«State contente, umane genti,ai tori.»
«State contente, umane genti,ai tori.»
Prima di partire per l'Andalusia andai a vedere il famoso convento dell'Escuriale, il Leviatan dell'Architettura, l'ottava meraviglia del mondo, il più gran mucchio di granito che esista sulla terra, e se volete altre denominazioni grandiose, immaginatene pure, chè non ne troverete nessuna che non gli sia stata ancora applicata. Partii da Madrid di buon mattino. Il villaggio dell'Escurial, che diede il nome al convento, è a otto leghe dalla città, a poca distanza dal Guadarrama; e la strada attraversa una campagna arida e spopolata, chiusa all'orizzonte da monti coperti di neve. Quando arrivai alla stazione dell'Escuriale, veniva giù una pioggiolina fitta e fredda che dava i brividi. Dalla stazione al villaggio c'è un mezzo miglio di salita; m'infilai in una diligenza, e di lì a pochi minuti fui sbarcato in una strada solitaria, fiancheggiata a sinistra dal convento, a destra dalle case del villaggio, e in fondo chiusa dalla montagna. A primo aspetto non si raccapezza nulla; si credeva di vedere un edifizio, si vede una città; non si sa se si è già dentro al convento o se si è ancora fuori; da ogni parte si vedon quelle mura; si va oltre, ci si trova in una piazza; si guarda attorno, si vedon delle strade; non si è ancora entrati, e già il convento ci circonda, e noi abbiamo perduto la bussola,e non sappiamo più da che parte voltarci. Il primo sentimento è tristo: tutto l'edifizio è di pietra color terrigno, e rigato di bianco tra pietra e pietra; i tetti son coperti di lamine di piombo. Sembra un edifizio di terra. Le mura sono altissime e nude, e hanno un gran numero di finestre che paion feritoie. Più che un convento, si direbbe che è una prigione. Per tutto si vede quel color cupo, morto; e non anima viva, e un silenzio di fortezza abbandonata; e di là dai tetti neri, la montagna nera, che par che penda sull'edifizio, e gli dà un'aria di misteriosa solitudine. Il luogo, le forme, i colori, ogni cosa par scelto da chi fondò l'edifizio coll'intento di offrire agli occhi degli uomini uno spettacolo tristo e solenne. Prima d'entrare, voi avete perduto la vostra gaiezza; non sorridete più, pensate. Vi arrestate alle porte dell'Escuriale con una sorta di trepidazione, come alle porte d'una città vuota; vi pare che, se in qualche angolo del mondo regnasse ancora il terrore della Inquisizione, dovrebbe regnar tra quelle mura; direste che là dentro se n'ha a vedere l'ultima traccia e a sentire l'ultima eco.
Tutti sanno che la basilica e il convento dell'Escurial furon fondati da Filippo II dopo la battaglia di San Quintino, in adempimento d'un voto fatto a san Lorenzo, durante l'assedio, quando gli assedianti eran stati costretti a cannoneggiare una chiesa consacrata a quel santo. Don Juan Batista diToledo iniziò l'opera, l'Herrera la compì; i lavori durarono vent'un anno. Filippo II volle che l'edifizio presentasse la forma d'una graticola a commemorazione del martirio di san Lorenzo; e tale è infatti la sua forma. Il piano è un parallelogrammo rettangolare. Ai quattro angoli s'alzano quattro grandi torri quadrate col tetto a punta, che rappresentano i quattro piedi della graticola; la chiesa e il palazzo reale che sorgon da un lato, simboleggiano il manico; gli edifizi interni che congiungono i due lati più lunghi, tengon luogo delle sbarre traversali. Altri edifizi minori sorgono fuori del parallelogrammo, a breve distanza dal convento, lungo uno dei lati lunghi, e uno dei corti, e formano due grandi piazze; dagli altri due lati sono i giardini. Facciate, porte, atrii, ogni cosa è in armonia colla grandezza e col carattere dell'edifizio; ed è inutile ammontar descrizioni su descrizioni. Il palazzo reale è splendidissimo, e convien vederlo, per non mescolar poi disparate impressioni, prima di entrare nel convento e nella chiesa. Questo palazzo occupa l'angolo levante-tramontana dell'edifizio. Alcune sale son piene di quadri, altre tappezzate dal pavimento alla volta di tappeti che rappresentan corse di tori, balli popolari, giuochi, feste, costumi spagnuoli, disegnati dal Goya; altre regalmente mobiliate e parate; il pavimento, le porte, le finestre coperte di meravigliosi lavori d'intarsio e di dorature stupende. Ma fra tutte le sale è notevole quella di Filippo II; una cella meglio che una sala, nuda e squallida, con un'alcova che rispondeall'oratorio reale della chiesa, in modo che dal letto, tenendo schiuse le porte, si può vedere il sacerdote che dice la messa. Filippo II dormiva in quella cella, vi fece la sua ultima malattia e vi morì. Si vedono ancora alcune seggiole usate da lui, due panchettini sui quali appoggiava la gamba tormentata dalla gotta, e uno scrittoio. Le pareti son bianche, il soffitto piano e senza ornamenti, il pavimento di mattoni.
Visto il palazzo reale, si esce dall'edifizio, si attraversa la piazza e si rientra per la porta principale. Un custode vi si attacca ai panni, attraversate un ampio vestibolo, vi trovate nel cortile dei Re. Là vi potete formare una prima idea della immane ossatura dell'edifizio. Il cortile è tutto chiuso da muri; dal lato opposto alla porta è la facciata della chiesa. Sur una spaziosa gradinata s'alzano sei enormi colonne doriche, ognuna delle quali sostiene un grande piedestallo, e ogni piedestallo una statua. Son sei statue colossali, di Battista Monegro, rappresentanti Giosafat, Ezechiello, Davide, Salomone, Giosuè, Manasse. Il cortile è lastricato, sparso di cespi d'erba, umido; i muri paion roccie tagliate a picco; tutto è rigido, massiccio, pesante, e offre non so che fantastico aspetto di edifizio titanico, cavato in una montagna di pietra, e atto a sfidare le scosse della terra e i fulmini del cielo. Là si comincia a capire che cosa sia l'Escuriale.
Si sale la gradinata e si entra nella chiesa.
L'interno della chiesa è tristo e nudo; quattro enormi pilastri di granito bigio sostengono le vòltedipinte a fresco da Luca Giordano; accanto all'altar maggiore, scolpito e dorato alla spagnuola, negli intercolonni di due oratori reali, si vedono due gruppi di statue di bronzo inginocchiate, colle mani giunte verso l'altare; a destra Carlo V, l'imperatrice Isabella e parecchie principesse; a sinistra Filippo II, colle sue mogli. Sopra la porta della chiesa, a trenta piedi dal suolo, in fondo alla navata maggiore, s'alza il coro, con due giri di seggiole d'ordine corintio, di semplice disegno. In un canto, vicino a una porta segreta, è la seggiola che occupava Filippo II. Egli riceveva da quella porta le lettere e le imbasciate importanti, senza che se n'avvedessero i preti che cantavano nel coro. Questa chiesa che, appetto all'intero edifizio, par piccina, è nullameno una delle più vaste chiese della Spagna; e benchè appaia così spoglia d'ornamenti, racchiude immensi tesori di marmi, d'ori, di reliquie, di quadri, che l'oscurità in parte nasconde, e dai quali il triste aspetto dell'edifizio distrae l'attenzione. Oltre le mille opere d'arte che si vedon nelle cappelle, negli stanzini attigui alla chiesa, nelle scale che salgono alle tribune, v'è in un corridoio dietro al coro uno stupendo crocifisso di marmo bianco di Benvenuto Cellini, coll'iscrizione:Benvenutus Zelinus, civis florentinus facebat 1562. In altre parti si vedon quadri del Navarrete e dell'Herrera. Ma ogni sentimento di meraviglia muore in quello della tristezza. Il colore della pietra, la luce dubbia, il silenzio profondo che vi circonda, richiama incessantementeil vostro pensiero alla vastità, ai recessi ignoti, alla solitudine dell'edifizio, e non vi lascia luogo al diletto dell'ammirazione. L'aspetto di quella chiesa vi desta un senso inesprimibile di inquietudine. Voi indovinereste, quando non lo sapeste altrimenti, che intorno a quelle mura, per un grande spazio, non v'è che granito, oscurità e silenzio; senza vedere lo smisurato edifizio, lo sentite; sentite che vi trovate in mezzo a una città disabitata; vorreste affrettare il passo per vederla presto, per liberarvi dall'incubo di quel mistero, per cercare, se in qualche parte vi fosse, la luce viva, il rumore, la vita.
Dalla chiesa, per parecchie stanze nude e fredde, si va nella sacrestia, un'ampia sala a volta, nella quale tutta una parete è occupata da armadi di legni svariati e finissimi, che racchiudono gli ornamenti sacri; la parete opposta, da una serie di quadri del Ribera, del Giordano, del Zurbaran, del Tintoretto e d'altri pittori italiani e spagnuoli; e in fondo il famoso altare dellaSanta formacol celeberrimo quadro del poveroClaudioCoello, che morì di crepacuore per la chiamata di Luca Giordano all'Escuriale. L'effetto di questo quadro è veramente superiore ad ogni immaginazione. Rappresenta, con figure di grandezza naturale, la processione che si fece per collocare in quel medesimo luogo laSanta forma; vi è ritratta appunto quella sacrestia, e l'altare; il priore inginocchiato sulla gradinata, colla custodia e l'ostia sacra nelle mani; intorno a lui i diaconi;da un lato Carlo II in ginocchio; più in là monaci, chierici, seminaristi ed altri fedeli. Le figure sono così vive e parlanti, la prospettiva così vera, il colorito, l'ombre, la luce così efficaci, che al primo entrare nella sacrestia, si scambia il quadro con uno specchio che rifletta una funzione religiosa celebrata in quel momento in una sala vicina. Poi l'illusione delle figure sparisce; ma resta quella del fondo del quadro, e si ha proprio bisogno di avvicinarsi fin quasi a toccarlo, per credere che quella non è un'altra sacrestia, ma una tela dipinta. Nei giorni di giubileo questa tela si arrotola, ed appare in mezzo a una piccola cappella un tempietto di bronzo dorato, dentro al quale si vede una magnifica custodia che racchiude l'ostia sacra, tempestata di diecimila tra rubini, diamanti, amatiste, granate, disposti in forma di raggi, che abbarbaglian la vista.
Dalla sacrestia andammo al Panteon. Un custode con una fiaccola accesa mi precedette, scendemmo una lunga scala di granito, giungemmo a una porta sotterranea dove non penetrava raggio di luce. Al di sopra di questa porta si legge la seguente iscrizione in lettere di bronzo dorato:
«Dio Onnipotente e Grande!
»Luogo consacrato dalla pietà della dinastia austriaca alle spoglie mortali dei re cattolici, che stanno aspettando il desiderato giorno sotto l'altar maggiore sacro al Redentore del genere umano. Carlo V, il più illustre dei Cesari, desiderò questo luogo di ultimo riposo per sè e pel suo lignaggio;Filippo II, il più prudente dei re, lo designò. Filippo III, monarca sinceramente pietoso, diede principio ai lavori. Filippo IV, grande per la sua clemenza, costanza e devozione, lo ampliò, lo abbellì e lo condusse a termine l'anno del Signore 1654.»
Il custode entrò, lo seguii, mi trovai in mezzo ai sepolcri, o meglio in un sepolcro oscuro e freddo come la grotta d'una montagna. È una piccola sala ottagonale, tutta marmo, con un altarino nella parete opposta alla porta, e nelle rimanenti, dal suolo alla vòlta, l'una sull'altra, le tombe, distinte con ornamenti di bronzo e bassorilievi; la vòlta corrisponde all'altar maggiore della chiesa. A destra dell'altare son sepolti Carlo V, Filippo II, Filippo III, Filippo IV, Luigi I, i tre Don Carlos, Ferdinando VII; a sinistra le imperatrici e le regine. Il custode avvicinò la fiaccola alla tomba di Donna Maria Luisa di Savoia, moglie di Carlo III, e mi disse con aria di mistero:—Legga.—Il marmo è rigato in vari sensi; con un po' d'attenzione riescii a raccapezzare cinque lettere; è il nome—Luisa—scritto dalla stessa regina Luisa con la punta delle forbici. A un tratto il custode spense la fiaccola e rimanemmo nelle tenebre: mi si agghiacciò il sangue nelle vene.—Accenda!—gridai. Il custode rise d'un riso lungo e lugubre, che mi parve il rantolo d'un moribondo, e rispose:—Guardi!—Guardai: un debolissimo raggio di luce, scendendo da un'apertura vicino alla vôlta,lungo la parete, sin quasi al pavimento, rischiarava appena tanto da renderle visibili, alcune tombe di regine; e pareva un raggio di luna; e i bassorilievi e i bronzi delle tombe luccicavano a quel barlume d'una luce strana, come se stillassero acqua. In quel momento sentii per la prima volta l'odore di quell'aria sepolcrale, e mi prese un brivido di freddo; penetrai, coll'immaginazione, in quelle tombe, e vidi tutti quei cadaveri irrigiditi; cercai uno scampo al di sopra della vòlta, mi trovai solo nella chiesa; fuggii dalla chiesa, mi perdetti nei labirinti del convento; mi rifeci presente a me stesso, in mezzo a quelle tombe, e sentii che veramente ero nel cuore dell'edifizio mostruoso, nella parte più profonda, nel recesso più gelido, nel penetrale più tremendo; e mi parve d'esser prigioniero, sepolto in quel gran monte di granito, e che mi gravitasse tutto addosso, e che da tutti i lati mi premesse, e mi chiudesse l'uscita; e pensai al cielo, alla campagna, all'aria libera come a un mondo remoto, e con un sentimento ineffabile di mestizia.—Signore!—mi disse solennemente il custode, prima di uscire, tendendo la mano verso la tomba di Carlo V:—L'imperatore è là, tal quale come quando ce l'hanno messo, cogli occhi ancora aperti, che par vivo e parlante! È un miracolo d'Iddio che ha il suo perchè! Chi vivrà vedrà!—E dicendo quest'ultime parole abbassò la voce come per timore che l'imperatore sentisse, e fatto il segno della croce, mi precedette su per la scala.
Dopo la chiesa e la sacrestia, si va a visitare il Museo di pittura, che contiene un gran numero di quadri d'artisti d'ogni paese, non già de' migliori, chè questi furon portati al Museo di Madrid; ma pur tali da meritare una visita attenta di mezza giornata. Dal Museo di pittura si va alla Biblioteca, passando per la grande scala sulla quale s'incurva una smisurata vòlta tutta dipinta a fresco da Luca Giordano. La Biblioteca è composta d'una vastissima sala ornata di grandi pitture allegoriche, che contiene più di cinquantamila volumi preziosissimi, quattromila dei quali regalati da Filippo II, e d'un'altra sala dove è una ricchissima raccolta di manoscritti. Dalla Biblioteca si va al Convento.
Qui l'immaginazione umana si perde. Se qualcuno dei lettori ha letto l'Estudiante de Salamancadell'Espronceda, si rammenti di quell'instancabile giovane, quando, tenendo dietro alla signora misteriosa che incontrò di notte ai piedi d'un tabernacolo, trascorre di strada in strada, di piazza in piazza, di vicolo in vicolo, e svoltando, e girando e rigirando arriva fino a un punto dove non ravvisa più le case di Salamanca, e si trova in una città sconosciuta; e continua a svoltare cantonate, a traversar piazze, a percorrer strade; e via via che va oltre gli par che la città s'allarghi, e le strade si allunghino, e i vicoli s'incrocino più fitto; e va ancora, e va sempre, e va senza posa, e non sa se sogna, o se è desto, o ubriaco, o impazzito; e nel suo cuore di ferro comincia a penetrare il terrore, e i più stranifantasimi gli si affollano nella mente smarrita; così lo straniero nel convento dell'Escuriale. Infilate un lungo corridoio sotterraneo stretto da toccarne le pareti coi gomiti, basso da urtar quasi la testa nella vòlta, e umido come una grotta sottomarina; arrivate in fondo, svoltate, siete in un altro corridoio. Andate oltre, incontrate delle porte, guardate: altri corridoi si allungano a perdita d'occhio. In fondo a qualcuno vedete un barlume di luce, in fondo ad altri una porta aperta che lascia intravedere una fuga di stanze. Di tratto in tratto sentite il rumor d'un passo, v'arrestate, non lo sentite più; poi lo risentite; non sapete se è sopra il vostro capo, o a destra, o a sinistra, o dietro, o davanti. V'affacciate a una porta, e retrocedete impaurito: in fondo allo sterminato corridoio in cui avete lanciato lo sguardo, avete visto un uomo immobile, come uno spettro, che vi guardava. Tirate innanzi, riescite in un cortile angusto, cinto di mura altissime, erboso, sonoro, illuminato di una luce scialba, che par che scenda da un sole ignoto, simile ai cortili delle streghe che ci descrivevano da ragazzi. Uscite dal cortile, salite su per una scala, riuscite sopra una galleria, guardate giù: è un altro cortile silenzioso e deserto. Infilate un altro corridoio, scendete un'altra scala, vi trovate in un terzo cortile; poi daccapo corridoi e scale e fughe di sale vuote e cortili angusti, e per tutto granito, erba, luce scialba, silenzio di tomba. Per un po' di tempo vi pare che riuscirete a tornare sui vostri passi; poi la memoriavi si turba, e non ricordate più nulla; vi pare d'aver fatto dieci miglia, di essere in quel laberinto da un mese, di non poterne più uscire. Vi affacciate sur un cortile e dite:—l'ho già visto!—No, v'ingannate, è un altro. Credete di essere da quella tal parte dell'edifizio, siete dalla parto opposta. Domandate al custode dov'è il claustro, vi risponde:—È qui;—e camminate ancora per mezz'ora. Vi par di sognare: vedete di sfuggita lunghi muri dipinti a fresco, ornati di quadri, di croci, d'iscrizioni; vedete e dimenticate; chiedete a voi stessi: dove sono? Vedete una luce d'un altro mondo; non avevate idea d'una siffatta luce; è l'effetto del riflesso del granito? è il lume della luna? No, è giorno; ma è una luce più trista delle tenebre; è una luce falsa, sinistra, fantastica. E avanti, di corridoio in corridoio, di cortile in cortile; vi guardate innanzi con sospetto; aspettate di veder all'improvviso, allo svoltar d'un canto, una fila di frati scheletriti, col cappuccio sugli occhi e le braccia in croce; pensate a Filippo II; vi par di sentire il suo passo lento allontanarsi per gli anditi oscuri; vi ricordate tutto quello che avete letto di lui, dei suoi terrori, dell'Inquisizione, e ogni cosa vi s'illumina agli occhi della mente d'una subita luce; capite ogni cosa per la prima volta; l'Escuriale è Filippo II, lo vedete a ogni passo, sentite il suo respiro, egli è ancora là, vivo e spaventevole, e con lui l'immagine del suo Dio tremendo. Allora voi vorreste ribellarvi, sollevare il pensiero al Dio del vostro cuore e dellevostre speranze, e vincere il terrore misterioso che il luogo v'ispira; ma non potete; l'Escuriale vi circonda, vi possiede, vi schiaccia; il freddo delle sue pietre vi penetra nelle ossa; la tristezza dei suoi laberinti sepolcrali v'invade l'anima; se siete con un amico, gli dite:—Usciamo;—se foste colla vostra amante la stringereste al cuore con un senso di trepidazione; se foste solo, pigliereste la corsa; infine salite una scala, entrate in una stanza, v'affacciate a una finestra, e salutate con uno slancio di gratitudine i monti, il sole, la libertà, il Dio grande e benefico che ama e che perdona.
Che respirone si tira a quella finestra!
Di là si vedono i giardini, che occupano uno spazio ristretto, e son semplicissimi; ma quanto si può dire eleganti e belli, e in perfetta armonia coll'edifizio. Vi si vedon dodici leggiadre fontane, ciascuna circondata da quattro quadrati di mortella che rappresentano scudi reali, disegnati con un gusto sì squisito e arrotondati con una tal finitezza, che a guardarli sulle finestre, paion tessuti di felpa e di velluto, e formano nella bianca arena dei sentierini un graziosissimo spicco. Non alberi, non fiori, non capanni: in tutto il giardino non si vedono che fontane, quadrati di mortella, e due soli colori, il verde e il bianco; ed è tale la bellezza di quella nobile semplicità, che non se ne può staccare lo sguardo, e quando lo si è staccato, il pensiero vi ritorna, e ci si arresta con un diletto dolcissimo temperato di una sorta di mestizia gentile. In una stanzavicina a quella che guarda in sul giardino, mi si fece vedere una serie di reliquie, che considerai in silenzio senza lasciar trapelare al custode il mio intimo sentimento di dubbio: una scheggia della santa croce regalata dal Papa a Isabella II, un pezzo di legno bagnato del sangue, ancora visibile, di san Lorenzo, un calamaio di santa Teresa, ed altri oggetti, fra i quali un altarino portatile di Carlo V, e una corona di spine e un par di tanaglie da tortura, trovate non so più dove. Di là mi condussero sulla cupola della chiesa di dove si gode un colpo d'occhio immenso. Da un lato lo sguardo si stende per tutta la campagna montuosa che corre fra l'Escuriale e Madrid; dall'altro si vedono le montagne nevose del Guadarrama; sotto, si abbraccia con un'occhiata tutto lo smisurato edifizio, i lunghi tetti di piombo, le torri; si vede nell'interno dei cortili, dei claustri, dei portici, delle gallerie; si possono ricorrere col pensiero i mille andirivieni dei corridoi e delle scale, e dire:—Un'ora fa ero laggiù—qui—lassù—là sotto—laggiù lontano,—e maravigliarsi d'aver fatto tanto cammino, e rallegrarsi d'essere uscito da quel labirinto, da quelle tombe, da quelle tenebre, e di poter tornare in città e rivedere gli amici.
Un viaggiatore illustre disse che dopo aver passato una giornata nel convento dell'Escurial, ci si deve sentir felici per tutta la vita, solo pensando che si potrebbe essere ancora fra quelle mura e che non ci s'è più. È quasi vero. Ancora adesso, dopotanto tempo, nei giorni piovosi, quando sono tristo, penso all'Escurial, poi guardo le pareti della mia stanza, e mi rallegro; nelle notti insonni, vedo i cortili dell'Escurial; quando sto male e dormo un sonno torbido e penoso, sogno di girare per quei corridoi, solo, al buio, inseguito dal fantasma d'un vecchio frate, gridando e picchiando a tutte le porte, senza trovare l'uscita, finchè vo a dar del capo nel Panteon e la porta mi si chiude fragorosamente alle spalle e resto sepolto tra le tombe. Con che piacere rividi i mille lumi dellaPuerta del Sol, i caffè affollati, e la grande e rumorosa strada d'Alcalà! Rientrando in casa feci un tale strepito che la serva, ch'era una buona e semplice galiziana, corse tutta affannata dalla padrona e le disse:—Me parece que el italiano se ha vuelto loco!—(Mi pare che l'italiano sia diventato matto.)
Più dei galli e più dei tori, mi divertirono i deputati delle Cortes. M'era riuscito di ottenere un posticino nella tribuna dei giornalisti, e mi ci andavo a piantare ogni giorno, e ci stavo fino alla fine con un piacere infinito. Il Parlamento spagnuolo ha un aspetto più giovanile del nostro; non perchè i deputati sian più giovani; ma perchè son più attillati e più lindi. Là non si vedono quelle chiome scarmigliate, quelle barbe incolte, e quelle casacche di nessun colore che si vedon sui banchi della nostra Camera: là barbe e capelli ravviati e lucidi, gran camicie ricamate, soprabiti neri, calzoncini chiari, guantiranciati, mazzine col pomo d'argento e fiori all'occhiello. Il Parlamento spagnuolo s'attiene al figurino della moda. E quale il vestire, tale il parlare: vivo, gaio, fiorito, scintillante. Noi lamentiamo già che i nostri deputati siano solleciti della forma più che non convenga ad oratori politici; ma i deputati spagnuoli la curano assai più studiosamente e, convien dirlo, con assai miglior garbo. Non solo parlano con facilità meravigliosa, così che è rarissimo il sentire un deputato che s'interrompa a mezzo il periodo per cercare la frase; ma non c'è chi non si sforzi di parlar corretto, e di dare alla sua parola un po' di lustro poetico, un po' di sapor classico, un po' d'impronta di grande stile oratorio. I ministri più gravi, i deputati più timidi, i finanzieri più rigorosi, quand'anche parlino di argomenti lontanissimi da quanto può dare appiglio alla rettorica, infiorano i loro discorsi di bei modi da Antologia, d'aneddoti ameni, di versi famosi, d'apostrofi alla civiltà, alla libertà, alla patria; e tiran via a precipizio come se recitassero cose imparate a mente, con un'intonazione sempre misurata ed armonica, e una varietà di atteggiamenti e di gesti che non lascia luogo un istante alla noia. E i giornali, giudicando i loro discorsi, lodano l'elevatezza dello stile, la purità della lingua,los rasgos sublimes, i tratti sublimi, che vi si ammirarono, se si tratta dei loro amici, si sottintende; oppure dicono con disprezzo che lo stile è sesquipedale, la lingua corrotta, la forma, in una parola, questa benedetta forma! incolta, ignobile, indegnadelle splendide tradizioni dell'arte oratoria spagnuola. Questo culto della forma, questa grande facilità di parola degenera in vanità ampollosa; e certo che non s'hanno a cercare nel Parlamento di Madrid i modelli della vera eloquenza politica; ma non è men vero quello che universalmente si dice: che codesto Parlamento è fra tutti gli europei il più ricco di facondi oratori nel senso generale della parola. Bisogna sentire una discussione sur un argomento di alta politica, che muova le passioni! È una vera battaglia! Non son più discorsi, son diluvii di parole, da fare ammattire gli stenografi e confonder la testa agli uditori delle tribune! Sono voci, gesti, impeti, rapimenti d'ispirazione che fan pensare all'Assemblea francese nei giorni turbolenti della rivoluzione! Vi si sente un Rios Rosas, oratore violentissimo, che domina i tumulti col ruggito; un Martos, oratore dalla forma eletta, che uccide col ridicolo; un Pi y Margall, vecchio venerabile, che atterrisce coi sinistri pronostici; un Collantes, parlatore infaticabile, che schiaccia la Camera sotto una valanga di parole; un Rodriguez, che con meravigliosa flessuosità di ragionamenti e di giri, incalza, avviluppa e soffoca gli avversari; e in mezzo ad altri cento, un Castelar che vince e trascina amici e nemici con un torrente di poesia e di armonia. E questo Castelar, noto in tutta Europa, è veramente la più completa espressione dell'eloquenza spagnuola. Egli spinge il culto della forma fino all'idolatria; la sua eloquenza è musica; il suo ragionamento è schiavo del suo orecchio;ei dice o non dice una cosa, o la dice in un senso meglio che in un altro, secondo che torna o non torna al periodo; ha un'armonia nella mente, la segue, la obbedisce, le sacrifica tutto quello che la può offendere; il suo periodo è una strofa; bisogna sentirlo per credere che la parola umana, senza misura poetica e senza canto, si possa avvicinar così all'armonia del canto e della poesia. È più artista che uomo politico, ha d'artista, non solo l'ingegno, ma il cuore; un cuore di fanciullo, incapace di odio o d'inimicizia. In tutti i suoi discorsi non si trova un'ingiuria; nelle Cortes non ha mai provocato una seria quistione personale; non ricorre mai alla satira, non adopera mai l'ironia; nelle sue più violente filippiche non versa una dramma di fiele; e questa n'è una prova che, repubblicano, avversario di tutti i ministeri, giornalista battagliero, accusatore perpetuo di chi esercita un potere, e di chi non è fanatico per la libertà, non s'è fatto odiare da nessuno. E però i suoi discorsi si godono e non si temono; la sua parola è troppo bella per esser terribile; il suo carattere troppo ingenuo perchè egli possa esercitare una influenza politica; egli non sa armeggiare, tramare e barcamenarsi; egli non è buono che a piacere ed a splendere; la sua eloquenza, quando è più grande, è tenera; i suoi più bei discorsi fan piangere. Per lui la Camera è un teatro. Come i poeti improvvisatori, per aver l'ispirazione piena e serena, egli ha bisogno di parlare a quella data ora, in quel determinato punto e con quel certotempo libero dinanzi a sè. Perciò, il giorno che deve parlare, prende le sue misure col Presidente della Camera; il Presidente dispone in modo che gli tocchi la parola quando le tribune sono affollate e tutti i deputati al loro posto; i suoi giornali annunziano la sera innanzi il suo discorso affinchè le signore possano procurarsi il biglietto; egli ha bisogno d'aspettazione. Prima di parlare è inquieto, non può posare un istante, entra nella Camera, esce, rientra, torna ad uscire, gira pei corridoi, va nella biblioteca a sfogliare un libro, scappa nel caffè a bere un bicchier d'acqua, par preso dalla febbre, gli sembra che non saprà accozzar due parole, che farà ridere, che si farà fischiare; del suo discorso non gli rimane una sola idea lucida nella mente, ha confuso tutto, ha dimenticato tutto.—Come va il polso?—gli domandano sorridendo gli amici. Giunto il momento solenne, sale al suo banco col capo basso, tremante, pallido, come un condannato che va a morire, rassegnato a perdere in un sol giorno la gloria conquistata in tanti anni e con tante fatiche. In quel momento i suoi stessi nemici senton pietà del suo stato. Egli si alza, volge uno sguardo intorno, e dice:—Señores!—È salvo; il suo coraggio si rinfranca, la sua mente si rischiara, il suo discorso gli si ricompone nella testa come un'arietta dimenticata; il Presidente, le Cortes, le tribune spariscono; egli non vede più che il suo gesto, non ode più che la sua voce, non sente più che la fiamma irresistibile che lo accende e la forza misteriosa che lo solleva. Èbello sentir dire da lui queste cose: «Io non vedo più le pareti della sala,» dice, «vedo genti e paesi lontani che non ho mai visti.»—E parla per ore e per ore, e non un deputato esce dall'aula, non una persona si muove nelle tribune, non una voce lo interrompe, non un gesto lo distrae; neanche quando fa una scappatella in barba del Regolamento, il Presidente non ha il coraggio d'interromperlo; egli fa balenare a suo bell'agio l'immagine della sua repubblica vestita di bianco e coronata di rose, e i monarchici non s'arrischiano a protestare, perchè, così vestita, la trovan bella anch'essi; il Castelar è signore dell'Assemblea: tuona, sfolgora, canta, strepita e scintilla come un fuoco d'artifizio, fa sorridere, strappa grida di entusiasmo, finisce in mezzo a un immenso fragore d'applausi, e se ne va colla testa in visibilio. Tale è questo famoso Castelar, professore di storia all'Università, fecondissimo scrittore di politica, d'arte, di religione; pubblicista che razzola cinquantamila lire all'anno nei giornali d'America, accademico eletto ad unanimità dall'Academia española, segnato a dito per le vie, festeggiato dal popolo, amato dai nemici, giovane, gentile, vanerello, generoso, beato.
E poichè siamo all'eloquenza politica diamo uno sguardo alla letteratura. Raffiguriamoci una sala di Accademia piena di confusione e di strepito. Una folla di poeti, di romanzieri e di scrittori d'ogni natura, aventi quasi tutti qualcosa di francese nelvolto e nei modi, benchè studiosissimi tutti di non lasciarlo parere; leggono e declamano le opere loro, facendo gli uni a soverchiar la voce degli altri, a fine di farsi sentire dal popolo accalcato nelle tribune; il quale, dal canto suo, bada a legger le gazzette e a disputar di politica. A quando a quando una voce vibrata e armoniosa vince il tumulto; e allora cento voci, prorompono insieme in un canto della sala, gridando:—È un carlista!—e una salva di fischi tien dietro alle grida; oppure:—È un repubblicano!—e un'altra salva di fischi, da un'altra parte, soffoca la voce vibrata e armoniosa. Gli accademici si tirano dei giornali rappallottolati, si urlan l'un l'altro nell'orecchio:—Ateo!—Gesuita!—Demagogo!—Neo-cattolico!—Banderuola!—Traditore!—A tender ben l'orecchio verso quei che leggono, si colgono strofe armoniose, periodi ben torniti, frasi potenti; il primo effetto è gradevole; son davvero poesie e prose piene di calore, di vita, di sprazzi di luce, di felici comparazioni tolte da tutto quello che splende e che suona nel cielo e sul mare e sulla terra; e ogni cosa vagamente lumeggiato di colori orientali e riccamente vestito di armonie italiane. Ma ahimè! non è che letteratura per gli occhi e per gli orecchi; non è che musica e pittura; raramente la musa, in mezzo a un nembo di fiori, lascia cadere la gemma d'un pensiero; e di codesta pioggia luminosa non rimane che un leggiero profumo nell'aria, e l'eco d'un lieve mormorio nell'orecchio. Intanto, s'odon nella strada gridadi popolo, colpi di fucili e suon di tamburi; a ogni tratto, qualche artista diserta l'arringo, e va a sventolare una bandiera tra la folla; spariscono a due, a tre, a frotte, e vanno a ingrossare il drappello dei gazzettieri; lo strepito e la vicenda continua degli avvenimenti, distolgono i più tenaci dalle opere di lunga lena; invano qualche solitario nella folla grida:—In nome del Cervantes, fermate!—Alcune voci potenti si sollevano al di sopra di quel gridìo; ma son voci d'uomini raggruppati in disparte, molti dei quali in procinto di partire per un viaggio senza ritorno. È la voce dell'Hatzembuch, il principe del dramma; è la voce del Breton de los Herreros, il principe della commedia; è la voce dello Zorrilla, il principe della poesia; è un orientalista che si chiama Gayango, un archeologo che si chiama Guerra, un commediografo che si chiama Tamayo, un novelliere che si chiama Fernand Caballero, un critico che si chiama Amador de Los Rios, un romanziere che si chiama Fernandez y Gonzalez, e una schiera d'altri ingegni arditi e fecondi; in mezzo ai quali è ancora viva la memoria del gran poeta della rivoluzione, Quintana; del Byron della Spagna, Espronceda; d'un Nicasio Gallego, d'un Martinez della Rosa, d'un duca di Rivas. Ma il tumulto, il disordine e la discordia invadono ed avvolgono, come un torrente, ogni cosa. E per uscir di allegoria, la letteratura spagnuola si trova in quasi eguali condizioni della nostra: una schiera di illustri che declinano; ma che ebbero due grandi ispirazioni:o la religione o la patria, o entrambe; e che però lasciarono un'orma propria e durevole nel campo dell'arte; e una schiera di giovani che vengono innanzi a tentoni, domandando che cosa hanno da fare, piuttosto che facendo davvero; ondeggianti tra la fede e il dubbio, o aventi la fede senza il coraggio, o non avendola, indotti dall'uso a simularla; malsicuri anch' essi della propria lingua, e titubanti fra le Accademie che gridano:—Purezza!—e il popolo che grida:—Verità!; incerti tra la legge della tradizione e il bisogno del momento; lasciáti, in un canto dai mille che danno la fama o vituperati dai pochi che la suggellano; costretti a pensare in un modo e a scrivere in un altro, a non esprimersi interi, a lasciarsi sfuggire il presente per non si staccare dal passato, a barcamenarsi alla meglio fra opposte difficoltà. Gran ventura poter far surnuotare, per qualche anno, il proprio nome al torrente di libri francesi onde il paese è allagato! Dal che nasce lo sconforto prima nelle proprie forze e poi nel genio nazionale; e di qui o l'imitazione che mantiene nella mediocrità, o l'abbandono della letteratura dai larghi studi e dalle larghe speranze, per il facile e proficuo scribacchiar nei giornali. Unico, fra le tante rovine, riman ritto il teatro. La nuova letteratura drammatica non ha più dell'antica nè l'invenzione meravigliosa, nè la forma splendida, nè quell'impronta originale di nobiltà e di grandezza, che era propria d'un popolo dominatore dell'Europa e del Nuovo Mondo; e meno ancora lafecondità incredibile e la varietà senza fine; ma per compenso una più sana dottrina, un'osservazione più profonda, una delicatezza più squisita, e una maggiore conformità allo scopo vero del teatro, che è di correggere i costumi e di nobilitare i cuori e le menti. In tutte le opere letterarie poi, come nel teatro, nei romanzi, nei canti popolari, nei poemi, nelle storie, sempre vivo e dominante il sentimento che informa più profondamente, forse, che ogni altra letteratura europea, la letteratura spagnuola, dai primi tentativi lirici del Berceo ai vigorosi inni guerrieri del Quintana:—l'orgoglio nazionale.
E qui accade di parlare del carattere degli Spagnuoli. Il loro orgoglio nazionale è tale oggi ancora, dopo tante e sventure e una sì bassa caduta, da far dubitare allo straniero che vive in mezzo a loro, s'essi sian spagnuoli di tre secoli fa, o spagnuoli del secolo decimonono. Ma è un orgoglio che non offende, un orgoglio innocentemente rettorico. Non deprimon già le altre nazioni per parer alla volta loro più alti; no; le rispettano, le lodano, le ammirano, ma lasciando però trasparire il sentimento di una superiorità che, nel concetto loro, ritrae appunto da quell'ammirazione, una luminosa evidenza. Sono, per le altre nazioni, benevoli di quella benevolenza che il Leopardi dice giustamente essere propria degli uomini pieni del concetto di se medesimi; i quali, credendosi ammirati da tutti, amano i loro creduti ammiratori, anche perchè giudicano ciò convenientea quellamaggioranzaonde stimano che la sorte gli abbia favoriti. Non può esservi stato al mondo un popolo più fiero della sua storia che il popolo spagnuolo. È una cosa incredibile. Il ragazzo che vi lustra gli stivali, il facchino che vi porta la valigia, il mendicante che vi chiede l'elemosina, alzan la testa e mandan lampi dagli occhi al nome di Carlo V, di Filippo II, di Ferdinando Cortes, di Don Giovanni d'Austria, come se fossero eroi del loro tempo, e li avesser veduti il giorno prima entrare trionfalmente nella città. Si pronuncia il nome diEspañacoll'accento col quale dovevan pronunciarRomai Romani a' tempi più gloriosi della repubblica. Quando si parla della Spagna, è bandita anche la modestia, dagli uomini naturalmente più modesti, senza che sul loro viso appaia il menomo indizio di quell'esaltamento a cui si condona l'intemperanza del linguaggio. Si inneggia a freddo, per uso, senza accorgersene. Nei discorsi al Parlamento, negli articoli delle gazzette, nelle scritture delle accademie, si chiama il popolo spagnuolo, senza perifrasi,un pueblo de héroes, la grande nazione, la meraviglia del mondo, la gloria dei secoli. È raro il sentir dire o leggere cento parole da chi si sia e a qual si voglia uditorio, senza che o prima o poi non suoni il ritornello obbligato di Lepanto, di scoperta d'America, di guerra d'indipendenza, a cui tien dietro sempre uno scoppio d'applausi.
E appunto la tradizione della guerra d'indipendenza costituisce nel popolo spagnuolo una forza intimaimmensa. Chi non sia vissuto o poco o molto in Spagna non può credere che una guerra, per quanto fortunata e gloriosa, possa lasciare in un popolo una così profonda fede nel valor nazionale. Baylen, Victoria, San Marcial sono tradizioni per la Spagna assai più efficaci che non siano per la Francia Marengo, Jena, Austerlitz. La stessa gloria guerriera degli eserciti di Napoleone, veduta a traverso la guerra d'indipendenza che vi stese su il primo velo, appare agli occhi della Spagna assai meno splendida che a ogni altro popolo d'Europa. L'idea di una invasione straniera desta negli Spagnuoli un sorriso di sdegnoso disprezzo; non credono alla possibilità d'esser vinti nel loro paese; bisognava sentire con che tòno parlavan della Germania quando correva voce che l'imperatore Guglielmo fosse risoluto a sostenere colle armi il trono del duca d'Aosta. E non c'è dubbio che, se avessero a combattere una nuova guerra d'indipendenza, forse combatterebbero, con meno fortunato successo, ma con prodezza e costanza pari a quella maravigliosa che spiegarono allora. Il 1808 è il 93 della Spagna; è una data che ogni spagnuolo ha dinanzi agli occhi scritta in carattere di fuoco; se ne gloriano le donne, i ragazzi, i bambini che cominciano a scioglier la lingua; è il grido di guerra della nazione.
E quella stessa alterezza l'hanno dei loro scrittori e dei loro artisti. L'accattone invece di dirEspaña, vi dice qualche voltala patria de Cervantes. Nessun scrittore al mondo ebbe mai nel suo popolola popolarità che ha in Spagna l'autore delDon Chisciotte. Io credo che non vi sia un contadino, un pastore, dai Pirenei alla Sierra Nevada, dalla costa di Valenza ai colli d'Estremadura, che interrogato di chi sia il Cervantes, non risponda con un sorriso di compiacenza:—El imortal autor del Quijote.—La Spagna è forse il paese dove si celebrano più anniversarii di grandi scrittori: da Juan de Mena all'Espronceda, ognuno ha il suo giorno solenne, nel quale si offre alla sua tomba un tributo di canti e di fiori. Nelle piazze, nei caffè, nei carrozzoni della strada ferrata, per tutto occorre di sentir citar versi di poeti illustri, da ogni sorta di gente; chi non ha letto, ha sentito leggere; chi non ha sentito leggere, ripete la citazione come un proverbio, per averla udita da un altro; e quando uno dice un verso, tutti drizzan gli orecchi. Chi conosca per poco la letteratura spagnuola, può fare un viaggio in quel paese colla sicurezza di aver sempre di che discorrere e di come ispirar simpatia, dovunque capiti, in chiunque s'abbatta. La letteratura nazionale è là veramente nazionale.
Il difetto degli Spagnuoli che colpisce fin dalle prime lo straniero, è questo: che nell'estimare le cose, gli uomini e gli avvenimenti del loro tempo e del loro paese, sbagliano, se così può dirsi, la misura; ingigantiscon tutto; vedono ogni cosa come a traverso una lente che ne dilata spropositatamente i contorni. Non avendo avuto da lungo tempo una partecipazione immediata nella vita comune d'Europa,mancò loro l'occasione di paragonarsi cogli altri Stati, e di giudicar sè stessi dal paragone. Perciò le loro guerre civili, le guerre d'America, d'Affrica, di Cuba, sono per loro quello che son per noi, non la piccola guerra del 1860 e 61 contro l'esercito papale od anche la rivoluzione del 1860; ma la gran guerra di Crimea, quella del 1859, quella del 1866. Dei combattimenti, sanguinosi senza dubbio, ma non grandi, che illustrarono le armi spagnuole in quelle guerre, parlano come i Francesi di Solferino, i Prussiani di Sadowa, gli Austriaci di Custoza. I Prim, i Serrano, gli O'Donnell, sono generali che mettono al lato dei più insigni degli altri paesi. Mi ricordo del chiasso fatto a Madrid per la vittoria riportata dal general Morriones su quattro o cinque mila Carlisti. I deputati, nella sala di conversazione delle Cortes, esclamavano enfaticamente:—Eh! La sangre española!—; alcuni dicevan persino che se un esercito di trecentomila Spagnuoli, si fosse trovato in luogo dei Francesi nel 1870, sarebbe corso difilato a Berlino. E certo non si può dubitar del valore spagnuolo, che diede di sè tante prove; ma è lecito il supporre che fra Carlisti disordinati e Prussiani stretti in corpi d'esercito, fra soldati d'Europa, per farla più larga, e soldati d'Affrica, fra grandi battaglie campali, dove la mitraglia miete le vite a migliaia, e combattimenti di diecimila soldati per parte, con disparità grande di armamento e di disciplina, ci corra. E come parlan di guerra, parlan d'ogni altra cosa; non già il popolo solo, ma la gentecolta. Agli scrittori si prodigano lodi sperticate; si dà digrande poetaa molti, il cui nome non è mai uscito di Spagna; gli epiteti di inarrivabile, di sublime, di meraviglioso, sono moneta corrente che si spende e si riceve senza il menomo dubbio sulla bontà della lega. Si direbbe che la Spagna guarda e giudica ogni sua cosa, piuttosto come un popolo americano, che come un popolo europeo; e che invece dei Pirenei, la separi dall'Europa un oceano, e la congiunga all'America un istmo.
Del resto, quanto son simili a noi! A sentir parlare il popolo di politica, par d'essere in Italia; non si discute, si sentenzia; non si censura, si condanna; ad ogni giudizio basta un argomento, e per foggiare un argomento basta un indizio. Il tal ministro? Un furfante. Il tal altro? Un traditore. Quell'altro tale? un ipocrita; una fitta di ladri tutti; uno ha fatto vendere gli alberi dei giardini d'Aranjuez, l'altro ha portato via dei tesori dall'Escuriale, un terzo ha vuotato le casse dello Stato, un quarto ha venduto l'anima per un sacchetto di dobloni. Negli uomini che hanno avuto mano in tutti i rivolgimenti politici da trent'anni in qua, non hanno più fede; anche nel popolo minuto serpeggia un sentimento di sconforto, del quale s'intende l'espressione ad ogni tratto e in ogni lato:—Pobre España!—Desgraciado pais!—Desdichados españoles!
Ma l'esacerbamento delle passioni politiche e il furore delle lotte intestine non ha mutato il fondo dell'antico carattere spagnuolo. Solamente quellaparte della società alla quale si dà il nome di mondo politico, questa solamente è corrotta; il popolo, benchè pur sempre inchinevole a quei ciechi e talora selvaggi impeti di passione che tradiscono la mescolanza del sangue arabo col sangue latino, è buono, leale, capace di sensi magnanimi e di sublimi slanci d'entusiasmo. Lahonra de Españaè ancora un motto che fa battere tutti i cuori. E poi hanno modi franchi e gentili; forse men fini, ma certo più amabilmente ingenui, di quelli onde van lodati i Francesi. Invece di farvi un sorriso vi porgono un sigaro, invece di dirvi una garbatezza vi stringon la mano, e sono più ospitali a fatti che a offerte. Nondimeno le formole di saluto serbano l'antica impronta cortigianesca; l'uomo dice alla donna:—Ai suoi piedi;—la donna dice all'uomo:—Le bacio la mano;—gli uomini, fra loro, sottoscrivon le lettere col Q. B. S. M.,—que besa sus manos,—come da servo a signore; gli amici soli si dicono addio e il popolo ha il suo saluto affettuoso diVaya Vsted con Diosche val più di tutti i baci sulle mani.
Con codesta natura calda e espansiva della gente, è impossibile stare un mese a Madrid senza farsi cento amici, anche senza cercarli. Figuratevi quanti se ne può far chi li cerca. Questo era il caso mio. E non posso dir proprio amici, ma conoscenti ne ebbi tanti che non mi pareva più di essere in una città straniera. Anche gli uomini illustri sono di facilissimo abbordo e però non c'è bisogno, come altrove, di un monte di lettere e d'imbasciate d'amici perarrivar fino a loro. Ebbi l'onore di conoscere il Tamayo, l'Hatzembuch, il Guerra, il Saavedra, il Valera, il Rodriguez, il Castelar, e molti altri chiarissimi quali nelle lettere e quali nelle scienze, e li trovai tutti a un modo: aperti, cordiali, focosi; uomini coi capelli bianchi, ma con occhi e voci di giovani ventenni; appassionati per la poesia, per la musica, per la pittura; allegri, gesticolanti, ridenti d'un riso fresco e sonoro. Quanti ne vidi leggendo dei versi del Quintana o dell'Espronceda, impallidire, piangere, balzare in piedi come scossi da una scintilla elettrica, e mostrar tutta l'anima negli sguardi raggianti! Che giovanili anime! Che ardenti cuori! Come mi compiacevo, vedendoli ed ascoltandoli, di appartenere a questa povera razza latina, di cui diciamo ora le sette pèste, e come mi rallegravo pensando che più o meno siamo tutti fatti su quello stampo, e che, perdio, potremo abituarci a poco a poco a invidiare lo stampo degli altri, ma non riusciremo a perdere il nostro mai!
Dopo tre mesi e più di soggiorno a Madrid, dovetti partire per non lasciarmi poi cogliere dall'estate nel mezzogiorno della Spagna. Ricorderò sempre quella bella mattina di maggio, ch'io abbandonai, forse per sempre, la mia cara Madrid. Partivo per andar a vedere l'Andalusia, la terra promessa dei viaggiatori, la fantastica Andalusia della quale avevo tanto inteso decantare le meraviglie in Italia e in Spagna, dai romanzieri e dai poeti; quell'Andalusia per la quale posso dire che avevo impresoil viaggio; eppure ero tristo. Avevo passato tanti bei giorni a Madrid! Ci lasciavo tanti cari amici! Per andare alla stazione della strada ferrata del mezzogiorno, attraversai la strada d'Alcalà, salutai da lontano i giardini di Recoletos, passai davanti al palazzo del Museo di pittura, mi fermai a guardare ancora una volta la statua del Murillo, e arrivai alla stazione col cuore stretto.—Tre mesi?—domandavo a me stesso pochi momenti prima che il treno partisse;—son già passati tre mesi? Non è stato un sogno? Eppure sì, gli è come se avessi sognato! Non rivedrò forse mai più la mia buona padrona di casa, mai più la bambina del signor Saavedra, mai più il viso dolce e sereno del Guerra, mai più gli amici del caffè Fornos, mai più nessuno! Ma che! Non potrò tornare?... Tornare! Oh no! Lo so bene che non potrò tornare! E allora... addio, amici! Addio, Madrid! Addio, o mia piccola stanza di strada dell'Alduana!—Mi pare che in questo momento mi si strappi una fibra nel cuore, e sento il bisogno di nascondere il viso.
Come arrivando per la via del settentrione, così partendo da Madrid per la via del mezzogiorno, si percorre una campagna disabitata che rammenta le provincie più povere dell'Aragona e della Vecchia Castiglia. Son vaste pianure giallastre e secche, nelle quali par che il terreno, a picchiarci su, debba risuonare come un uscio, o screpolarsi come la crosta d'una torta abbrustolita; e pochi villaggi meschini, dello stesso colore del suolo, che pare dovrebbero accendersi come un mucchio di foglie inaridite, solo ad avvicinare un fiammifero allo spigolo d'una casa. Dopo un'ora di strada, la mia spalla cercò la parete del carrozzone, il mio gomito cercò un sostegno, la mia testa cercò la mano, e caddi in un profondo sopore, come un membro dell'Ateneo d'ascoltazionedi Giacomo Leopardi. Pochi minuti dopo che avevo chiuso gli occhi, fui riscosso da un disperato gridío di donne e di ragazzi, e balzai in piedi chiedendo ai vicini che cosa fosse seguito. Ma prima che avessifinito la domanda, una risata generale mi rassicurò. Un drappello di cacciatori sparsi per la campagna, vedendo arrivare il treno, s'eran messi d'accordo per far un po' di paura ai viaggiatori. In quei giorni si parlava della comparsa d'una banda di Carlisti nelle vicinanze di Aranjuez: i cacciatori, fingendo d'essere l'avantiguardia della banda, mentre passava il treno, avevan gettato alte grida come per avvertire il grosso degli armati che accorressero, e gridando, avevan fatto l'atto di sparare contro i carrozzoni; onde lo spavento e le grida della gente; e poi avevan tutt'a un tratto voltato i fucili col calcio in aria, per far vedere che l'era stata una burla. Passata la tremerella, chè n'ebbi per un momento un pochino anch'io, ricaddi nel mio sopore accademico; ma ne fui scosso daccapo, di là a pochi minuti, in una maniera assai più gradevole che la prima volta.
Guardai intorno: la vasta campagna deserta s'era trasformata come per incanto, in un immenso giardino pieno di boschetti leggiadrissimi, percorso in tutti i sensi da larghi viali, sparso di casine campestri e di capanni fasciati di verzura; e qua e là zampilli di fontane, e recessi ombrosi, e prati fioriti, e vigneti, e sentierini, e un verde, un fresco, un odor di primavera, un'aura di letizia e di piacere, da imparadisare l'anima. Eravamo arrivati a Aranjuez. Discesi dal treno, infilai un bel viale ombreggiato da due file di alberi giganteschi, e mi trovai dopo pochi passi in faccia al palazzo reale.
Il ministro Castelar scrisse pochi giorni sono nel suomemorandumche la caduta dell'antica monarchia spagnuola fu predestinata il giorno che una turba di popolo colle ingiurie sulle labbra e l'ira nel cuore invase il palazzo d'Aranjuez per turbare la tranquilla maestà dei suoi Sovrani. Io ero appunto su quella piazza dove il 17 marzo del 1808 seguirono gli avvenimenti che furono il prologo della guerra nazionale, e come la prima parola della sentenza che condannò a morte l'antica Monarchia. Cercai subito cogli occhi le finestre dell'appartamento del Principe della Pace; me lo raffigurai quando fuggiva di sala in sala, pallido e scapigliato, in cerca d'un nascondiglio, all'eco delle grida della moltitudine che saliva le scale; vidi il povero Carlo IV deporre colle mani tremanti la corona di Spagna sulla testa del Principe delle Asturie; tutte le scene di quel terribile dramma mi si presentarono dinanzi agli occhi; e il silenzio profondo del luogo, e la vista di quel palazzo chiuso e abbandonato, mi misero freddo al cuore.
Il palazzo ha la forma d'un castello; è fabbricato di mattoni, con contorni di pietra bianca, e coperto di un tetto d'ardesia. Tutti sanno che lo fece costruire Filippo II dal celebre architetto Herrera, e che quasi tutti i re successivi lo abbellirono, e vi soggiornarono nella stagione estiva. V'entrai: l'interno è splendido: v'è una stupenda sala pel ricevimento degli ambasciatori, un bel gabinetto chinese di Carlo III, una mirabile sala di toeletta di Isabella II; e una profusione d'oggetti d'ornamentopreziosissimi. Ma tutte le ricchezze del palazzo non valgono il colpo d'occhio dei giardini. L'aspettazione non è delusa. I giardini d'Aranjuez (Aranjuez è il nome della piccola città che giace a poca distanza dal palazzo) sembrano stati fatti per una famiglia di re titanici, ai quali i parchi e i giardini dei nostri re dovessero parer aiuole da terrazze o campicelli da presepio. Viali a perdita d'occhio fiancheggiati da alberi di smisurata altezza, che consertano i rami inclinandosi gli uni verso gli altri, come incurvati da due venti contrari, percorrono in tutti i sensi una foresta di cui non si vedono i confini; e a traverso questa foresta, il Tago largo e rapido descrive una maestosa curva formando qua e là cascatelle e bacini; e una vegetazione fitta e pomposa, lussureggia fra un laberinto di vialetti, di crocicchi e di sbocchi; e in ogni parte biancheggiano statue, vasche, colonne, schizzi d'acqua altissimi che ricascano a sprazzi, a fiocchi, a goccie, in mezzo a ogni maniera di fiori d'Europa e d'America; e al fragore maestoso della cascata del Tago, s'unisce il canto d'innumerevoli usignoli che vibrano le loro allegre note nell'ombra misteriosa dei sentieri solitarii. In fondo ai giardini sorge un piccolo palazzo di marmo, di modesta apparenza, che racchiude tutte le maraviglie della più magnifica reggia; e nel quale si respira ancora, per così dire, l'aura della vita intima dei Re di Spagna. Qui le stanzine segrete di cui si tocca il soffitto colla mano, la sala da biliardo di Carlo IV, la suastecca, i cuscini ricamati dalla mano delle regine, gli orologi musicali che rallegravano gli ozii degli infanti, le scalette, le finestrine che serban cento piccole tradizioni dei capricci principeschi; e infine il più ricco luogo comodo d'Europa, dovuto a un ghiribizzo di Carlo IV, che racchiude in sè solo tante ricchezze da tirarne di che fare un palazzo, senza togliergli la nobile primazia di cui va altero fra tutti i gabinetti destinati allo stesso scopo. Di là da questo palazzo, e tutt'intorno ai boschi, si stendono vigneti e oliveti e piantagioni d'alberi fruttiferi e ridenti praterie. È una vera oasi circondata dal deserto, che Filippo II scelse in un giorno d'allegro umore quasi per temperare con una gaia immagine la cupa melanconia dell'Escurial. Tornando dal piccolo palazzo di marmo verso il grande palazzo reale, per quei lunghissimi viali, all'ombra di quegli alberi sterminati, in quella profonda quiete di foresta, pensavo agli splendidi cortei di dame e di cavalieri che un giorno vi si aggiravano dietro ai passi di giovani monarchi folleggianti o di regine capricciose e sfrenate, al suono di musiche amorose e di canti che narravan la grandezza e la gloria della invitta Spagna; e ripetevo malinconicamente col poeta di Recanati: