X.CADICE

Mentre facevo così la mia dichiarazione amorosa con frasi e immagini rubacchiate ai poeti arabi, e proprio nel momento che infilavo un sentiero tuttofiancheggiato da' fiori, mi sentii a un tratto venir su tra gamba e gamba uno zampillo d'acqua; feci un salto indietro, ricevetti uno spruzzo nel viso; mi voltai a destra, uno spruzzo nel collo; mi girai a sinistra, uno spruzzo nella nuca; mi misi a correre, acqua di sotto, dai lati, da tutte le parti, a zampilli, a sprazzi, a pioggia, così che in un momento mi trovai fradicio come se mi avessero tuffato in una tinozza. Nel punto che apro la bocca per gridare, tutto cessa, e sento una sonora risata in fondo al giardino; mi volto, e vedo un giovanotto, appoggiato a un muricciuolo, che mi guarda coll'aria di dire:—Le è piaciuto?—Quando uscii mi mostrò l'ordigno che aveva toccato per farmi quella broma (facezia), e mi confortò assicurandomi che il sole di Siviglia non mi avrebbe lasciato molto tempo in quello stato di spugna intrisa, a cui ero passato così bruscamente, me infelice! dalle braccia amorose della mia sultana.

La sera, malgrado le voluttuose immagini che m'avea suscitate nella mente l'Alcazar, fui abbastanza calmo da poter considerare la bellezza delle sivigliane senza esser poi costretto cercare uno scampo tra le braccia del console. Io non credo che in nessun paese esistan donne più atte delle andaluse a far concepire il disegno d'un rapimento; non solo perchè destin la passione che fa far le corbellerie; ma perchè davvero paion fatte apposta per esser prese, abballottate e nascoste, tanto son piccole, leggiere,rotondette, elastiche, morbidine. I loro piedini vi entrerebbero agevolmente tutti e due in una tasca del soprabito, con una mano le levereste su per la vita come le bambole, e premendole un po' con un dito le pieghereste come una verghetta di giunco. Alla bellezza naturale accoppian poi l'arte di camminare e di guardare in una maniera da far dar di volta al cervello. Scivolano, sguisciano, ondeggiano; in un momento solo, passandovi accanto, vi mostrano il piedino, vi fanno ammirare il braccio, vi mettono in evidenza la vitina, vi scoprono due file di denti bianchissimi, e vi lanciano uno sguardo lungo e velato che si figge e muore nel vostro; e poi tiran via con aria di trionfo, sicure d'avervi messo il sangue sossopra.

Per avere un'idea della bellezza delle donne del popolo e della loro foggia di vestire, andai a vedere il giorno dopo la fabbrica di tabacchi, che è una delle più vaste d'Europa e conta non meno di cinquemila operaie. L'edifizio è di fronte al vasto giardino del duca di Montpensier; le operaie si trovan quasi tutte in tre grandissime sale, divisa ciascuna in tre parti da tre file di pilastri. Il primo colpo d'occhio è stupendo; vi si presentano tutte insieme allo sguardo ottocento ragazze, divise in gruppi di cinque o sei, sedute intorno ai tavolini da lavoro, fitte come una folla, le lontane confuse, le ultime appena visibili; tutte giovani, poche bambine; ottocento chiome nerissime e ottocento visi bruni di ogni provincia d'Andalusia, da Iaen a Cadice, da Granataa Siviglia. Si sente un brulichío come in una piazza piena di popolo. Le pareti, dalla porta d'entrata fino alla porta d'uscita, in tutte tre le sale, sono tappezzate di gonnelle, di scialli, di fazzoletti, di sciarpe; e, cosa curiosissima, tutto quell'ammasso di cenci che basterebbe a riempire cento botteghe da rigattiere, presenta due colori dominanti, tutti e due continui, l'uno sotto l'altro, come i colori d'una lunghissima bandiera: il nero degli scialli sopra, il roseo delle vesti sotto; misto al rosso il bianco, il porporino, il giallo; e par di vedere un'immensa bottega di maschere o un'immensa sala da ballo in cui le ballerine, per esser più libere, abbiano appeso al muro tutto ciò che non è strettamente necessario a salvare il pudore. Le ragazze si rimettono quei vestiti per uscire; per lavorare veston roba da strapazzo; ma ugualmente bianca o rosea. Il caldo essendo insopportabile, tutte s'alleggeriscono quant'è possibile, e perciò fra quelle cinquemila ve ne saranno appena una cinquantina delle quali il visitatore non possa contemplare a suo bell'agio il braccio e la spalla, senza tener conto dei casi straordinari che si presentano all'improvviso passare da una sala all'altra, dietro le porte e le colonne, e in fondo agli angoli lontani. Vi sono dei visi bellissimi; ed anco i non belli hanno qualche cosa che attira lo sguardo e s'imprime nella memoria: il colorito, l'occhio, le ciglia, il sorriso. Molte, e specie le così dettegitane, sono d'un bruno carico come le mulatte, e han le labbra tumide; altre, gli occhi tanto grandiche un loro ritratto fedele parrebbe un'esagerazione mostruosa; la maggior parte son piccine e ben fatte, e tutte hanno una rosa o una viola o un mazzetto di fiori di campo fra le treccie. Sono pagate in ragione del lavoro che fanno; le più abili e le più operose guadagnano fino a tre lire il giorno; le pigre—las holgazanas—dormono colle braccia incrociate sul tavolo e la testa appoggiata sulle braccia; le mamme lavorano dimenando una gamba cui è legata una cordicella che fa dondolare una culla. Dalla sala dei sigari si passa in quella deicigarritos, da quella deicigarritosin quella delle scatole, da quella delle scatole in quella delle casse, e per tutto si vedon sottane color di rosa, treccie nere ed occhioni. In una sola di quelle sale quante storie d'amore, di gelosie, d'abbandoni e di miserie! All'uscire di quella fabbrica, per un pezzo vi par di vedere da ogni parte pupille nere che vi guardano con mille espressioni diverse di curiosità, di noia, di simpatia, di allegrezza, di mestizia, di sonno.

Lo stesso giorno andai a vedere il Museo di pittura.

Il Museo di pittura di Siviglia non possiede un gran numero di quadri; ma quei pochi valgono un grande Museo. Vi sono i capolavori del Murillo, e fra questi l'immortaleSant'Antonio da Padova, che ha fama di essere la più divinamente ispirata delle sue creazioni, e una delle più grandi meraviglie del genio umano. Visitai quel Museo colsignor Gonzalo Segovia e Ardizone, uno dei più illustri giovani di Siviglia, e vorrei ch'egli fosse ora qui, accanto al mio tavolino, per testificare con una noticina firmata che nel punto ch'io fissai gli occhi su quel quadro, lo afferrai pel braccio e gettai un grido.

Una volta sola, in vita mia, provai una commozione della natura di quella che m'assalì alla vista di quel l'immagine. Era una bella notte d'estate, il cielo tutto scintillante di stelle, e la vasta campagna che si abbracciava con uno sguardo dal luogo alto dove mi trovavo, immersa in una quiete profonda. Una delle più nobili creature ch'io abbia incontrato finora nella vita, era accanto a me. Poche ore prima avevamo letto alcune pagine d'un libro dell'Humboldt. Guardavamo il cielo, e parlavamo del moto della terra, dei milioni dei mondi, dell'infinito, con quel tuono sommesso, quasi di voce lontana, che vien spontaneo quando si parla di tali cose, di notte, in un luogo silenzioso. A un certo punto tacemmo, e ciascuno si abbandonò, cogli occhi fissi nel cielo, alle sue fantasie. Io non so per qual ordine di pensieri riuscii dove riuscii; non so che misterioso movimento d'affetti si sia prodotto nel mio cuore; non so che cosa abbia veduto, o traveduto, o sognato; so che tutto ad un tratto mi parve che si squarciasse un velo davanti alla mia mente, sentii dentro di me una infinita sicurezza di ciò che fino allora avevo piuttosto desiderato che creduto, il mio cuore si dilatò in un sentimento di gioia suprema, d'una dolcezza angelica, d'una speranza immensa; un'ondadi lagrime ardenti mi sgorgò impetuosamente dagli occhi, e afferrando la mano amica che cercava la mia, gridai dal più profondo dell'anima:—È vero! È vero! È vero!—e mi misi a piangere come un bambino.

IlSant'Antonio di Padovami fece riprovare la commozione di quella sera. Il santo è inginocchiato in mezzo alla sua cella: il bambino Gesù, circonfuso d'una luce bionda e vaporosa, attirato dalla forza della preghiera, scende fra le sue braccia; Sant'Antonio, rapito in estasi, si slancia con tutto il suo corpo e tutta la sua anima verso di lui, rovesciando indietro la sua testa raggiante in uno spasimo di voluttà sovrumana. Tale fu la scossa che mi diede questo quadro, che pochi minuti di contemplazione mi lasciarono stanco come se avessi percorso un grande Museo; e mi prese un tremito che mi durò per tutto il tempo ch'io rimasi in quella sala. Vidi in seguito gli altri grandi quadri del Murillo: unaConcezione, unSan Francesco che abbraccia Cristo, un'altraVisione di Sant'Antonio, ed altri che non son meno di venti, tra i quali la incantevole e famosaVergine della Servietta, dipinta dal Murillo sur una servietta vera, nel Convento de' Cappuccini di Siviglia, per soddisfare un desiderio del laico che lo serviva: una delle sue più delicate creazioni, nella quale profuse tutta la magia dei suoi inimitabili colori; ma nessuno di questi quadri che pur sono oggetto di meraviglia a tutti gli artisti del mondo, staccò il mio pensiero e il mio cuore da quel divino Sant'Antonio.

V'hanno pure in quel Museo quadri dei due Herrera, del Pacheco, di Alfonso Cano, di Paolo di Cespedes, del Valdes, del Mulato, che fu servitore del Murillo e ne imitò abilmente la maniera; e infine il famoso gran quadro l'Apoteosi di San Tommaso d'Aquinodi Francesco Zurbaran, uno dei più eminenti artisti del secolo decimosettimo, soprannominato il Caravaggio spagnuolo, forse superiore a questi nella verità e nel sentimento morale, naturalista possente, colorista vigoroso, inimitabile rappresentatore di frati austeri, di santi macerati, di eremiti pensosi, di sacerdoti terribili; e poeta insuperato della penitenza, della solitudine, della meditazione.

Dopo avermi fatto vedere il Museo di Pittura, il signor Gonzalo Segovia mi condusse per un andirivieni di stradine, nella stradaFrancos, che è una delle principali della città, e fermatosi dinanzi a una piccola bottega da mercante di panni, mi disse sorridendo:

“Guardi; non le fa pensare a nulla questa bottega?”

“In verità,” risposi, “a nulla.”

“Guardi il numero.”

“È il numero quindici: e con questo?”

“Oh! cospetto,” esclamò allora il mio amabile cicerone:

«Numero quindici,A mano manca!»

«Numero quindici,A mano manca!»

“La bottega delBarbiere di Siviglia!” gridai.

“Appunto,” egli mi rispose; “la bottega del barbiere di Siviglia; ma badi, se ne parlerà in Italia, non giuri, perchè le tradizioni sono spesso traditrici, e io non vorrei addossarmi la responsabilità d'una affermazione storica di tanta importanza.”

In quel momento il mercante s'affacciò alla porta della bottega, e indovinando il perchè eravamo là, rise, e ci disse:—No está.—Figaro non c'è, e facendoci un grazioso saluto, si ritrasse.

Allora pregai il signor Gonzalo di farmi vedere unpatio, uno di quegl'incantevolipatios, che, a guardarli dalla strada, mi facevan fantasticare tante delizie. “Voglio vederne almeno uno,” gli dissi, “penetrare una volta in mezzo a quei misteri, toccar le pareti, assicurarmi che sono una cosa vera, e non una visione.”—Il mio desiderio fu subito appagato. Entrammo nelpatiod'un amico suo. Il signor Gonzalo disse al servitore lo scopo della visita, e rimanemmo soli. La casa non aveva che un piano. Ilpationon era più spazioso d'una sala comune; ma tutto marmo e fiori, e uno schizzo d'acqua nel mezzo, e intorno quadri e statuette, e fra tetto e tetto una tenda che riparava dal sole. In un canto si vedeva un tavolino da lavoro, e qua e là seggiole e panchettine, sulle quali s'eran forse posati poco prima i piedi di qualche Andalusa che in quel momento ci osservava di fra le stecche d'una persiana. Io guardai minutamente ogni cosa, come avrei fatto in una casa abbandonata dalle fate; sedetti, chiusi gli occhi e immaginai d'essere il padrone; poi m'alzai,bagnai una mano allo zampillo della fontana, palpai una colonnetta, m'affacciai alla porta, presi un fiore, alzai gli occhi alle finestre, risi, misi un sospiro, e dissi:—“Quanto debbono esser felici coloro che vivon qui!”—In quel punto sentii ridere, mi voltai, e vidi lampeggiar dietro una persiana due neri occhietti, che sparirono subito. “In verità,” dissi “non credevo che su questa terra si potesse ancora vivere tanto poeticamente! E pensar che voi vi godete queste case per tutta la vita! E che avete ancora voglia di stillarvi il cervello colla politica!”—Il signor Gonzalo mi spiegò i secreti della casa.—“Tutti questi mobili,” mi disse “questi quadri, questi vasi di fiori, all'avvicinarsi dell'autunno scompaion di qui e risalgono al primo piano, che è l'abitazione dell'inverno e della primavera. All'avvicinarsi dell'estate, letti, armadii, tavole, seggiole, ogni cosa si riporta nelle stanze a pian terreno, e la famiglia dorme qui, e desina, riceve gli amici e lavora, in mezzo ai fiori e ai marmi, al mormorío della fontana. E poichè la notte si lascian le porte aperte, dalle stanze dove si dorme si vede ilpatioilluminato dalla luna, e si sente l'odor delle rose.”—“Oh basta!” esclamai, “basta, signor Gonzalo, abbia pietà degli stranieri!”—E ridendo di cuore tutti e due, uscimmo per andar a vedere la famosaCasa de Pilatos.

Passando per una stradina solitaria, vidi nelle vetrine d'una chincaglieria un assortimento di coltelli così spropositatamente larghi e lunghi e stravaganti,che mi venne il desiderio di comprarne uno. Entrai, me ne fu schierata una ventina sotto gli occhi, ed io me li feci aprire uno per uno. Ad ogni scatto di lama indietreggiavo d'un passo. Non credo che si possa immaginare un'arma di aspetto più barbaro e più orrendo di questa. Da un manico di rame, o d'ottone, o di corno, un po' curvo, e lavorato a trafori che lascian vedere delle striscioline di talco di varii colori, balza fuori, producendo un rumore simile a quello d'una raganella, una lama larga come la palma della mano, lunga due palmi, acuta come un pugnale, della forma di un pesce, ornata d'intagli colorati di rosso che paion righe di sangue rappreso, e d'iscrizioni minacciose e feroci. Sur una è scritto in spagnuolo:—Non aprirmi senza ragione, non chiudermi senza onore;—sur un'altra:—Dove tocco è finita;—sur una terza:—Quando questa serpe morde, il medico non ci ha più che fare;—ed altre galanterie di questa natura. Il nome proprio di questi coltelli ènavajache vuol dire anche rasoio, e lanavajaè l'arma da duello del popolo. Ora, è un po' caduta in disuso, ma una volta era in grande onore; v'erano i maestri, ciascuno aveva il suo colpo segreto, si facevan dei duelli secondo tutte le regole della cavalleria. Comprai la più spropositatanavajadella bottega, e ripigliammo la nostra strada.

LaCasa de Pilato, posseduta dalla famiglia di Medina-Cœli, è, dopo l'Alcazar, il più bel monumento d'architettura araba che esista a Siviglia. Il nomediCasa di Pilatole venne da che il suo fondatore, Don Enriquez de Ribera, primo marchese di Tarifa, la fece costrurre, secondo si narra, ad imitazione della casa del pretore Romano ch'egli aveva vista a Gerusalemme dove s'era recato in pellegrinaggio. L'aspetto esteriore dell'edifizio è modesto; l'interno è meraviglioso. Si entra dapprima in un cortile, non meno bello di quello incantevole dell'Alcazar, cinto d'un doppio ordine di archi sostenuti da leggiadre colonne di marmo, che forman due leggerissime gallerie, l'una sovrapposta all'altra, e delicate tanto alla vista da far temere che rovinino al primo soffio di vento. Nel mezzo è una graziosa fontana, sorretta da quattro delfini di marmo e coronata d'una testa di Giano. I muri sono ornati, in basso, di fulgidi musaici; più su, coperti di ogni maniera di capricciosi arabeschi; qua e là aperti in belle nicchie che contengon busti d'imperatori romani. Ai quattro angoli del cortile, sorgono quattro statue colossali. Le sale son degne del cortile: i soffitti, i muri, le porte sono scolpiti, ricamati, fioriti, istoriati con una delicatezza da miniatura. In una vecchia cappella di stile misto di gotico e d'arabo, di forma elegantissima, si conserva una piccola colonna alta poco più di tre piedi, donata da Pio V a un discendente del fondatore del palazzo, allora vicerè di Napoli; alla qual colonna, narra la tradizione che sia stato avvinto Gesù Cristo per essere flagellato; il che, se pur fosse vero, proverebbe che Pio V non aveva nemmeno un pelo che ci credesse, chè altrimenti nonavrebbe commesso, così alla leggiera, l'inqualificabile sproposito di privarsene per fare un regalo al primo venuto. Tutto il palazzo è sparso di sacre memorie. Al primo piano, il custode vi accenna una finestra che corrisponde a quella presso cui era seduto san Pietro quando rinnegò Gesù, e il finestrino dal quale la fante lo riconobbe. Dalla strada si vede un'altra finestra con un terrazzino di pietra, che occupa precisamente il posto di quella dove Gesù fu mostrato al popolo colla corona di spine. Il giardino è pieno di frammenti di statue antiche portate dall'Italia da quello stesso Don Pedro Afan de Ribera, vicerè di Napoli. Fra le altre fiabe che si raccontano intorno a quel misterioso giardino, si dice che Don Pedro Afan de Ribera vi aveva posto l'urna, recata dall'Italia, che conteneva le ceneri dell'Imperatore Traiano, e che un curioso senza garbo, avendola rovesciata con un urto, le ceneri dell'Imperatore s'erano sparse fra l'erba, e nessuno era più riuscito a raccoglierle. Così l'augusto monarca, nato a Italica, per uno stranissimo caso era tornato vicino alla sua città nativa, non assai bene in arnese, a dir vero, per poter recarsi a meditare sulle sue rovine; ma pur vicino in ogni modo.

Dopo quello che ho accennato, si può dire, non d'aver visto, ma d'aver cominciato a vedere Siviglia. Io però mi arresto qui, perchè tutto deve aver una fine. Lascio da un lato i passeggi, le piazze, le porte, le biblioteche, i palazzi pubblici, le case dei grandi,i giardini, le chiese; ristringendomi a dire che, dopo aver girato per parecchi giorni dal levar del sole al tramonto, dovetti partire da Siviglia col peso di molti rimorsi sulla coscienza. Non sapevo più dove battere il capo. Ero giunto a tal segno di stanchezza che l'annunzio d'una nuova cosa da vedere mi faceva più spavento che piacere. Il buon signor Gonzalo mi ispirava coraggio, mi confortava, mi accorciava il cammino colla sua piacevolissima compagnia; ma tant'è, di quello che vidi gli ultimi giorni non serbo che una memoria molto confusa.

Siviglia, benchè non meriti più il titolo glorioso di Atene spagnuola, come ai tempi di Carlo V e di Filippo II, quando madre ed ospite d'una folta ed eletta schiera di poeti e di pittori, era la sede della civiltà e delle arti del vasto impero dei suoi monarchi; è pur sempre fra le città di Spagna, eccettuata Madrid, quella in cui la vita artistica si mantiene più rigogliosa, e per la copia degli ingegni, e per l'opera dei mecenati, e per la natura del popolo amantissimo delle belle arti. V'è una fiorente Accademia letteraria, una Società protettrice delle arti, un'Università di bella fama, e una famiglia di dotti e di scultori, che godono d'una onorevole reputazione in Ispagna. Ma la prima gloria letteraria di Siviglia è una signora, Caterina Bohl, autrice delle novelle che portano il nome di Fernan Caballero, diffusissime in Spagna, e in America, tradotte in quasi tutte le lingue d'Europa, e note anche in Italia,dove alcune vennero non è molto pubblicate, a ogni persona che s'occupi nulla nulla di letteratura straniera. Son quadri ammirabili di costumi andalusi, pieni di verità, d'affetto, di grazia, e sopra tutto d'un così possente vigore di fede, d'un entusiasmo religioso così intrepido, d'una carità cristiana così ardente, che il più scettico uomo del mondo ne sarebbe scosso e turbato. Caterina Bohl è una donna che affronterebbe il martirio con la fermezza e la serenità di sant'Ignazio. E la coscienza della sua forza si rivela ad ogni sua pagina: non si ristringe a difendere la religione e a predicarla, assale, minaccia, fulmina i nemici; e non solo i nemici della religione, ma ogni uomo ed ogni cosa che accolga, per dirla con una frase fatta, lo spirito del secolo, poich'ella non perdona a nulla di quanto s'è fatto al mondo dai tempi dell'Inquisizione in poi, ed è più inesorabile del Sillabo. Ed è questo forse il suo più gran difetto di scrittrice, perchè i suoi predicozzi religiosi, e le sue invettive sono soverchio fitte, e quando non rivoltano, ristuccano, e nuocciono, più che non giovino alle sue stesse mire. Ma non c'è ombra di fiele nell'anima sua, e quale è nei libri, tale nella vita: gentile, buona, caritatevole; in Siviglia è venerata come una santa. Nacque nella città, si maritò giovanissima, ed ora è vedova per la terza volta. Il suo ultimo marito, che fu ambasciatore di Spagna a Londra, si uccise, ed ella da quel giorno non ha più deposto il lutto. Ha ora poco meno di settant'anni, fu bellissima, ed ilsuo aspetto nobile e sereno serba l'impronta della bellezza. Suo padre, ch'era uomo fornito di acuto ingegno e di vasta cultura, le fece apprendere in tenera età varie lingue: conosce profondamente il latino, e parla con facilità mirabile l'italiano, il tedesco, il francese. Oramai, benchè giornali ed editori d'Europa e d'America la stimolino con larghissime offerte a scrivere, non scrive più; ma non vive per questo inoperosa. Legge dalla mattina alla sera ogni sorta di libri, e leggendo o fa la calza o ricama, poichè ha fermissimamente deciso che i suoi studi di letteratura non debbano togliere neanche un minuto alle sue faccende da donna. Non ha figliuoli, vive in una casa solitaria, della quale ha ceduto il miglior quartiere a una famiglia povera, e spende una buona parte dell'aver suo in elemosine. Un tratto curioso del suo carattere è l'affetto vivissimo che porta alle bestie: ha la casa piena d'uccelli, di gatti e di cani; e la sua sensitività, a questo riguardo, è così delicata, ch'ella non ha mai voluto metter piede in una carrozza, dal timore di veder dare una frustata al cavallo per cagion sua. Tutti i dolori l'affliggono come suoi proprii dolori: la vista d'un cieco, d'un malato, d'una sventura quale essa sia, la turba per una giornata intera; non può chiuder gli occhi al sonno, se non ha prima asciugato una lacrima; darebbe lietamente tutta la sua gloria per risparmiare una trafittura di cuore ad uno sconosciuto. Prima della rivoluzione viveva meno solitaria: la famiglia Montpensier la riceveva con grandi onoranze,le più illustri famiglie di Siviglia facevano a gara per averla in casa; ora non vive che coi suoi libri e con poche amiche.

Ai tempi degli Arabi, Cordova aveva il primato nella letteratura, Siviglia nella musica; Averroes diceva:—Quando a Siviglia muore un dotto e si voglion vendere i suoi libri, si mandano a Cordova; ma se a Cordova muore un musico, i suoi strumenti si mandano a vendere a Siviglia.—Ora Cordova ha perduto anche il primato letterario, e Siviglia li ha tutti e due. Non son più i tempi, certo, in cui un poeta, cantando le bellezze d'una fanciulla, faceva accorrere intorno a lei, da tutte le parti del regno, una folla d'innamorati; e un principe invidiava un altro principe, solo perchè era stato fatto in sua lode un verso più bello di quanti ne fossero mai stati ispirati da lui; e un Califfo premiava l'autore d'un bell'inno con un regalo di cento cammelli, d'uno stuolo di schiavi e d'un vaso d'oro; e una ingegnosa strofa improvvisata a tempo scioglieva dalle catene uno schiavo o salvava la vita a un condannato a morte; e i musici passeggiavan per le strade di Siviglia con un corteggio da monarchi, e il favore dei poeti era cercato come quello dei re, e la lira era temuta come la spada. Ma il popolo sivigliano è pur sempre il popolo più poeta della Spagna. Il frizzo, la parola amorosa, l'espressione della gioia e dell'entusiasmo sgorgano dalle sue labbra con una spontaneità e una grazia che seduce.Il popolano di Siviglia improvvisa versi, parla che par che canti, gestisce che par che declami, ride e folleggia come i fanciulli. A Siviglia non s'invecchia. È una città in cui si sfuma la vita in un sorriso continuo, senz'altro pensiero che di godersi il bel cielo, le belle casine, i giardinetti voluttuosi. È la città più quieta di Spagna; è la sola, che dalla rivoluzione in poi, non sia stata agitata da alcuni di quei tristi commovimenti politici che sconvolsero le altre; la politica non passa la prima pelle; si bada a fare all'amore; tutte le altre cose si pigliano in ridere;todo lo toman de broma, dicono dei sivigliani gli altri spagnuoli; e in vero, con quell'aria profumata, con quelle stradine da città orientale, con quelle donnine piene di fuoco, confondersi! A Madrid si parla male di loro; si dice che son vani, falsi, mutevoli, pettegoli. È gelosia! Invidiano la loro indole felice, la simpatia che ispirano agli stranieri, le loro ragazze, i loro poeti, i loro pittori, i loro oratori, la loro Giralda, il loro Alcazar, il loro Guadalquivir, la loro vita, la loro storia! Così dicono i sivigliani battendosi una mano sul petto e cacciando in aria un nuvolo di fumo dal loro inseparabilecigarrito; e le loro belle donnine si vendicano delle madrilene e di tutte le donne del mondo, parlando con maligna pietà dei lunghi piedi, delle larghe vite e degli occhi morti che in Andalusia non riceverebbero l'onore d'uno sguardo e l'omaggio d'un sospiro. Bello ed amabile popolo in verità, al quale, ahimè! bisogna pur vedere il rovescio della medaglia, soverchia la superstizione e mancanle scuole, come a quasi tutta la Spagna meridionale, in parte non per sua colpa, ma in parte sì; e questa, forse, non è la parte minore.

Il giorno fissato per la partenza mi arrivò addosso inaspettato. È strano: io non ricordo quasi nulla dei particolari della mia vita a Siviglia; è un gran che se so dire a me stesso dove desinai, di che cosa parlai col Console, come passai le serate, perchè stabilii di partire quel dato giorno; ero assente da me stesso; vivevo, se posso così esprimermi, fuori di me; fui per tutto il tempo che rimasi in quella città, un po' intontito. Fuor che nel Museo e nelpatio, il mio amico Segovia deve aver trovato che sapevo di poco; e ora, non so perchè, penso a quei giorni come a un sogno. Di nessun'altra città m'è rimasta una ricordanza così vaga come di Siviglia. Oggi ancora, mentre son ben sicuro di essere stato a Saragozza, a Madrid, a Toledo, qualche volta, pensando a Siviglia, mi piglia un dubbio. Mi pare che sia una città molto più lontana degli ultimi confini della Spagna, che per tornarci dovrei viaggiare mesi e mesi, e attraversare terre sconosciute e grandi mari e popoli in tutto diversi da noi. Penso alle strade di Siviglia, a certe piazzette, a certe case, come penserei alle macchie della luna. A volte, l'immagine di quella città mi passa dinanzi agli occhi, come una forma bianca, e dispare, quasi senza che io possa afferrarla colla mente; la vedo odorando un arancio cogli occhi chiusi; fiutando I' aria, in certe oredella giornata, sulla porta d'un giardino; canterellando una canzoncina che sentii cantare da un ragazzo su per le scale della Giralda. Non so spiegare a me stesso questo secreto; ci penso, come a una città che avessi ancora da vedere, e godo nel guardare stampe e nello sfogliar libri comprati là, perchè son cose che attestano a me stesso che ci sono stato. Un mese fa ricevetti una lettera del Segovia che mi diceva:—Ritornate fra noi;—e n'ebbi un piacere matto, e nello stesso tempo risi come se m'avessero detto:—Fate una corsa a Pekino.—E appunto per questo Siviglia mi è cara su tutte le altre città della Spagna; l'amo come una bella donna sconosciuta, che attraversando un bosco misterioso, m'avesse gettato uno sguardo ed un fiore. Quante volte, quando un amico mi scuote dicendomi:—A che pensi?—o nella platea d'un teatro o nella sala d'un caffè, io, per tornare a lui, debbo uscire dallo stanzino di Maria Padilla, o da una barca che scivola all'ombra dei platani dellaCristina, o dalla bottega di Figaro, o dal vestibolo di unpatiopieno di fiori, di zampilli e di lumi!

M'imbarcai sur un bastimento della Compagnia Segovia, presso la Torre dell'Oro, in un'ora che Siviglia era tutta immersa in un profondo sonno, e un sole ardentissimo la copriva d'un mare di luce. Mi ricordo che pochi momenti prima della partenza, un giovinetto venne a bordo a cercarmi, e mi rimise una lettera di Gonzalo Segovia, la quale racchiudevaun sonetto che serbo tuttora, come uno dei più preziosi ricordi di Siviglia. Sul bastimento era una compagnia di cantanti spagnuoli, una famiglia inglese, degli operai, dei bambini. Il capitano, da buon andaluso, aveva una parola cortese per tutti. Appiccai subito discorso con lui. Il mio amico Gonzalo è figliuolo del proprietario del bastimento; parlammo della famiglia Segovia, di Siviglia, del mare, di mille cose allegre. Ah! il pover uomo era ben lontano dal pensare che, pochi giorni dopo, quel malaugurato bastimento si sarebbe sfasciato in mezzo al mare, ed egli avrebbe fatto così un'orrenda fine! Era ilGuadairadel quale scoppiò la caldaia a breve distanza da Marsiglia, il giorno 16 giugno del 1872.

A tre ore il bastimento partì alla volta di Cadice.

Quella fu la serata più deliziosa di tutto il mio viaggio.

Poco dopo che il bastimento s'era mosso cominciò ad alitare una di quelle aurette gentili che scherzano come la manina d'un bimbo col fiocco della cravatta e coi capelli delle tempie; e da prora a poppa si levò un vocío di donne e di ragazzi, come segue in una brigata d'amici al primo chiocco di frusta che annunzia la partenza per una scampagnata festiva. Tutti i passeggieri si radunarono a poppa, all'ombra d'un'ampia tenda variopinta come un padiglione chinese, e chi sedette sui cordami, chi si sdraiò sulle panche, chi si appoggiò al parapetto, ognuno rivolto dalla parte della torre dell'Oro, per godere lo spettacolo famoso e incantevole di Siviglia che s'allontana e dispare. Qualche donnina aveva ancora il viso bagnato delle lagrime dell'addio, qualche bambino era ancora un po' stordito dallo strepito della macchina a vapore, qualche signorenon aveva ancora finito di bisticciarsi coi facchini che gli avevan un po' strapazzato i bauli; ma di lì a pochi minuti tutti si rasserenarono, si cominciò a mondare aranci, ad accender sigari, a far girare fiaschettine di liquori, ad appiccar conversazione cogli sconosciuti, a canterellare, a ridere; in un quarto d'ora fummo tutti amici. Il bastimento scivolava colla soavità d'una gondola sulle acque chete e limpide, che riflettevano come uno specchio le vesti bianche delle signore; e l'aria portava un gratissimo odore d'aranci dai boschi delle sponde popolate di ville. Siviglia s'era nascosta dietro la sua cinta di giardini; e noi non vedevamo più che un mucchio immenso d'alberi verdissimi, e di sopra la nera mole della cattedrale, e la Giralda color di rosa, sormontata dalla sua statua fiammeggiante come una lingua di fuoco. Via via che ci allontanavamo la cattedrale appariva più grande e più maestosa come se tenesse dietro alla nave e guadagnasse terreno; ora pareva che, pure inseguendoci, si allontanasse dalla sponda; ora che si fosse posta a cavallo del fiume; un momento sembrava che fosse tutt'a un tratto ritornata al suo posto; un momento dopo appariva tanto vicina da far sospettare che il bastimento tornasse indietro. Il Guadalquivir serpeggia a brevi curve; secondo che il bastimento andava di qua o di là, Siviglia appariva e spariva. Ora faceva capolino da una parte, come se si fosse allungata fuor della sua cinta; ora balzava tutt'a un tratto al di sopra dei boschi, biancheggiandocome un altopiano coperto di neve; ora lasciava veder qua e là in mezzo al verde alcune striscie bianche, e si nascondeva daccapo, e faceva ogni sorta di vezzi e di civetteríe da donnina capricciosa. Poi disparve, e non la rivedemmo più; e non rimase che la cattedrale. Allora tutti si voltarono a guardare le sponde. Pareva di navigare in un lago d'un giardino. Qui una collina vestita di cipressi, là un poggio tutto fiorito, più oltre un villaggio schierato lungo la sponda; e sotto i pergolati dei giardini e sulle terrazze delle ville, signore che ci guardavan col canocchiale; e qua e là famiglie di contadini vestiti di vivi colori, e barchette a vela, e ragazzi nudi che si tuffavan nell'acqua e facean tomboli e guizzi, strillando e agitando le mani verso le signore del bastimento che si coprivano il viso col ventaglio. A qualche miglio da Siviglia, incontrammo tre bastimenti a vapore a breve distanza l'un dall'altro. Il primo ci venne addosso all'improvviso, in una giravolta del fiume, così che io, non esperto di quella maniera di navigazione, temetti un momento che non si fosse più in tempo ad evitare lo scontro. I due bastimenti si passaron vicini quasi da toccarsi, e i passeggieri dell'uno e dell'altro si salutarono e si gettaron sigari e aranci, incaricandosi a vicenda di portare un saluto a Cadice e a Siviglia.

I miei compagni di viaggio eran quasi tutti Andalusi; così che dopo un'ora di conversazione, io li conosceva dal primo all'ultimo, nè più nè meno che se fossero stati tutti miei amici d'infanzia. Ognunodisse subito a chi lo voleva e a chi non lo voleva sapere, chi egli era, quant'anni aveva, che cosa faceva, dove andava, e qualcuno anche quante amanti aveva avute e quantepecetasportava nella borsa. Io fui preso per un cantante, e non è strano per chi pensi che in Spagna il popolo crede che tre quarti degl'Italiani campino cantando o ballando o recitando. Un signore, vedendo che avevo un libro italiano tra le mani, mi domandò di punto in bianco:

“Dove ha lasciato la compagnia?”

“Qual compagnia?” domandai io.

“O che lei non cantava colla Fricci al teatro della Zarzuela?”

“Mi spiace; ma io non ho mai messo piede sul teatro.”

“To'; allora bisogna dire che il secondo tenore e lei si rassomigliano come due goccie d'acqua.”

“Bisogna dir così.”

“Scusi, sa.”

“Non c'è di che.”

“Ma lei è italiano?”

“Italiano.”

“Canta?”

“Me ne rincresce: non canto.”

“È curiosa! A giudicar dalla struttura del suo collo e del suo petto avrei detto che lei doveva avere una stupenda voce di tenore.”

Io mi toccai il petto e il collo e risposi:

“Può darsi, proverò, non si sa mai: due dellecondizioni volute le ho: sono italiano e ho un collo da tenore: la voce deve venire.”—A questo punto, la prima donna della compagnia che aveva sentito il dialogo, entrò nella conversazione, e dopo di lei tutta la compagnia:

“Il signore è italiano?”

“Per servirla.”

“Glielo domando appunto perchè ho bisogno d'un piacere. Che cosa voglion dire quei versi delTrovatoreche dicono:

«Non può nemmeno un DioDonna rapirti a me.»

«Non può nemmeno un DioDonna rapirti a me.»

“È maritata la signora?”

Tutti si misero a ridere.

“Sì,” rispose la prima donna; “ma perchè mi fa questa domanda?”

“Perchè.... non può nemmeno un Dio rapirla a me, vuol dire quello che suo marito, se ha due bravi occhi nella testa, dovrebbe dire di lei ogni mattina quando si leva e ogni sera quando va a letto:Ni Dios mismo podria arrancármela.”

Gli altri risero; ma alla prima donna parve così stravagante quella supposta arroganza di suo marito, di affermarsi sicuro anche da un Dio, mentre forse ella sapeva che non aveva avuto sempre l'accortezza di guardarsi dagli uomini; che appena degnò il mio complimento d'un sorriso per far vedere che l'aveva capito. E mi domandò subito la spiegazione d'un altro verso, e dopo di lei il baritono, e dopo il baritono il tenore, e dopo il tenore la secondadonna, e via via, per un pezzo non feci che tradur cattivi versi italiani in pessima prosa spagnuola, con gran soddisfazione di quella buona gente che per la prima volta poteva dire di capire un poco quello che aveva tante volte cantato coll'aria di capire moltissimo. Quando ognuno ne seppe quanto voleva, la conversazione si ruppe; io stetti un po' col baritono che mi canterellò un'aria di zarzuela; poi mi attaccai a un corista, il quale mi disse che il tenore faceva all'amore colla prima donna; poi tirai in disparte il tenore che mi scoperse gli altarini della moglie del baritono; poi discorsi colla prima donna che disse roba da chiodi dell'intera compagnia; ma erano tutti amiconi, e incontrandosi in quell'andare e venire sulla coperta, gli uomini si azzeccavan dei pizzicotti, le donne si mandavan dei baci, gli uni e le altre si scambiavano sguardi e sorrisi che rivelavano intelligenze secrete; e chi solfeggiava di qui, e chi canterellava di là, e chi faceva un trillo in un canto, e chi in un altro tentava undodi petto che finiva in un rantolo; e intanto discorrevan tutti insieme di mille corbellerie. Suonò finalmente la campanella e ci gettammo a tavola coll'impeto di tanti invitati ufficiali a un pranzo di gala per una festa d'inaugurazione d'un monumento. A quel desinare, in mezzo alle grida e ai canti di tutta quella gente, bevvi per la prima volta un bicchiere schietto di quel formidabile vino di Jerez, del quale si cantan le meraviglie ai quattro angoli della terra. Appena l'avevo tracannato, che mi parve di sentireuna scintilla scorrere per tutte le mie vene, e la testa infiammarmisi come se l'avessi piena di zolfo. Bevvero tutti gli altri, e a tutti pigliò un'allegria sfrenata e una parlantina irresistibile; la prima donna si mise a discorrere in italiano; il tenore in francese; il baritono in portoghese, gli altri in dialetto; io in tutte le lingue e lì brindisi e canzoncine ed evviva ed occhiate e strette di mano sopra la tavola e giuochi di pedina di sotto e dichiarazioni di simpatia che s'incrociavano in tutti i sensi come le impertinenze in un Parlamento quando destra e sinistra s'accapigliano. Finito il desinare, si salì tutti in coperta, rossi, tronfi, sbuffanti, avvolti in una nuvola di fumo dicigarritos; e là, al lume della luna, che inargentava l'ampio fiume, e copriva di una luce limpidissima i boschi e le colline ricominciarono più clamorose le conversazioni, e dopo le conversazioni i canti, non più di ariette di zarzuela, ma d'operoni coi fiocchi, duetti, terzetti, cori, con accompagnamento di gesti e di passi da palco scenico, intercalati di declamazioni di versi, di racconti, d'aneddoti, di risa sgangherate, di applausi fragorosi; finchè sfiatati e rifiniti, tutti tacquero, qualcuno s'addormentò col viso in aria, qualche altro s'andò ad accucciolare sotto coperta, la prima donna sedette in un canto a guardar la luna. Il tenore russava; io approfittai della buona occasione per andare a farmi ripetere a bassa voce un'arietta della zarzuela:El sargento Federico. La cortese andalusa non si fece pregare, cantò; ma tutt'a un trattotacque e chinò il viso. La guardai: piangeva. Le domandai che cos'avesse. Mi rispose malinconicamente:—Penso a uno spergiuro.—Poi diede in uno scoppio di risa e ricominciò a cantare. Aveva una voce armoniosa e snella, e cantava con un sentimento come di tristezza amorosa; il cielo era tutto tempestato di stelle, e il bastimento scorreva così placidamente sul fiume che pareva appena che si muovesse; e io pensavo ai giardini di Siviglia, all'Affrica vicina, e a una persona cara che m'aspettava in Italia, e mi pigliava il piantoriso, e quando la donna cessava di cantare, le dicevo:—Canti ancora—e

«Lingua mortal non diceQuel ch'io sentiva in seno...»

«Lingua mortal non diceQuel ch'io sentiva in seno...»

Allo spuntar dell'alba il bastimento stava per entrare nell'Oceano; il fiume era immenso; la riva destra appariva appena, in lontananza, come una lingua di terra di là dalla quale luccicavan le acque del mare. Alcuni istanti dopo il sole s'affacciò all'orizzonte, e il bastimento uscì dal fiume. Allora ci si spiegò dinanzi agli occhi un tale spettacolo, che se si potessero confondere in una sola arte rappresentativa la poesia, la pittura e la musica, io per me credo che Dante colle sue più grandi immagini, il Tiziano coi suoi più fulgidi colori e il Rossini colle sue più potenti armonie, non sarebbero riusciti, tutti e tre insieme, a significarne la magnificenza e l'incanto. Il cielo era una meraviglia di color zaffiro senza la macchia d'una nube,e il mare così bello che pareva un immenso tappeto di raso serico; e luccicava al sommo delle lievi increspature che vi faceva l'aura leggerissima, come se fosse tutto coperto di gemme azzurre, e formava specchi e striscie luminose, e in lontananza mandava lampeggiamenti di luce d'argento, e mostrava qua e là alte e bianchissime vele, simili ad ali sornotanti di giganteschi angeli caduti. Non ho mai visto tanta vivezza di colori, tanta pompa di luce, tanta freschezza, tanta trasparenza, tanta limpidità d'acque e di cielo. Pareva una di quelle aurore della creazione che la fantasia dei poeti ci dipinse così pure e così sfolgoranti da non esser più le nostre, al paragone, che un pallido riflesso; ed era più che lo svegliarsi della natura e il ridestarsi della vita; era come una festa, un trionfo, un ringiovanimento del creato, che sentisse espandersi nell'infinito un secondo soffio di Dio.

Scesi sotto coperta per pigliare il canocchiale; quando salii vidi Cadice.

La prima impressione che mi fece fu di mettermi in dubbio se fosse o non fosse una città; poi risi; poi mi voltai verso i miei compagni di viaggio coll'aria di chi domanda che lo rassicurino che non s'è ingannato. Cadice sembra un'isola di gesso. È una gran macchia bianca in mezzo al mare senza una sfumatura oscura, senza un punto nero, senza un'ombra; una macchia bianca tersa e purissima come una collina coperta di neve intatta che spicchi sur un cielo color di berillo e di turchina in mezzoa una vasta pianura allagata. Una lunga e sottilissima striscia di terra l'unisce al continente; da tutte le altre parti è bagnata dal mare, come un bastimento sul punto di far vela, non trattenuto più alla riva che da una catena. A poco a poco si distinsero i contorni dei campanili, i profili delle case, le imboccature delle strade; e ogni cosa pareva più bianco via via che ci avvicinavamo, e per quanto guardassi col canocchiale, non mi veniva fatto di trovare in quella bianchezza il più piccolo neo, neanco sopra gli edifizi, neanco intorno al porto, neanco negli estremi sobborghi. Si arrivò nel porto dove non erano che pochi bastimenti a grande distanza gli uni dagli altri, scesi in una barca senza neppur portare con me la valigia perchè dovevo ripartir la stessa sera per Malaga, e così vivo era il mio desiderio di veder la città, che quando la barca giunse alla riva, spiccai innanzi tempo il salto e caddi in terra comecorpo morto, che risenta ancora, ahimè! i dolori d'un corpo vivo.

Cadice è la città più bianca del mondo; e non gioverebbe oppormi che non vidi tutte le città, perchè ho per me la buona ragione, che una città più bianca d'una che è superlativamente e completamente bianca non ci può essere. Cordova e Siviglia non han nulla che fare con Cadice; quelle son bianche come la carta, Cadice è bianca come il latte. Per darne una idea, non ci sarebbe di meglio che scrivere mille volte di seguito la parola «bianca» con una matita bianca su carta azzurra e notare in margine:—Impressionidi Cadice—Cadice è uno dei più stravaganti e graziosi capricci umani. Non son bianchi soltanto i muri esterni delle case: son bianche le scale, bianchi i cortili, bianche le pareti delle botteghe, bianchi i muricciuoli, bianchi i pilastri, bianchi gli angoli più riposti e più oscuri delle case più povere, delle strade più appartate; bianco ogni cosa dai tetti alle cantine, per tutto dove può entrare la punta di un pennello, persino i fori, persino le screpolature, persino i nidi degli uccelli. In ogni casa è un deposito di calce e di bianco, e ogni volta che l'occhio scrutatore degli inquilini scopre una macchietta, si dà di piglio al pennello e si copre. I servitori non sono ricevuti dalle famiglie se non sanno fare l'imbianchino. Uno scarabocchio di carbone sur un muro è uno scandalo, un attentato contro la quiete pubblica, un atto di vandalismo. Potete girar tutta la città, guardar dietro a tutte le porte, ficcare il naso in tutti i bugigattoli, e non troverete che bianco e sempre bianco ed eternamente bianco.

Con tutto questo, Cadice non arieggia nemmeno alla lontana le altre città andaluse. Le sue strade sono lunghe e diritte, e le case alte, e senza ipatiosdi Cordova e di Siviglia. Ma per questo l'aspetto della città non riesce men nuovo e gradevole agli occhi dello straniero. Le strade sono diritte, ma strette, e poichè sono anche lunghissime, e molte attraversano tutta la città, così vi si vede in fondo, come per lo spiraglio d'una porta, una sottilissima lista di cielo, che fa parer quasi che la città sia costruttasulla sommità d'una montagna tagliata a picco da tutte le parti. Inoltre, le case hanno un gran numero di finestre, e ogni finestra è munita, come a Burgos, d'una specie di vetrina sporgente che s'appoggia su quella della finestra di sopra e sorregge quella della finestra di sotto; così che in molte strade le case sono completamente coperte di vetro, e si vede appena qualche tratto di muro, e par di passare in un corridoio d'un immenso Museo. Qua e là, fra una casa e l'altra, sporgono i rami eleganti d'una palma; in ogni piazza v'è un mucchio lussureggiante di verzura; su tutte le finestre ciuffi d'erbe e ciocche di fiori.

In verità, io ero ben lontano dall'immaginare che fosse così gaia e ridente questa terribile e sventurata Cadice, arsa dagl'Inglesi nel secolo decimosesto, bombardata sulla fine del decimottavo, devastata dalla peste, e poi ospite delle flotte di Trafalgar, sede della giunta rivoluzionaria durante la guerra dell'Indipendenza, teatro di stragi orrende nella rivoluzione del 1820, bersaglio delle bombe francesi nel 1823, e antesignana della rivoluzione che sbalzò dal trono i Borboni, e sempre inquieta e turbolenta e prima fra tutte a lanciare il grido della battaglia. Di tante vicende e di tante lotte non restano che palle di cannone confitte nei muri, poichè su tutte le altre traccie della distruzione è passato l'inesorabile pennello, che copre d'un velo bianco ogni vergogna. E come delle guerre nuovissime, così non vi rimane traccia nè dei Fenici che la fondarono,nè dei Cartaginesi e dei Romani che l'ampliarono e l'abbellirono; quando non si volesse considerar come traccia la tradizione che ci dice: qui sorgeva un tempio ad Ercole, là sorgeva un tempio a Saturno. Ma il tempo ha fatto ben di peggio che togliere a Cadice i monumenti antichi: le tolse il commercio e le ricchezze, dopo che la Spagna perdette i suoi possedimenti d'America; ed ora Cadice giace là inerte sul suo scoglio solitario, aspettando invano le mille navi che venivano un giorno imbandierate e festose a recarle i tributi del nuovo mondo.

Avevo una lettera di raccomandazione per il nostro console, gliel'andai a portare, e fui cortesemente condotto da lui sulla cima d'una torre di dove potei abbracciare con uno sguardo tutta la città. Fu una nuova e più viva meraviglia. Cadice, vista dall'alto, è bianca, tutta bianca e purissimamente bianca come vista dal mare; in tutta la città non v'è un tetto; ogni casa è chiusa di sopra da una terrazza cinta di un parapetto imbiancato; quasi su ogni terrazza si innalza una torricina, pure bianca, sormontata da un'altra terrazza, o da una cupoletta, o da una specie di casotto da sentinella: ogni cosa bianco. E tutte queste cupolette, queste punte, questi merli, che formano alla città un contorno svariatissimo e bizzarro, spiccano e appaiono più bianchi sul vivo azzurro del mare. Lo sguardo percorre tutto l'istmo che unisce Cadice al continente, abbraccia un lunghissimo tratto della costa lontana su cui biancheggianole città di Puerto real e di Puerto Santa Maria e villaggi e chiese e ville; e spazia nel porto e sull'oceano e pel bellissimo cielo che gareggia col mare di limpidezza e di luce.

Io non potevo saziarmi di guardare quella strana città. A socchiuder gli occhi, appariva come coperta d'un immenso lenzuolo. Ogni casa sembra costrutta ad uso di osservatorio astronomico. Tutta la popolazione, in caso che il mare inondasse la città, come ne' tempi antichi, si potrebbe raccogliere nelle terrazze e starci, salvo la paura, a tutt'agio. Mi fu detto che, pochi anni sono, in occasione di non so che eclissi, in pieno giorno, si vide questo spettacolo. I settantamila abitanti di Cadice saliron tutti sulle terrazze per osservare il fenomeno. La città, di tutta bianca, era diventata di mille colori; ogni terrazza era gremita di teste; si vedeva con un colpo d'occhio, quartiere per quartiere, tutta la popolazione; un mormorío sordo e diffuso si elevava al cielo come il muggito del mare, e un movimento immenso di braccia, di ventagli, di canocchiali rivolti in alto faceva parere che si aspettasse la discesa di qualche angelo dalla sfera del sole. Al momento fissato, si fece un silenzio profondo; appena cessato il fenomeno, tutta la popolazione mandò un grido che parve uno scoppio di tuono; e pochi momenti dopo, la città riapparve bianca.

Sceso dalla torre, visitai la cattedrale, vasto edifizio di marmo, del secolo decimosesto, non certo paragonabile alle cattedrali di Burgos e di Toledo, mapure d'un'architettura nobile e ardita, e ricca, come tutte le chiuse spagnuole, d'ogni maniera di tesori. Fui a vedere il Convento dove il Murillo, dipingendo un quadro sopra un altar maggiore, cadde dal palco, e riportò la ferita, che fu cagione della sua morte. Feci una corsa nel Museo di pittura, che contiene alcuni bei quadri del Zurbaran. Entrai nel Circo dei tori, che è tutto di legno, e fu costrutto in pochi giorni per offrire uno spettacolo alla regina Isabella. E verso sera andai a fare un giro sur un delizioso passeggio lungo la riva del mare, in mezzo agli aranci e alle palme, dove mi furono segnate a dito ad una ad una le più belle ed eleganti caditane. A me, qualunque sia il giudizio degli Spagnuoli, il tipo femminino di Cadice non parve da meno di quello tanto celebrato di Siviglia. Le donne sono un po' più alte e un po' più grassoccie, e d'un bruno più carico. Qualche osservatore fino credette di poter asserire che ritraggon molto del tipo greco: non so da che parte. Io non ci vidi, salvo la statura, che il tipo andaluso; e bastò per farmi tirare dei sospironi che avrebbero mandato innanzi una barca, e costringermi a ritornare quanto prima potei al mio bastimento, come a un luogo di rifugio e di pace.

Quando rimisi il piede a bordo, era notte, il cielo scintillava tutto di stelle, e l'aria portava or sì or no la musica della banda che suonava sul passeggio di Cadice. I cantanti dormivano, ero solo, la vista dei lumi della città e quella musica e il ricordo dei bei visini caditani mi dava malinconia; non sapevo chefar di me; scesi sotto coperta, presi il mio quaderno e incominciai la descrizione di Cadice. Ma non mi riuscì che di scrivere una diecina di volte le parole bianco, azzurro, neve, splendore, colori; dopo di che abbozzai una figurina di donna e poi chiusi gli occhi e sognai l'Italia.

Il giorno dopo, al declinare del sole, il bastimento attraversava lo stretto di Gibilterra.

Ora, guardando quel punto sul mappamondo, mi par tanto vicino a casa mia, da non dover esitare un momento, quando me ne saltasse il ghiribizzo e non vi si opponesse il mio bilancio domestico, a far la valigia e a correre a Genova per andar a godere un'altra volta il bellissimo colpo d'occhio dei due continenti. Ma allora mi parve di essere tanto lontano, che avendo scritto una lettera a mia madre, sul parapetto del bastimento, coll'intenzione di darla ad impostare a uno dei passeggieri che scendevano a Gibilterra, nell'atto che scrivevo l'indirizzo, risi della mia buona fede, come se fosse quasi impossibile che la lettera arrivasse a Torino. Di qui!—pensai;—dalle colonne d'Ercole!—e dicevo colonne d'Ercole come avrei detto Capo di Buona Speranza o Giappone.

«..... Sono nel bastimentoGuadaira—ho alle spalle l'Oceano e dinanzi il Mediterraneo, a sinistra l'Europa e a destra l'Affrica. Vedo di là il capo di Tarifa e a destra le montagne della costa affricana, che appaiono un po' in confuso come una nuvola grigia; vedo Ceuta, vedo un po' più là, come una macchia bianca, Tangeri; e in dirittura del bastimento lo scoglio di Gibilterra. Il mare è quieto come un lago e il cielo color di rosa e d'oro. Tutto è sereno, bello e magnifico, e io mi sento nella mente una inesplicabile e dolcissima confusione di grandi idee, che se potessero esser tradotte in parole, mi pare che riuscirebbero in una gioiosa preghiera cominciata e chiusa col tuo nome.....»

Il bastimento si fermò nel golfo di Algesira: tutta la compagnia dei cantanti scese in una gran barca venuta di Gibilterra, e s'allontanò agitando ventagli e fazzoletti in atto di saluto. Quando il bastimento ripartì, imbruniva. Allora potei misurar per ogni verso collo sguardo la mole enorme dello scoglio di Gibilterra. Da principio mi pareva che in pochi minuti ce lo saremmo lasciato alle spalle; ma furon ore. Via via che ci avvicinavamo, ingigantiva, e ogni momento presentava un nuovo aspetto; ora il profilo d'un mostro smisurato, ora l'immagine d'una scala immensa, ora la forma d'un castello fantastico, ora un ammasso informe come d'un mostruoso aereolito caduto da un mondo spezzato inuna battaglia di mondi; e presentava via via dietro una punta alta come una piramide egizia, un rigonfiamento grande come una montagna, e scoscendimenti e rupi a picco e curve lunghissime che si perdevan nel piano. Era notte; lo scoglio disegnava i suoi foschi contorni così netti e recisi sul cielo rischiarato dalla luna, come un ritaglio di carta nera sur una lastra di vetro. Si vedevan le finestre illuminate delle caserme inglesi, i casotti delle sentinelle sulla sommità delle bricche aeree, e qualche incerto contorno d'albero che appariva appena come cespo d'erba sulle rupi più vicine. Per lungo tempo ci parve che il bastimento non muovesse; o che lo scoglio ci seguisse, tanto era sempre vicino e imminente; poi a poco a poco cominciò a rimpicciolire; ma i nostri occhi si stancarono di guardare prima che lo scoglio di minacciarci colle sue fantastiche trasfigurazioni. A mezzanotte mandai un ultimo saluto a quella formidabile sentinella morta d'Europa, e andai a ficcarmi nel mio nascondiglio.

Mi svegliai allo puntar dell'alba a poche miglia dal porto di Malaga.

La città di Malaga, vista dal porto, presenta un aspetto gradevole, e non privo di maestà. A destra un alto monte roccioso, sulla cui cima e giù per l'un dei fianchi sino al piano, nereggiano le gigantesche rovine del castello di Gibralfaro, famoso per la disperata resistenza opposta dagli Arabi all'esercito di Ferdinando e d'Isabella la Cattolica; e allefalde del monte la cattedrale, che s'innalza maestosamente su tutti gli edifizi circostanti, lanciando al cielo, come direbbe un poeta ardito, due belle torri e un altissimo campanile. Tra il castello e la chiesa e dinanzi al monte e ai lati, una moltitudine, una canaglia, per dirla alla Vittor Ugo, di casuccie affumicate, e poste le une sulle altre, alla rinfusa, come se fossero state buttate giù dall'alto, a modo di macigni. A sinistra della cattedrale, lungo la spiaggia, una fila di case color cinerino, violaceo, giallognolo, con un contorno bianco alle finestre e alle porte, che rammenta i villaggi della riviera ligure. Al di là una corona di colline verdi e rossastre, che chiudon la città come le mura d'un anfiteatro; a destra e a sinistra, lungo la riva del mare, altri monti e colline e roccie a perdita d'occhio. Il porto quasi deserto, la spiaggia quieta, il cielo purissimo.

Prima di scendere a terra, mi congedai dal capitano che doveva proseguire il suo viaggio per Marsiglia, salutai il nostromo e i passeggieri, dicendo a tutti che sarei arrivato a Valenza proprio il giorno che ci doveva arrivare il bastimento, e che perciò mi sarei imbarcato di nuovo con loro per andare a Barcellona e a Marsiglia; e il capitano mi disse:—L'aspettiamo,—e il cameriere mi promise che m'avrebbe serbato il posto. Quante volte, in seguito ricordai le ultime parole di quella povera gente!

Scesi a Malaga coll'intenzione di partire la serastessa per Granata. L'interno della città non offre nulla di notevole. Fuor della parte nuova che occupa lo spazio anticamente coperto dal mare, ed è costrutta alla moderna, con vie larghe e diritte, e case grandi e nude; il rimanente della città è un labirinto di stradicciuole tortuose e un agglomeramento di case senza colore, senzapatios, senza grazia. V'è qualche piazza spaziosa, con giardini e fontane; qualche colonna e qualche arco di edifizi arabi; nessun monumento moderno, molta immondizia e non grande frequenza di popolo. I dintorni son bellissimi e il clima più mite che a Siviglia.

A Malaga avevo un amico, andai a cercarlo, passammo la giornata insieme. Da lui ebbi una curiosa notizia. A Malaga è un'Accademia letteraria composta di più di ottocento soci, nella quale si celebrano gli anniversarii di tutti i grandi scrittori e si fa due volte la settimana una lettura pubblica sur un argomento di scienza o di letteratura. Quella sera stessa vi si doveva celebrare una festa solenne. Alcuni mesi prima l'Accademia aveva stabilito il premio di tre bei fiori d'oro, smaltati di varii colori, per i tre poeti che componessero la miglior ode al progresso, la miglior romanza sulla riconquista di Malaga, la miglior satira contro uno dei vizii più comuni della moderna società civile. Era stata fatta unaconvocatoriaa tutti i poeti della Spagna, le poesie eran piovute a rifascio, un giurì le aveva segretamente giudicate, e quella sera stessa doveva profferire la sentenza. La cerimonia si facevacon gran pompa: vi avevano ad assistere il Vescovo, il Governatore, il Comandante di marina, i consoli, i personaggi più cospicui della città, con giubba, ciondoli e ciarpe, e un gran numero di signore vestite da ballo. Le tre più belle Muse della città dovevano presentarsi sur una specie di palco scenico inghirlandato e imbandierato, aprire ciascuna il plico che conteneva la poesia premiata, e proclamare tre volte il nome dell'autore; se l'autore rispondeva, invitarlo a leggere i suoi versi, e presentargli il fiore; se non rispondeva, leggerli esse medesime. In tutta la città non si parlava d'altro che dell'Accademia, si congetturavano i nomi dei vincitori, si predicevano meraviglie delle tre poesie, si magnificava l'apparatura della sala. Questa festa poetica, alla quale si dà il nome dijuegos floreales, non si celebrava più da dieci anni. Altri giudichi se queste gare e queste pompe giovino o nuocciano alla poesia e ai poeti. Per me sia pur dubbia e sfuggevole la gloria letteraria che può largire la sentenza d'un giurì e l'omaggio d'un Vescovo e d'un governatore, credo che il ricevere in dono un fior d'oro dalla mano d'una bellissima donna, sotto gli sguardi di cinquecento andaluse, al suono d'una musica soave e in mezzo al profumo dei gelsomini e delle rose, sia una gioia anche più viva e più profonda di quella che viene dalla gloria vera e durevole.—No?—Ah! siamo sinceri!

Uno dei miei primi pensieri fu di assaggiare un po' di vero vin di Malaga, non per altro che per rifarmidei molti dolori di capo e di stomaco cui andavo debitore allo scellerato intruglio che si spaccia in molte città d'Italia colla bugiarda raccomandazione di quel nome. Ma o ch'io non abbia saputo chiedere, o che non m'abbian voluto capire, il fatto è che il vino che mi fu dato all'albergo, mi bruciò le viscere e mi fece dar di volta al cervello. Potei nondimeno recarmi verticalmente fino alla cattedrale, e dalla cattedrale al castello di Gibralfaro, e in qualche altro luogo, e formarmi un'idea della bellezza delle malaghesi senza vederle doppie e tremole, come potrebbe supporre qualche maligno.

Strada facendo, il mio amico mi parlò di codesto repubblicanamente famoso popolo di Malaga, che ogni momento ne fa una delle sue. È un popolo ardentissimo; ma mutevole e docile, come tutti i popoli che senton molto e pensan poco, ed operano più per impulso di passione che per forza di convincimento. Per un nonnulla si raduna una folla immensa e si leva un tumulto da metter la città sossopra; ma il più delle volte basta un atto risoluto d'un uomo autorevole, un tratto di coraggio, un lampo di eloquenza per sedare il tumulto e disperdere la folla. L'indole del popolo, in fondo, è buona; ma la traviano la superstizione e la passione. E sopratutto la superstizione è forse più radicata a Malaga che in ogni altra città dell'Andalusia, a cagione della ignoranza maggiore. Tutto sommato, Malaga è la città meno andalusa ch'io m'abbia veduto, e v'è imbastardita persino la lingua, perchèvi si parla peggio che a Cadice, dove già vi si parla male.

Ero ancora a Malaga, ma la mia immaginazione s'aggirava già per le vie di Granata e nei giardini dell'Alhambra e del Generalife. Poche ore dopo il mezzogiorno, partii, e per dir la verità, fu quella la sola città di Spagna che lasciai senza mandare un sospiro. Quando il treno partì, invece di voltarmi a salutarla come avevo fatto a tutte le altre sue sorelle, mormorai i versi cantati da Giovanni Prati a Granata quando il duca d'Aosta partì per la Spagna:


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