che espiano con pena eterna i peccatori del secondo, terzo e quarto cerchio dell'inferno. Nulla impedisce quindi che anche ciò che purgano i peccatori delle ultime tre cornici abbia lo stesso nome del peccato che espiano i violenti, fraudolenti e traditori: o a dir meglio, che questo abbia il nome di quello, sebbene di quello non rimanga che il desiderio e la speranza, il desiderio e la tristizia, il desiderio e l'adontamento. Come il “desire„ è dei peccati di lussuria, gola e avarizia il primo motivo, così dei peccati spirituali il primo motivo è quel desiderio unito a quella speranza o a quella tristizia o a quell'adontamento; desiderio che si chiama cupidità. Or sono questi primi motivi che dànno il nome ai peccati.Ciò tanto è vero che le teste del “dificio santo„,[768]le teste che sono certo i peccati capitali, e sono non solo sette com'essi, ma distinte in quattro e tre, come i peccati capitali, cioè quattro carnali e tre spirituali, quattro d'incontinenza e tre di malizia; quelle teste hanno un corno e due corni, uno le quattro e due le tre; e i corni, unici e duplici, indicano, senza dubbio, la composizione elementare dei peccati che elle significano; e i peccati sono certo mortali, eppure sono indicati, come i veniali del purgatorio, per quell'unico “desire„ che è il primo movente dei primi quattro, e per quel “desire„ con speranza o tristizia o adontamento dei secondi tre. E la spiegazione è, ripeto, senza alcun dubbio. Nel purgatorio il poeta distingue i sette peccati in due gruppi di quattro e tre, secondo che sono contro il proprio corpo o anche contro gli altri; secondo che hanno troppo o troppo poco amor del bene ovvero hanno un malo obbietto; sicchè in più i tre hanno questo torcimento al male, che è appunto quella speranza d'eccellenza, quel timore di perdere il proprio podere e onore, quell'adontamento per l'ingiuria ricevuta. E quindi dividendoli, secondo che sono contro sè o contro il prossimo, noi dobbiamo vedere perchè quelli hanno un corno e questi due. Or chi direbbe che questo medesimo simboleggiare non dovesse valere anche per peccati da inferno? Tutta la malizia e l'ingiustizia è fatta dal Poeta, che segue S. Agostino, uguale a cupidità; ma cupidità non è che una tendenza dell'anima sensitiva: è il seme, non la pianta; pure col nome del seme si può indicare la pianta.Or Dante, più per la sua finzione di essere un discepolo che via via si scaltrisce, di quel che per vana pompa, con questi suoi modi di chiamar la pianta per il seme, ci ha tratti lungamente in inganno: come con quella parola “ira„, che è passione, e buona e mala, ed è peccato. Lo stesso è di quest'altra parola “avarizia„ che è passione, significando “desire„ di ricchezza o di bene materiale, e valendo anche peccato speciale. Così quando dice al papa che springa con le piote:[769]


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