Tutti costoro, e anche molti di quelli che nel campo politico opposto l'ammirarono, avrebbero voluto un Garibaldi prudente e docile, una specie di «generale a disposizione del ministero» che non movesse passo se non per ordine e parlasse il linguaggio ponderato d'un diplomatico; che non fosse altro, insomma, che una bella insegna di rivoluzione, la quale il Governo potesse sventolare a tempo opportuno e ripiegare quando gli paresse. Ma il Garibaldi potato e castigato che essi sognavano era un Garibaldi impossibile. Egli non poteva essere se non quello che fu. Alle sue biasimate ribellioni egli fu mosso da quella stessa virtù che lo spinse a tutti quegli altri atti audaci, fortunati e lodati, coi quali rese i più grandi servigi al proprio e ad altri paesi; e quella virtù era una fede assoluta nella forza d'entusiasmo e di sacrificio del suo popolo, nella invincibilità della causa della giustizia e nel favore della fortuna che fin dalla prima giovinezza gli aveva «porto la chioma». Egli credeva fermamente che allo scoppiar di una guerra contro l'Austria, contro la Francia, anche contro l'Europa intera confederata a comprimere il nostro diritto, sarebbero sorti dalla terra italiana milioni di uomini prodi come lui, risoluti a una resistenza disperata, lieti come lui di dar la vita alla patria. Capace egli di far miracoli, credeva nei miracoli della sua nazione. Come pretendere che un tal uomo avesse dell'opportunità politica, dell'importanza dei trattati, della necessità delle alleanze, delle tradizioni, della legalità, delle convenienze diplomatiche lo stesso concetto che n'avevano i ministri della monarchia? E anche nelle due imprese temerarie che gli fallirono, e per cui fu tre volte prigioniero, per quanta parte non fu indotto a lanciarsi avanti e a persistere dall'incertezza ambigua del governo, che non s'oppose ai principii, e gli gridò:—Indietro!—troppo tardi, lasciando credere fino all'ultimo a milioni d'italiani che sotto al divieto palese ci fosse un consenso occulto, conforme alla doppia politica ch'egli aveva seguìto anche riguardo all'impresa di lui più fortunata? Fu chiamato Garibaldi __fulmine di guerra__, e ai suoi scoppi improvvisi e agli incendi che suscitò e alle distruzioni che fece l'Italia deve in parte la propria redenzione; ma il fulmine nè si guida nè si corregge; non si doma che disperdendone la forza nella terra. In verità, noi crediamo che, considerando l'indole e le virtù senza le quali Garibaldi non sarebbe stato chi fu, e i procedimenti dei governi ai quali egli servì e disobbedì a volta a volta, e la forza immensa ch'ebbe nel pugno, le generazioni venture si maraviglieranno che ei non abbia fatto della legge un assai maggior strazio di quello che fece.
Ma non è che le sue intemperanze e le sue temerità, perchè furon cagioni di turbamenti e di pericoli, non abbiano recato al paese altro che danno. Chi non comprende ora quanto abbia giovato ad affrettare il compimento della liberazione della patria quella voce che gridava infaticabilmente:—Armiamoci, scotiamoci, operiamo,—che manteneva in continuo fermento la gioventù come il tonare non interrotto d'un cannone, che, predicando senza posa la fede e l'audacia, faceva l'effetto come d'uno sprone infocato, perpetuamente confitto nel fianco della nazione? Chi può negare che abbian concorso a persuadere il mondo che Roma era necessaria all'Italia anche quelle due disperate imprese del sessantadue e del sessantasette con le quali egli provò che l'Italia non avrebbe avuto mai pace senza la sua capitale storica, che l'incendio cento volte soffocato si sarebbe cento volte riacceso, che Roma non italiana sarebbe stata un'eterna minaccia di guerra all'Europa? Chi può affermare che l'esercito sparso degl'impazienti e degli audaci non sarebbe stato causa di ben più gravi turbamenti interni se non l'avesse contenuto la speranza, anzi la certezza che nessuna occasione d'operare, anche arrischiatissima, egli avrebbe lasciato sfuggire, che, lui vivente, una politica indietreggiante non sarebbe stata possibile mai, e una politica immobile non avrebbe mai potuto durare, se anche fossero saliti al potere dei nemici mascherati della rivoluzione? Ogni volta che il paese, irritato degl'indugi e della pazienza dei governanti, incominciava ad agitarsi, egli si gittava innanzi a capo basso, urtava contro un muro di bronzo, e cadeva: era per molti un delitto, per tutti un dolore; ma era uno sfogo, una protesta, una sfida, un grido che non moriva senz'eco nel mondo. Caduto il ribelle, riusciva a tutti più evidente e imperiosa la necessità di raggiunger lo scopo comune, una scintilla della fiamma soffocata penetrava anche nell'animo dei più freddi, la diplomazia si riscoteva come per una sferzata, sulle traccie dell'audacia fallita faceva un passo innanzi perfin la prudenza, e la paura si vergognava. Egli viveva ancora, che già ci appariva sotto un tutt'altro aspetto anche quello che fu giudicato il suo più grande errore. Nel 1870, su tutte le vie per cui l'esercito italiano moveva a Roma, precedeva le colonne, avanguardia ideale, Garibaldi, e segnavano loro il cammino le gocce di sangue stillanti otto anni innanzi dalle sue carni.
Ma anche quelli che giudicano più severamente le sue temerità e le sue ribellioni sono forzati a riconoscere l'alta chiaroveggenza politica di cui egli diè prova, il sapiente impero che seppe esercitare sulle proprie passioni nei momenti supremi. È questo uno dei caratteri singolari della sua grandezza: di essere ammirabile per le virtù opposte. Quando è necessaria l'unione di tutte le forze della patria contro lo straniero, egli, __nemico della causa dei re__, offre il suo braccio e quello dei suoi soldati d'America a un re, che «s'è fatto il rigeneratore della penisola» e per quel re «è pronto a versare tutto il suo sangue». Dieci anni dopo, per la stessa necessità della patria, è tra i primi a fondare quel nuovo «partito nazionale» che stringe intorno alla monarchia i più alti ingegni e le spade più prodi, devote fino a quel giorno all'idea repubblicana. Con la bandiera di Vittorio Emanuele parte per la grande impresa, nel 1860, e, non accecato, ma illuminato dalla fortuna, opera per modo in Sicilia che basta per due mesi la sua autorità a tenervi luogo di governo e di leggi; onde il conte di Cavour, che da prima temeva, finisce con scrivere al Persano:—Se Garibaldi non vuole l'annessione immediata, sia lasciato libero di fare a suo talento.—Nell'ottobre dell'anno stesso, a Napoli, in quel momento terribile, in cui, disputandosi l'animo suo i fautori del plebiscito immediato e quelli dell'elezione di un'assemblea, corse pericolo l'unità nazionale, fu la sua improvvisa ispirazione:—«non voglio assemblea, si faccia l'Italia»—fa questo grido suo che salvò l'Italia. Fu nel 1861 l'inaspettata, saggia, nobilissima temperanza con la quale egli rispose a una lettera dura e provocante del più popolare generale dell'esercito, quella che troncò sull'atto un conflitto che poteva esser principio d'un periodo funesto di discordie e di guai. Nel 1862, dopo il fatto di Sarnico, spontaneamente egli si ricrede intorno all'opportunità d'una spedizione contro l'Austria, desiste dal proposito, sconsiglia gli arrolamenti, e con saggie parole dissipa dall'orizzonte ogni nube. Quattro anni dopo, quando riceve l'ordine di ritirarsi dalla frontiera del Tirolo, nel punto che gli si apre dinanzi, dopo tanti stenti e sacrifici sanguinosi, il periodo più facile e splendido della guerra, con infinito rammarico, ma senza un momento d'esitazione, senza una parola di lagnanza, obbedisce. E durante il suo viaggio trionfale in Inghilterra, benchè porti in cuore un alto proposito, benchè patriotti ardenti d'ogni paese lo stringano e mille occasioni lo tentino, non profferisce una sola parola che possa provocare contro lo Stato che l'ospita la più lieve lagnanza dei governi contro i quali è solito scatenare i suoi sdegni. E anche nell'ultimo anno della sua vita, quando ancora bollente d'ira per l'offesa subita dall'Italia a Tunisi, giunge a Palermo per la commemorazione dei Vespri, quando si teme da tutti gli amanti della pace ch'egli prorompa contro la Francia in parole terribili, per cui si risollevino le passioni che già s'eran quietate, egli, con sovrana saggezza, rivolge al popolo palermitano un discorso, nel quale della Francia non pronuncia il nome e della quistione di Tunisi tace. Bene dice il più appassionato dei suoi apologisti che egli «poteva inveire, minacciare, gittare in mezzo alla nazione parole tremende ch'eran pericolosi tizzoni d'incendio, ma che quando li vedeva divampare in fiamme minacciose al sacro edificio della patria, accorreva per il primo a soffocarli col piede» e vero è ciò che quegli soggiunge che «anche i suoi più esaltati e temerari seguaci non avrebbero osato mai di lanciare il grido ultimo della discordia, di dare il segnale irrevocabile della guerra civile, mai, fin ch'egli viveva». Sangue di guerra civile corse una volta sola sotto i suoi occhi, a Aspromonte. Ma egli ordinò di cessare il fuoco ai primi colpi, e con che nobili parole, pure giustificandosi in parte, confessò il suo errore nelle sue __memorie__.—«Io dovevo andarmene prima dell'arrivo della truppa, __e non lo feci__.—Avrei dovuto anche frazionare di più la gente—__e non lo feci__.—Tutte le misure che potevano allontanare la catastrofe io avevo in mente di eseguire, ma ciò doveva essere eseguito con la celerità che mi aveva servito in altre occasioni…. __e non lo feci__».—Quanta tristezza, che sincero e profondo rammarico nella ripetizione di quelle tre semplici parole! Rammarico tanto più generoso in quanto egli avrebbe invece potuto dire:—Se m'avessero intimato la resa prima d'assalire, io mi sarei arreso, avanti che partisse un colpo di fucile.—Se non ci fossero corsi addosso appena ci videro, non si sarebbe sparso sangue.—A farci deporre le armi bastava che ci lasciassero il tempo di riaverci dalla sorpresa…. e non lo fecero.
L'impero ch'egli esercitò sulle proprie passioni nei momenti supremi—si disse. Ma noi crediamo che questa espressione non dica il vero. A ciascuno di quegli atti che furon detti di ribelle e pericolosi alla patria egli fu mosso dalla profonda coscienza di far cosa utile alla patria, che è quanto dire, di compiere un dovere che a lui solo era imposto; e non desistette, non si ritrasse mai se non quando fu persuaso d'essere in errore. Quando la somma idea del vero, del giusto, dell'utile gli balenava, cessava in lui ogni conflitto della volontà con la passione, poichè una passione che la sua coscienza giudicasse contraria all'interesse della patria nell'anima sua non capiva. Non domò sè stesso in quei momenti supremi; ma comprese, si ravvide e cedette senza sforzo agl'impulsi mutati e concordi della sua ragione e del suo cuore. Ricordiamo quello che fu uno dei giorni più gloriosi della sua vita e dei più fortunati della nostra storia, quello splendido 26 ottobre del 1860, quando nel piccolo villaggio di Cajanello le avanguardie delle sue legioni vittoriose, venendo da Capua, e i primi battaglioni dell'esercito regio, calando da Venafro, s'incontrarono. Mai non rischiarò il sole d'Italia un così bello e fausto incontro di vincitori. Smontato di sella, in mezzo ai suoi ufficiali immobili, Garibaldi aspettava. L'alba imbiancava l'Appennino e il vecchio castello di Teano e tutto quel bel paese austero della Campania, su cui da pochi giorni, dopo molti secoli, spirava l'aria della libertà. Qua e là per la campagna, tra i vapori del mattino, fiammeggiavano da una parte le divise dei volontari, sventolavano dall'altra i pennacchi dei bersaglieri. Era da un lato la rivoluzione, dall'altro la monarchia, tutt'e due coronate dalla vittoria, piene di forza e di alterezza, memori entrambe di gelosie e di contrasti recenti, non riconciliate in fondo al cuore, presaghe di discordie e di conflitti futuri. Nell'uno e nell'altro esercito regnava il silenzio di un'aspettazione solenne. E Garibaldi, chiuso nei suoi pensieri, aspettava e taceva. A un tratto echeggiarono le fanfare reali e corse un fremito per i due campi. Che sarà passato per il cuore di Garibaldi, sia pure per la durata d'un lampo, al suono di quelle trombe? A quell'annuncio che segnava la fine del suo comando supremo, che suonava come un superbo alto là opposto al suo corso di trionfatore e gli metteva di fronte un'altra gloria a cui era necessità di vita l'offuscare la sua, forse a quell'annunzio egli si sentì rialzare nell'anima tutto il suo passato, e il rancore per la sua Nizza perduta, e l'ira per la via di Roma preclusa, e la coscienza d'aver ancora nel pugno mezza Italia, tutto questo forse, confuso in un impeto di ambizione e d'orgoglio, gli sollevò il sangue e gli velò la ragione…. Certo, ciò supponendo, può parer più ammirabile lo slancio con cui, cacciato avanti il cavallo, egli tese la mano e gridò:—Salute al re d'Italia!—e si comprende come s'induca più d'un oratore a trarre da una tal supposizione un forte effetto drammatico in onore di lui. Ma noi crediamo che non uno di quei pensieri, non un'ombra di quei sentimenti sia passata nel suo cuore in quel punto. La sua volontà era già ferma, il suo animo era già quieto fin da quando un'illuminazione improvvisa della mente gli aveva fatto dire a Napoli:—«Non voglio assemblea, si faccia l'Italia».—No, il suono di quelle trombe non turbò neppure un istante la serenità dell'anima sua, lo spettro della guerra civile non s'affacciò neppure alla sua mente; non ebbe bisogno di riflettere, non gli occorse di vincer sè stesso; egli fu grande senza lotta. Un solo pensiero egli ebbe in quel momento, e lo espresse: il desiderio d'affratellare sui campi di battaglia i volontari e i soldati, di proseguir la guerra alla testa dei liberatori di Napoli, al fianco dei liberatori delle Marche, avanguardia di Vittorio Emanuele, antesignano degli eserciti uniti. Presentendo imminente una battaglia al Garignano, chiese al re l'onore del primo scontro. Non l'ebbe. «Egli si batteva da troppo lungo tempo, le sue truppe erano stanche, si doveva mettere alla riserva». Questo solo gli turbò la serenità dell'anima. Ma fu grande anche allora. Più grande d'ogni più sdegnoso sfogo di dolore fu la tristezza rassegnata di quelle semplici parole:—«Ci hanno messi alla coda»—con le quali egli annunciò la sera ai suoi fidi il suo splendido sogno svanito.
Singolarissima natura, semplice nell'apparenza, ma nel fondo così complessa, dotata di virtù e capace di passioni così rare a trovarsi congiunte in un uomo, che, vivo ancora, egli può esser giudicato a volta a volta dagli stessi giudici in cento modi dissimili, apparire ai lontani, sotto certi aspetti, infinitamente diverso da quello che è, rivelare anche a chi gli vive accanto da anni, con parole inaspettate e atti imprevedibili, lati nuovi e mirabili di sè stesso, essere nel suo paese medesimo adorato, odiato, benedetto, vilipeso, levato al cielo come il più alto benefattore del suo popolo e segretamente desiderato morto come un flagello vivente, come una calamità incarnata della sua patria. Lo credono i più d'animo incerto, pieghevole a tutte le pressioni di chi lo circonda, operante quasi sempre più per impulso altrui che di moto proprio; ed è invece così tenace nelle sue idee e forte nelle sue volontà, e sta così fieramente in difesa dell'indipendenza loro, che il discutere con lui—come dice uno dei suoi biografi—anche per chi egli più stima ed ascolta, è la più ardua, la più erculea delle imprese.—E così forte di volontà nelle cose grandi, è nelle piccole il più arrendevole uomo che sia stato mai, incapace di rifiutare un favore, che anche gli costi un sacrificio, a chiunque lo chiegga con dolcezza, facile come un fanciullo a lasciarsi ingannare da ogni più lieve apparenza di generosità e di rettitudine. Ha trascorso quasi tutta la sua vita fra le lotte e il sangue, in faccia alla morte, esperimentando tutte le forme dell'iniquità e dell'efferatezza umana; e ha serbato una così dolce mitezza d'animo che si leva una notte d'inverno per andar a cercare un'agnella smarrita, di cui ha udito il belato fra le rocce della sua isola, e ama gli alberi e i fiori come creature vive, e si arresta commosso davanti alla bellezza d'un'aurora o al canto d'un usignuolo, ed espande in versi i suoi affetti come un innamorato di venti anni. Il fulminatore del Papato, che vuol fondare la religione del Vero, il flagellatore furibondo d'ogni superstizione, che è per milioni di credenti il più sacrilego propagatore di miscredenza demagogica, crede fermamente in Dio, crede nell'efficacia delle preghiere di sua madre morta, che gli appare davanti di pieno giorno, crede trasmigrate in due uccelli che si posano ogni giorno sul suo balcone le anime delle sue bambine perdute. L'uomo che par fatto dalla natura alle battaglie e alle tempeste, che fa sua la sentenza del capitano spagnuolo:—«la guerra è il vero stato dell'uomo»,—e al quale si direbbe che l'alito immenso delle moltitudini debba essere un elemento necessario dell'aria che respira, ama invece di così profondo amore il raccoglimento e la solitudine, che, ogni volta ch'ei possa, frappone il mare fra sè e il mondo, e vive per mesi e per anni nel silenzio d'un'isola deserta come chi a una tal vita, e non ad altra, sia nato, e da quella non uscito mai che per forza degli eventi, a malgrado proprio, e facendo violenza alla sua natura. E quest'uomo stesso, che ha un così grande bisogno di pace e di riposo del corpo e dello spirito, nè l'uno nè l'altro riposa neppur nella solitudine della sua isola, dove lavora infaticabilmente del braccio e del pensiero: studia agricoltura, dissoda la terra, alleva animali, scrive romanzi e memorie, risponde a epistole infinite, volge in mente mille disegni, tenta tutti i problemi, incita all'opera quanti conosce. E questo, finalmente, è anche più mirabile. Salito da natali oscuri a un'altezza che nessuno raggiunse nell'età sua, vissuto tanto da veder avverato, e in gran parte per sua virtù, quello che alla sua giovinezza era parso un sogno, la redenzione d'Italia, divenuto oggetto d'ammirazione e d'amore a tutti i popoli, egli che potrebbe godere serenamente la sua gloria, considerando la propria missione compiuta e confidando che quanto rimane a fare altri faranno, egli no, egli, più grande dell'opera propria, dello stato presente non s'appaga; e non solo dello stato del suo paese, che non vede potente e felice come aveva sognato, ma dell'andamento delle cose nel mondo intero; e d'ogni grande quistione che resti a risolvere in Italia o altrove si affanna, e ad ogni grido di sventurati e d'offesi che da qualunque parte gli giunga s'impietosisce e si accora, e impreca ai violenti, tuona contro i ricchi, saetta gl'ignavi, lancia anatemi, invoca riforme; e dimentico della sua gloria, parendogli di non aver fatto nulla perchè non ha fatto tutto, si tormenta, si rattrista, s'inasprisce il sangue, è infelice. Maravigliosa l'anima sua come la sua vita. Marinaio, negoziante, maestro di scuola, lavoratore della terra, cospiratore e generale, corsaro e dittatore, liberator di popoli e scrittore di romanzi, seguìto come un nume e arrestato come un bandito, potente come un re e povero come Giobbe, chiamato il leone, il filibustiere, «Santo Garibaldi», eroe, fanciullo, mago, matto, anticristo, mandato da Dio. Avranno ragione i posteri che diranno:—è un mistero.
E qui ci arrestiamo perchè a spingerci più oltre nello studio dell'anima di Garibaldi ci manca l'ardimento e l'ingegno. Per compiere questo studio degnamente, per illuminare tutta quanta agli occhi nostri la grande figura di lui, dovremmo, prima di tutto, andar a cercare l'origine della maggior parte delle sue idee politiche, sociali, morali, e anche di molte consuetudini della sua vita privata, in quella specie di evo medio del nuovo mondo, in quel caos ardente di popoli giovani, selvaggiamente indomiti, spensierati ed eroici, agitantisi nella ricerca tumultuosa d'una forma civile di società e di governo e lottanti a un tempo contro la natura, la barbarie, l'anarchia e la tirannide; in mezzo ai quali egli temprò l'animo e la spada e si vestì d'un'armatura di gloria per le future guerre d'Italia. Dovremmo spiegare come nei grandi viaggi oceanici, nei lunghi silenzi pensieroi di marinaio innamorato del mare e del cielo, e uso a contemplare la società di lontano, a traverso al desiderio e alle immagini dolci e care dei ritorni, sia potuto sorgere in lui e farsi così saldo, da resistere all'urto d'ogni più dura esperienza delle cose e degli uomini, quel suo ideale d'un'umanità semplice e buona, d'una società rinnovata dalle fondamenta, retta dall'amore più che dalle leggi, e quasi vivente nell'innocenza dell'età primitiva; al quale accennava di continuo in forma vagamente profetica, quasi che temesse, determinando i propri pensieri, di distruggere in sè l'illusione amata. E ancora, in questo suo ideale splendido e fermo dovremmo dimostrare la ragione prima di quello sdegno amaro e generoso che lo dominò nell'ultimo periodo della vita, quando, dopo aver tanto operato per la patria, egli vide il moto maraviglioso della rivoluzione nazionale arrestarsi all'unità e alla libertà politica, lasciando qual'era la miseria delle plebi, permanenti l'ignoranza e la superstizione, intatti istituti decrepiti e privilegi odiosi e mille avanzi enormi e sinistri del passato, ch'egli credeva possibile spazzare a colpi di decreti e di leggi; e che questo non si facesse, gli pareva delitto di principi, tradimento di ministri, perfidia di parlamenti, stoltezza e ignavia codarda di popoli. E in fine, in quella sua cultura varia e strana, piena di oscurità e di lacune, nella quale s'univano la poesia, l'agronomia e la matematica, cinque lingue viventi, molte e lucide cognizioni di scienza militare e di storia antica, e canti interi di Dante e del Tasso, e con la predilezione del Foscolo, dell'Hugo e del Guerrazzi l'ammirazione gentile che lo condusse ad abbracciare Alessandro Manzoni, in quella cultura multiforme e incompiuta, che gli consentiva le simpatie intellettuali più disparate e i tentativi letterari più arditi e diversi, dovremmo rintracciar le sorgenti della sua eloquenza singolarissima di parlatore e di scrittore, di quel suo stile ingenuo insieme ed enfatico, rotto e tormentato, splendente non di rado di selvatica bellezza, e qualche volta terribile, del quale egli diede saggi indimenticabili in pagine che corruscano e scrosciano come cateratte di lava, e, supremo saggio, la sfolgorante allocuzione guerriera ai suoi legionari romani del '49. E quando il patriotta, l'idealista, l'apostolo, l'oratore, lo scrittore fossero sviscerati, rimarrebbe pur sempre, oggetto ammirando di studio, il capitano. E non già per risolver la quistione, tante volte posta innanzi durante la sua vita da ammiratori e avversari, se d'un grande capitano egli avrebbe spiegato le vaste facoltà quando avesse condotto un grande esercito: quistione accademica e vana. Ma per dimostrare come dagli stratagemmi fortunati che gli soccorrevano nei combattimenti d'un pugno d'uomini sulle rive dei fiumi e nelle foreste dell'America, risalendo a mano a mano alla condotta meravigliosa della ritirata da Roma, alla mossa stupenda sopra Palermo, alla battaglia ammirabile del Volturno e alle sapienti campagne del Tirolo e di Francia, le sue facoltà potenti di capitano si andassero allargando con l'allargarsi dei campi d'azione, e sorgessero nuove facoltà sulle antiche con l'ingrandir delle imprese.
Ma dopo tutto ciò, una cosa ancora rimarrebbe a spiegarsi, la quale sarà oggetto di curiosità grande ai nostri nipoti: da che nascesse veramente la virtù fascinatrice della sua persona prima ch'egli possedesse quella che gli venne dalla fortuna e dalla gloria delle sue gesta maggiori. E anche questa spiegazione, come quella di molte qualità singolari della sua indole, dovremmo andarla a cercare di là dall'Oceano. Poichè là la cercai e la trovai in parte, concedetemi qui di evocare un ricordo personale. Un giorno, in una delle più grandi e belle città del Rio della Plata, fui condotto, senza preannunzio, alla sede d'un'associazione popolare; dove, in due piccole sale bianche s'accalcavano molti uomini silenziosi. V'era a una parete un ritratto di Garibaldi, e alcune sue parole di saluto, inquadrate; sulla parete opposta una vecchia bandiera nera spiegata, con l'effigie del Vesuvio fiammeggiante. Quell'adunanza era tutta composta di vecchi, i più tra i sessantacinque e i settant'anni, parecchi ottuagenari; erano antichi coloni, operai, artefici, commercianti; pochi mulatti e creoli; tutti gli altri italiani; liguri e piemontesi la più parte: facce brune, solcate di rughe profonde, grandi barbe canute, rozze mani e rozzi panni, fronti severe, corpi ancora gagliardi. L'aspetto di tutti quei vecchi immobili, anche prima di saper chi fossero, mi destò un vivo sentimento di simpatia e di reverenza. Immaginate quale fa l'animo mio quando mi si disse:—Questi sono gli avanzi dell'antica legione di Montevideo e questa è la loro bandiera: sono i superstiti di quella memorabile battaglia di Sant'Antonio, di cui fu salutato l'annunzio in Italia con un grido d'entusiasmo, come quello d'una prima vittoria della nostra causa: sono quei legionari garibaldini che, moribondi di fame e di sete, circondati d'agonizzanti e di morti, trincerati dietro a mucchi di cavalli uccisi, combatterono da mezzogiorno a mezzanotte contro un nemico quattro volte più forte e uscirono vittoriosi da una delle più disperate strette che la storia delle guerre ricordi. La mia commozione di quel momento ve la potrei esprimere; ma ciò che in alcun modo non saprei rendere è l'alterezza, l'ardore, l'irruente eloquenza con cui tutti quegli uomini carichi d'anni, provati da mille vicende, occupati alcuni di gravi cure, e parecchi poveri e costretti a un duro lavoro per vivere, si misero, quasi improvvisamente ringiovaniti, a parlare del loro antico capitano, prima l'un dopo l'altro, poi dieci insieme, poi tutti in coro, raccontando, descrivendo, imitando.—Tale era il suo viso, in questo modo egli camminava e gestiva, così portava il mantello di «gaucho», così si gettava a nuoto, così mulinava la carabina.—Io son quello che gli resse la staffa quando saltò a cavallo per slanciarsi a Las Cruces a salvare il colonnello Nera, ferito a morte.—Io ero presente quando prese prigioniero quel carnefice del Millan che lo aveva messo alla tortura, e disse:—non voglio vederlo: liberatelo!—Io gli stavo accanto a Sant'Antonio quando quel cavaliere indemoniato del Gomez si slanciò solo sopra di noi per dare il fuoco alle nostre tettoie, e Garibaldi ci gridò:—Risparmiate la vita a quel bravo!—E si vedeva che quei ricordi erano il loro orgoglio e la loro gioia, che non li avrebbero dati, come diceva Garibaldi, «per un globo d'oro», che se ne pascevano da quarant'anni come d'una passione che raddoppiasse loro la vita. E io li guardavo, li ascoltavo, maravigliato, e mi veniva alla mente il proverbio turco:—chi ha bevuto una volta alla fontana di Tofanè è innamorato della regina del Bosforo per tutta la vita.—Così quegli uomini, che avevano bevuto da giovani l'incanto di Garibaldi, dopo quasi mezzo secolo lo sentivano ancora. Egli aveva segnato a fuoco sulle loro fronti il suo nome, per la vita intera. E via via che s'infervoravano nel risuscitare memorie, nelle loro parole, nei loro occhi, nei loro gesti l'immagine del Garibaldi antico mi appariva e con essa la ragione intima e prima della sua potenza. Sì, era quella faccia leonina, che accoppiava alla forza d'una testa romana la bellezza d'un profilo greco, eran quegli occhi azzurri che mandavano baleni di spada e raggi d'amore, era quella bocca fremente da cui uscivano squilli di tromba e accenti di bontà infantile, quell'entusiasmo che non contava i nemici, quella fortezza che sorrideva fra gli spasimi, quella gaiezza che cantava in faccia alla morte; e sopra tutto questo, come disse Giorgio Sand, qualche cosa d'arcano, per cui non gli somigliava nessuno, e che faceva pensare: la irradiazione dei grandi predestinati, il riflesso della visione interna d'un mondo. Sì, era tutto questo. E dissi a quei vecchi:—Continuate: voi siete le prove palpitanti della sua grandezza; egli è più vivo nelle vostre parole che in mille pagine di storia; parlatene ancora; io porterò l'eco della vostra voce nella nostra patria lontana.—E oggi per la prima volta adempio la mia promessa. Mandiamo un saluto insieme a quei prodi veterani, di cui la maggior parte vive ancora: fra venticinque giorni essi l'avranno, e sarà come un bacio della patria sulla loro fronte gloriosa.
Ma, come suole accadere delle persone amate e perdute, che noi rivediamo sempre col pensiero nel loro ultimo aspetto, più spesso che l'immagine del Garibaldi fiorente e potente di America, di Roma, di Palermo, ci si riaffaccia alla mente quella del Garibaldi degli ultimi anni: quanto mutato! Durante i suoi anni migliori, noi avevamo sognato per lui una vecchiezza vegeta e lieta, che fosse come uno sfiorire lento e quasi insensibile della sua maturità poderosa, una discesa trionfale e serena come d'un astro che tramonta. E la sua vecchiezza fu invece travagliata e dolorosa. Noi dovemmo vedere l'infermità che lo torturava alterare a poco a poco, violare i lineamenti, diventati sacri per noi, del suo viso, e stender quasi sulla sua fronte il velo della morte prima che ne fuggisse il lume della vita. Tutti i milanesi e migliaia d'altri cittadini ricordano, come una delle commozioni più profondamente pietose della loro vita, lo spettacolo dell'ultima entrata ch'egli fece nella capitale lombarda per la commemorazione dell'ultima sua battaglia italiana. Il popolo, che da anni non l'aveva più veduto, credeva di rivedere, se non il Garibaldi antico, un'immagine ancora risplendente di lui. Lo vide invece avanzarsi, portato lentamente da una grande carrozza, disteso sopra un letto come un ferito a morte, col viso consunto e cereo, con le mani rattratte e fasciate, col corpo immobile, che a stento girava ancora il capo bianco e lo sguardo svanito.—Pareva,—disse uno degli spettatori,—la salma d'un santo portato a processione da un popolo di devoti, più che il corpo vivo d'un uomo.—Non era più Garibaldi. La folla immensa, ch'era preparata a festeggiarlo con la sua gran voce di mare in tempesta, taceva, costernata, e lo guardava con un senso di stupore e di sgomento. No, nessuno poteva rassegnarsi a credere che Garibaldi non si sarebbe più levato da quel simulacro di feretro su cui si mostrava. Che la legge della vita colpisse inesorabilmente tutti gli altri, che la vecchiaia, che le infermità atterrassero col tempo ogni pianta umana più salda e più superba, si capiva; ma che avessero incatenato anche quel braccio, spento anche quello sguardo, prostrato anche quella forza, pareva quasi un errore, una violenza crudele della natura. Pareva di vedere la gioventù stessa d'Italia e tutti i nostri passati entusiasmi distesi là moribondi sotto quella specie di mantello funebre che avvolgeva il corpo dell'eroe. Le fronti si scoprivano, le mani si tendevano verso di lui, gli occhi lo accompagnavano, umidi di pianto; ma le bocche rimanevan mute. Solo un mormorio diffuso e dolcissimo, come una preghiera sommessa della moltitudine, lo precedeva e lo seguiva. Eran le voci dei giovani della nuova generazione, che mormoravano:—Noi che non abbiamo combattuto, non combatteremo più oramai al suo fianco.—Eran le voci delle donne del popolo che dicevano ai ragazzi:—Guardatelo bene perchè presto morirà.—Erano i suoi vecchi compagni d'armi che sospiravano:—Non lo rivedremo mai più!—Era la città delle cinque giornate che dava al capitano delle trenta vittorie l'addio supremo!
E dopo d'allora noi numerammo trepidando i suoi giorni; ripigliando speranza, non di meno, e rallegrandoci ogni volta che la gagliarda vitalità del suo spirito usciva ancora in qualche manifestazione improvvisa; come avvenne per l'oltraggio fatto a noi dalla Francia col trattato del Bardo, quando dal suo orgoglio lacerato d'italiano proruppero quelle parole terribili che scossero per un momento l'Italia, come un fulmine scoppiato fuor da una tomba. Ma l'opera della natura proseguiva, senza tregua, spietata e rapida: dopo ognuno di quegl'impeti, egli ripiegava il suo bel capo stanco sopra il guanciale come il pensiero nel passato. Perchè accompagnarlo con la parola fino all'ultimo istante? Quella camera nuda dove pende a una parete il ritratto di sua madre, quella finestra per cui appare il cielo sereno e la marina immobile, le due capinere che, come sempre, si vengono a posare sul davanzale, e che egli, con voce spenta, raccomanda ai suoi, perchè continuino a nutrirle quando sarà morto, l'ultimo sforzo del capo con cui si volta a domandare del suo piccolo Manlio lontano, l'ultimo atto convulso col quale si asciuga la fronte, l'ultimo sguardo lento e sorridente che volge ai suoi figli e al suo mare…. questo quadro è vivo nella memoria del mondo. Anche nella sua morte, come dice il Thiers della morte di Napoleone a Sant'Elena, «tutto fu grande, solenne e semplice».
Ed ora quale ultimo omaggio più degno possiamo rendere alla sua memoria che di rappresentarci al pensiero quella che dev'essere la prediletta delle sue visioni nel mondo sovrumano dov'egli sperava di rivedere sua madre? Rappresentiamoci questa visione, che è della nostra storia di ieri, e par già d'uomini e di gesta di secoli remoti; passino a lui dinanzi, ed a noi, i suoi dieci eserciti, le sue bandiere lacere, i suoi eroi, i suoi fratelli, i suoi figli, e dai loro cuori valorosi, commossi dal ricordo delle battaglie sacre, non dalle nostre povere labbra, erompa l'inno della gratitudine e della gloria.
Ritto, immobile sopra una roccia, che sovrasta al flutto delle generazioni, bello, biondo, superbo come negli anni più fiorenti della sua giovinezza, alzando il viso splendido e dolce di redentore, sorridendo dai fieri e profondi occhi celesti, con le braccia erculee incrociate sul petto vermiglio e i capelli d'oro e il mantello grigio dati al vento, egli li vede trascorrere ai suoi piedi, e rivive con tutta l'anima nel passato.
Qual capitano al mondo assistette mai a una sfilata più maravigliosa di armati e di memorie?
Al primo manipolo di combattenti ch'egli trasse con sè sulla piccola flottiglia della repubblica di Rio Grande contro i trenta navigli della squadra imperiale brasiliana, a quello scarso drappello temerario, così stranamente svariato di riograndesi, d'italiani, di spagnuoli, di mulatti, di negri, infiammati dal suo primo grido di guerra per la libertà, fra i quali brilla il viso ardito e onesto del Carniglia, il gigante genovese, fedele a lui fino alla morte,—tien dietro impetuosamente, cantando l'inno nazionale del Figuerroa, sventolando lo stendardo nero in cui fiammeggia il Vesuvio, la bella legione di Montevideo, dalle assise verdi, bianche e purpuree, che va a combattere in difesa della sua «patria d'esiglio»;—italiani d'ogni provincia, ricchi e poveri, commercianti e avventurieri, antichi sergenti dell'esercito sardo, futuri generali dell'esercito italiano: il giovane Medici, che porterà trent'anni dopo alla tomba del Pantheon la spada del primo re d'Italia, Francesco Anzani, suo fratello d'anima, un secondo Garibaldi, cui non mancò che la fortuna, Gaetano Sacchi, il suo primo alfiere, i primi compagni, i primi spettatori della sua aurora gloriosa, quelli ch'ei ricorderà per tutta la vita con la più dolce predilezione del suo cuore d'eroe.
Passa la legione di Montevideo, e un altro esercito viene innanzi, più tumultuoso, più ardente, più italiano, che agita in alto la bandiera di Giuseppe Mazzini: la legione dei Vicentini, il battaglione dei Pavesi, le reliquie dei suoi commilitoni d'America, il fiore dei prodi delle Cinque giornate, uno stuolo di signori lombardi, uno sciame di nizzardi e di liguri, un'accolta di combattenti di tutti i Corpi franchi dell'alta Italia, in divisa di soldati e in panni di cittadini, chiusi in casacche strappate ai Croati, vestiti del costume italico con la giacca di velluto e il cappello piumato, armati di fucili e di sciabole d'ogni forma e di spiedi e di bastoni e di scuri: l'esercito dei volontari del '48 che passa e lo saluta d'un evviva frenetico, rammentandogli il primo sangue italiano sparso su terra italiana sotto le ali vittoriose del nome suo….
Ed ecco un altro esercito più bello, più potente, più glorioso: l'esercito di Roma: i suoi valorosi di Villa Panfili e di Villa Spada, il battaglione dei Reduci, i quattrocento universitari, i trecento doganieri, i trecento emigrati, la sua brava legione del quarantanove; e primi tra i primi l'eroico Luciano Manara, stretto al fianco d'Emilio Dandolo sanguinante, nelle cui braccia rese l'anima; Goffredo Mameli, bello come un dio risorto; Emilio Morosini, l'eroe di diciott'anni, grondante sangue da tre ferite; il prode Dalla Longa, morto salvando il cadavere d'un fratello; e in mezzo alle schiere, piantala in groppa a un puledro, la sua Annita intrepida e amata che frustò i codardi sulla via d'Orvieto, e il suo fido Ugo Bassi, coronato a Bologna dalla morte che ambiva, e il gentile Luigi Montaldi, il gemello del Mameli, crivellato dalle baionette dei vinti del 30 aprile, e il Montanari, e l'Isnardi e il Marocchetti, che accettarono il suo fiero invito sulla piazza del Vaticano, e gli furono compagni in tutte le vicende dell'epica ritirata. E:—Gloria a te,—gli gridano—o grande rivendicatore di Roma!—e l'inno immortale del biondo fratello caduto ascende dall'anima loro al suo cuore.
Le note dei «fratelli d'Italia» si perdon nell'aria, e un altro esercito s'inoltra, d'aspetto diverso e nuovo, ordinato e disciplinato come un vecchio esercito, una fiumana di cappotti grigi e di berretti turchini, segnati dalla croce di Savoia, battaglioni serrati e rapidi di studenti, d'artisti, di dottori, di patrizi, d'operai, di poeti, comandati da antichi ufficiali di Venezia, di Roma e del Tirolo, l'esercito del '59, i valorosi Cacciatori delle Alpi; e tra le prime file il tenente Pedotti con una palla nel cuore, e il Guerzoni con la spalla infranta, e il De Cristoforis col ventre lacerato, e Narciso Bronzetti, superbo di tre ferite mortali, sorridono al loro generale adorato, e agitando le carabine e le spade vittoriose gli gridano i nomi delle loro tre battaglie, e al suono dei tre nomi benedetti balena la fronte augusta tre volte….
Ed ora: tre volte gloria! Ecco l'esercito leggendario, i trentamila vincitori del '60, un torrente color di fuoco, i «mille» immortali, soldati di tutti i popoli, centinaia di giovinetti e d'uomini canuti, stormi di calabresi e di «picciotti», una pleiade di generali registrati dalla storia, il Sirtori, il Cosenz, il Turr, il Lamasa, l'antico campione del Vascello; e in capo alle file dei più bravi, i morti venerabili e i feriti memorandi: il Tukery, fulminato all'assalto di Palermo, Benedetto Cairoli che gitta sangue dalla fronte, Nino Bixio che si strappa dal petto con le proprie mani la palla borbonica, Deodato Schiaffino, bello come una figura del Da Vinci, caduto sotto un'intera scarica di plotone a Calatafimi, Achille Majocchi che agita tra il fumo il braccio troncato, l'Elia che ricevette nella bocca il piombo diretto al cuore di Garibaldi, e Filippo Migliavacca, l'eroe di Varese, morto come un romano antico a Milazzo, e Pilade Bronzetti, il cui sacrificio sublime al Volturno salvò l'esercito da un colpo mortale. E tutti passano lanciando le note trionfali dell'inno del Mercantini all'immagine luminosa del loro dio.
E un altro esercito si avanza, quanto diverso da quello che s'allontana! ma pure bello e solenne nella sua austera tristezza: due legioni di soldati agguerriti d'ogni terra d'Italia, il battaglione eletto dei Palermitani, una moltitudine d'inermi, stuoli di ragazzi scalzi, di veterani coi capelli grigi e il petto scintillante di medaglie, laceri, infraciditi dalle lunghe pioggie, stremati dalle marce forzate e dalla fame, pensierosi tutti e taciturni come chi porta nell'anima una santa speranza uccisa; ma alla vista del grande caduto d'Aspromonte rialzan tutti insieme la testa e gli gettano l'antico motto: «Roma o morte!» con l'alterezza e con l'entusiasmo antico, e gli gridano:—Benedetta la tua ferita, o nostro capitano e nostro padre, poichè fu il piombo fraterno a cui t'offristi quello che ruppe, in un colle tue carni, la prima pietra delle mura di Roma!—Ed egli risponde loro dolcemente:—Benedetta la mia ferita!
E altri tre eserciti s'avanzan di corsa, empiendo il cielo del loro grido. Passano i venti reggimenti rossi del '66, fiancheggiati dalle artiglierie dell'esercito regio, portando in trionfo l'intrepido Lombardi, grondante d'acqua del Chiese, tinta del sangue della sua fronte spaccata, e il fortissimo Chiassi ferito nel cuore, e il temerario Castellina, crivellato di palle a Vezza, e le sue guide e i suoi aiutanti che fecero una barriera di petti fra lui e la morte sulla via di Tiarno, e lo stuolo eroico ch'egli spinse all'ultimo assalto di Bezzecca. E poi un'altra grande ondata di divise purpuree, biancheggianti di polvere, i bersaglieri del Burlando e dello Stallo, i carabinieri genovesi del Mayer, ultimi a lasciare il campo fatale, i lombardi e i romagnoli del Missori, e sovrastanti a tutti, soffocati dalla rabbia e dal dolore, risoluti a morire, il vecchio Fabrizi, Alberto Mario, il Friggeri, il Pezzi, il Cantoni morto, il conte Bolis morto, il Giovagnoli morto; tutto l'esercito di Monterotondo e di Mentana, illuminato da un raggio d'oro della gloria di Roma. E finalmente l'esercito internazionale dei Vosgi, vestito di mille fogge e armato d'ogni forma d'arme, una folla tempestosa d'italiani, di francesi, di spagnuoli, di greci, di polacchi, d'algerini, di soldati stanziali e di volontari e di franchi tiratori e di guardie mobili, che sollevano in alto anch'essi i loro morti gloriosi e le loro bandiere insanguinate, e confondono la loro voce con le voci lontane di quelli che passarono, gridando:—Gloria a te, che ci guidasti per tante vie e su tante terre a combattere, sempre per una causa grande come l'anima tua. Gloria a te, sempre il primo ad assalire, sempre l'ultimo a cedere, sempre il più forte nella sventura, sempre il più mite nella vittoria, sempre grande egualmente nell'ira e nell'amore, nella oscurità e nella potenza, nel trionfo e nella morte! Gloria a te, tribuno infaticato di tutti i popoli, cavaliere generoso di tutte le patrie, amore e vanto del sangue tuo e della razza umana!
E quando le ultime grida dell'ultimo esercito muoion nello spazio, un'altra folla s'avanza ancora col dolce mormorio d'un fiume tranquillo, e son le creature sconosciute a cui egli salvò la vita, i nemici a cui fu benigno, gli offensori a cui perdonò, e i feriti che rialzò da terra sul campo, e i moribondi a cui resse il capo negli ospedali, e le madri orbate a cui terse le lacrime e fece risollevare la fronte, e le fidanzate a cui tolse un fanciullo e restituì un eroe, e gli umili e gl'infelici d'ogni terra ch'egli soccorse e carezzò e benedisse; e—Gloria a te—gli gridano anch'essi, levando il volto e le mani—e sia benedetta la gloria tua!
Rimani dunque eternamente, sulla tua roccia solitaria, bello, biondo, superbo come negli anni fiorenti della tua giovinezza, col tuo viso splendido e dolce di redentore, sorridente dai profondi occhi celesti, con le braccia erculee incrociate sul petto vermiglio e i capelli d'oro e il mantello grigio dati al vento, e passi reverente ai tuoi piedi, rispecchiando la tua grande immagine, l'onda infinita della posterità.
Per Gustavo Modena.
(Inaugurandosi un suo busto in Torino.)
Ecco quale fu, nella maturità degli anni e del genio, effigiato mirabilmente, l'artista grande, il cittadino fortissimo. Per tutt'e due questa è un'ora di gloria. Come l'attore vedeva nel suo uditorio un popolo e di là dal teatro l'Italia, noi vediamo nel suo simulacro l'apostolo e il soldato della libertà, e sopra la corona dell'artista, l'aureola del patriotta.
L'Italia e l'arte furono i suoi affetti supremi, alla redenzione d'entrambe consacrò ogni sua forza; ma non di pari affetto le amò: risolutamente, in ogni evento, antepose la Madre alla Dea.
Simbolo della doppia opera sua fu egli stesso quando in Roma assediata, confidente del Mazzini triumviro, recitò a beneficio dei feriti, mentre tuonava il cannone alle mura e nelle vie dintorno squillavano le trombe. Fra le ansie e i cimenti della guerra compiva un atto benefico, in pro della patria, col mezzo dell'arte: tale fu la sua vita. E così strettamente si congiunsero in lui l'ideale dell'artista e l'intento del cittadino, la potenza del genio e la fortezza dell'animo, che non può nessuno, senza offender la ragione e la giustizia, scindere virtù da virtù nell'ammirazione che gli tributa.
Nel Davide ventenne che esordisce superbamente a Venezia due anni dopo che è nata Adelaide Ristori, quattro anni prima che nasca Tommaso Salvini, palpita ancora l'intrepido studente di Padova che una santa indignazione avventa, inerme, contro le baionette tedesche da cui ha le carni lacerate. Nel Cittadino di Gand, spregiatore della morte, freme il patriotta del 1831 che vuol morire sotto le rovine d'Ancona e che nella difesa sanguinosa di Cesena arrischia fra i più temerari la vita. Vestito del lucco fiorentino, quando primo fra gli stranieri dà volto e voce alle ire magnanime di Sordello e Farinata, egli è l'esule doloroso che Dante perscruta «scendendo in sè stesso» e nelle calamità dell'Italia dei suoi giorni comprende lo spirito del poema sacro. Ed è ancora il difensore valoroso di Treviso e di Palmanova che ci appare sotto l'assisa del sergente Guglielmo; è il potente oratore dell'assemblea costituente toscana, propugnante l'unione immediata a Roma, che tuona nell'eloquenza infiammata di Caio Gracco; e nel diacono di Ravenna, che narra a re Carlo il passaggio ardimentoso delle Alpi, mentre l'autor dell'«Adelchi» ascolta ed ammira, parla il fuoruscito senz'asilo, che valica a piedi le montagne del Giura, lacero e digiuno, ma non prostrato dell'animo, divorato dalla febbre, ma sorridente d'amore alla sposa eroica e dolce che lo accompagna.
Dubbio è veramente sotto quale aspetto gli si debba oggi onoranza maggiore. Nobile, ammirabile è l'artista sommo che, offertagli la direzione della regia Compagnia sarda, ricusa per coscienza repubblicana il lucro e l'onore, e va di città in città, di villaggio in villaggio, principe ramingo e solitario dell'arte, non chiedendo all'arte che la vita, e trascinando la sua gloria come una croce. Ma ammirabile non men dell'artista è il ribelle che, minacciato dal capestro austriaco e dalla mannaia romana, tradotto in catene a Messina, scampato per miracolo in Francia, ritorna a sfidare il carnefice nella Romagna insorta, donde non porta in salvo la testa che per avventurarla un'altra volta tra i primi nell'insurrezione di Savoia. Ma ammirabile non men del ribelle è il cooperatore proscritto della «Giovine Italia» che, scacciato da Marsiglia a Berna, da Berna a Bruxelles, da Bruxelles a Londra, esercitando i commerci più umili, rifiutando i sussidi, stentando il pane, porta alta fra ogni gente la dignità della sua bandiera e della sua sventura. E più grande dell'attore trionfante, nel pieno splendore della sua fama, fra gli applausi frenetici di Milano redenta, è l'attore del 1848, al quale i primi annunzi del ridestarsi d'Italia confondono il cuore e troncano la parola alla ribalta; è il direttore di Compagnia che scrive al compagno d'arte e d'affari:—«Guerra e rivoluzione sciolgono ogni contratto»—e calpestando danaro e corone accorre per la quarta volta, soldato della patria, dove fuma la polvere e il sangue.
Cittadino e artista, ebbe due grandi intenti: innalzar l'arte ad apostolato di risorgimento nazionale, facendo del palco tribuna all'amor patrio, altare all'eroismo, gogna alla tirannide, e rigenerar l'arte stessa riconducendola al vero, senza deviarla da quell'ideale del bello e del grande, cha fu il sole dell'anima sua.
Ma convien ricordare quali fossero l'arte e il teatro quando, reduce dall'esilio, egli s'accinse all'opera, per comprendere qual cumulo di difficoltà gl'ingombrasse la via, quanto vigor di coraggio e di costanza gli occorresse a superarle, e come fosse da tanto egli solo che, già chiaro per ardimenti, dolori e invitta fede italiana, raccoglieva in sè il rispetto e la simpatia delle varie classi cittadine, nel sentimento della patria concordi, nel sentimento dell'arte divise.
Cadente il regno della tragedia classica e della commedia goldoniana e non ancor pregiate che dalla schiera colta le opere italiane dei nuovi ingegni e le poche buone che venivan d'oltralpe; appassionata la moltitudine per un bastardo romanticismo drammatico, nel quale ai pochi attori eletti che, pur piegando al falso, intendevano al vero, prevaleva un branco d'istrioni manierati e gonfi come il linguaggio dei loro eroi; miserrimo non per tanto lo stato della più parte delle compagnie comiche, preferendo l'aristocrazia il teatro francese e la borghesia la musica, a cui il teatro di prosa era anche peggio d'ora immolato; disparatissimi infine, senza confronto più che al presente, per essere smembrata l'Italia, i gusti delle varie cittadinanze, che dalla scena distraeva il presentimento, la preparazione, l'incalzarsi dei grandi avvenimenti politici: tali erano il teatro, l'arte, il pubblico quando Gustavo Modena sorse.
In così aspro campo, in contro a tante forze ebbe a combattere, e combattè tutta la vita.—Memorando ardimento!—come disse dell'Alfieri il Leopardi. Gli è strappato il frutto di otto anni di fatiche dalla confisca austriaca del suo podere di Treviso; da una città all'altra d'Italia è costretto a viaggiare con le cautele d'un fuggiasco per evitar gli Stati donde è bandito; è relegato da ultimo dentro ai confini del Piemonte e della Liguria dove gli è forza di scendere fino ai teatri più miseri, e dalla salute mal ferma è ricondotto ogni inverno al suo romitorio di Torre Pellice, donde lo ricaccia alla scena, e dalla scena al commercio, il bisogno; ma non si perde d'animo mai. Altero e indomabile, egli lotta con le censure dispotiche, coi municipii gretti, con gli appaltatori ingordi, con le compagnie privilegiate, con cittadinanze indifferenti o, per ragion di parte, malevole, che gli avvelenano la gioia dei trionfi, e, pure lottando e peregrinando senza tregua, lavora e crea senza posa. Crea personaggi, educa alunni, divina ingegni, incoraggia autori, propone e discute soggetti di dramma, ricorre tutte le letterature drammatiche, commenta e traduce, scrive di politica e d'arte, vagheggia fino agli ultimi giorni, per il risorgimento del teatro, il suo sogno d'una Compagnia libera, e soltanto sul letto di morte, e dopo aver provveduto alla sorte della moglie adorata che gli singhiozza sul cuore, trova finalmente riposo. Quanto fu tempestosa la sua vita, tanto la sua morte è serena; affranto da tante fatiche, egli s'addormenta senz'affanno, e sul suo viso tragico, ultimo riflesso della coscienza intemerata, resta un sorriso.
Quale fu l'arte sua? Audacia sarebbe il tentar di descriverla con ricordi vaghi dell'adolescenza. Ma chi lo potrebbe far degnamente?
Dicendo, come altri disse, che classico e realista ad un tempo, e novatore senza infrangere ogni tradizione della scuola antica, studiava i grandi personaggi nella storia, nella letteratura, nell'anima propria, e li coloriva giovandosi con sagacia acutissima della sua varia e profonda esperienza della vita, e dava loro con efficacia insuperabile il grido delle sue gagliarde passioni, si dice l'armonia e la profondità delle sue facoltà artistiche, non l'originalità stupenda della sua recitazione.
Dicendo che, maestro impareggiabile nell'arte di modulare il verso e il periodo e di dare allo studio faticoso l'apparenza dell'ispirazione spontanea, egli accoppiò a una mobilità maravigliosa del volto una voce a cui erano concessi i passaggi più ardui e le note più alte e terribili che possano erompere dal petto umano, che la sua persona poderosa si ergeva come la forma ideale della maestà e della forza e si piegava e immeschiniva fino all'aspetto più compassionevole dell'infermità e della miseria, e che il suo passo parlava e il suo gesto scolpiva e i suoi occhi fulminavano, si dice quello che d'altri grandi attori fu detto.
E chi anche lo descrivesse nella rappresentazione intera d'un personaggio, rammentando, come altri fece, le voci, i gesti, i passi, ogni idea sua propria, renderebbe pur sempre una sola delle cento facce del suo genio; il quale da Lindoro a Saul, da Luigi undecimo a Edipo, ascese tutta quanta, la scala smisurata del dramma, come nella dizione magistrale della «Divina Commedia» risalì da Vanni Fucci a San Pietro.
Potremmo accumulare immagini sopra immagini, e faremmo per chi non l'intese opera vana, come il definir con parole a chi non lo vide ciò che distingue dagli altri mille il viso d'un uomo. Non v'è giudizio di posteri per l'arte che rifà più vivamente la vita. Grida di dolore e di sdegno a cui sobbalzava la folla come alla voce stessa della patria e in cui pareva espandersi l'odio d'un'intera generazione contro la tirannide, scoppi di pianto disperato onde mille visi impallidivano, lampi della parola che illuminavano recessi ignorati dell'anima e altezze non prima vedute del pensiero ond'egli era interprete, e atteggiamenti nobili e superbi come forme statuarie di Michelangelo, voi non siete più che nella mente d'alcuni, nati nella prima metà del secolo, e sarete fra pochi anni scomparsi affatto anche dalla memoria degli uomini.
Scomparsi, ma non perduti.
Come non si perde l'acqua fecondatrice che la terra beve e rispande in umor vitale su per le fibre dell'erbe e degli alberi, tale è di tutto ciò, che fu la grande arte sua: gli accenti, gli atti, gli sguardi, tramutati in forza di passione e di idee nella generazione che li vide e li udì, operano ancora, eredità ignorata, nella generazione presente, e in mille echi e riverberi vivono tuttavia nell'arte d'oggi, e nell'arte avvenire perdureranno. L'arte si trasforma e procede, ma Gustavo Modena non muore. Sulla fronte dei novatori più arditi brilla ancora un raggio del suo spirito, e fin che nel teatro italiano avranno culto la verità e la grandezza, ad ogni rappresentazione dei capolavori ch'egli segnò del suggello del suo genio, si vedrà passare in fondo alla scena l'ombra enorme del suo capo.
Ma non nell'arte soltanto e nel nostro spirito: rimane gran parte dell'anima sua in quell'epistolario incomparabile, nel quale, più che l'arguzia inesausta e la cultura varia e l'agile vigore d'uno stile esuberante di vita, anche i suoi più fieri avversali politici son forzati ad ammirare la sincerità profonda e la saldezza incrollabile della sua fede.
Repubblicano fu, nel fondo dell'anima, dalla prima giovinezza alla morte, e propugnatore d'una politica audacemente rivoluzionaria, aborrente da ogni aiuto straniero, che non procedesse anch'esso da rivoluzione, intendendo a una confederazione europea di repubbliche. E certo è che quanto ei voleva sarebbe stato saggio e attuabile se tutti gli italiani avessero avuto mente e fibra pari alla sua. Questo appunto egli credè fermamente, come lo credè il suo maestro; onde gli parve verità afferrabile quell'ideale che, giusta la sentenza d'un grande, è la verità veduta di lontano; e lontana facevano allora la verità dalla sua fede le moltitudini immature a quella forma di reggimento liberissimo e impotenti a quell'azione indipendente, unanime, eroica, fuor della quale egli non vedeva salute. Il disinganno lo trafisse; ma da quello ch'ei stimò errore e sventura del suo popolo, non da misere ambizioni deluse, non da angusto risentimento d'orgoglio offeso, derivò l'amarezza iraconda che lo fece così fieramente severo coi suoi contemporanei e con l'opera loro. E però il suo dolore è nobile, l'ira generosa, e il grido che s'alza dalla sua coscienza spartana contro la servilità e la corruzione che dànno di sè i primi segni, è grido di profeta. E fa professione di scettico invano: egli infuria e impreca perchè soffre, e soffre perchè ama ancora; e nel suo riso di disprezzo trema un ruggito e il sarcasmo atroce che gli scatta dalle labbra stilla sangue del suo cuore.
Ah, quanto è diversa l'opera dell'uomo dalla parola della sua collera! Dice:—Disprezzo il mio prossimo, sono nauseato di tutti e d'ogni cosa;—ma, stanco e infermo, e bastante appena a provvedere a sè stesso, recita a beneficio di compagni d'arte e di Società operaie, soccorre emigrati e proscritti, e fino a pochi giorni prima di morire porge la sua povera borsa a quanti naufraghi del teatro gli tendon la mano. Scrive:—L'Italia è morta; stoltezza è sacrificare i moltissimi buoni alla rigenerazione dei molti vilissimi;—ma sottoscrive a prestiti per la causa italiana, sussidia giornali, fonda tiri a segno, dà il suo obolo e il suo consiglio per affrettare ogni moto in cui appaia un barlume di speranza, e la notizia dei supplizi di Mantova gli strappa dall'anima dilaniata lacrime di sangue. Afferma—che il nome della sua patria gli s'è fatto odioso e che vuol rifugiarsi e farsi seppellire in un angolo della Svizzera dove non ne giunga più il suono;—ma, invitato a recarsi in America, dove potrebbe assicurar l'agiatiezza della sua vecchiaia, dalla patria non ha il coraggio di staccarsi e, indispettito contro sè medesimo, rifiuta, e resta nel suo eremo, dove si leva innanzi giorno per attinger l'acqua e accendere il fuoco. Grida in un impeto di rabbia:—Meglio la casa d'Absburgo che ci trattava a ragione come negri;—ma quando in nome dell'arciduca Massimiliano gli sono offerti salvacondotto, onori e guadagni perchè vada a recitare in Milano austriaca—No—risponde—piuttosto la fame.
Tale era in fondo questo povero grande cuore ferito che, a parole, malediceva la patria e rinnegava l'umanità; tale era quest'anima in stato di procella perpetua, quest'artista glorioso e sdegnoso che, se il teatro gli fosse stato precluso, sarebbe riuscito uno scrittore illustre, che, se a più alte prove lo avessero posto gli eventi, sarebbe stato un eroe, che se avesse sortito la ricchezza l'avrebbe usata come quei benefattori insigni che la storia ricorda e il popolo benedice.
Bello è che sorga un monumento in suo onore nella Capitale del Piemonte, che fu ultimo rifugio alla sua vita errante e campo dei suoi ultimi trionfi. Non meno di quello che sorgerà nella sua Venezia nativa sarà rispettato e amato questo dal popolo, che per trent'anni lo attese. E la gioventù verrà con reverenza a contemplare questa fronte che non piegò mai, questi occhi in cui rifulse il genio, questa bocca che non macchiò nè adulazione nè menzogna, questo petto nel quale fremettero tutti i dolori e tutte le ire della patria oppressa, e che con pari coraggio sfidò la tirannia, sopportò la povertà, lottò per l'ideale e affrontò la morte….
Resti qui dunque perpetuamente, o Maestro venerato, la tua immagine, fidata alla guardia amorosa di questa Torino che raccolse il tuo ultimo sospiro e custodisce le tue ossa; resti invulnerata dai secoli al bacio del sole e della gloria, e dalla bocca di pietra spiri ancora alle generazioni venture il soffio della libera e grande anima tua.
Per Felice Cavallotti.
Sono trascorsi sette giorni; alla prima oppressione dello sgomento e del dolore, che ci oscurarono lo spirito e ci strapparono il pianto dal cuore, è succeduta la tristezza profonda e lucida, che ricorda, medita e lamenta: eppure non possiamo ancor pronunziare senza un fremito d'angoscia ribelle a ogni rassegnazione, senza una ripugnanza del cuore incredulo e delle labbra tremanti—come se fossero un'orribile menzogna, queste tre sciagurate parole:—Felice Cavallotti non è più!—Noi non possiamo rassegnarci a pensare:—Altre ingiustizie pubbliche, altre violazioni della libertà, altri conati della reazione si succederanno,—ed egli le ignorerà; la patria patirà nuovi dolori, correrà nuovi pericoli, subirà forse altre vergogne—e le sue labbra taceranno; altri frodatori del comune avere, altri corruttori delle istituzioni patrie e profanatori del santo nome d'Italia compiranno le loro imprese, e la sua mano vindice—smascheratrice implacabile di tutti i mercanti del patriottismo—rimarrà inerte; supremi interessi nazionali si discuteranno, si combatteranno grandi battaglie politiche, care feste della patria, anniversari di giornate gloriose, conquiste e trionfi della libertà e del diritto si celebreranno in adunanze fraterne e solenni,—ed egli non v'assisterà. Felice Cavallotti che voleva dir forza, moto, azione, speranza inestinguibile, giovinezza perpetua—Felice Cavallotti che per noi teneva luogo d'una legione, del quale sentivamo anche da lontano l'alito possente e la voce che echeggiava sul paese come uno squillo di tromba—Felice Cavallotti che la nostra immaginazione, precorrendo il tempo, godeva a rappresentarsi ancora operoso e combattente nell più tarda vecchiaia, circondato dalla reveranza e dalla gratitudine pubblica…. bisogna pur che ci rassegniamo a profferire, a ripetere, a configgerci nel cervello e nel cuore queste tre terribili e quasi incredibili parole:—Felice Cavallotti e morto!
Commemorarlo? A che pro, se da tanti giorni non si parla che di lui? se la sua vita intera è presente al pensiero di tutti? E com'è possibile, mentre dura intenso ancora il dolore, aver libera la facoltà che ordina i fatti, collega i particolari, chiarisce e giudica i moventi e gl'intenti delle passioni e degli atti? Altri farà questo un giorno, forse molti lo faranno, e faranno opera utile e bella. Lo prenderanno fanciullo, crescente nel seno d'una famiglia amorosa, ma più vicina alla povertà che all'agiatezza, esercitato fin dai primi anni a sopportar con animo forte le privazioni, educato agli studi severi dal padre, dotto filologo, ch'egli aiuta nei suoi lavori; spiegheranno come nella furia delle sue prime letture di libri cavallereschi abbia avuto origine quello spirito generoso, avventuroso, battagliero, irrequieto che agitò tutta la sua vita; lo seguiranno a passo a passo, da quando, poco più che fanciullo, si mette a capo d'una dimostrazione patriottica e vaticina in un opuscolo l'unificazione della Germania, via via, per le varie tappe, soldato dì Garibaldi a Milazzo e al Volturno, collaboratore dell'«Indipendente» del Dumas a Napoli, poi a Milano, studente di legge, poeta e giornalista ad un tempo, faticante per guadagnarsi il pane; poi soldato un'altra volta nel '66, combattente a Vezza, in Val Camonica; poi da capo giornalista, nella capitale lombarda, polemista baldanzoso e indomabile, che smette a ogni tratto la penna per impugnare la sciabola; tradotto di processo in processo, fuggiasco all'estero, nascosto in Milano, poetante nella prigionia, e dopo ogni processo e ogni prigionia più infiammato e più audace di prima.
E pervenuto a questo punto il biografo non sarà ancora che al principio. Egli dovrà accompagnarlo nella sua vita parlamentare per un quarto di secolo, deputato di Corteolona, di Pavia, di Milano, di Piacenza; saldo sempre nella sua fede repubblicana, ma, com'egli disse—«italiano prima, repubblicano poi»;—lottante, salvo rare e brevi tregue, contro tutti i ministeri; paladino dell'Italia irredenta, nemico dell'alleanza austriaca, oppugnatore degli armamenti rovinosi, avversario della politica affricana, denunciatore di tutte le violazioni della legge, di tutti gli abusi del potere, di tutti gli sperperi dell'amministrazione; fiero, infaticabile rivendicatore della moralità pubblica, fu istigatore di tutti i prevaricatori e corrotti e complici loro, potenti ed oscuri, nel parlamento, nella stampa, nei tribunali, nei comizi, in tutte le regioni e da tutte le tribune d'Italia. Ma dovrà aggiungere il biografo come a questa lunga e guerresca vita parlamentare, segnata di discorsi e di tempeste memorabili, egli intrecciasse ancora, quasi senza interruzione per molti anni, l'opera poetica e drammatica, alternata di dure lotte e di vittorie sudate, e come all'opera della creazione artistica accompagnasse l'opera erudita, critica e polemica, condotta con lunghi e pazienti studi, nel campo del teatro, della storia, della nuova poesia: opera interrotta alla sua volta da nuovi processi, da nuovi duelli, da nuove tempeste, da commemorazioni ispirate e memorande di grandi fatti e di grandi morti, e da faticose e ardimentose campagne elettorali; e come infine in mezzo alle lotte, alle cadute e ai trionfi, inteso sempre e soprattutto alla grande voce del paese, egli abbandonasse ogni cosa sua quando suonava il grido d'una sventura pubblica, e accorresse a Napoli e a Palermo a soccorrere e a confortar le vittime dell'epidemia col coraggio d'un eroe e con l'amor d'un fratello. Sì, ammirabile vita, nella quale i venturi, secondo i principii politici e l'indole loro, potranno trovare errori, violenze, temerità, disarmonie; ma non disconoscere una grande forza diretta da una coscienza onesta, da un profondo amore della patria, da un'ardente passione per la verità, per la giustizia, per il bene;—ma non rifiutarsi ad ammirare una maravigliosa cospirazione di virtù della mente e dell'animo, rarissime a trovarsi riunite, quali son l'impeto dell'entusiasmo e la tenacia ferrea della volontà, la vigoria infaticabile del pensiero e dell'azione, e con una nobile ambizione di gloria, col sentimento e il culto della bellezza, con la vivacità degli affetti, con tutto quello che fa bella e cara la vita, la forza d'un cuore sempre pronto ad affrontar le persecuzioni, gli odii, il dolore, la povertà, a rinunziare senza titubanza e senza rammarico a ogni bene della vita e alla vita stessa, come se per lui la pace, gli affetti, la gloria, l'esistenza non avessero valore alcuno se accettate a prezzo di una transazione con la propria coscienza a d'una violenza fatta alla propria ragione. Sì, ammirabile vita, che si può simboleggiare in questa bella figura: un soldato con la camicia rossa, con una corona di poeta sulla fronte, ritto sopra una tribuna; il quale mostra le mani alla patria per cui ha combattuto per quarant'anni con la spada, con la penna e con la parola, e le dice:—Guardate, sono pure! Non le ho macchiate mai che del mio sangue.
Vediamo ora, rapidamente, il poeta lirico, il drammatico, l'oratore, il polemista, il cittadino, l'uomo.
Poeta fu, nel più profondo dell'anima. Di poeta ebbe—per usar le parole d'un suo illustre avversario—il soffio, l'essenza alata, l'anima lirica. Non cercò nuove forme: fece sue quelle della poesia patriottica che palpitava in tutti i cuori quand'egli s'affacciò alia vita, le forme del Rossetti, del Berchet, del Manzoni. Dice egli stesso all'autore della «battaglia di Maclodio»:—«quest'umile cetra apprese le forme da te, e il mio canto modula alla tua scuola gli accenti d'una speranza che non è più la tua».—L'impeto della passione soverchiante non gli poteva consentire le sottili e pazienti industrie di stile e d'armonia, che più tardi vennero in onore. La sua poesia fu propriamente un canto sgorgante dall'anima, poesia di battaglia, piena dì strepito d'armi, di schianti di fulmine, di fremiti di popolo, di grida d'ira e di dolore. La successione delle sue strofe di decasillabi somiglia all'incalzarsi di manipoli di combattenti che corrono all'assalto; nelle quali le rime sono punte di spada e i tronchi finali urrà di vittoria. Ma nell'uniformità dei metri facili e sonori, quanta varietà d'ispirazioni, dall'inno alla satira, alla romanza, all'elegia, all'epigramma, ed anche quanta sincerità e freschezza giovanile di passione! L'anima affaticata dagli urti e dalle procelle, ferita qualche volta dal taglio del sarcasmo di qui si fa arma, si rifugia in sè stessa, cerca conforto negli affetti gentili e pace in fantasie e sogni di solitudine e di oblìo, e allora un nuovo poeta vi appare, d'una dolcezza e d'una delicatezza squisita, che vi tocca le più intime fibre del cuore. Ma già questo poeta voi lo indovinate anche nelle poesie di battaglia, dove a ogni tratto spunta un fiore, brilla una goccia di pianto, suona una nota di mestizia soavissima. Vi ricordate quando dice al Manzoni morto:—«dormi, o vecchio, e sopra la tua zolla ti conforti i placidi sonni la rosa che ti donò Garibaldi»?—e quando dice a Adelaide Cairoli, rammentandole il giorno che pregava alla tomba del suo primo figliuolo caduto:—«Ma allora, dopo la preghiera, ti rialzavi più forte, perchè ti rimanevano, ti baciavano ancora in viso quattro figli; e t'era così dolce il cercare su quei quattro volti il sorriso del tuo morto!»—E quando al poeta che impreca, infuriando, al cadavere della donna amata che lo fece soffrire, dice quella dolce e sapiente parola:—«Ah no, non insultarla! Ah non nelle maledizioni e nello scherno troverai il refrigerio che vai cercando, povero poeta! Tu non sarai guarito se non il giorno che perdonerai!»
E vorrei proseguire: vorrei imitar l'esempio di Emilio Augier, che all'Accademia francese, dovendo tesser l'elogio d'un poeta illustre, disse:—Quale omaggio migliore gli si può rendere che quello di recitare i suoi versi? e conchiuse:—Non aggiungiamo nulla: portiamo con noi intera la nostra commozione, e che il poeta tramonti nella sua gloria.—Ma recitar quei versi che furono la più schietta e calda espressione dell'anima sua, e darmi così l'illusione di riudir quella voce che non udrò mai più, non potrei: la commozione me li soffocherebbe nel cuore. Evochiamo una sola, la più bella forse delle sue creazioni, quella in cui più mirabilmente s'accordano l'altezza del concetto, la grandezza del disegno e l'andamento grave e solenne del ritmo che par che segni il passo di Leonida armato nel silenzio della notte. Alla mente di tutti, senza dubbio, è presente la figura augusta dell'eroe che, al raggio delle stelle, risorto dalla tomba d'Antelo, con la grande asta nel pugno, discende, circonvolato dall'aquile, per andar a cercare se sia sorta nel mondo una nuova gloria pari a quella delle Termopili, e riposar là, in mezzo ai fratelli degni, dei suoi trecento. Si sofferma, ma non si arresta a Clierniea. No,—dice ai Tebani morti che lo chiamano:
No, no, dormite in pace! Vano fu il sangue, eroi!Periste e non salvaste l'ellenia libertà!
Giunge a Maratona; ma non s'arresta.—No,—grida ai caduti che lo invocano—qui non rimango.—
Tutto, voi, tutto aveste! la gloria e la vittoriaPei lari! È troppo dolce, morti, dormir così!
Giunge alle isole Arginuse, sulle onde sparse di triremi infrante e disalme insanguinate; ma non cede all'invito di Callicràtida:«No»—dice—«foste prodi, cinque contro venti; ma foste Elleni controElleni—e fu una squallida lotta».
Giunge al campo di battaglia d'Isso; ma procede, dicendo ai soldati diAlessandro, vincitori dei Persiani:
… Salvete, o morti! Leonida non dormeDove a un tiranno i lauri il greco acciar donò.
E non s'arresta a Gerusalemme dove l'invocano i crociati spenti, perchè, dice, «io non pugnai per espiar peccati nè mossi in cerca d'avventure e di ricchezza». E non s'arresta alle Piramidi, alla voce dei soldati di Buonaparte, perchè, grida:
Io non guidai sul colle i miei Trecento a Dite,La libertà sul labbro e la conquista in cor!
E non s'arresta a Zama, dove gridano il suo nome i soldati diScipione, sgominatore d'Annibale:
E voi giacete! Io passo! Troppi eravate in campo!E i numidi elefanti v'apersero il sentier.
E trascorre oltre il campo di Munda, sordo alle voci dei legionari diCesare, ai quali rinfaccia il motto del capitano:
Sul colle io per la patria pugnai, non per la vita:Vincitori di Munda, lasciatemi passar!
E attraversa fiumi e monti, passa il Pirene, giunge in Provenza, si sofferma sul Rodano dove Mario distrasse i Teutoni; ma non s'arresta alla voce dei soldati di Mario, perchè sul sacro colle egli non attese, scrutando le stelle, l'ora in cui potesse combattere con la certezza della vittoria.
E varca le Alpi e scende in Lombardia; ma, sospinto dal ricordo della pace di Costanza, neppure a Legnano si arresta, perché
Se non dà frutti il sangue che val gloria d'allori?Se libertà non germina, che val d'armi virtù?Morti feconde io cerco, non vinti o vincitori;Morti feconde e libere, tra quei che non son più.
E giunge finalmente sulla riva del Tevere, in vista di San Pietro, davanti a un'ara modesta, donde cento voci fioche lo salutano:
Noi pur, noi pur pugnammo in cinque contro venti,E non fu indarno, o patria, nè il sangue, nè il morir!
A noi non la vittoria, ma dei fiacchi lo scherno:Non i felici oròscopi, ma il pallido dover:Non fratricidi allori, ma l'abbandon fraterno:Non di tiranni il soldo, ma il raggio d'un pensier.
L'alme donammo al fato, non bugiarde parole,Dall'ombra degli avelli guardando all'avvenir!…—L'Ombra, inchinando l'asta, grida:—Stanotte vuoleCoi morti di Mentana Leonida dormir!
E così ora «tramonti il poeta nella sua gloria» accanto al suo Leonida, egli che alle Termopili sarebbe morto tra i primi, e che in difesa della libertà e della giustizia combattè per trecento.
L'autor drammatico. Nessuno, certo, attende qui un'analisi ragionata di quell'opera complessa e varia, coronata di successi clamorosi, provocatrice di aspre battaglie, feconda di tante vive discussioni storiche e artistiche, nella quale dal dramma storico in versi, i «Pezzenti», il «Guido», l'«Agnese»,—dove la poesia e la fantasia predominavano e la storia non era che fondamento e facciata,—Felice Cavallotti passò al grande dramma storico in prosa—l'«Alcibiade» e i «Messenj»—poggiato sopra una più minuta indagine del tempo e sopra un più profondo studio del vero, per trascorrere poi, con la «Sposa di Menecle», alla commedia intima di soggetto antico, e infine al moderno dramma psicologico, spingendosi fino all'idillio e al proverbio. Il cuore e la ragione insieme si ribellano oggi anche a una critica riverente. A noi basta rammentare che se neppur nel teatro non cercò nuove forme, attenendosi, come voleva la natura del suo ingegno, alla tradizione romantica, sulle traccie di Victor Hugo e dello Schiller, anche nel teatro portò il soffio della sua anima lirica, che tutto riscalda e vivifica, la santa fiamma dell'amor di patria e di libertà, una forza grande di sincerità giovanile e di virile coscienza, un continuo, amoroso, poderoso conato verso la bellezza e la grandezza, che ci leva in alto lo spirito e ci move il cuore anche quando non arriva dove fende. Chi potrebbe oggi esaminare, ponderare, discutere, mentre le creature della sua mente ci si affollano intorno velate di nero come la sua immagine, a cui fanno un corteo dolente e glorioso, come figli intorno al simulacro funerario del padre? Altro non possiamo fare che rammentarle e salutarle. E sfolgorante Raul che, levando la spada in cospetto al cadavere di Maria, grida al duca d'Alba: «Troppo tardi. Oggi saremo in molti ai funerali. A me, pezzenti!»—È tragico il vecchio padre traditore del suo sangue che svela al figliuolo adorato la propria infamia, mentre suonano i rintocchi della campana che lo chiamano a combattere, con quelle semplici e terribili parole:—«Ferma! Io son Guido!»—È bello e generoso il giovine Scandiano che al duca di Mantova, ebbro di piacere e d'orgoglio, narra tra gli splendori della festa la fame e la disperazione del popolo di Mantova. È splendido il vecchio re di Messenia che, ritto sulle rupi, strappa la bandiera tirannica di Sparta e chiama alla rivolta il suo popolo col superbo grido:—«dove passa Aristomene, Sparta non ha bandiera!»—E pietoso e venerando è il vecchio Menecle che riprende dalle pareti lo scudo e la spada antica per chiedere alla morte per la patria l'oblio della dolce illusione perduta. E più alto di tatti, come una statua d'oro e di bronzo, segnata di mille colpì, ma salda e trionfante ancora sul suo piedistallo di marmo pario, ci sorge davanti il greco gigantesco e multiforme, che riunì in sè Cesare e Coriolano, Sardanapalo ed Antonio,—«tutte le faccie del polièdro umano»—e mentre passano dietro di lui, come visioni, i giardini e le piazze, le sale d'Atene, la spiaggia di Sicilia, il lido di Sparta, le acque dell'Ellesponto, le montagne di Frigia, e quella fuga maravigliosa d'assemblee, di eserciti, di campi di battaglia, di feste trionfali e di solitudini, che pare il giro di un mondo intorno ad un uomo,—noi non salutiamo in lui l'Alcibiade antico, vincitor di Bisanzio e di Calcedonia, ma la creazione più grande, più fortunata, più cara del poeta perduto; la salutiamo con la certezza che, quando pure dovessero le altre andar travolte dal tempo, quella resterà, splendida e palpitante di vita immortale. E se anche tanti pregi di pensiero e d'ispirazione non risplendessero nelle sue tanto applaudite e combattute opere drammatiche, sarebbero queste ancora amate e riverite da noi per il tesoro di studi amorosi e di dotti commenti che egli vi profuse intorno, per le tempestose ansie giovanili che gli costarono, per le ebbrezze ardenti che gli diedero, per i profondi e dolci conforti che recarono ai suoi grandi dolori e alle sue affannose fatiche di soldato della libertà e di tribuno della patria.