STORIA D’INGHILTERRA.CAPITOLO PRIMO.SOMMARIO.I. Introduzione.—II. La Britannia sotto il dominio dei Romani.—III. Sotto il dominio dei Sassoni.—IV. Effetti della conversione degli Anglo-Sassoni al Cristianesimo.—V. Invasioni danesi.—VI. I Normanni.—VII. Effetti della conquista normanna.—VIII. Effetti della separazione dell’Inghilterra e della Normandia.—IX. Mescolamento delle razze.—X. Conquiste degl’Inglesi sul continente.—XI. Guerre delle Rose.—XII. Estinzione del villanaggio.—XIII. Effetti benefici della religione cattolica romana.—XIV. Ragione per cui l’indole dell’antico governo inglese spesso è descritta erroneamente.—XV. Indole delle monarchie limitate del medio evo.—XVI. Prerogative dei primi monarchi inglesi.—XVII. In che modo le prerogative degli antichi re inglesi venissero infrenate.—XVIII. Perchè tali limiti non fossero sempre rigorosamente osservati.—XIX. La resistenza era un freno ordinario alla tirannide nel medio evo.—XX. Carattere peculiare dell’aristocrazia inglese.—XXI. Il governo dei Tudors.—XXII. Perchè le monarchie limitate del medio evo generalmente si trasmutassero in monarchie assolute.—XXIII. Perchè la sola monarchia inglese non patisse cosiffatto trasmutamento.—XXIV. La Riforma e i suoi effetti.—XXV. Origine della chiesa d’Inghilterra.—XXVI. Suo carattere peculiare.—XXVII. Sua relazione con la Corona.—XXVIII. I Puritani.—XXIX. Loro spirito repubblicano.—XXX. Perchè il Parlamento non facesse una opposizione sistematica al governo della regina Elisabetta.—XXXI. Questione dei monopolii.—XXXII. La Scozia e la Irlanda diventano parli d’uno stesso impero insieme con l’Inghilterra.—XXXIII. La importanza della Inghilterra scema dopo lo avvenimento di Giacomo I al trono.—XXXIV. Dottrina del Diritto Divino.—XXXV. La separazione tra la Chiesa e i Puritani diventa maggiore.—XXXVI. Avvenimento al trono e carattere di Carlo I—XXXVII. Tattica dell’Opposizione nella Camera dei Comuni.—XXXVIII. Petizione dei diritti.—XXXIX. La Petizione dei diritti è violata.—XL. Carattere e disegni di Wentworth.—XLI. Carattere di Laud.—XLII. La Camera Stellata, e l’Alta Commissione—- XLIII. L’imposta per la formazione della flotta.—XLIV. Resistenza alla Liturgia in Iscozia.—XLV. Un Parlamento è convocato e disciolto.—XLVI. Il LungoParlamento.—XLVII. Prima manifestazione dei due grandi partiti inglesi.—XLVIII. Ribellione degl’Irlandesi.—XLIX. La Rimostranza.—L. L’Accusa dei Cinque Membri.—LI. Partenza di Carlo da Londra.—- LII. Principio della Guerra Civile.—LIII. Vittorie dei realisti.—LIV. Sorgono gl’indipendenti—LV. Oliviero Cromwell—LVI. L’Ordinanza d’abnegazione.—LVII. Vittoria del Parlamento—LVIII. Dominazione e indole dell’esercito.—LIX. Le insurrezioni contro il Governo militare vengono represse.—- LX. Processo contro il Re.—LXI. Il Re è decapitato.—LXII. La Irlanda e la Scozia vengono soggiogate.—LXIII. Espulsione del Lungo Parlamento—LXIV. Il Protettorato d’Oliviero.—LXV. Gli succede Riccardo.—LXVI. Alla caduta di Riccardo risorge il Lungo Parlamento.—LXVII Monk e lo esercito di Scozia muovono verso l’Inghilterra..—LXVIII. Monk si dichiara per un libero Parlamento.—LXIX. Elezione generale del 1660.—LXX. La Restaurazione.I. Imprendo a scrivere la storia della Inghilterra dal tempo in che Giacomo II ascese al trono fino all’età nostra. Racconterò gli errori che in pochi mesi scrissero dalla casa degli Stuardi gentiluomini e clero ad essa fedeli. Disegnerò il procedimento di quella rivoluzione che poso fine al lungo conflitto tra i nostri sovrani e i loro parlamenti, ed avvincolò insieme i diritti del popolo e quelli della dinastia regnante. Dirò come il nuovo ordinamento venisse nel corso di tanti anni torbidi vittoriosamente difeso contro gl’inimici di dentro e di fuori; come sotto esso l’autorità della legge e la sicurezza delle sostanze si reputassero compatibili con una libertà di discussione e d’azione individuale non mai prima sperimentata; come dal bene augurato congiungimento dell’ordine e della libertà sorgesse una prosperità, di cui gli annali delle cose umane non avevano offerto esempio; come la nostra patria da uno stato d’ignominioso vassallaggio rapidamente s’innalzasse al grado d’impero fra i potentati europei; come crescesse a un tempo in opulenza e gloria militare; come, per virtù d’una saggia e ferma buona fede, a poco a poco si stabilisse un credito pubblico, fecondo di maraviglie tali, che agli uomini di Stato delle età trascorso sarebbero sembrate incredibili; come da un commercio immenso nascesse una potenza marittima, paragonata alla quale ogni altra antica o moderna marittima potenza diventa frivola; come la Scozia, dopo anni molti d’inimicizia, si congiungesse finalmente con l’Inghilterra, non soltanto con vincoli legali, ma co’ legami indissolubili d’interessee d’affetto; come in America le colonie britanniche rapidamente si facessero più potenti e ricche de’ reami di che Cortes e Pizarro avevano accresciuti i dominii di Carlo V; come in Asia alcuni avventurieri inglesi fondassero un impero non meno splendido e più durevole di quello d’Alessandro.Sarà, nondimeno, mio debito ricordare fedelmente accanto ai trionfi i disastri, e i grandi delitti e le follie nazionali, assai più umilianti di qualsivoglia disastro. Vedremo perfino ciò che reputiamo qual nostro bene precipuo, non essere scevro di male. Vedremo il sistema che assicurò efficacemente le nostre libertà contro le usurpazioni del regio potere, aver fatto nascere una nuova generazione d’abusi, che non incontransi nelle monarchie assolute. Vedremo lo augumento della ricchezza e lo estendersi del commercio—a cagione in parte dello sconsiderato immischiarsi, in parte della sconsiderata negligenza,—avere prodotti, fra immensi beni, parecchi mali, di che le società rozze e povere rimangono libere. Vedremo come, in due dominii dipendenti dalla corona, al torto seguisse la giusta retribuzione; come la imprudenza ed ostinatezza rompessero il vincolo che congiungeva le colonie dell’America Settentrionale alla madre patria; come la Irlanda, oppressa dalla signoria di razza sopra razza e di religione sopra religione, rimanesse veramente membro dell’impero britannico, ma membro putrido e storto in guisa da non aggiungere forza al corpo politico, e da essere perpetuo argomento di rimprovero in bocca di quanti temono o invidiano la grandezza dell’Inghilterra. Nondimeno, se pure io male non mi appongo, lo effetto generale di questa narrazione siffattamente ordinata sarà quello di suscitare la speranza ne’ petti degli amatori della patria, e muovere le anime religiose a rendere grazie alla Provvidenza. Perocchè la storia della patria nostra, negli ultimi cento e sessanta anni, è veramente la storia del fisico, morale ed intellettuale progresso. Coloro che paragonano il tempo in cui è loro toccato di vivere con una età d’oro che esiste solo nelle loro fantasie, parlino pure di degenerazione e decadimento; ma niuno che conosca davvero le faccende de secoli andati sarà inchinevole a guardare con occhio lugubre o scoraggiato il presente.Condurrei molto imperfettamente l’opera che ho impreso a comporre se descrivessi soltanto battaglie ed assedi, innalzamenti e cadute di ministeri, intrighi di palazzo, discussioni di parlamento. Sarà quindi mio studio riferire la storia del popolo, non che quella del governo; indicare il progresso delle arti utili e delle belle; descrivere le sètte religiose, e le vicissitudini delle lettere; ritrarre i costumi delle successive generazioni, e non trasvolare negligentemente neppure sulle mutazioni che sono seguite nelle fogge di vestire, di banchettare, e ne’ pubblici sollazzi. Con animo lieto sosterrò il rimprovero di avere, così facendo, attentato alla dignità della storia, qualora mi riesca di esporre agli occhi degli Inglesi del secolo decimonono una vera pittura della vita de’ loro antichi.Gli eventi che mi propongo di narrare formano un solo atto d’un grande e complicato dramma che risale ad età remote, e che sarebbe imperfettissimamente inteso ove lo intreccio degli atti precedenti rimanesse ignoto. Per la qual cosa aprirò la mia narrazione narrando a brevi tratti la storia della nostra patria da’ suoi antichissimi tempi. Passerò di volo sopra molti secoli, ma mi fermerò alquanto sulle vicissitudini della lotta che l’amministrazione di re Giacomo II condusse ad una crisi decisiva.[1]II. Nessuna cosa nelle primitive condizioni in cui trovatasi la Britannia, indicava la grandezza che essa era destinata a conseguire. Gli abitatori, allorquando furono scoperti dai marinari di Tiro, erano di poco superiori ai naturali delle Isole Sandwich. Vennero soggiogati dalle armi romane, ma riceverono solo una debole tinta delle lettere ed arti romane. Delle provincie occidentali che obbedivano all’autorità dei Cesari, la Britannia fu l’ultima che conquistassero, e la prima che perdessero. Non vi si trovano magnifiche ruine di portici e d’aquedottiromani. Nel novero dei maestri della eloquenza e poesia latina non è un solo che sia britanno d’origine. Non è probabile che agl’isolani fosse mai, generalmente parlando, famigliare la lingua de’ loro signori italiani. Dallo Atlantico fino alle rive del Reno, l’idioma latino predominò per molti secoli. Cacciò via il celtico, non fu cacciato dal germanico, ed oggimai costituisce il fondamento delle favelle francese, spagnuola e portoghese. Nell’isola nostra e’ sembra che il parlare latino non giungesse mai a prevalere sul vecchio gallico, e non tenesse fronte all’anglo-sassone.La scarsa e superficiale civiltà che i Britanni avevano derivata dai loro padroni meridionali, venne spenta dalle calamità del secolo quinto. Nei regni continentali nei quali era partito lo impero romano, i barbari conquistatori impararono molto dalle genti conquistate. Nella Britannia la razza conquistata divenne tanto barbara, quanto erano barbari i conquistatori.III. Tutti i condottieri che fondarono le dinastie teutoniche nelle provincie continentali dello impero romano, come Alarico, Teodorico, Clovi, Alboino, erano zelanti cristiani. I seguaci di Ida e Cerdico, all’invece, trasportarono in Britannia tutte le superstizioni dell’Elba. Mentre i principi germanici che regnavano in Parigi, Toledo, Arli e Ravenna, ascoltavano riverenti le istruzioni dei vescovi, adoravano le reliquie de’ martiri, ed attendevano volentieri alle dispute dei teologi, i signori di Wessex e di Mercia seguitavano a compiere i loro barbarici riti nei tempii di Thor e di Odino.I Regni continentali che erano sorti sopra le ruine dello impero occidentale, tenevano qualche comunicazione con quelle provincie d’oriente, dove l’antica cultura, comecchè venisse lentamente consumandosi per i malefici effetti del mal governo, poteva tuttavia maravigliare ed erudire i barbari; dove la corte tuttavia sfoggiava lo splendore di Diocleziano e di Costantino; dove i pubblici edilizi erano sempre adornati dalle sculture di Policleto e dai dipinti d’Apelle; e dove gl’infaticabili pedanti, comunque scemi di gusto, di sentimento e di spirito, potevano leggere e interpretare i capolavori di Sofocle, di Demostene e di Platone. La Britannia non isperimentavai benefici effetti di siffatta comunicazione. I suoi lidi, alle menti de’ popoli culti che stanziavano lungo il Bosforo, erano obbietti d’un orrore misterioso, nel modo medesimo che agli Jonii de’ tempi omerici lo erano lo stretto di Scilla e la città de’ Lestrigoni cannibali. Era nella isola nostra una provincia, come avevano riferito a Procopio, nella quale il suolo era gremito di serpenti, e l’aria era così pestifera da non potersi respirare senza trovarvi la morte. A questa desolata regione una strana genia di pescatori trasportava a mezza notte dalla terra dei Franchi le ombre dei trapassati. La parola dei morti era distintamente udita dal barcaiuolo; facevano col peso loro affondare i navicelli nelle onde, ma le loro forme rimanevano invisibili ad occhio mortale. Tali erano le maraviglie che un egregio storico, coetaneo di Belisario, di Simplicio e di Triboniano, raccontava con tutta gravità nella opulenta e culta Costantinopoli, intorno al paese dove il fondatore di Costantinopoli aveva assunta la porpora imperiale. Intorno alle altre provincie dello impero occidentale abbiamo una serie continuata di notizie: all’incontro, nella sola Britannia una età favolosa divide pienamente due età di vero. Odoacre e Totila, Eurico e Trasimondo, Clovi, Fredegonda e Brunchilde, sono uomini e donne storiche; ma Engisto ed Orsa, Vortigerno e, Rovena, Arturo e Mordredo, sono personaggi mitici, la esistenza dei quali potrebbe mettersi in dubbio, mentre le gesta loro sono da porsi con quelle di Ercole e di Romolo.IV. Finalmente la tenebra sembra squarciarsi, e il paese che sparisce all’occhio col nome di Britannia, riapparisce con quello d’Inghilterra. La conversione degli Anglo-Sassoni al Cristianesimo fu la prima d’una lunga serie di benefiche rivoluzioni. Egli è vero che la Chiesa era stata profondamente corrotta e dalla superstizione e dalla filosofia, contro le quali essa aveva lungo tempo combattuto, e sopra le quali aveva alla perfine trionfato. Era stata agevole pur troppo ad adottare dottrine derivate dalle antiche scuole, e riti dedotti dagli antichi templi. La politica romana e la ignoranza gotica, la credulità greca e l’ascetismo siriaco, avevano cooperato a depravarla. Nondimeno serbava tanto della sublime teologia e della benefica morale dei suoi primordii, da elevare gl’intelletti e purificarei cuori di molti. Parecchie cose medesimamente, le quali in età più tarda vennero con ragione considerate fra le sue più gravi mende, erano nel secolo settimo, e lungo tempo dopo, annoverate fra i suoi meriti principali. Che l’ordine sacerdotale usurpasse l’ufficio de’ magistrati civili, ai dì nostri, sarebbe un gran male. Ma ciò che in un’epoca di governo bene ordinato è un male, potrebbe in un’epoca di rozzo e pessimo governo essere un bene. È meglio che l’umanità venga governata da leggi savie e bene amministrate, e da una pubblica opinione illuminata, anzi che dalle arti pretesche: ma è meglio che gli uomini vengano governati da arti siffatte, più presto che dalla violenza brutale; da un prelato come Dunstano, anzi che da un guerriero come Penda. Una società immersa nella ignoranza e retta dalla sola forza fisica, ha grande ragione a bene sperare che una classe di uomini che eserciti intellettuale e morale influenza, s’innalzi al governo della cosa pubblica. Non è dubbio che gente siffatta faccia abuso del proprio potere: ma il potere mentale, quando anche se ne abusi, è sempre migliore e più nobile di quello che consiste nella semplice forza corporea. Nelle cronache anglo-sassoni s’incontrano taluni tiranni i quali, come pervenivano a grado altissimo di grandezza, erano lacerati da’ rimorsi, aborrivano dai piaceri e dalle dignità che avevano conseguite col prezzo della colpa, abdicavano le loro corone, e studiavansi di scontare i loro delitti con crude penitenze e continue preghiere. Di tali fatti hanno parlato con amare espressioni di spregio parecchi scrittori, i quali mentre facevano pompa di libero pensare, erano veramente di tanto meschino cervello quanto poteva esserlo un monaco de’ tempi barbari, ed avevano costume di misurare gli universi fatti della storia del mondo con le medesime seste con che giudicavano la società parigina del secolo decimottavo. Nulladimeno, un sistema il quale, comunque sformato dalla superstizione, introdusse un vigoroso freno morale nella società per innanzi governata dalla sola forza de’ muscoli e dalla audacia dell’animo; un sistema il quale insegnava al più potente e feroce signore, ch’egli era, al pari dell’infimo dei suoi sudditi, un ente responsabile; è degno d’essere rammentato con maggiore rispetto dai filosofi e dai filantropi.Le stesse osservazioni calzano allo spregio con che, nel secolo andato, era costume di parlare de’ pellegrinaggi, de’ santuari, delle crociate, e delle istituzioni monastiche del medio evo. In tempi ne’ quali gli uomini quasi mai inducevansi a viaggiare, spinti da una curiosità liberale o dal desio di guadagno, era meglio che il rozzo abitatore del Settentrione visitasse la Italia e l’Oriente come pellegrino, più presto che rimanesse a vegetare negli squallidi tuguri e tra le foreste dove era nato. In tempi ne’ quali la vita e l’onore delle donne giacevano esposti a diuturni pericoli per le sfrenate voglie dei tiranni e de’ loro ladroni, era pur meglio che il ricinto di un un altare ispirasse una irragionevole paura, anzi che non vi fosse asilo nessuno inaccessibile alla crudeltà ed alla licenza. In tempi ne’ quali gli uomini di Stato erano inetti a formare vaste combinazioni politiche, era meglio che le nazioni cristiane sorgessero collegate per correre al riacquisto del Santo Sepolcro, anzi che, una dopo l’altra, fossero soggiogate dalla potenza maomettana. Sia qual si voglia il rimprovero che in una età più tarda venisse scagliato equamente su la indolenza e il lusso degli ordini religiosi, egli era un bene, fuor d’ogni dubbio, che in un tempo d’ignoranza e di ferocia vi fossero chiostri e giardini tranquilli, dove le arti della pace potevano quetamente coltivarsi, dove gli spiriti dolci e contemplativi potevano trovare un asilo, dove un umile fraticello poteva occuparsi a trascrivere laEneidedi Virgilio ed un altro a meditare su le opere d’Aristotele, dove colui che aveva l’anima calda della sacra favilla delle arti poteva miniare un martirologio o scolpire un crocifisso, e dove lo intelletto prono alla filosofia naturale poteva fare esperimenti intorno alle proprietà delle piante e de’ minerali. Se simiglianti luoghi di ritiro non fossero stati sparsi qua e là fra le capanne del misero contadiname e i castelli della feroce aristocrazia, la società europea sarebbe stata composta di bestie da soma e di bestie da preda. La Chiesa è stata assai volte dai teologi paragonata all’arca, della quale si legge nel libro della Genesi; ma giammai tale somiglianza fu così perfetta, come nei tempi tristi nei quali ella sola procedeva fra il buio e le tempeste sopra il diluvio, sotto cui tutte le grandi opere della potenza e sapienza degli antichi giacevanoprostrate, e portava seco quel lieve germe dal quale nacque poscia una nuova civiltà e più gloriosa.Perfino la supremazia spirituale che il papa arrogavasi, produsse in quelle età buie più bene che male. Per essa le nazioni dell’Europa Occidentale si congiunsero in una grande repubblica. Ciò che i giuochi olimpici o l’oracolo di Pitia erano stati per tutte le città greche da Trebisonda fino a Marsilia, Roma e il suo vescovo furono per tutti i cristiani di comunione latina, dalla Calabria fino alle Ebridi. Così germogliarono e crebbero i sentimenti di più estesa benevolenza. Genti divise da mari e da monti riconobbero un vincolo fraterno e un codice comune di diritto pubblico. Anche in guerra, la crudeltà del vincitore era non rade volte mitigata dal pensiero che esso e i vinti suoi nemici erano membri d’una sola grande federazione.Gli Anglo-Sassoni finalmente vennero ammessi a questa federazione. Si aperse una comunicazione regolare tra le nostre spiagge e quella parte d’Europa nella quale i vestigi della potenza e civiltà antiche erano tuttavia discernibili. Molti egregi monumenti, che sono stati poscia distrutti o trasfigurati, serbavano ancora la loro primigenia magnificenza; e i viaggiatori, cui Livio e Sallustio riuscivano inintelligibili, potevano acquistare dallo spettacolo degli aquedotti e dai templi romani qualche lieve nozione di storia romana. La cupola d’Agrippa, tuttavia luccicante di bronzo; il mausoleo d’Adriano, non ancora spoglio delle sue statue e colonne; l’anfiteatro di Flavio, non ancora degradato a farne una piazza, raccontavano ai pellegrini della Mercia e del Nortumbria la storia di quella gran gente incivilita, che era scomparsa dalla faccia del mondo.Gl’isolani ritornavano ai propri lidi con riverenza profondamente impressa nelle loro menti mezzo stenebrate, e riferivano agli stupefatti abitatori de’ tuguri di Londra e di York, come presso alla tomba di San Pietro una potente generazione d’uomini, adesso spenta, aveva innalzati tali edifici che avrebbero sfidata la furia del tempo fino al dì dell’estremo giudizio. Il sapere teneva dietro ai passi del Cristianesimo. La poesia e la eloquenza del secolo d’Augusto vennero solertemente studiate nei monasteri anglo-sassoni. I nomi di Beda, di Alcuino e di Giovanni, soprannominato Erigena, diventarono giustamentecelebri per tutta l’Europa. Tali erano le condizioni del nostro paese allorquando, nel nono secolo, principiò l’ultima grande calata dei Barbari del Settentrione.V. Pel corso di parecchie generazioni, dalla Danimarca e dalla Scandinavia seguitarono a sbucare innumerevoli pirati, famosi per forza, valore, implacabile ferocia, e odio contro il nome cristiano. Non vi fu paese che al pari dell’Inghilterra patisse le devastazioni di cotesti invasori. Le sue coste giacevano presso ai porti donde essi movevano, nè parte alcuna della nostra isola poteva dirsi così discosta dal mare da potersi tenere immune dalle loro aggressioni. Le medesime atrocità che avevano tenuto dietro alla vittoria dei Sassoni sopra i Celti, toccarono poscia ai Sassoni per le mani dei Danesi. La civiltà, che già principiava a sorgere, non ne sostenne il colpo e giacque di nuovo. Grosse colonie di venturieri, movendo dal Baltico, stabilironsi sopra le nostre spiagge orientali, e a poco a poco procedendo verso Occidente, sostenuti dagli aiuti che loro venivano dal mare, ambirono il dominio di tutto il reame. Il conflitto fra le due fiere razze teutoniche durò per sei generazioni, signoreggiandosi alternativamente. Crudeli carnificine seguite da vendette crudeli, provincie devastate, conventi saccheggiati, città distrutte dalle fondamenta, compongono la più gran parte della storia di quegl’infausti giorni. Alla perfine cessò di erompere dal Settentrione quel perpetuo torrente di predoni, e da quel tempo in poi la scambievole avversione delle razze cominciò a scemare. I mutui connubi divennero frequenti. I Danesi impararono la religione dei Sassoni; e in tal guisa estirpossi una delle cagioni del loro odio mortale. Gl’idiomi danese e sassone, entrambi dialetti d’una lingua più estesa, armonizzarono in uno. Ma la distinzione tra i due popoli non era affatto scomparsa allorchè sopraggiunse un evento, che li prostrò, schiavi e degradati entrambi, ai piedi di un terzo popolo.VI. I Normanni erano a quei tempi la gente più insigne di tutta la Cristianità. Per valore e ferocia si erano resi cospicui fra i predatori che la Scandinavia aveva già mandati a devastare la Europa Occidentale. Le loro navi furono per lunga stagione il terrore di ambi i lidi dello Stretto. Spinsero più voltele armi loro nel cuore dello imperio de’ Carlovingi, e rimasero vittoriosi sotto le mura di Maestricht e di Parigi. In fine, uno dei fiacchi eredi di Carlomagno cesse agli stranieri una fertile provincia, irrigata da un bel fiume e contigua al mare, che era il loro prediletto elemento. In quella provincia fondarono uno Stato potente, il quale a poco per volta venne estendendo la propria influenza sopra i principati vicini di Bretagna e di Maine. Senza deporre l’indomito valore che aveva tenuta in perpetua paura ogni terra dall’Elba fino ai Pirenei, i Normanni rapidamente acquistarono tutto; e, più che tutto, il sapere e la cultura che trovarono nelle contrade dove s’erano stanziati; mentre il loro coraggio tutelava il territorio dalle straniere invasioni. Ordinarono internamente lo Stato in modo affatto ignoto da lungo tempo all’impero franco. Abbracciarono il Cristianesimo, e con esso impararono gran parte di di ciò che il clero poteva insegnare. Smesso lo idioma natio, abbracciarono la favella francese, nella quale predominava lo elemento latino, ed innalzarono speditamente il loro nuovo linguaggio ad una dignità ed importanza che non aveva per lo innanzi posseduto. Lo trovarono in condizione di gergo barbarico, e gli dettero norme fisse scrivendolo, e usandolo nelle leggi, nella poesia e nel romanzo. Deposero la brutale intemperanza, cui tutte le altre razze della gran famiglia germanica erano pur troppo inchinevoli. Il lusso squisito del Normanno offre un mirabile contrasto con la rozza ghiottoneria e ubbriachezza de’ Sassoni e Danesi suoi vicini. Amava di far pompa della propria magnificenza non in vaste provvisioni di cibi e di bevande, ma in grandi e stabili edifici, ricche armature, generosi cavalli, eletti falconi, bene ordinati tornei, banchetti delicati più presto che abbondanti, e vini notevoli meglio per isquisito sapore che per forza inebbriante. Quello spirito cavalleresco che ha esercitata così forte influenza sopra la politica, la morale e i costumi di tutte le nazioni europee, trovavasi grandissimo nei Nobili normanni. Questi nobili facevansi notare per la grazia del loro contegno e del loro conversare; per la destrezza nel condurre i negozi, e per la eloquenza naturale, che con estrema solerzia coltivavano. Uno dei loro storici s’inorgoglisce affermando, i Normanni essere oratorifin dalle fasce. Ma la loro precipua celebrità derivava dalle imprese militari. Ogni paese dall’Oceano Atlantico fino al Mare Morto rendeva testimonio de’ prodigi della disciplina e del valor loro. Un solo cavaliere normanno, capo di una mano di guerrieri, cacciò i Celti dal Connaught. Un altro fondò la monarchia delle Due Sicilie, e vide lo imperatore d’Oriente e quello d’Occidente fuggire allo aspetto dell’armi sue. Un terzo, l’Ulisse della prima crociata, venne innalzato da’ suoi fidi commilitoni alla sovranità d’Antiochia; ed un quarto, quel Tancredi che vive eterno nel grande poema del Tasso, era celebre per tutta la Cristianità come il più strenuo e generoso fra i campioni del Santo Sepolcro.La propinquità di un popolo così notevole cominciò ben per tempo a produrre un effetto sullo spirito pubblico dell’Inghilterra. Innanzi la conquista, i principi inglesi andavano a educarsi in Normandia. Mari e terre inglesi venivano conferite ai signori normanni. L’idioma normanno-francese parlavasi familiarmente nel palazzo di Westminster. La corte di Rouen pareva che fosse verso la corte di Eduardo il Confessore ciò che la corte di Versailles, lunghi anni dopo, era verso la corte di Carlo II.VII. La battaglia di Hastings, e le vicende che ne derivarono, non solo posero un duca di Normandia sul trono inglese, ma sottoposero tutta la popolazione dell’Inghilterra alla tirannide della razza normanna. Rade volte, e perfino in Asia, una nazione soggiogò un’altra nazione tanto pienamente, quanto la normanna fece dell’inglese. I capitani degli invasori divisero la contrada tuttaquanta, e se ne distribuirono le parti; e per mezzo di vigorose istituzioni militari, validamente connesse con la istituzione della proprietà, riuscirono ad opprimere i naturali del paese. Un codice penale crudele e crudelmente eseguito, tutelava i privilegi e perfino i diporti de’ tiranni stranieri. Nonostante, la razza soggiogata, quantunque prostrata e calpesta, mandava fieramente il suo fremito. Parecchi uomini audaci, che poscia divennero eroi delle nostre vecchie ballate, rifugiaronsi fra le selve, ed ivi sfidando leggi di copri-fuoco e di foreste, conducevano una guerra predatoria contro gli oppressori. Gli assassinii erano fatti giornalieri. Molti dei Normanni sparivano improvvisamente senza che ne rimanesse vestigio.Trovavansi numerosi cadaveri aventi segni di morte violenta. Fu bandita la morte per mezzo della tortura contro gli assassini, i quali venivano ansiosamente cercati, ma quasi sempre indarno; perocchè la intera nazione cospirava a nasconderli. Finalmente, reputarono necessario imporre una grave multa sopra ogni centuria di abitanti fra’ quali un individuo d’origine francese fosse trovato ucciso: legge che fu seguita da un’altra, che ordinava ogni individuo ucciso doversi reputare francese, qualvolta non potesse provarsi che fosse sassone.Nel corso de’ centocinquanta anni che seguirono la conquista, a parlare dirittamente, non esiste storia inglese. I re francesi d’Inghilterra veramente inalzaronsi tanto, da diventare la meraviglia e il terrore di tutte le nazioni vicine. Conquistarono la Irlanda: riceverono l’omaggio dalla Scozia. Per mezzo del valore, della politica, de’ prosperi e splendidi connubi loro, diventarono più potenti sul continente, di quello che fossero i re di Francia, loro sovrani feudali. L’Asia al pari dell’Europa era abbarbagliata dallo splendore della potenza e gloria loro. I cronisti arabi prendevano ricordo con forzata ammirazione della caduta di Acri, della difesa di Joppe, e della vittoriosa marcia d’Ascalone; e le madri arabe per imporre silenzio ai loro figliuoli, rammentavano loro il nome del Plantageneto dal cuore di leone. Vi fu un tempo che la discendenza di Ugo Capeto parve presso ad estinguersi, nel modo stesso con che eransi estinte le dinastie de’ Merovingi e de’ Carlovingi; e che una sola grande monarchia dovesse estendersi dalle Orcadi fino a’ Pirenei. È così forte il nesso che le menti stabiliscono tra la grandezza d’un sovrano e la grandezza della nazione da lui governata, che quasi tutti gli storici dell’Inghilterra hanno descritto con un sentimento di esultanza il potere e lo splendore de’ suoi padroni stranieri, ed hanno compianta la decadenza di quello splendore e potere come una calamità della patria nostra. La quale cosa, a dir vero, è così assurda, come lo sarebbe se un negro d’Haiti dei nostri tempi considerasse con orgoglio nazionale la grandezza di Luigi XIV, e parlasse di Blenheim e Ramilies con patrio dolore e vergogna. Il conquistatore e i suoi discendenti fino alla quarta generazione non erano uomini inglesi: quasi tuttierano nati in Francia; passavano la maggior parte della vita in Francia; la loro favella era francese; pressochè tutti gli alti uffici da loro dipendenti erano affidati ad individui francesi; ogni acquisto che facevano sul continente li rendeva ognora più stranieri alla popolazione dell’isola nostra. Uno de’ più egregi fra loro, a vero dire, tentò di procacciarsi lo affetto de’ suoi sudditi inglesi, sposando una principessa inglese. Ma molti de’ suoi baroni consideravano quel matrimonio come i cittadini della Virginia considererebbero un matrimonio tra un padrone e una fanciulla schiava. Nella storia quel principe è conosciuto sotto l’onorevole soprannome di Beauclerc; ma nei suoi tempi, i suoi concittadini gli avevano apposto un soprannome sassone a dileggio del suo sposalizio con una donna sassone.Se ai Plantageneti fosse venuto fatto, siccome una volta parve verosimile, di porre tutta la Francia sotto il loro dominio, egli è probabile che la Inghilterra non avrebbe avuta mai una esistenza indipendente. I suoi principi, i signori, i prelati, sarebbero stati uomini diversi di sangue e di lingua dagli artigiani e dagli agricoltori. Le entrate de’ suoi grandi possidenti sarebbero state spese in feste e diporti su le rive della Senna. La nobile favella di Milton e di Burke sarebbe rimasta nella condizione di rustico dialetto, priva di letteratura, di grammatica, d’ortografia fissa, abbandonata all’uso della plebaglia. Nessuno uomo di discendenza inglese si sarebbe innalzato a grado eminente, ove non fosse diventato francese per lingua e costumi.VIII. La Inghilterra va debitrice di avere scansate coteste calamità ad uno avvenimento che gli storici hanno generalmente rappresentato come un disastro. I suoi interessi erano così direttamente opposti agli interessi de’ suoi principi, che erasi ridotta a sperare soltanto negli errori e nelle traversie loro. Lo ingegno e perfino le virtù de’ sei primi re francesi che la signoreggiarono, furono per lei una sciagura. La demenza e i vizi del settimo le furono di salvezza. Se Giovanni avesse ereditato gl’incliti pregi del padre suo, d’Enrico Beauclerc, o del Conquistatore; anzi se avesse egli posseduto il coraggio marziale di Stefano o di Riccardo, e se il re di Franciaa quel tempo stesso fosse stato inetto al pari di tutti i successori di Ugo Capeto; la casa de’ Plantageneti avrebbe acquistata in tutta l’Europa una supremazia senza rivali. Se non che, appunto in quell’età, la Francia per la prima volta dopo la morte di Carlomagno era governata da un principe d’animo destro e vigoroso. Dall’altro canto la Inghilterra, la quale, dalla battaglia di Hastings in poi, era stata, generalmente parlando, retta da savi uomini di Stato, e sempre da strenui guerrieri, cadde sotto la dominazione d’un principe frivolo e codardo. Fino da quello istante le sue sorti cominciarono a splendere. Giovanni fu cacciato di Normandia. I nobili normanni si videro astretti ad eleggere fra l’isola e il continente. Chiusi dal mare fra un popolo che avevano fino allora oppresso e spregiato, si vennero inducendo a considerare l’Inghilterra come patria, e gli Inglesi come concittadini. Le due razze, così lungo tempo ostili, si accorsero tosto di aver comuni gl’interessi, comuni i nemici. Entrambe giacevano oppresse sotto la tirannia di un re malvagio. Entrambe ardevano di sdegno vedendo la corte prodigare i suoi favori sopra genti nate nel Poitou o nell’Aquitania. I pronipoti di coloro che avevano pugnato sotto Guglielmo, e i pronipoti di coloro che avevano pugnato sotto Aroldo, cominciarono ad appropinquarsi con vicendevole amistanza; e il primo pegno della loro riconciliazione fu la Grande Carta, che essi guadagnarono coi loro sforzi comuni, e formarono a comune benefizio.IX. Qui principia la storia della nazione inglese. La storia delle vicissitudini precedenti è il racconto de’ torti inflitti e sostenuti dalle varie tribù, le quali, comecchè abitassero sopra il suolo inglese, trattavansi con tale avversione, che non è forse mai esistita fra popoli divisi da fisici confini. Imperciocchè, perfino la scambievole animosità de’ paesi in guerra fra loro, è lieve al paragone dell’animosità delle nazioni le quali, moralmente separate, stanziano commiste in un medesimo luogo. Non è paese in cui l’odio di razza trascorresse tanto oltre quanto in Inghilterra. Non è paese in cui quell’odio si fosse tanto onninamente spento. Non conosciamo con precisione gli stadi diversi del processo con che gli elementi ostili si fusero in una massa omogenea. Ma egli è certo che allorquando Giovanniascese al trono, la distinzione tra Sassoni e Normanni esisteva evidentissima, e che avanti la fine del regno del suo nipote era quasi scomparsa. Nel tempo di Riccardo I, l’ordinaria imprecazione d’un gentiluomo normanno era: «Ch’io possa diventare un inglese!» e volendo sdegnosamente negare, diceva: «Che mi prendete voi per un inglese?» Cento anni dopo, il discendente di quel gentiluomo andava orgoglioso del nome d’inglese.Le scaturigini de’ più bei fiumi che spargono la fertilità sopra la terra, e portano i navigli gravi di ricchezze al mare, sono da cercarsi fra mezzo alle aride e selvagge montagne inesattamente segnate nelle carte geografiche, e bene di rado esplorate dai viaggiatori. Questa immagine può rendere una idea della storia del nostro paese nel secolo decimoterzo. Per quanto sterile e buio sia quel periodo dei nostri annali, è mestieri cercare in esso l’origine della libertà, prosperità e glorie nostre. E’ fu allora che il gran popolo inglese formossi; che l’indole nazionale principiò a mostrarsi con quelle peculiarità che ha poi sempre serbate; e che i nostri antichi divennero enfaticamente isolani, e isolani non solo per geografica postura, ma per politica, sentimenti e costumi. Allora comparve per la prima volta distintamente quella Costituzione, che ha poi sempre, traverso a tante modificazioni, serbata la sua identità; quella Costituzione, della quale tutti i liberi statuti degli altri popoli altro non sono che copie; e la quale, malgrado talune mende, è degna di essere considerata come la migliore sotto cui una grande società sia mai esistita pel corso di molti secoli. E’ fu allora che la Camera dei Comuni, archetipo di tutte le assemblee rappresentative che oggidì si ragunano nel vecchio mondo e nel nuovo, tenne le sue prime sessioni. E’ fu allora che il diritto comune inalzossi alla dignità di scienza, e rapidamente divenne rivale non indegno della giurisprudenza imperiale. E’ fu allora che il coraggio di quei marinari i quali conducevano le rozze barche dei Cinque Porti, rese primamente la bandiera inglese formidabile su per i mari. E’ fu allora che i più antichi collegi che vivono tuttavia nelle due grandi sedi nazionali del sapere, formaronsi. Formossi allora parimente quella lingua, la quale, benchè meno armoniosa,a dir vero, degli idiomi meridionali, nondimeno, e per vigoria e per ricchezza e per essere atta a significare tutti gli alti concetti del poeta, del filosofo e dell’oratore, cede soltanto alla greca. Allora medesimamente mostrossi la prima alba di quella inclita letteratura, che costituisce la più splendida e durevole delle molte glorie di cui mena vanto l’Inghilterra.Coll’iniziarsi del secolo decimoquarto, la perfetta congiunzione delle razze era pressochè compita; e si rese subito manifesto, a segni non dubbi, che un popolo non inferiore ad alcun altro popolo del mondo erasi formato dalla mistura delle tre razze e della grande famiglia teutonica, fra loro e cogli aborigeni bretoni. Vero è che non vi era quasi nulla di comune tra la Inghilterra alla quale re Giovanni era stato cacciato da Filippo Augusto, e la Inghilterra dalla quale le armi di Eduardo III mossero a conquistare la Francia.X. Seguì un periodo di cento e più anni, nel quale lo scopo precipuo degl’Inglesi fu quello di stabilire con la forza delle armi un grande impero sul continente. Il diritto di Eduardo al retaggio occupato dalla Casa di Valois era tale, da sembrare che dovesse poco muovere gl’interessi de’ suoi sudditi. Ma lo amore delle conquiste di subito scese dal principe al popolo. Cotesta guerra differiva grandemente dalle guerre che i Plantageneti del secolo duodecimo avevano condotte contro i discendenti di Ugo Capeto: poichè la fortuna delle armi di Enrico II e di Riccardo I avrebbe resa la Inghilterra provincia della Francia; mentre lo effetto de’ prosperi successi di Eduardo III e di Enrico V era quello di far della Francia, per alcun tempo, una provincia dell’Inghilterra. Lo spregio con che, nel secolo duodecimo, i conquistatori del continente avevano guardato gl’isolani, era adesso gettato dagli isolani su’ popoli del continente. Ogni popolano, da Kent fino a Northumberland, reputavasi come individuo d’una razza nata alla vittoria e all’impero, e volgeva uno sguardo di scherno alla nazione innanzi alla quale i suoi antenati avevano tremato. Anche que’ cavalieri di Guascogna e Guienna, i quali avevano valorosamente combattuto sotto il Principe Nero, venivano considerati dagl’Inglesi come uomini di classe inferiore, e quindi erano sprezzevolmente esclusi dai comandi lucrosi. Fra tempo nonmolto i nostri progenitori persero d’occhio il motivo principale della lotta. Principiarono a considerare la corona di Francia come un semplice appannaggio della corona d’Inghilterra; e allorchè, violando la legge ordinaria di successione, concessero lo scettro del reame inglese alla casa di Lancaster, e’ pare che pensassero il diritto di Riccardo II alla corona di Francia essere naturalmente passato a quella casa. Lo zelo e vigore ch’essi mostrarono offre un notevole contrasto col torpore dei Francesi, ai quali l’esito di quella lotta era di assai più grave momento. Le armi inglesi a quei tempi riportarono le più grandi vittorie di cui si faccia ricordo negli annali del medio evo, contro nemici grandemente disuguali. Di certo erano vittorie di cui può con ragione gloriarsi un popolo; perocchè esse debbono ascriversi alla superiorità morale de’ vincitori: superiorità che si mostrò assai più mirabile negl’infimi gradi delle milizie. I cavalieri d’Inghilterra trovarono degni rivali nei cavalieri di Francia. Chandos ebbe un nemico degno di sè nella persona di Du Guesclin. Ma la Francia non aveva fanti che osassero stare a petto degli arcieri ed alabardieri inglesi. Un re francese venne condotto prigioniero in Londra. Un re inglese fu incoronato in Parigi. Il vessillo di San Giorgio sventolò di là da’ Pirenei e dalle Alpi. Sulle sponde meridionali dell’Ebro gl’Inglesi riportarono una grande vittoria, che per un tempo decise delle sorti di Leon e di Castiglia; e le compagnie Inglesi ottennero una formidabile preeminenza fra le bande de’ guerrieri i quali ponevano le loro armi agli stipendi dei principi e delle repubbliche d’Italia.Nè le arti della pace furono neglette da’ nostri padri in quei torbidi tempi. Mentre la Francia pativa le devastazioni della guerra, fino a che trovò nella sua stessa desolazione una miserabile difesa contro gl’invasori, gl’Inglesi coltivavano i loro campi, ornavano le loro città, trafficavano e studiavano tranquilli e senza disturbi. Molti de’ nostri monumenti architettonici appartengono a quell’epoca. Allora sorsero le splendide cappelle di New-College e di San Giorgio, la navata di Winchester e il coro di York, l’aguglia di Salisbury e le torri maestose di Lincoln. Una lingua abbondante e vigorosa, formata dalla mistura dell’idioma normanno-francese col germanico,era parlata egualmente dalla aristocrazia e dal popolo. Nè passò molto tempo che il genio cominciò a servirsene per la manifestazione delle sue stupende creazioni. Mentre le milizie inglesi, lasciandosi addietro le devastate provincie della Francia, entravano trionfanti in Valladolid e spargevano il terrore fino alle porte di Firenze, i poeti inglesi dipingevano con vivi colori tutta la vasta varietà delle costumanze e delle fortune umane; e i pensatori inglesi aspiravano a indagare o ardivano dubitare, là dove i bacchettoni erano stati satisfatti ad ammirare o a credere. L’età stessa che produsse il Principe Nero e Derby, Chandos e Hawkwood, generò parimente Goffredo Chaucer e Giovanni Vicleffo.Con modo sì splendido e imperatorio, il popolo inglese, propriamente detto, prese posto fra le nazioni del mondo. Nondimeno, mentre con diletto contempliamo gl’incliti pregi che adornavano i nostri antichi, non possiamo negare che il fine cui aspiravano era dannato e dalla onestà e dalla saggia politica, e che la sinistra fortuna che li costrinse, dopo una lunga e sanguinosa lotta, a deporre la speranza di stabilire un grande impero continentale, fu un vero bene sotto le sembianze di un disastro. Finalmente i Francesi si rifecero d’animo e di senno; e cominciarono ad opporre una vigorosa resistenza nazionale a’ conquistatori stranieri. E da quel tempo, la destrezza dei capitani inglesi e il coraggio dei soldati loro, fortunatamente per l’umanità, tornarono vani. Dopo molti sforzi disperati, col cordoglio nell’animo, i nostri antenati rinunziarono alla conquista. Da quell’epoca in poi, nessun Governo inglese ha seriamente e fermamente fatto disegno di grandi conquiste sul Continente.Il popolo, egli è vero, seguitò a carezzare con orgoglio la rimembranza di Cressy, di Poitiers e d’Agincourt. Anche molti anni appresso tornava agevole accendergli il sangue ed ottenerne sussidii con la sola promessa di riprendere la impresa di Francia. Ma, avventuratamente, le forze del nostro paese sono state dirette a fini più degni; ed ormai nella storia del genere umano occupa un posto assai più glorioso di quello che terrebbe qualora avesse acquistato, siccome un tempo era parso probabile, per mezzo della spada una supremaziasimile a quella che in antico conseguì la repubblica romana.XI. Rinchiuso di nuovo dentro i confini dell’isola, il bellicoso popolo adoperò ne’ civili conflitti le armi che erano già state il terrore dell’Europa. I Baroni avevano per lungo tempo derivati dalle oppresse provincie francesi i mezzi di satisfare al loro prodigo spendere. Quelle sorgenti di pecunia poi disseccaronsi; e rimanendo tuttavia le abitudini d’ostentazione e di lusso generate dalla prosperità, i grandi signori, impotenti ad appagare i loro appetiti depredando i Francesi, si misero a depredarsi vicendevolmente. Il reame, dentro il quale erano rinchiusi, secondo che afferma Comino, che è il più giudizioso osservatore di que’ tempi, non era bastevole a tutti. Due fazioni aristocratiche, capitanate da due rami della famiglia reale, accesero una feroce e lunga lotta per recarsi in mano il governo dello Stato. E poichè l’astio di tali fazioni non nasceva veramente da contesa intorno alla successione, durò lungo tempo dopo che ogni pretesto intorno alla successione era svanito. La parte della Rosa Rossa sopravvisse all’ultimo de’ principi che volevano il trono per diritto di Enrico IV. La parte della Rosa Bianca sopravvisse al matrimonio di Richmond e di Elisabetta. Lasciati senza capo che avesse alcuna onesta apparenza di diritto, i partigiani di Lancaster si collegarono intorno a un ramo di bastardi, e i partigiani di York misero su una successione d’impostori. Caduti sul campo di battaglia o sotto la scure del carnefice molti nobili aspiranti, scomparse per sempre dalla storia molte famiglie illustri, dome dalle sciagure le grandi casate che rimanevano, universalmente convennero a riconoscere ricongiunti nella casa de’ Tudors i diritti di tutti i contendenti Plantageneti.XII. Intanto maturavasi un avvenimento di assai maggiore importanza che non era l’acquisto o la perdita d’una provincia, lo innalzamento o la caduta d’una dinastia. La schiavitù, e i mali che l’accompagnano, andavano speditamente estinguendosi.È cosa degna di nota, come le due più grandi e benefiche rivoluzioni sociali che seguissero in Inghilterra; la rivoluzione, cioè, che nel secolo decimoterzo pose fine alla tirannia di nazione sopra nazione; e quella che, poche generazioni dopo,rapì di mano all’uomo il diritto di possedere l’uomo; chetamente e impercettibilmente si effettuassero. Non destando maraviglia nelle menti degli osservatori contemporanei, esse sono state pochissimo avvertite dagli storici. Non vennero eseguite nè da atti legislativi nè dalla forza fisica. Cagioni puramente morali fecero senza rumore svanire ogni distinzione, dapprima tra Normanni e Sassoni, poscia tra schiavi e padroni. Nessuno potrebbe presumere di determinare il tempo preciso in cui siffatta distinzione cessava. Qualche debole vestigio del vecchio spirito normanno si potrebbe forse ravvisare nel secolo decimoquarto; qualche lieve vestigio dell’istituzione del villanaggio hanno scoperto gli eruditi nell’epoca degli Stuardi: che anzi, tale istituzione fino ai di nostri non è stata abolita con legge particolare.XIII. Sarebbe ingiusto non riconoscere che lo agente precipuo di queste due grandi emancipazioni fosse la religione; e potrebbe forse dubitarsi che una religione più pura sarebbe stata una causa meno efficiente. Lo spirito benevolo della morale cristiana repugna, fuori d’ogni dubbio, alle distinzioni di casta; ma siffatte distinzioni sono segnatamente odiose alla Chiesa di Roma, come quelle che sono incompatibili con altre distinzioni essenziali al suo sistema. Ella veste i suoi sacerdoti d’una dignità misteriosa che li fa reverendi ad ogni laico; e non considera qualsiasi uomo inetto al sacerdozio per ragioni di nazione o di famiglia. Le sue dottrine concernenti il carattere sacerdotale, per quanto si vogliano reputare fallaci, hanno più volte mitigati non pochi dei mali che affliggono la società. Non può riguardarsi come assolutamente nociva quella superstizione, la quale in paesi afflitti dalla tirannia di razza sopra razza crea una aristocrazia affatto indipendente da ogni razza, inverte le relazioni fra l’oppressore e l’oppresso, e costringe il signore ereditario a prostrarsi innanzi al tribunale spirituale dello schiavo ereditario. Ai dì nostri, in alcuni paesi dove esiste la schiavitù de’ negri, il papismo contrasta vantaggiosamente con le altre forme del Cristianesimo. È noto come la repugnanza tra le razze europee e le affricane non è tanto forte a Rio Janeiro, quanto a Washington. Nella nostra patria, questa peculiarità del sistema cattolico-romano produsse nel medioevo molti benefici effetti. Vero è che, poco dopo la battaglia di Hastings, i prelati e gli abati sassoni vennero violentemente deposti, e che avventurieri ecclesiastici venuti dal Continente furono intrusi a centinaia nei più pingui beneficii. Nonostante, anche allora pii teologi di sangue normanno alzavano la voce contro siffatta violazione degli statuti della Chiesa, ricusavano d’accettare le mitre dalle mani del Conquistatore, e gli ripetevano, minacciandogli la dannazione dell’anima, di non dimenticare che i vinti isolani erano suoi fratelli in Cristo. Il primo protettore che gl’Inglesi trovassero fra la casta dominante, fu lo arcivescovo Anselmo. In un tempo in cui il nome inglese era un rimprovero, e tutti i dignitari civili e militari del regno erano esclusivamente concittadini del Conquistatore, il popolo oppresso ricevè con ineffabile diletto la nuova che Niccola Breakspear, uomo della loro nazione, era stato innalzato al trono papale, dall’alto del quale aveva steso il suo piede al bacio degli ambasciatori uscenti dalle più nobili famiglie normanne. Egli era un sentimento nazionale, non che religioso, quello che conduceva le moltitudini all’altare di Becket, il primo inglese che, dopo la Conquista, fosse formidabile ai tiranni stranieri. Un successore di Becket era principale fra coloro che ottennero quella Carta, la quale assicurò a un tempo i privilegi de’ baroni normanni e quelli della borghesia sassone. Quanto grande fosse l’opera con che gli ecclesiastici cattolici poscia parteciparono alla abolizione del villanaggio, lo raccogliamo dalla veneranda testimonianza di sir Tommaso Smith, uno de’ più savi consiglieri protestanti di Elisabetta. Allorquando il possessore di schiavi dal suo letto di morte chiedeva il conforto de’ sacramenti, il sacerdote esortavalo per la salute dell’anima ad emancipare i suoi fratelli redenti dalla morte di Cristo. La Chiesa aveva con tanto buon esito adoperata una macchina sì formidabile, che, innanzi lo scoppio della Riforma, aveva francati quasi tutti gli schiavi del regno, tranne i i suoi propri, i quali, a sua giusta lode, sembra che venissero benevolmente governati.Non vi può esser dubbio che allorquando le due predette grandi rivoluzioni seguirono, i nostri antenati erano di gran lunga il popolo meglio governato in Europa. Per trecento anniil sistema sociale è sempre stato in continua via di progresso. Sotto i primi Plantageneti vi furono padroni così potenti da sfidare l’autorità del sovrano, e contadini degradati fino alla condizione degli armenti, di cui erano guardiani. La condizione del contadino si è venuta a poco a poco elevando; fra l’aristocrazia e il popolo degli operai è sorta una classe media, agricola e commerciale. È probabile che tuttavia vi fosse più ineguaglianza di quella che sia necessaria a promuovere la felicità e la virtù della specie umana; ma nessun uomo era affatto al di sopra della legge, nessun uomo reputavasi onninamente al di sotto della protezione di quella.Che le istituzioni politiche dell’Inghilterra fossero fino da quell’epoca riguardate dagl’Inglesi con orgoglio ed affetto, e dagli uomini più culti delle vicine nazioni con ammirazione ed invidia, è cosa evidentissimamente provata. Ma nel giudicare l’indole di cosiffatte istituzioni, le numerose controversie sono state rapide e disoneste.XIV. La letteratura storica d’Inghilterra, a dir vero, patì gli effetti di una circostanza, la quale ha contribuito non poco alla sua prosperità. Il grande mutamento che nella sua politica si è venuto operando negli ultimi sei secoli, è stato la conseguenza d’uno sviluppo progressivo; non mai del distruggere e del riedificare. La Costituzione presente del nostro paese è verso la Costituzione con la quale reggevasi cinquecento anni fa, ciò che l’albero è verso l’arbusto, ciò che l’uomo è verso il fanciullo. Le sue variazioni sono state grandi; nondimeno, non vi fu mai un momento in cui la parte principale di ciò che esisteva non fosse antica. Una politica formatasi in tal modo è forza che abbondi di anomalie. Ma per i danni che sorgono dalle semplici anomalie, abbiamo ampie compensazioni. Altri Stati possiedono Costituzioni scritte, belle di maggior simmetria; ma a nessuna altra società è finora venuto fatto di armonizzare la rivoluzione con la prescrizione, il progresso con la stabilità, l’energia della giovinezza con la maestà d’un’antichità immemorabile.Non per tanto, cotesto gran bene ha seco parecchi inconvenienti; uno de’ quali sta in questo, che le fonti delle nostre nozioni, in quanto alla nostra antica storia, sono state avvelenate dallo spirito di parte. Non essendovi paese in cui,come in Inghilterra, gli uomini di Stato si siano lasciati tanto trascinare dalla influenza del passato, così non vi è paese in cui gli storici si siano lasciati, come i nostri, condurre dall’influenza del presente. A vero dire, fra queste due cose è naturale connessione. Dove la storia viene considerata semplicemente come una pittura della vita e de’ costumi, come una raccolta di esperimenti da cui si possano trarre massime generali di sapienza civile, lo scrittore non è grandemente soggetto alla tentazione di rappresentare sfigurati i fatti seguiti in un’epoca che non è la sua: ma dove la storia viene considerata come un santuario in cui si custodiscono i titoli dai quali pendono i diritti de’ governi e delle nazioni, gl’incentivi a falsificare i fatti diventano pressochè irresistibili. Uno scrittore francese oggimai non è mosso da nessun potente interesse ad esagerare o a spregiare la potenza de’ re della casa di Valois. I privilegii degli Stati Generali, degli Stati della Bretagna, degli Stati della Borgogna, sono oramai cose di piccola importanza pratica, come lo sarebbe la Costituzione del Sinedrio Giudaico o del Consiglio degli Anfizioni. L’abisso d’una grande rivoluzione divide compiutamente il nuovo dal vecchio sistema. Nessuno abisso simigliante divide in due parti distinte la esistenza della nazione inglese. Le leggi e le consuetudini nostre non sono state mai trascinate dall’impeto d’una generale e irreparabile rovina. Presso noi l’autorità del medio evo è tuttavia autorità valida, e viene tuttavia citata, nelle più gravi occasioni, da’ più eminenti uomini di Stato. Diffatti, allorchè il re Giorgio III cadde in quella infermità che lo rese incapace di esercitare le regie funzioni, e i più insigni giureconsulti ed uomini politici opinavano diversamente intorno al partito da prendersi in cosiffatte circostanze, il Parlamento non volle procedere alla discussione di nessun progetto di reggenza, finchè non fossero stati raccolti e posti in ordine tutti gli esempi reperibili nei nostri annali fino dai primissimi tempi della monarchia. Si elessero Commissioni per frugare negli antichi ricordi del regno. Il primo esempio trovato fu quello del 1217; furono considerati come importantissimi gli esempi del 1326, del 1377 e del 1422; ma il caso che venne giudicato come argomento atto a sciogliere la questione fu quello del 1455. In tal guisa,nella patria nostra, i più solenni interessi de’ partiti si sono appoggiati su’ resultamenti delle investigazioni degli antiquari; e fu conseguenza inevitabile che i nostri antiquari eseguissero le investigazioni loro mossi dallo spirito di parte.E però non è maraviglia che coloro i quali hanno scritto intorno a’ limiti della prerogativa e alla libertà della vecchia politica d’Inghilterra, si siano generalmente mostrati non giudici, ma rabbiosi e poco sinceri avvocati, come quelli che discutevano non di cose speculative, ma di cose che avevano relazione diretta e pratica con le più gravi e calde dispute de’ tempi loro. Dal cominciare della lunga lotta fra il Parlamento e gli Stuardi, fino al tempo in cui le pretese degli Stuardi più non furono formidabili, poche questioni erano più praticamente importanti di quella nella quale trattavasi di stabilire se il governo, così come era stato da quelli amministrato, fosse o no conforme all’antica Costituzione del reame. La questione non potevasi sciogliere soltanto giusta gli esempi tratti da ricordi de’ regni precedenti. Bracton e Fleta, lo Specchietto di giustizia, gli atti del Parlamento, vennero studiosamente frugati, onde trovare pretesti ad attenuare gli eccessi della Camera Stellata da un canto, e dell’Alta Corte di giustizia dall’altro. Per lungo ordine d’anni, ogni storico Whig affaccendossi a provare che l’antico governo inglese era poco meno che repubblicano, ed ogni storico Tory voleva stabilire che esso era poco meno che dispotico.Animati da tali sentimenti, entrambi frugavano dentro i cronisti del medio evo; entrambi trovavano agevolmente ciò che andavano cercando; e tutti ostinavansi a non vedervi altro che le cose di cui correvano in traccia. I difensori degli Stuardi potevano di leggieri addurre esempi di re che avevano oppressi i sudditi; i difensori delle Teste-Rotonde potevano con uguale agevolezza produrre esempi di resistenza, opposta con buon esito, alla corona.I Tories citavano da antiche scritture espressioni servili tanto, quanto quelle che si udivano pronunziare dal pulpito di Mainwaring. I Whigs scoprivano espressioni audaci e severe come quelle che Bradshaw faceva risuonare dal banco de’ giudici. Gli uni adducevano numerosi esempi in cui i re avevanoestorti danari da’ popoli senza l’autorità del Parlamento; gli altri citavano casi ne’ quali il Parlamento aveva assunto il potere di punire i re. Coloro che vedevano mezza la verità della questione, avrebbero voluto concludere che i Plantageneti erano stati assoluti come i sultani di Turchia; coloro che ne vedevano l’altra metà, avrebbero voluto concludere che i Plantageneti avevano avuto tanto poco potere, quanto ne avevano i dogi di Venezia: ed ambedue coteste conclusioni aberravano egualmente discoste dal vero.XV. Il vecchio governo inglese apparteneva alla classe delle monarchie limitate, che nel medio evo sorsero nell’Europa Occidentale; e non ostante che l’una dall’altra differissero non poco, avevano tutte una forte somiglianza di famiglia. Che vi sia stata cotal somiglianza, non è cosa strana; perocchè i paesi in cui sorsero quelle monarchie erano già provincia del medesimo impero grande e incivilito, ed erano stati invasi e conquistati da’ medesimi popoli rozzi ed agguerriti. Erano vincolati dalla stessa credenza religiosa, e congiunti in una medesima grande coalizione contro l’Islamismo. Il loro ordinamento politico quindi prese naturalmente la medesima forma, dacchè le loro istituzioni in parte erano derivate da Roma imperiale, in parte da Roma papale, in parte dalla antica Germania. Tutti avevano re, e presso tutti la dignità regia divenne a poco a poco strettamente ereditaria. Tutti avevano nobili, decorati di titoli che in origine indicavano il grado militare. La dignità della cavalleria e le regole del blasone erano comuni a tutti. Tutti avevano stabilimenti ecclesiastici riccamente dotati, corporazioni municipali godenti larghe franchigie, e senati il cui consenso era necessario alla validità di certi atti pubblici.XVI. Di tutte coteste Costituzioni affini, la inglese venne fin d’allora giudicata la migliore. Non è dubbio che le prerogative del sovrano fossero estese. Lo spirito religioso e il cavalleresco concorrevano ad esaltarne la dignità. L’olio sacro era stato sparso sul suo capo; e i cavalieri più nobili e più valorosi non si reputavano degradati inginocchiandoglisi dinanzi. La sua persona era inviolabile; egli solo aveva diritto di convocare gli Stati del Regno e di disciorli; e il suo assensoera indispensabile a tutti i loro atti legislativi. Egli era il capo del potere esecutivo, il solo organo di comunicazione co’ potentati stranieri, il comandante delle milizie di terra e di mare, la sorgente d’onde emanavano la giustizia, la grazia e l’onorificenza. Aveva estesi poteri per regolare il commercio: coniava la moneta, determinava i pesi e le misure, stabiliva i porti e i mercati. Il suo patronato ecclesiastico era immenso; le sue rendite ereditarie, amministrate economicamente, bastavano a sostenere le spese ordinarie del governo. Vastissimi erano i suoi propri possedimenti: egli era anzi signore feudale di tutto il suolo del suo regno, e come tale possedeva numerosi diritti lucrativi e formidabili, per mezzo de’ quali egli poteva domare coloro che gli erano avversi, arricchire e far grandi, senza suo detrimento, coloro che gli erano bene affetti.XVII. Ma il suo potere, quantunque ingente, era limitato da tre grandi principii costituzionali; cotanto antichi, che nessuno poteva indicare il tempo in cui cominciarono ad esistere; e talmente potenti, che il loro naturale sviluppo, continuato per lungo ordine d’anni, ha prodotto le condizioni politiche nelle quali oggimai l’Inghilterra si trova.Primamente, il re non poteva fare legge alcuna senza il consenso del Parlamento.In secondo luogo, non poteva imporre tasse senza il consenso del Parlamento.Da ultimo, egli era tenuto a condurre l’amministrazione esecutiva secondo le leggi del paese, della violazione delle quali dovevano rispondere al popolo i consiglieri e gli agenti del principe.Nessun Tory, purchè fosse sincero, potrebbe negare che cotesti principii avevano, cinquecento anni fa, acquistato autorità di regole fondamentali. Dall’altro canto, nessun Whig, egualmente schietto, potrebbe affermare che essi fossero, fino ad una epoca più tarda, purificati d’ogni ambiguità, o spinti fino a tutte le loro naturali conseguenze. Una Costituzione nata nel medio evo non era, come una Costituzione del decimottavo o decimonono secolo, creata intieramente in un solo atto, e rinchiusa in un solo documento. Egli è soltanto in un’etàculta ed incivilita che la politica può istituirsi sopra un sistema. Nelle società rozze il progresso del governo somiglia al progresso del linguaggio e della versificazione. Le società rozze hanno una lingua, e spesso copiosa ed energica; ma non hanno grammatica scientifica, non definizioni di nomi e di verbi, non vocaboli per le declinazioni, pei modi, pei tempi. Le rozze società hanno una versificazione, e spesso vigorosa ed armonica; ma non hanno leggi di ritmo; e il menestrello, i canti del quale, armonizzati dalla sola squisitezza dell’udito, formano il diletto de’ popoli, non saprebbe spiegare di quanti dattili o trochei consti ciascuno de’ suoi versi.Come la eloquenza esiste innanzi la sintassi e il canto innanzi la prosodia, così il governo può esistere in grado d’eccellenza lungo tempo avanti che i limiti de’ poteri legislativo, esecutivo e giudiciario, vengano segnati con precisione.XVIII. E ciò appunto è seguito nel nostro paese. La linea che circoscriveva la regia prerogativa, tuttochè, generalmente parlando, fosse abbastanza chiara, non era stata in ogni parte tirata con accuratezza o precisione. E però, sull’orlo del terreno assegnatole vi era qualche spazio disputabile, dove seguitarono a succedere invasioni e rappresaglie, finchè, dopo anni ed anni di lotta, furono stabiliti segni evidenti e durabili. Sarebbe pregio dell’opera notare in che modo, e fino a qual punto, i nostri antichi sovrani avessero l’abitudine di violare i tre grandi principii che proteggevano le libertà nazionali.Nessuno de’ re d’Inghilterra ha mai preteso arrogarsi tutto il potere legislativo. Il più violento dei Plantageneti non si reputò mai competente a decretare, senza il consentimento del suo Gran Consiglio, che ungiurysi dovesse comporre di dieci individui invece di dodici, che la dote d’una vedova dovesse essere la quarta parte del patrimonio invece della terza, che lo spergiuro dovesse reputarsi delitto di fellonia, e che la consuetudine di dividere gli averi in parti uguali fra i maschi d’una famiglia dovesse introdursi nella contea di York.[2]Ma il re aveva il potere di perdonare i colpevoli; e vi è un punto in cuiil potere di perdonare e quello di far leggi sembrano di leggeri confondersi fra loro. Uno statuto penale viene virtualmente annullato, se le penalità che esso impone sono regolarmente rimesse ogni qualvolta vi è luogo ad applicarle. Il sovrano, senza alcun dubbio, era competente a condonare le punizioni, e in ciò il suo diritto non aveva limiti; e per tal ragione, egli poteva annullare virtualmente uno statuto penale. Sembrerebbe che non vi fossero serie obiezioni a lasciargli fare formalmente ciò che virtualmente poteva fare. In tal guisa, con l’aiuto di giureconsulti sottili e cortigiani, formossi, sul confine dubbio che separa le funzioni legislative dalle esecutive, quella grande anomalia che chiamasi potestà di dispensare.Che il re non potesse imporre tasse senza il consenso del Parlamento, generalmente si ammette essere stata, da tempo immemorabile, legge fondamentale della monarchia inglese. Era uno degli articoli che i Baroni costrinsero il re Giovanni a firmare. Eduardo I tentò di violare quella legge; ma, nonostante che fosse uomo destro, potente e popolare, trovò tale opposizione che gli parve utile di cedere. Promise quindi in termini espressi, a nome di sè e de’ suoi eredi, che nessuno di loro avrebbe mai imposto balzelli di veruna specie senza l’assenso e la libera volontà degli Stati del regno. Il suo potente e vittorioso nipote provossi di infrangere cotesto patto solenne; ma trovò validissima resistenza. Finalmente, i Plantageneti, disperati di riuscirvi, rinunziarono a cotali pretese. Ma, comecchè fossero avvezzi ad infrangere la legge apertamente, studiaronsi, secondo le occasioni, eludendola, di estorcere temporaneamente delle somme straordinarie. Era loro inibito di imporre tasse, ma reclamarono il diritto di chiedere e di tôrre in prestito. E però talvolta chiesero con un linguaggio tale, da non distinguersi dall’espressione di un comando; e tal’altra tolsero in prestito con poco pensiero di rendere. Ma il solo fatto di stimar necessario il mascherare simiglianti esazioni sotto nome di donativi o di prestiti, prova a sufficienza che l’autorità del gran principio costituzionale era universalmente riconosciuta.Il principio che il re d’Inghilterra era tenuto a condurrel’amministrazione secondo la legge, e che qualora egli facesse alcuna cosa contro la legge, i suoi consiglieri ed agenti erano responsabili, fu stabilito ne’ tempi primitivi della Costituzione; come ne sono prova bastevole i severi giudizi pronunziati ed eseguiti contro molti favoriti del principe. Non per tanto, gli è certo che i diritti degli individui vennero spesso violati dai Plantageneti, e che le parti offese spesso furono nella impossibilità di ottenere giustizia. Secondo la legge, la tortura, che è una macchia della romana giurisprudenza, non poteva, in nessun caso, essere inflitta ad un suddito inglese. Nondimeno, nelle turbolenze del secolo decimoquinto, la tortura venne introdotta nella Torre di Londra, e, secondo le occasioni, se ne faceva uso sotto pretesto di necessità politica. Ma sarebbe grave errore inferire da siffatte irregolarità, che i monarchi d’Inghilterra fossero, in teoria o in pratica, assoluti. Noi viviamo in una società altamente incivilita, in cui le nuove sono così rapidamente propagate per mezzo della stampa e degli uffici postali, che ogni qualunque atto notorio d’oppressione commesso in qualunque parte della nostra isola viene, in poche ore, discusso da milioni d’uomini. Se un sovrano inglese facesse oggimai murar vivo dentro una parete un suddito, in aperta violazione dell’Habeas corpus, o mettere un cospiratore alla tortura, tal nuova elettrizzerebbe in un attimo l’intiera nazione.Nel medio evo le condizioni della società erano grandemente diverse. Rade volte e con molta difficoltà i torti fatti agli individui pervenivano a cognizione del pubblico. Un uomo poteva illegalmente essere confinato per molti mesi nel castello di Carlisle e di Norwich, senza che nè anche un bisbiglio della cosa arrivasse in Londra. È molto probabile che la tortura fosse stata in uso molti anni innanzi che la gran maggioranza della nazione ne concepisse il minimo sospetto. Nè i nostri antichi erano in nessun modo così gelosi, come siamo noi, dell’importanza di osservare le grandi regole generali. L’esperienza ci ha insegnato che non possiamo senza pericolo patire che passi in silenzio la minima violazione dello Statuto. E perciò ormai universalmente si pensa che un governo il quale senza necessità ecceda i suoi poteri, debba essere colpito disevera censura parlamentare; e che un governo, il quale, spinto da una grande urgenza e da intenzioni pure, ecceda i suoi poteri, debba senza indugio rivolgersi al Parlamento per un atto d’indennità. Ma non era tale il sentire degl’Inglesi de’ secoli decimoquarto e decimoquinto. Essi erano poco disposti a contendere per un principio semplicemente come principio, ed a biasimare una irregolarità che non era reputata atto d’oppressione. Finchè lo spirito generale del governo mantenevasi mite e popolare, erano proni ad accordare qualche latitudine alle azioni del loro sovrano. Se per uno scopo che si reputasse sommamente lodevole, egli faceva uso di un vigore che travarcava i confini segnati dalla legge, essi non solo gli perdonavano, ma lo applaudivano; e mentre godevano sicurezza e prosperità sotto il suo imperio, erano solleciti a credere che chiunque fosse incorso nella sua collera, ne era stato meritevole. Ma siffatta indulgenza aveva anche un limite; nè era savio quel principe che affidavasi sulla tolleranza del popolo inglese. Potevano talvolta concedergli ch’ei trapassasse la linea costituzionale; ma dal canto loro reclamavano il privilegio di trapassarla anch’essi tutte le volte che le sue usurpazioni erano tali da svegliare sospetto negli animi di tutti. Se, non contento di opprimere di quando in quando qualche individuo, osava opprimere le popolazioni, i suoi sudditi subitamente appellavansi alla legge; e riuscendo infruttuoso cotale appello, ricorrevano, senza mettere tempo in mezzo, al Dio delle battaglie.XIX. Potevano, a dir vero, tollerare in un re pochi eccessi; perocchè potevano sempre appigliarsi al partito di opporgli un ostacolo, che tosto conducesse alla ragione il più fiero e superbo dei principi,—l’ostacolo della forza fisica. Torna difficile ad un inglese del secolo decimonono immaginare la facilità e prestezza con che, quattrocento anni fa, tale specie d’ostacolo operasse. Oggigiorno i popoli sono disavvezzi dall’uso delle armi; l’arte della guerra è stata condotta ad una perfezione ignota ai nostri antenati, la conoscenza della quale è circoscritta in una classe peculiare d’individui. Centomila soldati, ben disciplinati e guidati da esperti capitani, bastano a domare parecchi milioni d’artigiani e di contadini.Pochi reggimenti di milizie cittadine servono ad impaurire ed attutire gli spiriti di una vasta metropoli. Frattanto, lo effetto del continuo progresso della ricchezza è stato quello di rendere la insurrezione più temibile di quello che sia la cattiva amministrazione. Immense somme sono state spese in opere che, nel caso di uno scoppio repentino di ribellione, potrebbero tra poche ore reprimerla. La massa della ricchezza mobile cumulata nelle botteghe e ne’ magazzini di Londra, da sè sola sorpassa cinquecento volte quella che tutta l’isola conteneva ne’ giorni dei Plantageneti; e se il governo venisse rovesciato dalla forza materiale, tutta cotesta ricchezza mobile sarebbe esposta all’imminente rischio di spoliazione e di distruzione. Sarebbe anche maggiore il pericolo del credito pubblico, da cui direttamente dipende la sussistenza di migliaia di famiglie, ed a cui inseparabilmente va connesso il credito di tutto il mondo commerciale. Non sarebbe esagerazione affermare, che una settimana di guerra civile in Inghilterra oggidì produrrebbe tali disastri, che i suoi effetti, facendosi sentire da Hoangho fino al Missouri, si riconoscerebbero per il corso d’un secolo. In simili condizioni sociali, è d’uopo considerare la resistenza come un sistema di cura più disperata di qualunque infermità potesse affliggere lo Stato.Nel medio evo, all’incontro, la resistenza era un rimedio ordinario ai mali politici; rimedio che era sempre pronto, e comunque di certo fosse amaro in sul momento, non produceva profonde e durevoli conseguenze sinistre. Se un capopopolo alzava il proprio vessillo per la causa del popolo, in un solo giorno poteva raccogliere una armata irregolare; dacchè di regolari non ve n’era nessuna. Ciascun uomo aveva una certa conoscenza della professione del soldato, ma null’altro più che una leggiera conoscenza. La ricchezza nazionale consisteva principalmente in greggi ed armenti, nelle ricolte dell’anno, e nelle semplici abitazioni dentro le quali s’annidavano le genti. Tutte le masserizie, gli arnesi delle botteghe, le macchine reperibili nel reame, erano di minor valore di quello che sia ciò che qualche parrocchia dei giorni nostri contiene. Le manifatture erano rozze, il credito quasi nullo. La società quindi si riaveva dal colpo, subito appena cessatoil conflitto. Le calamità della guerra civile limitavansi alle stragi che seguivano nel campo di battaglia, ed a poche punizioni capitali o confische. In meno d’una settimana dopo, il contadino ripigliava il suo aratro, e il gentiluomo sollazzavasi a mandare in aria il falcone ne’ campi di Towton, o di Bosworth, come se nessun evento straordinario fosse sopraggiunto ad interrompere il corso regolare della vita umana.Oramai sono trascorsi centosessanta anni, dacchè il popolo inglese rovesciò con forza il governo del paese. Ne’ cento e sessanta anni che precessero la unione delle due Rose, regnarono in Inghilterra nove re, sei dei quali vennero cacciati dal trono, cinque vi perderono la corona e la vita. Per la quale cosa, egli è evidente che il paragonare la nostra politica antica alla moderna deve inevitabilmente condurre alle più erronee conclusioni, qualora non si conti per molto l’effetto di quelle restrizioni che la resistenza, o la paura della resistenza, imponeva sempre ai Plantageneti. E poichè i nostri antichi avevano contro la tirannide una importantissima guarentigia che a noi manca, potevano porre in non cale quelle tali guarentigie che noi stimiamo di grandissimo momento. Non potendo noi, senza il pericolo di danni da’ quali rifugge la nostra immaginazione, adoperare la forza fisica come un ostacolo contro il mal governo, è per noi cosa evidentemente saggia essere gelosissimi di tutti i poteri costituzionali raffrenanti il mal governo; spiare scrupolosamente ogni principio d’usurpazione; e non patire mai che nessuna irregolarità, quand’anche fosse d’indole innocua, passi senza essere combattuta, ove non possa allegare a favor suo l’esempio di atti precedenti. Quattrocento anni indietro questa minuta vigilanza poteva non essere necessaria. Una nazione d’intrepidi arcieri e lancieri poteva, con poco periglio delle sue libertà, mostrarsi connivente a qualche atto illegale nella persona di un principe, del quale l’amministrazione fosse generalmente buona, e il trono non difeso nè anche da una compagnia di soldati regolari.
STORIA D’INGHILTERRA.CAPITOLO PRIMO.SOMMARIO.I. Introduzione.—II. La Britannia sotto il dominio dei Romani.—III. Sotto il dominio dei Sassoni.—IV. Effetti della conversione degli Anglo-Sassoni al Cristianesimo.—V. Invasioni danesi.—VI. I Normanni.—VII. Effetti della conquista normanna.—VIII. Effetti della separazione dell’Inghilterra e della Normandia.—IX. Mescolamento delle razze.—X. Conquiste degl’Inglesi sul continente.—XI. Guerre delle Rose.—XII. Estinzione del villanaggio.—XIII. Effetti benefici della religione cattolica romana.—XIV. Ragione per cui l’indole dell’antico governo inglese spesso è descritta erroneamente.—XV. Indole delle monarchie limitate del medio evo.—XVI. Prerogative dei primi monarchi inglesi.—XVII. In che modo le prerogative degli antichi re inglesi venissero infrenate.—XVIII. Perchè tali limiti non fossero sempre rigorosamente osservati.—XIX. La resistenza era un freno ordinario alla tirannide nel medio evo.—XX. Carattere peculiare dell’aristocrazia inglese.—XXI. Il governo dei Tudors.—XXII. Perchè le monarchie limitate del medio evo generalmente si trasmutassero in monarchie assolute.—XXIII. Perchè la sola monarchia inglese non patisse cosiffatto trasmutamento.—XXIV. La Riforma e i suoi effetti.—XXV. Origine della chiesa d’Inghilterra.—XXVI. Suo carattere peculiare.—XXVII. Sua relazione con la Corona.—XXVIII. I Puritani.—XXIX. Loro spirito repubblicano.—XXX. Perchè il Parlamento non facesse una opposizione sistematica al governo della regina Elisabetta.—XXXI. Questione dei monopolii.—XXXII. La Scozia e la Irlanda diventano parli d’uno stesso impero insieme con l’Inghilterra.—XXXIII. La importanza della Inghilterra scema dopo lo avvenimento di Giacomo I al trono.—XXXIV. Dottrina del Diritto Divino.—XXXV. La separazione tra la Chiesa e i Puritani diventa maggiore.—XXXVI. Avvenimento al trono e carattere di Carlo I—XXXVII. Tattica dell’Opposizione nella Camera dei Comuni.—XXXVIII. Petizione dei diritti.—XXXIX. La Petizione dei diritti è violata.—XL. Carattere e disegni di Wentworth.—XLI. Carattere di Laud.—XLII. La Camera Stellata, e l’Alta Commissione—- XLIII. L’imposta per la formazione della flotta.—XLIV. Resistenza alla Liturgia in Iscozia.—XLV. Un Parlamento è convocato e disciolto.—XLVI. Il LungoParlamento.—XLVII. Prima manifestazione dei due grandi partiti inglesi.—XLVIII. Ribellione degl’Irlandesi.—XLIX. La Rimostranza.—L. L’Accusa dei Cinque Membri.—LI. Partenza di Carlo da Londra.—- LII. Principio della Guerra Civile.—LIII. Vittorie dei realisti.—LIV. Sorgono gl’indipendenti—LV. Oliviero Cromwell—LVI. L’Ordinanza d’abnegazione.—LVII. Vittoria del Parlamento—LVIII. Dominazione e indole dell’esercito.—LIX. Le insurrezioni contro il Governo militare vengono represse.—- LX. Processo contro il Re.—LXI. Il Re è decapitato.—LXII. La Irlanda e la Scozia vengono soggiogate.—LXIII. Espulsione del Lungo Parlamento—LXIV. Il Protettorato d’Oliviero.—LXV. Gli succede Riccardo.—LXVI. Alla caduta di Riccardo risorge il Lungo Parlamento.—LXVII Monk e lo esercito di Scozia muovono verso l’Inghilterra..—LXVIII. Monk si dichiara per un libero Parlamento.—LXIX. Elezione generale del 1660.—LXX. La Restaurazione.I. Imprendo a scrivere la storia della Inghilterra dal tempo in che Giacomo II ascese al trono fino all’età nostra. Racconterò gli errori che in pochi mesi scrissero dalla casa degli Stuardi gentiluomini e clero ad essa fedeli. Disegnerò il procedimento di quella rivoluzione che poso fine al lungo conflitto tra i nostri sovrani e i loro parlamenti, ed avvincolò insieme i diritti del popolo e quelli della dinastia regnante. Dirò come il nuovo ordinamento venisse nel corso di tanti anni torbidi vittoriosamente difeso contro gl’inimici di dentro e di fuori; come sotto esso l’autorità della legge e la sicurezza delle sostanze si reputassero compatibili con una libertà di discussione e d’azione individuale non mai prima sperimentata; come dal bene augurato congiungimento dell’ordine e della libertà sorgesse una prosperità, di cui gli annali delle cose umane non avevano offerto esempio; come la nostra patria da uno stato d’ignominioso vassallaggio rapidamente s’innalzasse al grado d’impero fra i potentati europei; come crescesse a un tempo in opulenza e gloria militare; come, per virtù d’una saggia e ferma buona fede, a poco a poco si stabilisse un credito pubblico, fecondo di maraviglie tali, che agli uomini di Stato delle età trascorso sarebbero sembrate incredibili; come da un commercio immenso nascesse una potenza marittima, paragonata alla quale ogni altra antica o moderna marittima potenza diventa frivola; come la Scozia, dopo anni molti d’inimicizia, si congiungesse finalmente con l’Inghilterra, non soltanto con vincoli legali, ma co’ legami indissolubili d’interessee d’affetto; come in America le colonie britanniche rapidamente si facessero più potenti e ricche de’ reami di che Cortes e Pizarro avevano accresciuti i dominii di Carlo V; come in Asia alcuni avventurieri inglesi fondassero un impero non meno splendido e più durevole di quello d’Alessandro.Sarà, nondimeno, mio debito ricordare fedelmente accanto ai trionfi i disastri, e i grandi delitti e le follie nazionali, assai più umilianti di qualsivoglia disastro. Vedremo perfino ciò che reputiamo qual nostro bene precipuo, non essere scevro di male. Vedremo il sistema che assicurò efficacemente le nostre libertà contro le usurpazioni del regio potere, aver fatto nascere una nuova generazione d’abusi, che non incontransi nelle monarchie assolute. Vedremo lo augumento della ricchezza e lo estendersi del commercio—a cagione in parte dello sconsiderato immischiarsi, in parte della sconsiderata negligenza,—avere prodotti, fra immensi beni, parecchi mali, di che le società rozze e povere rimangono libere. Vedremo come, in due dominii dipendenti dalla corona, al torto seguisse la giusta retribuzione; come la imprudenza ed ostinatezza rompessero il vincolo che congiungeva le colonie dell’America Settentrionale alla madre patria; come la Irlanda, oppressa dalla signoria di razza sopra razza e di religione sopra religione, rimanesse veramente membro dell’impero britannico, ma membro putrido e storto in guisa da non aggiungere forza al corpo politico, e da essere perpetuo argomento di rimprovero in bocca di quanti temono o invidiano la grandezza dell’Inghilterra. Nondimeno, se pure io male non mi appongo, lo effetto generale di questa narrazione siffattamente ordinata sarà quello di suscitare la speranza ne’ petti degli amatori della patria, e muovere le anime religiose a rendere grazie alla Provvidenza. Perocchè la storia della patria nostra, negli ultimi cento e sessanta anni, è veramente la storia del fisico, morale ed intellettuale progresso. Coloro che paragonano il tempo in cui è loro toccato di vivere con una età d’oro che esiste solo nelle loro fantasie, parlino pure di degenerazione e decadimento; ma niuno che conosca davvero le faccende de secoli andati sarà inchinevole a guardare con occhio lugubre o scoraggiato il presente.Condurrei molto imperfettamente l’opera che ho impreso a comporre se descrivessi soltanto battaglie ed assedi, innalzamenti e cadute di ministeri, intrighi di palazzo, discussioni di parlamento. Sarà quindi mio studio riferire la storia del popolo, non che quella del governo; indicare il progresso delle arti utili e delle belle; descrivere le sètte religiose, e le vicissitudini delle lettere; ritrarre i costumi delle successive generazioni, e non trasvolare negligentemente neppure sulle mutazioni che sono seguite nelle fogge di vestire, di banchettare, e ne’ pubblici sollazzi. Con animo lieto sosterrò il rimprovero di avere, così facendo, attentato alla dignità della storia, qualora mi riesca di esporre agli occhi degli Inglesi del secolo decimonono una vera pittura della vita de’ loro antichi.Gli eventi che mi propongo di narrare formano un solo atto d’un grande e complicato dramma che risale ad età remote, e che sarebbe imperfettissimamente inteso ove lo intreccio degli atti precedenti rimanesse ignoto. Per la qual cosa aprirò la mia narrazione narrando a brevi tratti la storia della nostra patria da’ suoi antichissimi tempi. Passerò di volo sopra molti secoli, ma mi fermerò alquanto sulle vicissitudini della lotta che l’amministrazione di re Giacomo II condusse ad una crisi decisiva.[1]II. Nessuna cosa nelle primitive condizioni in cui trovatasi la Britannia, indicava la grandezza che essa era destinata a conseguire. Gli abitatori, allorquando furono scoperti dai marinari di Tiro, erano di poco superiori ai naturali delle Isole Sandwich. Vennero soggiogati dalle armi romane, ma riceverono solo una debole tinta delle lettere ed arti romane. Delle provincie occidentali che obbedivano all’autorità dei Cesari, la Britannia fu l’ultima che conquistassero, e la prima che perdessero. Non vi si trovano magnifiche ruine di portici e d’aquedottiromani. Nel novero dei maestri della eloquenza e poesia latina non è un solo che sia britanno d’origine. Non è probabile che agl’isolani fosse mai, generalmente parlando, famigliare la lingua de’ loro signori italiani. Dallo Atlantico fino alle rive del Reno, l’idioma latino predominò per molti secoli. Cacciò via il celtico, non fu cacciato dal germanico, ed oggimai costituisce il fondamento delle favelle francese, spagnuola e portoghese. Nell’isola nostra e’ sembra che il parlare latino non giungesse mai a prevalere sul vecchio gallico, e non tenesse fronte all’anglo-sassone.La scarsa e superficiale civiltà che i Britanni avevano derivata dai loro padroni meridionali, venne spenta dalle calamità del secolo quinto. Nei regni continentali nei quali era partito lo impero romano, i barbari conquistatori impararono molto dalle genti conquistate. Nella Britannia la razza conquistata divenne tanto barbara, quanto erano barbari i conquistatori.III. Tutti i condottieri che fondarono le dinastie teutoniche nelle provincie continentali dello impero romano, come Alarico, Teodorico, Clovi, Alboino, erano zelanti cristiani. I seguaci di Ida e Cerdico, all’invece, trasportarono in Britannia tutte le superstizioni dell’Elba. Mentre i principi germanici che regnavano in Parigi, Toledo, Arli e Ravenna, ascoltavano riverenti le istruzioni dei vescovi, adoravano le reliquie de’ martiri, ed attendevano volentieri alle dispute dei teologi, i signori di Wessex e di Mercia seguitavano a compiere i loro barbarici riti nei tempii di Thor e di Odino.I Regni continentali che erano sorti sopra le ruine dello impero occidentale, tenevano qualche comunicazione con quelle provincie d’oriente, dove l’antica cultura, comecchè venisse lentamente consumandosi per i malefici effetti del mal governo, poteva tuttavia maravigliare ed erudire i barbari; dove la corte tuttavia sfoggiava lo splendore di Diocleziano e di Costantino; dove i pubblici edilizi erano sempre adornati dalle sculture di Policleto e dai dipinti d’Apelle; e dove gl’infaticabili pedanti, comunque scemi di gusto, di sentimento e di spirito, potevano leggere e interpretare i capolavori di Sofocle, di Demostene e di Platone. La Britannia non isperimentavai benefici effetti di siffatta comunicazione. I suoi lidi, alle menti de’ popoli culti che stanziavano lungo il Bosforo, erano obbietti d’un orrore misterioso, nel modo medesimo che agli Jonii de’ tempi omerici lo erano lo stretto di Scilla e la città de’ Lestrigoni cannibali. Era nella isola nostra una provincia, come avevano riferito a Procopio, nella quale il suolo era gremito di serpenti, e l’aria era così pestifera da non potersi respirare senza trovarvi la morte. A questa desolata regione una strana genia di pescatori trasportava a mezza notte dalla terra dei Franchi le ombre dei trapassati. La parola dei morti era distintamente udita dal barcaiuolo; facevano col peso loro affondare i navicelli nelle onde, ma le loro forme rimanevano invisibili ad occhio mortale. Tali erano le maraviglie che un egregio storico, coetaneo di Belisario, di Simplicio e di Triboniano, raccontava con tutta gravità nella opulenta e culta Costantinopoli, intorno al paese dove il fondatore di Costantinopoli aveva assunta la porpora imperiale. Intorno alle altre provincie dello impero occidentale abbiamo una serie continuata di notizie: all’incontro, nella sola Britannia una età favolosa divide pienamente due età di vero. Odoacre e Totila, Eurico e Trasimondo, Clovi, Fredegonda e Brunchilde, sono uomini e donne storiche; ma Engisto ed Orsa, Vortigerno e, Rovena, Arturo e Mordredo, sono personaggi mitici, la esistenza dei quali potrebbe mettersi in dubbio, mentre le gesta loro sono da porsi con quelle di Ercole e di Romolo.IV. Finalmente la tenebra sembra squarciarsi, e il paese che sparisce all’occhio col nome di Britannia, riapparisce con quello d’Inghilterra. La conversione degli Anglo-Sassoni al Cristianesimo fu la prima d’una lunga serie di benefiche rivoluzioni. Egli è vero che la Chiesa era stata profondamente corrotta e dalla superstizione e dalla filosofia, contro le quali essa aveva lungo tempo combattuto, e sopra le quali aveva alla perfine trionfato. Era stata agevole pur troppo ad adottare dottrine derivate dalle antiche scuole, e riti dedotti dagli antichi templi. La politica romana e la ignoranza gotica, la credulità greca e l’ascetismo siriaco, avevano cooperato a depravarla. Nondimeno serbava tanto della sublime teologia e della benefica morale dei suoi primordii, da elevare gl’intelletti e purificarei cuori di molti. Parecchie cose medesimamente, le quali in età più tarda vennero con ragione considerate fra le sue più gravi mende, erano nel secolo settimo, e lungo tempo dopo, annoverate fra i suoi meriti principali. Che l’ordine sacerdotale usurpasse l’ufficio de’ magistrati civili, ai dì nostri, sarebbe un gran male. Ma ciò che in un’epoca di governo bene ordinato è un male, potrebbe in un’epoca di rozzo e pessimo governo essere un bene. È meglio che l’umanità venga governata da leggi savie e bene amministrate, e da una pubblica opinione illuminata, anzi che dalle arti pretesche: ma è meglio che gli uomini vengano governati da arti siffatte, più presto che dalla violenza brutale; da un prelato come Dunstano, anzi che da un guerriero come Penda. Una società immersa nella ignoranza e retta dalla sola forza fisica, ha grande ragione a bene sperare che una classe di uomini che eserciti intellettuale e morale influenza, s’innalzi al governo della cosa pubblica. Non è dubbio che gente siffatta faccia abuso del proprio potere: ma il potere mentale, quando anche se ne abusi, è sempre migliore e più nobile di quello che consiste nella semplice forza corporea. Nelle cronache anglo-sassoni s’incontrano taluni tiranni i quali, come pervenivano a grado altissimo di grandezza, erano lacerati da’ rimorsi, aborrivano dai piaceri e dalle dignità che avevano conseguite col prezzo della colpa, abdicavano le loro corone, e studiavansi di scontare i loro delitti con crude penitenze e continue preghiere. Di tali fatti hanno parlato con amare espressioni di spregio parecchi scrittori, i quali mentre facevano pompa di libero pensare, erano veramente di tanto meschino cervello quanto poteva esserlo un monaco de’ tempi barbari, ed avevano costume di misurare gli universi fatti della storia del mondo con le medesime seste con che giudicavano la società parigina del secolo decimottavo. Nulladimeno, un sistema il quale, comunque sformato dalla superstizione, introdusse un vigoroso freno morale nella società per innanzi governata dalla sola forza de’ muscoli e dalla audacia dell’animo; un sistema il quale insegnava al più potente e feroce signore, ch’egli era, al pari dell’infimo dei suoi sudditi, un ente responsabile; è degno d’essere rammentato con maggiore rispetto dai filosofi e dai filantropi.Le stesse osservazioni calzano allo spregio con che, nel secolo andato, era costume di parlare de’ pellegrinaggi, de’ santuari, delle crociate, e delle istituzioni monastiche del medio evo. In tempi ne’ quali gli uomini quasi mai inducevansi a viaggiare, spinti da una curiosità liberale o dal desio di guadagno, era meglio che il rozzo abitatore del Settentrione visitasse la Italia e l’Oriente come pellegrino, più presto che rimanesse a vegetare negli squallidi tuguri e tra le foreste dove era nato. In tempi ne’ quali la vita e l’onore delle donne giacevano esposti a diuturni pericoli per le sfrenate voglie dei tiranni e de’ loro ladroni, era pur meglio che il ricinto di un un altare ispirasse una irragionevole paura, anzi che non vi fosse asilo nessuno inaccessibile alla crudeltà ed alla licenza. In tempi ne’ quali gli uomini di Stato erano inetti a formare vaste combinazioni politiche, era meglio che le nazioni cristiane sorgessero collegate per correre al riacquisto del Santo Sepolcro, anzi che, una dopo l’altra, fossero soggiogate dalla potenza maomettana. Sia qual si voglia il rimprovero che in una età più tarda venisse scagliato equamente su la indolenza e il lusso degli ordini religiosi, egli era un bene, fuor d’ogni dubbio, che in un tempo d’ignoranza e di ferocia vi fossero chiostri e giardini tranquilli, dove le arti della pace potevano quetamente coltivarsi, dove gli spiriti dolci e contemplativi potevano trovare un asilo, dove un umile fraticello poteva occuparsi a trascrivere laEneidedi Virgilio ed un altro a meditare su le opere d’Aristotele, dove colui che aveva l’anima calda della sacra favilla delle arti poteva miniare un martirologio o scolpire un crocifisso, e dove lo intelletto prono alla filosofia naturale poteva fare esperimenti intorno alle proprietà delle piante e de’ minerali. Se simiglianti luoghi di ritiro non fossero stati sparsi qua e là fra le capanne del misero contadiname e i castelli della feroce aristocrazia, la società europea sarebbe stata composta di bestie da soma e di bestie da preda. La Chiesa è stata assai volte dai teologi paragonata all’arca, della quale si legge nel libro della Genesi; ma giammai tale somiglianza fu così perfetta, come nei tempi tristi nei quali ella sola procedeva fra il buio e le tempeste sopra il diluvio, sotto cui tutte le grandi opere della potenza e sapienza degli antichi giacevanoprostrate, e portava seco quel lieve germe dal quale nacque poscia una nuova civiltà e più gloriosa.Perfino la supremazia spirituale che il papa arrogavasi, produsse in quelle età buie più bene che male. Per essa le nazioni dell’Europa Occidentale si congiunsero in una grande repubblica. Ciò che i giuochi olimpici o l’oracolo di Pitia erano stati per tutte le città greche da Trebisonda fino a Marsilia, Roma e il suo vescovo furono per tutti i cristiani di comunione latina, dalla Calabria fino alle Ebridi. Così germogliarono e crebbero i sentimenti di più estesa benevolenza. Genti divise da mari e da monti riconobbero un vincolo fraterno e un codice comune di diritto pubblico. Anche in guerra, la crudeltà del vincitore era non rade volte mitigata dal pensiero che esso e i vinti suoi nemici erano membri d’una sola grande federazione.Gli Anglo-Sassoni finalmente vennero ammessi a questa federazione. Si aperse una comunicazione regolare tra le nostre spiagge e quella parte d’Europa nella quale i vestigi della potenza e civiltà antiche erano tuttavia discernibili. Molti egregi monumenti, che sono stati poscia distrutti o trasfigurati, serbavano ancora la loro primigenia magnificenza; e i viaggiatori, cui Livio e Sallustio riuscivano inintelligibili, potevano acquistare dallo spettacolo degli aquedotti e dai templi romani qualche lieve nozione di storia romana. La cupola d’Agrippa, tuttavia luccicante di bronzo; il mausoleo d’Adriano, non ancora spoglio delle sue statue e colonne; l’anfiteatro di Flavio, non ancora degradato a farne una piazza, raccontavano ai pellegrini della Mercia e del Nortumbria la storia di quella gran gente incivilita, che era scomparsa dalla faccia del mondo.Gl’isolani ritornavano ai propri lidi con riverenza profondamente impressa nelle loro menti mezzo stenebrate, e riferivano agli stupefatti abitatori de’ tuguri di Londra e di York, come presso alla tomba di San Pietro una potente generazione d’uomini, adesso spenta, aveva innalzati tali edifici che avrebbero sfidata la furia del tempo fino al dì dell’estremo giudizio. Il sapere teneva dietro ai passi del Cristianesimo. La poesia e la eloquenza del secolo d’Augusto vennero solertemente studiate nei monasteri anglo-sassoni. I nomi di Beda, di Alcuino e di Giovanni, soprannominato Erigena, diventarono giustamentecelebri per tutta l’Europa. Tali erano le condizioni del nostro paese allorquando, nel nono secolo, principiò l’ultima grande calata dei Barbari del Settentrione.V. Pel corso di parecchie generazioni, dalla Danimarca e dalla Scandinavia seguitarono a sbucare innumerevoli pirati, famosi per forza, valore, implacabile ferocia, e odio contro il nome cristiano. Non vi fu paese che al pari dell’Inghilterra patisse le devastazioni di cotesti invasori. Le sue coste giacevano presso ai porti donde essi movevano, nè parte alcuna della nostra isola poteva dirsi così discosta dal mare da potersi tenere immune dalle loro aggressioni. Le medesime atrocità che avevano tenuto dietro alla vittoria dei Sassoni sopra i Celti, toccarono poscia ai Sassoni per le mani dei Danesi. La civiltà, che già principiava a sorgere, non ne sostenne il colpo e giacque di nuovo. Grosse colonie di venturieri, movendo dal Baltico, stabilironsi sopra le nostre spiagge orientali, e a poco a poco procedendo verso Occidente, sostenuti dagli aiuti che loro venivano dal mare, ambirono il dominio di tutto il reame. Il conflitto fra le due fiere razze teutoniche durò per sei generazioni, signoreggiandosi alternativamente. Crudeli carnificine seguite da vendette crudeli, provincie devastate, conventi saccheggiati, città distrutte dalle fondamenta, compongono la più gran parte della storia di quegl’infausti giorni. Alla perfine cessò di erompere dal Settentrione quel perpetuo torrente di predoni, e da quel tempo in poi la scambievole avversione delle razze cominciò a scemare. I mutui connubi divennero frequenti. I Danesi impararono la religione dei Sassoni; e in tal guisa estirpossi una delle cagioni del loro odio mortale. Gl’idiomi danese e sassone, entrambi dialetti d’una lingua più estesa, armonizzarono in uno. Ma la distinzione tra i due popoli non era affatto scomparsa allorchè sopraggiunse un evento, che li prostrò, schiavi e degradati entrambi, ai piedi di un terzo popolo.VI. I Normanni erano a quei tempi la gente più insigne di tutta la Cristianità. Per valore e ferocia si erano resi cospicui fra i predatori che la Scandinavia aveva già mandati a devastare la Europa Occidentale. Le loro navi furono per lunga stagione il terrore di ambi i lidi dello Stretto. Spinsero più voltele armi loro nel cuore dello imperio de’ Carlovingi, e rimasero vittoriosi sotto le mura di Maestricht e di Parigi. In fine, uno dei fiacchi eredi di Carlomagno cesse agli stranieri una fertile provincia, irrigata da un bel fiume e contigua al mare, che era il loro prediletto elemento. In quella provincia fondarono uno Stato potente, il quale a poco per volta venne estendendo la propria influenza sopra i principati vicini di Bretagna e di Maine. Senza deporre l’indomito valore che aveva tenuta in perpetua paura ogni terra dall’Elba fino ai Pirenei, i Normanni rapidamente acquistarono tutto; e, più che tutto, il sapere e la cultura che trovarono nelle contrade dove s’erano stanziati; mentre il loro coraggio tutelava il territorio dalle straniere invasioni. Ordinarono internamente lo Stato in modo affatto ignoto da lungo tempo all’impero franco. Abbracciarono il Cristianesimo, e con esso impararono gran parte di di ciò che il clero poteva insegnare. Smesso lo idioma natio, abbracciarono la favella francese, nella quale predominava lo elemento latino, ed innalzarono speditamente il loro nuovo linguaggio ad una dignità ed importanza che non aveva per lo innanzi posseduto. Lo trovarono in condizione di gergo barbarico, e gli dettero norme fisse scrivendolo, e usandolo nelle leggi, nella poesia e nel romanzo. Deposero la brutale intemperanza, cui tutte le altre razze della gran famiglia germanica erano pur troppo inchinevoli. Il lusso squisito del Normanno offre un mirabile contrasto con la rozza ghiottoneria e ubbriachezza de’ Sassoni e Danesi suoi vicini. Amava di far pompa della propria magnificenza non in vaste provvisioni di cibi e di bevande, ma in grandi e stabili edifici, ricche armature, generosi cavalli, eletti falconi, bene ordinati tornei, banchetti delicati più presto che abbondanti, e vini notevoli meglio per isquisito sapore che per forza inebbriante. Quello spirito cavalleresco che ha esercitata così forte influenza sopra la politica, la morale e i costumi di tutte le nazioni europee, trovavasi grandissimo nei Nobili normanni. Questi nobili facevansi notare per la grazia del loro contegno e del loro conversare; per la destrezza nel condurre i negozi, e per la eloquenza naturale, che con estrema solerzia coltivavano. Uno dei loro storici s’inorgoglisce affermando, i Normanni essere oratorifin dalle fasce. Ma la loro precipua celebrità derivava dalle imprese militari. Ogni paese dall’Oceano Atlantico fino al Mare Morto rendeva testimonio de’ prodigi della disciplina e del valor loro. Un solo cavaliere normanno, capo di una mano di guerrieri, cacciò i Celti dal Connaught. Un altro fondò la monarchia delle Due Sicilie, e vide lo imperatore d’Oriente e quello d’Occidente fuggire allo aspetto dell’armi sue. Un terzo, l’Ulisse della prima crociata, venne innalzato da’ suoi fidi commilitoni alla sovranità d’Antiochia; ed un quarto, quel Tancredi che vive eterno nel grande poema del Tasso, era celebre per tutta la Cristianità come il più strenuo e generoso fra i campioni del Santo Sepolcro.La propinquità di un popolo così notevole cominciò ben per tempo a produrre un effetto sullo spirito pubblico dell’Inghilterra. Innanzi la conquista, i principi inglesi andavano a educarsi in Normandia. Mari e terre inglesi venivano conferite ai signori normanni. L’idioma normanno-francese parlavasi familiarmente nel palazzo di Westminster. La corte di Rouen pareva che fosse verso la corte di Eduardo il Confessore ciò che la corte di Versailles, lunghi anni dopo, era verso la corte di Carlo II.VII. La battaglia di Hastings, e le vicende che ne derivarono, non solo posero un duca di Normandia sul trono inglese, ma sottoposero tutta la popolazione dell’Inghilterra alla tirannide della razza normanna. Rade volte, e perfino in Asia, una nazione soggiogò un’altra nazione tanto pienamente, quanto la normanna fece dell’inglese. I capitani degli invasori divisero la contrada tuttaquanta, e se ne distribuirono le parti; e per mezzo di vigorose istituzioni militari, validamente connesse con la istituzione della proprietà, riuscirono ad opprimere i naturali del paese. Un codice penale crudele e crudelmente eseguito, tutelava i privilegi e perfino i diporti de’ tiranni stranieri. Nonostante, la razza soggiogata, quantunque prostrata e calpesta, mandava fieramente il suo fremito. Parecchi uomini audaci, che poscia divennero eroi delle nostre vecchie ballate, rifugiaronsi fra le selve, ed ivi sfidando leggi di copri-fuoco e di foreste, conducevano una guerra predatoria contro gli oppressori. Gli assassinii erano fatti giornalieri. Molti dei Normanni sparivano improvvisamente senza che ne rimanesse vestigio.Trovavansi numerosi cadaveri aventi segni di morte violenta. Fu bandita la morte per mezzo della tortura contro gli assassini, i quali venivano ansiosamente cercati, ma quasi sempre indarno; perocchè la intera nazione cospirava a nasconderli. Finalmente, reputarono necessario imporre una grave multa sopra ogni centuria di abitanti fra’ quali un individuo d’origine francese fosse trovato ucciso: legge che fu seguita da un’altra, che ordinava ogni individuo ucciso doversi reputare francese, qualvolta non potesse provarsi che fosse sassone.Nel corso de’ centocinquanta anni che seguirono la conquista, a parlare dirittamente, non esiste storia inglese. I re francesi d’Inghilterra veramente inalzaronsi tanto, da diventare la meraviglia e il terrore di tutte le nazioni vicine. Conquistarono la Irlanda: riceverono l’omaggio dalla Scozia. Per mezzo del valore, della politica, de’ prosperi e splendidi connubi loro, diventarono più potenti sul continente, di quello che fossero i re di Francia, loro sovrani feudali. L’Asia al pari dell’Europa era abbarbagliata dallo splendore della potenza e gloria loro. I cronisti arabi prendevano ricordo con forzata ammirazione della caduta di Acri, della difesa di Joppe, e della vittoriosa marcia d’Ascalone; e le madri arabe per imporre silenzio ai loro figliuoli, rammentavano loro il nome del Plantageneto dal cuore di leone. Vi fu un tempo che la discendenza di Ugo Capeto parve presso ad estinguersi, nel modo stesso con che eransi estinte le dinastie de’ Merovingi e de’ Carlovingi; e che una sola grande monarchia dovesse estendersi dalle Orcadi fino a’ Pirenei. È così forte il nesso che le menti stabiliscono tra la grandezza d’un sovrano e la grandezza della nazione da lui governata, che quasi tutti gli storici dell’Inghilterra hanno descritto con un sentimento di esultanza il potere e lo splendore de’ suoi padroni stranieri, ed hanno compianta la decadenza di quello splendore e potere come una calamità della patria nostra. La quale cosa, a dir vero, è così assurda, come lo sarebbe se un negro d’Haiti dei nostri tempi considerasse con orgoglio nazionale la grandezza di Luigi XIV, e parlasse di Blenheim e Ramilies con patrio dolore e vergogna. Il conquistatore e i suoi discendenti fino alla quarta generazione non erano uomini inglesi: quasi tuttierano nati in Francia; passavano la maggior parte della vita in Francia; la loro favella era francese; pressochè tutti gli alti uffici da loro dipendenti erano affidati ad individui francesi; ogni acquisto che facevano sul continente li rendeva ognora più stranieri alla popolazione dell’isola nostra. Uno de’ più egregi fra loro, a vero dire, tentò di procacciarsi lo affetto de’ suoi sudditi inglesi, sposando una principessa inglese. Ma molti de’ suoi baroni consideravano quel matrimonio come i cittadini della Virginia considererebbero un matrimonio tra un padrone e una fanciulla schiava. Nella storia quel principe è conosciuto sotto l’onorevole soprannome di Beauclerc; ma nei suoi tempi, i suoi concittadini gli avevano apposto un soprannome sassone a dileggio del suo sposalizio con una donna sassone.Se ai Plantageneti fosse venuto fatto, siccome una volta parve verosimile, di porre tutta la Francia sotto il loro dominio, egli è probabile che la Inghilterra non avrebbe avuta mai una esistenza indipendente. I suoi principi, i signori, i prelati, sarebbero stati uomini diversi di sangue e di lingua dagli artigiani e dagli agricoltori. Le entrate de’ suoi grandi possidenti sarebbero state spese in feste e diporti su le rive della Senna. La nobile favella di Milton e di Burke sarebbe rimasta nella condizione di rustico dialetto, priva di letteratura, di grammatica, d’ortografia fissa, abbandonata all’uso della plebaglia. Nessuno uomo di discendenza inglese si sarebbe innalzato a grado eminente, ove non fosse diventato francese per lingua e costumi.VIII. La Inghilterra va debitrice di avere scansate coteste calamità ad uno avvenimento che gli storici hanno generalmente rappresentato come un disastro. I suoi interessi erano così direttamente opposti agli interessi de’ suoi principi, che erasi ridotta a sperare soltanto negli errori e nelle traversie loro. Lo ingegno e perfino le virtù de’ sei primi re francesi che la signoreggiarono, furono per lei una sciagura. La demenza e i vizi del settimo le furono di salvezza. Se Giovanni avesse ereditato gl’incliti pregi del padre suo, d’Enrico Beauclerc, o del Conquistatore; anzi se avesse egli posseduto il coraggio marziale di Stefano o di Riccardo, e se il re di Franciaa quel tempo stesso fosse stato inetto al pari di tutti i successori di Ugo Capeto; la casa de’ Plantageneti avrebbe acquistata in tutta l’Europa una supremazia senza rivali. Se non che, appunto in quell’età, la Francia per la prima volta dopo la morte di Carlomagno era governata da un principe d’animo destro e vigoroso. Dall’altro canto la Inghilterra, la quale, dalla battaglia di Hastings in poi, era stata, generalmente parlando, retta da savi uomini di Stato, e sempre da strenui guerrieri, cadde sotto la dominazione d’un principe frivolo e codardo. Fino da quello istante le sue sorti cominciarono a splendere. Giovanni fu cacciato di Normandia. I nobili normanni si videro astretti ad eleggere fra l’isola e il continente. Chiusi dal mare fra un popolo che avevano fino allora oppresso e spregiato, si vennero inducendo a considerare l’Inghilterra come patria, e gli Inglesi come concittadini. Le due razze, così lungo tempo ostili, si accorsero tosto di aver comuni gl’interessi, comuni i nemici. Entrambe giacevano oppresse sotto la tirannia di un re malvagio. Entrambe ardevano di sdegno vedendo la corte prodigare i suoi favori sopra genti nate nel Poitou o nell’Aquitania. I pronipoti di coloro che avevano pugnato sotto Guglielmo, e i pronipoti di coloro che avevano pugnato sotto Aroldo, cominciarono ad appropinquarsi con vicendevole amistanza; e il primo pegno della loro riconciliazione fu la Grande Carta, che essi guadagnarono coi loro sforzi comuni, e formarono a comune benefizio.IX. Qui principia la storia della nazione inglese. La storia delle vicissitudini precedenti è il racconto de’ torti inflitti e sostenuti dalle varie tribù, le quali, comecchè abitassero sopra il suolo inglese, trattavansi con tale avversione, che non è forse mai esistita fra popoli divisi da fisici confini. Imperciocchè, perfino la scambievole animosità de’ paesi in guerra fra loro, è lieve al paragone dell’animosità delle nazioni le quali, moralmente separate, stanziano commiste in un medesimo luogo. Non è paese in cui l’odio di razza trascorresse tanto oltre quanto in Inghilterra. Non è paese in cui quell’odio si fosse tanto onninamente spento. Non conosciamo con precisione gli stadi diversi del processo con che gli elementi ostili si fusero in una massa omogenea. Ma egli è certo che allorquando Giovanniascese al trono, la distinzione tra Sassoni e Normanni esisteva evidentissima, e che avanti la fine del regno del suo nipote era quasi scomparsa. Nel tempo di Riccardo I, l’ordinaria imprecazione d’un gentiluomo normanno era: «Ch’io possa diventare un inglese!» e volendo sdegnosamente negare, diceva: «Che mi prendete voi per un inglese?» Cento anni dopo, il discendente di quel gentiluomo andava orgoglioso del nome d’inglese.Le scaturigini de’ più bei fiumi che spargono la fertilità sopra la terra, e portano i navigli gravi di ricchezze al mare, sono da cercarsi fra mezzo alle aride e selvagge montagne inesattamente segnate nelle carte geografiche, e bene di rado esplorate dai viaggiatori. Questa immagine può rendere una idea della storia del nostro paese nel secolo decimoterzo. Per quanto sterile e buio sia quel periodo dei nostri annali, è mestieri cercare in esso l’origine della libertà, prosperità e glorie nostre. E’ fu allora che il gran popolo inglese formossi; che l’indole nazionale principiò a mostrarsi con quelle peculiarità che ha poi sempre serbate; e che i nostri antichi divennero enfaticamente isolani, e isolani non solo per geografica postura, ma per politica, sentimenti e costumi. Allora comparve per la prima volta distintamente quella Costituzione, che ha poi sempre, traverso a tante modificazioni, serbata la sua identità; quella Costituzione, della quale tutti i liberi statuti degli altri popoli altro non sono che copie; e la quale, malgrado talune mende, è degna di essere considerata come la migliore sotto cui una grande società sia mai esistita pel corso di molti secoli. E’ fu allora che la Camera dei Comuni, archetipo di tutte le assemblee rappresentative che oggidì si ragunano nel vecchio mondo e nel nuovo, tenne le sue prime sessioni. E’ fu allora che il diritto comune inalzossi alla dignità di scienza, e rapidamente divenne rivale non indegno della giurisprudenza imperiale. E’ fu allora che il coraggio di quei marinari i quali conducevano le rozze barche dei Cinque Porti, rese primamente la bandiera inglese formidabile su per i mari. E’ fu allora che i più antichi collegi che vivono tuttavia nelle due grandi sedi nazionali del sapere, formaronsi. Formossi allora parimente quella lingua, la quale, benchè meno armoniosa,a dir vero, degli idiomi meridionali, nondimeno, e per vigoria e per ricchezza e per essere atta a significare tutti gli alti concetti del poeta, del filosofo e dell’oratore, cede soltanto alla greca. Allora medesimamente mostrossi la prima alba di quella inclita letteratura, che costituisce la più splendida e durevole delle molte glorie di cui mena vanto l’Inghilterra.Coll’iniziarsi del secolo decimoquarto, la perfetta congiunzione delle razze era pressochè compita; e si rese subito manifesto, a segni non dubbi, che un popolo non inferiore ad alcun altro popolo del mondo erasi formato dalla mistura delle tre razze e della grande famiglia teutonica, fra loro e cogli aborigeni bretoni. Vero è che non vi era quasi nulla di comune tra la Inghilterra alla quale re Giovanni era stato cacciato da Filippo Augusto, e la Inghilterra dalla quale le armi di Eduardo III mossero a conquistare la Francia.X. Seguì un periodo di cento e più anni, nel quale lo scopo precipuo degl’Inglesi fu quello di stabilire con la forza delle armi un grande impero sul continente. Il diritto di Eduardo al retaggio occupato dalla Casa di Valois era tale, da sembrare che dovesse poco muovere gl’interessi de’ suoi sudditi. Ma lo amore delle conquiste di subito scese dal principe al popolo. Cotesta guerra differiva grandemente dalle guerre che i Plantageneti del secolo duodecimo avevano condotte contro i discendenti di Ugo Capeto: poichè la fortuna delle armi di Enrico II e di Riccardo I avrebbe resa la Inghilterra provincia della Francia; mentre lo effetto de’ prosperi successi di Eduardo III e di Enrico V era quello di far della Francia, per alcun tempo, una provincia dell’Inghilterra. Lo spregio con che, nel secolo duodecimo, i conquistatori del continente avevano guardato gl’isolani, era adesso gettato dagli isolani su’ popoli del continente. Ogni popolano, da Kent fino a Northumberland, reputavasi come individuo d’una razza nata alla vittoria e all’impero, e volgeva uno sguardo di scherno alla nazione innanzi alla quale i suoi antenati avevano tremato. Anche que’ cavalieri di Guascogna e Guienna, i quali avevano valorosamente combattuto sotto il Principe Nero, venivano considerati dagl’Inglesi come uomini di classe inferiore, e quindi erano sprezzevolmente esclusi dai comandi lucrosi. Fra tempo nonmolto i nostri progenitori persero d’occhio il motivo principale della lotta. Principiarono a considerare la corona di Francia come un semplice appannaggio della corona d’Inghilterra; e allorchè, violando la legge ordinaria di successione, concessero lo scettro del reame inglese alla casa di Lancaster, e’ pare che pensassero il diritto di Riccardo II alla corona di Francia essere naturalmente passato a quella casa. Lo zelo e vigore ch’essi mostrarono offre un notevole contrasto col torpore dei Francesi, ai quali l’esito di quella lotta era di assai più grave momento. Le armi inglesi a quei tempi riportarono le più grandi vittorie di cui si faccia ricordo negli annali del medio evo, contro nemici grandemente disuguali. Di certo erano vittorie di cui può con ragione gloriarsi un popolo; perocchè esse debbono ascriversi alla superiorità morale de’ vincitori: superiorità che si mostrò assai più mirabile negl’infimi gradi delle milizie. I cavalieri d’Inghilterra trovarono degni rivali nei cavalieri di Francia. Chandos ebbe un nemico degno di sè nella persona di Du Guesclin. Ma la Francia non aveva fanti che osassero stare a petto degli arcieri ed alabardieri inglesi. Un re francese venne condotto prigioniero in Londra. Un re inglese fu incoronato in Parigi. Il vessillo di San Giorgio sventolò di là da’ Pirenei e dalle Alpi. Sulle sponde meridionali dell’Ebro gl’Inglesi riportarono una grande vittoria, che per un tempo decise delle sorti di Leon e di Castiglia; e le compagnie Inglesi ottennero una formidabile preeminenza fra le bande de’ guerrieri i quali ponevano le loro armi agli stipendi dei principi e delle repubbliche d’Italia.Nè le arti della pace furono neglette da’ nostri padri in quei torbidi tempi. Mentre la Francia pativa le devastazioni della guerra, fino a che trovò nella sua stessa desolazione una miserabile difesa contro gl’invasori, gl’Inglesi coltivavano i loro campi, ornavano le loro città, trafficavano e studiavano tranquilli e senza disturbi. Molti de’ nostri monumenti architettonici appartengono a quell’epoca. Allora sorsero le splendide cappelle di New-College e di San Giorgio, la navata di Winchester e il coro di York, l’aguglia di Salisbury e le torri maestose di Lincoln. Una lingua abbondante e vigorosa, formata dalla mistura dell’idioma normanno-francese col germanico,era parlata egualmente dalla aristocrazia e dal popolo. Nè passò molto tempo che il genio cominciò a servirsene per la manifestazione delle sue stupende creazioni. Mentre le milizie inglesi, lasciandosi addietro le devastate provincie della Francia, entravano trionfanti in Valladolid e spargevano il terrore fino alle porte di Firenze, i poeti inglesi dipingevano con vivi colori tutta la vasta varietà delle costumanze e delle fortune umane; e i pensatori inglesi aspiravano a indagare o ardivano dubitare, là dove i bacchettoni erano stati satisfatti ad ammirare o a credere. L’età stessa che produsse il Principe Nero e Derby, Chandos e Hawkwood, generò parimente Goffredo Chaucer e Giovanni Vicleffo.Con modo sì splendido e imperatorio, il popolo inglese, propriamente detto, prese posto fra le nazioni del mondo. Nondimeno, mentre con diletto contempliamo gl’incliti pregi che adornavano i nostri antichi, non possiamo negare che il fine cui aspiravano era dannato e dalla onestà e dalla saggia politica, e che la sinistra fortuna che li costrinse, dopo una lunga e sanguinosa lotta, a deporre la speranza di stabilire un grande impero continentale, fu un vero bene sotto le sembianze di un disastro. Finalmente i Francesi si rifecero d’animo e di senno; e cominciarono ad opporre una vigorosa resistenza nazionale a’ conquistatori stranieri. E da quel tempo, la destrezza dei capitani inglesi e il coraggio dei soldati loro, fortunatamente per l’umanità, tornarono vani. Dopo molti sforzi disperati, col cordoglio nell’animo, i nostri antenati rinunziarono alla conquista. Da quell’epoca in poi, nessun Governo inglese ha seriamente e fermamente fatto disegno di grandi conquiste sul Continente.Il popolo, egli è vero, seguitò a carezzare con orgoglio la rimembranza di Cressy, di Poitiers e d’Agincourt. Anche molti anni appresso tornava agevole accendergli il sangue ed ottenerne sussidii con la sola promessa di riprendere la impresa di Francia. Ma, avventuratamente, le forze del nostro paese sono state dirette a fini più degni; ed ormai nella storia del genere umano occupa un posto assai più glorioso di quello che terrebbe qualora avesse acquistato, siccome un tempo era parso probabile, per mezzo della spada una supremaziasimile a quella che in antico conseguì la repubblica romana.XI. Rinchiuso di nuovo dentro i confini dell’isola, il bellicoso popolo adoperò ne’ civili conflitti le armi che erano già state il terrore dell’Europa. I Baroni avevano per lungo tempo derivati dalle oppresse provincie francesi i mezzi di satisfare al loro prodigo spendere. Quelle sorgenti di pecunia poi disseccaronsi; e rimanendo tuttavia le abitudini d’ostentazione e di lusso generate dalla prosperità, i grandi signori, impotenti ad appagare i loro appetiti depredando i Francesi, si misero a depredarsi vicendevolmente. Il reame, dentro il quale erano rinchiusi, secondo che afferma Comino, che è il più giudizioso osservatore di que’ tempi, non era bastevole a tutti. Due fazioni aristocratiche, capitanate da due rami della famiglia reale, accesero una feroce e lunga lotta per recarsi in mano il governo dello Stato. E poichè l’astio di tali fazioni non nasceva veramente da contesa intorno alla successione, durò lungo tempo dopo che ogni pretesto intorno alla successione era svanito. La parte della Rosa Rossa sopravvisse all’ultimo de’ principi che volevano il trono per diritto di Enrico IV. La parte della Rosa Bianca sopravvisse al matrimonio di Richmond e di Elisabetta. Lasciati senza capo che avesse alcuna onesta apparenza di diritto, i partigiani di Lancaster si collegarono intorno a un ramo di bastardi, e i partigiani di York misero su una successione d’impostori. Caduti sul campo di battaglia o sotto la scure del carnefice molti nobili aspiranti, scomparse per sempre dalla storia molte famiglie illustri, dome dalle sciagure le grandi casate che rimanevano, universalmente convennero a riconoscere ricongiunti nella casa de’ Tudors i diritti di tutti i contendenti Plantageneti.XII. Intanto maturavasi un avvenimento di assai maggiore importanza che non era l’acquisto o la perdita d’una provincia, lo innalzamento o la caduta d’una dinastia. La schiavitù, e i mali che l’accompagnano, andavano speditamente estinguendosi.È cosa degna di nota, come le due più grandi e benefiche rivoluzioni sociali che seguissero in Inghilterra; la rivoluzione, cioè, che nel secolo decimoterzo pose fine alla tirannia di nazione sopra nazione; e quella che, poche generazioni dopo,rapì di mano all’uomo il diritto di possedere l’uomo; chetamente e impercettibilmente si effettuassero. Non destando maraviglia nelle menti degli osservatori contemporanei, esse sono state pochissimo avvertite dagli storici. Non vennero eseguite nè da atti legislativi nè dalla forza fisica. Cagioni puramente morali fecero senza rumore svanire ogni distinzione, dapprima tra Normanni e Sassoni, poscia tra schiavi e padroni. Nessuno potrebbe presumere di determinare il tempo preciso in cui siffatta distinzione cessava. Qualche debole vestigio del vecchio spirito normanno si potrebbe forse ravvisare nel secolo decimoquarto; qualche lieve vestigio dell’istituzione del villanaggio hanno scoperto gli eruditi nell’epoca degli Stuardi: che anzi, tale istituzione fino ai di nostri non è stata abolita con legge particolare.XIII. Sarebbe ingiusto non riconoscere che lo agente precipuo di queste due grandi emancipazioni fosse la religione; e potrebbe forse dubitarsi che una religione più pura sarebbe stata una causa meno efficiente. Lo spirito benevolo della morale cristiana repugna, fuori d’ogni dubbio, alle distinzioni di casta; ma siffatte distinzioni sono segnatamente odiose alla Chiesa di Roma, come quelle che sono incompatibili con altre distinzioni essenziali al suo sistema. Ella veste i suoi sacerdoti d’una dignità misteriosa che li fa reverendi ad ogni laico; e non considera qualsiasi uomo inetto al sacerdozio per ragioni di nazione o di famiglia. Le sue dottrine concernenti il carattere sacerdotale, per quanto si vogliano reputare fallaci, hanno più volte mitigati non pochi dei mali che affliggono la società. Non può riguardarsi come assolutamente nociva quella superstizione, la quale in paesi afflitti dalla tirannia di razza sopra razza crea una aristocrazia affatto indipendente da ogni razza, inverte le relazioni fra l’oppressore e l’oppresso, e costringe il signore ereditario a prostrarsi innanzi al tribunale spirituale dello schiavo ereditario. Ai dì nostri, in alcuni paesi dove esiste la schiavitù de’ negri, il papismo contrasta vantaggiosamente con le altre forme del Cristianesimo. È noto come la repugnanza tra le razze europee e le affricane non è tanto forte a Rio Janeiro, quanto a Washington. Nella nostra patria, questa peculiarità del sistema cattolico-romano produsse nel medioevo molti benefici effetti. Vero è che, poco dopo la battaglia di Hastings, i prelati e gli abati sassoni vennero violentemente deposti, e che avventurieri ecclesiastici venuti dal Continente furono intrusi a centinaia nei più pingui beneficii. Nonostante, anche allora pii teologi di sangue normanno alzavano la voce contro siffatta violazione degli statuti della Chiesa, ricusavano d’accettare le mitre dalle mani del Conquistatore, e gli ripetevano, minacciandogli la dannazione dell’anima, di non dimenticare che i vinti isolani erano suoi fratelli in Cristo. Il primo protettore che gl’Inglesi trovassero fra la casta dominante, fu lo arcivescovo Anselmo. In un tempo in cui il nome inglese era un rimprovero, e tutti i dignitari civili e militari del regno erano esclusivamente concittadini del Conquistatore, il popolo oppresso ricevè con ineffabile diletto la nuova che Niccola Breakspear, uomo della loro nazione, era stato innalzato al trono papale, dall’alto del quale aveva steso il suo piede al bacio degli ambasciatori uscenti dalle più nobili famiglie normanne. Egli era un sentimento nazionale, non che religioso, quello che conduceva le moltitudini all’altare di Becket, il primo inglese che, dopo la Conquista, fosse formidabile ai tiranni stranieri. Un successore di Becket era principale fra coloro che ottennero quella Carta, la quale assicurò a un tempo i privilegi de’ baroni normanni e quelli della borghesia sassone. Quanto grande fosse l’opera con che gli ecclesiastici cattolici poscia parteciparono alla abolizione del villanaggio, lo raccogliamo dalla veneranda testimonianza di sir Tommaso Smith, uno de’ più savi consiglieri protestanti di Elisabetta. Allorquando il possessore di schiavi dal suo letto di morte chiedeva il conforto de’ sacramenti, il sacerdote esortavalo per la salute dell’anima ad emancipare i suoi fratelli redenti dalla morte di Cristo. La Chiesa aveva con tanto buon esito adoperata una macchina sì formidabile, che, innanzi lo scoppio della Riforma, aveva francati quasi tutti gli schiavi del regno, tranne i i suoi propri, i quali, a sua giusta lode, sembra che venissero benevolmente governati.Non vi può esser dubbio che allorquando le due predette grandi rivoluzioni seguirono, i nostri antenati erano di gran lunga il popolo meglio governato in Europa. Per trecento anniil sistema sociale è sempre stato in continua via di progresso. Sotto i primi Plantageneti vi furono padroni così potenti da sfidare l’autorità del sovrano, e contadini degradati fino alla condizione degli armenti, di cui erano guardiani. La condizione del contadino si è venuta a poco a poco elevando; fra l’aristocrazia e il popolo degli operai è sorta una classe media, agricola e commerciale. È probabile che tuttavia vi fosse più ineguaglianza di quella che sia necessaria a promuovere la felicità e la virtù della specie umana; ma nessun uomo era affatto al di sopra della legge, nessun uomo reputavasi onninamente al di sotto della protezione di quella.Che le istituzioni politiche dell’Inghilterra fossero fino da quell’epoca riguardate dagl’Inglesi con orgoglio ed affetto, e dagli uomini più culti delle vicine nazioni con ammirazione ed invidia, è cosa evidentissimamente provata. Ma nel giudicare l’indole di cosiffatte istituzioni, le numerose controversie sono state rapide e disoneste.XIV. La letteratura storica d’Inghilterra, a dir vero, patì gli effetti di una circostanza, la quale ha contribuito non poco alla sua prosperità. Il grande mutamento che nella sua politica si è venuto operando negli ultimi sei secoli, è stato la conseguenza d’uno sviluppo progressivo; non mai del distruggere e del riedificare. La Costituzione presente del nostro paese è verso la Costituzione con la quale reggevasi cinquecento anni fa, ciò che l’albero è verso l’arbusto, ciò che l’uomo è verso il fanciullo. Le sue variazioni sono state grandi; nondimeno, non vi fu mai un momento in cui la parte principale di ciò che esisteva non fosse antica. Una politica formatasi in tal modo è forza che abbondi di anomalie. Ma per i danni che sorgono dalle semplici anomalie, abbiamo ampie compensazioni. Altri Stati possiedono Costituzioni scritte, belle di maggior simmetria; ma a nessuna altra società è finora venuto fatto di armonizzare la rivoluzione con la prescrizione, il progresso con la stabilità, l’energia della giovinezza con la maestà d’un’antichità immemorabile.Non per tanto, cotesto gran bene ha seco parecchi inconvenienti; uno de’ quali sta in questo, che le fonti delle nostre nozioni, in quanto alla nostra antica storia, sono state avvelenate dallo spirito di parte. Non essendovi paese in cui,come in Inghilterra, gli uomini di Stato si siano lasciati tanto trascinare dalla influenza del passato, così non vi è paese in cui gli storici si siano lasciati, come i nostri, condurre dall’influenza del presente. A vero dire, fra queste due cose è naturale connessione. Dove la storia viene considerata semplicemente come una pittura della vita e de’ costumi, come una raccolta di esperimenti da cui si possano trarre massime generali di sapienza civile, lo scrittore non è grandemente soggetto alla tentazione di rappresentare sfigurati i fatti seguiti in un’epoca che non è la sua: ma dove la storia viene considerata come un santuario in cui si custodiscono i titoli dai quali pendono i diritti de’ governi e delle nazioni, gl’incentivi a falsificare i fatti diventano pressochè irresistibili. Uno scrittore francese oggimai non è mosso da nessun potente interesse ad esagerare o a spregiare la potenza de’ re della casa di Valois. I privilegii degli Stati Generali, degli Stati della Bretagna, degli Stati della Borgogna, sono oramai cose di piccola importanza pratica, come lo sarebbe la Costituzione del Sinedrio Giudaico o del Consiglio degli Anfizioni. L’abisso d’una grande rivoluzione divide compiutamente il nuovo dal vecchio sistema. Nessuno abisso simigliante divide in due parti distinte la esistenza della nazione inglese. Le leggi e le consuetudini nostre non sono state mai trascinate dall’impeto d’una generale e irreparabile rovina. Presso noi l’autorità del medio evo è tuttavia autorità valida, e viene tuttavia citata, nelle più gravi occasioni, da’ più eminenti uomini di Stato. Diffatti, allorchè il re Giorgio III cadde in quella infermità che lo rese incapace di esercitare le regie funzioni, e i più insigni giureconsulti ed uomini politici opinavano diversamente intorno al partito da prendersi in cosiffatte circostanze, il Parlamento non volle procedere alla discussione di nessun progetto di reggenza, finchè non fossero stati raccolti e posti in ordine tutti gli esempi reperibili nei nostri annali fino dai primissimi tempi della monarchia. Si elessero Commissioni per frugare negli antichi ricordi del regno. Il primo esempio trovato fu quello del 1217; furono considerati come importantissimi gli esempi del 1326, del 1377 e del 1422; ma il caso che venne giudicato come argomento atto a sciogliere la questione fu quello del 1455. In tal guisa,nella patria nostra, i più solenni interessi de’ partiti si sono appoggiati su’ resultamenti delle investigazioni degli antiquari; e fu conseguenza inevitabile che i nostri antiquari eseguissero le investigazioni loro mossi dallo spirito di parte.E però non è maraviglia che coloro i quali hanno scritto intorno a’ limiti della prerogativa e alla libertà della vecchia politica d’Inghilterra, si siano generalmente mostrati non giudici, ma rabbiosi e poco sinceri avvocati, come quelli che discutevano non di cose speculative, ma di cose che avevano relazione diretta e pratica con le più gravi e calde dispute de’ tempi loro. Dal cominciare della lunga lotta fra il Parlamento e gli Stuardi, fino al tempo in cui le pretese degli Stuardi più non furono formidabili, poche questioni erano più praticamente importanti di quella nella quale trattavasi di stabilire se il governo, così come era stato da quelli amministrato, fosse o no conforme all’antica Costituzione del reame. La questione non potevasi sciogliere soltanto giusta gli esempi tratti da ricordi de’ regni precedenti. Bracton e Fleta, lo Specchietto di giustizia, gli atti del Parlamento, vennero studiosamente frugati, onde trovare pretesti ad attenuare gli eccessi della Camera Stellata da un canto, e dell’Alta Corte di giustizia dall’altro. Per lungo ordine d’anni, ogni storico Whig affaccendossi a provare che l’antico governo inglese era poco meno che repubblicano, ed ogni storico Tory voleva stabilire che esso era poco meno che dispotico.Animati da tali sentimenti, entrambi frugavano dentro i cronisti del medio evo; entrambi trovavano agevolmente ciò che andavano cercando; e tutti ostinavansi a non vedervi altro che le cose di cui correvano in traccia. I difensori degli Stuardi potevano di leggieri addurre esempi di re che avevano oppressi i sudditi; i difensori delle Teste-Rotonde potevano con uguale agevolezza produrre esempi di resistenza, opposta con buon esito, alla corona.I Tories citavano da antiche scritture espressioni servili tanto, quanto quelle che si udivano pronunziare dal pulpito di Mainwaring. I Whigs scoprivano espressioni audaci e severe come quelle che Bradshaw faceva risuonare dal banco de’ giudici. Gli uni adducevano numerosi esempi in cui i re avevanoestorti danari da’ popoli senza l’autorità del Parlamento; gli altri citavano casi ne’ quali il Parlamento aveva assunto il potere di punire i re. Coloro che vedevano mezza la verità della questione, avrebbero voluto concludere che i Plantageneti erano stati assoluti come i sultani di Turchia; coloro che ne vedevano l’altra metà, avrebbero voluto concludere che i Plantageneti avevano avuto tanto poco potere, quanto ne avevano i dogi di Venezia: ed ambedue coteste conclusioni aberravano egualmente discoste dal vero.XV. Il vecchio governo inglese apparteneva alla classe delle monarchie limitate, che nel medio evo sorsero nell’Europa Occidentale; e non ostante che l’una dall’altra differissero non poco, avevano tutte una forte somiglianza di famiglia. Che vi sia stata cotal somiglianza, non è cosa strana; perocchè i paesi in cui sorsero quelle monarchie erano già provincia del medesimo impero grande e incivilito, ed erano stati invasi e conquistati da’ medesimi popoli rozzi ed agguerriti. Erano vincolati dalla stessa credenza religiosa, e congiunti in una medesima grande coalizione contro l’Islamismo. Il loro ordinamento politico quindi prese naturalmente la medesima forma, dacchè le loro istituzioni in parte erano derivate da Roma imperiale, in parte da Roma papale, in parte dalla antica Germania. Tutti avevano re, e presso tutti la dignità regia divenne a poco a poco strettamente ereditaria. Tutti avevano nobili, decorati di titoli che in origine indicavano il grado militare. La dignità della cavalleria e le regole del blasone erano comuni a tutti. Tutti avevano stabilimenti ecclesiastici riccamente dotati, corporazioni municipali godenti larghe franchigie, e senati il cui consenso era necessario alla validità di certi atti pubblici.XVI. Di tutte coteste Costituzioni affini, la inglese venne fin d’allora giudicata la migliore. Non è dubbio che le prerogative del sovrano fossero estese. Lo spirito religioso e il cavalleresco concorrevano ad esaltarne la dignità. L’olio sacro era stato sparso sul suo capo; e i cavalieri più nobili e più valorosi non si reputavano degradati inginocchiandoglisi dinanzi. La sua persona era inviolabile; egli solo aveva diritto di convocare gli Stati del Regno e di disciorli; e il suo assensoera indispensabile a tutti i loro atti legislativi. Egli era il capo del potere esecutivo, il solo organo di comunicazione co’ potentati stranieri, il comandante delle milizie di terra e di mare, la sorgente d’onde emanavano la giustizia, la grazia e l’onorificenza. Aveva estesi poteri per regolare il commercio: coniava la moneta, determinava i pesi e le misure, stabiliva i porti e i mercati. Il suo patronato ecclesiastico era immenso; le sue rendite ereditarie, amministrate economicamente, bastavano a sostenere le spese ordinarie del governo. Vastissimi erano i suoi propri possedimenti: egli era anzi signore feudale di tutto il suolo del suo regno, e come tale possedeva numerosi diritti lucrativi e formidabili, per mezzo de’ quali egli poteva domare coloro che gli erano avversi, arricchire e far grandi, senza suo detrimento, coloro che gli erano bene affetti.XVII. Ma il suo potere, quantunque ingente, era limitato da tre grandi principii costituzionali; cotanto antichi, che nessuno poteva indicare il tempo in cui cominciarono ad esistere; e talmente potenti, che il loro naturale sviluppo, continuato per lungo ordine d’anni, ha prodotto le condizioni politiche nelle quali oggimai l’Inghilterra si trova.Primamente, il re non poteva fare legge alcuna senza il consenso del Parlamento.In secondo luogo, non poteva imporre tasse senza il consenso del Parlamento.Da ultimo, egli era tenuto a condurre l’amministrazione esecutiva secondo le leggi del paese, della violazione delle quali dovevano rispondere al popolo i consiglieri e gli agenti del principe.Nessun Tory, purchè fosse sincero, potrebbe negare che cotesti principii avevano, cinquecento anni fa, acquistato autorità di regole fondamentali. Dall’altro canto, nessun Whig, egualmente schietto, potrebbe affermare che essi fossero, fino ad una epoca più tarda, purificati d’ogni ambiguità, o spinti fino a tutte le loro naturali conseguenze. Una Costituzione nata nel medio evo non era, come una Costituzione del decimottavo o decimonono secolo, creata intieramente in un solo atto, e rinchiusa in un solo documento. Egli è soltanto in un’etàculta ed incivilita che la politica può istituirsi sopra un sistema. Nelle società rozze il progresso del governo somiglia al progresso del linguaggio e della versificazione. Le società rozze hanno una lingua, e spesso copiosa ed energica; ma non hanno grammatica scientifica, non definizioni di nomi e di verbi, non vocaboli per le declinazioni, pei modi, pei tempi. Le rozze società hanno una versificazione, e spesso vigorosa ed armonica; ma non hanno leggi di ritmo; e il menestrello, i canti del quale, armonizzati dalla sola squisitezza dell’udito, formano il diletto de’ popoli, non saprebbe spiegare di quanti dattili o trochei consti ciascuno de’ suoi versi.Come la eloquenza esiste innanzi la sintassi e il canto innanzi la prosodia, così il governo può esistere in grado d’eccellenza lungo tempo avanti che i limiti de’ poteri legislativo, esecutivo e giudiciario, vengano segnati con precisione.XVIII. E ciò appunto è seguito nel nostro paese. La linea che circoscriveva la regia prerogativa, tuttochè, generalmente parlando, fosse abbastanza chiara, non era stata in ogni parte tirata con accuratezza o precisione. E però, sull’orlo del terreno assegnatole vi era qualche spazio disputabile, dove seguitarono a succedere invasioni e rappresaglie, finchè, dopo anni ed anni di lotta, furono stabiliti segni evidenti e durabili. Sarebbe pregio dell’opera notare in che modo, e fino a qual punto, i nostri antichi sovrani avessero l’abitudine di violare i tre grandi principii che proteggevano le libertà nazionali.Nessuno de’ re d’Inghilterra ha mai preteso arrogarsi tutto il potere legislativo. Il più violento dei Plantageneti non si reputò mai competente a decretare, senza il consentimento del suo Gran Consiglio, che ungiurysi dovesse comporre di dieci individui invece di dodici, che la dote d’una vedova dovesse essere la quarta parte del patrimonio invece della terza, che lo spergiuro dovesse reputarsi delitto di fellonia, e che la consuetudine di dividere gli averi in parti uguali fra i maschi d’una famiglia dovesse introdursi nella contea di York.[2]Ma il re aveva il potere di perdonare i colpevoli; e vi è un punto in cuiil potere di perdonare e quello di far leggi sembrano di leggeri confondersi fra loro. Uno statuto penale viene virtualmente annullato, se le penalità che esso impone sono regolarmente rimesse ogni qualvolta vi è luogo ad applicarle. Il sovrano, senza alcun dubbio, era competente a condonare le punizioni, e in ciò il suo diritto non aveva limiti; e per tal ragione, egli poteva annullare virtualmente uno statuto penale. Sembrerebbe che non vi fossero serie obiezioni a lasciargli fare formalmente ciò che virtualmente poteva fare. In tal guisa, con l’aiuto di giureconsulti sottili e cortigiani, formossi, sul confine dubbio che separa le funzioni legislative dalle esecutive, quella grande anomalia che chiamasi potestà di dispensare.Che il re non potesse imporre tasse senza il consenso del Parlamento, generalmente si ammette essere stata, da tempo immemorabile, legge fondamentale della monarchia inglese. Era uno degli articoli che i Baroni costrinsero il re Giovanni a firmare. Eduardo I tentò di violare quella legge; ma, nonostante che fosse uomo destro, potente e popolare, trovò tale opposizione che gli parve utile di cedere. Promise quindi in termini espressi, a nome di sè e de’ suoi eredi, che nessuno di loro avrebbe mai imposto balzelli di veruna specie senza l’assenso e la libera volontà degli Stati del regno. Il suo potente e vittorioso nipote provossi di infrangere cotesto patto solenne; ma trovò validissima resistenza. Finalmente, i Plantageneti, disperati di riuscirvi, rinunziarono a cotali pretese. Ma, comecchè fossero avvezzi ad infrangere la legge apertamente, studiaronsi, secondo le occasioni, eludendola, di estorcere temporaneamente delle somme straordinarie. Era loro inibito di imporre tasse, ma reclamarono il diritto di chiedere e di tôrre in prestito. E però talvolta chiesero con un linguaggio tale, da non distinguersi dall’espressione di un comando; e tal’altra tolsero in prestito con poco pensiero di rendere. Ma il solo fatto di stimar necessario il mascherare simiglianti esazioni sotto nome di donativi o di prestiti, prova a sufficienza che l’autorità del gran principio costituzionale era universalmente riconosciuta.Il principio che il re d’Inghilterra era tenuto a condurrel’amministrazione secondo la legge, e che qualora egli facesse alcuna cosa contro la legge, i suoi consiglieri ed agenti erano responsabili, fu stabilito ne’ tempi primitivi della Costituzione; come ne sono prova bastevole i severi giudizi pronunziati ed eseguiti contro molti favoriti del principe. Non per tanto, gli è certo che i diritti degli individui vennero spesso violati dai Plantageneti, e che le parti offese spesso furono nella impossibilità di ottenere giustizia. Secondo la legge, la tortura, che è una macchia della romana giurisprudenza, non poteva, in nessun caso, essere inflitta ad un suddito inglese. Nondimeno, nelle turbolenze del secolo decimoquinto, la tortura venne introdotta nella Torre di Londra, e, secondo le occasioni, se ne faceva uso sotto pretesto di necessità politica. Ma sarebbe grave errore inferire da siffatte irregolarità, che i monarchi d’Inghilterra fossero, in teoria o in pratica, assoluti. Noi viviamo in una società altamente incivilita, in cui le nuove sono così rapidamente propagate per mezzo della stampa e degli uffici postali, che ogni qualunque atto notorio d’oppressione commesso in qualunque parte della nostra isola viene, in poche ore, discusso da milioni d’uomini. Se un sovrano inglese facesse oggimai murar vivo dentro una parete un suddito, in aperta violazione dell’Habeas corpus, o mettere un cospiratore alla tortura, tal nuova elettrizzerebbe in un attimo l’intiera nazione.Nel medio evo le condizioni della società erano grandemente diverse. Rade volte e con molta difficoltà i torti fatti agli individui pervenivano a cognizione del pubblico. Un uomo poteva illegalmente essere confinato per molti mesi nel castello di Carlisle e di Norwich, senza che nè anche un bisbiglio della cosa arrivasse in Londra. È molto probabile che la tortura fosse stata in uso molti anni innanzi che la gran maggioranza della nazione ne concepisse il minimo sospetto. Nè i nostri antichi erano in nessun modo così gelosi, come siamo noi, dell’importanza di osservare le grandi regole generali. L’esperienza ci ha insegnato che non possiamo senza pericolo patire che passi in silenzio la minima violazione dello Statuto. E perciò ormai universalmente si pensa che un governo il quale senza necessità ecceda i suoi poteri, debba essere colpito disevera censura parlamentare; e che un governo, il quale, spinto da una grande urgenza e da intenzioni pure, ecceda i suoi poteri, debba senza indugio rivolgersi al Parlamento per un atto d’indennità. Ma non era tale il sentire degl’Inglesi de’ secoli decimoquarto e decimoquinto. Essi erano poco disposti a contendere per un principio semplicemente come principio, ed a biasimare una irregolarità che non era reputata atto d’oppressione. Finchè lo spirito generale del governo mantenevasi mite e popolare, erano proni ad accordare qualche latitudine alle azioni del loro sovrano. Se per uno scopo che si reputasse sommamente lodevole, egli faceva uso di un vigore che travarcava i confini segnati dalla legge, essi non solo gli perdonavano, ma lo applaudivano; e mentre godevano sicurezza e prosperità sotto il suo imperio, erano solleciti a credere che chiunque fosse incorso nella sua collera, ne era stato meritevole. Ma siffatta indulgenza aveva anche un limite; nè era savio quel principe che affidavasi sulla tolleranza del popolo inglese. Potevano talvolta concedergli ch’ei trapassasse la linea costituzionale; ma dal canto loro reclamavano il privilegio di trapassarla anch’essi tutte le volte che le sue usurpazioni erano tali da svegliare sospetto negli animi di tutti. Se, non contento di opprimere di quando in quando qualche individuo, osava opprimere le popolazioni, i suoi sudditi subitamente appellavansi alla legge; e riuscendo infruttuoso cotale appello, ricorrevano, senza mettere tempo in mezzo, al Dio delle battaglie.XIX. Potevano, a dir vero, tollerare in un re pochi eccessi; perocchè potevano sempre appigliarsi al partito di opporgli un ostacolo, che tosto conducesse alla ragione il più fiero e superbo dei principi,—l’ostacolo della forza fisica. Torna difficile ad un inglese del secolo decimonono immaginare la facilità e prestezza con che, quattrocento anni fa, tale specie d’ostacolo operasse. Oggigiorno i popoli sono disavvezzi dall’uso delle armi; l’arte della guerra è stata condotta ad una perfezione ignota ai nostri antenati, la conoscenza della quale è circoscritta in una classe peculiare d’individui. Centomila soldati, ben disciplinati e guidati da esperti capitani, bastano a domare parecchi milioni d’artigiani e di contadini.Pochi reggimenti di milizie cittadine servono ad impaurire ed attutire gli spiriti di una vasta metropoli. Frattanto, lo effetto del continuo progresso della ricchezza è stato quello di rendere la insurrezione più temibile di quello che sia la cattiva amministrazione. Immense somme sono state spese in opere che, nel caso di uno scoppio repentino di ribellione, potrebbero tra poche ore reprimerla. La massa della ricchezza mobile cumulata nelle botteghe e ne’ magazzini di Londra, da sè sola sorpassa cinquecento volte quella che tutta l’isola conteneva ne’ giorni dei Plantageneti; e se il governo venisse rovesciato dalla forza materiale, tutta cotesta ricchezza mobile sarebbe esposta all’imminente rischio di spoliazione e di distruzione. Sarebbe anche maggiore il pericolo del credito pubblico, da cui direttamente dipende la sussistenza di migliaia di famiglie, ed a cui inseparabilmente va connesso il credito di tutto il mondo commerciale. Non sarebbe esagerazione affermare, che una settimana di guerra civile in Inghilterra oggidì produrrebbe tali disastri, che i suoi effetti, facendosi sentire da Hoangho fino al Missouri, si riconoscerebbero per il corso d’un secolo. In simili condizioni sociali, è d’uopo considerare la resistenza come un sistema di cura più disperata di qualunque infermità potesse affliggere lo Stato.Nel medio evo, all’incontro, la resistenza era un rimedio ordinario ai mali politici; rimedio che era sempre pronto, e comunque di certo fosse amaro in sul momento, non produceva profonde e durevoli conseguenze sinistre. Se un capopopolo alzava il proprio vessillo per la causa del popolo, in un solo giorno poteva raccogliere una armata irregolare; dacchè di regolari non ve n’era nessuna. Ciascun uomo aveva una certa conoscenza della professione del soldato, ma null’altro più che una leggiera conoscenza. La ricchezza nazionale consisteva principalmente in greggi ed armenti, nelle ricolte dell’anno, e nelle semplici abitazioni dentro le quali s’annidavano le genti. Tutte le masserizie, gli arnesi delle botteghe, le macchine reperibili nel reame, erano di minor valore di quello che sia ciò che qualche parrocchia dei giorni nostri contiene. Le manifatture erano rozze, il credito quasi nullo. La società quindi si riaveva dal colpo, subito appena cessatoil conflitto. Le calamità della guerra civile limitavansi alle stragi che seguivano nel campo di battaglia, ed a poche punizioni capitali o confische. In meno d’una settimana dopo, il contadino ripigliava il suo aratro, e il gentiluomo sollazzavasi a mandare in aria il falcone ne’ campi di Towton, o di Bosworth, come se nessun evento straordinario fosse sopraggiunto ad interrompere il corso regolare della vita umana.Oramai sono trascorsi centosessanta anni, dacchè il popolo inglese rovesciò con forza il governo del paese. Ne’ cento e sessanta anni che precessero la unione delle due Rose, regnarono in Inghilterra nove re, sei dei quali vennero cacciati dal trono, cinque vi perderono la corona e la vita. Per la quale cosa, egli è evidente che il paragonare la nostra politica antica alla moderna deve inevitabilmente condurre alle più erronee conclusioni, qualora non si conti per molto l’effetto di quelle restrizioni che la resistenza, o la paura della resistenza, imponeva sempre ai Plantageneti. E poichè i nostri antichi avevano contro la tirannide una importantissima guarentigia che a noi manca, potevano porre in non cale quelle tali guarentigie che noi stimiamo di grandissimo momento. Non potendo noi, senza il pericolo di danni da’ quali rifugge la nostra immaginazione, adoperare la forza fisica come un ostacolo contro il mal governo, è per noi cosa evidentemente saggia essere gelosissimi di tutti i poteri costituzionali raffrenanti il mal governo; spiare scrupolosamente ogni principio d’usurpazione; e non patire mai che nessuna irregolarità, quand’anche fosse d’indole innocua, passi senza essere combattuta, ove non possa allegare a favor suo l’esempio di atti precedenti. Quattrocento anni indietro questa minuta vigilanza poteva non essere necessaria. Una nazione d’intrepidi arcieri e lancieri poteva, con poco periglio delle sue libertà, mostrarsi connivente a qualche atto illegale nella persona di un principe, del quale l’amministrazione fosse generalmente buona, e il trono non difeso nè anche da una compagnia di soldati regolari.
STORIA D’INGHILTERRA.
SOMMARIO.
I. Introduzione.—II. La Britannia sotto il dominio dei Romani.—III. Sotto il dominio dei Sassoni.—IV. Effetti della conversione degli Anglo-Sassoni al Cristianesimo.—V. Invasioni danesi.—VI. I Normanni.—VII. Effetti della conquista normanna.—VIII. Effetti della separazione dell’Inghilterra e della Normandia.—IX. Mescolamento delle razze.—X. Conquiste degl’Inglesi sul continente.—XI. Guerre delle Rose.—XII. Estinzione del villanaggio.—XIII. Effetti benefici della religione cattolica romana.—XIV. Ragione per cui l’indole dell’antico governo inglese spesso è descritta erroneamente.—XV. Indole delle monarchie limitate del medio evo.—XVI. Prerogative dei primi monarchi inglesi.—XVII. In che modo le prerogative degli antichi re inglesi venissero infrenate.—XVIII. Perchè tali limiti non fossero sempre rigorosamente osservati.—XIX. La resistenza era un freno ordinario alla tirannide nel medio evo.—XX. Carattere peculiare dell’aristocrazia inglese.—XXI. Il governo dei Tudors.—XXII. Perchè le monarchie limitate del medio evo generalmente si trasmutassero in monarchie assolute.—XXIII. Perchè la sola monarchia inglese non patisse cosiffatto trasmutamento.—XXIV. La Riforma e i suoi effetti.—XXV. Origine della chiesa d’Inghilterra.—XXVI. Suo carattere peculiare.—XXVII. Sua relazione con la Corona.—XXVIII. I Puritani.—XXIX. Loro spirito repubblicano.—XXX. Perchè il Parlamento non facesse una opposizione sistematica al governo della regina Elisabetta.—XXXI. Questione dei monopolii.—XXXII. La Scozia e la Irlanda diventano parli d’uno stesso impero insieme con l’Inghilterra.—XXXIII. La importanza della Inghilterra scema dopo lo avvenimento di Giacomo I al trono.—XXXIV. Dottrina del Diritto Divino.—XXXV. La separazione tra la Chiesa e i Puritani diventa maggiore.—XXXVI. Avvenimento al trono e carattere di Carlo I—XXXVII. Tattica dell’Opposizione nella Camera dei Comuni.—XXXVIII. Petizione dei diritti.—XXXIX. La Petizione dei diritti è violata.—XL. Carattere e disegni di Wentworth.—XLI. Carattere di Laud.—XLII. La Camera Stellata, e l’Alta Commissione—- XLIII. L’imposta per la formazione della flotta.—XLIV. Resistenza alla Liturgia in Iscozia.—XLV. Un Parlamento è convocato e disciolto.—XLVI. Il LungoParlamento.—XLVII. Prima manifestazione dei due grandi partiti inglesi.—XLVIII. Ribellione degl’Irlandesi.—XLIX. La Rimostranza.—L. L’Accusa dei Cinque Membri.—LI. Partenza di Carlo da Londra.—- LII. Principio della Guerra Civile.—LIII. Vittorie dei realisti.—LIV. Sorgono gl’indipendenti—LV. Oliviero Cromwell—LVI. L’Ordinanza d’abnegazione.—LVII. Vittoria del Parlamento—LVIII. Dominazione e indole dell’esercito.—LIX. Le insurrezioni contro il Governo militare vengono represse.—- LX. Processo contro il Re.—LXI. Il Re è decapitato.—LXII. La Irlanda e la Scozia vengono soggiogate.—LXIII. Espulsione del Lungo Parlamento—LXIV. Il Protettorato d’Oliviero.—LXV. Gli succede Riccardo.—LXVI. Alla caduta di Riccardo risorge il Lungo Parlamento.—LXVII Monk e lo esercito di Scozia muovono verso l’Inghilterra..—LXVIII. Monk si dichiara per un libero Parlamento.—LXIX. Elezione generale del 1660.—LXX. La Restaurazione.
I. Imprendo a scrivere la storia della Inghilterra dal tempo in che Giacomo II ascese al trono fino all’età nostra. Racconterò gli errori che in pochi mesi scrissero dalla casa degli Stuardi gentiluomini e clero ad essa fedeli. Disegnerò il procedimento di quella rivoluzione che poso fine al lungo conflitto tra i nostri sovrani e i loro parlamenti, ed avvincolò insieme i diritti del popolo e quelli della dinastia regnante. Dirò come il nuovo ordinamento venisse nel corso di tanti anni torbidi vittoriosamente difeso contro gl’inimici di dentro e di fuori; come sotto esso l’autorità della legge e la sicurezza delle sostanze si reputassero compatibili con una libertà di discussione e d’azione individuale non mai prima sperimentata; come dal bene augurato congiungimento dell’ordine e della libertà sorgesse una prosperità, di cui gli annali delle cose umane non avevano offerto esempio; come la nostra patria da uno stato d’ignominioso vassallaggio rapidamente s’innalzasse al grado d’impero fra i potentati europei; come crescesse a un tempo in opulenza e gloria militare; come, per virtù d’una saggia e ferma buona fede, a poco a poco si stabilisse un credito pubblico, fecondo di maraviglie tali, che agli uomini di Stato delle età trascorso sarebbero sembrate incredibili; come da un commercio immenso nascesse una potenza marittima, paragonata alla quale ogni altra antica o moderna marittima potenza diventa frivola; come la Scozia, dopo anni molti d’inimicizia, si congiungesse finalmente con l’Inghilterra, non soltanto con vincoli legali, ma co’ legami indissolubili d’interessee d’affetto; come in America le colonie britanniche rapidamente si facessero più potenti e ricche de’ reami di che Cortes e Pizarro avevano accresciuti i dominii di Carlo V; come in Asia alcuni avventurieri inglesi fondassero un impero non meno splendido e più durevole di quello d’Alessandro.
Sarà, nondimeno, mio debito ricordare fedelmente accanto ai trionfi i disastri, e i grandi delitti e le follie nazionali, assai più umilianti di qualsivoglia disastro. Vedremo perfino ciò che reputiamo qual nostro bene precipuo, non essere scevro di male. Vedremo il sistema che assicurò efficacemente le nostre libertà contro le usurpazioni del regio potere, aver fatto nascere una nuova generazione d’abusi, che non incontransi nelle monarchie assolute. Vedremo lo augumento della ricchezza e lo estendersi del commercio—a cagione in parte dello sconsiderato immischiarsi, in parte della sconsiderata negligenza,—avere prodotti, fra immensi beni, parecchi mali, di che le società rozze e povere rimangono libere. Vedremo come, in due dominii dipendenti dalla corona, al torto seguisse la giusta retribuzione; come la imprudenza ed ostinatezza rompessero il vincolo che congiungeva le colonie dell’America Settentrionale alla madre patria; come la Irlanda, oppressa dalla signoria di razza sopra razza e di religione sopra religione, rimanesse veramente membro dell’impero britannico, ma membro putrido e storto in guisa da non aggiungere forza al corpo politico, e da essere perpetuo argomento di rimprovero in bocca di quanti temono o invidiano la grandezza dell’Inghilterra. Nondimeno, se pure io male non mi appongo, lo effetto generale di questa narrazione siffattamente ordinata sarà quello di suscitare la speranza ne’ petti degli amatori della patria, e muovere le anime religiose a rendere grazie alla Provvidenza. Perocchè la storia della patria nostra, negli ultimi cento e sessanta anni, è veramente la storia del fisico, morale ed intellettuale progresso. Coloro che paragonano il tempo in cui è loro toccato di vivere con una età d’oro che esiste solo nelle loro fantasie, parlino pure di degenerazione e decadimento; ma niuno che conosca davvero le faccende de secoli andati sarà inchinevole a guardare con occhio lugubre o scoraggiato il presente.
Condurrei molto imperfettamente l’opera che ho impreso a comporre se descrivessi soltanto battaglie ed assedi, innalzamenti e cadute di ministeri, intrighi di palazzo, discussioni di parlamento. Sarà quindi mio studio riferire la storia del popolo, non che quella del governo; indicare il progresso delle arti utili e delle belle; descrivere le sètte religiose, e le vicissitudini delle lettere; ritrarre i costumi delle successive generazioni, e non trasvolare negligentemente neppure sulle mutazioni che sono seguite nelle fogge di vestire, di banchettare, e ne’ pubblici sollazzi. Con animo lieto sosterrò il rimprovero di avere, così facendo, attentato alla dignità della storia, qualora mi riesca di esporre agli occhi degli Inglesi del secolo decimonono una vera pittura della vita de’ loro antichi.
Gli eventi che mi propongo di narrare formano un solo atto d’un grande e complicato dramma che risale ad età remote, e che sarebbe imperfettissimamente inteso ove lo intreccio degli atti precedenti rimanesse ignoto. Per la qual cosa aprirò la mia narrazione narrando a brevi tratti la storia della nostra patria da’ suoi antichissimi tempi. Passerò di volo sopra molti secoli, ma mi fermerò alquanto sulle vicissitudini della lotta che l’amministrazione di re Giacomo II condusse ad una crisi decisiva.[1]
II. Nessuna cosa nelle primitive condizioni in cui trovatasi la Britannia, indicava la grandezza che essa era destinata a conseguire. Gli abitatori, allorquando furono scoperti dai marinari di Tiro, erano di poco superiori ai naturali delle Isole Sandwich. Vennero soggiogati dalle armi romane, ma riceverono solo una debole tinta delle lettere ed arti romane. Delle provincie occidentali che obbedivano all’autorità dei Cesari, la Britannia fu l’ultima che conquistassero, e la prima che perdessero. Non vi si trovano magnifiche ruine di portici e d’aquedottiromani. Nel novero dei maestri della eloquenza e poesia latina non è un solo che sia britanno d’origine. Non è probabile che agl’isolani fosse mai, generalmente parlando, famigliare la lingua de’ loro signori italiani. Dallo Atlantico fino alle rive del Reno, l’idioma latino predominò per molti secoli. Cacciò via il celtico, non fu cacciato dal germanico, ed oggimai costituisce il fondamento delle favelle francese, spagnuola e portoghese. Nell’isola nostra e’ sembra che il parlare latino non giungesse mai a prevalere sul vecchio gallico, e non tenesse fronte all’anglo-sassone.
La scarsa e superficiale civiltà che i Britanni avevano derivata dai loro padroni meridionali, venne spenta dalle calamità del secolo quinto. Nei regni continentali nei quali era partito lo impero romano, i barbari conquistatori impararono molto dalle genti conquistate. Nella Britannia la razza conquistata divenne tanto barbara, quanto erano barbari i conquistatori.
III. Tutti i condottieri che fondarono le dinastie teutoniche nelle provincie continentali dello impero romano, come Alarico, Teodorico, Clovi, Alboino, erano zelanti cristiani. I seguaci di Ida e Cerdico, all’invece, trasportarono in Britannia tutte le superstizioni dell’Elba. Mentre i principi germanici che regnavano in Parigi, Toledo, Arli e Ravenna, ascoltavano riverenti le istruzioni dei vescovi, adoravano le reliquie de’ martiri, ed attendevano volentieri alle dispute dei teologi, i signori di Wessex e di Mercia seguitavano a compiere i loro barbarici riti nei tempii di Thor e di Odino.
I Regni continentali che erano sorti sopra le ruine dello impero occidentale, tenevano qualche comunicazione con quelle provincie d’oriente, dove l’antica cultura, comecchè venisse lentamente consumandosi per i malefici effetti del mal governo, poteva tuttavia maravigliare ed erudire i barbari; dove la corte tuttavia sfoggiava lo splendore di Diocleziano e di Costantino; dove i pubblici edilizi erano sempre adornati dalle sculture di Policleto e dai dipinti d’Apelle; e dove gl’infaticabili pedanti, comunque scemi di gusto, di sentimento e di spirito, potevano leggere e interpretare i capolavori di Sofocle, di Demostene e di Platone. La Britannia non isperimentavai benefici effetti di siffatta comunicazione. I suoi lidi, alle menti de’ popoli culti che stanziavano lungo il Bosforo, erano obbietti d’un orrore misterioso, nel modo medesimo che agli Jonii de’ tempi omerici lo erano lo stretto di Scilla e la città de’ Lestrigoni cannibali. Era nella isola nostra una provincia, come avevano riferito a Procopio, nella quale il suolo era gremito di serpenti, e l’aria era così pestifera da non potersi respirare senza trovarvi la morte. A questa desolata regione una strana genia di pescatori trasportava a mezza notte dalla terra dei Franchi le ombre dei trapassati. La parola dei morti era distintamente udita dal barcaiuolo; facevano col peso loro affondare i navicelli nelle onde, ma le loro forme rimanevano invisibili ad occhio mortale. Tali erano le maraviglie che un egregio storico, coetaneo di Belisario, di Simplicio e di Triboniano, raccontava con tutta gravità nella opulenta e culta Costantinopoli, intorno al paese dove il fondatore di Costantinopoli aveva assunta la porpora imperiale. Intorno alle altre provincie dello impero occidentale abbiamo una serie continuata di notizie: all’incontro, nella sola Britannia una età favolosa divide pienamente due età di vero. Odoacre e Totila, Eurico e Trasimondo, Clovi, Fredegonda e Brunchilde, sono uomini e donne storiche; ma Engisto ed Orsa, Vortigerno e, Rovena, Arturo e Mordredo, sono personaggi mitici, la esistenza dei quali potrebbe mettersi in dubbio, mentre le gesta loro sono da porsi con quelle di Ercole e di Romolo.
IV. Finalmente la tenebra sembra squarciarsi, e il paese che sparisce all’occhio col nome di Britannia, riapparisce con quello d’Inghilterra. La conversione degli Anglo-Sassoni al Cristianesimo fu la prima d’una lunga serie di benefiche rivoluzioni. Egli è vero che la Chiesa era stata profondamente corrotta e dalla superstizione e dalla filosofia, contro le quali essa aveva lungo tempo combattuto, e sopra le quali aveva alla perfine trionfato. Era stata agevole pur troppo ad adottare dottrine derivate dalle antiche scuole, e riti dedotti dagli antichi templi. La politica romana e la ignoranza gotica, la credulità greca e l’ascetismo siriaco, avevano cooperato a depravarla. Nondimeno serbava tanto della sublime teologia e della benefica morale dei suoi primordii, da elevare gl’intelletti e purificarei cuori di molti. Parecchie cose medesimamente, le quali in età più tarda vennero con ragione considerate fra le sue più gravi mende, erano nel secolo settimo, e lungo tempo dopo, annoverate fra i suoi meriti principali. Che l’ordine sacerdotale usurpasse l’ufficio de’ magistrati civili, ai dì nostri, sarebbe un gran male. Ma ciò che in un’epoca di governo bene ordinato è un male, potrebbe in un’epoca di rozzo e pessimo governo essere un bene. È meglio che l’umanità venga governata da leggi savie e bene amministrate, e da una pubblica opinione illuminata, anzi che dalle arti pretesche: ma è meglio che gli uomini vengano governati da arti siffatte, più presto che dalla violenza brutale; da un prelato come Dunstano, anzi che da un guerriero come Penda. Una società immersa nella ignoranza e retta dalla sola forza fisica, ha grande ragione a bene sperare che una classe di uomini che eserciti intellettuale e morale influenza, s’innalzi al governo della cosa pubblica. Non è dubbio che gente siffatta faccia abuso del proprio potere: ma il potere mentale, quando anche se ne abusi, è sempre migliore e più nobile di quello che consiste nella semplice forza corporea. Nelle cronache anglo-sassoni s’incontrano taluni tiranni i quali, come pervenivano a grado altissimo di grandezza, erano lacerati da’ rimorsi, aborrivano dai piaceri e dalle dignità che avevano conseguite col prezzo della colpa, abdicavano le loro corone, e studiavansi di scontare i loro delitti con crude penitenze e continue preghiere. Di tali fatti hanno parlato con amare espressioni di spregio parecchi scrittori, i quali mentre facevano pompa di libero pensare, erano veramente di tanto meschino cervello quanto poteva esserlo un monaco de’ tempi barbari, ed avevano costume di misurare gli universi fatti della storia del mondo con le medesime seste con che giudicavano la società parigina del secolo decimottavo. Nulladimeno, un sistema il quale, comunque sformato dalla superstizione, introdusse un vigoroso freno morale nella società per innanzi governata dalla sola forza de’ muscoli e dalla audacia dell’animo; un sistema il quale insegnava al più potente e feroce signore, ch’egli era, al pari dell’infimo dei suoi sudditi, un ente responsabile; è degno d’essere rammentato con maggiore rispetto dai filosofi e dai filantropi.
Le stesse osservazioni calzano allo spregio con che, nel secolo andato, era costume di parlare de’ pellegrinaggi, de’ santuari, delle crociate, e delle istituzioni monastiche del medio evo. In tempi ne’ quali gli uomini quasi mai inducevansi a viaggiare, spinti da una curiosità liberale o dal desio di guadagno, era meglio che il rozzo abitatore del Settentrione visitasse la Italia e l’Oriente come pellegrino, più presto che rimanesse a vegetare negli squallidi tuguri e tra le foreste dove era nato. In tempi ne’ quali la vita e l’onore delle donne giacevano esposti a diuturni pericoli per le sfrenate voglie dei tiranni e de’ loro ladroni, era pur meglio che il ricinto di un un altare ispirasse una irragionevole paura, anzi che non vi fosse asilo nessuno inaccessibile alla crudeltà ed alla licenza. In tempi ne’ quali gli uomini di Stato erano inetti a formare vaste combinazioni politiche, era meglio che le nazioni cristiane sorgessero collegate per correre al riacquisto del Santo Sepolcro, anzi che, una dopo l’altra, fossero soggiogate dalla potenza maomettana. Sia qual si voglia il rimprovero che in una età più tarda venisse scagliato equamente su la indolenza e il lusso degli ordini religiosi, egli era un bene, fuor d’ogni dubbio, che in un tempo d’ignoranza e di ferocia vi fossero chiostri e giardini tranquilli, dove le arti della pace potevano quetamente coltivarsi, dove gli spiriti dolci e contemplativi potevano trovare un asilo, dove un umile fraticello poteva occuparsi a trascrivere laEneidedi Virgilio ed un altro a meditare su le opere d’Aristotele, dove colui che aveva l’anima calda della sacra favilla delle arti poteva miniare un martirologio o scolpire un crocifisso, e dove lo intelletto prono alla filosofia naturale poteva fare esperimenti intorno alle proprietà delle piante e de’ minerali. Se simiglianti luoghi di ritiro non fossero stati sparsi qua e là fra le capanne del misero contadiname e i castelli della feroce aristocrazia, la società europea sarebbe stata composta di bestie da soma e di bestie da preda. La Chiesa è stata assai volte dai teologi paragonata all’arca, della quale si legge nel libro della Genesi; ma giammai tale somiglianza fu così perfetta, come nei tempi tristi nei quali ella sola procedeva fra il buio e le tempeste sopra il diluvio, sotto cui tutte le grandi opere della potenza e sapienza degli antichi giacevanoprostrate, e portava seco quel lieve germe dal quale nacque poscia una nuova civiltà e più gloriosa.
Perfino la supremazia spirituale che il papa arrogavasi, produsse in quelle età buie più bene che male. Per essa le nazioni dell’Europa Occidentale si congiunsero in una grande repubblica. Ciò che i giuochi olimpici o l’oracolo di Pitia erano stati per tutte le città greche da Trebisonda fino a Marsilia, Roma e il suo vescovo furono per tutti i cristiani di comunione latina, dalla Calabria fino alle Ebridi. Così germogliarono e crebbero i sentimenti di più estesa benevolenza. Genti divise da mari e da monti riconobbero un vincolo fraterno e un codice comune di diritto pubblico. Anche in guerra, la crudeltà del vincitore era non rade volte mitigata dal pensiero che esso e i vinti suoi nemici erano membri d’una sola grande federazione.
Gli Anglo-Sassoni finalmente vennero ammessi a questa federazione. Si aperse una comunicazione regolare tra le nostre spiagge e quella parte d’Europa nella quale i vestigi della potenza e civiltà antiche erano tuttavia discernibili. Molti egregi monumenti, che sono stati poscia distrutti o trasfigurati, serbavano ancora la loro primigenia magnificenza; e i viaggiatori, cui Livio e Sallustio riuscivano inintelligibili, potevano acquistare dallo spettacolo degli aquedotti e dai templi romani qualche lieve nozione di storia romana. La cupola d’Agrippa, tuttavia luccicante di bronzo; il mausoleo d’Adriano, non ancora spoglio delle sue statue e colonne; l’anfiteatro di Flavio, non ancora degradato a farne una piazza, raccontavano ai pellegrini della Mercia e del Nortumbria la storia di quella gran gente incivilita, che era scomparsa dalla faccia del mondo.
Gl’isolani ritornavano ai propri lidi con riverenza profondamente impressa nelle loro menti mezzo stenebrate, e riferivano agli stupefatti abitatori de’ tuguri di Londra e di York, come presso alla tomba di San Pietro una potente generazione d’uomini, adesso spenta, aveva innalzati tali edifici che avrebbero sfidata la furia del tempo fino al dì dell’estremo giudizio. Il sapere teneva dietro ai passi del Cristianesimo. La poesia e la eloquenza del secolo d’Augusto vennero solertemente studiate nei monasteri anglo-sassoni. I nomi di Beda, di Alcuino e di Giovanni, soprannominato Erigena, diventarono giustamentecelebri per tutta l’Europa. Tali erano le condizioni del nostro paese allorquando, nel nono secolo, principiò l’ultima grande calata dei Barbari del Settentrione.
V. Pel corso di parecchie generazioni, dalla Danimarca e dalla Scandinavia seguitarono a sbucare innumerevoli pirati, famosi per forza, valore, implacabile ferocia, e odio contro il nome cristiano. Non vi fu paese che al pari dell’Inghilterra patisse le devastazioni di cotesti invasori. Le sue coste giacevano presso ai porti donde essi movevano, nè parte alcuna della nostra isola poteva dirsi così discosta dal mare da potersi tenere immune dalle loro aggressioni. Le medesime atrocità che avevano tenuto dietro alla vittoria dei Sassoni sopra i Celti, toccarono poscia ai Sassoni per le mani dei Danesi. La civiltà, che già principiava a sorgere, non ne sostenne il colpo e giacque di nuovo. Grosse colonie di venturieri, movendo dal Baltico, stabilironsi sopra le nostre spiagge orientali, e a poco a poco procedendo verso Occidente, sostenuti dagli aiuti che loro venivano dal mare, ambirono il dominio di tutto il reame. Il conflitto fra le due fiere razze teutoniche durò per sei generazioni, signoreggiandosi alternativamente. Crudeli carnificine seguite da vendette crudeli, provincie devastate, conventi saccheggiati, città distrutte dalle fondamenta, compongono la più gran parte della storia di quegl’infausti giorni. Alla perfine cessò di erompere dal Settentrione quel perpetuo torrente di predoni, e da quel tempo in poi la scambievole avversione delle razze cominciò a scemare. I mutui connubi divennero frequenti. I Danesi impararono la religione dei Sassoni; e in tal guisa estirpossi una delle cagioni del loro odio mortale. Gl’idiomi danese e sassone, entrambi dialetti d’una lingua più estesa, armonizzarono in uno. Ma la distinzione tra i due popoli non era affatto scomparsa allorchè sopraggiunse un evento, che li prostrò, schiavi e degradati entrambi, ai piedi di un terzo popolo.
VI. I Normanni erano a quei tempi la gente più insigne di tutta la Cristianità. Per valore e ferocia si erano resi cospicui fra i predatori che la Scandinavia aveva già mandati a devastare la Europa Occidentale. Le loro navi furono per lunga stagione il terrore di ambi i lidi dello Stretto. Spinsero più voltele armi loro nel cuore dello imperio de’ Carlovingi, e rimasero vittoriosi sotto le mura di Maestricht e di Parigi. In fine, uno dei fiacchi eredi di Carlomagno cesse agli stranieri una fertile provincia, irrigata da un bel fiume e contigua al mare, che era il loro prediletto elemento. In quella provincia fondarono uno Stato potente, il quale a poco per volta venne estendendo la propria influenza sopra i principati vicini di Bretagna e di Maine. Senza deporre l’indomito valore che aveva tenuta in perpetua paura ogni terra dall’Elba fino ai Pirenei, i Normanni rapidamente acquistarono tutto; e, più che tutto, il sapere e la cultura che trovarono nelle contrade dove s’erano stanziati; mentre il loro coraggio tutelava il territorio dalle straniere invasioni. Ordinarono internamente lo Stato in modo affatto ignoto da lungo tempo all’impero franco. Abbracciarono il Cristianesimo, e con esso impararono gran parte di di ciò che il clero poteva insegnare. Smesso lo idioma natio, abbracciarono la favella francese, nella quale predominava lo elemento latino, ed innalzarono speditamente il loro nuovo linguaggio ad una dignità ed importanza che non aveva per lo innanzi posseduto. Lo trovarono in condizione di gergo barbarico, e gli dettero norme fisse scrivendolo, e usandolo nelle leggi, nella poesia e nel romanzo. Deposero la brutale intemperanza, cui tutte le altre razze della gran famiglia germanica erano pur troppo inchinevoli. Il lusso squisito del Normanno offre un mirabile contrasto con la rozza ghiottoneria e ubbriachezza de’ Sassoni e Danesi suoi vicini. Amava di far pompa della propria magnificenza non in vaste provvisioni di cibi e di bevande, ma in grandi e stabili edifici, ricche armature, generosi cavalli, eletti falconi, bene ordinati tornei, banchetti delicati più presto che abbondanti, e vini notevoli meglio per isquisito sapore che per forza inebbriante. Quello spirito cavalleresco che ha esercitata così forte influenza sopra la politica, la morale e i costumi di tutte le nazioni europee, trovavasi grandissimo nei Nobili normanni. Questi nobili facevansi notare per la grazia del loro contegno e del loro conversare; per la destrezza nel condurre i negozi, e per la eloquenza naturale, che con estrema solerzia coltivavano. Uno dei loro storici s’inorgoglisce affermando, i Normanni essere oratorifin dalle fasce. Ma la loro precipua celebrità derivava dalle imprese militari. Ogni paese dall’Oceano Atlantico fino al Mare Morto rendeva testimonio de’ prodigi della disciplina e del valor loro. Un solo cavaliere normanno, capo di una mano di guerrieri, cacciò i Celti dal Connaught. Un altro fondò la monarchia delle Due Sicilie, e vide lo imperatore d’Oriente e quello d’Occidente fuggire allo aspetto dell’armi sue. Un terzo, l’Ulisse della prima crociata, venne innalzato da’ suoi fidi commilitoni alla sovranità d’Antiochia; ed un quarto, quel Tancredi che vive eterno nel grande poema del Tasso, era celebre per tutta la Cristianità come il più strenuo e generoso fra i campioni del Santo Sepolcro.
La propinquità di un popolo così notevole cominciò ben per tempo a produrre un effetto sullo spirito pubblico dell’Inghilterra. Innanzi la conquista, i principi inglesi andavano a educarsi in Normandia. Mari e terre inglesi venivano conferite ai signori normanni. L’idioma normanno-francese parlavasi familiarmente nel palazzo di Westminster. La corte di Rouen pareva che fosse verso la corte di Eduardo il Confessore ciò che la corte di Versailles, lunghi anni dopo, era verso la corte di Carlo II.
VII. La battaglia di Hastings, e le vicende che ne derivarono, non solo posero un duca di Normandia sul trono inglese, ma sottoposero tutta la popolazione dell’Inghilterra alla tirannide della razza normanna. Rade volte, e perfino in Asia, una nazione soggiogò un’altra nazione tanto pienamente, quanto la normanna fece dell’inglese. I capitani degli invasori divisero la contrada tuttaquanta, e se ne distribuirono le parti; e per mezzo di vigorose istituzioni militari, validamente connesse con la istituzione della proprietà, riuscirono ad opprimere i naturali del paese. Un codice penale crudele e crudelmente eseguito, tutelava i privilegi e perfino i diporti de’ tiranni stranieri. Nonostante, la razza soggiogata, quantunque prostrata e calpesta, mandava fieramente il suo fremito. Parecchi uomini audaci, che poscia divennero eroi delle nostre vecchie ballate, rifugiaronsi fra le selve, ed ivi sfidando leggi di copri-fuoco e di foreste, conducevano una guerra predatoria contro gli oppressori. Gli assassinii erano fatti giornalieri. Molti dei Normanni sparivano improvvisamente senza che ne rimanesse vestigio.Trovavansi numerosi cadaveri aventi segni di morte violenta. Fu bandita la morte per mezzo della tortura contro gli assassini, i quali venivano ansiosamente cercati, ma quasi sempre indarno; perocchè la intera nazione cospirava a nasconderli. Finalmente, reputarono necessario imporre una grave multa sopra ogni centuria di abitanti fra’ quali un individuo d’origine francese fosse trovato ucciso: legge che fu seguita da un’altra, che ordinava ogni individuo ucciso doversi reputare francese, qualvolta non potesse provarsi che fosse sassone.
Nel corso de’ centocinquanta anni che seguirono la conquista, a parlare dirittamente, non esiste storia inglese. I re francesi d’Inghilterra veramente inalzaronsi tanto, da diventare la meraviglia e il terrore di tutte le nazioni vicine. Conquistarono la Irlanda: riceverono l’omaggio dalla Scozia. Per mezzo del valore, della politica, de’ prosperi e splendidi connubi loro, diventarono più potenti sul continente, di quello che fossero i re di Francia, loro sovrani feudali. L’Asia al pari dell’Europa era abbarbagliata dallo splendore della potenza e gloria loro. I cronisti arabi prendevano ricordo con forzata ammirazione della caduta di Acri, della difesa di Joppe, e della vittoriosa marcia d’Ascalone; e le madri arabe per imporre silenzio ai loro figliuoli, rammentavano loro il nome del Plantageneto dal cuore di leone. Vi fu un tempo che la discendenza di Ugo Capeto parve presso ad estinguersi, nel modo stesso con che eransi estinte le dinastie de’ Merovingi e de’ Carlovingi; e che una sola grande monarchia dovesse estendersi dalle Orcadi fino a’ Pirenei. È così forte il nesso che le menti stabiliscono tra la grandezza d’un sovrano e la grandezza della nazione da lui governata, che quasi tutti gli storici dell’Inghilterra hanno descritto con un sentimento di esultanza il potere e lo splendore de’ suoi padroni stranieri, ed hanno compianta la decadenza di quello splendore e potere come una calamità della patria nostra. La quale cosa, a dir vero, è così assurda, come lo sarebbe se un negro d’Haiti dei nostri tempi considerasse con orgoglio nazionale la grandezza di Luigi XIV, e parlasse di Blenheim e Ramilies con patrio dolore e vergogna. Il conquistatore e i suoi discendenti fino alla quarta generazione non erano uomini inglesi: quasi tuttierano nati in Francia; passavano la maggior parte della vita in Francia; la loro favella era francese; pressochè tutti gli alti uffici da loro dipendenti erano affidati ad individui francesi; ogni acquisto che facevano sul continente li rendeva ognora più stranieri alla popolazione dell’isola nostra. Uno de’ più egregi fra loro, a vero dire, tentò di procacciarsi lo affetto de’ suoi sudditi inglesi, sposando una principessa inglese. Ma molti de’ suoi baroni consideravano quel matrimonio come i cittadini della Virginia considererebbero un matrimonio tra un padrone e una fanciulla schiava. Nella storia quel principe è conosciuto sotto l’onorevole soprannome di Beauclerc; ma nei suoi tempi, i suoi concittadini gli avevano apposto un soprannome sassone a dileggio del suo sposalizio con una donna sassone.
Se ai Plantageneti fosse venuto fatto, siccome una volta parve verosimile, di porre tutta la Francia sotto il loro dominio, egli è probabile che la Inghilterra non avrebbe avuta mai una esistenza indipendente. I suoi principi, i signori, i prelati, sarebbero stati uomini diversi di sangue e di lingua dagli artigiani e dagli agricoltori. Le entrate de’ suoi grandi possidenti sarebbero state spese in feste e diporti su le rive della Senna. La nobile favella di Milton e di Burke sarebbe rimasta nella condizione di rustico dialetto, priva di letteratura, di grammatica, d’ortografia fissa, abbandonata all’uso della plebaglia. Nessuno uomo di discendenza inglese si sarebbe innalzato a grado eminente, ove non fosse diventato francese per lingua e costumi.
VIII. La Inghilterra va debitrice di avere scansate coteste calamità ad uno avvenimento che gli storici hanno generalmente rappresentato come un disastro. I suoi interessi erano così direttamente opposti agli interessi de’ suoi principi, che erasi ridotta a sperare soltanto negli errori e nelle traversie loro. Lo ingegno e perfino le virtù de’ sei primi re francesi che la signoreggiarono, furono per lei una sciagura. La demenza e i vizi del settimo le furono di salvezza. Se Giovanni avesse ereditato gl’incliti pregi del padre suo, d’Enrico Beauclerc, o del Conquistatore; anzi se avesse egli posseduto il coraggio marziale di Stefano o di Riccardo, e se il re di Franciaa quel tempo stesso fosse stato inetto al pari di tutti i successori di Ugo Capeto; la casa de’ Plantageneti avrebbe acquistata in tutta l’Europa una supremazia senza rivali. Se non che, appunto in quell’età, la Francia per la prima volta dopo la morte di Carlomagno era governata da un principe d’animo destro e vigoroso. Dall’altro canto la Inghilterra, la quale, dalla battaglia di Hastings in poi, era stata, generalmente parlando, retta da savi uomini di Stato, e sempre da strenui guerrieri, cadde sotto la dominazione d’un principe frivolo e codardo. Fino da quello istante le sue sorti cominciarono a splendere. Giovanni fu cacciato di Normandia. I nobili normanni si videro astretti ad eleggere fra l’isola e il continente. Chiusi dal mare fra un popolo che avevano fino allora oppresso e spregiato, si vennero inducendo a considerare l’Inghilterra come patria, e gli Inglesi come concittadini. Le due razze, così lungo tempo ostili, si accorsero tosto di aver comuni gl’interessi, comuni i nemici. Entrambe giacevano oppresse sotto la tirannia di un re malvagio. Entrambe ardevano di sdegno vedendo la corte prodigare i suoi favori sopra genti nate nel Poitou o nell’Aquitania. I pronipoti di coloro che avevano pugnato sotto Guglielmo, e i pronipoti di coloro che avevano pugnato sotto Aroldo, cominciarono ad appropinquarsi con vicendevole amistanza; e il primo pegno della loro riconciliazione fu la Grande Carta, che essi guadagnarono coi loro sforzi comuni, e formarono a comune benefizio.
IX. Qui principia la storia della nazione inglese. La storia delle vicissitudini precedenti è il racconto de’ torti inflitti e sostenuti dalle varie tribù, le quali, comecchè abitassero sopra il suolo inglese, trattavansi con tale avversione, che non è forse mai esistita fra popoli divisi da fisici confini. Imperciocchè, perfino la scambievole animosità de’ paesi in guerra fra loro, è lieve al paragone dell’animosità delle nazioni le quali, moralmente separate, stanziano commiste in un medesimo luogo. Non è paese in cui l’odio di razza trascorresse tanto oltre quanto in Inghilterra. Non è paese in cui quell’odio si fosse tanto onninamente spento. Non conosciamo con precisione gli stadi diversi del processo con che gli elementi ostili si fusero in una massa omogenea. Ma egli è certo che allorquando Giovanniascese al trono, la distinzione tra Sassoni e Normanni esisteva evidentissima, e che avanti la fine del regno del suo nipote era quasi scomparsa. Nel tempo di Riccardo I, l’ordinaria imprecazione d’un gentiluomo normanno era: «Ch’io possa diventare un inglese!» e volendo sdegnosamente negare, diceva: «Che mi prendete voi per un inglese?» Cento anni dopo, il discendente di quel gentiluomo andava orgoglioso del nome d’inglese.
Le scaturigini de’ più bei fiumi che spargono la fertilità sopra la terra, e portano i navigli gravi di ricchezze al mare, sono da cercarsi fra mezzo alle aride e selvagge montagne inesattamente segnate nelle carte geografiche, e bene di rado esplorate dai viaggiatori. Questa immagine può rendere una idea della storia del nostro paese nel secolo decimoterzo. Per quanto sterile e buio sia quel periodo dei nostri annali, è mestieri cercare in esso l’origine della libertà, prosperità e glorie nostre. E’ fu allora che il gran popolo inglese formossi; che l’indole nazionale principiò a mostrarsi con quelle peculiarità che ha poi sempre serbate; e che i nostri antichi divennero enfaticamente isolani, e isolani non solo per geografica postura, ma per politica, sentimenti e costumi. Allora comparve per la prima volta distintamente quella Costituzione, che ha poi sempre, traverso a tante modificazioni, serbata la sua identità; quella Costituzione, della quale tutti i liberi statuti degli altri popoli altro non sono che copie; e la quale, malgrado talune mende, è degna di essere considerata come la migliore sotto cui una grande società sia mai esistita pel corso di molti secoli. E’ fu allora che la Camera dei Comuni, archetipo di tutte le assemblee rappresentative che oggidì si ragunano nel vecchio mondo e nel nuovo, tenne le sue prime sessioni. E’ fu allora che il diritto comune inalzossi alla dignità di scienza, e rapidamente divenne rivale non indegno della giurisprudenza imperiale. E’ fu allora che il coraggio di quei marinari i quali conducevano le rozze barche dei Cinque Porti, rese primamente la bandiera inglese formidabile su per i mari. E’ fu allora che i più antichi collegi che vivono tuttavia nelle due grandi sedi nazionali del sapere, formaronsi. Formossi allora parimente quella lingua, la quale, benchè meno armoniosa,a dir vero, degli idiomi meridionali, nondimeno, e per vigoria e per ricchezza e per essere atta a significare tutti gli alti concetti del poeta, del filosofo e dell’oratore, cede soltanto alla greca. Allora medesimamente mostrossi la prima alba di quella inclita letteratura, che costituisce la più splendida e durevole delle molte glorie di cui mena vanto l’Inghilterra.
Coll’iniziarsi del secolo decimoquarto, la perfetta congiunzione delle razze era pressochè compita; e si rese subito manifesto, a segni non dubbi, che un popolo non inferiore ad alcun altro popolo del mondo erasi formato dalla mistura delle tre razze e della grande famiglia teutonica, fra loro e cogli aborigeni bretoni. Vero è che non vi era quasi nulla di comune tra la Inghilterra alla quale re Giovanni era stato cacciato da Filippo Augusto, e la Inghilterra dalla quale le armi di Eduardo III mossero a conquistare la Francia.
X. Seguì un periodo di cento e più anni, nel quale lo scopo precipuo degl’Inglesi fu quello di stabilire con la forza delle armi un grande impero sul continente. Il diritto di Eduardo al retaggio occupato dalla Casa di Valois era tale, da sembrare che dovesse poco muovere gl’interessi de’ suoi sudditi. Ma lo amore delle conquiste di subito scese dal principe al popolo. Cotesta guerra differiva grandemente dalle guerre che i Plantageneti del secolo duodecimo avevano condotte contro i discendenti di Ugo Capeto: poichè la fortuna delle armi di Enrico II e di Riccardo I avrebbe resa la Inghilterra provincia della Francia; mentre lo effetto de’ prosperi successi di Eduardo III e di Enrico V era quello di far della Francia, per alcun tempo, una provincia dell’Inghilterra. Lo spregio con che, nel secolo duodecimo, i conquistatori del continente avevano guardato gl’isolani, era adesso gettato dagli isolani su’ popoli del continente. Ogni popolano, da Kent fino a Northumberland, reputavasi come individuo d’una razza nata alla vittoria e all’impero, e volgeva uno sguardo di scherno alla nazione innanzi alla quale i suoi antenati avevano tremato. Anche que’ cavalieri di Guascogna e Guienna, i quali avevano valorosamente combattuto sotto il Principe Nero, venivano considerati dagl’Inglesi come uomini di classe inferiore, e quindi erano sprezzevolmente esclusi dai comandi lucrosi. Fra tempo nonmolto i nostri progenitori persero d’occhio il motivo principale della lotta. Principiarono a considerare la corona di Francia come un semplice appannaggio della corona d’Inghilterra; e allorchè, violando la legge ordinaria di successione, concessero lo scettro del reame inglese alla casa di Lancaster, e’ pare che pensassero il diritto di Riccardo II alla corona di Francia essere naturalmente passato a quella casa. Lo zelo e vigore ch’essi mostrarono offre un notevole contrasto col torpore dei Francesi, ai quali l’esito di quella lotta era di assai più grave momento. Le armi inglesi a quei tempi riportarono le più grandi vittorie di cui si faccia ricordo negli annali del medio evo, contro nemici grandemente disuguali. Di certo erano vittorie di cui può con ragione gloriarsi un popolo; perocchè esse debbono ascriversi alla superiorità morale de’ vincitori: superiorità che si mostrò assai più mirabile negl’infimi gradi delle milizie. I cavalieri d’Inghilterra trovarono degni rivali nei cavalieri di Francia. Chandos ebbe un nemico degno di sè nella persona di Du Guesclin. Ma la Francia non aveva fanti che osassero stare a petto degli arcieri ed alabardieri inglesi. Un re francese venne condotto prigioniero in Londra. Un re inglese fu incoronato in Parigi. Il vessillo di San Giorgio sventolò di là da’ Pirenei e dalle Alpi. Sulle sponde meridionali dell’Ebro gl’Inglesi riportarono una grande vittoria, che per un tempo decise delle sorti di Leon e di Castiglia; e le compagnie Inglesi ottennero una formidabile preeminenza fra le bande de’ guerrieri i quali ponevano le loro armi agli stipendi dei principi e delle repubbliche d’Italia.
Nè le arti della pace furono neglette da’ nostri padri in quei torbidi tempi. Mentre la Francia pativa le devastazioni della guerra, fino a che trovò nella sua stessa desolazione una miserabile difesa contro gl’invasori, gl’Inglesi coltivavano i loro campi, ornavano le loro città, trafficavano e studiavano tranquilli e senza disturbi. Molti de’ nostri monumenti architettonici appartengono a quell’epoca. Allora sorsero le splendide cappelle di New-College e di San Giorgio, la navata di Winchester e il coro di York, l’aguglia di Salisbury e le torri maestose di Lincoln. Una lingua abbondante e vigorosa, formata dalla mistura dell’idioma normanno-francese col germanico,era parlata egualmente dalla aristocrazia e dal popolo. Nè passò molto tempo che il genio cominciò a servirsene per la manifestazione delle sue stupende creazioni. Mentre le milizie inglesi, lasciandosi addietro le devastate provincie della Francia, entravano trionfanti in Valladolid e spargevano il terrore fino alle porte di Firenze, i poeti inglesi dipingevano con vivi colori tutta la vasta varietà delle costumanze e delle fortune umane; e i pensatori inglesi aspiravano a indagare o ardivano dubitare, là dove i bacchettoni erano stati satisfatti ad ammirare o a credere. L’età stessa che produsse il Principe Nero e Derby, Chandos e Hawkwood, generò parimente Goffredo Chaucer e Giovanni Vicleffo.
Con modo sì splendido e imperatorio, il popolo inglese, propriamente detto, prese posto fra le nazioni del mondo. Nondimeno, mentre con diletto contempliamo gl’incliti pregi che adornavano i nostri antichi, non possiamo negare che il fine cui aspiravano era dannato e dalla onestà e dalla saggia politica, e che la sinistra fortuna che li costrinse, dopo una lunga e sanguinosa lotta, a deporre la speranza di stabilire un grande impero continentale, fu un vero bene sotto le sembianze di un disastro. Finalmente i Francesi si rifecero d’animo e di senno; e cominciarono ad opporre una vigorosa resistenza nazionale a’ conquistatori stranieri. E da quel tempo, la destrezza dei capitani inglesi e il coraggio dei soldati loro, fortunatamente per l’umanità, tornarono vani. Dopo molti sforzi disperati, col cordoglio nell’animo, i nostri antenati rinunziarono alla conquista. Da quell’epoca in poi, nessun Governo inglese ha seriamente e fermamente fatto disegno di grandi conquiste sul Continente.
Il popolo, egli è vero, seguitò a carezzare con orgoglio la rimembranza di Cressy, di Poitiers e d’Agincourt. Anche molti anni appresso tornava agevole accendergli il sangue ed ottenerne sussidii con la sola promessa di riprendere la impresa di Francia. Ma, avventuratamente, le forze del nostro paese sono state dirette a fini più degni; ed ormai nella storia del genere umano occupa un posto assai più glorioso di quello che terrebbe qualora avesse acquistato, siccome un tempo era parso probabile, per mezzo della spada una supremaziasimile a quella che in antico conseguì la repubblica romana.
XI. Rinchiuso di nuovo dentro i confini dell’isola, il bellicoso popolo adoperò ne’ civili conflitti le armi che erano già state il terrore dell’Europa. I Baroni avevano per lungo tempo derivati dalle oppresse provincie francesi i mezzi di satisfare al loro prodigo spendere. Quelle sorgenti di pecunia poi disseccaronsi; e rimanendo tuttavia le abitudini d’ostentazione e di lusso generate dalla prosperità, i grandi signori, impotenti ad appagare i loro appetiti depredando i Francesi, si misero a depredarsi vicendevolmente. Il reame, dentro il quale erano rinchiusi, secondo che afferma Comino, che è il più giudizioso osservatore di que’ tempi, non era bastevole a tutti. Due fazioni aristocratiche, capitanate da due rami della famiglia reale, accesero una feroce e lunga lotta per recarsi in mano il governo dello Stato. E poichè l’astio di tali fazioni non nasceva veramente da contesa intorno alla successione, durò lungo tempo dopo che ogni pretesto intorno alla successione era svanito. La parte della Rosa Rossa sopravvisse all’ultimo de’ principi che volevano il trono per diritto di Enrico IV. La parte della Rosa Bianca sopravvisse al matrimonio di Richmond e di Elisabetta. Lasciati senza capo che avesse alcuna onesta apparenza di diritto, i partigiani di Lancaster si collegarono intorno a un ramo di bastardi, e i partigiani di York misero su una successione d’impostori. Caduti sul campo di battaglia o sotto la scure del carnefice molti nobili aspiranti, scomparse per sempre dalla storia molte famiglie illustri, dome dalle sciagure le grandi casate che rimanevano, universalmente convennero a riconoscere ricongiunti nella casa de’ Tudors i diritti di tutti i contendenti Plantageneti.
XII. Intanto maturavasi un avvenimento di assai maggiore importanza che non era l’acquisto o la perdita d’una provincia, lo innalzamento o la caduta d’una dinastia. La schiavitù, e i mali che l’accompagnano, andavano speditamente estinguendosi.
È cosa degna di nota, come le due più grandi e benefiche rivoluzioni sociali che seguissero in Inghilterra; la rivoluzione, cioè, che nel secolo decimoterzo pose fine alla tirannia di nazione sopra nazione; e quella che, poche generazioni dopo,rapì di mano all’uomo il diritto di possedere l’uomo; chetamente e impercettibilmente si effettuassero. Non destando maraviglia nelle menti degli osservatori contemporanei, esse sono state pochissimo avvertite dagli storici. Non vennero eseguite nè da atti legislativi nè dalla forza fisica. Cagioni puramente morali fecero senza rumore svanire ogni distinzione, dapprima tra Normanni e Sassoni, poscia tra schiavi e padroni. Nessuno potrebbe presumere di determinare il tempo preciso in cui siffatta distinzione cessava. Qualche debole vestigio del vecchio spirito normanno si potrebbe forse ravvisare nel secolo decimoquarto; qualche lieve vestigio dell’istituzione del villanaggio hanno scoperto gli eruditi nell’epoca degli Stuardi: che anzi, tale istituzione fino ai di nostri non è stata abolita con legge particolare.
XIII. Sarebbe ingiusto non riconoscere che lo agente precipuo di queste due grandi emancipazioni fosse la religione; e potrebbe forse dubitarsi che una religione più pura sarebbe stata una causa meno efficiente. Lo spirito benevolo della morale cristiana repugna, fuori d’ogni dubbio, alle distinzioni di casta; ma siffatte distinzioni sono segnatamente odiose alla Chiesa di Roma, come quelle che sono incompatibili con altre distinzioni essenziali al suo sistema. Ella veste i suoi sacerdoti d’una dignità misteriosa che li fa reverendi ad ogni laico; e non considera qualsiasi uomo inetto al sacerdozio per ragioni di nazione o di famiglia. Le sue dottrine concernenti il carattere sacerdotale, per quanto si vogliano reputare fallaci, hanno più volte mitigati non pochi dei mali che affliggono la società. Non può riguardarsi come assolutamente nociva quella superstizione, la quale in paesi afflitti dalla tirannia di razza sopra razza crea una aristocrazia affatto indipendente da ogni razza, inverte le relazioni fra l’oppressore e l’oppresso, e costringe il signore ereditario a prostrarsi innanzi al tribunale spirituale dello schiavo ereditario. Ai dì nostri, in alcuni paesi dove esiste la schiavitù de’ negri, il papismo contrasta vantaggiosamente con le altre forme del Cristianesimo. È noto come la repugnanza tra le razze europee e le affricane non è tanto forte a Rio Janeiro, quanto a Washington. Nella nostra patria, questa peculiarità del sistema cattolico-romano produsse nel medioevo molti benefici effetti. Vero è che, poco dopo la battaglia di Hastings, i prelati e gli abati sassoni vennero violentemente deposti, e che avventurieri ecclesiastici venuti dal Continente furono intrusi a centinaia nei più pingui beneficii. Nonostante, anche allora pii teologi di sangue normanno alzavano la voce contro siffatta violazione degli statuti della Chiesa, ricusavano d’accettare le mitre dalle mani del Conquistatore, e gli ripetevano, minacciandogli la dannazione dell’anima, di non dimenticare che i vinti isolani erano suoi fratelli in Cristo. Il primo protettore che gl’Inglesi trovassero fra la casta dominante, fu lo arcivescovo Anselmo. In un tempo in cui il nome inglese era un rimprovero, e tutti i dignitari civili e militari del regno erano esclusivamente concittadini del Conquistatore, il popolo oppresso ricevè con ineffabile diletto la nuova che Niccola Breakspear, uomo della loro nazione, era stato innalzato al trono papale, dall’alto del quale aveva steso il suo piede al bacio degli ambasciatori uscenti dalle più nobili famiglie normanne. Egli era un sentimento nazionale, non che religioso, quello che conduceva le moltitudini all’altare di Becket, il primo inglese che, dopo la Conquista, fosse formidabile ai tiranni stranieri. Un successore di Becket era principale fra coloro che ottennero quella Carta, la quale assicurò a un tempo i privilegi de’ baroni normanni e quelli della borghesia sassone. Quanto grande fosse l’opera con che gli ecclesiastici cattolici poscia parteciparono alla abolizione del villanaggio, lo raccogliamo dalla veneranda testimonianza di sir Tommaso Smith, uno de’ più savi consiglieri protestanti di Elisabetta. Allorquando il possessore di schiavi dal suo letto di morte chiedeva il conforto de’ sacramenti, il sacerdote esortavalo per la salute dell’anima ad emancipare i suoi fratelli redenti dalla morte di Cristo. La Chiesa aveva con tanto buon esito adoperata una macchina sì formidabile, che, innanzi lo scoppio della Riforma, aveva francati quasi tutti gli schiavi del regno, tranne i i suoi propri, i quali, a sua giusta lode, sembra che venissero benevolmente governati.
Non vi può esser dubbio che allorquando le due predette grandi rivoluzioni seguirono, i nostri antenati erano di gran lunga il popolo meglio governato in Europa. Per trecento anniil sistema sociale è sempre stato in continua via di progresso. Sotto i primi Plantageneti vi furono padroni così potenti da sfidare l’autorità del sovrano, e contadini degradati fino alla condizione degli armenti, di cui erano guardiani. La condizione del contadino si è venuta a poco a poco elevando; fra l’aristocrazia e il popolo degli operai è sorta una classe media, agricola e commerciale. È probabile che tuttavia vi fosse più ineguaglianza di quella che sia necessaria a promuovere la felicità e la virtù della specie umana; ma nessun uomo era affatto al di sopra della legge, nessun uomo reputavasi onninamente al di sotto della protezione di quella.
Che le istituzioni politiche dell’Inghilterra fossero fino da quell’epoca riguardate dagl’Inglesi con orgoglio ed affetto, e dagli uomini più culti delle vicine nazioni con ammirazione ed invidia, è cosa evidentissimamente provata. Ma nel giudicare l’indole di cosiffatte istituzioni, le numerose controversie sono state rapide e disoneste.
XIV. La letteratura storica d’Inghilterra, a dir vero, patì gli effetti di una circostanza, la quale ha contribuito non poco alla sua prosperità. Il grande mutamento che nella sua politica si è venuto operando negli ultimi sei secoli, è stato la conseguenza d’uno sviluppo progressivo; non mai del distruggere e del riedificare. La Costituzione presente del nostro paese è verso la Costituzione con la quale reggevasi cinquecento anni fa, ciò che l’albero è verso l’arbusto, ciò che l’uomo è verso il fanciullo. Le sue variazioni sono state grandi; nondimeno, non vi fu mai un momento in cui la parte principale di ciò che esisteva non fosse antica. Una politica formatasi in tal modo è forza che abbondi di anomalie. Ma per i danni che sorgono dalle semplici anomalie, abbiamo ampie compensazioni. Altri Stati possiedono Costituzioni scritte, belle di maggior simmetria; ma a nessuna altra società è finora venuto fatto di armonizzare la rivoluzione con la prescrizione, il progresso con la stabilità, l’energia della giovinezza con la maestà d’un’antichità immemorabile.
Non per tanto, cotesto gran bene ha seco parecchi inconvenienti; uno de’ quali sta in questo, che le fonti delle nostre nozioni, in quanto alla nostra antica storia, sono state avvelenate dallo spirito di parte. Non essendovi paese in cui,come in Inghilterra, gli uomini di Stato si siano lasciati tanto trascinare dalla influenza del passato, così non vi è paese in cui gli storici si siano lasciati, come i nostri, condurre dall’influenza del presente. A vero dire, fra queste due cose è naturale connessione. Dove la storia viene considerata semplicemente come una pittura della vita e de’ costumi, come una raccolta di esperimenti da cui si possano trarre massime generali di sapienza civile, lo scrittore non è grandemente soggetto alla tentazione di rappresentare sfigurati i fatti seguiti in un’epoca che non è la sua: ma dove la storia viene considerata come un santuario in cui si custodiscono i titoli dai quali pendono i diritti de’ governi e delle nazioni, gl’incentivi a falsificare i fatti diventano pressochè irresistibili. Uno scrittore francese oggimai non è mosso da nessun potente interesse ad esagerare o a spregiare la potenza de’ re della casa di Valois. I privilegii degli Stati Generali, degli Stati della Bretagna, degli Stati della Borgogna, sono oramai cose di piccola importanza pratica, come lo sarebbe la Costituzione del Sinedrio Giudaico o del Consiglio degli Anfizioni. L’abisso d’una grande rivoluzione divide compiutamente il nuovo dal vecchio sistema. Nessuno abisso simigliante divide in due parti distinte la esistenza della nazione inglese. Le leggi e le consuetudini nostre non sono state mai trascinate dall’impeto d’una generale e irreparabile rovina. Presso noi l’autorità del medio evo è tuttavia autorità valida, e viene tuttavia citata, nelle più gravi occasioni, da’ più eminenti uomini di Stato. Diffatti, allorchè il re Giorgio III cadde in quella infermità che lo rese incapace di esercitare le regie funzioni, e i più insigni giureconsulti ed uomini politici opinavano diversamente intorno al partito da prendersi in cosiffatte circostanze, il Parlamento non volle procedere alla discussione di nessun progetto di reggenza, finchè non fossero stati raccolti e posti in ordine tutti gli esempi reperibili nei nostri annali fino dai primissimi tempi della monarchia. Si elessero Commissioni per frugare negli antichi ricordi del regno. Il primo esempio trovato fu quello del 1217; furono considerati come importantissimi gli esempi del 1326, del 1377 e del 1422; ma il caso che venne giudicato come argomento atto a sciogliere la questione fu quello del 1455. In tal guisa,nella patria nostra, i più solenni interessi de’ partiti si sono appoggiati su’ resultamenti delle investigazioni degli antiquari; e fu conseguenza inevitabile che i nostri antiquari eseguissero le investigazioni loro mossi dallo spirito di parte.
E però non è maraviglia che coloro i quali hanno scritto intorno a’ limiti della prerogativa e alla libertà della vecchia politica d’Inghilterra, si siano generalmente mostrati non giudici, ma rabbiosi e poco sinceri avvocati, come quelli che discutevano non di cose speculative, ma di cose che avevano relazione diretta e pratica con le più gravi e calde dispute de’ tempi loro. Dal cominciare della lunga lotta fra il Parlamento e gli Stuardi, fino al tempo in cui le pretese degli Stuardi più non furono formidabili, poche questioni erano più praticamente importanti di quella nella quale trattavasi di stabilire se il governo, così come era stato da quelli amministrato, fosse o no conforme all’antica Costituzione del reame. La questione non potevasi sciogliere soltanto giusta gli esempi tratti da ricordi de’ regni precedenti. Bracton e Fleta, lo Specchietto di giustizia, gli atti del Parlamento, vennero studiosamente frugati, onde trovare pretesti ad attenuare gli eccessi della Camera Stellata da un canto, e dell’Alta Corte di giustizia dall’altro. Per lungo ordine d’anni, ogni storico Whig affaccendossi a provare che l’antico governo inglese era poco meno che repubblicano, ed ogni storico Tory voleva stabilire che esso era poco meno che dispotico.
Animati da tali sentimenti, entrambi frugavano dentro i cronisti del medio evo; entrambi trovavano agevolmente ciò che andavano cercando; e tutti ostinavansi a non vedervi altro che le cose di cui correvano in traccia. I difensori degli Stuardi potevano di leggieri addurre esempi di re che avevano oppressi i sudditi; i difensori delle Teste-Rotonde potevano con uguale agevolezza produrre esempi di resistenza, opposta con buon esito, alla corona.
I Tories citavano da antiche scritture espressioni servili tanto, quanto quelle che si udivano pronunziare dal pulpito di Mainwaring. I Whigs scoprivano espressioni audaci e severe come quelle che Bradshaw faceva risuonare dal banco de’ giudici. Gli uni adducevano numerosi esempi in cui i re avevanoestorti danari da’ popoli senza l’autorità del Parlamento; gli altri citavano casi ne’ quali il Parlamento aveva assunto il potere di punire i re. Coloro che vedevano mezza la verità della questione, avrebbero voluto concludere che i Plantageneti erano stati assoluti come i sultani di Turchia; coloro che ne vedevano l’altra metà, avrebbero voluto concludere che i Plantageneti avevano avuto tanto poco potere, quanto ne avevano i dogi di Venezia: ed ambedue coteste conclusioni aberravano egualmente discoste dal vero.
XV. Il vecchio governo inglese apparteneva alla classe delle monarchie limitate, che nel medio evo sorsero nell’Europa Occidentale; e non ostante che l’una dall’altra differissero non poco, avevano tutte una forte somiglianza di famiglia. Che vi sia stata cotal somiglianza, non è cosa strana; perocchè i paesi in cui sorsero quelle monarchie erano già provincia del medesimo impero grande e incivilito, ed erano stati invasi e conquistati da’ medesimi popoli rozzi ed agguerriti. Erano vincolati dalla stessa credenza religiosa, e congiunti in una medesima grande coalizione contro l’Islamismo. Il loro ordinamento politico quindi prese naturalmente la medesima forma, dacchè le loro istituzioni in parte erano derivate da Roma imperiale, in parte da Roma papale, in parte dalla antica Germania. Tutti avevano re, e presso tutti la dignità regia divenne a poco a poco strettamente ereditaria. Tutti avevano nobili, decorati di titoli che in origine indicavano il grado militare. La dignità della cavalleria e le regole del blasone erano comuni a tutti. Tutti avevano stabilimenti ecclesiastici riccamente dotati, corporazioni municipali godenti larghe franchigie, e senati il cui consenso era necessario alla validità di certi atti pubblici.
XVI. Di tutte coteste Costituzioni affini, la inglese venne fin d’allora giudicata la migliore. Non è dubbio che le prerogative del sovrano fossero estese. Lo spirito religioso e il cavalleresco concorrevano ad esaltarne la dignità. L’olio sacro era stato sparso sul suo capo; e i cavalieri più nobili e più valorosi non si reputavano degradati inginocchiandoglisi dinanzi. La sua persona era inviolabile; egli solo aveva diritto di convocare gli Stati del Regno e di disciorli; e il suo assensoera indispensabile a tutti i loro atti legislativi. Egli era il capo del potere esecutivo, il solo organo di comunicazione co’ potentati stranieri, il comandante delle milizie di terra e di mare, la sorgente d’onde emanavano la giustizia, la grazia e l’onorificenza. Aveva estesi poteri per regolare il commercio: coniava la moneta, determinava i pesi e le misure, stabiliva i porti e i mercati. Il suo patronato ecclesiastico era immenso; le sue rendite ereditarie, amministrate economicamente, bastavano a sostenere le spese ordinarie del governo. Vastissimi erano i suoi propri possedimenti: egli era anzi signore feudale di tutto il suolo del suo regno, e come tale possedeva numerosi diritti lucrativi e formidabili, per mezzo de’ quali egli poteva domare coloro che gli erano avversi, arricchire e far grandi, senza suo detrimento, coloro che gli erano bene affetti.
XVII. Ma il suo potere, quantunque ingente, era limitato da tre grandi principii costituzionali; cotanto antichi, che nessuno poteva indicare il tempo in cui cominciarono ad esistere; e talmente potenti, che il loro naturale sviluppo, continuato per lungo ordine d’anni, ha prodotto le condizioni politiche nelle quali oggimai l’Inghilterra si trova.
Primamente, il re non poteva fare legge alcuna senza il consenso del Parlamento.
In secondo luogo, non poteva imporre tasse senza il consenso del Parlamento.
Da ultimo, egli era tenuto a condurre l’amministrazione esecutiva secondo le leggi del paese, della violazione delle quali dovevano rispondere al popolo i consiglieri e gli agenti del principe.
Nessun Tory, purchè fosse sincero, potrebbe negare che cotesti principii avevano, cinquecento anni fa, acquistato autorità di regole fondamentali. Dall’altro canto, nessun Whig, egualmente schietto, potrebbe affermare che essi fossero, fino ad una epoca più tarda, purificati d’ogni ambiguità, o spinti fino a tutte le loro naturali conseguenze. Una Costituzione nata nel medio evo non era, come una Costituzione del decimottavo o decimonono secolo, creata intieramente in un solo atto, e rinchiusa in un solo documento. Egli è soltanto in un’etàculta ed incivilita che la politica può istituirsi sopra un sistema. Nelle società rozze il progresso del governo somiglia al progresso del linguaggio e della versificazione. Le società rozze hanno una lingua, e spesso copiosa ed energica; ma non hanno grammatica scientifica, non definizioni di nomi e di verbi, non vocaboli per le declinazioni, pei modi, pei tempi. Le rozze società hanno una versificazione, e spesso vigorosa ed armonica; ma non hanno leggi di ritmo; e il menestrello, i canti del quale, armonizzati dalla sola squisitezza dell’udito, formano il diletto de’ popoli, non saprebbe spiegare di quanti dattili o trochei consti ciascuno de’ suoi versi.
Come la eloquenza esiste innanzi la sintassi e il canto innanzi la prosodia, così il governo può esistere in grado d’eccellenza lungo tempo avanti che i limiti de’ poteri legislativo, esecutivo e giudiciario, vengano segnati con precisione.
XVIII. E ciò appunto è seguito nel nostro paese. La linea che circoscriveva la regia prerogativa, tuttochè, generalmente parlando, fosse abbastanza chiara, non era stata in ogni parte tirata con accuratezza o precisione. E però, sull’orlo del terreno assegnatole vi era qualche spazio disputabile, dove seguitarono a succedere invasioni e rappresaglie, finchè, dopo anni ed anni di lotta, furono stabiliti segni evidenti e durabili. Sarebbe pregio dell’opera notare in che modo, e fino a qual punto, i nostri antichi sovrani avessero l’abitudine di violare i tre grandi principii che proteggevano le libertà nazionali.
Nessuno de’ re d’Inghilterra ha mai preteso arrogarsi tutto il potere legislativo. Il più violento dei Plantageneti non si reputò mai competente a decretare, senza il consentimento del suo Gran Consiglio, che ungiurysi dovesse comporre di dieci individui invece di dodici, che la dote d’una vedova dovesse essere la quarta parte del patrimonio invece della terza, che lo spergiuro dovesse reputarsi delitto di fellonia, e che la consuetudine di dividere gli averi in parti uguali fra i maschi d’una famiglia dovesse introdursi nella contea di York.[2]Ma il re aveva il potere di perdonare i colpevoli; e vi è un punto in cuiil potere di perdonare e quello di far leggi sembrano di leggeri confondersi fra loro. Uno statuto penale viene virtualmente annullato, se le penalità che esso impone sono regolarmente rimesse ogni qualvolta vi è luogo ad applicarle. Il sovrano, senza alcun dubbio, era competente a condonare le punizioni, e in ciò il suo diritto non aveva limiti; e per tal ragione, egli poteva annullare virtualmente uno statuto penale. Sembrerebbe che non vi fossero serie obiezioni a lasciargli fare formalmente ciò che virtualmente poteva fare. In tal guisa, con l’aiuto di giureconsulti sottili e cortigiani, formossi, sul confine dubbio che separa le funzioni legislative dalle esecutive, quella grande anomalia che chiamasi potestà di dispensare.
Che il re non potesse imporre tasse senza il consenso del Parlamento, generalmente si ammette essere stata, da tempo immemorabile, legge fondamentale della monarchia inglese. Era uno degli articoli che i Baroni costrinsero il re Giovanni a firmare. Eduardo I tentò di violare quella legge; ma, nonostante che fosse uomo destro, potente e popolare, trovò tale opposizione che gli parve utile di cedere. Promise quindi in termini espressi, a nome di sè e de’ suoi eredi, che nessuno di loro avrebbe mai imposto balzelli di veruna specie senza l’assenso e la libera volontà degli Stati del regno. Il suo potente e vittorioso nipote provossi di infrangere cotesto patto solenne; ma trovò validissima resistenza. Finalmente, i Plantageneti, disperati di riuscirvi, rinunziarono a cotali pretese. Ma, comecchè fossero avvezzi ad infrangere la legge apertamente, studiaronsi, secondo le occasioni, eludendola, di estorcere temporaneamente delle somme straordinarie. Era loro inibito di imporre tasse, ma reclamarono il diritto di chiedere e di tôrre in prestito. E però talvolta chiesero con un linguaggio tale, da non distinguersi dall’espressione di un comando; e tal’altra tolsero in prestito con poco pensiero di rendere. Ma il solo fatto di stimar necessario il mascherare simiglianti esazioni sotto nome di donativi o di prestiti, prova a sufficienza che l’autorità del gran principio costituzionale era universalmente riconosciuta.
Il principio che il re d’Inghilterra era tenuto a condurrel’amministrazione secondo la legge, e che qualora egli facesse alcuna cosa contro la legge, i suoi consiglieri ed agenti erano responsabili, fu stabilito ne’ tempi primitivi della Costituzione; come ne sono prova bastevole i severi giudizi pronunziati ed eseguiti contro molti favoriti del principe. Non per tanto, gli è certo che i diritti degli individui vennero spesso violati dai Plantageneti, e che le parti offese spesso furono nella impossibilità di ottenere giustizia. Secondo la legge, la tortura, che è una macchia della romana giurisprudenza, non poteva, in nessun caso, essere inflitta ad un suddito inglese. Nondimeno, nelle turbolenze del secolo decimoquinto, la tortura venne introdotta nella Torre di Londra, e, secondo le occasioni, se ne faceva uso sotto pretesto di necessità politica. Ma sarebbe grave errore inferire da siffatte irregolarità, che i monarchi d’Inghilterra fossero, in teoria o in pratica, assoluti. Noi viviamo in una società altamente incivilita, in cui le nuove sono così rapidamente propagate per mezzo della stampa e degli uffici postali, che ogni qualunque atto notorio d’oppressione commesso in qualunque parte della nostra isola viene, in poche ore, discusso da milioni d’uomini. Se un sovrano inglese facesse oggimai murar vivo dentro una parete un suddito, in aperta violazione dell’Habeas corpus, o mettere un cospiratore alla tortura, tal nuova elettrizzerebbe in un attimo l’intiera nazione.
Nel medio evo le condizioni della società erano grandemente diverse. Rade volte e con molta difficoltà i torti fatti agli individui pervenivano a cognizione del pubblico. Un uomo poteva illegalmente essere confinato per molti mesi nel castello di Carlisle e di Norwich, senza che nè anche un bisbiglio della cosa arrivasse in Londra. È molto probabile che la tortura fosse stata in uso molti anni innanzi che la gran maggioranza della nazione ne concepisse il minimo sospetto. Nè i nostri antichi erano in nessun modo così gelosi, come siamo noi, dell’importanza di osservare le grandi regole generali. L’esperienza ci ha insegnato che non possiamo senza pericolo patire che passi in silenzio la minima violazione dello Statuto. E perciò ormai universalmente si pensa che un governo il quale senza necessità ecceda i suoi poteri, debba essere colpito disevera censura parlamentare; e che un governo, il quale, spinto da una grande urgenza e da intenzioni pure, ecceda i suoi poteri, debba senza indugio rivolgersi al Parlamento per un atto d’indennità. Ma non era tale il sentire degl’Inglesi de’ secoli decimoquarto e decimoquinto. Essi erano poco disposti a contendere per un principio semplicemente come principio, ed a biasimare una irregolarità che non era reputata atto d’oppressione. Finchè lo spirito generale del governo mantenevasi mite e popolare, erano proni ad accordare qualche latitudine alle azioni del loro sovrano. Se per uno scopo che si reputasse sommamente lodevole, egli faceva uso di un vigore che travarcava i confini segnati dalla legge, essi non solo gli perdonavano, ma lo applaudivano; e mentre godevano sicurezza e prosperità sotto il suo imperio, erano solleciti a credere che chiunque fosse incorso nella sua collera, ne era stato meritevole. Ma siffatta indulgenza aveva anche un limite; nè era savio quel principe che affidavasi sulla tolleranza del popolo inglese. Potevano talvolta concedergli ch’ei trapassasse la linea costituzionale; ma dal canto loro reclamavano il privilegio di trapassarla anch’essi tutte le volte che le sue usurpazioni erano tali da svegliare sospetto negli animi di tutti. Se, non contento di opprimere di quando in quando qualche individuo, osava opprimere le popolazioni, i suoi sudditi subitamente appellavansi alla legge; e riuscendo infruttuoso cotale appello, ricorrevano, senza mettere tempo in mezzo, al Dio delle battaglie.
XIX. Potevano, a dir vero, tollerare in un re pochi eccessi; perocchè potevano sempre appigliarsi al partito di opporgli un ostacolo, che tosto conducesse alla ragione il più fiero e superbo dei principi,—l’ostacolo della forza fisica. Torna difficile ad un inglese del secolo decimonono immaginare la facilità e prestezza con che, quattrocento anni fa, tale specie d’ostacolo operasse. Oggigiorno i popoli sono disavvezzi dall’uso delle armi; l’arte della guerra è stata condotta ad una perfezione ignota ai nostri antenati, la conoscenza della quale è circoscritta in una classe peculiare d’individui. Centomila soldati, ben disciplinati e guidati da esperti capitani, bastano a domare parecchi milioni d’artigiani e di contadini.Pochi reggimenti di milizie cittadine servono ad impaurire ed attutire gli spiriti di una vasta metropoli. Frattanto, lo effetto del continuo progresso della ricchezza è stato quello di rendere la insurrezione più temibile di quello che sia la cattiva amministrazione. Immense somme sono state spese in opere che, nel caso di uno scoppio repentino di ribellione, potrebbero tra poche ore reprimerla. La massa della ricchezza mobile cumulata nelle botteghe e ne’ magazzini di Londra, da sè sola sorpassa cinquecento volte quella che tutta l’isola conteneva ne’ giorni dei Plantageneti; e se il governo venisse rovesciato dalla forza materiale, tutta cotesta ricchezza mobile sarebbe esposta all’imminente rischio di spoliazione e di distruzione. Sarebbe anche maggiore il pericolo del credito pubblico, da cui direttamente dipende la sussistenza di migliaia di famiglie, ed a cui inseparabilmente va connesso il credito di tutto il mondo commerciale. Non sarebbe esagerazione affermare, che una settimana di guerra civile in Inghilterra oggidì produrrebbe tali disastri, che i suoi effetti, facendosi sentire da Hoangho fino al Missouri, si riconoscerebbero per il corso d’un secolo. In simili condizioni sociali, è d’uopo considerare la resistenza come un sistema di cura più disperata di qualunque infermità potesse affliggere lo Stato.
Nel medio evo, all’incontro, la resistenza era un rimedio ordinario ai mali politici; rimedio che era sempre pronto, e comunque di certo fosse amaro in sul momento, non produceva profonde e durevoli conseguenze sinistre. Se un capopopolo alzava il proprio vessillo per la causa del popolo, in un solo giorno poteva raccogliere una armata irregolare; dacchè di regolari non ve n’era nessuna. Ciascun uomo aveva una certa conoscenza della professione del soldato, ma null’altro più che una leggiera conoscenza. La ricchezza nazionale consisteva principalmente in greggi ed armenti, nelle ricolte dell’anno, e nelle semplici abitazioni dentro le quali s’annidavano le genti. Tutte le masserizie, gli arnesi delle botteghe, le macchine reperibili nel reame, erano di minor valore di quello che sia ciò che qualche parrocchia dei giorni nostri contiene. Le manifatture erano rozze, il credito quasi nullo. La società quindi si riaveva dal colpo, subito appena cessatoil conflitto. Le calamità della guerra civile limitavansi alle stragi che seguivano nel campo di battaglia, ed a poche punizioni capitali o confische. In meno d’una settimana dopo, il contadino ripigliava il suo aratro, e il gentiluomo sollazzavasi a mandare in aria il falcone ne’ campi di Towton, o di Bosworth, come se nessun evento straordinario fosse sopraggiunto ad interrompere il corso regolare della vita umana.
Oramai sono trascorsi centosessanta anni, dacchè il popolo inglese rovesciò con forza il governo del paese. Ne’ cento e sessanta anni che precessero la unione delle due Rose, regnarono in Inghilterra nove re, sei dei quali vennero cacciati dal trono, cinque vi perderono la corona e la vita. Per la quale cosa, egli è evidente che il paragonare la nostra politica antica alla moderna deve inevitabilmente condurre alle più erronee conclusioni, qualora non si conti per molto l’effetto di quelle restrizioni che la resistenza, o la paura della resistenza, imponeva sempre ai Plantageneti. E poichè i nostri antichi avevano contro la tirannide una importantissima guarentigia che a noi manca, potevano porre in non cale quelle tali guarentigie che noi stimiamo di grandissimo momento. Non potendo noi, senza il pericolo di danni da’ quali rifugge la nostra immaginazione, adoperare la forza fisica come un ostacolo contro il mal governo, è per noi cosa evidentemente saggia essere gelosissimi di tutti i poteri costituzionali raffrenanti il mal governo; spiare scrupolosamente ogni principio d’usurpazione; e non patire mai che nessuna irregolarità, quand’anche fosse d’indole innocua, passi senza essere combattuta, ove non possa allegare a favor suo l’esempio di atti precedenti. Quattrocento anni indietro questa minuta vigilanza poteva non essere necessaria. Una nazione d’intrepidi arcieri e lancieri poteva, con poco periglio delle sue libertà, mostrarsi connivente a qualche atto illegale nella persona di un principe, del quale l’amministrazione fosse generalmente buona, e il trono non difeso nè anche da una compagnia di soldati regolari.