XIII.VALENZA.

Di là dal Generalife, sulla sommità d'un monte più alto, ora nudo e squallido, sorgevano ai tempi degli Arabi altri palazzi reali e si stendevano altri giardini, congiunti fra loro da grandi viali fiancheggiati da mirti. Ora tutte quelle meraviglie d'architettura, coronate di boschi, di fontane e di fiori, quelle fatatereggie aeree, quei nidi splendidi e odorosi d'amore e di delizia, sono scomparsi, e appena qualche mucchio di macerie o qualche breve tratto di muro

«Ne fa fede e ricordo al passeggiero.»

«Ne fa fede e ricordo al passeggiero.»

Ma quelle rovine che desterebbero altrove un sentimento di malinconia, non lo destano dinanzi allo spettacolo di quella bellissima natura, al cui incanto non pare che abbian mai potuto aggiungere nulla le più meravigliose opere dell'uomo.

Rientrando in città, mi fermai a una estremità dellaCarrera del Darro, dinanzi a una casa riccamente adornata di bassorilievi che rappresentano scudi araldici, armature, cherubini e leoni, con un piccolo terrazzino sull'angolo, sopra 'l quale, parte sur un muro, parte sull'altro, lessi la seguente misteriosa iscrizione, in grandi caratteri di stampa:

Esperando la del cielo,

Esperando la del cielo,

che significa, tradotto letteralmente:—Aspettando quella del cielo.—Curioso di sapere il senso riposto di quelle parole, le notai per interrogarne il dotto padre del mio amico, il quale me ne diede due spiegazioni, l'una pressochè sicura, ma poco romantica; l'altra romantica, ma molto dubbiosa. La quale è questa. La casa apparteneva a Don Fernando di Zafra, segretario dei Re Cattolici, che aveva una bellissima figliuola. Un giovine idalgo, di famiglia nemica o inferiore di nobiltà alla famiglia dei Zafra,s'innamorò della figliuola, ne fu amato, la chiese in sposa, non l'ebbe. Il rifiuto del padre aggiunse esca al fuoco amoroso dei due giovani, le finestre della casa son basse, l'innamorato, una notte, riuscì a dar la scalata, e a entrar nella stanza della fanciulla. O abbia rovesciato una seggiola entrando, o abbia tossito, o abbia gettato un leggero grido di gioia al veder la sua bella amante colle chiome sciolte e le braccia aperte, la tradizione non lo dice, e nessuno lo sa; ma è certo che Don Fernando di Zafra, inteso rumore, accorse, vide, e cieco di furore si slanciò sul malcapitato giovane per metterlo a morte. Ma il giovane riuscì a fuggire; Don Fernando, inseguendolo, s'abbattè in uno dei propri paggi fautore di quegli amori, che aveva aiutato l'idalgo a entrar nella casa; lo scambiò, in su quel subito, per il seduttore; e senza udir spiegazioni e preghiere, lo fece afferrare e impiccare al terrazzino della casa. La tradizione narra che mentre la povera vittima gridava:—Pietà! Pietà!—l'offeso padre gli rispose accennandogli il terrazzino:—Là staraiesperando la del cielo! (aspettando quella del cielo);—risposta ch'egli fece poi incidere sur una pietra del muro, a perpetuo spavento dei seduttori e dei mezzani.

Consacrai il resto della giornata alle chiese e ai conventi.

La cattedrale di Granata merita, anche meglio di quella di Malaga, che pure è bella e magnifica, di essere descritta parte per parte; ma basta oramaidi descrizioni di chiese. Fu fondata nel 1529 dai re cattolici, sulle rovine della principal moschea della città; ma rimase incompiuta. Ha una grande facciata con tre porte, ornata di statue e di bassorilievi; ed è formata da cinque navate, divise da venti smisurati pilastri composti d'un fascio di sottili colonne. Le cappelle racchiudono quadri del Boccanegra, sculture del Torrigiani, tombe ed ornamenti preziosi. È mirabile sopra tutte la cappella maggiore, sorretta da venti colonne corintie, divise in due ordini, sul primo dei quali si alzano le statue colossali dei dodici apostoli, e sul secondo un cornicione coperto di ghirlande e di teste di cherubini. Di sopra ricorre un giro di leggiadre finestre a vetri coloriti che rappresentano la Passione, e dal fregio che le corona si slanciano in alto dieci archi arditi che forman la vòlta della cappella. Negli archi che sorreggon le colonne si ammirano sei grandi dipinti di Alonso Cano, che hanno fama di essere l'opera sua più completa e più bella.

E poichè ho nominato Alonso Cano, nativo di Granata, uno dei più valenti pittori spagnuoli del secolo decimosettimo, che sebbene discepolo della scuola sivigliana piuttosto che fondatore, come altri vorrebbe, d'una scuola sua, non è meno originale dei suoi più grandi contemporanei; voglio metter qui alcuni tratti della sua indole e della sua vita, poco conosciuti fuori di Spagna, ma singolarmente notevoli. Alonso Cano fu il più accattabrighe, il più iroso, il più violento dei pittori spagnuoli. Passò la vitalitigando. Era ecclesiastico. Dal 1652 al 1658, per sei anni consecutivi, senza un giorno d'interruzione, litigò coi canonici della cattedrale di Granata, della quale egli era ragioniere, perchè non voleva, giusta i patti stipulati, diventare suddiacono. Prima di partire da Granata, spezzò colle sue mani una statua di sant'Antonio da Padova, che aveva fatto egli stesso d'incarico d'un auditore della Cancelleria, perchè costui si permise di osservargli che il prezzo che gliene domandava gli pareva un po' caro. Nominato maestro di disegno del principe reale, che, a quanto pare, non era nato col bernoccolo della pittura, lo aspreggiò in tal maniera, che lo costrinse a ricorrere al Re per esser levato dalle sue mani. Rimandato, per una grazia speciale, a Granata, presso il Capitolo della cattedrale, serbò così profondo il rancore degli antichi suoi litigi con quei canonici, che in vita sua non volle più dare una pennellata per loro. Ma questo è poco. Nutriva un cieco, bestiale, inestinguibile odio contro gli ebrei, e s'era ficcato in capo che il toccare in qualunque modo un ebreo o un qualsiasi oggetto stato toccato da lui, gli dovesse recare sventura. Con questa fissazione fece le più strampalate stravaganze del mondo. Se passando per la strada urtava in un ebreo, si levava issofatto il vestito infetto, e tornava a casa in maniche di camicia. Se per caso riusciva a scoprire che, lui assente, un servitore aveva ricevuto un ebreo in casa sua, cacciava il servitore, buttava via le scarpe colle quali aveva premuto l'impiantitoprofanato dal circonciso, faceva disfare e rifare, qualche volta, persino l'impiantito. E trovò modo di litigare anche morendo. Essendo ridotto in fin di vita, e presentandogli il confessore un crocifissaccio fatto coll'accétta perchè lo baciasse, egli lo spinse in là colla mano, e disse:—Padre, datemi una croce nuda, perchè io possa venerare Gesù Cristo come egli è in sè e come io lo contemplo nella mia mente.—Con tutto ciò, aveva un cuore eletto, caritatevole, abborriva da ogni volgare azione, ed amava di profondo e purissimo amore l'arte in che si rese immortale.

Tornando alla chiesa, quando ebbi fatto il giro di tutte le cappelle e mi disponevo ad uscire, mi colse il sospetto che qualcosa mi rimanesse ancora a vedere. Non avevo letto laGuidae nessuno m'aveva detto nulla; ma io mi sentivo dentro una voce che mi diceva:—Cerca!—e cercavo infatti cogli occhi da tutte le parti senza saper che cercassi. Un cicerone mi osservò, mi si avvicinò, come fanno tutti, di sbieco, come un assassino, e mi domandò con aria di mistero: “Quiere Usted algo?” (Vuol qualche cosa?)

“Vorrei,” risposi, “che mi diceste se c'è altro da vedere in questa cattedrale, oltre a quello che si vede di qui!”

“Cómo!” esclamò il cicerone, “todavia no ha visto Usted la capilla real?”

“Che c'è nella cappella reale?”

“Que hay? Caramba! Nada ménos que los sepulcros de Ferdinando é Isabel la Católica!”

Volevo dire! Avevo nella mente il posto preparatoper questa idea, e l'idea non c'era! I re cattolici dovevano ben essere sepolti a Granata, dove combatterono l'ultima gran guerra cavalleresca del medio evo, e dove diedero a Cristoforo Colombo l'incarico di armare le navi che lo condussero al nuovo mondo! Corsi, più che non andai, alla Cappella reale, preceduto dal cicerone zoppicante; un vecchio sacrestano ci aperse la porta della sacristia, e prima di lasciarmi entrare a veder le tombe, mi condusse davanti a una specie d'armadio a vetri, ripieno di oggetti preziosi, e mi disse:

“Lei saprà che Isabella la Cattolica per fornire a Cristoforo Colombo il denaro che gli occorreva ad armare le navi per il suo viaggio, non sapendo dove trovarne, perchè le casse dello Stato eran vuote, mise in pegno le sue gioie.”

“Sì; ebbene?” domandai con impeto, e prevedendo la risposta, mi sentivo battere il cuore.

“Ebbene,” rispose il sacrestano; “la scatola nella quale la Regina chiuse le sue gioie per farle impegnare, è questa.”

E così dicendo aperse l'armadio, prese la scatola e me la porse.

Oh! dicano un po' quello che vogliono gli uomini forti; per me, quelle son cose che mi fanno tremare e piangere! Ho toccata la scatola che contenne i tesori pei quali Colombo potè scoprire l'America! Ogni volta che ripeto queste parole, il sangue mi si rimescola! E soggiungo:—L'ho toccata con queste mani,—e mi guardo le mani.

Quell'armadio contiene ancora la spada di re Ferdinando, la corona e lo scettro d'Isabella, un messale e parecchi altri ornamenti del re e della regina.

Entrammo nella Cappella, fra l'altare e una gran cancellata di ferro che lo separa dallo spazio rimanente, davanti a due grandi mausolei marmorei, ornati di statuette e di bassorilievi di gran pregio, sull'un dei quali sono stese le statue di Ferdinando e d'Isabella, vestiti dei loro abiti reali, colla corona, la spada e lo scettro; sull'altro, le statue di altri due principi di Spagna; e intorno alle statue, leoni, angeli, stemmi, ed ornamenti svariati, che presentano un aspetto regalmente austero e magnifico.

Il sacrestano accese una fiaccola e accennandomi una specie di botola, situata in dirittura della corsia che separa i due mausolei, mi pregò di alzare il coperchio per scendere nel sotterraneo. Il cicerone m'aiutò, scoprimmo la botola, il sacrestano scese, e io gli tenni dietro giù per una scaletta angusta fino a una piccola stanza sotterranea, nella quale eran cinque casse di piombo, cerchiate di ferro, ciascuna segnata di due iniziali sormontate da una corona. Il sacrestano abbassò la fiaccola, e toccandole con una mano, l'una dopo l'altra, tutte e cinque, mi disse con voce lenta e solenne:

“Qui riposa la gran regina Isabella la Cattolica.”

“Qui riposa il gran re Ferdinando V.”

“Qui riposa il re Filippo I.”

“Qui riposa la regina Giovanna la pazza.”

“Qui riposa donna Maria, sua figliuola, morta nell'età di nove anni.”

“Dio li abbia tutti nella sua santa pace!”

E piantato la fiaccola in terra, incrociò le braccia e chiuse gli occhi, come per darmi agio di fare le mie meditazioni.

Ci sarebbe da aggobbire a tavolino, chi volesse descrivere tutti i monumenti religiosi di Granata: la stupenda Certosa, il Monte-Sacro che racchiude le grotte dei martiri, la chiesa di San Geronimo dove è sepolto il gran capitano Consalvo di Cordova, il convento di Santo Domingo fondato dall'Inquisitore Torquemada, quello dell'Angelo che contiene pitture del Cano e del Murillo, ed altri molti; ma io suppongo che chi legge sia già assai più stanco di me, e però gli faccio grazia di un monte di descrizioni che probabilmente non gli darebbero che una idea assai confusa delle cose.

Ma poichè ho nominato il sepolcro del gran capitano Consalvo di Cordova, non posso trattenermi dal tradurre un curioso documento che a lui si riferisce, e che mi fu dato appunto nella chiesa di San Geronimo da un sacrestano ammiratore delle gesta di quell'eroe.

Il documento è redatto a modo di aneddoto nei termini seguenti.

«Ogni passo del gran Capitano, Don Gonzalo di Cordova, fu un assalto, ed ogni assalto una vittoria; il suo sepolcro nel convento dei Geronimi di Granata,fu adornato di dugento bandiere conquistate da lui. I suoi emuli invidiosi, ed in particolar modo i Tesorieri nel regno di Napoli, nel 1506, indussero il Re a chieder conto a Gonzalo dell'uso che aveva fatto delle grandi somme ricevute dalla Spagna per le spese della guerra in Italia; e in fatti il Re fu tanto piccino da acconsentire ed anco assistere all'atto dellaconferencia.

Gonzalo accolse quella domanda con altissimo disprezzo, e si propose di dare una severa lezione ai Tesorieri ed al Re, intorno al modo di trattare e considerare un conquistatore di Regni.

Rispose con grande indifferenza e serenità che avrebbe preparato i conti per il giorno seguente, e fatto vedere chi dei due fosse il debitore, se lui o il fisco: il quale reclamava centotrenta mila ducati rimessigli per prima rata; ottanta mila scudi per la seconda, tre milioni per la terza, undici milioni per la quarta, tredici per la quinta; e così seguitava a riferire il grave,gangoso(dalla voce nasale) e scimunito segretario che autorizzava un atto così importante.

Il gran Gonzalo mantenne la sua parola; si presentò alla seconda udienza, e tirato fuori il voluminoso libro nel quale aveva notate le sue giustificazioni, cominciò a leggere a voce alta e sonora le seguenti parole:

«Ducento mila settecento trentasei ducati e nove reali ai frati, alle monache e ai poveri, affinchè pregassero Dio per il trionfo delle armi spagnuole.

Cento milioni in pale, zappe e picconi.

Cento mila ducati in polvere e palle.

Dieci mila ducati in guanti profumati per preservare i soldati dal puzzo dei cadaveri dei nemici stesi sul campo di battaglia.

Centosettanta mila ducati per rifare campane distrutte dal continuo sonare per sempre nuove vittorie riportate sopra i nemici.

Cinquanta mila ducati in acquavite per i soldati in una giornata di battaglia.

Un milione e mezzo di ducati per mantenere prigionieri e feriti.

Un milione in messe di grazia eTe Deumall'Onnipossente.

Trecento milioni di suffragi pei morti.

Settecento mila quattrocento novantaquattro ducati in spie e.....

Cento milioni per la pazienza che ho mostrato ieri all'udire che il Re domandava dei conti a chi gli ha regalato un Regno.

Questi sono i celebri conti del grande Capitano, i cui originali stanno nelle mani del Conte di Altimira.

Uno dei conti originali con la firma autografa del gran Capitano esiste nel Museo militare di Londra, dove con gran cura vien custodito.»

Letto questo documento, tornai all'albergo facendo tra Consalvo di Cordova e i generali spagnuoli dei nostri tempi dei maligni raffronti, che alta ragiondi stato, come si dice nelle tragedie, mi vieta di riferire.

In quell'albergo ne vedevo ogni giorno una nuova. V'eran molti studenti d'università venuti da Malaga e da altre città dell'Andalusia per dar l'esame di laurea a Granata, non so se perchè qui fossero di manica più larga, o per che altra ragione. Desinavan tutti alla tavola rotonda. Una mattina, a colezione, uno d'essi, un giovanetto di poco più di vent'anni, annunziò che alle due dopo mezzogiorno doveva dar l'esame di diritto canonico, e che non essendo molto sicuro del fatto suo, aveva deciso di bere un bicchier di vino, per rinfrescarsi le sorgenti dell'eloquenza. Non uso a bere che vino annacquato, commise l'imprudenza di vuotare d'un sol fiato un bicchiere di vino di Jerez. Il suo viso si alterò all'istante in così strana maniera, che se non avessi visto il cangiamento coi miei occhi, avrei creduto che non fosse più il viso di prima.

—Ora basta!—gli gridaron gli amici.

Ma il giovane, che si sentiva diventato tutt'a un tratto forte, ardente e temerario, lanciò ai compagni uno sguardo compassionevole, e ordinò con un atto maestoso al cameriere di versargli un altro bicchiere.

—Ti ubriacherai!—gli dissero.

Per tutta risposta, egli mandò giù il secondo bicchiere.

Allora gli prese una parlantina meravigliosa. A tavola v'era una ventina di persone, in pochi minuti attaccò discorso con tutti, e fece mille rivelazionisulla sua vita passata e sui suoi disegni per l'avvenire. Disse che era di Cadice, che aveva ottomila lire di rendita all'anno, e voleva darsi alla carriera diplomatica, perchè con quella rendita, aggiuntovi qualcosa che gli avrebbe lasciato un suo zio, poteva fare una buona figura dove si sia; che aveva stabilito di pigliar moglie a trent'anni, e di sposare una donna alta come lui, perchè, a suo avviso, la moglie doveva avere la stessa statura del marito, per evitare che l'uno o l'altro pigliasse il di su; che quando era ragazzo s'era innamorato della figliuola d'un console americano, bella come un fiore e soda come una pina, ma con una voglia rossa dietro un orecchio, che stava molto male, benchè essa la sapesse coprire assai bene colla mantiglia, e faceva veder colla salvietta in che modo la copriva; e che Don Amedeo era un uomo troppo ingenuo per poter riuscire a governar la Spagna; e che fra il poeta Zorilla e il poeta Espronceda, egli avea sempre preferito l'Espronceda; e che ceder Cuba all'America era una corbelleria, e che dell'esame di diritto canonico egli se ne rideva, e che voleva bere altre quattro dita di vino di Jerez, che era il primo vino d'Europa.

Bevve il terzo bicchiere, malgrado i buoni consigli e le disapprovazioni degli amici, e dopo aver cicalato un altro po' in mezzo alle risa dell'uditorio, all'improvviso tacque, guardò fisso fisso una signora che aveva dirimpetto, abbassò la testa e s'addormentò. Io credetti che per quel giorno non si sarebbe presentato all'esame; ma m'ingannai. Un'orettadopo lo svegliarono, andò su a lavarsi il viso, corse all'Università ancora tutto assonnato, diede l'esame, e fu promosso a maggior gloria del vino di Jerez e della diplomazia spagnuola.

I giorni seguenti gl'impiegai a vedere i monumenti, o per dir meglio, le rovine dei monumenti arabi che, oltre all'Alhambra e al Generalife, attestano l'antico splendore di Granata. Poichè fu l'ultimo baluardo dell'Islam, Granata è fra le città di Spagna quella che ne serbò più numerosi ricordi. Sulla collina che si chiama diDinadamar(fonte delle lagrime), si vedono ancora le rovine di quattro torri, che s'innalzavano ai quattro angoli d'una grande cisterna, nella quale affluivano dalla Sierra le acque che servivano agli usi della parte più alta della città. Là eran bagni, giardini e ville, delle quali non rimane più traccia, e di là si abbracciava con un colpo d'occhio la città coi suoi minareti, colle sue terrazze, colle sue moschee biancheggianti in mezzo alle palme e ai cipressi. Là presso si vede ancora una porta araba, chiamata porta d'Elvira, formata da un grande arco coronato di merli. Più oltre rovine di palazzi di Califfi. Presso il passeggio l'Alameda, una torre quadrata, con entro una gran sala ornata di quelle solite iscrizioni arabe. Presso il Convento di San Domingo, resti di giardini e di palazzi che erano una volta congiunti all'Alhambra per mezzo d'una via sotterranea. Dentro la città, l'Alcaiceria, mercato arabo quasi intatto, formatodi parecchie stradine diritte e strette come corridoi, fiancheggiate da due file di botteghe l'una unita all'altra, che presentano uno strano aspetto di bazar asiatico. Infine, non si può far un passo per Granata, che non s'incontri un arco, un arabesco, una colonna, un mucchio di pietre che rammenta il suo fantastico passato di Sultana.

Quanti giri e rigiri non feci per quelle strade tortuose, nelle ore più calde della giornata, sotto un sole che mi scottava il cervello, senza incontrare anima nata! Anche a Granata, come nelle altre città d'Andalusia, la gente non si fa viva che la notte; e la notte si rifà della prigionia del dì, affollandosi e rimescolandosi sui passeggi pubblici colla fretta e la furia d'una moltitudine, una metà della quale cercasse l'altra metà per affari urgenti. La folla più fitta è all'Alameda; e però passai all'Alameda le mie serate, col Gongora che mi parlava di monumenti arabi, con un giornalista che mi parlava di politica, con un altro giovanotto che mi parlava di donne, non di rado tutti e tre insieme, con mio piacere infinito, perchè quella gazzarra da scolaretti, a tempo e luogo, mi rinfresca l'anima, come fa all'erba (per rubare una bella similitudine) quella pioggerella estiva che cade con affrettato moto come di trepida gioia.

Se avessi da dire qualcosa del popolo di Granata, mi troverei impacciato perchè non l'ho visto. Di giorno, per le strade, non incontravo nessuno; di notte non ci si vedeva; non v'eran teatri aperti; quando avrei potuto trovar qualcuno in città, ciondolavoper le sale o per i viali dell'Alhambra; e poi avevo tanto da fare per veder ogni cosa nello spazio di tempo che m'ero prefisso, che non mi restavan nemmen dei ritagli per intavolar conversazione, come feci nelle altre città, in mezzo alle strade e nei caffè, coi popolani in cui m'imbattevo.

Ma per quanto seppi da chi era in grado di darmi delle notizie sicure, il popolo di Granata non gode d'una eccellente riputazione in Spagna. Si dice che è maligno, violento, vendicativo, accoltellatore, il che non è punto smentito dalle cronache cittadine delle gazzette; e non si dice, ma si sa che in Granata l'istruzione popolare è anche più bassa che a Siviglia, e che in altre città spagnuole di minor conto; e che, in generale, tutte le cose che non posson esser fatte dal sole e dalla terra, che ne fanno pur tante, vanno alla peggio, o per indolenza, o per ignoranza, o per confusione. Granata non è congiunta dalla strada ferrata a nessuna città importante, vive sola, in mezzo ai suoi giardini, dentro la cerchia delle sue montagne, lieta dei frutti che la terra le produce sotto la mano, cullandosi mollemente nella vanità della sua bellezza e nell'orgoglio della sua storia, oziando, sonnecchiando, fantasticando, e contentandosi di rispondere, con uno sbadiglio, a chi le rimprovera il suo stato:—Io diedi alla Spagna il pittore Alonso Cano, il poeta Luigi di Leon, lo storico Ferdinando del Castillo, l'orator sacro Luigi di Granata, il ministro Martinez della Rosa; ho pagato il mio debito; lasciatemi in pace;—che è la rispostache fan quasi tutte le città meridionali della Spagna, troppo più belle, ahimè! che saggie e operose; e troppo più altere che civili. Ah! chi le ha vedute, non può mai stancarsi di esclamare:—Peccato!

—Ora che ha visto tutte le meraviglie dell'arte araba e della vegetazione tropicale, le resta a vedere, perchè possa dire di conoscer Granata, il borgo dell'Albaicin. Prepari l'animo a un mondo nuovo, metta la mano sul portamonete e mi segua.—

Così mi disse il Gongora l'ultima sera del mio soggiorno a Granata. Era con noi un giornalista repubblicano, di nome Melchiorre Almago, direttore dell'Idea, un giovanotto simpatico e gentile, che per accompagnarci sacrificò il desinare e un articolo di fondo che andava ruminando fin dalla mattina. Ci mettemmo in cammino, arrivammo fino alla piazza dell'Audiencia. Là il Gongora mi accennò una viuzza tortuosa che va su per un colle, e mi disse:—Qui comincia l'Albaicin;—e il signor Melchiorre toccando una casa col bastone, soggiunse:—Qui comincia il territorio della repubblica.—

Infilammo la viuzza, passammo da quella in un'altra, da questa in una terza, sempre salendo, senza ch'io vedessi nulla di straordinario, per quanto guardassi curiosamente da tutte le parti. Strade strette, case meschine, vecchie addormentate sugli scalini delle porte, mamme che spidocchian bambini, cani che sbadigliano, galli che cantano e ragazzi cenciosi che corrono e schiamazzano, e altre coseche si vedono in tutti i sobborghi; in quelle strade non c'era nulla di più. Sennonchè, via via che salivamo, l'aspetto delle case e della gente s'andava mutando: i tetti più bassi, le finestre più rade, le porte più piccine, gli abitanti più cenciosi. Nel mezzo d'ogni strada correva un rigagnolo dentro un letto in muratura all'uso arabo; qua e là, sopra le porte e intorno alle finestre, si vedevano resti di arabeschi e frammenti di colonnine; negli angoli delle piazze, fontane e pozzi del tempo della dominazione dei Mori. Ad ogni centinaio di passi che si faceva, pareva di tornar addietro di cinquant'anni verso l'età dei Califfi. I miei due compagni mi toccavano tratto tratto col gomito dicendo:—Guardi quella vecchia—Guardi quella bambina—Guardi quell'uomo.—Ed io guardavo e dimandavo:—Che gente è questa?—Se mi fossi trovato là all'improvviso, avrei creduto, al veder quegli uomini e quelle donne, di essere in un villaggio dell'Affrica; tanto i visi, il vestire, il modo di muoversi, di parlare, di guardare,—a così breve distanza dal centro di Granata,—eran diversi da quelli della gente che avevo vista fino allora. Ad ogni svoltata, mi fermavo per guardare in volto i miei compagni, e questi mi dicevano:—Questo non è nulla; qui siamo nella parte civile dell'Albaicin; questo è il quartierepariginodel sobborgo; andiamo oltre.

Andammo oltre; le strade parevan letti di torrenti, sentieri scavati nelle roccie, tutte rialzi, fossi, scoscendimenti, macigni; alcune ripide da non potercisalire un mulo, altre strette da passarci un uomo a stento; quali ingombre di donne e di fanciulli seduti in terra; quali erbose e deserte e tutte d'un aspetto squallido, selvaggio, strano, del quale non potrebbe fornire neanco un'immagine il più meschino dei nostri villaggi, perchè quella è una miseria che serba l'impronta d'un'altra razza e i colori d'un altro continente. Girammo per un labirinto di strade, passando di tempo in tempo sotto un grande arco arabo o per un'alta piazzuola dalla quale si abbracciava con uno sguardo la valle immensa, i monti coperti di neve e una parte della città sottoposta, e arrivammo alla fine in una strada più sassosa e più angusta di quante s'eran viste fino allora, nella quale ci arrestammo per pigliar fiato.

—Qui—mi disse il giovane archeologo—comincia il vero Albaicin. Guardi quella casa!—Guardai; era una casa bassa, affumicata, mezzo rovinata, con una porta che pareva la finestra d'una cantina, dinanzi alla quale si vedeva movere sotto un ammasso di cenci, un gruppo, o piuttosto un mucchio di vecchie e di bambini, che al nostro apparire alzarono gli occhi pieni di sonno e colle mani scarne tolsero di sulla soglia non so quali immondizie che impedivano il passo.

“Entriamo,” disse l'amico.

“Entrare?” domandai.

Se m'avessero detto che di là da quel muro v'era un quissimile della famosa Corte dei Miracoli che descrisse Vittor Hugo, non avrei esitato a credere. Nessuna porta m'aveva mai detto più imperiosamentedi quella:—Allontanati.—Non saprei trovarle miglior paragone di quello della bocca spalancata d'una gigantesca strega, che mandasse un alito pregno di miasmi pestilenziali. Ma mi feci coraggio ed entrai.

Oh meraviglia! Era il cortile d'una casa araba, cinto di colonnine graziose, sormontato da archi leggerissimi, con quegli indescrivibili ricami dell'Alhambra intorno alle porticine e alle finestrine binate, colle travi e gli assiti del soffitto scolpiti e coloriti, colle nicchiette per i vasi dei fiori e le urne dei profumi, col bagno nel mezzo, con tutte le traccie e i ricordi della deliziosa vita d'una famiglia opulenta! E in quella casa abitava quella povera gente!

Uscimmo, entrammo in altre case, in tutte trovai qualche frammento d'architettura e di scultura araba. Il Gongora mi diceva di tratto in tratto:—Qui c'era un Harem—Là i bagni delle donne—Lassù la stanzina d'una favorita;—e io figgevo gli occhi avidi su tutti i pezzi di muro rabescato e su tutte le colonnine delle finestre, come per domandar loro la rivelazione di qualche segreto, un nome, una parola magica colla quale potessi ricostrurre in un istante l'edifizio rovinato ed evocare le belle arabe che ci eran vissute. Ma ahimè! in mezzo alle colonne e sotto gli archi delle finestrine non si vedevano che cenci e visi rugosi!

Fra le altre case, entrammo in una dove trovammo un gruppo di ragazze che cucivano all'ombra d'un albero del cortile, sorvegliate da unavecchia. Lavoravano tutte intorno a una gran pezza di panno a striscie nere e bigie, che mi parve un tappeto o una coperta da letto. Mi avvicinai e domandai a una delle cucitrici: “Que es esto?”

Alzaron tutte la testa e con un movimento concorde spiegarono il panno in modo che potessi veder bene il loro lavoro. L'avevo appena visto, che gridai:—“Lo compro.”

Si misero tutte a ridere. Era un mantello da montanaro andaluso, fatto per portarsi a cavallo, della forma d'un rettangolo, con un'apertura nel mezzo per farci passar la testa, ricamato in lana di vivi colori lungo i due lati più corti, e intorno all'apertura. Il disegno dei ricami che rappresentano uccelli e fiori fantastici, verdi, azzurri, bianchi, rossi e gialli, tutti in un mucchio, è rozzo, come lo potrebbe fare un bambino; la bellezza del lavoro è tutta nella veramente meravigliosa armonia dei colori. Non saprei esprimere la sensazione che produce la vista di quel mantello, se non dicendo che ride, e che desta allegrezza; e che mi pare impossibile l'immaginare nulla di più gaio, di più festivo, di più fanciullescamente e graziosamente capriccioso. È una cosa da guardare quando s'è di malumore per rasserenarsi, o quando si vuol scrivere una strofa gentile per l'albo d'una signora, o quando s'aspetta una persona che si vuol ricevere col più piacevole dei nostri sorrisi.

“Quando saranno finiti questi ricami?” domandai a una delle ragazze.

“Hoy mismo,” (oggi stesso) risposero tutte in coro.

“E quanto vale questo mantello?”

“Cinco....” balbettò una.

La vecchia la fulminò con un'occhiata che voleva dire:—Citrulla!—e rispose in fretta: “Seis duros.”

Seidurossono trenta lire; non mi parve molto; e misi la mano al portamonete.

Il Gongora slanciandomi uno sguardo che voleva dire:—Minchione,—e trattenendomi pel braccio disse: “Un momento!Seis durossono uno sproposito!”

La vecchia gli lanciò un'altra occhiata che voleva dire:—Brigante!—e rispose: “Non posso darlo a meno.”

Il Gongora le diede un altro sguardo che voleva dire:—Bugiarda;—e disse: “Andiamo, lo potete dare a quattroduros; alla gente del paese non chiedete di più.”

La vecchia insistè, e continuammo per un po' a scambiarci cogli occhi i titoli di minchione, di gabbamondo, di guastamestieri, di bugiardo, di avaro, di sciupone, finchè il mantello mi fu dato per cinqueduros; pagai, lasciai il mio indirizzo, ed uscimmo benedetti e raccomandati a Dio dalla vecchia, e seguiti per un buon tratto dai grandi occhi neri delle ricamatrici.

E continuammo ad andare di strada in strada, in mezzo a case di più in più meschine, a visi di più in più neri, a cenci di più in più luridi. E non s'arrivava mai alla fine, e io dicevo ai miei compagni:“Mi fanno la finezza di dirmi se Granata ha dei confini, e dove li ha? Si può sapere dove andiamo, e come si farà per tornare a casa?” e i miei compagni ridevano e tiravano innanzi.

“O che c'è da vedere ancora qualcosa di più strano?” dimandai a un certo punto.

“Di più strano?” mi rispose un dei due: “Ma questa seconda parte del borgo che lei ha veduta appartiene ancora alla civiltà; è il quartiere se nonpariginoalmenomadrilenodell'Albaicin; e c'è ben altro; andiamo oltre.”

Si percorse una lunghissima strada sparsa di donne appena vestite che ci guardavano come gente piovuta dalla luna; si attraversò una piazzetta piena di bambini e maiali amichevolmente confusi; si passò per altre due o tre stradicciuole, ora salendo, ora scendendo, ora in mezzo alle case, ora in mezzo alle macerie, ora tra gli alberi, ora tra le roccie, e si arrivò finalmente in un luogo solitario, sul fianco d'una collina, di dove si vedeva, in faccia il Generalife; a destra l'Alhambra; sotto, una valle profonda coperta d'un foltissimo bosco.

Cominciava a imbrunire, non si vedeva nessuno, non si sentiva una voce.

“Qui finisce il borgo?” domandai.

I due compagni risero e mi dissero: “Guardi da quella parte.”

Mi voltai e vidi lungo una strada che si perdeva nel bosco lontano, una sterminata fila di case.... di case? di tane scavate nella terra, con un po' dimuro dinanzi, con buchi per finestre e screpolature per porte, e piante selvatiche d'ogni specie di sopra e dai lati; veri covi di belve, nei quali, al chiarore di lumicini appena visibili, formicolavano i gitani a centinaia; un popolo brulicante nelle viscere del monte, più povero, più nero, più selvaggio di quello visto fino allora; un'altra città, sconosciuta alla maggior parte dei Granatini, inaccessibile agli agenti della polizia, chiusa agli impiegati del censimento, ignara d'ogni legge e d'ogni governo, vivente non si sa come, numerosa non si sa quanto, straniera alla città, alla Spagna, alla civiltà moderna, con linguaggio e statuti ed usi proprii, superstiziosa, falsa, ladra, accattona, feroce.

“S'abbottoni il soprabito e badi all'orologio,” mi disse il Gongora; “e andiamo avanti.”

Non avevamo fatto cento passi quando un ragazzo seminudo, nero come le pareti del suo tugurio, ci scorse, gettò un grido, e facendo cenno ad altri ragazzi che lo seguissero, si slanciò verso di noi; dietro i ragazzi accorsero le donne; dietro le donne, gli uomini; e poi vecchie e vecchi e altri bambini; e in men che non si dice fummo circondati da una folla. I miei due amici, riconosciuti come Granatini, riuscirono a mettersi in salvo; rimasi io solo nelle péste. Mi pare di vedere ancora quei ceffi, di udire ancora quelle voci, di sentirmi ancora addosso quelle mani. Gesticolando, gridando, dicendo mille cose che io non capivo, tirandomi per le falde, pel panciotto, per le maniche, mi si stringevano addosso come un brancod'affamati, mi alitavan nel viso, mi mozzavano il respiro. Eran la più parte seminudi, macilenti, colle camicie che cadevano a brani, coi capelli scarmigliati e polverosi, orribili a vedersi; mi pareva d'esser Don Rodrigo in mezzo alla folla degli appestati in quel famoso sogno della notte d'agosto. Che vuole questa gente? mi domandavo; dove mi son lasciato condurre? Come uscirò di qui? Provavo quasi un senso di paura e guardavo intorno con inquietudine. A poco a poco cominciai a capir qualcosa.

—Io ho una piaga in una spalla,—mi diceva uno;—non posso lavorare; mi dia qualche soldo.

—Io ho una gamba rotta,—diceva un altro.

—Io ho un braccio paralitico.

—Io ho fatto una lunga malattia.

—Un cuarto, señorito!

—Un real, caballero!

—Una peceta para todos!

Quest'ultima voce fu accolta con un grido generale d'approvazione:—Una peceta para todos!(Una lira per tutti).

Tirai fuori, con un po' di trepidazione, il portamonete; tutti si alzarono sulla punta dei piedi; i più vicini ci misero il mento dentro; quei di dietro misero il mento sulla testa dei primi; i più lontani stesero le braccia.

“Un momento,” gridai; “chi è fra tutti voi altri colui che ha più autorità?”

Tutti ad una voce, tendendo le braccia verso una sola persona, mi risposero: “Esta!”

Era una spaventevole vecchia tutta naso e tutta mento, con un gran ciuffo di capelli bianchi ritto sul capo a modo di pennacchio, con una bocca che pareva la buca delle lettere, con poco più d'una camicia addosso, nera, incartapecorita, mummificata; la quale mi si avvicinò inchinandosi e sorridendo, e tendendo le mani per afferrare le mie.

“Che volete?” domandai facendo un passo indietro.

“La ventura!” gridarono tutti.

“Ditemi dunque la ventura,” risposi tendendo la mano.

La vecchia strinse fra le sue dieci, non dico dita, ma ossi informi, la mia povera mano, vi posò su il suo naso aguzzo, rialzò il capo, mi guardò fisso, appuntò il dito verso di me, e dondolandosi e fermandosi ad ogni frase, come se recitasse delle strofette, mi disse con accento ispirato:

—Tu has nacido en un dia señalado.—(Tu sei nato in un giorno segnalato.)

—Y el dia que morirás será un dia señalado tambien.—(E il giorno che morirai sarà pure un giorno segnalato.)

—Tu tienes un caudal asombroso.—(Possiedi ricchezze spaventose.)

Qui borbottò non so che d'amanti, di matrimonio, di felicità, onde capii che supponeva ch'io fossi ammogliato, e poi soggiunse:

—El dia que te casaste hubo en tu casa muchos dares y tomares.—(Il giorno che ti ammogliasti si fecero grandi feste in casa tua: vi furono moltidareepigliare.)

—Y otra se quedó llorando.—(E un'altra donna ne pianse.)

—Y cuando tu la vees te se abren las alas del corazon.—(E quando tu la vedi ti si aprono le ali del cuore.)

E avanti su questo tenore, dicendo che avevo amanti e amici e tesori e gioie che m'aspettavano tutti i giorni dell'anno in tutti i paesi del mondo. Mentre la vecchia parlava, tutti tacevano, come se credessero che profetasse davvero. Chiuse finalmente la profezia con una formola di commiato, e chiuse la formola allargando le braccia e spiccando un salto in un atteggiamento di danza. Io diedi lapeceta, e la folla proruppe in grida, in applausi, in canti, facendomi intorno mille strani gesti e salti, e salutandomi a spintoni e a colpi di mano sulla spalla come un vecchio amico, finchè, a forza di divincolarmi e di urtare ora l'uno ora l'altro, riuscii ad aprirmi un varco e a raggiungere gli amici. Ma un nuovo pericolo ci minacciava. La notizia dell'arrivo d'uno straniero s'era sparsa, le tribù s'erano mosse, la città dei gitani era tutta in rumore; dalle case vicine, dai tugurii lontani, dall'alto della collina, dal fondo della valle, accorrevano ragazzi, donne coi bimbi in collo, vecchi col bastone, storpi e malati impostori, profetesse settuagenarie che volevano dir la ventura; un esercito di pezzenti ci veniva addosso da ogni parte. Era notte; non c'era da esitare; pigliammo la corsa, come scolaretti, alla volta della città. Allora ci scoppiò alle spalle un gridío di casadel diavolo e i più lesti si misero ad inseguirci. Grazie al cielo, dopo una breve galoppata, ci trovammo al sicuro, stanchi, ansanti, coperti di polvere; ma salvi.

“A qualunque costo,” mi disse ridendo il signor Melchiorre, “bisognava scappare; se no si sarebbe tornati a casa senza camicia.”

“E noti,” soggiunse il Gongora, “che non abbiamo veduto che le porte del borgo dei gitani; la parte civile; non si può dire il Parigi, nè il Madrid; ma almeno la Granata dell'Albaicin; se fossimo andati oltre! se lei avesse veduto il resto!”

“Ma quante migliaia sono questa gente?” domandai.

“Non si sa.”

“In che modo vivono?”

“Non si capisce.”

“Che autorità riconoscono?”

“Una sola:los reyes(i re), capi delle famiglie o delle case, quelli che hanno più danari e più anni. Essi non escon mai dal loro borgo, non sanno nulla, vivono al buio di tutto ciò che accade fuor della cerchia delle loro case. Le dinastie cadono, i governi si trasformano, gli eserciti si battono, ed è un miracolo se ne giunge la notizia fino al loro orecchio. Domandi loro se Isabella è ancora sul trono o no: non lo sanno. Domandi loro chi è Don Amedeo: non ne hanno mai inteso il nome. Nascono e muoiono come le mosche, e vivono come secoli fa, moltiplicandosi senza uscire dai propri confini; ignoranti e ignorati, non vedendo altro in tutta la loro vita fuorche la valle che s'apre sotto i loro piedi e l'Alhambra che torreggia sul loro capo.”

Ripassammo per tutte le strade percorse prima, ora deserte ed oscure, e mi pareva che non finissero mai; e sali e scendi e svolta e gira e rigira; finalmente s'arrivò nella piazza dell'Audiencia, in mezzo alla città di Granata, nel mondo civile. Alla vista dei caffè e delle botteghe illuminate, provai un senso di piacere, come se fossi tornato alla vita cittadina dopo un anno di soggiorno in una landa disabitata.

La sera del dì dopo partii per Valenza. Mi ricordo che pochi momenti prima di partire, dovendo pagare il conto dell'albergo, osservai al padrone che nella nota c'era segnata una candela di più, e gli domandai ridendo: “Me la toglie?” Il padrone afferrò la penna, e togliendo venti centesimi dal totale della somma, rispose con voce che voleva parer commossa:

“Diavolo! fra Italiani!....”

Il viaggio da Granata a Valenza, fatto tuttode un tiron, come si dice in Spagna, o d'un fiato, è uno di quegli spassi che un uomo ragionevole si piglia una volta sola nella vita. Da Granata a Menjibar, villaggio posto sulla riva sinistra del Guadalquivir tra Iaen e Andujar, è una nottataccia di diligenza; da Menjibar all'Alcazar di San Juan è una mezza giornata di strada ferrata, in un carrozzone senza tendine, in mezzo a pianure nude come la palma della mano, con quel po' po' di sole; e dall'Alcazar di San Juan a Valenza, tenuto conto di tutta una serata che si passa nella stazione dell'Alcazar aspettando il treno, è un'altra notte e un'altra mattinata, per arrivar poi alla sospirata città sul punto di mezzogiorno quando la natura, come direbbe Emilio Praga, raccapriccia all'orrida idea che ci siano ancor quattro mesi di estate.

Ma bisogna dire che il paese che si percorre sul principio e sulla fine di questo viaggio è così belloche se si fosse capaci di un sentimento gentile quando si casca dal sonno e si va in acqua dal caldo, ci sarebbe da andare mille volte in visibilio. È un viaggio di vedute inaspettate, di cambiamenti improvvisi, di contrasti stravaganti, di colpi di scena, per così dire, della natura, di trasformazioni meravigliose e fantastiche, che lascia nella mente non so che vaga illusione d'aver percorso, non un tratto della Spagna, ma tutto un meridiano della terra, a traverso i paesi più disparati. Dallavegadi Granata, che attraversate al lume della luna, quasi aprendovi la via fra i boschi e i giardini, in mezzo a una vegetazione pomposa che par che vi s'affolli intorno come un mare gonfiato per avvolgervi ed inghiottirvi nei suoi cavalloni di verzura; riuscite in mezzo a monti brulli e dirupati ove non si vede traccia d'abitazione umana, rasentate l'orlo dei precipizii, costeggiate le rive dei torrenti, scorrete in fondo ai burroni, vi par di esservi smarriti in un labirinto di roccie. Di qui riuscite un'altra volta in mezzo alle colline verdi e ai campi fioriti dell'alta Andalusia, e poi tutto a un tratto spariscon campi e colline, e vi trovate in mezzo alle montagne di pietra della Sierra Morena, che vi pendon da ogni parte sul capo e vi chiudon tutt'intorno l'orizzonte come le pareti d'un abisso immenso. Uscite dalla Sierra Morena, vi si stendon davanti le deserte pianure della Mancia; uscite dalla Mancia, v'inoltrate nella florida pianura d'Almansa, svariata d'ogni maniera di coltivazioni, che presenta l'aspetto d'un vastissimo tappeto a scacchiere dipinto di tutte le sfumaturedi verde che possano uscire dalla tavolozza d'un paesista. E finalmente di là dalla pianura d'Almansa, s'apre un'oasi deliziosa, una terra benedetta da Dio, un vero paradiso terrestre, il regno di Valenza; dai confini del quale fino alla città, si trascorre in mezzo ai giardini, ai vigneti, a folte macchie d'aranci, a villette bianche coronate di terrazze, a villaggi allegri dipinti di vivi colori, a gruppi, a filari, a boschetti di palme, di melagrani, di aloè, a canneti di zucchero, a sterminate siepi di fichi d'India, a lunghe catene di collinette e di poggi di forma conica, coltivati a orticelli, a giardinetti, ad aiuoline, scaccheggiati minutamente di cima in fondo e variopinti come grandi mazzi di erbe e di fiori; e per tutto una vegetazione ardente, che colma ogni vuoto, che soverchia ogni altezza, che veste ogni sporgenza, che s'alza, che spenzola, che striscia, che si pigia, s'ammucchia, s'intralcia, vi impedisce la vista, vi chiude la strada, vi abbarbaglia di verde, vi stanca di bellezza, vi confonde coi suoi capricci e le sue follie, e vi fa l'effetto come d'una figliazione improvvisa della terra accesa d'una febbre voluttuosa dal fuoco d'un vulcano segreto.

Il primo edifizio che dà nell'occhio entrando in Valenza, è un immenso Circo di tori, situato a destra della strada ferrata, formato da quattro ordini sovrapposti di archi sorretti da robusti pilastri, tutto di mattoni, arieggiante, alla lontana, il Colosseo. È il Circo dei tori, dove il quattro settembre del 1871il re Amedeo al cospetto di diciassette mila persone strinse la mano al celebretorerosoprannominato il Tato, monco d'una gamba, che, essendo direttore dello spettacolo, aveva chiesto il permesso d'andargli a presentare i suoi omaggi nel palco. Valenza è tutta piena di ricordi del duca d'Aosta. Il sacrestano della cattedrale possiede un cronometro d'oro, colle sue iniziali in diamanti, e una catena imperlata, regalatagli da lui quando andò a pregare nella capella diNuestra Señora de los Desamparados. Nell'Ospizio di questo nome i poveri si ricordano d'aver un giorno ricevuto dalla mano sua il loro pane quotidiano. Nell'opificio di musaici di un tal Nolla si conservan due mattoni, sull'uno dei quali egli incise di suo pugno il proprio nome, e sull'altro il nome della regina. Nella piazza di Tetuan il popolo addita la casa del conte di Cervellon, nella quale ei fu ospitato; che è la casa medesima dove Ferdinando VII firmò nel 1814 i decreti che annullavano la Costituzione, dove abdicò la regina Cristina nel 1840, dove passò alcuni giorni la regina Isabella nell'anno 1858. Infine, non v'è angolo della città nel quale non si possa dire: qui strinse la mano a un popolano; qui visitò un opificio, qui passò a piedi, lontano dal suo seguito, circondato da una folla, fiducioso, sereno, sorridente.

E fu appunto Valenza, poichè sono a parlare del duca d'Aosta, fu Valenza la città nella quale una bambina di cinque anni, recitandogli dei versi, toccò quel terribile argomento delRey extranjerocolle più nobilie più sensate parole che si sian forse pronunziate in Spagna da parecchi anni a questa volta; parole che se tutta la Spagna avesse raccolte e meditate, forse ella si sarebbe risparmiate molte delle calamità che l'hanno colpita e che l'aspettano; parole che forse, un giorno, qualche spagnuolo rammenterà sospirando, e che già fin d'ora traggono dagli avvenimenti una luce meravigliosa di verità e di bellezza. E poichè i versi son gentili e facili, io li trascrivo. La poesia è intitolataDio e il Re, e dice così:


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