VII.

La curiosità suscitata nel pubblico dalla tragedia di Ouchy era venuta di giorno in giorno crescendo. La qualità dei personaggi, la stranezza del caso che poneva insieme gente venuta da tante parti e così diversa di nascita e di vita: un rivoluzionario noto a tutta Europa come Zakunine, uno scrittore come Roberto Vérod, una gran dama come la contessa d'Arda, una creatura misteriosa come Alessandra Natzichev, avrebbero eccitato l'interesse generale se non fosse già bastato l'intrico giudiziario.

La notizia del suicidio e l'accusa d'assassinio si erano insieme diffuse e dividevano l'opinione in due campi pressochè eguali. Forse coloro che ammettevano il delitto erano più numerosi; ma solo il credito che naturalmente gli uomini accordano al male, e in parte anche l'avversione per le idee politiche del principe e della studente, spingevano tanti al sospetto; giacchè, dovendone dimostrare il fondamento, non ne sapevano poi dare valide ragioni. Ma le difese non mancavano, ed erano anzi vivaci. Perchè i ribelli non indietreggiavano dinanzi al ferro ed al fuoco quando avevano da lavorare al conseguimento del loro ideale, bisognava dire che fossero capaci d'un delitto comune? Non c'era fra le due cose una distinzione profonda e i più feroci settarii non solevano essere, nella vita privata, d'una onestà scrupolosa e d'una ingenua bontà?

I particolari intorno alla vita di Zakunine e della Natzichev davano argomento tanto ai difensori quanto agli accusatori d'insistere nelle loro opinioni. In quelle nature complesse di Slavi impetuosi e freddi ad un tempo, ora violentemente trascinati dal cieco istinto, ora rigidamente sottoposti alla più ferrea ragione, gli uni e gli altri trovavano la capacità e l'incapacità del delitto. Era da stupire, anzi non era naturale che in un impeto di gelosia, d'odio, di rancore, quelle persone che si credevano superiori ad ogni legge, distruggessero una vita dopo aver dato mano a distruggerne tante altre? Dall'altra parte osservavasi come non fosse credibile che queste persone, la cui attività era tutta diretta a raggiungere un intento condannato dai più, ma per esse certamente grande e quasi sacro, si perdessero in un'avventura volgare, per un delitto inutile. Come mai queste persone che rinnegavano patria, famiglia, amicizia, tutti i sentimenti dai quali gli altri uomini sono legati, per lavorare liberamente alla distruzione del mondo, avrebbero poi tradito la loro causa per obbedire a una passione meschina? Replicavano gli altri che questi rivendicatori dei massimi ideali umani non erano già inaccessibili alle passioni, al contrario—e lo provavano con le innumerevoli avventure del principe—e che sotto l'impero d'una passione, la ragione, come cede nella generalità degli uomini, così, anzi più facilmente doveva cedere in loro.

Quindi lunghe e vivaci discussioni s'accendevano intorno alla determinazione dell'accusa. L'omicida era il principe? La nihilista era innocente oppure complice? Le opinioni si dividevano ancora una volta; perchè secondo alcuni l'uomo aveva commesso il delitto per gelosia del Vérod; secondo altri la donna per rivalità. Di questa incertezza si giovavano appunto quanti credevano al suicidio: come dar fede a un'accusa che non riusciva a precisarsi? Sostenere poi che i due avessero uccisa insieme la contessa non pareva possibile; solo qualche accanito accusatore, in odio ai rivoluzionarii, diceva che i due avevano potuto accordarsi nel pensiero omicida: se Alessio Zakunine voleva punire la contessa dell'amore che portava al Vérod e se la nihilista voleva punirla dell'amore che le aveva portato il principe, la complicità dei due perversi restava spiegata. Alcuni andavano anche oltre, perchè, saputo che il principe versava in imbarazzi finanziarii, sostenevano che i due Russi avevano uccisa la contessa per derubarla. Ma alla malvagità che bisognava ammettere per sostenere questa ipotesi pochi credevano; e la maggior parte degli accusatori riconoscevano di dover portare i loro colpi o contro l'uno o contro l'altra. E mancando le prove dell'accusa e della discolpa, ciascuno dei due partiti non insisteva tanto nel dimostrare il proprio assunto, quanto nel combattere l'assunto contrario. Chi incolpava il principe o la nihilista sosteneva l'inverisimiglianza del suicidio; per affermarlo, gli altri adducevano l'inverisimiglianza e l'impossibilità del delitto.

Il giudice Ferpierre stava attento a tutte queste voci per cercare d'averne lume nella scoperta della verità. Dopo il nuovo interrogatorio egli era rimasto ancora più esitante. Perchè mai gli accusati avevano risposto diversamente alla intimazione di rivelare la natura dei loro rapporti? La Natzichev non era stata certamente costretta a confessarsi amante del principe da prove schiaccianti; anzi aveva ella stessa quasi forzato l'altro a non contraddirla; volendo, ella poteva ancora negare come egli negava. Il solo amore della verità non l'aveva spinta; ella doveva aver pensato che questa confessione le avrebbe giovato. Parimenti non la sola delicatezza doveva aver persuaso il principe a negare la sua relazione con lei; ma anche e specialmente la paura che, dicendo la verità, glie ne sarebbe venuto nocumento. Più ripensava alle loro risposte, più il magistrato riconosceva che un interesse secreto li aveva messi per le opposte vie. Ma restava ancora insoluto il problema: erano essi due complici che volevano salvarsi, oppure due innocenti che temevano di difendersi male?

Il dubbio tornava ad occupare il Ferpierre. A certi momenti egli pensava se il dover suo non fosse di rimetterli in libertà; poi un sospetto che non sapeva bene giustificare a sè stesso, qualche cosa di ambiguo nella condotta, e più che nella condotta nell'espressione degli accusati, lo consigliava a indugiare, a cercare ancora.

Intorno al più triste sospetto, al sospetto d'un omicidio per furto, egli ebbe da Milano notizie sfavorevoli agli accusati. Dalla deposizione del ragioniere di casa d'Arda risultò che le somme di denaro, presso la contessa, dovevano essere molto superiori a quelle trovate. Ma il Ferpierre ebbe tosto prova che il furto non era stato commesso. Giulia Pico, interrogata intorno alla moralità degli altri servi ed alla possibilità che qualcuno di essi si fosse inteso con i Russi, diede risposte che esclusero ogni sospetto. Ella disse anche che la sua padrona faceva molta beneficenza, che dava e mandava molto denaro per i poveri e gl'istituti di carità di Losanna, di Nizza e di Milano: ciò fu confermato dalla baronessa di Börne e da tutti gli stranieri del Beau-Séjour: la differenza fra le somme rinvenute presso la morta e quelle che avrebbero dovuto trovarsi non si spiegava così? Una nuova e più accurata perquisizione, aiCyclamens, escluse che vi fossero denari nascosti. L'interrogatorio e le perquisizioni nelle case dei servi diedero anch'essi risultati contrarii al sospetto. Non restava dunque se non l'ipotesi della semplice intenzione furtiva: il Ferpierre le negava fede. Egli credeva che, se c'era stato un delitto, la passione lo aveva determinato. Importava quindi accertare la natura dei rapporti dei due Russi; ma nessuna luce egli ebbe dalle testimonianze assunte a Zurigo tra i conoscenti di Zakunine e della Natzichev: i testimonii non seppero precisare se erano veramente amanti; alcuni lo sospettavano, altri l'escludevano; anche sulla loro capacità di delinquere le opinioni erano divise.

La lettera a suor Anna Brighton avrebbe svelato il mistero; ma suor Anna non si trovava. Alla Nuova Orléans, di dove erano datate le ultime sue lettere rinvenute presso la morta, non stava più; nessuno sapeva dire dove fosse andata. Il Ferpierre tuttavia sperava che un giorno o l'altro ella stessa avrebbe fatto pervenire alla giustizia il documento cercato. Tutti i giornali del mondo parlavano del dramma di Ouchy e dicevano che solo l'ultima lettera della contessa d'Arda poteva rischiararlo, confondendo i rei se non annunziava l'imminente suicidio, salvando gli innocenti se confessava l'estremo proposito; non era possibile che, alla lunga, suor Anna non avesse notizia dell'ansiosa aspettazione e non sentisse il dovere di consegnare il documento alla giustizia.

Aspettando, il Ferpierre non poteva occuparsi di altro che del dramma misterioso e dei suoi attori. Dopo aver conosciuto la vita dei due Russi egli non negava i lati buoni di quelle anime, ma la bontà restava offuscata e menomata dalla durezza, dalla violenza, dalla tenebrosa ferocia. Forse, trattati altrimenti, posti in migliori condizioni di vita, essi sarebbero divenuti migliori? Ma l'umile, il devoto, il supplice amore della contessa Fiorenza non era valso a redimere Zakunine; e pensando al martirio della infelice, il giudice bandiva ogni indulgenza, riconosceva che quel violento, come aveva voluto la mortificazione della mite creatura, così aveva potuto volerne anche la morte.

Quanto alla nihilista, la sua vita non era piena d'atrocità; anzi la durezza della sorte che la lasciava sola a vent'anni, il coraggio col quale lottava contro le difficoltà dell'esistenza, e l'ardore degli studii e l'altezza della mente deponevano in favor suo; ma il giudice non perdonava a una donna, a una fanciulla, il sanguinoso ideale della distruzione; e se pure egli si piegava a scusarlo, senza scusa le pareva il suo legame col principe. Come mai aveva ella potuto darsi in braccio a quell'uomo che non era stato mai fermo in un affetto? Disconoscere le leggi, le convenzioni, i pregiudizii sociali era, in certe condizioni dell'animo, sotto l'influenza di certi esempii, per l'efficacia di un'assidua predicazione, troppo naturale; e il Ferpierre ammetteva che la giovane parteggiasse per il libero amore; ma questo amore doveva pur essere ricambiato, doveva pur fare assegnamento sopra una sincerità, sopra una fedeltà sia pure temporanea; ma la vita di Zakunine vietava di credernelo capace. Allora il Ferpierre pensava che quei due s'erano uniti senz'alcuna gentilezza di sentimenti, per mero impulso istintivo, per sola cupidigia di piacere: da questa indegna unione il delitto aveva potuto germinare.

La confessione del loro amore, che la giovane aveva affrettata e il principe contrastata, aggravava realmente o migliorava la loro condizione? Nel pubblico le opinioni continuavano a dividersi. Se la contessa, senza amare più Zakunine, sperava ancora di potere restare con lui rispettata e protetta, il dover rinunziare a quest'ultima lusinga poteva aver colmato la misura e determinato il suicidio. Ma contro questa supposizione stava il nuovo amore di lei per il Vérod: amando anch'ella un altro, non doveva rallegrarsi della nuova affezione del principe? Ciò pareva tanto più certo, quanto che l'amicizia fra la morta e il Vérod non aveva potuto, secondo i più, restare innocente. Pochissimi credevano alla purezza del loro sentimento; il giovane doveva essere stato l'amante felice della dama italiana, senza di che quale interesse lo avrebbe spinto all'accusa? Era credibile che, amandosi, con la libertà della quale godevano entrambi, fossero rimasti a sospirarsi? Come mai il giovane si sarebbe appagato d'un affetto fraterno? E che cosa avrebbe potuto costringere la contessa a resistergli? Se una prima volta ella era passata sopra alla legge, era fatale che continuasse a dimenticarla. Poteva forse arrestarla la paura od il rispetto di Zakunine che non la curava, anzi la trascurava in ogni modo?… Queste presunzioni, passando di bocca in bocca, diventavano altrettante prove irrecusabili: che il Vérod fosse ultimamente l'amante della morta non era più dubbio. E in questa certezza, oltre che nell'antipatia contro i nihilisti, molti trovavano una prova dell'omicidio: l'amica del Vérod aveva dovuto pensare non ad uccidersi, ma al contrario a godere quanto più era possibile del nuovo amore: il principe e la Natzichev l'avevano assassinata. Ma le discussioni ricominciavano tosto, perchè se fra il Ginevrino e l'Italiana non c'era una semplice ed onesta amicizia, tanto meno semplice ed onesta si doveva credere l'amicizia dei due nihilisti: pertanto, se il principe e la studente erano amanti, nessuno dei due poteva pensare a dolersi dell'amore della contessa e del Vérod, nè a voler male all'uno od all'altra; entrambi invece se ne dovevano rallegrare, perchè questo amore li lasciava liberi di fare il piacer loro. La morte violenta di Fiorenza d'Arda, sia per suicidio, sia per assassinio, restava inesplicabile senza un dissidio, una discordia, un dramma; l'ipotesi dell'accordo delle due coppie era inammissibile dinanzi al sanguinoso cadavere.

Dell'intima lotta sostenuta dalla contessa pochi come il Ferpierre erano edotti. Sempre che imaginava lo stato di coscienza della infelice alla vigilia della catastrofe, il giudice riconosceva che ella aveva potuto e forse dovuto uccidersi. Ma, oltre che l'accusa del Vérod e i sospetti dell'opinione pubblica e il contegno degli accusati e come una specie di secreto istinto, la stessa sua coscienza di magistrato lo difendeva contro un definitivo acquetamento in questa fiducia. La sua lunga esperienza d'inquisitore gli diceva che la verisimiglianza d'una ipotesi dinanzi a un fatto oscuro non esclude altre possibilità; il suo amore del mestiere era eccitato all'idea del caso molto intricato e difficile. Ed egli non rammentava veramente di essersi trovato dinanzi a maggiori difficoltà.

Escluso l'intimo dramma svoltosi nell'animo della contessa, quale altra lotta di sentimenti da parte degli accusati poteva spiegare la catastrofe? Bisognava tornare ad ammettere senz'altro che, amando la Natzichev, o meglio avendola presa con sè per allungare la lista delle sue fortune galanti, il principe non avesse del tutto dimenticata la contessa, o che sentisse ridestarsi l'amor suo per lei nel punto stesso che la vedeva presa da un altro. La sicura possessione di un bene non genera tanta stanchezza, che il bene è presto sdegnato; e perchè torni ad essere caro non basta talvolta la sola minaccia di perderlo? Basta sovente che qualcuno apprezzi ciò che noi trascuriamo perchè, mutando a un tratto opinione, anche noi ne riconosciamo il valore. Per sostenere l'assassinio di Fiorenza d'Arda bisognava che questo mutamento fosse avvenuto nel principe; allora soltanto si poteva spiegare che egli l'avesse uccisa, sapendola del Vérod con l'anima, o che l'avesse uccisa la nihilista sapendo che Zakunine ricominciava ad amarla.

Ma se la resurrezione dell'amore del principe era necessaria a spiegare il delitto, l'assassino, data questa resurrezione, non poteva esser lui! Infatti la sua gelosia non avrebbe avuto molto fondamento poichè la contessa gli era rimasta fino all'ultim'ora fedele e per fedeltà alla parola data si era sottratta al Vérod. Si poteva supporre che la sola certezza d'aver perduto l'anima di lei e la persuasione di non poterla più recuperare lo avessero spinto al delitto? Data la violenza della sua natura ciò non pareva del tutto incredibile; bisognava tuttavia, per ammetterlo, che fra lui e la defunta vi fossero state spiegazioni, provocazioni, minaccie. Se egli l'avesse supplicata di amarlo ancora, di non abbandonarlo, e se ella gli avesse risposto di non voler più restare con lui, l'assassinio era spiegato; ma si poteva credere che, rimastagli fedele e sottomessa quando egli la maltrattava, la contessa gli si fosse ribellata vedendolo pentito e supplichevole? Dato il carattere di lei, bisognava credere che, tutt'al contrario, la resurrezione dell'amore del principe e le sue insistenti preghiere avrebbero accresciuto l'imbarazzo, acuito l'ambascia, rafforzato gli scrupoli, moltiplicato le dolorose difficoltà tra le quali ella si dibatteva!

Il Ferpierre si confermava così da una parte nei ragionamenti già fatti; ma era spinto dall'altra a considerare come molto aggravata la condizione della Natzichev. Vedendo che Zakunine non era tutto suo; che per amore, o per pietà, o per rispetto, o per interesse era ancora della contessa, la Russa poteva aver odiato quest'ultima. Tra le due donne una spiegazione era potuta intervenire, provocata senza dubbio dalla nihilista, la cui presenza aiCyclamenspoco si spiegava; benchè incapace di voler male ad alcuno, l'Italiana aveva forse ferito la giovane ribellandosi alle sue minaccie, non potendo tollerare che, dopo aver distolto il principe da lei, venisse a prenderglielo nella stessa sua casa; l'esito di questa spiegazione aveva potuto essere cruento. Ma il principe che doveva trovarsi, se non presente, certo vicino, non si era interposto, non era accorso ad impedire il delitto? E la nihilista, non essendo mai entrata nella camera della contessa, come aveva saputo trovare l'arma di lei?

Queste difficoltà non davano molta ombra al magistrato. Forze Zakunine non si era interposto non potendo supporre che il colloquio finisse in tragedia; forse l'arma della contessa non era quel giorno chiusa, o la giovane sapeva dove trovarla. Una difficoltà, tutta morale, era più grave, quella stessa sulla quale il Ferpierre erasi molte volte arrestato: se la nihilista sapeva dell'amore di Fiorenza d'Arda per il Vérod come poteva volerle male? La rivalità si spiegava se la defunta avesse posto opera a trattenere il principe presso di sè: e ciò non era. Ma forse la Natzichev non sapeva dell'amore per il Vérod: questa passione che la morta aveva soffocata, che il giovane aveva contenuta, poteva esser rimasta ignorata se nessun fatto esteriore, se nessun atto l'aveva rivelata.

Pertanto, benchè queste supposizioni non fossero confortate di prove e molte cose restassero da rischiarare, il giudice si veniva affermando nell'opinione che, negato il suicidio, il sospetto più verisimile dovesse pesare contro la donna. Il pentimento del principe e il suo ritorno presso l'antica amica, determinati o dal bisogno di denaro o da un più degno sentimento, come impedivano di credere che egli avesse voluto la morte d'una persona nuovamente cara, così spiegavano l'odio se non la gelosia della studente. Se Zakunine pareva più capace d'uccidere, era meno verosimile che la sua posizione nel partito, la febbre di propaganda e le gravi responsabilità non lo avessero distolto da un delitto che lo consegnava alla giustizia. Nella Natzichev invece, meno seriamente impegnata, la coscienza delle responsabilità era nulla o minima; il dovere politico doveva opporre in lei, donna, minore ostacolo alla passione; e se ella non aveva ancora meritato condanne per crimini, le informazioni della polizia la dicevano capace di consumarne. Questa capacità, la violenza dei suoi sentimenti, non le stavano scritte del resto nella fisonomia, negli sguardi? In tutta la sua persona, in tutte le sue parole, non c'era qualche cosa di duro, di fiero, una sfida continua, una sorda minaccia, una ribellione implacabile? Lo stesso suo contegno dinanzi al cadavere e dopo la prigionia disponeva il Ferpierre contro di lei. Mentre Zakunine era apparso perduto dal dolore, ella era rimasta fredda, impenetrabile. Aveva dapprima negato d'essere l'amante di lui, poi aveva confessato; questa e le altre contraddizioni, l'iniziativa presa nell'ultimo interrogatorio rispondendo invece del principe, rivelavano, nonostante la mentita indifferenza, l'ansia secreta di salvarsi.

A questo punto il Ferpierre si proponeva un nuovo quesito. Se ella era colpevole, come mai il principe, vedendo pesare anche sopra sè stesso l'accusa, non si scagionava rivelando la verità? Certo egli sperava salvarsi con lei avvalendosi di tutti gli argomenti che stavano per il suicidio: voleva salvarla per amore, per compassione, o piuttosto per quel sentimento di fratellanza che la fede comune doveva suscitare e alimentare. Questo medesimo sentimento, se l'omicida fosse stato il principe, non avrebbe dovuto animare la nihilista? Era da credere. Ma che cosa sarebbe avvenuto se l'innocente, chiunque fosse dei due, avesse perduto ogni speranza di salvarsi con il colpevole? Se ciascuno degli accusati si fosse visto irremissibilmente perduto, non era certo che l'innocente non avrebbe più trovato tanto eroismo da salvare il colpevole, oppure che il colpevole stesso non avrebbe più sofferto di trascinare con sè l'innocente?

In forza di tale ragionamento il Ferpierre volle tentare una prova. Egli pensò di richiamare successivamente i due accusati per dire a ciascuno che tutti i sospetti pesavano oramai sull'altro; dal loro contegno avrebbe forse potuto trarre qualche prova della verità.

Ed anche una volta ricominciò l'interrogatorio della Natzichev.

Costei occupava ancora il suo tempo leggendo e scrivendo; la sua sprezzante indifferenza non aveva ceduto ad altri lunghi giorni di prigionia.

—Sono venuto a compiere,—le disse il magistrato con tono gratulatorio,—un dovere molto piacevole. La giustizia è convinta della vostra innocenza: voi siete libera. Se avete creduto che noi godiamo nell'accusare, nel sospettare ad ogni costo, io vorrei che, uscendo di qui, vi persuadeste d'esservi ingannata. Il nostro dovere è di scoprire il vero; quantunque lo scopo sia degno sopra ogni altro, soffriamo anche noi quando, contro le apparenze fallaci, non possiamo aiutare gl'innocenti a liberarsi. Ma, ripeto, oramai la giustizia non ha più nessun conto da chiedervi. Certo il ricordo del tempo passato qui dentro non potrà esservi grato; ma forse questo soggiorno non sarà stato senza frutto per i vostri studii sociali?

Senza una parola, senza un moto di gioia, impassibile, immobile, la nihilista affisava lo sguardo sul giudice. Pareva non avesse compreso il breve sermone; il Ferpierre quasi aspettavasi di sentirsi dire: «Quando avrete finito?…»

—Certamente,—riprese egli,—sarebbe stato meglio per voi esaminare il nostro sistema carcerario liberamente; ma se abbiamo dovuto trattenervi tutti questi giorni, la colpa, convenitene, è stata un poco anche vostra. Il sentimento che vi guidò è certamente rispettabile e vi fa molto onore; ma se, per non accusare il vostro amante, ci avete voluto lasciare nel dubbio, siamo noi responsabili della prolungata vostra prigionia?

La Natzichev continuava a guardarlo fiso. All'ultima domanda, chiusi un attimo gli occhi, ella disse:

—Che volete significare?

—Non comprendete?

—No.

—Eppure non sarebbe difficile… O sperate ancora di liberarlo insieme con voi? La vostra intenzione era e sarebbe molto lodevole, se non offendesse quella verità che tanto noi abbiamo il dovere di scoprire, quanto voi dovreste avere quello di riconoscere…

—Che dite?…—interruppe la giovane, con un moto d'insofferenza.

—Io non dico nulla,—rispose il Ferpierre stringendosi nelle spalle e abbassando lo sguardo alle carte che stavano sulla tavola.—È il vostro stesso amante quello che confessa d'esser egli l'assassino!

Nell'evitare lo sguardo della giovane il magistrato obbediva a due impulsi diversi. Doleva alla sua rettitudine di servirsi della menzogna per iscoprire la verità; rare volte, e soltanto nei casi disperati come quello dinanzi al quale ora trovavasi, e sempre superando un'istintiva repugnanza egli aveva ricorso a questo mezzo. Tuttavia, se un senso di vergogna l'occupava secretamente e gli faceva torcere gli occhi, l'istinto e l'abitudine dell'indagine gli consigliavano di insistere in quell'atteggiamento affinchè l'accusata, non vedendosi più guardata, non reprimesse il vero sentimento suscitato in lei dalla rivelazione.

Finto di cercare tra le carte, egli riprese:

—Ecco la sua dichiarazione debitamente firmata. Sperate ancora salvarlo?

E la guardò.

Ella aveva un'altra faccia. Come se la maschera della durezza sprezzante e superba le fosse stata strappata, le guance impallidite, le labbra dischiuse e gli occhi smarriti dicevano il dolore, la paura, il rimorso, un sentimento che il Ferpierre non sapeva ancora precisare, ma che era senza dubbio troppo penoso.

—Ve ne duole?… Dovete molto amarlo!

Lo spettacolo di quel repentino turbamento distrasse sul principio il giudice dall'impaccio che provava mettendosi per una via obliqua. Ma sentendo di doverla percorrere oramai sino in fondo, considerando l'ambascia della giovane, la sua repugnanza cresceva. Non infliggeva egli a quella donna, per amore della verità, una morale tortura? E la differenza era veramente grande fra gli orridi strumenti delle antiche inquisizioni, e la menzogna con la quale ora ricercava l'anima dell'accusata?

—Comprendo il vostro dolore, ma dovevate pur essere preparata a sopportarlo. Voi faceste di tutto per stornare i nostri sospetti e il rimorso di avergli nuociuto non può tormentarvi. Ma la verità a lungo non si nasconde. E bisogna anche dire che avreste potuto essere un poco più abile. Come poteste mai sperare che io credessi la fiaba dell'ultima spiegazione avvenuta fra voi tre? Era credibile ancora che il principe, tornato dalla contessa, secondo volevate darmi a intendere, per separarsene definitivamente, mettesse tanto tempo a fare questa dichiarazione? Se indugiò tanto, ciò fu perchè mutò proponimento; perchè sul punto di abbandonarla s'accorse che ella stessa non pensava più a lui; e allora l'amor proprio ferito lo distolse dalla prima intenzione. Allora egli non volle che questa donna fosse d'altri, volle anzi riaverla per sè come un tempo, e si mostrò pentito e supplichevole. A voi nascose, e fu naturale, questo suo mutamento; ma come mai non lo imaginaste vedendo le sue tergiversazioni? Voi vedeste bene che egli tardava troppo a compiere la promessa fattavi; ma se vi disse che la pietà gl'impediva di portare un colpo mortale a quella donna, il vostro cuore d'amante doveva avvertirvi che il suo ritorno presso di lei era pericoloso; che la passione, quando pare morta e sepolta, improvvisamente divampa più gagliarda di prima. A saperlo presso di lei, più volte, non soffriste, non sospettaste che i ricordi del passato, che la seduzione di quella donna quasi nuova dopo il lungo abbandono lo avvincessero ancora una volta?… Sì, voi intuiste queste cose, me lo dice il vostro doloroso silenzio: e le avete taciute per amore di lui, perchè comprendeste che se la giustizia avesse saputo che egli l'amava ancora, che ne era geloso, la verità sarebbe apparsa luminosamente. Ma il vostro zelo non poteva esser felice. Quando io gli domandai il perchè del suo indugio presso la defunta, voi stessa gli suggeriste di addurre la pietà; egli non seppe neppur trovare questo pretesto per nascondere la vera ragione, che era l'amore e la gelosia! E credevate che io non dovessi notare il vostro intervento e il suo imbarazzo, e che non ne scoprissi finalmente il perchè?

Il Ferpierre dimenticava ora il suo rimorso nel fervore dell'inchiesta, comprendendo d'essere molto vicino alla verità. Il silenzio della giovane, lo smarrimento crescente della sua espressione, il tremor delle mani, l'ansia che le sollevava il seno, dimostravano sempre più al magistrato che egli toccava ora la nota giusta, che Zakunine era stato veramente ripreso dall'amore della contessa, che la nihilista aveva sofferto di gelosia, che qui bisognava trovare la ragione del mistero. Egli aveva già divinato tutte queste cose, ma poi era stato distratto e fuorviato da altri ragionamenti, dalla mancanza di prove: ora accumulava tutte le presunzioni, ne imaginava perfino quando gliene mancavano, perchè la sua fidente asseveranza servisse come una specie di reattivo morale, mordendo il cuore della giovane e lasciandovi leggere dentro.

—L'amor vostro per lui deve essere molto forte se avete accettato questa parte, se avete nascosto la gelosia che vi torturava, se avete finto l'ignoranza e l'indifferenza! E come è stato mal ripagato! Voi non poteste illudervi neppure un istante, e vedeste ciò che avveniva e prevedeste ciò che sarebbe avvenuto; perchè, una volta impegnato a contendere quella donna a un rivale, Zakunine, con la veemenza che porta nelle sue passioni, non avrebbe esitato dinanzi a un delitto. Voi veniste a trovarlo temendo che la catastrofe fosse compiuta; veniste troppo tardi a tentar d'impedirla. È vero?

La giovane si riscosse a quella domanda. Portò le mani alle tempie comprimendole, quasi la tempesta suscitata in lei dalle parole del giudice minacciasse di aprirle il cervello; poi, respirato fortemente, così da far sibilare l'aria fra i denti chiusi, con l'espressione di repugnanza dolorosa e di sdegno impotente di chi si sente violentare ed opprimere, disse:

—Avete finito? Volete divertirvi ancora a tormentarmi? Il vostro piacere è troppo grande, senza dubbio? Ora basta!

—Come parlate?

—Come debbo. Io non voglio, intendete? che i vostri iniqui artifizii trascinino nel precipizio chi non ha colpa. Voi amate la verità sopra ogni cosa? Il vostro sacro dovere è di scoprire la verità? Voi siete delegato dalla società a fare giustizia? Ebbene, dite a questa vostra società,—e la sua voce si alzò di tono, ella quasi gridò:—dite che uccisi io quella donna. Date corso alla vostra giustizia; ma sappiate che io la disconosco, che la disprezzo; ponetevi nella mente che io rivendico la responsabilità dell'atto commesso non per patirne il castigo ma per ottenerne la lode!

L'impressione prodotta da quelle parole nell'animo del giudice fu enorme. La meraviglia e il piacere per la pronta riuscita dell'espediente, la soddisfazione di veder confermati i suoi sospetti, la nuova curiosità per la superba millanteria della rea, un senso di compassione che secretamente e quasi mal suo grado lo persuadeva all'indulgenza ora che la confessione e la millanteria avrebbero dovuto farlo più rigido, occupavano ad una volta l'animo suo.

—Ah, confessate?…—potè dire soltanto nel primo momento della confusione, senza troppo badare all'opportunità della domanda; ma subito dopo, padroneggiandosi:—Confessate anche voi?—ripetè, per insistere nell'artifizio così bene riuscito.—A chi debbo credere, ora? Gareggiate dunque di generosità fino a tal segno? Ciascuno s'accusa per salvar l'altro? Nobile gara!…

La giovane disse, duramente:

—Voi non sapete riconoscere la verità?

—Non sempre! Quando altri lavora a nasconderla!… Bene: se volete che io creda a voi, vi crederò. Più difficile mi riesce comprendere il tono di vanteria col quale v'accusate. So che disconoscete le nostre leggi; ma nella società ideale all'avvenimento della quale voi lavorate si ucciderà forse impunemente e sarà anzi titolo di gloria aver distrutto una vita, così, per piacere?

—Non per piacere.

—Come! Sarà forse dovere per ogni amante geloso toglier di mezzo l'oggetto della sua gelosia?

—Voi non sapete.

—Non so, infatti! È vero, sì o no, che il principe non si poteva decidere di rinunziare alla contessa perchè la riamava?

—È vero.

—E voi non ne foste gelosa?

Ella disse, con voce gelata, facendo sonare una dopo l'altra le parole:

—Il mio sentimento non importa; nessun sentimento, nessun interesse, niente importa quando si è compreso il Dovere. La vita degli altri, la vita propria, l'onore, gli affetti, tutte le cose vane debbono cedergli. Questa è la mia norma; questa doveva essere anche la sua. Ma egli la dimenticò!…

Il Ferpierre cominciava ora a comprendere.

—Volete dire che non per amor vostro egli trascurava di lavorare al trionfo della causa, ma per la contessa?

—Sì.

—Perchè stava allora a Zurigo, vicino a voi, e non con lei?

—Perchè sapeva di esserle odioso, ma voleva parlare con qualcuno di lei.

—E ne parlava con voi?

—Sì.

—Già voi diceste che non ve ne tenne parola! Ma, se ve ne parlava, non vi amava?

—Non mi ha amata mai.

Nonostante la freddezza impassibile del viso statuario, qualcosa di così dolente echeggiava nelle ultime parole della giovane, che il Ferpierre pensò: «Non mentisce!»

—E voi sì, l'amaste, l'amate?

—Che v'importa di ciò?—riprese ella tornando a una durezza che il Ferpierre giudicava ora ostentata.—Importerà a voi ciò che non importa a me stessa? Se volessi trovare un'attenuante all'atto commesso, se volessi essere scusata da voi, dalla vostra società, vi direi che lo amavo, che la uccisi per gelosia. Questa debolezza, questo egoismo sono scusati e perfino glorificati dalla società vostra. L'amante che per evitare a sè stesso un dolore, per assicurare il piacere suo proprio uccide il rivale, è perdonato; talvolta il cieco e letale amor suo è giudicato forte, grande, ammirabile. L'amore che guida noi, il nostro sacrifizio cosciente, l'opera di salute alla quale attendiamo, sono condannati!

—Strana opera salutare la vostra, che vi fa versare il sangue, frattanto!

—Voi credete che una, che dieci, che cento vite importino quando è in giuoco il destino di tutti? Voi che avete paura del sangue, lo versate a fiumane nelle vostre guerre: tanto è il vostro orrore del sangue, che la suprema cura dei vostri reggitori è quella di armarvi. Qui, in questo vostro paese di libertà, non è l'esercizio della forza per uno scopo cruento il più onorato fra tutti? E non rispondete che vostro solo pensiero è impedire di essere sopraffatti e non già sopraffare; perchè tutti dicono così! Chi confessa di fare il male? Il bene è sulle bocche di tutti, degli assalenti e degli aggrediti. Stolte cupidigie, interessi bassi e meschini vi mettono in guerra. E nelle vostre guerre non è precetto sempre obbedito di sacrificare un soldato, una pattuglia, un'avanguardia, per la salute dei più? Noi facciamo un'altra guerra, più giusta, la sola giusta e santa: la guerra per la redenzione degli uomini contro tutte le nequizie e tutte le viltà, contro la fame, contro l'ignoranza, contro la prepotenza, contro la stessa vostra guerra. Se incontriamo un ostacolo lo spezziamo: una, dieci, mille vite che importano?

Ella aveva parlato con mal contenuta violenza; la rigidità del suo atteggiamento s'era sciolta ed il braccio disteso aveva fatto il gesto di chi svelle ed abbatte.

Quando tacque, il Ferpierre che era rimasto a udirla meravigliato e quasi intimidito, disse a sua volta, con voce fredda e severa:

—Noi non abbiamo ora da discutere sulla moralità dei vostri principii. Sarà bene dirmi piuttosto in qual modo la contessa potesse esservi d'ostacolo? Che cosa potevate seriamente temere da lei?

E poichè ella tardava a rispondere:

—Vorreste darmi ad intendere che ella potesse pensare a denunziarvi, a intralciare i piani delle vostre congiure?

—Non voglio darvi nulla a intendere. Per quella donna Alessio Petrovich si perdeva.

—In che modo?

—Per amore di lei, per riaverla, aveva dimenticato il Dovere. Comprendeva che ella non lo amava più, che ne amava un altro, ma sentiva che c'era ancora un modo di tenerla con sè, di sottrarla a quell'altro. Non tanto per amore costei gli si era data, quanto per distoglierlo da noi, per redimerlo, diceva. Egli le si mostròredento, le rappresentò che ella era la suaredenzione; che, abbandonato da lei, sarebbe ricaduto nell'errore. Il solo mezzo di averla con sè era questo: di dirle e di provarle il proprioravvedimento. Senza più amarlo, ma per non farlo tornare a noi, ella resisteva a quell'altro. Io gli dissi più volte la sua stoltezza, l'indegnità di sacrificare a una donna l'ideale di tutta la sua vita. Egli non mi udiva. Era accecato. Veniva da me a piangere per averla perduta, per averla voluta perdere; voleva che io, io, l'aiutassi….

Nella voce della giovane c'era, oltre lo sdegno, un'ansia secreta: non solamente il dolore per il traviamento del compagno di fede, ma anche, più profondo e nascosto, il tormento d'essere stata presa a confidente dall'uomo amato che neppure avea sospettato l'amor suo.

—E voi?

—Io vidi che tutto era inutile. Non avevo molto sperato di guarirlo perchè so come è fatto. Quando un'idea lo infiamma nulla vale ad arrestarlo: non ragiona, non vede più. Nondimeno aspettavo che la crisi si risolvesse in qualche modo. Un giorno, improvvisamente, compresi il nuovo pericolo: egli aveva visto il Ginevrino; nel parlarne le sue mani tremavano, i suoi sguardi gettavano fiamme. Compresi che lo avrebbe ucciso, che si sarebbe perduto senza riparo. Le ultime volte che venne qui lo raggiunsi, presaga della catastrofe. Egli mi chiese che lo aiutassi. Lo aiutai.

—Uccidendo la donna della quale voleva l'amore?

—Liberandolo.

—E avete assassinata quella creatura così, a mente fredda, deliberatamente?

—Venni da lei. Venni qui l'ultimo giorno per parlare con lei. Poichè ogni altro mezzo era stato invano, se egli non udiva la voce del dovere, colei soltanto poteva salvarlo. Le dissi di abbandonarlo, di fuggirlo, di scomparire. Ella non volle. Le soggiunsi: «Voi amate un altro: andate lontano col nuovo amante.» Mi vietò di parlare così; volle sapere chi fossi io. Risposi: «Una che vi odia!» L'odiavo perchè l'avevo sentita, fino dal primo vederla, diversa da me, d'un'altra casta, d'un'altra razza, d'un altro animo; perchè tutte le sue idee, tutti i suoi sentimenti erano opposti ai miei; perchè ora ella mi contendeva quell'uomo. Non volevo, no, assicurare a me stessa l'amore di lui; ma serbare le sue forze all'opera comune. Nonostante l'odio, la pregai. Fu inutile anche la preghiera. Allora le dichiarai: «Sapete perchè non volete fuggirlo? Non per lui, ma per voi. Temete che vi creda fuggita col vostro nuovo amante. Volete mostrargli una fedeltà che non sentite, volete ottenere con l'osservanza d'un preteso dovere la fama di costante e di fida. Foste la sua amante e volete farvi credere la sua sposa non amandolo più. Egli vi giudica tanto buona, che ho voluto vedere dove consiste la decantata vostra bontà. Voi siete ipocrita, falsa, egoista, peggio che tutte le altre…» Ella mi lasciava dire: tentavo invano di sdegnarla, di offenderla. «Ma un giorno finirete anche voi col rompere questa vostra ipocrita fedeltà,» io soggiunsi, «per darvi in braccio al nuovo amante… se pure non vi siete già data…» Furono inutili anche queste parole. Si scosse soltanto quando le dissi: «No! Ciò non avverrà. Il vostro amante sarà morto! Egli lo ucciderà. Lo conoscete? Lo ucciderà! Sarete voi responsabile dell'assassinio. Lo avrete voluto, lo volete; ogni giorno, ogni ora, ogni minuto che passa lo prepara, lo affretta, inevitabilmente!…» Allora ella disse: «Ah, morire! Debbo io, voglio io morire…» Lo sdegno e lo sprezzo mi gonfiarono il cuore: chi dice questa cosa quando la sente? Se era vero che ella volesse morire, si sarebbe uccisa. Le dissi il mio sdegno e il mio disprezzo. «Non è vero! Avete paura! Siete vile!…» Ella assenti: «Sì, sono vile; l'arma è lì, la mano mi trema.» Presi io l'arma, glie la porsi: «Raccogliete il vostro coraggio, se ne avete ancora, se ne avete mai avuto…» Ella giunse le mani, scongiurandomi: «Uccidetemi voi, liberatemi voi!…» Il mio sdegno cresceva vedendo tanta viltà. Le promisi, con voce sorda, con l'arma in mano: «Ti ucciderò se non lo lasci.» Ella giunse le mani, supplicando ancora: «Uccidetemi!…»—«Non vuoi lasciarlo?»—«Uccidetemi!…»—«No?» Udii il passo di lui, la sua voce chiamare. La uccisi.

Ansante, ella tacque.

—E non ne siete pentita?

—Non ne sono pentita. Ella era vinta dalla vita, voleva e doveva morire. Egli doveva essere libero d'attendere all'Opera. Li ho liberati entrambi.

E il Ferpierre riconosceva finalmente la verità già sospettata.

Ora tutto si chiariva, tutto si concatenava logicamente. La rea non voleva convenire che, oltre lo zelo settario, anche la gelosia l'aveva armata; ostentava di ricusare l'attenuazione del suo crimine per gloriarsi d'essere inaccessibile agli interessi personali. C'era in questa rinunzia una fosca grandezza che dava la misura della forza di quell'anima; ma, senza dubbio, anche l'amore disconosciuto aveva dovuto spingerla contro l'Italiana. Il pentimento del principe, la sua condotta ambigua degli ultimi mesi, il suo dolore dopo la catastrofe, tutto si spiegava. Negando d'essere l'amante della nihilista egli aveva detto la verità. L'aveva ammesso forzato da lei, per secondarla, per salvarla, quando ella credeva di potersi salvare così. Anche le ultime parole della contessa, quell'invocazione alla morte liberatrice, quell'incitamento rivolto alla minacciosa rivale, erano la naturale soluzione del contrasto fra l'incapacità d'uccidersi e il bisogno di morire dal quale ella realmente era stretta. La rea non aveva ragione? Quell'assassinio del quale la giustizia aveva pure da chiederle conto non si confondeva quasi col suicidio liberatore?

Così l'intrico era sciolto. Ma restava tuttavia al Ferpierre di chiamare Zakunine. Riferendo alla nihilista che il principe si era accusato, egli aveva mentito per amore di fare la luce; ma un dubbio ora gli s'affacciava alla mente: se, udendo che Zakunine s'incolpava, la giovane si era incolpata ella stessa, che cosa avrebbe detto il principe udendo la confessione di lei? Si doveva sospettare che entrambi si sarebbero dichiarati colpevoli?

Il contegno del principe, dall'ultimo interrogatorio, era, secondo la relazione del direttore dell'Evêché, radicalmente mutato. Non passava più il suo tempo, immobile e silenzioso, indifferente a ogni cosa: l'insofferenza della prigionia lo faceva ora dare in ismanie. Aveva chiesto di parlare con un avvocato, e non avendolo ottenuto si era sfogato con parole dure contro la giustizia. Più volte in un giorno chiamava i guardiani per domandar loro se era venuto l'ordine di scarcerazione; udendo le risposte negative s'accigliava e fremeva. Misurava in lungo e in largo la sua cella, con le mani strette sul dorso, il capo chino, lo sguardo fisso e duro. Aspettava l'ora dell'uscita quotidiana con impazienza, rientrava più torvo di prima. Chiedeva libri, rifiutava il cibo della prigione, faceva venire da fuori il suo vitto.

Appena condotto dinanzi al Ferpierre disse, con accento di mal repressa impazienza:

—Ancora interrogazioni? Non volete riconoscere la verità alla fine?

—La verità mi è nota oramai!—rispose il giudice severamente.—Non siete materialmente colpevole e non posso più trattenervi…

—Ah, dunque!

—Ma la vostra responsabilità morale è molto più grave di quella che confessaste in principio; e questa vostra impazienza mi pare anche fuori di luogo, poichè con una sola parola mi avreste tolto dal dubbio…

S'arrestò per dargli tempo di rispondere, di replicare qualcosa; ma il principe lo guardava senza dir nulla.

—Pare dunque che la generosità dalla quale foste animato nei primi giorni taccia finalmente e che non vi importi più tanto di salvare la rea?

—Di salvare?…

—M'inganno, allora? Fingete la meraviglia e l'ignoranza? Sono fuori di luogo. Ella ha confessato.

—Che cosa?

L'accento d'ansioso stupore col quale egli fece questa domanda pareva sincero.

—Su via, volete farmi perdere ancora altro tempo? Vi duole ora di vederla perduta? Non sapete che questa donna vi ha amato? Non sentite che tutta la morale responsabilità di tante rovine pesa su voi, unicamente? Fingete lo stupore dopo avere mentito? Diceste la menzogna riconoscendo di essere l'amante di lei; ma questa almeno vi fu quasi strappata dalla speranza di salvarla; ma perchè nascondeste i vostri sentimenti ultimi verso quell'altra sciagurata?…

Il principe tremava. La Natzichev aveva detto il vero.

—E andavate a parlare dell'improvvida resurrezione del vostro amore a chi vi amava, a una vostra complice nelle ribellioni, affinchè la gelosia e il fanatismo si svegliassero in costei ad un tempo e l'animassero contro quella infelice!… Siete ammutolito e tremate ora, dopo aver fatto due vittime?… E perchè avete nascosto tutte queste cose? Non era dunque generosità verso la rea, era un sentimento tutto diverso; era tutta paura che, se io avessi saputo l'impeto di questa vostra tardiva passione, avrei potuto e dovuto sospettare di voi con maggior fondamento?

Allora il principe, sollevando risolutamente il capo e affissando lo sguardo nello sguardo di lui, rispose con voce sorda:

—Non ho da dirvi perchè ho taciuto. Avete saputo la verità: perchè non mi liberate? Che altro chiedete?

Quando i fogli pubblici diedero notizia che, chiusa l'istruttoria, sulle concordi confessioni della Natzichev e di Zakunine la contessa d'Arda era stata assassinata dalla nihilista e che l'atto d'accusa avrebbe deferito la rea al giudizio dei giurati, la curiosità del pubblico, cresciuta a dismisura negli ultimi giorni, s'acquetò finalmente. I negatori del suicidio trionfavano vedendo confermati i ragionamenti opposti all'improbabile ipotesi; nè gli altri erano del tutto sconfitti, perchè, nonostante la secretezza delle indagini giudiziarie, già si risapeva come Alessandra Natzichev uccidendo la contessa non avesse fatto se non obbedire al desiderio, quasi all'ingiunzione della disperata sua vittima.

Ciò non temperava i giudizii dei quali l'assassina era segno. Al motivo da lei addotto si credeva solo in parte; che ella avesse uccisa la disgraziata italiana soltanto per liberare il compagno di fede e restituirlo al partito, pareva credibile a chi dello zelo partigiano aveva l'idea più trista; i più riconoscevano che lo zelo della settaria unitamente con la gelosia dell'amante avevano determinato il delitto. Ma se la ferocia della ribelle incuteva terrore, la gelosia dell'amante non era già perdonata: i più indulgenti verso i delitti d'amore negavano alla passione della nihilista ogni buona qualità, la giudicavano fredda, dura e selvaggia.

E mentre la figura di lei restava così sotto una fosca luce, i denigratori di Zakunine, senza ricredersi del tutto, riconoscevano la sua innocenza. Non si ricredevano interamente perchè vedevano lui all'origine di tutti quei danni; della sola materiale responsabilità del delitto egli restava sgravato. Anche i suoi tentativi di salvare l'assassina gli erano ascritti dai più indulgenti a favore, sebbene i più severi glie ne facessero un addebito: correndo il rischio d'essere condannato con lei per tentar di salvarla, non confermava egli stesso nel modo più evidente che erano entrambi passibili dell'identica pena? L'unanime sentimento dava infine ragione a Roberto Vérod, che contro tutte le apparenze aveva insistito a credere nel delitto e riusciva così a vendicare l'amante.

Mentre i curiosi aspettavano pertanto con più tranquillità di vedere l'ultima scena del dramma al pubblico dibattimento, solo il Vérod restava nell'ansia.

Se dinanzi al cadavere di Fiorenza egli aveva sentito schiantarsi il cuore, se all'incredibile idea di non vederla mai più era stato sul punto d'impazzire, se l'impotenza di vendicarla lo aveva roso, se la paura di averla egli stesso fatta morire era venuta ad aggravare con l'atroce rimorso il suo già troppo grave dolore, egli poteva credersi giunto al termine delle prove crudeli; ma un nuovo orrore lo aveva tosto occupato. Nel punto d'accusare i due Russi egli aveva già sentito un secreto imbarazzo, come una paura di rivelare la sua amicizia per la contessa; ma il sentimento di morale pudore che gl'impediva di narrare quest'intima storia era rimasto soffocato e vinto dall'impeto vendicativo. Narrandola, egli aveva temuto che il magistrato non credesse alla purezza della passione infelice; ma, anche dimostrata questa purezza, gli era parso come di macchiarla. Aveva egli diritto di rivelare il secreto d'un'anima? Se quest'anima aveva nascosto non solamente agli altri ma quasi a sè stessa il proprio secreto, poteva egli rivelarlo? Ed egli, egli che sapeva gli scrupoli dell'anima adorata, che li aveva compresi e rispettati, a questo ora riusciva: che tutti parlavano di lui come d'un nuovo amante della morta….

Portando l'accusa egli non aveva pensato che un giorno le cose dette al magistrato si sarebbero risapute dalla folla; che dinanzi a una folla accesa di curiosità malsana egli avrebbe dovuto ripeterle; che il nome della creatura amata sarebbe corso di bocca in bocca, che le dimostrazioni dell'innocenza dell'amor loro non avrebbero ottenuto credenza, che dopo essere stato causa di tanta ambascia all'amata in vita, egli stesso avrebbe posto opera ad avvilirne il ricordo. Nel bisogno della vendetta, nell'accesso dell'odio contro i malfattori, non aveva previsto queste naturali conseguenze della propria condotta; vedendole prodursi il suo tormento era cresciuto fuor di misura. La vittima innocente era da tanti coinvolta nel disprezzo che gravava sopra i suoi tormentatori; alcuni perfino dicevano che se l'Italiana era stata uccisa, la triste sorte era meritata della vita trista!…

Che importava se la verità si sarebbe un giorno affermata? Come placare la memoria della innocente profanata ed avvilita? Dinanzi a tutti, il giorno del dibattimento, doveva egli attestar sulla croce l'innocenza di lei? Non doveva egli piuttosto desiderare che il processo non si facesse e dichiarare il proprio inganno e riconoscere che l'innocente s'era uccisa, per non essere obbligato a rivelare dinanzi alla cupida folla il secreto dell'anima amata?

Il contrasto fra i due doveri dei quali egli sentiva il peso, del dovere di vendicare la morta insistendo nell'accusa e quello di rispettarne la memoria tacendo, si sarebbe dovuto comporre all'annuncio della confessione della rea. Invece in quello stesso punto cresceva.

La morale certezza dell'impossibilità del suicidio lo aveva spinto ad accusare i due Russi, ma egli non aveva saputo dire su quale dei due il sospetto doveva principalmente cadere. Udendo che la Natzichev assumeva la responsabilità del delitto, questo risultato lo lasciava ora altrettanto scontento quanto l'avrebbe scontentato la conferma del suicidio. Vedendo provata l'innocenza di Zakunine, egli sentiva ora d'aver lanciato l'accusa in odio a lui direttamente; una secreta voce gli diceva che l'assassino era lui. A quell'uomo, non alla donna, egli sentiva di dover chiedere conto della morte della infelice; l'ambiguo sospetto ora si determinava; egli riconosceva d'avere sbagliato non rivolgendo il magistrato fin dal principio contro quell'uomo soltanto….

Poteva egli ancora riparare al mal fatto? Se, per una secreta ragione, per salvare il compagno di fede, la nihilista aveva confessato un delitto che non aveva commesso, doveva egli insistere nell'accusa contro Zakunine? Ora che la giustizia e la pubblica opinione s'acquetavano vedendo logicamente spiegato il mistero, come avrebbe egli potuto sorgere ancora a negare la spiegazione, a denunciare il supposto eroismo della giovane, la supposta infamia dell'assassino che lasciava pagare alla innocente per amor di salvarsi?… Se avesse fatto così, egli stesso avrebbe dato ragione a chi lo diceva amante fortunato della morta e geloso rivale del principe! Quanto più zelo avrebbe messo nell'accusare quest'ultimo ora che l'innocenza ne pareva dimostrata, tanto più naturalmente si sarebbe creduto che soltanto il cieco odio lo animava, e spiegato con l'amor suo per la morta quest'odio e questo bisogno di vendetta! Mentre la confessione della Natzichev faceva dimenticare la passione di lui e permetteva di evitarne le testimonianze, egli doveva, per dichiarare mentita questa confessione, intervenire ancora più attivamente, insistere nel sentimento che lo aveva unito alla contessa, esporlo ai sospetti profanatori!… Ma, per evitare il danno intollerabile, egli doveva pure, tacendo, ammettere che Zakunine fosse innocente; e a quest'idea tutto l'essere suo insorgeva: no! se c'era un colpevole era lui! non poteva esser altri che lui!…

Se c'era un colpevole!… Infatti, posto che egli avesse denunziato ai giudici la menzogna della Natzichev, come avrebbe potuto convincerli poi della colpa di Zakunine? Se la innocente s'incolpava per salvare il reo, come indurre il reo alla confessione? Mancando le testimonianze, solo la confessione d'uno dei due sospettati poteva escludere il suicidio: negato valore alle dichiarazioni della nihilista e non potendo indurre il suo compagno ad incolparsi, questo risultato sarebbe stato inevitabile: che il giudice sarebbe tornato ad affermare la morte volontaria!

Così, da qualunque lato egli volgevasi, a qualunque partito pensava d'apprendersi, il danno era certo. Che l'istinto lo ingannasse, che l'odio soltanto lo spingesse contro Zakunine, egli negava a sè stesso. Se avesse potuto ispirare al giudice una certezza così salda come la propria, la condanna di quell'uomo sarebbe stata immancabile. E troppo grave, troppo triste era che l'omicida andasse impunito, più triste e più grave ora che un'altra doveva pagare per lui.

Quell'amore di giustizia, quel bisogno di verità che avevano animato la vittima, non sarebbero rimasti scontentati ed offesi dal trionfo della menzogna? Il dover suo non era di confondere la menzogna? Se anche egli non avesse idolatrata la vittima e sperato di vendicarla, l'amore di giustizia e il bisogno di verità che ella gli aveva ispirati non dovevano incitarlo a salvare l'innocente e smascherare il colpevole?…

Allora, dal più profondo del suo cuore, dalle latebre dell'anima, fievole ma nondimeno distinto, un altro ricordo sorgeva: non solamente la verità e la giustizia avevano ispirato la vittima: più forti, più potenti, altri sentimenti aveva ella espressi: i sentimenti cristiani del perdono e della pietà…. E l'ansia del giovane cresceva ancora, cresceva continuamente.

Il suo piacere e il suo orgoglio era stato di pensare, di credere, di agire come la creatura amata pensava, credeva ed agiva. Dell'approvazione, della lode di lei gli era importato sopra ogni cosa, unicamente. Il pensiero di lei era stato la sua guardia e la sua tutela. Se ella era morta, non doveva egli ancora e sempre trarre dalla sua memoria l'ispirazione e seguire i suoi insegnamenti? Non era questo il modo di farla rivivere?… Or quale sarebbe stato il consiglio di lei, se egli avesse potuto chiederlo, se ella avesse potuto darlo? Come si sarebbe ella condotta in una situazione simile a quella nella quale egli versava?…

Sì: l'odio lo animava, lo faceva cupido di vendetta. All'idea di non poter più mai udire la voce di lei, di doversi appagare del ricordo invisibile, l'odio contro l'uomo che glie l'aveva contesa e tolta lo dominava, fino a soffocare la voce d'ogni altro sentimento. Se ella non poteva più rammentargli il consiglio del perdono, se il ricordo restava inefficace, la colpa era tutta di quell'uomo. Nei primi giorni egli non si era neppure proposto il problema morale che ora veniva ad accrescere il suo tormento. Ma, come il primo impeto del dolore naturalmente sedavasi, come egli doveva fatalmente abituarsi all'idea della morte, come tutte le forze dell'anima sua erano intente a raccogliere, a custodire, a immortalare la memoria della perduta, egli pensava se del cieco odio e della vendetta ella non si dolesse. Nel punto che l'arma omicida rompeva le sue carni, che gli occhi suoi chiudevansi alla luce, aveva ella imprecato? L'ultimo pensiero della sua vita poteva essere livido?

Quando il Vérod si proponeva queste domande, la risposta non era dubbia per lui. Ella aveva perdonato. Doveva egli perdonare a sua volta? Se voleva essere degno di lei, non doveva seguirne l'esempio?…

Alle volte egli chiudeva gli occhi e chinava la fronte, invaso dal ricordo dei buoni insegnamenti, quasi vergognoso d'averlo smarrito. Altre volte protestava ed insorgeva. La vita non può esser fatta tutta d'amore! Se al male s'oppone il perdono, quale sarà il premio del bene?… Ma allora le parole di lei gli tornavano a mente: «Se al male non si concede perdono, se gli si oppone altro male, dove è più il bene?» Ella diceva che la giustizia è amabile, ma che non basta. Poichè le creature umane sono troppo deboli e peccano anche quando hanno prescienza dei loro peccati, bisogna che alla somma troppo grande degli errori sia concessa indulgenza. «La giustizia indulgente non è giusta!…» aveva egli replicato; ed ella: «La stretta giustizia è impotente, la bontà solo ha ragione del male.»

Egli aveva assentito. Perchè aveva assentito? Non era stato sincero? Se le aveva dato sinceramente ragione, se aveva accolto candidamente il suo precetto, non doveva ora perdonare? Se ora non perdonava non era stato allora sincero; aveva finto per piegarla, per vincerla! Doveva egli accusarsi della passata ipocrisia oppure della debolezza presente?

Egli usciva dal dubbio pensando che la verità non è sempre la stessa, che i contrasti della vita mettono l'uomo in opposizione con sè stesso senza che sia imputabile di mala fede. No, egli non aveva mentito riconoscendo che la bontà è necessaria; soltanto col ricordare la predicazione del perdono non dimostrava d'averla compresa? Ma come accoglierla ora che la sua ragione, la sua passione, tutto l'essere suo voleva e doveva necessariamente volere il castigo? Allora egli udiva altre parole, così chiare e ferme come quando ella le aveva proferite: «La verità è una sola; riconoscerla astrattamente val poco nè vi può essere merito se non l'affermiamo contro il nostro proprio interesse….»

Una notte egli la vide venirgli incontro con le braccia prosciolte, le mani aperte, la faccia al cielo; l'udì proferire: «Perdona.» L'illusione fu così intensa che egli si destò con gli occhi bagnati di pianto.

Nella veglia, pensando di dovere oramai unicamente appagarsi delle vane visitazioni del sogno, l'impeto della passione vendicativa tornò a sollevarlo. Vagando per i luoghi dove era stato con lei, cercando ancora qualcosa di lei sotto il cielo, egli riudiva la voce sommessa consigliare:

«Perdona.»

Egli diceva a sè stesso: «Non posso.»

Non poteva. Perdonare sinceramente, col cuore, egli non poteva, non avrebbe potuto, mai. Doveva lasciare soltanto che la giustizia facesse a suo modo, non più intervenire? Se era sicuro del nuovo inganno, non doveva svelarlo?…

Ma la paura di profanare le memorie dell'amor suo lo arrestava. Non le aveva già lasciate profanare? Egli che non voleva ascoltare la voce del perdono, non aveva bisogno che la Morta lo perdonasse?… Per sostenere l'accusa contro Zakunine bisognava spiegare che questi era stato geloso di lui, che aveva creduto fondata la propria gelosia. Ciò gli riusciva impossibile. Che fare?

«Perdona,» diceva sempre la voce.

Egli l'udì non più secretamente, non più nel sogno, ma distinta, alla luce. Un giorno, errando per la montagna dove aveva guidato la sua nuova sorella, si trovò dinanzi alla cappelletta della quale la debole mano non aveva potuto schiudere la porta. La porta era chiusa, come un tempo. Egli sostò, tremante, battendo le ciglia sugli occhi ardenti. Sulla grossa chiave rugginosa la bianca mano s'era posata. Volle aprire, poi si ritrasse per paura di cancellare la traccia della mano. Ma il suo braccio si distese ancora una volta, la porta gemè sui cardini. Crebbe il suo tremore. Nella cappella egli la vide dinanzi a sè, prona, a capo chino, a mani giunte, rivolta all'altare, vestita del color della fiamma; egli cadde in ginocchio rompendo in pianto. Nel pianto udì la voce distintamente dire:

«Perdona….»

Il domani fu chiamato dal giudice. Era la prima volta che egli si ritrovava dinanzi al magistrato dopo il giorno che questi, trionfando delle sue argomentazioni, aveva detto di credere fermamente al suicidio. La confusione del giovane era estrema, non sapendo che cosa potevano ancora volere da lui.

—Bisognava innanzi tutto,—gli disse il Ferpierre,—che io riconoscessi il mio torto e la vostra ragione. È stato provvidenziale che voi abbiate insistito nell'accusa a dispetto dell'evidenza; perchè, senza la vostra insistenza, senza la fiducia dalla quale vi vidi animato, io avrei probabilmente tralasciato quelle ulteriori ricerche che mi hanno condotto alla scoperta della verità. Ne avrete forse avuto notizia, a quest'ora; ma io voglio confermarvi che la vostra povera amica fu veramente assassinata. La Natzichev ha confessato il suo delitto; il principe, che aveva taciuto sperando di poterla salvare, ha confermato la confessione di lei.

Roberto Vérod restava muto e confuso.

—Siete ora contento?

Il giovane non rispose.

—Avete reso un servizio alla giustizia. Senza di voi l'assassinio sarebbe rimasto impunito, o peggio un innocente avrebbe pagato per il colpevole. C'era un colpevole, e l'istinto che ve ne avvertiva non v'ingannava; soltanto i vostri sospetti contro il principe si dimostrano ora infondati.

Il Ferpierre tacque ancora un poco per dar tempo al Vérod di dire qualcosa; poi, come questi taceva, riprese:

—Il principe non poteva volere la morte della contessa tornando ad amarla, d'un amore veemente e timido insieme, che spingeva questo ribelle implacato a desistere della propaganda rivoluzionaria, a rinnegare il suo passato, la sua fede, i suoi complici. E ciò perchè sapeva ora apprezzato e ottenuto da voi l'affetto della contessa, quell'affetto che prima egli aveva sdegnato. Il cuore umano ragiona così!… Allora la sua complice lo vide perduto non solamente per il partito ma anche per sè, perchè lo amava e si struggeva sapendolo d'un'altra, vedendosi presa a confidente di questo amore risorto. Andò così dalla rivale per imporle di lasciarlo; ebbe una spiegazione tempestosa che finì col delitto. Ha confessato ogni cosa.

Ad una nuova pausa il Vérod oppose ancora silenzio.

—Siete contento?—ripetè il giudice.

—Perchè me lo domandate?

E i due uomini si guardarono fiso.

—Dovreste essere contento, io penso, d'avere vendicato la morte della vostra amica, confuso la rea ed ottenuto il trionfo della verità e della giustizia.

Tacquero ancora entrambi.

—Non ne siete contento anche voi?…—disse finalmente il Vérod.

Egli aveva sentito nelle domande una specie d'incitamento, quasi una provocazione a dire tutto il suo secreto pensiero, come se il secreto pensiero suo fosse anche del giudice.

—Io non ho passioni da soddisfare,—rispose questi.—Un solo amore mi guida: l'amore della giustizia…

—Se la giustizia s'acqueta…

—Ne dubitate?

—Non tocca a me dubitarne…

—Volete dunque dire che dovrei dubitar io? E perchè?… Avete denunziato un crimine: il crimine è provato. Non avete saputo dire chi dei due possibili autori fosse realmente colpevole, giacchè entrambi erano capaci di delinquere: la colpevole s'accusa ella stessa!… Vorreste forse dirmi che la sola confessione non basta? Lo so anch'io! Ma quando non è comprovata. Un pazzo può dichiararsi autore d'un delitto, ma non sa poi darne ragione, non sa spiegarne le circostanze. Qui tutto non si spiega? Tutto non è confermato dal solo testimonio?… O negate fede a questa riprova?

—Sì,—proruppe il Vérod, la cui esitazione era venuta crescendo fino a manifestarsi con un atteggiamento che faceva più incalzanti le domande del giudice.—Sì, le nego fede, perchè anche voi glie la negate! Perchè questo testimonio non è disinteressato, ma vede anzi in giuoco la sua libertà! Perchè non solamente un pazzo può confessarsi autore d'un delitto che non ha commesso, ma anche chi vuole sacrificarsi…

—Voi dunque sostenete?…

—Io sostengo,—soggiunse il giovine rapidamente, quasi per non darsi tempo di pensare a ciò che diceva, quasi vincendo sè stesso:—io sostengo che questa donna si sacrifica per amore, per zelo settario; che l'assassino trae profitto dal sacrifizio per assicurarsi l'impunità. Io dico che l'assassino è lui, non può essere altri che lui…

Sì, egli doveva dire questa cosa. La voce del perdono taceva, la voce non aveva mai parlato. Egli aveva sognato, era stato zimbello di allucinazioni. La verità era un'altra: la creatura d'amore giaceva sotterra, le macchie del suo sangue non erano ancora scomparse; il sangue chiedeva vendetta; egli doveva ottenerla.

—Perchè non lo diceste prima? Perchè esitaste, in principio?

—Perchè non sapevo ancora, perchè non avevo ancora bene pensato. Perchè voi non credevate al delitto e tutti i miei sforzi erano diretti a negare il suicidio.

—Dunque quest'uomo non solamente avrebbe ucciso, ma spingerebbe l'infamia sino a lasciar condannare una innocente?

—Ve ne stupite? Non deve egli esserne giubilante?

—Ne avete un'idea orribile! Capisco che l'odio v'accechi, ma non sono già cieco io. Quest'uomo non è tanto perverso quanto voi credete. Nella sua vita vi sono atti di valore. Il suo contegno dinanzi al cadavere e nei primi giorni della prigionia non è stato di giubilo.

—Nei primi giorni. E negli altri?

A quella domanda il giudice pensò un poco prima di rispondere.

Era vero. Prestato fede sul momento alla confessione della nihilista, il dubbio aveva subito ricominciato ad occuparlo. Se colei si sacrificava? Che valore dare alla sua confessione e alla conferma del principe?… Egli aveva pertanto ricominciato a interrogarli, separatamente, insieme; ma entrambi erano rimasti fermi nelle loro dichiarazioni. Paragonandole, egli vi aveva scoperto qualche contraddizione; mentre la Natzichev asseriva che, nel punto culminante della sua spiegazione con la contessa, udendo la voce conturbata del principe chiamare, aveva lasciato andare il colpo per paura che se egli sopravveniva non avrebbe più ritrovato l'occasione di sbarazzarsi della rivale, il principe invece affermava d'essere accorso dopo udito il colpo da lontano. Posti nuovamente in confronto, la Natzichev si era corretta, dichiarando che aveva creduto di udire la voce, ma che forse per la concitazione si era ingannata. Altri piccoli particolari avevano affermato il giudice nel sospetto che, come nei precedenti interrogatorii, anche ora la giovane prendesse l'iniziativa di spiegare in un certo modo il dramma e incitasse il principe a secondarla; tuttavia egli era deciso di rimandarla dinanzi ai giudici perchè il pubblico dibattimento finisse di fare la luce su quel mistero. Prima però aveva voluto richiamare il Vérod per vedere se dubitava anch'egli, per discutere con lui i nuovi sospetti.

—Nei primi giorni egli era oppresso dal dolore,—gli rispose, dopo aver considerato ancora una volta tra sè queste cose;—più tardi parve insofferente della prigionia.

—Vedete?—esclamò il Vérod.—Se pure sul principio egli comprese l'orrore del suo misfatto, fu poi smanioso di liberarsi. Il mezzo è stato sin troppo buono!

Così aveva anche pensato il Ferpierre. Quell'uomo in cui diverse ed opposte impulsioni si succedevano repentinamente, che non era del tutto incapace del bene, ma che obbediva con maggior prontezza alle sollecitazioni del male, forse era stato sul punto di confessare: mutata a un tratto la disposizione del suo spirito, cupido di libertà, non aveva avuto scrupolo d'afferrarsi alla tavola della salvezza.

—Se egli è così infame, la Natzichev ha un cuore eroico?

—Che cosa vieta d'ammetterlo?

Il magistrato aveva anzi espressamente riconosciuto che per l'ardor della fede, per la tenacia dei sentimenti, la giovane era capace d'eroismo.

—Ma come confonderla? Ella spiega molto bene il suo delitto! Ne aveva due ragioni: l'amore e il fanatismo.

—Entrambe non le debbono consigliare di salvare l'uomo amato e il compagno di fede?

Anche ciò era vero. Se il principe aveva uccisa la contessa, tanto per amore all'uomo quanto per amore al partito, la giovane doveva tentare di salvarlo.

—Bene. Ma le prove?

—Ah, le prove bisogna ancora trovarle!

—E allora, aspettando, tanta ragione voi avete d'insistere nel vostro sospetto, quanta ne ho io di tornare alla mia prima opinione.

—Come mai?

—Ma sì! Io torno a credere che la contessa si è uccisa!

—Se già coloro ammettono il delitto?

—E come lo ammettono? Voi non sapete come, in quali circostanze la Natzichev si è dichiarata colpevole! Ha confessato quando io le ho detto che il principe aveva confessato egli stesso! Lo ha visto perduto ed ha voluto salvarlo!

—E ciò non vi dimostra luminosamente che egli, egli solo è l'assassino?

—Ma egli non ha confessato niente! Io stesso, come un ultimo disperato espediente, dissi questa cosa!

—E non vedete che diceste la verità?—incalzò il Vérod.—Se lo sapesse realmente innocente, quella donna avrebbe riso, udendovi! Non vi avrebbe creduto! Avrebbe scoperto il vostro artifizio! Potrebbe mai credere che egli abbia confessato una colpa non commessa? Se quella donna vi ha creduto, ciò significa che voi avete detto inconsapevolmente la verità. Ha voluto salvarlo perchè lo ha visto realmente perduto!

Il Ferpierre non rispose.

Egli era stupito di non avere ancora fatto, fra tante, quest'ovvia argomentazione. E dell'ovvia argomentazione sentiva tutto il peso, e sentiva ancora che, se essa rispondeva al vero, egli aveva battuto una strada falsa.

—Ipotesi e presunzioni, come tutte le altre!—esclamò ad un tratto, volendo negare per la confusione l'importanza che intimamente attribuiva alle parole del giovane.—Noi non facciamo altro che continuamente alternare le ipotesi. Se la contessa non si è uccisa è stata assassinata; se non è stata assassinata si è uccisa! Il delitto è opera della nihilista, se non l'ha commesso Zakunine; se la nihilista è innocente, il reo è Zakunine! La vostra passione non è una prova! Finchè non mi verrete a portare una prova più valida delle vostre appassionate affermazioni, se pur vorremo essere molto severi con gli accusati non potremo far altro che proscioglierli entrambi per insufficienza di indizii!

E, quasi bruscamente, lo congedò.

Rimasto solo, diede ordine che non fosse introdotto più nessuno. La gravità dei nuovi pensieri e l'irritazione che lo animava contro sè stesso non gli consentivano d'occuparsi più d'altro.

Il ragionamento suggeritogli dal Vérod era naturalissimo: come negarne il valore? Se egli aveva ammesso tante cose per dubitare della confessione della Natzichev, come non ammettere questa? Era la più considerevole. La passione del giovane serviva dunque a qualche cosa e la freddezza sua propria non serviva a nulla, se il giovane vedeva più chiaramente di lui?

Certo, senza l'artifizio adoperato con la nihilista, tanto il principe quanto ella stessa avrebbero continuato a negare, a giovarsi della verisimiglianza del suicidio. Era anche evidente che, dei due, nei primi giorni, la più zelante della comune salvezza era stata la Natzichev. In tutti gl'interrogatorii erasi visibilmente sforzata d'avviare il principe alla difesa. Aveva riconosciuto d'esserne l'amante e lo aveva sollecitato a confermare questa dichiarazione volendo impedire che si scoprisse la resurrezione dell'amore di lui per la contessa; resurrezione che poteva far sospettare un delitto di gelosia. Credendo che egli si fosse poi confessato geloso e reo, aveva inventato il proprio intervento fra i due attori del dramma! Il silenzio e la tristezza del principe non potevano essere, non erano il rimorso del colpevole? A ogni modo, costui era parso sulle prime indifferente, dal tanto dolore, alla propria sorte. Il Ferpierre pensava pertanto d'avere sbagliato adoperando l'artifizio contro la giovane: egli avrebbe dovuto dire invece al principe che la Natzichev s'accusava. Doveva dirlo quando Zakunine era ancora sotto il peso del dolore; allora, probabilmente, non tollerando che un'altra pagasse per lui, avrebbe confessato la verità.


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