LE TERME DI CARACALLA.

—Andiamo alle terme di Caracalla.

—Andiamo; si può passare vicino al Circo Massimo.

—E attraversare il Campo Scellerato.

—E veder l'arco di Giano.

—E la Cloaca Massima.

Niente di meno! Ponete d'essere due amici a far questo dialogo, e ditemi se non c'è da sentirsi gonfiare, e mettersi a parlar latino, anche a rischio di far fremere di sdegno grammaticale il sacro suolo e le venerande rovine.

Per andare alle terme di Caracalla si passò accanto a tutti quei monumenti; ma in fretta, e senza molto badarvi, che tanto c'era stato detto e ridetto delle terme, da toglierci pel momento ogni altra curiosità e ogni altro pensiero.

—Vi faranno più impressione del Colosseo,—ci avevano detto molti; ma noi non lo credevamo possibile, e perchè il Colosseo ce n'aveva fatto una grande, e perchè l'idea, prosaica che in fin dei conti le terme erano uno «stabilimento di bagni», come si diceva scherzando, ci teneva in freno l'immaginazione.

Per istrada, si celiava confrontando la prima austerità dei costumi romani, quand'era proibito al genero di fare il bagno in presenza del suocero, con la licenza degli ultimi tempi, allorchè si vedevano sorgere dall'acqua alla rinfusa teste di patrizi e di matrone, e i consoli spruzzare i senatori, e l'imperatore tuffarsi nella «natatoria» in mezzo ai popolani, e le schiave aspettar le padrone nelle celle per ricomporre sui capi stillanti i «crines suppositi», e ungere le membra d'unguento.

—Le terme, signori,—dice a un tratto il cocchiere.

Una gran muraglia nera e una gran porta son tutto quello che mi ricordo della parte esterna. Il primo momento in cui ci si trova davanti a qualche cosa, di straordinario e di grande non resta mai distinto nella memoria. La porta s'apre, entriamo in una specie di vestibolo, e udiamo una voce che dice:—Qui v'erano le celle pei signori romani che non volevano bagnarsi in pubblico.—Non si guarda, si va innanzi altri pochi passi: ci siamo.

Guardiamo un pezzo in silenzio.

Siamo in mezzo a un campo cinto da quattro muri altissimi. Nel muro dirimpetto a noi v'è una gran porta per cui si vede un altro campo. In fondo a questo una seconda porta, in dirittura della prima, per cui si vede un altro campo ancora, e via via, fino a un muro lontanissimo che sembra chiudere l'edifizio. Alla nostra sinistra una porta come le prime, e altri campi, e altri muri, e altre porte; e tutto deserto e silenzioso come una città abbandonata.. Guardiamo in terra: v'è ancora in un angolo un pezzo di pavimento di mosaico uguale e intatto come fatto ieri. In alcuni punti il terreno s'alza, in altri s'abbassa. Vicino al muro v'è un tronco di statua; accanto alla porta alcune nicchie vuote.

—Qui c'era un grandioso porticato,—dice uno. Non ve n'è più traccia, andiamo innanzi. È una solitudine che fa quasi paura. Eccoci nel secondo recinto. Muri, porte e mucchi di terra come nel primo, e deserto, e silenzio. Oh! eccoci nel centro dell'edifizio. Di qui si capisce qualcosa. Vediamo.

Guardo intorno: che triste e grande spettacolo! Mura altissime, nere, scalcinate, che serpeggiano dalla sommità al suolo, lasciando in qualche punto veder la campagna. Vôlte alte e leggiere, somiglianti a cupole di chiese, rotte a mezzo della loro grande curva, e terminanti in punte, in lingue, in tronchi d'arco prolungati e sottili, che minacciano rovina. Qua e là enormi pilastri monchi, spezzati a mezzo come da un urto violento, o man mano digradanti in grossezza dal basso all'alto, fino a disegnarsi nel cielo smilzi e snelli come obelischi; porte e finestre sformate, squarciate agli spigoli come dall'uscita forzata di un corpo più grande e dentellate in giro, e dentro buie come bocche di mostri; scale coi gradini divelti, spaccati, corrosi, in mille modi scemati e guasti, come dall'opera di mille mani rabbiose. E via pei muri fori d'ogni forma, e incavature larghe e cupe, di cui non si scerne il fondo, e vestigia interrotte della commessura dei piani, e tracce di porte, di nicchie, di pareti, di canali, di vasche. E in terra, in mezzo a queste rovine gigantesche, larghi pezzi di pavimento, simili a macigni franati, sostenuti da pali, coperti ancora dall'antico mosaico; massi di marmo bianco, rottami di colonne di porfido, pietre di sedili, frammenti di statue, ornati di capitelli, lastre e sassi; ogni cosa alla rinfusa, sossopra, come crollato pur ora. E fra masso e masso, fra rudero e rudero, le erbe e i fiori silvestri, con cui la terra, ultima trionfatrice, apertosi il varco a traverso i pavimenti marmorei, risaluta, dopo un giro di secoli, il sole.

Si guarda e si pensa. È triste, è penoso lo sforzo che si fa per ricostrurre nella mente nostra l'intero edifizio. Quegli avanzi non bastano: sono troppo rotti e sformati. Si segue coll'occhio la curva d'un arco, e si dimentica il contorno della colonna; si va oltre nella direzione d'un andito, e il profilo d'un pilastro ci sfugge; ci sfuggono, via via che si disegnano, le linee, e con le linee le proporzioni, e con le proporzioni l'effetto, che sarebbe immenso, del tutto. Quegli avanzi son come le note interrotte d'una musica lontana, di cui s'indovina, più che non si sente, la melodia.—Se ci fosse qualcosa di più,—si pensa;—se per esempio quella parete fosse finita, se qui non ci fosse questo vuoto, se là rimanesse ancora quell'atrio, quante cose se ne potrebbe argomentare e capire! Che peccato!—E più e più volte si ricomincia, con mesto desiderio, questa ricostruzione mentale. Si vedono di sbieco, per una porta, i primi gradini di una scala; chi sa dove mena? Si corre con grande curiosità, si guarda: che stizza! La scala è troncata a metà. Si vede l'imboccatura d'un andito: o dove riesce? Si corre a vedere: oh delusione! riesce nei campi. Si stanca l'occhio sulle vôlte e sulle pareti che dovevano essere dipinte, caso mai ci restasse un po' di colore, qualche linea, una traccia qualsiasi: nulla. Nulla delle vaste gallerie dove si facevano i giuochi, nulla dei portici stupendi che cingevano l'edifizio centrale, nulla delle enormi colonne che sostenevano il piano di mezzo. Ebbene, ci si attacca a quel poco che resta, si combina, si congettura, si fantastica. Le sale del centro si può supporre che cosa fossero. Qui si capisce che si nuotava, là si dovevano vestire, sopra ci dovevano essere le biblioteche, di qui doveva scendere l'acqua. Si seguono attentamente le ondulazioni del terreno, si tien l'occhio fisso nelle nicchie vuote, come se ci fossero ancora le statue, si entra nelle celle dove l'immaginazione è più raccolta, e si guarda a lungo in terra e sulle pareti, che cosa? Nulla; ma si guarda, nè ci si può allontanare prima d'aver molto guardato.

E il pensiero s'immerge nel passato.

Animo, rifacciamo queste mura e su di esse i grandi dipinti fantastici, e lungo le pareti i duemila sedili marmorei, e nelle nicchie i capolavori dello scalpello antico, l'Ercole, la Flora colossale, la Venere Callipigia; e lungo i portici e in giro per le sale le colonne di porfido; e lassù, in alto, le celle dorate e inghirlandate; e laggiù, in fondo, i giardini ombrosi e le fontane dai cento zampilli. E duemila Romani in preda all'ebbrezza dei piaceri. L'aria è profumata. Cadono nelle celle le bianche stole delle matrone, e le schiave affannate sciolgono i calzari purpurei e le treccie brillanti di perle. Dall'acque, infuse di balsami, emergono i volti accesi di voluttà. Sull'orlo delle vasche si affollano i servi colle striglie argentee e i vasi degli unguenti. Al rumore delle acque cascanti si mescono le musiche e i canti dei cenacoli, le grida del popolo plaudente ai giuocatori risonano dalle gallerie, e s'odon le voci dei poeti che declaman i versi, e via per gli anditi e per le scale e pei recessi dell'edifizio enorme echeggiano accenti allegri, e trasvolano veli candidi, e passano, salgono, scendono, s'incontrano senatori canuti e dame chiomate, e giovinetti, e ancelle, e schiavi; e si confondono in un vocìo continuo tutte le lingue ed in uno splender diffuso tutte le ricchezze del mondo.

Ed ora muri diroccati, mucchi di sassi, un po' d'erba selvatica, e silenzio.

Oh! poter rivivere un minuto quella vita, o vederla vivere un istante, con uno sguardo solo, come si vede una cosa fuggente!

Ora tutto è mutato. Invece delle vaste sale cinte di colonne, quei gabbiotti soffocanti degli stabilimenti di bagni, coll'avviso:—È proibito di fumare.—In luogo delle grandi piscine, la tinozza dove si sta rattrappiti e immobili, come i feti nei vasi; e in cambio delle musiche dei cenacoli, il campanello per la biancheria!

Eravamo nell'ultima sala, o campo (chè non v'è più tetto), quando il silenzio profondo che regnava intorno fu rotto improvvisamente da una voce:—«Veni cà».

Guardammo in su: era un soldato di fanteria che dal sommo d'un muro altissimo chiamava i suoi compagni rimasti giù, e accennava alla bella veduta che gli si offriva dintorno.

Alcuni soldati vicino a noi raccoglievano le pietruzze dei mosaici. Altri esperimentavano l'eco gridando dei comandi militari. Più in là v'era una signora con un ufficiale.

Salimmo anche noi dov'era il soldato. La scala è aperta, se ben mi ricordo, in un pilastro. È una scala larga e comoda; ma interminabile. Giungemmo senza fiato sur un piano, credendo che fosse l'ultimo; ma guardando intorno, ci accorgemmo che non eravamo nemmeno a mezz'altezza. Da ogni parte ci sovrastavano archi e mura, che pareva s'inalzassero man mano che salivamo. Guardammo giù, e ci meravigliammo d'esser tanto saliti. Da quel punto, abbracciando con lo sguardo una gran parte dell'edifizio, potevamo formarci un concetto più adeguato della sua grandezza. Ci trovavamo sopra una lingua di vôlta sottilissima, che pareva stare in aria per miracolo. A guardar giù per le fessure girava la testa. Da un lato si vedeva una lunga fila di porte. Ci avanzammo; ma fatti pochi passi, ed accortici che la vôlta mancava, si dovette tornare addietro. Si vedeva di là il monte Testaccio, i deserti «prati del popolo romano», la basilica di San Giovanni Lateranense, e la fuga sterminata degli archi d'un acquedotto a traverso la campagna romana, nuda, triste, infinita come un oceano immobile e morto….

Si scende, si torna verso l'uscita, di sala in sala, di rovina in rovina, sempre fra mura gigantesche e grandi porte, per cui si vedono altre mura e altre porte lontane. A un tratto, voltandoci a sinistra, vediamo un grande portico oscuro, e uno spazio di terreno senz'erba, sparso di marmi. Ci avviciniamo: son pezzi di statue. Ci son teste enormi con la fronte e con gli occhi levati in alto, che dovevano sorreggere degli architravi; torsi di guerrieri atletici senza capo; in un canto un mucchio di teste di dèi, di soldati, d'imperatori, di vergini, tutte mutilate, e col viso rivolto verso chi guarda; rottami di colonne che tre uomini non possono abbracciare, e mucchi di figurine e di pezzi d'ornato staccati dai capitelli, e pietre di mosaico sparse. Tutti questi marmi lasciati così in terra, e disposti in un cert'ordine, dànno a quel luogo qualcosa dello aspetto d'un camposanto; quelle teste paiono crani; al primo vederle si dà un tremito, come se guardassero. V'è, fra le altre cose, una manina di donna colle dita tronche e un po' di braccio piccino e gentile, abbandonata in terra, mezzo nascosta e lontana da tutti gli altri rottami, che desta un senso di pietà, come se fosse di carne….

Uscimmo senza parlare. Tale è l'effetto che fanno le terme: la gente entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si badano: tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi. Ritornando in città ci parve d'entrare in un mondo nuovo. Pensavo alla strana impressione che m'aveva fatto fra quelle mura il suono di certe parole piemontesi e come a Giacomo Leopardi sull'«ermo colle» sovveniva a me pure

l'eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei…;

la quale un giorno sarebbe parsa ad altri altrettanto remota quanto pareva a me quella dello splendore delle Terme.

Ahimè! Che poca cosa ci paiono anche i nostri trionfi e le nostre gioie nazionali davanti a questi cimiteri di secoli!

Erano le tre dopo mezzogiorno. Il popolo romano si recava al Campidoglio per eleggere la Giunta provvisoria. Tutte le strade che conducono al Campo Vaccino erano percorse da folti drappelli di cittadini con bande musicali e bandiere. Arrivati al Campo, i drappelli si confusero in tre o quattro lunghissime colonne, e mossero insieme verso il Colosseo. Andavano a otto a otto, a dieci a dieci, allineati e stretti come soldati, levando tratto tratto altissime grida e lunghi applausi.

Le gallerie del Colosseo erano già affollate. Centinaia di fazzoletti e di bandiere sventolavano fra gli archi altissimi, e dentro suonava un gridìo continuo e diffuso come il muggito del mare in tempesta. Si vedeva una colonna dopo l'altra versarsi nel vasto recinto, e rimpicciolire subitamente come se ne sparisse per incanto una gran parte. Turbe di popolo, che tenevan tutta la strada, si vedevano ristringersi e quasi perdersi, come piccoli drappelli, in un cantuccio dell'arena. Continuamente affluiva popolo, e la folla dentro non pareva crescere. Una parte della prima galleria era piena zeppa di gente; ma così lontana, benchè solo, a mezz'altezza del muro, da non riconoscerne i visi a occhio nudo. Dalla galleria in giù, su tutti i gradini, su tutti i macigni, su tutti i rialti del terreno v'era popolo: donne, bambini, signori, poveri, tutti vestiti a festa, con nastri tricolori e coccarde. Da una parte dell'arena s'alzava un palco, e sul palco un pulpito; intorno molte grandi bandiere tenute in pugno da cittadini. Sul cielo del pulpito un gruppo di pompieri. Intorno al palco, sul tetto dei tabernacoli e sui macigni della gradinata, una fitta di gente che presentava allo sguardo una vasta e continua distesa di visi e di «sì» attaccati ai cappelli. Davanti al pulpito il grosso della folla. Da ogni parte braccia alzate di gente che si accennavano gli uni agli altri il cerchio maestoso dell'anfiteatro; sulle più alte punte dei muri gente e bandiere. Le bande suonavano, le grida andavano al cielo, un sereno purissimo e una splendida luce di sole faceano la festa più bella e più solenne.

Ecco Mattia Montecchi.

Un fragoroso applauso prorompe dalla folla e un lungo e altissimo evviva.

Il vecchio patriotta romano, accompagnato dagli amici, avvolto e nascosto quasi dalle bandiere, sale sul pulpito a capo scoperto, e preso appena fiato comincia con voce commossa:

—Popolo romano, rivendicato alla libertà e restituito per sempre alla comune patria….

S'interrompe un istante, e poi con irresistibile slancio.

—….Io ti saluto!

L'ultima sua parola muore in un singhiozzo; egli si copre gli occhi col fazzoletto e ricade sulla seggiola.

La folla manda un grido d'entusiasmo, tendendo le braccia e agitando le bandiere.

—Silenzio! Silenzio!

Il Montecchi ricomincia a parlare, a voce bassa, interrompendosi tratto tratto. La folla, ondeggiando e rimescolandosi, si stringe intorno al pulpito. Le parole dell'oratore non giungono fino a me. Mi faccio innanzi per intendere qualcosa.

—….Il potere temporale del Papa,—egli esclama,—è caduto!

Un tuono d'applausi.

—È caduto nella polvere!—grida una voce tra la folla, e un braccio convulso si solleva, e si agita, al disopra delle teste.

—È caduto per sempre!—ripete il Montecchi.

—Nella polvere!—ripete con accento imperioso la voce di prima.

—Silenzio! Silenzio!

—La caduta del potere temporale dei papi,—prosegue il Montecchi,—è uno dei più grandi fatti registrati dalla storia!

Un giovane accanto a me alza una mano e grida con tutta la forza dei suoi polmoni:—Dalla storia della civiltà!

Il Montecchi si volta e guarda come per chiedere che cosa fu detto, e soggiunge:—Uno dei più grandi fatti registrati dalla storia.

—Della civiltà!—ripete il giovane.

—Della civiltà,—aggiunge il Montecchi in atto di condiscendenza.—Ora tocca a noi di mostrarci degni della nostra fortuna. Roma non può restare, nemmeno per pochi giorni, senza governo….

—Viva l'Italia!

—….I nostri nemici potrebbero trarne argomento a dire che il popolo romano non è ancora maturo alla libertà….

—Viva la libertà! Abbasso i nemici di Roma! Viva Vittorio Emanuele inCampidoglio!

—Viva! Ma prego…. lasciatemi continuare.

—Viva Montecchi!

—Vi ringrazio…. fate un po' di silenzio…. Bisognava eleggere una Giunta…. Noi avremmo voluto che il popolo facesse l'elezione in modo regolare, per mezzo delle schede, coi voti…. Ma non c'era più tempo…. Abbiamo dunque pensato di rivolgerci direttamente al popolo romano….

—Bravo! Viva!

—….Al popolo romano, e di facilitargli l'opera preparando un elenco di cittadini appartenenti a tutte le classi della società e a tutti i partiti politici….

—Benissimo!—Viva Montecchi!—Viva Roma!—Viva….

—Un momento…. Ora, vedete anche voi che sarebbe impossibile aprire una discussione sopra ciascuno dei nomi, che sono quarantaquattro, Bisognerà dunque ristringersi ad approvare o disapprovare l'elenco nel suo complesso. Ci sarà qualche nome che ad alcuni non piacerà; ma capirete che non è possibile fare un elenco di quaranta persone che riescano a tutti ugualmente accette. Ad ogni modo qualche nome si potrà cambiare. Terminata la lettura, io darò la parola a uno di voi, il quale esponga il suo parere, e dica le ragioni che può aver da dire, in generale, contro le proposte della Commissione che raccolse i nomi. Dopo che quest'uno avrà parlato, state bene attenti….

—Viva Vittorio Emanue….—grida all'improvviso una voce acuta.

—Silenzio! Smetti! Non è il momento!—si mormora da ogni parte.

—Guardalo lì quello che non vuole che si dica Viva il Re!—grida l'interruttore importuno ad uno dei suoi censori.

—Ma chi ti dice ch'io non voglio che si grida viva il Re? Dico che non è il momento.

—Già, non è il momento adesso che ci ha liberati!

—Ma senti che bestia!

—Ma guarda….

—Silenzio,—grida il Montecchi;—accordatemi ancora qualche minuto di attenzione. Sentite. Dopo che uno di voi avrà parlato, io metterò a' voti l'elenco, nella sua totalità, s'intende; e allora, ricordatevene bene, chi intenderà di approvarlo leverà in alto il cappello….

Tre o quattrocento persone si scoprono il capo.

—No! non ancora!—grida il Montecchi;—ve lo leverete poi; come volete approvare l'elenco se non v'ho ancora letto i nomi?

Risa generali; caldi diverbi fra coloro che si tolsero il cappello e coloro che risero; bisbiglio prolungato.

Il Montecchi:—Vi prego…. un po' di silenzio…. pochi momenti ancora…. Chi intenderà di approvare l'elenco alzerà il cappello, chi non vorrà approvarlo terrà il cappello in capo. Se ci sarà qualche nome da cambiare, quello di voi che verrà qui a parlare lo dirà, e i nomi saranno cambiati. Ma mi raccomando; lasciate leggere tutti i nomi di seguito senza interrompere. Parlerete dopo. Vedete, è l'unica maniera di far presto e bene. Se, per leggieri dissensi su questo o su quel nome, dovessimo restare un altro giorno ancora senza governo, forniremmo pretesto ai nostri nemici di calunniare il popolo di Roma.

Vivi applausi.—Viva la Giunta! Viva Montecchi! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!

—Viva!… Ora vi prego per l'ultima volta…. un po' di silenzio.

Uno di quei che sono intorno al pulpito alza tanto la bandiera che quasi la dà negli occhi al Montecchi.

—Tien giù quella bandiera!—gli grida il vicino.

—Ma è la bandiera nazionale, sai!—risponde l'altro sdegnato.

—Vedo; ma perchè è la bandiera nazionale devi cavar gli occhi alla gente?

—Guarda il prete!

—A me prete?

—Silenzio,—si grida all'intorno.

—Leggerò i nomi,—ripiglia il Montecchi;—state attenti; ma ve ne riprego, non m'interrompete, se no si va troppo per le lunghe; abbiate un po' di pazienza….

—Legga! Legga pure!

Si fa in tutta la folla un silenzio profondo.

Il Montecchi legge:—Tale dei tali.

Passa senza contrasto; un momentaneo bisbiglio e silenzio.

—Tale dei tali.

Vivi applausi; il popolo è ben disposto, l'affare va bene.

—Tale dei tali.

Uno scoppio d'urli e di fischi, un agitar di mani, un pestar di piedi, un rimescolamento, un fracasso d'inferno si leva e si prolunga per cinque minuti da ogni parte dell'affollato uditorio. Il Montecchi incrocia le braccia sul petto e sta aspettando in atto rassegnato e dimesso che la tempesta si queti.

Finalmente alza una mano.

—Silenzio! Silenzio!—si grida dalla folla.

—Signori!…—comincia il Montecchi con un filo di voce;—vi prego; le cose sono andate così bene finora, continuiamo come abbiamo cominciato, non discutiamo i nomi, non perdiamo tempo, parlerà uno per tutti, tutti insieme non si conclude nulla, lasciatemi leggere tutto l'elenco, abbiate un po' di pazienza ancora….

—Bravo! Bene! Legga! Legga! Non si discute! Silenzio! Legga!Lasciatelo leggere!

Il Montecchi legge:—Tale dei tali.

Un altro e più violento scoppio di grida e fischi e pestar di piedi e agitare di mani. E di nuovo il Montecchi incrocia le braccia in atto di rassegnazione.

—Abbasso! Abbasso!—grida la folla.

—No, viva! viva!—alcuni rispondono.

—Chi viva? Abbasso! Chi sono quei paolotti laggiù? Fuori! È passato il tempo! Abbasso! Abbasso!

Il Montecchi:—Prego….

—Abbasso i mercanti di campagna!

Il Montecchi, con voce semispenta:

—Prego, non discutano i nomi….

—Non si discute! Non si discute! «Se dice per di' che so' mercanti de campagna!»

Scoppio d'applausi.

—Non discutano, prego….

—«Hanno fatto massacrare il popolo romano!»

Applausi fragorosi.

—….Ma prego….

—«Nun li volemo!»

—….Un po' di silenzio….

—«Nun li volemo!»

Cento voci assieme:—Parliamo uno alla volta, perdio!

Il fracasso è assordante, la folla agitatissiina; alcuni apostrofano con calde parole il Montecchi, altri apostrofano la folla dalle gallerie, si sventolano le bandiere, si formano dei capannelli, si batton le mani, si strepita, è un casa del diavolo infinito.

A poco a poco ritorna la quiete. Il Montecchi continua a leggere. Il primo nome passa. Il terzo è accolto da lunghi applausi. Otto o dieci altri non incontrano opposizione. Qualcheduno solleva un po' di mormorio…. Sia lodato il cielo, l'elenco è finito!

Si applaude.

Il Montecchi ricade sulla sua seggiola e si asciuga la fronte.

Allo strepito succede nella folla un vivissimo bisbiglio.

—Ora chi parla?—Chi vuol parlare?—Parla tu.—Il tale ha detto che parlerà.—No, parla quell'altro.—Parliamo noi.—Parlino loro.—Zitti! Parlano.

A piedi del pulpito, poco al disopra della folla, si alza una testa e si stende una mano.

—Silenzio! Silenzio!

Si fa un grande silenzio e si ode una voce incerta e sottile:

—Io piglio la parola in un momento solenne….

Un rumore improvviso da una parte dell'anfiteatro copre la voce dell'oratore.

—….Io piglio la parola in un momento solenne….

Un tale accanto al pulpito lo interrompe; l'oratore si volta bruscamente:—In nome di chi parla lei? In nome del deputato Checchetelli?

Segue un diverbio, il Montecchi si intromette, l'oratore ricomincia a parlare.

—Forte! Forte!—grida la folla.

—Salga su!—gridano i membri della Commissione.—Venga qui sul pulpito! Si farà sentir meglio!

E tutti insieme pigliano l'oratore per le braccia e lo tirano su. Tutta la persona di lui sovrasta alla folla. È un giovane sui venticinque anni, alto, pallido. Ha il capo fasciato. È stato ferito dagli zuavi salendo in Campidoglio. La folla prorompe in applausi.

—Silenzio!

Egli parla.

Sulle prime non si sente; ma la sua voce man mano si innalza e si rafforza, e la parola esce vibrata e distinta.

—….Ben fecero gli egregi uomini della Commissione a radunarsi in questo antico ed angusto recinto. Essi dimostrarono con ciò che d'ora innanzi gl'interessi del popolo non saranno più abbandonati agl'intrighi delle consorterie, ma discussi e propugnati alla luce del sole, in mezzo al popolo e col popolo!

Scoppio di battimani.

—Non si scherza,—bisbiglia il popolo.—Le canta chiare.—Non ha paura di nessuno.

L'oratore prosegue:—….In questo recinto che il tempo corrose, ma non distrusse; fra queste mura annerite dai secoli….

Violente interruzioni:—Alla questione!

L'oratore, levando al cielo lo sguardo e la mano:—Io veggo gli archi del Colosseo popolarsi di arcani fantasmi….

Nuovo e più violento scoppio di disapprovazione e di protesta:—Alla questione!—«Non volemo» prediche!—Le prediche «so'» finite!—Non abbiamo bisogno di lezione!

L'oratore continua a parlare; ma la sua voce è soffocata dallo strepito della moltitudine.

Una voce stentorea si alza al disopra di tutte le voci e fa voltare tutte le facce:

—La cosa è chiara! L'elenco «nun ce» piace! «Nun volemo» liberali del momento, «nun volemo» liberali d'occasione….

Applausi tonanti.

—«Volemo» gente provata, patriotti schietti, che «ce se veda chiaro» nella vita loro!

Un'esplosione d'applausi.

E la voce di prima, con nuovo e formidabile sforzo:—«Nun volemo mercanti de campagna!»

Terza salva d'applausi.

—Va' a parlar tu!—Va' sul pulpito!—Fa' valere le nostre ragioni!Va'!—Presto!—Su!

Il fortunato interruttore, sollecitato e spinto da tutte le parti, chiamato dal Montecchi, eccitato dalle grida della gente lontana, si apre un varco tra la folla e si slancia verso la tribuna. Sbalzato da un suo spintone cinque o sei passi indietro, mi trovo in una corrente che move verso l'uscita, mi ci abbandono, e in pochi minuti, pesto, sudante e spossato, mi trovo fuori del Colosseo.

Ecco tutto quello ch'io vidi.

Stetti un momento là incerto tra il tornar dentro e l'andarmene, e poi presi un partito fra i due: salii sur un rialto del terreno accanto all'arco di Costantino, e come soleva dirmi il mio amico Arbib, «mi misi a fare della poesia inutile», guardando il Colosseo.—Le solite grida,—pensavo,—la solita confusione, la commedia solita delle radunanze popolari; ma che importa quello che vi si faccia e quello che vi si concluda? Sono grida di libertà, e basta perchè, a sentirle di qui e a sentirle uscire dal Colosseo, mi destino nell'anima una gioia nuova, ineffabile, superiore a tutte le gioie che mi sian mai venute finora dall'amor di patria.—Viva l'Italia—viva la libertà—viva Roma redenta—….nel Colosseo! In questo campo! In mezzo a questi archi!

E giravo l'occhio intorno come per assicurarmi del luogo dov'ero.

—….Il Bonghi dice che qui ci sentiremo piccoli. Perchè? Piccolo si sentirà chi si vorrà misurare con chi fu grande. Noi qui non veniamo a misurarci; ma ad ispirarci, ad attingere forza e coraggio, a meditare e ad ammirare. Il Colosseo!—ho inteso dire;—che vi potrà dire il Colosseo? Vi narrerà le glorie dei gladiatori e i supplizi dei cristiani? Ed io vi rispondo:—Sì….

In quel punto uscì dall'anfiteatro un altissimo evviva e un allegro suono di banda.

—Sì…. ecco che cosa mi dice il Colosseo. Mi dice che dove gli uomini schiavi si sgozzavano per ricreare un tiranno, ora convengono i cittadini a salutare l'aurora d'una vita nuova; mi dice che dove perirono sotto le scuri o in mezzo alle fiamme gli apostoli della libertà e dell'uguaglianza, ora convengono cittadini liberi ed eguali a esercitare i loro diritti e a compiere i loro doveri, coll'anima lieta e serena; e questo vi par poco? E vi par che si possa dire che il Colosseo è muto?

Un altro scoppio di grida misto a suono di trombe mi giunse all'orecchio.

E poi una voce distinta:—Viva la libertà!

—Ah!—esclamai, rivolto al Colosseo, come se mi potesse intendere;—consolati, vecchio gigante; così monco e sfracellato come ti trovi, tu non fosti mai tanto bello nè tanto grande ai tempi degl'Imperatori!

Non so se sia stato più vivo il piacere che provai entrando in Roma il 20 settembre, o quello che ebbi la mattina dopo, svegliandomi nella cameretta dell'albergo, appena rinvenni dall'illusione solita di credermi ancora dove avevo dormito la notte prima. Appena aperti gli occhi, il mio primo pensiero fu quello che m'era venuto a Monterotondo la mattina del 20:—Dunque quest'oggi «s'attacca!»—E stetti un momento perplesso. A un tratto mi parve di sentirmi nell'orecchio una potentissima voce:—Roma!—e mi scossi da capo a piedi, e balzai d'un salto alla finestra. Apersi le imposte, e visto appena le bandiere e udito le grida del popolo, m'entrò nel cuore tanta gioia che mi diedi a ridere come un pazzo. Poi chiamai il cameriere, senza sapere perchè. Venne subito, allegro anche lui ch'era un piacere.

—Che mi comanda?

—È un romano,—dissi tra me, guardandolo;—un romano cameriere! Mi fa pena; avrà forse un lontanissimo antenato console, senatore, pontefice massimo….

—Come vi chiamate di nome di battesimo?

—Caio.

—….Caio Flaminio,—pensai,—Caio Gracco, Caio Sicinio, CaioCurzio….

—Qual'è il vostro cognome?

—Tittoni

—Caio Tittonio, andatemi a chiamare un barbiere.

—Vado subito.

—Un barbiere romano.

—Guardi che caso! Il barbiere dell'albergo è lombardo.—Non lo voglio; andate a cercarmi un barbiere «romano de Roma»; fate anche mezzo miglio, se occorre, vi ricompenserò della corsa; ma portatemi un barbiere romano.

—Sarà servito.

E se n'andò ridendo.

Non era senza perchè la mia pretensione: volevo scrutare lo spirito politico delle classi inferiori, e tutti sanno che quando s'è parlato con un barbiere si può contare d'aver parlato con mezzo mondo.

Il barbiere venne. Era un barbiere dello stampo dei nostri: un vecchietto azzimato, pulito, gaio, con le mani fredde e i rasoi cattivi.

Mentre cominciava l'operazione, io studiavo la maniera d'entrare in discorso.

Egli mi prevenne domandandomi con molta gentilezza:

—Il signore è emigrato?

—No.

—Italiano?

—Sì.

—Giornalista?

Diedi un balzo sulla seggiola e mi voltai a guardarlo negli occhi. Come mai poteva già sapere che insieme con l'esercito s'erano rovesciate su Roma le cavallette della stampa?

—Non sono giornalista.

—Dicevo, sa…. perchè ho visto il tavolino coperto di giornali e di carte…. Che gliene pare di Roma?

—È superba.

Fece un risolino modesto.

—….Noia, c'è male…. E poi, ora, è tutt'altra vita che «ce se vive»!

—Siete contento del cambiamento?

—Se sono contento? «Me pare da diventà matto, me pare». L'Italia una, per Dio…. Ora speriamo che «ce» sarà fatta giustìzia.

—Di che?

—Eh signore, «ce so» molte cose da mettere a posto a Roma.

—Me lo immagino….

—….Prima di tutto, sa che cosa dovrebbe fare Sua Maestà il reVittorio Emanuele Secondo, appena entrato in Roma?

—Desidero di saperlo.

—Dovrebbe….—e qui stese un braccio e alzò la voce,—dovrebbe mettere a posto «li macellari», dovrebbe; che «so na razza de cani», glielo dico io, e fanno pagare tutto il doppio, e «so» screanzati che «nemmanco se ponno guardare in der grugnaccio, se ponno», capisce?

—Oh cospetto! È proprio questa la prima cosa che deve fare il re?

—Questa…. e un'altra. Fare una legge con la quale dica che d'ora in avanti è fatta facoltà «a li barbieri de» metter la bottega dove «je» pare, senza quella «prepotenza» che c'è adesso che le botteghe debbono essere a quella data distanza l'una dall'altra. Per cagion di questo, vede, a me m'è toccato di fare «er giovanaccio de bottega» cinqu'anni di più, chè il locale vicino ce l'avevo, e li baiocchi pure, ma la bottega non la potevo mettere per via di quella legge «'nfame». Accidenti ai governi dispotici e viva Vittorio Emanuele! Quant'ho benedetto sto giorno io!… E poi un'altra cosa.

—Dite.

Qui abbassò la voce e mi disse nell'orecchio:

—Dei barbieri che tengono dal Papa, qui, in Roma, ce n'è la su' parte, glielo assicuro io.

—Ebbene?

—Accopparli.

—Siete severo.

—Sì, accopparli, senza misericordia «co' sta razza de cani»; se no «er» governo italiano se ne accorgerà, stia pur sicuro.

—Speriamo che faranno la barba con la dovuta prudenza.

—Non ci speri; bisogna far man bassa.

—E altro?

—Altro…. ci son tante cose; ma dica un po', «ce» porteranno delle buone leggi, «se» spera?

—Meglio di quelle che avevate, lo crederei.

—Bene; e dica…. Sento che «ci» hanno una grande severità pei ladri, è vero?

Accennai di sì, voltandomi a guardarlo.

—È giusto…. Poi c'è la leva militare…. Eh già…. quella alle donne «sarà un po' difficile de fajela entra'».

—Lo penso anch'io.

—«Gran disciplina co' sti soldati eh»?

—Quanta n'occorre, certamente. Avrete però osservato che gli ufficiali hanno buone maniere e che i soldati son buoni ragazzi.

—Già…. e scusi, sa, se son curioso…. si parlava giusto ieri sera…. che cos'è la «ricchezza mobile»?

—La ricchezza mobile?

—Già.

—….Provate l'altro rasoio, questo mi fa male.

—Quest'altro «je» va?

—Questo mi va…. Avete visto la luminaria di ieri sera?

—La luminaria, sì…. ma che «ce» porteranno tutte «ste imposte che se dice»?

—Eh già, le imposte, vedete…. in Italia…. relativamente a quello che potrebbero essere, tenuto anche conto delle condizioni agricole e industriali del paese, e considerata la proporzione delle forze produttive in relazione con le esigenze, dirò così, che sono molte e gravi, d'una grande amministrazione…. Capirete che la finanza è finanza, i bisogni, bisogni, i doveri, doveri, e per quanto si faccia e dica dai contribuenti, è pur sempre certo che i carichi dei cittadini sono in certo qual modo, e fino ad un certo punto, regolati sui principii d'un sistema economico senza del quale s'è sempre visto che gli Stati non si reggono e tutte le proprietà pubbliche e private ne vengono a soffrire gravemente….

—È chiaro.

—Lo capite anche voi.

—Diavolo!

—Picchiano: fatemi il favore d'aprire. Entrò il calzolaio: un gobbetto coi capelli grigi e il naso a becco.

—Scusate,—dissi al barbiere,—non posso rimandarlo indietro; bisogna ch'io mi misuri un paio di stivaletti; mi spiccio in un momento.

—Faccia pure.

Gli stivaletti andavano.

—Quanto volete?—domandai.

—Diciotto lire.

—….Son carini.

—Non è vero? Paiono fatti apposta per il suo piede.

—Eh no, voglio dire che sono un po' salati. A Firenze li pago sedici.

—….A Firenze è un altro par di maniche, caro signore; qui si paga tutto più caro. Ma io non sto sul tirato. A lei ch'è italiano glieli do per diciassette.

Il barbiere fu preso da un accesso di tosse.

—Ohè, dico!—gridò il calzolaio fissandolo fieramente;—che ci avete da fare delle osservazioni voi?

—«Gnente, gnente»; dicevo che l'Italia è un bel paese.

—E io vi dico che v'impicciate negli affari vostri, che già…. noi altri…. «armanco»…. agl'italiani la gola «nun je la tajamo».

—E «manco» noi «nun je stroppiamo li piedi».—Potrest'essere più educato, «me pare».

—Più educato?—(accendendosi)…. Io già, se ve l'ho a dire chiara e netta, la corte agli zuavi non glie l'ho mai fatta.

—E io neppure!

—Resta a sapersi!

—Come resta a sapersi?

—«Se conoscemo».

—Sicuro che «se conoscemo».

—«Er regno» dei preti è finito.

—Me ne rallegro.

—Non «de» core.

—Più «de» voi.

—Ci ho i miei dubbi.

—Via, via,—dissi, mettendomi in mezzo,—lasciamo queste quistioni; non son giorni questi da bisticciarsi fra amici; bisogna andar tutti d'accordo, e gli uni dimenticare i torti degli altri, se ce ne sono. Stringetevi la mano subito, in presenza mia, o non do il becco d'un quattrino a nessun dei due.

Si porsero la mano, ma senza toccarsela.

—Animo, stringetevela,—dissi.

—Lui ha da dir prima viva l'Italia!—disse il barbiere.

—E io «nu je vojo dà» questa soddisfazione,—risponde l'altro.

—Animo, ditelo per far piacere a me.

—Viva…. l'Italia.

Si strinsero la mano.

Ma il calzolaio subito con un rincalzo di passione:—E io lo «so» stato sempre italiano, capite!

—Sì, sì, lo credo,—gli dissi,—vi si vede in viso, eccovi i denari, andatevene pure.

—E io non glie l'ho fatta mai la corte agli zuavi, sapete, non glie l'ho fatta mai.

—Andate, andate.

—E non è questa la maniera «de» screditar la gente….

—Via….

—E «se» rivedremo….

—Chetatevi, ve ne prego, vien gente….

Entrò la stiratora, una donnicciuola sui cinquant'anni, con un'aria di vittima, col cappellino e lo scialle messi per traverso: il calzolaio si fermò sull'uscio.

—È lei, signore,—mi domandò la donna con voce tremante,—che mi ha da dar della biancheria?

—Io; ma bisogna che me la riportiate domani.

—Si farà…. quello…. che…. si…. potrà.

—Che cos'avete?

La stiratora scoppiò in pianto.

—Che v'è accaduto?—domandai, avvicinandomele.

—Ah! signore…. mio fratello e mio cognato….

—Son morti?

—No…. sono impiegati alla Revisione.

—Ebbene?

—….Li mandano via.

—Chi?

—Gl'Italiani.

—Ma, che! Rimarranno nel loro impiego, statene sicura; il governo italiano non toglierà il pane a nessuno; datevi pace, buona donna.

—Ah! no…. no…. è inutile…. glielo hanno già detto….

E un altro scoppio di pianto.

—L'avranno voluto loro,—esce a dire il calzolaio,—e se lo son meritati.

—Che cosa?—domanda sdegnosamente la donna, sollevando il viso bagnato di lacrime.

—«Ah! credete che nun se sappia er perchè? Ci avemo er nostro giuramento (giungendo le mani e modulando la voce); no se pole, ci avemo er nostro giuramento de mantenecce fedeli ar Papa»!

—Non è vero!

—Andiamo via, chè «so» i soliti mezzi «de» cercar gl'impieghi….

—«Eh, stateve zitto»,—gli ribatte il barbiere,—«nun me» state a far tanto l'italiano «co' sta» povera donna, che tanto ve se vede sotto la coda!

—A chi?

—A voi!

—Ve do questa scarpa sulla faccia!

—Finitela, via.

—E io «ve faccio attastà sto» rasoio.

—Fuori di casa tutti quanti!

—Ma dica lei che è emigrato….

—Non sono emigrato.

—Senta lei che è giornalista….

—Non sono giornalista; lasciatemi stare, uscite subito tutti di qui, sono stanco dei vostri piati, andate a gridar in piazza e non mi seccate più in casa mia!

Ciò dicendo li spingo l'un dopo l'altro verso l'uscio, ed escono vociando tutti insieme fin giù per le scale.

—«Er regno de preti è finito»!—Non è la maniera «de» metter la gente in mala vista dei forestieri!—Non è vero…. il giuramento…. si resta senza pane….—È finito!—Ci rivedremo!—Giù le code!—Non è vero!

—Andate! Andate, che il diavolo vi porti!

E chiusa in furia la porta mi gettai sul seggiolone esclamando:—Pace!Pace,

O esacerbati spiriti fraterni!

Ah, buon Dio! Anche il 20 Settembre, visto dietro le quinte….

(Venticinque anni dopo).

Ci andava innanzi lentamente, portando un cerino acceso e strascicando i sandali, un piccolo frate tarchiato, che in alcuni punti teneva quasi con le spalle tutta la larghezza del corridoio, e ci copriva con la sua ombra.

È violenta e triste la prima impressione che si risente discendendo dalla grande Roma piena di luce e di vita in quel freddo cimitero sotterraneo, dove sulla morte è anche ora passata la devastazione, e dove si vedon congiunti tutti i più tetri aspetti d'una cava, d'una grotta e d'una carcere. E si va innanzi a malincuore, nell'odore umido della terra, diffidando del suolo ineguale, e pensando con inquietudine che, se il frate sparisse, si perderebbe la lena alla corsa, e forse il lume della ragione, prima di ritrovare l'uscita. Ma, a poco a poco, quel labirinto di anditi angusti, quelle fughe di buche sepolcrali nereggianti nelle pareti come grandi bocche semiaperte, quei piccoli vani per gli uffizi del culto, dove i fedeli stavan raggruppati e stretti, come quando aspettavan nei circhi l'irruzione delle belve, attirano e soggiogano tutti i vostri pensieri. Se vi resta ancora un pensiero profano, cede anche questo alla vista della prima ampolla incastrata nel tufo, nella quale siete spinti a cercare le tracce del sangue che vi fu racchiuso, e quasi un ultimo fremito della vita che fuggì con esso dalle vene del martire, o svanisce alla prima lettura di una di quelle iscrizioni semplici e rozze: «Pax tecum», con accanto un nome di battesimo, che non vi par di leggere, ma d'udir profferire intorno a voi dalla voce sommessa di chi ha amato e sepolto chi lo portava. Il frate si soffermava a quando a quando per rischiarare la cripta di una famiglia, di cui è scomparso ogni avanzo, o nomi di pellegrini d'altri secoli incisi nelle pietre, o una grata sottile, dietro la quale, fra poche ossa biancheggianti, ci fissavano due occhiaie profonde, con quello sguardo immobile da mille e ottocento anni, che par che aspetti con fede invincibile l'adempimento d'una promessa. Ma più che altro ci arrestavamo a quelle buche mortuarie dei bambini, così strette, da parere che neanche un piccolo cadavere potesse entrarvi, se non spinto dentro a forza come un corpo ancora vivente e ribelle alla sepoltura. Ah, lì pure sono i bambini quelli che vi prendono al cuore, quei poveri piccoli cristiani messi a dormire l'un sull'altro, ammucchiati, quasi schiacciati, oppressi anche nella morte dalla terra, come eran stati nella vita dal terrore, e così lontani dalla luce del giorno e dal verde dei campi, rimpiattati, più che sepolti, come carne maledetta. E col sorgere della pietà vi cade ogni ribrezzo del luogo: una curiosità grave e reverente vi spinge innanzi per quel labirinto tenebroso; voi cercate con gli occhi gli epitaffi e i sepolcri come se non tutti vi dovessero essere ignoti; sentite a poco a poco come una stretta del vincolo che v'unisce ai morti che là riposarono, e il nome che essi ebbero comune con voi vi risuona nell'animo con un novo suono, dolce e solenne; vi guida sotto a quelle vôlte, infine, quasi un ricordo lontano di ricordi lontani, soavi e misteriosi, che vi passan per la mente affollati, senza forma di parola, come una melodia appena intesa. Quanto vi par lontana la capitale d'Italia! Ma più lontane di ogni cosa, quasi monumenti e mostre d'un'altra religione, le superbe basiliche dorate e le sfarzose carrozze pontificali, che avete visto poc'anzi, lassù, in quel mondo dove splende il sole.

*

Si discese a un altro piano di gallerie, e si riprese a andare, nell'ombra del frate. Il lumicino rischiarava di sfuggita anditi laterali, dove entra a stento una persona, e che svoltano nell'oscurità a pochi passi dall'imboccatura, altri anditi riempiti da frane di sabbia, ed altri incominciati a scavare, e lasciati lì; i quali s'allacciano forse a una rete di sotterranei più vasta. Si passa sotto a vôlte che vi fanno curvare la fronte; si discende per brevi tratti, come verso l'orlo d'un precipizio; poi si risale lentamente, si torna a discendere, si svolta e si risvolta, e par di tornare sui proprii passi e di riconoscere crocicchi, cubiculi, sfondi già visti; quando in realtà si procede. A volte, il suono dei vostri passi v'illude: vi par di sentir camminare altra gente davanti e dietro di voi, dei passi che s'avvicinano e s'allontanano, nei corridoi accanto, al piano di sopra, al piano di sotto, come di gente sorpresa che si sparpagli da tutte le parti, in punta di piedi. In altri momenti, quando il frate svolta un breve tratto prima di voi e rimane per poco invisibile, il fruscìo della sua tonaca e dei suoi sandali non vi par più il suo; suona come se invece d'andar oltre, si riavvicinasse, e vi balena alla fantasia un incontro miracoloso, l'apparizione di uno spettro di quella necropoli che v'aspetti alla svoltata, immobile e muto, e vi chiude il passo come a un miscredente sacrilego. E allora continuate a sognare, e vedete passar vagamente, lungo le pareti nere, al chiarore danzante della fiammella, uomini pallidi e austeri, capi curvati, visi estatici, occhi accesi di pianto e di speranza, che si fissano nei vostri con un'espressione di bontà ineffabile, gruppi furtivi di gente povera e umile, una confusione silenziosa di fanciulle, di vecchi, di servi, di gladiatori, di coloni, di patrizi, che vanno a passo lento, con le lampade d'argilla a la mano, e dileguano per gli ambulacri, come ombre; e pei lunghi anditi vi giungono all'orecchio salmodie di una dolcezza infinita, e dalle porte dei cubiculi singhiozzi di madri che adagian nella fossa i corpicini, dicendo con accento di sovrumana certezza:—Ti rivedrò! Aspettami in pace, figlio mio!—e sentite alle spalle i passi gravi e gli aneliti dei fedeli che portano i corpi lacerati dalle fiere, stillanti di sangue. Come dovevano amarsi! E come dovevano amare il loro Dio vilipeso, beffato, effigiato sui muri con un capo animalesco, pendente da un patibolo infame, quelli che davan la carne al fuoco e ai flagelli piuttosto di dire che non l'amavano! E intorno alle immagini loro si dilata e si rischiara al vostro pensiero quel labirinto funereo che vide tanti addii supremi, tanta rassegnazione, tanto dolore, tanto coraggio; sentite nella stessa riverenza amorosa, che la memoria di quei morti v'ispira, d'esser loro eredi e loro figli; ma con un senso acuto di rammarico,—col rammarico di non poter dare al servigio della vostra fede il santo amore della povertà e l'eroico disprezzo della vita con cui essi professarono la propria. L'immaginazione, frattanto, vi fa un singolare inganno in quel pellegrinaggio: il vostro pensiero, di là sotto, non risale già alla Roma attuale; quella che __sentite__ sul vostro capo è l'antica; sentite e pensate come se, risalendo all'aria aperta, vi doveste ritrovare fra gli splendori e gli orrori del regno dei Cesari; e quando vi s'affaccia improvvisa l'immagine dell'aula di Montecitorio, che avete fissato di visitar tra un'ora coi vostri compagni di viaggio, vi produce un senso così vivo di stupore, che del vostro stupore medesimo rimanete maravigliati, come d'un caso non mai provato di «doppia coscienza».

Si discende ancora a un altro piano, e da questo a un altro, in un'aria che vi par sempre più fredda, in un buio che vi par sempre più denso, in un nuovo labirinto di gallerie strettissime, che discendono e risalgono, e s'aprono in bivii e in crocicchi, e s'allargano in ambulacri e in oratori, fiancheggiate di loculi, di bisomi, di cripte, dove al raggio del lumicino vi appaiono altre ampolle di sangue, altri nomi di morbi, altri ossami ammucchiati, e altri occhi di teschi che vi fissano, con quello sguardo profondo che domanda ed aspetta. In alcuni punti i corridoi si restringono, le vôlte s'abbassano, tutti i vani s'impiccoliscono, e par che la terra stia per chiudersi su di voi da ogni parte e seppellirvi vivente; e allora vi prende un senso d'oppressione, e quasi un brivido di sgomento al pensiero di tutta quella solitudine oscura, di tutti quei cimiteri che vaneggiano l'un sull'altro al disopra del vostro capo, di tutti quegli anditi intricati, di tutte quelle fughe di sepolcri, di tutte quelle ombre informi che avete visto allungarsi sulle pareti, di tutti quei passi misteriosi che v'è parso d'udire, di tutte quelle occhiaie vuote che v'hanno guardato. Ma basta anche allora il nome di una fanciulla sconosciuta, con una rozza palma disegnata accanto, e quella semplice aggiunta:—Martire—scolpita a caratteri ineguali nel sasso, a rimettervi nello stato d'animo di poco prima, a ridestarvi tutto quanto di più dolce e di più luminoso avete sentito e sognato nei giorni più puri della fanciullezza davanti alla immagine grande e candida di Cristo. La vostra mente trascorre da quella in cui v'aggirate alle altre necropoli,—alle altre quaranta già dissepolte,—a quelle innumerevoli non ancora esplorate,—spazia per tutta la distesa e a tutte le profondità della enorme città sotterranea che ospitò milioni di morti e abbracciò la cinta di Roma, e sentite la potenza prodigiosa del soffio che di là sotto ha sollevato il mondo, e vi conforta un nuovo e grande pensiero.—Sì, v'è ancora nel mondo un amore immenso e una immensa speranza, nata da quella che raggiò nelle catacombe; la forza maravigliosa che si sprigionò da queste tenebre non è morta negli uomini: essa è solamente sparsa, o inconscia di sè, o compressa; ma si raccoglierà, e saprà, e si espanderà vittoriosa un'altra volta sulla faccia della terra, e rovescierà altri idoli bugiardi, e spezzerà altre catene scellerate, e innalzerà essa pure dei monumenti che sfideranno i secoli, e inneggierà ai suoi martiri nelle lingue di tutti i popoli, e celebrerà le sue vittorie con le feste più poetiche e più solenni che possa concepire la mente umana. Sì, la storia ricomincia, e gli anatemi ai nuovi credenti lo annunziano, perchè non son che un'eco affievolita e paurosa degli oltraggi antichi. «Exitiabilis superstitio rursus erumpit».

Questo pensavo, quando un soffio di aria viva mi percosse in viso, il lumicino del frate si spense e sfolgorò il sole….

PREFAZIONE Pag. VIIPer una distribuzione di premi 3Per l'inaugurazione di un circolo universitario 10Per la questione sociale 20Per il 1.° Maggio 49Per Giuseppe Garibaldi 87Per Gustavo Modena 138Per Felice Cavallotti 150

AVVERTENZA 182TORINO 183FIRENZE 223ROMA 238L'entrata dell'Esercito italiano in Roma iviLa cupola di San Pietro 252Preti e frati 262Le terme di Caracalla 272Un'adunanza popolare nel Colosseo 281Una mattinata all'albergo 293Ricordi delle Catacombe 303


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