l'animo...ingiusto fece me contro me giusto.Lo fece dunque peccar d'ingiustizia contro sè. Ed ecco la sanzione eterna:[553]chè non è giusto aver ciò ch'uom si toglie.Un altro di quei peccatori esclama:[554]Io fei giubbetto a me delle mie case:il che è quanto dire (giubbetto ègibet) feci di me una giustizia ingiusta. Quando il Poeta è per trattare del terzo girone, dice subito:[555]dovesi vede di giustizia orribil arte;e di lì a poco grida:[556]O vendetta di Dio, quanto tu deiesser temuta da ciascun che leggeciò che fu manifesto agli occhi miei!Nè è senza perchè la menzione della “diversa legge„ posta a questi infelici, rei di peccato contro la giustizia.E c'è di essi uno che la giusta pena non pare che senta; e invece Virgilio dichiara che nella sua contumacia è la sua pena maggiore:[557]O Capaneo, in ciò che non s'ammorzala tua superbia, se' tu più punito.E qui, in questo girone, Virgilio spiega l'uffizio dei fiumi infernali, ministri dell'eterna giustizia, che vengono da Creta dove con Saturno regnò la giustizia e donde l'inferno ha il suo giudice: dove è il gran veglio che con la sua posizione da oriente a occidente mostra qual sarebbe per la natura umana lo stato di giustizia, e col piede di terra cotta, lo stato d'ingiustizia o malizia presente. E non si deve dimenticare il discorso di Brunetto, in cui la parola “malizia„ sembra riassumere quei tre peccati della gente fiorentina che è “avara, invidiosa e superba„;[558]e non si deve dimenticare la risposta di Dante alle tre ombre:[559]La gente nuova e i subiti guadagniorgoglio e dismisura han generata:chè orgoglio e dismisura, ponendo che siano il peccato punito nello Stige, o i due puniti l'un nello Stige e l'altro nel quarto cerchio, sono il fomite dell'ingiustizia; poichè l'avarizia è da sè un po' ingiusta e dà origine al peggio, e l'orgoglio con la timidità è al piede dell'ingiustizia della città roggia. Infine gli usurieri, finitimi, per così dire, alla frode, e assomigliati,per non essere quasi conoscibili e nominabili, e perchè con loro i ragionamenti hanno a essere corti, gli avari,[560]per l'una e per l'altra ragione sono ben dichiarati ingiusti.Il concetto di giustizia domina dunque in tutto questo cerchietto; sì che le parole di Virgilio con le quali dice d'avere spento[561]l'ira bestiale del Minotauro, hanno nella nostra mente un'eco, e a un tratto, distinta. Quelle parole significano un ammonimento per ciò che il Poeta dice altrove:[562]“Quanto all'abito, la giustizia ha contrasto alcuna volta nelvelle; chè, quando il volere non è sincero da ogni cupidigia, sebbene la giustizia ci sia, non tuttavolta c'è nel fulgore della sua purezza; come quella che ha in qualche modo una pur menoma resistenza nel suo subbietto; per il che bene sono respinti quelli che tentanopassionareil giudice„. L'ira bestiale non raffigura certo un minimo, sì un massimo di cupidigia che appassiona i giudici, siano essi d'altrui, siano di sè e di Dio; è la passione chiamata di lì a poco “cieca cupidigia e ira folle„; la quale deve essere spenta in ogni nostro giudicare.È una passione e ha sede, perchè tale, nell'animo o nell'appetito; in quell'animoche fece ingiusto Pier della Vigna; in quelcoreche ha tanta parte nel peccato di Capaneo;[563]in quell'appetito sensitivo dove stagna la tristizia di chi[564]piange là dove esser dee giocondo.E perciò questa violenza, che è pur l'ingiustiziatipica, è una cotale incontinenza; è media tra l'incontinenza e la malizia. E in ciò si ha la riprova ch'ella sia dal Poeta chiamata ancora bestialità; chè la bestialità è per Aristotele[565]“un'incontinenza per metafora e non assolutamente„. Il che ci dà finalmente l'ultima ragione dell'aver Dante in questo cerchietto posto una rovina, difficile bensì a scendersi e per le mobili pietre e per la guardia bestiale, ma tale che Dante ne scende, come per la prima dell'incontinenza, e non vi risale, come per l'ultima della malizia.E vediamo ora la pietà. Nel regno proprio dell'incontinenza, Dante mostra pietà più o meno viva, ma viva, per i peccatori vinti dall'appetito; e più o meno morta per quelli ch'ebbero un principio di ingiustizia. Comincia col lagrimare e finisce col disprezzare quelli che non ebbero la giustizia originale; ha il cuore quasi compunto nel vedere la ridda degli avari e poi si appaga del non poterne conoscere alcuno; disprezza e respinge il loro pianto e si diletta a vedere attuffare quelli dello Stige che non ebbero la fortezza necessaria alla giustizia. Nel primo cerchietto dell'ingiustizia tipica, ma che tale è per un'incontinenza d'ira bestiale, mostra pietà più o meno viva per quelli in cui l'incontinenza predominò; più o meno severità per quelli in cui predominò l'ingiustizia. Nessun cenno di pietà per gli omicide e predoni: essi sono i rei più significativi di mala giustizia e d'inordinata vendetta. Grande pietà per il suicida fatto ingiusto dall'animo. Carità, ma del natio loco più che di lui stesso, per coluiche fe' giubbetto a sè delle sue case. Nel terzo girone Capaneo è aspramente rimbrottato, gli usurieri sono pienamente spregiati. Ma riverenza, pietà, amore mostra il Poeta della rettitudine per quelli che sono tra Capaneo e gli usurieri; sebbene lerci d'un brutto peccato. Dunque nel peccato di Brunetto e delle tre ombre vede predominare l'incontinenza, in quello degli altri l'ingiustizia.Ma come? Due volte, nell'esporre il peccato dei violenti contro Dio, Virgilio dice “col core„, cioè con l'appetito.[566]Egli dice “col core„: dunque, per incontinenza, vuol dire. E dunque l'incontinenza deve in questo peccato predominare e meritargli pietà. Sì; ma questo peccato è pur detto di malizia, di malizia con forza, cioè d'ingiustizia violenta. Dunque l'aggiunta “col core„ non significa un attenuamento d'esso rispetto ai peccati d'incontinenza, la quale men Dio offende che la malizia; sì un attenuamento rispetto al genere a cui appartiene; attenuamento dichiarato ancora con ciò che la forza non è, come la frode, dell'uom proprio male. È ingiustizia, sì, dice Virgilio, ma è col core solo, non con l'intelletto. Or come nel concetto d'ingiustizia è implicita la volontà, Virgilio dice: col core e con la volontà, non con l'intelletto. Non c'è nel Poema sacro cosa più certa. Dunque la violenza offende più Dio che l'incontinenza; ed è più lieve che la frode, perchè solo col core è consumata. Ma perchè dire “col core, col core„ solo di questa violenza contro Dio, che è la più grave delle tre? O chi non vede ch'esso è un ammonimento a non scambiare questo peccato che èpur contro Dio, col massimo dei peccati, che è quello che a Dio direttamente si oppone? col peccato di Lucifero? Peccato contro Dio: dice Virgilio; ma bada, discepol mio: col core! Non è quello pessimo, sebbene, per quest'essere contro Dio, assomigli. Ma non è. E tuttavia Virgilio poi a Capaneo rimprovera appunto quello, di peccati: la superbia. E Dante la superbia ravvisa in quel ladro, che cerca di darsi per un Capaneo anch'esso.[567]Come? come? Mi basti qui osservare che a capo della disposizione di violenza è quella cupidigia che è anche ira: passioni: la qual cupidigia è in cima come la superbia in fondo[568]; e che, in questo senso, come nè cupidigia, così non superbia è peccato speciale; ma principio di peccato, ma peccato generale. Dunque la superbia reale di Capaneo e apparente di Vanni Fucci, è quel non volersi sottomettere a Dio,[569]che si trova certo nel peccato di Lucifero, ma non è quel peccato e tutto quel peccato. Se io dicessi che codesta superbia di Capaneo si chiamaaversio? che è precipua in tutti i peccati di malizia? che è l'altro aspetto, il rovescio, della cupidità, alla quale perciò equivale; come una moneta è la stessa, tanto se è veduta dalla lettera, quanto se dalla testa? e che questo nome di superbia è data all'aversioo alla cupidigia o all'irabestiale, solo a proposito di questi peccatori, perchè questi sono più manifestamenteaversi? ma che di essi il peccato non è la superbia di Lucifero, perchè nella superbia peccato di Lucifero è sì la superbia passione; ma c'è altro che nel peccato di cotestoro non c'è? che la superbia di Lucifero è così poco bestiale e così poco simile a quella di Capaneo e di Vanni Fucci bestia; che Lucifero è pura intelligenza e non ha l'appetito o animo, o core, se nonmetaphorice?Se Dante non mostra pietà per Capaneo, è segno che nel suo peccato predomina l'ingiustizia. L'incontinenza c'è, e in buon dato, ma non riesce ad attenuare il peccato che è di malizia con forza contro Dio stesso; che è tanto grave da somigliare al gravissimo. E quello di Brunetto e delle tre ombre? Quello è tale in cui l'incontinenza vi potè più che l'ingiustizia. La quale consisteva in ciò che nella loro reità era proposito d'impedire la generazione. E l'incontinenza era d'irascibile o di concupiscibile? Vediamo che i sodomiti nel purgatorio sono nella cornice della lussuria. Dunque l'incontinenza di Brunetto e degli altri era di concupiscibile. Ma come mai il loro peccato, che è di violenza contro una cosa di Dio, ha pure a capo quell'ira bestiale o cupidigia cieca oaversioo superbia, se dir si vuole; che non appartiene al concupiscibile, sì all'irascibile, anzi è l'irascibile stesso, l'ira stessa? La risposta è facile per chi consideri il verso:[570]e piange là dov'esser dee giocondo.Con questo verso si dice che nei violenti contro sèe la sua facultade è quella tristizia dello Stige, che è come l'avanzo della concupiscenza, al modo che lo Stige è lo scolaticcio del fiume che non visto se non all'ultimo, passa per i cerchi dell'incontinenza carnale; al modo che la dolce sirena è nel tempo stesso la femmina balba; al modo che contro la lonza leggiera e presta molto è dato come rimedio l'aer dolce che è rimedio ai tristi. Ebbene, se in altri mai, quella tristizia aveva a essere nei violenti contro natura. Dalla concupiscenza passarono alla tristizia, dalla tristizia all'ira bestiale, dall'ira bestiale alla violenza contro Dio. Jacopo Rusticucci afferma:[571]e certola fiera moglie più ch'altro mi nuoce.Parole non ci appulcro.E concludo, che avanti l'arche, nel cimitero di color che hanno mala luce, Dante ha esercitato la virtù di quel lume che si chiama la prudenza; e che nel cerchietto della prima specie d'ingiustizia, ha esercitato la virtù di giustizia; e che là fu riverente e pio sebbene non senza alcuno sdegno, mentre qua si mostra combattuto dalla pietà dove l'incontinenza predomina, e tratto a sdegno dove predomina l'ingiustizia. Di che darò la riprova nel capitolo seguente. E infine ripeto che in questo cerchietto s'è spenta l'ira, l'ira bestiale, che è tanto nemica alla giustizia, quanto le è amica e propugnatrice l'ira di zelo, che disserrò le porte dell'ingiustizia, dopo aver varcata senza scorta i cerchi della concupiscenza e passataa piedi asciutti la palude della non fortezza o dismisura nell'irascibile.X.E siamo di nuovo alla quarta ferita; di nuovo all'ignoranza o alla depravazione dell'intelletto. La trovammo, questa ignoranza, due volte, nel limbo e nel cimitero. Lasciamo la prima, che è il lume che è tenebra: l'ignoranza originale: l'ignoranza di Aristotele e di Plato. La ignoranza attuale la trovammo un'altra volta. O, a dir meglio, la trovarono un'altra volta Virgilio e Dante. Virgilio guidava.[572]E poi ch'alla mandestrasi fu volto,passammo tra i martiri e gli alti spaldi.I due viatori prendono sempre a sinistra; quella volta presero a destra. Perchè? Si può dire che quello fu come un deviare, un uscir dal solito cammino. Ma il deviare accade una altra volta: appunto nella circostanza dello scendere a trovare quell'altra ignoranza. Gerione è venuto a proda; e sta sull'orlo. Sul dosso di quella fiera hanno a scendere.[573]Lo duca disse: Or convien che si torcala nostra via un poco infino a quellabestia malvagia che colà si corca.Però scendemmo alladestramammella,e dieci passi femmo in su lo stremo...Ho io bisogno d'aggiunger verbo? Il rivolgersi a destra per andare alle arche e per venire a Gerione non è per ciò che hanno di comune la froda e l'eresia? E questo non è la depravazione dell'intelletto? La quale non è nell'incontinenza assoluta e nell'incontinenza complicata col mal volere.Invero se nell'inferno Dante volge quasi sempre a sinistra e nel purgatorio a destra, egli obbedisce al concetto comune che alla destra di Dio sono quelli che a lui si convertono e alla sinistra quelli che da lui si ritorsero; a destra gli agnelli, a sinistra i capretti.[574]Il qual concetto ritrovava poi nell'ypsilondi Pitagora, nella qual lettera la parte sinistra è la via del vizio e la destra quella della virtù.[575]Dante per il suo cammino nell'inferno va a Lucifero. Il cammino è a sinistra. Lucifero, come si dice comunemente del diavolo, che è alla nostra sinistra al modo che l'angelo è alla destra, è dunque sulla man manca. E qual faccia di lui vedrà prima il viatore? La nera; ossia la ignoranza, la depravazione dell'intelletto, l'intelletto volto al male. Due volte però torce a destra.Dunque si torce dal diavolo. E chi incontra a destra? Dio. Quale (si parla misticamente), quale delle sue faccie o persone? Quella che siede a destra. Ed è? La Sapienza. Chè il Cristo siede alla destra del Padre, sebbene questa sessione non si abbia a prendere materialmente.[576]E, appunto, come s'ha a prendere? In questo modo: che la destra significa la potestà nuova di quell'uomo suscetto da Dio; il qual uomo venne prima ad esser giudicato per venir poi a giudicare.[577]È la potestà di giudicare, insomma che è dimostrata da questo essere alla destra; la potestà giudiziaria perchè “il Padre non giudica alcuno, sì diede ogni giudizio al Figlio„.[578]Chi non troverà un cenno a questa potestà nel discorso, che si fa tra Dante e Farinata, sulle leggi e sui decreti degli uomini?[579]e più che un cenno, nell'esposizione della terribile pena, inflitta da Dio, in cui è così esatto contrappasso?[580]Chi fece l'anima morta col corpo abbia anima e corpo sepolti in una tomba eterna, dopo che l'uomo Dio avrà giudicato: chi vide lontano e non vicino e non in sè, veda ora lontano e non vicino, e poi non veda più, dopo il gran giudizio. Ma, sopratutto, chi non affermerà presente allo spirito di Dante questo concetto nell'esclamazione:[581]O sommaSapienza, quanta è l'arteche mostri in cielo, in terra e nel mal mondoe quantogiustotua virtù comparte;esclamazione che prorompe avanti il supplizio dei simoniaci? Chi non dirà che Dante abbia voluto riconoscere un'arte, dirò così, speciale della somma Sapienza nella giustizia che si fa di quelli che corruppero l'intelletto, o solo o con le altre potenze dell'anima?Chè un elemento nuovo si scorge in questi peccatori ultimi: la vergogna. Già in Farinata e Cavalcante si può osservare una sollecitudine per i vivi; per i suoi sbandati, in Farinata, per il figlio, alto d'ingegno, in Cavalcante; che è infinitamente tormentosa per chi giace in tal letto ed è chiuso in tal sepolcro. Non è l'intelletto, il quale nonostante la sua umana eccellenza fu così vano nel dolce mondo; e che ora li tormenta laggiù? Ed è certo l'intelletto che da Malebolge al fondo del basso inferno, aumenta il cruccio dei dannati; come enunzia Virgilio con quel verso che pare ad alcuni un riempitivo:[582]La frode ond'ogni coscienza è morsa;e invece echeggia all'altro “frode è dell'uom proprio male„, come effetto a causa. Nella reità degli altri peccatori è la pervicacia stolida, come in Capaneo; l'incoscienza animalesca prodotta da un abito che più non si depone, come nei fangosi, e negli avari, e anche nei rei della colpa della gola; il dolore acuto di chi vinto da un punto, smarrì la ragione, come in Francesca: nei fraudolenti è la vergogna.E qui devo notare, tornando un passo addietro, una particolarità dei bestiali del primo cerchietto. Sono essi tra l'incontinenza e l'ingiustizia, partecipi dell'una e dell'altra in varia misura. Quelli in cui l'incontinenza predominò, è ragionevole supporre che Dante li rappresenti, per questo rispetto del dolersi nel luogo della pena, come i peccatori d'incontinenza. Vediamo invero che ai violenti contro Dio è posta “diversa legge„.[583]Supin giaceva in terra alcuna gente,alcuna si sedea tutta raccolta,ed altra andava continuamente.Quelli che vanno, sono i sodomiti. E vien subito in mente la rapina dei lussuriosi. Ma c'è altro. L'andare continuamente ha un senso mistico; significa essere agitato dallo stimolo della coscienza.[584]“Non siede, non giace, ma cammina (deambulat) colui che è inquietato dal rimorso della sua coscienza„. In vero Capaneo che giace non è maturato dal fuoco, e colui del sacchetto bianco, che siede, distorce la bocca e trae fuori la lingua, come soleva. Ora quelli che camminano, riconoscono, il loro fallo, sì per bocca di Brunetto che chiama “lerci„ i pari suoi, sì per quella di Iacopo Rusticucci che parla del “dispetto„ che può ispirare la loro miseria e il “tinto aspetto e brollo„.[585]E di più, con altra voce e altro cuore, costui apporta una scusa del suo peccato, come Francesca. Amore fu, dice l'una; la fiera moglie mi nuoce,dice l'altro.[586]Il che è segno come d'un vano risveglio dopo un oscuramento della propria ragione vinta dai sensi. Si trova quindi che il rimorso è nei dannati, in cui la ragione fu sopraffatta dal talento, e in quelli, in cui l'intelletto ebbe parte, dirò così, attiva nel peccato.Ed è in effetto al tutto diverso e contrario; chè nei primi è senza vergogna e senza orror della fama e con un'invocazione alla pietà del vivo e dei vivi; e con la vergogna e con l'orror della fama e col dispetto per il vivo e per i vivi si manifesta nei secondi. Là è l'intelletto sano, come era in Brunetto Latini, che insegnava come l'uom si eterna; come era nelle tre ombre, a cui si voleva esser cortese;[587]l'intelletto sano che, troppo tardi, emerge dalla tristizia del senso: qua l'intelletto depravato che ricorda d'essere stato volto a raggiungere il male. Ma è l'intelletto in questi e in quelli che genera il vario e a ognun più convenevole rimorso.Quello dei fraudolenti è vergogna. Subito nella prima bolgia è Venedico Caccianimico:[588]E quel frustato celar si credettecelando il viso.E “mal volentier„ confessa il suo fallo. Nell'altra bolgia uno sgrida:[589]Perchè se' tu sì ingordo,di riguardar più me, che gli altri brutti?E anch'egli confessa le sue lusinghe, dopo che Danteha detto il nome di lui. Nella terza è papa Niccolò che dice il suo fallo, dopo avere accusato Bonifazio e non senza accusar poi altri predecessori; e il nome suo lo accenna, non lo dice: fui figliuol dell'orsa; e dopo l'invettiva di Dante springava coi piedi,[590]o ira o coscienza che il mordesse.Non sembra mostrar vergogna lo sciagurato della bolgia quinta, il quale dice il suo essere, se non il suo nome; ma era, quando parlava, col ronciglio tra le chiome![591]Nè vergogna mostrano i due frati godenti; ma nel cauto discorso di Catalano si vede chiara l'intenzione di nascondere la loro reità:[592]frati godenti fummo e bolognesi;io Catalano e questi Loderingonomati, e da tua terra insieme presi,come suole esser tolto un uom solingoper conservar sua pace, e fummo tali,ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.Poveretti! sì che Dante comincia col volerli rimbeccare, gl'innocenti uomini solinghi:[593]O frati, i vostri mali...Ma Caifas si distorce e soffia “nella barba co' sospiri„.[594]Non vuol essere veduto, Caifas. Nella settima bolgia è poi manifesto il pensiero di Dante intorno alla vergogna dei dannati. Vanni Fucci dicela sua patria, la sua condizione, la sua reità e il suo nome:[595]Io piovvi di Toscana,poco tempo è, in questa gola fera.Vita bestial mi piacque, e non umana,sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fuccibestia, e Pistoia mi fu degna tana.O dunque? codesta vergogna propria di quella disposizione di cui è proprio l'intelletto, dov'è? È qui. Dante dice: “Aspetti un poco questo vantatore. Come è quaggiù sì basso, se non era che un uomo di sangue e di crucci? Ci ha a essere altro, ch'egli non confessa„.[596]E il peccator, che intese, non s'infinse,ma drizzò verso me l'animo e il voltoe di trista vergogna si dipinse;poi disse: “Più mi duol che tu m'hai coltonella miseria dove tu mi vediche quando fui dell'altra vita tolto.Io non posso negar quel che tu chiedi;in giù son messo tanto, perch'io fuiladro . . . .Vanni non si vergogna fin che si tratta di dire della sua vita bestiale e d'uom di sangue: si vergogna per la giunta. E confessa, sì, senza infingersi, questa giunta; ma perchè “non può negare„; e tuttavia vuol mostrare la sua orribile audacia, e drizza “l'anima e il volto„; madi trista vergogna si dipinse.Vanni è reo anche con l'intelletto; e tuttavia non dice la bugia affermando d'essere stato, e d'essere perciò, anche bestiale; della bestialità di Capaneo che non è maturo, com'esso è acerbo; e tuttavia vuol ingannare. Non dice tutta la verità sulle prime; e quando è costretto dal fato comune dei dannati di Dante a non infingersi, allora si sparge nel suo volto di bestia la vergogna dell'uomo. Non dice la bugia affermando d'essere bestiale. Si può supporre con certezza che molti di questi ladri sono coi predoni della riviera rossa nella relazione in cui Caco è coi centauri che là saettano. Hanno una inordinazione di più, quella dell'intelletto, come il centauro dell'Aventino ha in più che gli altri un draco “che affoca qualunque s'intoppa„.[597]Nell'ottava bolgia non è la vergogna così forte come nelle altre. Sono eroi e guerrieri per cui la frode fu arte. E del resto sono coperti nella fiamma; e Ulisse e Diomede ubbidiscono a questo scongiuro:[598]non vi movete, ma l'un di voi dicadove per lui perduto a morir gissi.Che mi pare valga: Non v'interrogherò intorno alle vostre colpe, sicchè non ha luogo il “mucciare„. Così Dante per Vanni Fucci, come Virgilio per i due eroi sembrano temere che fuggano per non essere costretti a rivelarsi. E alcuni invero fuggono “chiusi„, pur non tanto che il Poeta non li riconosca.[599]EGuido di Montefeltro non dice il suo peccato se non perchè crede di parlare a un morto:[600]s'io credessi che mia risposta fossea persona che mai tornasse al mondo,questa fiamma staria senza più scosse.Non ha “tema d'infamia„ e pure il suo nome non dice. E il rimorso di costoro è significato anche dall'errar continuo, come lucciole nella vallea.Nella nona bolgia gli autori di scandoli e di scismi si nomano: il primo d'essi, però, Maometto, perchè crede Dante dannato; e Pier di Medicina, per predire malanno ad altri. E questi e il Mosca e Beltram del Bornio mostrano pure desiderio che di loro vadano novelle nel mondo.[601]Nel che credo si debba vedere speranza, più di nuovi scandoli e scismi, che di fama. Il fatto di Geri del Bello è quel di tutti; e Dante così suol parlare, una volta per tutte.[602]Geri del Bello vorrebbe che la discordia continuasse e che il suo sangue rifermentasse. E anche i falsificatori si governano in vario modo ed o con sè nomano altri o si dichiarano rei di altra colpa di quella che fu loro apposta, e questa colpa, come l'alchimia, è tale da ammettere alcun vanto.[603]C'è, insomma, più o meno vergogna in tutti i dannati di Malebolge; e in alcuni, se volete, punta; ma tutta la trattazione di questa specie di peccatori si conclude (e per me non è caso) con un suggello suo proprio; che è un grande vergognare di Dante. Al quale Virgilio (e non è caso nemmeno questo) parlacon ira.[604]Non è caso. Dante non racconta una passeggiata delle nostre solite, in cui avvengono tante cose e si dicono tante parole, come vien viene. Gli accidenti, i conversari, il caso, per dir tutto in una parola, è, in questo viaggio oltremondano, invenzione del Poeta. E ha quindi il suo perchè anche quello che sembra caso. Il fatto è che qui risorge l'ira che Virgilio mostrò contro l'Argenti e contro Capaneo; e che qui si descrive un vergognar di Dante, che anche il duca trova eccessivo:[605]Quand'io senti' a me parlar con ira,volsimi verso lui con tal vergogna,ch'ancor per la memoria mi si gira:e qual è quei che suo dannaggio sogna,che sognando desidera sognare,sì che quel ch'è, come non fosse, agogna;tal mi fec'io, non potendo parlare,che desiava scusarmi, e scusavame tuttavia, e nol mi credea fare.Dante qui insegna, come sempre. Insegna qui che in vita abbiamo, per non cadere in certi falli o per risorgerne poi, questa vergogna, testimonio della coscienza; vergogna che se non abbiamo da vivi, con frutto, avremo da morti in vano.XI.E l'ira? Virgilio in questo cerchietto s'è rissato un'altra volta davvero col suo discepolo. Gli ha detto:[606]Ancor se' tu degli altri sciocchi?Qui vive la pietà quando è ben morta:chi è più scellerato che coluiche al giudicio divin compassion porta?Drizza la testa, drizza...E qui come nelle altre bolgie è Virgilio stesso che invita Dante a guardare e a compiacersi della vendetta di Dio; mentre all'ultimo lo rimprovera d'una “bassa voglia„ nell'udire i due in quel piato volgare. Al duca Dante piace, quando e' canta quelle note al papa simoniaco.[607]Dopo avergli fatto vedere Iason che ritiene ancora aspetto reale e avergli raccontato di lui il bene e il male (l'esserci di lui il bene, oltre il male, ammorza il disprezzo), il duca vuole che osservi ancora la sozza scapigliata fante;[608]e si offre a lui per interrogar questi e consiglia a lui di domandar quelli, con particolar cura, che diremmo quasi crudele. Quella volta, nella quarta bolgia, Dante vedendo gli indovini così difformi, piangeva.[609]Se Dio ti lasci, lettor, prender fruttodi tua lezione, or pensa per te stessocom'io potea tener lo viso asciutto,quando la nostra imagine da pressovidi sì torta, che il pianto degli occhile natiche bagnava per lo fesso.Certo i' piangea...E così la sua scorta lo rimbrotta. La pietà qui vive col morire.Abbiamo veduto che la pietà diminuisce via via e s'annulla, rispetto ai peccatori d'incontinenza a mano a mano che l'incontinenza offende, quasi inconsapevolmente, la giustizia, o alla giustizia, per la rea inerzia, non basta; e che, rispetto ai peccatori di violenza o bestialità, è più o men viva, secondo che nel peccato predomina la incontinenza o la malizia. Qui abbiamo la conferma del pensiero di Dante. La pietà deve essere morta avanti quelli la cui malizia fu aiutata anche dall'intelletto, e fu proprio mal dell'uomo. Deve essere morta; eppur non sempre è morta; e anche qui è più o men viva: viva, per esempio avanti gl'indovini, morta e ben morta avanti, per esempio, i simoniaci. Così la vergogna in quali è grande, in quali è minore, in quali, poniamo, nulla. C'è un filo che ci conduca?Il fatto è che nell'altro cerchietto della frode la pietà scema ancora e la vergogna cresce. I traditori tengono il viso basso.[610]Subito uno di Caina,[611]pur col viso in giuedisse: Perchè cotanto in noi ti specchi?Non vorrebbe esser veduto; ma pur conta degli altri, e finisce col dir di sè:sappi ch'io fui il Camicion de' Pazzied aspetto Carlin che mi scagioni.Dante s'avanza nella seconda circuizione e qui narra:[612]Se voler fu o destino o fortunanon so; ma passeggiando tra le testeforte percossi il pie' nel viso ad una.Fu volere forse: a ogni modo, fosse pure stato destino o fortuna, a Dante non increbbe. E vuol sapere il nome del traditore e lo prende per la cuticagna; fin che un altro dice quel nome; e il Poeta allora esclama, che “alla sua onta„ porterà nel mondo notizie di lui. E questi allora rivela quanti più può compagni di pena e d'ignominia: quel da Duera, quel di Beccheria, Gianni del Soldaniero, Ganellone, Tebaldello. Si vede finora ben chiaro che i traditori non amano essere veduti e nomati. Pure è una differenza tra il Camicione e Bocca: quello dice il suo nome, questo no. Ora anche tra i giganti, che certo significano, colà ritti, qualche cosa, è una differenza. C'è tra loro uno “che parla ed è disciolto„:[613]gli altri, no; e a quel di loro, la cui ribellione a Dio fu, diremo noi, con più d'intelligenza, a Nembrotto, Virgilio dice: Anima sciocca! anima confusa! Sono essi raffigurati come enormi bestioni legati, chè non hanno più linguaggio e non hanno più umanità alcuna. Eppure sì dell'uomo avevano. Chè Virgilio pronunzia:[614]Natura certo, quando lasciò l'artedi sì fatti animali, assai fe' bene.... . . . . . . . . . . . .chè dove l'argomento della mentes'aggiunge al mal volere ed alla possa,nessun riparo vi può far la gente...Or l'argomento della mente non hanno più; salvo Anteo che parla, salvo Anteo che non è considerato un bestione, poichè è disciolto. Perchè? Perchè non “contra il sommo Giove„ esercitò la mente e il mal volere e la possa, non essendo stato “all'alta guerra de' suoi fratelli„;[615]sì contro Ercole lottò. Perciò muove ancora le braccia che non menò contro il Dio direttamente, e può distendere le mani che strinsero il figlio del Dio; e parla, e di più è sensibile allo scongiuro della fama.[616]La quale “qui si brama„ dice Virgilio; eppure Dante da Bocca sente dirsi poi:[617]Del contrario ho io brama;levati quindi e non mi dar più lagna,che mal sai lusingar per questa lama.E Bocca non vuol dire nè dice il suo nome, che, in vero, non può nel mondo che sonare onta. E il Camicione, sì, lo dice. Non è esso un Anteo rispetto a Nembrotto o qualunque altro dei giganti legati e muti? Tanto più che nella pena assomigliano i giganti e i dannati della ghiaccia: il gelo di Cocito serra questi, come le catene quelli. E chi non vede ora la ragione della pena stessa? I giganti avevano possa, mal volere e mente. Ebbene or non possono più, che sono incatenati, sebbene vogliano il male ancora, chè Nembrotto grida e vorrebbe disfogar l'ira o altra passione,[618]e Fialte si scuote come torre per tremuoto rubesto. Il mal volere resta in loro; ma le catene impediscono la gran possa, e una confusione totale oscura la loro mente, sì che Nembrotto nonsa trovare il corno sul gran petto, e parla un linguaggio che non s'intende, e non intende alcun linguaggio che gli si parli. Questo difetto del linguaggio non ha Anteo, il quale ama, nel tempo stesso, la lode. È chiaro dunque che anche i dannati che sono al piede dei giganti, il non parlare e il non amar fama l'hanno per castigo o per contrasto a ciò che nel loro peccato fu inordinazione della mente. Il che s'è veduto in Vanni Fucci, che si dipinse di trista vergogna perchè anche con la mente peccò, e non con solo l'animo e la volontà. Possiamo dunque conchiudere che maggiore fu nei peccati l'inordinazione nella mente, e più grave è, in Malebolge e nella Ghiaccia, la vergogna del fallo e l'orror per la fama. Dico la vergogna del fallo: in vero Ulisse risponde a Virgilio, perchè questi ha dichiarato prima, che lo interrogherà su tutt'altro; e Guido risponde anche sul fallo suo proprio, perchè crede che chi lo interroga, sia morto. E così il Conte Ugolino si sente chiedere non la sua pecca, ma quella del traditore che rode;[619]e perciò risponde, e dice subito il suo nome, che è necessario dire se si vuol procacciare infamia all'altro. Nel che è da osservare che il non essere i pessimi dà a questi dannati coraggio di palesarsi; come è il fatto di Camicion de' Pazzi e di tanti di Malebolge.Più grande è dunque l'inordinazione dell'intelletto, più grave è la vergogna e l'ostinazione a nascondersi. Bene: ma perchè Farinata e Cavalcante non mostrano vergogna? In tanto posso dire, che il loro nome non dicono essi; sì, dell'uno, Virgilio loproclama, dell'altro, Dante lo legge.[620]C'è, senza dubbio, una gradazione con quelli del limbo; dei quali pur nessuno si noma da sè, e Virgilio stesso sul primo apparire a Dante il suo nome non dice, sebbene l'esser suo dichiari; ed anche a Sordello comincia con l'indicarsi per la patria, sebbene poi dica anche il nome, che a Stazio è detto da Dante e non da lui. Ma lasciamo questo, sebbene non sia assurdo pensare oltre che alla modestia del virgineo, anche a una peritanza consimile a quel turbamento, da cui il dolce poeta fu preso una volta.[621]Certo è che l'inordinazione dell'intelletto si ha da intendere a quel modo che Dante insegna per bocca di Virgilio:[622]
l'animo...ingiusto fece me contro me giusto.
l'animo...ingiusto fece me contro me giusto.
Lo fece dunque peccar d'ingiustizia contro sè. Ed ecco la sanzione eterna:[553]
chè non è giusto aver ciò ch'uom si toglie.
chè non è giusto aver ciò ch'uom si toglie.
Un altro di quei peccatori esclama:[554]
Io fei giubbetto a me delle mie case:
Io fei giubbetto a me delle mie case:
il che è quanto dire (giubbetto ègibet) feci di me una giustizia ingiusta. Quando il Poeta è per trattare del terzo girone, dice subito:[555]
dovesi vede di giustizia orribil arte;
dovesi vede di giustizia orribil arte;
e di lì a poco grida:[556]
O vendetta di Dio, quanto tu deiesser temuta da ciascun che leggeciò che fu manifesto agli occhi miei!
O vendetta di Dio, quanto tu deiesser temuta da ciascun che leggeciò che fu manifesto agli occhi miei!
Nè è senza perchè la menzione della “diversa legge„ posta a questi infelici, rei di peccato contro la giustizia.E c'è di essi uno che la giusta pena non pare che senta; e invece Virgilio dichiara che nella sua contumacia è la sua pena maggiore:[557]
O Capaneo, in ciò che non s'ammorzala tua superbia, se' tu più punito.
O Capaneo, in ciò che non s'ammorzala tua superbia, se' tu più punito.
E qui, in questo girone, Virgilio spiega l'uffizio dei fiumi infernali, ministri dell'eterna giustizia, che vengono da Creta dove con Saturno regnò la giustizia e donde l'inferno ha il suo giudice: dove è il gran veglio che con la sua posizione da oriente a occidente mostra qual sarebbe per la natura umana lo stato di giustizia, e col piede di terra cotta, lo stato d'ingiustizia o malizia presente. E non si deve dimenticare il discorso di Brunetto, in cui la parola “malizia„ sembra riassumere quei tre peccati della gente fiorentina che è “avara, invidiosa e superba„;[558]e non si deve dimenticare la risposta di Dante alle tre ombre:[559]
La gente nuova e i subiti guadagniorgoglio e dismisura han generata:
La gente nuova e i subiti guadagniorgoglio e dismisura han generata:
chè orgoglio e dismisura, ponendo che siano il peccato punito nello Stige, o i due puniti l'un nello Stige e l'altro nel quarto cerchio, sono il fomite dell'ingiustizia; poichè l'avarizia è da sè un po' ingiusta e dà origine al peggio, e l'orgoglio con la timidità è al piede dell'ingiustizia della città roggia. Infine gli usurieri, finitimi, per così dire, alla frode, e assomigliati,per non essere quasi conoscibili e nominabili, e perchè con loro i ragionamenti hanno a essere corti, gli avari,[560]per l'una e per l'altra ragione sono ben dichiarati ingiusti.
Il concetto di giustizia domina dunque in tutto questo cerchietto; sì che le parole di Virgilio con le quali dice d'avere spento[561]l'ira bestiale del Minotauro, hanno nella nostra mente un'eco, e a un tratto, distinta. Quelle parole significano un ammonimento per ciò che il Poeta dice altrove:[562]“Quanto all'abito, la giustizia ha contrasto alcuna volta nelvelle; chè, quando il volere non è sincero da ogni cupidigia, sebbene la giustizia ci sia, non tuttavolta c'è nel fulgore della sua purezza; come quella che ha in qualche modo una pur menoma resistenza nel suo subbietto; per il che bene sono respinti quelli che tentanopassionareil giudice„. L'ira bestiale non raffigura certo un minimo, sì un massimo di cupidigia che appassiona i giudici, siano essi d'altrui, siano di sè e di Dio; è la passione chiamata di lì a poco “cieca cupidigia e ira folle„; la quale deve essere spenta in ogni nostro giudicare.
È una passione e ha sede, perchè tale, nell'animo o nell'appetito; in quell'animoche fece ingiusto Pier della Vigna; in quelcoreche ha tanta parte nel peccato di Capaneo;[563]in quell'appetito sensitivo dove stagna la tristizia di chi[564]
piange là dove esser dee giocondo.
piange là dove esser dee giocondo.
E perciò questa violenza, che è pur l'ingiustiziatipica, è una cotale incontinenza; è media tra l'incontinenza e la malizia. E in ciò si ha la riprova ch'ella sia dal Poeta chiamata ancora bestialità; chè la bestialità è per Aristotele[565]“un'incontinenza per metafora e non assolutamente„. Il che ci dà finalmente l'ultima ragione dell'aver Dante in questo cerchietto posto una rovina, difficile bensì a scendersi e per le mobili pietre e per la guardia bestiale, ma tale che Dante ne scende, come per la prima dell'incontinenza, e non vi risale, come per l'ultima della malizia.
E vediamo ora la pietà. Nel regno proprio dell'incontinenza, Dante mostra pietà più o meno viva, ma viva, per i peccatori vinti dall'appetito; e più o meno morta per quelli ch'ebbero un principio di ingiustizia. Comincia col lagrimare e finisce col disprezzare quelli che non ebbero la giustizia originale; ha il cuore quasi compunto nel vedere la ridda degli avari e poi si appaga del non poterne conoscere alcuno; disprezza e respinge il loro pianto e si diletta a vedere attuffare quelli dello Stige che non ebbero la fortezza necessaria alla giustizia. Nel primo cerchietto dell'ingiustizia tipica, ma che tale è per un'incontinenza d'ira bestiale, mostra pietà più o meno viva per quelli in cui l'incontinenza predominò; più o meno severità per quelli in cui predominò l'ingiustizia. Nessun cenno di pietà per gli omicide e predoni: essi sono i rei più significativi di mala giustizia e d'inordinata vendetta. Grande pietà per il suicida fatto ingiusto dall'animo. Carità, ma del natio loco più che di lui stesso, per coluiche fe' giubbetto a sè delle sue case. Nel terzo girone Capaneo è aspramente rimbrottato, gli usurieri sono pienamente spregiati. Ma riverenza, pietà, amore mostra il Poeta della rettitudine per quelli che sono tra Capaneo e gli usurieri; sebbene lerci d'un brutto peccato. Dunque nel peccato di Brunetto e delle tre ombre vede predominare l'incontinenza, in quello degli altri l'ingiustizia.
Ma come? Due volte, nell'esporre il peccato dei violenti contro Dio, Virgilio dice “col core„, cioè con l'appetito.[566]Egli dice “col core„: dunque, per incontinenza, vuol dire. E dunque l'incontinenza deve in questo peccato predominare e meritargli pietà. Sì; ma questo peccato è pur detto di malizia, di malizia con forza, cioè d'ingiustizia violenta. Dunque l'aggiunta “col core„ non significa un attenuamento d'esso rispetto ai peccati d'incontinenza, la quale men Dio offende che la malizia; sì un attenuamento rispetto al genere a cui appartiene; attenuamento dichiarato ancora con ciò che la forza non è, come la frode, dell'uom proprio male. È ingiustizia, sì, dice Virgilio, ma è col core solo, non con l'intelletto. Or come nel concetto d'ingiustizia è implicita la volontà, Virgilio dice: col core e con la volontà, non con l'intelletto. Non c'è nel Poema sacro cosa più certa. Dunque la violenza offende più Dio che l'incontinenza; ed è più lieve che la frode, perchè solo col core è consumata. Ma perchè dire “col core, col core„ solo di questa violenza contro Dio, che è la più grave delle tre? O chi non vede ch'esso è un ammonimento a non scambiare questo peccato che èpur contro Dio, col massimo dei peccati, che è quello che a Dio direttamente si oppone? col peccato di Lucifero? Peccato contro Dio: dice Virgilio; ma bada, discepol mio: col core! Non è quello pessimo, sebbene, per quest'essere contro Dio, assomigli. Ma non è. E tuttavia Virgilio poi a Capaneo rimprovera appunto quello, di peccati: la superbia. E Dante la superbia ravvisa in quel ladro, che cerca di darsi per un Capaneo anch'esso.[567]Come? come? Mi basti qui osservare che a capo della disposizione di violenza è quella cupidigia che è anche ira: passioni: la qual cupidigia è in cima come la superbia in fondo[568]; e che, in questo senso, come nè cupidigia, così non superbia è peccato speciale; ma principio di peccato, ma peccato generale. Dunque la superbia reale di Capaneo e apparente di Vanni Fucci, è quel non volersi sottomettere a Dio,[569]che si trova certo nel peccato di Lucifero, ma non è quel peccato e tutto quel peccato. Se io dicessi che codesta superbia di Capaneo si chiamaaversio? che è precipua in tutti i peccati di malizia? che è l'altro aspetto, il rovescio, della cupidità, alla quale perciò equivale; come una moneta è la stessa, tanto se è veduta dalla lettera, quanto se dalla testa? e che questo nome di superbia è data all'aversioo alla cupidigia o all'irabestiale, solo a proposito di questi peccatori, perchè questi sono più manifestamenteaversi? ma che di essi il peccato non è la superbia di Lucifero, perchè nella superbia peccato di Lucifero è sì la superbia passione; ma c'è altro che nel peccato di cotestoro non c'è? che la superbia di Lucifero è così poco bestiale e così poco simile a quella di Capaneo e di Vanni Fucci bestia; che Lucifero è pura intelligenza e non ha l'appetito o animo, o core, se nonmetaphorice?
Se Dante non mostra pietà per Capaneo, è segno che nel suo peccato predomina l'ingiustizia. L'incontinenza c'è, e in buon dato, ma non riesce ad attenuare il peccato che è di malizia con forza contro Dio stesso; che è tanto grave da somigliare al gravissimo. E quello di Brunetto e delle tre ombre? Quello è tale in cui l'incontinenza vi potè più che l'ingiustizia. La quale consisteva in ciò che nella loro reità era proposito d'impedire la generazione. E l'incontinenza era d'irascibile o di concupiscibile? Vediamo che i sodomiti nel purgatorio sono nella cornice della lussuria. Dunque l'incontinenza di Brunetto e degli altri era di concupiscibile. Ma come mai il loro peccato, che è di violenza contro una cosa di Dio, ha pure a capo quell'ira bestiale o cupidigia cieca oaversioo superbia, se dir si vuole; che non appartiene al concupiscibile, sì all'irascibile, anzi è l'irascibile stesso, l'ira stessa? La risposta è facile per chi consideri il verso:[570]
e piange là dov'esser dee giocondo.
e piange là dov'esser dee giocondo.
Con questo verso si dice che nei violenti contro sèe la sua facultade è quella tristizia dello Stige, che è come l'avanzo della concupiscenza, al modo che lo Stige è lo scolaticcio del fiume che non visto se non all'ultimo, passa per i cerchi dell'incontinenza carnale; al modo che la dolce sirena è nel tempo stesso la femmina balba; al modo che contro la lonza leggiera e presta molto è dato come rimedio l'aer dolce che è rimedio ai tristi. Ebbene, se in altri mai, quella tristizia aveva a essere nei violenti contro natura. Dalla concupiscenza passarono alla tristizia, dalla tristizia all'ira bestiale, dall'ira bestiale alla violenza contro Dio. Jacopo Rusticucci afferma:[571]
e certola fiera moglie più ch'altro mi nuoce.
e certola fiera moglie più ch'altro mi nuoce.
Parole non ci appulcro.
E concludo, che avanti l'arche, nel cimitero di color che hanno mala luce, Dante ha esercitato la virtù di quel lume che si chiama la prudenza; e che nel cerchietto della prima specie d'ingiustizia, ha esercitato la virtù di giustizia; e che là fu riverente e pio sebbene non senza alcuno sdegno, mentre qua si mostra combattuto dalla pietà dove l'incontinenza predomina, e tratto a sdegno dove predomina l'ingiustizia. Di che darò la riprova nel capitolo seguente. E infine ripeto che in questo cerchietto s'è spenta l'ira, l'ira bestiale, che è tanto nemica alla giustizia, quanto le è amica e propugnatrice l'ira di zelo, che disserrò le porte dell'ingiustizia, dopo aver varcata senza scorta i cerchi della concupiscenza e passataa piedi asciutti la palude della non fortezza o dismisura nell'irascibile.
E siamo di nuovo alla quarta ferita; di nuovo all'ignoranza o alla depravazione dell'intelletto. La trovammo, questa ignoranza, due volte, nel limbo e nel cimitero. Lasciamo la prima, che è il lume che è tenebra: l'ignoranza originale: l'ignoranza di Aristotele e di Plato. La ignoranza attuale la trovammo un'altra volta. O, a dir meglio, la trovarono un'altra volta Virgilio e Dante. Virgilio guidava.[572]
E poi ch'alla mandestrasi fu volto,passammo tra i martiri e gli alti spaldi.
E poi ch'alla mandestrasi fu volto,passammo tra i martiri e gli alti spaldi.
I due viatori prendono sempre a sinistra; quella volta presero a destra. Perchè? Si può dire che quello fu come un deviare, un uscir dal solito cammino. Ma il deviare accade una altra volta: appunto nella circostanza dello scendere a trovare quell'altra ignoranza. Gerione è venuto a proda; e sta sull'orlo. Sul dosso di quella fiera hanno a scendere.[573]
Lo duca disse: Or convien che si torcala nostra via un poco infino a quellabestia malvagia che colà si corca.Però scendemmo alladestramammella,e dieci passi femmo in su lo stremo...
Lo duca disse: Or convien che si torcala nostra via un poco infino a quellabestia malvagia che colà si corca.
Però scendemmo alladestramammella,e dieci passi femmo in su lo stremo...
Ho io bisogno d'aggiunger verbo? Il rivolgersi a destra per andare alle arche e per venire a Gerione non è per ciò che hanno di comune la froda e l'eresia? E questo non è la depravazione dell'intelletto? La quale non è nell'incontinenza assoluta e nell'incontinenza complicata col mal volere.
Invero se nell'inferno Dante volge quasi sempre a sinistra e nel purgatorio a destra, egli obbedisce al concetto comune che alla destra di Dio sono quelli che a lui si convertono e alla sinistra quelli che da lui si ritorsero; a destra gli agnelli, a sinistra i capretti.[574]Il qual concetto ritrovava poi nell'ypsilondi Pitagora, nella qual lettera la parte sinistra è la via del vizio e la destra quella della virtù.[575]Dante per il suo cammino nell'inferno va a Lucifero. Il cammino è a sinistra. Lucifero, come si dice comunemente del diavolo, che è alla nostra sinistra al modo che l'angelo è alla destra, è dunque sulla man manca. E qual faccia di lui vedrà prima il viatore? La nera; ossia la ignoranza, la depravazione dell'intelletto, l'intelletto volto al male. Due volte però torce a destra.Dunque si torce dal diavolo. E chi incontra a destra? Dio. Quale (si parla misticamente), quale delle sue faccie o persone? Quella che siede a destra. Ed è? La Sapienza. Chè il Cristo siede alla destra del Padre, sebbene questa sessione non si abbia a prendere materialmente.[576]E, appunto, come s'ha a prendere? In questo modo: che la destra significa la potestà nuova di quell'uomo suscetto da Dio; il qual uomo venne prima ad esser giudicato per venir poi a giudicare.[577]È la potestà di giudicare, insomma che è dimostrata da questo essere alla destra; la potestà giudiziaria perchè “il Padre non giudica alcuno, sì diede ogni giudizio al Figlio„.[578]Chi non troverà un cenno a questa potestà nel discorso, che si fa tra Dante e Farinata, sulle leggi e sui decreti degli uomini?[579]e più che un cenno, nell'esposizione della terribile pena, inflitta da Dio, in cui è così esatto contrappasso?[580]Chi fece l'anima morta col corpo abbia anima e corpo sepolti in una tomba eterna, dopo che l'uomo Dio avrà giudicato: chi vide lontano e non vicino e non in sè, veda ora lontano e non vicino, e poi non veda più, dopo il gran giudizio. Ma, sopratutto, chi non affermerà presente allo spirito di Dante questo concetto nell'esclamazione:[581]
O sommaSapienza, quanta è l'arteche mostri in cielo, in terra e nel mal mondoe quantogiustotua virtù comparte;
O sommaSapienza, quanta è l'arteche mostri in cielo, in terra e nel mal mondoe quantogiustotua virtù comparte;
esclamazione che prorompe avanti il supplizio dei simoniaci? Chi non dirà che Dante abbia voluto riconoscere un'arte, dirò così, speciale della somma Sapienza nella giustizia che si fa di quelli che corruppero l'intelletto, o solo o con le altre potenze dell'anima?
Chè un elemento nuovo si scorge in questi peccatori ultimi: la vergogna. Già in Farinata e Cavalcante si può osservare una sollecitudine per i vivi; per i suoi sbandati, in Farinata, per il figlio, alto d'ingegno, in Cavalcante; che è infinitamente tormentosa per chi giace in tal letto ed è chiuso in tal sepolcro. Non è l'intelletto, il quale nonostante la sua umana eccellenza fu così vano nel dolce mondo; e che ora li tormenta laggiù? Ed è certo l'intelletto che da Malebolge al fondo del basso inferno, aumenta il cruccio dei dannati; come enunzia Virgilio con quel verso che pare ad alcuni un riempitivo:[582]
La frode ond'ogni coscienza è morsa;
La frode ond'ogni coscienza è morsa;
e invece echeggia all'altro “frode è dell'uom proprio male„, come effetto a causa. Nella reità degli altri peccatori è la pervicacia stolida, come in Capaneo; l'incoscienza animalesca prodotta da un abito che più non si depone, come nei fangosi, e negli avari, e anche nei rei della colpa della gola; il dolore acuto di chi vinto da un punto, smarrì la ragione, come in Francesca: nei fraudolenti è la vergogna.E qui devo notare, tornando un passo addietro, una particolarità dei bestiali del primo cerchietto. Sono essi tra l'incontinenza e l'ingiustizia, partecipi dell'una e dell'altra in varia misura. Quelli in cui l'incontinenza predominò, è ragionevole supporre che Dante li rappresenti, per questo rispetto del dolersi nel luogo della pena, come i peccatori d'incontinenza. Vediamo invero che ai violenti contro Dio è posta “diversa legge„.[583]
Supin giaceva in terra alcuna gente,alcuna si sedea tutta raccolta,ed altra andava continuamente.
Supin giaceva in terra alcuna gente,alcuna si sedea tutta raccolta,ed altra andava continuamente.
Quelli che vanno, sono i sodomiti. E vien subito in mente la rapina dei lussuriosi. Ma c'è altro. L'andare continuamente ha un senso mistico; significa essere agitato dallo stimolo della coscienza.[584]“Non siede, non giace, ma cammina (deambulat) colui che è inquietato dal rimorso della sua coscienza„. In vero Capaneo che giace non è maturato dal fuoco, e colui del sacchetto bianco, che siede, distorce la bocca e trae fuori la lingua, come soleva. Ora quelli che camminano, riconoscono, il loro fallo, sì per bocca di Brunetto che chiama “lerci„ i pari suoi, sì per quella di Iacopo Rusticucci che parla del “dispetto„ che può ispirare la loro miseria e il “tinto aspetto e brollo„.[585]E di più, con altra voce e altro cuore, costui apporta una scusa del suo peccato, come Francesca. Amore fu, dice l'una; la fiera moglie mi nuoce,dice l'altro.[586]Il che è segno come d'un vano risveglio dopo un oscuramento della propria ragione vinta dai sensi. Si trova quindi che il rimorso è nei dannati, in cui la ragione fu sopraffatta dal talento, e in quelli, in cui l'intelletto ebbe parte, dirò così, attiva nel peccato.
Ed è in effetto al tutto diverso e contrario; chè nei primi è senza vergogna e senza orror della fama e con un'invocazione alla pietà del vivo e dei vivi; e con la vergogna e con l'orror della fama e col dispetto per il vivo e per i vivi si manifesta nei secondi. Là è l'intelletto sano, come era in Brunetto Latini, che insegnava come l'uom si eterna; come era nelle tre ombre, a cui si voleva esser cortese;[587]l'intelletto sano che, troppo tardi, emerge dalla tristizia del senso: qua l'intelletto depravato che ricorda d'essere stato volto a raggiungere il male. Ma è l'intelletto in questi e in quelli che genera il vario e a ognun più convenevole rimorso.
Quello dei fraudolenti è vergogna. Subito nella prima bolgia è Venedico Caccianimico:[588]
E quel frustato celar si credettecelando il viso.
E quel frustato celar si credettecelando il viso.
E “mal volentier„ confessa il suo fallo. Nell'altra bolgia uno sgrida:[589]
Perchè se' tu sì ingordo,di riguardar più me, che gli altri brutti?
Perchè se' tu sì ingordo,di riguardar più me, che gli altri brutti?
E anch'egli confessa le sue lusinghe, dopo che Danteha detto il nome di lui. Nella terza è papa Niccolò che dice il suo fallo, dopo avere accusato Bonifazio e non senza accusar poi altri predecessori; e il nome suo lo accenna, non lo dice: fui figliuol dell'orsa; e dopo l'invettiva di Dante springava coi piedi,[590]
o ira o coscienza che il mordesse.
o ira o coscienza che il mordesse.
Non sembra mostrar vergogna lo sciagurato della bolgia quinta, il quale dice il suo essere, se non il suo nome; ma era, quando parlava, col ronciglio tra le chiome![591]Nè vergogna mostrano i due frati godenti; ma nel cauto discorso di Catalano si vede chiara l'intenzione di nascondere la loro reità:[592]
frati godenti fummo e bolognesi;io Catalano e questi Loderingonomati, e da tua terra insieme presi,come suole esser tolto un uom solingoper conservar sua pace, e fummo tali,ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.
frati godenti fummo e bolognesi;io Catalano e questi Loderingonomati, e da tua terra insieme presi,
come suole esser tolto un uom solingoper conservar sua pace, e fummo tali,ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.
Poveretti! sì che Dante comincia col volerli rimbeccare, gl'innocenti uomini solinghi:[593]
O frati, i vostri mali...
O frati, i vostri mali...
Ma Caifas si distorce e soffia “nella barba co' sospiri„.[594]Non vuol essere veduto, Caifas. Nella settima bolgia è poi manifesto il pensiero di Dante intorno alla vergogna dei dannati. Vanni Fucci dicela sua patria, la sua condizione, la sua reità e il suo nome:[595]
Io piovvi di Toscana,poco tempo è, in questa gola fera.Vita bestial mi piacque, e non umana,sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fuccibestia, e Pistoia mi fu degna tana.
Io piovvi di Toscana,poco tempo è, in questa gola fera.
Vita bestial mi piacque, e non umana,sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fuccibestia, e Pistoia mi fu degna tana.
O dunque? codesta vergogna propria di quella disposizione di cui è proprio l'intelletto, dov'è? È qui. Dante dice: “Aspetti un poco questo vantatore. Come è quaggiù sì basso, se non era che un uomo di sangue e di crucci? Ci ha a essere altro, ch'egli non confessa„.[596]
E il peccator, che intese, non s'infinse,ma drizzò verso me l'animo e il voltoe di trista vergogna si dipinse;poi disse: “Più mi duol che tu m'hai coltonella miseria dove tu mi vediche quando fui dell'altra vita tolto.Io non posso negar quel che tu chiedi;in giù son messo tanto, perch'io fuiladro . . . .
E il peccator, che intese, non s'infinse,ma drizzò verso me l'animo e il voltoe di trista vergogna si dipinse;
poi disse: “Più mi duol che tu m'hai coltonella miseria dove tu mi vediche quando fui dell'altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi;in giù son messo tanto, perch'io fuiladro . . . .
Vanni non si vergogna fin che si tratta di dire della sua vita bestiale e d'uom di sangue: si vergogna per la giunta. E confessa, sì, senza infingersi, questa giunta; ma perchè “non può negare„; e tuttavia vuol mostrare la sua orribile audacia, e drizza “l'anima e il volto„; ma
di trista vergogna si dipinse.
di trista vergogna si dipinse.
Vanni è reo anche con l'intelletto; e tuttavia non dice la bugia affermando d'essere stato, e d'essere perciò, anche bestiale; della bestialità di Capaneo che non è maturo, com'esso è acerbo; e tuttavia vuol ingannare. Non dice tutta la verità sulle prime; e quando è costretto dal fato comune dei dannati di Dante a non infingersi, allora si sparge nel suo volto di bestia la vergogna dell'uomo. Non dice la bugia affermando d'essere bestiale. Si può supporre con certezza che molti di questi ladri sono coi predoni della riviera rossa nella relazione in cui Caco è coi centauri che là saettano. Hanno una inordinazione di più, quella dell'intelletto, come il centauro dell'Aventino ha in più che gli altri un draco “che affoca qualunque s'intoppa„.[597]
Nell'ottava bolgia non è la vergogna così forte come nelle altre. Sono eroi e guerrieri per cui la frode fu arte. E del resto sono coperti nella fiamma; e Ulisse e Diomede ubbidiscono a questo scongiuro:[598]
non vi movete, ma l'un di voi dicadove per lui perduto a morir gissi.
non vi movete, ma l'un di voi dicadove per lui perduto a morir gissi.
Che mi pare valga: Non v'interrogherò intorno alle vostre colpe, sicchè non ha luogo il “mucciare„. Così Dante per Vanni Fucci, come Virgilio per i due eroi sembrano temere che fuggano per non essere costretti a rivelarsi. E alcuni invero fuggono “chiusi„, pur non tanto che il Poeta non li riconosca.[599]EGuido di Montefeltro non dice il suo peccato se non perchè crede di parlare a un morto:[600]
s'io credessi che mia risposta fossea persona che mai tornasse al mondo,questa fiamma staria senza più scosse.
s'io credessi che mia risposta fossea persona che mai tornasse al mondo,questa fiamma staria senza più scosse.
Non ha “tema d'infamia„ e pure il suo nome non dice. E il rimorso di costoro è significato anche dall'errar continuo, come lucciole nella vallea.
Nella nona bolgia gli autori di scandoli e di scismi si nomano: il primo d'essi, però, Maometto, perchè crede Dante dannato; e Pier di Medicina, per predire malanno ad altri. E questi e il Mosca e Beltram del Bornio mostrano pure desiderio che di loro vadano novelle nel mondo.[601]Nel che credo si debba vedere speranza, più di nuovi scandoli e scismi, che di fama. Il fatto di Geri del Bello è quel di tutti; e Dante così suol parlare, una volta per tutte.[602]Geri del Bello vorrebbe che la discordia continuasse e che il suo sangue rifermentasse. E anche i falsificatori si governano in vario modo ed o con sè nomano altri o si dichiarano rei di altra colpa di quella che fu loro apposta, e questa colpa, come l'alchimia, è tale da ammettere alcun vanto.[603]C'è, insomma, più o meno vergogna in tutti i dannati di Malebolge; e in alcuni, se volete, punta; ma tutta la trattazione di questa specie di peccatori si conclude (e per me non è caso) con un suggello suo proprio; che è un grande vergognare di Dante. Al quale Virgilio (e non è caso nemmeno questo) parlacon ira.[604]Non è caso. Dante non racconta una passeggiata delle nostre solite, in cui avvengono tante cose e si dicono tante parole, come vien viene. Gli accidenti, i conversari, il caso, per dir tutto in una parola, è, in questo viaggio oltremondano, invenzione del Poeta. E ha quindi il suo perchè anche quello che sembra caso. Il fatto è che qui risorge l'ira che Virgilio mostrò contro l'Argenti e contro Capaneo; e che qui si descrive un vergognar di Dante, che anche il duca trova eccessivo:[605]
Quand'io senti' a me parlar con ira,volsimi verso lui con tal vergogna,ch'ancor per la memoria mi si gira:e qual è quei che suo dannaggio sogna,che sognando desidera sognare,sì che quel ch'è, come non fosse, agogna;tal mi fec'io, non potendo parlare,che desiava scusarmi, e scusavame tuttavia, e nol mi credea fare.
Quand'io senti' a me parlar con ira,volsimi verso lui con tal vergogna,ch'ancor per la memoria mi si gira:
e qual è quei che suo dannaggio sogna,che sognando desidera sognare,sì che quel ch'è, come non fosse, agogna;
tal mi fec'io, non potendo parlare,che desiava scusarmi, e scusavame tuttavia, e nol mi credea fare.
Dante qui insegna, come sempre. Insegna qui che in vita abbiamo, per non cadere in certi falli o per risorgerne poi, questa vergogna, testimonio della coscienza; vergogna che se non abbiamo da vivi, con frutto, avremo da morti in vano.
E l'ira? Virgilio in questo cerchietto s'è rissato un'altra volta davvero col suo discepolo. Gli ha detto:[606]
Ancor se' tu degli altri sciocchi?Qui vive la pietà quando è ben morta:chi è più scellerato che coluiche al giudicio divin compassion porta?Drizza la testa, drizza...
Ancor se' tu degli altri sciocchi?Qui vive la pietà quando è ben morta:
chi è più scellerato che coluiche al giudicio divin compassion porta?Drizza la testa, drizza...
E qui come nelle altre bolgie è Virgilio stesso che invita Dante a guardare e a compiacersi della vendetta di Dio; mentre all'ultimo lo rimprovera d'una “bassa voglia„ nell'udire i due in quel piato volgare. Al duca Dante piace, quando e' canta quelle note al papa simoniaco.[607]Dopo avergli fatto vedere Iason che ritiene ancora aspetto reale e avergli raccontato di lui il bene e il male (l'esserci di lui il bene, oltre il male, ammorza il disprezzo), il duca vuole che osservi ancora la sozza scapigliata fante;[608]e si offre a lui per interrogar questi e consiglia a lui di domandar quelli, con particolar cura, che diremmo quasi crudele. Quella volta, nella quarta bolgia, Dante vedendo gli indovini così difformi, piangeva.[609]
Se Dio ti lasci, lettor, prender fruttodi tua lezione, or pensa per te stessocom'io potea tener lo viso asciutto,quando la nostra imagine da pressovidi sì torta, che il pianto degli occhile natiche bagnava per lo fesso.Certo i' piangea...
Se Dio ti lasci, lettor, prender fruttodi tua lezione, or pensa per te stessocom'io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine da pressovidi sì torta, che il pianto degli occhile natiche bagnava per lo fesso.
Certo i' piangea...
E così la sua scorta lo rimbrotta. La pietà qui vive col morire.
Abbiamo veduto che la pietà diminuisce via via e s'annulla, rispetto ai peccatori d'incontinenza a mano a mano che l'incontinenza offende, quasi inconsapevolmente, la giustizia, o alla giustizia, per la rea inerzia, non basta; e che, rispetto ai peccatori di violenza o bestialità, è più o men viva, secondo che nel peccato predomina la incontinenza o la malizia. Qui abbiamo la conferma del pensiero di Dante. La pietà deve essere morta avanti quelli la cui malizia fu aiutata anche dall'intelletto, e fu proprio mal dell'uomo. Deve essere morta; eppur non sempre è morta; e anche qui è più o men viva: viva, per esempio avanti gl'indovini, morta e ben morta avanti, per esempio, i simoniaci. Così la vergogna in quali è grande, in quali è minore, in quali, poniamo, nulla. C'è un filo che ci conduca?
Il fatto è che nell'altro cerchietto della frode la pietà scema ancora e la vergogna cresce. I traditori tengono il viso basso.[610]Subito uno di Caina,[611]
pur col viso in giuedisse: Perchè cotanto in noi ti specchi?
pur col viso in giuedisse: Perchè cotanto in noi ti specchi?
Non vorrebbe esser veduto; ma pur conta degli altri, e finisce col dir di sè:
sappi ch'io fui il Camicion de' Pazzied aspetto Carlin che mi scagioni.
sappi ch'io fui il Camicion de' Pazzied aspetto Carlin che mi scagioni.
Dante s'avanza nella seconda circuizione e qui narra:[612]
Se voler fu o destino o fortunanon so; ma passeggiando tra le testeforte percossi il pie' nel viso ad una.
Se voler fu o destino o fortunanon so; ma passeggiando tra le testeforte percossi il pie' nel viso ad una.
Fu volere forse: a ogni modo, fosse pure stato destino o fortuna, a Dante non increbbe. E vuol sapere il nome del traditore e lo prende per la cuticagna; fin che un altro dice quel nome; e il Poeta allora esclama, che “alla sua onta„ porterà nel mondo notizie di lui. E questi allora rivela quanti più può compagni di pena e d'ignominia: quel da Duera, quel di Beccheria, Gianni del Soldaniero, Ganellone, Tebaldello. Si vede finora ben chiaro che i traditori non amano essere veduti e nomati. Pure è una differenza tra il Camicione e Bocca: quello dice il suo nome, questo no. Ora anche tra i giganti, che certo significano, colà ritti, qualche cosa, è una differenza. C'è tra loro uno “che parla ed è disciolto„:[613]gli altri, no; e a quel di loro, la cui ribellione a Dio fu, diremo noi, con più d'intelligenza, a Nembrotto, Virgilio dice: Anima sciocca! anima confusa! Sono essi raffigurati come enormi bestioni legati, chè non hanno più linguaggio e non hanno più umanità alcuna. Eppure sì dell'uomo avevano. Chè Virgilio pronunzia:[614]
Natura certo, quando lasciò l'artedi sì fatti animali, assai fe' bene.... . . . . . . . . . . . .chè dove l'argomento della mentes'aggiunge al mal volere ed alla possa,nessun riparo vi può far la gente...
Natura certo, quando lasciò l'artedi sì fatti animali, assai fe' bene.... . . . . . . . . . . . .
chè dove l'argomento della mentes'aggiunge al mal volere ed alla possa,nessun riparo vi può far la gente...
Or l'argomento della mente non hanno più; salvo Anteo che parla, salvo Anteo che non è considerato un bestione, poichè è disciolto. Perchè? Perchè non “contra il sommo Giove„ esercitò la mente e il mal volere e la possa, non essendo stato “all'alta guerra de' suoi fratelli„;[615]sì contro Ercole lottò. Perciò muove ancora le braccia che non menò contro il Dio direttamente, e può distendere le mani che strinsero il figlio del Dio; e parla, e di più è sensibile allo scongiuro della fama.[616]La quale “qui si brama„ dice Virgilio; eppure Dante da Bocca sente dirsi poi:[617]
Del contrario ho io brama;levati quindi e non mi dar più lagna,che mal sai lusingar per questa lama.
Del contrario ho io brama;levati quindi e non mi dar più lagna,che mal sai lusingar per questa lama.
E Bocca non vuol dire nè dice il suo nome, che, in vero, non può nel mondo che sonare onta. E il Camicione, sì, lo dice. Non è esso un Anteo rispetto a Nembrotto o qualunque altro dei giganti legati e muti? Tanto più che nella pena assomigliano i giganti e i dannati della ghiaccia: il gelo di Cocito serra questi, come le catene quelli. E chi non vede ora la ragione della pena stessa? I giganti avevano possa, mal volere e mente. Ebbene or non possono più, che sono incatenati, sebbene vogliano il male ancora, chè Nembrotto grida e vorrebbe disfogar l'ira o altra passione,[618]e Fialte si scuote come torre per tremuoto rubesto. Il mal volere resta in loro; ma le catene impediscono la gran possa, e una confusione totale oscura la loro mente, sì che Nembrotto nonsa trovare il corno sul gran petto, e parla un linguaggio che non s'intende, e non intende alcun linguaggio che gli si parli. Questo difetto del linguaggio non ha Anteo, il quale ama, nel tempo stesso, la lode. È chiaro dunque che anche i dannati che sono al piede dei giganti, il non parlare e il non amar fama l'hanno per castigo o per contrasto a ciò che nel loro peccato fu inordinazione della mente. Il che s'è veduto in Vanni Fucci, che si dipinse di trista vergogna perchè anche con la mente peccò, e non con solo l'animo e la volontà. Possiamo dunque conchiudere che maggiore fu nei peccati l'inordinazione nella mente, e più grave è, in Malebolge e nella Ghiaccia, la vergogna del fallo e l'orror per la fama. Dico la vergogna del fallo: in vero Ulisse risponde a Virgilio, perchè questi ha dichiarato prima, che lo interrogherà su tutt'altro; e Guido risponde anche sul fallo suo proprio, perchè crede che chi lo interroga, sia morto. E così il Conte Ugolino si sente chiedere non la sua pecca, ma quella del traditore che rode;[619]e perciò risponde, e dice subito il suo nome, che è necessario dire se si vuol procacciare infamia all'altro. Nel che è da osservare che il non essere i pessimi dà a questi dannati coraggio di palesarsi; come è il fatto di Camicion de' Pazzi e di tanti di Malebolge.
Più grande è dunque l'inordinazione dell'intelletto, più grave è la vergogna e l'ostinazione a nascondersi. Bene: ma perchè Farinata e Cavalcante non mostrano vergogna? In tanto posso dire, che il loro nome non dicono essi; sì, dell'uno, Virgilio loproclama, dell'altro, Dante lo legge.[620]C'è, senza dubbio, una gradazione con quelli del limbo; dei quali pur nessuno si noma da sè, e Virgilio stesso sul primo apparire a Dante il suo nome non dice, sebbene l'esser suo dichiari; ed anche a Sordello comincia con l'indicarsi per la patria, sebbene poi dica anche il nome, che a Stazio è detto da Dante e non da lui. Ma lasciamo questo, sebbene non sia assurdo pensare oltre che alla modestia del virgineo, anche a una peritanza consimile a quel turbamento, da cui il dolce poeta fu preso una volta.[621]Certo è che l'inordinazione dell'intelletto si ha da intendere a quel modo che Dante insegna per bocca di Virgilio:[622]