quei della palude pingue,che mena il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue.Osservisi questo novero. Se Dante voleva l'ordine inverso dei peccatori come furono veduti da lui, avrebbe mentovato, dopo quelli della palude, quelli che si sgridano, e poi quelli sotto la pioggia, e infine quelli in balìa del vento; se voleva l'ordine diretto, avrebbe prima domandato di questi ultimi, e via via degli altri; mentre così non pare abbia tenuto alcun ordine. E invece si vede che il poeta divide in duespecie il genere incontinenza; e ricorda prima quella che vide ultima, e seconda quella che vide prima, e questa suddivide nelle sue tre sotto specie, secondo la loro serie: lussuria, gola, avarizia con prodigalità.Ed egli invero definisce le due grandi specie. Primi, di tutti gl'incontinenti, vede i lussuriosi. Egli intende che quelli sono[274]i peccator carnaliche la ragion sommettono al talento.Nel Convivio dice che l'appetito “alla ragione ubbidire conviene„. Il talento che qui, invece di essere sommesso, sta sopra la ragione, è quel medesimo appetito. Nella palude pingue Virgilio prima mostra a Dante[275]l'anime di color cui vinse l'ira.Nel Convivio dice che l'appetito “che irascibile e concupiscibile si chiama„ deve essere guidato dalla ragione, come cavallo. L'ira che qui vince invece d'essere vinta, è quel medesimo appetito. Ed è chiaro che le due definizioni si compiono a vicenda, secondo lo stile di Dante, prestandosi l'una all'altra qualche cosa; tanto che intendiamo che i peccatori carnali sommisero la ragione al talento concupiscibile, perchè da lui vinta; e che in quelli altri il talento irascibile vinse la ragione e la sommise. E così Dante con la virtù di quella simmetria, che è tanta parte del suo stile, ha, definendo solo i primi della prima specie e i primi della seconda, definito tutto ciò che è in mezzo a loro e sotto loro.Le due definizioni, monche e imperfette tutte e due di per sè, si compiono a vicenda, ed hanno il suggello, per così dire, nella conclusiva dichiarazione di Virgilio: che la disposizione che il ciel non vuole, di quei quattro ordini di peccatori, è incontinenza. E questa è la definizione Aristotelica, la quale non toglie che delle sottospecie non si dia poi la denominazione, dirò così, teologica o cristiana. Ma si dà come per incidente, a mezzo un discorso, senza parere: “a vizio dilussuria„ “lussuriosa„ “per la dannosa colpa dellagola„ “in cui usaavariziail suo soperchio„ “portando dentroaccidiosofummo„.[276]E qui osserviamo che nei due cerchi, in cui sono punite le due colpe contrarie, la denominazione cristiana della reità è unica: avarizia, accidia. È un caso? Il fatto è che Stazio, prodigo, non dice o non sa dire il proprio nome della sua colpa. Egli dice:[277]or sappi ch'avarizia fu partitatroppo da me, e questa dismisura...La colpa che rimbecca il peccato a cui è opposta, è bensì spiegata, ma non denominata. Anzi dalle parole di Stazio noi possiamo figurarci che le due colpe si chiamino, troppa avarizia o troppo poca avarizia. E così per la palude stigia potremmo imaginare, troppa accidia o troppo poca accidia. Già: l'accidia ha per segni l'esser fitti nel fango, il gorgogliare con parole mozze, l'essere depressi e vinti dal timore. Il troppo poco d'essa sarà il muoversi il vociferare rapido e forte, l'agitarsi continuamente,l'essere presuntuosi e audaci. Or poichè costoro non hanno commesso ingiuria, perchè non sono rei di malizia, di cui ingiuria è il fine, e per ciò non sono entro Dite; ecco ch'essi ci appaiono blateroni, spacconi, anfanoni. E quelli tristi, e questi irascibili. E pure accidiosi; chè accidia è quella di questi fangosi, come avarizia è quella di quelli altri immondi: accidia e avarizia, sì quando usa in loro il suo soperchio, e sì quando è troppo partita da loro.Tornando alla femmina balba che è incontinenza e accidia, dirò dunque più precisamente ch'ella è incontinenza d'irascibile, cioè accidia, che diventa, diventando sirena, incontinenza di concupiscibile, cioè lussuria e gola e avarizia; e poi da incontinenza di concupiscibile ridiventa incontinenza d'irascibile, con non lungo avvicendare, finchè imputridisce. E così, nelle figurazioni dell'inferno, la lonza è incontinenza di concupiscibile, perchè ella è leggera e presta e di bel colore; ma è ancora, potenzialmente, incontinenza d'irascibile, in quanto contro lei è farmaco e cagione di sperarel'ora del tempo e la dolce stagione.Ora questo concetto dell'incontinenza di concupiscibile che termina a incontinenza d'irascibile, non è un trovato di Dante. Egli significa e dipinge e scolpisce, anzi fa viva e palpitante la conseguenza di quel principio filosofico, che “le passioni dell'irascibile sì hanno principio dalle passioni del concupiscibile, e sì in esse passioni del concupiscibile hanno termine„.[278]E se ne conclude che molto probabilmente la lonza Dantesca è la pantera de' bestiarii,[279]la quale col dolce suo fiato assonna gli animali, che la seguono sino alla morte. Mortale è quel sonno. E dicevano ancora ch'ella di primavera, quando spunta il sole, si rintana. Sicchè contro la fiera odorifera è rimedio convenevole, nel senso proprio (data la zoologia dei tempi), “l'ora del tempo e la dolce stagione„, e, nel senso filosofico, l'attività, significata nel camminare, e la contemplazione delle cose di Dio; non senza aggiungere che un bel mattino sereno è contrario all'ozio e al sonno.VI.La lonza dunque è la incontinenza sì di concupiscibile e sì d'irascibile; è la concupiscenza col suo effetto di tristizia e di desidia corporale e spirituale; e il leone è la violenza; e la lupa è la frode. Sì, sembra. Eppure no. A Pluto, simbolo dell'avarizia, dice Virgilio:[280]“Taci, maledetto lupo„.Il lupo dunque in Dante raffigura l'avarizia o la cupidigia, non la frode. E Dante nel cerchio dell'avarizia in Purgatorio, esclama:[281]Maledetta sie tu, antica lupa,che più che tutte l'altre bestie hai preda,per la tua fame senza fine cupa!O ciel, nel cui girar par che si credale condizion di quaggiù trasmutarsi,quando verrà per cui questa disceda?Codesta lupa che Dante maledice, come non è quella dell'inferno? Quella sembrava carca di tutte brame, quella fece misere molte genti, quella mai non empie la bramosa voglia; e l'altra ha preda più che tutte l'altre bestie, e ha una fame senza fine cupa. Come non è la stessa? E per quella è profetato e aspettato un veltro che la faccia morire e che la rimetta nell'inferno; e per l'altra è invocato dal cielo uno per cui ella si parta dal mondo:Quando verrà per cui questa disceda?È il medesimo voto, il medesimo veltro, la medesima lupa. Non c'è che dire. E tuttavia è la frode. Chi ragiona, non può se non dire che ella è sì l'avarizia e sì la frode.Ma no: non si disse e non si dice. Il geniale spirito di Giacinto Casella intuì che le tre fiere dovevano essere le tre disposizioni;[282]ma abbagliato da quei due passi surriferiti, credè che non la lupa ma la lonza fosse la frode. Nel che lo confermò sopra tutto quel gittar la corda a Gerione, di che ho parlato. Il Casella dice: “Dante per ordine del maestro si scioglie una corda che aveva cinta, e colla quale dice che aveva speratoPrender la Lonza alla pelle dipinta; la porge a Virgilio, e questi la getta giù nell'alto burrato. A quel cenno si vede venir su una figura mostruosa, a cui il Poeta dà il nome di Gerione, e apertamente lo dichiarasozza imagine di Frode. Ecco dunque un primo fatto notabilissimo: quella corda con cui Dante sperò prender la lonzaè il mezzo del quale usa Virgilio a prender Gerione: dal che si argomenta ragionevolmente affinità fra i due simboli, e che se Gerione è la frode, la Lonza sarà la stessa cosa. Ma parmi che ciò divenga affatto evidente, quando si badi alla rassomiglianza della pittura che fa di entrambi il Poeta. Se la lonza ha la pellegaiettaedipinta, se èleggiera e presta molto, Gerione dal canto suo hapelle benigna, e tuttodipinto di nodi e di rotelle, è così veloce, che compiuto appena l'ufficio suosi dilegua come da corda cocca„. E poi spiega il significato della corda, con cui “Dante sperò pigliar la lonza, e Virgilio piglia Gerione„. Egli dice: “Dante alla maniera biblica dinota col nome di corda ogni specie di virtù: onde parlando di Pietro d'Aragona dice:D'ogni valor portò cinta la corda.E qui pure la corda è per certo una virtù, atta a vincere e signoreggiare la Frode; è insomma, se non erro, quel buono accorgimento col quale l'uomo d'intelletto non solo sa schermirsi dalle insidie dei tristi, ma gli domina a suo talento, e gli fa servire, se bisogna, ai suoi fini„.[283]Due parole sulla “corda„. Mettiamo che il “capestro„ e la corda possano anche interpretarsi in altro modo che continenza: ma sono anche continenza. Non importa tanto di sapere il significato della corda, quanto dell'atto di Virgilio. Fu quello un “nuovo cenno„.[284]Cenni in Dante sono quelli di Caron; quasi richiami d'uccellatore.[285]E qui è la stessa cosa. Virgilio seconda con gli occhi la cordache cade, e dice: “Tosto verrà di sopra...„ A chiamar su Gerione serve la corda, non a pigliarlo. Quando Gerione è venuto su, Virgilio patteggia con lui; la corda non basta. Dice:mentre che torni parlerò con questa,che ne conceda i suoi omeri forti.Le avrà detto, presso a poco, ciò che a Caron, ciò che a Minos, ciò che a Pluto, ciò che ad altri: “Vuolsi così!„ Il difficile era di farla venir su quella sozza imagine di froda! E a ciò servì la corda, che appunto fu aggroppata e ravvolta, a formare un nodo come quelli che Gerione aveva dipinti sul dosso e sul petto e su ambedue le coste. Era un inganno all'ingannatore. Ma in che modo la corda poteva fare venir su l'ingannatore? che cosa dovè questi credere, nel veder quella corda?Con la lonza alla pelle dipinta, come credeva di potersene servire Dante? La voleva prendere; ossia, legare, vincere, assoggettare. O che altro? Per la lonza forse era un logoro? un richiamo? uno zimbello? Non pare; è assurdo. La corda è un'arma; e servirsene come di zimbello sarebbe quale il fatto dell'uccellatore che mettesse come richiami la penera e la rete. Con la corda egli la voleva proprio vincere e avvincere, credo. Or dunque gettar qui la corda essendo un inganno per attirar su Gerione, significa spogliarsi dell'arma d'offesa, e mostrare così di non poter nuocere. È un cennare a Gerione: Non ho più la corda: vieni su, che sei sicuro. O meglio, trattandosi d'un de' passatori dell'inferno: Vieni su, che c'è carico per te.Ora se Gerione e lonza simboleggiano tutti e due la frode, quella corda, se aveva a prender la frode, era una virtù ad essa contraria.Non però “il buono accorgimento„ del Casella. Chè allora il cenno della corda direbbe a Gerione: C'è quassù un malaccorto; vieni a prenderlo. E ciò tornerebbe; ma nel dolce mondo, non nell'inferno. Nell'inferno Gerione salirà su, se crederà di trovare un fraudolento, non un semplice; uno pieno di accorgimenti e di segrete vie per offendere altrui, non uno sfornito pur d'ogni prudenza per difendere sè. Dunque non il buono accorgimento, ma quella virtù cui chi non abbia, è reo di frode. E qual è questa virtù? È, credo, la carità; quella di cui appunto Virgilio, nella bolgia quarta dei fraudolenti, dice:[286]Qui vive la pietà quand'è ben morta;la pietà che non è esclusa in altri cerchi e verso altri peccati e peccatori. Bene: ora bisognerebbe provare che la corda ch'uno si cinga ai lombi, può valere la carità. E non credo si possa provare.[287]Codeste cinture devono aver un significato di stringere e frenare. Ma pure ammettiamo che la Corda di Dante valga la carità o quella, qual si voglia, virtù,senza la quale si sia fraudolenti. Che direbbe Dante, con questo cennar di Virgilio? Direbbe, con molto apparato di gesti e di parole, e dopo avere molto invitato il lettore ad attendere e pensare, direbbe, che chi non ha la virtù contraria alla frode, è, o è per essere, fraudolento. E può essere; ma vediamo se con altra interpretazione sia il cenno per riuscire e più intelligibile e più ingegnoso e profondo e vero.Chi è Gerione? È la frode, ma figurata come gli uomini figuravano e si figuravano il diavolo tentatore di Eva.[288]Ora si ripensi la dottrina teologica intorno al primo peccato. In esso la mala volontà precedè la concupiscenza, e questa seguì quella.[289]“Dunque„ domanda S. Agostino a chi credeva che la concupiscenza fosse avanti il peccato nel paradiso terrestre, “dunque nel paradiso, avanti il veleno del serpente pravo consigliere, avanti il corrompimento della volontà mediante quel sacrilego discorso, c'era già l'appetito del cibo non permesso?... La mala volontà fu prima, per la quale si credesse al serpente ingannatore, e dopo venne la mala concupiscenza, per la quale si appetisse il cibo illecito„. Ma tuttavia, come egli soggiunge, riassumendo parole di S. Ambrogio, “se l'anima correggendo la volontà avesse frenato codesto appetito del corpo si sarebbe, proprio nel suo nascere, spenta l'origine del peccato„. Ciò pensava anche Dante il quale, per non parlar d'altro, dice che a tutto il mondo costa “il palato„ d'Eva, cioè la sua concupiscenza.[290]Se, dunque, i primi parenti avessero frenata, stretta, contenutala concupiscenza, il diavolo avrebbe mentito, mal consigliato, adulato, tentato di sedurre e di barattare e di scindere, invano; si sarebbe invano coperto di pelle dipinta, invano si sarebbe convertito in serpente.[291]Senza, dunque, quel dissolvimento, il diavolo non avrebbe fatta sua preda. E fu un dissolvimento. Chè non era, avanti il peccato, quella battaglia della carne contro lo spirito, della legge del peccato contro la legge dello spirito, nella qual battaglia vince chi trae prigioniero l'avversario;[292]non era, avanti quel peccato, quella conseguente disobbedienza delle membra che fu il gastigo della disobbedienza dei primi parenti e dei loro eredi;[293]quella disobbedienza della carne che non era in loro, poichè la carne obbediva alla mente, e disubbidì soltanto, la serva alla sua signora, quando quest'ultima disubbidì a Dio.[294]La carne prima era serva, le membra ubbidivano, la legge del peccato era prigioniera. Sono imagini comuni. E la corda ai lombi, se altre cose può significare, questa sopra tutte significa, l'obbedienza o il freno della carne e della concupiscenza, la servitù di essa, la vittoria su essa. Or, nel cenno di Virgilio e nel salir su, della sozza imagine di froda, non è esemplato questo primo dramma umano? che il diavolo fece sua preda dell'uomo, perchè questi si tolse quel freno, liberò quella schiava, mutòquell'obbedire della carne e quel dominare della mente?E il diavolo rappresenta il peccato. E Gerione è imagine di froda. E froda è malizia di cui ingiuria è il fine. Ebbene, il suo salir su al vedere gettata la corda, significherà che, in quel primo peccato, col disubbidir della carne, ebbe luogo una colpa di questa malizia che ha per fine l'ingiuria, una colpa d'ingiustizia. È ciò torna perfettamente. Adamo “tra le delizie del paradiso non volle osservare giustizia„[295]e perciò la sua carne divenne carne del peccato.Dal suo peccato derivò in lui e ne' suoi figli quella lotta per la quale la mente o la ragione cercò di riassoggettare e riprendere la carne ribelle e fuggita dall'obbedienza e dalla servitù. Diceva S. Paolo:[296]“Vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente, e che mi fa prigione (captivantem) nella legge del peccato che è nelle mie membra. Me infelice!...„. La carne combatte contro lo spirito. Chi vincerà? Se l'uomo non riesce a frenar quella, essa assoggetterà lo spirito che deve essere suo padrone. Dal peccato della carne nascerà il peccato dello spirito; dalla corruzione carnale la corruzione spirituale. E questo ha voluto dir Dante, io penso. Ed è concetto esattissimo. La concupiscenza, viziata dal peccato dei primi parenti, trasmette nella prole il peccato originale; ed è quellalibidoper la quale l'appetito sensitivo non si contiene sotto la ragione: è l'incontinenza, insomma; e questa conduce a peggior male.[297]Nè occorre, credo,portare autorità di testi. Pensiamo soltanto che dentro Dite vi è una lussuria peggiore che si chiama Soddoma, un'avarizia peggiore, che si chiama usura e simonia e ladroneccio e falsità, e con tanti altri nomi; e una prodigalità peggiore, che si chiama biscazzare e fondere la sua facoltà, e vai dicendo e come vedremo meglio. Che è ciò? È l'incontinenza che diventa malizia.Or Dante, col gettito della corda, ha voluto esprimere questo vulgato concetto: che gl'incontinenti si fanno facilmente rei di malizia. Mi pare ineccepibile. Di lassù alcuno gitta la corda, cioè rinunzia a contenere le passioni dell'animo irascibile e concupiscibile. Mostra non di essere soltanto incontinente in questa o quella occasione; ma di non volere essere più in alcuna. Sfrena e discioglie l'appetito per sempre. E Gerione va su: come nel primo uomo, così in ogni uomo la corruzione della carne porta alla corruzione dello spirito.[298]Nella carne è la fame ed è il veleno.[299]E dunque Dante dice che chi sfrena l'appetito, generalmente si rende reo di peccati più gravi che di semplice incontinenza. Chi rinunzia a prendere lalonza, e gitta perciò la corda, che contro lei serve, divien reo, facilmente, di malizia.VII.Di malizia? Perchè allora Dante non scinse la corda al primo ingresso nel regno della malizia? perchè non ingannò con essa il Minotauro che pare il simbolo della prima specie di malizia cioè della violenza? Invero la lussuria che divien Soddoma, la prodigalità che diviene scialacquo, l'avarizia che diviene usura, per non dir d'altro, sono punite appunto nel primo dei tre cerchietti. Andava detto prima questo trasformarsi dell'incontinenza in malizia.Il fatto è che Dante ha espressa la sua dottrina, dove ella poteva esprimersi più compitamente: dove ha messo il serpente tentatore che è a capo della frode come Lucifero è in fondo. Egli non voleva solo dire che l'incontinenza assoluta conduce a tale o tal altro peccato; ma che ella inquina o disordina la ragione. Or la ragione è volontà e intelletto. Bene: i dannati del primo cerchietto non peccarono con l'intelletto. La frode sola è dell'uom proprio male.[300]I peccati di quei violenti somigliano a quelli che può commettere anche una bestia; quelli dei fraudolenti, no. Perchè quelli dei violenti sì? Sono rei di malizia; e d'ogni malizia ingiuria è il fine. Può essere il fine in un atto di bestia? Non puòessere. Il fine è l'obbietto della volontà.[301]La volontà non è nei bruti. Dunque nei loro atti non può essere il fine. E tuttavia la volontà senz'intelletto, spinta ciecamente a un fin di male, ha qualche cosa dello émpito d'una belva infuriata. Ora i violenti hanno volontà poichè hanno un fine, ma non hanno intelletto, perchè il loro non è proprio male dell'uomo. E dunque, se essi valgono a dimostrare che l'incontinenza si muta facilmente in Soddoma e Caorsa e vai dicendo, non valgono a dichiarare questa legge più generale: che alla sfrenatezza dell'appetito tien dietro la depravazione dello spirito, cioè della volontà e dell'intelletto. O non abbiamo veduto che, appunto nella lonza, Dante assegnando come rimedio contro lei l'ora del tempo e la dolce stagione, adombrava il passaggio dall'incontinenza di concupiscibile a quella d'irascibile, e il trasmutarsi della lussuria in tristizia? non vedeva egli, nella medesima lonza, come i primi peccatori carnali, portati dalla tempesta e così leggeri al vento, così gli ultimi tristi, che sono fitti nel fango? come gli stornelli e le colombe, così le bòtte che gorgogliano? La medesima sintesi è lecito credere che egli continuasse, e la continuasse con la medesima comprensione. Se si fosse fermato al Minotauro, non avrebbe detto tutto: come allora giunse sino ai tristi, così qui va sino a Gerione. Nè gli era necessario, anzi nè utile, giungere sino a Lucifero. Gerione è il serpente infernale, Lucifero è il principe dei diavoli; sono, in fondo, la stessa cosa.Ma Lucifero è l'angelo in quanto, per superbia, alzò le ciglia contro il suo fattore e diventò diavolo; e Gerione è il diavolo in quanto, mosso da invidia, indusse al peccato i nostri primi parenti.E così torniamo alla lupa, cui dipartì dall'inferno “invidia prima„.[302]L'invidia trasformò il diavolo in serpente, e questo serpente si chiama frode. L'invidia scatenò la lupa nel mondo: mi pare sia naturale che anch'essa abbia nome frode. Ma no, ma no: si ripete. Lupo è Pluto; lupa è l'avarizia nel purgatorio: la lupa dell'inferno deve essere l'avarizia.L'avarizia, dunque, che si purga nel purgatorio e si punisce nell'inferno? O allora le altre due bestie che cosa sono? L'avarizia è il più grave dei peccati d'incontinenza e dei peccati di soverchio amor del bene; ma è più lieve sì del peccato d'incontinenza d'irascibile, che si chiama tristizia o accidia, e sì dei peccati di malizia e di quelli ch'errano per malo obbietto. Dunque per le due fiere, che sono meno temibili e meno malvagie della lupa, non restano che i peccati d'incontinenza più lievi dell'avarizia: la lussuria e la gola. Sia lussuria la lonza; e molti ci hanno pensato, e, tutt'insieme, anche io la credo lussuria, sebbene non lussuria sola: il leone sarà dunque la gola? In vero ha fame, rabbiosa fame. Il peccato di Ciacco sarà dunque rappresentato dalla fiera che ruggisce e spaventa l'aria? E Dante della gola avrà avuto timore più che della lussuria? Eppure: se la lupa è l'avarizia, corrispondente a quella del purgatorio e perciò a quelladell'inferno, il leone non può essere che la gola. Ma il leone non può essere la gola, e dunque la lupa non può essere l'avarizia. Non può essere, ma è. Perchè Pluto si chiama lupo? Perchè si maledice, sotto il nome di lupa, all'avarizia nel purgatorio?È e non può essere. Prendiamo l'avarizia dell'inferno, che sarà peggiore di quella del purgatorio. Ebbene, è un “mal tenere„. Vi pare che la lupa con quella fame insaziabile, con quel suo venire incontro a poco a poco, con quella gramezza che procaccia alle genti, con quella malvagità e reità, e con quel suo tanto ammogliarsi, e con quel Veltro che la deve far morire, non raffiguri se non il peccato d'un vecchietto che tenga stretti i lacciuoli della borsa? E si noti che con gli avari sono puniti i prodighi, e col mal tenere è il mal dare; e che quel mal dare non è dissipazione e che quel mal tenere non è usura o peggio: che sono, l'uno e l'altro, una dismisura nello spendio. Gli uni sono dimisera vita, che li fa un po' simili (come, del resto, i loro contrari) agl'ignavi del vestibolo, sì che non possono essere conosciuti e nominati; gli altri, non più che spenderecci e goderecci. E sarebbero gli uni e gli altri adombrati nella lupa? No, no. La lupa non è un mal dare e mal tenere. Eppure è l'avarizia.O vediamo. Anche la lonza è una bestia leggera e presta molto, eppure equivale alla femmina balba, guercia, zoppa, monca. Ella è, realmente, la concupiscenza; virtualmente, la tristizia o accidia che dalla concupiscenza deriva. Non potrebbe essere altrettanto della lupa? Non potrebbe ella essere il primo e l'ultimo dei peccati di malizia, come la lonza è il primo (specialmente il primo, la lussuria) e l'ultimodei peccati d'incontinenza? O; come la lonza è peccato di concupiscibile e d'irascibile; non potrebbe essere la lupa peccato d'una e insieme d'un'altra disposizione?In verità sull'avarizia è dissidio tra i dottori. È peccato carnale o spirituale? Chè[303]“ogni peccato consiste nell'appetito di alcun mutevole bene, che s'appetisce inordinatamente, e per conseguenza in quello, poichè s'ottiene, alcuno inordinatamente si diletta... Ora il diletto è di due specie„: animale o spirituale, come riguardo alla lode umana e simili, e corporale o carnale, per esempio il tatto. L'avarizia non ha luogo tra i peccati carnali, perchè non è corporale il diletto dell'avaro, come del lussurioso e del goloso; tuttavia si può numerare tra i peccati carnali, per questo “che la cosa da cui l'avaro ha suo diletto, è in qualche modo corporale„. Si può; ma da S. Gregorio non si vuole. S. Tommaso ne esce ponendo l'avarizia[304]“per ragion dell'obbietto, come qualche cosa di mezzo tra i peccati puramente spirituali, che cercano diletto spirituale circa obbietti spirituali (come la superbia, che è circa l'eccellenza), e i vizi puramente carnali, che cercano un diletto puramente corporale circa un obbietto corporale„.Dante ha compreso l'avarizia tra i peccati corporali. Certo. Essa è di quella disposizione che ha in cima la definizione “i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento„ e in fondo l'altra “color cui vinse l'ira„. Ma con ciò, egli tra i carnali mette più sotto gli avari, li detesta e vitupera più degli altri. Di metterli più sotto, aveva esempi;abominarli così e dirli bruni a ogni conoscenza, egli volle per qualche suo effetto. E l'effetto è questo, di mostrare che essi sono come gl'ignavie glisciauratidi questo vizio, e che c'è, in questo vizio, qualche cosa di peggio sì, ma di menbruno, di più degno di come riprovazione così menzione.Invero l'avarizia consiste nell'eccedere la misura con la quale si devono tenere le esteriori ricchezze. In ciò Dante è d'accordo con S. Tommaso.[305]O non pensò egli, col medesimo suo autore, che eccedendo, cioè acquistando e conservando più del debito, l'uomo pecca direttamente contro il prossimo, “perchè non può, rispetto alle esterne dovizie, uno soprabbondare, se ad altro non difetta„? Anche mal tenendo, si può peccare contro il prossimo. E allora il mal tenere non è più d'incontinenza, ma di quell'altra disposizione, di cui ingiuria è il fine: di malizia. E dunque l'avarizia, come è mezza, tra i peccati carnali e gli spirituali, così è mezza tra i peccati d'incontinenza e quelli di malizia. Il che è per me, da un pezzo, la stessa cosa.E Dante poteva leggere pur nella Somma del buono frate Tommaso quest'altra faccia: anzi per certo, credo, la lesse. Lesse che l'avarizia è sì quella dismisura che abbiamo detto, e sì peggio; un'altra dismisura circa l'acquisto e il tener le ricchezze,[306]“in quanto alcuno acquista danaro oltre il dovere, sottraendo o ritenendo l'altrui; e così si oppone alla giustizia„; vale a dire è malizia; “è in questo modo è intesa l'avarizia in Ezechiele, 22, dove è detto: I principi di lui nel mezzo di lui, comelupiche rapisconlapredaa spargere sangue, e avaramente (cupidamente) seguire i guadagni„. Ecco la lupa di Dante, ed è sì avarizia e sì è peccato d'incontinenza, perchè ruba e depreda e uccide; e chi ruba e depreda e uccide è reo di malizia. Ma, nel cerchio quarto del Purgatorio, il Poeta con le parole di Ezechiele dice:[307]Maledetta sie tu, antica lupa,che più che tutte l'altre bestiehai preda...Perciò, a non dilungarci ancor più, perciò Dante chiama lupa l'avarizia, in quanto lupa può divenire, cioè depredatrice e rubatrice, tanto più che, anche restando semplice mal tenere, pecca quasi contro il prossimo, cioè fa quasi ingiuria, ed è perciò mezza incontinenza e mezza malizia.E questo è il pensiero di Dante. Qual è il peccato per cui l'uomo comincia a distogliersi appena appena dal suo corpo, e a desiderare e fare il male altrui? L'avarizia, la quale essendo pure un'incontinenza e una dismisura, non è senza mal del prossimo. Ma il male lo fa, dirò così, senza intenzione; chè il mal tenere non è peccato di vera malizia. Qual è il peccato in cui comincia ad avvertirsi una cupidità di cose esterne alla propria carne? È avarizia; sebbene quelle cose esterne possano considerarsi un che di corporale. Ora se il male del prossimo è preso per fine? se questa cupidità si esercita su cose affatto esterne, affatto spirituali, come, più o meno, “podere, grazia, onore e fama„?[308]Ecco l'avarizia divenir malizia: ecco apparir la lupacarca di tutte brame. Ma dunque la lupa è l'avarizia? E no; chè invece s'avrebbe a chiamare, se si esercita sul podere e sulla grazia e sul resto, s'avrebbe a chiamare invidia, come è definita nel Purgatorio. No, no, non è avarizia. La lupa è la frode, perchè depreda e ruba; è detta anche avarizia, perchè l'avarizia è l'embrione della frode, perchè dall'avarizia si comincia, quasi involontariamente, a fare il mal del prossimo...VIII.Ma il mal del prossimo lo fa anche la violenza! Anzi chi depreda e uccide è punito nella riviera di sangue; sotto il segno, che ho posto, del leone![309]Omicide e ciascun che mal fiere,guastatori e predon, tutti tormentalo giron primodel primo cerchietto. Se la lupa è l'avarizia divenuta malizia, quest'avarizia maliziosa è raffigurata anche nel leone; e dunque il leone è la lupa. Così può dire alcuno. E rispondo: sì: in vero assomigliano. Famelico il leone, famelica la lupa; terribile in vista il leone, terribile dalla vista la lupa. E rispondo: sì: in vero il leone è dentro la lupa. Come no? guardate: dove è il leone? Dice Dante all'ombra apparsagli:Vedi la bestia, per cui io mi volsi.La bestia? E il leone? Sparito. E di più, dico, anche la lonza è dentro la lupa. Dove è invero la fiera alla gaietta pelle? “Vedi la bestia...„ Non ce n'è che una. Il leone e la lonza? Spariti.La spiegazione è semplice e chiara. Se la lupa fosse puramente avarizia, figurerebbe un disordine nell'appetito sensitivo, che invece d'essere sommesso alla ragione, vincesse e sommettesse la ragione. La ragione nei peccati d'incontinenza è come non sia: non opera. Se la lupa fosse violenza, oltre il disordine nell'appetito sensitivo, avrebbe un disordine anche in altra potenza dell'anima. In quale? La violenza è compresa nella malizia, di cui ingiuria è il fine. Il fine è l'obbietto della volontà. La volontà dunque entra nella violenza. Ella corre, però, al fine “con ordine corrotto„[310]cioè al contrario di ciò che è il suo fine, cioè non al bene, ma al male; e perciò è malizia. Ma insomma la violenza ha un disordine di più che l'incontinenza; quello della volontà. Non ancora un altro? No, perchè la violenza non è dell'uom proprio male, come la frode; questa sì, ha come il disordine nella volontà, perchè è specie di malizia, così il disordine nell'intelletto, perchè persegue un male che solo l'uomo può fare, mediante ciò che più propriamente lo distingue dai bruti: con l'intelletto. Ma la lupa è la frode, come io credo d'aver provato. E riproviamo ancora. La lupa è la frode, e perciò deve rappresentare in sè un disordine nell'intelletto e un altro nella volontà; e un terzo anche, quello nell'appetito. Perchè? Perchè ella è embrionalmente avarizia, peccato d'incontinenza. Ebbenela lupa rappresenta in sè questi tre disordini? Sì, e nel modo più evidente; sì, perchè ella sola rimane, perchè le tre fiere divengono all'ultimo “la bestia„. Ella è l'incontinenza, la violenza e la frode insieme; incontinenza, perchè appetisce fuor d'ordine il bene suo; violenza, perchè ha per fine l'ingiuria cioè il male altrui; frode, perchè questo male lo fa con artifizi propri solo dell'uomo. Ella figura un disordine nell'appetito, come quella che è avarizia; un disordine nella volontà, come quella che ha un fine e questo fine è il male e non il bene; un disordine nell'intelletto, come quella che ne profitta per adempiere il male altrui che vuole, e ottenere il suo bene che appetisce. Il leone è dunque la lonza, più la mala volontà; la lupa è il leone, più l'intelletto. E così quando apparisce il leone, sparisce la lonza:[311]sì che a bene sperar m'era cagionedi quella fiera alla gaietta pellel'ora del tempo e la dolce stagione;ma non sì, che paura non mi dessela vista che m'apparve, d'un leone,La lonza resta lontana; non se ne parla più, come non si parla più del leone, quando apparisce la lupa. Che questa è una e trina, come appunto Gerione a cui equivale, come appunto Lucifero che mandò Gerione o si mutò in Gerione per tentare Eva, e dipartì dall'inferno questa pessima fiera o in lei si mutò.È una e trina. Chi la ucciderà o ricaccerà nell'inferno è il suo contrario. Il veltro non ciberà terra, come la lupa. Il veltro non ciberà peltro come la frode. Egli ciberà “sapienza e amore evirtute„. Non è come dire che la lupa ha il contrario di queste tre qualità? Quali sono esse? Non somigliano ai nomi delle tre persone divine?La divina potestate,la somma sapienza e il primo amore.[312]Non vuole il poeta dire che il veltro sarà simile a Dio? ritrarrà da Dio da cui ha da venire? E così la lupa rassomiglierà al Perverso che cadde di lassù, e ha tre capi come Dio ha tre persone: il vermiglio amor del male in mezzo al bianco e giallo appetito del proprio bene e al nero intelletto che serve al tristo fine dell'ingiuria.IX.Come la lonza è concupiscenza in atto e tristizia in potenza, così la lupa è avarizia in principio e frode in effetto. Il che ci è mostrato dal Poeta con sue parole, quando a papa Niccolò cupido e perciò simoniaco e quindi punito tra i fraudolenti, egli grida:[313]la vostra avarizia il mondo attristacalcando i buoni e sollevando i pravi.Non è certo punito quel papa che per mal tenere. L'avarizia di lui era diventata peggior male; come è facile che divenga in tutti, poichè ella da sè ha già qualche cosa d'ingiusto. Tuttavia spesso rimane un mal tenere e, aggiungiamo, un mal dare. E alloraella è colpa, come più lieve, così più vituperosa. Gli avari e prodighi semplici rassomigliano in vero agl'ignavi del vestibolo e ai tristi del brago: sono bruni a ogni conoscenza: di loro non si fa nome. E così a me pare che, anche per questa ragione, il proprio nome della lupa sia frode e non avarizia; perchè anche la lonza è concupiscenza e non tristizia. Il senso precipuo e dominante delle due fiere è dato, mi pare, nell'una dal suo principio, nell'altra dal suo effetto; perchè nell'una e nell'altra la tristizia è innominabile e inconoscibile; e la tristizia della prima è effetto, e della seconda causa.Ora questa causa della frode è detta sì, e l'abbiamo veduto, avarizia; ma ha, e l'abbiamo pur veduto, un altro nome: cupidità o cupidigia. Si può anzi dire che questo nome non si dà mai all'avarizia che resta avarizia cioè mal tenere e mal dare. Cupidità è sempre l'avarizia germinante in colpa maggiore. Cupido è papa Niccolò, che è tra i simoniaci;[314]cupide sono le vele del nuovo Pilato, che non è certo reo di solo mal tenere;[315]cupido è l'occhio della meretrice, la quale in senso proprio è almeno almeno come Taida che non rotola pesi ma è attuffata nello sterco.[316]Cupidigia è quella di Alberto Tedesco e di suo padre;[317]e anch'essa non è quell'avarizia, certo, che fa sozzi in vita e bruni in morte. E in fine la cupidigia è un pelago in cui s'affondano i mortali,[318]e la cupidità è quella che “si liqua„ nell'iniqua volontà.[319]Inoltre è detta cieca, nel cominciarsi a parlar de' violenti,[320]e cieca, a proposito degl'italiani non disposti ad accogliere l'alto Enrico;[321]e mala,[322]a proposito dei cristiani che non si lasciano guidare dal vecchio e nuovo testamento e dal pastor della chiesa. Da tutti questi luoghi si rileva che la cupidigia è bensì peggiore dell'avarizia che resta avarizia, e tuttavia che anch'essa è un principio di male, non il male stesso. In verità Beatrice ne parla ragionando delle prime tendenze dell'animo e dello sviarsi dell'umana famiglia.[323]Dice d'essa che affonda sotto sè i mortali, ma dice ancora che chi se ne lascia condurre è “come agnel che lascia il latte„, e chi se ne lascia ammaliare è come il “fantolino„che muor di fame e caccia via la balia.[324]Si tratta dunque d'un lieve principio che ha grave fine. E tanto la levità del principio quanto la gravità del fine sono adombrate in questo terzetto:[325]Benigna volontade, in cui si liquasempre l'amor che drittamente spira,come cupidità fa nell'iniqua.Chè l'amore, di cui qui si tocca, è non più che “sementa„; e sementa, e non altro, è dunque la cupidità.[326]L'amore che drittamente spira è quello che è “ne' primi ben diretto„ e che “ne' secondi sè stesso misura„.[327]La cupidità qual amore è? È quello che
quei della palude pingue,che mena il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue.
quei della palude pingue,che mena il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue.
Osservisi questo novero. Se Dante voleva l'ordine inverso dei peccatori come furono veduti da lui, avrebbe mentovato, dopo quelli della palude, quelli che si sgridano, e poi quelli sotto la pioggia, e infine quelli in balìa del vento; se voleva l'ordine diretto, avrebbe prima domandato di questi ultimi, e via via degli altri; mentre così non pare abbia tenuto alcun ordine. E invece si vede che il poeta divide in duespecie il genere incontinenza; e ricorda prima quella che vide ultima, e seconda quella che vide prima, e questa suddivide nelle sue tre sotto specie, secondo la loro serie: lussuria, gola, avarizia con prodigalità.
Ed egli invero definisce le due grandi specie. Primi, di tutti gl'incontinenti, vede i lussuriosi. Egli intende che quelli sono[274]
i peccator carnaliche la ragion sommettono al talento.
i peccator carnaliche la ragion sommettono al talento.
Nel Convivio dice che l'appetito “alla ragione ubbidire conviene„. Il talento che qui, invece di essere sommesso, sta sopra la ragione, è quel medesimo appetito. Nella palude pingue Virgilio prima mostra a Dante[275]
l'anime di color cui vinse l'ira.
l'anime di color cui vinse l'ira.
Nel Convivio dice che l'appetito “che irascibile e concupiscibile si chiama„ deve essere guidato dalla ragione, come cavallo. L'ira che qui vince invece d'essere vinta, è quel medesimo appetito. Ed è chiaro che le due definizioni si compiono a vicenda, secondo lo stile di Dante, prestandosi l'una all'altra qualche cosa; tanto che intendiamo che i peccatori carnali sommisero la ragione al talento concupiscibile, perchè da lui vinta; e che in quelli altri il talento irascibile vinse la ragione e la sommise. E così Dante con la virtù di quella simmetria, che è tanta parte del suo stile, ha, definendo solo i primi della prima specie e i primi della seconda, definito tutto ciò che è in mezzo a loro e sotto loro.
Le due definizioni, monche e imperfette tutte e due di per sè, si compiono a vicenda, ed hanno il suggello, per così dire, nella conclusiva dichiarazione di Virgilio: che la disposizione che il ciel non vuole, di quei quattro ordini di peccatori, è incontinenza. E questa è la definizione Aristotelica, la quale non toglie che delle sottospecie non si dia poi la denominazione, dirò così, teologica o cristiana. Ma si dà come per incidente, a mezzo un discorso, senza parere: “a vizio dilussuria„ “lussuriosa„ “per la dannosa colpa dellagola„ “in cui usaavariziail suo soperchio„ “portando dentroaccidiosofummo„.[276]E qui osserviamo che nei due cerchi, in cui sono punite le due colpe contrarie, la denominazione cristiana della reità è unica: avarizia, accidia. È un caso? Il fatto è che Stazio, prodigo, non dice o non sa dire il proprio nome della sua colpa. Egli dice:[277]
or sappi ch'avarizia fu partitatroppo da me, e questa dismisura...
or sappi ch'avarizia fu partitatroppo da me, e questa dismisura...
La colpa che rimbecca il peccato a cui è opposta, è bensì spiegata, ma non denominata. Anzi dalle parole di Stazio noi possiamo figurarci che le due colpe si chiamino, troppa avarizia o troppo poca avarizia. E così per la palude stigia potremmo imaginare, troppa accidia o troppo poca accidia. Già: l'accidia ha per segni l'esser fitti nel fango, il gorgogliare con parole mozze, l'essere depressi e vinti dal timore. Il troppo poco d'essa sarà il muoversi il vociferare rapido e forte, l'agitarsi continuamente,l'essere presuntuosi e audaci. Or poichè costoro non hanno commesso ingiuria, perchè non sono rei di malizia, di cui ingiuria è il fine, e per ciò non sono entro Dite; ecco ch'essi ci appaiono blateroni, spacconi, anfanoni. E quelli tristi, e questi irascibili. E pure accidiosi; chè accidia è quella di questi fangosi, come avarizia è quella di quelli altri immondi: accidia e avarizia, sì quando usa in loro il suo soperchio, e sì quando è troppo partita da loro.
Tornando alla femmina balba che è incontinenza e accidia, dirò dunque più precisamente ch'ella è incontinenza d'irascibile, cioè accidia, che diventa, diventando sirena, incontinenza di concupiscibile, cioè lussuria e gola e avarizia; e poi da incontinenza di concupiscibile ridiventa incontinenza d'irascibile, con non lungo avvicendare, finchè imputridisce. E così, nelle figurazioni dell'inferno, la lonza è incontinenza di concupiscibile, perchè ella è leggera e presta e di bel colore; ma è ancora, potenzialmente, incontinenza d'irascibile, in quanto contro lei è farmaco e cagione di sperare
l'ora del tempo e la dolce stagione.
l'ora del tempo e la dolce stagione.
Ora questo concetto dell'incontinenza di concupiscibile che termina a incontinenza d'irascibile, non è un trovato di Dante. Egli significa e dipinge e scolpisce, anzi fa viva e palpitante la conseguenza di quel principio filosofico, che “le passioni dell'irascibile sì hanno principio dalle passioni del concupiscibile, e sì in esse passioni del concupiscibile hanno termine„.[278]
E se ne conclude che molto probabilmente la lonza Dantesca è la pantera de' bestiarii,[279]la quale col dolce suo fiato assonna gli animali, che la seguono sino alla morte. Mortale è quel sonno. E dicevano ancora ch'ella di primavera, quando spunta il sole, si rintana. Sicchè contro la fiera odorifera è rimedio convenevole, nel senso proprio (data la zoologia dei tempi), “l'ora del tempo e la dolce stagione„, e, nel senso filosofico, l'attività, significata nel camminare, e la contemplazione delle cose di Dio; non senza aggiungere che un bel mattino sereno è contrario all'ozio e al sonno.
La lonza dunque è la incontinenza sì di concupiscibile e sì d'irascibile; è la concupiscenza col suo effetto di tristizia e di desidia corporale e spirituale; e il leone è la violenza; e la lupa è la frode. Sì, sembra. Eppure no. A Pluto, simbolo dell'avarizia, dice Virgilio:[280]“Taci, maledetto lupo„.
Il lupo dunque in Dante raffigura l'avarizia o la cupidigia, non la frode. E Dante nel cerchio dell'avarizia in Purgatorio, esclama:[281]
Maledetta sie tu, antica lupa,che più che tutte l'altre bestie hai preda,per la tua fame senza fine cupa!O ciel, nel cui girar par che si credale condizion di quaggiù trasmutarsi,quando verrà per cui questa disceda?
Maledetta sie tu, antica lupa,che più che tutte l'altre bestie hai preda,per la tua fame senza fine cupa!
O ciel, nel cui girar par che si credale condizion di quaggiù trasmutarsi,quando verrà per cui questa disceda?
Codesta lupa che Dante maledice, come non è quella dell'inferno? Quella sembrava carca di tutte brame, quella fece misere molte genti, quella mai non empie la bramosa voglia; e l'altra ha preda più che tutte l'altre bestie, e ha una fame senza fine cupa. Come non è la stessa? E per quella è profetato e aspettato un veltro che la faccia morire e che la rimetta nell'inferno; e per l'altra è invocato dal cielo uno per cui ella si parta dal mondo:
Quando verrà per cui questa disceda?
Quando verrà per cui questa disceda?
È il medesimo voto, il medesimo veltro, la medesima lupa. Non c'è che dire. E tuttavia è la frode. Chi ragiona, non può se non dire che ella è sì l'avarizia e sì la frode.
Ma no: non si disse e non si dice. Il geniale spirito di Giacinto Casella intuì che le tre fiere dovevano essere le tre disposizioni;[282]ma abbagliato da quei due passi surriferiti, credè che non la lupa ma la lonza fosse la frode. Nel che lo confermò sopra tutto quel gittar la corda a Gerione, di che ho parlato. Il Casella dice: “Dante per ordine del maestro si scioglie una corda che aveva cinta, e colla quale dice che aveva speratoPrender la Lonza alla pelle dipinta; la porge a Virgilio, e questi la getta giù nell'alto burrato. A quel cenno si vede venir su una figura mostruosa, a cui il Poeta dà il nome di Gerione, e apertamente lo dichiarasozza imagine di Frode. Ecco dunque un primo fatto notabilissimo: quella corda con cui Dante sperò prender la lonzaè il mezzo del quale usa Virgilio a prender Gerione: dal che si argomenta ragionevolmente affinità fra i due simboli, e che se Gerione è la frode, la Lonza sarà la stessa cosa. Ma parmi che ciò divenga affatto evidente, quando si badi alla rassomiglianza della pittura che fa di entrambi il Poeta. Se la lonza ha la pellegaiettaedipinta, se èleggiera e presta molto, Gerione dal canto suo hapelle benigna, e tuttodipinto di nodi e di rotelle, è così veloce, che compiuto appena l'ufficio suosi dilegua come da corda cocca„. E poi spiega il significato della corda, con cui “Dante sperò pigliar la lonza, e Virgilio piglia Gerione„. Egli dice: “Dante alla maniera biblica dinota col nome di corda ogni specie di virtù: onde parlando di Pietro d'Aragona dice:
D'ogni valor portò cinta la corda.
D'ogni valor portò cinta la corda.
E qui pure la corda è per certo una virtù, atta a vincere e signoreggiare la Frode; è insomma, se non erro, quel buono accorgimento col quale l'uomo d'intelletto non solo sa schermirsi dalle insidie dei tristi, ma gli domina a suo talento, e gli fa servire, se bisogna, ai suoi fini„.[283]
Due parole sulla “corda„. Mettiamo che il “capestro„ e la corda possano anche interpretarsi in altro modo che continenza: ma sono anche continenza. Non importa tanto di sapere il significato della corda, quanto dell'atto di Virgilio. Fu quello un “nuovo cenno„.[284]Cenni in Dante sono quelli di Caron; quasi richiami d'uccellatore.[285]E qui è la stessa cosa. Virgilio seconda con gli occhi la cordache cade, e dice: “Tosto verrà di sopra...„ A chiamar su Gerione serve la corda, non a pigliarlo. Quando Gerione è venuto su, Virgilio patteggia con lui; la corda non basta. Dice:
mentre che torni parlerò con questa,che ne conceda i suoi omeri forti.
mentre che torni parlerò con questa,che ne conceda i suoi omeri forti.
Le avrà detto, presso a poco, ciò che a Caron, ciò che a Minos, ciò che a Pluto, ciò che ad altri: “Vuolsi così!„ Il difficile era di farla venir su quella sozza imagine di froda! E a ciò servì la corda, che appunto fu aggroppata e ravvolta, a formare un nodo come quelli che Gerione aveva dipinti sul dosso e sul petto e su ambedue le coste. Era un inganno all'ingannatore. Ma in che modo la corda poteva fare venir su l'ingannatore? che cosa dovè questi credere, nel veder quella corda?
Con la lonza alla pelle dipinta, come credeva di potersene servire Dante? La voleva prendere; ossia, legare, vincere, assoggettare. O che altro? Per la lonza forse era un logoro? un richiamo? uno zimbello? Non pare; è assurdo. La corda è un'arma; e servirsene come di zimbello sarebbe quale il fatto dell'uccellatore che mettesse come richiami la penera e la rete. Con la corda egli la voleva proprio vincere e avvincere, credo. Or dunque gettar qui la corda essendo un inganno per attirar su Gerione, significa spogliarsi dell'arma d'offesa, e mostrare così di non poter nuocere. È un cennare a Gerione: Non ho più la corda: vieni su, che sei sicuro. O meglio, trattandosi d'un de' passatori dell'inferno: Vieni su, che c'è carico per te.Ora se Gerione e lonza simboleggiano tutti e due la frode, quella corda, se aveva a prender la frode, era una virtù ad essa contraria.
Non però “il buono accorgimento„ del Casella. Chè allora il cenno della corda direbbe a Gerione: C'è quassù un malaccorto; vieni a prenderlo. E ciò tornerebbe; ma nel dolce mondo, non nell'inferno. Nell'inferno Gerione salirà su, se crederà di trovare un fraudolento, non un semplice; uno pieno di accorgimenti e di segrete vie per offendere altrui, non uno sfornito pur d'ogni prudenza per difendere sè. Dunque non il buono accorgimento, ma quella virtù cui chi non abbia, è reo di frode. E qual è questa virtù? È, credo, la carità; quella di cui appunto Virgilio, nella bolgia quarta dei fraudolenti, dice:[286]
Qui vive la pietà quand'è ben morta;
Qui vive la pietà quand'è ben morta;
la pietà che non è esclusa in altri cerchi e verso altri peccati e peccatori. Bene: ora bisognerebbe provare che la corda ch'uno si cinga ai lombi, può valere la carità. E non credo si possa provare.[287]Codeste cinture devono aver un significato di stringere e frenare. Ma pure ammettiamo che la Corda di Dante valga la carità o quella, qual si voglia, virtù,senza la quale si sia fraudolenti. Che direbbe Dante, con questo cennar di Virgilio? Direbbe, con molto apparato di gesti e di parole, e dopo avere molto invitato il lettore ad attendere e pensare, direbbe, che chi non ha la virtù contraria alla frode, è, o è per essere, fraudolento. E può essere; ma vediamo se con altra interpretazione sia il cenno per riuscire e più intelligibile e più ingegnoso e profondo e vero.
Chi è Gerione? È la frode, ma figurata come gli uomini figuravano e si figuravano il diavolo tentatore di Eva.[288]Ora si ripensi la dottrina teologica intorno al primo peccato. In esso la mala volontà precedè la concupiscenza, e questa seguì quella.[289]“Dunque„ domanda S. Agostino a chi credeva che la concupiscenza fosse avanti il peccato nel paradiso terrestre, “dunque nel paradiso, avanti il veleno del serpente pravo consigliere, avanti il corrompimento della volontà mediante quel sacrilego discorso, c'era già l'appetito del cibo non permesso?... La mala volontà fu prima, per la quale si credesse al serpente ingannatore, e dopo venne la mala concupiscenza, per la quale si appetisse il cibo illecito„. Ma tuttavia, come egli soggiunge, riassumendo parole di S. Ambrogio, “se l'anima correggendo la volontà avesse frenato codesto appetito del corpo si sarebbe, proprio nel suo nascere, spenta l'origine del peccato„. Ciò pensava anche Dante il quale, per non parlar d'altro, dice che a tutto il mondo costa “il palato„ d'Eva, cioè la sua concupiscenza.[290]Se, dunque, i primi parenti avessero frenata, stretta, contenutala concupiscenza, il diavolo avrebbe mentito, mal consigliato, adulato, tentato di sedurre e di barattare e di scindere, invano; si sarebbe invano coperto di pelle dipinta, invano si sarebbe convertito in serpente.[291]Senza, dunque, quel dissolvimento, il diavolo non avrebbe fatta sua preda. E fu un dissolvimento. Chè non era, avanti il peccato, quella battaglia della carne contro lo spirito, della legge del peccato contro la legge dello spirito, nella qual battaglia vince chi trae prigioniero l'avversario;[292]non era, avanti quel peccato, quella conseguente disobbedienza delle membra che fu il gastigo della disobbedienza dei primi parenti e dei loro eredi;[293]quella disobbedienza della carne che non era in loro, poichè la carne obbediva alla mente, e disubbidì soltanto, la serva alla sua signora, quando quest'ultima disubbidì a Dio.[294]La carne prima era serva, le membra ubbidivano, la legge del peccato era prigioniera. Sono imagini comuni. E la corda ai lombi, se altre cose può significare, questa sopra tutte significa, l'obbedienza o il freno della carne e della concupiscenza, la servitù di essa, la vittoria su essa. Or, nel cenno di Virgilio e nel salir su, della sozza imagine di froda, non è esemplato questo primo dramma umano? che il diavolo fece sua preda dell'uomo, perchè questi si tolse quel freno, liberò quella schiava, mutòquell'obbedire della carne e quel dominare della mente?
E il diavolo rappresenta il peccato. E Gerione è imagine di froda. E froda è malizia di cui ingiuria è il fine. Ebbene, il suo salir su al vedere gettata la corda, significherà che, in quel primo peccato, col disubbidir della carne, ebbe luogo una colpa di questa malizia che ha per fine l'ingiuria, una colpa d'ingiustizia. È ciò torna perfettamente. Adamo “tra le delizie del paradiso non volle osservare giustizia„[295]e perciò la sua carne divenne carne del peccato.
Dal suo peccato derivò in lui e ne' suoi figli quella lotta per la quale la mente o la ragione cercò di riassoggettare e riprendere la carne ribelle e fuggita dall'obbedienza e dalla servitù. Diceva S. Paolo:[296]“Vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente, e che mi fa prigione (captivantem) nella legge del peccato che è nelle mie membra. Me infelice!...„. La carne combatte contro lo spirito. Chi vincerà? Se l'uomo non riesce a frenar quella, essa assoggetterà lo spirito che deve essere suo padrone. Dal peccato della carne nascerà il peccato dello spirito; dalla corruzione carnale la corruzione spirituale. E questo ha voluto dir Dante, io penso. Ed è concetto esattissimo. La concupiscenza, viziata dal peccato dei primi parenti, trasmette nella prole il peccato originale; ed è quellalibidoper la quale l'appetito sensitivo non si contiene sotto la ragione: è l'incontinenza, insomma; e questa conduce a peggior male.[297]Nè occorre, credo,portare autorità di testi. Pensiamo soltanto che dentro Dite vi è una lussuria peggiore che si chiama Soddoma, un'avarizia peggiore, che si chiama usura e simonia e ladroneccio e falsità, e con tanti altri nomi; e una prodigalità peggiore, che si chiama biscazzare e fondere la sua facoltà, e vai dicendo e come vedremo meglio. Che è ciò? È l'incontinenza che diventa malizia.
Or Dante, col gettito della corda, ha voluto esprimere questo vulgato concetto: che gl'incontinenti si fanno facilmente rei di malizia. Mi pare ineccepibile. Di lassù alcuno gitta la corda, cioè rinunzia a contenere le passioni dell'animo irascibile e concupiscibile. Mostra non di essere soltanto incontinente in questa o quella occasione; ma di non volere essere più in alcuna. Sfrena e discioglie l'appetito per sempre. E Gerione va su: come nel primo uomo, così in ogni uomo la corruzione della carne porta alla corruzione dello spirito.[298]Nella carne è la fame ed è il veleno.[299]
E dunque Dante dice che chi sfrena l'appetito, generalmente si rende reo di peccati più gravi che di semplice incontinenza. Chi rinunzia a prendere lalonza, e gitta perciò la corda, che contro lei serve, divien reo, facilmente, di malizia.
Di malizia? Perchè allora Dante non scinse la corda al primo ingresso nel regno della malizia? perchè non ingannò con essa il Minotauro che pare il simbolo della prima specie di malizia cioè della violenza? Invero la lussuria che divien Soddoma, la prodigalità che diviene scialacquo, l'avarizia che diviene usura, per non dir d'altro, sono punite appunto nel primo dei tre cerchietti. Andava detto prima questo trasformarsi dell'incontinenza in malizia.
Il fatto è che Dante ha espressa la sua dottrina, dove ella poteva esprimersi più compitamente: dove ha messo il serpente tentatore che è a capo della frode come Lucifero è in fondo. Egli non voleva solo dire che l'incontinenza assoluta conduce a tale o tal altro peccato; ma che ella inquina o disordina la ragione. Or la ragione è volontà e intelletto. Bene: i dannati del primo cerchietto non peccarono con l'intelletto. La frode sola è dell'uom proprio male.[300]I peccati di quei violenti somigliano a quelli che può commettere anche una bestia; quelli dei fraudolenti, no. Perchè quelli dei violenti sì? Sono rei di malizia; e d'ogni malizia ingiuria è il fine. Può essere il fine in un atto di bestia? Non puòessere. Il fine è l'obbietto della volontà.[301]La volontà non è nei bruti. Dunque nei loro atti non può essere il fine. E tuttavia la volontà senz'intelletto, spinta ciecamente a un fin di male, ha qualche cosa dello émpito d'una belva infuriata. Ora i violenti hanno volontà poichè hanno un fine, ma non hanno intelletto, perchè il loro non è proprio male dell'uomo. E dunque, se essi valgono a dimostrare che l'incontinenza si muta facilmente in Soddoma e Caorsa e vai dicendo, non valgono a dichiarare questa legge più generale: che alla sfrenatezza dell'appetito tien dietro la depravazione dello spirito, cioè della volontà e dell'intelletto. O non abbiamo veduto che, appunto nella lonza, Dante assegnando come rimedio contro lei l'ora del tempo e la dolce stagione, adombrava il passaggio dall'incontinenza di concupiscibile a quella d'irascibile, e il trasmutarsi della lussuria in tristizia? non vedeva egli, nella medesima lonza, come i primi peccatori carnali, portati dalla tempesta e così leggeri al vento, così gli ultimi tristi, che sono fitti nel fango? come gli stornelli e le colombe, così le bòtte che gorgogliano? La medesima sintesi è lecito credere che egli continuasse, e la continuasse con la medesima comprensione. Se si fosse fermato al Minotauro, non avrebbe detto tutto: come allora giunse sino ai tristi, così qui va sino a Gerione. Nè gli era necessario, anzi nè utile, giungere sino a Lucifero. Gerione è il serpente infernale, Lucifero è il principe dei diavoli; sono, in fondo, la stessa cosa.Ma Lucifero è l'angelo in quanto, per superbia, alzò le ciglia contro il suo fattore e diventò diavolo; e Gerione è il diavolo in quanto, mosso da invidia, indusse al peccato i nostri primi parenti.
E così torniamo alla lupa, cui dipartì dall'inferno “invidia prima„.[302]L'invidia trasformò il diavolo in serpente, e questo serpente si chiama frode. L'invidia scatenò la lupa nel mondo: mi pare sia naturale che anch'essa abbia nome frode. Ma no, ma no: si ripete. Lupo è Pluto; lupa è l'avarizia nel purgatorio: la lupa dell'inferno deve essere l'avarizia.
L'avarizia, dunque, che si purga nel purgatorio e si punisce nell'inferno? O allora le altre due bestie che cosa sono? L'avarizia è il più grave dei peccati d'incontinenza e dei peccati di soverchio amor del bene; ma è più lieve sì del peccato d'incontinenza d'irascibile, che si chiama tristizia o accidia, e sì dei peccati di malizia e di quelli ch'errano per malo obbietto. Dunque per le due fiere, che sono meno temibili e meno malvagie della lupa, non restano che i peccati d'incontinenza più lievi dell'avarizia: la lussuria e la gola. Sia lussuria la lonza; e molti ci hanno pensato, e, tutt'insieme, anche io la credo lussuria, sebbene non lussuria sola: il leone sarà dunque la gola? In vero ha fame, rabbiosa fame. Il peccato di Ciacco sarà dunque rappresentato dalla fiera che ruggisce e spaventa l'aria? E Dante della gola avrà avuto timore più che della lussuria? Eppure: se la lupa è l'avarizia, corrispondente a quella del purgatorio e perciò a quelladell'inferno, il leone non può essere che la gola. Ma il leone non può essere la gola, e dunque la lupa non può essere l'avarizia. Non può essere, ma è. Perchè Pluto si chiama lupo? Perchè si maledice, sotto il nome di lupa, all'avarizia nel purgatorio?
È e non può essere. Prendiamo l'avarizia dell'inferno, che sarà peggiore di quella del purgatorio. Ebbene, è un “mal tenere„. Vi pare che la lupa con quella fame insaziabile, con quel suo venire incontro a poco a poco, con quella gramezza che procaccia alle genti, con quella malvagità e reità, e con quel suo tanto ammogliarsi, e con quel Veltro che la deve far morire, non raffiguri se non il peccato d'un vecchietto che tenga stretti i lacciuoli della borsa? E si noti che con gli avari sono puniti i prodighi, e col mal tenere è il mal dare; e che quel mal dare non è dissipazione e che quel mal tenere non è usura o peggio: che sono, l'uno e l'altro, una dismisura nello spendio. Gli uni sono dimisera vita, che li fa un po' simili (come, del resto, i loro contrari) agl'ignavi del vestibolo, sì che non possono essere conosciuti e nominati; gli altri, non più che spenderecci e goderecci. E sarebbero gli uni e gli altri adombrati nella lupa? No, no. La lupa non è un mal dare e mal tenere. Eppure è l'avarizia.
O vediamo. Anche la lonza è una bestia leggera e presta molto, eppure equivale alla femmina balba, guercia, zoppa, monca. Ella è, realmente, la concupiscenza; virtualmente, la tristizia o accidia che dalla concupiscenza deriva. Non potrebbe essere altrettanto della lupa? Non potrebbe ella essere il primo e l'ultimo dei peccati di malizia, come la lonza è il primo (specialmente il primo, la lussuria) e l'ultimodei peccati d'incontinenza? O; come la lonza è peccato di concupiscibile e d'irascibile; non potrebbe essere la lupa peccato d'una e insieme d'un'altra disposizione?
In verità sull'avarizia è dissidio tra i dottori. È peccato carnale o spirituale? Chè[303]“ogni peccato consiste nell'appetito di alcun mutevole bene, che s'appetisce inordinatamente, e per conseguenza in quello, poichè s'ottiene, alcuno inordinatamente si diletta... Ora il diletto è di due specie„: animale o spirituale, come riguardo alla lode umana e simili, e corporale o carnale, per esempio il tatto. L'avarizia non ha luogo tra i peccati carnali, perchè non è corporale il diletto dell'avaro, come del lussurioso e del goloso; tuttavia si può numerare tra i peccati carnali, per questo “che la cosa da cui l'avaro ha suo diletto, è in qualche modo corporale„. Si può; ma da S. Gregorio non si vuole. S. Tommaso ne esce ponendo l'avarizia[304]“per ragion dell'obbietto, come qualche cosa di mezzo tra i peccati puramente spirituali, che cercano diletto spirituale circa obbietti spirituali (come la superbia, che è circa l'eccellenza), e i vizi puramente carnali, che cercano un diletto puramente corporale circa un obbietto corporale„.
Dante ha compreso l'avarizia tra i peccati corporali. Certo. Essa è di quella disposizione che ha in cima la definizione “i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento„ e in fondo l'altra “color cui vinse l'ira„. Ma con ciò, egli tra i carnali mette più sotto gli avari, li detesta e vitupera più degli altri. Di metterli più sotto, aveva esempi;abominarli così e dirli bruni a ogni conoscenza, egli volle per qualche suo effetto. E l'effetto è questo, di mostrare che essi sono come gl'ignavie glisciauratidi questo vizio, e che c'è, in questo vizio, qualche cosa di peggio sì, ma di menbruno, di più degno di come riprovazione così menzione.
Invero l'avarizia consiste nell'eccedere la misura con la quale si devono tenere le esteriori ricchezze. In ciò Dante è d'accordo con S. Tommaso.[305]O non pensò egli, col medesimo suo autore, che eccedendo, cioè acquistando e conservando più del debito, l'uomo pecca direttamente contro il prossimo, “perchè non può, rispetto alle esterne dovizie, uno soprabbondare, se ad altro non difetta„? Anche mal tenendo, si può peccare contro il prossimo. E allora il mal tenere non è più d'incontinenza, ma di quell'altra disposizione, di cui ingiuria è il fine: di malizia. E dunque l'avarizia, come è mezza, tra i peccati carnali e gli spirituali, così è mezza tra i peccati d'incontinenza e quelli di malizia. Il che è per me, da un pezzo, la stessa cosa.
E Dante poteva leggere pur nella Somma del buono frate Tommaso quest'altra faccia: anzi per certo, credo, la lesse. Lesse che l'avarizia è sì quella dismisura che abbiamo detto, e sì peggio; un'altra dismisura circa l'acquisto e il tener le ricchezze,[306]“in quanto alcuno acquista danaro oltre il dovere, sottraendo o ritenendo l'altrui; e così si oppone alla giustizia„; vale a dire è malizia; “è in questo modo è intesa l'avarizia in Ezechiele, 22, dove è detto: I principi di lui nel mezzo di lui, comelupiche rapisconlapredaa spargere sangue, e avaramente (cupidamente) seguire i guadagni„. Ecco la lupa di Dante, ed è sì avarizia e sì è peccato d'incontinenza, perchè ruba e depreda e uccide; e chi ruba e depreda e uccide è reo di malizia. Ma, nel cerchio quarto del Purgatorio, il Poeta con le parole di Ezechiele dice:[307]
Maledetta sie tu, antica lupa,che più che tutte l'altre bestiehai preda...
Maledetta sie tu, antica lupa,che più che tutte l'altre bestiehai preda...
Perciò, a non dilungarci ancor più, perciò Dante chiama lupa l'avarizia, in quanto lupa può divenire, cioè depredatrice e rubatrice, tanto più che, anche restando semplice mal tenere, pecca quasi contro il prossimo, cioè fa quasi ingiuria, ed è perciò mezza incontinenza e mezza malizia.
E questo è il pensiero di Dante. Qual è il peccato per cui l'uomo comincia a distogliersi appena appena dal suo corpo, e a desiderare e fare il male altrui? L'avarizia, la quale essendo pure un'incontinenza e una dismisura, non è senza mal del prossimo. Ma il male lo fa, dirò così, senza intenzione; chè il mal tenere non è peccato di vera malizia. Qual è il peccato in cui comincia ad avvertirsi una cupidità di cose esterne alla propria carne? È avarizia; sebbene quelle cose esterne possano considerarsi un che di corporale. Ora se il male del prossimo è preso per fine? se questa cupidità si esercita su cose affatto esterne, affatto spirituali, come, più o meno, “podere, grazia, onore e fama„?[308]Ecco l'avarizia divenir malizia: ecco apparir la lupacarca di tutte brame. Ma dunque la lupa è l'avarizia? E no; chè invece s'avrebbe a chiamare, se si esercita sul podere e sulla grazia e sul resto, s'avrebbe a chiamare invidia, come è definita nel Purgatorio. No, no, non è avarizia. La lupa è la frode, perchè depreda e ruba; è detta anche avarizia, perchè l'avarizia è l'embrione della frode, perchè dall'avarizia si comincia, quasi involontariamente, a fare il mal del prossimo...
Ma il mal del prossimo lo fa anche la violenza! Anzi chi depreda e uccide è punito nella riviera di sangue; sotto il segno, che ho posto, del leone![309]
Omicide e ciascun che mal fiere,guastatori e predon, tutti tormentalo giron primo
Omicide e ciascun che mal fiere,guastatori e predon, tutti tormentalo giron primo
del primo cerchietto. Se la lupa è l'avarizia divenuta malizia, quest'avarizia maliziosa è raffigurata anche nel leone; e dunque il leone è la lupa. Così può dire alcuno. E rispondo: sì: in vero assomigliano. Famelico il leone, famelica la lupa; terribile in vista il leone, terribile dalla vista la lupa. E rispondo: sì: in vero il leone è dentro la lupa. Come no? guardate: dove è il leone? Dice Dante all'ombra apparsagli:
Vedi la bestia, per cui io mi volsi.
Vedi la bestia, per cui io mi volsi.
La bestia? E il leone? Sparito. E di più, dico, anche la lonza è dentro la lupa. Dove è invero la fiera alla gaietta pelle? “Vedi la bestia...„ Non ce n'è che una. Il leone e la lonza? Spariti.
La spiegazione è semplice e chiara. Se la lupa fosse puramente avarizia, figurerebbe un disordine nell'appetito sensitivo, che invece d'essere sommesso alla ragione, vincesse e sommettesse la ragione. La ragione nei peccati d'incontinenza è come non sia: non opera. Se la lupa fosse violenza, oltre il disordine nell'appetito sensitivo, avrebbe un disordine anche in altra potenza dell'anima. In quale? La violenza è compresa nella malizia, di cui ingiuria è il fine. Il fine è l'obbietto della volontà. La volontà dunque entra nella violenza. Ella corre, però, al fine “con ordine corrotto„[310]cioè al contrario di ciò che è il suo fine, cioè non al bene, ma al male; e perciò è malizia. Ma insomma la violenza ha un disordine di più che l'incontinenza; quello della volontà. Non ancora un altro? No, perchè la violenza non è dell'uom proprio male, come la frode; questa sì, ha come il disordine nella volontà, perchè è specie di malizia, così il disordine nell'intelletto, perchè persegue un male che solo l'uomo può fare, mediante ciò che più propriamente lo distingue dai bruti: con l'intelletto. Ma la lupa è la frode, come io credo d'aver provato. E riproviamo ancora. La lupa è la frode, e perciò deve rappresentare in sè un disordine nell'intelletto e un altro nella volontà; e un terzo anche, quello nell'appetito. Perchè? Perchè ella è embrionalmente avarizia, peccato d'incontinenza. Ebbenela lupa rappresenta in sè questi tre disordini? Sì, e nel modo più evidente; sì, perchè ella sola rimane, perchè le tre fiere divengono all'ultimo “la bestia„. Ella è l'incontinenza, la violenza e la frode insieme; incontinenza, perchè appetisce fuor d'ordine il bene suo; violenza, perchè ha per fine l'ingiuria cioè il male altrui; frode, perchè questo male lo fa con artifizi propri solo dell'uomo. Ella figura un disordine nell'appetito, come quella che è avarizia; un disordine nella volontà, come quella che ha un fine e questo fine è il male e non il bene; un disordine nell'intelletto, come quella che ne profitta per adempiere il male altrui che vuole, e ottenere il suo bene che appetisce. Il leone è dunque la lonza, più la mala volontà; la lupa è il leone, più l'intelletto. E così quando apparisce il leone, sparisce la lonza:[311]
sì che a bene sperar m'era cagionedi quella fiera alla gaietta pellel'ora del tempo e la dolce stagione;ma non sì, che paura non mi dessela vista che m'apparve, d'un leone,
sì che a bene sperar m'era cagionedi quella fiera alla gaietta pellel'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì, che paura non mi dessela vista che m'apparve, d'un leone,
La lonza resta lontana; non se ne parla più, come non si parla più del leone, quando apparisce la lupa. Che questa è una e trina, come appunto Gerione a cui equivale, come appunto Lucifero che mandò Gerione o si mutò in Gerione per tentare Eva, e dipartì dall'inferno questa pessima fiera o in lei si mutò.
È una e trina. Chi la ucciderà o ricaccerà nell'inferno è il suo contrario. Il veltro non ciberà terra, come la lupa. Il veltro non ciberà peltro come la frode. Egli ciberà “sapienza e amore evirtute„. Non è come dire che la lupa ha il contrario di queste tre qualità? Quali sono esse? Non somigliano ai nomi delle tre persone divine?
La divina potestate,la somma sapienza e il primo amore.[312]
La divina potestate,la somma sapienza e il primo amore.[312]
Non vuole il poeta dire che il veltro sarà simile a Dio? ritrarrà da Dio da cui ha da venire? E così la lupa rassomiglierà al Perverso che cadde di lassù, e ha tre capi come Dio ha tre persone: il vermiglio amor del male in mezzo al bianco e giallo appetito del proprio bene e al nero intelletto che serve al tristo fine dell'ingiuria.
Come la lonza è concupiscenza in atto e tristizia in potenza, così la lupa è avarizia in principio e frode in effetto. Il che ci è mostrato dal Poeta con sue parole, quando a papa Niccolò cupido e perciò simoniaco e quindi punito tra i fraudolenti, egli grida:[313]
la vostra avarizia il mondo attristacalcando i buoni e sollevando i pravi.
la vostra avarizia il mondo attristacalcando i buoni e sollevando i pravi.
Non è certo punito quel papa che per mal tenere. L'avarizia di lui era diventata peggior male; come è facile che divenga in tutti, poichè ella da sè ha già qualche cosa d'ingiusto. Tuttavia spesso rimane un mal tenere e, aggiungiamo, un mal dare. E alloraella è colpa, come più lieve, così più vituperosa. Gli avari e prodighi semplici rassomigliano in vero agl'ignavi del vestibolo e ai tristi del brago: sono bruni a ogni conoscenza: di loro non si fa nome. E così a me pare che, anche per questa ragione, il proprio nome della lupa sia frode e non avarizia; perchè anche la lonza è concupiscenza e non tristizia. Il senso precipuo e dominante delle due fiere è dato, mi pare, nell'una dal suo principio, nell'altra dal suo effetto; perchè nell'una e nell'altra la tristizia è innominabile e inconoscibile; e la tristizia della prima è effetto, e della seconda causa.
Ora questa causa della frode è detta sì, e l'abbiamo veduto, avarizia; ma ha, e l'abbiamo pur veduto, un altro nome: cupidità o cupidigia. Si può anzi dire che questo nome non si dà mai all'avarizia che resta avarizia cioè mal tenere e mal dare. Cupidità è sempre l'avarizia germinante in colpa maggiore. Cupido è papa Niccolò, che è tra i simoniaci;[314]cupide sono le vele del nuovo Pilato, che non è certo reo di solo mal tenere;[315]cupido è l'occhio della meretrice, la quale in senso proprio è almeno almeno come Taida che non rotola pesi ma è attuffata nello sterco.[316]Cupidigia è quella di Alberto Tedesco e di suo padre;[317]e anch'essa non è quell'avarizia, certo, che fa sozzi in vita e bruni in morte. E in fine la cupidigia è un pelago in cui s'affondano i mortali,[318]e la cupidità è quella che “si liqua„ nell'iniqua volontà.[319]Inoltre è detta cieca, nel cominciarsi a parlar de' violenti,[320]e cieca, a proposito degl'italiani non disposti ad accogliere l'alto Enrico;[321]e mala,[322]a proposito dei cristiani che non si lasciano guidare dal vecchio e nuovo testamento e dal pastor della chiesa. Da tutti questi luoghi si rileva che la cupidigia è bensì peggiore dell'avarizia che resta avarizia, e tuttavia che anch'essa è un principio di male, non il male stesso. In verità Beatrice ne parla ragionando delle prime tendenze dell'animo e dello sviarsi dell'umana famiglia.[323]Dice d'essa che affonda sotto sè i mortali, ma dice ancora che chi se ne lascia condurre è “come agnel che lascia il latte„, e chi se ne lascia ammaliare è come il “fantolino„
che muor di fame e caccia via la balia.[324]
che muor di fame e caccia via la balia.[324]
Si tratta dunque d'un lieve principio che ha grave fine. E tanto la levità del principio quanto la gravità del fine sono adombrate in questo terzetto:[325]
Benigna volontade, in cui si liquasempre l'amor che drittamente spira,come cupidità fa nell'iniqua.
Benigna volontade, in cui si liquasempre l'amor che drittamente spira,come cupidità fa nell'iniqua.
Chè l'amore, di cui qui si tocca, è non più che “sementa„; e sementa, e non altro, è dunque la cupidità.[326]L'amore che drittamente spira è quello che è “ne' primi ben diretto„ e che “ne' secondi sè stesso misura„.[327]La cupidità qual amore è? È quello che