NOTE:

La prima pietra di Nostra Donna del Pilar, fu posta nel 1686 in un luogo dove sorgeva una cappella innalzata da san Giacomo per deporvi l'immagine miracolosa della Vergine che vi è tuttora. È un immenso edifizio di base rettangolare, sormontato da undici cupole, coperte di tegole variopinte, che gli danno una graziosa aria moresca; le mura disadorne e di color cupo. Entrate: è una vasta chiesa, oscura, nuda, fredda, divisa in tre navate, circondata di cappelle modeste. Lo sguardo corre subito al santuario che sorge nel mezzo: là è la statua della Vergine. È come un tempio nel tempio, che potrebbe star solo in mezzo alla piazza, se si abbattesse l'edifizio che lo circonda. Una corona di belle colonne di marmo, disposte ad elissi, sorreggono una cupola riccamente scolpita, aperta nella parte superiore, e ornata intorno all'apertura di ardite figure d'angeli e di santi. Nel mezzo è l'altar maggiore; a destra l'immagine di san Giacomo; a sinistra, in fondo, sotto un baldacchino d'argento che spicca sur un'ampia tenda di velluto tempestato di stelle, in mezzo al luccichío di migliaia di voti, al chiarore d'innumerevoli lampade, la statua famosa della Vergine, postavi or sono diciannove secoli da san Giacomo, scolpita in legno, annerita dal tempo, tutta coperta, tranne il capo suo e quello del bambino, da una splendida dalmatica; e sul dinanzi, tra le colonne, intorno al santuario, e lontano, in fondo alle navate della chiesa, in tuttii punti di dove lo sguardo può giungere all'immagine venerata, fedeli inginocchiati, prostrati, col capo quasi a terra, colle mani in croce: donne del popolo, operai, signore, soldati, fanciulli; e dalle varie porte della chiesa un continuo venir di gente a passi lenti, in punta di piedi, con gravi aspetti; e in quel profondo silenzio non un mormorío, non un fruscío, non un respiro; la vita di quella folla pare sospesa; par che s'attenda da tutti un'apparizione divina, una voce misteriosa, una qualche rivelazione tremenda da quell'arcano Santuario; e anche chi non crede e non prega, è forzato a fissare lo sguardo dove si fissan tutti gli sguardi, e il corso dei suoi pensieri s'arresta in una specie d'inquieta aspettazione. Oh suonasse pur quella voce! io pensavo; seguisse pure l'apparizione; e fosse anche una parola o una vista che mi facesse incanutire dallo spavento e gettare un urlo non udito mai sulla terra; purchè mi liberasse per sempre da questo orribile dubbio che mi rode il cervello e mi contrista la vita!

Tentai d'entrar nel Santuario, non ci riuscii; avrei dovuto passare sulle spalle d'un centinaio di fedeli, qualcuno dei quali cominciava già a guardarmi in cagnesco perchè andavo attorno con un quaderno e una matita fra le mani. Cercai di scendere nella critta sotterranea ove son le tombe degli arcivescovi e l'urna che racchiude il cuore del secondo don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Filippo IV; non mi fu concesso. Domandai di vedere le vestimenta,gli ori, le gemme, che profusero ai piedi della Vergine i grandi, i principi, i monarchi d'ogni età e d'ogni paese; mi fu risposto che non era l'ora opportuna, e neanco mostrando una luccicantepecetapotei corrompere l'onesto sacrestano. Ma non rifiutò di darmi alcune notizie intorno al culto della Vergine quando gli dissi, per entrargli in grazia, ch'ero nato a Roma, nel Borgo Pio, e che dal terrazzino di casa mia si vedevan le finestre dell'appartamento del Papa.

“È un fatto,” mi disse, “quasi miracoloso, e che non si crederebbe, se non fosse attestato dalla tradizione, che dal tempo antichissimo quando fu posta sul piedistallo la statua della Vergine, fino al giorno in cui viviamo, tranne la notte che la chiesa è chiusa, il santuario non rimase vuoto un momento, un momento solo, in tutto il rigore della parola.Nuestra Señora del Pilarnon è mai stata sola. Nel piedistallo della statua, a furia di baci, s'è fatto un incavo nel quale può entrar la mia testa. Neanco gli Arabi non ebbero il coraggio di proibire il culto diNuestra Señora: la cappella di San Giacomo fu sempre rispettata. È caduto molte volte il fulmine nella chiesa, accanto al santuario, e anche dentro, in mezzo alla gente affollata: ebbene, neghino le anime dannate la protezione della Madonna: non è mai sta-to col-pi-to nes-su-no! E le bombe dei Francesi? Ne hanno ben bruciati e rovinati degli edifizi; ma a cadere sulla chiesa diNuestra Señoragli era come se cadessero sulle rocce della Serra Morena. E aiFrancesi che fecero man bassa in ogni parte, gli è bastato il fegato di toccare i tesori diNuestra Señora? Un solo generale si permise di prendere un gingillo per fare un regalo a sua moglie, offerendo in compenso alla Vergine un ricco donativo; ma sa che cosa gli è seguito? Alla prima battaglia una palla di cannone gli portò via una gamba. Non c'è barba di generale o di re che ne abbia mai imposto aNuestra Señora. E poi è scritto lassù che questa chiesa durerà fino alla fine del mondo....” E tirò innanzi su questo tenore, fin che un prete da un angolo buio della sagrestia gli fece un cenno misterioso, e allora mi salutò e disparve.

All'uscir dalla chiesa, colla mente tutta occupata dall'immagine del solenne santuario, incontrai una lunga fila di carri carnevaleschi, preceduti da una banda musicale, accompagnati dalla folla e seguìti da un gran numero di carrozze, che andavano verso ilCoso. Non ricordo d'aver mai visto testoni di cartapesta più grotteschi, più buffi, più spropositati di quelli che portavan quelle maschere; così che solo com'ero, e punto inchinevole all'allegrezza, non potei trattenermi dal ridere, come alla chiusa d'un sonetto del Fucini. Il popolo però era serio e silenzioso, e le maschere piene di gravità; si sarebbe detto che negli uni e negli altri era più forte il malinconico presentimento della quaresima che il giubilo fugace del carnevale. Vidi qualche bel visetto alle finestre; ma nessun tipo ancora di quella bellezza propriamentedetta spagnuola, dallatez oscurecidae dalos negros ojos de fuego, che il Martinez della Rosa, esule a Londra, rammentava con sì caldi sospiri in mezzo alas bellezas del Norte. Passai tra due carrozze, fendetti la calca, tirandomi dietro qualche sacrato che notai subito sul mio quaderno; e traversate alla lesta due o tre stradicciuole, riuscii sulla piazza di San Salvador, davanti alla cattedrale che le dà il nome, chiamata anche laSeo, più ricca e più splendida di Nostra Donna del Pilar.

La facciata greco-romana, benchè di maestose proporzioni, e la torre alta e leggera, non preparano allo spettacolo grandioso del di dentro. Entrai, e mi trovai immerso nelle tenebre; per un istante, i confini dell'edifizio mi restaron celati; non vidi altro che qualche sprazzo di pallida luce, rotto qua e là dalle colonne e dagli archi. Poi, a poco a poco, distinsi cinque navate, divise da quattro ordini di bei pilastri gotici, i muri lontani, e la lunga serie delle cappelle laterali, e rimasi attonito. Era la prima cattedrale che corrispondeva all'immagine ch'io m'ero formato delle cattedrali spagnuole, varie, pompose, straricche. La cappella maggiore, sormontata da una vasta cupola gotica in forma di tiara, racchiude in sè sola le ricchezze d'una gran chiesa; l'altar maggior è d'alabastro, coperto di rosoni, di volute, di rabeschi; la volta ornata di statue; a destra e a sinistra, tombe ed urne di principi: in un angolo la scranna sulla quale siedevano i Re d'Aragona per ricevere la consacrazione. Il coro, che sorgein mezzo alla navata principale, è un monte di tesori. La sua cinta esteriore, nella quale sono aperte alcune piccole cappelle, presenta una incredibile varietà di statuette, di colonnine, di bassorilievi, di fregi, di pietre, da dover star là una giornata per poter dire d'aver visto qualcosa. I pilastri delle due ultime navate, e gli archi che s'incurvano sulle cappelle, sono sopraccarichi, dalla base alla volta, di statue,—alcune enormi che par reggan sulle spalle l'edifizio,—di emblemi, di sculture e d'ornamenti d'ogni forma e d'ogni grandezza. Nelle cappelle una profusione di statue, di ricchi altari, di tombe regie, di busti, di quadri, che immersi come sono in una mezza oscurità, non offrono allo sguardo che una confusione di colori, di luccichii, di forme vaghe, tra le quali l'occhio si perde, e l'immaginazione si stanca. Dopo molto correre di qua e di là, col quaderno aperto e la matita in mano, notando e disegnando, mi s'ingarbugliò la testa, stracciai i fogli rabescati, promisi a me stesso che non avrei scritto nulla di nulla, uscii dalla chiesa, e mi rimisi a girar per la città, senza veder altro, per lo spazio d'una mezz'ora, che lunghe navate oscure, e statue biancheggianti in fondo a cappelle misteriose.

V'hanno dei momenti in cui il viaggiatore più gaio e più appassionato, girando per le strade d'una città sconosciuta, viene assalito improvvisamente da un così profondo senso di noia che se potesse, per virtù d'una parola, rivolare a casa tra i suoi, collarapidità d'un genio delleMille e una notte, proferirebbe quella parola con uno slancio di allegrezza. Fui colto da un cotal senso nel punto che infilavo non so che stradicciuola lontana dal centro della città; e n'ebbi quasi spavento. Richiamai in fretta alla mente le immagini di Madrid, di Siviglia, di Granata, per scuotermi, per riaccendermi la curiosità, il desiderio: quelle immagini mi parvero pallide e senza vita. Mi riportai col pensiero a casa, ai giorni prima della partenza, quando avevo la febbre, e non vedevo l'ora di spiccare il volo: e quel pensiero non fece che accrescermi la tristezza. L'idea di aver a vedere ancora tante città nuove, di aver da passar tante notti negli alberghi, di avermi a trovare per tanto tempo in mezzo a gente straniera, mi scoraggiò; mi domandai come mi fossi potuto risolvere a partire; mi parve d'essermi tutt'a un tratto allontanato sterminatamente dal mio paese, d'esser in mezzo a un deserto, solo, dimenticato da tutti, mi guardai intorno, la strada era solitaria, mi prese freddo al cuore, mi vennero quasi le lacrime agli occhi:—Io non posso star qui!—dissi tra me.—Io muoio di malinconia! Voglio tornare in Italia io!—Non avevo finito di dir queste parole che poco mancò non dessi in una risata da matto; in un momento ogni cosa riprese vita e splendore ai miei occhi; pensai alle Castiglie e all'Andalusia con una sorta di gioia frenetica, e scrollando il capo in atto di pietà per quel passeggero sconforto, accesi un sigaro, e tirai via più allegro di prima.

Era il penultimo giorno di carnevale; per le strade principali, verso sera, si vedeva un via vai di maschere, di carrozze, di brigatelle di giovani, di grosse famiglie con bambini, bambinaie, e ragazze da marito, a due a due; ma nessun strepito rincrescevole, nè squarciati canti di ubbriachi, nè serra serra importuni. Di tratto in tratto, si sentiva qualche leggero colpo di gomito, ma leggero assai, da parer il cenno d'un amico che volesse dire:—Son qui,—piuttosto che l'urto d'uno sbadato; e col colpo di gomito, certi suoni di voci tanto più soavi delle grida che gettavano le saragozzane antiche dalle finestre delle case crollanti, e tanto più ardenti dell'olio bollente che versavano sugli invasori! Oh non erano più quei tempi dei quali mi parlò pochi giorni sono, a Torino, un vecchio prete saragozzano, assicurandomi di non aver ricevuto, in sette anni la confessione d'un peccato mortale!

La sera, all'albergo, trovai un capomatto di francese che credo non abbia mai avuto l'uguale sotto la cappa del cielo. Era un uomo sulla quarantina, con uno di quei visi di pasticciano che dicono:—Son qui, gabbatemi;—negoziante, da quanto mi parve, agiato, il quale era giunto poco innanzi da Barcellona, e doveva ripartire il giorno dopo per San Sebastiano. Lo trovai nella sala da pranzo, che raccontava i fatti suoi a un crocchio di viaggiatori, i quali scoppiavano dalle risa. Mi cacciai nel crocchio,e sentii la storia anch'io. Costui era nativo di Bordeaux, e viveva da quattro anni a Barcellona. Aveva abbandonato la Francia, perchè gli era fuggita la moglie, insalutato ospite,avec le plus vilain homme de la ville, lasciandogli sulle braccia quattro ragazzi. Dal giorno della fuga non ne aveva più avuto notizia; chi gli aveva detto che era andata in America, chi in Asia, chi in Affrica; ma erano state tutte congetture senza fondamento; da quattro anni egli la considerava come morta. Un bel giorno, a Barcellona, trovandosi a desinare con un suo amico marsigliese, questi gli disse (ma bisognava vedere con che comica dignità esponeva la cosa) gli disse: “Amico, uno di questi giorni voglio andare a San Sebastiano.”—“A che fare?”—“A spassarmela.”—“Amorucci, eh?”—“Sì,... cioè... dirò: un amore propriamente non è, perchè a me, in amore, non mi piace far coda: è un capriccietto. Bella donnina, però! To', non più tardi d'ier l'altro ho ricevuto una lettera; non avevo voglia d'andare; ma c'è tantivieni, et'aspetto, e amico mio, e amico caro, che mi son lasciato tentare.” Così dicendo, gli porse la lettera facendo una smorfia di vanagloria dongiovannesca. Il negoziante la prende, l'apre, la scorre: “Nom de Dieu! Ma femme!” e senza dir altro pianta l'amico, corre a casa a pigliar la valigia, e via alla stazione. Quando entrai nella sala, aveva già mostrato la lettera a tutti i presenti, e steso sulla tavola, perchè ognuno li potesse vedere, la sua fede di battesimo, l'atto matrimoniale, ed altre carte che aveva portate consè per il caso che sua moglie non lo volesse riconoscere. “Che cosa le volete fare?” gli domandarono tutti ad una voce. “Je ne lui ferai pas de mal; j'ai déjà pris mon parti; il n'y aura pas de sang; mais ce sera un châtiment plus terrible encore.”—“Ma che cosa adunque?” domandarono gli uditori. “J'ai déjà pris mon parti,” ripetè il francese colla più grande serietà, e tirato fuori dalla tasca un paio di forbici enormi, soggiunse solennemente: “Je vais lui couper les cheveux et les sourcils!” Tutti diedero in uno scoppio di risa. “Messieurs!” gridò l'offeso marito; “je le dis et je tiendrai ma parole; si j'ai le bonheur de vous retrouver ici, je me ferai un devoir de vous présenter sa perruque.” Qui seguì un diavolío di risa, di voci, d'applausi, senza che il Francese spianasse neanco un momento il suo tragico cipiglio. “Ma se le trovaste uno Spagnuolo in casa?” gli domandò uno. “Je le ferais sauter par la fenêtre!” rispose. “Ma se fossero molti?”—“Tout le monde par la fenêtre!”—“Ma farete uno scandalo, accorreranno i vicini, i carabinieri, il popolo!”—“Et moi....” gridò il terribile uomo, battendosi una mano nel petto, “je ferai sauter par la fenêtre les voisins, les gendarmes, le peuple, et la ville entière, s'il le faut.” E tirò via a sbravazzare su questo tono, gesticolando con la lettera da una mano, e le forbici dall'altra, in mezzo alle risa sgangherate dei viaggiatori.Vivir para ver, vivere per vedere, dice il proverbio spagnuolo; e dovrebbe dir meglioviajar, viaggiare, chè certi originali par che s'incontrino solamente neglialberghi e sulle strade ferrate. Chi sa come sarà andata a finire!

Entrando nella mia camera, domandai al cameriere chi fossero due cosi che avevo osservato fin dalla sera prima, appesi alla parete, che mostravano d'aver non so qual pretensione di passare per due ritratti. “Caramba!” mi rispose “nada menos que los hermanos Argensola,” aragonesi, nativi di Barbastro, “dos de los mas afamados poetas de España!” (Afamadosper chi non lo sappia non vuol dire famelici, ma famosi.) E furono tali davvero i due fratelli Argensola, due veri gemelli letterarii, che ebbero la stessa indole, studiarono le stesse cose, scrissero nel medesimo stile, puro, sobrio, forbito, facendo argine con tutte le loro forze al torrente del cattivo gusto che cominciava ad invadere, ai loro tempi, sulla fine del secolo decimosesto, la letteratura spagnuola. L'uno morì a Napoli, segretario di Stato del Vicerè, l'altro a Tarragona, prete; e lasciarono tutti e due una fama onorata e cara, alla quale il Cervantes e il Lopez de Vega apposero lo splendido suggello della loro lode. I sonetti degli Argensola sono annoverati tra i più belli della letteratura spagnuola, per argutezza di pensiero e nobiltà di forma; e poichè ve n'è uno, di Lupercio Leonardo, che si sa a memoria da tutti e del quale i ministri citano spesso la chiusa per rispondere alle magniloquenti filippiche degli oratori della sinistra; lo metto qui colla speranza che potrà servire a qualcuno dei lettori per rimbeccaregli amici quando gli facessero rimprovero d'essersi innamorato, come il poeta, d'una donna che si dà il belletto.

«Yo os quiero confesar, don Juan, primeroQue aquel blanco y carmin de doña ElviraNo tiene de ella mas, si bien se mira,Que el haberle costado su dinero:Pero tambien que me confieses quieroQue es tanta la beldad de su mentira,Que en vano à competir con ella aspiraBelleza igual de rostro verdadero.Mas que mucho que yo perdido andePor un engaño tal, pues que sabemosQue nos engaña asi naturaleza?Porque ese cielo azul que todos vemosNo es cielo, ni es azul: ¡làstima grandeQue no sea verdad tanta belleza!»

«Yo os quiero confesar, don Juan, primeroQue aquel blanco y carmin de doña ElviraNo tiene de ella mas, si bien se mira,Que el haberle costado su dinero:

Pero tambien que me confieses quieroQue es tanta la beldad de su mentira,Que en vano à competir con ella aspiraBelleza igual de rostro verdadero.

Mas que mucho que yo perdido andePor un engaño tal, pues que sabemosQue nos engaña asi naturaleza?

Porque ese cielo azul que todos vemosNo es cielo, ni es azul: ¡làstima grandeQue no sea verdad tanta belleza!»

(Prima di tutto vi voglio confessare, o signor Giovanni, che quel bianco e carminio di donna Elvira non ha di suo che il denaro che le è costato; ma voglio che voi mi confessiate alla vostra volta esser siffatta la bellezza della sua finzione, che nessuna bellezza simile di volto vero potrebbe competere con essa. Ma che vale ch'io mi dia pensiero di tale inganno, se si sa che nello stesso modo c'inganna la natura? E infatti, quel cielo azzurro che tutti vediamo, non è nè cielo nè azzurro.... Peccato che non sia verità tanta bellezza!)

(Prima di tutto vi voglio confessare, o signor Giovanni, che quel bianco e carminio di donna Elvira non ha di suo che il denaro che le è costato; ma voglio che voi mi confessiate alla vostra volta esser siffatta la bellezza della sua finzione, che nessuna bellezza simile di volto vero potrebbe competere con essa. Ma che vale ch'io mi dia pensiero di tale inganno, se si sa che nello stesso modo c'inganna la natura? E infatti, quel cielo azzurro che tutti vediamo, non è nè cielo nè azzurro.... Peccato che non sia verità tanta bellezza!)

La mattina dopo mi volli procurare un piacere somigliante a quello che provava il Rousseau tenendodietro al volo delle mosche; il piacere di errare per la città, alla ventura, fermandomi a guardare le cose più insignificanti, come si fa per la strada di casa nostra, quando si aspetta un amico. Visitati alcuni edifizi pubblici, tra i quali il palazzo della Borsa, che ha una stupenda sala formata da ventiquattro colonne, ornata ciascuna di quattro scudi coll'arma di Saragozza, sovrapposti alle quattro faccie del capitello; visitata l'antica chiesa di Santiago e il bel palazzo dell'Arcivescovado, m'andai a piantare in mezzo alla vasta ed allegra piazza dellaCostitucion, che divide in due ilCoso, e riceve altre due delle principali strade della città; e di là presi le mosse, e bighellonai fino a mezzogiorno con un gusto infinito. Ora sostavo a guardare un ragazzo che giocava a nocíno, ora davo una capatina da curioso in un piccolo caffè da scolari, ora rallentavo il passo per sentire le ciancie di due serve a una cantonata, ora andavo a mettere il naso contro le vetrine d'un libraio, ora entravo a far ammattire una tabaccaia chiedendo dei sigari in tedesco, ora mi fermavo a intavolar conversazione con un rivenditore di fiammiferi, qui compravo un giornaletto, lì chiedevo del fuoco a un soldato, là domandavo la strada a una ragazza, e intanto ruminavo versi dell'Argensola, cominciavo sonetti faceti, canterellavo l'inno di Riego, pensavo a Firenze, al vin di Malaga, agli avvertimenti di mia madre, al Re Amedeo, alla mia borsa, a mille cose, a nessuna; e non avrei cangiato la mia sorte con quella d'un grande di Spagna.

Verso sera andai a vedere la Torre nuova, che è uno dei più curiosi monumenti di Spagna. È alta ottantaquattro metri,—quattro più della torre di Giotto,—e inchinata di quasi due metri e mezzo, tutta intera, come la torre di Pisa. Fu innalzata nel 1304; chi afferma che fu fatta così, chi crede che siasi inchinata poi; le opinioni sono diverse. È di forma ottagonale, e tutta costrutta di mattoni; ma presenta una varietà mirabile di disegno e d'ornamenti, un aspetto diverso a ogni piano, un misto grazioso di gotico e di moresco. Per entrare, dovetti andar a domandare il permesso a non so quale impiegato del Municipio, che abita là vicino; il quale, dopo aver guardato attentamente la punta dei miei stivali e il ciuffo dei miei capelli, diede le chiavi al custode, e mi disse: “Puede Usted ir.” Il custode era un vecchietto vigoroso che salì le interminabili scale con assai maggior speditezza di me. “Verá Usted,” mi diceva: “Verá Usted que magnífico golpe de vista!”—Io gli dissi che anche noi Italiani avevamo una torre inclinata, come quella di Saragozza; egli si voltò a guardarmi e rispose secco: “La nuestra es unica en el mundo.”—“Oh cospetto! Vi dico che n'abbiamo una anche noi, e che l'ho vista coi miei occhi, a Pisa, e poi, se non volete credere, leggete qui, lo dice anche la Guida.”—Diede un'occhiata e brontolò: “Puede ser.”—Può essere!—Vecchio cocciuto! Gli avrei dato il libro sul capo. Finalmente arrivammo sulla cima. È uno stupendo spettacolo.Saragozza si abbraccia tutta con uno sguardo: la grande strada delCoso, il passeggio di Santa Engracia, i sobborghi; e lì sotto, che par di poterle toccare, le cupole colorite di Nostra Donna del Pilar; un po' più in là l'ardita torre della Seo; più oltre l'Ebro famoso, che gira attorno alla città con una curva maestosa, e l'ampia valle, innamorata, come dice il Cervantes, della chiarezza delle sue acque e della gravità del suo corso; e la Huerba, e i ponti, e i poggi, che ricordano tanti scontri sanguinosi e disperati assalti!

Il custode mi lesse sul volto i pensieri che mi attraversavan la mente, e come proseguendo un discorso da me incominciato, prese ad accennarmi i punti per dove erano entrati i Francesi, e dove i cittadini avevano opposto le più gagliarde resistenze. “Non furono le bombe dei Francesi,” mi disse, “che ci fecero arrendere; noi stessi bruciavamo le case, e le facevamo saltare in aria colle mine; fu l'epidemia. Negli ultimi giorni più di quindicimila uomini dei quarantamila che difendevan la città eran negli ospedali; non si aveva più tempo per raccogliere i feriti e per sotterrare i morti; le rovine delle case erano coperte di cadaveri putrefatti che ammorbavano l'aria; un terzo degli edifizi della città eran distrutti; eppure nessuno parlava d'arrendersi; e chi ne avesse parlato, era stato innalzato apposta un patibolo in tutte le piazze, sarebbe stato ucciso; volevamo morire sulle barricate, nel fuoco, sotto i rottami delle nostre mura, piuttosto che piegare latesta. Ma quando il Palafox si trovò in punto di morte, quando si seppe che i Francesi avevano vinto in altre parti, e che non c'era più alcuna speranza, bisognò porre giù le armi. Ma i difensori di Saragozza si arresero cogli onori della guerra, e quando quella folla di soldati, di contadini, di monaci, di ragazzi, scarni, cenciosi, coperti di ferite, macchiati di sangue, sfilarono davanti all'esercito francese, i vincitori tremarono di riverenza e non ebbero cuore di rallegrarsi della vittoria! L'ultimo dei nostri contadini poteva portar la fronte più alta che il primo dei loro marescialli:—Zaragoza, e dicendo queste parole era splendido,ha escupido en la cara a Napoleon!—(Saragozza ha sputato in viso a Napoleone!)”

Io pensai, in quel momento, alla storia del Thiers, e il ricordo della narrazione ch'egli fa dellapresa diSaragozza mi destò un sentimento di sdegno. Non una parola generosa per la sublime ecatombe di quel povero popolo! Il loro valore, per lui, non è che fanatismo feroce, o vana manìa guerresca di contadini stanchi della vita uggiosa dei campi, e di monaci ristucchi della solitudine della cella; la loro eroica ostinazione è testardaggine; il loro amor di patria, orgoglio stolto. Essi non morivanopour cet idéal de grandeurche animava il coraggio dei soldati imperiali! Come se la libertà, la giustizia, l'onore d'un popolo, non fossero qualcosa di più grande che l'ambizione d'un Imperatore, che lo fa assalire a tradimento e lo vuol governare colla violenza!... Tramontava il sole, le torrie i campanili di Saragozza erano illuminati dagli ultimi raggi, il cielo era limpidissimo; volsi ancora uno sguardo intorno per imprimermi bene nella memoria l'aspetto della città e della campagna, e prima di voltarmi per scendere, dissi al custode che mi guardava con un'aria di benevola curiosità: “Racconti agli stranieri che verranno a visitare d'ora in avanti la torre, che un giorno, un giovane italiano, poche ore prima di partire per la Castiglia, salutando per l'ultima volta, da questo balcone, la capitale dell'Aragona, s'è scoperto il capo col sentimento del più profondo rispetto, così,—e che non potendo baciare sulla fronte, ad uno ad uno, tutti i discendenti degli eroi del 1809, ha dato un bacio al custode,”—E glielo diedi, e me lo rese, e me n'andai contento, ed egli pure, e rida chi vuole.

Con questo mi parve di poter dire che avevo visto Saragozza, e tornai all'albergo ricapitolando le mie impressioni. Mi restava però una gran voglia di fare un po' di conversazione con qualche buon saragozzano, e dopo desinare andai al caffè, dove trovai subito un capomaestro e un bottegaio, che tra un sorso e l'altro di cioccolatte, mi esposero lo stato politico della Spagna e i mezzi più efficaci

«Di portar la baracca a salvamento.»

«Di portar la baracca a salvamento.»

La pensavano molto diversamente. L'uno, il bottegaio, ch'era un ometto col naso rincagnato e ungrosso bernoccolo tra occhio e occhio, voleva la repubblica federale, senza transazioni, quella sera stessa, prima d'andare a letto; e metteva come condizionesine qua nonper la prosperità del nuovo governo, che si fucilasse il Serrano, il Sagasta e lo Zorilla, per convincerli una volta per sempreque no se chanzea con el pueblo español, che non si scherza col popolo spagnuolo. “Y su rey de Ustedes,” concludeva volgendosi verso di me, “al re che ci han mandato loro,—mi perdoni, caro il mio Italiano, la franchezza con cui le parlo,—al loro re un biglietto di prima classe per tornarseneá la hermosa Italia, ove c'è miglior aria per i Re.Somos españoles”—perdoni, caro il mio Italiano e mi metteva una mano sul ginocchio—“somos españoles, e non vogliamo stranieri, nè cotti, nè crudi!”

“Mi pare d'aver capito il suo concetto; e lei,” domandai al capomaestro, “come crede lei che si potrebbe salvar la Spagna?”

“No hay mas que un medio!” rispose con accento solenne; “non v'è che un mezzo! Repubblica federale,—in questo sono d'accordo col mio amico,—ma con Don Amedeo presidente!”—(L'amico scrollò le spalle) “Ripeto: con Don Amedeo presidente! È il sol uomo che possa tener ritta la repubblica; non è soltanto un'opinione mia; è l'opinione di molta gente. Don Amedeo faccia intendere a suo padre che qui colla monarchia non si compiccia nulla; chiami al governo il Castelar, il Figueras, il Pi y Margal; proclami la repubblica, si faccia elegger presidente,e gridi alla Spagna:—Signori, ora comando io, e chi alza le corna, legnate! E allora avremo la vera libertà.”

Il bottegaio, il quale non credeva che la vera libertà consistesse nel pigliarsi delle legnate sulle corna, protestò; l'altro ribattè; il battibecco durò un pezzo. Si venne poi a parlare della Regina; e il capomaestro dichiarò che, sebbene fosse repubblicano, aveva per Donna Vittoria un profondo rispetto e una calda ammirazione. “Tiene mucho(molto)de aquí” disse toccandosi la fronte col dito.—“Es verdad que sabe el griego?”—(È vero che sa il greco?)

“E come!” risposi.

“Hai inteso, eh?” domandò l'altro.

“Sì,” rispose il bottegaio brontolando; “pero no se govierna à España con el griego.”

Concedeva però anche lui che, regina per regina, era a desiderarsi d'averne una dotta e savia,digna de sentarse en el trono de Isabel la Catòlica, la quale, come tutti sanno, conosceva il latino quanto un professore consumato; piuttosto che una di queste regine cervelline che non hanno il capo ad altro che alle feste ed ai favoriti. In una parola, non voleva vedere in Ispagna la casa di Savoia; ma se qualche cosa poteva piegarlo un po' in di lei favore, era il greco della Regina. Che galante repubblicano!

V'è però in codesta gente una generosità di cuore, e un vigore di animo che giustifica la loro onorevolefama. L'aragonese, in Spagna, è rispettato. Il popolo di Madrid che trincia i panni addosso agli Spagnuoli di tutte le provincie, che dà al catalano di rozzo, all'andaluso di vano, al valenziano di feroce, al galiziano di miserabile, al basco d'ignorante, tratta con un po' più di riserbo gli alteri figli d'Aragona, i quali nel secolo decimonono scrissero col proprio sangue la più gloriosa pagina della storia di Spagna. Il nome di Saragozza suona nel popolo come un grido di libertà, e nell'esercito come un grido di guerra. Ma poichè non v'è rosa senza spine, questa nobile provincia è anche un semenzaio di demagoghi inquieti, di capi diguerrillas, di tribuni, di gente di testa calda e di mano ardita, che danno un gran da fare a tutti i Governi. Il Governo deve accarezzar l'Aragona come un figliuolo ombroso e focoso, che se niente niente si picca, è muso da mandare in aria la casa.

L'entrata di re Amedeo in Saragozza, e la breve dimora che vi fece nel 1871, diedero occasione a parecchi fatti, che meritano d'essere raccontati; non solo perchè si riferiscono al Principe, ma perchè sono una eloquente manifestazione del carattere del popolo. E prima d'ogni altra cosa il discorso del Sindaco, del quale s'è fatto tanto scalpore, in Spagna e fuori, e che resterà forse fra le tradizioni di Saragozza come un esempio classico di audacia repubblicana. Il Re arrivò verso sera alla stazione della strada ferrata, dove eran venuti ad aspettarlo, accompagnatida un'immensa folla, i rappresentanti di molti Municipii, e associazioni e corpi militari e civili di varie città d'Aragona. Dopo le solite grida e i soliti applausi, si fece silenzio, e l'alcade di Saragozza, presentatosi al Re, lesse con enfatica voce il seguente discorso:

«Signore! Non è la modesta personalità mia, non è l'uomo di convinzioni profondamente repubblicane; ma bensì l'alcade di Saragozza, investito del sacro suffragio universale, colui che,per un dovere imprescindibile, si presenta a voi, e si mette agli ordini vostri. Voi state per entrare nel recinto d'una città la quale, sazia ormai di gloria, porta il titolo di sempre eroica; una città che quando corse pericolo l'integrità nazionale, fu una nuova Numanzia, una città che umiliò gli eserciti napoleonici nei loro stessi trionfi ec. Saragozza fu la più avanzata sentinella della libertà; nessun governo le parve mai abbastanza liberale ec. Nel petto di nessuno dei figli suoi albergò mai il tradimento ec. Entrate, dunque, nel recinto di Saragozza. Se non aveste coraggio, non ne avreste neanco bisogno, perchè i figli della sempre eroica madre son valorosi a viso aperto, e incapaci di tradire. Non v'è scudo, nè esercito più poderoso per difendere, in questi momenti, la vostra persona, che la lealtà dei discendenti del Palafox, poichè anche i loro nemici trovano un sacro asilo sotto i tetti saragozzani. Pensate e meditate che se seguirete costantemente la via della giustizia, se farete da tutti osservare le leggi della più stretta moralità, se proteggerete ilproduttore che finora tanto dà, e sì poco riceve, se sosterrete la verità del suffragio, se Saragozza e la Spagna vi dovranno un giorno il compimento delle sacre aspirazioni della maggioranza di questo gran popolo che venite a conoscere,allora, forse, vi adornerà un più splendido titolo, che quello di Re. Potete essere il primo cittadino della nazione, e il più amato in Saragozza, e larepubblica spagnuolavi dovrà la sua completa felicità.»

A questo discorso che veniva a significare in conclusione:—Non vi riconosciamo come Re, ma entrate pure fra noi, che non v'ammazzeremo, perchè gli eroi non ammazzano a tradimento; e se sarete bravo, e ci servirete a dovere, consentiremo, forse, a sopportarvi come presidente della Repubblica;—il Re rispose con un sorriso agro-dolce, che voleva dire:—Troppa degnazione!—e strinse la mano all'Alcade, con grande meraviglia di tutti i presenti. Poi montò a cavallo, ed entrò in Saragozza. Il popolo, a quel che si dice, lo ricevette con festa, e molte signore gli lanciarono dalle finestre poesie, corone di fiori e colombe. In varii punti, il generale Cordova, e il general Rosell, che lo accompagnavano, dovettero sgombrargli la strada coi proprii cavalli. Mentre entrava nelCoso, una donna del popolo si slanciò innanzi per dargli un memoriale; il Re, ch'era già passato oltre, se n'accorse, tornò indietro, e lo prese. Poco dopo, gli si presentò un carbonaio, e gli porse la sua nera mano: il Re gliela strinse. Nella piazza di Santa Engracia, fu ricevuto da una sfarzosa mascheratadi nani e di giganti, che lo salutarono con certe danze tradizionali, fra le grida assordanti della moltitudine. Così attraversò tutta la città. Il giorno dopo visitò la chiesa della Madonna di Pilar, gli ospedali, le carceri, il circo dei Tori, e in ogni parte fu festeggiato con quasi monarchico entusiasmo, non senza segreta bizza dell'Alcade che l'accompagnava, il quale avrebbe voluto che il popolo saragozzano si ristringesse all'osservanza del quinto comandamento:—Non ammazzare,—senza andare più in là delle sue modeste promesse. Liete accoglienze ebbe pure il Re sulla via da Saragozza a Logroño. A Logroño, in mezzo a una folla innumerevole di contadini, di guardie nazionali, di donne, di ragazzi, vide per la prima volta il venerando generale Espartero. Appena si videro, si corsero incontro; il generale cercò la mano del Re, il Re gli aperse le braccia; la folla gettò un grido di gioia: “Maestà,” disse l'illustre soldato con voce commossa, “i popoli vi accolgono con patriottico entusiasmo, perchè vedono nel loro giovane Monarca il più fermo sostegno della libertà e della indipendenza della patria, e son sicuri che se i nemici della nostra ventura tentassero di turbarla, Vostra Maestà, alla testa dell'esercito e della milizia cittadina, saprebbe confonderli e sgominarli. La mia affranta salute non mi permise d'andare a Madrid per felicitare Vostra Maestà e la sua Augusta Sposa per il loro avvenimento al trono di San Ferdinando. Oggi lo faccio, e ripeto anche una volta che servirò fedelmente la persona di VostraMaestà come re di Spagna, eletto dalla volontà nazionale. Maestà, in questa città ho una modesta casa, e ve la offro, e vi prego d'onorarla della vostra presenza.”—Con queste semplici parole era salutato il nuovo Re dal più vecchio e più amato e più glorioso dei suoi sudditi. Felice auspicio, a cui mal risposer gli eventi!

Verso mezzanotte andai a un veglione, in un teatro di mezzana grandezza, sulCoso, a poca distanza dalla piazza della Costituzione. Le maschere eran poche e meschinuccie; ma v'era per compenso una folla fittissima, della quale un buon terzo ballavano furiosamente. Fuor che dalla lingua, non mi sarei accorto di assistere ad un veglione d'un teatro di Spagna, piuttosto che a un veglione d'un teatro d'Italia; mi pareva di veder persino le stesse faccie. Poi il solito tramenío, la solita licenza di parole e di mosse, il solito degenerare dal ballo in una ridda clamorosa e sfrenata. Delle cento coppie di ballerini che mi passarono dinanzi, una sola mi rimase impressa nella memoria: un giovanotto d'una ventina d'anni, alto, snello, bianco, con due grand'occhi neri; e una ragazza della stessa età, bruna come un'andalusa; tutti e due belli e alteri, vestiti dell'antico costume aragonese, abbracciati stretti, viso contro viso, come se l'uno volesse respirare l'alito dell'altro, rossi come due viole e sfolgoranti di gioia. Passavano in mezzo alla folla, gettando intorno uno sguardo sdegnoso, e mille occhi li accompagnavano,e li seguiva un mormorio sordo di ammirazione e d'invidia. Uscendo dal teatro, mi fermai un momento sulla porta per rivederli passare, e poi me ne tornai all'albergo solo e malinconico. L'indomani mattina, prima dell'alba, partii per la Vecchia Castiglia.

NOTE:[1]Le piace mangiar con me?

[1]Le piace mangiar con me?

[1]Le piace mangiar con me?

Per andare da Saragozza a Burgos, città capitale della Vecchia Castiglia, si risale tutta la gran valle dell'Ebro, attraversando una parte dell'Aragona, e una parte della Navarra, fino alla città di Miranda, posta sulla strada di Francia che passa per San Sebastiano e Baiona. Il paese è pieno di ricordi storici, di rovine, di monumenti, di nomi famosi: ogni villaggio rammenta una battaglia, ogni provincia una guerra. A Tudela, i Francesi sconfissero il generale Castaños; a Calahorra, Sertorio resistette a Pompeo; a Navarrete, Enrico di Transtamare fu vinto da Pietro il Crudele; si vedono i vestigi della città di Egon ad Agoncillo, le rovine d'un acquedotto romano ad Alcanadre, i resti d'un ponte arabo a Logroño; la mente dura fatica ad abbracciare le memorie di tanti secoli e di tanti popoli, e l'occhio si stanca colla mente. L'aspetto della campagna varia ad ogni momento. Vicino a Saragozza son campi verdi sparsi dicase e di viottole serpeggianti, per le quali si vede qualche gruppo di contadini, avvolti nei loro scialli variopinti, qualche somarello, qualche carro. Più oltre non sono che vaste pianure ondulate, nude, aride, senza un albero, senza una casa, senza un sentiero; ove non si vede che di miglio in miglio un armento, un pastore, una capanna; e qualche piccolo villaggio, composto di casuccie color terraceo, basse, che quasi si confondono col suolo; piuttosto gruppi di capanne, che villaggi, vere immagini di miseria e di squallore. L'Ebro serpeggia a grandi curve lungo la strada, ora vicino, che par che il treno ci si vada a tuffare, ora lontano, come una striscia d'argento, che appare e dispare fra le gobbe del terreno e i cespugli delle sponde. Lontano si vede una catena di monti azzurri, e al di là le cime bianche dei Pirenei. Presso Tudela si scopre il canale; dopo Custejon la campagna verdeggia; e via via, le pianure aride si alternano cogli oliveti, e qualche striscia di verde vivo rompe qua e là il giallognolo secco dei campi abbandonati. Sulle cime dei colli lontani si vedon rovine di castelli enormi, sormontate da torri tronche, spaccate, corrose, simili a grandi moncherini di giganti prostrati che minaccino ancora.

A ogni stazione della strada ferrata comprai un giornale; prima d'arrivare a metà viaggio n'avevo un monte: giornali di Madrid e d'Aragona, grandi e piccini, neri e rossi; nessuno, sfortunatamente, amico di Don Amedeo. E dico sfortunatamente, perchè, a legger quei giornali, c'era da cadere in tentazionedi voltar le spalle a Madrid e tornarsene a casa. Dalla prima all'ultima colonna, eran tutt'una sfuriata d'ingiurie, d'imprecazioni e di minaccie contro l'Italia: corna del nostro Re, roba da chiodi dei nostri ministri, ira di Dio del nostro esercito; tutto fondato sulla voce, che allora correva, d'una prossima guerra, nella quale l'Italia e la Germania alleate si sarebbero gettate sulla Francia e sulla Spagna, per distruggervi il Cattolicismo, nemico eterno di tutt'e due, e mettere sul trono di San Luigi il Duca di Genova, e assicurare il trono di Filippo II al Duca d'Aosta. Erano minaccie nell'articolo di fondo, minaccie nell'appendice, minaccie nelle notizie, in prosa, in versi, con figurine, con lettere cubitali, con lunghe righe di puntini; dialoghi tra ilpadree ilfiglio, l'uno da Roma, e l'altro da Madrid, questi che domandava: “Che cosa ho da fare?” quello che rispondeva: “Fucila!” di tratto in tratto un: “Vengano! siamo pronti! siamo sempre la Spagna del 1808; i vincitori degli eserciti napoleonici non hanno paura nè del muso degli Ulani di re Guglielmo, nè del gridío dei Bersaglieri di Vittorio Emanuele.”—E poi Don Amedeo designato coll'appellativo dipobre bambino, l'esercito italiano chiamato un esercito di ballerini e di cantanti, gl'Italiani di Spagna invitati a sfrattare col poco gentile avvertimento di:—Italianos al tren!—(Italiani al treno); in somma, chiedete e domandate, ce n'era una per sorte. Vi confesso che, su quel subito, rimasi un po' turbato; m'immaginai che a Madrid gl'Italiani fossero poco meno che segnatia dito per le vie; mi ricordai della lettera ricevuta a Genova; ripetevo tra me e me quell'Italianos al tren, come un consiglio che meritasse una seria meditazione; guardavo con sospetto i viaggiatori che entravano nel carrozzone, e gl'impiegati della strada ferrata, e mi pareva che, al primo vedermi, tutti dovessero dire:—Ecco là un emissario italiano; mandiamolo a tener compagnia al general Prim.—

Avvicinandosi a Miranda, la strada s'inoltra in una contrada montagnosa, varia, pittoresca; dove da qualunque parte si volga lo sguardo, non si vedon che roccie grigiastre, a perdita d'occhio, che rendon l'immagine d'un mare petrificato nell'atto della tempesta. È un paese pieno di bellezza selvaggia, solitario come un deserto, silenzioso come un ghiacciaio, che rappresenta alla fantasia come una visione di pianeta disabitato, e desta un senso misto di tristezza e di paura. Il treno passa fra due pareti di roccie puntagute, incavate, crestate, faccettate in tutti i sensi e in tutte le forme, che par che intorno a ciascuna abbian lavorato tutta la vita una folla di scalpellini furiosi, facendo alla cieca a chi ci lasciasse le traccie più capricciose. La strada riesce poi in una vasta pianura piantata di pioppi, nella quale sorge Miranda.

La stazione è lontanissima dalla città; dovetti aspettare nel caffè, fino a notte, il treno di Madrid. Per tre ore non ebbi altra compagnia che quella di due guardie doganali chiamate in Spagnacarabineros,vestite d'una divisa severa, con daga, pistole e carabina ad armacollo. A ogni stazione ce ne son due: le prime volte, vedendo apparire davanti al finestrino del carrozzone le canne delle loro carabine, credetti che fosser là per chiappare qualcuno, e fors'anche.... e misi, senz'accorgermene, la mano sul passaporto. Son bei giovanotti, arditi e cortesi, coi quali il viaggiatore che aspetta può intrattenersi piacevolmente a discorrer di Carlisti e di contrabbando, come io feci, con grande vantaggio del mio frasario spagnuolo. Verso sera capitò un mirandese, un uomo sulla cinquantina, impiegato, allegro, chiaccherone, ed io lasciai icarabinerosper attaccarmi a lui. Fu il primo Spagnuolo che mi parlò profondamente di politica. Lo pregai di dipanarmi un po' codesta benedetta matassa dei partiti, di cui non ero ancor riuscito a trovare il bandolo; ed egli ne fu contentissimo, e mi servì per filo e per segno. “È detto in due parole,” cominciò: “ecco come stanno le cose. Ci son cinque partiti principali: l'assolutista, il moderato, il conservatore, il radicale, il repubblicano. L'assolutista si divide in due: carlisti puri, carlisti dissidenti. Il partito moderato in due: l'uno vuole Isabella seconda, l'altro vuole Don Alfonso. Il partito conservatore in quattro: tenga bene a mente: i Canovisti, capitanati da Canovas del Castillo; gli ex-montpensieristi, capitanati dal Rios Rosas; ifronterizos, capitanati dal generale Serrano; i progressisti storici, capitanati dal Sagasta. Il partito radicale in quattro: i progressisti democratici,capo lo Zorilla; iCimbrios, capo il Martos; i democratici, capo il Ribero; gli economisti, capo il Rodriguez. Il partito repubblicano in tre: gli unitarii, capo Garcia Ruiz; i federali, capo il Figueras; i socialisti, capo il Garrido. I socialisti si dividono ancora in due; socialisti coll'Internazionale, socialisti senza l'Internazionale. In tutto sedici partiti. Questi sedici partiti si suddividono ancora. Il Martos tende a costituire un partito suo; il Candau un altro partito; il Moret un terzo partito; il Rios Rosas, il Pi y Margall, il Castelar, vanno pure preparando ciascuno un partito proprio. Son dunque ventidue partiti, parte fatti parte da farsi: aggiunga i partigiani della repubblica con Don Amedeo presidente, i partigiani della Regina che vorrebbero dare il gambetto a Don Amedeo, i partigiani della monarchia dell'Espartero, i partigiani della monarchia del Montpensier; i repubblicani a patto che non si lasci Cuba; i repubblicani a patto che Cuba si lasci; coloro che non hanno ancora rinunziato al principe di Hohenzollern, coloro che vagheggiano l'unione col Portogallo; sarebbero trenta partiti. Volendo andar pel sottile, si potrebbe suddividere ancora; ma val meglio farsi un'idea chiara di come stanno le cose. Il Sagasta si appoggia agli unionisti, lo Zorilla si appoggia sui repubblicani, il Serrano sarebbe disposto ad appoggiarsi sui moderati; i moderati, all'occasione, farebbero lega cogli assolutisti, i quali, intanto, danno la mano ai repubblicani, che si uniscono con una parte dei radicali, per mandare inaria il ministero Sagasta, troppo conservatore per i progressisti democratici, troppo liberale per gli unionisti, che hanno paura dei federali; mentre i federali non ripongono alla loro volta una gran fiducia nei radicali, sempre tentennanti fra i democratici e i sagastini. S'è fatto un'idea chiara?”

“Chiara come l'ambra!” risposi raccapricciando.

Del viaggio da Miranda a Burgos mi ricordo come d'una pagina d'un libro leggiucchiata a letto, quando gli occhi cominciano a chiudersi e la fiammella della candela a languire: cascavo di sonno. Un vicino mi scoteva di tratto in tratto perchè guardassi fuori: era una notte serena, splendeva un bellissimo lume di luna; ogni volta che m'affacciai al finestrino, vidi dalle due parti della strada roccie enormi, di fantastiche forme, vicine tanto che pareva dovessero precipitare sul treno, bianche come marmo, e così ben rischiarate, che se ne sarebbero potute contare tutte le punte, tutti gl'incavi, tutte le gobbe, come alla luce del sole. “Siamo a Pancorbo,” mi diceva il vicino, “guardi su quell'altura: là era un terribile castello che i Francesi distrussero nel 1813. Siamo a Briviesca: guardi; qui Giovanni I di Castiglia radunò gli Stati generali, che accordarono il titolo di principe delle Asturie all'erede della Corona. Guardi il monte della Brujola che tocca le stelle!”—Era uno di quegli infaticabili ciceroni che parlerebbero anche agli ombrelli; e sempre, dicendo: guardi, mi toccava in un fianco, dalla parte della tasca.Finalmente arrivammo a Burgos; il vicino disparve senza salutarmi, io mi feci condurre a un albergo, e sul punto di pagare il vetturino, m'accorsi che non avevo più un piccolo portamonete da spiccioli che solevo tenere in una tasca del pastrano. Pensai agli Stati generali di Briviesca, e suggellai la cosa con un filosofico:—Mi sta bene!—invece di gridare come fan molti in simili occasioni:—ma per Dio! ma dove siamo! ma che paese è questo!—come se nel loro paese non ci fosse della gente destra che porta via la borsa senza neanco usar la cortesia di darvi una notizia storica o una indicazione di geografia.

L'albergo in cui scesi, come quasi tutti gli alberghi delle Castiglie, era servito da ragazze. Eran sette o otto bambolone paffute e muscolose che andavano e venivano con grandi bracciate di materassi e di biancheria, curvate indietro in atteggiamenti atletici, rosse, sbuffanti, sghignazzanti, che mettevano allegrezza a vederle. Un albergo servito da donne è tutt'altra cosa che i soliti alberghi: il viaggiatore ci si pare meno straniero, e ci riposa col cuore più queto; le donne gli danno una cert'aria di casa, che fa quasi dimenticare la solitudine in cui ci si trova. Son più premurose degli uomini; sanno che il viaggiatore inclina alla malinconia, e par che ne lo vogliano stornare; sorridono e parlano con un piglio confidente, come per far capire che s'è in famiglia, in mani sicure; hanno un non so che di massaie, che servono meno per mestiere che pel gusto di rendersi utili; vi attaccano i bottoni con un'aria diprotezione; vi levan la spazzola di mano, con un atto scherzoso, come per dire: “A me, buono a nulla!” vi levano i peli dal vestito quando uscite, vi dicono: “O pobrecito!” quando tornate infangati, vi raccomandano di non dormire col capo basso quando vi danno la buona notte, vi porgono il caffè a letto dicendovi benevolmente: “Stia queto, via, non sta bene!” Una si chiamavaBeatriz, un'altraCarmelita, un'altraAmparo(Protezione); belle tutte e tre di quella poderosa bellezza montanina, che fa esclamar con un vocione di basso:—Che-bel-pez-zo-da-ses-san-ta!—Quando correvano pei corridoi, tutta la casa tremava.

L'indomani mattina al levar del sole, Amparo mi gridò nell'orecchio:—Caballero!—Un quarto d'ora dopo ero già nella strada. Burgos, posta alle falde d'una montagna, sulla riva destra dell'Arlanzon, è una città irregolare, di strade tortuose e strette, con pochi edifizi notevoli, e la maggior parte delle case non più antiche del secolo decimosettimo. Ma ha una qualità particolare che la rende curiosa e geniale: è variopinta come uno di quei scenari da teatro di marionette, coi quali i pittori si sono proposti di strappare un grido di stupore alle serve della platea. Pare una città stata colorita apposta per una festa carnovalesca, col proposito di rimbiancarla poi. Le case son rosse, gialle, azzurre, cinerine, ranciate, con ornamenti e contorni di altri mille colori; e tutto vi è dipinto: battenti di porte, ringhiere di terrazzini, inferriate, cornicioni, mensole, bozze, sporti, davanzali.Tutte le strade sembrano parate a festa; a ogni svoltata è un colpo d'occhio diverso; in ogni parte è come una gara di colori, che fanno a quale tira più gli sguardi; vien quasi da ridere; vi son colori che non si son mai visti sui muri; verde, incarnato, porporino; colori di fiori strani, di salse, di dolci, di stoffe da veste da ballo; se ci fosse a Burgos un manicomio di pittori si direbbe che la città fu colorita un giorno che scapparono i pazzi. A render più grazioso l'aspetto delle case, moltissime finestre hanno dinanzi una specie di terrazzino coperto, chiuso davanti da un'ampia vetrata, come una scansía da museo; uno a ogni piano, per lo più, e quel di sopra appoggiato su quel di sotto, e il più basso sulle vetrine d'una bottega, in modo che dal suolo al tetto paion tutti insieme una vetrina sola d'una bottega smisurata; e dietro ai vetri d'ogni piano si vedono, come messi in mostra, visini di ragazze e di fanciulli, fiori, paesaggi e figurine di carta di Francia, tende ricamate, trine, rabeschi. S'io non l'avessi saputo, non mi sarebbe mai caduto in mente che una città siffatta potesse essere la Capitale della Vecchia Castiglia, il cui popolo ha fama di grave e di austero; l'avrei creduta una delle città andaluse dove la gente è più allegra; m'ero figurato di vedere una matrona meditabonda, e avevo trovato una mascherina ghiribizzosa.

Fatti due o tre giri, riuscii in una vasta piazza, chiamata Piazza Maggiore, o Piazza della Costituzione, tutta cinta di case color di melagrano, conportici, e nel mezzo, una statua di bronzo, rappresentante Carlo III. Non avevo ancora dato un'occhiata all'intorno, che un ragazzo avviluppato in una lunga cappa sbrandellata, strascicando due grandi ciabatte, e agitando in aria un giornale, mi corse incontro.

“Vuole l'Imparcial,caballero?”

“No.”

“Vuole una cartella della lotteria di Madrid?”

“Nemmeno.”

“Vuole dei sigari di contrabbando?”

“Neppure.”

“Vuole...?”

“Eh!”

L'amico si grattò il mento.

“Vuol vedere i resti del Cid?”

Vivaddio, che salto! non importa: andiamo a vedere i resti del Cid.

Andammo al palazzo municipale. Una vecchia portinaia ci fece attraversare tre o quattro piccole sale fin che s'arrivò a una stanza dove tutti e tre ci fermammo. “Eccolos restos,” disse la donna accennando una specie di cofano posto sur un piedistallo in mezzo alla stanza. Mi avvicinai, essa alzò il coperchio, io guardai dentro. Vi eran due scompartimenti, in fondo ai quali si vedevan alcune ossa ammonticchiate, che parevan frantumi di mobili vecchi. “Queste,” disse la portinaia “sono le ossa del Cid, e quest'altre le ossa di Ximene, sua moglie.”—Presi in mano uno stinco dell'uno e una costola dell'altra,li guardai, li palpai, li rigirai; ma non riuscendo a raccappezzare la fisonomia nè del marito nè della moglie, li rimisi. Allora la donna mi accennò una scranna di legno mezzo disfatta appoggiata alla parete, e un'iscrizione che diceva essere quella la scranna sulla quale sedettero i primi giudici di CastigliaNunius Rasura,Calvoque Lainus, trisavoli del Cid; il che vuol dire che quel prezioso mobile sta ritto in quel medesimo posto dalla bellezza di novecent'anni. L'ho in questo momento dinanzi agli occhi, disegnato nel mio quaderno, a linee serpeggianti; e mi pare ancora di sentire la buona donna che mi domanda: “Es Usted pintor?” e mi mette il mento sulla matita per ammirare il mio capolavoro. Nella stanza accanto mi mostrò un braciere della stessa anzianità della scranna, e due ritratti, l'uno del Cid e l'altro di Ferdinando Gonzales, primo conte di Castiglia, tutti e due così confusi e slavati, da non porger l'immagine delle persone, meglio che gli stinchi e le costole dei due illustri consorti.

Dal palazzo municipale fui condotto sulla riva dell'Arlanzon, in una spaziosa piazza con giardino, fontane e statue, circondata da graziosi edifizii nuovi. Di là dal fiume è il borgo Bega, più oltre le aride colline che dominano la città, ad un'estremità della piazza la porta monumentale di Santa Maria, che fu innalzata in onore di Carlo V, ornata delle statue del Cid, di Fernando Gonzales, dell'Imperatore. Al di là della porta appaiono le guglie maestose dellaCattedrale. Pioveva, ero solo in mezzo alla piazza, e senza ombrello; alzai gli occhi a una finestra, e vidi una donna che mi parve unacriada, che mi guardava e rideva, come per dire:—Chi è quel matto?—Colto così all'improvviso, rimasi un po' sconcertato, e fatta meglio un po' di faccia indifferente, me n'andai per la via più corta verso la Cattedrale.

La Cattedrale di Burgos è uno dei più vasti, più belli e più ricchi monumenti della Cristianità. Dieci volte scrissi in capo alla pagina queste parole, e dieci volte mi mancò il coraggio di proseguire, tanto mi sento inetto e meschino, paragonando le forze della mia mente alle difficoltà della descrizione.

La facciata è sur una piccola piazza, dalla quale si può abbracciare collo sguardo una parte dell'immenso edificio; dagli altri lati, ricorrono strade tortuose e strette, che impediscono la vista. Da tutti i punti del tetto smisurato s'alzano guglie snelle e graziose, sopraccariche di ornamenti di color calcareo fosco, sporgenti oltre i più alti edifizi della città. Sul dinanzi, a destra e a sinistra della facciata, sorgono due campanili acuti, coperti di sculture dalla base alla cima, traforati, cesellati, ricamati, con una delicatezza e una grazia che innamora. Più in là, verso il punto di mezzo della chiesa, sorge una torre straricca, essa pure, di bassorilievi e di fregi. E sulla facciata, sugli spigoli dei campanili, a tutti i piani, sotto tutti gli archi, da tutti i lati, una moltitudine innumerevole di statue d'angeli, di martiri, di guerrieri, di principi, così fitte, così varie d'atteggiamenti,e poste in così netto rilievo dalle forme leggiere dell'edifizio, da presentar quasi allo sguardo un'apparenza di vita, come d'una legione celeste posta a guardia del monumento. A risalir cogli occhi su per la facciata, fino al vertice delle guglie esterne, abbracciando a poco a poco tutta quell'armoniosa leggiadria di linee e di colori, si prova un senso dolcissimo come a sentire una musica che si elevi gradatamente da un'espressione di raccolta preghiera fino all'estasi d'un'ispirazione sublime. Prima ch'entriate nella chiesa, la vostra immaginazione spazia già fuori della terra.

Entrate... Il primo moto che si desta in voi è un improvviso ringagliardimento di fede, se l'avete; è uno slancio dell'anima verso la fede, s'ella vi manca. Non vi pare possibile che quella smisurata mole di pietra sia un'opera vana della superstizione degli uomini; vi pare che affermi, che provi, che comandi qualcosa; vi fa l'effetto come d'una voce sovrumana che gridasse alla terra:—Sono!—vi solleva e vi schiaccia ad un tempo, come una promessa e una minaccia, come un bagliore di sole e uno scoppio di tuono. Prima di cominciare a guardare, provate il bisogno di ravvivar nel cuor vostro le scintille moribonde dell'amore divino; il sentirvi straniero dinanzi a quel miracolo di ardimento, di genio e di lavoro, vi umilia; il timidonoche vi suona in fondo all'anima, muore come un gemito sotto il sì formidabile che vi rimbomba sul capo. Prima girate gli occhi intorno vagamente, cercando i confini dell'edifizio, che ilcoro e i pilastri enormi vi nascondono; poi il vostro sguardo si slancia su per le colonne e gli archi altissimi, e riscende risale e ricorre rapidissimamente le infinite linee che s'inseguono, s'incrociano, si rispondono, si perdono, come razzi incrociantisi nello spazio, su per le vôlte grandiose; e il cuore vi gode in quell'affannosa ammirazione, come se tutte quelle linee uscissero dalla vostra mente ispirata nell'atto stesso che le percorrete cogli occhi; e poi vi assale ad un tratto come uno sgomento, una tristezza che il tempo non vi basti a considerare, l'ingegno a comprendere, la memoria a ritenere le innumerevoli maraviglie che da ogni parte travedete, affollate, ammontate, abbarbaglianti, che piuttosto che dalla mano degli uomini, si direbbero uscite, come una seconda creazione, dalla mano di Dio.

La chiesa appartiene all'ordine chiamato gotico, dell'epoca del Rinascimento; è divisa in tre lunghissime navate, attraversate per mezzo da una quarta, la quale separa il coro dall'altar maggiore. Sopra lo spazio compreso tra l'altare e il coro, s'innalza una cupola, formata dalla torre che si vede di sulla piazza. Voi volgete gli occhi in su, e restate un quarto d'ora a bocca aperta: è un visibilio di bassorilievi, di statue, di colonnine, di finestrelle, d'arabeschi, d'archi sospesi, di sculture aeree, armonizzate in un disegno grandioso e gentile, la cui prima vista mette un tremito e fa sorridere, come l'improvviso accendersi, scoppiettare e risplendere d'un immenso foco artificiale. Mille vaghe immagini diparadiso che rallegrarono i nostri, sogni infantili si spiccano tutte insieme dalla mente estatica, e volteggiando su su come uno stuolo di farfalle si vanno a posare sui mille rilievi dell'altissima vôlta, e girano, e si confondono, e il vostro sguardo le segue come se le vedesse davvero, e il cuore vi batte, e vi fugge dal petto un sospiro.

Se dalla cupola volgete lo sguardo intorno, vi si offre uno spettacolo anche più stupendo. Le cappelle son altrettante chiese per vastità, per varietà, per ricchezza. In ognuna è seppellito un principe, o un vescovo, o un grande; la tomba è nel mezzo, e v'è stesa su la statua rappresentante il sepolto, col capo appoggiato sur un origliere e le mani giunte sul petto; i sacerdoti vestiti dei loro abiti più pomposi, i principi delle loro armature, le donne delle loro vesti di gala. Tutte coteste tombe son ricoperte di un ampio panno che ricasca dai lati e che assecondando i rilievi angolosi delle statue, fa parer che ci siano sotto davvero le membra irrigidite d'un corpo umano. Da qualunque parte uno si volga, vede lontano, fra gli smisurati pilastri, dietro i ricchi cancelli, all'incerto chiarore che scende dalle altissime finestre, quei mausolei, quei drappi funebri, quei rigidi profili di cadaveri. Avvicinandosi alle cappelle, si resta sbalorditi dalla profusione delle sculture, dei marmi, degli ori che ne adornano le pareti, le vôlte, gli altari: ogni cappella racchiude un esercito d'angeli e di santi scolpiti nel marmo, nel legno, dipinti, dorati, vestiti; in qualunque punto del pavimento il vostrosguardo si fermi, è spinto su di bassorilievo in bassorilievo, di nicchia in nicchia, di rabesco in rabesco, di dipinto in dipinto, fino alla vôlta, e dalla vôlta, per un'altra catena di sculture e di pitture, ricondotto al pavimento. Da qualunque lato volgiate il viso, incontrate occhi che vi guardano, mani che vi accennano, teste di cherubini che fan capolino, svolazzetti che par che s'agitino, nuvole che par che salgano, soli di cristallo che par che tremolino; una varietà infinita di forme, di colori, di riflessi, che v'abbagliano gli occhi e vi confondon la testa.

Non basterebbe un volume a descrivere tutti i capolavori di scultura e di pittura che son sparsi in questa immensa cattedrale. Nella sagrestia della cappella del Conestabile di Castiglia è una bellissima Maddalena attribuita a Leonardo da Vinci; nella cappella della Presentazione una Vergine attribuita a Michelangelo, in un'altra una Santa Famiglia attribuita ad Andrea del Sarto. Di nessuno dei tre quadri si conosce sicuramente l'autore; ma quando vidi tirar la cortina che li copriva, e udii proferire con voce riverente quei nomi, mi corse un brivido dalla testa ai piedi. Provai per la prima volta in tutta la sua forza quel sentimento di gratitudine che dobbiamo ai grandi artisti, che resero il nome d'Italia riverito e caro nel mondo; compresi per la prima volta ch'essi non sono solamente illustratori, ma benefattori della loro patria; e non solo di chi ha intelletto per comprenderli ed ammirarli, ma anche di chi sia cieco alle opere loro, anche di chi non licuri, o gl'ignori. Perchè a chi manca il sentimento del bello, non manca l'orgoglio nazionale, e chi non sente neppur questo, sente almeno l'orgoglio suo, e gode nel profondo dell'anima quando non foss'altri che un sagrestano, all'udirgli dire: nacqui in Italia... gli sorride e si rallegra; e di quel sorriso e del suo godimento ei va debitore ai grandi nomi che non gli toccavan l'anima prima di uscir dai confini del suo paese. Quei grandi nomi l'accompagnano e lo proteggono, dovunque ei vada, come indivisibili amici; lo fan parere meno straniero fra gli stranieri; gli spargono intorno al viso un riflesso luminoso della loro gloria. Quanti sorrisi, quante strette di mano, quante parole cortesi di gente ignota dobbiamo a Raffaello, a Michelangiolo, all'Ariosto, al Rossini!

Chi vuol vedere cotesta Cattedrale in un giorno bisogna che passi dinanzi ai capolavori correndo. La porta scolpita che dà nel chiostro ha fama di essere, dopo le porte del Battistero di Firenze, la più bella del mondo; dietro l'altar maggiore è uno stupendo bassorilievo di Filippo di Borgogna, rappresentante la Passione di Cristo, una composizione immensa, a cui si direbbe non possa esser bastata la vita d'un uomo; il coro è un vero museo di scultura d'una ricchezza prodigiosa; il claustro è pieno di tombe con su statue distese, e intorno una profusione di bassorilievi; nelle cappelle, intorno al coro, nelle sale della sagrestia, per tutto quadri dei più grandi artisti spagnuoli, statuette, colonne, ornamenti;l'altar maggiore, gli organi, le porte, le scale, le inferriate, ogni cosa è grande e magnifico, e desta e schiaccia nello stesso punto l'ammirazione. Ma a che pro aumentar parole su parole? La più minuta descrizione potrebbe dare un'immagine viva della cosa? E quando avessi scritto una pagina per ogni quadro, per ogni statua, per ogni bassorilievo, sarei riuscito forse a destare nell'animo altrui, solo per un istante, la commozione che io provai?

Un sagrestano mi si avvicinò, e mi mormorò nell'orecchio, come se mi rivelasse un segreto:

“Vuol vedere il Cristo?”

“Qual Cristo?”

“Eh!” rispose “si sa, quel famoso!”

Il famoso Cristo della cattedrale di Burgos, che sanguina tutti i venerdì, merita un cenno particolare. Il sagrestano vi fa entrare in una cappella misteriosa, chiude le imposte delle finestre, accende due candele sull'altare, tira un cordoncino, una tenda corre, e il Cristo è là. Se al primo vederlo non pigliate la fuga, siete anime forti: un cadavere vero piantato sulla croce non vi metterebbe più orrore. Non è una statua, come le altre, di legno dipinto; è di pelle, si dice che è una pelle umana, imbottita; ha dei veri capelli e sopracciglia e ciglia e barba di pelo; i capelli intrisi di sangue, rigato di sangue il petto, le gambe, le mani; le piaghe che paion vere piaghe, il color della pelle, la contrazione del viso, l'atteggiamento, lo sguardo, ogni cosa terribilmentevera; direste che a toccarlo si deve sentire il tremito delle membra e il calor del sangue; vi par che le sue labbra si muovano, e stia per uscirne un lamento; non potete reggere lungo tempo a quella vista; vostro malgrado, torcete il viso, e dite al sagrestano:—Ho veduto!—

Dopo il Cristo, bisogna vedere il celebre cofano del Cid. È un cofano sdrucito e tarlato, appeso ad una parete in una sala della sagrestia. La tradizione narra che il Cid portava seco questo cofano nelle sue guerre contro i Mori, e che i sacerdoti se ne servivano come d'altarino per celebrare la messa. Un giorno, trovandosi colle tasche vuote, il formidabile guerriero riempì il cofano di sassi e di ferramenti, lo fece portar da un ebreo usuraio, e gli disse:—Il Cid ha bisogno di denaro; potrebbe vendere i suoi tesori, non vuole; dategli il danaro che gli occorre, egli ve lo renderà fra breve cogl'interessi del novantanove per cento, e lascia intanto come pegno nelle vostre mani questo cofano prezioso che racchiude la sua fortuna. Ma ad un patto: che voi gli giuriate che non l'aprirete prima ch'ei v'abbia restituito l'aver vostro: v'è un segreto che non può esser noto ad altri che a Dio e a me: decidete.—O sia che gli usurai d'allora riponessero maggior fiducia negli ufficiali dell'esercito, o avessero un'oncia di più di minchioneria che quelli d'adesso, il fatto è che l'usuraio del Cid accettò la proposta, prestò il giuramento e diede il denaro. Se il Cid si sia più fatto vivo, non so; e neanche se l'ebreo abbia datoquerela; il fatto è che il cofano c'è ancora, e che il sagrestano vi racconta celiando la cosa, senza sospettare neanco per ombra che sia una gherminella da briccone bollato, piuttosto che una burletta ingegnosa da galantuomo faceto.

Prima di uscir dalla Cattedrale bisogna farsi raccontare da un sagrestano la famosa leggenda di Papa-moscas. Papa-moscas è un fantoccio di grandezza naturale, posto nella cassa d'un orologio, al di sopra della porta, nell'interno della chiesa. Una volta, come i celebri fantocci dell'orologio di Venezia, al primo tocco delle ore, usciva fuori del suo nascondiglio, e ad ogni tocco gettava un grido e faceva un gesto stravagante, del che i fedeli pigliavano un grandissimo diletto, i ragazzi ridevano, le funzioni religiose erano turbate. Un vescovo severo, per metter fine allo scandalo, fece recider non so che nervi a Papa-moscas, e d'allora in poi egli rimase immobile e muto. Ma non per questo si cessò di parlar dei fatti suoi e a Burgos, e in tutta la Spagna, ed anche fuori di Spagna. Papa-moscas era una creatura di Enrico III; e di qui vien la sua grande importanza. La storia è assai curiosa. Enrico III, il re dalle avventure cavalleresche, che vendette un giorno il suo mantello per comprarsi da mangiare, soleva andar ogni giorno, incognito, a pregare nella Cattedrale. Una mattina i suoi occhi incontraron quelli d'una giovine donna che pregava dinanzi al sepolcro di Fernando Gonzales; gli sguardi, come direbbe Teofilo Gauthier, si annodarono; la giovinearrossì, il Re le tenne dietro quando uscì dalla chiesa, e l'accompagnò fino a casa. Per molti giorni, nello stesso luogo e all'ora medesima, si rividero, si guardarono, si manifestarono cogli sguardi e coi sorrisi la simpatia e l'amore; e sempre il Re seguitò fino a casa la donna, senza dirle una parola, e senza ch'ella mostrasse di desiderare che gliela dicesse. Una mattina, uscendo di chiesa, la bella sconosciuta lasciò cadere il fazzoletto; il Re lo raccolse, lo nascose in petto e le porse il suo. La donna, suffusa di rossore, lo prese, e asciugandosi le lagrime, disparve. Da quel giorno Don Enrico non la vide più. Un anno dopo, essendosi il Re smarrito in un bosco, fu assalito da sei lupi affamati; dopo una lunga lotta ne uccise tre colla spada, ma già gli mancavan le forze, e stava per esser divorato dagli altri. In quel punto udì un colpo di fucile e uno strano grido, che volse in fuga i tre lupi; si voltò, e vide una donna misteriosa che lo guardava cogli occhi fissi senza poter profferire parola; i muscoli del suo viso erano orribilmente contratti, e tratto tratto un acuto lamento prorompeva dal suo seno. Riavutosi dal primo stupore, il Re riconobbe in quella donna la giovane amata della Cattedrale. Gettò un grido di gioia e si slanciò per abbracciarla; ma la giovane l'arrestò, esclamando con un sorriso divino: “Amai la memoria del Cid e di Ferdinando Gonzales, perchè il mio cuore ama tutto quello che è nobile e generoso; per questo amai te pure; ma il mio dovere mi impediva di consacrarti questo amore che sarebbe statola felicità della mia vita. Accetta il sacrificio....” Ciò dicendo cadde a terra e spirò senza finire la frase, premendosi sul cuore il fazzoletto del Re. Un anno dopo il Papa-moscas si affacciava per la prima volta alla cassetta dell'orologio ad annunziare le ore; il re Enrico lo aveva fatto fare per onorare la memoria della donna che aveva amata; il grido di Papa-moscas rammentava al Re il grido che la sua salvatrice aveva lanciato nella foresta per spaventare i tre lupi. La storia narra che Don Enrico avrebbe voluto udire ripetere da Papa-moscas anche le parole d'amore della donna; ma che l'artista moro che costrusse l'automa, dopo molti sforzi vani, si dichiarò incapace di soddisfare il desiderio del pietoso monarca.

Udita la storia, feci ancora un giro per la Cattedrale, pensando con tristezza che non l'avrei riveduta mai più, che di lì a poco tante meravigliose opere d'arte non sarebbero più state per me che un ricordo, e che questo ricordo un giorno si sarebbe turbato, o confuso con altri, o perduto. Un prete predicava sul pulpito davanti all'altar maggiore: la sua voce si sentiva appena; una folla di donne inginocchiate sul lastrico, col capo basso e le mani giunte, stavano ascoltando; il predicatore era un vecchio di aspetto venerabile, parlava della morte, della vita eterna, degli angeli, con un accento soave, e facendo ad ogni frase un atto della mano, come se volesse porgerla a una persona caduta, e dicesse:—Sorgi.—Io gli avrei porto la mia, gridandogli:—Sollevami.—Lacattedrale di Burgos non è trista come quasi tutte le altre di Spagna; m'aveva rasserenato l'animo, e disposto quietamente ai pensieri religiosi. Uscii ripetendo a fior di labbra, quasi senza accorgermene:—Sollevami;—mi voltai a guardar ancora una volta le ardite guglie e gli svelti campanili, e fantasticando mi diressi verso il centro della città.

Svoltando a una cantonata, mi trovai dinanzi a una bottega, che mi fece rabbrividire. Ce n'è di uguali a Barcellona e a Saragozza, e in tutte le altre città della Spagna; ma non so come, non ne avevo mai viste. Era una bottega ampia, pulita, con due stupende vetrine a destra e sinistra della porta; sulla soglia, una donnina sorridente, che faceva la calza, e un ragazzo, in fondo, che giocava. Eppure, guardando quella bottega, l'uomo più freddo avrebbe sentito una stretta al cuore, l'uomo più allegro si sarebbe turbato. Ve la do in mille a indovinare. Nelle vetrine, dietro i battenti della porta, lungo le pareti, e su, fin quasi al soffitto, l'una sull'altra, in bell'ordine, come ceste di frutta, quali coperte di un bel velo ricamato, quali infiorate, dorate, scolpite, dipinte, v'eran tante casse da morto. Dentro, le casse per gli uomini; fuori, quelle pei bambini. Una delle vetrine combaciava dalla parte esterna con la vetrina d'una bottega da salumaio, in modo che le casse toccavan quasi le uova e i formaggi; e si poteva dare benissimo che un cittadino frettoloso,credendo d'andarsi a comperar la colezione, sbagliasse la porta, e andasse a inciampar nelle bare: scambio poco atto a stuzzicar l'appetito.


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