V.

«Il conte è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o dispiacere.»

«Ed io glie le ho spiegate come meglio ho potuto. Saperlo più giovane del babbo mi fece un senso di pena per il babbo mio, giacchè io vorrei che per lui il tempo non solo non passasse, ma tornasse indietro; ma poi, pensando che il babbo aveva me, mentre l'amico suo era solo, mi piacque e mi parve anche giusto che questi fosse più giovane, perchè doveva anch'egli prender moglie e crearsi una famiglia. Come mi ha abbracciata, Luigi! Che occhi ridenti! Che parole d'amore! Non l'ho visto mai tanto felice, neppure il giorno che gli dissi di sì! Ora non può più dubitare che i suoi quarantaquattro anni mi sembrino troppi; è anzi persuaso che l'idea di sposarlo non mi dovè sembrare poi tanto stravagante come egli ed il babbo temevano. Mi parve anzi naturale. Pensai un momento, è vero, che Luigi aveva il doppio dell'età mia; ma l'età degli uomini non si conta come quella delle donne. E poi, chi darebbe quarantaquattro anni a mio marito? Non importa l'età, importano le qualità dell'animo; e della bontà di Luigi io avevo questa gran prova: che è amico del babbo. Tutto ciò che gli avevo udito dire in due anni d'intimità mi dimostrava che il suo modo di pensare e di sentire è delicato, gentile, squisito, che il suo ingegno è alto ed eletto, che la sua cultura è varia e profonda.

«E ora capisco che la quistione è un'altra: Luigi non aveva tanta paura che non mi paresse giovane abbastanza, quanto che non mi piacesse come persona, come viso.

«Ebbene, se certe volte io ho giudicato stupida l'abitudine di prendere queste note, e se certe altre invece l'ho approvata, oggi mi pare che sia stata proprio una fortuna averle scritte, poichè ho potuto convincere Luigi con quella famosa esitazione. E così avessi scritto bene tutta la mia precisa impressione di quella volta che, sfidando il babbo per chiasso, prese un fioretto dal trofeo d'armi e si mise in guardia! Stava così bene con l'arma lucente in mano, con gli sguardi lampeggianti come la spada, era così forte ed agile che mi parve veramente una figura balzata fuori da quei romanzi di Walter Scott che mi piacciono tanto. Non pensavo ancora di poterlo sposare, ma pensai benissimo che potevo essere la dama per la quale egli scendeva in campo. E se sapesse che piacere diverso, non ancora provato, quando mi mandò quel cartellino dove si diceva, per chiasso,Fornitore di Sua Grazia la marchesina Fiorenza!Su quel cartellino si trovavano insieme i nostri nomi, come sopra una partecipazione nuziale: era scritto! Neppure allora io pensai con precisione che un giorno avremmo potuto essere uniti come ora: ma notai sì, che i nostri nomi erano messi accanto, pensai che egli stesso li aveva accoppiati, che m'aveva chiamataSua Grazia, e sentii che il cuore mi batteva forte forte…

«Ah, se avessi scritto queste cose Luigi ora non dubiterebbe. Ero sul punto di dirgliele, ma poi le tacqui; un poco perchè egli si trovava in una delle sue ore di dubbio, un poco perchè pensai di far meglio scrivendole su questo libro dove egli le leggerà un giorno. Giacchè non crede, non merita ch'io le dica a lui; le confido a queste pagine che erano già destinate ad accoglierle. Se le scrivo più tardi di quando le pensai, non vuol dire che non siano vere!…»

E sotto quelle parole, a caratteri più grossi, più irregolari, tracciati con mano tremante, stava scritto:

«Ha letto! Ha creduto!…»

Così continuavano quelle memorie, piene delle espressioni d'un'intima contentezza, rivelatrici di un'anima amante, candida e schietta, della quale il giudice Ferpierre ora quasi s'innamorava.

Maritata in quelle condizioni, con uno che poteva esserle padre, non era però da prevedere che la giovanetta dovesse rinunziare alla vivace felicità e ottenere, nella migliore ipotesi, la quiete; una quiete presto o tardi insidiata dalle imaginazioni d'un bene maggiore?…

Le confessioni della morta distruggevano questo sospetto. Il Ferpierre amava credere che, se la narratrice non fosse stata felice, se avesse sentito d'essersi ingannata sposando il conte d'Arda, lo avrebbe confessato schiettamente, interamente; ma poichè ella aveva riconosciuto una volta di sentir cose che non poteva scrivere, forse non avrebbe nettamente dichiarato il proprio inganno; fors'anche, invece di adombrarlo, non avrebbe più scritto nulla, ed il silenzio sarebbe stato ancora più eloquente. Ma, non che tacere, non che alludere al disinganno, ella insisteva tanto nelle manifestazioni d'un affetto ingenuo e caldo ad un tempo, che il giudice non poteva dubitare della sincerità di lei. Del resto quell'amore d'una giovane di vent'anni per un uomo d'oltre quaranta era proprio incredibile? A spiegarlo il Ferpierre non teneva tanto conto delle qualità morali dello sposo quanto delle fisiche; e fra le carte rinvenute presso la defunta egli aveva visto alcune fotografie di parenti e d'amici, due delle quali, per dichiarazione di Giulia Pico, erano del conte: la figura di quell'uomo aveva una bellezza così forte e nobile, così piena di espressione, che l'amore della giovane sposa ne restava giustificato. E per lunghe e lunghe pagine ella non parlava d'altro: narrava orgogliosa tutte le prove d'amore datele dal marito, trascriveva le sue parole innamorate, esultava nel vederlo oramai ricreduto, nel sapere suo padre sicuro della loro felicità.

Bruscamente una pagina bianca interrompeva ancora il giornale: sulla seguente una sola riga era scritta:

«Padre, padre mio, vivi! Vivi per me!…»

E null'altro. Il Ferpierre quasi udiva il grido della disperata preghiera che al capezzale del padre agonizzante rompeva dal petto della figlia devota. Invano: nella pagina successiva una ciocca di capelli grigiastri era passata fra due tagli del foglio, con una data al margine:3 giugno 1886.Poi il libro era pieno di memorie del morto: la contessa affidava a quelle pagine i più cari suoi ricordi di figlia con un dolore così cocente ma confortato dalla cristiana speranza, che, a certi passaggi, pareva parlasse ancora del padre vivo, come al principio del libro. Ma il giudice percorreva rapidamente quelle pagine, impaziente d'arrivare al dramma che presentiva immancabile.

Col tempo, con la vecchiezza del marito, con le seduzioni del mondo, non era fatale che la calma felice di quella donna finisse? Come avrebbe ella parlato della tentazione?

Non ne parlava. Il diario aveva però una lacuna maggiore delle precedenti; la scrittura appariva, dopo un'interruzione, ancora più modificata; e il senso delle nuove note riusciva incomprensibile.

«…. Io ne sono sicura. Le sue parole mi ritornano tutte alla memoria. Allora ne sorridevo, ne insuperbivo: oggi pago la superbia d'un tempo. A certi momenti dubito che la colpa sia mia. Che cosa avrebbe fatto un'altra? La colpa è certamente della mia ignoranza, della mia inesperienza…

«Non volle o non potè parlare? Forse non volle e non potè. Una sola volta gli domandai: «Ma come? Com'è stato?…» L'odo ancora rispondere, torcendo gli sguardi: «Più tardi…»

«Egli non credeva che l'uccidersi fosse male imperdonabile. Uccidersi per non saper vivere era a suo giudizio viltà; ma in altri casi la morte volontaria non era per lui condannabile. Molte volte discutemmo questo problema: egli mi dimostrò che il mondo onora giustamente chi si sottrae con la morte al servaggio, alla vergogna, al disonore; chi morendo salva od aiuta i suoi simili. Uccidersi per castigarsi, diceva ancora, è giustizia…

L'incertezza del Ferpierre sul significato di queste parole durò poco: il pensiero della narratrice si veniva precisando da una pagina all'altra: ella pensava che suo marito non fosse morto per una disgrazia, ma deliberatamente; che avesse cercato la morte tremenda sotto le ruote d'un convoglio.

«Le persone presenti dissero, e dicono ancora, di non capire come egli non udisse le loro grida, non vedesse i loro gesti disperati. Una di quelle vertigini delle quali soffriva nell'ultimo anno potrebbe spiegare l'accaduto, se io non sapessi.

«La sua tristezza era mortale. Quando glie ne chiedevo la ragione mi guardava così dolorosamente come se fosse sul punto di perdermi. Un giorno, molto lontano, quando mi parlò la prima volta della sua vita di scapolo, le parole erano così sdegnose sulle sue labbra! E la certezza d'essersi finalmente sottratto all'errore, alla colpa, gli dava tanto conforto!…

«Era severo e quasi senza perdono, nonostante la sua bontà, per i traviamenti della passione. La rovina del suo amico che aveva abbandonato la famiglia gli pareva meritata: non lo persuadeva all'indulgenza neppure la morte nella solitudine e nella povertà…

«Io sentivo ciò che accadeva. Non parlai. Ebbi paura. Ebbi paura di pensare.

«Non sono sincera. Non dico tutto…»

E il Ferpierre, vedendo che nelle pagine seguenti ella non parlava più del dramma, sostò ancora una volta per meditare sulle cose lette.

Tra quelle due anime la tentazione si era insinuata; ma l'uomo, non la donna l'aveva accolta! Le ultime parole di lei: «Non sono sincera, non dico tutto…» significavano forse che ella non aveva accusato il marito perchè non si sentiva neppure senza peccato? Quantunque all'esperienza del giudice poche cose paressero impossibili, quantunque egli anzi prevedesse che alla troppo giovane sposa il calmo affetto d'un marito troppo vecchio non dovesse un giorno bastare, ora l'idea che ella avesse potuto fallire gli repugnava. Egli si era venuto tanto affezionando alla figura della morta nel leggerne la storia, la vedeva così nobile e pura, sentiva in ogni pagina di quelle confessioni una schiettezza così semplice, che il senso della reticenza ne restava naturalmente giustificato. «Ebbi paura di pensare. Non sono sincera. Non dico tutto…» Nel punto che scriveva quelle parole non pensava ella che il tradimento del marito al quale aveva portato tanto amore, il tradimento di chi aveva dubitato dell'amore di lei credendosene indegno, di chi aveva promesso dedicare tutta la vita a meritarlo, a serbarselo, fosse in lui una colpa grave, un immeritato castigo per lei? Non pensava ella che quell'uomo aveva mentito o che si era vantato d'una forza della quale mancava? Se turbatrici seduzioni eransi esercitate anche su lei e se ella aveva saputo domarle e disperderle, ella che a giudizio del mondo sarebbe stata più scusabile d'accoglierle, non doveva considerare severamente la debolezza di quell'uomo? Tutto il dolore che il disinganno, che la scienza del male fino a quel giorno insospettato destavano nell'animo della sposa si esprimeva con quella frase: «Ebbi paura di pensare…» e il Ferpierre, rileggendola, s'affermava nella sua spiegazione, riconosceva che l'imprevista soluzione era logica: illogico, o almeno troppo ligio al preconcetto era stato egli stesso nel prevederne una contraria.

Che il conte d'Arda, vissuto fino a quarantaquattro anni la vita necessariamente dissipata dello scapolo senza sentire più presto il bisogno d'un affetto legittimo, si riducesse durabilmente a quella del marito esemplare e s'appagasse dell'ingenuo amore della giovinetta era forse naturalissimo? Ed era innaturale ed inammissibile che la sposa amante ignara del mondo circoscrivesse tutta la gioia nel suo nuovo stato? I particolari del dramma sfuggivano al Ferpierre, ma egli li ricostruiva con l'imaginazione. Un'altra donna, una donna tutta diversa dalla contessa, molto esperta, senza scrupoli, aveva sedotto Luigi d'Arda: egli aveva tentato di resistere persuaso dell'infamia che avrebbe commessa tradendo la giovanetta, dandole l'esempio del male, egli cui non solo il dovere ma anche l'interesse consigliavano di seguire la rigida via dapprima tracciatasi; ma la tentazione aveva dovuto vincerlo. Che cosa bisognava pensare del sospetto della contessa, che egli si fosse data la morte? L'anima alta di lei attribuiva allo sposo la volontà di castigarsi se era stato incapace di evitare l'errore? Oppure l'imaginazione romanzesca della donna vedeva un suicidio dove non c'era altro che un disgraziato accidente? Mistero nel mistero; ma questo doveva restare impenetrabile, se oramai il suggello della morte aveva chiuso le labbra dei due attori del dramma. La tentatrice sola, se viveva, avrebbe potuto rischiararlo; ma che, soccombente mal suo grado alla colpa, il conte avesse voluto morire per punirsi, per evitare d'essere in vita peggio punito con la caduta della sposa a cui aveva additato le vie del male; o che, anche pensando queste cose, la sua morte fosse opera del caso, oramai poco importava. Con raddoppiata curiosità il Ferpierre continuava la lettura delle memorie in cerca di ciò che più gli premeva.

Dopo i rapidi accenni alla sciagura egli non trovò altro che descrizioni di paesi. La giovane vedova portava il suo lutto di luogo in luogo, lungo il Reno, in Olanda, in Iscozia; qui soltanto le memorie erano datate. Pareva che, come l'esperienza l'aveva maturata, così anche il suo pensiero e il suo stile si fossero fortificati; certi paesaggi erano ritratti con tocchi sobrii ma vigorosi, le imagini erano nitide ed evidenti. Qua e là, fra le descrizioni, si trovavano schizzi a penna ed a matita, vedute di luoghi, riproduzioni di tipi; e il tocco della disegnatrice era aggraziato e fermo ad un tempo. Di tratto in tratto ancora alcuni giudizii morali senza apparente relazione con le note vicine, dimostravano come, dietro l'esteriore tranquillità, un secreto lavorìo la tormentasse. A un punto ella diceva:

«Non basta saper regolare le nostre azioni esterne, bisognerebbe poter guidare il pensiero intimo.»

Voleva ella forse dire con queste parole che, libera e sola, tentatrici persuasioni, alle quali pur sapeva resistere, l'assediavano con suo dolore? E non era troppo naturale che così dovesse essere?

«La legge del perdono è necessaria perchè il male è universale; e senza di essa nessuno potrebbe sperare di salvarsi.»

Quest'idea derivava da una persuasione astratta o non piuttosto dalla coscienza di una qualche colpa personale?

A poco a poco ogni altro soggetto era posto da parte: in alcune pagine non si leggevano altro che speculazioni intorno ai problemi nella vita.

«L'ingiustizia è grande nel mondo; nessuno è più degno d'encomio di chi intende ripararla.»

«Vi sono due specie di leggi: le leggi della natura e quelle dell'anima: molte volte la legge ideale consiste nell'operare contro alle impulsioni naturali. Ciò mi stupiva una volta, ora non più. Quello di affrancarsi dalle leggi naturali è il bisogno più alto e lo sforzo più nobile: il merito consiste nella difficoltà da superare.

«Non molte volte, ma sempre c'è opposizione tra le due specie di leggi; non è possibile in questa vita comporle, perchè senza lo sforzo non ci sarebbe bene. Questa è la gran prova.

«Chi dice che è stolto predicare l'eguaglianza degli uomini perchè essi sono naturalmente diseguali, non sa di dire una eresia morale. Altrettanto giusto sarebbe dire che è stolto predicare il sacrifizio perchè l'egoismo è legge della natura. Se l'amore di noi stessi è il primo nostro bisogno reale, reprimerlo e posporlo all'amore degli altri dev'essere il primo nostro bisogno ideale. Gli uomini sono nativamente diversi: questa verità ingrata ci suggerisce l'ideale dell'eguaglianza. Sono idee che mi sembrano semplici; egli dice che sono rare…»

L'attenzione del giudice crebbe in quel punto. «Egli» non era il principe Alessio Petrovich? Quei ragionamenti intorno al problema sociale non datavano dal tempo nel quale i due amanti si erano incontrati? La narratrice pareva rispondere alla domanda che il Ferpierre si rivolgeva mentalmente, perchè da una pagina all'altra il tema delle memorie mutava e dalle speculazioni astratte ella passava a più intime confessioni.

«No, io non avevo ancora provato un turbamento simile. Volevo negarlo, ma non posso. Quest'ansia, questa febbre m'erano ignote.

«Lessi una volta che l'amore non è uno solo, e mi parve che lo scrittore mentisse od errasse, che non vi fosse se non un modo d'amare. No: egli ha ragione. L'affetto d'allora non somiglia al tumulto d'oggi; Luigi che era più esperto di me lo sentiva e non si contentava di ciò che gli davo. Dubitava dell'amor mio perchè non lo vedeva impetuoso e veemente. Mio padre dubitava della mia felicità per ciò. Dubito ora anch'io?…

«Fiocchi di nebbie s'insinuano fra le cime dei monti, strisciano come draghi, s'annodano come bende, si stendono come veli; un lato del lago è scomparso fra le nubi, le acque ora non sono più circoscritte, formano come un golfo aperto sopra un oceano misterioso. Odo ancora la voce di lui. Io sono felice…

«Io sono felice. La fiamma s'apprende da anima ad anima come da face a face. Le sue parole sono come l'alito dell'interno fuoco. Potevo nascondergli il mio pensiero? Se pure avessi voluto tacerlo, non l'avrebbe egli letto?

«Quando noi crediamo una cosa neghiamo tutte le altre, quando proviamo un sentimento disconosciamo i sentimenti opposti o semplicemente diversi. Questo è il mio primo istinto. Mi pare d'aver cominciato a vivere da un mese soltanto. La ragione ammonisce, il cuore ricorda. È un'altra cosa…

«Se vi sono più modi d'amare ve n'è uno migliore, più desiderabile, più vero? Bisogna che la voce della ragione non sia più udita, che tutte le memorie siano dimenticate, che una sola idea vinca tutte le altre e un solo bisogno rompa tutti gli ostacoli?…

«Le sue risa d'oggi m'hanno fatto male. Non avrei voluto che egli ridesse udendo narrare un atto eroico. Quanto grande è la sua fede tanto profondo e amaro è il suo scetticismo. Chi lo ha fatto così? La vita, dice egli.

«Una pena maggiore ho provato nell'udirlo ridere di sè stesso. Quando ride di questo suo riso falso mi pare che vi sia qualcosa di rotto nella sua voce, nel suo petto…

«Se i nostri sentimenti vivono ad uno ad uno e se quelli già morti sono da noi negati, il sentimento vivo ha bisogno di credersi eterno. Questo è l'errore. La felicità che io provai giorni addietro mi pareva indistruttibile. Non è distrutta, ma turbata.

«Che pena! Che pena! Mai più avrei sospettato tante miserie, tanti dolori, È questa la prima volta che egli li confida a qualcuno. E ride ancora! Non voglio…

«La sua lettera d'oggi m'ha fatto palpitare di superbo contento. Se fosse vero! Se io avessi veramente questa forza!»

Con l'espressione di quel dubbio il diario restava ancora una volta sospeso, quasi che prima di riprenderlo la scrittrice avesse voluto provare. Ma nei fogli successivi le confessioni non erano più ordinate.

«La vita è più difficile che io non credessi.»

Questo solo giudizio leggevasi in una pagina; più oltre un dubbio ancora:

«Credere d'aver ragione sarebbe dunque presunzione?

Poi alcune frasi di senso oscuro:

«In nessun modo, ma giova sperare…

«Non è debolezza, non è sorpresa: ho pensato lungamente, la fede mi sorregge, io vedo la meta….

«Ora le parole mancano…»

Sotto una data: «18 giugno 1890» stava scritto:

«Dinanzi a Dio, per sempre.»

E il Ferpierre cercava d'approfondire il senso di quelle parole collegandole in modo da ricostruire l'intima storia.

Le cose dette dal Vérod si confermavano: l'idea di far del bene all'anima inferma di Zakunine appariva dominante nel pensiero della contessa: con la sua mitezza soave, per la legge d'attrazione fra i contrarii, ella doveva apprezzare la forza impetuosa, la foga indomabile del ribelle come greggie ricchezze dalle quali si sarebbe potuto esprimere un valor puro. Certamente qualcosa di più semplice, il solo amore, bastava a spiegare la relazione stretta fra i due; e dell'amor suo ella dava una prova eloquente quando confessava di comprendere i dubbii del marito e del padre intorno alla sua felicità d'un tempo. L'affetto del marito le era bastato; ella non aveva fatto un sacrifizio accettando di sposarlo nonostante la grande differenza delle età; quantunque la possibilità del matrimonio le fosse apparsa tardi, ella era stata veramente felice con lui; il dubbio era postumo, ma dimostrava con grande evidenza come più forte ed eccitante fosse il sentimento nuovo. Tuttavia la commozione per i mali che travagliavano il principe, la speranza e quasi il dovere di giovargli avevano dovuto determinarla ad assecondarne l'affetto.

«Se fosse vero! Se avessi questa forza!» Manifestamente il principe le aveva detto che l'amore di lei era il suo conforto, la sua gioia, la sua salute; fosse egli sincero, o fingesse calcolando sull'effetto di quelle parole, era certo che l'effetto non poteva mancare in un'anima amante. Liberi entrambi, niente avrebbe vietato che s'unissero legittimamente, se il ribelle non avesse disconosciuto e odiato le leggi, anzi diretto ogni suo sforzo a distruggerle. Della sua conversione avrebbe potuto darle la massima prova, sposandola; ma probabilmente non era sincero dicendosi convertito. Con più verisimiglianza nessuna allusione diretta avevano essi dovuto fare al loro avvenire; nè il principe aveva esplicitamente promesso di convertirsi al matrimonio, nè la contessa gli aveva rigorosamente imposto di mettersi in regola col mondo: durante un certo tempo entrambi avevano dovuto amarsi castamente, ella sperando di placare e redimere il negatore, egli forse sorridendo di questa sua speranza: un giorno la complicità delle circostanze, la dolcezza dell'ora, la debolezza della donna, la prepotenza dell'uomo avevano mutato repentinamente la natura dei loro rapporti. Ella cui la purezza delle intenzioni non doveva bastare se n'era intimamente doluta: ma non aveva espresso il proprio dolore, certa d'essersi impegnata dinanzi a Dio, sino alla morte, e fiduciosa di far presto o tardi riconoscere anche a lui la santità del dovere.

Da quale disinganno era stata amareggiata scoprendo l'inutilità della propria dedizione? Senza dubbio l'inganno non le era stato subito palese; finchè il principe aveva continuato ad amarla ella aveva sperato: credendolo sentendolo suo sposo con l'anima, nella sincerità della coscienza, ella aveva lungamente aspettato piena di speranza. La sfiducia morale aveva preceduto o seguìto la sentimentale delusione? Forse s'erano prodotte ad un tempo.

Il libro delle memorie mostrava, alla scrittura, all'inchiostro, d'essere stato ancora una volta interrotto. E lo sforzo di negar credito all'ingrata realtà era evidente nelle nuove confessioni. Ella scriveva:

«Bisogna credere. Bisogna sperare… Il più delle volte noi non ci conosciamo, dobbiamo essere rivelati a noi stessi…»

Quest'idea era senza dubbio riferibile all'uomo che le stava vicino, alla sua ostinata insistenza nell'opera di distruzione, alla speranza ancora viva di piegarlo, di farlo ricredere; poichè ella scriveva inorridita:

«Ancora l'odio, il sangue, le fiamme! No, mai: non sarà mai questa la via!… Come un'anima amante può parlare così? Egli dice che l'amore si ripaga con l'amore, l'odio con l'odio. Ciò sarà giusto, ma non è generoso. E coloro che egli combatte odiano veramente? Non soffrono anch'essi di dover ricorrere alla violenza?…»

Pareva così che la discordia fra l'istinto di ribellione del principe e la predicazione di pace della contessa avesse preceduto il disinganno sentimentale: ma nell'atto che riconosceva l'inutilità dei proprii sforzi non doveva ella sospettare che quell'uomo non era stato sincero assicurandole d'essersi per lei ricreduto? E un sospetto simile non doveva lederla, oltre che nelle sue credenze, nelle sue stesse speranze?

Ella non parlava del destino serbato all'amor suo. Faceva così perchè, più d'assicurare la felicità sua personale, le premeva di pacificare il ribelle? Od al contrario rivolgeva ella la sua attenzione al dissidio morale per distoglierla dalla più paurosa visione di un disinganno che le sarebbe riuscito ben altrimenti funesto? Se l'amore di quell'uomo era mentito, l'intima sanzione che la coscienza aveva dato a un legame fuor della legge non veniva a mancare? Per la cristiana, a cui la colpa era parsa, se non scusata, almeno attenuata dalla schiettezza dell'amore, dall'onestà degli intendimenti, dalla saldezza dell'impegno, l'improvvisa mancanza di queste condizioni non doveva implicare una condanna grave?

Il Ferpierre sentiva che questi pensieri avevano dovuto occupare la defunta a quel tempo; egli quasi li leggeva tra riga e riga. E come durante l'audizione di una frase musicale si prevede lo svolgimento e la cadenza della melodìa, le sue logiche anticipazioni erano confermate dai successivi passaggi delle memorie.

«Non ho avuto coraggio, ma bisogna trovarne. Un'altra volta ebbi paura di scendere in me per compiere l'esame di coscienza, il dovere che mi fu sempre facile e grato. Ma la paura d'allora non ha nulla che possa paragonarsi con la presente.

«Fingo verso me stessa? E come pretendere l'altrui sincerità? La superbia m'impedisce d'ammettere che io abbia potuto ingannarmi? Ma Dio che mi legge nel cuore sa ch'io credetti al bene. Io credo ancora.

«Egli non si conosce. Obbedisce a tante e così varie impulsioni, il suo pensiero è così complesso, la sua esperienza è stata così ricca, che egli non sa qual è la sua vera natura e non la libera dai passeggeri atteggiamenti e si fa diverso da sè stesso. Io speravo d'essere riuscita a rimetterlo sulla via della verità: l'opera è più difficile e richiede più tempo che non pensai. Ma la speranza, la fiducia che m'animarono, mi sostengono ancora.

«Vi sono momenti che dubito. Dubito, più che di lui, di me stessa. Penso che questa speranza è fallace, che questa fiducia non è sincera, che io me ne servii per nascondere qualcosa di meno degno, per secondare un desiderio meno puro.

«Non è questo il giudizio che ognuno darebbe? Si serve di mezzi ambigui chi vuol raggiungere un diritto fine? Per rimettere lui sulla via maestra dovevo io seguire vie tortuose? Io che dovevo dargli l'esempio della virtù alla quale non crede, gli ho dato un'altra prova di quella debolezza accomodante che condannavo….

«Siamo ora entrambi nell'errore. Questo è grave, nell'amore: che ciascun amante non è solo responsabile delle proprie azioni, ma anche di quelle alle quali spinge l'amato. Su questa solidarietà io avevo fatto assegnamento quando aspettavo di partecipare con lui non alla pena dell'errore, ma alla gioia del premio….

«Io non posso neppur dire d'essere stata sorpresa, di non aver previsto ciò che sarebbe avvenuto. Quanti sofismi! Nel prevedere la caduta dicevo a me stessa che egli non poteva volere il mio avvilimento, pensavo di affidarmi a lui per non fare atto di superbia attribuendomi esclusivamente la capacità di regolare il nostro amore!

«Non sarebbe stata superbia. Questa capacità è nostra, siamo noi donne responsabili del bene e del male. All'energia esuberante e prepotente degli uomini la nostra resistenza deve dettare la legge. Ma questo pensiero mi piegò: che per le anime forti non occorre che la legge sia scritta in un libro: basta comprenderla. Egli che le disconosce tutte, mi disse d'aver compreso per me la legge dell'amore: la fedeltà. Ora io non posso, non debbo, non voglio sospettare ch'ei calpesti anche questa. Eppure che vale pensare, dire ad alta voce, scrivere questa cosa, se il dubbio m'occupa e mi tormenta?

«A poco a poco, ma nitidamente, io l'ho visto sorgere, crescere, giganteggiare. In certi momenti il dubbio angoscioso diventa disperata certezza. Allora io penso che avrò ancora una forza da esercitare, l'estrema forza: il perdono. Sento che non mi sarà grave. Forse è male, perchè se mi costasse varrebbe di più. Ma egli può fare di me ciò che vuole, purchè non neghi tutto e sempre….

«Ah, quel riso!…»

Era sperabile che Zakunine osservasse l'unico patto posto dalla infelice?… Nel ricostruire con l'aiuto di quelle confessioni il carattere dell'accusato, il Ferpierre sentiva che l'avverso giudizio di Roberto Vérod non era dettato dalla passione. Dietro l'umanitaria professione di fede, con la predicazione della giustizia, dell'eguaglianza, dell'amore, quell'uomo doveva nascondere un egoismo scettico, ingordi appetiti, voglie malsane, se era stato capace di ridurre a quel tormento la creatura che gli si era resa a discrezione. Se la lusinga di ridurlo a una più calma prosecuzione della riforma sociale era fallita, aveva egli almeno risposto con atti di bontà alle dimostrazioni dell'amore?

Il Ferpierre lesse con raccapriccio nelle nuove pagine del diario:

«Egli m'ha detto queste precise parole:

«Dunque tu credi che l'amor tuo sia immortale? Non capisci che finirai di amarmi, che già non mi ami più come prima? Tu mi giudichi indegno d'amore, pensi d'esserti sacrificata, il sacrifizio ti costa, vuoi ottenerne il compenso, lo cercherai in un altro amore; non dubitare: qualcuno te l'offrirà…. Sul principio dirai che la colpa è stata mia, più tardi riconoscerai che io non ho colpa. Dentro di te, dentro di me, nei nervi, nella carne, nel sangue di noi tutti c'è un fermento che niente e nessuno può sedare: quando tu avrai fame ti ciberai; dopo aver mangiato sarai sazia. Non c'è altra verità fuori di questa. Bisogna dirla, ripeterla, onorarla, e riconoscere che le tue leggi, i tuoi comandamenti, i tuoi scrupoli sono menzogna ed ipocrisia che dobbiamo smascherare e confondere. I tuoi grandi nomi, l'Amore, il Dovere, il Diritto, hanno un senso, ma non è quello che tu pensi. Il nostro dovere e il nostro diritto si riducono a ottenere e mantenere il piacere, che è la ragione, l'origine, il fine della vita; finchè il piacer tuo è nel mio, noi ci amiamo; quando non ci bastiamo più l'amore finisce. Tu dici un'altra grossa parola: l'onore. Dove mai lo riponi? L'onor mio consiste nel dire ciò che penso, nel metter d'accordo le mie azioni con le mie idee. Tutto il mondo è retto da pregiudizii iniqui, ma più stupidi che iniqui. La scienza che non mente ha espresso la vera, la sola legge dal cumulo delle secolari menzogne: voglio dire la legge della lotta per l'esistenza. Nascondetela, date al fuoco i libri che l'insegnano, se volete che le vostre menzogne siano ancora credute. Ma quando la riconoscete, come potete restar serii udendo ripetere i ritornelli bugiardi? Bisogna scegliere tra la morte e la vita: rinunziare alla vita è preferibile, ma voi non volete. Se io debbo vivere, estermino tutto il genere umano per procurarmi quella che a te pare la più futile delle mie soddisfazioni! Tu volevi che noi facessimo una famiglia indissolubile. Ma non sei ora contenta d'esser libera, non è bene che tu mi possa abbandonare se, avendomi visto come sono, ti faccio orrore? Lascia che i figli ignorino i padri, se non vuoi che maledicano chi ha dato loro la vita! Perchè vorresti che noi fossimo indissolubilmente legati, quando naturalmente ciascuno di noi è autonomo; quando niente vieta, anzi tutto ci persuade, che ciascuno di noi può amare e un giorno amerà un altro? Se tu m'abbandoni quando non t'amo più, te ne sono grato; se mi tradisci quando ti amo ancora, ti uccido. Fa altrettanto tu stessa. Il diritto mio è uguale al tuo. Così fanno tutti gli uomini, a dispetto dei codici stolti e delle ipocrite predicazioni. L'anarchia che noi vogliamo instaurare è già nei costumi; ma è ancora anarchia nel senso vostro, cioè come disconoscimento e lesione della legge. Bisogna invece che sia conformazione alla legge naturale, uniformazione cosciente all'istinto vitale; fuori di qui non c'è altro.»

«Non dimentico nulla. Queste sono state le sue precise parole. Egli ha ragione. Fuori di qui non c'è altro….»

E il Ferpierre, nonostante la sua lunga assuefazione allo spettacolo del dolore, si sentiva commuovere pensando come dovesse essere amaro lo strazio della credente. Per trascrivere quelle parole ciascuna delle quali doveva offenderla come un insulto e spaventarla come una bestemmia, per riconoscere che Zakunine aveva ragione, bisognava che ella si condannasse senza più scusa, che si giudicasse perduta senza più speranza. Ella doveva ora riconoscere che l'illusione di redimere un'anima e la fiducia di fare del bene erano stati semplici pretesti: che nell'amor loro, che in tutti gli amori, che in tutta la vita nessun'altra voce si ode fuorchè quella degli infimi istinti. Questo era dunque il risultato: ella che voleva far ricredere l'amante, che voleva accostarlo alla propria fede, ella stessa era ridotta a dubitare, a negare. Invece di guarire l'infermo ella stessa aveva preso il suo male; invece di mondare il caduto ella stessa erasi contaminata!

Ma poteva ella veramente a lungo rinnegare le credenze di tutta la sua vita? Nel farle dare ragione al negatore quanta parte aveva l'amara ironia? Poichè, mentre gli parlava dell'amor suo, costui adduceva scettici e cinici argomenti e prevedeva e quasi s'augurava d'esser tradito, la disgraziata doveva schernire sè stessa; ma che cosa pensava della possibilità del tradimento? Riconosceva che per una logica fatale il suo primo errore doveva essere seguito da un secondo e da un terzo; oppure si ribellava a questa logica? Qui era il problema morale, la soluzione del quale avrebbe rischiarato il mistero giudiziario.

E la curiosità del Ferpierre cresceva, l'attenzione che prestava alle confessioni della morta raddoppiavasi.

«Per una madre dover disprezzare il proprio figlio, il vivo frutto delle sue viscere, la miglior parte di sè stessa: che strazio!

«L'infelicità della vita consiste nell'idea della felicità.

«Chi segue nella morte una creatura adorata sarà passibile di pena? Per un figlio, per uno sposo morire con la sposa e col genitore è una colpa? Questa bellezza è condannata? Se io fossi morta col padre mio!

«Pregare Iddio di darci la morte, aspettarla come una liberazione, desiderarla come un premio, non è quasi come darsela? La distanza che separa la vocazione ardente dall'atto è poi così grande? Se l'atto è colpevole, la supplice intenzione come potrà essere acconsentita?…

«Non dovrei aspettar molto, già l'opera di distruzione è avanzata; il dolore morde più acutamente il mio petto. Ma ogni giorno, ogni ora che passa mi è troppo grave.

«Vi sono coincidenze che sembrano avvertimenti, consigli, complicità del destino. Perchè ho avuto l'arma, proprio quando ne sentivo la mancanza?…»

Tutti questi passaggi dove l'infelice discuteva tra sè il problema del suicidio dimostravano come solo nella morte oramai ella potesse sperare. A un punto ella trascriveva una sentenza letta in un libro:

«Io sono obbligato di seguire le leggi quando vivo sotto di esse; ma quando ne vivo fuori possono ancora legarmi?» (Montesquieu).

Questo giudizio aveva dovuto sembrarle singolarmente adatto alla propria situazione. Nonostante tutti i suoi contrarii ragionamenti, ella doveva sentire che l'uccidersi è male, e che la legge morale vuole la paziente sopportazione della vita fino all'ultimo giorno; ma questo comandamento poteva valere per chi aveva obbedito tutti gli altri; ella che ne aveva trasgredito uno molto più grave doveva sentirsene sciolta, tanto più che, morendo, intendeva punirsi.

«È tempo?» chiedeva in un altro punto a sè stessa, «Certo, quando ogni altro rimedio è impossibile, quando la speranza è morta del tutto, io potrei compire quest'atto; ma sono io buon giudice dell'opportunità del momento? Quando pare che un corpo vivente sia presso a dissolversi sotto l'azione d'un male implacabile, la natura non trova tante volte in sè stessa la forza di ravvivarlo? La vita così ricca e feconda non può risolvere in modo insperato una situazione che parea senza uscita? La speranza non dovrebbe essere l'ultima a morire? Bisogna dunque aspettare?…»

Persuasa di questa convenienza, ella aveva aspettato. Ma che cosa aveva trovato?

Dopo alcune pagine bianche questo pensiero attrasse l'attenzione del magistrato:

«Non la gioia ha tanta virtù di far dimenticare il dolore, quanto un nuovo dolore.—La notte del 12 agosto.»

Fiori secchi, ciclamini rigidi e scoloriti erano posti a guisa di segno tra i due fogli.

I fiori, la data aggiunta a quelle parole fecero argomentare al Ferpierre che accennassero a qualche avvenimento più degno di nota, che la contessa attribuisse loro una speciale importanza. Continuando a leggere egli trovò un altro passaggio sul quale s'arrestò più lungamente. La morta non esprimeva un suo proprio pensiero, trascriveva ancora una volta da un libro:

«Nulla contribuisce tanto al disgusto della vita quanto un secondo amore. Il carattere d'eternità, d'infinità che porta e solleva l'amore sopra ogni altra cosa è svanito; l'amore sembra effimero come tutto ciò che ricomincia. (Goethe).»

Il Ferpierre rammentava molto bene questo giudizio del poeta tedesco: poteva la morta citarlo senza sentirlo appropriato a sè stessa? E il dubbio che egli aveva espresso al Vérod cominciava a prendere consistenza. Se ella aveva trascritto la sconfortata sentenza dopo aver conosciuto il Vérod, quando era stata turbata da una simpatia ancora incosciente, bisognava credere che nel secondo amore non giudicasse di poter trovare un compenso, ma un nuovo motivo di pena! Dopo avere aspettato, dopo aver voluto sperare nella vita, che cosa otteneva da questa? Non un aiuto, ma l'ultimo crollo!

La sentenza del poeta significava che il secondo amore è condannato irremissibilmente, perchè illudersi sulla saldezza del nuovo affetto non è possibile al cuore che ha già visto la morte del primo: tali i selvaggi d'America credevano immortali gli Europei che primi scesero a conquistare il nuovo mondo e li stimavano onnipotenti, finchè, visto il primo Spagnuolo soccombere, riconobbero l'inganno e finirono di venerarli…. Tuttavia la certezza espressa dal Goethe e riaffermata dalla contessa d'Arda che cosa valeva contro le persuasioni dell'istinto vitale? Sapere che il nuovo amore finirà come il primo a quanti impedisce di amare anche una volta? Esser certi di dover morire è una ragione d'uccidersi? Chi concepisce le tristi verità vive male, ma pur vive, perchè gl'istinti sono più persuasivi delle astratte concezioni; la capacità di frenarli consiste soltanto nelle sanzioni morali. E la contessa si trovava già fuori della legge morale. Questa sua condizione, la mancanza di qualunque obbligo scritto che la legasse indissolubilmente al principe, l'esempio datole dall'indegno amante, dovevano naturalmente, umanamente spingerla a cercare nel nuovo amore un conforto e una gioia la caducità dei quali, comune a tutte quante le cose umane, non poteva, non doveva arrestarla. Se non che, mentre ella era libera dinanzi agli uomini, s'era vincolata dinanzi alla propria coscienza, senza riti, ma con cuore sincero; ella si trovava bensì fuor della legge, ma per farvi rientrare chi n'era uscito disconoscendola; aveva ottenuto da costui l'esempio del male, ma per dargli quello del bene. Secondare pertanto il nuovo amore non le era possibile senza rinunziare alle attenuazioni che, nell'ambiguità del suo stato, la sottraevano alla condanna o le lasciavano almeno sperare di evitarne il rigore. «Questo pensiero mi piegò: che per le anime forti non occorre che la legge sia scritta in un libro: basta comprenderla.» Poteva ella aver dimenticato le sue proprie parole, il sentimento che glie le aveva dettate? Se quel sentimento era sincero e saldo, se l'animo di lei era tanto alto e forte come dalle testimonianze raccolte e dalle pagine di quel giornale appariva, non solo era possibile, ma bisognava quasi prevedere che ella si sarebbe data la morte.

Finchè non aveva incontrato il Vérod, il suo cuore era oppresso, la sua vita piena d'amarezza, le sue speranze tutte fallite; ma ella poteva ancora rispettarsi. Nell'amarezza del disinganno aveva, sì, potuto deridersi ed avvilirsi affermando d'essersi unita col principe Alessio non per raggiungere un nobile scopo animata da un sentimento purissimo, ma per appagare le proprie brame, semplicemente; tuttavia ella doveva sentire che il suo unico fallo restava attenuato. Una seconda caduta non solamente non poteva in alcun modo scusarsi, ma avrebbe anche confermato lo scettico giudizio che di lei aveva dato il primo amante. «Il tuo sacrifizio ti costa, vuoi ottenerne il compenso, lo cercherai in un altro amore; non dubitare; qualcuno te l'offrirà….» Queste parole di Zakunine che l'avevano umiliata ed offesa quando erano soltanto una scettica previsione, sarebbero state confermate dal fatto, avrebbero espresso una realtà se ella avesse ceduto all'amore del Vérod; allora lo scettico, il negatore, il bestemmiatore avrebbe avuto ragione: la fede sostenuta contro di lui dalla credente si sarebbe ridotta, come egli voleva ridurla, a una menzogna, a un'ipocrisia.

Il Ferpierre ripeteva a sè stesso che il suicidio non era soltanto, in tali condizioni, possibile, ma quasi necessario. Già per un'altra ragione egli ne riconosceva la verisimiglianza in una natura, come quella, malinconica e contemplativa; per un'anima abituata a guardare assiduamente sè stessa, a considerare senza paura, anzi con una specie di compiacimento i problemi della vita. E al lume di queste deduzioni egli trovava un nuovo senso nelle ultime note del giornale, dove la mattina il giudice di pace aveva cercato, senza trovarla, la confessione della morte volontaria. La disgraziata non confessava d'essersi uccisa, ma il significato delle sue ultime parole appariva ora più chiaro al Ferpierre:

«Bisogna che la fede sia molto salda e cerchi e trovi un modo d'affermarsi contro il dubbio trionfante….

«La massima tristezza è di dover rinunziare alla speranza.

«L'estrema speranza…..

«….. Al bivio formidabile: di vivere peccando o di…..»

Queste erano le ultime parole. La frase non doveva logicamente compiersi così: «o di morire per evitare la colpa?….»

La lettura delle memorie aveva dimostrato al giudice Ferpierre che la contessa d'Arda si trovava in una situazione tale da dover pensare alla morte come al solo termine della sua sventura. Tuttavia egli sentiva di dover considerare l'altro aspetto del problema ed approfondire l'argomento addotto dal Vérod contro l'ipotesi del suicidio. Nel nuovo amore che ella combatteva con la previsione della caducità e più con la coscienza del male, c'era una grande persuasione di gioia, il maggior incitamento a vivere; lo stesso impegno col quale ella lo contendeva a sè stessa ne dimostrava la forza. Ora mancando una esplicita confessione, restava sempre possibile che, non essendosi ella uccisa prima, in tutto il tempo non breve trascorso dacchè aveva conosciuto il Vérod, non si fosse neppure uccisa all'ultimo, ma fosse stata assassinata da uno dei due Russi: l'assassino traeva profitto dalla verisimiglianza del suicidio per evitare l'accusa.

A rischiarare il mistero conveniva conoscere con precisione quali rapporti erano interceduti negli ultimi tempi tra lei ed il giovane, quali domande e quali promesse erano state scambiate. Le lettere del Vérod alla contessa, due o tre in tutto, non dicevano cose notevoli, esprimevano soltanto la sua gratitudine per la visita da lei fatta al sepolcro della sorella, e il desiderio e la speranza di rivederla. Dalle altre carte della defunta nessuna luce veniva: le più importanti erano un fascio di lettere di quella suor Anna Brighton a cui ella aveva scritto la mattina stessa della catastrofe.

Suor Anna la trattava veramente nelle sue lettere come una figlia; si comprendeva dalle parole di conforto, dai richiami alla fede cristiana, che la suora rispondeva a lettere dove la morta le diceva i suoi dolori e le sue disperazioni. Già per mezzo della legazione inglese a Berna, il Ferpierre aveva disposto che la Brighton fosse ricercata alla Nuova Orléans, di dove le sue lettere erano datate, perchè si sapesse da lei che cosa le aveva scritto nell'ultimo giorno l'antica sua allieva. Egli aveva pure ordinato che fossero perquisiti i domicilii della defunta a Nizza e dei nihilisti a Zurigo, e richiesto informazioni intorno a costoro alla legazione di Russia. Frattanto fece chiamare il Vérod per sentire da lui più precisamente in quale situazione era stato dinanzi alla contessa. L'accusatore aveva detto, nel primo interrogatorio, che la vigilia della tragedia si era trovato con lei e che niente gli aveva fatto sospettare quel che doveva accadere il domani; premeva al magistrato di sapere che cosa era stato detto in quest'ultimo colloquio.

Nel vedere apparire il Vérod, egli fu impressionato dal pallore cadaverico, dal disfacimento della sua figura. La notte d'ambascia era passata sul giovane come tutta una età: era invecchiato di dieci anni.

—Siete voi ancora,—cominciò a domandargli il Ferpierre,—nella stessa opinione di ieri? Credete ancora che l'amica vostra sia stata uccisa?

—Lo credo!—rispose il Vérod subitamente vibrando come un ferito che sente il ferro ricercar la sua piaga.

—E avete trovato altre prove od argomenti che confermino la vostra accusa?

—Non ancora.

—Ebbene, ragioniamo un poco insieme. Se noi non troveremo alcuna dimostrazione materiale della verità, come pare purtroppo, siamo impegnati in un processo indiziario la soluzione del quale dipende da un problema psicologico. Ciò che innanzi tutto importa conoscere è lo stato d'animo della contessa negli ultimi giorni. Ma ditemi prima: vi rammentate bene di tutto ciò che accadde fra voi dacchè la conosceste?

—Di tutto. Ogni sua parola è impressa indelebilmente nella mia memoria.Nulla potrà mai cancellarne una sola.

—Che giorno la conosceste?

—Il 31 luglio dell'anno passato.

—Rammentate una data saliente nella storia della vostra amicizia?Accadde tra voi qualcosa il 12 agosto?

Roberto Vérod si passò una mano sugli occhi prima di rispondere; poi disse, sommessamente:

—Sì. Fummo insieme, l'accompagnai sulla montagna.

—Che le diceste?

—Nulla. Altri erano con noi. Io parlai poco. Non le avrei detto nulla anche se fossimo stati soli. Non già che non provassi il bisogno di esprimere i miei sentimenti; ma le parole erano inadatte più che di consueto. Nel bosco della Comte, sotto la luce verde, fra le alte colonne degli alberi, ella mi pareva un prodigioso fiore animato; la sua bellezza fioriva come il fiore della vita. Il profumo dei ciclamini addolciva l'aria. Io ne colsi molti, molti, per lei; i fiori che coglievo sui vertici del monte, che le offrivo con mano tremante, potevano solo dire il mio pensiero. La sua cintura fu in breve tutta fiorita. Anche il riso fioriva nel suo sguardo….

—Ebbene: guardate, leggete….

Il Ferpierre prese il diario, lo schiuse alla pagina dove aveva trovato i fiori e lo passò al giovane.

«Non la gioia ha tanta virtù di far dimenticare il dolore quanto un nuovo dolore.—notte del 12 agosto.»

Roberto Vérod considerava i fiori morti, rileggeva il mortale pensiero con occhio arido. Non poteva più piangere.

—Comprendete il significato di queste parole?—riprese il Ferpierre.—Mi pare che sia fin troppo evidente. Insieme con voi, all'omaggio che le facevate, al pensiero d'amore che vi scopriva, ella sentivasi sollevare dalla lunga oppressione e pensava che per virtù della nuova gioia il dolore fosse dimenticato; più tardi, nella notte, considerando tra sè la condizione sua, riconoscendo di non poter secondare questa passione, di dover rinunziare alla sperata felicità, vedeva ancora finito il dolore antico, ma non più per opera del piacere, sibbene per un nuovo e maggior dolore. La tristezza di questo pensiero è veramente mortale, ella ha saputo esprimerlo con una forma incisiva che farebbe invidia a ogni scrittore di professione. Nel leggerlo io già sospettai che si riferisse alle vostre relazioni con lei; dopo ciò che mi avete narrato è manifesto. Vedete dunque come questo amore non fosse per la disgraziata signora un motivo di speranza, ma di estrema disperazione.

Il Vérod che era rimasto a udire tenendo stretto fra le mani il giornale della morta, non seppe rispondere altrimenti che balbettando, confuso e quasi spaurito:

—Voi credete?….

—Come dubitarne? Leggete piuttosto le pagine seguenti.

Il giovane lesse tra sè, e il giudice cercava invano di scoprire nel viso di lui l'effetto della lettura. Talmente esso era scomposto, lo sguardo era così inaridito, le occhiaie così incavate, i labbri avevano preso pieghe tanto dolorose, che la nuova tristezza non poteva esprimere una nuova lacrima dagli occhi, non poteva incidere una nuova ruga sul viso.

—Voi vedete che la mia induzione di ieri è confermata da queste confessioni. L'amor vostro accrebbe l'ambascia della povera donna, non la consolò. Non lo sospettaste mai?

Il Vérod, deposto il libro, appoggiata la fronte alla mano, rispose lentamente, come parlando a sè stesso:

—Io speravo. Credevo che anch'ella sperasse. Un giorno, ragionando delle speranze, io dissi che la loro forza non è tutta eguale. Ve ne sono alcune così salde come certezze immancabili: nel dolore, nella miseria, queste si pèrdono. Ma c'è anche una speranza lontana, tenue, fievole, che noi teniamo nascosta perchè un soffio la disperderebbe: questa è la speranza che non muore mai, che nulla c'impedisce di accogliere. Io dissi questa cosa. Ella assentì. Assentendo, non partecipò al mio pensiero secreto, che una simile speranza luceva ancora per noi?

—Voi stesso mi diceste ieri che, apparentemente libera, ella aveva preso con sè stessa un impegno irrevocabile nel quale trovava l'impedimento a un altro amore. Tale era infatti il suo sentimento: da molti passaggi di questo giornale è evidente. Soltanto la forza dello scrupolo era in lei molto maggiore di quel che forse voi non credete. Udite, piuttosto…

E il Ferpierre lesse ad alta voce le pagine più significative delle memorie. Il senso delle confessioni gli appariva ora più netto, il dibattito di quella coscienza più grave. Per dimostrare al Vérod la sincerità della narratrice egli lesse ancora altri passaggi, le ingenue impressioni della giovanetta e della sposa. A poco a poco ricostruì tutta la storia di quell'anima, come l'aveva ricostruita tra sè, durante la prima lettura.

—Bisogna credere ciò che ella qui scrisse. Se a voi non disse queste cose, se poteste comprendere che non disperava, ciò si spiega umanamente. Nè la mente nè il cuore restano sempre in un solo pensiero e in un solo sentimento, senza mutazione; la forza morale cresce e scema da ora a ora. Dinanzi a voi ella poteva trovarsi meno armata contro le lusinghe; sola, in cospetto della propria coscienza, ritrovava la capacità di resistere. Notate ancora questa circostanza: ella che consegnava alle pagine del suo diario tutte le sue impressioni, non parla direttamente dell'amore per voi; se non fossero le parole scritte la notte del 12 agosto e il giudizio trascritto dallaVerità e Poesia, non sapremmo, da queste carte, che cosa era sopravvenuto ad aggravare la sua condizione. Ciò dimostra chiaramente che ella aveva paura di questa passione…

—Ciò non ne dimostra anche la forza?

—Sì, è vero; ma per sapere a qual partito ella doveva finalmente apprendersi, bisogna ch'io vi esorti ad esser sincero: di che cosa la richiedeste e fino a che punto spingeste la vostra richiesta?

Prima di potere rispondere il Vérod dovette stringersi la fronte tra le mani. Udendo la lettura fatta dal giudice, penetrando nel secreto dell'anima amata, rivivendo quasi la sua vita, un amaro incantesimo lo aveva occupato. L'adorazione per la sua bellezza, la pietà dei suoi mali erano cresciute, lo avevano talmente invaso da cancellare ogni altro sentimento. Per poco egli quasi dimenticò che era morta; destavasi a un tratto udendo riaccusarsi d'averla uccisa egli stesso.

—Di che potevo richiederla? Sospettate che io insistessi presso di lei, io che la fuggii quando temetti che il solo sguardo mi tradisse? Credete he io tentassi di violentarla e che ella si sia uccisa per sottrarsi alla mia violenza?

Tale era infatti il sospetto del giudice. La condizione nella quale la contessa e il Vérod si trovavano poteva durare, quantunque ambigua, se per opera del giovane nulla fosse intervenuto a tentar di mutarla. Ora che il Vérod, sentendosi amato, s'appagasse sempre della pura amicizia, non pareva al giudice credibile. E se l'artista aveva adoperato i sottili espedienti della poesia per sedurre quella donna, se aveva nobilitato con la magia dell'espressione letteraria il suo scontento e le sue brame, la contessa d'Arda, destatasi dal sogno d'un affetto fraterno, trovandosi inevitabilmente al formidabile bivio di vivere peccando o di morire per evitare la colpa, aveva potuto apprendersi al più disperato, ma meno indegno proposito.

—Non dico che voi foste violento, nè per un'anima come quella della vostra amica, con la dolorosa sensibilità della quale soffriva, sarebbe occorsa la violenza a toglierla dalla fiducia. La sola naturale vivacità della passione, una di quelle ardenti parole che l'amore inventa, che a voi poeti non costano molto, doveva bastare a toglierla dall'illusione che la seduceva, a dimostrarle inevitabile la trasformazione della vostra amicizia, e a darle, con la previsione del male, l'idea di sottrarsi finalmente a una vita troppo assediata dal dolore. Nè voi forse sareste rimasto diminuito nel suo concetto: ella doveva pensare che in voi, in un uomo, l'impazienza del desiderio era naturale; che l'errore era stato suo per non averla prevista!

—Avete ragione,—rispose il Vérod scrollando lentamente il capo.—Questa cosa era naturale. Voi non potete credere che una cosa naturale non si producesse. Non crederete che la fuggii, che la rispettai, che l'obbedii. Voi non sapete la trasformazione che per virtù sua avvenne in me.

—Ditemene qualche cosa.

—È difficile. Poichè io ho l'abitudine di dare forma letteraria ai pensieri, voi troverete probabilmente nelle mie parole l'esagerazione del retore. Non avete già sospettato che ricorressi agli artifizii dei retori per esprimerle i sentimenti miei?

Era vero. Il Ferpierre, quantunque dal dolore del Vérod fosse inclinato a un compatimento sincero, pure ne diffidava. Quell'uomo pareva migliore delle sue opere, ma l'arte sua era troppo amara e disperata. Del più nobile ed efficace strumento, della Parola, si serviva per un'opera dissolvitrice. Come credere alla sua bontà?

—Non dico,—rispose tuttavia, piegato mal suo grado dal chiaroveggente timore del giovane,—non dico che deliberamente, studiatamente, vi siate messo a sedurla. Ma se già in ogni uomo…

—Non pensate che io sia un uomo diverso dagli altri,—interruppe il Vérod.—La natura di ognuno di noi è duplice e le forze morali sono latenti anche nelle anime brute. Perchè possano operare bisogna che siano educate ed espresse da altre anime naturalmente migliori e più forti. Questa creatura mi rivelò cose che io ignoravo. Se voi credete alla verità, la verità è questa…

E con voce tremante, a occhi chini, narrò la storia della loro amicizia. Il magistrato l'udiva ora con attenzione più indulgente; tuttavia il dubbio che per vendicare la morta e perdere il rivale l'accusatore tacesse qualche circostanza e si facesse migliore, s'insinuava nell'animo suo.

—Una speranza sia pure tenue e remota dunque sorrideva a voi. Ma come non pensaste che ciò che voi speravate doveva da lei esser temuto? Un nuovo legame non doveva avvilirla?

Roberto Vérod guardò in faccia l'interrogatore.

—Io volevo farne la donna mia dinanzi al mondo e a Dio.

Con un cenno del capo il Ferpierre parve riconoscere che in tal caso la sua argomentazione cadeva.

—Però,—riprese,—ella voleva essere degna del vostro rispetto e non poteva sperarlo senza l'approvazione della propria coscienza. Ora ciò che attenuava l'illegalità dei suoi rapporti col principe era appunto l'idea, la certezza d'essersi unita con lui irrevocabilmente. Lasciandolo, sia pure per contrarre una legittima unione, non doveva ella vedere infirmata quell'idea e distrutta quella certezza? L'ostacolo, se voi credete alla bellezza dell'anima sua, dovette apparirle formidabile. È vero?

Il Vérod non rispose. Francesco Ferpierre sentì d'aver portato un colpo giusto.

—Considerate che la via nella quale s'era messa non aveva uscita,—continuò quest'ultimo dopo una pausa.—Sola speranza lecita per lei era che il principe, riconoscendo i proprii torti e ripudiando l'opera cruenta alla quale s'era dato, ripagasse finalmente l'amore e la fede che ella aveva riposti in lui. Allora la loro passione si sarebbe riscattata; quantunque nata male, sarebbe degnamente durata e avrebbe prodotto un effetto buono. Forse era già tardi: ma quand'anche ella non potesse più amarlo, dobbiamo credere che sarebbe rimasta al suo fianco, vedendolo fatto migliore, se non felice certamente serena. Fuori di qui non poteva esserci bene per lei. Quanto più debole era agli occhi del mondo la parola che la univa a quell'uomo, tanto più forte doveva essere per la sua coscienza; mancando la sanzione sociale e la sacra alla loro unione, tanto più forte doveva essere la sanzione morale. Nonostante i disinganni, i dolori, gli oltraggi patiti, ella doveva restare fedele a colui che aveva accettato come compagno della sua vita. Gli estremi torti del coniuge consentono forse ad una moglie infelice di cercare altro bene con altri? Pensate che il sentimento di questo dovere era in lei afforzato dall'impegno di dimostrare al miscredente la potenza di quegli scrupoli che egli schernisce, e riconoscerete che la morte doveva apparirle nuovamente, fatalmente, come il termine della sua sventura. Per credere che ella potesse accettare d'unirsi con voi, dovete ammettere che i suoi scrupoli non fossero molto sinceri… che fossero certamente poco forti. So bene che la passione ragiona altrimenti; che, secondo il comune giudizio, alla forza dell'amore nulla deve resistere; ma ciò potrà esser vero, se mai, d'un primo, d'un solo amore; il continuo rinnovarsi di simili trionfi è a costo della dignità, del rispetto, dell'onore, di una quantità d'altre cose che importano anch'esse moltissimo. La vostra amica, già una prima volta lasciando parlare il solo amore, aveva seguito una via traversa. C'era in fondo all'animo suo il sentimento lodevole del riscatto da operare; ma ella pur sentiva d'aver errato. L'amor vostro doveva rivelarle l'abisso che ella rasentava. Voi stesso, con la fiducia e con la sola speranza di poterla un giorno piegare, ve la spingevate. Volevate farne la donna vostra; ma, sollecitati entrambi dalla passione, era verisimile che, date le condizioni nelle quali ella si trovava, aveste aspettato? Volevate mettervi sulla via diritta, ma un giorno non vi sareste trovati immancabilmente per una via obliqua? Ella non doveva prevedere di non potervi resistere?… Voi siete poeta, voi conoscete la vita, voi studiate il cuore degli uomini: a che serve l'arte vostra se non vi fece antivedere tutte queste cose?

Il giudice aveva parlato molto severamente. Roberto Vérod taceva, a capo basso.

—Ma torniamo a ciò che preme per il momento. Non m'avete detto che la vedeste la vigilia della morte?

—Sì, nel pomeriggio.

—Da lei?

—Sì.

—Che cosa le diceste?… Parlaste del vostro amore?…

Vedendo che il Vérod esitava a rispondere, il magistrato insistè:

—Bisogna, ripeto, che siate sincero. Il fatto che pare meno importante, una parola, un niente possono metterci sulla strada della verità. Se la passione vi spinge a far punire un assassinio, la coscienza deve rammentarvi che la giustizia non conosce passioni. Le parlaste del vostro amore?

—Sì.

E Roberto Vérod tremava.

L'ultimo suo colloquio con l'amica, il più appassionato, il più intimo, quel colloquio dopo il quale egli aveva sperato con nuovo fervore, era per lui la massima prova contro gli assassini: poteva forse pensare alla morte la donna che lo aveva lasciato parlare d'un migliore avvenire? Ma egli comprendeva che, secondo le induzioni del magistrato, il valore di quella prova veniva ad essere invertito; che dalla prossima contemplazione d'una felicità alla quale credeva e sentiva di non potersi accostare, ella era stata appunto determinata all'ultimo passo. E se il magistrato aveva ragione, la severità delle sue parole restava giustificata; ma, più della severità di quell'uomo, l'intima coscienza del male fatto alla creatura che egli doveva e voleva vegliare con trepida cura lo straziava, ineffabilmente. Non più, come il giorno innanzi, egli gridava dal dolore; ma si sentiva premere, stringere, torcere il cuore da una mano di ferro; soffocava, le parole gli morivano sulle labbra, sentendo di dover dire la verità e comprendendo che la verità sarebbe stata contro di lui.

—Sì, le parlai dell'amor mio… Parlammo della nuova stagione, del freddo che presto ci avrebbe scacciati di qui… Io volevo sapere dove sarebbe andata, dove e quando avrei potuto rivederla. Ella mi disse: «Non so ancora dove andrò; forse a Nizza, forse a Biarritz. Non è meglio ignorarlo, per voi e per me?…»

—Vedete?… E poi?

—Io dissi: «Sia come volete. Da lontano, da vicino, pensate che vivo di voi…» Ella chiuse gli occhi. Io soggiunsi: «È la verità. Dovrei nasconderla? Non m'avete insegnato a dir sempre la verità? Non la sapete, d'altronde?…» Tacemmo. Il cielo si era oscurato; ella guardava i grigi vapori che salivano su per le coste dei monti e ne sbiadivano il verde; guardava il lago grigio e increspato come piombo che si liquefa; gli alberi piegarsi sotto il vento, perdere le prime foglie. Io ripensavo il suo pensiero elegiaco dinanzi alla visione autunnale. Le dissi: «Il colore che pare del cielo nei nostri occhi. L'azzurro è nero nella tristezza; nella letizia il grigio è celeste.» Una nube azzurrina fra i vapori cenerognoli pareva uno squarcio di cielo. Ella soggiunse: «Sì, ma è un inganno; il cielo è chiuso.» Replicai: «Fra breve si schiuderà.» A poco a poco tutto il paesaggio si era velato, tutti i colori erano scomparsi; non si vedevano altri toni che di bianco e di nero: i monti neri, le acque plumbee, le spume argentine, le nebbie cineree, nuvole candide, nuvole pallide, nuvole ferrigne. Ella disse: «Non pare un acquerello?» Assentii. Soggiunsi: «È altrettanto bello così come quando il sole risplende.» Parlai ancora. Dissi che una luce interiore illuminava tutta la mia vita, che io non vedevo se non forme della bellezza, ovunque. La sua bellezza pallida era meravigliosa, pareva tutta dipendere dal pallore delle cose circostanti. Presi la sua mano. Un calore di vita fluiva dalla sua mano per tutto il mio corpo. Ella la ritrasse impallidendo ancora. Non dissi nulla, ma il pianto mi gonfiò gli occhi. Disse ella: «Comprendete che bisogna lasciarci.» Risposi: «La vostra volontà sarà fatta, sempre. Se volete, io partirò domani. Aspetterò da lontano. Se volete che non aspetti, che non speri, cercherò d'obbedirvi. Sarà difficile svellere la speranza per la quale la vita si regge; ma pensate che il mio piacere, il mio orgoglio, il mio vanto consiste nell'essere come voi volete…» Tutto era scomparso alla vista: i candori delle nubi, le nerezze dei monti sfumavano e si confondevano in un grigio uniforme. La pioggia cominciava a cadere. Ella rabbrividì. Io ripresi la sua mano. Volevo significarle che era il gesto del saluto, che ella poteva lasciare la sua mano nella mia, un'ultima volta. Non seppi dire. Ella non ritrasse la mano, nè io potevo ancora parlare; troppi pensieri mi premevano…

—Non sentivate la lotta formidabile che si combatteva in lei?

All'interruzione il Vérod scrollò il capo ripetutamente.

—Non so, non so… Troppi pensieri volevano essere espressi; ma un'idea mi occupava: «Se parlerò, io perderò la sua mano.» Il velo della nebbia ora si veniva diradando; quando il lago appariva le ondate spumose che sorgevano e svanivano davano imagine di rapide accensioni abbaglianti. Un lembo di cielo sorrise. Allora dissi: «Vedete l'azzurro?…» Ella si levò…

—E poi?—domandò il giudice, alla reticenza del narratore.

Le cose da dire dovevano essere più gravi, il giovane doveva sentirle contrarie all'accusa per arrestarsi così.

—E poi?… Dite tutto: bisogna dir tutto!…

—Ella parlò di quell'altro. Io sapevo che non più l'amore, ma solo l'idea d'un dovere la legava. Mi disse queste parole, levandosi: «Io non merito l'amor vostro. La sincerità che lodo e pretendo negli altri mi è mancata. Voi sapete e già vi dissi che non sono libera… Ma l'uomo al quale ero unita mi aveva lasciata, voi non lo vedevate al mio fianco, entrambi potevamo credere che non sarebbe più tornato. Ora egli è qui. Se volete che io continui a stimarmi, non mi dite più nulla…»

—Vedete? Vedete?… E voi?

—Io risposi: «Sia come volete, ma costui vi lascerà ancora una volta!…»

—Vedete? Vedete?—ripetè il magistrato.—Se voi le diceste queste parole con la voce dura con la quale ora le riferite, non pensate che ella dovesse aver paura dell'odio vostro contro quell'uomo?… Non dovette ella comprendere che, nonostante il vostro rispetto per lei, l'idea che ella era di quell'indegno avrebbe menomato il vostro sentimento?… E come vi rispose?…

Il Vérod, che aveva abbassato la fronte, riprese pianissimo:

—Nascose il volto fra le mani.

—E non sentiste in quel momento che ella aveva ragione, che fra voi due l'amore era condannato a una trista vita? Non comprendeste che bisognava lasciare quella donna al suo destino per evitargliene uno peggiore?

—Non dite così!—proruppe il Vérod giungendo le mani, alzando lo sguardo tra umile e ardente in faccia al magistrato.—Non dite così!… Io non so, non posso dirvi che cosa sentissi… Sì, forse questi sentimenti, altri ancora, meno definibili, occupavano l'animo mio; ma io l'amavo, sentivo che m'amava, la vedevo occupata di me, soffrire per me; e fuggire, lasciarla sola, non dirle l'impeto della mia gratitudine, della tenerezza, della pietà; non dirle che tremavo per lei, che volevo morire per lei, non mescolare le mie lacrime alle sue, questa cosa era impossibile!

—Voi parlaste così?

—Dovevo parlare. Ella m'udì. Il temporale era finito, il sole splendeva sul vivido verde. Io dissi che la tempesta della sua vita si sarebbe un giorno sedata, che quel giorno io sarei stato ancora suo. Ella mi disse: «Se vi avessi conosciuto prima!…» Io parlai ancora. Non chiedevo nulla, ma volevo e dovevo dire che nulla vi è d'irreparabile al mondo, che questa vita sarebbe veramente troppo malvagia se la speranza non la confortasse. Le dissi un'altra cosa più vera, triste forse: che la gioia è più nell'aspettazione che nell'ottenimento; che perciò la speranza è il massimo bene. Le domandai: «Non è forse vero?» Ella rispose: «Sì.» Questa parola, la parola dell'assenso, fu l'ultima sua…

Il Ferpierre lasciò che l'eco della voce appassionata si disperdesse. Incrociate le braccia sul petto, proferì poi lentamente, dopo un breve silenzio:

—Orbene: noi non abbiamo ancora testimonianze lampanti della verità, e voglio credere che da un momento all'altro si possa trovare la prova irrecusabile della vostra accusa. Voglio concedere che quando avremo la lettera diretta a suor Anna Brighton, troveremo che in questo foglio scritto due ore prima della sua morte la contessa non solamente non parlava di morire, ma esprimeva al contrario l'imminente felicità. Ma ora come ora, se la logica ha da valere qualcosa, bisogna credere al suicidio.

Poichè il Vérod non rispose, guardandolo timidamente, egli riprese:

—Quest'ultimo vostro colloquio, del quale non volete riconoscere l'importanza, basta a spiegare la catastrofe. Io presentivo che qualche cosa dovesse essere avvenuta fra voi per la quale ella aveva visto spalancarsi un baratro dinanzi ai suoi passi. Se la disgraziata illudevasi sulla possibilità d'una pura amicizia, le ultime vostre parole doverono disingannarla. Tutti gli argomenti che le adduceste sono i consueti sofismi della passione. Voi non chiedevate nulla: anche l'uomo per il quale s'era perduta aveva detto così. La logica della vita è quella che costui le aveva crudamente rivelata: «Chi ha fame deve cibarsi.» Se la speranza è il massimo bene, intanto essa ci giova in quanto pensiamo di conseguirne l'oggetto; nessuno al mondo si consola imaginando un bene al quale non potrà mai arrivare. Logicamente, necessariamente ella doveva cadere in un nuovo errore. Dico errore, ma potrei anche dire colpa. Non dubito dell'onestà delle vostre intenzioni, ma la debolezza vostra e sua ve la avrebbe fatta dimenticare. L'ardenza del desiderio vi spingeva a contrarre un impegno del quale forse vi sareste pentito. Anche senza la previsione del vostro pentimento ella si sentiva preclusa la via ad una nuova gioia. Tutti questi pensieri che la disgraziata aveva lungamente considerati si dovevano ridestare più urgenti, più molesti, più funesti dopo le vostre parole. Quale momento sceglieste per parlare? Il più grave. L'uomo cui si era legata tornava presso di lei. Egli era diventato migliore; abbiamo la testimonianza di Giulia Pico, dalla quale risulta che il principe cominciava a diportarsi meglio verso l'amica. Se, dunque, ella aveva pure cercato di persuadersi talvolta che il suo legame era sciolto dopo l'abbandono patito, non poteva più sentirsi ora libera. Il dovere di restare con quest'uomo al quale s'era data per sempre, che dimostrava d'apprezzare l'amore di lei, questo dovere risorgeva, più imperioso. Lasciando un traditore ella poteva trovare una qualche giustificazione, nè costui avrebbe pensato di rinfacciarle l'instabilità di quella fede alla quale ella voleva convertirlo: se pure l'avesse rimproverata di ciò, ella aveva come rispondergli. Abbandonandolo ora che tornava a lei, ella doveva sentirsi doppiamente colpevole. E restare con lui non poteva. Non lo amava più d'amore; amava voi. E nei vostri occhi, nella vostra voce, dove prima, quando, era sola, aveva letto soltanto l'amore e la pietà per lei, ella sentì improvvisamente fremere l'odio contro l'uomo che sorgeva a impedire la vostra felicità. Non solamente ella pensò di dovere fatalmente scapitare nella vostra stima, ma temè di essere causa di altri mali spingendo due uomini a odiarsi, forse ad uccidersi. Poche ore dopo questa tempesta morale, costei, che è anche inferma inguaribilmente, il cui petto è roso da un male senza riparo, che non ha nessuno al mondo, nè padre nè fratello, manda via con un pretesto la donna che ha sempre vegliato presso di lei; noi la troviamo morta, con un'arma accanto, con l'arma che le apparteneva, che ella custodiva, con l'arma alla quale aveva già pensato di chiedere l'ultimo riposo: io debbo dire, voi dovete riconoscere che questa donna si è uccisa!


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