LA SELVA OSCURAI.Nel Convivio Dante parla dell'“adolescente che entra nella selva erronea di questa vita„,[8]il quale “non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato„. Nella Comedia dice:[9]mi ritrovai per una selva oscurachè la diritta via era smarrita.. . . . . . . . . . . . .I' non so ben ridir com'io v'entrai.Non sa Dante ridire come v'entrasse; quando v'entrasse, sappiamo da Beatrice:[10]si tosto come in su la soglia fuidi mia seconda etade e mutai vita,questi si tolse a me e diessi altrui.. . . . . . . . . . . . . .e volse i passi suoi per via non vera.Beatrice saliva da carne a spirito; e Dante pien di sonno abbandonava la verace via. La donna gentilissima, agli angeli eternamente vigili che cantano intorno al suo carro, indica in certo modo l'età in cui ell'era quando morì, per dir quella in cui il suo pentito amatore si addormì e smarrì. Perchè ella sa che l'età di lei è unita da un vincolo misterioso a quella di lui: l'una è a capo, l'altra in fondo al medesimo anno; come Dante scrisse nel libello della Vita Nuova:[11]“quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono„. Quando dunque ell'era in su la soglia della seconda età, cioè della gioventù che vien dopo l'adolescenza “la quale dura infino al venticinquesimo anno„, Dante aveva passata questa soglia, e non si sarebbe potuto più dire adolescente.Eppure in quel medesimo libello Dante racconta che almeno un anno[12]egli rimase fedele a Beatrice fatta de' cittadini di vita eterna, e che solo “alquanto tempo„ dopo l'anniversario, si mosse a pietà di sè vedendo la pietà d'una gentile donna giovane e bella molto: il che fu un togliersi a Beatrice e darsi altrui. Fu dunque un anno e alquanto tempo dopo: eppur Beatrice afferma agli angeli vigili:Sì tostocome in su la soglia fuidi mia seconda etade, e mutai vita.Vogliam dire che Beatrice esageri, per cogliereragione addosso all'amatore? che le sue parole non vadano prese a lettera, come di sensitiva amatrice? Per me, crederei più probabile che il poeta pareggiasse i tempi e i fatti per qualche suo fine d'arte e di dottrina. E qui il fine mi parrebbe questo, di mostrare ch'egli si smarrì adolescente, quando cioè Beatrice era in su la soglia ed esso, perciò, poco oltre la soglia, in modo da poter essere considerato ancora in quella età “la quale dura infino al venticinquesimo anno„; e così inferire che dell'adolescenza è proprio lo smarrirsi.Così nella Vita Nuova Dante chiama puerizia l'età sua dopo la prima apparizione di Beatrice,[13]mentre un passo, controverso a dir vero, del Convivio sembra limitare la puerizia con l'ottavo anno; e a ogni modo le prime parole della Vita Nuova sembrano collocare la fanciullezza, pagine quasi bianche del libro della memoria, avanti i nove anni. Or come puerizia era l'età di Dante dopo il nono anno, così egli voleva che fosse adolescenza alla fine del suo anno vigesimo quinto.Ma fosse adolescenza proprio o non fosse, i due luoghi del Convivio e della Comedia, dove si parla di selva erronea e di selva oscura, si riscontrano più nell'idea d'adolescenza che in quella di selva. Di vero la selva del Convivio è la vita stessa; quella della Comedia è, non la vita, ma nella vita. Nellaprima l'adolescente ci si trova a ogni modo per il fatto d'essere nato e cresciuto; nella seconda Dante entra per aver abbandonata, pien di sonno, la verace via; mentre l'altro nella selva stessa travìa, poniamo, in modo da non uscirne più o così presto a salvazione. Invece, perchè l'adolescente nel Convivio può traviare? Perchè, essendo adolescente, ha bisogno che i suoi maggiori gli mostrino il buon cammino. Perchè Dante entrò nella selva? Perchè non seguì chi il buon cammino gli mostrava. Beatrice invero afferma:[14]Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte volto.Quando quelli occhi giovinetti si furono serrati, allora Dante volse i passi suoi per via non vera. Ora, perchè il pensiero di Dante è che l'adolescenza ha bisogno di chi mostri il buon cammino, egli dicendo d'aver avuto chi glielo mostrava, viene a dire che era allora adolescente: adolescente, quando era sostenuto dal volto di Beatrice viva; adolescente, quando, come egli confessa,[15]le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi,tostoche il vostro viso si nascose.Il viso s'era nascosto, ma bellezza e virtù erano cresciute alla donna salita da carne a spirito; ed ella era per attirare a sè l'amatore più che mai. Ma egli s'addormì e smarrì.E poi tutto parla di adolescenza nei luoghi che si riferiscono allo smarrimento. Dante afferma d'esserestato pien di sonno nel punto che si smarrì. Non è questa sonnolenza un ricordo del concetto Platonico, per il quale l'anima è attonita e trasognata sulle prime dal flusso e riflusso della materia? Dante questo concetto lo conosceva, perchè egli parla dei tempi in cui “l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„; dell'adolescenza, dunque, dell'“accrescimento di vita„.[16]E mi par naturale ch'egli attribuisca, nella Comedia, a queste molte e grandi trasmutazioni, quell'oblìo che, a dir vero, nella Vita Nuova pone solo nella puerizia: “in quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere„.[17]Poi, Beatrice afferma di lui:... volse i passi suoi per via non vera,imagini di ben seguendo false,e Dante conferma di sè:le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi.Or quali sono queste false imagini di bene, queste presenti cose che hanno un falso piacere? queste sirene e queste pargolette e queste vanità di cui Beatrice riparla?perchè altra volta;udendo le sirene sie più forte.... . . . . . . . . . . .Non ti dovean gravar le penne in giuso,ad aspettar più colpi, o pargoletta,o altra vanità con sì breve uso.[18]Quali son esse? Sono, mi pare, molto simili alle blande dilettazioni di cui è parola nelde Monarchia:[19]“le volontà dei mortali, per cagione de' lusinghevoli diletti dell'adolescenzia, hanno bisogno di chi a bene le indirizzi„. Il qual pensiero è pur molto simile a quello citato dal Convivio: “L'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato„. Là è l'imperatore che dirige, qui i maggiori; ma il traviare dell'adolescente del Convivio non può essere causato se non da queste blande dilettazioni contro cui è necessaria la guida sicura, o dei maggiori, o dell'imperatore, o di quelli occhi giovinetti.II.Nel punto proprio che Dante abbandonò la verace via, egli, avrebbe forse detto di sè, che adolescente era; ma certo nella seconda età era entrato e s'era inoltrato, quando nella selva oscura si ritrovò. Egli era alloranel mezzo del cammin di nostra vita,cioè a metà della seconda “delle quattro etadi„ in cui “la umana vita si parte„, a metà della “Gioventude„, al “colmo del nostro arco„ che “è nelli trentacinque„.[20]Se volse i passi suoi per via non vera, quando Beatrice era sulla soglia della gioventù,quando poi ascoltava le sirene e si lasciava tirare a terra da pargolette o altre vanità, non era più adolescente. Invero Beatrice esclama ver lui:[21]Alza la barba,e prenderai più doglia riguardando!Ed egli ben conosce “il velen dell'argomento„ che era in quel dirbarbainvece diviso. Non era più in età da potere scusare con essa i suoi traviamenti. Certo; ma dunque i traviamenti erano di quelli che si scusano con la età. E se tali erano quelli per i quali seguiva sirene e pargolette e vanità, tanto più era scusabile con l'età il deviar primo, quando egli si tolse a Beatrice e si diede altrui. In verità non solo Lucia dice di lui a lei: Quei che t'amò tanto; ma ella stessa a Virgilio parla non senza lagrime e chiama questo traviato,[22]l'amico mio e non della ventura.Niente dunque di grave. O come? Così. In Dante aveva errato l'animoocuoreoappetito; e nel modo che e nel Convivo e nella Comedia dice che può errare, per sua semplicità. L'anima semplicetta che sa nulla[23]di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e retro ad esso corre;e questo picciol bene è tutt'uno con le blande dilettazioni sopra dette, tanto è vero che sì per via diquelle c'è bisogno della guida imperiale; sì per questo ingannarsi dell'anima e correre dietro al bene che ha assaporato,convenne legge per fren porre;convenne rege aver...Tutto il concetto è anche nel Convivio:[24]“Siccome peregrino che va per una via per la quale mai non fu, che ogni casa che da lungi vede, crede sia l'albergo... così l'anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene, e poi qualunque cosa vede, che paia aver in sè alcun bene, crede che sia esso... Onde vedemo li parvoli desiderare massimamente un pomo; e poi più oltre procedendo, desiderare uno uccellino; e poi più oltre desiderare bello vestimento, e poi il cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande, e poi più grande, e poi più„. Or ciò che, nel pargolo e nell'uomo, spinge a questa corsa verso un bene a mano a mano più grande, è appunto l'appetitoocuoreoanimo, che vuol essere pago; come s'intende, e da tutta la lezione sull'amor d'animo,[25]e, per essere brevi, dal terzetto:ciascun confusamente un bene apprende,nel qual si queti l'animo, e disira:perchè di giugner lui ciascun contende.L'animo dunque di Dante s'ingannava. Vediamo, come.Era passato più d'un anno da che Beatrice era fatta dei cittadini di vita eterna. Egli molto stava pensoso, e i suoi pensamenti erano di dolore. E levò gli occhi per vedere se altri lo vedesse: allora vide una gentile donna giovane e bella molto, la quale da una finestra lo riguardava pietosamente. Ed egli disse tra sè medesimo: “E' non puote essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore„. Poi, rivedendola ancora e sempre pietosa in vista, e d'un colore pallido, quasi come d'amore, egli si ricordava della sua nobilissima donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. E infine venne a tanto per la vista di questa donna, che i suoi occhi si cominciarono a dilettare troppo di vederla, e la vista di lei lo recò in sì nova condizione, che molte volte ne pensava sì come di persona che troppo gli piacesse; e così avvenne un contrasto tra “il cuore ciò è l'appetito„ e “l'anima ciò è la ragione„. L'avversario della ragione, cioè il cuore, fu poi vinto dalla forte imaginazione nella quale a Dante parve vedere Beatrice con le stesse vestimenta sanguigne con le quali gli apparve la prima volta. Il cuore o animo o appetito si era ingannato.Aggiungo che s'era ingannato, facendo che a Dante ricordasse, nel veder la donna gentile, dell'altra gentilissima.[26]Or così appunto il peregrino del Convivio “ogni casa che da lungi vede, crede sia l'albergo„; “dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene (cioè Dio), e poi qualunque cosa vede, che paia avere in sè alcun bene, crede sia esso„. Nè si dica che nel Convivio si tratta di Dio e nellaVita Nuova della donna amata: la Comedia si accorda con l'uno e con l'altra. Chè Beatrice chiede:[27]Per entro i miei disiriche ti menavano ad amar lo bene,di là dal qual non è a che si aspiri,quai fossi attraversati, o quai catenetrovasti, per che del passare innanzidovessiti così spogliar la spene?Il che vuol dire: nel seguire me che ti conducevo a Dio, quali ostacoli trovasti per la via? Or Dante s'era ingannato credendo di veder Beatrice e perciò Dio, dove non era nè Dio nè Beatrice.Ond'ella pur rimproverando, di presenza, il suo amatore, come infedele, dice, quand'egli non è lì ad ascoltare:l'amico mio e non della ventura.Nella qual parolaventurasono da comprendere, a parer mio, tutti i beni che non fanno il vero bene; sicchè Beatrice viene a significare: checchè paia, me ama, e non altri nè altro.Pure, di presenza, così acerbamente lo rimprovera, che non è meraviglia se gl'interpreti imaginano di Dante più gravi peccati che egli non confessi. Ma noi, prima di tutto, nei rimproveri della donna gentilissima, dobbiamo sceverare quelli che si riferiscono allo stato di Dante, dopo che egli ebbe incontrate le tre fiere, da quelli che si rapportano al suo errar nella selva. E poi dobbiamo considerare che i suoi sono rimproveri di chi ama a chi ama; e poi dobbiamoriconoscere che molte cose aggravano la pur piccola colpa di Dante.Queste: Dante era nella vita nuova virtualmente capace d'ogni bella opera e per benigne disposizioni di stelle e per larghezza di grazie divine; poi aveva avuto per guida gli occhi giovinetti di Beatrice; poi aveva sperimentata la vanità delle cose umane, con la morte di Beatrice; poi si era trovato a scegliere non tra due beni quasi equivalenti, ma tra Beatrice la gentilissima, salita da carne a spirito e più bella e virtuosa che mai, e altri beni, sirene, vanità, pargolette non degne certo di essere paragonate a Beatrice viva non che a Beatrice morta. Ora il peregrino del Convivio merita ben più scusa. In vero all'anima “perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere sperta, nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi...„ Ma la conoscenza di Dante era dottrinata e per gli abiti destri che già facevano prova in lui e per la luce di quelli occhi giovinetti; e per lo sparir d'essi oh! era anche sperta! Eppure piccioli beni a lui parevano grandi, poichè seguiva imagini di beneche nulla promession rendono intera;poichè si lasciava chiamare a terra, come uccellino invano ammaestrato da un primo strale dell'uccellatore, dao pargolettao altra vanità con sì breve uso.Ma, pur con questi gravami, di cui l'ultimo è da Beatrice significato con l'ironico, Alza la barba!pur con questi, Dante non è detto (per ciò, almeno, che si riferisce alla selva e allo smarrimento) reo, sì ingannato. Ricordiamo:[28]Ben ti dovevi, per lo primo straledelle cose fallaci, levar susodi retro a me che non erapiù tale.Non ti dovean gravar le penne in giusoad aspettar più colpi, o pargolettao altra vanità consì breveuso.Beatrice non era più cosa fallace; dunque era stata. Di lei era stato breve uso; dunque anche ella era stata una vanità. Dunque tra le cose fallaci, tra le vanità, tra le false imagini di bene, tra le presenti cose piene di falso piacere, ella poneva pur sè; sè viva; epargolettaè da lei detto in memoria forse di quando ella apparve a Dante nella sua giovanissima età. Ella dice: una pargoletta come me, una vanità qual era io. Pure quella pargoletta conduceva Dantein dritta parte volto; e le altre no, non lo condussero; come si vide. Bene: ma qual grande peccato era di Dante, se nelle altre egli credeva vedere il bene che in quella pargoletta bella e nuova, il cui viso si era nascosto e i cui occhi giovinetti non lucevano più? Non dice egli che per dieci anni fu assetato di lei? Ferito dallo strale delle cose fallaci, correva qua e là, dove vedeva balenare uno specchio d'acqua, senza trovarlo mai, sì che la sete e' non la potè disbramare che quando di nuovo ella gli apparve sul santo monte[29].III.Ma se l'errar nella selva significa gl'inganni cui l'anima è soggetta “nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita„, inganni e niente altro che inganni di imagini di bene, sian pur false, e questi inganni sono causati dall'imperfezione naturale della conoscenza umana, che non è ancora sperta e dottrinata, e sia pur che sperta e dottrinata avrebbe dovuto già essere; come mai Dante dipinge questa selva così oscura e selvaggia e aspra e forte? Per sì leggiera e natural cosa, come mai sì gravi parole? In vero, per limitarmi agli effetti della selva sull'anima di chi vi erra dentro, ellatanto è amara che poco è più morte,e incute tanta paura, che la rinnova nel pensiero. Se, per esempio, il piacere della donna pietosa è uno dei fatti simboleggiati nella selva, non s'intende tanta paura e tanta amarezza di morte.No: s'intende. Nel Convivio si comentano lungamente questi tre versi della canzone “Le dolci rime d'Amor, ch'io solia„:Ma vilissimo sembra, a chi'l ver guatachi avea scorto il cammino e poscia l'erra,e tocca tal, ch'è morto, e va per terra.Dante dice “che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo„. E aggiunge: “Perchè non sichiama non valente, cioè vile? Rispondo: Perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui, che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma perocchè questi l'ebbe, lo suo errore e 'l suo difetto non può salire; e però è da dire non vile ma vilissimo„.[30]Vileeviltàin tutto questo trattato del Convivio è opposto dinobile(che Dante deriva danon vile) e dinobiltà; e nobiltà o gentilezza o bontà è la perfezione umana la quale consiste nell'usar che faccia l'anima “li suoi atti nelli loro tempi e etadi, siccome all'ultimo suo frutto sono ordinati„.[31]Ora fortezza o magnanimità[32]è virtù di giovinezza; e il giovane che non l'abbia è non nobile, cioè vile. E Dante ci mostra nel poema, una volta tra le altre, il nobile in faccia al vile.[33]Se io ho ben la tua parola intesa,rispose delmagnanimoquell'ombra,l'anima tua è daviltateoffesa.Il magnanimo è Virgilio, l'altro ingombrato da viltà, come cavallo ombroso, è Dante. Direste voi che Dante sia pauroso per quel rifiuto che tenta fare? Si tratta d'un'impresa quale solo al più nobile degli eroi e al più privilegiato dei santi riuscì. Dante dubita che la sua virtù non sia assai possente: la sua virtù è stanca. Eppure il magnanimo continuando dice:di questatemaa ciò che tu ti solve;e conclude:perchè ardire e franchezza non hai?Il che mostra che l'idea di paura è connessa, per Dante, con viltà, anche quando viltà non è bassezza propriamente o ignominia, ma l'opposto di magnanimità, che è quanto dire di nobiltà o gentilezza, cioè di quella “grazia„ o “divina cosa„ che fa quelli che l'hanno, “quasi come Dei„.[34]Ora nel versoche nel pensier rinnova la paura,[35]e nell'altroallor fu la paura un poco queta,[36]si sottintende il concetto di viltà, come negli altri versi,l'anima tua è da viltate offesa,perchè tanta viltà nel cuore allette?[37]si legge quello di paura. Vero è che Dante potrebbe dirmi,è Cielo dovunque la Stella,ma ciò none converso;[38]e che, come nobiltà “vale e si stende più che virtù„, così viltà si stende più che paura; ma non forse vorrebbe dirlo qui, trattandosi d'un linguaggio che non è più quel del Convivio, anche quando il pensiero è lo stesso, chè nella Comedia egli parla per simboli evidenti e disegna e scolpisce figure, nonscrive o dice soltanto parole. Chè, per esempio, il timore da cui è preso Dante, quando è per abbandonarsi della venuta, non è se non la mancanza di quellospronareche bene ebbedi Silvio lo parente, sì che “sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno;„[39]ma che Dante non sentiva ancora ai fianchi del suo cavallo, cioè dell'appetito.A ogni modo, se Virgilio, per un supposto, avesse incontrato Dante, mentre errava nella selva, qual parola crediamo noi che avrebbe usata per rimproverar Dante? non forse questa, che qui usa, di viltà? Che invero la donna gentilissima, nel rimproverarlo in cima al santo monte, di quell'errore, non dice che quella dell'amico suo fosse viltà, ma viene a dirlo, quando gli domanda quali fosse avessero attraversata la sua via, sì che egli avesse disperato di passare. Se viltà era il suo dubitare avanti l'alto passo, figuriamoci se non era avanti una fossa! Altro che lo spronare di Enea gli mancava! E concludo che Dante dice di sè che era, fin che fu nella selva, vile; anzi, poichè la paura fu tanta, vilissimo.Ebbene Dante chiama, nel Convivio, vile colui “che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato„; e colui che l'ebbe, “non vile, ma vilissimo„. Il solo, dunque, fatto di non ben camminare e ditortire“per li pruni e per le ruine„, e di non andare “alla parte dove dee„,[40]merita, nel fiero stile di Dante, il nome di vile; e, se chitortisce, è scôrto, quello di vilissimo. E Dante prima che entrasse nella selva, era scôrto. Beatrice afferma:[41]Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte volto.Si smarrì. E la dolce scôrta pur rimaneva. Ella afferma ancora:[42]Nè impetrare spirazion mi valse,con le quali ed in sogno ed altrimentilo rivocai.Or tutta quella paura, in cui è implicita tanta viltà, è sempre per quello smarrirsi, non per altro.Ma selva è quasi morte! Sì; e ciò vuol dire che Dante era come morto là in quell'oscurità. Essere morto o essere nella morte è la stessa cosa, come vivere ed essere in vita tornano lo stesso. Ebbene? Anche il vilissimo, di cui sopra, tanto quello che dalla via del buono anticessore si parte, quanto l'altro, a cui è simile, che tortisce per li pruni e per le ruine, Dante dice che veramente morto dire si può. E, perchè non restiamo abbagliati da quelle parole che ivi si leggono e che porterebbero, a prima vista, che ilmalvagiosoltanto si può dir morto, e tralasciando che malvagio ivi ha il significato non di dato al male, ma, presso a poco, di vile; ecco la ragione che Dante assegna di tal sentenza: “Vivere nell'uomo è ragione usare. Dunque se vivere è l'essere dell'uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto„. Dunque morto si può dire, nel fiero stile di Dante, chi si parte dall'uso della ragione, pur senza darsi a tuttoil male e a tutto il brutto che è nel mondo; morto si può dire, come da lui si ricava, “chi non ragiona il cammino che far dee„; “colui che non si fe discepolo, che non segue il maestro„.[43]Ora qual maestro Dante non aveva tralasciato di seguire! e appunto quando più o meglio poteva ammaestrarlo! Perciò, era quasi morto.IV.Dante, come abbiamo veduto, era colpevole, nel cospetto di Beatrice, di cosa che sarebbe stata scusabile con l'età adolescente, se egli già non avesse avutobarba, e non fosse statonel mezzo del cammin di nostra vita.Nel mezzo del cammino era quando si ritrovò nella selva, e nemmeno quando entrò nella selva era proprio adolescente; pure e Beatrice rimproverando ed esso ripetendo parlano, per ciò almeno che si riferisce all'error nella selva, di blande dilettazioni proprie dell'adolescenza, di oblìo proprio del tempo in cui l'anima intende al crescere e all'abbellire del corpo, d'inganni dell'anima che ancora semplicetta corre dietro al bene che assaporò. Perchè, domandiamo ora, l'anima per queste dilettazioni, per questo oblìo, per questi inganni viene a trovarsi in una selva oscura? perchè oscura, codesta selva? Perchè, risponde Dante stesso nel Convivio,[44]“infino a quel tempo (al venticinquesimo anno)... non puoteperfettamente la razional parte discernere„. Come nella valle d'abisso, perchè era oscura, profonda e nebulosa, Dante, per guardare che facesse, “non vi discerneva„ nulla,[45]così poco o nulla egli discerneva nella selva, perchè era oscura, selvaggia e aspra e forte. Anche forte, sì, che può valere difficile a comprendersi e a vedersi, come nell'espressionicomento forte ed enigma forte.[46]La razional parte dell'anima dunque non discerneva. Dante, sebbene non più adolescente e molto meno fanciullo, sì quando entrò nella selva, sì, e più, per il tempo che vi si aggirò, era tuttavia come un fanciullo. Egli in vero distingue nel Convivio la puerizia d'animo da quella d'età; e così ne ragiona:[47]“La maggior parte degli uomini vivono secondo senso, e non secondo ragione, a guisa di pargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a debito fine è ordinata, non veggiono, perocc'hanno chiusi gli occhi della ragione, li quali passano a vedere quello...„ E Dante era come la maggior parte degli uomini, allora. Non lo rimprovera Beatrice di questo, domandandogli,[48]E quali agevolezze, o quali avanzinella fronte degli altri si mostraro,per che dovessi lor passeggiare anzi?Non è questo un biasimo al suo non conoscer le cose “se non semplicemente di fuori„? E la sua risposta, che conferma i rimproveri di Beatrice che pur s'assommano in quel seguir imagini false di bene, e che assomma tutte le sue colpe, la sua rispostale presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi,[49]non è un confessare di aver avuti chiusi gli occhi della ragione e non aver conosciute le cose se non di fuori? Ed egli stavaquali ifanciullivergognando muti,con gli occhi a terra;[50]mostrando così d'essere stato non più che un pargolo, quando Beatrice gl'intima: Alza la barba! E tutta la vergogna, che domina nel ripentire di Dante, che gli grava la fronte,[51]e che Beatrice eccita in lui ancor più, e che all'ultimo lo rende muto, e gli fa tener fermi a terra gli occhi, la vergogna, che nelle donne e nei giovani “è buona e laudabile„ e “non è laudabile nè sta bene ne' vecchi„,[52]non mostra ella che si tratta d'una puerizia d'animo, se non d'età?E questa puerizia d'uomo che era nel mezzo del cammin della vita, non è, tutt'insieme, non ostante l'acerbo rimbrotto di Beatrice e la vergogna di Dante, così strana e imperdonabile in lui. Perchè, giova ripetere, se non allora quando si stava muto vergognandoavanti Beatrice, almeno quando aveva volti i passi verso imagini false di bene, era adolescente, o almeno per tale era riconosciuto e si riconosceva. In vero il suo soverchio dilettarsi della vista della donna gentile, che avvenne più d'un anno dopo la morte della gentilissima, quando, cioè, Dante era da più d'un anno uscito di adolescenza, egli vuole che sia inteso come inganno d'adolescente; chè dice nel Convivio che “in quella„ cioè nella Vita Nuova “dinanzi all'entrata disuagioventute„ parlò; e “altro si conviene e dire e operare a un'etade, che ad altra„.[53]Nel fatto, è assai probabile che Dante volendo i suoi sentimenti e i suoi pensamenti collocare nell'ordine generale delle cose, pareggiasse, come ho detto sopra, i fatti e gli anni per fare della sua cronaca la storia dell'uomo. Così in lui Beatrice rimprovera, per quel che riguarda lo smarrimento nella selva, l'adolescente che non discerne anche quando dovrebbe discernere e quando tuttavia per solito si vede che non discerne. Ma se il fatto è solito e non mirabile, è pur sempre degno di riprensione e di vergogna; e Dante col primo verso del poema sacro esprime la sua confusione, e pare si vergogni che esso, in particolare, aspettasse troppo più tempo che non si soglia:nel mezzo del cammin di nostra vita!Bene: questo manco di discrezione, o, come si dice ora, discernimento, che è? Dice Dante:[54]“Lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga si è la discrezione. Chè, siccome dice Tommaso sopraal prologo dell'Etica, conoscere l'ordine d'una cosa ad altra, è proprio atto di ragione; e questa è discrezione„. Chi questo ordine non conosce, è come pargolo; chè essi “non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la qualea debito fine è ordinata, non veggiono„.[55]Chi manca di discrezione, vive, a guisa di pargoli, “secondo senso e non secondo ragione„, vive come se avesse la sola potenza sensitiva dell'anima. Nell'adolescenza, così è: quelbello ramonon è ancora sorto o almeno non è ancora fiorito. Dante esprime questo pensiero qua e là: due luoghi già riportai, e in tutti e due si ricorre all'imagine del traviare. Leggiamo:Se il mondo presentedisvia,in voi è la cagione.. . . . . . . . . . .Esce di mano a lui, che la vagheggiaprima che sia, a guisa di fanciullache piangendo e ridendo pargoleggia,l'anima semplicetta che sa nulla,salvo che, mossa da lieto fattore,volentier torna a ciò che la trastulla.Di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e retro ad esso corre,se guida o fren non torce suo amore.Onde convenne legge per fren porre;convenne rege aver, chediscernessedella vera cittade almen la torre.[56]Ricordiamo ora qui che nelde Monarchialo imperatore è dichiarato necessario, perchè “le volontàdei mortali, per via de' lusinghevoli diletti dell'adolescenza, hanno bisogno di chi lediriga„.[57]Per quel meraviglioso unificatore che è Dante, tutto il mondo umano ha, in certo modo, un'anima sola, e quest'anima, finchè ha sola la potenza sensitiva, deve avere chidiscernaper lei, che ancora non sa: il re, l'imperatore. Se no, ella s'inganna, e quest'inganno fa disviare per sempre il mondo che diventadi malizia gravido e coperto.[58]E dell'anima in particolare de' singoli uomini, dice il medesimo:[59]“Dà... la buona natura a questa etade (l'adolescenza) quattro cose necessarie all'entrare nella città del ben vivere(la vera cittade). La prima si è obbedienza... È dunque da sapere, che siccome quelli che mai non fosse stato in una città, non saprebbe tenere le vie senza insegnamento di colui che l'ha usate, così l'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato. Nè il mostrare varrebbe, se alli loro comandamenti non fosse obbediente; e però fu a questa età necessaria l'obbedienza„. Non ai suoi maggiori, ma a Beatrice disubbidì Dante, quando l'anima sua ancora non discerneva; le disubbidì, dopo che per alcun tempo ella coi suoi occhi giovinetti l'avea menato in dritta parte volto, le disubbidì, quando ella lo rivocava in sogno o altrimenti. E necessariamente entrò ed errò nella selva, perchè, non avendo discrezione, non poteva, senza obbedire a qualcuno, tenere il buon cammino.V.Ora questo manco di discrezione può condurre a ogni malizia sì il mondo sì un uomo in particolare; ma non importa già ogni malizia; anzi l'esclude. E non solo esclude ogni malizia, ma ancora ogni incontinenza. Che incontinenza è, secondo l'imagine e la definizione del Convivio, il non sottostare dell'appetito alla ragione “la quale guida quello con freno e con isproni„[60]o, secondo la comedia, il sottomettere la ragione al talento.[61]Ora, il difetto di discernimento potrà condurre a questo ricalcitrare e trascorrere, o a questa sommissione a rovescio ma non è propriamente questo e quello. Il che può essere manifesto dall'esempio che Dante stesso ci porta nella Vita Nuova del suo smarrimento quale narra nel Poema Sacro. Fu quello, dice Dante, un desideriomalvagiounavanaintenzione, ed eccitò poi in lui pentito tale “raccendimento de' sospiri„ e tanto “sollenato lagrimare„, quale e quanto vediamo che in lui mossero poi le parole di Beatrice sul santo monte; eppure non si trattava che d'un “desiderio„ a cui il cuore, cioè l'animo o l'appetito “sì vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione„.[62]Ora la costanza della ragione che è? Se incostanza, come insegna il buon frate Tommaso, pertiene a imprudenza, costanza perterrà a prudenza.[63]E se ciò fudifetto di prudenza, non altro fu dunque se non manco di quel lume che agli uomini è datoa bene ed a malizia,[64]non altro fu se non manco di quel conoscimento, come definisce S. Agostino,[65]di ciò che è da appetire e di ciò che è da fuggire, non altro fu se non manco di quella virtù che illumina appunto l'anima sensitiva, di quella virtù che consiglia l'anima semplicetta che sa nulla, quando non è più di pargolo.[66]Innata v'è la virtù che consiglia,che dell'assenso de' tener la soglia.Questo è il principio, là onde si pigliaragion di meritare in voi, secondoche buoni e rei amori accoglie e viglia.E che questa virtù che consiglia, sia nella mente di Dante proprio la prudenza e non, per esempio, più generalmente la ragione, apprendiamo dallo stesso Dante che dice:[67]“dalla prudenzia vengono i buoni consigli„. Or dunque se ella è la prudenza, come è, e se questa è il discernere tra ciò che è da appetire e ciò che da fuggire, e non fa ella se non accogliere e vigliare buoni e rei amori; quando uno ne è detto mancare, non si dice di lui se non che appetisca ciò che non è da appetire e che fugga ciò che non è da fuggire, e ami e desideri ciò che non è da desiderare e da amare; non si dice ancora che vada oltre il desiderio e l'amore, non si dice che facciapiù e peggio checorrer retroa quel picciol bene di cui l'anima semplicettasente sapore. L'anima “ogni casa che da lungi vede, crede che sia l'albergo„, ma, se altro non le manca che la prudenza, se ella non è (per lasciar l'allegoria) intemperante o peggio, non entra già in questo che crede “l'albergo„; sì “non trovando ciò essere, dirizza la credenza all'altra„.[68]E così va e viene, e si smarrisce sempre più, perchè in nessun luogo entra.E quello di Dante fu certo difetto di prudenza. Chè esso dice che fu “contra la costanzia de la ragione„ quel desiderio del suo cuore. Ora S. Tommaso appunto dice essere incostanza preferire un bene minore a un bene maggiore, come tutti i rimproveri di Beatrice, per quel che riguarda lo smarrimento, si assommano in questo, ch'egli aveva preferito altrui a lei, e le agevolezze e gli avanzi che si mostravano nella fronte degli altri al bene a cui lo menavano i suoi disiri, e le presenti cose caduche alle assenti eterne, e lei stessa viva a lei stessa morta;[69]così la viltà del suo desiderio, che racconta nella Vita Nuova,[70]si riduce a questo, ch'egli si cominciò a dilettare troppo di vedere una “gentile donna giovane e bella molto„ e a preferirla all'altra “nobilissima„ “gloriosa„ “gentilissima„. Ciò era l'incostanza della ragione, il che pertiene, come ho detto, a imprudenza: preferire un bene minore, la donna gentile, a un bene maggiore, la gentilissima Beatrice.Ed esattamente è ancora esemplata nel trascorsodi Dante, quale è a lui rimproverato da Beatrice, l'altra definizione di S. Agostino, il quale chiama la prudenza “un amore che per un certo suo fiuto (sagaciter) sceglie ciò che aiuta da ciò che impedisce„.[71]Chè la gentilissima dice:[72]Per entro i miei disiri. . . . . . . . . . . . .quai fossi attraversati, o quai catenetrovasti...?Non ne trovasti, ella viene a dire. E sèguita:E quali agevolezze e quali avanzinella fronte degli altri si mostraro...?Non si mostrarono, ella intende. Dunque gli rimprovera d'aver trovati impedimenti, dove non erano, e agevolezze, dove non si mostrarono, e gl'impedimenti, nella via che conduceva al bene, e le agevolezze, dove? in una selva aspra e forte.Era dunque il suo, difetto di quello amore che scevera le agevolezze dagli impedimenti; cioè di prudenza. E nessun'altra parola, fuor che questa d'imprudenza, alcuno potrà mettere come postilla all'ultimo rimprovero di Beatrice, quand'ella, nella sua gloria e nella sua felicità, mostra così mesta pietà per il suo amatore:[73]Ben ti dovevi, per lo primo straledelle cose fallaci, levar susodi retro a me che non era più tale.Non ti dovean gravar le penne in giusoad aspettar più colpi, o pargoletta,o altra vanità con sì breve uso.Nuovo augelletto due o tre aspetta;ma dinanzi dagli occhi dei pennutirete si spiega indarno, o si saetta.Ella dice: Tu fosti ferito, lo so: chi lo può saper meglio di me? Ebbene, tu ti lasciasti ferire ancora! Eppure non eri più come gli uccellini di nidio, che sino a un certo punto, per la loro curiosità, sono imprudenti. Eri già pennuto, eri uccel volastro, e dovevi avere quella ch'essi hanno: prudenza, o fanciullo con la barba!VI.E lo smarrimento nella selva esattamente raffigura il difetto di prudenza. La prudenza è virtù dirigente, e il suo medio è la rettitudine della ragione.[74]Dante aveva smarrita ladirittavia. La prudenza è, secondo l'espressione stessa di Dante,lume.[75]Ed egli si trova in una selvaoscura. Il prudente, secondo la dichiarazione di S. Agostino, accolta nella Somma,[76]èporro videns, chi vede innanzi sè: e Dante non sa come entrasse nella selva, quasi avesse gli occhi abbacinati dal sonno, e vi si aggira al buio, e notte è il tempo che vi passò. Della prudenza è propria la notturna guardia e la diligentissimavigilanza.[77]E Dante era pien di sonno quando entrò, e assonnato vi rimase, sì che notte egli chiama quel decenne errore, che cominciò col sonno e finì con un risveglio:[78]Guardai in alto...gli occhi di lui si aprono: è mattino.In fine egli era quasi morto, nella selva chetanto è amara che poco è più morte.Orbene è dottrina dei filosofi cristiani che la prudenza s'infonda col battesimo, sì che ella si trovi, secondo abito se non secondo atto, nei bambini battezzati, anche quando non hanno l'uso di ragione;[79]e non si trovi nei pagani, quand'anche siano spiriti magni. Essa è il lume che mostra all'anima sensitiva ciò che è da fuggire e ciò che da seguire. Essa è il principio,[80]là onde si pigliaragion di meritare,e perciò non possono meritare nè i parvoli non battezzati, nè quelli, che pur innocenti di vita,[81]non adorâr debitamente Dio,per essere stati dinanzi al cristianesimo. Tanto questi che quelli sono morti a Dio, perchè il peccato originale, che il battesimo in essi non cancellò, è mortedell'anima. Con esso la morte entrò negli uomini. Ora quelli che questa prudenza infusa che in loro è in abito, non riducono ad atto, non hanno nemmen essi quella ragione di meritare che manca ai non battezzati; e sono come loro, morti; quasi morti, peraltro; perchè la prudenza infusa può in essi mostrarsi alfine, e dirigere e illuminare l'anima sensitiva. Perciò Dante, che non aveva prudenza, è come morto; e la selva oscura che è simbolo di questo difetto di lume, è perciòtanto amara che poco è più morte.In verità assomiglia alla morte in quanto è un sonno profondo, una notte lunga d'oblìo. È una morte dalla quale uno si può destare.Ma Dante non dice solo che a noi fu datolume a bene ed a malizia; sì, che in conseguenza ci fu dato anchelibero volere:lume v'è dato a bene ed a maliziae libero voler...E poco oltre dichiara:[82]Innata v'è la virtù che consiglia,che dell'assenso de' tener la soglia.Questo è il principio, là onde si pigliaragion di meritare in voi, secondoche buoni e rei amori accoglie e viglia.Color che ragionando andaro al fondos'accorser d'esta innata libertate...Da quella virtù scende dunque la libertà, innata l'una, innata l'altra. E la virtù che consiglia è quel lume. Il quale chi non ha, non è dunque libero: è servo. Sicchè Dante nella selva oscura, oltre quasi morto, era anche quasi servo. E come no? Non lo dice egli a Beatrice, quand'ella nell'Empireo si allontana da lui, ed esso comprende in un'orazione tutto il bene che ebbe da lei:[83]Tu m'hai di servo tratto a libertate?e non lo dice a lui Virgilio avanti l'Eden, quando, poco prima di allontanarsi, riassume tutto il bene che gli fece:[84]libero, dritto, sano è tuo arbitrio,e fallo fora non fare a suo senno?Virgilio fu lo strumento di Beatrice, e da Beatrice Dante riconosce il bene che ebbe pur da Virgilio; e questo bene è la libertà, che prima non aveva. Il qual difetto è pur raffigurato nella selva, la cui mancanza di lume arreca servitù.In vero le parole,tu m'hai di servo tratto a libertate,esprimono o i due punti estremi del cammino di Dante, la selva e l'empireo, o i due punti estremi della missione di Virgilio, quando gli apparve e quando lo lasciò. In tutti due i casi l'idea di servitù si fonde nella imagine della selva; chè (per non parlareche del secondo caso) Virgilio apparve a Dante, quand'esso era ripinto dove il sol tace,[85]cioè nell'oscurità, quand'esso rovinava in basso loco, cioè nella valle, quand'esso ritornava a tanta noia, cioè nella selva amara.Dante era dunque come un non battezzato, finchè stette nella selva e quando era per ritornarci: era servo e quasi morto. In fatti quando poi, passato Acheronte; si trova nel limbo, tra le anime dei non battezzati, prova, diremmo noi, come un'allucinazione. Che è? che non è? dove si trova? ma è ancora nella selva? nella selva oscura, simbolo del manco di lume, e perciò di libertà, e quasi di vita e di battesimo? Virgilio gli ha confermato il fatto della discesa del possente, portatore di libertà. E Dante narra:[86]Non lasciavam l'andar, perch'ei dicessi,dicesse di questa liberazione,ma passavam la selva tuttavia...come la selva? la selva della servitù? Sì:la selva, dico, di spiriti spessi.Dante non si trastulla con le parole! Dante sa quel che dice! Se la selva significa la mancanza di libertà del volere, il limbo che tiene in sè i non battezzati è una selva anch'esso. Mirabile linguaggio!Ed è oscura questa selva. Dante vede infatti un foco,[87]ch'emisperio di tenebre vincia.Il fuoco risplendeva nel mezzo alle tenebre, senza sperderle e allontanarle. Quel luogo è[88]non tristo da martiri,ma di tenebre solo.Anche la selva oscura, nella quale Dante si ritrovò smarrito, in comparazione di ciò che egli ha a soffrire avanti le fiere, si può dire che sia trista solo di tenebre. Ma Dante continua:[89]Non era lunga ancor la nostra viadi qua dalsonno...Di qua dalsonno? Già:sonnoe nonsommolessero gl'interpreti antichi e dànno moltissimi codici. E lessero e dànno bene; e questa parolettasomnoosonnoinvece disommodeve essere una delle più certe per sceverare i migliori codici danteschi dai peggiori. Sì: dal sonno! Come Dante ha intraveduta la selva oscura nel limbo dei non battezzati, la selva della servitù nel tempo stesso che Virgilio parlava di liberazione; così qui ricorda il sonno col quale cominciò la sua notte di servitù e di tenebre. Nel limbo, la prudenza non era stata infusa col battesimo; nella selva, la prudenza infusa col battesimo, non raggiando nell'atto, giaceva sonnolenta nell'oscurità dell'abito. Si tratta di quasi medesimo effetto scendente da quasi medesima causa: difetto di prudenza per via del peccato originale non deterso o come se deterso non fosse.Perchè, come il poeta fa dire a Beatrice,[90]ben fiorisce negli uomini il volere;ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere:il che non altro significa, se non che libera è bensì la volontà per opera della redenzione; che il fiore c'è bensì, ma non lega, e cade senza dar frutto, come se mai non sia stato.VII.Dante entrò nella selva, secondo esso dice nella Comedia, tosto che Beatrice mutò vita. Ci si ritrovò,nel mezzo del cammin di nostra vita,dieci anni dopo. La sua sete fu decenne. Dieci anni egli cercò Beatrice dove non era. Questi anni sono una sola notte per lui, cominciata col sonno e finita col risveglio. Tuttavia, da un luogo dell'Inferno e da un altro del Purgatorio, si rileverebbe che la notte che passòcon tanta pietà, fosse una delle notti nostre, da un tramonto a un'alba. Dante dice a Forese:[91]Di quella vita mi volse costuiche mi va innanzi, l'altr'ier, quando tondavi si mostrò la suora di colui(e il sol mostrai)...E Virgilio in Malebolge dice al discepolo:[92]E già iernotte fu la luna tonda:ben ten dee ricordar, chè non ti nocquealcuna volta per la selva fonda.Dobbiamo credere che Dante imaginasse una notte decenne illuminata dal plenilunio? Dobbiamo affermare che egli chiami notte tutto il tempo passato nella selva, perchè v'entrò col sonno e vi errò nell'oscurità; e che poi ragioni dell'ultima notte che vi passò, e dica che quest'ultima era illuminata dal plenilunio; sì che egli potè ritrovarsi, nella selva?Nè l'una nè l'altra cosa dobbiamo credere. Credere dobbiamo questo: lo smarrimento e l'errore è nel poema stesso spiegato da Beatrice, qual fosse. E Beatrice e Dante dicono che fu di dieci anni.[93]Or quando il poeta afferma, che fu come una notte sola, parla in modo diverso da quando ode parlare Virgilio e da quando esso parla a Forese di luna tonda. Prima parla per metafora, poi parla propriamente.Il suo incontrarsi con Virgilio, dopo uscito dalla selva, è sì imaginario, ma narrato per vero. Non è invece narrato per vero che si smarrì pien di sonno e che assonnato visse una notte nell'errore; poichè questo corrisponde alle parole di Beatrice e sue, chedicono che il sonno cominciò dalla morte di Beatrice e durò per una notte di dieci anni. Ma il fatto è che il poeta poi traduce il suo linguaggio figurato in vero, e della notte metaforica fa una notte reale. E questa notte ha la luna piena. E la luna piena alcuna volta riluceva tra i folti sterpi della selva fonda, senza però che la selva stessa cessasse nella sua generalità di essere oscura.Nè fu l'alba del giorno che condusse fuori l'errante. Egli era già fuori della bassura o, diremo, della profondità della selva, quando si trovò al piè d'un colle, e guardando in alto, vide di quello le parti alte illuminate dai primi raggi del sole. A uscire dalla profondità della selva gli giovò la luna:non ti nocquealcuna volta per la selvafonda.Ora che simboleggia questa luna? questa luna piena? Dante mette altrove in relazione la luna che riguarda il fratel suo per diametro, con la serenità mattutina. “Simile„ dice[94]“a Feba che contempla il fratello diametralmente dal purpureo della mattutina serenità„. Anche parlando a Forese, ricorda che la luna è la suora del sole, e la dice tonda; e a quel plenilunio successe un mattino sereno. E se Feba esprime là qualche cosa di perfetto, esprimerà anche qua una perfezione di splendore. Or vediamo in un altro luogo del medesimo trattato qual sia il significato mistico della luna rispetto al sole: ella, nel pensier di Dante, “a meglio e più virtuosamente operare riceve dal sole, che ha luce sovrabbondante,la luce di grazia„.[95]Nella selva fonda, poichè ell'era piena e contemplava per diametro il fratello, questa luce di grazia la luna riceveva come in nessun'altra fase. Or non è questa luce di grazia che trasse Dante dal profondo della valle e lo condusse al piè d'un colle, dove si vedevano i primi raggi del mattino?E i teologi parlano di “lume di grazia„ che scende da Dio “giustificante„.[96]E che è la giustificazione? È un moto per il quale l'anima è mossa da Dio e portata dallo stato di peccato allo stato di giustizia; consiste nell'infusione della grazia, ed è chiamata da giustizia piuttosto che da fede o carità, perchè giustizia importa generalmente la rettitudine di tutto l'essere umano a Dio.[97]Or questo lume di grazia come non è appunto il lume al bene ed a malizia, la prudenza infusa, che ci mostra ciò che è da fuggire e ciò che è da seguire, e che vien da Dio? Per essa, Dante ridivenne prudente, cioèporro videns, nella selva: non gli nocque.Or questa interpretazione è confermata da quel luogo, imperfettamente inteso, del Paradiso, di cui più su riportai il principio. Quel luogo è come la sintesi del poema sacro. Dice:Ben fiorisce negli uomini il volere;ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.Fede ed innocenzia son repertesolo nei parvoletti; poi ciascunapria fugge che le guance sien coperte.Tale balbuziendo ancor, digiuna,che poi divora, con la lingua sciolta,qualunque cibo per qualunque luna;e tal, balbuziendo, ama ed ascoltala madre sua, che, con loquela intera,disira poi di vederla sepolta.Così si fa la pelle bianca, nera,nel primo aspetto, della bella figliadi quei ch'apporta mane e lascia sera.Tu, perchè non ti facci maraviglia,pensa che in terra non è chi governi,onde si svia l'umana famiglia.Noi dobbiamo intendere: La redenzione ha bensì liberato il volere umano; ma è come libero non fosse: il fiore non lega e cade prima di divenir frutto. Subito dopo la puerizia, il volere ridiventa servo. L'adolescenza non ubbidisce più. Il lume di grazia si oscura subito. E, non essendoci chi governi e insegni la strada, la umana famiglia svia. Così presso a poco Marco Lombardo.[98]Anch'esso parla del libero volere, anch'esso del difetto di prudenza che è nell'adolescente, anch'esso della necessità conseguente di chi governi; anch'esso del mondo presente che disvia, come Beatrice conclude con lo sviare dell'umana famiglia.Ora io dico che nelle parole di Beatrice lo oscuro terzetto,Così si fa la pelle, si riferisce, come già vide il Buti, alla luna, e al lume di grazia, e allaprudenza.[99]Raccolgo in vero dalla Somma[100]che gli uomini cominciavano a computare dalla luna piena, sì che ella si poteva chiamare prima. E S. Tommaso, contro le ragionevoli dichiarazioni di S. Agostino, il quale diceva che la luna era sempre piena, riteneva che la luna “fu creata piena„. Or mi sembra probabile che “nel primo aspetto„ voglia appunto dire “nel suo principio„ cioè quando è tonda. Il che è reso più che probabile dal modo con cui Dante qui circoscrive il sole: “quei che apporta mane e lascia sera„. Chè in quel medesimo articolo si legge: “la luna, quando è perfetta, nasce di sera e cade a mane; e così presiede alla notte„. Si veda quanto il difficile terzetto si renda piano, col compierlo: “Così, nel suo bel cominciare (quando è piena), si oscura la candida superficie della luna che splende da sera a mane, come il sole da mane a sera„. E ciò significa, ricavandone il senso mistico, mirabilmente opportuno tra la menzione dell'adolescenza subito traviata e quella della mancanza di chi governi; ciò significa: “Così incontanente a principio della nostra vita si oscura quel lume che ci fu dato a illuminare la notte dei sensi, a guidare l'anima sensitiva che sa nulla. Così avviene che, mancando chi la diriga bene per lei, la famiglia umana disvia„. Disvia e poi affonda nella cupidigia:[101]O cupidigia, che i mortali affondesì sotto te, che nessuno ha poteredi trarre gli occhi fuor delle tue onde!Ma verrà, verrà, quando che sia (così Beatrice conclude[102]), chi raddrizzerà il genere umano, curando l'adolescenza, avviando per la diritta via l'appetito dei mortali, sì che il fiore della volontà non sia, subito nella primavera, guasto dalle pioggie, e cada senza legare. La redenzione non sarà stata invano; il volere non invano sarà stato franco;e vero frutto verrà dopo il fiore:il bene dopo la libertà.VIII.Dante, dunque, adolescente e poco oltre la soglia della seconda età, essendosi chiusi quelli occhi giovanetti, che menavano al bene la sua anima sensitiva, la quale allora, come di adolescente, aveva bisogno di chi la guidasse e cui obbedisse, cominciò a essere ingannato dal cuore o appetito. Esso si faceva talora avversario della ragione, e vedeva il bene dove non era e non lo vedeva dove era. Lo vedeva nella fronte di altri e non lo vedeva più in Beatrice salita da carne a spirito. Minor bene preferiva a maggior bene: la donna gentile, per un esempio, alla donna gentilissima, Beatrice viva e di sì breve uso a Beatrice morta e immortale. Il cuore non andava più ver lei, quasi trovasse ostacoli per la sua via: ombrava, come cavallo restio: era vile. E si volgeva ad altri, come attirato dalla voce e dall'aspetto delbene e di Beatrice. Ma il bene e Beatrice non era là, dove il cuore andava. E allora si cominciava “dolorosamentea pentere de lo desiderio a cui sìvilmentes'avea lasciato possedere„. Il dolore era sempre legato all'estremo della viltà. E il dolore era suscitato dal pensiero e dal ricordo e dal sogno della vera Beatrice. La viltà nasceva dal desiderare del cuore contro la costanza della ragione; cioè contro la prudenza, contro il lume di grazia che c'è dato per discernere bene da male, e maggior bene da minor bene. La prudenza, che in Dante era infusa col battesimo, di quando in quando riappariva; ed egli allora si ritorceva dalla falsa imagine di bene; ma tornava a seguirne altre.Quando finalmente piena si rifece la prudenza, egli era nel mezzo del cammino di sua vita. Si sentì men vile e s'apparecchiò a più non essere.Egli era stato, per tutto questo tempo, quasi morto; chè vivere è dell'uomo ragione usare; ed egli non usava ragione, perchè, a tratti soltanto, vedeva quel lume e ubbidiva a quel consiglio, che mostra e dà la prudenza, facendo al cuore discernere ciò che ha da fuggire e ciò che ha da cacciare. Or non era più morto. Ora egli cominciava a usare ragione. Il cuore fuggiva fuggiva dalla sua vita passata, e si avviava a miglior meta.Fu come se ingombro di sonno si fosse smarrito in una selva; e vi avesse passato chi sa quanto tempo, ma che era quasi una sola notte. Ed egli, cercando la sua via si metteva per questo o quel tragetto, e poi se ne ritornava, e poi si cacciava per un altro; e di qua, dove forse era il buon cammino, si rivolgeva, come avesse incontrato fossi e catene,e per là, dove certo era il folto della selva, si metteva dietro qualche inganno di via agevole. Ma quand'era nel più profondo, ecco che un raggio della luna, che era tonda bensì essa, ma selvaggia e aspra era la selva, ecco che un suo bagliore gli mostrava che s'internava invece di uscire e si perdeva invece di salvarsi. E così finalmente verso l'alba si trovò avanti un colle illuminato dal sole nascente.Quanta paura aveva fatto balzare il suo cuore nella selva! Ora la paura s'era quetata un poco. E anelando il cuore fuggiva fuggiva; mentre Dante posava un poco, per riprendere le forze: fuggiva il cuore dalla selva e tendeva al colle.Così ogni uomo, che ebbe col battesimo il lume del discernimento, ha bensì in abito la prudenza, ma finchè è adolescente non l'ha in atto. Anzi il suo stato d'imprudenza dura spesso oltre l'età in cui è perdonabile. La puerizia di anima continua un pezzo dopo che cessò la puerizia d'anni. La prudenza, che è in lui in abito, mostra bensì di quando in quando qualche raggio, ma tardi si svela piena e a lui rivela gl'inganni dell'appetito sensitivo. E allora si apparecchia a vivere la vera vita dell'uomo.Così il genere umano che in Adamo ebbe il lume di grazia per il quale l'animo poteva discernere tra ciò che è da fuggire e ciò che è da seguire, in lui lo perdè. Brancolò al buio, senza poter meritare, finchè questo lume fu riacceso dal Redentore, e allora il genere umano uscì dalla selva del peccato originale, in cui non era luce di prudenza e perciò libertà di volere.Questo il senso, che via via si chiarirà meglio, della selva: senso allegorico e anagogico. Ed è mirabileconsiderare, come le necessarie imperfezioni in tale figurazione unica di concetto molteplice, siano dal poeta dissimulate e sanate. A chi dicesse che non sta il figurare, nel senso allegorico, la notte dei sensi con una notte di plenilunio, risponderebbe il poeta, sì, che sta; chè per un battezzato non c'è notte buia, perchè il lume di grazia brilla per lui; ma che appunto a far vedere che il lume può non essere da lui veduto e usato a suo cammino, egli mise l'errante in una selva oscura per la sua foltezza, in una selva selvaggia. E a chi allora gli replicasse che la medesima figurazione non torna per significare la tenebra del genere umano dopo la colpa umana, perchè la luna non spuntò subito dopo il tramonto del sole; Gesù non venne subito dopo Adamo; egli anche risponderebbe, che sì, subito dopo il peccato spuntò la luce di grazia, e che Adamo appunto credè per primo al Cristo venturo.E col senso morale è unito e fuso il senso politico o, vogliam dire, sociale. Essendo la luna la virtù che consiglia l'anima[103]sensitiva, ella è anche l'autoritàimperiale; perchè l'imperatore è colui che deve indirizzare al bene l'anima semplicetta del genere umano. Altissimo è questo uffizio che, a noi disavvezzi da certe idee e da certi raziocini, può parere strano e piccolo. Pensiamo. Dante ritiene bensì cancellata col battesimo la macchia originale; ma gli effetti di lei crede estendersi per gran parte dell'età degli uomini e anche per sempre. L'imperatore compie, per lui, il Redentore; e l'autorità imperiale è come la sanzione del battesimo. Senza essa il genere umano è invano redento, e vivrebbe, come avanti Gesù, nel peccato e nella tenebra.E così ognun vede che se io sono stato, in tale interpretazione, più forse esatto dei miei antecessori, non però sono solo a vedere, piccolo omicciuolo, ciò che gli altri non videro. Siffatta solitudine mi farebbe diffidare d'ogni mio più severo argomentare. Ma no: tutti hanno nella selva veduto o intraveduto il peccato, e il disordine morale e politico, e la perdizione, e la morte. E tuttavia tutto ciò non è se non per il difetto di quella virtù che il battesimo infonde e a cui vedere gli occhi dell'adolescente si serrano immergendosi nel sonno; per il difetto o per l'oscurarsi della prudenza. Or la prudenza è tra le virtù morali virtù precipua, ed è loro conducitrice, come dietro i filosofi afferma Dante: “e senza quella esser non possono„.[104]Sicchè nella selva non essendo prudenza, non è alcuna virtù. E così tutti gli interpreti hanno sempre pensato; ma errano se aggiungonoche ci sono tutti i vizi. Che lo stato di chi è nella selva, ed è pur senza alcuna virtù, e senza alcun lume, e perciò senza alcun freno, e pur servo e in peccato, e nell'inferno, e quasi morto; tale stato è più simile a quello d'un parvolo innocente che muore avanti il battesimo che a quello d'un uomo colpevole della più lieve delle reità. Ricordiamo la gradazione stessa quale Dante sente dire all'aquila, nel cielo di Giove:è tenebra,od ombra della carne o suo veleno.L'ombra della carne è incontinenza, il veleno è malizia. Bene: la selva è tenebra e solo tenebra.[105]È, per conchiudere con altro luogo della Comedia, è lo stato dell'animo che “confusamente apprende„ il bene, nel quale quietarsi. Egli non è ancora o non è più “diretto„, ma al bene aspira. I disiri di Beatrice, in vero, al bene menavano l'amatore. Ma egli non era “diretto„; era fuori della “diritta via„. Or ciò non vuol dire che il suo animoerrasse “per malo obbietto„; poichè cercava il bene; nè “per troppo o per poco di vigore„; poichè il bene non lo trovava, e l'amor suo non era mai nel caso di misurar sè stesso, perchè non raggiungeva ciò che seguiva, e ciò che seguiva era un'imagine falsa e una vanità.[106]Nella tenebra dove Dante errava, non era alcuna virtù, ma non era alcun vizio.
Nel Convivio Dante parla dell'“adolescente che entra nella selva erronea di questa vita„,[8]il quale “non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato„. Nella Comedia dice:[9]
mi ritrovai per una selva oscurachè la diritta via era smarrita.. . . . . . . . . . . . .I' non so ben ridir com'io v'entrai.
mi ritrovai per una selva oscurachè la diritta via era smarrita.. . . . . . . . . . . . .I' non so ben ridir com'io v'entrai.
Non sa Dante ridire come v'entrasse; quando v'entrasse, sappiamo da Beatrice:[10]
si tosto come in su la soglia fuidi mia seconda etade e mutai vita,questi si tolse a me e diessi altrui.. . . . . . . . . . . . . .e volse i passi suoi per via non vera.
si tosto come in su la soglia fuidi mia seconda etade e mutai vita,questi si tolse a me e diessi altrui.. . . . . . . . . . . . . .e volse i passi suoi per via non vera.
Beatrice saliva da carne a spirito; e Dante pien di sonno abbandonava la verace via. La donna gentilissima, agli angeli eternamente vigili che cantano intorno al suo carro, indica in certo modo l'età in cui ell'era quando morì, per dir quella in cui il suo pentito amatore si addormì e smarrì. Perchè ella sa che l'età di lei è unita da un vincolo misterioso a quella di lui: l'una è a capo, l'altra in fondo al medesimo anno; come Dante scrisse nel libello della Vita Nuova:[11]“quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono„. Quando dunque ell'era in su la soglia della seconda età, cioè della gioventù che vien dopo l'adolescenza “la quale dura infino al venticinquesimo anno„, Dante aveva passata questa soglia, e non si sarebbe potuto più dire adolescente.
Eppure in quel medesimo libello Dante racconta che almeno un anno[12]egli rimase fedele a Beatrice fatta de' cittadini di vita eterna, e che solo “alquanto tempo„ dopo l'anniversario, si mosse a pietà di sè vedendo la pietà d'una gentile donna giovane e bella molto: il che fu un togliersi a Beatrice e darsi altrui. Fu dunque un anno e alquanto tempo dopo: eppur Beatrice afferma agli angeli vigili:
Sì tostocome in su la soglia fuidi mia seconda etade, e mutai vita.
Sì tostocome in su la soglia fuidi mia seconda etade, e mutai vita.
Vogliam dire che Beatrice esageri, per cogliereragione addosso all'amatore? che le sue parole non vadano prese a lettera, come di sensitiva amatrice? Per me, crederei più probabile che il poeta pareggiasse i tempi e i fatti per qualche suo fine d'arte e di dottrina. E qui il fine mi parrebbe questo, di mostrare ch'egli si smarrì adolescente, quando cioè Beatrice era in su la soglia ed esso, perciò, poco oltre la soglia, in modo da poter essere considerato ancora in quella età “la quale dura infino al venticinquesimo anno„; e così inferire che dell'adolescenza è proprio lo smarrirsi.
Così nella Vita Nuova Dante chiama puerizia l'età sua dopo la prima apparizione di Beatrice,[13]mentre un passo, controverso a dir vero, del Convivio sembra limitare la puerizia con l'ottavo anno; e a ogni modo le prime parole della Vita Nuova sembrano collocare la fanciullezza, pagine quasi bianche del libro della memoria, avanti i nove anni. Or come puerizia era l'età di Dante dopo il nono anno, così egli voleva che fosse adolescenza alla fine del suo anno vigesimo quinto.
Ma fosse adolescenza proprio o non fosse, i due luoghi del Convivio e della Comedia, dove si parla di selva erronea e di selva oscura, si riscontrano più nell'idea d'adolescenza che in quella di selva. Di vero la selva del Convivio è la vita stessa; quella della Comedia è, non la vita, ma nella vita. Nellaprima l'adolescente ci si trova a ogni modo per il fatto d'essere nato e cresciuto; nella seconda Dante entra per aver abbandonata, pien di sonno, la verace via; mentre l'altro nella selva stessa travìa, poniamo, in modo da non uscirne più o così presto a salvazione. Invece, perchè l'adolescente nel Convivio può traviare? Perchè, essendo adolescente, ha bisogno che i suoi maggiori gli mostrino il buon cammino. Perchè Dante entrò nella selva? Perchè non seguì chi il buon cammino gli mostrava. Beatrice invero afferma:[14]
Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte volto.
Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte volto.
Quando quelli occhi giovinetti si furono serrati, allora Dante volse i passi suoi per via non vera. Ora, perchè il pensiero di Dante è che l'adolescenza ha bisogno di chi mostri il buon cammino, egli dicendo d'aver avuto chi glielo mostrava, viene a dire che era allora adolescente: adolescente, quando era sostenuto dal volto di Beatrice viva; adolescente, quando, come egli confessa,[15]
le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi,tostoche il vostro viso si nascose.
le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi,tostoche il vostro viso si nascose.
Il viso s'era nascosto, ma bellezza e virtù erano cresciute alla donna salita da carne a spirito; ed ella era per attirare a sè l'amatore più che mai. Ma egli s'addormì e smarrì.
E poi tutto parla di adolescenza nei luoghi che si riferiscono allo smarrimento. Dante afferma d'esserestato pien di sonno nel punto che si smarrì. Non è questa sonnolenza un ricordo del concetto Platonico, per il quale l'anima è attonita e trasognata sulle prime dal flusso e riflusso della materia? Dante questo concetto lo conosceva, perchè egli parla dei tempi in cui “l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„; dell'adolescenza, dunque, dell'“accrescimento di vita„.[16]E mi par naturale ch'egli attribuisca, nella Comedia, a queste molte e grandi trasmutazioni, quell'oblìo che, a dir vero, nella Vita Nuova pone solo nella puerizia: “in quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere„.[17]Poi, Beatrice afferma di lui:
... volse i passi suoi per via non vera,imagini di ben seguendo false,
... volse i passi suoi per via non vera,imagini di ben seguendo false,
e Dante conferma di sè:
le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi.
le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi.
Or quali sono queste false imagini di bene, queste presenti cose che hanno un falso piacere? queste sirene e queste pargolette e queste vanità di cui Beatrice riparla?
perchè altra volta;udendo le sirene sie più forte.... . . . . . . . . . . .Non ti dovean gravar le penne in giuso,ad aspettar più colpi, o pargoletta,o altra vanità con sì breve uso.[18]
perchè altra volta;udendo le sirene sie più forte.... . . . . . . . . . . .Non ti dovean gravar le penne in giuso,ad aspettar più colpi, o pargoletta,o altra vanità con sì breve uso.[18]
Quali son esse? Sono, mi pare, molto simili alle blande dilettazioni di cui è parola nelde Monarchia:[19]“le volontà dei mortali, per cagione de' lusinghevoli diletti dell'adolescenzia, hanno bisogno di chi a bene le indirizzi„. Il qual pensiero è pur molto simile a quello citato dal Convivio: “L'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato„. Là è l'imperatore che dirige, qui i maggiori; ma il traviare dell'adolescente del Convivio non può essere causato se non da queste blande dilettazioni contro cui è necessaria la guida sicura, o dei maggiori, o dell'imperatore, o di quelli occhi giovinetti.
Nel punto proprio che Dante abbandonò la verace via, egli, avrebbe forse detto di sè, che adolescente era; ma certo nella seconda età era entrato e s'era inoltrato, quando nella selva oscura si ritrovò. Egli era allora
nel mezzo del cammin di nostra vita,
nel mezzo del cammin di nostra vita,
cioè a metà della seconda “delle quattro etadi„ in cui “la umana vita si parte„, a metà della “Gioventude„, al “colmo del nostro arco„ che “è nelli trentacinque„.[20]Se volse i passi suoi per via non vera, quando Beatrice era sulla soglia della gioventù,quando poi ascoltava le sirene e si lasciava tirare a terra da pargolette o altre vanità, non era più adolescente. Invero Beatrice esclama ver lui:[21]
Alza la barba,e prenderai più doglia riguardando!
Alza la barba,e prenderai più doglia riguardando!
Ed egli ben conosce “il velen dell'argomento„ che era in quel dirbarbainvece diviso. Non era più in età da potere scusare con essa i suoi traviamenti. Certo; ma dunque i traviamenti erano di quelli che si scusano con la età. E se tali erano quelli per i quali seguiva sirene e pargolette e vanità, tanto più era scusabile con l'età il deviar primo, quando egli si tolse a Beatrice e si diede altrui. In verità non solo Lucia dice di lui a lei: Quei che t'amò tanto; ma ella stessa a Virgilio parla non senza lagrime e chiama questo traviato,[22]
l'amico mio e non della ventura.
l'amico mio e non della ventura.
Niente dunque di grave. O come? Così. In Dante aveva errato l'animoocuoreoappetito; e nel modo che e nel Convivo e nella Comedia dice che può errare, per sua semplicità. L'anima semplicetta che sa nulla[23]
di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e retro ad esso corre;
di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e retro ad esso corre;
e questo picciol bene è tutt'uno con le blande dilettazioni sopra dette, tanto è vero che sì per via diquelle c'è bisogno della guida imperiale; sì per questo ingannarsi dell'anima e correre dietro al bene che ha assaporato,
convenne legge per fren porre;convenne rege aver...
convenne legge per fren porre;convenne rege aver...
Tutto il concetto è anche nel Convivio:[24]“Siccome peregrino che va per una via per la quale mai non fu, che ogni casa che da lungi vede, crede sia l'albergo... così l'anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene, e poi qualunque cosa vede, che paia aver in sè alcun bene, crede che sia esso... Onde vedemo li parvoli desiderare massimamente un pomo; e poi più oltre procedendo, desiderare uno uccellino; e poi più oltre desiderare bello vestimento, e poi il cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande, e poi più grande, e poi più„. Or ciò che, nel pargolo e nell'uomo, spinge a questa corsa verso un bene a mano a mano più grande, è appunto l'appetitoocuoreoanimo, che vuol essere pago; come s'intende, e da tutta la lezione sull'amor d'animo,[25]e, per essere brevi, dal terzetto:
ciascun confusamente un bene apprende,nel qual si queti l'animo, e disira:perchè di giugner lui ciascun contende.
ciascun confusamente un bene apprende,nel qual si queti l'animo, e disira:perchè di giugner lui ciascun contende.
L'animo dunque di Dante s'ingannava. Vediamo, come.
Era passato più d'un anno da che Beatrice era fatta dei cittadini di vita eterna. Egli molto stava pensoso, e i suoi pensamenti erano di dolore. E levò gli occhi per vedere se altri lo vedesse: allora vide una gentile donna giovane e bella molto, la quale da una finestra lo riguardava pietosamente. Ed egli disse tra sè medesimo: “E' non puote essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore„. Poi, rivedendola ancora e sempre pietosa in vista, e d'un colore pallido, quasi come d'amore, egli si ricordava della sua nobilissima donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. E infine venne a tanto per la vista di questa donna, che i suoi occhi si cominciarono a dilettare troppo di vederla, e la vista di lei lo recò in sì nova condizione, che molte volte ne pensava sì come di persona che troppo gli piacesse; e così avvenne un contrasto tra “il cuore ciò è l'appetito„ e “l'anima ciò è la ragione„. L'avversario della ragione, cioè il cuore, fu poi vinto dalla forte imaginazione nella quale a Dante parve vedere Beatrice con le stesse vestimenta sanguigne con le quali gli apparve la prima volta. Il cuore o animo o appetito si era ingannato.
Aggiungo che s'era ingannato, facendo che a Dante ricordasse, nel veder la donna gentile, dell'altra gentilissima.[26]Or così appunto il peregrino del Convivio “ogni casa che da lungi vede, crede sia l'albergo„; “dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene (cioè Dio), e poi qualunque cosa vede, che paia avere in sè alcun bene, crede sia esso„. Nè si dica che nel Convivio si tratta di Dio e nellaVita Nuova della donna amata: la Comedia si accorda con l'uno e con l'altra. Chè Beatrice chiede:[27]
Per entro i miei disiriche ti menavano ad amar lo bene,di là dal qual non è a che si aspiri,quai fossi attraversati, o quai catenetrovasti, per che del passare innanzidovessiti così spogliar la spene?
Per entro i miei disiriche ti menavano ad amar lo bene,di là dal qual non è a che si aspiri,
quai fossi attraversati, o quai catenetrovasti, per che del passare innanzidovessiti così spogliar la spene?
Il che vuol dire: nel seguire me che ti conducevo a Dio, quali ostacoli trovasti per la via? Or Dante s'era ingannato credendo di veder Beatrice e perciò Dio, dove non era nè Dio nè Beatrice.
Ond'ella pur rimproverando, di presenza, il suo amatore, come infedele, dice, quand'egli non è lì ad ascoltare:
l'amico mio e non della ventura.
l'amico mio e non della ventura.
Nella qual parolaventurasono da comprendere, a parer mio, tutti i beni che non fanno il vero bene; sicchè Beatrice viene a significare: checchè paia, me ama, e non altri nè altro.
Pure, di presenza, così acerbamente lo rimprovera, che non è meraviglia se gl'interpreti imaginano di Dante più gravi peccati che egli non confessi. Ma noi, prima di tutto, nei rimproveri della donna gentilissima, dobbiamo sceverare quelli che si riferiscono allo stato di Dante, dopo che egli ebbe incontrate le tre fiere, da quelli che si rapportano al suo errar nella selva. E poi dobbiamo considerare che i suoi sono rimproveri di chi ama a chi ama; e poi dobbiamoriconoscere che molte cose aggravano la pur piccola colpa di Dante.
Queste: Dante era nella vita nuova virtualmente capace d'ogni bella opera e per benigne disposizioni di stelle e per larghezza di grazie divine; poi aveva avuto per guida gli occhi giovinetti di Beatrice; poi aveva sperimentata la vanità delle cose umane, con la morte di Beatrice; poi si era trovato a scegliere non tra due beni quasi equivalenti, ma tra Beatrice la gentilissima, salita da carne a spirito e più bella e virtuosa che mai, e altri beni, sirene, vanità, pargolette non degne certo di essere paragonate a Beatrice viva non che a Beatrice morta. Ora il peregrino del Convivio merita ben più scusa. In vero all'anima “perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere sperta, nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi...„ Ma la conoscenza di Dante era dottrinata e per gli abiti destri che già facevano prova in lui e per la luce di quelli occhi giovinetti; e per lo sparir d'essi oh! era anche sperta! Eppure piccioli beni a lui parevano grandi, poichè seguiva imagini di bene
che nulla promession rendono intera;
che nulla promession rendono intera;
poichè si lasciava chiamare a terra, come uccellino invano ammaestrato da un primo strale dell'uccellatore, da
o pargolettao altra vanità con sì breve uso.
o pargolettao altra vanità con sì breve uso.
Ma, pur con questi gravami, di cui l'ultimo è da Beatrice significato con l'ironico, Alza la barba!pur con questi, Dante non è detto (per ciò, almeno, che si riferisce alla selva e allo smarrimento) reo, sì ingannato. Ricordiamo:[28]
Ben ti dovevi, per lo primo straledelle cose fallaci, levar susodi retro a me che non erapiù tale.Non ti dovean gravar le penne in giusoad aspettar più colpi, o pargolettao altra vanità consì breveuso.
Ben ti dovevi, per lo primo straledelle cose fallaci, levar susodi retro a me che non erapiù tale.
Non ti dovean gravar le penne in giusoad aspettar più colpi, o pargolettao altra vanità consì breveuso.
Beatrice non era più cosa fallace; dunque era stata. Di lei era stato breve uso; dunque anche ella era stata una vanità. Dunque tra le cose fallaci, tra le vanità, tra le false imagini di bene, tra le presenti cose piene di falso piacere, ella poneva pur sè; sè viva; epargolettaè da lei detto in memoria forse di quando ella apparve a Dante nella sua giovanissima età. Ella dice: una pargoletta come me, una vanità qual era io. Pure quella pargoletta conduceva Dantein dritta parte volto; e le altre no, non lo condussero; come si vide. Bene: ma qual grande peccato era di Dante, se nelle altre egli credeva vedere il bene che in quella pargoletta bella e nuova, il cui viso si era nascosto e i cui occhi giovinetti non lucevano più? Non dice egli che per dieci anni fu assetato di lei? Ferito dallo strale delle cose fallaci, correva qua e là, dove vedeva balenare uno specchio d'acqua, senza trovarlo mai, sì che la sete e' non la potè disbramare che quando di nuovo ella gli apparve sul santo monte[29].
Ma se l'errar nella selva significa gl'inganni cui l'anima è soggetta “nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita„, inganni e niente altro che inganni di imagini di bene, sian pur false, e questi inganni sono causati dall'imperfezione naturale della conoscenza umana, che non è ancora sperta e dottrinata, e sia pur che sperta e dottrinata avrebbe dovuto già essere; come mai Dante dipinge questa selva così oscura e selvaggia e aspra e forte? Per sì leggiera e natural cosa, come mai sì gravi parole? In vero, per limitarmi agli effetti della selva sull'anima di chi vi erra dentro, ella
tanto è amara che poco è più morte,
tanto è amara che poco è più morte,
e incute tanta paura, che la rinnova nel pensiero. Se, per esempio, il piacere della donna pietosa è uno dei fatti simboleggiati nella selva, non s'intende tanta paura e tanta amarezza di morte.
No: s'intende. Nel Convivio si comentano lungamente questi tre versi della canzone “Le dolci rime d'Amor, ch'io solia„:
Ma vilissimo sembra, a chi'l ver guatachi avea scorto il cammino e poscia l'erra,e tocca tal, ch'è morto, e va per terra.
Ma vilissimo sembra, a chi'l ver guatachi avea scorto il cammino e poscia l'erra,e tocca tal, ch'è morto, e va per terra.
Dante dice “che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo„. E aggiunge: “Perchè non sichiama non valente, cioè vile? Rispondo: Perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui, che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma perocchè questi l'ebbe, lo suo errore e 'l suo difetto non può salire; e però è da dire non vile ma vilissimo„.[30]Vileeviltàin tutto questo trattato del Convivio è opposto dinobile(che Dante deriva danon vile) e dinobiltà; e nobiltà o gentilezza o bontà è la perfezione umana la quale consiste nell'usar che faccia l'anima “li suoi atti nelli loro tempi e etadi, siccome all'ultimo suo frutto sono ordinati„.[31]Ora fortezza o magnanimità[32]è virtù di giovinezza; e il giovane che non l'abbia è non nobile, cioè vile. E Dante ci mostra nel poema, una volta tra le altre, il nobile in faccia al vile.[33]
Se io ho ben la tua parola intesa,rispose delmagnanimoquell'ombra,l'anima tua è daviltateoffesa.
Se io ho ben la tua parola intesa,rispose delmagnanimoquell'ombra,l'anima tua è daviltateoffesa.
Il magnanimo è Virgilio, l'altro ingombrato da viltà, come cavallo ombroso, è Dante. Direste voi che Dante sia pauroso per quel rifiuto che tenta fare? Si tratta d'un'impresa quale solo al più nobile degli eroi e al più privilegiato dei santi riuscì. Dante dubita che la sua virtù non sia assai possente: la sua virtù è stanca. Eppure il magnanimo continuando dice:
di questatemaa ciò che tu ti solve;
di questatemaa ciò che tu ti solve;
e conclude:
perchè ardire e franchezza non hai?
perchè ardire e franchezza non hai?
Il che mostra che l'idea di paura è connessa, per Dante, con viltà, anche quando viltà non è bassezza propriamente o ignominia, ma l'opposto di magnanimità, che è quanto dire di nobiltà o gentilezza, cioè di quella “grazia„ o “divina cosa„ che fa quelli che l'hanno, “quasi come Dei„.[34]
Ora nel verso
che nel pensier rinnova la paura,[35]
che nel pensier rinnova la paura,[35]
e nell'altro
allor fu la paura un poco queta,[36]
allor fu la paura un poco queta,[36]
si sottintende il concetto di viltà, come negli altri versi,
l'anima tua è da viltate offesa,perchè tanta viltà nel cuore allette?[37]
l'anima tua è da viltate offesa,perchè tanta viltà nel cuore allette?[37]
si legge quello di paura. Vero è che Dante potrebbe dirmi,
è Cielo dovunque la Stella,ma ciò none converso;[38]
è Cielo dovunque la Stella,ma ciò none converso;[38]
e che, come nobiltà “vale e si stende più che virtù„, così viltà si stende più che paura; ma non forse vorrebbe dirlo qui, trattandosi d'un linguaggio che non è più quel del Convivio, anche quando il pensiero è lo stesso, chè nella Comedia egli parla per simboli evidenti e disegna e scolpisce figure, nonscrive o dice soltanto parole. Chè, per esempio, il timore da cui è preso Dante, quando è per abbandonarsi della venuta, non è se non la mancanza di quellospronareche bene ebbedi Silvio lo parente, sì che “sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno;„[39]ma che Dante non sentiva ancora ai fianchi del suo cavallo, cioè dell'appetito.
A ogni modo, se Virgilio, per un supposto, avesse incontrato Dante, mentre errava nella selva, qual parola crediamo noi che avrebbe usata per rimproverar Dante? non forse questa, che qui usa, di viltà? Che invero la donna gentilissima, nel rimproverarlo in cima al santo monte, di quell'errore, non dice che quella dell'amico suo fosse viltà, ma viene a dirlo, quando gli domanda quali fosse avessero attraversata la sua via, sì che egli avesse disperato di passare. Se viltà era il suo dubitare avanti l'alto passo, figuriamoci se non era avanti una fossa! Altro che lo spronare di Enea gli mancava! E concludo che Dante dice di sè che era, fin che fu nella selva, vile; anzi, poichè la paura fu tanta, vilissimo.
Ebbene Dante chiama, nel Convivio, vile colui “che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato„; e colui che l'ebbe, “non vile, ma vilissimo„. Il solo, dunque, fatto di non ben camminare e ditortire“per li pruni e per le ruine„, e di non andare “alla parte dove dee„,[40]merita, nel fiero stile di Dante, il nome di vile; e, se chitortisce, è scôrto, quello di vilissimo. E Dante prima che entrasse nella selva, era scôrto. Beatrice afferma:[41]
Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte volto.
Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte volto.
Si smarrì. E la dolce scôrta pur rimaneva. Ella afferma ancora:[42]
Nè impetrare spirazion mi valse,con le quali ed in sogno ed altrimentilo rivocai.
Nè impetrare spirazion mi valse,con le quali ed in sogno ed altrimentilo rivocai.
Or tutta quella paura, in cui è implicita tanta viltà, è sempre per quello smarrirsi, non per altro.
Ma selva è quasi morte! Sì; e ciò vuol dire che Dante era come morto là in quell'oscurità. Essere morto o essere nella morte è la stessa cosa, come vivere ed essere in vita tornano lo stesso. Ebbene? Anche il vilissimo, di cui sopra, tanto quello che dalla via del buono anticessore si parte, quanto l'altro, a cui è simile, che tortisce per li pruni e per le ruine, Dante dice che veramente morto dire si può. E, perchè non restiamo abbagliati da quelle parole che ivi si leggono e che porterebbero, a prima vista, che ilmalvagiosoltanto si può dir morto, e tralasciando che malvagio ivi ha il significato non di dato al male, ma, presso a poco, di vile; ecco la ragione che Dante assegna di tal sentenza: “Vivere nell'uomo è ragione usare. Dunque se vivere è l'essere dell'uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto„. Dunque morto si può dire, nel fiero stile di Dante, chi si parte dall'uso della ragione, pur senza darsi a tuttoil male e a tutto il brutto che è nel mondo; morto si può dire, come da lui si ricava, “chi non ragiona il cammino che far dee„; “colui che non si fe discepolo, che non segue il maestro„.[43]Ora qual maestro Dante non aveva tralasciato di seguire! e appunto quando più o meglio poteva ammaestrarlo! Perciò, era quasi morto.
Dante, come abbiamo veduto, era colpevole, nel cospetto di Beatrice, di cosa che sarebbe stata scusabile con l'età adolescente, se egli già non avesse avutobarba, e non fosse stato
nel mezzo del cammin di nostra vita.
nel mezzo del cammin di nostra vita.
Nel mezzo del cammino era quando si ritrovò nella selva, e nemmeno quando entrò nella selva era proprio adolescente; pure e Beatrice rimproverando ed esso ripetendo parlano, per ciò almeno che si riferisce all'error nella selva, di blande dilettazioni proprie dell'adolescenza, di oblìo proprio del tempo in cui l'anima intende al crescere e all'abbellire del corpo, d'inganni dell'anima che ancora semplicetta corre dietro al bene che assaporò. Perchè, domandiamo ora, l'anima per queste dilettazioni, per questo oblìo, per questi inganni viene a trovarsi in una selva oscura? perchè oscura, codesta selva? Perchè, risponde Dante stesso nel Convivio,[44]“infino a quel tempo (al venticinquesimo anno)... non puoteperfettamente la razional parte discernere„. Come nella valle d'abisso, perchè era oscura, profonda e nebulosa, Dante, per guardare che facesse, “non vi discerneva„ nulla,[45]così poco o nulla egli discerneva nella selva, perchè era oscura, selvaggia e aspra e forte. Anche forte, sì, che può valere difficile a comprendersi e a vedersi, come nell'espressionicomento forte ed enigma forte.[46]
La razional parte dell'anima dunque non discerneva. Dante, sebbene non più adolescente e molto meno fanciullo, sì quando entrò nella selva, sì, e più, per il tempo che vi si aggirò, era tuttavia come un fanciullo. Egli in vero distingue nel Convivio la puerizia d'animo da quella d'età; e così ne ragiona:[47]“La maggior parte degli uomini vivono secondo senso, e non secondo ragione, a guisa di pargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a debito fine è ordinata, non veggiono, perocc'hanno chiusi gli occhi della ragione, li quali passano a vedere quello...„ E Dante era come la maggior parte degli uomini, allora. Non lo rimprovera Beatrice di questo, domandandogli,[48]
E quali agevolezze, o quali avanzinella fronte degli altri si mostraro,per che dovessi lor passeggiare anzi?
E quali agevolezze, o quali avanzinella fronte degli altri si mostraro,per che dovessi lor passeggiare anzi?
Non è questo un biasimo al suo non conoscer le cose “se non semplicemente di fuori„? E la sua risposta, che conferma i rimproveri di Beatrice che pur s'assommano in quel seguir imagini false di bene, e che assomma tutte le sue colpe, la sua risposta
le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi,[49]
le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi,[49]
non è un confessare di aver avuti chiusi gli occhi della ragione e non aver conosciute le cose se non di fuori? Ed egli stava
quali ifanciullivergognando muti,con gli occhi a terra;[50]
quali ifanciullivergognando muti,con gli occhi a terra;[50]
mostrando così d'essere stato non più che un pargolo, quando Beatrice gl'intima: Alza la barba! E tutta la vergogna, che domina nel ripentire di Dante, che gli grava la fronte,[51]e che Beatrice eccita in lui ancor più, e che all'ultimo lo rende muto, e gli fa tener fermi a terra gli occhi, la vergogna, che nelle donne e nei giovani “è buona e laudabile„ e “non è laudabile nè sta bene ne' vecchi„,[52]non mostra ella che si tratta d'una puerizia d'animo, se non d'età?
E questa puerizia d'uomo che era nel mezzo del cammin della vita, non è, tutt'insieme, non ostante l'acerbo rimbrotto di Beatrice e la vergogna di Dante, così strana e imperdonabile in lui. Perchè, giova ripetere, se non allora quando si stava muto vergognandoavanti Beatrice, almeno quando aveva volti i passi verso imagini false di bene, era adolescente, o almeno per tale era riconosciuto e si riconosceva. In vero il suo soverchio dilettarsi della vista della donna gentile, che avvenne più d'un anno dopo la morte della gentilissima, quando, cioè, Dante era da più d'un anno uscito di adolescenza, egli vuole che sia inteso come inganno d'adolescente; chè dice nel Convivio che “in quella„ cioè nella Vita Nuova “dinanzi all'entrata disuagioventute„ parlò; e “altro si conviene e dire e operare a un'etade, che ad altra„.[53]Nel fatto, è assai probabile che Dante volendo i suoi sentimenti e i suoi pensamenti collocare nell'ordine generale delle cose, pareggiasse, come ho detto sopra, i fatti e gli anni per fare della sua cronaca la storia dell'uomo. Così in lui Beatrice rimprovera, per quel che riguarda lo smarrimento nella selva, l'adolescente che non discerne anche quando dovrebbe discernere e quando tuttavia per solito si vede che non discerne. Ma se il fatto è solito e non mirabile, è pur sempre degno di riprensione e di vergogna; e Dante col primo verso del poema sacro esprime la sua confusione, e pare si vergogni che esso, in particolare, aspettasse troppo più tempo che non si soglia:
nel mezzo del cammin di nostra vita!
nel mezzo del cammin di nostra vita!
Bene: questo manco di discrezione, o, come si dice ora, discernimento, che è? Dice Dante:[54]“Lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga si è la discrezione. Chè, siccome dice Tommaso sopraal prologo dell'Etica, conoscere l'ordine d'una cosa ad altra, è proprio atto di ragione; e questa è discrezione„. Chi questo ordine non conosce, è come pargolo; chè essi “non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la qualea debito fine è ordinata, non veggiono„.[55]Chi manca di discrezione, vive, a guisa di pargoli, “secondo senso e non secondo ragione„, vive come se avesse la sola potenza sensitiva dell'anima. Nell'adolescenza, così è: quelbello ramonon è ancora sorto o almeno non è ancora fiorito. Dante esprime questo pensiero qua e là: due luoghi già riportai, e in tutti e due si ricorre all'imagine del traviare. Leggiamo:
Se il mondo presentedisvia,in voi è la cagione.. . . . . . . . . . .Esce di mano a lui, che la vagheggiaprima che sia, a guisa di fanciullache piangendo e ridendo pargoleggia,l'anima semplicetta che sa nulla,salvo che, mossa da lieto fattore,volentier torna a ciò che la trastulla.Di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e retro ad esso corre,se guida o fren non torce suo amore.Onde convenne legge per fren porre;convenne rege aver, chediscernessedella vera cittade almen la torre.[56]
Se il mondo presentedisvia,in voi è la cagione.. . . . . . . . . . .
Esce di mano a lui, che la vagheggiaprima che sia, a guisa di fanciullache piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla,salvo che, mossa da lieto fattore,volentier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e retro ad esso corre,se guida o fren non torce suo amore.
Onde convenne legge per fren porre;convenne rege aver, chediscernessedella vera cittade almen la torre.[56]
Ricordiamo ora qui che nelde Monarchialo imperatore è dichiarato necessario, perchè “le volontàdei mortali, per via de' lusinghevoli diletti dell'adolescenza, hanno bisogno di chi lediriga„.[57]Per quel meraviglioso unificatore che è Dante, tutto il mondo umano ha, in certo modo, un'anima sola, e quest'anima, finchè ha sola la potenza sensitiva, deve avere chidiscernaper lei, che ancora non sa: il re, l'imperatore. Se no, ella s'inganna, e quest'inganno fa disviare per sempre il mondo che diventa
di malizia gravido e coperto.[58]
di malizia gravido e coperto.[58]
E dell'anima in particolare de' singoli uomini, dice il medesimo:[59]“Dà... la buona natura a questa etade (l'adolescenza) quattro cose necessarie all'entrare nella città del ben vivere(la vera cittade). La prima si è obbedienza... È dunque da sapere, che siccome quelli che mai non fosse stato in una città, non saprebbe tenere le vie senza insegnamento di colui che l'ha usate, così l'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato. Nè il mostrare varrebbe, se alli loro comandamenti non fosse obbediente; e però fu a questa età necessaria l'obbedienza„. Non ai suoi maggiori, ma a Beatrice disubbidì Dante, quando l'anima sua ancora non discerneva; le disubbidì, dopo che per alcun tempo ella coi suoi occhi giovinetti l'avea menato in dritta parte volto, le disubbidì, quando ella lo rivocava in sogno o altrimenti. E necessariamente entrò ed errò nella selva, perchè, non avendo discrezione, non poteva, senza obbedire a qualcuno, tenere il buon cammino.
Ora questo manco di discrezione può condurre a ogni malizia sì il mondo sì un uomo in particolare; ma non importa già ogni malizia; anzi l'esclude. E non solo esclude ogni malizia, ma ancora ogni incontinenza. Che incontinenza è, secondo l'imagine e la definizione del Convivio, il non sottostare dell'appetito alla ragione “la quale guida quello con freno e con isproni„[60]o, secondo la comedia, il sottomettere la ragione al talento.[61]Ora, il difetto di discernimento potrà condurre a questo ricalcitrare e trascorrere, o a questa sommissione a rovescio ma non è propriamente questo e quello. Il che può essere manifesto dall'esempio che Dante stesso ci porta nella Vita Nuova del suo smarrimento quale narra nel Poema Sacro. Fu quello, dice Dante, un desideriomalvagiounavanaintenzione, ed eccitò poi in lui pentito tale “raccendimento de' sospiri„ e tanto “sollenato lagrimare„, quale e quanto vediamo che in lui mossero poi le parole di Beatrice sul santo monte; eppure non si trattava che d'un “desiderio„ a cui il cuore, cioè l'animo o l'appetito “sì vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione„.[62]Ora la costanza della ragione che è? Se incostanza, come insegna il buon frate Tommaso, pertiene a imprudenza, costanza perterrà a prudenza.[63]E se ciò fudifetto di prudenza, non altro fu dunque se non manco di quel lume che agli uomini è dato
a bene ed a malizia,[64]
a bene ed a malizia,[64]
non altro fu se non manco di quel conoscimento, come definisce S. Agostino,[65]di ciò che è da appetire e di ciò che è da fuggire, non altro fu se non manco di quella virtù che illumina appunto l'anima sensitiva, di quella virtù che consiglia l'anima semplicetta che sa nulla, quando non è più di pargolo.[66]
Innata v'è la virtù che consiglia,che dell'assenso de' tener la soglia.Questo è il principio, là onde si pigliaragion di meritare in voi, secondoche buoni e rei amori accoglie e viglia.
Innata v'è la virtù che consiglia,che dell'assenso de' tener la soglia.
Questo è il principio, là onde si pigliaragion di meritare in voi, secondoche buoni e rei amori accoglie e viglia.
E che questa virtù che consiglia, sia nella mente di Dante proprio la prudenza e non, per esempio, più generalmente la ragione, apprendiamo dallo stesso Dante che dice:[67]“dalla prudenzia vengono i buoni consigli„. Or dunque se ella è la prudenza, come è, e se questa è il discernere tra ciò che è da appetire e ciò che da fuggire, e non fa ella se non accogliere e vigliare buoni e rei amori; quando uno ne è detto mancare, non si dice di lui se non che appetisca ciò che non è da appetire e che fugga ciò che non è da fuggire, e ami e desideri ciò che non è da desiderare e da amare; non si dice ancora che vada oltre il desiderio e l'amore, non si dice che facciapiù e peggio checorrer retroa quel picciol bene di cui l'anima semplicettasente sapore. L'anima “ogni casa che da lungi vede, crede che sia l'albergo„, ma, se altro non le manca che la prudenza, se ella non è (per lasciar l'allegoria) intemperante o peggio, non entra già in questo che crede “l'albergo„; sì “non trovando ciò essere, dirizza la credenza all'altra„.[68]E così va e viene, e si smarrisce sempre più, perchè in nessun luogo entra.
E quello di Dante fu certo difetto di prudenza. Chè esso dice che fu “contra la costanzia de la ragione„ quel desiderio del suo cuore. Ora S. Tommaso appunto dice essere incostanza preferire un bene minore a un bene maggiore, come tutti i rimproveri di Beatrice, per quel che riguarda lo smarrimento, si assommano in questo, ch'egli aveva preferito altrui a lei, e le agevolezze e gli avanzi che si mostravano nella fronte degli altri al bene a cui lo menavano i suoi disiri, e le presenti cose caduche alle assenti eterne, e lei stessa viva a lei stessa morta;[69]così la viltà del suo desiderio, che racconta nella Vita Nuova,[70]si riduce a questo, ch'egli si cominciò a dilettare troppo di vedere una “gentile donna giovane e bella molto„ e a preferirla all'altra “nobilissima„ “gloriosa„ “gentilissima„. Ciò era l'incostanza della ragione, il che pertiene, come ho detto, a imprudenza: preferire un bene minore, la donna gentile, a un bene maggiore, la gentilissima Beatrice.
Ed esattamente è ancora esemplata nel trascorsodi Dante, quale è a lui rimproverato da Beatrice, l'altra definizione di S. Agostino, il quale chiama la prudenza “un amore che per un certo suo fiuto (sagaciter) sceglie ciò che aiuta da ciò che impedisce„.[71]
Chè la gentilissima dice:[72]
Per entro i miei disiri. . . . . . . . . . . . .quai fossi attraversati, o quai catenetrovasti...?
Per entro i miei disiri. . . . . . . . . . . . .quai fossi attraversati, o quai catenetrovasti...?
Non ne trovasti, ella viene a dire. E sèguita:
E quali agevolezze e quali avanzinella fronte degli altri si mostraro...?
E quali agevolezze e quali avanzinella fronte degli altri si mostraro...?
Non si mostrarono, ella intende. Dunque gli rimprovera d'aver trovati impedimenti, dove non erano, e agevolezze, dove non si mostrarono, e gl'impedimenti, nella via che conduceva al bene, e le agevolezze, dove? in una selva aspra e forte.
Era dunque il suo, difetto di quello amore che scevera le agevolezze dagli impedimenti; cioè di prudenza. E nessun'altra parola, fuor che questa d'imprudenza, alcuno potrà mettere come postilla all'ultimo rimprovero di Beatrice, quand'ella, nella sua gloria e nella sua felicità, mostra così mesta pietà per il suo amatore:[73]
Ben ti dovevi, per lo primo straledelle cose fallaci, levar susodi retro a me che non era più tale.
Ben ti dovevi, per lo primo straledelle cose fallaci, levar susodi retro a me che non era più tale.
Non ti dovean gravar le penne in giusoad aspettar più colpi, o pargoletta,o altra vanità con sì breve uso.Nuovo augelletto due o tre aspetta;ma dinanzi dagli occhi dei pennutirete si spiega indarno, o si saetta.
Non ti dovean gravar le penne in giusoad aspettar più colpi, o pargoletta,o altra vanità con sì breve uso.
Nuovo augelletto due o tre aspetta;ma dinanzi dagli occhi dei pennutirete si spiega indarno, o si saetta.
Ella dice: Tu fosti ferito, lo so: chi lo può saper meglio di me? Ebbene, tu ti lasciasti ferire ancora! Eppure non eri più come gli uccellini di nidio, che sino a un certo punto, per la loro curiosità, sono imprudenti. Eri già pennuto, eri uccel volastro, e dovevi avere quella ch'essi hanno: prudenza, o fanciullo con la barba!
E lo smarrimento nella selva esattamente raffigura il difetto di prudenza. La prudenza è virtù dirigente, e il suo medio è la rettitudine della ragione.[74]Dante aveva smarrita ladirittavia. La prudenza è, secondo l'espressione stessa di Dante,lume.[75]Ed egli si trova in una selvaoscura. Il prudente, secondo la dichiarazione di S. Agostino, accolta nella Somma,[76]èporro videns, chi vede innanzi sè: e Dante non sa come entrasse nella selva, quasi avesse gli occhi abbacinati dal sonno, e vi si aggira al buio, e notte è il tempo che vi passò. Della prudenza è propria la notturna guardia e la diligentissimavigilanza.[77]E Dante era pien di sonno quando entrò, e assonnato vi rimase, sì che notte egli chiama quel decenne errore, che cominciò col sonno e finì con un risveglio:[78]
Guardai in alto...
Guardai in alto...
gli occhi di lui si aprono: è mattino.
In fine egli era quasi morto, nella selva che
tanto è amara che poco è più morte.
tanto è amara che poco è più morte.
Orbene è dottrina dei filosofi cristiani che la prudenza s'infonda col battesimo, sì che ella si trovi, secondo abito se non secondo atto, nei bambini battezzati, anche quando non hanno l'uso di ragione;[79]e non si trovi nei pagani, quand'anche siano spiriti magni. Essa è il lume che mostra all'anima sensitiva ciò che è da fuggire e ciò che da seguire. Essa è il principio,[80]
là onde si pigliaragion di meritare,
là onde si pigliaragion di meritare,
e perciò non possono meritare nè i parvoli non battezzati, nè quelli, che pur innocenti di vita,[81]
non adorâr debitamente Dio,
non adorâr debitamente Dio,
per essere stati dinanzi al cristianesimo. Tanto questi che quelli sono morti a Dio, perchè il peccato originale, che il battesimo in essi non cancellò, è mortedell'anima. Con esso la morte entrò negli uomini. Ora quelli che questa prudenza infusa che in loro è in abito, non riducono ad atto, non hanno nemmen essi quella ragione di meritare che manca ai non battezzati; e sono come loro, morti; quasi morti, peraltro; perchè la prudenza infusa può in essi mostrarsi alfine, e dirigere e illuminare l'anima sensitiva. Perciò Dante, che non aveva prudenza, è come morto; e la selva oscura che è simbolo di questo difetto di lume, è perciò
tanto amara che poco è più morte.
tanto amara che poco è più morte.
In verità assomiglia alla morte in quanto è un sonno profondo, una notte lunga d'oblìo. È una morte dalla quale uno si può destare.
Ma Dante non dice solo che a noi fu datolume a bene ed a malizia; sì, che in conseguenza ci fu dato anchelibero volere:
lume v'è dato a bene ed a maliziae libero voler...
lume v'è dato a bene ed a maliziae libero voler...
E poco oltre dichiara:[82]
Innata v'è la virtù che consiglia,che dell'assenso de' tener la soglia.Questo è il principio, là onde si pigliaragion di meritare in voi, secondoche buoni e rei amori accoglie e viglia.Color che ragionando andaro al fondos'accorser d'esta innata libertate...
Innata v'è la virtù che consiglia,che dell'assenso de' tener la soglia.
Questo è il principio, là onde si pigliaragion di meritare in voi, secondoche buoni e rei amori accoglie e viglia.
Color che ragionando andaro al fondos'accorser d'esta innata libertate...
Da quella virtù scende dunque la libertà, innata l'una, innata l'altra. E la virtù che consiglia è quel lume. Il quale chi non ha, non è dunque libero: è servo. Sicchè Dante nella selva oscura, oltre quasi morto, era anche quasi servo. E come no? Non lo dice egli a Beatrice, quand'ella nell'Empireo si allontana da lui, ed esso comprende in un'orazione tutto il bene che ebbe da lei:[83]
Tu m'hai di servo tratto a libertate?
Tu m'hai di servo tratto a libertate?
e non lo dice a lui Virgilio avanti l'Eden, quando, poco prima di allontanarsi, riassume tutto il bene che gli fece:[84]
libero, dritto, sano è tuo arbitrio,e fallo fora non fare a suo senno?
libero, dritto, sano è tuo arbitrio,e fallo fora non fare a suo senno?
Virgilio fu lo strumento di Beatrice, e da Beatrice Dante riconosce il bene che ebbe pur da Virgilio; e questo bene è la libertà, che prima non aveva. Il qual difetto è pur raffigurato nella selva, la cui mancanza di lume arreca servitù.
In vero le parole,
tu m'hai di servo tratto a libertate,
tu m'hai di servo tratto a libertate,
esprimono o i due punti estremi del cammino di Dante, la selva e l'empireo, o i due punti estremi della missione di Virgilio, quando gli apparve e quando lo lasciò. In tutti due i casi l'idea di servitù si fonde nella imagine della selva; chè (per non parlareche del secondo caso) Virgilio apparve a Dante, quand'esso era ripinto dove il sol tace,[85]cioè nell'oscurità, quand'esso rovinava in basso loco, cioè nella valle, quand'esso ritornava a tanta noia, cioè nella selva amara.
Dante era dunque come un non battezzato, finchè stette nella selva e quando era per ritornarci: era servo e quasi morto. In fatti quando poi, passato Acheronte; si trova nel limbo, tra le anime dei non battezzati, prova, diremmo noi, come un'allucinazione. Che è? che non è? dove si trova? ma è ancora nella selva? nella selva oscura, simbolo del manco di lume, e perciò di libertà, e quasi di vita e di battesimo? Virgilio gli ha confermato il fatto della discesa del possente, portatore di libertà. E Dante narra:[86]
Non lasciavam l'andar, perch'ei dicessi,
Non lasciavam l'andar, perch'ei dicessi,
dicesse di questa liberazione,
ma passavam la selva tuttavia...
ma passavam la selva tuttavia...
come la selva? la selva della servitù? Sì:
la selva, dico, di spiriti spessi.
la selva, dico, di spiriti spessi.
Dante non si trastulla con le parole! Dante sa quel che dice! Se la selva significa la mancanza di libertà del volere, il limbo che tiene in sè i non battezzati è una selva anch'esso. Mirabile linguaggio!
Ed è oscura questa selva. Dante vede infatti un foco,[87]
ch'emisperio di tenebre vincia.
ch'emisperio di tenebre vincia.
Il fuoco risplendeva nel mezzo alle tenebre, senza sperderle e allontanarle. Quel luogo è[88]
non tristo da martiri,ma di tenebre solo.
non tristo da martiri,ma di tenebre solo.
Anche la selva oscura, nella quale Dante si ritrovò smarrito, in comparazione di ciò che egli ha a soffrire avanti le fiere, si può dire che sia trista solo di tenebre. Ma Dante continua:[89]
Non era lunga ancor la nostra viadi qua dalsonno...
Non era lunga ancor la nostra viadi qua dalsonno...
Di qua dalsonno? Già:sonnoe nonsommolessero gl'interpreti antichi e dànno moltissimi codici. E lessero e dànno bene; e questa parolettasomnoosonnoinvece disommodeve essere una delle più certe per sceverare i migliori codici danteschi dai peggiori. Sì: dal sonno! Come Dante ha intraveduta la selva oscura nel limbo dei non battezzati, la selva della servitù nel tempo stesso che Virgilio parlava di liberazione; così qui ricorda il sonno col quale cominciò la sua notte di servitù e di tenebre. Nel limbo, la prudenza non era stata infusa col battesimo; nella selva, la prudenza infusa col battesimo, non raggiando nell'atto, giaceva sonnolenta nell'oscurità dell'abito. Si tratta di quasi medesimo effetto scendente da quasi medesima causa: difetto di prudenza per via del peccato originale non deterso o come se deterso non fosse.
Perchè, come il poeta fa dire a Beatrice,[90]
ben fiorisce negli uomini il volere;ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere:
ben fiorisce negli uomini il volere;ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere:
il che non altro significa, se non che libera è bensì la volontà per opera della redenzione; che il fiore c'è bensì, ma non lega, e cade senza dar frutto, come se mai non sia stato.
Dante entrò nella selva, secondo esso dice nella Comedia, tosto che Beatrice mutò vita. Ci si ritrovò,
nel mezzo del cammin di nostra vita,
nel mezzo del cammin di nostra vita,
dieci anni dopo. La sua sete fu decenne. Dieci anni egli cercò Beatrice dove non era. Questi anni sono una sola notte per lui, cominciata col sonno e finita col risveglio. Tuttavia, da un luogo dell'Inferno e da un altro del Purgatorio, si rileverebbe che la notte che passòcon tanta pietà, fosse una delle notti nostre, da un tramonto a un'alba. Dante dice a Forese:[91]
Di quella vita mi volse costuiche mi va innanzi, l'altr'ier, quando tondavi si mostrò la suora di colui(e il sol mostrai)...
Di quella vita mi volse costuiche mi va innanzi, l'altr'ier, quando tondavi si mostrò la suora di colui
(e il sol mostrai)...
E Virgilio in Malebolge dice al discepolo:[92]
E già iernotte fu la luna tonda:ben ten dee ricordar, chè non ti nocquealcuna volta per la selva fonda.
E già iernotte fu la luna tonda:ben ten dee ricordar, chè non ti nocquealcuna volta per la selva fonda.
Dobbiamo credere che Dante imaginasse una notte decenne illuminata dal plenilunio? Dobbiamo affermare che egli chiami notte tutto il tempo passato nella selva, perchè v'entrò col sonno e vi errò nell'oscurità; e che poi ragioni dell'ultima notte che vi passò, e dica che quest'ultima era illuminata dal plenilunio; sì che egli potè ritrovarsi, nella selva?
Nè l'una nè l'altra cosa dobbiamo credere. Credere dobbiamo questo: lo smarrimento e l'errore è nel poema stesso spiegato da Beatrice, qual fosse. E Beatrice e Dante dicono che fu di dieci anni.[93]Or quando il poeta afferma, che fu come una notte sola, parla in modo diverso da quando ode parlare Virgilio e da quando esso parla a Forese di luna tonda. Prima parla per metafora, poi parla propriamente.
Il suo incontrarsi con Virgilio, dopo uscito dalla selva, è sì imaginario, ma narrato per vero. Non è invece narrato per vero che si smarrì pien di sonno e che assonnato visse una notte nell'errore; poichè questo corrisponde alle parole di Beatrice e sue, chedicono che il sonno cominciò dalla morte di Beatrice e durò per una notte di dieci anni. Ma il fatto è che il poeta poi traduce il suo linguaggio figurato in vero, e della notte metaforica fa una notte reale. E questa notte ha la luna piena. E la luna piena alcuna volta riluceva tra i folti sterpi della selva fonda, senza però che la selva stessa cessasse nella sua generalità di essere oscura.
Nè fu l'alba del giorno che condusse fuori l'errante. Egli era già fuori della bassura o, diremo, della profondità della selva, quando si trovò al piè d'un colle, e guardando in alto, vide di quello le parti alte illuminate dai primi raggi del sole. A uscire dalla profondità della selva gli giovò la luna:
non ti nocquealcuna volta per la selvafonda.
non ti nocquealcuna volta per la selvafonda.
Ora che simboleggia questa luna? questa luna piena? Dante mette altrove in relazione la luna che riguarda il fratel suo per diametro, con la serenità mattutina. “Simile„ dice[94]“a Feba che contempla il fratello diametralmente dal purpureo della mattutina serenità„. Anche parlando a Forese, ricorda che la luna è la suora del sole, e la dice tonda; e a quel plenilunio successe un mattino sereno. E se Feba esprime là qualche cosa di perfetto, esprimerà anche qua una perfezione di splendore. Or vediamo in un altro luogo del medesimo trattato qual sia il significato mistico della luna rispetto al sole: ella, nel pensier di Dante, “a meglio e più virtuosamente operare riceve dal sole, che ha luce sovrabbondante,la luce di grazia„.[95]Nella selva fonda, poichè ell'era piena e contemplava per diametro il fratello, questa luce di grazia la luna riceveva come in nessun'altra fase. Or non è questa luce di grazia che trasse Dante dal profondo della valle e lo condusse al piè d'un colle, dove si vedevano i primi raggi del mattino?
E i teologi parlano di “lume di grazia„ che scende da Dio “giustificante„.[96]E che è la giustificazione? È un moto per il quale l'anima è mossa da Dio e portata dallo stato di peccato allo stato di giustizia; consiste nell'infusione della grazia, ed è chiamata da giustizia piuttosto che da fede o carità, perchè giustizia importa generalmente la rettitudine di tutto l'essere umano a Dio.[97]
Or questo lume di grazia come non è appunto il lume al bene ed a malizia, la prudenza infusa, che ci mostra ciò che è da fuggire e ciò che è da seguire, e che vien da Dio? Per essa, Dante ridivenne prudente, cioèporro videns, nella selva: non gli nocque.
Or questa interpretazione è confermata da quel luogo, imperfettamente inteso, del Paradiso, di cui più su riportai il principio. Quel luogo è come la sintesi del poema sacro. Dice:
Ben fiorisce negli uomini il volere;ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.Fede ed innocenzia son repertesolo nei parvoletti; poi ciascunapria fugge che le guance sien coperte.Tale balbuziendo ancor, digiuna,che poi divora, con la lingua sciolta,qualunque cibo per qualunque luna;e tal, balbuziendo, ama ed ascoltala madre sua, che, con loquela intera,disira poi di vederla sepolta.Così si fa la pelle bianca, nera,nel primo aspetto, della bella figliadi quei ch'apporta mane e lascia sera.Tu, perchè non ti facci maraviglia,pensa che in terra non è chi governi,onde si svia l'umana famiglia.
Ben fiorisce negli uomini il volere;ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.
Fede ed innocenzia son repertesolo nei parvoletti; poi ciascunapria fugge che le guance sien coperte.
Tale balbuziendo ancor, digiuna,che poi divora, con la lingua sciolta,qualunque cibo per qualunque luna;
e tal, balbuziendo, ama ed ascoltala madre sua, che, con loquela intera,disira poi di vederla sepolta.
Così si fa la pelle bianca, nera,nel primo aspetto, della bella figliadi quei ch'apporta mane e lascia sera.
Tu, perchè non ti facci maraviglia,pensa che in terra non è chi governi,onde si svia l'umana famiglia.
Noi dobbiamo intendere: La redenzione ha bensì liberato il volere umano; ma è come libero non fosse: il fiore non lega e cade prima di divenir frutto. Subito dopo la puerizia, il volere ridiventa servo. L'adolescenza non ubbidisce più. Il lume di grazia si oscura subito. E, non essendoci chi governi e insegni la strada, la umana famiglia svia. Così presso a poco Marco Lombardo.[98]Anch'esso parla del libero volere, anch'esso del difetto di prudenza che è nell'adolescente, anch'esso della necessità conseguente di chi governi; anch'esso del mondo presente che disvia, come Beatrice conclude con lo sviare dell'umana famiglia.
Ora io dico che nelle parole di Beatrice lo oscuro terzetto,Così si fa la pelle, si riferisce, come già vide il Buti, alla luna, e al lume di grazia, e allaprudenza.[99]Raccolgo in vero dalla Somma[100]che gli uomini cominciavano a computare dalla luna piena, sì che ella si poteva chiamare prima. E S. Tommaso, contro le ragionevoli dichiarazioni di S. Agostino, il quale diceva che la luna era sempre piena, riteneva che la luna “fu creata piena„. Or mi sembra probabile che “nel primo aspetto„ voglia appunto dire “nel suo principio„ cioè quando è tonda. Il che è reso più che probabile dal modo con cui Dante qui circoscrive il sole: “quei che apporta mane e lascia sera„. Chè in quel medesimo articolo si legge: “la luna, quando è perfetta, nasce di sera e cade a mane; e così presiede alla notte„. Si veda quanto il difficile terzetto si renda piano, col compierlo: “Così, nel suo bel cominciare (quando è piena), si oscura la candida superficie della luna che splende da sera a mane, come il sole da mane a sera„. E ciò significa, ricavandone il senso mistico, mirabilmente opportuno tra la menzione dell'adolescenza subito traviata e quella della mancanza di chi governi; ciò significa: “Così incontanente a principio della nostra vita si oscura quel lume che ci fu dato a illuminare la notte dei sensi, a guidare l'anima sensitiva che sa nulla. Così avviene che, mancando chi la diriga bene per lei, la famiglia umana disvia„. Disvia e poi affonda nella cupidigia:[101]
O cupidigia, che i mortali affondesì sotto te, che nessuno ha poteredi trarre gli occhi fuor delle tue onde!
O cupidigia, che i mortali affondesì sotto te, che nessuno ha poteredi trarre gli occhi fuor delle tue onde!
Ma verrà, verrà, quando che sia (così Beatrice conclude[102]), chi raddrizzerà il genere umano, curando l'adolescenza, avviando per la diritta via l'appetito dei mortali, sì che il fiore della volontà non sia, subito nella primavera, guasto dalle pioggie, e cada senza legare. La redenzione non sarà stata invano; il volere non invano sarà stato franco;
e vero frutto verrà dopo il fiore:
e vero frutto verrà dopo il fiore:
il bene dopo la libertà.
Dante, dunque, adolescente e poco oltre la soglia della seconda età, essendosi chiusi quelli occhi giovanetti, che menavano al bene la sua anima sensitiva, la quale allora, come di adolescente, aveva bisogno di chi la guidasse e cui obbedisse, cominciò a essere ingannato dal cuore o appetito. Esso si faceva talora avversario della ragione, e vedeva il bene dove non era e non lo vedeva dove era. Lo vedeva nella fronte di altri e non lo vedeva più in Beatrice salita da carne a spirito. Minor bene preferiva a maggior bene: la donna gentile, per un esempio, alla donna gentilissima, Beatrice viva e di sì breve uso a Beatrice morta e immortale. Il cuore non andava più ver lei, quasi trovasse ostacoli per la sua via: ombrava, come cavallo restio: era vile. E si volgeva ad altri, come attirato dalla voce e dall'aspetto delbene e di Beatrice. Ma il bene e Beatrice non era là, dove il cuore andava. E allora si cominciava “dolorosamentea pentere de lo desiderio a cui sìvilmentes'avea lasciato possedere„. Il dolore era sempre legato all'estremo della viltà. E il dolore era suscitato dal pensiero e dal ricordo e dal sogno della vera Beatrice. La viltà nasceva dal desiderare del cuore contro la costanza della ragione; cioè contro la prudenza, contro il lume di grazia che c'è dato per discernere bene da male, e maggior bene da minor bene. La prudenza, che in Dante era infusa col battesimo, di quando in quando riappariva; ed egli allora si ritorceva dalla falsa imagine di bene; ma tornava a seguirne altre.
Quando finalmente piena si rifece la prudenza, egli era nel mezzo del cammino di sua vita. Si sentì men vile e s'apparecchiò a più non essere.
Egli era stato, per tutto questo tempo, quasi morto; chè vivere è dell'uomo ragione usare; ed egli non usava ragione, perchè, a tratti soltanto, vedeva quel lume e ubbidiva a quel consiglio, che mostra e dà la prudenza, facendo al cuore discernere ciò che ha da fuggire e ciò che ha da cacciare. Or non era più morto. Ora egli cominciava a usare ragione. Il cuore fuggiva fuggiva dalla sua vita passata, e si avviava a miglior meta.
Fu come se ingombro di sonno si fosse smarrito in una selva; e vi avesse passato chi sa quanto tempo, ma che era quasi una sola notte. Ed egli, cercando la sua via si metteva per questo o quel tragetto, e poi se ne ritornava, e poi si cacciava per un altro; e di qua, dove forse era il buon cammino, si rivolgeva, come avesse incontrato fossi e catene,e per là, dove certo era il folto della selva, si metteva dietro qualche inganno di via agevole. Ma quand'era nel più profondo, ecco che un raggio della luna, che era tonda bensì essa, ma selvaggia e aspra era la selva, ecco che un suo bagliore gli mostrava che s'internava invece di uscire e si perdeva invece di salvarsi. E così finalmente verso l'alba si trovò avanti un colle illuminato dal sole nascente.
Quanta paura aveva fatto balzare il suo cuore nella selva! Ora la paura s'era quetata un poco. E anelando il cuore fuggiva fuggiva; mentre Dante posava un poco, per riprendere le forze: fuggiva il cuore dalla selva e tendeva al colle.
Così ogni uomo, che ebbe col battesimo il lume del discernimento, ha bensì in abito la prudenza, ma finchè è adolescente non l'ha in atto. Anzi il suo stato d'imprudenza dura spesso oltre l'età in cui è perdonabile. La puerizia di anima continua un pezzo dopo che cessò la puerizia d'anni. La prudenza, che è in lui in abito, mostra bensì di quando in quando qualche raggio, ma tardi si svela piena e a lui rivela gl'inganni dell'appetito sensitivo. E allora si apparecchia a vivere la vera vita dell'uomo.
Così il genere umano che in Adamo ebbe il lume di grazia per il quale l'animo poteva discernere tra ciò che è da fuggire e ciò che è da seguire, in lui lo perdè. Brancolò al buio, senza poter meritare, finchè questo lume fu riacceso dal Redentore, e allora il genere umano uscì dalla selva del peccato originale, in cui non era luce di prudenza e perciò libertà di volere.
Questo il senso, che via via si chiarirà meglio, della selva: senso allegorico e anagogico. Ed è mirabileconsiderare, come le necessarie imperfezioni in tale figurazione unica di concetto molteplice, siano dal poeta dissimulate e sanate. A chi dicesse che non sta il figurare, nel senso allegorico, la notte dei sensi con una notte di plenilunio, risponderebbe il poeta, sì, che sta; chè per un battezzato non c'è notte buia, perchè il lume di grazia brilla per lui; ma che appunto a far vedere che il lume può non essere da lui veduto e usato a suo cammino, egli mise l'errante in una selva oscura per la sua foltezza, in una selva selvaggia. E a chi allora gli replicasse che la medesima figurazione non torna per significare la tenebra del genere umano dopo la colpa umana, perchè la luna non spuntò subito dopo il tramonto del sole; Gesù non venne subito dopo Adamo; egli anche risponderebbe, che sì, subito dopo il peccato spuntò la luce di grazia, e che Adamo appunto credè per primo al Cristo venturo.
E col senso morale è unito e fuso il senso politico o, vogliam dire, sociale. Essendo la luna la virtù che consiglia l'anima[103]sensitiva, ella è anche l'autoritàimperiale; perchè l'imperatore è colui che deve indirizzare al bene l'anima semplicetta del genere umano. Altissimo è questo uffizio che, a noi disavvezzi da certe idee e da certi raziocini, può parere strano e piccolo. Pensiamo. Dante ritiene bensì cancellata col battesimo la macchia originale; ma gli effetti di lei crede estendersi per gran parte dell'età degli uomini e anche per sempre. L'imperatore compie, per lui, il Redentore; e l'autorità imperiale è come la sanzione del battesimo. Senza essa il genere umano è invano redento, e vivrebbe, come avanti Gesù, nel peccato e nella tenebra.
E così ognun vede che se io sono stato, in tale interpretazione, più forse esatto dei miei antecessori, non però sono solo a vedere, piccolo omicciuolo, ciò che gli altri non videro. Siffatta solitudine mi farebbe diffidare d'ogni mio più severo argomentare. Ma no: tutti hanno nella selva veduto o intraveduto il peccato, e il disordine morale e politico, e la perdizione, e la morte. E tuttavia tutto ciò non è se non per il difetto di quella virtù che il battesimo infonde e a cui vedere gli occhi dell'adolescente si serrano immergendosi nel sonno; per il difetto o per l'oscurarsi della prudenza. Or la prudenza è tra le virtù morali virtù precipua, ed è loro conducitrice, come dietro i filosofi afferma Dante: “e senza quella esser non possono„.[104]Sicchè nella selva non essendo prudenza, non è alcuna virtù. E così tutti gli interpreti hanno sempre pensato; ma errano se aggiungonoche ci sono tutti i vizi. Che lo stato di chi è nella selva, ed è pur senza alcuna virtù, e senza alcun lume, e perciò senza alcun freno, e pur servo e in peccato, e nell'inferno, e quasi morto; tale stato è più simile a quello d'un parvolo innocente che muore avanti il battesimo che a quello d'un uomo colpevole della più lieve delle reità. Ricordiamo la gradazione stessa quale Dante sente dire all'aquila, nel cielo di Giove:
è tenebra,od ombra della carne o suo veleno.
è tenebra,od ombra della carne o suo veleno.
L'ombra della carne è incontinenza, il veleno è malizia. Bene: la selva è tenebra e solo tenebra.[105]
È, per conchiudere con altro luogo della Comedia, è lo stato dell'animo che “confusamente apprende„ il bene, nel quale quietarsi. Egli non è ancora o non è più “diretto„, ma al bene aspira. I disiri di Beatrice, in vero, al bene menavano l'amatore. Ma egli non era “diretto„; era fuori della “diritta via„. Or ciò non vuol dire che il suo animoerrasse “per malo obbietto„; poichè cercava il bene; nè “per troppo o per poco di vigore„; poichè il bene non lo trovava, e l'amor suo non era mai nel caso di misurar sè stesso, perchè non raggiungeva ciò che seguiva, e ciò che seguiva era un'imagine falsa e una vanità.[106]Nella tenebra dove Dante errava, non era alcuna virtù, ma non era alcun vizio.