XIV.La sposa si accaparra.

La v'ha data la man, l'è obbrigataNon ci bisogna su nè sal nè olio[203]

La v'ha data la man, l'è obbrigataNon ci bisogna su nè sal nè olio[203]

Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia,come quello che conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi sono assai popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il toccamano e il dare l'anello quello che, nella credenza comune, sembra legar più è l'aver dato l'anello della promessa, chiamato dai Latinianulus pronubus, diverso da quello che si dà ora in chiesa dal prete quando benedice le nozze omai combinate e non più possibili a rompersi senza grave scandalo. L'anello della promessa è un pegno di unione futura; l'anello che si dà in chiesa è simbolo dell'unione che si fa. L'uso dell'anulus pronubusè generale in Italia, dato «o per segno di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel pegno i cuori si leghino[204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'anulus pronubusnon è ancora vincolo legaledi matrimonio[205]; lo è invece pel diritto visigotico e longobardico[206], e più poi ne' nostri canti popolari, uno de' quali dice così:

Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!M'è stato detto, amor, che siete sposo.Se siate sposo ancora non lo so;Ancora siete a tempo a dir di no.Se siete sposo ancor non lo so io;Ancora siete a tempo a dirgli addio.Quando vi vederò l'anello in ditoAllor ci piglierò pena e partito.Quando vi vederò l'anello d'oro,Allor ci piglierò partito e duolo[207].

Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!M'è stato detto, amor, che siete sposo.Se siate sposo ancora non lo so;Ancora siete a tempo a dir di no.Se siete sposo ancor non lo so io;Ancora siete a tempo a dirgli addio.Quando vi vederò l'anello in ditoAllor ci piglierò pena e partito.Quando vi vederò l'anello d'oro,Allor ci piglierò partito e duolo[207].

Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro; anzi nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al tempo di Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come nell'agro Tuderte e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi rammento, chiamano questo anello nuzialela fede, e nel Veneto,la vera; oraveraè parola slava che vale precisamentela fede.

L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposoalla sposa; ma talora può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con Adelaide[208], o dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge alla sposa, come ne abbiamo un caso presso il Bandello[209], o fatto dare, come ci occorre presso il Doni[210]. Nell'India era una vecchia parente che metteva in dito ai due sposi un anello di ferro[211]. Tra principi si trova pure il caso in cui la fanciulla per ordine paterno si fidanzi per mezzo di un anello, che ella manda allo sposo destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la stringe pur tanto che ritraendosi ella possa provocare uncasus belli[212].

L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della promessa, no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual proposito mi piace rilevare, da un eccellente scritto di Dora d'Istria[213], l'uso che la dotta ed elegante scrittrice ha potuto osservare tra i Serbi: «Ipesmasembrano avere inteso a rendere popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a distinguere i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà il basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le tradizioni orientali, la mela vien considerata come un simbolo di seduzione. Una mela sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle mani di Paride, Hera, il tipo della matrona ellenica, e Athene, la vergine austera, consentirono a mostrarsi ignude come Afrodite nel cospetto di un pastor frigio. Una fanciulla serba più prudente che non fosse l'Eva della Genesi, si affretta agettar sul nasodi Mirko la mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua mela», grida ella irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda lungi col piede la mela che Stoiano vuolfarle accettare; ma colei che più risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente sorride sì tosto ch'ella scorge come nelle mani di Mirko risplende l'anello d'oro, l'anello della promessa.»

Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia in origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di osservare come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non usa più offrire l'anello.

Nell'India antica, secondo isùtra, i due messaggieri d'amore, lasciata la casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e frutti, andavano soli alla casa della sposa, si annunziavano al padre, e in presenza di tutti i parenti, esposto prima il loro mandato, scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi dello sposo e domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre i parenti erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il più bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i messaggieri toccano una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la stessa coppa veniva quindi posta sul capo della sposa, come augurio di fecondità. Recitata qualche formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo faceva sedere sopra l'erbakuçae gli dava a bere latte con miele; lo sposo presentava quindi i suoi primi doni alla sposa.

Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi, manifesta il proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui elegge un giorno propizio, appresta i doni e si avvia con essi alla casa della sposa. Il padre fa la promessa e presenta i doni; il padre della sposa, prima di rispondere, tenta gli augurii; e, ove egli consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le promesse e si fissa il giorno solenneper le nozze. Ma fra i Bràhmani corre ancora quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze, purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di alcun dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come penitenza poi, egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà. L'apparato del viaggio si fornisce in tutto punto, e il giovine fidanzato si mette in via; ma com'egli è appena giunto fuor della città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che gli domanda ove sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio, pur ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste e si sollecitano le nozze.

Nelle leggi della Germania settentrionale, una delle formole per le quali si facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia mia per l'onore e pel matrimonio e per la metà del letto, per la serratura e per le chiavi»[214], intendendosi con ciò che il matrimonio dovesse riuscire onorato e che la moglie, oltre alla partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il dominio della casa.

In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa abita. Il padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il forestiero risponde: «Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce, se voi la volete lasciar entrare.» Il padre lo fa entrare, e si tratta; la fanciulla origlia intanto dalla stanza vicina; se i due contraenti simettono d'accordo e combinano le nozze, la fanciulla incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel governo di Tver, dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si reca in visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come è l'uso russo, prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si siede e prega Dio. Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della sposa, ove giunto, i due suoceri ripiegano in su un lembo della loro pelliccia[215], e il padre dello sposo dice: «Quello che hai immaginato, facciamolo; battiamo le mani». Allora la palma dell'uno batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si chiama ilbattimano; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo chiamano iltoccamano; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di altre parti d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de' loro contratti sia un verobattimano. Fatto ilbattimano, i contadini russi aggiungono: «Dio ci permetta di vivere amici e di visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e sale insieme, di modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti finiscono in bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si scambiano, oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in Russia, chela sposa è bevuta, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il padre dello sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare via la sposa? Se non ne avete voi, manderemo i nostri a prenderela principessa»[216]. Il padre della sposa risponde: «Io stesso la condurrò; non vi recherò codesto disturbo». Alla sua volta, la madre della sposa presenta i suoi doni per lo sposo e pel mandatario, dicendo: «ricevete, signor mandatario, questo per le pene vostre, per averci dato un erede, e questo per il principe[217]: un fazzoletto ed un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa[218]». Dopo di ciò, il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa piglia il pasticcietto (pirog), preparato per l'occasione, col lembo diritto della pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia del padre dello sposo, il quale, appena ricevutolo, corre, con quanta più prestezza può, verso la propria dimora, senza toccare con la mano il pasticcietto. A una tal forma di chiesta nuziale si riferisce il seguente canto popolare del distretto di Tarszok (governo di Tver), nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come paurosa, a difesa, delle sue dilette compagne, deicigni, secondo la sua poetica immagine, e dice:

Tu, mio sostentatore padre,Non biasimarmi, non metterti in collera,Mio sostentatore padre,Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,Le mie care compagne.Tu, mia carissima compagna N. N.,Avvicinati a me, alla malinconia amara,Aiutami a sopportare la mia tristezza.Voi, mie care compagne,Siete senza pietà;Forse i vostri visi sono di carta,Le ardenti lacrime di perla,I cuori più duri della pietra.Tu, mio sostentatore padre,E tu, mia cara madre,Non battete delle mani[219],Nè il lembo contro il lembo[220].Non impegnarmi, sostentatore padre,Nè tu mia propria madreCon impegni forti,Forti, eterni.

Tu, mio sostentatore padre,Non biasimarmi, non metterti in collera,Mio sostentatore padre,Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,Le mie care compagne.Tu, mia carissima compagna N. N.,Avvicinati a me, alla malinconia amara,Aiutami a sopportare la mia tristezza.Voi, mie care compagne,Siete senza pietà;Forse i vostri visi sono di carta,Le ardenti lacrime di perla,I cuori più duri della pietra.Tu, mio sostentatore padre,E tu, mia cara madre,Non battete delle mani[219],Nè il lembo contro il lembo[220].Non impegnarmi, sostentatore padre,Nè tu mia propria madreCon impegni forti,Forti, eterni.

L'anello pronubo è la prima delle caparre; ma altre ordinariamente l'accompagnano anco presso i Romani, come appare evidente da un passo di Giulio Capitolino, tra gliScriptores Historiæ Augustæ[221]. L'uso italiano le ha continuate non contraddetto dal Dirittolongobardico, la cuimetaera una vera caparra[222]. La caparra in danaro ostrenna(come la chiamano nel Canavese e nel Biellese) che lo sposo dà, in Piemonte, alla sposa, non eccede mai la somma di lire cinquanta[223]; se le nozze si guastano, per causa dello sposo egli perde la sua caparra; se, per causa della sposa, la caparra viene restituita a colui che la diede, raddoppiata talora, come usa nel contado di Pinerolo ed anche nell'Osimano. La caparra si dà generalmente il dì delle promesse, ossia, come dicono nel Canavese, il giorno in cui si va a baciare la sposa, poichè da quel giorno veramente i parenti dello sposo la riconoscono con un bacio. Ma non sempre la sposa accetta la caparra in danaro, a molte fanciulle sembrando offesa quel pegno; o se, come nell'Abruzzo[224], l'accettano, esse hanno cura di levare, all'unica monetache acconsentono di ricevere, il valore di moneta; perciò, bucatala, se l'appendono al collo ad uso medaglia, quale pegno di fede promessa.

È ancora una specie di caparra la cerimonia nuziale del governo di Tver, in Russia, che si chiamabere la beltà della ragazza. In una bottiglia di acquavite si mette un'erba dettadel diavolo; la si orna di nastri e candelotti ed il padre dello sposo deve riscattare questo diavolo per mezzo di cinque kapeika[225]. A tale offerta gli si dice: «La nostra principessa[226]non vale solo questo;» allora il mandatario aggiunge ancora; gli si ripete il medesimo, ed egli sempre aggiunge, finchè la somma non sia arrivata fino a cinquantakapeika[227].

Le nozze non son fatte per gli avari; si dà e si riceve in esse con allegra spensieratezza, e nessuno tien conto di quello che vi ha speso. Si mangia e si beve in casa altrui; si dà da mangiare e da bere in casa propria; è sempre la stessa abbondanza; le economie verranno poi. In Toscana il popolo si burla di chifa le nozze col baccalà, per indicare che le sue nozze furono meschine, senza confetti, senza regali, senza feste. I doni, per augurio di feconditàvolano per tutte le parti; oltre agli sposi, ne hanno gli stretti parenti, i convitati, i compagni, le compagne; ma in tutti è gara di render più che non si è ricevuto. Riesce difficile pertanto tener conto esatto di tutti i doni che sogliono farsi nelle nozze; ma importa il sapere di qual sorta particolarmente siano, ed in qual modo particolarmente si facciano.

I cibi, fra i doni, non contano, tanto più ch'essi ci daranno occasione di un articoletto speciale, come saremo, nel secondo libro di quest'operetta, a banchettar con gli sposi. Ma conterà bene il dono d'una vacca che lo sposo indiano faceva alla sposa e al prete maestro[228], e il dono germanico della stessa vacca fatto, ai tempi di Tacito, dallo sposo alla sposa[229]; importerà il dono d'una camicia che la sposa indiana[230]tesseva e cuciva pel dì delle nozze allo sposo, certo, come la sposa russa,affinchè il principe[231]vedesse il lavoro della sposa; e il dono è popolare a quasi tutto l'uso indo-europeo[232]; uncanto illirico[233]ricorda, fra gli altri doni della sposa allo sposo, una elegante camicia che non era stata nè filata nè tessuta, ma che la fanciulla stessa (figlia del doge di Venezia) aveva per tre anni, giorno e notte, con le proprie mani, lavorata e contesta d'oro finissimo. Io cito, fra gli altri luoghi d'Italia, la Liguria, il Piemonte, il Milanese, il Pesarese e il Perugino, ove la fanciulla mette gran cura a ben cucire la camicia ch'ella regala allo sposo; nell'Arpinate poi, nell'Abruzzo Teramano e presso il Lago Maggiore, la sposa non regala solamente d'una camicia lo sposo, ma quanti parenti maschi si trovano nella casa di lui; nel Pistoiese, oltre lo sposo, si regalano della camicia i due paraninfi dettiscozzoni.

In molti luoghi d'Italia, lo sposo veste a nuovo, per intiero, la sposa, per quanto ne deve al di fuori apparire; in altri, una sola parte del vestiario vien regalata. In alcuni paesi del Tarentino, a Gallarate e Turbigo di Lombardia, a Cossato-Biellese e a Palermo, trovo indicate particolarmente le scarpe come dono nuziale; il che mi richiama all'uso germanico, per cui lo sposo diventa padrone della sposa, mettendole un nuovo paio di scarpe; ed al russo, che fa mandare le scarpe alla sposa sopra un piatto, certo, affinchè, pur nel toccare per la prima volta la soglia maritale, la sposa appaia intatta, per la stessa ragione per cui la sposa romana nell'entrare in casa dello sposo non dovea toccarne coi piedi la soglia. In altri luoghi finalmente, come per esempio a Carpignano in Lombardia, si regalano solo oggetti dalavoro, cioè un coltellino, un agoraio, un par di forbici e un ditale; o, come nel Pesarese, fra poveri, una rocca o conocchia lavorata e ornata. Questi ultimi usi confermano gli antichi romani delcamillusche portava gli utensili della donna, e della conocchia apprestata che accompagnava la sposa[234]. Il medesimo uso romano della conocchia nuziale, si mantiene ancora nel Monferrato Albese, a Monte Crestese nell'Ossola, nella valle d'Andorno (Biellese), in Sardegna, in Corsica, come rilevo da un canto popolare côrso[235], il quale dice:

Quando andereti sposataPurtereti li frineri;

Quando andereti sposataPurtereti li frineri;

e in Toscana ove un canto popolare satirico, che somiglia ad una novella, motteggia così la donna che non sa filare:

La bella donna che ha perso la rocca!E tutto il lunedì la va cercando;Il martedì la trova mezza rotta,Mercoledì la porta rassettando,Il giovedì le pettina la stoppa,Il venerdì la va inconocchiando,Il sabato si liscia un po' la testa,Domenica non fila perch'è festa.

La bella donna che ha perso la rocca!E tutto il lunedì la va cercando;Il martedì la trova mezza rotta,Mercoledì la porta rassettando,Il giovedì le pettina la stoppa,Il venerdì la va inconocchiando,Il sabato si liscia un po' la testa,Domenica non fila perch'è festa.

Che la conocchia poi sia pure indispensabile compagna della fanciulla tedesca che va a marito lo raccolgo da un canto popolare che, fra i Tedeschi, dice:

Riceve il miglior marito,Quella che sa meglio filare[236].

Riceve il miglior marito,Quella che sa meglio filare[236].

Un altro de' doni nuziali più caratteristici, è ilcinto,cingolo,centurinoocintone, onastro, ozonache si voglia addomandare, onde le nostre spose si ricingono la vita mentre vanno pomposamente vestite al tempio.

Talora, invece del semplice nastro, le spose portano un grembiale; ond'è, che fra i doni nuziali, ora troviamo un nastro, ora un grembiule, e che le espressionisolvere zonamesciogliereofar cadere il grembiulevalgono il medesimo.

Il Symes[237], sullo scorcio del secolo passato, notava nell'Indo-Cina, fra gli altri doni nuziali alla sposa quello di tretubbecko cinture. E la cintura non mancava alle spose indiane, greche, romane[238], celtiche; ma forse l'avevano in proprio; che, in Francia, invece, fosse consueto dono dello sposo, lo si può supporre dalJeu de Robin et de Marionnella pastoralediAdam de la Hale[239]. È nota la virtù attribuita dalla leggenda germanica alla cintura delle fanciulle. Brunilde, finchè questa non si scioglie, è prodigiosa; caduta questa, riesce una donna come le altre[240]. E alla cintura nuziale allude pure un canto popolare dell'Estonia, ove la leggendariaSalmava dicendo allo sposo da lei eletto: «Caro giovine, caro fidanzato, tu m'hai dato il tempo di crescere, dammi ancora quello di vestirmi. L'orfanella si veste con fatica; essa è lenta, la povera, a cingersila cintura[241].»

Meno importanti i doni della sposa allo sposo, e meno significativi: così non credo che la cintura a fil d'argento e perle tessuta dalla sposa di Zante[242], secondo il canto popolare, allo sposo, abbia un simbolo speciale[243]. La camicia vedemmo già per qual desiderio di raccomandarsi la sposa regali al suo fidanzato; e d'altri doni molto caratteristici che sifacciano allo sposo io non so; nè il canto russo[244]che accompagna una di cosiffatte donazioni li determina:

Per la città, per la città sono incominciati i suoni,Nel gineceo, nel gineceo si portarono i doni,Faceva doni, faceva doni la giovinetta:Accogli, o signore, i doni, accogli i doni, o bravo giovine,E contro i doni miei non isdegnarti,I doni miei, i doni miei son magri,Le mie nozze, le mie nozze non sono d'importanza.

Per la città, per la città sono incominciati i suoni,Nel gineceo, nel gineceo si portarono i doni,Faceva doni, faceva doni la giovinetta:Accogli, o signore, i doni, accogli i doni, o bravo giovine,E contro i doni miei non isdegnarti,I doni miei, i doni miei son magri,Le mie nozze, le mie nozze non sono d'importanza.

Più larga si mostra la sposa verso il procolo; verso la sposa poi abbondano di generosità, oltre lo sposo, i parenti e gli amici di lui e di lei; di maniera che, ove questi sian molti, la sposa per le sue nozze ha quasi da farsi un corredo. In qualche raro luogo, interviene pure fra i donatori il prete, che altrove e per lo più, sull'esempio indiano, ripete, per contro, un regalo per sè. Presso il Lago Maggiore, alla sposa che viene a visitarlo, il parroco offre danaro, ed in Como era l'uso, forse vivo ancora, che il vescovo inviasse la magnificapalmache gli viene offerta per la settimana santa, alla prima sposa nobile che s'impalmasse dopo la domenica delle Palme.

Presso il Lago Maggiore, laguidazzao pronuba regala alla sposa danaro o tela da camicie. A Monte Crestese, nell'Ossola, mentre dura il finto piagnisteo in casa della sposa, per la vicina separazione, una vecchia, alla quale danno nome dilanda, prende il grembiule della sposa all'ingiù, e fa con essa che piange o finge di piangere, un giro davanti a tutti i parenti ed amici, i quali gettano i loro doni nel grembiule.A riva di Chieri, quando una povera giovine si marita, i parenti delle due parti vanno presso i ricchi e dicono loro:Noi vi invitiamo pel giorno, ecc.,se voi volete venire a regalare la sposa. Quelli che accettano si recano all'ora fissata presso la sposa, l'accompagnano in chiesa e quindi alla sua nuova dimora. Colà giunta, essa si mette sulla soglia, tiene con una mano rialzato il grembiule e con l'altra una borsa, e le donne mettono nel grembiule una camicia o qualche altro abito che, fino a quel momento, portarono sul braccio; gli uomini offrono danaro; se essi lo mettono nella borsa, la sposa deve dividerlo con la famiglia; se lo mettono in seno alla sposa, rimane esclusivamente per lei. I donatori hanno diritto di baciare la sposa. Così nei paesi montani dell'Abruzzo Teramano, mentre gli sposi stanno a sedere, gli astanti si baciano e versano danaro in un fazzoletto disteso apposta presso di loro. A Vistronio, nel Canavese, la sposa impalmata usava sedersi sui gradini esterni della chiesa, e lasciarsi baciare da quanti deponevano danaro sul piatto ch'ella teneva in mano.

Or questa cerimonia del bacio alla sposa è certamente antica, e vige ancora, sotto forma alquanto diversa, in alcuni paeselli della valle di Susa, dove quanti incontrano la sposa mentre ella esce di chiesa hanno diritto di baciarla, all'Allumiere, presso Civitavecchia[245], nella Sardegna di mezzo e settentrionale[246]e altrove; ma non vien detto e non ebbimodo di sapere se il bacio vi sia mercato come a Riva di Chieri, nell'Abruzzo e nel Canavese, o gratuitamente concesso, in obbedienza alla consuetudine.

Ma, per tornare ai doni, recherà meraviglia che tanti abbondino ancora in Italia per nozze, quando i nostri Statuti concordemente intesero a rimuoverli; egli è che, se ora la liberalità è ancora molta, in passato essa era immensa e fuor d'ogni consiglio; temendosi pertanto che il fasto di un solo giorno nuziale portasse la miseria nelle famiglie, si posero decreti a frenarli; poichè non si trattava di far donativi alla sposa, alla maniera di Aureliano, presso Flavio Vopisco[247], e di tutti i principi antichi e moderni che sono liberali, per le nozze da loro combinate, della sostanza pubblica, ma di impoverire solamente sè stessi, volendo ornare sovra ogni altra donna la nuova sposa. Ma la legge statutaria, nel voler togliere via uno scandalo, esagerò senza dubbio larestrizione de' doni, e, per ciò ch'ella aveva di eccessivo, non fu osservata, mentre l'abuso massimo, che forse intendeva ferire, cessò del tutto.

Questo abuso è il così dettomorgincapche ci offrirà soggetto d'un capitolo a sè, nel terzo libro di quest'opera; qualche Statuto, di fatto, lo nomina esplicitamente, come, per esempio, quello di Casalmaggiore[248]; ma l'occasione di levar via l'abuso, o l'eccesso, fece abusare ed eccedere il primo anonimo legislatore statutario ed i suoi pedissequi anonimi imitatori, con la stranezza de' loro rigori proibitivi. Il morgincap e la pompa eccessiva delle nozze potevano veramente perturbare l'ordine economico delle famiglie; ma lo scambio di doni che l'onesta allegrezza d'una festa domestica consigliava e consiglia agli sposi ed ai loro parenti ed amici, non riuscendo pericoloso, fu cagione che il divieto di esso, malgrado il solo pretesto di correggere la vanità femminile, e il lusso smodato, come appena la legge veniva promulgata, incontrasse il ridicolo[249].

La dote può essere di tre maniere: l'una è quella che la sposa può ricevere dalla propria famiglia, chiamata perciò dalla legge longobardica col nome diphaderphium; l'altra è una specie di riscatto della sposa che lo sposo fa, pagando alla famiglia di lei una grossa somma per impossessarsene: il che i Longobardi chiamavanomundium, ossia il diritto di tutela che dal padre passava al marito, ossia il dirittodi farsimundualdo[250]; gli corrisponde, in parte, la nostra controdote. Il terzo caso di dote è quello in cui, sopra l'erario pubblico, si mandano fanciulle a marito con dote.

Abbiamo da Erodoto che, presso gli antichi Veneti, i giovani garzoni i quali pigliavano moglie versavano al pubblico erario una piccola somma, con la quale si dotavano le povere fanciulle. E una reminiscenza di questo uso antico mi sembra il decreto emanato dalla repubblica veneziana, affinchè per rendere più solenne la cerimonia delle nozze «dodici fanciulle di condotta irreprensibile e di non comune avvenenza, tratte dalle famiglie più povere, venissero dotate dalla nazione e andassero all'altare accompagnate dal Doge stesso rivestito del suo regal manto e circondato del pomposo suo seguito»[251].

Dove manca lo Stato, perchè lo Stato è il principe, si incontrano alcuni casi capricciosi di doti fatte a povere fanciulle da principi; così, presso il Bandello, Ottone III dota la onesta Gualdrada di tutto il Casentino e di parecchie Castella in Val d'Arno, Piero d'Aragona dota le due figlie di messer Lionato, e, presso il Boccaccio, Carlo d'Angiò dota le due figlie di messer Neri.

In antico, la vera dote era quella che il marito faceva alla moglie o ai parenti di essa, i quali volevano rimborsarsi de' servigi che perdevano. Nell'India antica, la mercede consisteva oltre alla moneta çulka, in tori o vacche, il qual dono poi il prete sacrificatore ripeteva per sè. Che presso gli antichi Greci il marito dotasse la moglie, lo prova ad evidenza un passo dell'Iliade[252], ove Agamennone offre per isposa una delle sue figlie ad Achille, senza ch'egli si dia l'incomodo di dotarla. Presso i Romani, la cerimonia dellacoemptioprova che il marito dovea pure comprare, in certo modo, la moglie; ma, alla sua volta, questa era ordinariamente dotata, per una ragione che ci viene espressa da una risposta di Lesbonico, nelTrinummusdi Plauto[253], ove parrebbeal giovine che, se egli non dotasse la propria sorella, questa dovrebbe reputarsi più tosto concubina che moglie. E che la dote portata dalla moglie al marito fosse in Roma uso antico, lo argomentiamo dai tre assi che già al tempo di Varrone[254]le spose doveano, per tradizional consuetudine, nell'andare a marito aver seco, uno cioè per simbolo della dote, e gli altri due per l'offerta sacrificale. L'emptioadunque era reciproca, e però il nome di coemptio, e la formola solenne:Ubi tu Caius ego Caiache Plutarco ci spiega così:Ove tu signore e padron di casa, anch'io signora e padrona di casa. La qual formola tanto simpatica non trovò poi presso il Diritto romano quella conferma ed applicazione che ottenne in realtà presso altri popoli che una tal formola non possedevano, come, per esempio, i Germani, appo i quali, come nell'odierna Svizzera, era senza dubbio il marito che dotava la moglie[255], e pure la moglie veniva rispettata come sacra.

In generale, l'uso indo-europeo porta la dotazionedella moglie per parte del marito. Presso i Franchi, lo sposo nel mettere in chiesa l'anello alla sposa, ripeteva dopo il prete: «con questo io ti sposo» e versava tre danari nella mano destra o nella borsa della sposa (lasciando gli altri dieci al prete) e con ciò diceva: «e vi doto de' miei beni»[256].

Lo stesso uso vige fra la gente tartarica; presso gli antichi Finni, i Turchi e i Turcomanni odierni lo sposo compra la sposa. Gli ultimi, anzi, per informazione del signor Blocqueville, hanno prezzi varii secondo la forza e la bellezza della sposa[257].

Nell'odierna Italia, il contado di Atri mi sembra conservar traccie dell'uso di comprar la sposa dal capo di famiglia, il quale non lascia menar via la figlia, se prima non gli vengano consegnati in dono uno o più polli.

Ora sarebbe difficile il giudicare quale de' due usi sia stato migliore, visto che la compra della sposa che si faceva in Germania non toglieva alcun rispetto alla donna e la dote solita a darsi dai Romani allefiglie affinchè non paressero concubine, non tolse che la donna romana venisse considerata assai da meno che ilvir. Certo che la prima origine dell'uso è barbara; ma l'uso restò in Germania solamentepro forma, mentre a Roma, dove la forma, per una specie di pudore, si modificò, lo spirito dell'uso religiosamente si mantenne. Un sentimento invece di vera civiltà progrediente spira negli Statuti e nelle antiche consuetudini dell'Istria, dove il fratello, per legge di giustizia, divide in parte uguale il patrimonio con la sorella che va a marito, ed il marito mette i suoi beni in comune od a metà con quelli della moglie. Ecco in qual modo si esprimono gliStatuti Municipali di Cittanuova[258]: «Per casion, che in le parte del Istria se contrage multi matrimoni delle quali non se fa algun istromento, volemo che tutti matrimoni fatti, e contrati in Zidanoua, e per lo so destreto, se intenda esserfra e suor.» Il qual passo, per sè, mi sarebbe riuscito alquanto oscuro, se non veniva a dichiararmelo il riscontro con un altro degliStatuti Municipali di Rovigno[259], che dice: «Costume et consuetudine antica è d'Histria la quale approvemo et laudemo, et però statuendo ordenemo, che tutti li matrimoni sino qui contratti, et che de coetero legittimamente si contrazerano in Rovigno, et destretto di questa natura esser se intenda come per matrimonio marito et moglie, fradello et sorella essere se dicernono in questo, massime, che in universal beni mobili et stabili, ragion e ation tutte al tempo del contrazer matrimonio speranza esser roba, et la qual si acquistasse per essi, overo ciascun titolo, modo ragion overo cagion come fratelli si intendano; cioè che tutti gli beni, ragion et ation siano tutti insieme per essa ragion per mità, salvo se convention per special patto fra gli preditti fatto non fosse in contrario.» Il che si conferma pure dal capitolo 79 de' medesimiStatuti, dove si prescrive «se tra do sarà copula de matrimonio secondo l'uso della provincia dell'Histria, et come è ditto avanti et alcuni di quelli vorrà allegar in ragion non esser maridada e frà et suor, non sia aldìto nissuno di loro matrimonio, se non per pubblico instrumento fatto per mano di pubblico nodaro, et se altram.te fosse fatto sia di nissun valor.».

Vi son luoghi parecchi, ove la dote non si richiede dal marito nè dal padre, e si domanda invece dalprimo e si concede o si desidera spontaneamente dal secondo che la sposa si rechi al nuovo suo soggiorno abbondantemente fornita di tutto ciò che deve bastare a vestir sè e ornare la casa maritale. Questo che ora è un supplemento, ora un complemento alla dote chiamasifardelloin Piemonte,sa robba(ossiala roba) in Sardegna, l'addobbonell'Abruzzo Teramano, ilcorredooi corrediin Toscana, i quali ci sono così definiti dagliStatuti di Lucca[260]: «Sono i corredi, secondo il comune uso di parlare, quelle vestimenta, locali et beni mobili, i quali porta seco la donna a marito in tempo di nozze.»

Mi piace osservare, come già nell'inno vedico, intitolatosùryàsùkta[261], abbiamo una specie di corredo nuziale nel cofano (koça), nel coltrone (upabarhan·am) e nel belletto (abhyan' g' anam) che la sposa porta con sè, mentre viene condotta alla casa dello sposo.

Il cofano, il letto, e l'occorrente per la teletta sono pure indispensabili a quasi tutti i nostri corredi. Il coltrone, e talora più d'uno, vuol essere sempre di lana, il cofano o baule può essere supplito da un cassettone o da una guardaroba. Questo cofano poi suol mettersi a' piedi del letto nuziale, come per suo compimento. I letti talora son due, come raccolgo da un atto del 1184; ad un Fulcone che prende in moglie la sorella di certi Balzamo e Nicola, questi promettono fra l'altre cose «duos lectos francinscos, duas culcetras de lana, duos plumagios de lana plenos»[262].

Il letto è veramente la parte essenziale del corredo nuziale, e che ciò fosse pure tra i Romani parmi potersi chiaramente rilevare da un passo di Cicerone, nella sua orazionepro Cluentio[263].

Ma non sempre il letto si somministra completo dalla sposa, e nella Lomellina, per esempio, il fusto ed il pagliariccio vogliono esser procurati dallo sposo.

La fanciulla cura, appena promessa, e talvolta anche prima, di arredare nella casa paterna tutta una stanza de' mobili ed oggetti ch'ella porterà nella casa dello sposo; e il trasporto di tanta roba è, per certi paesi nostri, una cerimonia solenne. Io posso qui ricordare, fra gli altri, l'uso di Cossato nel Biellese, quello di Sardegna e quello dell'Abruzzo Teramano. Intorno al primo, ecco quanto mi scriveva il compianto monsignor Gio. Pietro Losana, vescovo di Biella: «I parenti della sposa devono provvederla d'un letto compito. Il paese è agricolo; i contadini più agiati usano farne una solennità; lo caricano su d'un carro, ma tutto allestito e bell'e fatto col suo cuscino e perfino con la coperta già rivoltata. Il letto è tutto guarnito di fiori, di nastri ed altre cianfrusaglie. I buoi od i cavalli inghirlandati a festa. Il carro, così fatto elegante, segue la comitiva che accompagna la sposa alla nuova sua dimora.»

In Sardegna[264]: «Lo sposo accompagnato da' suoi parenti ed amici, tutti a cavallo, si parte dalla casa paterna; una quantità di carri proporzionata a quelladegli oggetti che si devono trasportare segue la comitiva. Quando si è giunti alla dimora della sposa, i parenti di questa rimettono il corredo allo sposo; egli osserva ogni cosa minutamente e fa quindi caricare sopra i suoi carri ogni oggetto; quindi si ritorna alla casa dello sposo. Due suonatori dilaunedda, scelti fra i più capaci, aprono il corteggio, eseguendo arie campestri. Seguono giovanotti, donzelle e donne; tutti vestono i loro abiti più belli e portano sopra la testa o le spalle gli oggetti fragili che non si credette di poter mettere senza rischio sopra i carri. Un giovine, per esempio, porta sopra una spalla un grande specchio con larga cornice dorata, un altro sopra l'una e l'altra spalla un quadro di santo (il santo protettore della fanciulla e il santo protettore del giovane) dipinto con colori vivissimi e spiccati; un terzo è caricato d'un gran cestone pieno di tazze di maiolica o di porcellana, vasi di vetro celeste per fiori e simiglianti oggetti; un quarto finalmente trasporta sopra il suo berretto piatto una cesta ripiena di bicchieri, di caraffe ecc. Immediatamente dopo camminano di fronte quattro o sei ragazze o donne[265], ciascuna delle quali porta sopra la sua testa parecchi guanciali tutti più o manco ornati di nastri color rosa e di fiori e di foglie di mirto. La mezzina di rame o di terra, di cui la moglie deve servirsi perattingere acqua alla fonte, posa, in tal giorno, sopra un guancialetto scarlatto collocato sulla testa della più bella fra le fanciulle del luogo; questo vaso ha quasi sempre una forma antica elegantissima; esso è decorato di nastri e ripieno di fiori naturali. Parecchi fanciulli portano quindi varii piccoli utensili di casa; e, in somma, si mette in mostra tutto ciò che dovrà arredare la casa. A questa avanguardia che, naturalmente, leva non poco strepito, succede, in silenzio, una numerosa cavalcata, in mezzo alla quale lo sposo si fa distinguere per lo splendore degli abiti nuovissimi, e per la ricca bardatura del cavallo (imprestata, per lo più, in tali occasioni, dai signori del luogo).

I carri sono tirati da bovi, i quali su la punta delle loro corna fasciate, portano un arancio[266]. Tutti questi carri procedono in fila; i due primi portano parecchi materassi affatto nuovi, messi diligentemente gli uni sovra gli altri, e formanti sovra ogni carro una pila quadrata; i due carri seguenti sono caricati dei legni da letto e di tutti i loro accessorii; in una mezza dozzina d'altri si veggono le sedie disposte a piramide e ornate di lauro e di mirto; quindi le tavole e le panche, e poi due immensi cassoni, l'uno de' quali contiene la biancheria di casa, l'altro gli abiti della sposa; due carri sono occupati dagli arnesi di cucina[267]e parecchi utensili,fra i quali si nota un'ampia provvisione di fusi e di conocchie, e fra queste una apparecchiata e fornita per la filatura[268].

Tre o quattro carri pieni di grano compongono la prima provvigione della nuova famiglia; dopo il grano, segue naturalmente la macina e quanto occorre in Sardegna per fabbricare il pane. Finalmente il pazientemolentu[269]attaccato con una lunga fune alla macina che lo precede e ch'egli deve far muovere la prima volta, chiude piacevolmente il corteggio. Con la coda o le orecchie ornate di mirto e di nastri, questo pacifico animale attrae sopra di sè gli ultimi sguardi della moltitudine già stanca dello spettacolo che ha contemplato; l'ilarità che esso eccita forma allora un piacevole diversivo alla serietà della pompa precedente. Il corteggio è, per lo più, seguito da tre o quattrotracche(specie di carri), che trasportano parecchie ragazze, amiche o parenti della sposa, incaricate di ammobigliarne la casa e metterne in ordine il corredo; il loro costume, in tale solennità, è sommamente splendido. Tutta la comitiva essendo giunta in casa dello sposo, si procede allo scaricamento de' carri, che s'opera con lo stesso ordine seguitosi nella marcia. Lo sposo dà l'esempio caricandosi primo, sopra le spalle, uno de' materassi del letto nuziale; allora gli altri giovani gli sbarrano la via alla camera e succede fra loro una lotta. Bene spesso questi ultimi, avendo ciascuno un materasso, lo gettano sopra lo sposo e ne lo opprimono, per far allusione senza dubbio al fardello ch'egli sta per imporsi.»

Un simigliante impedimento allo sposo si osserva nell'uso del contado Teramano. Anzi, tutti i parenti della sposa si siedono sopra i bauli, facendo sacramento che non lasceranno portar via la roba; ricevuti alcuni regali dallo sposo, accondiscendono. Si caricano parecchi giumenti ornati, e la comitiva si mette in via; ma giunti alla dimora della sposa, ricominciano i contrasti; e conviene allo sposo dar prima da bere e da mangiare, s'egli vuol mettere in casa il così dettoaddobbo.

Del resto, il corredo della sposa è più o meno ricco, secondo l'amor proprio ed i mezzi di lei, dello sposo e dei parenti. Vi fu tempo e vi sono ancora luoghi in Italia ove la vanità del corredo e la paura che i mariti si facciano usurpatori vanno così lontano che la dote si dimezza nelle vesti e nelle gioie; il quale eccesso si studiarono di correggere i nostri Statuti, ma, come ordinariamente avviene, in modo eccessivo, e stranamente inquisitorio, di maniera che anche il modesto corredo della povera Tancia poteva correre il rischio di riuscirecontra legem[270].

Ella ce lo descrive ne' versi che seguono[271]:


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