V. BEATRICE BEATA

Libertà va cercando, ch'è sì cara,come sa chi per lei vita rifiuta.Tu il sai, che non ti fu per lei amarain Utica la morte.Quella libertà che Dante cerca e che acquista sulla cima del monte, fu cara massimamente al veglio solo che è alle falde. In questo nome santo di libertà, il veglio solo è legato alla giovane sola.Nè solo per questo. L'uno è, poichè ha la faccia irradiata dalle quattro luci sante, la vita attiva; la quale si conduce con l'esercizio delle quattro virtù cardinali. E così l'altra è pur questa vita attiva. Ma nel primo essa vita si trovò a contrastare con ladifficultasinsormontabile, creata dalla colpa umana; onde si arrestò e s'infranse. Nell'altra, nessuna difficoltà; ma libertà e gioia. L'uno è tutto quel di giusto ch'uomo poteva essere prima della Redenzione; ma l'altra è la Giustizia originale. E se l'uno ha tutti i segni della nobiltà di “tutte etadi„[1142](che non potrebbe avere se non fosse vecchio); se ha il colmo delle quattro virtù; se è la “virtù„ senz'altro; la giovane donna a quelle medesime quattro virtù presenta il viatore purificato;[1143]e in ciò è simile al veglio; ma queste quattro hanno poco di là le altre tre sante che Catone non si vestì.[1144]E fu senza vizio; ma l'altra è nel giardino dell'innocenza.L'uno è dunque la laboriosa e l'altra la gioconda operazione. Il veglio domando con la temperanza l'animo e spronandolo con la fortezza, illuminando con la prudenza l'intelletto e dirigendo con la giustizia la volontà, non è riuscito che a morire; poichè non v'ha, fuor della fede di Cristo, libertànella vita: l'altra dice e canta e danza e sa e coglie fiori.Ma la vesta di Catone sarà così chiara nel gran dì.[1145]Ciò è segno ch'egli passerà nel gran dì il fiume del lavacro. Misticamente, anzi, egli l'ha già passato. Egli da Marzia sua è separato mediante il “mal fiume„, l'Acheronte, cioè, a cui Letè misticamente equivale.[1146]Ma allora lo passerà propriamente. E sarà con gli altri spiriti magni nella divina foresta che è, nella mente di Dante, un Elisio; e allora si avvererà ciò che è scritto nel suo vangelo di vita attiva, nell'Eneide:[1147]che i pii sono in disparte e giustizia fa tra loro Catone. E in tanto Matelda sarà sparita di lì e sarà ascesa nei cicli, dove, come avrebbe dovuto parer singolare ed è invece naturale, non è Lia, sebben sia Rachele.[1148]Non è Lia nè Matelda, sebben sia Rachele con Beatrice. Quelle simboleggiano la vita attiva; e per quanto i loro occhi siano medicati e vedano chiaro, non poteva Dante, come simboli che sono, ammetterle alla contemplazione celeste, se non nel gran dì, quando chiudendosi la porta del futuro, le pietre cadranno sui mal veggenti del cimitero; e, avvenendo la rinascita, i virtuosi del limbo, perchè senza vizio, saranno nelle condizioni di Adamo prima del peccato; e cessando l'attività umana, non sarà più nella foresta dell'arte gioconda la giovane e bella Donna che ne è simbolo, e che appunterà in Dio gli occhi pieni di lumi e di amore.Nella divina foresta saranno i pii. Catone nesarà il giudice. Virgilio è che lo dice nella Comedia, ripetendo ciò che disse nell'Eneide. E Dante fa che egli non s'accorga di ciò a cui menano le sue parole e che non presentisca che là, dove “un'aria limpida, più spirabile che da noi, veste la pianura di luce purpurea, e si conosce un proprio sole e proprie stelle„,[1149]dove si danza e si canta, ha a essere anche lui tra gli eroi e i sacerdoti.V. BEATRICE BEATALa fonte dice distintamente il suo nome nel mistero. È la donna che Giacobbe ama, la donna per cui egli è servo di Laban. E serve sette anni, e invece di lei ha Lia; e serve altri sette anni, e allora acquista Rachele. I primi sette anni sono stati l'esercizio delle quattro virtù, che si assommano nella giustizia, per vincere i sette peccati; i secondi sette anni sono stati la purificazione dalle macchie lasciate da quelli, sette cicatrici di sette piaghe, e la promessa di sette premi che avrà in cielo il viatore. Dopo due settennati la vita attiva di questo è disposta nella visione. Dante è passato attraverso le fiamme che mondano il cuore e l'occhio. Vedrà. Cioè, Lia si specchia; cioè, Matelda sa e vede. Cioè, Giacobbe possiede Rachele; cioè, Dante rivede Beatrice. I simboli si fondono e s'intrecciano perchè sono come predicati d'un solo soggetto. Dante studia, si fa forte contro ogni ostacolo, acquista la virtù e l'arte, diventaatto alla visione: vede. Questo è il senso della mirabile favola: Dante segue Virgilio, Enea gli apre le porte di Dite, si trova con Catone, incontra Matelda, è avanti Beatrice. A mano a mano i simboli si scindono, e d'uno si fanno due. Matelda, se ragioniamo è Beatrice; perchè ella significa Dante che, con l'esercizio della vita attiva, si è fatto veggente. Ma il suo essersi fatto veggente è Matelda; l'essere veggente è Beatrice. E Virgilio è, in certo modo, l'una e l'altra. Egli dice d'aver tratto Dante, là dove vedrà prima Matelda e poi Beatrice, “con ingegno e con arte„. Ebbene, lo studio che è studio e amore, riguarda l'ingegno e l'arte, Beatrice e Matelda; è l'amor dell'intelletto o ingegno o meglio di ciò che è adombrato in Beatrice; e lo studio dell'arte: è l'arte e l'ingegno stesso.Quale è dunque il nome mistico di Beatrice? È “la speranza della contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità„. Ognuno che è “piamente studioso„ l'ama. Dante invero è guidato a lei da uno “studio che comincia dalla fede„. Ma quel nome è troppo lungo. Vediamo ancora. Ogni “utile servo di Dio, messo sotto la grazia dello sbianchimento de' suoi peccati cioè l'“utile (non bisogna dimenticare questa parola)fedeledi Lucia„, che altro nella sua conversione (Dante si era straniato da Beatrice) meditò, che altro portò nel cuore, di che altro fu innamorato (quid aliud adamavit), se non “la dottrina di sapienza„? La “dottrina di sapienza„, dunque; o “la desiderata e sperata bellissima dilettazione della dottrina„, o “la bella e perfetta sapienza„, o “la translucida verità,„ di cui alcuno s'innamora ardentemente, o“la luminosa sapienza„. “Sapientia„, dunque, diciamo. E così Virgilio saràstudium artisestudium sapientiae: studio dell'arte e amor della sapienza. Ma chi ama, è s'intende, Dante: Virgilio è un suo predicato.Ciò si riscontra perfettamente nel Convivio.[1150]“È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia„. Scienzia è qui, come vuole il contesto, sapienza.[1151]Infatti “Filosofia è quando l'anima e la sapienza sono fatte amiche„. Diciamo subito che nè Beatrice nè Virgilio sono di per sè Filosofia; ma che, se l'uno è studio o amore, e l'altra è sapienza, filosofia risulta dal tender dell'uno all'altra: dal tendervi nell'anima di Dante. E poichè Virgilio conduce Dante anche a Matelda, anzi prima a questa che a Beatrice, e Matelda è l'arte, così che cosa risulta dal tendere di Virgilio a Matelda? Filosofia è l'amor della sapienza; lo studio dell'arte, che è? Vediamo: due alunni ha Virgilio e tutti e due conduce a Matelda: l'uno è del mondo, per così dire, pagano o mondo antico o latino; l'altro dell'evo cristiano o nuovo o volgare. Ebbene Virgilio, come studio in genere e come studio dell'opere Virgiliane in ispecie, condusse Stazio anche alla sapienza: oltre che all'arte, anche alla sapienza. Ciò significa Stazio stesso dicendo:[1152]fui, per te cristiano.Invero Dante dice che “le Intelligenzie che sono inesilio della superna patria... filosofare non possono„.[1153]Ciò dice delle Intelligenzie separate, ma si deve intendere delle menti anche unite al corpo, ma non illuminate dalla fede. In esse può essere desiderio e amore di sapienza; ma la sapienza non si fa amica della loro anima, per quanto questa si sia studiata e si studii. Or dunque il primo e necessario passo a filosofia è, per Dante, l'aver battesimo e fede. Ebbene Stazio l'ebbe per lo studio che faceva di Virgilio, il battesimo e la fede; l'ebbe, la luce, da quel lume che Virgilio portava dietro sè; l'ebbe, l'ispirazione, dalle parole con cui Virgilio profetava il Messia. Dunque a sapienza fu condotto Stazio da Virgilio; ossia fu, per lui, cristiano e filosofo. Ora è ben ragionevole credere che le parole che cominciano quel verso riportato più su,Per te poeta fui,esprimano l'esser condotto da Virgilio a quell'altro abito, a quel dell'arte, a Matelda. E il secondo e maggior alunno di Virgilio, non dice, in verità:[1154]Tu se' solo colui da cui io tolsilo bello stile che m'ha fatto onore?Ora se tutti e due gli alunni possono dire d'essere stati poeti per lui, per lui possono dire d'essere stati cristiani? Stazio, certo. E Dante? Anche Dante. Noi abbiamo veduto, e il cuore ci s'innonda di gioia nel riconoscere che abbiamo veduto giusto, che Virgilio trae con sè Dante, mentre rovina verso la selvaoscura, dove manca il libero arbitrio, come se battesimo o fede non fosse nell'uomo che v'erra; lo trae con sè oltre la porta aperta dal Redentore, lo trae con sè al fiume, cui passare è acquistare il lume che s'infonde col battesimo, ed è, insomma, diventare cristiani. E si intende che se Virgilio per Stazio, quanto allo acquisto della fede, equivale a “studio dell'opere di Virgilio„, per Dante, a quel riguardo e forse all'altro, esprime unicamente “lo studio e l'amore„.Ma già son piene le carte. Il velame si è levato quanto basta a contemplare la visione di Dante. Narrarla non posso qui; sì, in altro libro che comincia di là dove questo finisce. E ciò che ora verrò soggiungendo, è solo “un prendere lo pane apposito, e quello purgare da ogni macola„.[1155]Dirò dunque che la divina Comedia è tutto un amoroso uso d'arte e di sapienza: un poetare, cioè, e un filosofare. Ora del filosofare nel Convivio Dante ci dichiarò le due parti componenti: l'amore e la sapienza. L'amore nella Comedia scinde in certo modo da sè, e raffigura in Virgilio. Notevole mi sembra che nel Convivio volendo dar prova di questo amore cita Democrito e Platone e Aristotele e Zeno e Socrate e Seneca; come nella Comedia sceglie, a impersonarlo, Virgilio: tutti pagani.[1156]Ciò perchè “l'oggetto eterno (di questo amore) improporzionalmente gli altri oggetti vince e soperchia„; ma specialmente li vince e soperchia in quelli che raggiungerlo non possono. Chi vuole esprimere e descrivere un amore appassionato, fervido, indomabile — l'amore —, non lodipingerà mai soddisfatto: lo narrerà implorante in faccia alla ripulsa e ribellante in presenza della morte. Invero dei tre momenti dell'anima, amore, desire e quiete, narrerebbe, chi figurasse l'amor soddisfatto e beato, narrerebbe non quel primo, ma l'ultimo: non l'amore, dunque. E così bene Dante ha adombrato l'amor della sapienza in tale che vive in un desio senza speranza. Ora questi, come vuole la natura sua, dimora sì avanti Matelda, l'arte, ma sparisce avanti Beatrice, la sapienza; e senza lui Dante sale all'Empireo. Nel fatto, quando l'amatore è con l'amata, non c'è bisogno d'un simbolo per figurare il loro amore. L'essere insieme e il guardarsi negli occhi è questo simbolo.Eppure anche lassù esso ha luogo; quando Beatrice riprende il suo seggio nella candida rosa, allontanandosi da Dante: nell'empireo: nel vero paradiso. Allora un “sene„ si trova presso l'amatore, che è lontano lontanissimo dall'amata. Esso è il Virgilio di lassù: lo studio e l'amore dell'ineffabile verità. Ma quest'altro Virgilio è con altra donna che Beatrice, nella relazione in cui il primo è con essa. Il primo appena chiamato dalla donna beata e bella, la richiede di comandare, e udito il suo prego, dice che il suo comandamento gli aggrada e che vuol subito ubbidire.[1157]È donna essa, cioè signora, e comanda; e Virgilio le ubbidisce: dunque è suo “fedele„, come Dante è fedele, cioè servo, di Lucia; come, in fine, Bernardo è fedele di Maria, della Donna Gentile. Egli è, com'esso dice, “il suo fedel Bernardo„.[1158]Ora ognun vede come a questaDonna Gentile, vergine e madre, e figlia di suo figlio, possano convenire le parole: “sposa dell'imperadore del cielo... e non solamente sposa, ma suora e figlia dilettissima„.[1159]Chè, parlando grossamente, s'intende non solo come sia sposa e figlia di Dio la vergine Nazarena, ma anche come sia sorella di Dio, chi è figlia di lui come di lui è figlio Gesù. E non importa aggiungere che codesta sposa e suora e figlia è detta nel Convivio “donna gentile„.Ora ella è pur Filosofia, cioè “amoroso uso di sapienzia: il quale massimamente è in Dio, perocchè in lui è somma sapienzia e sommo amore e sommo atto, che non può essere altrove, se non in quanto da esso procede„.[1160]Dunque Maria simboleggia nell'Empireo ciò che l'unione di Dante e Beatrice, cioè la filosofia; e Bernardo ciò che Virgilio in essa unione: lo studio e l'amore, che è come il servo che a quell'unione conduce. Ma la Vergine Madre è la Filosofia di Dio, e l'unione di Dante e Beatrice è la Filosofia degli uomini. La quale pur essendo debole avanti quella di Dio, non è per altro essenzialmente diversa, poichè da quella deriva.[1161]Non ha qui luogo la distinzione di teologia e filosofia: filosofia è termine sintetico. Chè ell'è dunque, amore di sapienza. Ora scindendo il concetto nelle sue parti componenti, l'amore si rappresenta dal Poeta della Visione e dallo imbanditor del Convivio come insaziato; chè altrimenti sarebbe non amore, ma quiete e gioia; e la sapienza è nel Convivio raffigurata come nel Poema, tale quale. Leggiamo. “Nella faccia di costei appaiono cose chemostrano de' piaceri di Paradiso... ciò appare... negli occhi e nel riso„. Il fatto di Beatrice. “E qui si conviene sapere che gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissimamente; e il suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienza sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel piacere altissimo dibeatitudine, il quale è massimo bene in Paradiso„.[1162]Il fatto di Beatrice. O che si è favolato di apostasia?Ma sì: dicono. “Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore (di Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell'Universo, alla quale Pittagora pose nome filosofia„.[1163]Leggono: “Dico che, come per me fu perduto il primo diletto della mia anima, della quale fatto è menzione di sopra, io rimasi di tanta tristizia punto, che alcuno conforto non mi valea. Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia mente, che s'argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio nè l'altrui consolare, valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E siccome essere suole, che l'uomo va cercando argento, e fuori della intenzione trova oro...; io, che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri; li quali considerando, giudicava bene, che la Filosofia, che era donna di questi autori, di queste scienze e di questi libri, fosse somma cosa. E immaginava lei fatta come unadonna gentile: e nonla potea immaginare in atto alcuno, se nonmisericordioso...„.[1164]Ebbene? Leggiamo ancora: “appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata, che vive in cielo con gli Angeli e in terra colla mia anima... quella gentil donna, di cui feci menzione nella fine dellaVita Nuova, apparve primamente accompagnata d'Amore agli occhi miei, e prese alcuno luogo nella mia mente. E siccom'è ragionato per me nello allegato libello,più da sua gentilezza che da mia elezione, venne ch'io ad essere suo consentissi; chè passionata di tantamisericordiasi dimostrava sopra la mia vedova vita, che gli spiriti degli occhi miei a lei si fero massimamente amici; e così fatti dentro lei, poi fero tale, che 'l mio beneplacito fu contento a disposarsi a quella immagine. Ma... convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli era contrario, il quale per quella gloriosa Beatrice tenea ancor la rocca della mia mente„.[1165]Ebbene? ebbene?È indubitabile che Dante modifica accortamente il racconto della donna gentile, quale è nella Vita Nuova, trasfigurando quella donna gentile compassionevole nella sposa e suora e figlia dell'Imperatore del cielo. Egli, accortamente, insiste sulla sua “misericordia„, e batte su quel generarsi dell'amore “più per gentilezza di lei che per elezionedi lui„. Le quali due particolarità spero che faranno consentire i più in ciò che la donna gentile del Convivio sia “immagine„ di Maria, come raffigura la Filosofia. In vero in Maria è misericordia per eccellenza.Maria nella Comedia si volge alla Grazia, che “vien dalla Misericordia„ ed è lei che la manda a Beatrice. E, sopra tutto,[1166]lasuabenignità non pur soccorrea chi domanda, ma molte fiateliberamente al dimandar precorre.Sì che ella adopera, la Donna Gentile della Comedia, esattamente come la donna gentile del Convivio, più per sua gentilezza che per altrui elezione.Dunque Dante ha modificato quell'episodio. Certo. Ma qual contradizione è del Convivio con la Comedia? Anche nella Comedia, Beatrice nell'Empireo torna al suo posto, e Dante si volge alla Donna Gentile. Ma Beatrice non ha punto a dolersi dell'amator suo, che rimane fido a lei, anche volgendosi a Maria; la quale, nel suo senso simbolico, comprende Beatrice, come la Filosofia ossia l'amor della sapienza, comprende la sapienza; o come la Filosofia di Dio comprende quella degli uomini. Pur non tanto all'essenza mistica di Beatrice è fido l'amatore, quanto alla sua verace anima umana: fido nella Vita Nuova, fido nel Convivio, fido nel Poema Sacro. Solo una volta si straniò da lei, nella sua vita, il Poeta: alquanto tempo dopo la morte di lei: e questa infedeltà volle cancellare, studiandosi di dare a intendere che la donna gentile per la quale lasciò, poco tempo, il suo lagrimare per lei, fosse la sposa e suora e figlia di Dio.Ma questo pio artifizio di Dante è la prova inconcussa che la Beatrice della Vita Nuova era unacreatura reale, e non un simbolo. Era una casta fanciulla, che rendeva buono l'amatore. E morì; e allora l'umile fanciulla che vedeva Dio, diventò più sapiente d'ogni sapiente di quaggiù: la sapienza stessa. Ella, che mandò Virgilio a Dante, cioè il consiglio di studiare, cioè lo studio, incarnava per Dante la fede, da cui muove il buono studio; la fede senza la quale Dante non l'avrebbe veduta più mai.Un'umile donna Fiorentina la sapienza, dunque? E sì. O non era un'umil donna Nazarena quella che vide negli abissi del pensiero di Dio?Umili tutte e due, e perciò alta l'una e l'altra; e la Fiorentina, devota della Nazarena e sua imitatrice,[1167]inspira umiltà con la sua umiltà. Quand'ella apparisce, il viso di Dante si veste d'umiltà; e “ogni pensiero umile nasce nel cuore„, se parla; ed ella sen va, “benignamente d'umiltà vestuta„, quando si sente “laudare„.[1168]VI. LA MIRABILE VISIONEDopo la morte di Beatrice, quand'ella fubeataoltre chebeatrix, Dante ebbe tre visioni. La prima ebbe virtù di richiamare alla donna gentilissima i pensieri di lui che si erano sviati verso la donna gentile. Fu il “cuore„ che “si cominciò dolorosamente a pentere de lo desiderio, a cui sì vilmentes'avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione: e discacciato questo cotale malvagio desiderio, sì si rivolsero tutti lisuoipensamenti a la loro gentilissima Beatrice„. Ciò per “una forte imaginazione„ nella quale a lui “parve vedere questa gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne, co le quali apparve prima a li occhisuoi; e pareagligiovane in simile etade ne la qualeegliprimieramente sì la vide„.[1169]L'altra fu “una mirabile visione„.Ma prima di accennare a questa, che non ci dice qual sia, il Poeta riporta un sonetto, in cui è pure una visione: la seconda.[1170]Oltre il primo mobile, passa il sospiro del cuore di Dante tirato su da intelligenza nova messa in lui da amore e dolore. Nell'Empireovede una donna, che riceve onore,e luce sì, che per lo suo splendorelo peregrino spirito la mira.E lo spirito tornando parla sottile, e Dante non lo intende; pur intende che parla di Beatrice. Appresso questo sonetto gli apparve la mirabile visione. Egli dice: “una mirabile visione, ne la quale io vidi cose, che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com'ella sa veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui, a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna„.Orbene ciò che Dante vide in visione dopo la morte di Beatrice, è presso a poco, non si può dubitare, ciò che racconta d'aver veduto di lei nel suo Poema. In vetta al santo monte egli la vide, non invero dell'età di nove anni, cioè “in simile etade ne la qualeegliprimieramente sì la vide„; ma pure la videvestita di color di fiamma viva.È il colore di cui era vestita nella prima sua apparizione in vita e nella prima sua apparizione in morte. Solo l'“umile ed onesto sanguigno„ fiammeggia. E Dante, nella Vita Nuova, tornò a Beatrice come Beatrice era tornata a lui; tornò a lei fanciullo, come fanciulla era essa tornata a lui. Egli si ricordava “di lei secondo l'ordine del tempo passato„, e si pentiva del suo vil desiderio e piangeva come se i suoi occhi fossero “due cose che desiderassero pur di piangere„. Così sul santo monte sospira e piange e sta avanti lei,[1171]quali i fanciulli vergognando muticon gli occhi a terra, stannosi ascoltando,e sè riconoscendo e ripentuti.Le stesse lagrime, lo stesso ripentire: e ripentire e lagrimare per non più che desideri del cuore, per non altro che incostanza di ragione. Dopo, Dante sale con Beatrice di spera in spera, finchè può contemplarla: come? dove? Nell'Empireo, nel suo seggio di gloria, pura luce; così, dunque, e dove egli dice, in quel sonetto, che la vide lo spirito suo peregrino.Or che poteva essere quella terza visione, che Dante non ci dice qual fu? È forza credere ch'ella fosse quella che narrò nel Poema Sacro, poichè la visione del pentimento e quella della gloria, le quali precedono la mirabile, sono i due poli della Comedia. Invero Beatrice, così nella Vita Nuova come nella Comedia, richiama a sè l'amatore, mentre egli vilmente desiderava contra la costanza della ragione; e in fine si lascia a lui vedere entro lo splendore della sua gloria diBeata Beatrice, nell'Empireo. Questi due elementi, la conversione cioè di Dante e la transfigurazione di Beatrice, formano la divina Comedia: come non sarebbero essi gli elementi di quella visione ultima e mirabile, per la quale Dante propose di non dir più di Beatrice se non quando potesse più degnamente trattarne? È almeno probabile.Ed è certo, quando ci ricordiamo chi è e che cosa è Virgilio nel Poema. È lo “studio„. Virgilio che conduce Dante a Matelda, cioè all'arte, è l'incarnazione di queste parole: “Di venire a ciò (a trattare di lei più degnamente) io studio quanto posso„. Le altre parole “sì come ella sa veracemente„ sono tradotte nel secondo canto della Comedia. Virgilio dice a Dante d'essere stato mandato da Beatrice e di dover ricondurlo a lei: alla sapienza.Ma in un'altra opera di Dante apparisce questo argomento: nel Convivio. In vero egli narra d'una sua tanta tristizia, che nessun conforto gli valeva. Allora provvide, per sanare, “ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi„. E così lesse il libro di Boezio e poi uno di Tullio, e s'addestrò così in Gramatica e trovò “vocaboli d'Autorie di Scienze e di libri„.[1172]Studiava. Per dirla al modo simbolico che usò nella Comedia, Virgilio era andato a lui che piangeva e s'attristava in tutti i suoi pensieri. Studiava dunque. Per qual fine? Per giungere a una perfetta beatitudine la quale consisteva nel guardare gli occhi e il riso d'una donna.[1173]Dunque Virgilio per dirla secondo l'allegoria del Convivio, conduceva Dante a Beatrice, a una beatrice.Ma nel Convivio non c'è Virgilio. Lo studio o amore è uno degli elementi di cui si compone la “gloriosa donna„,[1174]la quale è così studio o amore della sapienza, cioè Virgilio, in uno, e Beatrice. Consolarsi della sparizion di Beatrice, rivedendola, dopo una sete di dieci anni, fatta luce e sapienza, e con lei sapienza amorosamente usare, è l'argomento della Comedia. Quello del Convivio? Amorosamente usar sapienza, cioè amar la Donna Gentile, per consolarsi della morte di Beatrice. L'argomento del Convivio è lo stesso dunque che quel del Poema, e si vede, che se non fosse stato interrotto, questo comento alle canzoni sarebbe stata una perfetta imbandigione di sapere,[1175]qual fu la Comedia in cui la parola di Dante aveva a lasciare “vital nutrimento„.[1176]L'argomento, lo stesso; le dottrine, uguali, eccetto che in menomi particolari; il fine, simile; il mezzo, identico: il volgare “da' letterati e da' non letterati inteso„.[1177]È dunque il Convivio ciò che nell'ultima carta della Vita Nuova si promette. C'è solo un divario: il Convivio non è nella forma di visione.E non essendo una visione, poichè la visione avevaa essere il venir di Beatrice a Dante e il ritorno di Dante a Beatrice, così, tutto rimanendo com'era, così Beatrice non incarna nel Convivio l'idea di sapienza. Dunque Dante ruppe fede alla gentilissima? Qualcuno l'ha detto, e in vero Dante aveva dato motivo a dirlo, correggendo il fatto della donna gentile che nella Vita Nuova è viltà desiderare, e nel Convivio è salute amare. Ma chi non vede quanto, in tal correzione, trionfa Beatrice? Dante scrive:[1178]“Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore, fu la bellissima e onestissima figlia dello imperadore dell'universo, alla quale Pittagora pose nome Filosofia„. Dunque al “primo amore„ egli protesta d'essere stato fedele; perchè la morta gentilissima non avrebbe potuto dolersi di tal rivale, che non era donna, ma idea. O donna era, ma qual donna! Tale, sempre, che Beatrice stessa amava e che Beatrice stessa era assai lieta che Dante l'amasse! Poichè era la sposa dello Spirito; era quella sotto la cui insegna gloriava la gentilissima: era “quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata„.[1179]Chi parlò d'apostasia? Nel Convivio Dante è innamorato della sposa e figlia e sorella di Dio. Chi parlò d'infedeltà? Nel Convivio Dante vuoi cancellare dal suo primo amore, dall'amore inestinguibile per la gentilissima, quell'unica macchia che di quell'amore aveva narrata nel suo libello giovanile. Vuol cancellarla, nel momento in cui ha cambiato il proposito di scrivere la mirabile visione che accenna nella Vita Nuova, e sta per dare, in altra forma ma con lamedesima sostanza, il frutto degli studi che annunzia in quel capitolo stesso.Perchè il Convivio deve essere da noi guardato col medesimo occhio col quale il passeggere guarda al chiarore d'un baleno l'abisso sul cui orlo aveva il piede. Per il Convivio gli uomini rischiarono di non aver la Comedia! Il Convivio Dante sostituì al Poema Sacro! Il Convivio doveva essere, in altra forma ma con la medesima sostanza di dottrina, quel che fu il sacrato Poema! Anche nel lor fine secondario e personale, l'uno vuol ciò che l'altro. Se il Poema mirava a vincere la crudeltà che serrava il Poeta fuor dell'ovile, il Convivio doveva liberarlo dall'ingiusta pena “d'esilio e di povertà„; doveva rimarginare “la piaga della fortuna„; doveva dare sosta e riposo “al peregrino„ che andava “quasi mendicando„; doveva offrire un porto al “legno senza vele e senza governo, portato... dal vento secco„. Doveva adempiere, in fine, il desiderio dell'esule, cacciato fuori dal “dolcissimo seno„ della bellissima e famosissima figlia di Roma; doveva adempiere il suo desiderio di riposarvi l'animo stanco e terminarvi il tempo che gli era dato.[1180]E Dante esule e povero e peregrino e vile fatto nel cospetto di molti, nell'imbandir questo Convivio, nel rinunziare alla visione in cui aveva a dire di Beatrice ciò che non fu detto d'alcuno, provvedeva, con una sollecitudine a cui è cosa trista e pia pensare, provvedeva a purgar d'ogni macchia il suo primo ed unico amore. E così poteva affermare di non derogare dalla Vita Nuova, anzi di maggiormentegiovarle. Egli in vero per una parte asseverava che non d'altra in terra era stato preso, che di quella che ora gloriava in cielo, e terminava “lo parlare di quella viva Beatrice beata„, ragionando dell'immortalità dell'anima;[1181]e per l'altra diceva pur sempre che da quella morta gentilissima era stato tratto allo studio e alla conoscenza e alla sapienza; poichè per consolarsi della sua perdita, egli si era dato a leggere libri e a entrare “nello Latino„, egli si era innamorato della sposa dello Spirito, alla quale Beatrice era stata così devota come Dante. Un soave pensiero, che era vita del suo cuore dolente, andava ai piedi di Dio: un altro pensiero ora lo faceva fuggire, quel pensiero soave; cioè consolava Dante del suo dolore. Quale? Quello che lo faceva guardare un'altra Donna. Ma qual Donna? Una ch'egli omai doveva pensare a chiamare Donna cioè signora: la Donna[1182]pietosa ed umile,saggia e cortese nella sua grandezza,la Donna dunque, “umile e alta„, la Donna in cui è misericordia e pietà, e che precorre al domandare. Oh! l'infedele, che si consola nello studio e nella scienza! Oh! l'apostata, che si consola pensando all'immortalità dell'anima, e alla verace sapienza che lo condurrà, per la misericordia della Vergine, a riveder Beatrice ai piedi di Dio!Ma il Convivio rimase interrotto. Dante riprese la mirabile Visione. Quando? Quando disperò di salireal bel colle. Il Poema significa la rinunzia alla vita attiva o alla via del mondo, e l'ingresso nella vita contemplativa o nella via di Dio. La via del mondo è impedita dalla lupa che esprime la cupidità che si svolge in malizia. Questa non lascia passare alcuno per la sua via. Dante, deve fare altro viaggio, se vuole scampare. Egli si ritrae avanti la bestia malvagia; è per ricadere nell'oscurità della selva. Egli sembra destinato a vivere come non fosse mai nato, a essere un di quelli infiniti che corrono nel vestibolo e che non lasciarono alcuna fama di sè: un servo, un cieco, un nullo. Un veltro, sì, deve venire a sgombrar la via e rimettere nell'inferno la lupa. Ma fin che egli non sia venuto, vano è dirigersi al bel colle. Ora il veltro è colui che ci fu dato a lume e guida della vita civile: l'imperatore Romano.Ebbene, quando Dante disperò dell'altezza? quando disperò di salire al bel colle? alla felicità, vale a dire, della vita attiva? Si può scegliere tra queste due ipotesi: prima della venuta d'Arrigo, dopo la venuta di Arrigo. Se prima, egli aveva come un sentore del veltro che era per venire, e certo egli raffigurava in Arrigo il veltro. In vero nell'epistola a lui, quando fu disceso in Italia (nel 1310), Dante ricorre a imagini consimili. Arrigo deve uccidere l'idra, Arrigo deve uccidere lavulpecula, la vipera, la pecora infetta. Non ancora o non più pensava di cambiare lavulpeculadi Cicerone nella sua lupa, allora; e questa considerazione vale come gravissimo argomento in favore dell'autenticità di questa lettera, contro la quale, del resto, non c'è alcun pregiudizio. Come avrebbe potuto un falsario sapereche Dante nella figurazione delle tre fiere aveva sotto gli occhi un dato passo di Cicerone?[1183]Or bene: accogliendo l'ipotesi che alla Comedia Dante si mettesse prima della venuta di Arrigo, si ammetterebbe questo assurdo: che Dante rinunziava alla vita attiva o civile, appunto quando poteva credere ch'ella fosse possibile. Meglio ricorrere alla seconda; e credere che Dante appunto a quella rinunziasse, quando ogni illusione in lui fosse spenta, quando l'ultima speranza se ne fosse andata; dunque dopo la morte di Arrigo in Buonconvento. E se ne può trovar la riprova mettendo a confronto l'epistola sopra citata e la profezia del veltro. Egli scrisse quella epistola perchè, come egli dice “il nostro sole (sia che questo ne insinui il ferver del desiderio o la sembianza della verità), o si crede che si fermi (morari) o si sospetta che torni indietro„. Continua meravigliandosi perchè così tarda irresolutezza (tam sera segnities) si frapponga. Lo rimprovera di credere che tutto l'impero si chiuda nei confini dei Liguri. Gli dice che tutto il mondo lo aspetta. Gli rinfaccia d'indugiarsi a troncar le teste dell'idra a una a una; di essere per consumare il tempo a Cremona; a Brescia, a Pavia, Vercelli, Bergamo... Oh! non viene in mente quel verso, in cui non suona solo la rima, ma riluce il pensiero:questi la cacceràper ogni villa?Non vedete perchè il poeta abbia pensato come uccisore della lupa un veltro (tolgo questa citazione albello e dotto studio del mio caro Cian),[1184]il veltro che era considerato nel medio evo come cane velocissimo, e di cui Dante stesso nel Convivio aveva detto, che la bontà propria era il bene correre? Non capite che egli dice perchè il grande Enrico non potè uccidere la lupa? Perchè non corse, perchè indugiò, perchè fu lento e tardo.Rumpe moras: diceva Dante all'imperadore da sotto la fonte dell'Arno. Velocità ci vuole, fa dire a Virgilio nella piaggia deserta. E così chi non sente piuttosto il dolore della speranza delusa, che il fremito della speranza risorta, nelle parole[1185]O ciel, nel cui girar par che si credale condizion di quaggiù trasmutarsi,quando verrà per cui questa disceda?Non è l'esclamazione, questa, d'uno che aspetti, ma di chi aspettò e fu deluso. Persino quella espressione “par che si creda„ rispetto a cosa, a cui Dante credeva benissimo, sa di sconforto supremo. Oh! il veltro fu pensato dopo la delusione di quella che egli chiamò invanofaustissima corsadel divo Enrico; quando egli vide che corsa più rapida ci voleva, e più risoluto principe.Israele non fu liberato. Il suo retaggio, che piangeva senza intermissione a lui tolto, non gli fu restituito. Dante continuò a gemere esule in Babilonia; non potè, tornato cittadino, respirare in pace e ricordare la miseria nel tempo felice. Anzi si fece piùgrave la condizione del suo esilio. Nella riforma di Baldo d'Aguglione si confermavano le sentenze contro lui. Egli riprese la sua dura via. Continuò a mendicare, a scendere e salire, e non sperò più. La sua vita era infranta per sempre.E allora ripensò alla fanciulla morta, ripensò alla visione che aveva avuto di lei, nella quale essa dalla terra lo richiamava al cielo. E allora, nella seconda disperazione della sua vita, riprese il disegno che aveva avuto nella prima, non meno amara. E gli studi che già allora aveva destinati alla visione mirabile, a quella ravviò e ricondusse.Un'antica tradizione afferma che Dante ebbe un tempo il pensiero di lasciare il secolo e farsi frate minore. Si dice anzi che fu terziario, e che la corda, che gittò a Gerione, la corda che aveva cinta e con cui credè un tempo di prendere la lonza, era la corda di quell'ordine. Lo Scartazzini non rigetta la leggenda, e congettura che il proposito di Dante dovesse avvenire “nel tempo che corse dalla morte di Beatrice al matrimonio„ suo. Lo Scartazzini ha ragione nel dar peso alla leggenda.Quella tradizione spiega il fatto della corda, e consuona col significato della Comedia: per ciò è attendibile. Ora quel pensiero sorse nel Poeta, prima che egli s'innamorasse della donna gentile, o dopo? Dopo: perchè quel pensiero di lasciare il mondo, e darsi allo spirito, è tutt'uno con la mirabile Visione, se questa è, come è, tutt'uno col concepimento fondamentale della Comedia. Dopo, dunque, non solo l'innamoramento ma anche il pentimento, dopo le due imaginazioni nelle quali egli vide Beatrice giovinetta e Beatrice santa. Ma certo prima del suomatrimonio; prima dunque, non solo del 1300, ma del 1298. La mirabile Visione, che poi dal Poeta fu posta nel 1300, era stata veduta o, diciamo, concepita, prima.Se avesse adombrato allora il suo disegno! Il principale personaggio del poema, sarebbe pur stato lui, Dante: Dante, che domato da un grande dolore, di quelli che vengono da Dio e non dagli uomini, lasciava la via degli uomini o del mondo, e s'incamminava per quella di Dio, dove avrebbe ritrovata la donna che aveva perduta. Sarebbe stato il poema della rassegnazione, la cui suprema parola poteva esser questa: Dio, tu me l'hai tolta nella vita, tu me la rendi nella morte: sii benedetto! Ma gli uomini, che esso avrebbe abbandonati, di nulla erano ancora rei verso lui, verso lui che guardava allora tutti con occhi d'amore, e indirizzava le sue dolci parole agli sconosciuti romei. Egli, ferito dal primo strale, si sarebbe rifugiato là dove non aveva a temere più altre ferite. Egli si sarebbe messo nel porto dopo un primo tuono, avanti lo scoppiare della procella.Ma ora? Egli ritrovava nel suo cuore il dolor d'allora e il proposito d'allora; ma dove, ma quale vedeva sè stesso! Bandito, infamato, dannato al fuoco, lontano dal luogo del suo battesimo, senza tetto e senza pane.Il libello ascetico ch'egli avrebbe scritto, diventò la Comedia: il frate minore diventò il Cristo. Il dannato al fuoco, il mendico perduto tra gli uomini di corte, l'umile pedagogo, il modesto lettore dello studio, si sublimò sui tempi e sulle nazioni e sulle fazioni e sulle scuole e sui re e sui papi. Discese come il Cristo di San Paolo, per ascendere. Morì per viveree per redimere. Fu più d'un eroe e più d'un apostolo. Volle fondare la città del ben vivere. Bandì una nuova Apocalissi e un nuovo Vangelo. Entrò nella morte dall'esilio e dalla condanna e dalla infamia; e uscì a giudicare i vivi e i morti.Eppure chi lo guidava ora l'avrebbe guidato anche allora. Virgilio lo conduceva, Virgilio in cui non solo Dante ma tutti assommavano allora il concetto di studio e di scuola. Lo conduceva a una giovane morta. Nessuno sapeva la strada meglio di lui, che aveva cantato la discesa negl'inferi. Nessuno avrebbe significato meglio di lui questo concetto: lo studio che conduce alla vera sapienza per l'oltremondana via della contemplazione. E questo concetto è quello della Comedia e quello delle ultime parole della Vita Nuova che suonano: studiare per dir di lei, per tornare a lei, per riveder lei, la morta amata. Dante riprese tal quale la mirabile Visione d'allora; che aveva messa da parte, prima, perchè non ancora addottrinato; poi... perchè? Perchè non abbastanza infelice! Perchè aveva ancora qualche rifugio di speranza nel mondo! Perchè poteva ancora ricoverarsi in qualche luogo che non fosse il regno della morte!La fine dell'alto Enrico, come egli lo chiama, voleva dire per lui la perdita per sempre della patria. Se dopo ebbe qualche barlume di speranza, che il poema sacro vincesse la crudeltà dei proscrittori, allora, nel 1313, questo barlume non l'aveva. Fu quella fine che lo determinò all'altro viaggio; cioè a mortificare ciò che nella sua anima era di mortale, giù per gli abissi; e purificare ciò che nella sua anima era ancora di macchia e di caligine, su per ilmonte; e salire, bello della santa ira sua e della sua santa carità, a Dio, di spera in spera.E quasi alla fine dell'altro viaggio, quando mancano appena i tre ultimi canti ineffabili dell'ineffabile Trinità, egli vede un seggio vuoto con su una corona. È il seggio destinato ad Enrico

Libertà va cercando, ch'è sì cara,come sa chi per lei vita rifiuta.Tu il sai, che non ti fu per lei amarain Utica la morte.

Libertà va cercando, ch'è sì cara,come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu il sai, che non ti fu per lei amarain Utica la morte.

Quella libertà che Dante cerca e che acquista sulla cima del monte, fu cara massimamente al veglio solo che è alle falde. In questo nome santo di libertà, il veglio solo è legato alla giovane sola.

Nè solo per questo. L'uno è, poichè ha la faccia irradiata dalle quattro luci sante, la vita attiva; la quale si conduce con l'esercizio delle quattro virtù cardinali. E così l'altra è pur questa vita attiva. Ma nel primo essa vita si trovò a contrastare con ladifficultasinsormontabile, creata dalla colpa umana; onde si arrestò e s'infranse. Nell'altra, nessuna difficoltà; ma libertà e gioia. L'uno è tutto quel di giusto ch'uomo poteva essere prima della Redenzione; ma l'altra è la Giustizia originale. E se l'uno ha tutti i segni della nobiltà di “tutte etadi„[1142](che non potrebbe avere se non fosse vecchio); se ha il colmo delle quattro virtù; se è la “virtù„ senz'altro; la giovane donna a quelle medesime quattro virtù presenta il viatore purificato;[1143]e in ciò è simile al veglio; ma queste quattro hanno poco di là le altre tre sante che Catone non si vestì.[1144]E fu senza vizio; ma l'altra è nel giardino dell'innocenza.

L'uno è dunque la laboriosa e l'altra la gioconda operazione. Il veglio domando con la temperanza l'animo e spronandolo con la fortezza, illuminando con la prudenza l'intelletto e dirigendo con la giustizia la volontà, non è riuscito che a morire; poichè non v'ha, fuor della fede di Cristo, libertànella vita: l'altra dice e canta e danza e sa e coglie fiori.

Ma la vesta di Catone sarà così chiara nel gran dì.[1145]Ciò è segno ch'egli passerà nel gran dì il fiume del lavacro. Misticamente, anzi, egli l'ha già passato. Egli da Marzia sua è separato mediante il “mal fiume„, l'Acheronte, cioè, a cui Letè misticamente equivale.[1146]Ma allora lo passerà propriamente. E sarà con gli altri spiriti magni nella divina foresta che è, nella mente di Dante, un Elisio; e allora si avvererà ciò che è scritto nel suo vangelo di vita attiva, nell'Eneide:[1147]che i pii sono in disparte e giustizia fa tra loro Catone. E in tanto Matelda sarà sparita di lì e sarà ascesa nei cicli, dove, come avrebbe dovuto parer singolare ed è invece naturale, non è Lia, sebben sia Rachele.[1148]Non è Lia nè Matelda, sebben sia Rachele con Beatrice. Quelle simboleggiano la vita attiva; e per quanto i loro occhi siano medicati e vedano chiaro, non poteva Dante, come simboli che sono, ammetterle alla contemplazione celeste, se non nel gran dì, quando chiudendosi la porta del futuro, le pietre cadranno sui mal veggenti del cimitero; e, avvenendo la rinascita, i virtuosi del limbo, perchè senza vizio, saranno nelle condizioni di Adamo prima del peccato; e cessando l'attività umana, non sarà più nella foresta dell'arte gioconda la giovane e bella Donna che ne è simbolo, e che appunterà in Dio gli occhi pieni di lumi e di amore.

Nella divina foresta saranno i pii. Catone nesarà il giudice. Virgilio è che lo dice nella Comedia, ripetendo ciò che disse nell'Eneide. E Dante fa che egli non s'accorga di ciò a cui menano le sue parole e che non presentisca che là, dove “un'aria limpida, più spirabile che da noi, veste la pianura di luce purpurea, e si conosce un proprio sole e proprie stelle„,[1149]dove si danza e si canta, ha a essere anche lui tra gli eroi e i sacerdoti.

La fonte dice distintamente il suo nome nel mistero. È la donna che Giacobbe ama, la donna per cui egli è servo di Laban. E serve sette anni, e invece di lei ha Lia; e serve altri sette anni, e allora acquista Rachele. I primi sette anni sono stati l'esercizio delle quattro virtù, che si assommano nella giustizia, per vincere i sette peccati; i secondi sette anni sono stati la purificazione dalle macchie lasciate da quelli, sette cicatrici di sette piaghe, e la promessa di sette premi che avrà in cielo il viatore. Dopo due settennati la vita attiva di questo è disposta nella visione. Dante è passato attraverso le fiamme che mondano il cuore e l'occhio. Vedrà. Cioè, Lia si specchia; cioè, Matelda sa e vede. Cioè, Giacobbe possiede Rachele; cioè, Dante rivede Beatrice. I simboli si fondono e s'intrecciano perchè sono come predicati d'un solo soggetto. Dante studia, si fa forte contro ogni ostacolo, acquista la virtù e l'arte, diventaatto alla visione: vede. Questo è il senso della mirabile favola: Dante segue Virgilio, Enea gli apre le porte di Dite, si trova con Catone, incontra Matelda, è avanti Beatrice. A mano a mano i simboli si scindono, e d'uno si fanno due. Matelda, se ragioniamo è Beatrice; perchè ella significa Dante che, con l'esercizio della vita attiva, si è fatto veggente. Ma il suo essersi fatto veggente è Matelda; l'essere veggente è Beatrice. E Virgilio è, in certo modo, l'una e l'altra. Egli dice d'aver tratto Dante, là dove vedrà prima Matelda e poi Beatrice, “con ingegno e con arte„. Ebbene, lo studio che è studio e amore, riguarda l'ingegno e l'arte, Beatrice e Matelda; è l'amor dell'intelletto o ingegno o meglio di ciò che è adombrato in Beatrice; e lo studio dell'arte: è l'arte e l'ingegno stesso.

Quale è dunque il nome mistico di Beatrice? È “la speranza della contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità„. Ognuno che è “piamente studioso„ l'ama. Dante invero è guidato a lei da uno “studio che comincia dalla fede„. Ma quel nome è troppo lungo. Vediamo ancora. Ogni “utile servo di Dio, messo sotto la grazia dello sbianchimento de' suoi peccati cioè l'“utile (non bisogna dimenticare questa parola)fedeledi Lucia„, che altro nella sua conversione (Dante si era straniato da Beatrice) meditò, che altro portò nel cuore, di che altro fu innamorato (quid aliud adamavit), se non “la dottrina di sapienza„? La “dottrina di sapienza„, dunque; o “la desiderata e sperata bellissima dilettazione della dottrina„, o “la bella e perfetta sapienza„, o “la translucida verità,„ di cui alcuno s'innamora ardentemente, o“la luminosa sapienza„. “Sapientia„, dunque, diciamo. E così Virgilio saràstudium artisestudium sapientiae: studio dell'arte e amor della sapienza. Ma chi ama, è s'intende, Dante: Virgilio è un suo predicato.

Ciò si riscontra perfettamente nel Convivio.[1150]“È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia„. Scienzia è qui, come vuole il contesto, sapienza.[1151]Infatti “Filosofia è quando l'anima e la sapienza sono fatte amiche„. Diciamo subito che nè Beatrice nè Virgilio sono di per sè Filosofia; ma che, se l'uno è studio o amore, e l'altra è sapienza, filosofia risulta dal tender dell'uno all'altra: dal tendervi nell'anima di Dante. E poichè Virgilio conduce Dante anche a Matelda, anzi prima a questa che a Beatrice, e Matelda è l'arte, così che cosa risulta dal tendere di Virgilio a Matelda? Filosofia è l'amor della sapienza; lo studio dell'arte, che è? Vediamo: due alunni ha Virgilio e tutti e due conduce a Matelda: l'uno è del mondo, per così dire, pagano o mondo antico o latino; l'altro dell'evo cristiano o nuovo o volgare. Ebbene Virgilio, come studio in genere e come studio dell'opere Virgiliane in ispecie, condusse Stazio anche alla sapienza: oltre che all'arte, anche alla sapienza. Ciò significa Stazio stesso dicendo:[1152]

fui, per te cristiano.

fui, per te cristiano.

Invero Dante dice che “le Intelligenzie che sono inesilio della superna patria... filosofare non possono„.[1153]Ciò dice delle Intelligenzie separate, ma si deve intendere delle menti anche unite al corpo, ma non illuminate dalla fede. In esse può essere desiderio e amore di sapienza; ma la sapienza non si fa amica della loro anima, per quanto questa si sia studiata e si studii. Or dunque il primo e necessario passo a filosofia è, per Dante, l'aver battesimo e fede. Ebbene Stazio l'ebbe per lo studio che faceva di Virgilio, il battesimo e la fede; l'ebbe, la luce, da quel lume che Virgilio portava dietro sè; l'ebbe, l'ispirazione, dalle parole con cui Virgilio profetava il Messia. Dunque a sapienza fu condotto Stazio da Virgilio; ossia fu, per lui, cristiano e filosofo. Ora è ben ragionevole credere che le parole che cominciano quel verso riportato più su,

Per te poeta fui,

Per te poeta fui,

esprimano l'esser condotto da Virgilio a quell'altro abito, a quel dell'arte, a Matelda. E il secondo e maggior alunno di Virgilio, non dice, in verità:[1154]

Tu se' solo colui da cui io tolsilo bello stile che m'ha fatto onore?

Tu se' solo colui da cui io tolsilo bello stile che m'ha fatto onore?

Ora se tutti e due gli alunni possono dire d'essere stati poeti per lui, per lui possono dire d'essere stati cristiani? Stazio, certo. E Dante? Anche Dante. Noi abbiamo veduto, e il cuore ci s'innonda di gioia nel riconoscere che abbiamo veduto giusto, che Virgilio trae con sè Dante, mentre rovina verso la selvaoscura, dove manca il libero arbitrio, come se battesimo o fede non fosse nell'uomo che v'erra; lo trae con sè oltre la porta aperta dal Redentore, lo trae con sè al fiume, cui passare è acquistare il lume che s'infonde col battesimo, ed è, insomma, diventare cristiani. E si intende che se Virgilio per Stazio, quanto allo acquisto della fede, equivale a “studio dell'opere di Virgilio„, per Dante, a quel riguardo e forse all'altro, esprime unicamente “lo studio e l'amore„.

Ma già son piene le carte. Il velame si è levato quanto basta a contemplare la visione di Dante. Narrarla non posso qui; sì, in altro libro che comincia di là dove questo finisce. E ciò che ora verrò soggiungendo, è solo “un prendere lo pane apposito, e quello purgare da ogni macola„.[1155]Dirò dunque che la divina Comedia è tutto un amoroso uso d'arte e di sapienza: un poetare, cioè, e un filosofare. Ora del filosofare nel Convivio Dante ci dichiarò le due parti componenti: l'amore e la sapienza. L'amore nella Comedia scinde in certo modo da sè, e raffigura in Virgilio. Notevole mi sembra che nel Convivio volendo dar prova di questo amore cita Democrito e Platone e Aristotele e Zeno e Socrate e Seneca; come nella Comedia sceglie, a impersonarlo, Virgilio: tutti pagani.[1156]Ciò perchè “l'oggetto eterno (di questo amore) improporzionalmente gli altri oggetti vince e soperchia„; ma specialmente li vince e soperchia in quelli che raggiungerlo non possono. Chi vuole esprimere e descrivere un amore appassionato, fervido, indomabile — l'amore —, non lodipingerà mai soddisfatto: lo narrerà implorante in faccia alla ripulsa e ribellante in presenza della morte. Invero dei tre momenti dell'anima, amore, desire e quiete, narrerebbe, chi figurasse l'amor soddisfatto e beato, narrerebbe non quel primo, ma l'ultimo: non l'amore, dunque. E così bene Dante ha adombrato l'amor della sapienza in tale che vive in un desio senza speranza. Ora questi, come vuole la natura sua, dimora sì avanti Matelda, l'arte, ma sparisce avanti Beatrice, la sapienza; e senza lui Dante sale all'Empireo. Nel fatto, quando l'amatore è con l'amata, non c'è bisogno d'un simbolo per figurare il loro amore. L'essere insieme e il guardarsi negli occhi è questo simbolo.

Eppure anche lassù esso ha luogo; quando Beatrice riprende il suo seggio nella candida rosa, allontanandosi da Dante: nell'empireo: nel vero paradiso. Allora un “sene„ si trova presso l'amatore, che è lontano lontanissimo dall'amata. Esso è il Virgilio di lassù: lo studio e l'amore dell'ineffabile verità. Ma quest'altro Virgilio è con altra donna che Beatrice, nella relazione in cui il primo è con essa. Il primo appena chiamato dalla donna beata e bella, la richiede di comandare, e udito il suo prego, dice che il suo comandamento gli aggrada e che vuol subito ubbidire.[1157]È donna essa, cioè signora, e comanda; e Virgilio le ubbidisce: dunque è suo “fedele„, come Dante è fedele, cioè servo, di Lucia; come, in fine, Bernardo è fedele di Maria, della Donna Gentile. Egli è, com'esso dice, “il suo fedel Bernardo„.[1158]Ora ognun vede come a questaDonna Gentile, vergine e madre, e figlia di suo figlio, possano convenire le parole: “sposa dell'imperadore del cielo... e non solamente sposa, ma suora e figlia dilettissima„.[1159]Chè, parlando grossamente, s'intende non solo come sia sposa e figlia di Dio la vergine Nazarena, ma anche come sia sorella di Dio, chi è figlia di lui come di lui è figlio Gesù. E non importa aggiungere che codesta sposa e suora e figlia è detta nel Convivio “donna gentile„.

Ora ella è pur Filosofia, cioè “amoroso uso di sapienzia: il quale massimamente è in Dio, perocchè in lui è somma sapienzia e sommo amore e sommo atto, che non può essere altrove, se non in quanto da esso procede„.[1160]Dunque Maria simboleggia nell'Empireo ciò che l'unione di Dante e Beatrice, cioè la filosofia; e Bernardo ciò che Virgilio in essa unione: lo studio e l'amore, che è come il servo che a quell'unione conduce. Ma la Vergine Madre è la Filosofia di Dio, e l'unione di Dante e Beatrice è la Filosofia degli uomini. La quale pur essendo debole avanti quella di Dio, non è per altro essenzialmente diversa, poichè da quella deriva.[1161]

Non ha qui luogo la distinzione di teologia e filosofia: filosofia è termine sintetico. Chè ell'è dunque, amore di sapienza. Ora scindendo il concetto nelle sue parti componenti, l'amore si rappresenta dal Poeta della Visione e dallo imbanditor del Convivio come insaziato; chè altrimenti sarebbe non amore, ma quiete e gioia; e la sapienza è nel Convivio raffigurata come nel Poema, tale quale. Leggiamo. “Nella faccia di costei appaiono cose chemostrano de' piaceri di Paradiso... ciò appare... negli occhi e nel riso„. Il fatto di Beatrice. “E qui si conviene sapere che gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissimamente; e il suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienza sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel piacere altissimo dibeatitudine, il quale è massimo bene in Paradiso„.[1162]Il fatto di Beatrice. O che si è favolato di apostasia?

Ma sì: dicono. “Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore (di Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell'Universo, alla quale Pittagora pose nome filosofia„.[1163]Leggono: “Dico che, come per me fu perduto il primo diletto della mia anima, della quale fatto è menzione di sopra, io rimasi di tanta tristizia punto, che alcuno conforto non mi valea. Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia mente, che s'argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio nè l'altrui consolare, valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E siccome essere suole, che l'uomo va cercando argento, e fuori della intenzione trova oro...; io, che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri; li quali considerando, giudicava bene, che la Filosofia, che era donna di questi autori, di queste scienze e di questi libri, fosse somma cosa. E immaginava lei fatta come unadonna gentile: e nonla potea immaginare in atto alcuno, se nonmisericordioso...„.[1164]Ebbene? Leggiamo ancora: “appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata, che vive in cielo con gli Angeli e in terra colla mia anima... quella gentil donna, di cui feci menzione nella fine dellaVita Nuova, apparve primamente accompagnata d'Amore agli occhi miei, e prese alcuno luogo nella mia mente. E siccom'è ragionato per me nello allegato libello,più da sua gentilezza che da mia elezione, venne ch'io ad essere suo consentissi; chè passionata di tantamisericordiasi dimostrava sopra la mia vedova vita, che gli spiriti degli occhi miei a lei si fero massimamente amici; e così fatti dentro lei, poi fero tale, che 'l mio beneplacito fu contento a disposarsi a quella immagine. Ma... convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli era contrario, il quale per quella gloriosa Beatrice tenea ancor la rocca della mia mente„.[1165]Ebbene? ebbene?

È indubitabile che Dante modifica accortamente il racconto della donna gentile, quale è nella Vita Nuova, trasfigurando quella donna gentile compassionevole nella sposa e suora e figlia dell'Imperatore del cielo. Egli, accortamente, insiste sulla sua “misericordia„, e batte su quel generarsi dell'amore “più per gentilezza di lei che per elezionedi lui„. Le quali due particolarità spero che faranno consentire i più in ciò che la donna gentile del Convivio sia “immagine„ di Maria, come raffigura la Filosofia. In vero in Maria è misericordia per eccellenza.Maria nella Comedia si volge alla Grazia, che “vien dalla Misericordia„ ed è lei che la manda a Beatrice. E, sopra tutto,[1166]

lasuabenignità non pur soccorrea chi domanda, ma molte fiateliberamente al dimandar precorre.

lasuabenignità non pur soccorrea chi domanda, ma molte fiateliberamente al dimandar precorre.

Sì che ella adopera, la Donna Gentile della Comedia, esattamente come la donna gentile del Convivio, più per sua gentilezza che per altrui elezione.

Dunque Dante ha modificato quell'episodio. Certo. Ma qual contradizione è del Convivio con la Comedia? Anche nella Comedia, Beatrice nell'Empireo torna al suo posto, e Dante si volge alla Donna Gentile. Ma Beatrice non ha punto a dolersi dell'amator suo, che rimane fido a lei, anche volgendosi a Maria; la quale, nel suo senso simbolico, comprende Beatrice, come la Filosofia ossia l'amor della sapienza, comprende la sapienza; o come la Filosofia di Dio comprende quella degli uomini. Pur non tanto all'essenza mistica di Beatrice è fido l'amatore, quanto alla sua verace anima umana: fido nella Vita Nuova, fido nel Convivio, fido nel Poema Sacro. Solo una volta si straniò da lei, nella sua vita, il Poeta: alquanto tempo dopo la morte di lei: e questa infedeltà volle cancellare, studiandosi di dare a intendere che la donna gentile per la quale lasciò, poco tempo, il suo lagrimare per lei, fosse la sposa e suora e figlia di Dio.

Ma questo pio artifizio di Dante è la prova inconcussa che la Beatrice della Vita Nuova era unacreatura reale, e non un simbolo. Era una casta fanciulla, che rendeva buono l'amatore. E morì; e allora l'umile fanciulla che vedeva Dio, diventò più sapiente d'ogni sapiente di quaggiù: la sapienza stessa. Ella, che mandò Virgilio a Dante, cioè il consiglio di studiare, cioè lo studio, incarnava per Dante la fede, da cui muove il buono studio; la fede senza la quale Dante non l'avrebbe veduta più mai.

Un'umile donna Fiorentina la sapienza, dunque? E sì. O non era un'umil donna Nazarena quella che vide negli abissi del pensiero di Dio?

Umili tutte e due, e perciò alta l'una e l'altra; e la Fiorentina, devota della Nazarena e sua imitatrice,[1167]inspira umiltà con la sua umiltà. Quand'ella apparisce, il viso di Dante si veste d'umiltà; e “ogni pensiero umile nasce nel cuore„, se parla; ed ella sen va, “benignamente d'umiltà vestuta„, quando si sente “laudare„.[1168]

Dopo la morte di Beatrice, quand'ella fubeataoltre chebeatrix, Dante ebbe tre visioni. La prima ebbe virtù di richiamare alla donna gentilissima i pensieri di lui che si erano sviati verso la donna gentile. Fu il “cuore„ che “si cominciò dolorosamente a pentere de lo desiderio, a cui sì vilmentes'avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione: e discacciato questo cotale malvagio desiderio, sì si rivolsero tutti lisuoipensamenti a la loro gentilissima Beatrice„. Ciò per “una forte imaginazione„ nella quale a lui “parve vedere questa gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne, co le quali apparve prima a li occhisuoi; e pareagligiovane in simile etade ne la qualeegliprimieramente sì la vide„.[1169]L'altra fu “una mirabile visione„.

Ma prima di accennare a questa, che non ci dice qual sia, il Poeta riporta un sonetto, in cui è pure una visione: la seconda.[1170]Oltre il primo mobile, passa il sospiro del cuore di Dante tirato su da intelligenza nova messa in lui da amore e dolore. Nell'Empireo

vede una donna, che riceve onore,e luce sì, che per lo suo splendorelo peregrino spirito la mira.

vede una donna, che riceve onore,e luce sì, che per lo suo splendorelo peregrino spirito la mira.

E lo spirito tornando parla sottile, e Dante non lo intende; pur intende che parla di Beatrice. Appresso questo sonetto gli apparve la mirabile visione. Egli dice: “una mirabile visione, ne la quale io vidi cose, che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com'ella sa veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui, a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna„.Orbene ciò che Dante vide in visione dopo la morte di Beatrice, è presso a poco, non si può dubitare, ciò che racconta d'aver veduto di lei nel suo Poema. In vetta al santo monte egli la vide, non invero dell'età di nove anni, cioè “in simile etade ne la qualeegliprimieramente sì la vide„; ma pure la vide

vestita di color di fiamma viva.

vestita di color di fiamma viva.

È il colore di cui era vestita nella prima sua apparizione in vita e nella prima sua apparizione in morte. Solo l'“umile ed onesto sanguigno„ fiammeggia. E Dante, nella Vita Nuova, tornò a Beatrice come Beatrice era tornata a lui; tornò a lei fanciullo, come fanciulla era essa tornata a lui. Egli si ricordava “di lei secondo l'ordine del tempo passato„, e si pentiva del suo vil desiderio e piangeva come se i suoi occhi fossero “due cose che desiderassero pur di piangere„. Così sul santo monte sospira e piange e sta avanti lei,[1171]

quali i fanciulli vergognando muticon gli occhi a terra, stannosi ascoltando,e sè riconoscendo e ripentuti.

quali i fanciulli vergognando muticon gli occhi a terra, stannosi ascoltando,e sè riconoscendo e ripentuti.

Le stesse lagrime, lo stesso ripentire: e ripentire e lagrimare per non più che desideri del cuore, per non altro che incostanza di ragione. Dopo, Dante sale con Beatrice di spera in spera, finchè può contemplarla: come? dove? Nell'Empireo, nel suo seggio di gloria, pura luce; così, dunque, e dove egli dice, in quel sonetto, che la vide lo spirito suo peregrino.Or che poteva essere quella terza visione, che Dante non ci dice qual fu? È forza credere ch'ella fosse quella che narrò nel Poema Sacro, poichè la visione del pentimento e quella della gloria, le quali precedono la mirabile, sono i due poli della Comedia. Invero Beatrice, così nella Vita Nuova come nella Comedia, richiama a sè l'amatore, mentre egli vilmente desiderava contra la costanza della ragione; e in fine si lascia a lui vedere entro lo splendore della sua gloria diBeata Beatrice, nell'Empireo. Questi due elementi, la conversione cioè di Dante e la transfigurazione di Beatrice, formano la divina Comedia: come non sarebbero essi gli elementi di quella visione ultima e mirabile, per la quale Dante propose di non dir più di Beatrice se non quando potesse più degnamente trattarne? È almeno probabile.

Ed è certo, quando ci ricordiamo chi è e che cosa è Virgilio nel Poema. È lo “studio„. Virgilio che conduce Dante a Matelda, cioè all'arte, è l'incarnazione di queste parole: “Di venire a ciò (a trattare di lei più degnamente) io studio quanto posso„. Le altre parole “sì come ella sa veracemente„ sono tradotte nel secondo canto della Comedia. Virgilio dice a Dante d'essere stato mandato da Beatrice e di dover ricondurlo a lei: alla sapienza.

Ma in un'altra opera di Dante apparisce questo argomento: nel Convivio. In vero egli narra d'una sua tanta tristizia, che nessun conforto gli valeva. Allora provvide, per sanare, “ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi„. E così lesse il libro di Boezio e poi uno di Tullio, e s'addestrò così in Gramatica e trovò “vocaboli d'Autorie di Scienze e di libri„.[1172]Studiava. Per dirla al modo simbolico che usò nella Comedia, Virgilio era andato a lui che piangeva e s'attristava in tutti i suoi pensieri. Studiava dunque. Per qual fine? Per giungere a una perfetta beatitudine la quale consisteva nel guardare gli occhi e il riso d'una donna.[1173]Dunque Virgilio per dirla secondo l'allegoria del Convivio, conduceva Dante a Beatrice, a una beatrice.

Ma nel Convivio non c'è Virgilio. Lo studio o amore è uno degli elementi di cui si compone la “gloriosa donna„,[1174]la quale è così studio o amore della sapienza, cioè Virgilio, in uno, e Beatrice. Consolarsi della sparizion di Beatrice, rivedendola, dopo una sete di dieci anni, fatta luce e sapienza, e con lei sapienza amorosamente usare, è l'argomento della Comedia. Quello del Convivio? Amorosamente usar sapienza, cioè amar la Donna Gentile, per consolarsi della morte di Beatrice. L'argomento del Convivio è lo stesso dunque che quel del Poema, e si vede, che se non fosse stato interrotto, questo comento alle canzoni sarebbe stata una perfetta imbandigione di sapere,[1175]qual fu la Comedia in cui la parola di Dante aveva a lasciare “vital nutrimento„.[1176]L'argomento, lo stesso; le dottrine, uguali, eccetto che in menomi particolari; il fine, simile; il mezzo, identico: il volgare “da' letterati e da' non letterati inteso„.[1177]

È dunque il Convivio ciò che nell'ultima carta della Vita Nuova si promette. C'è solo un divario: il Convivio non è nella forma di visione.

E non essendo una visione, poichè la visione avevaa essere il venir di Beatrice a Dante e il ritorno di Dante a Beatrice, così, tutto rimanendo com'era, così Beatrice non incarna nel Convivio l'idea di sapienza. Dunque Dante ruppe fede alla gentilissima? Qualcuno l'ha detto, e in vero Dante aveva dato motivo a dirlo, correggendo il fatto della donna gentile che nella Vita Nuova è viltà desiderare, e nel Convivio è salute amare. Ma chi non vede quanto, in tal correzione, trionfa Beatrice? Dante scrive:[1178]“Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore, fu la bellissima e onestissima figlia dello imperadore dell'universo, alla quale Pittagora pose nome Filosofia„. Dunque al “primo amore„ egli protesta d'essere stato fedele; perchè la morta gentilissima non avrebbe potuto dolersi di tal rivale, che non era donna, ma idea. O donna era, ma qual donna! Tale, sempre, che Beatrice stessa amava e che Beatrice stessa era assai lieta che Dante l'amasse! Poichè era la sposa dello Spirito; era quella sotto la cui insegna gloriava la gentilissima: era “quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata„.[1179]Chi parlò d'apostasia? Nel Convivio Dante è innamorato della sposa e figlia e sorella di Dio. Chi parlò d'infedeltà? Nel Convivio Dante vuoi cancellare dal suo primo amore, dall'amore inestinguibile per la gentilissima, quell'unica macchia che di quell'amore aveva narrata nel suo libello giovanile. Vuol cancellarla, nel momento in cui ha cambiato il proposito di scrivere la mirabile visione che accenna nella Vita Nuova, e sta per dare, in altra forma ma con lamedesima sostanza, il frutto degli studi che annunzia in quel capitolo stesso.

Perchè il Convivio deve essere da noi guardato col medesimo occhio col quale il passeggere guarda al chiarore d'un baleno l'abisso sul cui orlo aveva il piede. Per il Convivio gli uomini rischiarono di non aver la Comedia! Il Convivio Dante sostituì al Poema Sacro! Il Convivio doveva essere, in altra forma ma con la medesima sostanza di dottrina, quel che fu il sacrato Poema! Anche nel lor fine secondario e personale, l'uno vuol ciò che l'altro. Se il Poema mirava a vincere la crudeltà che serrava il Poeta fuor dell'ovile, il Convivio doveva liberarlo dall'ingiusta pena “d'esilio e di povertà„; doveva rimarginare “la piaga della fortuna„; doveva dare sosta e riposo “al peregrino„ che andava “quasi mendicando„; doveva offrire un porto al “legno senza vele e senza governo, portato... dal vento secco„. Doveva adempiere, in fine, il desiderio dell'esule, cacciato fuori dal “dolcissimo seno„ della bellissima e famosissima figlia di Roma; doveva adempiere il suo desiderio di riposarvi l'animo stanco e terminarvi il tempo che gli era dato.[1180]E Dante esule e povero e peregrino e vile fatto nel cospetto di molti, nell'imbandir questo Convivio, nel rinunziare alla visione in cui aveva a dire di Beatrice ciò che non fu detto d'alcuno, provvedeva, con una sollecitudine a cui è cosa trista e pia pensare, provvedeva a purgar d'ogni macchia il suo primo ed unico amore. E così poteva affermare di non derogare dalla Vita Nuova, anzi di maggiormentegiovarle. Egli in vero per una parte asseverava che non d'altra in terra era stato preso, che di quella che ora gloriava in cielo, e terminava “lo parlare di quella viva Beatrice beata„, ragionando dell'immortalità dell'anima;[1181]e per l'altra diceva pur sempre che da quella morta gentilissima era stato tratto allo studio e alla conoscenza e alla sapienza; poichè per consolarsi della sua perdita, egli si era dato a leggere libri e a entrare “nello Latino„, egli si era innamorato della sposa dello Spirito, alla quale Beatrice era stata così devota come Dante. Un soave pensiero, che era vita del suo cuore dolente, andava ai piedi di Dio: un altro pensiero ora lo faceva fuggire, quel pensiero soave; cioè consolava Dante del suo dolore. Quale? Quello che lo faceva guardare un'altra Donna. Ma qual Donna? Una ch'egli omai doveva pensare a chiamare Donna cioè signora: la Donna[1182]

pietosa ed umile,saggia e cortese nella sua grandezza,

pietosa ed umile,saggia e cortese nella sua grandezza,

la Donna dunque, “umile e alta„, la Donna in cui è misericordia e pietà, e che precorre al domandare. Oh! l'infedele, che si consola nello studio e nella scienza! Oh! l'apostata, che si consola pensando all'immortalità dell'anima, e alla verace sapienza che lo condurrà, per la misericordia della Vergine, a riveder Beatrice ai piedi di Dio!

Ma il Convivio rimase interrotto. Dante riprese la mirabile Visione. Quando? Quando disperò di salireal bel colle. Il Poema significa la rinunzia alla vita attiva o alla via del mondo, e l'ingresso nella vita contemplativa o nella via di Dio. La via del mondo è impedita dalla lupa che esprime la cupidità che si svolge in malizia. Questa non lascia passare alcuno per la sua via. Dante, deve fare altro viaggio, se vuole scampare. Egli si ritrae avanti la bestia malvagia; è per ricadere nell'oscurità della selva. Egli sembra destinato a vivere come non fosse mai nato, a essere un di quelli infiniti che corrono nel vestibolo e che non lasciarono alcuna fama di sè: un servo, un cieco, un nullo. Un veltro, sì, deve venire a sgombrar la via e rimettere nell'inferno la lupa. Ma fin che egli non sia venuto, vano è dirigersi al bel colle. Ora il veltro è colui che ci fu dato a lume e guida della vita civile: l'imperatore Romano.

Ebbene, quando Dante disperò dell'altezza? quando disperò di salire al bel colle? alla felicità, vale a dire, della vita attiva? Si può scegliere tra queste due ipotesi: prima della venuta d'Arrigo, dopo la venuta di Arrigo. Se prima, egli aveva come un sentore del veltro che era per venire, e certo egli raffigurava in Arrigo il veltro. In vero nell'epistola a lui, quando fu disceso in Italia (nel 1310), Dante ricorre a imagini consimili. Arrigo deve uccidere l'idra, Arrigo deve uccidere lavulpecula, la vipera, la pecora infetta. Non ancora o non più pensava di cambiare lavulpeculadi Cicerone nella sua lupa, allora; e questa considerazione vale come gravissimo argomento in favore dell'autenticità di questa lettera, contro la quale, del resto, non c'è alcun pregiudizio. Come avrebbe potuto un falsario sapereche Dante nella figurazione delle tre fiere aveva sotto gli occhi un dato passo di Cicerone?[1183]

Or bene: accogliendo l'ipotesi che alla Comedia Dante si mettesse prima della venuta di Arrigo, si ammetterebbe questo assurdo: che Dante rinunziava alla vita attiva o civile, appunto quando poteva credere ch'ella fosse possibile. Meglio ricorrere alla seconda; e credere che Dante appunto a quella rinunziasse, quando ogni illusione in lui fosse spenta, quando l'ultima speranza se ne fosse andata; dunque dopo la morte di Arrigo in Buonconvento. E se ne può trovar la riprova mettendo a confronto l'epistola sopra citata e la profezia del veltro. Egli scrisse quella epistola perchè, come egli dice “il nostro sole (sia che questo ne insinui il ferver del desiderio o la sembianza della verità), o si crede che si fermi (morari) o si sospetta che torni indietro„. Continua meravigliandosi perchè così tarda irresolutezza (tam sera segnities) si frapponga. Lo rimprovera di credere che tutto l'impero si chiuda nei confini dei Liguri. Gli dice che tutto il mondo lo aspetta. Gli rinfaccia d'indugiarsi a troncar le teste dell'idra a una a una; di essere per consumare il tempo a Cremona; a Brescia, a Pavia, Vercelli, Bergamo... Oh! non viene in mente quel verso, in cui non suona solo la rima, ma riluce il pensiero:

questi la cacceràper ogni villa?

questi la cacceràper ogni villa?

Non vedete perchè il poeta abbia pensato come uccisore della lupa un veltro (tolgo questa citazione albello e dotto studio del mio caro Cian),[1184]il veltro che era considerato nel medio evo come cane velocissimo, e di cui Dante stesso nel Convivio aveva detto, che la bontà propria era il bene correre? Non capite che egli dice perchè il grande Enrico non potè uccidere la lupa? Perchè non corse, perchè indugiò, perchè fu lento e tardo.Rumpe moras: diceva Dante all'imperadore da sotto la fonte dell'Arno. Velocità ci vuole, fa dire a Virgilio nella piaggia deserta. E così chi non sente piuttosto il dolore della speranza delusa, che il fremito della speranza risorta, nelle parole[1185]

O ciel, nel cui girar par che si credale condizion di quaggiù trasmutarsi,quando verrà per cui questa disceda?

O ciel, nel cui girar par che si credale condizion di quaggiù trasmutarsi,quando verrà per cui questa disceda?

Non è l'esclamazione, questa, d'uno che aspetti, ma di chi aspettò e fu deluso. Persino quella espressione “par che si creda„ rispetto a cosa, a cui Dante credeva benissimo, sa di sconforto supremo. Oh! il veltro fu pensato dopo la delusione di quella che egli chiamò invanofaustissima corsadel divo Enrico; quando egli vide che corsa più rapida ci voleva, e più risoluto principe.

Israele non fu liberato. Il suo retaggio, che piangeva senza intermissione a lui tolto, non gli fu restituito. Dante continuò a gemere esule in Babilonia; non potè, tornato cittadino, respirare in pace e ricordare la miseria nel tempo felice. Anzi si fece piùgrave la condizione del suo esilio. Nella riforma di Baldo d'Aguglione si confermavano le sentenze contro lui. Egli riprese la sua dura via. Continuò a mendicare, a scendere e salire, e non sperò più. La sua vita era infranta per sempre.

E allora ripensò alla fanciulla morta, ripensò alla visione che aveva avuto di lei, nella quale essa dalla terra lo richiamava al cielo. E allora, nella seconda disperazione della sua vita, riprese il disegno che aveva avuto nella prima, non meno amara. E gli studi che già allora aveva destinati alla visione mirabile, a quella ravviò e ricondusse.

Un'antica tradizione afferma che Dante ebbe un tempo il pensiero di lasciare il secolo e farsi frate minore. Si dice anzi che fu terziario, e che la corda, che gittò a Gerione, la corda che aveva cinta e con cui credè un tempo di prendere la lonza, era la corda di quell'ordine. Lo Scartazzini non rigetta la leggenda, e congettura che il proposito di Dante dovesse avvenire “nel tempo che corse dalla morte di Beatrice al matrimonio„ suo. Lo Scartazzini ha ragione nel dar peso alla leggenda.

Quella tradizione spiega il fatto della corda, e consuona col significato della Comedia: per ciò è attendibile. Ora quel pensiero sorse nel Poeta, prima che egli s'innamorasse della donna gentile, o dopo? Dopo: perchè quel pensiero di lasciare il mondo, e darsi allo spirito, è tutt'uno con la mirabile Visione, se questa è, come è, tutt'uno col concepimento fondamentale della Comedia. Dopo, dunque, non solo l'innamoramento ma anche il pentimento, dopo le due imaginazioni nelle quali egli vide Beatrice giovinetta e Beatrice santa. Ma certo prima del suomatrimonio; prima dunque, non solo del 1300, ma del 1298. La mirabile Visione, che poi dal Poeta fu posta nel 1300, era stata veduta o, diciamo, concepita, prima.

Se avesse adombrato allora il suo disegno! Il principale personaggio del poema, sarebbe pur stato lui, Dante: Dante, che domato da un grande dolore, di quelli che vengono da Dio e non dagli uomini, lasciava la via degli uomini o del mondo, e s'incamminava per quella di Dio, dove avrebbe ritrovata la donna che aveva perduta. Sarebbe stato il poema della rassegnazione, la cui suprema parola poteva esser questa: Dio, tu me l'hai tolta nella vita, tu me la rendi nella morte: sii benedetto! Ma gli uomini, che esso avrebbe abbandonati, di nulla erano ancora rei verso lui, verso lui che guardava allora tutti con occhi d'amore, e indirizzava le sue dolci parole agli sconosciuti romei. Egli, ferito dal primo strale, si sarebbe rifugiato là dove non aveva a temere più altre ferite. Egli si sarebbe messo nel porto dopo un primo tuono, avanti lo scoppiare della procella.

Ma ora? Egli ritrovava nel suo cuore il dolor d'allora e il proposito d'allora; ma dove, ma quale vedeva sè stesso! Bandito, infamato, dannato al fuoco, lontano dal luogo del suo battesimo, senza tetto e senza pane.

Il libello ascetico ch'egli avrebbe scritto, diventò la Comedia: il frate minore diventò il Cristo. Il dannato al fuoco, il mendico perduto tra gli uomini di corte, l'umile pedagogo, il modesto lettore dello studio, si sublimò sui tempi e sulle nazioni e sulle fazioni e sulle scuole e sui re e sui papi. Discese come il Cristo di San Paolo, per ascendere. Morì per viveree per redimere. Fu più d'un eroe e più d'un apostolo. Volle fondare la città del ben vivere. Bandì una nuova Apocalissi e un nuovo Vangelo. Entrò nella morte dall'esilio e dalla condanna e dalla infamia; e uscì a giudicare i vivi e i morti.

Eppure chi lo guidava ora l'avrebbe guidato anche allora. Virgilio lo conduceva, Virgilio in cui non solo Dante ma tutti assommavano allora il concetto di studio e di scuola. Lo conduceva a una giovane morta. Nessuno sapeva la strada meglio di lui, che aveva cantato la discesa negl'inferi. Nessuno avrebbe significato meglio di lui questo concetto: lo studio che conduce alla vera sapienza per l'oltremondana via della contemplazione. E questo concetto è quello della Comedia e quello delle ultime parole della Vita Nuova che suonano: studiare per dir di lei, per tornare a lei, per riveder lei, la morta amata. Dante riprese tal quale la mirabile Visione d'allora; che aveva messa da parte, prima, perchè non ancora addottrinato; poi... perchè? Perchè non abbastanza infelice! Perchè aveva ancora qualche rifugio di speranza nel mondo! Perchè poteva ancora ricoverarsi in qualche luogo che non fosse il regno della morte!

La fine dell'alto Enrico, come egli lo chiama, voleva dire per lui la perdita per sempre della patria. Se dopo ebbe qualche barlume di speranza, che il poema sacro vincesse la crudeltà dei proscrittori, allora, nel 1313, questo barlume non l'aveva. Fu quella fine che lo determinò all'altro viaggio; cioè a mortificare ciò che nella sua anima era di mortale, giù per gli abissi; e purificare ciò che nella sua anima era ancora di macchia e di caligine, su per ilmonte; e salire, bello della santa ira sua e della sua santa carità, a Dio, di spera in spera.

E quasi alla fine dell'altro viaggio, quando mancano appena i tre ultimi canti ineffabili dell'ineffabile Trinità, egli vede un seggio vuoto con su una corona. È il seggio destinato ad Enrico


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