XVII. Intanto il Governo aveva, anche in Inghilterra, perduta la sua popolarità. I realisti avevano cominciato a contenderecon la Corte e fra loro stessi; e la parte vinta, calpesta, e, come pareva, annientata, ma che serbava tuttavia un vigoroso principio di vita, alzò nuovamente il capo, e rinnovò la interminabile guerra.Quando anche l’amministrazione avesse proceduto scevra di falli, l’entusiasmo con che il popolo aveva salutato il ritorno del Re e la fine della tirannide militare, non avrebbe potuto durare; avvegnachè sia legge di natura, che a tali repentini eccitamenti tenga dietro la calma. Il modo onde la Corte abusò della propria vittoria, affrettò e rese compiuta cotesta calma. Ogni uomo moderato mal pativa la insolenza, la crudeltà, la perfidia, con che venivano trattati i non-conformisti. Le leggi penali avevano efficacemente purgata la parte oppressa di quegli individui poco sinceri, i vizi de’ quali le scemavano la reputazione; e l’avevano resa di nuovo una società di onesti uomini e pii. Il Puritano vincitore, governante, persecutore, sequestratore, era stato aborrito, tradito, bistrattato, abbandonato da’ temporeggiatori che ne’ giorni prosperi gli avevano giurata fratellanza, cacciato via dal proprio tetto, interdetto sotto pene severe a pregare o ricevere i sacramenti secondo la propria coscienza; e, non ostante, sempre fermo nel proposito di obbedire a Dio meglio che all’uomo, era, in onta a certe spiacevoli rimembranze, obietto di pietà e riverenza a tutte le menti diritte. Cotesti sentimenti divennero più forti allorchè corse la voce che la Corte non intendeva trattare i Papisti col medesimo rigore con che aveva trattati i Presbiteriani. Nacque in cuore di molti il sospetto che il Re e il Duca non fossero protestanti sinceri. Molti, oltre a ciò, che non avevano potuto soffrire l’austerità ed ipocrisia de’ Farisei della Repubblica, cominciarono a sentire maggiore disgusto della impudente corruttela della Corte e de’ Cavalieri, e inclinavano a dubitare che l’austera rigorosità di Laudaddio Barebone non fosse da preferirsi all’oltraggiosa profanazione e licenza dei Buckingham e dei Sedley. Anche quegli uomini immorali che non erano estranei al sentimento e allo spirito pubblico, querelavansi vedendo il Governo trattare le cose più gravi come pretti trastulli, e considerare le cose da nulla come cose gravi. Poteva ad un Re perdonarsi ch’ei sisvagasse col vino, col brio, con le donne; ma era intollerabile ch’egli si perdesse oziando e immerso ne’ piaceri, che le più gravi faccende dello Stato fossero trascurate, e che gli ufficiali pubblici morissero di fame, mentre devastavansi le finanze onde arricchire meretrici e parassiti.Gran numero di realisti facevano eco a tali querimonie, ed aggiungevano molte pungenti considerazioni intorno la ingratitudine del Re. Veramente, le intere sue entrate non sarebbero bastate a rimunerarli secondo ch’essi credevano di meritare. Perocchè, ad ogni impoverito gentiluomo che aveva combattuto sotto Rupert o Derby, i propri servigi parevano eminentemente meritorii, e i propri danni eminentemente duri. Ciascuno aveva sperato, sia che si fosse degli altri, ch’ei verrebbe con larghezza ricompensato di tutte le perdite sostenute nelle lotte civili, e che la restaurazione della monarchia avrebbe restaurato i suoi beni dilapidati. Nessuno di questi speranzosi potè frenare lo sdegno, allorquando trovossi così povero sotto il Re, come era stato sotto il Parlamento repubblicano o sotto il Protettore. La negligenza e la stravaganza della Corte svegliò la collera di cotesti leali veterani. Dicevano giustamente, che mezzi i tesori che il Re profondeva a beneficio delle concubine e de’ buffoni, potevano racconsolare i cuori di centinaia de’ vecchi Cavalieri, i quali dopo d’avere abbattuti i boschi e fuse le argenterie loro onde soccorrere il padre suo, adesso erravano intorno in povero arnese, e non sapevano dove rivolgersi per un tozzo di pane.Nel tempo stesso, le rendite improvvisamente ribassarono. La entrata d’ogni possidente di terre scemò di cinque scellini per ogni lira sterlina. In ogni Contea del Regno levossi il grido della miseria agricola; di che, secondo il costume, fu chiamato in colpa il Governo. I gentiluomini, costretti a diminuire le loro spese, vedevano con isdegno il crescente splendore e la profusione di Whitehall, e fermamente credevano che la pecunia la quale doveva servire al sostegno delle loro famiglie, era passata, in modo inesplicabile, ai favoriti del Re.Tutti gli animi, quindi, divennero esacerbati in guisa, che ogni atto pubblico eccitava il malcontento. Carlo aveva sposataCaterina principessa di Portogallo. Tale matrimonio generalmente dispiacque; e le mormorazioni divennero più forti allorchè si conobbe che il Re non aveva speranza di discendenti legittimi. Dunkerque, tolta alla Spagna da Oliviero, fu venduta a Luigi XIV Re di Francia. Ciò riaccese lo sdegno in cuore di tutti gl’Inglesi, i quali cominciavano ad osservare con inquietudine il progresso della potenza francese, e a sentire per la Casa de’ Borboni ciò che gli avi loro avevano sentito per la Casa d’Austria. Domandavano se fosse cosa savia in tempo siffatto aggiungere forza ad una Monarchia troppo formidabile. Dunkerque, inoltre, veniva considerata dal popolo, non solamente come piazza d’armi e chiave de’ Paesi Bassi, ma anche come trofeo del valore inglese. Essa era per i sudditi di Carlo ciò che Calais era stata pei loro antenati, e ciò che la rocca di Gibilterra, difesa con tanto valore, in tempi pieni di disastri e pericoli, contro le flotte e le armate di una potente coalizione, è per noi stessi. La economia sarebbe stata una valida scusa, se l’avesse allegata un Governo economo. Ma sapevano tutti che le spese necessarie a mantenere Dunkerque erano frivole, di fronte alle somme che nella Corte dissipavansi in vizi e follie. E’ pareva cosa da non potersi patire, che un sovrano smisuratamente prodigo in tutto ciò che spettava ai propri piaceri, dovesse mostrarsi avaro in tutto ciò che spettava alla sicurezza ed all’onore dello Stato.Il pubblico malcontento si fece maggiore allorquando si conobbe che, mentre Dunkerque erasi abbandonata sotto pretesto d’economia, la fortezza di Tangeri, la quale era parte della dote della Regina Caterina, fu riparata ed armata con enormi spese. Tangeri non racchiudeva memorie gradite all’orgoglio nazionale; non poteva in nessun modo promuovere gl’interessi della nazione; avvolgeva il paese in una guerra ingloriosa, non proficua e interminabile, con le semiselvagge tribù de’ Mussulmani; ed era posta in un clima grandemente nocivo alla sanità ed al vigore della razza inglese.XVIII. Ma le mormorazioni provocate da cotesti falli erano deboli, in agguaglio de’ clamori che scoppiarono appena il Governo ebbe dichiarata la guerra alle Provincie Unite. La Camera de’ Comuni sollecitamente votò somme di danaro senzaesempio nella nostra storia, somme superiori a quelle che erano bastate a mantenere le flotte e le armate di Cromwell nel tempo in cui il suo potere faceva tremare tutto il mondo. Ma fu tanta la stravaganza, la disonestà, la incapacità de’ suoi successori, che siffatta liberalità riuscì peggio che inutile. Gli adulatori di Corte, inetti a contendere contro i grandi uomini che allora comandavano le armi olandesi, contro un uomo di Stato come De Witt, e contro un capitano come De Ruytor, impinguaronsi con subiti guadagni; mentre i marinai ammutinavansi per fame, gli arsenali rimanevano senza guardie, e le navi erano sdrucite e prive di arnesi. In fine, fu risoluto di abbandonare ogni pensiero di guerra offensiva; ma subito fu a tutti manifesto, che anche una guerra difensiva era soma troppo grave per il Governo. La flotta olandese si spinse su pel Tamigi, ed incendiò le navi da guerra che stavano ancorate a Chatham. Si sparse la voce che in quello stesso giorno in cui l’onore inglese rimase umiliato, il Re gozzovigliava con le femmine del suo serraglio, e svagavasi dando la caccia ad una farfalla dentro la sala da cena. Allora e’ fu che tarda giustizia venne resa alla memoria d’Oliviero. In ogni dove magnificavasi il valore, lo ingegno, l’amor patrio di lui. In ogni dove rammentavasi come, lui governante, tutti i potentati stranieri tremassero al nome della Inghilterra; come gli Stati Generali, adesso così altieri, gli si fossero rispettosamente inchinati: ed appena si conobbe ch’ei più non era, la città d’Amsterdam venisse tutta illuminata quasi in segno di liberazione, e i fanciulli corressero attorno i canali gridando con gioia che il Diavolo era morto. Anche i realisti esclamavano che lo Stato non poteva salvarsi, se non chiamando sotto le armi i vecchi soldati della Repubblica. Tosto la metropoli cominciò a provare le miserie dell’assedio. Mancavano i combustibili. Il forte di Tilbury, luogo d’onde Elisabetta aveva scherniti gli oltraggi di Parma e di Spagna, venne insultato dagl’invasori. I cittadini di Londra, per la prima ed ultima volta, udirono il rimbombo de’ cannoni forestieri. Venne proposto in Consiglio di abbandonare la Torre, qualora il nemico si spingesse innanzi. Grosse torme di popolo accalcavano nelle strade gridando che l’Inghilterra era venduta. Le case ei cocchi de’ Ministri furono aggrediti dalla plebaglia; e il Governo temeva di dovere combattere a un tempo la invasione e la insurrezione. Vero è che lo estremo pericolo durò poco. Venne concluso un trattato assai diverso da quelli ai quali Oliviero aveva costume di apporre la firma; e la nazione riebbe la pace, ma il suo contegno fu poco meno minaccioso e tristo di quello che aveva mostrato nei giorni della imposta per mantenere la flotta.I mali umori generati dalla pessima amministrazione, furono accresciuti da calamità che la migliore amministrazione non avrebbe potuto scansare. Mentre inferociva la guerra ignominiosa con la Olanda, Londra patì due disastri gravi che, in tempo si breve, non afflissero mai tanto città nessuna. Una pestilenza, assai più orribile di qualunque altra nello spazio di tre secoli avesse visitata l’isola, mietè in sei mesi centomila e più creature umane; ed appena i carri mortuari avevano cessato di andare attorno, quando un incendio, quale non s’era mai veduto in Europa dopo il bruciamento di Roma sotto Nerone, ridusse in rovine la città tutta quanta, dalla Torre fino al Tempio, e dal fiume sino a Smithfield.XIX. Se, mentre la nazione travagliavasi fra tante sciagure e tante umiliazioni, vi fosse stata una elezione generale, le Teste-Rotonde avrebbero probabilmente riacquistata la preponderanza nello Stato. Ma il Parlamento era tuttavia popolato di Cavalieri, eletti nello entusiasmo della lealtà che aveva seguita la Restaurazione. Nondimeno, tosto fu noto a tutti che nessuna Legislatura Inglese, leale quanto si volesse, si terrebbe paga d’essere ciò che la Legislatura era stata sotto i Tudors. Dalla morte d’Elisabetta fino alla vigilia della guerra civile, i Puritani che predominavano nel corpo rappresentativo, avevano sempre più, destramente adoperando il potere della borsa, usurpato nel campo del Potere Esecutivo. I gentiluomini, i quali, dopo la Restaurazione, sedevano nella Camera Bassa, comecchè abborrissero il nome de’ Puritani, erano lieti di avere raccolti i frutti della politica puritana. Certo, desideravano molto di valersi del potere che esercitavano nello Stato, onde rendere il Re potente e rispettato dentro il Regno e fuori: ma erano determinati a non lasciarsi privaredi tale potere. La grande rivoluzione inglese del secolo decimosettimo, val quanto dire il trapasso del supremo sindacato dell’amministrazione esecutiva dalla Corona alla Camera de’ Comuni, procedette, durante la lunga esistenza di quel Parlamento, con rapidità e fermezza. Carlo, impoverito da’ suoi vizi e dalle sue follie, aveva mestieri di danari, e non poteva procacciarsene se non per concessione de’ Comuni; ai quali non poteva impedirsi di porre a prezzo le loro concessioni. Il prezzo che vi posero fu questo, che venisse loro conceduto d’immischiarsi in ciascuna delle prerogative del Re; di forzarlo ad approvare le leggi che a lui spiacessero; licenziare Ministeri; dettare la condotta da tenersi nella politica estera, ed anche dirigere l’amministrazione della guerra. All’ufficio ed alla persona del Re professavansi altamente affettuosi e devoti. Ma ricusavano di obbedire a Clarendon, e gli si scagliarono contro, con furore pari a quello con che i loro predecessori avevano tempestato Strafford.XX. Le virtù e i vizi di quel Ministro cooperarono alla sua ruina. Era il capo apparente dell’amministrazione, e quindi veniva considerato mallevadore anche di quegli atti ai quali fortemente, ma invano, erasi opposto in Consiglio. I Puritani, e tutti coloro che ne sentivano pietà, lo reputavano qual bacchettone implacabile, un secondo Laud, fornito di maggiore intelligenza. Aveva sempre sostenuto che l’Atto d’Indennità dovesse rigorosamente osservarsi; ed in ciò la sua condotta, quantunque fosse per lui singolarmente onorevole, lo rese odioso a tutti quei realisti, i quali bramavano di rifarsi delle perdite sostenute nelle sostanze, citando le Teste-Rotonde a pagare i danni. I Presbiteriani di Scozia gli attribuivano la caduta della loro Chiesa. I Papisti d’Irlanda lo addebitavano della perdita delle loro terre. Come padre della Duchessa di York, aveva cagione a desiderare che la Regina fosse sterile; e però cadde in sospetto di avere proposta al Re una sposa che non poteva dargli prole. La vendita di Dunkerque venne a lui giustamente ascritta. Con meno giustizia gli chiedevano ragione della guerra con la Olanda. La sua indole accensibile, l’arrogante contegno, la impudente avidità di ricchezze, la ostentazione con che le profondeva, la sua pinacotecapiena dei capolavori di Vandyke che un tempo avevano adornate le sale degli impoveriti Cavalieri, il suo palagio che spiegava una lunga e magnifica facciata di contro alla reggia di più umile aspetto, gli provocarono contro molte meritate e non meritate censure. Quando la flotta olandese era nelle acque del Tamigi, la rabbia del popolaccio si scagliò precipuamente contro il Cancelliere. Gli ruppero le finestre, gli devastarono il giardino, e inalzarono una forca dinanzi alla sua casa. Ma in nessun luogo era tanto detestato, quanto nella Camera de’ Comuni. Non vedeva come celeremente si approssimasse il tempo in cui la Camera, seguitando ad esistere, diventerebbe il potere supremo nello Stato; il governarla sarebbe la parte più importante della politica; e senza l’aiuto di uomini che padroneggiassero le orecchie di cotesta Camera, sarebbe impossibile tirare innanzi il Governo. Ei persisteva ostinatamente a considerare il Parlamento come un corpo in nulla diverso da quello che esisteva quaranta anni innanzi, allorchè egli si pose a studiare Diritto nel Tempio. Non intendeva a privare la legislatura de’ poteri ad essa inerenti secondo l’antica Costituzione del Regno; ma il nuovo esplicamento di cosiffatti poteri, quantunque fosse naturale, inevitabile, e da non potersi fermare se non se distruggendoli affatto, spiacevagli e lo metteva in paura. Niuna cosa lo avrebbe indotto ad apporre il gran sigillo a un decreto fatto ad esigere la imposizione per le navi, o votare in Consiglio di chiudere dentro la Torre un membro del Parlamento, reo di avere liberamente favellato in una discussione: ma quando la Camera de’ Comuni cominciò a voler sapere in che modo il denaro votato per la guerra era stato speso, e togliere ad esame la pessima amministrazione della flotta, egli arse di sdegno. Tale esame, secondo lui, era fuori delle attribuzioni della Camera. Ammetteva che essa era una Assemblea lealissima, che aveva resi buoni servigi alla Corona, e che le sue intenzioni erano ottime; ma, tanto in pubblico quanto in privato, ei coglieva ogni destro per manifestare la propria inquietudine nel vedere gentiluomini così affettuosi della Monarchia, invadere sconsigliatamente le prerogative del Monarca. Diceva che, comunque lo spirito loro differisse grandemente da quellode’ membri del Lungo Parlamento, nulladimeno gli imitavano mestando in cose che stavano oltre la sfera degli Stati del reame, ed erano soggette all’autorità sola della Corona. Affermava che il paese non sarebbe mai governato convenevolmente, finchè i rappresentanti delle Contee e de’ borghi non fossero paghi di essere ciò che i loro predecessori erano stati nei tempi di Elisabetta. Respinse sdegnosamente, come indigesti progetti, incompatibili con l’antica politica inglese, tutti que’ disegni che uomini assai più di lui conoscitori de’ sociali bisogni proponevano a fine di mantenere la buona intelligenza tra la Corte e i Comuni. Il suo contegno verso gli oratori giovani che andavano acquistando reputazione ed autorità nella Camera Bassa, era sgraziato: gli riuscì di renderseli, forse senza eccettuarne nè anche un solo, mortali nemici. A vero dire, uno de’ suoi falli più gravi fu lo stemperato dispregio ch’egli affettava per la gioventù; dispregio tanto meno giustificabile, in quanto la esperienza che aveva nella politica inglese non era affatto proporzionata alla età sua. Imperciocchè era vissuto tanti anni lungi dalla patria, ch’ei conosceva la società fra mezzo alla quale trovossi appena ritornato, meno di quanto la conoscessero molti uomini che avrebbero potuto essergli figli.Per tali ragioni, la Camera de’ Comuni non lo poteva patire; mentre per ragioni assai diverse ei non piaceva alla Corte. La sua morale, non che la sua politica, erano quelle della precedente generazione. Anco quando studiava Diritto, vivendo in compagnia di giovani amanti del brio e de’ piaceri, la sua gravità naturale e i suoi principii religiosi lo avevano preservato dal contagio delle dissolutezze in voga: non era, dunque, verosimile che negli anni maturi diventasse libertino. I vizi degli allegri giovani ei guardava con quasi tanta avversione acre e sprezzante, quanta ne sentiva per gli errori teologici de’ settari. Non lasciava mai fuggire il destro di schernire i mimi, i folleggianti e i cortigiani che riempivano la reggia; e gli ammonimenti che dava al Re stesso erano molto pungenti, e—il che anco più spiaceva a Carlo—molto prolissi. Nè anche una voce levossi a difendere un Ministro colpito dall’odio dei falli che provocavano il furore del popolo, e da quellodelle virtù che tornavano moleste e importune al sovrano. Southampton non era più. Ormond compì i doveri d’amicizia con energia e fedeltà, ma invano. Il Cancelliere fu avvolto in una grande rovina. Il Re gli tolse i sigilli; la Camera de’ Comuni lo pose in istato d’accusa; la sua vita non rimase sicura; ei fuggì dal paese; un editto lo dannava ad esilio perpetuo; e coloro che lo avevano assalito, minandogli il terreno di sotto ai piedi, si misero a contendere per dividersi le spoglie del caduto.Il sacrificio di Clarendon ammorzò un poco la sete di vendetta che ardeva nel popolo. Nondimeno, l’ira sua, rieccitata dalla profusione e dalla negligenza del Governo, e dalla pessima condotta della ultima guerra, non era per nulla spenta. I consiglieri di Carlo, tenendo dinanzi agli occhi la miseranda sorte del Cancelliere, trepidavano per la propria sicurezza. Avvertirono, quindi, il loro signore a calmare la irritazione che prevaleva nel Parlamento e per tutto il paese, ed a tal fine appigliarsi ad un provvedimento che non ha nulla di simile nella storia degli Stuardi, e che era degno della prudenza e magnanimità d’Oliviero.XXI. Siamo adesso pervenuti ad un punto, in cui la storia della grande rivoluzione inglese principia a complicarsi con la storia della politica straniera. La potenza spagnuola veniva, da molti anni, volgendo in basso. Egli è vero che possedeva tuttavia in Europa il Milanese, le Due Sicilie, il Belgio e la Franca Contea; e che in America i suoi dominii distendevansi da ambi i lati dello equatore, al di là de’ confini della zona torrida. Ma cotesto grande corpo era stato colpito da paralisi, e non solo era incapace di molestare gli altri Stati, ma non valeva, senza l’altrui soccorso, a respingere l’aggressione. La Francia, senza nessun dubbio, era la più grande delle Potenze europee. I suoi mezzi d’allora in poi sono venuti sempre crescendo, ma non così celeremente come quelli dell’Inghilterra. È uopo rammentare, che centottanta anni fa, lo Impero di Russia era affatto fuori del sistema politico d’Europa, al pari dell’Abissinia o del Siam; che la casa di Brandeburgo era appena più potente di quella di Savoia; e che la Repubblica degli Stati-Uniti non esisteva affatto.La potenza francese quindi, benchè tuttora sia considerevole, è relativamente scemata. Il suo territorio ai tempi di Luigi XIV non era esteso come ai dì nostri; ma era grande, unito, fertile, bene adatto all’offesa ed alla difesa, posto sotto un bel clima, e popolato da genti valorose, operose ed industri. Lo Stato era implicitamente retto da una sola mente suprema. I grandi feudi, che, trecento anni avanti, erano in tutto, tranne nel nome solo, principati indipendenti, erano stati annessi alla Corona. Solo pochi vecchi potevano rammentarsi dell’ultima ragunanza degli Stati Generali. La resistenza che gli Ugonotti, i Nobili e i Parlamenti avevano opposta al regio potere, era stata annientata da’ due grandi Cardinali, che per lo spazio di quaranta anni avevano governata la nazione. Il Governo era un pretto dispotismo; ma, almeno verso le classi elevate, dispotismo mite e generoso, e temperato da modi cortesi e da sentimenti cavallereschi. I mezzi de’ quali poteva disporre il Sovrano, erano per quell’età veramente formidabili. La sua rendita, riscossa, a dir vero, per mezzo di tassazioni severe ed ineguali, che pesavano gravemente sopra i coltivatori del suolo, sorpassava d’assai quella d’ogni altro potentato. Il suo esercito, egregiamente disciplinato e comandato dai più grandi Generali che allora vivessero, era già composto di centoventi e più mila uomini. Tanto numero di truppe regolari non s’era mai veduto in Europa, dalla caduta dello Impero Romano in poi. Tra le Potenze marittime, la Francia non era la prima. Ma, comecchè avesse rivali, non era inferiore a nessuna. Era tale la sua forza negli ultimi quaranta anni del secolo decimosettimo, che nessun nemico poteva da sè solo resisterle; e due grandi coalizioni, nelle quali mezza la Cristianità le moveva contro, non ebbero prospero successo.XXII. Le doti personali del Re francese accrescevano il rispetto che veniva ispirato dal potere e dalla importanza del suo reame. Non vi fu mai Sovrano che rappresentasse con più dignità e grazia la maestà d’un grande Stato. Egli era il suo proprio primo Ministro, e, compiva i doveri di quell’arduo ufficio con tale abilità ed industria, che non potevano a ragione aspettarsi in un uomo che fino dalla infanzia aveva portatala Corona, ed era stato circondato da una folla d’adulatori innanzi che fosse in istato di parlare. Aveva mostrato di possedere in grado eminente due pregii inestimabili in un principe: lo ingegno, cioè, di scegliere i suoi servi; e quello di addossare a sè stesso la parte precipua del credito degli atti loro. Nelle relazioni co’ potentati stranieri fu alquanto generoso, ma non mai giusto. Agli alleati infelici, i quali gettavansi ai suoi piedi, e non avevano altra speranza che nella sua commiserazione, largì la propria protezione con disinteresse romantico, che sembrava meglio convenire ad un cavaliere errante, che ad un uomo di Stato. Ma ruppe senza scrupolo o vergogna i vincoli più sacri della fede pubblica, ogni qualvolta essi toccavano il suo interesse, o ciò che egli chiamava sua gloria. La sua perfidia e violenza, nondimeno, eccitavano meno inimicizia di quello che facesse la insolenza con che rammentava di continuo ai vicini la sua grandezza e la piccolezza loro. In quel tempo non era caduto in quell’austera divozione, la quale poscia dette alla sua Corte la sembianza d’un monastero. Era invece licenzioso, benchè non così frivolo ed indolente, come il suo confratello d’Inghilterra. Era sinceramente cattolico romano; e la coscienza e la vanità sue lo spingevano a adoperare la propria possanza onde difendere e propagare la vera fede, secondo lo esempio de’ suoi famosi predecessori, Clodoveo, Carlomagno e San Luigi.I nostri antichi consideravano con grave sospizione la crescente potenza della Francia. Tale sentimento, in sè perfettamente ragionevole, era misto ad altri meno degni di lode. La Francia era nostra vecchia nemica. Contro essa erano state combattute le battaglie più famose di cui facessero ricordo gli annali nostri. Il conquisto della Francia era stato due volte fatto dai Plantageneti. La perdita della Francia era stata lungo tempo rammentata come un grande disastro nazionale. Del titolo di Re di Francia seguitavano ad insignirsi i nostri Sovrani. I gigli di Francia apparivano commisti coi nostri Leoni sull’arme della Casa degli Stuardi. Nel secolo sedicesimo il timore ispirato dalla Spagna aveva sospesa l’animosità alla quale dapprima era stato obietto la Francia. Ma la paura fattaci dalla Spagna era terminata in una sprezzante commiserazione;e la Francia venne nuovamente considerata come nostra nemica nazionale. La vendita di Dunkerque fatta alla Francia, era stata l’atto più impopolare della Monarchia restaurata. L’affetto verso la Francia era uno de’ principali delitti di che la Camera de’ Comuni accusava Clarendon. Perfino nelle inezie mostravasi il pubblico sentire. Quando nelle strade di Westminster seguì un tafferuglio tra i familiari della Legazione Francese e quei della Spagnuola, la plebaglia, comecchè dalla forza fosse impedita d’immischiarvisi, aveva dati manifestissimi segni che provavano come il vecchio abborrimento vivesse tuttavia.La Francia e la Spagna erano allora ravvolte in una gravissima contesa. Uno de’ fini precipui della politica di Luigi, fine al quale egli tenne dietro per tutta la sua vita, era quello di estendere i suoi dominii sino al Reno. A tale scopo aveva mossa guerra alla Spagna, e già proseguiva prosperamente le proprie conquiste. Le Provincia Unite vedevano con timore il progresso delle armi francesi. Quella rinomata Confederazione era pervenuta ad altezza di possanza, prosperità e gloria. Il territorio batavo, contrastato alle onde marine, e difeso contro esse dall’arte dell’uomo, era per estensione poco più del Principato di Galles. Ma tutto quello angusto spazio era una specie di operoso ed affollato alveare, in cui ogni giorno producevansi ricchezze nuove, ed accumulavansi in vaste masse le antiche. Lo aspetto dell’Olanda, la ricca coltivazione, gl’innumerevoli canali, i molini sempre in attività, lo infinito numero di barche, le grandi città sparse a poca distanza l’una dall’altra, i porti affollati di migliaia di navi, i grandi e maestosi edifizi, le ville eleganti, gli appartamenti splendidamente addobbati, le gallerie di pitture, le logge, i campi fioriti di tulipani, producevano nell’animo de’ viaggiatori inglesi di que’ giorni lo effetto che ai nostri produce la vista dell’Inghilterra nella mente di un abitatore della Norvegia o del Canadà. Gli Stati Generali furono costretti ad umiliarsi al cospetto di Cromwell. Ma dopo la Restaurazione, presero la rivincita, guerreggiando prosperamente contro Carlo, e concludendo una pace a patti onorevoli. Per quanto ricca, però, fosse la Repubblica ed altamente rispettata in Europa, non poteva resisterealla potenza di Luigi. Sospettava, non senza cagione, che il Regno Francese si potesse estendere fino ai batavi confini, ed aveva da temere la immediata vicinanza di un monarca così grande, ambizioso e scevro di scrupoli. Eppure, non era cosa facile trovare un espediente che potesse allontanare il pericolo. I soli Olandesi non potevano far traboccare la bilancia contro la Francia. Dalla parte del Reno non erano da aspettarsi aiuti nessuni. Alcuni Principi germanici s’erano fatti parteggiatori di Luigi, e lo stesso Imperatore tenevano impacciato i malcontenti degli Ungheri. La Inghilterra era separata dalle Provincie Unite per la rimembranza de’ danni crudeli di recente inflitti e patiti; e la sua politica, dopo la Restaurazione, era stata cotanto scema di saviezza e di spirito, che era appena possibile lo sperarne un valido aiuto.Ma la sorte di Clarendon, e i crescenti malumori del Parlamento, spinsero i consiglieri di Carlo a adottare repentinamente una politica che maravigliò ed empì di gioia la nazione.XXIII. Sir Guglielmo Temple, agente inglese in Brusselles, uno dei più esperti diplomatici e de’ più dilettevoli scrittori di quell’età, aveva già fatto sapere alla propria Corte, come fosse desiderabile ed insieme agevole trattare cogli Stati Generali, onde far fronte al progresso della Francia. Per un certo tempo le sue suggestioni erano state poste in non cale; ma adesso fu reputato utile seguirle. A lui, dunque, fu commesso di negoziare cogli Stati Generali. Si condusse all’Aja, e tosto s’accordò con Giovanni De Witt, che allora era primo Ministro d’Olanda. La Svezia, per quanto piccoli fossero i suoi mezzi, erasi quaranta anni innanzi, mercè il genio di Gustavo Adolfo, innalzata ad eminente grado fra i potentati europei, e non era per anche discesa alla sua naturale posizione. Nella riferita occasione, essa venne indotta a collegarsi alla Inghilterra ed agli Stati. In tal guisa formossi quella coalizione conosciuta sotto il nome di Triplice Alleanza. Luigi mostrò d’esserne vessato, e di provarne risentimento; ma non reputò atto di sana politica il tirarsi addosso le ostilità d’una tanta confederazione, che aggiungevansi a quelle della Spagna. Assentì quindi ad abbandonare una gran parte del territorio occupatodall’armi sue. L’Europa riebbe la pace, e il Governo Inglese, che poco innanzi era universalmente spregiato, venne per pochi mesi considerato dalle Potenze straniere con rispetto quasi uguale a quello che il Protettore aveva ad esse ispirato.Dentro lo Stato, la Triplice Alleanza era oltremodo popolare, come quella che ad un tempo satisfaceva l’animosità nazionale, e il nazionale orgoglio. Poneva un confine alle usurpazioni d’un potente ed ambizioso vicino. Avvincolava in istretta unione i principali Stati protestanti. Le Teste-Rotonde e i Cavalieri ne gioivano egualmente: ma la gioia degli uni era maggiore di quella degl’altri; imperciocchè la Inghilterra erasi intimamente collegata con un paese di governo repubblicano e di religione presbiteriana, contro un paese retto da un principe arbitrario, ed affezionato alla Chiesa Cattolico-Romana. La Camera de’ Comuni plaudì clamorosamente al trattato; ed alcuni mormoratori non cortigiani lo chiamarono l’unico atto lodevole che il Re avesse mai fatto, dopo la ristaurazione del trono.XXIV. Il Re, nulladimeno, davasi poco pensiero dell’approvazione del Parlamento o del popolo. Considerava la Triplice Alleanza solo come un espediente temporaneo a calmare il malcontento, che accennava di farsi grave. La indipendenza, la sicurtà, la dignità della nazione alla quale ei presedeva, erano nulla agli occhi suoi. Aveva cominciato a trovare incomode le limitazioni costituzionali. Erasi già formata nel Parlamento una forte colleganza, conosciuta sotto il nome di partito patriottico. Comprendeva tutti gli uomini pubblici che inchinavano alla repubblica e al puritanismo, e molti altri i quali, quantunque aderenti alla Chiesa stabilita e alla Monarchia ereditaria, erano stati tratti alla opposizione dalla paura del papismo, dalla paura della Francia, e dal disgusto che sentivano della stravaganza, dissolutezza e perfidia della Corte. La potenza di cotesta legione di uomini politici andava ognora crescendo. Ciascun anno, alcuni di que’ rappresentanti che erano stati rieletti durante lo entusiasmo di lealtà del 1661, tiravansi da parte, e i seggi vacanti venivano generalmente occupati da individui meno docili. Carlo non estimavasi vero Re, finchè un’Assemblea di sudditi poteva chiamarlo al rendimentode’ conti, innanzi che egli avesse pagati i suoi debiti, ed insistere onde conoscere quale delle sue amanti o de’ suoi cortigiani si fosse appropriata la pecunia destinata ad equipaggiare la flotta. Comecchè egli non fosse molto studioso della propria reputazione, sentiva molestia degli insulti che talora gli lanciavano nelle discussioni della Camera de’ Comuni; ed una volta tentò d’infrenare, con mezzi vergognosi, la libertà della parola. Sir Giovanni Coventry, gentiluomo di provincia, aveva in una discussione schernite le dissolutezze della Corte. In qualunque de’ regni antecedenti, sarebbe stato, probabilmente chiamato avanti al Consiglio Privato, e imprigionato dentro la Torre. Adesso il Governo procedè in modo diverso. Una banda di sicari fu di soppiatto mandata a tagliare il naso al colpevole. Cotesta schifosa vendetta, invece di domare lo spirito della opposizione, eccitò tale procella, che il Re fu astretto a sobbarcarsi alla crudele umiliazione di approvare uno Statuto di morte infamante che colpiva i ministri della sua vendetta, e che gli tolse dalle mani il potere di perdonarli.Ma, per quanto fosse impaziente del freno costituzionale, in che guisa poteva egli emanciparsene? Poteva rendersi dispotico soltanto con lo aiuto di un grande esercito stanziale, e siffatto esercito non esisteva. Con le sue rendite poteva, a dir vero, mantenere un certo numero di milizie regolari; ma esse, comunque fossero tante da eccitare gelosia e sospetto nella Camera de’ Comuni e nel paese, bastavano appena a proteggere Whitehall e la Torre contro una insurrezione della plebe di Londra. E v’era ragione di temere simiglianti insurrezioni, poichè sapevasi pur troppo, che nella città e ne’ suburbii esistevano non meno di ventimila de’ vecchi soldati d’Oliviero.XXV. Poichè il Re ebbe stabilito di emanciparsi dal sindacato del Parlamento, e poichè a tanta impresa non poteva sperare aiuti dentro lo Stato, reputò necessario procacciarseli fuori. La potenza e ricchezza della Francia erano bastevoli all’ardua prova di stabilire la monarchia assoluta in Inghilterra. Cosiffatto alleato doveva indubitabilmente aspettarsi segni di gratitudine per un tanto servigio. Era, però, mestieri che Carlo scendesse al grado di un grande vassallo, e facesseguerra o pace ad arbitrio del Governo che lo proteggeva. Le sue relazioni con Luigi sarebbero state strettamente simili a quelle in che il Rajah di Nagpore e il Re di Oude oggidì stanno verso il Governo Inglese. Cotesti principi hanno debito di aiutare la Compagnia delle Indie Orientali in ogni ostilità difensiva ed offensiva, e di non avere altre relazioni diplomatiche che quelle le quali vengono sanzionate dalla predetta Compagnia. Questa, in compenso, li assicura contro ogni insurrezione. Fino a che essi fedelmente adempiono agli obblighi loro verso il potere sovrano, hanno licenza di disporre di grosse rendite, empire i loro palagi di belle donne, abbrutirsi in compagnia de’ loro dissoluti cortigiani, ed opprimere impunemente qualunque de’ sudditi diventi segno all’ira loro. Simigliante vita sarebbe insoffribile ad un uomo di spirito altero e di potente intendimento. Ma a Carlo, uomo sensuale, pigro, inetto ad ogni forte opera di mente, e privo d’ogni sentimento di amor patrio e di dignità personale, quel prospetto di degradata esistenza non era niente spiacevole.Parrà cosa straordinaria che il Duca di York cooperasse al disegno di degradare la Corona, che probabilmente un giorno egli avrebbe portata: imperocchè la indole sua era altera ed imperiosa; e veramente, seguitò fino all’ultimo a mostrare, secondo che si presentava il destro, con risentimenti e lotte, come mal tollerasse il giogo francese. Ma la superstizione gli aveva deturpata l’anima tanto, quanto la indolenza e il vizio avevano corrotta quella del suo fratello. Giacomo era già cattolico romano. La bacchettoneria era diventata il sentimento predominante della sua mente angusta e inflessibile, ed erasi cotanto confusa con lo amore di governare, che le due passioni mal potevano l’una dall’altra distinguersi. E’ pareva molto improbabile che egli, senza aiuto straniero potesse ottenere il predominio o anche la tolleranza della sua propria fede; ed era siffattamente temprato, da non vedere nulla di umiliante in qualunque atto che valesse a giovare gl’interessi della vera Chiesa.Si iniziarono negoziati, che durarono parecchi mesi. Lo agente precipuo tra la Corte inglese e la francese fu la bella, graziosa ed accorta Enrichetta duchessa d’ Orleans, sorella diCarlo, cognata di Luigi, e caramente diletta ad entrambi. Il Re d’Inghilterra si profferse a dichiararsi cattolico romano, sciogliere la Triplice Alleanza, e collegarsi con la Francia contro la Olanda, ove la Francia gli apprestasse gli aiuti pecuniari e militari di che egli avesse mestieri per rendersi indipendente dal suo Parlamento. Luigi, in sulle prime, simulò di ricevere freddamente tali proposte, e infine accettolle col contegno di chi accordi un grande favore; ma veramente, la via per cui s’era messo era tale, ch’egli ci poteva sempre guadagnare, e non perdere.XXVI. Pare certo ch’egli non avesse mai avuto serio pensiero di stabilire il dispotismo e il papismo in Inghilterra con la forza delle armi. Doveva accorgersi che tanta impresa sarebbe stata ardua e rischiosa; che per anni molti avrebbe tenute occupate tutte le energie della Francia; e che sarebbe stata affatto incompatibile con altre e più praticabili idee d’ingrandimento, molto care al suo cuore. Avrebbe volentieri acquistato il merito e la gloria di rendere, a patti ragionevoli, un grande servigio alla sua propria Chiesa: ma era poco inchinevole a imitare i suoi antenati, i quali, ne’ secoli duodecimo e tredicesimo, avevano condotto il fiore della cavalleria francese a morire nella Siria e nello Egitto; e bene conosceva che una crociata contro il protestantismo in Inghilterra, non sarebbe stata meno pericolosa delle spedizioni in cui erano perite le milizie di Luigi VII e di Luigi IX. Non aveva cagione a desiderare che gli Stuardi fossero principi assoluti. Non considerava la Costituzione inglese con sentimento simile a quello che in tempi posteriori spinse i Principi a muovere guerra alle libere istituzioni de’ popoli vicini. Ai dì nostri, un gran partito zelante del Governo popolare, conta proseliti in ogni paese incivilito. Ogni vittoria ch’esso in qualunque luogo riporti, non manca di svegliare un generale commovimento. Non è quindi a maravigliare che i Governi, minacciati da un pericolo comune, concordino ad assicurarsi vicendevolmente. Ma nel secolo decimosettimo tale periglio non esisteva. Tra il pubblico sentire dell’Inghilterra e il pubblico sentire della Francia, era un abisso. Le nostre istituzioni e fazioni erano tanto poco intese in Parigi, quanto in Costantinopoli. È da dubitarsise nè anche uno dei quaranta membri dell’Accademia Francese avesse nella propria biblioteca un solo libro inglese, e conoscesse solo di nome Shakspeare, Johnson o Spenser. Pochi Ugonotti, eredi dello spirito de’ proprii antenati, potevano forse consentire con le Teste-Rotonde, loro confratelli nella fede; ma gli Ugonotti più non erano formidabili. I Francesi, come corpo, affettuosi alla Chiesa di Roma, ed orgogliosi della grandezza del Re loro e della propria lealtà, guardavano le nostre lotte contro il papismo e il potere arbitrario, non solo senza ammirazione o simpatia, ma con forte disapprovazione e disgusto. Sarebbe, adunque, grave errore attribuire la condotta di Luigi a timori simili in tutto a quelli che, nell’età nostra, indussero la Santa Alleanza ad immischiarsi nelle faccende interne di Napoli e di Spagna.Ciò non ostante, le proposte fatte dalla Corte di Whitehall giunsero a Luigi gradite singolarmente. Meditava già i giganteschi disegni, che tennero poscia per quaranta anni in perpetuo commovimento tutta l’Europa. Voleva umiliare le Provincie Unite, ed incorporare ai propri dominii il Belgio, la Franca Contea e la Lorena. Nè ciò era tutto. Essendo il Re di Spagna un fanciullo malaticcio, era verosimile morisse senza prole. La sorella maggiore di costui era Regina di Francia. Era quasi certo arrivasse il giorno—e poteva arrivare presto—in cui la casa de’ Borboni avesse a produrre i suoi diritti a quel vasto Impero, sul quale il sole non tramontava giammai. La congiunzione di due grandi monarchie sotto una sola Corona, sarebbe senza alcun dubbio stata avversata da una coalizione continentale; per resistere alla quale il solo braccio della Francia bastava. Ma l’Inghilterra poteva far traboccare la bilancia. Dalla parte da che l’Inghilterra si sarebbe messa in tale occasione, dipendevano i destini del mondo; ed era a tutti manifesto, che il Parlamento e la nazione inglese aderivano fortemente alla politica che aveva dettata la Triplice Alleanza. Nulla, quindi, poteva essere tanto grato a Luigi, quanto il sapere che i principi della casa degli Stuardi avevano mestieri del suo aiuto, ed erano vogliosi di acquistarlo a prezzo di illimitata sottomissione. Deliberato di giovarsi del destro, formò per uso proprio un sistema d’azione, dal qualenon si scostò mai, finchè sopraggiunse la rivoluzione del 1688 a sconcertargli ogni politico disegno. Si confessò desideroso di compiacere alla Corte inglese; promise grandi aiuti. Di quando in quando ne largì tanti, quanti servissero a tenere viva la speranza, e quanti ne potesse senza rischio o inconvenevolezza offerire. In tal guisa, con una spesa molto minore di quella ch’egli sostenne a erigere e decorare Versailles e Marli, gli riuscì di rendere la Inghilterra, per circa venti anni, parte quasi così frivola del sistema politico europeo, come lo è, a’ giorni nostri la Repubblica di San Marino.Era suo scopo non già distruggere la nostra Costituzione, ma tenere i vari elementi onde era composta, in perenne conflitto, e rendere irreconciliabilmente nemici coloro che avevano il potere della borsa, e coloro che avevano il potere della spada. A tal fine, comperava ed irritava a vicenda ambe le parti; pensionava, nel tempo stesso, i Ministri della Corona e i capi della opposizione; incoraggiava la Corte ad opporsi alle usurpazioni sediziose del Parlamento; e faceva spargere nel Parlamento susurri intorno ai disegni arbitrali della Corte.Uno degli espedienti ai quali appigliossi col proposito di predominare nei Consigli inglesi, è peculiarmente degno d’essere rammentato. Carlo, quantunque fosse incapace di sentire amore nel senso più alto del vocabolo, era schiavo d’ogni donna che con la beltà della persona eccitasse le voglie, e coi modi e con le ciarle allegrasse gli ozi di lui. Davvero, verrebbe meritamente deriso quel marito che soffrisse da una moglie d’alto lignaggio e d’intemerata virtù mezze le inscienze che il Re d’Inghilterra tollerava dalle sue concubine; le quali, mentre a lui solo andavano debitrici d’ogni cosa, carezzavano, quasi innanzi agli occhi suoi, i suoi cortigiani. Aveva pazientemente sopportato le sfrontate ire di Barbara Palmer, e la impertinente vivacità di Eleonora Gwynn. Luigi pensò che il più utile ambasciatore che egli potesse mandare a Londra, sarebbe stata una bella, licenziosa ed intrigante donna francese. La eletta fu Luisa, dama della casa di Querouaille, che i nostri rozzi antenati chiamavano Madama Carwell. Costei trionfò tosto di tutte le sue rivali, fu creata Duchessadi Portsmouth, colmata di ricchezze, ed ottenne un impero che finì con la vita di Carlo.XXVII. I patti più importanti dell’alleanza tra le due Corone, vennero formulati in un trattato secreto, che fu stipulato in Dover nel maggio del 1670, dieci anni dopo il giorno in cui Carlo era approdato a quel luogo medesimo fra le acclamazioni e le lacrime di gioia del troppo fidente popolo.Per virtù di tale trattato, Carlo obbligavasi a professare pubblicamente la religione cattolica romana; a congiungere le proprie armi con quelle di Luigi, onde distruggere il potere delle Provincie Unite; e adoperare le intere forze dell’Inghilterra, per terra e per mare, a sostegno de’ diritti della Casa de’ Borboni alla vasta Monarchia Spagnuola. Luigi, da parte sua, impegnavasi a pagare grossi sussidi; e prometteva che, qualora scoppiasse in Inghilterra una insurrezione, avrebbe mandata a proprie spese un’armata, onde sostenere il suo alleato.Cotesto patto fu fatto con tristi auspicii. Sei settimane dopo d’essere stato munito delle firme e de’ sigilli, la bella principessa, la cui influenza sopra il fratello e il cognato era stata così perniciosa alla propria patria, non era più. La sua morte fece nascere orribili sospetti, che per poco parvero volessero rompere l’amistà novellamente formata fra la Casa degli Stuardi e quella de’ Borboni; ma poco tempo dopo, i due confederati si dettero vicendevolmente nuove assicuranze di amichevoli intendimenti.Il Duca di York, così tardo d’ingegno da non sentire il pericolo, o così fanatico da non curarsene, era impaziente di veder mandato subito ad esecuzione lo articolo concernente la religione cattolica romana: ma Luigi ebbe la saviezza di prevedere che, se ciò fosse seguito, sarebbe in Inghilterra scoppiata tale esplosione, da frustrare probabilmente quelle parli del disegno le quali gli stavano più a cuore. Fu però stabilito che Carlo seguitasse a chiamarsi protestante, e a ricevere nelle grandi solennità la Comunione secondo il rituale della Chiesa Anglicana. Il suo fratello, più scrupoloso di lui, più non comparve nella Cappella Reale.Verso questo tempo mori la Duchessa di York, figlia delbandito Conte di Clarendon. Era stata per alcuni anni di soppiatto cattolica romana. Lasciò due figlie, Maria ed Anna, entrambe dipoi regine della Gran-Brettagna. Vennero educate protestanti per espresso comando del Re, il quale conosceva che sarebbe stato inutile a lui di confessarsi membro della Chiesa d’Inghilterra, se le due fanciulle che pareva dovessero succederli al trono, fossero, per licenza di lui, cresciute nel grembo della Chiesa di Roma.I principali servi della Corona in questo tempo erano uomini, i nomi de’ quali hanno meritamente acquistata non invidiabile celebrità. È d’uopo, nondimeno, studiarsi di non aggravare la memoria loro con la infamia che di diritto spetta al loro signore. Del trattato di Dover il Re stesso è principalmente responsabile. Egli tenne intorno a quello conferenze cogli agenti francesi; scrisse di propria mano molte lettere a quello spettanti; e’ fu colui che suggerì i più disonorevoli articoli che vi si contengono; e studiosamente ne nascose alcuni alla più parte de’ Ministri del suo Gabinetto, o, come veniva popolarmente chiamato, della sua Cabala.XXVIII. Poche cose nella nostra storia sono più curiose dell’origine e del progresso del potere che oggimai possiede il Gabinetto. Fino da tempi assai remoti, i Re d’Inghilterra sono stati assistiti da un Consiglio privato, al quale la legge assegnava non pochi importanti ufficii e doveri. Per alcuni secoli, questo Consiglio deliberò intorno ai più gravi e gelosi affari di Stato. Ma gradatamente venne cangiando d’indole. Diventò troppo numeroso per la speditezza delle faccende, o per serbare il segreto. Il grado di Consigliere privato era spesso conferito come onorificenza a uomini, ai quali il Governo non confidava nulla, e nè anche richiedeva la opinione. Il sovrano nelle più solenni occasioni rivolgevasi ad un ristretto numero di principali Ministri, onde averne consiglio. I vantaggi e svantaggi di siffatto modo di operare erano stati additati da Bacone, col suo consueto giudicio e sagacia; ma e’ non fu se non dopo la Restaurazione, che il Consiglio intimo cominciò ad attirare a sè l’attenzione universale. Per molti anni, i politici all’antica seguitarono a considerare il Gabinetto come un ufficio incostituzionale e pericoloso. Nulladimeno, divenne sempre più importante;ed alla perfine, si recò in mano quasi tutto il potere esecutivo, e venne poi ad essere estimato come parte essenziale del nostro ordinamento politico. Eppure, strano a dirsi! continua tuttora ad essere affatto sconosciuto alla legge. I nomi de’ nobili e de’ gentiluomini che lo compongono, non vengono mai officialmente annunciati al pubblico. Non si prende ricordo delle sue adunanze e deliberazioni; e la sua esistenza non è stata mai riconosciuta da nessun atto del Parlamento.XXIX. Per alcuni anni, il vocabolo Cabala venne comunemente usato come sinonimo di Gabinetto. Ma accadde per una fortuita coincidenza, che nel 1671 il Gabinetto fosse composto di cinque individui, nei nomi de’ quali le lettere iniziali formavano il vocabolo Cabala (Cabal): Clifford, Arlington, Buckingham, Ashley e Lauderdale. Questi Ministri furono, quindi, per enfasi chiamati la Cabala; e tosto resero quel nome così infame, che poscia non è stato mai usato se non in significato di riprovazione.Sir Tommaso Clifford era Commissario del Tesoro, e s’era reso grandemente notevole nella Camera de’ Comuni. Era il più rispettabile fra’ membri della Cabala, come quello che in una indole fiera ed imperiosa aveva un forte, quantunque miseramente pervertito, sentimento del dovere e dell’onore.Enrico Bennet, Lord Arlington, Segretario di Stato, aveva, fino dall’epoca in cui pervenne all’età d’uomo, passata la vita quasi sempre nel continente; ed aveva imparato quell’indifferentismo cosmopolitico verso le Costituzioni e le Religioni, che spesso si osserva negli individui che hanno spesi gli anni in una vagabonda diplomazia. Se vi era forma di Governo che a lui piacesse, ell’era quella di Francia. Se v’era Chiesa ch’egli preferisse, ella era quella di Roma. Aveva qualche ingegno nel conversare, ed anche nel trattare gli affari ordinari del suo ufficio. Nel corso d’una vita spesa a viaggiare e a far negoziati, aveva imparata l’arte di accomodare il linguaggio e il portamento all’indole della società fra mezzo alla quale ei si trovava. Con la vivacità, ne’ recessi della reggia, svagava il principe; con la gravità, nelle discussioni enelle conferenze, imponeva riverenza al pubblico; e gli era riuscito di tirare a sè, in parte rendendo servigi, in parte dando speranze, un numero considerevole di partigiani.Buckingham, Ashley e Lauderdale, erano uomini de’ quali la immoralità, ch’era infezione epidemica ne’ politici di quei tempi, mostravasi ne’ suoi più maligni sembianti, ma variamente modificata da grandi varietà di tempra e d’intendimento. Buckingham, uomo sazio di piaceri, erasi dato all’ambizione quasi per passatempo. Come si era provato a svagarsi con lo studio dell’architettura e della musica, con lo scrivere farse e cercare la pietra filosofale; così ora si provava a svagarsi con un negoziato secreto, e con una guerra cogli Olandesi. Era già stato, più presto per volubilità e vaghezza di cose nuove, che per alcun profondo proposito, infido ad ogni partito. Un tempo erasi messo nelle file de’ Cavalieri. In un altro, erano corsi mandati d’arresto contro di lui, incolpato di mantenere corrispondenza proditoria colle reliquie del partito repubblicano nella città. Era nuovamente diventato cortigiano, e voleva acquistare il favore del Re con servigi, dai quali i più illustri di coloro che avevano pugnato e sofferto per la Casa Reale, avrebbero rifuggito compresi d’ orrore.Ashley, più testardo, e dotato di assai più feroce e solida ambizione, era stato parimente versatile. La versatilità di Ashley nasceva, però, non da leggerezza, ma da deliberato egoismo. Aveva serviti e traditi vari Governi; ma aveva adattati i suoi tradimenti così bene ai tempi, che, fra mezzo a tutte le rivoluzioni, s’era sempre venuto innalzando. La moltitudine, compresa d’ammirazione per una prosperità, la quale, mentre ogni altra cosa perpetuamente mutavasi, era rimasta immutabile, attribuiva a lui una prescienza pressochè miracolosa, ed assomigliavalo a quello ebreo uomo di Stato, che, come è scritto, veniva consultato dal popolo come l’oracolo di Dio.Lauderdale, chiassoso e triviale nella gioia e nella collera, era forse, sotto l’apparenza di una presuntuosa franchezza, l’uomo più disonesto della Cabala. Erasi reso cospicuo fra gl’insorgenti scozzesi del 1638, ed era zelante della Convenzione. Lo accusavano d’essere stato complice di coloro che avevano venduto Carlo I al Parlamento Inglese, ed eraperciò dai Cavalieri reputato traditore, peggiore, s’era pur possibile, di quelli che avevano seduto nell’Alta Corte di Giustizia. Spesso parlava con ìstemperato scherzo dei giorni in cui egli era stato santocchio e ribelle. Ed ora la Corte se ne giovava come di precipuo strumento per imporre a forza il culto episcopale ai concittadini di lui; e in cosiffatto proposito, non abborrì dallo adoperare inesorabilmente la spada, il capestro e lo stivaletto.[18]Nondimeno, chi conoscevalo, sapeva bene che trenta anni di vicende non avevano prodotto il minimo cangiamento ne’ suoi veri sentimenti; che tuttavia egli odiava la memoria di Carlo I, e seguitava a preferire ad ogni altra forma di Governo ecclesiastico quella de’ Presbiteriani.Per quanto Buckingham, Ashley e Lauderdale, fossero scevri di scrupoli, non fu reputato prudente il farli partecipi dello intendimento che il Re aveva di dichiararsi cattolico romano. Fu loro mostrato un falso trattato, dove era omesso lo articolo concernente la religione. Al trattato genuino vennero apposti i soli nomi e sigilli di Clifford e d’Arlington. Ambidue questi uomini di Stato erano parziali della vecchia Chiesa: parzialità che, dopo non molto tempo, l’animoso e veemente Clifford confessò; mentre Arlington, più freddo e più codardo, la tenne nascosta, finchè lo avvicinarsi della morte, riempiendogli l’animo di terrore, lo indusse ad essere sincero. Gli altri tre Ministri, nondimeno, non erano uomini da essere tenuti agevolmente nel buio, ed è probabile che sospettassero più di quello che distintamente venne loro rivelato. Vero è che parteciparono alla confidenza di tutti gl’impegni politici contratti con la Francia, e non ebbero vergogna di ricevere da Luigi grosse gratificazioni.Primo obietto di Carlo era quello di ottenere dai Comuni danaro, onde giovarsene a mandare ad esecuzione quel secreto trattato. La Cabala, che imperava in un tempo in cui il nostro Governo era in istato di transizione, aveva in sè due specie diverse di vizii, pertinenti a due diverse età ed a due sistemi diversi. Come que’ cinque pessimi consiglieri erano fra gliultimi uomini di Stato inglesi che seriamente pensassero a distruggere il Parlamento, così erano i primi uomini di Stato inglesi che si provassero grandemente a corromperlo. Troviamo nella loro politica gli ultimi vestigi del disegno di Strafford, e ad un tempo i vestigi primi della corruzione metodica che venne poscia praticata da Walpole. Non pertanto, si accorsero tosto, che quantunque la Camera de’ Comuni fosse principalmente composta di Cavalieri, e quantunque gl’impieghi e l’oro della Francia venissero largamente dispensati ai rappresentanti non eravi la minima probabilità che le parti meno odiose della trama ordita in Dover fossero sostenute dalla maggioranza. Era necessario adoperare la frode. Il Re, quindi, fece mostra di grande zelo a favore dei principii della Triplice Alleanza, e pretese che, a fine di infrenare l’ambizione della Francia, fosse necessario accrescere la flotta. I Comuni caddero nella rete, e votarono una somma di ottocentomila lire sterline. Il Parlamento venne subito prorogato, e la Corte, in tal modo emancipata da ogni sindacato, procedè a porre in opera il suo vasto disegno.XXX. Le strettezze finanziere erano assai gravi. Una guerra con la Olanda sarebbe costata somme enormi. La rendita ordinaria era appena sufficiente a sostenere il Governo in tempo di pace. Le ottocentomila lire sterline che erano state poco fa con inganno estorte ai Comuni, non sarebbero bastate alle spese militari e navali d’un solo anno di ostilità. Dopo il tremendo esempio dato dal Lungo Parlamento, nè anche la Cabala arrischiossi a consigliare i balzelli detti Benevolenze e Danaro per mantenere la flotta. In tale perplessità, Ashley e Clifford proposero un mezzo iniquo di violare la fede pubblica. Gli orefici di Londra erano allora non solo trafficanti di metalli preziosi, ma anche banchieri, ed avevano costume di prestare grandi somme di pecunia al Governo. A compensazione di coteste prestazioni, ricevevano assegnamenti sulla rendita; e riscosse le tasse, venivano loro pagati il capitale e gl’interessi. Circa un milione e trecentomila lire sterline erano state in siffatto modo affidate all’onore dello Stato; quando ecco corse, inatteso e repentino, lo annunzio che non essendo convenevole rendere i capitali, era d’uopo che i creditorisi contentassero di ricevere gl’interessi. Non poterono, in conseguenza di siffatta misura, far fronte agli impegni contratti. La Borsa si mise sossopra: parecchie case mercantili fallirono; e lo spavento e la miseria si sparsero per tutta la società. Frattanto il Governo procedeva a passi rapidi verso il dispotismo. Succedevansi proclami che non avevano la sanzione del Parlamento, o imponevano ciò che il solo Parlamento poteva legalmente imporre. Di tali editti, il più importante fu quello che si chiama Dichiarazione d’Indulgenza, per virtù del quale le leggi penali contro i Cattolici Romani vennero abrogate; e perchè non apparisse chiaro il vero scopo di quell’atto, le leggi contro i Protestanti non-conformisti furono parimente sospese.XXXI. Pochi giorni dopo promulgata la Dichiarazione d’Indulgenza, fu proclamata la guerra contro le Provincie Unite. In mare gli Olandesi sostennero la lotta con onore; ma per terra furono in sulle prime oppressi da una forza irresistibile. Una grossa armata francese varcò il Reno. Le fortezze, una dopo l’altra, aprirono le porte. Tre delle sette provincie della Federazione furono occupate dagl’invasori. I fuochi degli accampamenti nemici vedevansi dalle cime del Palagio del Municipio d’Amsterdam. La Repubblica, in tal modo ferocemente assalita di fuori, era nel medesimo tempo lacerata dalle intestine discordie. Il Governo era nelle mani di una stretta oligarchia di potenti borghesi. Eranvi numerosi Consigli Municipali autonomi, ciascuno dei quali esercitava, dentro la propria sfera, molti diritti di sovranità. Cotesti Consigli mandavano delegati agli Stati Provinciali, e questi inviavano delegati agli Stati Generali. Un capo magistrato ereditario non era parte essenziale di tale sistema politico. Nonostante, una famiglia, singolarmente feconda di grandi uomini, aveva a poco a poco acquistata autorità vasta e pressochè indefinita. Guglielmo, primo di tal nome, Principe d’Orange Nassau, e Statoldero di Olanda, aveva capitanata la memorabile insurrezione contro la Spagna. Maurizio suo figlio era stato Capitano Generale e primo Ministro degli Stati; aveva, per mezzo delle maravigliose sue doti e degli eminenti servigi resi alla Repubblica, e di alcuni atti crudeli e proditorii, conseguitopotere quasi di Re, e lo aveva in gran parte trasmesso in retaggio alla propria famiglia. La influenza degli Statolderi era obietto di estrema gelosia alla oligarchia municipale. Ma l’armata e la gran massa di cittadini esclusi da ogni partecipazione al Governo, guardavano i Borgomastri e i Deputati con astio simile a quello con che le legioni e il popolo comune di Roma guardavano il Senato, ed erano partigiani della Casa d’Orange come le legioni e il popolo comune di Roma parteggiavano per quella di Cesare. Lo Statoldero comandava le forze della Repubblica, disponeva di tutti i gradi militari, possedeva in gran parte il patronato degli uffici civili, ed era circondato da pompa pressochè regia.Il Principe Guglielmo II aveva fortemente avversato il partito oligarchico. Finì di vivere nel 1650, fra mezzo alle lotte civili. Non lasciò figliuoli: gli aderenti alla sua Casa rimasero per alcun tempo privi di capo; e i poteri ch’egli aveva esercitati, furono divisi fra i Consigli Municipali, gli Stati Provinciali e gli Stati Generali.Ma, pochi giorni dopo la morte di Guglielmo, la sua vedova Maria, figlia di Carlo I Re della Gran Brettagna, partorì un figlio destinato ad innalzare la gloria e l’autorità della Casa di Nassau al più alto grado, a salvare dalla schiavitù le Provincie Unite, a domare la potenza della Francia, e a stabilire la Costituzione inglese sopra fondamenti solidi e duraturi.XXXII. Questo Principe, ch’ebbe nome Guglielmo Enrico, fin dal suo nascere fu cagione di gravi timori al partito che allora governava in Olanda, e di sincero affetto ai vecchi amici della sua famiglia. Era altamente riverito come possessore di uno splendido patrimonio, come capo di una delle più illustri Case d’Europa, come Principe Sovrano dello Impero Germanico, come Principe del sangue reale d’Inghilterra, e soprattutto come discendente de’ fondatori della batava libertà. Ma l’alto ufficio che già veniva considerato siccome ereditario nella sua famiglia, rimase sospeso; ed era intendimento della parte aristocratica, che non avesse ad esserci mai più un altro Statoldero. Al difetto del primo Magistrato supplì, in gran parte, il Gran Pensionario della Provincia d’Olanda,Giovanni De Witt, che per ingegno, fermezza ed integrità, erasi innalzato ad autorità senza rivali ne’ Consigli della oligarchia municipale.La invasione francese produsse un intero cangiamento. Il popolo, afflitto ed atterrito, arse di rabbia contro il Governo. Nella sua frenesia, aggredì i più valorosi Capitani e i più esperti uomini di Stato della travagliata Repubblica. De Ruyter venne insultato dalla marmaglia. De Witt fu fatto in pezzi innanzi la porta del palazzo degli Stati Generali nell’Aja. Il Principe d’Orange (che non aveva partecipato allo assassinio, ma che in questa, come in altra sciagurata occasione vent’anni dopo, largì ai delitti commessi a suo vantaggio tale indulgenza che ha lasciata una macchia sopra la sua gloria) diventò, senza competitori, capo del Governo. Comunque giovane, il suo ardente ed indomabile spirito, benchè mascherato di maniere fredde e severe, risuscitò subitamente il coraggio de’ suoi spaventati concittadini. Invano suo zio e il Re di Francia, provaronsi con isplendide offerte di sedurlo ad abbandonare la causa della Repubblica. Favellò agli Stati Generali con altieri ed animosi sensi. Rischiossi perfino a suggerire un provvedimento che ha sembianza d’antico eroismo; e che, ove lo avessero posto in effetto, sarebbe stato il subietto più nobile per l’epico canto, che si possa trovare nel vasto campo della storia moderna. Disse ai Deputati, che quand’anche il suolo natio, e le meraviglie di che la umana industria lo aveva coperto, fossero sepolti sotto l’Oceano, tutto non era perduto. Gli Olandesi avrebbero potuto sopravvivere all’Olanda. La libertà e la religione vera, da’ tiranni e dagli ipocriti cacciate dall’Europa, avrebbero trovato asilo nelle più remote isole dell’Asia. I legni esistenti nei porti della Repubblica, sarebbero bastati a trasportare duecentomila emigranti allo Arcipelago Indiano. Quivi la Repubblica Olandese avrebbe cominciata una nuova e più gloriosa vita, ed eretto sotto la costellazione meridionale della Croce, fra le canne di zucchero e i nocimoscadi, la Borsa d’un’altra più ricca Amsterdam, e le scuole d’un’altra Leida più dotta. Lo spirito nazionale svegliossi tutto e risorse. I patti offerti dagli Alleati vennero con fermezza respinti. Aprirono gli argini. Tutto il paese prese lasembianza di un vastissimo lago, di mezzo al quale le città, con le loro muraglie e i loro campanili, innalzavansi a guisa d’isole. Gl’invasori furono costretti a salvare la vita con una precipitosa ritirata. Luigi, il quale, benchè talvolta reputasse necessario mostrarsi a capo del suo esercito, grandemente preferiva al campo la reggia, era già ritornato a bearsi delle lusinghe de’ poeti e de’ sorrisi delle dame ne’ viali novellamente piantati di Versailles.La fortuna affrettavasi a cangiare d’aspetto. L’esito della guerra marittima era stato dubbio: in terra, le Provincie Unite avevano ottenuto un indugio, il quale, benchè breve, era d’infinita importanza. Intimorite dai vasti disegni di Luigi, ambedue le famiglie della Casa d’Austria corsero alle armi. La Spagna e la Olanda, divise dalla rimembranza di antichi torti ed umiliazioni, riconciliaronsi allo avvicinarsi del comune pericolo. Da ogni contrada di Germania muovevano armati verso il Reno. Il Governo Inglese aveva già consunta tutta la pecunia che aveva raccolta saccheggiando i pubblici creditori. Non poteva sperarsi un imprestito dalla Città. Il tentare d’imporre tasse di sola autorità regia, avrebbe tosto prodotta una ribellione; e Luigi, che ormai doveva far fronte a mezza l’Europa, non era in condizione di apprestare i mezzi con che costringere il popolo dell’Inghilterra. Era forza convocare il Parlamento.XXXIII. E però, nella primavera del 1673, la Camera de’ Comuni si radunò, dopo un riposo di circa due anni. Clifford, già diventato Pari e Lord Tesoriere, ed Ashley, diventato Conte di Shaftesbury e Lord Cancelliere, erano coloro sopra i quali il Re riposava per condurre destramente la bisogna in Parlamento. Il partito patriottico si scagliò tosto contro la politica della Cabala. L’aggressione fu fatta non a modo di tempesta, ma con colpi lenti e misurati. I Comuni, in sulle prime, dettero speranza di sostenere la politica straniera del Re; ma insistevano ch’egli pagasse quel sostegno coll’abbandono di tutto il suo sistema di politica interna.XXXIV. Loro primo scopo era quello d’ottenere la revoca della Dichiarazione d’Indulgenza. Di tutte le misure impopolari adottate dal Governo, la più impopolare fu la promulgazionedi quell’atto. Un atto così liberale, compito in modo così dispotico, aveva urtati i sentimenti più opposti. Tutti gl’inimici della libertà religiosa, e gli amici tutti della libertà civile, si trovarono nelle medesime file; e gli uni e gli altri sommavano a diciannove ventesimi della nazione. Lo zelante ecclesiastico schiamazzava contro il favore mostrato al papisti e al puritano. Il puritano, quantunque potesse allegrarsi vedendo sospese le persecuzioni onde era stato oppresso, sentiva poca gratitudine per una tolleranza ch’egli doveva dividere con l’anticristo. E tutti gl’Inglesi che pregiavano la libertà e la legge, vedevano con inquietudine la enorme usurpazione che la regia prerogativa aveva commessa nel campo del potere legislativo.Bisogna sinceramente ammettere, che la questione costituzionale non fosse allora affatto scevra d’oscurità. I nostri antichi Re avevano, senza verun dubbio, preteso ed esercitato il diritto di sospendere l’azione delle leggi penali. I tribunali avevano riconosciuto cotesto diritto. I Parlamenti lo avevano tollerato senza avversarlo. Che un certo simile diritto fosse inerente alla Corona, pochi anche del partito patriottico osavano negare al cospetto dell’autorità e de’ fatti precedenti. Nondimeno, era chiaro che se questa prerogativa fosse stata illimitata, il Governo Inglese male si sarebbe potuto distinguere da un pretto dispotismo. Che ci fosse un limite, lo ammettevano pienamente il Re e i suoi Ministri. La questione era di sapere se la Dichiarazione d’Indulgenza stesse o no dentro siffatto limite; e a nessuna delle parti riuscì di descrivere una linea incontestabile. Alcuni oppositori del Governo dolevansi che la Dichiarazione sospendeva non meno di quaranta Statuti. Ma perchè non quaranta, nel modo medesimo che uno? Vi fu un oratore che manifestò come propria opinione, che il Re poteva costituzionalmente dispensare dalle leggi cattive, non mai dalle buone. Non è mestieri dimostrare l’assurdità di tale distinzione. La dottrina che sembra essere stata generalmente accettata nella Camera de’ Comuni, consisteva in ciò, che il potere di dispensare limitavasi alle sole faccende secolari, e non si estendeva alle leggi fatte per la sicurtà della religione dello Stato. Nondimeno, poichè il Re eracapo supremo della Chiesa, e’ pareva che avendo egli il potere di dispensare, siffatto potere potesse anche applicarsi a cose concernenti la Chiesa. Allorchè, dall’altra parte, i cortigiani studiaronsi d’indicare i confini di tale prerogativa, non ci riuscirono meglio de’ loro oppositori.[19]Vero è che la facoltà di dispensare era una grande anomalia nella politica. In teoria, era estremamente incompatibile co’ principii del Governo misto; ma era cresciuta in tempi ne’ quali i popoli si dànno poco pensiero delle teorie. In pratica, non se n’era molto abusato: era stata quindi tollerata, ed aveva a poco per volta acquistata una specie di prescrizione. Finalmente, ne fu fatto uso, dopo lo spazio di molti anni, in una età colta, ed in una solenne occasione, con eccesso fin allora inusitato, e per uno scopo avuto in universale abborrimento. Venne subito sottoposta a severo scrutinio. Nessuno, a dir vero, ardì in sulle prime chiamarla onninamente incostituzionale: ma tutti cominciarono ad accorgersi che divergeva manifestamente dallo spirito della Costituzione, e che ove si fosse lasciata priva di freno, avrebbe tramutato il Governo Inglese, di monarchia limitata qual’era, in monarchia assoluta.XXXV. Sotto lo eccitamento di cotali sospetti, la Camera de’ Comuni negò al Re il diritto di dispensare, non già rispetto a tutti gli Statuti penali, ma agli Statuti penali nelle cose ecclesiastiche; e gli fece chiaramente intendere, che qualora ei non avesse rinunziato a quel diritto, ella non avrebbe concesso danari per la guerra con l’Olanda. Per un momento egli mostrossi inchinevole ad affidare ogni cosa alla sorte: ma Luigi lo consigliò fortemente a piegare il capo alla necessità, ed aspettare tempi migliori, in cui le armi francesi, allora occupate in arduo conflitto sul continente, potessero essere giovevoli a reprimere il malcontento in Inghilterra. Dentro la stessa Cabala cominciarono ad apparire segni di discordia e di tradimento. Shaftesbury, con la sua sagacia proverbiale, conobbe che avvicinavasi una violenta reazione, e che ogni cosa tendevaverso una crisi simigliante a quella del 1640. Pose ogni studio perchè cotesta crisi non lo trovasse nelle condizioni di Strafford. Adunque, con un improvviso voltafaccia, mostrossi nella Camera de’ Lordi, e riconobbe che la Dichiarazione era illegale. Il Re, così abbandonato dal suo alleato e dal suo Cancelliere, cedè, cassò la Dichiarazione, e promise solennemente che non se ne sarebbe per lo avvenire fatto nessun caso.Nè anche questa concessione bastò. I Comuni, non satisfatti di avere astretto il loro Sovrano ad annullare la Indulgenza, estorsero a lui ripugnante l’approvazione d’una celebre legge, che continuò ad esser valida fino al regno di Giorgio IV. Questa legge, chiamata Atto di Prova (Test Act), ordinava che chiunque occupava un ufficio civile o militare, fosse tenuto a prestare il giuramento di supremazia, firmare una dichiarazione contro la transustanziazione, e ricevere pubblicamente la comunione secondo i riti della Chiesa d’Inghilterra. Nel preambolo v’erano parole ostili soltanto ai papisti; ma le clausule erano quasi sfavorevoli alla classe più rigida de’ Puritani, quanto ai papisti. I Puritani, nondimeno, atterriti, vedendo la Corte pendere verso il papismo, ed incoraggiati da taluni ecclesiastici a sperare che, appena disarmati i cattolici romani, la tolleranza verrebbe estesa anche ai non-conformisti, fecero poca opposizione; nè il Re, che aveva bisogno estremo di pecunia, rischiossi a ricusare il suo assenso. La legge passò; e il Duca di York, per conseguenza, fu costretto a deporre l’eminente ufficio di Lord Grande Ammiraglio.XXXVI. Fin qui i Comuni non s’erano dichiarati avversi alla guerra cogli Olandesi. Ma, poscia che il Re, in compenso della pecunia cautamente concessa, abbandonò intieramente il suo sistema di politica interna, coloro scagliaronsi impetuosamente contro la sua politica estera. Chiesero che allontanasse dal suo Consiglio Buckingham e Lauderdale, ed elessero una Commissione per considerare se fosse giusto porre Arlington in istato di accusa. Poco tempo dopo, la Cabala non era più. Clifford, che solo de’ cinque era meritevole del nome di uomo onesto, ricusò di riconoscere la nuova legge, depose il suo bastone bianco, e ritirossi in villa. Arlington lasciò l’ufficio di Segretario di Stato, per passare ad un impiegotranquillo e dignitoso nella Casa reale. Shaftesbury e Buckingham sì rappaciarono con la opposizione, e mostraronsi a capo della procellosa democrazia della città. Lauderdale, tuttavia, seguitò ad essere Ministro per gli affari della Scozia, ne’ quali il Parlamento Inglese non poteva immischiarsi.Dopo ciò, i Comuni incalzarono il Re a far pace con la Olanda; ed espressamente dichiararono, che più non avrebbero conceduto danaro per la guerra, se non se nel caso che il nemico ostinatamente ricusasse di accettare patti ragionevoli. Carlo stimò necessario differire a stagione più convenevole il pensiero di eseguire il trattato di Dover, e blandire la nazione, facendo mostra di ritornare alla politica della Triplice Alleanza. Temple, il quale, finchè predominò la Cabala, visse ritirato fra mezzo ai suoi libri ed ai suoi fiori, venne chiamato dal suo eremo. Per mezzo di lui si concluse una pace separata con le Provincie Unite; ed egli divenne nuovamente ambasciatore all’Aja, dove la sua presenza veniva considerata quale pegno della sincerità della Corte britannica.XXXVII. La precipua direzione degli affari venne allora affidata a Sir Tommaso Osborn, baronetto della Contea di York, il quale nella Camera de’ Comuni aveva dato prova d’ingegno adatto alle faccende e alla discussione. Osborn fu fatto Lord Tesoriere, e poco dopo creato Conte di Danby. Non era uomo il cui carattere, esaminato giusta gli alti principii della morale, potesse sembrare degno di approvazione. Era cupido di ricchezze e d’onori, corrotto e corruttore. La Cabala gli aveva trasmessa l’arte di comprare i rappresentanti; arte tuttavia rozza, che accennava poco a quella singolare perfezione cui fu condotta nel secolo appresso. Ei perfezionò grandemente l’opera de’ primi inventori. Costoro avevano solamente comprati gli oratori; ma ciascun uomo che avesse un voto poteva vendersi a Danby. Nonostante ciò, il nuovo Ministro non è da confondersi coi negoziatori di Dover. Egli non era privo del sentimento d’ inglese e di protestante, e nel promuovere i proprii interessi, non dimenticava affatto quelli della propria patria e religione. Era, a dir vero, desideroso di esaltare la prerogativa; ma i mezzi di che a ciò fare voleva giovarsi, erano assai diversi da quelli adoperati da Arlington e da Clifford.Il pensiero di stabilire il potere arbitrario col soccorso delle armi forestiere, e riducendo il Regno alla condizione di principato dipendente, non entrò mai nel suo cervello. Era suo intendimento affezionare alla Monarchia quelle classi di uomini le quali le erano state ferme alleate mentre ardevano le lotte della precedente generazione, e che se n’erano disgustate a cagione de’ recenti delitti ed errori della Corte. Con lo aiuto dei vecchi interessi de’ Cavalieri, cioè con lo aiuto de’ Nobili, dei gentiluomini delle campagne, del Clero, delle Università, pensava egli che Carlo avrebbe potuto essere sovrano, se non assoluto, almeno potente al pari di Elisabetta.
XVII. Intanto il Governo aveva, anche in Inghilterra, perduta la sua popolarità. I realisti avevano cominciato a contenderecon la Corte e fra loro stessi; e la parte vinta, calpesta, e, come pareva, annientata, ma che serbava tuttavia un vigoroso principio di vita, alzò nuovamente il capo, e rinnovò la interminabile guerra.Quando anche l’amministrazione avesse proceduto scevra di falli, l’entusiasmo con che il popolo aveva salutato il ritorno del Re e la fine della tirannide militare, non avrebbe potuto durare; avvegnachè sia legge di natura, che a tali repentini eccitamenti tenga dietro la calma. Il modo onde la Corte abusò della propria vittoria, affrettò e rese compiuta cotesta calma. Ogni uomo moderato mal pativa la insolenza, la crudeltà, la perfidia, con che venivano trattati i non-conformisti. Le leggi penali avevano efficacemente purgata la parte oppressa di quegli individui poco sinceri, i vizi de’ quali le scemavano la reputazione; e l’avevano resa di nuovo una società di onesti uomini e pii. Il Puritano vincitore, governante, persecutore, sequestratore, era stato aborrito, tradito, bistrattato, abbandonato da’ temporeggiatori che ne’ giorni prosperi gli avevano giurata fratellanza, cacciato via dal proprio tetto, interdetto sotto pene severe a pregare o ricevere i sacramenti secondo la propria coscienza; e, non ostante, sempre fermo nel proposito di obbedire a Dio meglio che all’uomo, era, in onta a certe spiacevoli rimembranze, obietto di pietà e riverenza a tutte le menti diritte. Cotesti sentimenti divennero più forti allorchè corse la voce che la Corte non intendeva trattare i Papisti col medesimo rigore con che aveva trattati i Presbiteriani. Nacque in cuore di molti il sospetto che il Re e il Duca non fossero protestanti sinceri. Molti, oltre a ciò, che non avevano potuto soffrire l’austerità ed ipocrisia de’ Farisei della Repubblica, cominciarono a sentire maggiore disgusto della impudente corruttela della Corte e de’ Cavalieri, e inclinavano a dubitare che l’austera rigorosità di Laudaddio Barebone non fosse da preferirsi all’oltraggiosa profanazione e licenza dei Buckingham e dei Sedley. Anche quegli uomini immorali che non erano estranei al sentimento e allo spirito pubblico, querelavansi vedendo il Governo trattare le cose più gravi come pretti trastulli, e considerare le cose da nulla come cose gravi. Poteva ad un Re perdonarsi ch’ei sisvagasse col vino, col brio, con le donne; ma era intollerabile ch’egli si perdesse oziando e immerso ne’ piaceri, che le più gravi faccende dello Stato fossero trascurate, e che gli ufficiali pubblici morissero di fame, mentre devastavansi le finanze onde arricchire meretrici e parassiti.Gran numero di realisti facevano eco a tali querimonie, ed aggiungevano molte pungenti considerazioni intorno la ingratitudine del Re. Veramente, le intere sue entrate non sarebbero bastate a rimunerarli secondo ch’essi credevano di meritare. Perocchè, ad ogni impoverito gentiluomo che aveva combattuto sotto Rupert o Derby, i propri servigi parevano eminentemente meritorii, e i propri danni eminentemente duri. Ciascuno aveva sperato, sia che si fosse degli altri, ch’ei verrebbe con larghezza ricompensato di tutte le perdite sostenute nelle lotte civili, e che la restaurazione della monarchia avrebbe restaurato i suoi beni dilapidati. Nessuno di questi speranzosi potè frenare lo sdegno, allorquando trovossi così povero sotto il Re, come era stato sotto il Parlamento repubblicano o sotto il Protettore. La negligenza e la stravaganza della Corte svegliò la collera di cotesti leali veterani. Dicevano giustamente, che mezzi i tesori che il Re profondeva a beneficio delle concubine e de’ buffoni, potevano racconsolare i cuori di centinaia de’ vecchi Cavalieri, i quali dopo d’avere abbattuti i boschi e fuse le argenterie loro onde soccorrere il padre suo, adesso erravano intorno in povero arnese, e non sapevano dove rivolgersi per un tozzo di pane.Nel tempo stesso, le rendite improvvisamente ribassarono. La entrata d’ogni possidente di terre scemò di cinque scellini per ogni lira sterlina. In ogni Contea del Regno levossi il grido della miseria agricola; di che, secondo il costume, fu chiamato in colpa il Governo. I gentiluomini, costretti a diminuire le loro spese, vedevano con isdegno il crescente splendore e la profusione di Whitehall, e fermamente credevano che la pecunia la quale doveva servire al sostegno delle loro famiglie, era passata, in modo inesplicabile, ai favoriti del Re.Tutti gli animi, quindi, divennero esacerbati in guisa, che ogni atto pubblico eccitava il malcontento. Carlo aveva sposataCaterina principessa di Portogallo. Tale matrimonio generalmente dispiacque; e le mormorazioni divennero più forti allorchè si conobbe che il Re non aveva speranza di discendenti legittimi. Dunkerque, tolta alla Spagna da Oliviero, fu venduta a Luigi XIV Re di Francia. Ciò riaccese lo sdegno in cuore di tutti gl’Inglesi, i quali cominciavano ad osservare con inquietudine il progresso della potenza francese, e a sentire per la Casa de’ Borboni ciò che gli avi loro avevano sentito per la Casa d’Austria. Domandavano se fosse cosa savia in tempo siffatto aggiungere forza ad una Monarchia troppo formidabile. Dunkerque, inoltre, veniva considerata dal popolo, non solamente come piazza d’armi e chiave de’ Paesi Bassi, ma anche come trofeo del valore inglese. Essa era per i sudditi di Carlo ciò che Calais era stata pei loro antenati, e ciò che la rocca di Gibilterra, difesa con tanto valore, in tempi pieni di disastri e pericoli, contro le flotte e le armate di una potente coalizione, è per noi stessi. La economia sarebbe stata una valida scusa, se l’avesse allegata un Governo economo. Ma sapevano tutti che le spese necessarie a mantenere Dunkerque erano frivole, di fronte alle somme che nella Corte dissipavansi in vizi e follie. E’ pareva cosa da non potersi patire, che un sovrano smisuratamente prodigo in tutto ciò che spettava ai propri piaceri, dovesse mostrarsi avaro in tutto ciò che spettava alla sicurezza ed all’onore dello Stato.Il pubblico malcontento si fece maggiore allorquando si conobbe che, mentre Dunkerque erasi abbandonata sotto pretesto d’economia, la fortezza di Tangeri, la quale era parte della dote della Regina Caterina, fu riparata ed armata con enormi spese. Tangeri non racchiudeva memorie gradite all’orgoglio nazionale; non poteva in nessun modo promuovere gl’interessi della nazione; avvolgeva il paese in una guerra ingloriosa, non proficua e interminabile, con le semiselvagge tribù de’ Mussulmani; ed era posta in un clima grandemente nocivo alla sanità ed al vigore della razza inglese.XVIII. Ma le mormorazioni provocate da cotesti falli erano deboli, in agguaglio de’ clamori che scoppiarono appena il Governo ebbe dichiarata la guerra alle Provincie Unite. La Camera de’ Comuni sollecitamente votò somme di danaro senzaesempio nella nostra storia, somme superiori a quelle che erano bastate a mantenere le flotte e le armate di Cromwell nel tempo in cui il suo potere faceva tremare tutto il mondo. Ma fu tanta la stravaganza, la disonestà, la incapacità de’ suoi successori, che siffatta liberalità riuscì peggio che inutile. Gli adulatori di Corte, inetti a contendere contro i grandi uomini che allora comandavano le armi olandesi, contro un uomo di Stato come De Witt, e contro un capitano come De Ruytor, impinguaronsi con subiti guadagni; mentre i marinai ammutinavansi per fame, gli arsenali rimanevano senza guardie, e le navi erano sdrucite e prive di arnesi. In fine, fu risoluto di abbandonare ogni pensiero di guerra offensiva; ma subito fu a tutti manifesto, che anche una guerra difensiva era soma troppo grave per il Governo. La flotta olandese si spinse su pel Tamigi, ed incendiò le navi da guerra che stavano ancorate a Chatham. Si sparse la voce che in quello stesso giorno in cui l’onore inglese rimase umiliato, il Re gozzovigliava con le femmine del suo serraglio, e svagavasi dando la caccia ad una farfalla dentro la sala da cena. Allora e’ fu che tarda giustizia venne resa alla memoria d’Oliviero. In ogni dove magnificavasi il valore, lo ingegno, l’amor patrio di lui. In ogni dove rammentavasi come, lui governante, tutti i potentati stranieri tremassero al nome della Inghilterra; come gli Stati Generali, adesso così altieri, gli si fossero rispettosamente inchinati: ed appena si conobbe ch’ei più non era, la città d’Amsterdam venisse tutta illuminata quasi in segno di liberazione, e i fanciulli corressero attorno i canali gridando con gioia che il Diavolo era morto. Anche i realisti esclamavano che lo Stato non poteva salvarsi, se non chiamando sotto le armi i vecchi soldati della Repubblica. Tosto la metropoli cominciò a provare le miserie dell’assedio. Mancavano i combustibili. Il forte di Tilbury, luogo d’onde Elisabetta aveva scherniti gli oltraggi di Parma e di Spagna, venne insultato dagl’invasori. I cittadini di Londra, per la prima ed ultima volta, udirono il rimbombo de’ cannoni forestieri. Venne proposto in Consiglio di abbandonare la Torre, qualora il nemico si spingesse innanzi. Grosse torme di popolo accalcavano nelle strade gridando che l’Inghilterra era venduta. Le case ei cocchi de’ Ministri furono aggrediti dalla plebaglia; e il Governo temeva di dovere combattere a un tempo la invasione e la insurrezione. Vero è che lo estremo pericolo durò poco. Venne concluso un trattato assai diverso da quelli ai quali Oliviero aveva costume di apporre la firma; e la nazione riebbe la pace, ma il suo contegno fu poco meno minaccioso e tristo di quello che aveva mostrato nei giorni della imposta per mantenere la flotta.I mali umori generati dalla pessima amministrazione, furono accresciuti da calamità che la migliore amministrazione non avrebbe potuto scansare. Mentre inferociva la guerra ignominiosa con la Olanda, Londra patì due disastri gravi che, in tempo si breve, non afflissero mai tanto città nessuna. Una pestilenza, assai più orribile di qualunque altra nello spazio di tre secoli avesse visitata l’isola, mietè in sei mesi centomila e più creature umane; ed appena i carri mortuari avevano cessato di andare attorno, quando un incendio, quale non s’era mai veduto in Europa dopo il bruciamento di Roma sotto Nerone, ridusse in rovine la città tutta quanta, dalla Torre fino al Tempio, e dal fiume sino a Smithfield.XIX. Se, mentre la nazione travagliavasi fra tante sciagure e tante umiliazioni, vi fosse stata una elezione generale, le Teste-Rotonde avrebbero probabilmente riacquistata la preponderanza nello Stato. Ma il Parlamento era tuttavia popolato di Cavalieri, eletti nello entusiasmo della lealtà che aveva seguita la Restaurazione. Nondimeno, tosto fu noto a tutti che nessuna Legislatura Inglese, leale quanto si volesse, si terrebbe paga d’essere ciò che la Legislatura era stata sotto i Tudors. Dalla morte d’Elisabetta fino alla vigilia della guerra civile, i Puritani che predominavano nel corpo rappresentativo, avevano sempre più, destramente adoperando il potere della borsa, usurpato nel campo del Potere Esecutivo. I gentiluomini, i quali, dopo la Restaurazione, sedevano nella Camera Bassa, comecchè abborrissero il nome de’ Puritani, erano lieti di avere raccolti i frutti della politica puritana. Certo, desideravano molto di valersi del potere che esercitavano nello Stato, onde rendere il Re potente e rispettato dentro il Regno e fuori: ma erano determinati a non lasciarsi privaredi tale potere. La grande rivoluzione inglese del secolo decimosettimo, val quanto dire il trapasso del supremo sindacato dell’amministrazione esecutiva dalla Corona alla Camera de’ Comuni, procedette, durante la lunga esistenza di quel Parlamento, con rapidità e fermezza. Carlo, impoverito da’ suoi vizi e dalle sue follie, aveva mestieri di danari, e non poteva procacciarsene se non per concessione de’ Comuni; ai quali non poteva impedirsi di porre a prezzo le loro concessioni. Il prezzo che vi posero fu questo, che venisse loro conceduto d’immischiarsi in ciascuna delle prerogative del Re; di forzarlo ad approvare le leggi che a lui spiacessero; licenziare Ministeri; dettare la condotta da tenersi nella politica estera, ed anche dirigere l’amministrazione della guerra. All’ufficio ed alla persona del Re professavansi altamente affettuosi e devoti. Ma ricusavano di obbedire a Clarendon, e gli si scagliarono contro, con furore pari a quello con che i loro predecessori avevano tempestato Strafford.XX. Le virtù e i vizi di quel Ministro cooperarono alla sua ruina. Era il capo apparente dell’amministrazione, e quindi veniva considerato mallevadore anche di quegli atti ai quali fortemente, ma invano, erasi opposto in Consiglio. I Puritani, e tutti coloro che ne sentivano pietà, lo reputavano qual bacchettone implacabile, un secondo Laud, fornito di maggiore intelligenza. Aveva sempre sostenuto che l’Atto d’Indennità dovesse rigorosamente osservarsi; ed in ciò la sua condotta, quantunque fosse per lui singolarmente onorevole, lo rese odioso a tutti quei realisti, i quali bramavano di rifarsi delle perdite sostenute nelle sostanze, citando le Teste-Rotonde a pagare i danni. I Presbiteriani di Scozia gli attribuivano la caduta della loro Chiesa. I Papisti d’Irlanda lo addebitavano della perdita delle loro terre. Come padre della Duchessa di York, aveva cagione a desiderare che la Regina fosse sterile; e però cadde in sospetto di avere proposta al Re una sposa che non poteva dargli prole. La vendita di Dunkerque venne a lui giustamente ascritta. Con meno giustizia gli chiedevano ragione della guerra con la Olanda. La sua indole accensibile, l’arrogante contegno, la impudente avidità di ricchezze, la ostentazione con che le profondeva, la sua pinacotecapiena dei capolavori di Vandyke che un tempo avevano adornate le sale degli impoveriti Cavalieri, il suo palagio che spiegava una lunga e magnifica facciata di contro alla reggia di più umile aspetto, gli provocarono contro molte meritate e non meritate censure. Quando la flotta olandese era nelle acque del Tamigi, la rabbia del popolaccio si scagliò precipuamente contro il Cancelliere. Gli ruppero le finestre, gli devastarono il giardino, e inalzarono una forca dinanzi alla sua casa. Ma in nessun luogo era tanto detestato, quanto nella Camera de’ Comuni. Non vedeva come celeremente si approssimasse il tempo in cui la Camera, seguitando ad esistere, diventerebbe il potere supremo nello Stato; il governarla sarebbe la parte più importante della politica; e senza l’aiuto di uomini che padroneggiassero le orecchie di cotesta Camera, sarebbe impossibile tirare innanzi il Governo. Ei persisteva ostinatamente a considerare il Parlamento come un corpo in nulla diverso da quello che esisteva quaranta anni innanzi, allorchè egli si pose a studiare Diritto nel Tempio. Non intendeva a privare la legislatura de’ poteri ad essa inerenti secondo l’antica Costituzione del Regno; ma il nuovo esplicamento di cosiffatti poteri, quantunque fosse naturale, inevitabile, e da non potersi fermare se non se distruggendoli affatto, spiacevagli e lo metteva in paura. Niuna cosa lo avrebbe indotto ad apporre il gran sigillo a un decreto fatto ad esigere la imposizione per le navi, o votare in Consiglio di chiudere dentro la Torre un membro del Parlamento, reo di avere liberamente favellato in una discussione: ma quando la Camera de’ Comuni cominciò a voler sapere in che modo il denaro votato per la guerra era stato speso, e togliere ad esame la pessima amministrazione della flotta, egli arse di sdegno. Tale esame, secondo lui, era fuori delle attribuzioni della Camera. Ammetteva che essa era una Assemblea lealissima, che aveva resi buoni servigi alla Corona, e che le sue intenzioni erano ottime; ma, tanto in pubblico quanto in privato, ei coglieva ogni destro per manifestare la propria inquietudine nel vedere gentiluomini così affettuosi della Monarchia, invadere sconsigliatamente le prerogative del Monarca. Diceva che, comunque lo spirito loro differisse grandemente da quellode’ membri del Lungo Parlamento, nulladimeno gli imitavano mestando in cose che stavano oltre la sfera degli Stati del reame, ed erano soggette all’autorità sola della Corona. Affermava che il paese non sarebbe mai governato convenevolmente, finchè i rappresentanti delle Contee e de’ borghi non fossero paghi di essere ciò che i loro predecessori erano stati nei tempi di Elisabetta. Respinse sdegnosamente, come indigesti progetti, incompatibili con l’antica politica inglese, tutti que’ disegni che uomini assai più di lui conoscitori de’ sociali bisogni proponevano a fine di mantenere la buona intelligenza tra la Corte e i Comuni. Il suo contegno verso gli oratori giovani che andavano acquistando reputazione ed autorità nella Camera Bassa, era sgraziato: gli riuscì di renderseli, forse senza eccettuarne nè anche un solo, mortali nemici. A vero dire, uno de’ suoi falli più gravi fu lo stemperato dispregio ch’egli affettava per la gioventù; dispregio tanto meno giustificabile, in quanto la esperienza che aveva nella politica inglese non era affatto proporzionata alla età sua. Imperciocchè era vissuto tanti anni lungi dalla patria, ch’ei conosceva la società fra mezzo alla quale trovossi appena ritornato, meno di quanto la conoscessero molti uomini che avrebbero potuto essergli figli.Per tali ragioni, la Camera de’ Comuni non lo poteva patire; mentre per ragioni assai diverse ei non piaceva alla Corte. La sua morale, non che la sua politica, erano quelle della precedente generazione. Anco quando studiava Diritto, vivendo in compagnia di giovani amanti del brio e de’ piaceri, la sua gravità naturale e i suoi principii religiosi lo avevano preservato dal contagio delle dissolutezze in voga: non era, dunque, verosimile che negli anni maturi diventasse libertino. I vizi degli allegri giovani ei guardava con quasi tanta avversione acre e sprezzante, quanta ne sentiva per gli errori teologici de’ settari. Non lasciava mai fuggire il destro di schernire i mimi, i folleggianti e i cortigiani che riempivano la reggia; e gli ammonimenti che dava al Re stesso erano molto pungenti, e—il che anco più spiaceva a Carlo—molto prolissi. Nè anche una voce levossi a difendere un Ministro colpito dall’odio dei falli che provocavano il furore del popolo, e da quellodelle virtù che tornavano moleste e importune al sovrano. Southampton non era più. Ormond compì i doveri d’amicizia con energia e fedeltà, ma invano. Il Cancelliere fu avvolto in una grande rovina. Il Re gli tolse i sigilli; la Camera de’ Comuni lo pose in istato d’accusa; la sua vita non rimase sicura; ei fuggì dal paese; un editto lo dannava ad esilio perpetuo; e coloro che lo avevano assalito, minandogli il terreno di sotto ai piedi, si misero a contendere per dividersi le spoglie del caduto.Il sacrificio di Clarendon ammorzò un poco la sete di vendetta che ardeva nel popolo. Nondimeno, l’ira sua, rieccitata dalla profusione e dalla negligenza del Governo, e dalla pessima condotta della ultima guerra, non era per nulla spenta. I consiglieri di Carlo, tenendo dinanzi agli occhi la miseranda sorte del Cancelliere, trepidavano per la propria sicurezza. Avvertirono, quindi, il loro signore a calmare la irritazione che prevaleva nel Parlamento e per tutto il paese, ed a tal fine appigliarsi ad un provvedimento che non ha nulla di simile nella storia degli Stuardi, e che era degno della prudenza e magnanimità d’Oliviero.XXI. Siamo adesso pervenuti ad un punto, in cui la storia della grande rivoluzione inglese principia a complicarsi con la storia della politica straniera. La potenza spagnuola veniva, da molti anni, volgendo in basso. Egli è vero che possedeva tuttavia in Europa il Milanese, le Due Sicilie, il Belgio e la Franca Contea; e che in America i suoi dominii distendevansi da ambi i lati dello equatore, al di là de’ confini della zona torrida. Ma cotesto grande corpo era stato colpito da paralisi, e non solo era incapace di molestare gli altri Stati, ma non valeva, senza l’altrui soccorso, a respingere l’aggressione. La Francia, senza nessun dubbio, era la più grande delle Potenze europee. I suoi mezzi d’allora in poi sono venuti sempre crescendo, ma non così celeremente come quelli dell’Inghilterra. È uopo rammentare, che centottanta anni fa, lo Impero di Russia era affatto fuori del sistema politico d’Europa, al pari dell’Abissinia o del Siam; che la casa di Brandeburgo era appena più potente di quella di Savoia; e che la Repubblica degli Stati-Uniti non esisteva affatto.La potenza francese quindi, benchè tuttora sia considerevole, è relativamente scemata. Il suo territorio ai tempi di Luigi XIV non era esteso come ai dì nostri; ma era grande, unito, fertile, bene adatto all’offesa ed alla difesa, posto sotto un bel clima, e popolato da genti valorose, operose ed industri. Lo Stato era implicitamente retto da una sola mente suprema. I grandi feudi, che, trecento anni avanti, erano in tutto, tranne nel nome solo, principati indipendenti, erano stati annessi alla Corona. Solo pochi vecchi potevano rammentarsi dell’ultima ragunanza degli Stati Generali. La resistenza che gli Ugonotti, i Nobili e i Parlamenti avevano opposta al regio potere, era stata annientata da’ due grandi Cardinali, che per lo spazio di quaranta anni avevano governata la nazione. Il Governo era un pretto dispotismo; ma, almeno verso le classi elevate, dispotismo mite e generoso, e temperato da modi cortesi e da sentimenti cavallereschi. I mezzi de’ quali poteva disporre il Sovrano, erano per quell’età veramente formidabili. La sua rendita, riscossa, a dir vero, per mezzo di tassazioni severe ed ineguali, che pesavano gravemente sopra i coltivatori del suolo, sorpassava d’assai quella d’ogni altro potentato. Il suo esercito, egregiamente disciplinato e comandato dai più grandi Generali che allora vivessero, era già composto di centoventi e più mila uomini. Tanto numero di truppe regolari non s’era mai veduto in Europa, dalla caduta dello Impero Romano in poi. Tra le Potenze marittime, la Francia non era la prima. Ma, comecchè avesse rivali, non era inferiore a nessuna. Era tale la sua forza negli ultimi quaranta anni del secolo decimosettimo, che nessun nemico poteva da sè solo resisterle; e due grandi coalizioni, nelle quali mezza la Cristianità le moveva contro, non ebbero prospero successo.XXII. Le doti personali del Re francese accrescevano il rispetto che veniva ispirato dal potere e dalla importanza del suo reame. Non vi fu mai Sovrano che rappresentasse con più dignità e grazia la maestà d’un grande Stato. Egli era il suo proprio primo Ministro, e, compiva i doveri di quell’arduo ufficio con tale abilità ed industria, che non potevano a ragione aspettarsi in un uomo che fino dalla infanzia aveva portatala Corona, ed era stato circondato da una folla d’adulatori innanzi che fosse in istato di parlare. Aveva mostrato di possedere in grado eminente due pregii inestimabili in un principe: lo ingegno, cioè, di scegliere i suoi servi; e quello di addossare a sè stesso la parte precipua del credito degli atti loro. Nelle relazioni co’ potentati stranieri fu alquanto generoso, ma non mai giusto. Agli alleati infelici, i quali gettavansi ai suoi piedi, e non avevano altra speranza che nella sua commiserazione, largì la propria protezione con disinteresse romantico, che sembrava meglio convenire ad un cavaliere errante, che ad un uomo di Stato. Ma ruppe senza scrupolo o vergogna i vincoli più sacri della fede pubblica, ogni qualvolta essi toccavano il suo interesse, o ciò che egli chiamava sua gloria. La sua perfidia e violenza, nondimeno, eccitavano meno inimicizia di quello che facesse la insolenza con che rammentava di continuo ai vicini la sua grandezza e la piccolezza loro. In quel tempo non era caduto in quell’austera divozione, la quale poscia dette alla sua Corte la sembianza d’un monastero. Era invece licenzioso, benchè non così frivolo ed indolente, come il suo confratello d’Inghilterra. Era sinceramente cattolico romano; e la coscienza e la vanità sue lo spingevano a adoperare la propria possanza onde difendere e propagare la vera fede, secondo lo esempio de’ suoi famosi predecessori, Clodoveo, Carlomagno e San Luigi.I nostri antichi consideravano con grave sospizione la crescente potenza della Francia. Tale sentimento, in sè perfettamente ragionevole, era misto ad altri meno degni di lode. La Francia era nostra vecchia nemica. Contro essa erano state combattute le battaglie più famose di cui facessero ricordo gli annali nostri. Il conquisto della Francia era stato due volte fatto dai Plantageneti. La perdita della Francia era stata lungo tempo rammentata come un grande disastro nazionale. Del titolo di Re di Francia seguitavano ad insignirsi i nostri Sovrani. I gigli di Francia apparivano commisti coi nostri Leoni sull’arme della Casa degli Stuardi. Nel secolo sedicesimo il timore ispirato dalla Spagna aveva sospesa l’animosità alla quale dapprima era stato obietto la Francia. Ma la paura fattaci dalla Spagna era terminata in una sprezzante commiserazione;e la Francia venne nuovamente considerata come nostra nemica nazionale. La vendita di Dunkerque fatta alla Francia, era stata l’atto più impopolare della Monarchia restaurata. L’affetto verso la Francia era uno de’ principali delitti di che la Camera de’ Comuni accusava Clarendon. Perfino nelle inezie mostravasi il pubblico sentire. Quando nelle strade di Westminster seguì un tafferuglio tra i familiari della Legazione Francese e quei della Spagnuola, la plebaglia, comecchè dalla forza fosse impedita d’immischiarvisi, aveva dati manifestissimi segni che provavano come il vecchio abborrimento vivesse tuttavia.La Francia e la Spagna erano allora ravvolte in una gravissima contesa. Uno de’ fini precipui della politica di Luigi, fine al quale egli tenne dietro per tutta la sua vita, era quello di estendere i suoi dominii sino al Reno. A tale scopo aveva mossa guerra alla Spagna, e già proseguiva prosperamente le proprie conquiste. Le Provincia Unite vedevano con timore il progresso delle armi francesi. Quella rinomata Confederazione era pervenuta ad altezza di possanza, prosperità e gloria. Il territorio batavo, contrastato alle onde marine, e difeso contro esse dall’arte dell’uomo, era per estensione poco più del Principato di Galles. Ma tutto quello angusto spazio era una specie di operoso ed affollato alveare, in cui ogni giorno producevansi ricchezze nuove, ed accumulavansi in vaste masse le antiche. Lo aspetto dell’Olanda, la ricca coltivazione, gl’innumerevoli canali, i molini sempre in attività, lo infinito numero di barche, le grandi città sparse a poca distanza l’una dall’altra, i porti affollati di migliaia di navi, i grandi e maestosi edifizi, le ville eleganti, gli appartamenti splendidamente addobbati, le gallerie di pitture, le logge, i campi fioriti di tulipani, producevano nell’animo de’ viaggiatori inglesi di que’ giorni lo effetto che ai nostri produce la vista dell’Inghilterra nella mente di un abitatore della Norvegia o del Canadà. Gli Stati Generali furono costretti ad umiliarsi al cospetto di Cromwell. Ma dopo la Restaurazione, presero la rivincita, guerreggiando prosperamente contro Carlo, e concludendo una pace a patti onorevoli. Per quanto ricca, però, fosse la Repubblica ed altamente rispettata in Europa, non poteva resisterealla potenza di Luigi. Sospettava, non senza cagione, che il Regno Francese si potesse estendere fino ai batavi confini, ed aveva da temere la immediata vicinanza di un monarca così grande, ambizioso e scevro di scrupoli. Eppure, non era cosa facile trovare un espediente che potesse allontanare il pericolo. I soli Olandesi non potevano far traboccare la bilancia contro la Francia. Dalla parte del Reno non erano da aspettarsi aiuti nessuni. Alcuni Principi germanici s’erano fatti parteggiatori di Luigi, e lo stesso Imperatore tenevano impacciato i malcontenti degli Ungheri. La Inghilterra era separata dalle Provincie Unite per la rimembranza de’ danni crudeli di recente inflitti e patiti; e la sua politica, dopo la Restaurazione, era stata cotanto scema di saviezza e di spirito, che era appena possibile lo sperarne un valido aiuto.Ma la sorte di Clarendon, e i crescenti malumori del Parlamento, spinsero i consiglieri di Carlo a adottare repentinamente una politica che maravigliò ed empì di gioia la nazione.XXIII. Sir Guglielmo Temple, agente inglese in Brusselles, uno dei più esperti diplomatici e de’ più dilettevoli scrittori di quell’età, aveva già fatto sapere alla propria Corte, come fosse desiderabile ed insieme agevole trattare cogli Stati Generali, onde far fronte al progresso della Francia. Per un certo tempo le sue suggestioni erano state poste in non cale; ma adesso fu reputato utile seguirle. A lui, dunque, fu commesso di negoziare cogli Stati Generali. Si condusse all’Aja, e tosto s’accordò con Giovanni De Witt, che allora era primo Ministro d’Olanda. La Svezia, per quanto piccoli fossero i suoi mezzi, erasi quaranta anni innanzi, mercè il genio di Gustavo Adolfo, innalzata ad eminente grado fra i potentati europei, e non era per anche discesa alla sua naturale posizione. Nella riferita occasione, essa venne indotta a collegarsi alla Inghilterra ed agli Stati. In tal guisa formossi quella coalizione conosciuta sotto il nome di Triplice Alleanza. Luigi mostrò d’esserne vessato, e di provarne risentimento; ma non reputò atto di sana politica il tirarsi addosso le ostilità d’una tanta confederazione, che aggiungevansi a quelle della Spagna. Assentì quindi ad abbandonare una gran parte del territorio occupatodall’armi sue. L’Europa riebbe la pace, e il Governo Inglese, che poco innanzi era universalmente spregiato, venne per pochi mesi considerato dalle Potenze straniere con rispetto quasi uguale a quello che il Protettore aveva ad esse ispirato.Dentro lo Stato, la Triplice Alleanza era oltremodo popolare, come quella che ad un tempo satisfaceva l’animosità nazionale, e il nazionale orgoglio. Poneva un confine alle usurpazioni d’un potente ed ambizioso vicino. Avvincolava in istretta unione i principali Stati protestanti. Le Teste-Rotonde e i Cavalieri ne gioivano egualmente: ma la gioia degli uni era maggiore di quella degl’altri; imperciocchè la Inghilterra erasi intimamente collegata con un paese di governo repubblicano e di religione presbiteriana, contro un paese retto da un principe arbitrario, ed affezionato alla Chiesa Cattolico-Romana. La Camera de’ Comuni plaudì clamorosamente al trattato; ed alcuni mormoratori non cortigiani lo chiamarono l’unico atto lodevole che il Re avesse mai fatto, dopo la ristaurazione del trono.XXIV. Il Re, nulladimeno, davasi poco pensiero dell’approvazione del Parlamento o del popolo. Considerava la Triplice Alleanza solo come un espediente temporaneo a calmare il malcontento, che accennava di farsi grave. La indipendenza, la sicurtà, la dignità della nazione alla quale ei presedeva, erano nulla agli occhi suoi. Aveva cominciato a trovare incomode le limitazioni costituzionali. Erasi già formata nel Parlamento una forte colleganza, conosciuta sotto il nome di partito patriottico. Comprendeva tutti gli uomini pubblici che inchinavano alla repubblica e al puritanismo, e molti altri i quali, quantunque aderenti alla Chiesa stabilita e alla Monarchia ereditaria, erano stati tratti alla opposizione dalla paura del papismo, dalla paura della Francia, e dal disgusto che sentivano della stravaganza, dissolutezza e perfidia della Corte. La potenza di cotesta legione di uomini politici andava ognora crescendo. Ciascun anno, alcuni di que’ rappresentanti che erano stati rieletti durante lo entusiasmo di lealtà del 1661, tiravansi da parte, e i seggi vacanti venivano generalmente occupati da individui meno docili. Carlo non estimavasi vero Re, finchè un’Assemblea di sudditi poteva chiamarlo al rendimentode’ conti, innanzi che egli avesse pagati i suoi debiti, ed insistere onde conoscere quale delle sue amanti o de’ suoi cortigiani si fosse appropriata la pecunia destinata ad equipaggiare la flotta. Comecchè egli non fosse molto studioso della propria reputazione, sentiva molestia degli insulti che talora gli lanciavano nelle discussioni della Camera de’ Comuni; ed una volta tentò d’infrenare, con mezzi vergognosi, la libertà della parola. Sir Giovanni Coventry, gentiluomo di provincia, aveva in una discussione schernite le dissolutezze della Corte. In qualunque de’ regni antecedenti, sarebbe stato, probabilmente chiamato avanti al Consiglio Privato, e imprigionato dentro la Torre. Adesso il Governo procedè in modo diverso. Una banda di sicari fu di soppiatto mandata a tagliare il naso al colpevole. Cotesta schifosa vendetta, invece di domare lo spirito della opposizione, eccitò tale procella, che il Re fu astretto a sobbarcarsi alla crudele umiliazione di approvare uno Statuto di morte infamante che colpiva i ministri della sua vendetta, e che gli tolse dalle mani il potere di perdonarli.Ma, per quanto fosse impaziente del freno costituzionale, in che guisa poteva egli emanciparsene? Poteva rendersi dispotico soltanto con lo aiuto di un grande esercito stanziale, e siffatto esercito non esisteva. Con le sue rendite poteva, a dir vero, mantenere un certo numero di milizie regolari; ma esse, comunque fossero tante da eccitare gelosia e sospetto nella Camera de’ Comuni e nel paese, bastavano appena a proteggere Whitehall e la Torre contro una insurrezione della plebe di Londra. E v’era ragione di temere simiglianti insurrezioni, poichè sapevasi pur troppo, che nella città e ne’ suburbii esistevano non meno di ventimila de’ vecchi soldati d’Oliviero.XXV. Poichè il Re ebbe stabilito di emanciparsi dal sindacato del Parlamento, e poichè a tanta impresa non poteva sperare aiuti dentro lo Stato, reputò necessario procacciarseli fuori. La potenza e ricchezza della Francia erano bastevoli all’ardua prova di stabilire la monarchia assoluta in Inghilterra. Cosiffatto alleato doveva indubitabilmente aspettarsi segni di gratitudine per un tanto servigio. Era, però, mestieri che Carlo scendesse al grado di un grande vassallo, e facesseguerra o pace ad arbitrio del Governo che lo proteggeva. Le sue relazioni con Luigi sarebbero state strettamente simili a quelle in che il Rajah di Nagpore e il Re di Oude oggidì stanno verso il Governo Inglese. Cotesti principi hanno debito di aiutare la Compagnia delle Indie Orientali in ogni ostilità difensiva ed offensiva, e di non avere altre relazioni diplomatiche che quelle le quali vengono sanzionate dalla predetta Compagnia. Questa, in compenso, li assicura contro ogni insurrezione. Fino a che essi fedelmente adempiono agli obblighi loro verso il potere sovrano, hanno licenza di disporre di grosse rendite, empire i loro palagi di belle donne, abbrutirsi in compagnia de’ loro dissoluti cortigiani, ed opprimere impunemente qualunque de’ sudditi diventi segno all’ira loro. Simigliante vita sarebbe insoffribile ad un uomo di spirito altero e di potente intendimento. Ma a Carlo, uomo sensuale, pigro, inetto ad ogni forte opera di mente, e privo d’ogni sentimento di amor patrio e di dignità personale, quel prospetto di degradata esistenza non era niente spiacevole.Parrà cosa straordinaria che il Duca di York cooperasse al disegno di degradare la Corona, che probabilmente un giorno egli avrebbe portata: imperocchè la indole sua era altera ed imperiosa; e veramente, seguitò fino all’ultimo a mostrare, secondo che si presentava il destro, con risentimenti e lotte, come mal tollerasse il giogo francese. Ma la superstizione gli aveva deturpata l’anima tanto, quanto la indolenza e il vizio avevano corrotta quella del suo fratello. Giacomo era già cattolico romano. La bacchettoneria era diventata il sentimento predominante della sua mente angusta e inflessibile, ed erasi cotanto confusa con lo amore di governare, che le due passioni mal potevano l’una dall’altra distinguersi. E’ pareva molto improbabile che egli, senza aiuto straniero potesse ottenere il predominio o anche la tolleranza della sua propria fede; ed era siffattamente temprato, da non vedere nulla di umiliante in qualunque atto che valesse a giovare gl’interessi della vera Chiesa.Si iniziarono negoziati, che durarono parecchi mesi. Lo agente precipuo tra la Corte inglese e la francese fu la bella, graziosa ed accorta Enrichetta duchessa d’ Orleans, sorella diCarlo, cognata di Luigi, e caramente diletta ad entrambi. Il Re d’Inghilterra si profferse a dichiararsi cattolico romano, sciogliere la Triplice Alleanza, e collegarsi con la Francia contro la Olanda, ove la Francia gli apprestasse gli aiuti pecuniari e militari di che egli avesse mestieri per rendersi indipendente dal suo Parlamento. Luigi, in sulle prime, simulò di ricevere freddamente tali proposte, e infine accettolle col contegno di chi accordi un grande favore; ma veramente, la via per cui s’era messo era tale, ch’egli ci poteva sempre guadagnare, e non perdere.XXVI. Pare certo ch’egli non avesse mai avuto serio pensiero di stabilire il dispotismo e il papismo in Inghilterra con la forza delle armi. Doveva accorgersi che tanta impresa sarebbe stata ardua e rischiosa; che per anni molti avrebbe tenute occupate tutte le energie della Francia; e che sarebbe stata affatto incompatibile con altre e più praticabili idee d’ingrandimento, molto care al suo cuore. Avrebbe volentieri acquistato il merito e la gloria di rendere, a patti ragionevoli, un grande servigio alla sua propria Chiesa: ma era poco inchinevole a imitare i suoi antenati, i quali, ne’ secoli duodecimo e tredicesimo, avevano condotto il fiore della cavalleria francese a morire nella Siria e nello Egitto; e bene conosceva che una crociata contro il protestantismo in Inghilterra, non sarebbe stata meno pericolosa delle spedizioni in cui erano perite le milizie di Luigi VII e di Luigi IX. Non aveva cagione a desiderare che gli Stuardi fossero principi assoluti. Non considerava la Costituzione inglese con sentimento simile a quello che in tempi posteriori spinse i Principi a muovere guerra alle libere istituzioni de’ popoli vicini. Ai dì nostri, un gran partito zelante del Governo popolare, conta proseliti in ogni paese incivilito. Ogni vittoria ch’esso in qualunque luogo riporti, non manca di svegliare un generale commovimento. Non è quindi a maravigliare che i Governi, minacciati da un pericolo comune, concordino ad assicurarsi vicendevolmente. Ma nel secolo decimosettimo tale periglio non esisteva. Tra il pubblico sentire dell’Inghilterra e il pubblico sentire della Francia, era un abisso. Le nostre istituzioni e fazioni erano tanto poco intese in Parigi, quanto in Costantinopoli. È da dubitarsise nè anche uno dei quaranta membri dell’Accademia Francese avesse nella propria biblioteca un solo libro inglese, e conoscesse solo di nome Shakspeare, Johnson o Spenser. Pochi Ugonotti, eredi dello spirito de’ proprii antenati, potevano forse consentire con le Teste-Rotonde, loro confratelli nella fede; ma gli Ugonotti più non erano formidabili. I Francesi, come corpo, affettuosi alla Chiesa di Roma, ed orgogliosi della grandezza del Re loro e della propria lealtà, guardavano le nostre lotte contro il papismo e il potere arbitrario, non solo senza ammirazione o simpatia, ma con forte disapprovazione e disgusto. Sarebbe, adunque, grave errore attribuire la condotta di Luigi a timori simili in tutto a quelli che, nell’età nostra, indussero la Santa Alleanza ad immischiarsi nelle faccende interne di Napoli e di Spagna.Ciò non ostante, le proposte fatte dalla Corte di Whitehall giunsero a Luigi gradite singolarmente. Meditava già i giganteschi disegni, che tennero poscia per quaranta anni in perpetuo commovimento tutta l’Europa. Voleva umiliare le Provincie Unite, ed incorporare ai propri dominii il Belgio, la Franca Contea e la Lorena. Nè ciò era tutto. Essendo il Re di Spagna un fanciullo malaticcio, era verosimile morisse senza prole. La sorella maggiore di costui era Regina di Francia. Era quasi certo arrivasse il giorno—e poteva arrivare presto—in cui la casa de’ Borboni avesse a produrre i suoi diritti a quel vasto Impero, sul quale il sole non tramontava giammai. La congiunzione di due grandi monarchie sotto una sola Corona, sarebbe senza alcun dubbio stata avversata da una coalizione continentale; per resistere alla quale il solo braccio della Francia bastava. Ma l’Inghilterra poteva far traboccare la bilancia. Dalla parte da che l’Inghilterra si sarebbe messa in tale occasione, dipendevano i destini del mondo; ed era a tutti manifesto, che il Parlamento e la nazione inglese aderivano fortemente alla politica che aveva dettata la Triplice Alleanza. Nulla, quindi, poteva essere tanto grato a Luigi, quanto il sapere che i principi della casa degli Stuardi avevano mestieri del suo aiuto, ed erano vogliosi di acquistarlo a prezzo di illimitata sottomissione. Deliberato di giovarsi del destro, formò per uso proprio un sistema d’azione, dal qualenon si scostò mai, finchè sopraggiunse la rivoluzione del 1688 a sconcertargli ogni politico disegno. Si confessò desideroso di compiacere alla Corte inglese; promise grandi aiuti. Di quando in quando ne largì tanti, quanti servissero a tenere viva la speranza, e quanti ne potesse senza rischio o inconvenevolezza offerire. In tal guisa, con una spesa molto minore di quella ch’egli sostenne a erigere e decorare Versailles e Marli, gli riuscì di rendere la Inghilterra, per circa venti anni, parte quasi così frivola del sistema politico europeo, come lo è, a’ giorni nostri la Repubblica di San Marino.Era suo scopo non già distruggere la nostra Costituzione, ma tenere i vari elementi onde era composta, in perenne conflitto, e rendere irreconciliabilmente nemici coloro che avevano il potere della borsa, e coloro che avevano il potere della spada. A tal fine, comperava ed irritava a vicenda ambe le parti; pensionava, nel tempo stesso, i Ministri della Corona e i capi della opposizione; incoraggiava la Corte ad opporsi alle usurpazioni sediziose del Parlamento; e faceva spargere nel Parlamento susurri intorno ai disegni arbitrali della Corte.Uno degli espedienti ai quali appigliossi col proposito di predominare nei Consigli inglesi, è peculiarmente degno d’essere rammentato. Carlo, quantunque fosse incapace di sentire amore nel senso più alto del vocabolo, era schiavo d’ogni donna che con la beltà della persona eccitasse le voglie, e coi modi e con le ciarle allegrasse gli ozi di lui. Davvero, verrebbe meritamente deriso quel marito che soffrisse da una moglie d’alto lignaggio e d’intemerata virtù mezze le inscienze che il Re d’Inghilterra tollerava dalle sue concubine; le quali, mentre a lui solo andavano debitrici d’ogni cosa, carezzavano, quasi innanzi agli occhi suoi, i suoi cortigiani. Aveva pazientemente sopportato le sfrontate ire di Barbara Palmer, e la impertinente vivacità di Eleonora Gwynn. Luigi pensò che il più utile ambasciatore che egli potesse mandare a Londra, sarebbe stata una bella, licenziosa ed intrigante donna francese. La eletta fu Luisa, dama della casa di Querouaille, che i nostri rozzi antenati chiamavano Madama Carwell. Costei trionfò tosto di tutte le sue rivali, fu creata Duchessadi Portsmouth, colmata di ricchezze, ed ottenne un impero che finì con la vita di Carlo.XXVII. I patti più importanti dell’alleanza tra le due Corone, vennero formulati in un trattato secreto, che fu stipulato in Dover nel maggio del 1670, dieci anni dopo il giorno in cui Carlo era approdato a quel luogo medesimo fra le acclamazioni e le lacrime di gioia del troppo fidente popolo.Per virtù di tale trattato, Carlo obbligavasi a professare pubblicamente la religione cattolica romana; a congiungere le proprie armi con quelle di Luigi, onde distruggere il potere delle Provincie Unite; e adoperare le intere forze dell’Inghilterra, per terra e per mare, a sostegno de’ diritti della Casa de’ Borboni alla vasta Monarchia Spagnuola. Luigi, da parte sua, impegnavasi a pagare grossi sussidi; e prometteva che, qualora scoppiasse in Inghilterra una insurrezione, avrebbe mandata a proprie spese un’armata, onde sostenere il suo alleato.Cotesto patto fu fatto con tristi auspicii. Sei settimane dopo d’essere stato munito delle firme e de’ sigilli, la bella principessa, la cui influenza sopra il fratello e il cognato era stata così perniciosa alla propria patria, non era più. La sua morte fece nascere orribili sospetti, che per poco parvero volessero rompere l’amistà novellamente formata fra la Casa degli Stuardi e quella de’ Borboni; ma poco tempo dopo, i due confederati si dettero vicendevolmente nuove assicuranze di amichevoli intendimenti.Il Duca di York, così tardo d’ingegno da non sentire il pericolo, o così fanatico da non curarsene, era impaziente di veder mandato subito ad esecuzione lo articolo concernente la religione cattolica romana: ma Luigi ebbe la saviezza di prevedere che, se ciò fosse seguito, sarebbe in Inghilterra scoppiata tale esplosione, da frustrare probabilmente quelle parli del disegno le quali gli stavano più a cuore. Fu però stabilito che Carlo seguitasse a chiamarsi protestante, e a ricevere nelle grandi solennità la Comunione secondo il rituale della Chiesa Anglicana. Il suo fratello, più scrupoloso di lui, più non comparve nella Cappella Reale.Verso questo tempo mori la Duchessa di York, figlia delbandito Conte di Clarendon. Era stata per alcuni anni di soppiatto cattolica romana. Lasciò due figlie, Maria ed Anna, entrambe dipoi regine della Gran-Brettagna. Vennero educate protestanti per espresso comando del Re, il quale conosceva che sarebbe stato inutile a lui di confessarsi membro della Chiesa d’Inghilterra, se le due fanciulle che pareva dovessero succederli al trono, fossero, per licenza di lui, cresciute nel grembo della Chiesa di Roma.I principali servi della Corona in questo tempo erano uomini, i nomi de’ quali hanno meritamente acquistata non invidiabile celebrità. È d’uopo, nondimeno, studiarsi di non aggravare la memoria loro con la infamia che di diritto spetta al loro signore. Del trattato di Dover il Re stesso è principalmente responsabile. Egli tenne intorno a quello conferenze cogli agenti francesi; scrisse di propria mano molte lettere a quello spettanti; e’ fu colui che suggerì i più disonorevoli articoli che vi si contengono; e studiosamente ne nascose alcuni alla più parte de’ Ministri del suo Gabinetto, o, come veniva popolarmente chiamato, della sua Cabala.XXVIII. Poche cose nella nostra storia sono più curiose dell’origine e del progresso del potere che oggimai possiede il Gabinetto. Fino da tempi assai remoti, i Re d’Inghilterra sono stati assistiti da un Consiglio privato, al quale la legge assegnava non pochi importanti ufficii e doveri. Per alcuni secoli, questo Consiglio deliberò intorno ai più gravi e gelosi affari di Stato. Ma gradatamente venne cangiando d’indole. Diventò troppo numeroso per la speditezza delle faccende, o per serbare il segreto. Il grado di Consigliere privato era spesso conferito come onorificenza a uomini, ai quali il Governo non confidava nulla, e nè anche richiedeva la opinione. Il sovrano nelle più solenni occasioni rivolgevasi ad un ristretto numero di principali Ministri, onde averne consiglio. I vantaggi e svantaggi di siffatto modo di operare erano stati additati da Bacone, col suo consueto giudicio e sagacia; ma e’ non fu se non dopo la Restaurazione, che il Consiglio intimo cominciò ad attirare a sè l’attenzione universale. Per molti anni, i politici all’antica seguitarono a considerare il Gabinetto come un ufficio incostituzionale e pericoloso. Nulladimeno, divenne sempre più importante;ed alla perfine, si recò in mano quasi tutto il potere esecutivo, e venne poi ad essere estimato come parte essenziale del nostro ordinamento politico. Eppure, strano a dirsi! continua tuttora ad essere affatto sconosciuto alla legge. I nomi de’ nobili e de’ gentiluomini che lo compongono, non vengono mai officialmente annunciati al pubblico. Non si prende ricordo delle sue adunanze e deliberazioni; e la sua esistenza non è stata mai riconosciuta da nessun atto del Parlamento.XXIX. Per alcuni anni, il vocabolo Cabala venne comunemente usato come sinonimo di Gabinetto. Ma accadde per una fortuita coincidenza, che nel 1671 il Gabinetto fosse composto di cinque individui, nei nomi de’ quali le lettere iniziali formavano il vocabolo Cabala (Cabal): Clifford, Arlington, Buckingham, Ashley e Lauderdale. Questi Ministri furono, quindi, per enfasi chiamati la Cabala; e tosto resero quel nome così infame, che poscia non è stato mai usato se non in significato di riprovazione.Sir Tommaso Clifford era Commissario del Tesoro, e s’era reso grandemente notevole nella Camera de’ Comuni. Era il più rispettabile fra’ membri della Cabala, come quello che in una indole fiera ed imperiosa aveva un forte, quantunque miseramente pervertito, sentimento del dovere e dell’onore.Enrico Bennet, Lord Arlington, Segretario di Stato, aveva, fino dall’epoca in cui pervenne all’età d’uomo, passata la vita quasi sempre nel continente; ed aveva imparato quell’indifferentismo cosmopolitico verso le Costituzioni e le Religioni, che spesso si osserva negli individui che hanno spesi gli anni in una vagabonda diplomazia. Se vi era forma di Governo che a lui piacesse, ell’era quella di Francia. Se v’era Chiesa ch’egli preferisse, ella era quella di Roma. Aveva qualche ingegno nel conversare, ed anche nel trattare gli affari ordinari del suo ufficio. Nel corso d’una vita spesa a viaggiare e a far negoziati, aveva imparata l’arte di accomodare il linguaggio e il portamento all’indole della società fra mezzo alla quale ei si trovava. Con la vivacità, ne’ recessi della reggia, svagava il principe; con la gravità, nelle discussioni enelle conferenze, imponeva riverenza al pubblico; e gli era riuscito di tirare a sè, in parte rendendo servigi, in parte dando speranze, un numero considerevole di partigiani.Buckingham, Ashley e Lauderdale, erano uomini de’ quali la immoralità, ch’era infezione epidemica ne’ politici di quei tempi, mostravasi ne’ suoi più maligni sembianti, ma variamente modificata da grandi varietà di tempra e d’intendimento. Buckingham, uomo sazio di piaceri, erasi dato all’ambizione quasi per passatempo. Come si era provato a svagarsi con lo studio dell’architettura e della musica, con lo scrivere farse e cercare la pietra filosofale; così ora si provava a svagarsi con un negoziato secreto, e con una guerra cogli Olandesi. Era già stato, più presto per volubilità e vaghezza di cose nuove, che per alcun profondo proposito, infido ad ogni partito. Un tempo erasi messo nelle file de’ Cavalieri. In un altro, erano corsi mandati d’arresto contro di lui, incolpato di mantenere corrispondenza proditoria colle reliquie del partito repubblicano nella città. Era nuovamente diventato cortigiano, e voleva acquistare il favore del Re con servigi, dai quali i più illustri di coloro che avevano pugnato e sofferto per la Casa Reale, avrebbero rifuggito compresi d’ orrore.Ashley, più testardo, e dotato di assai più feroce e solida ambizione, era stato parimente versatile. La versatilità di Ashley nasceva, però, non da leggerezza, ma da deliberato egoismo. Aveva serviti e traditi vari Governi; ma aveva adattati i suoi tradimenti così bene ai tempi, che, fra mezzo a tutte le rivoluzioni, s’era sempre venuto innalzando. La moltitudine, compresa d’ammirazione per una prosperità, la quale, mentre ogni altra cosa perpetuamente mutavasi, era rimasta immutabile, attribuiva a lui una prescienza pressochè miracolosa, ed assomigliavalo a quello ebreo uomo di Stato, che, come è scritto, veniva consultato dal popolo come l’oracolo di Dio.Lauderdale, chiassoso e triviale nella gioia e nella collera, era forse, sotto l’apparenza di una presuntuosa franchezza, l’uomo più disonesto della Cabala. Erasi reso cospicuo fra gl’insorgenti scozzesi del 1638, ed era zelante della Convenzione. Lo accusavano d’essere stato complice di coloro che avevano venduto Carlo I al Parlamento Inglese, ed eraperciò dai Cavalieri reputato traditore, peggiore, s’era pur possibile, di quelli che avevano seduto nell’Alta Corte di Giustizia. Spesso parlava con ìstemperato scherzo dei giorni in cui egli era stato santocchio e ribelle. Ed ora la Corte se ne giovava come di precipuo strumento per imporre a forza il culto episcopale ai concittadini di lui; e in cosiffatto proposito, non abborrì dallo adoperare inesorabilmente la spada, il capestro e lo stivaletto.[18]Nondimeno, chi conoscevalo, sapeva bene che trenta anni di vicende non avevano prodotto il minimo cangiamento ne’ suoi veri sentimenti; che tuttavia egli odiava la memoria di Carlo I, e seguitava a preferire ad ogni altra forma di Governo ecclesiastico quella de’ Presbiteriani.Per quanto Buckingham, Ashley e Lauderdale, fossero scevri di scrupoli, non fu reputato prudente il farli partecipi dello intendimento che il Re aveva di dichiararsi cattolico romano. Fu loro mostrato un falso trattato, dove era omesso lo articolo concernente la religione. Al trattato genuino vennero apposti i soli nomi e sigilli di Clifford e d’Arlington. Ambidue questi uomini di Stato erano parziali della vecchia Chiesa: parzialità che, dopo non molto tempo, l’animoso e veemente Clifford confessò; mentre Arlington, più freddo e più codardo, la tenne nascosta, finchè lo avvicinarsi della morte, riempiendogli l’animo di terrore, lo indusse ad essere sincero. Gli altri tre Ministri, nondimeno, non erano uomini da essere tenuti agevolmente nel buio, ed è probabile che sospettassero più di quello che distintamente venne loro rivelato. Vero è che parteciparono alla confidenza di tutti gl’impegni politici contratti con la Francia, e non ebbero vergogna di ricevere da Luigi grosse gratificazioni.Primo obietto di Carlo era quello di ottenere dai Comuni danaro, onde giovarsene a mandare ad esecuzione quel secreto trattato. La Cabala, che imperava in un tempo in cui il nostro Governo era in istato di transizione, aveva in sè due specie diverse di vizii, pertinenti a due diverse età ed a due sistemi diversi. Come que’ cinque pessimi consiglieri erano fra gliultimi uomini di Stato inglesi che seriamente pensassero a distruggere il Parlamento, così erano i primi uomini di Stato inglesi che si provassero grandemente a corromperlo. Troviamo nella loro politica gli ultimi vestigi del disegno di Strafford, e ad un tempo i vestigi primi della corruzione metodica che venne poscia praticata da Walpole. Non pertanto, si accorsero tosto, che quantunque la Camera de’ Comuni fosse principalmente composta di Cavalieri, e quantunque gl’impieghi e l’oro della Francia venissero largamente dispensati ai rappresentanti non eravi la minima probabilità che le parti meno odiose della trama ordita in Dover fossero sostenute dalla maggioranza. Era necessario adoperare la frode. Il Re, quindi, fece mostra di grande zelo a favore dei principii della Triplice Alleanza, e pretese che, a fine di infrenare l’ambizione della Francia, fosse necessario accrescere la flotta. I Comuni caddero nella rete, e votarono una somma di ottocentomila lire sterline. Il Parlamento venne subito prorogato, e la Corte, in tal modo emancipata da ogni sindacato, procedè a porre in opera il suo vasto disegno.XXX. Le strettezze finanziere erano assai gravi. Una guerra con la Olanda sarebbe costata somme enormi. La rendita ordinaria era appena sufficiente a sostenere il Governo in tempo di pace. Le ottocentomila lire sterline che erano state poco fa con inganno estorte ai Comuni, non sarebbero bastate alle spese militari e navali d’un solo anno di ostilità. Dopo il tremendo esempio dato dal Lungo Parlamento, nè anche la Cabala arrischiossi a consigliare i balzelli detti Benevolenze e Danaro per mantenere la flotta. In tale perplessità, Ashley e Clifford proposero un mezzo iniquo di violare la fede pubblica. Gli orefici di Londra erano allora non solo trafficanti di metalli preziosi, ma anche banchieri, ed avevano costume di prestare grandi somme di pecunia al Governo. A compensazione di coteste prestazioni, ricevevano assegnamenti sulla rendita; e riscosse le tasse, venivano loro pagati il capitale e gl’interessi. Circa un milione e trecentomila lire sterline erano state in siffatto modo affidate all’onore dello Stato; quando ecco corse, inatteso e repentino, lo annunzio che non essendo convenevole rendere i capitali, era d’uopo che i creditorisi contentassero di ricevere gl’interessi. Non poterono, in conseguenza di siffatta misura, far fronte agli impegni contratti. La Borsa si mise sossopra: parecchie case mercantili fallirono; e lo spavento e la miseria si sparsero per tutta la società. Frattanto il Governo procedeva a passi rapidi verso il dispotismo. Succedevansi proclami che non avevano la sanzione del Parlamento, o imponevano ciò che il solo Parlamento poteva legalmente imporre. Di tali editti, il più importante fu quello che si chiama Dichiarazione d’Indulgenza, per virtù del quale le leggi penali contro i Cattolici Romani vennero abrogate; e perchè non apparisse chiaro il vero scopo di quell’atto, le leggi contro i Protestanti non-conformisti furono parimente sospese.XXXI. Pochi giorni dopo promulgata la Dichiarazione d’Indulgenza, fu proclamata la guerra contro le Provincie Unite. In mare gli Olandesi sostennero la lotta con onore; ma per terra furono in sulle prime oppressi da una forza irresistibile. Una grossa armata francese varcò il Reno. Le fortezze, una dopo l’altra, aprirono le porte. Tre delle sette provincie della Federazione furono occupate dagl’invasori. I fuochi degli accampamenti nemici vedevansi dalle cime del Palagio del Municipio d’Amsterdam. La Repubblica, in tal modo ferocemente assalita di fuori, era nel medesimo tempo lacerata dalle intestine discordie. Il Governo era nelle mani di una stretta oligarchia di potenti borghesi. Eranvi numerosi Consigli Municipali autonomi, ciascuno dei quali esercitava, dentro la propria sfera, molti diritti di sovranità. Cotesti Consigli mandavano delegati agli Stati Provinciali, e questi inviavano delegati agli Stati Generali. Un capo magistrato ereditario non era parte essenziale di tale sistema politico. Nonostante, una famiglia, singolarmente feconda di grandi uomini, aveva a poco a poco acquistata autorità vasta e pressochè indefinita. Guglielmo, primo di tal nome, Principe d’Orange Nassau, e Statoldero di Olanda, aveva capitanata la memorabile insurrezione contro la Spagna. Maurizio suo figlio era stato Capitano Generale e primo Ministro degli Stati; aveva, per mezzo delle maravigliose sue doti e degli eminenti servigi resi alla Repubblica, e di alcuni atti crudeli e proditorii, conseguitopotere quasi di Re, e lo aveva in gran parte trasmesso in retaggio alla propria famiglia. La influenza degli Statolderi era obietto di estrema gelosia alla oligarchia municipale. Ma l’armata e la gran massa di cittadini esclusi da ogni partecipazione al Governo, guardavano i Borgomastri e i Deputati con astio simile a quello con che le legioni e il popolo comune di Roma guardavano il Senato, ed erano partigiani della Casa d’Orange come le legioni e il popolo comune di Roma parteggiavano per quella di Cesare. Lo Statoldero comandava le forze della Repubblica, disponeva di tutti i gradi militari, possedeva in gran parte il patronato degli uffici civili, ed era circondato da pompa pressochè regia.Il Principe Guglielmo II aveva fortemente avversato il partito oligarchico. Finì di vivere nel 1650, fra mezzo alle lotte civili. Non lasciò figliuoli: gli aderenti alla sua Casa rimasero per alcun tempo privi di capo; e i poteri ch’egli aveva esercitati, furono divisi fra i Consigli Municipali, gli Stati Provinciali e gli Stati Generali.Ma, pochi giorni dopo la morte di Guglielmo, la sua vedova Maria, figlia di Carlo I Re della Gran Brettagna, partorì un figlio destinato ad innalzare la gloria e l’autorità della Casa di Nassau al più alto grado, a salvare dalla schiavitù le Provincie Unite, a domare la potenza della Francia, e a stabilire la Costituzione inglese sopra fondamenti solidi e duraturi.XXXII. Questo Principe, ch’ebbe nome Guglielmo Enrico, fin dal suo nascere fu cagione di gravi timori al partito che allora governava in Olanda, e di sincero affetto ai vecchi amici della sua famiglia. Era altamente riverito come possessore di uno splendido patrimonio, come capo di una delle più illustri Case d’Europa, come Principe Sovrano dello Impero Germanico, come Principe del sangue reale d’Inghilterra, e soprattutto come discendente de’ fondatori della batava libertà. Ma l’alto ufficio che già veniva considerato siccome ereditario nella sua famiglia, rimase sospeso; ed era intendimento della parte aristocratica, che non avesse ad esserci mai più un altro Statoldero. Al difetto del primo Magistrato supplì, in gran parte, il Gran Pensionario della Provincia d’Olanda,Giovanni De Witt, che per ingegno, fermezza ed integrità, erasi innalzato ad autorità senza rivali ne’ Consigli della oligarchia municipale.La invasione francese produsse un intero cangiamento. Il popolo, afflitto ed atterrito, arse di rabbia contro il Governo. Nella sua frenesia, aggredì i più valorosi Capitani e i più esperti uomini di Stato della travagliata Repubblica. De Ruyter venne insultato dalla marmaglia. De Witt fu fatto in pezzi innanzi la porta del palazzo degli Stati Generali nell’Aja. Il Principe d’Orange (che non aveva partecipato allo assassinio, ma che in questa, come in altra sciagurata occasione vent’anni dopo, largì ai delitti commessi a suo vantaggio tale indulgenza che ha lasciata una macchia sopra la sua gloria) diventò, senza competitori, capo del Governo. Comunque giovane, il suo ardente ed indomabile spirito, benchè mascherato di maniere fredde e severe, risuscitò subitamente il coraggio de’ suoi spaventati concittadini. Invano suo zio e il Re di Francia, provaronsi con isplendide offerte di sedurlo ad abbandonare la causa della Repubblica. Favellò agli Stati Generali con altieri ed animosi sensi. Rischiossi perfino a suggerire un provvedimento che ha sembianza d’antico eroismo; e che, ove lo avessero posto in effetto, sarebbe stato il subietto più nobile per l’epico canto, che si possa trovare nel vasto campo della storia moderna. Disse ai Deputati, che quand’anche il suolo natio, e le meraviglie di che la umana industria lo aveva coperto, fossero sepolti sotto l’Oceano, tutto non era perduto. Gli Olandesi avrebbero potuto sopravvivere all’Olanda. La libertà e la religione vera, da’ tiranni e dagli ipocriti cacciate dall’Europa, avrebbero trovato asilo nelle più remote isole dell’Asia. I legni esistenti nei porti della Repubblica, sarebbero bastati a trasportare duecentomila emigranti allo Arcipelago Indiano. Quivi la Repubblica Olandese avrebbe cominciata una nuova e più gloriosa vita, ed eretto sotto la costellazione meridionale della Croce, fra le canne di zucchero e i nocimoscadi, la Borsa d’un’altra più ricca Amsterdam, e le scuole d’un’altra Leida più dotta. Lo spirito nazionale svegliossi tutto e risorse. I patti offerti dagli Alleati vennero con fermezza respinti. Aprirono gli argini. Tutto il paese prese lasembianza di un vastissimo lago, di mezzo al quale le città, con le loro muraglie e i loro campanili, innalzavansi a guisa d’isole. Gl’invasori furono costretti a salvare la vita con una precipitosa ritirata. Luigi, il quale, benchè talvolta reputasse necessario mostrarsi a capo del suo esercito, grandemente preferiva al campo la reggia, era già ritornato a bearsi delle lusinghe de’ poeti e de’ sorrisi delle dame ne’ viali novellamente piantati di Versailles.La fortuna affrettavasi a cangiare d’aspetto. L’esito della guerra marittima era stato dubbio: in terra, le Provincie Unite avevano ottenuto un indugio, il quale, benchè breve, era d’infinita importanza. Intimorite dai vasti disegni di Luigi, ambedue le famiglie della Casa d’Austria corsero alle armi. La Spagna e la Olanda, divise dalla rimembranza di antichi torti ed umiliazioni, riconciliaronsi allo avvicinarsi del comune pericolo. Da ogni contrada di Germania muovevano armati verso il Reno. Il Governo Inglese aveva già consunta tutta la pecunia che aveva raccolta saccheggiando i pubblici creditori. Non poteva sperarsi un imprestito dalla Città. Il tentare d’imporre tasse di sola autorità regia, avrebbe tosto prodotta una ribellione; e Luigi, che ormai doveva far fronte a mezza l’Europa, non era in condizione di apprestare i mezzi con che costringere il popolo dell’Inghilterra. Era forza convocare il Parlamento.XXXIII. E però, nella primavera del 1673, la Camera de’ Comuni si radunò, dopo un riposo di circa due anni. Clifford, già diventato Pari e Lord Tesoriere, ed Ashley, diventato Conte di Shaftesbury e Lord Cancelliere, erano coloro sopra i quali il Re riposava per condurre destramente la bisogna in Parlamento. Il partito patriottico si scagliò tosto contro la politica della Cabala. L’aggressione fu fatta non a modo di tempesta, ma con colpi lenti e misurati. I Comuni, in sulle prime, dettero speranza di sostenere la politica straniera del Re; ma insistevano ch’egli pagasse quel sostegno coll’abbandono di tutto il suo sistema di politica interna.XXXIV. Loro primo scopo era quello d’ottenere la revoca della Dichiarazione d’Indulgenza. Di tutte le misure impopolari adottate dal Governo, la più impopolare fu la promulgazionedi quell’atto. Un atto così liberale, compito in modo così dispotico, aveva urtati i sentimenti più opposti. Tutti gl’inimici della libertà religiosa, e gli amici tutti della libertà civile, si trovarono nelle medesime file; e gli uni e gli altri sommavano a diciannove ventesimi della nazione. Lo zelante ecclesiastico schiamazzava contro il favore mostrato al papisti e al puritano. Il puritano, quantunque potesse allegrarsi vedendo sospese le persecuzioni onde era stato oppresso, sentiva poca gratitudine per una tolleranza ch’egli doveva dividere con l’anticristo. E tutti gl’Inglesi che pregiavano la libertà e la legge, vedevano con inquietudine la enorme usurpazione che la regia prerogativa aveva commessa nel campo del potere legislativo.Bisogna sinceramente ammettere, che la questione costituzionale non fosse allora affatto scevra d’oscurità. I nostri antichi Re avevano, senza verun dubbio, preteso ed esercitato il diritto di sospendere l’azione delle leggi penali. I tribunali avevano riconosciuto cotesto diritto. I Parlamenti lo avevano tollerato senza avversarlo. Che un certo simile diritto fosse inerente alla Corona, pochi anche del partito patriottico osavano negare al cospetto dell’autorità e de’ fatti precedenti. Nondimeno, era chiaro che se questa prerogativa fosse stata illimitata, il Governo Inglese male si sarebbe potuto distinguere da un pretto dispotismo. Che ci fosse un limite, lo ammettevano pienamente il Re e i suoi Ministri. La questione era di sapere se la Dichiarazione d’Indulgenza stesse o no dentro siffatto limite; e a nessuna delle parti riuscì di descrivere una linea incontestabile. Alcuni oppositori del Governo dolevansi che la Dichiarazione sospendeva non meno di quaranta Statuti. Ma perchè non quaranta, nel modo medesimo che uno? Vi fu un oratore che manifestò come propria opinione, che il Re poteva costituzionalmente dispensare dalle leggi cattive, non mai dalle buone. Non è mestieri dimostrare l’assurdità di tale distinzione. La dottrina che sembra essere stata generalmente accettata nella Camera de’ Comuni, consisteva in ciò, che il potere di dispensare limitavasi alle sole faccende secolari, e non si estendeva alle leggi fatte per la sicurtà della religione dello Stato. Nondimeno, poichè il Re eracapo supremo della Chiesa, e’ pareva che avendo egli il potere di dispensare, siffatto potere potesse anche applicarsi a cose concernenti la Chiesa. Allorchè, dall’altra parte, i cortigiani studiaronsi d’indicare i confini di tale prerogativa, non ci riuscirono meglio de’ loro oppositori.[19]Vero è che la facoltà di dispensare era una grande anomalia nella politica. In teoria, era estremamente incompatibile co’ principii del Governo misto; ma era cresciuta in tempi ne’ quali i popoli si dànno poco pensiero delle teorie. In pratica, non se n’era molto abusato: era stata quindi tollerata, ed aveva a poco per volta acquistata una specie di prescrizione. Finalmente, ne fu fatto uso, dopo lo spazio di molti anni, in una età colta, ed in una solenne occasione, con eccesso fin allora inusitato, e per uno scopo avuto in universale abborrimento. Venne subito sottoposta a severo scrutinio. Nessuno, a dir vero, ardì in sulle prime chiamarla onninamente incostituzionale: ma tutti cominciarono ad accorgersi che divergeva manifestamente dallo spirito della Costituzione, e che ove si fosse lasciata priva di freno, avrebbe tramutato il Governo Inglese, di monarchia limitata qual’era, in monarchia assoluta.XXXV. Sotto lo eccitamento di cotali sospetti, la Camera de’ Comuni negò al Re il diritto di dispensare, non già rispetto a tutti gli Statuti penali, ma agli Statuti penali nelle cose ecclesiastiche; e gli fece chiaramente intendere, che qualora ei non avesse rinunziato a quel diritto, ella non avrebbe concesso danari per la guerra con l’Olanda. Per un momento egli mostrossi inchinevole ad affidare ogni cosa alla sorte: ma Luigi lo consigliò fortemente a piegare il capo alla necessità, ed aspettare tempi migliori, in cui le armi francesi, allora occupate in arduo conflitto sul continente, potessero essere giovevoli a reprimere il malcontento in Inghilterra. Dentro la stessa Cabala cominciarono ad apparire segni di discordia e di tradimento. Shaftesbury, con la sua sagacia proverbiale, conobbe che avvicinavasi una violenta reazione, e che ogni cosa tendevaverso una crisi simigliante a quella del 1640. Pose ogni studio perchè cotesta crisi non lo trovasse nelle condizioni di Strafford. Adunque, con un improvviso voltafaccia, mostrossi nella Camera de’ Lordi, e riconobbe che la Dichiarazione era illegale. Il Re, così abbandonato dal suo alleato e dal suo Cancelliere, cedè, cassò la Dichiarazione, e promise solennemente che non se ne sarebbe per lo avvenire fatto nessun caso.Nè anche questa concessione bastò. I Comuni, non satisfatti di avere astretto il loro Sovrano ad annullare la Indulgenza, estorsero a lui ripugnante l’approvazione d’una celebre legge, che continuò ad esser valida fino al regno di Giorgio IV. Questa legge, chiamata Atto di Prova (Test Act), ordinava che chiunque occupava un ufficio civile o militare, fosse tenuto a prestare il giuramento di supremazia, firmare una dichiarazione contro la transustanziazione, e ricevere pubblicamente la comunione secondo i riti della Chiesa d’Inghilterra. Nel preambolo v’erano parole ostili soltanto ai papisti; ma le clausule erano quasi sfavorevoli alla classe più rigida de’ Puritani, quanto ai papisti. I Puritani, nondimeno, atterriti, vedendo la Corte pendere verso il papismo, ed incoraggiati da taluni ecclesiastici a sperare che, appena disarmati i cattolici romani, la tolleranza verrebbe estesa anche ai non-conformisti, fecero poca opposizione; nè il Re, che aveva bisogno estremo di pecunia, rischiossi a ricusare il suo assenso. La legge passò; e il Duca di York, per conseguenza, fu costretto a deporre l’eminente ufficio di Lord Grande Ammiraglio.XXXVI. Fin qui i Comuni non s’erano dichiarati avversi alla guerra cogli Olandesi. Ma, poscia che il Re, in compenso della pecunia cautamente concessa, abbandonò intieramente il suo sistema di politica interna, coloro scagliaronsi impetuosamente contro la sua politica estera. Chiesero che allontanasse dal suo Consiglio Buckingham e Lauderdale, ed elessero una Commissione per considerare se fosse giusto porre Arlington in istato di accusa. Poco tempo dopo, la Cabala non era più. Clifford, che solo de’ cinque era meritevole del nome di uomo onesto, ricusò di riconoscere la nuova legge, depose il suo bastone bianco, e ritirossi in villa. Arlington lasciò l’ufficio di Segretario di Stato, per passare ad un impiegotranquillo e dignitoso nella Casa reale. Shaftesbury e Buckingham sì rappaciarono con la opposizione, e mostraronsi a capo della procellosa democrazia della città. Lauderdale, tuttavia, seguitò ad essere Ministro per gli affari della Scozia, ne’ quali il Parlamento Inglese non poteva immischiarsi.Dopo ciò, i Comuni incalzarono il Re a far pace con la Olanda; ed espressamente dichiararono, che più non avrebbero conceduto danaro per la guerra, se non se nel caso che il nemico ostinatamente ricusasse di accettare patti ragionevoli. Carlo stimò necessario differire a stagione più convenevole il pensiero di eseguire il trattato di Dover, e blandire la nazione, facendo mostra di ritornare alla politica della Triplice Alleanza. Temple, il quale, finchè predominò la Cabala, visse ritirato fra mezzo ai suoi libri ed ai suoi fiori, venne chiamato dal suo eremo. Per mezzo di lui si concluse una pace separata con le Provincie Unite; ed egli divenne nuovamente ambasciatore all’Aja, dove la sua presenza veniva considerata quale pegno della sincerità della Corte britannica.XXXVII. La precipua direzione degli affari venne allora affidata a Sir Tommaso Osborn, baronetto della Contea di York, il quale nella Camera de’ Comuni aveva dato prova d’ingegno adatto alle faccende e alla discussione. Osborn fu fatto Lord Tesoriere, e poco dopo creato Conte di Danby. Non era uomo il cui carattere, esaminato giusta gli alti principii della morale, potesse sembrare degno di approvazione. Era cupido di ricchezze e d’onori, corrotto e corruttore. La Cabala gli aveva trasmessa l’arte di comprare i rappresentanti; arte tuttavia rozza, che accennava poco a quella singolare perfezione cui fu condotta nel secolo appresso. Ei perfezionò grandemente l’opera de’ primi inventori. Costoro avevano solamente comprati gli oratori; ma ciascun uomo che avesse un voto poteva vendersi a Danby. Nonostante ciò, il nuovo Ministro non è da confondersi coi negoziatori di Dover. Egli non era privo del sentimento d’ inglese e di protestante, e nel promuovere i proprii interessi, non dimenticava affatto quelli della propria patria e religione. Era, a dir vero, desideroso di esaltare la prerogativa; ma i mezzi di che a ciò fare voleva giovarsi, erano assai diversi da quelli adoperati da Arlington e da Clifford.Il pensiero di stabilire il potere arbitrario col soccorso delle armi forestiere, e riducendo il Regno alla condizione di principato dipendente, non entrò mai nel suo cervello. Era suo intendimento affezionare alla Monarchia quelle classi di uomini le quali le erano state ferme alleate mentre ardevano le lotte della precedente generazione, e che se n’erano disgustate a cagione de’ recenti delitti ed errori della Corte. Con lo aiuto dei vecchi interessi de’ Cavalieri, cioè con lo aiuto de’ Nobili, dei gentiluomini delle campagne, del Clero, delle Università, pensava egli che Carlo avrebbe potuto essere sovrano, se non assoluto, almeno potente al pari di Elisabetta.
XVII. Intanto il Governo aveva, anche in Inghilterra, perduta la sua popolarità. I realisti avevano cominciato a contenderecon la Corte e fra loro stessi; e la parte vinta, calpesta, e, come pareva, annientata, ma che serbava tuttavia un vigoroso principio di vita, alzò nuovamente il capo, e rinnovò la interminabile guerra.
Quando anche l’amministrazione avesse proceduto scevra di falli, l’entusiasmo con che il popolo aveva salutato il ritorno del Re e la fine della tirannide militare, non avrebbe potuto durare; avvegnachè sia legge di natura, che a tali repentini eccitamenti tenga dietro la calma. Il modo onde la Corte abusò della propria vittoria, affrettò e rese compiuta cotesta calma. Ogni uomo moderato mal pativa la insolenza, la crudeltà, la perfidia, con che venivano trattati i non-conformisti. Le leggi penali avevano efficacemente purgata la parte oppressa di quegli individui poco sinceri, i vizi de’ quali le scemavano la reputazione; e l’avevano resa di nuovo una società di onesti uomini e pii. Il Puritano vincitore, governante, persecutore, sequestratore, era stato aborrito, tradito, bistrattato, abbandonato da’ temporeggiatori che ne’ giorni prosperi gli avevano giurata fratellanza, cacciato via dal proprio tetto, interdetto sotto pene severe a pregare o ricevere i sacramenti secondo la propria coscienza; e, non ostante, sempre fermo nel proposito di obbedire a Dio meglio che all’uomo, era, in onta a certe spiacevoli rimembranze, obietto di pietà e riverenza a tutte le menti diritte. Cotesti sentimenti divennero più forti allorchè corse la voce che la Corte non intendeva trattare i Papisti col medesimo rigore con che aveva trattati i Presbiteriani. Nacque in cuore di molti il sospetto che il Re e il Duca non fossero protestanti sinceri. Molti, oltre a ciò, che non avevano potuto soffrire l’austerità ed ipocrisia de’ Farisei della Repubblica, cominciarono a sentire maggiore disgusto della impudente corruttela della Corte e de’ Cavalieri, e inclinavano a dubitare che l’austera rigorosità di Laudaddio Barebone non fosse da preferirsi all’oltraggiosa profanazione e licenza dei Buckingham e dei Sedley. Anche quegli uomini immorali che non erano estranei al sentimento e allo spirito pubblico, querelavansi vedendo il Governo trattare le cose più gravi come pretti trastulli, e considerare le cose da nulla come cose gravi. Poteva ad un Re perdonarsi ch’ei sisvagasse col vino, col brio, con le donne; ma era intollerabile ch’egli si perdesse oziando e immerso ne’ piaceri, che le più gravi faccende dello Stato fossero trascurate, e che gli ufficiali pubblici morissero di fame, mentre devastavansi le finanze onde arricchire meretrici e parassiti.
Gran numero di realisti facevano eco a tali querimonie, ed aggiungevano molte pungenti considerazioni intorno la ingratitudine del Re. Veramente, le intere sue entrate non sarebbero bastate a rimunerarli secondo ch’essi credevano di meritare. Perocchè, ad ogni impoverito gentiluomo che aveva combattuto sotto Rupert o Derby, i propri servigi parevano eminentemente meritorii, e i propri danni eminentemente duri. Ciascuno aveva sperato, sia che si fosse degli altri, ch’ei verrebbe con larghezza ricompensato di tutte le perdite sostenute nelle lotte civili, e che la restaurazione della monarchia avrebbe restaurato i suoi beni dilapidati. Nessuno di questi speranzosi potè frenare lo sdegno, allorquando trovossi così povero sotto il Re, come era stato sotto il Parlamento repubblicano o sotto il Protettore. La negligenza e la stravaganza della Corte svegliò la collera di cotesti leali veterani. Dicevano giustamente, che mezzi i tesori che il Re profondeva a beneficio delle concubine e de’ buffoni, potevano racconsolare i cuori di centinaia de’ vecchi Cavalieri, i quali dopo d’avere abbattuti i boschi e fuse le argenterie loro onde soccorrere il padre suo, adesso erravano intorno in povero arnese, e non sapevano dove rivolgersi per un tozzo di pane.
Nel tempo stesso, le rendite improvvisamente ribassarono. La entrata d’ogni possidente di terre scemò di cinque scellini per ogni lira sterlina. In ogni Contea del Regno levossi il grido della miseria agricola; di che, secondo il costume, fu chiamato in colpa il Governo. I gentiluomini, costretti a diminuire le loro spese, vedevano con isdegno il crescente splendore e la profusione di Whitehall, e fermamente credevano che la pecunia la quale doveva servire al sostegno delle loro famiglie, era passata, in modo inesplicabile, ai favoriti del Re.
Tutti gli animi, quindi, divennero esacerbati in guisa, che ogni atto pubblico eccitava il malcontento. Carlo aveva sposataCaterina principessa di Portogallo. Tale matrimonio generalmente dispiacque; e le mormorazioni divennero più forti allorchè si conobbe che il Re non aveva speranza di discendenti legittimi. Dunkerque, tolta alla Spagna da Oliviero, fu venduta a Luigi XIV Re di Francia. Ciò riaccese lo sdegno in cuore di tutti gl’Inglesi, i quali cominciavano ad osservare con inquietudine il progresso della potenza francese, e a sentire per la Casa de’ Borboni ciò che gli avi loro avevano sentito per la Casa d’Austria. Domandavano se fosse cosa savia in tempo siffatto aggiungere forza ad una Monarchia troppo formidabile. Dunkerque, inoltre, veniva considerata dal popolo, non solamente come piazza d’armi e chiave de’ Paesi Bassi, ma anche come trofeo del valore inglese. Essa era per i sudditi di Carlo ciò che Calais era stata pei loro antenati, e ciò che la rocca di Gibilterra, difesa con tanto valore, in tempi pieni di disastri e pericoli, contro le flotte e le armate di una potente coalizione, è per noi stessi. La economia sarebbe stata una valida scusa, se l’avesse allegata un Governo economo. Ma sapevano tutti che le spese necessarie a mantenere Dunkerque erano frivole, di fronte alle somme che nella Corte dissipavansi in vizi e follie. E’ pareva cosa da non potersi patire, che un sovrano smisuratamente prodigo in tutto ciò che spettava ai propri piaceri, dovesse mostrarsi avaro in tutto ciò che spettava alla sicurezza ed all’onore dello Stato.
Il pubblico malcontento si fece maggiore allorquando si conobbe che, mentre Dunkerque erasi abbandonata sotto pretesto d’economia, la fortezza di Tangeri, la quale era parte della dote della Regina Caterina, fu riparata ed armata con enormi spese. Tangeri non racchiudeva memorie gradite all’orgoglio nazionale; non poteva in nessun modo promuovere gl’interessi della nazione; avvolgeva il paese in una guerra ingloriosa, non proficua e interminabile, con le semiselvagge tribù de’ Mussulmani; ed era posta in un clima grandemente nocivo alla sanità ed al vigore della razza inglese.
XVIII. Ma le mormorazioni provocate da cotesti falli erano deboli, in agguaglio de’ clamori che scoppiarono appena il Governo ebbe dichiarata la guerra alle Provincie Unite. La Camera de’ Comuni sollecitamente votò somme di danaro senzaesempio nella nostra storia, somme superiori a quelle che erano bastate a mantenere le flotte e le armate di Cromwell nel tempo in cui il suo potere faceva tremare tutto il mondo. Ma fu tanta la stravaganza, la disonestà, la incapacità de’ suoi successori, che siffatta liberalità riuscì peggio che inutile. Gli adulatori di Corte, inetti a contendere contro i grandi uomini che allora comandavano le armi olandesi, contro un uomo di Stato come De Witt, e contro un capitano come De Ruytor, impinguaronsi con subiti guadagni; mentre i marinai ammutinavansi per fame, gli arsenali rimanevano senza guardie, e le navi erano sdrucite e prive di arnesi. In fine, fu risoluto di abbandonare ogni pensiero di guerra offensiva; ma subito fu a tutti manifesto, che anche una guerra difensiva era soma troppo grave per il Governo. La flotta olandese si spinse su pel Tamigi, ed incendiò le navi da guerra che stavano ancorate a Chatham. Si sparse la voce che in quello stesso giorno in cui l’onore inglese rimase umiliato, il Re gozzovigliava con le femmine del suo serraglio, e svagavasi dando la caccia ad una farfalla dentro la sala da cena. Allora e’ fu che tarda giustizia venne resa alla memoria d’Oliviero. In ogni dove magnificavasi il valore, lo ingegno, l’amor patrio di lui. In ogni dove rammentavasi come, lui governante, tutti i potentati stranieri tremassero al nome della Inghilterra; come gli Stati Generali, adesso così altieri, gli si fossero rispettosamente inchinati: ed appena si conobbe ch’ei più non era, la città d’Amsterdam venisse tutta illuminata quasi in segno di liberazione, e i fanciulli corressero attorno i canali gridando con gioia che il Diavolo era morto. Anche i realisti esclamavano che lo Stato non poteva salvarsi, se non chiamando sotto le armi i vecchi soldati della Repubblica. Tosto la metropoli cominciò a provare le miserie dell’assedio. Mancavano i combustibili. Il forte di Tilbury, luogo d’onde Elisabetta aveva scherniti gli oltraggi di Parma e di Spagna, venne insultato dagl’invasori. I cittadini di Londra, per la prima ed ultima volta, udirono il rimbombo de’ cannoni forestieri. Venne proposto in Consiglio di abbandonare la Torre, qualora il nemico si spingesse innanzi. Grosse torme di popolo accalcavano nelle strade gridando che l’Inghilterra era venduta. Le case ei cocchi de’ Ministri furono aggrediti dalla plebaglia; e il Governo temeva di dovere combattere a un tempo la invasione e la insurrezione. Vero è che lo estremo pericolo durò poco. Venne concluso un trattato assai diverso da quelli ai quali Oliviero aveva costume di apporre la firma; e la nazione riebbe la pace, ma il suo contegno fu poco meno minaccioso e tristo di quello che aveva mostrato nei giorni della imposta per mantenere la flotta.
I mali umori generati dalla pessima amministrazione, furono accresciuti da calamità che la migliore amministrazione non avrebbe potuto scansare. Mentre inferociva la guerra ignominiosa con la Olanda, Londra patì due disastri gravi che, in tempo si breve, non afflissero mai tanto città nessuna. Una pestilenza, assai più orribile di qualunque altra nello spazio di tre secoli avesse visitata l’isola, mietè in sei mesi centomila e più creature umane; ed appena i carri mortuari avevano cessato di andare attorno, quando un incendio, quale non s’era mai veduto in Europa dopo il bruciamento di Roma sotto Nerone, ridusse in rovine la città tutta quanta, dalla Torre fino al Tempio, e dal fiume sino a Smithfield.
XIX. Se, mentre la nazione travagliavasi fra tante sciagure e tante umiliazioni, vi fosse stata una elezione generale, le Teste-Rotonde avrebbero probabilmente riacquistata la preponderanza nello Stato. Ma il Parlamento era tuttavia popolato di Cavalieri, eletti nello entusiasmo della lealtà che aveva seguita la Restaurazione. Nondimeno, tosto fu noto a tutti che nessuna Legislatura Inglese, leale quanto si volesse, si terrebbe paga d’essere ciò che la Legislatura era stata sotto i Tudors. Dalla morte d’Elisabetta fino alla vigilia della guerra civile, i Puritani che predominavano nel corpo rappresentativo, avevano sempre più, destramente adoperando il potere della borsa, usurpato nel campo del Potere Esecutivo. I gentiluomini, i quali, dopo la Restaurazione, sedevano nella Camera Bassa, comecchè abborrissero il nome de’ Puritani, erano lieti di avere raccolti i frutti della politica puritana. Certo, desideravano molto di valersi del potere che esercitavano nello Stato, onde rendere il Re potente e rispettato dentro il Regno e fuori: ma erano determinati a non lasciarsi privaredi tale potere. La grande rivoluzione inglese del secolo decimosettimo, val quanto dire il trapasso del supremo sindacato dell’amministrazione esecutiva dalla Corona alla Camera de’ Comuni, procedette, durante la lunga esistenza di quel Parlamento, con rapidità e fermezza. Carlo, impoverito da’ suoi vizi e dalle sue follie, aveva mestieri di danari, e non poteva procacciarsene se non per concessione de’ Comuni; ai quali non poteva impedirsi di porre a prezzo le loro concessioni. Il prezzo che vi posero fu questo, che venisse loro conceduto d’immischiarsi in ciascuna delle prerogative del Re; di forzarlo ad approvare le leggi che a lui spiacessero; licenziare Ministeri; dettare la condotta da tenersi nella politica estera, ed anche dirigere l’amministrazione della guerra. All’ufficio ed alla persona del Re professavansi altamente affettuosi e devoti. Ma ricusavano di obbedire a Clarendon, e gli si scagliarono contro, con furore pari a quello con che i loro predecessori avevano tempestato Strafford.
XX. Le virtù e i vizi di quel Ministro cooperarono alla sua ruina. Era il capo apparente dell’amministrazione, e quindi veniva considerato mallevadore anche di quegli atti ai quali fortemente, ma invano, erasi opposto in Consiglio. I Puritani, e tutti coloro che ne sentivano pietà, lo reputavano qual bacchettone implacabile, un secondo Laud, fornito di maggiore intelligenza. Aveva sempre sostenuto che l’Atto d’Indennità dovesse rigorosamente osservarsi; ed in ciò la sua condotta, quantunque fosse per lui singolarmente onorevole, lo rese odioso a tutti quei realisti, i quali bramavano di rifarsi delle perdite sostenute nelle sostanze, citando le Teste-Rotonde a pagare i danni. I Presbiteriani di Scozia gli attribuivano la caduta della loro Chiesa. I Papisti d’Irlanda lo addebitavano della perdita delle loro terre. Come padre della Duchessa di York, aveva cagione a desiderare che la Regina fosse sterile; e però cadde in sospetto di avere proposta al Re una sposa che non poteva dargli prole. La vendita di Dunkerque venne a lui giustamente ascritta. Con meno giustizia gli chiedevano ragione della guerra con la Olanda. La sua indole accensibile, l’arrogante contegno, la impudente avidità di ricchezze, la ostentazione con che le profondeva, la sua pinacotecapiena dei capolavori di Vandyke che un tempo avevano adornate le sale degli impoveriti Cavalieri, il suo palagio che spiegava una lunga e magnifica facciata di contro alla reggia di più umile aspetto, gli provocarono contro molte meritate e non meritate censure. Quando la flotta olandese era nelle acque del Tamigi, la rabbia del popolaccio si scagliò precipuamente contro il Cancelliere. Gli ruppero le finestre, gli devastarono il giardino, e inalzarono una forca dinanzi alla sua casa. Ma in nessun luogo era tanto detestato, quanto nella Camera de’ Comuni. Non vedeva come celeremente si approssimasse il tempo in cui la Camera, seguitando ad esistere, diventerebbe il potere supremo nello Stato; il governarla sarebbe la parte più importante della politica; e senza l’aiuto di uomini che padroneggiassero le orecchie di cotesta Camera, sarebbe impossibile tirare innanzi il Governo. Ei persisteva ostinatamente a considerare il Parlamento come un corpo in nulla diverso da quello che esisteva quaranta anni innanzi, allorchè egli si pose a studiare Diritto nel Tempio. Non intendeva a privare la legislatura de’ poteri ad essa inerenti secondo l’antica Costituzione del Regno; ma il nuovo esplicamento di cosiffatti poteri, quantunque fosse naturale, inevitabile, e da non potersi fermare se non se distruggendoli affatto, spiacevagli e lo metteva in paura. Niuna cosa lo avrebbe indotto ad apporre il gran sigillo a un decreto fatto ad esigere la imposizione per le navi, o votare in Consiglio di chiudere dentro la Torre un membro del Parlamento, reo di avere liberamente favellato in una discussione: ma quando la Camera de’ Comuni cominciò a voler sapere in che modo il denaro votato per la guerra era stato speso, e togliere ad esame la pessima amministrazione della flotta, egli arse di sdegno. Tale esame, secondo lui, era fuori delle attribuzioni della Camera. Ammetteva che essa era una Assemblea lealissima, che aveva resi buoni servigi alla Corona, e che le sue intenzioni erano ottime; ma, tanto in pubblico quanto in privato, ei coglieva ogni destro per manifestare la propria inquietudine nel vedere gentiluomini così affettuosi della Monarchia, invadere sconsigliatamente le prerogative del Monarca. Diceva che, comunque lo spirito loro differisse grandemente da quellode’ membri del Lungo Parlamento, nulladimeno gli imitavano mestando in cose che stavano oltre la sfera degli Stati del reame, ed erano soggette all’autorità sola della Corona. Affermava che il paese non sarebbe mai governato convenevolmente, finchè i rappresentanti delle Contee e de’ borghi non fossero paghi di essere ciò che i loro predecessori erano stati nei tempi di Elisabetta. Respinse sdegnosamente, come indigesti progetti, incompatibili con l’antica politica inglese, tutti que’ disegni che uomini assai più di lui conoscitori de’ sociali bisogni proponevano a fine di mantenere la buona intelligenza tra la Corte e i Comuni. Il suo contegno verso gli oratori giovani che andavano acquistando reputazione ed autorità nella Camera Bassa, era sgraziato: gli riuscì di renderseli, forse senza eccettuarne nè anche un solo, mortali nemici. A vero dire, uno de’ suoi falli più gravi fu lo stemperato dispregio ch’egli affettava per la gioventù; dispregio tanto meno giustificabile, in quanto la esperienza che aveva nella politica inglese non era affatto proporzionata alla età sua. Imperciocchè era vissuto tanti anni lungi dalla patria, ch’ei conosceva la società fra mezzo alla quale trovossi appena ritornato, meno di quanto la conoscessero molti uomini che avrebbero potuto essergli figli.
Per tali ragioni, la Camera de’ Comuni non lo poteva patire; mentre per ragioni assai diverse ei non piaceva alla Corte. La sua morale, non che la sua politica, erano quelle della precedente generazione. Anco quando studiava Diritto, vivendo in compagnia di giovani amanti del brio e de’ piaceri, la sua gravità naturale e i suoi principii religiosi lo avevano preservato dal contagio delle dissolutezze in voga: non era, dunque, verosimile che negli anni maturi diventasse libertino. I vizi degli allegri giovani ei guardava con quasi tanta avversione acre e sprezzante, quanta ne sentiva per gli errori teologici de’ settari. Non lasciava mai fuggire il destro di schernire i mimi, i folleggianti e i cortigiani che riempivano la reggia; e gli ammonimenti che dava al Re stesso erano molto pungenti, e—il che anco più spiaceva a Carlo—molto prolissi. Nè anche una voce levossi a difendere un Ministro colpito dall’odio dei falli che provocavano il furore del popolo, e da quellodelle virtù che tornavano moleste e importune al sovrano. Southampton non era più. Ormond compì i doveri d’amicizia con energia e fedeltà, ma invano. Il Cancelliere fu avvolto in una grande rovina. Il Re gli tolse i sigilli; la Camera de’ Comuni lo pose in istato d’accusa; la sua vita non rimase sicura; ei fuggì dal paese; un editto lo dannava ad esilio perpetuo; e coloro che lo avevano assalito, minandogli il terreno di sotto ai piedi, si misero a contendere per dividersi le spoglie del caduto.
Il sacrificio di Clarendon ammorzò un poco la sete di vendetta che ardeva nel popolo. Nondimeno, l’ira sua, rieccitata dalla profusione e dalla negligenza del Governo, e dalla pessima condotta della ultima guerra, non era per nulla spenta. I consiglieri di Carlo, tenendo dinanzi agli occhi la miseranda sorte del Cancelliere, trepidavano per la propria sicurezza. Avvertirono, quindi, il loro signore a calmare la irritazione che prevaleva nel Parlamento e per tutto il paese, ed a tal fine appigliarsi ad un provvedimento che non ha nulla di simile nella storia degli Stuardi, e che era degno della prudenza e magnanimità d’Oliviero.
XXI. Siamo adesso pervenuti ad un punto, in cui la storia della grande rivoluzione inglese principia a complicarsi con la storia della politica straniera. La potenza spagnuola veniva, da molti anni, volgendo in basso. Egli è vero che possedeva tuttavia in Europa il Milanese, le Due Sicilie, il Belgio e la Franca Contea; e che in America i suoi dominii distendevansi da ambi i lati dello equatore, al di là de’ confini della zona torrida. Ma cotesto grande corpo era stato colpito da paralisi, e non solo era incapace di molestare gli altri Stati, ma non valeva, senza l’altrui soccorso, a respingere l’aggressione. La Francia, senza nessun dubbio, era la più grande delle Potenze europee. I suoi mezzi d’allora in poi sono venuti sempre crescendo, ma non così celeremente come quelli dell’Inghilterra. È uopo rammentare, che centottanta anni fa, lo Impero di Russia era affatto fuori del sistema politico d’Europa, al pari dell’Abissinia o del Siam; che la casa di Brandeburgo era appena più potente di quella di Savoia; e che la Repubblica degli Stati-Uniti non esisteva affatto.La potenza francese quindi, benchè tuttora sia considerevole, è relativamente scemata. Il suo territorio ai tempi di Luigi XIV non era esteso come ai dì nostri; ma era grande, unito, fertile, bene adatto all’offesa ed alla difesa, posto sotto un bel clima, e popolato da genti valorose, operose ed industri. Lo Stato era implicitamente retto da una sola mente suprema. I grandi feudi, che, trecento anni avanti, erano in tutto, tranne nel nome solo, principati indipendenti, erano stati annessi alla Corona. Solo pochi vecchi potevano rammentarsi dell’ultima ragunanza degli Stati Generali. La resistenza che gli Ugonotti, i Nobili e i Parlamenti avevano opposta al regio potere, era stata annientata da’ due grandi Cardinali, che per lo spazio di quaranta anni avevano governata la nazione. Il Governo era un pretto dispotismo; ma, almeno verso le classi elevate, dispotismo mite e generoso, e temperato da modi cortesi e da sentimenti cavallereschi. I mezzi de’ quali poteva disporre il Sovrano, erano per quell’età veramente formidabili. La sua rendita, riscossa, a dir vero, per mezzo di tassazioni severe ed ineguali, che pesavano gravemente sopra i coltivatori del suolo, sorpassava d’assai quella d’ogni altro potentato. Il suo esercito, egregiamente disciplinato e comandato dai più grandi Generali che allora vivessero, era già composto di centoventi e più mila uomini. Tanto numero di truppe regolari non s’era mai veduto in Europa, dalla caduta dello Impero Romano in poi. Tra le Potenze marittime, la Francia non era la prima. Ma, comecchè avesse rivali, non era inferiore a nessuna. Era tale la sua forza negli ultimi quaranta anni del secolo decimosettimo, che nessun nemico poteva da sè solo resisterle; e due grandi coalizioni, nelle quali mezza la Cristianità le moveva contro, non ebbero prospero successo.
XXII. Le doti personali del Re francese accrescevano il rispetto che veniva ispirato dal potere e dalla importanza del suo reame. Non vi fu mai Sovrano che rappresentasse con più dignità e grazia la maestà d’un grande Stato. Egli era il suo proprio primo Ministro, e, compiva i doveri di quell’arduo ufficio con tale abilità ed industria, che non potevano a ragione aspettarsi in un uomo che fino dalla infanzia aveva portatala Corona, ed era stato circondato da una folla d’adulatori innanzi che fosse in istato di parlare. Aveva mostrato di possedere in grado eminente due pregii inestimabili in un principe: lo ingegno, cioè, di scegliere i suoi servi; e quello di addossare a sè stesso la parte precipua del credito degli atti loro. Nelle relazioni co’ potentati stranieri fu alquanto generoso, ma non mai giusto. Agli alleati infelici, i quali gettavansi ai suoi piedi, e non avevano altra speranza che nella sua commiserazione, largì la propria protezione con disinteresse romantico, che sembrava meglio convenire ad un cavaliere errante, che ad un uomo di Stato. Ma ruppe senza scrupolo o vergogna i vincoli più sacri della fede pubblica, ogni qualvolta essi toccavano il suo interesse, o ciò che egli chiamava sua gloria. La sua perfidia e violenza, nondimeno, eccitavano meno inimicizia di quello che facesse la insolenza con che rammentava di continuo ai vicini la sua grandezza e la piccolezza loro. In quel tempo non era caduto in quell’austera divozione, la quale poscia dette alla sua Corte la sembianza d’un monastero. Era invece licenzioso, benchè non così frivolo ed indolente, come il suo confratello d’Inghilterra. Era sinceramente cattolico romano; e la coscienza e la vanità sue lo spingevano a adoperare la propria possanza onde difendere e propagare la vera fede, secondo lo esempio de’ suoi famosi predecessori, Clodoveo, Carlomagno e San Luigi.
I nostri antichi consideravano con grave sospizione la crescente potenza della Francia. Tale sentimento, in sè perfettamente ragionevole, era misto ad altri meno degni di lode. La Francia era nostra vecchia nemica. Contro essa erano state combattute le battaglie più famose di cui facessero ricordo gli annali nostri. Il conquisto della Francia era stato due volte fatto dai Plantageneti. La perdita della Francia era stata lungo tempo rammentata come un grande disastro nazionale. Del titolo di Re di Francia seguitavano ad insignirsi i nostri Sovrani. I gigli di Francia apparivano commisti coi nostri Leoni sull’arme della Casa degli Stuardi. Nel secolo sedicesimo il timore ispirato dalla Spagna aveva sospesa l’animosità alla quale dapprima era stato obietto la Francia. Ma la paura fattaci dalla Spagna era terminata in una sprezzante commiserazione;e la Francia venne nuovamente considerata come nostra nemica nazionale. La vendita di Dunkerque fatta alla Francia, era stata l’atto più impopolare della Monarchia restaurata. L’affetto verso la Francia era uno de’ principali delitti di che la Camera de’ Comuni accusava Clarendon. Perfino nelle inezie mostravasi il pubblico sentire. Quando nelle strade di Westminster seguì un tafferuglio tra i familiari della Legazione Francese e quei della Spagnuola, la plebaglia, comecchè dalla forza fosse impedita d’immischiarvisi, aveva dati manifestissimi segni che provavano come il vecchio abborrimento vivesse tuttavia.
La Francia e la Spagna erano allora ravvolte in una gravissima contesa. Uno de’ fini precipui della politica di Luigi, fine al quale egli tenne dietro per tutta la sua vita, era quello di estendere i suoi dominii sino al Reno. A tale scopo aveva mossa guerra alla Spagna, e già proseguiva prosperamente le proprie conquiste. Le Provincia Unite vedevano con timore il progresso delle armi francesi. Quella rinomata Confederazione era pervenuta ad altezza di possanza, prosperità e gloria. Il territorio batavo, contrastato alle onde marine, e difeso contro esse dall’arte dell’uomo, era per estensione poco più del Principato di Galles. Ma tutto quello angusto spazio era una specie di operoso ed affollato alveare, in cui ogni giorno producevansi ricchezze nuove, ed accumulavansi in vaste masse le antiche. Lo aspetto dell’Olanda, la ricca coltivazione, gl’innumerevoli canali, i molini sempre in attività, lo infinito numero di barche, le grandi città sparse a poca distanza l’una dall’altra, i porti affollati di migliaia di navi, i grandi e maestosi edifizi, le ville eleganti, gli appartamenti splendidamente addobbati, le gallerie di pitture, le logge, i campi fioriti di tulipani, producevano nell’animo de’ viaggiatori inglesi di que’ giorni lo effetto che ai nostri produce la vista dell’Inghilterra nella mente di un abitatore della Norvegia o del Canadà. Gli Stati Generali furono costretti ad umiliarsi al cospetto di Cromwell. Ma dopo la Restaurazione, presero la rivincita, guerreggiando prosperamente contro Carlo, e concludendo una pace a patti onorevoli. Per quanto ricca, però, fosse la Repubblica ed altamente rispettata in Europa, non poteva resisterealla potenza di Luigi. Sospettava, non senza cagione, che il Regno Francese si potesse estendere fino ai batavi confini, ed aveva da temere la immediata vicinanza di un monarca così grande, ambizioso e scevro di scrupoli. Eppure, non era cosa facile trovare un espediente che potesse allontanare il pericolo. I soli Olandesi non potevano far traboccare la bilancia contro la Francia. Dalla parte del Reno non erano da aspettarsi aiuti nessuni. Alcuni Principi germanici s’erano fatti parteggiatori di Luigi, e lo stesso Imperatore tenevano impacciato i malcontenti degli Ungheri. La Inghilterra era separata dalle Provincie Unite per la rimembranza de’ danni crudeli di recente inflitti e patiti; e la sua politica, dopo la Restaurazione, era stata cotanto scema di saviezza e di spirito, che era appena possibile lo sperarne un valido aiuto.
Ma la sorte di Clarendon, e i crescenti malumori del Parlamento, spinsero i consiglieri di Carlo a adottare repentinamente una politica che maravigliò ed empì di gioia la nazione.
XXIII. Sir Guglielmo Temple, agente inglese in Brusselles, uno dei più esperti diplomatici e de’ più dilettevoli scrittori di quell’età, aveva già fatto sapere alla propria Corte, come fosse desiderabile ed insieme agevole trattare cogli Stati Generali, onde far fronte al progresso della Francia. Per un certo tempo le sue suggestioni erano state poste in non cale; ma adesso fu reputato utile seguirle. A lui, dunque, fu commesso di negoziare cogli Stati Generali. Si condusse all’Aja, e tosto s’accordò con Giovanni De Witt, che allora era primo Ministro d’Olanda. La Svezia, per quanto piccoli fossero i suoi mezzi, erasi quaranta anni innanzi, mercè il genio di Gustavo Adolfo, innalzata ad eminente grado fra i potentati europei, e non era per anche discesa alla sua naturale posizione. Nella riferita occasione, essa venne indotta a collegarsi alla Inghilterra ed agli Stati. In tal guisa formossi quella coalizione conosciuta sotto il nome di Triplice Alleanza. Luigi mostrò d’esserne vessato, e di provarne risentimento; ma non reputò atto di sana politica il tirarsi addosso le ostilità d’una tanta confederazione, che aggiungevansi a quelle della Spagna. Assentì quindi ad abbandonare una gran parte del territorio occupatodall’armi sue. L’Europa riebbe la pace, e il Governo Inglese, che poco innanzi era universalmente spregiato, venne per pochi mesi considerato dalle Potenze straniere con rispetto quasi uguale a quello che il Protettore aveva ad esse ispirato.
Dentro lo Stato, la Triplice Alleanza era oltremodo popolare, come quella che ad un tempo satisfaceva l’animosità nazionale, e il nazionale orgoglio. Poneva un confine alle usurpazioni d’un potente ed ambizioso vicino. Avvincolava in istretta unione i principali Stati protestanti. Le Teste-Rotonde e i Cavalieri ne gioivano egualmente: ma la gioia degli uni era maggiore di quella degl’altri; imperciocchè la Inghilterra erasi intimamente collegata con un paese di governo repubblicano e di religione presbiteriana, contro un paese retto da un principe arbitrario, ed affezionato alla Chiesa Cattolico-Romana. La Camera de’ Comuni plaudì clamorosamente al trattato; ed alcuni mormoratori non cortigiani lo chiamarono l’unico atto lodevole che il Re avesse mai fatto, dopo la ristaurazione del trono.
XXIV. Il Re, nulladimeno, davasi poco pensiero dell’approvazione del Parlamento o del popolo. Considerava la Triplice Alleanza solo come un espediente temporaneo a calmare il malcontento, che accennava di farsi grave. La indipendenza, la sicurtà, la dignità della nazione alla quale ei presedeva, erano nulla agli occhi suoi. Aveva cominciato a trovare incomode le limitazioni costituzionali. Erasi già formata nel Parlamento una forte colleganza, conosciuta sotto il nome di partito patriottico. Comprendeva tutti gli uomini pubblici che inchinavano alla repubblica e al puritanismo, e molti altri i quali, quantunque aderenti alla Chiesa stabilita e alla Monarchia ereditaria, erano stati tratti alla opposizione dalla paura del papismo, dalla paura della Francia, e dal disgusto che sentivano della stravaganza, dissolutezza e perfidia della Corte. La potenza di cotesta legione di uomini politici andava ognora crescendo. Ciascun anno, alcuni di que’ rappresentanti che erano stati rieletti durante lo entusiasmo di lealtà del 1661, tiravansi da parte, e i seggi vacanti venivano generalmente occupati da individui meno docili. Carlo non estimavasi vero Re, finchè un’Assemblea di sudditi poteva chiamarlo al rendimentode’ conti, innanzi che egli avesse pagati i suoi debiti, ed insistere onde conoscere quale delle sue amanti o de’ suoi cortigiani si fosse appropriata la pecunia destinata ad equipaggiare la flotta. Comecchè egli non fosse molto studioso della propria reputazione, sentiva molestia degli insulti che talora gli lanciavano nelle discussioni della Camera de’ Comuni; ed una volta tentò d’infrenare, con mezzi vergognosi, la libertà della parola. Sir Giovanni Coventry, gentiluomo di provincia, aveva in una discussione schernite le dissolutezze della Corte. In qualunque de’ regni antecedenti, sarebbe stato, probabilmente chiamato avanti al Consiglio Privato, e imprigionato dentro la Torre. Adesso il Governo procedè in modo diverso. Una banda di sicari fu di soppiatto mandata a tagliare il naso al colpevole. Cotesta schifosa vendetta, invece di domare lo spirito della opposizione, eccitò tale procella, che il Re fu astretto a sobbarcarsi alla crudele umiliazione di approvare uno Statuto di morte infamante che colpiva i ministri della sua vendetta, e che gli tolse dalle mani il potere di perdonarli.
Ma, per quanto fosse impaziente del freno costituzionale, in che guisa poteva egli emanciparsene? Poteva rendersi dispotico soltanto con lo aiuto di un grande esercito stanziale, e siffatto esercito non esisteva. Con le sue rendite poteva, a dir vero, mantenere un certo numero di milizie regolari; ma esse, comunque fossero tante da eccitare gelosia e sospetto nella Camera de’ Comuni e nel paese, bastavano appena a proteggere Whitehall e la Torre contro una insurrezione della plebe di Londra. E v’era ragione di temere simiglianti insurrezioni, poichè sapevasi pur troppo, che nella città e ne’ suburbii esistevano non meno di ventimila de’ vecchi soldati d’Oliviero.
XXV. Poichè il Re ebbe stabilito di emanciparsi dal sindacato del Parlamento, e poichè a tanta impresa non poteva sperare aiuti dentro lo Stato, reputò necessario procacciarseli fuori. La potenza e ricchezza della Francia erano bastevoli all’ardua prova di stabilire la monarchia assoluta in Inghilterra. Cosiffatto alleato doveva indubitabilmente aspettarsi segni di gratitudine per un tanto servigio. Era, però, mestieri che Carlo scendesse al grado di un grande vassallo, e facesseguerra o pace ad arbitrio del Governo che lo proteggeva. Le sue relazioni con Luigi sarebbero state strettamente simili a quelle in che il Rajah di Nagpore e il Re di Oude oggidì stanno verso il Governo Inglese. Cotesti principi hanno debito di aiutare la Compagnia delle Indie Orientali in ogni ostilità difensiva ed offensiva, e di non avere altre relazioni diplomatiche che quelle le quali vengono sanzionate dalla predetta Compagnia. Questa, in compenso, li assicura contro ogni insurrezione. Fino a che essi fedelmente adempiono agli obblighi loro verso il potere sovrano, hanno licenza di disporre di grosse rendite, empire i loro palagi di belle donne, abbrutirsi in compagnia de’ loro dissoluti cortigiani, ed opprimere impunemente qualunque de’ sudditi diventi segno all’ira loro. Simigliante vita sarebbe insoffribile ad un uomo di spirito altero e di potente intendimento. Ma a Carlo, uomo sensuale, pigro, inetto ad ogni forte opera di mente, e privo d’ogni sentimento di amor patrio e di dignità personale, quel prospetto di degradata esistenza non era niente spiacevole.
Parrà cosa straordinaria che il Duca di York cooperasse al disegno di degradare la Corona, che probabilmente un giorno egli avrebbe portata: imperocchè la indole sua era altera ed imperiosa; e veramente, seguitò fino all’ultimo a mostrare, secondo che si presentava il destro, con risentimenti e lotte, come mal tollerasse il giogo francese. Ma la superstizione gli aveva deturpata l’anima tanto, quanto la indolenza e il vizio avevano corrotta quella del suo fratello. Giacomo era già cattolico romano. La bacchettoneria era diventata il sentimento predominante della sua mente angusta e inflessibile, ed erasi cotanto confusa con lo amore di governare, che le due passioni mal potevano l’una dall’altra distinguersi. E’ pareva molto improbabile che egli, senza aiuto straniero potesse ottenere il predominio o anche la tolleranza della sua propria fede; ed era siffattamente temprato, da non vedere nulla di umiliante in qualunque atto che valesse a giovare gl’interessi della vera Chiesa.
Si iniziarono negoziati, che durarono parecchi mesi. Lo agente precipuo tra la Corte inglese e la francese fu la bella, graziosa ed accorta Enrichetta duchessa d’ Orleans, sorella diCarlo, cognata di Luigi, e caramente diletta ad entrambi. Il Re d’Inghilterra si profferse a dichiararsi cattolico romano, sciogliere la Triplice Alleanza, e collegarsi con la Francia contro la Olanda, ove la Francia gli apprestasse gli aiuti pecuniari e militari di che egli avesse mestieri per rendersi indipendente dal suo Parlamento. Luigi, in sulle prime, simulò di ricevere freddamente tali proposte, e infine accettolle col contegno di chi accordi un grande favore; ma veramente, la via per cui s’era messo era tale, ch’egli ci poteva sempre guadagnare, e non perdere.
XXVI. Pare certo ch’egli non avesse mai avuto serio pensiero di stabilire il dispotismo e il papismo in Inghilterra con la forza delle armi. Doveva accorgersi che tanta impresa sarebbe stata ardua e rischiosa; che per anni molti avrebbe tenute occupate tutte le energie della Francia; e che sarebbe stata affatto incompatibile con altre e più praticabili idee d’ingrandimento, molto care al suo cuore. Avrebbe volentieri acquistato il merito e la gloria di rendere, a patti ragionevoli, un grande servigio alla sua propria Chiesa: ma era poco inchinevole a imitare i suoi antenati, i quali, ne’ secoli duodecimo e tredicesimo, avevano condotto il fiore della cavalleria francese a morire nella Siria e nello Egitto; e bene conosceva che una crociata contro il protestantismo in Inghilterra, non sarebbe stata meno pericolosa delle spedizioni in cui erano perite le milizie di Luigi VII e di Luigi IX. Non aveva cagione a desiderare che gli Stuardi fossero principi assoluti. Non considerava la Costituzione inglese con sentimento simile a quello che in tempi posteriori spinse i Principi a muovere guerra alle libere istituzioni de’ popoli vicini. Ai dì nostri, un gran partito zelante del Governo popolare, conta proseliti in ogni paese incivilito. Ogni vittoria ch’esso in qualunque luogo riporti, non manca di svegliare un generale commovimento. Non è quindi a maravigliare che i Governi, minacciati da un pericolo comune, concordino ad assicurarsi vicendevolmente. Ma nel secolo decimosettimo tale periglio non esisteva. Tra il pubblico sentire dell’Inghilterra e il pubblico sentire della Francia, era un abisso. Le nostre istituzioni e fazioni erano tanto poco intese in Parigi, quanto in Costantinopoli. È da dubitarsise nè anche uno dei quaranta membri dell’Accademia Francese avesse nella propria biblioteca un solo libro inglese, e conoscesse solo di nome Shakspeare, Johnson o Spenser. Pochi Ugonotti, eredi dello spirito de’ proprii antenati, potevano forse consentire con le Teste-Rotonde, loro confratelli nella fede; ma gli Ugonotti più non erano formidabili. I Francesi, come corpo, affettuosi alla Chiesa di Roma, ed orgogliosi della grandezza del Re loro e della propria lealtà, guardavano le nostre lotte contro il papismo e il potere arbitrario, non solo senza ammirazione o simpatia, ma con forte disapprovazione e disgusto. Sarebbe, adunque, grave errore attribuire la condotta di Luigi a timori simili in tutto a quelli che, nell’età nostra, indussero la Santa Alleanza ad immischiarsi nelle faccende interne di Napoli e di Spagna.
Ciò non ostante, le proposte fatte dalla Corte di Whitehall giunsero a Luigi gradite singolarmente. Meditava già i giganteschi disegni, che tennero poscia per quaranta anni in perpetuo commovimento tutta l’Europa. Voleva umiliare le Provincie Unite, ed incorporare ai propri dominii il Belgio, la Franca Contea e la Lorena. Nè ciò era tutto. Essendo il Re di Spagna un fanciullo malaticcio, era verosimile morisse senza prole. La sorella maggiore di costui era Regina di Francia. Era quasi certo arrivasse il giorno—e poteva arrivare presto—in cui la casa de’ Borboni avesse a produrre i suoi diritti a quel vasto Impero, sul quale il sole non tramontava giammai. La congiunzione di due grandi monarchie sotto una sola Corona, sarebbe senza alcun dubbio stata avversata da una coalizione continentale; per resistere alla quale il solo braccio della Francia bastava. Ma l’Inghilterra poteva far traboccare la bilancia. Dalla parte da che l’Inghilterra si sarebbe messa in tale occasione, dipendevano i destini del mondo; ed era a tutti manifesto, che il Parlamento e la nazione inglese aderivano fortemente alla politica che aveva dettata la Triplice Alleanza. Nulla, quindi, poteva essere tanto grato a Luigi, quanto il sapere che i principi della casa degli Stuardi avevano mestieri del suo aiuto, ed erano vogliosi di acquistarlo a prezzo di illimitata sottomissione. Deliberato di giovarsi del destro, formò per uso proprio un sistema d’azione, dal qualenon si scostò mai, finchè sopraggiunse la rivoluzione del 1688 a sconcertargli ogni politico disegno. Si confessò desideroso di compiacere alla Corte inglese; promise grandi aiuti. Di quando in quando ne largì tanti, quanti servissero a tenere viva la speranza, e quanti ne potesse senza rischio o inconvenevolezza offerire. In tal guisa, con una spesa molto minore di quella ch’egli sostenne a erigere e decorare Versailles e Marli, gli riuscì di rendere la Inghilterra, per circa venti anni, parte quasi così frivola del sistema politico europeo, come lo è, a’ giorni nostri la Repubblica di San Marino.
Era suo scopo non già distruggere la nostra Costituzione, ma tenere i vari elementi onde era composta, in perenne conflitto, e rendere irreconciliabilmente nemici coloro che avevano il potere della borsa, e coloro che avevano il potere della spada. A tal fine, comperava ed irritava a vicenda ambe le parti; pensionava, nel tempo stesso, i Ministri della Corona e i capi della opposizione; incoraggiava la Corte ad opporsi alle usurpazioni sediziose del Parlamento; e faceva spargere nel Parlamento susurri intorno ai disegni arbitrali della Corte.
Uno degli espedienti ai quali appigliossi col proposito di predominare nei Consigli inglesi, è peculiarmente degno d’essere rammentato. Carlo, quantunque fosse incapace di sentire amore nel senso più alto del vocabolo, era schiavo d’ogni donna che con la beltà della persona eccitasse le voglie, e coi modi e con le ciarle allegrasse gli ozi di lui. Davvero, verrebbe meritamente deriso quel marito che soffrisse da una moglie d’alto lignaggio e d’intemerata virtù mezze le inscienze che il Re d’Inghilterra tollerava dalle sue concubine; le quali, mentre a lui solo andavano debitrici d’ogni cosa, carezzavano, quasi innanzi agli occhi suoi, i suoi cortigiani. Aveva pazientemente sopportato le sfrontate ire di Barbara Palmer, e la impertinente vivacità di Eleonora Gwynn. Luigi pensò che il più utile ambasciatore che egli potesse mandare a Londra, sarebbe stata una bella, licenziosa ed intrigante donna francese. La eletta fu Luisa, dama della casa di Querouaille, che i nostri rozzi antenati chiamavano Madama Carwell. Costei trionfò tosto di tutte le sue rivali, fu creata Duchessadi Portsmouth, colmata di ricchezze, ed ottenne un impero che finì con la vita di Carlo.
XXVII. I patti più importanti dell’alleanza tra le due Corone, vennero formulati in un trattato secreto, che fu stipulato in Dover nel maggio del 1670, dieci anni dopo il giorno in cui Carlo era approdato a quel luogo medesimo fra le acclamazioni e le lacrime di gioia del troppo fidente popolo.
Per virtù di tale trattato, Carlo obbligavasi a professare pubblicamente la religione cattolica romana; a congiungere le proprie armi con quelle di Luigi, onde distruggere il potere delle Provincie Unite; e adoperare le intere forze dell’Inghilterra, per terra e per mare, a sostegno de’ diritti della Casa de’ Borboni alla vasta Monarchia Spagnuola. Luigi, da parte sua, impegnavasi a pagare grossi sussidi; e prometteva che, qualora scoppiasse in Inghilterra una insurrezione, avrebbe mandata a proprie spese un’armata, onde sostenere il suo alleato.
Cotesto patto fu fatto con tristi auspicii. Sei settimane dopo d’essere stato munito delle firme e de’ sigilli, la bella principessa, la cui influenza sopra il fratello e il cognato era stata così perniciosa alla propria patria, non era più. La sua morte fece nascere orribili sospetti, che per poco parvero volessero rompere l’amistà novellamente formata fra la Casa degli Stuardi e quella de’ Borboni; ma poco tempo dopo, i due confederati si dettero vicendevolmente nuove assicuranze di amichevoli intendimenti.
Il Duca di York, così tardo d’ingegno da non sentire il pericolo, o così fanatico da non curarsene, era impaziente di veder mandato subito ad esecuzione lo articolo concernente la religione cattolica romana: ma Luigi ebbe la saviezza di prevedere che, se ciò fosse seguito, sarebbe in Inghilterra scoppiata tale esplosione, da frustrare probabilmente quelle parli del disegno le quali gli stavano più a cuore. Fu però stabilito che Carlo seguitasse a chiamarsi protestante, e a ricevere nelle grandi solennità la Comunione secondo il rituale della Chiesa Anglicana. Il suo fratello, più scrupoloso di lui, più non comparve nella Cappella Reale.
Verso questo tempo mori la Duchessa di York, figlia delbandito Conte di Clarendon. Era stata per alcuni anni di soppiatto cattolica romana. Lasciò due figlie, Maria ed Anna, entrambe dipoi regine della Gran-Brettagna. Vennero educate protestanti per espresso comando del Re, il quale conosceva che sarebbe stato inutile a lui di confessarsi membro della Chiesa d’Inghilterra, se le due fanciulle che pareva dovessero succederli al trono, fossero, per licenza di lui, cresciute nel grembo della Chiesa di Roma.
I principali servi della Corona in questo tempo erano uomini, i nomi de’ quali hanno meritamente acquistata non invidiabile celebrità. È d’uopo, nondimeno, studiarsi di non aggravare la memoria loro con la infamia che di diritto spetta al loro signore. Del trattato di Dover il Re stesso è principalmente responsabile. Egli tenne intorno a quello conferenze cogli agenti francesi; scrisse di propria mano molte lettere a quello spettanti; e’ fu colui che suggerì i più disonorevoli articoli che vi si contengono; e studiosamente ne nascose alcuni alla più parte de’ Ministri del suo Gabinetto, o, come veniva popolarmente chiamato, della sua Cabala.
XXVIII. Poche cose nella nostra storia sono più curiose dell’origine e del progresso del potere che oggimai possiede il Gabinetto. Fino da tempi assai remoti, i Re d’Inghilterra sono stati assistiti da un Consiglio privato, al quale la legge assegnava non pochi importanti ufficii e doveri. Per alcuni secoli, questo Consiglio deliberò intorno ai più gravi e gelosi affari di Stato. Ma gradatamente venne cangiando d’indole. Diventò troppo numeroso per la speditezza delle faccende, o per serbare il segreto. Il grado di Consigliere privato era spesso conferito come onorificenza a uomini, ai quali il Governo non confidava nulla, e nè anche richiedeva la opinione. Il sovrano nelle più solenni occasioni rivolgevasi ad un ristretto numero di principali Ministri, onde averne consiglio. I vantaggi e svantaggi di siffatto modo di operare erano stati additati da Bacone, col suo consueto giudicio e sagacia; ma e’ non fu se non dopo la Restaurazione, che il Consiglio intimo cominciò ad attirare a sè l’attenzione universale. Per molti anni, i politici all’antica seguitarono a considerare il Gabinetto come un ufficio incostituzionale e pericoloso. Nulladimeno, divenne sempre più importante;ed alla perfine, si recò in mano quasi tutto il potere esecutivo, e venne poi ad essere estimato come parte essenziale del nostro ordinamento politico. Eppure, strano a dirsi! continua tuttora ad essere affatto sconosciuto alla legge. I nomi de’ nobili e de’ gentiluomini che lo compongono, non vengono mai officialmente annunciati al pubblico. Non si prende ricordo delle sue adunanze e deliberazioni; e la sua esistenza non è stata mai riconosciuta da nessun atto del Parlamento.
XXIX. Per alcuni anni, il vocabolo Cabala venne comunemente usato come sinonimo di Gabinetto. Ma accadde per una fortuita coincidenza, che nel 1671 il Gabinetto fosse composto di cinque individui, nei nomi de’ quali le lettere iniziali formavano il vocabolo Cabala (Cabal): Clifford, Arlington, Buckingham, Ashley e Lauderdale. Questi Ministri furono, quindi, per enfasi chiamati la Cabala; e tosto resero quel nome così infame, che poscia non è stato mai usato se non in significato di riprovazione.
Sir Tommaso Clifford era Commissario del Tesoro, e s’era reso grandemente notevole nella Camera de’ Comuni. Era il più rispettabile fra’ membri della Cabala, come quello che in una indole fiera ed imperiosa aveva un forte, quantunque miseramente pervertito, sentimento del dovere e dell’onore.
Enrico Bennet, Lord Arlington, Segretario di Stato, aveva, fino dall’epoca in cui pervenne all’età d’uomo, passata la vita quasi sempre nel continente; ed aveva imparato quell’indifferentismo cosmopolitico verso le Costituzioni e le Religioni, che spesso si osserva negli individui che hanno spesi gli anni in una vagabonda diplomazia. Se vi era forma di Governo che a lui piacesse, ell’era quella di Francia. Se v’era Chiesa ch’egli preferisse, ella era quella di Roma. Aveva qualche ingegno nel conversare, ed anche nel trattare gli affari ordinari del suo ufficio. Nel corso d’una vita spesa a viaggiare e a far negoziati, aveva imparata l’arte di accomodare il linguaggio e il portamento all’indole della società fra mezzo alla quale ei si trovava. Con la vivacità, ne’ recessi della reggia, svagava il principe; con la gravità, nelle discussioni enelle conferenze, imponeva riverenza al pubblico; e gli era riuscito di tirare a sè, in parte rendendo servigi, in parte dando speranze, un numero considerevole di partigiani.
Buckingham, Ashley e Lauderdale, erano uomini de’ quali la immoralità, ch’era infezione epidemica ne’ politici di quei tempi, mostravasi ne’ suoi più maligni sembianti, ma variamente modificata da grandi varietà di tempra e d’intendimento. Buckingham, uomo sazio di piaceri, erasi dato all’ambizione quasi per passatempo. Come si era provato a svagarsi con lo studio dell’architettura e della musica, con lo scrivere farse e cercare la pietra filosofale; così ora si provava a svagarsi con un negoziato secreto, e con una guerra cogli Olandesi. Era già stato, più presto per volubilità e vaghezza di cose nuove, che per alcun profondo proposito, infido ad ogni partito. Un tempo erasi messo nelle file de’ Cavalieri. In un altro, erano corsi mandati d’arresto contro di lui, incolpato di mantenere corrispondenza proditoria colle reliquie del partito repubblicano nella città. Era nuovamente diventato cortigiano, e voleva acquistare il favore del Re con servigi, dai quali i più illustri di coloro che avevano pugnato e sofferto per la Casa Reale, avrebbero rifuggito compresi d’ orrore.
Ashley, più testardo, e dotato di assai più feroce e solida ambizione, era stato parimente versatile. La versatilità di Ashley nasceva, però, non da leggerezza, ma da deliberato egoismo. Aveva serviti e traditi vari Governi; ma aveva adattati i suoi tradimenti così bene ai tempi, che, fra mezzo a tutte le rivoluzioni, s’era sempre venuto innalzando. La moltitudine, compresa d’ammirazione per una prosperità, la quale, mentre ogni altra cosa perpetuamente mutavasi, era rimasta immutabile, attribuiva a lui una prescienza pressochè miracolosa, ed assomigliavalo a quello ebreo uomo di Stato, che, come è scritto, veniva consultato dal popolo come l’oracolo di Dio.
Lauderdale, chiassoso e triviale nella gioia e nella collera, era forse, sotto l’apparenza di una presuntuosa franchezza, l’uomo più disonesto della Cabala. Erasi reso cospicuo fra gl’insorgenti scozzesi del 1638, ed era zelante della Convenzione. Lo accusavano d’essere stato complice di coloro che avevano venduto Carlo I al Parlamento Inglese, ed eraperciò dai Cavalieri reputato traditore, peggiore, s’era pur possibile, di quelli che avevano seduto nell’Alta Corte di Giustizia. Spesso parlava con ìstemperato scherzo dei giorni in cui egli era stato santocchio e ribelle. Ed ora la Corte se ne giovava come di precipuo strumento per imporre a forza il culto episcopale ai concittadini di lui; e in cosiffatto proposito, non abborrì dallo adoperare inesorabilmente la spada, il capestro e lo stivaletto.[18]Nondimeno, chi conoscevalo, sapeva bene che trenta anni di vicende non avevano prodotto il minimo cangiamento ne’ suoi veri sentimenti; che tuttavia egli odiava la memoria di Carlo I, e seguitava a preferire ad ogni altra forma di Governo ecclesiastico quella de’ Presbiteriani.
Per quanto Buckingham, Ashley e Lauderdale, fossero scevri di scrupoli, non fu reputato prudente il farli partecipi dello intendimento che il Re aveva di dichiararsi cattolico romano. Fu loro mostrato un falso trattato, dove era omesso lo articolo concernente la religione. Al trattato genuino vennero apposti i soli nomi e sigilli di Clifford e d’Arlington. Ambidue questi uomini di Stato erano parziali della vecchia Chiesa: parzialità che, dopo non molto tempo, l’animoso e veemente Clifford confessò; mentre Arlington, più freddo e più codardo, la tenne nascosta, finchè lo avvicinarsi della morte, riempiendogli l’animo di terrore, lo indusse ad essere sincero. Gli altri tre Ministri, nondimeno, non erano uomini da essere tenuti agevolmente nel buio, ed è probabile che sospettassero più di quello che distintamente venne loro rivelato. Vero è che parteciparono alla confidenza di tutti gl’impegni politici contratti con la Francia, e non ebbero vergogna di ricevere da Luigi grosse gratificazioni.
Primo obietto di Carlo era quello di ottenere dai Comuni danaro, onde giovarsene a mandare ad esecuzione quel secreto trattato. La Cabala, che imperava in un tempo in cui il nostro Governo era in istato di transizione, aveva in sè due specie diverse di vizii, pertinenti a due diverse età ed a due sistemi diversi. Come que’ cinque pessimi consiglieri erano fra gliultimi uomini di Stato inglesi che seriamente pensassero a distruggere il Parlamento, così erano i primi uomini di Stato inglesi che si provassero grandemente a corromperlo. Troviamo nella loro politica gli ultimi vestigi del disegno di Strafford, e ad un tempo i vestigi primi della corruzione metodica che venne poscia praticata da Walpole. Non pertanto, si accorsero tosto, che quantunque la Camera de’ Comuni fosse principalmente composta di Cavalieri, e quantunque gl’impieghi e l’oro della Francia venissero largamente dispensati ai rappresentanti non eravi la minima probabilità che le parti meno odiose della trama ordita in Dover fossero sostenute dalla maggioranza. Era necessario adoperare la frode. Il Re, quindi, fece mostra di grande zelo a favore dei principii della Triplice Alleanza, e pretese che, a fine di infrenare l’ambizione della Francia, fosse necessario accrescere la flotta. I Comuni caddero nella rete, e votarono una somma di ottocentomila lire sterline. Il Parlamento venne subito prorogato, e la Corte, in tal modo emancipata da ogni sindacato, procedè a porre in opera il suo vasto disegno.
XXX. Le strettezze finanziere erano assai gravi. Una guerra con la Olanda sarebbe costata somme enormi. La rendita ordinaria era appena sufficiente a sostenere il Governo in tempo di pace. Le ottocentomila lire sterline che erano state poco fa con inganno estorte ai Comuni, non sarebbero bastate alle spese militari e navali d’un solo anno di ostilità. Dopo il tremendo esempio dato dal Lungo Parlamento, nè anche la Cabala arrischiossi a consigliare i balzelli detti Benevolenze e Danaro per mantenere la flotta. In tale perplessità, Ashley e Clifford proposero un mezzo iniquo di violare la fede pubblica. Gli orefici di Londra erano allora non solo trafficanti di metalli preziosi, ma anche banchieri, ed avevano costume di prestare grandi somme di pecunia al Governo. A compensazione di coteste prestazioni, ricevevano assegnamenti sulla rendita; e riscosse le tasse, venivano loro pagati il capitale e gl’interessi. Circa un milione e trecentomila lire sterline erano state in siffatto modo affidate all’onore dello Stato; quando ecco corse, inatteso e repentino, lo annunzio che non essendo convenevole rendere i capitali, era d’uopo che i creditorisi contentassero di ricevere gl’interessi. Non poterono, in conseguenza di siffatta misura, far fronte agli impegni contratti. La Borsa si mise sossopra: parecchie case mercantili fallirono; e lo spavento e la miseria si sparsero per tutta la società. Frattanto il Governo procedeva a passi rapidi verso il dispotismo. Succedevansi proclami che non avevano la sanzione del Parlamento, o imponevano ciò che il solo Parlamento poteva legalmente imporre. Di tali editti, il più importante fu quello che si chiama Dichiarazione d’Indulgenza, per virtù del quale le leggi penali contro i Cattolici Romani vennero abrogate; e perchè non apparisse chiaro il vero scopo di quell’atto, le leggi contro i Protestanti non-conformisti furono parimente sospese.
XXXI. Pochi giorni dopo promulgata la Dichiarazione d’Indulgenza, fu proclamata la guerra contro le Provincie Unite. In mare gli Olandesi sostennero la lotta con onore; ma per terra furono in sulle prime oppressi da una forza irresistibile. Una grossa armata francese varcò il Reno. Le fortezze, una dopo l’altra, aprirono le porte. Tre delle sette provincie della Federazione furono occupate dagl’invasori. I fuochi degli accampamenti nemici vedevansi dalle cime del Palagio del Municipio d’Amsterdam. La Repubblica, in tal modo ferocemente assalita di fuori, era nel medesimo tempo lacerata dalle intestine discordie. Il Governo era nelle mani di una stretta oligarchia di potenti borghesi. Eranvi numerosi Consigli Municipali autonomi, ciascuno dei quali esercitava, dentro la propria sfera, molti diritti di sovranità. Cotesti Consigli mandavano delegati agli Stati Provinciali, e questi inviavano delegati agli Stati Generali. Un capo magistrato ereditario non era parte essenziale di tale sistema politico. Nonostante, una famiglia, singolarmente feconda di grandi uomini, aveva a poco a poco acquistata autorità vasta e pressochè indefinita. Guglielmo, primo di tal nome, Principe d’Orange Nassau, e Statoldero di Olanda, aveva capitanata la memorabile insurrezione contro la Spagna. Maurizio suo figlio era stato Capitano Generale e primo Ministro degli Stati; aveva, per mezzo delle maravigliose sue doti e degli eminenti servigi resi alla Repubblica, e di alcuni atti crudeli e proditorii, conseguitopotere quasi di Re, e lo aveva in gran parte trasmesso in retaggio alla propria famiglia. La influenza degli Statolderi era obietto di estrema gelosia alla oligarchia municipale. Ma l’armata e la gran massa di cittadini esclusi da ogni partecipazione al Governo, guardavano i Borgomastri e i Deputati con astio simile a quello con che le legioni e il popolo comune di Roma guardavano il Senato, ed erano partigiani della Casa d’Orange come le legioni e il popolo comune di Roma parteggiavano per quella di Cesare. Lo Statoldero comandava le forze della Repubblica, disponeva di tutti i gradi militari, possedeva in gran parte il patronato degli uffici civili, ed era circondato da pompa pressochè regia.
Il Principe Guglielmo II aveva fortemente avversato il partito oligarchico. Finì di vivere nel 1650, fra mezzo alle lotte civili. Non lasciò figliuoli: gli aderenti alla sua Casa rimasero per alcun tempo privi di capo; e i poteri ch’egli aveva esercitati, furono divisi fra i Consigli Municipali, gli Stati Provinciali e gli Stati Generali.
Ma, pochi giorni dopo la morte di Guglielmo, la sua vedova Maria, figlia di Carlo I Re della Gran Brettagna, partorì un figlio destinato ad innalzare la gloria e l’autorità della Casa di Nassau al più alto grado, a salvare dalla schiavitù le Provincie Unite, a domare la potenza della Francia, e a stabilire la Costituzione inglese sopra fondamenti solidi e duraturi.
XXXII. Questo Principe, ch’ebbe nome Guglielmo Enrico, fin dal suo nascere fu cagione di gravi timori al partito che allora governava in Olanda, e di sincero affetto ai vecchi amici della sua famiglia. Era altamente riverito come possessore di uno splendido patrimonio, come capo di una delle più illustri Case d’Europa, come Principe Sovrano dello Impero Germanico, come Principe del sangue reale d’Inghilterra, e soprattutto come discendente de’ fondatori della batava libertà. Ma l’alto ufficio che già veniva considerato siccome ereditario nella sua famiglia, rimase sospeso; ed era intendimento della parte aristocratica, che non avesse ad esserci mai più un altro Statoldero. Al difetto del primo Magistrato supplì, in gran parte, il Gran Pensionario della Provincia d’Olanda,Giovanni De Witt, che per ingegno, fermezza ed integrità, erasi innalzato ad autorità senza rivali ne’ Consigli della oligarchia municipale.
La invasione francese produsse un intero cangiamento. Il popolo, afflitto ed atterrito, arse di rabbia contro il Governo. Nella sua frenesia, aggredì i più valorosi Capitani e i più esperti uomini di Stato della travagliata Repubblica. De Ruyter venne insultato dalla marmaglia. De Witt fu fatto in pezzi innanzi la porta del palazzo degli Stati Generali nell’Aja. Il Principe d’Orange (che non aveva partecipato allo assassinio, ma che in questa, come in altra sciagurata occasione vent’anni dopo, largì ai delitti commessi a suo vantaggio tale indulgenza che ha lasciata una macchia sopra la sua gloria) diventò, senza competitori, capo del Governo. Comunque giovane, il suo ardente ed indomabile spirito, benchè mascherato di maniere fredde e severe, risuscitò subitamente il coraggio de’ suoi spaventati concittadini. Invano suo zio e il Re di Francia, provaronsi con isplendide offerte di sedurlo ad abbandonare la causa della Repubblica. Favellò agli Stati Generali con altieri ed animosi sensi. Rischiossi perfino a suggerire un provvedimento che ha sembianza d’antico eroismo; e che, ove lo avessero posto in effetto, sarebbe stato il subietto più nobile per l’epico canto, che si possa trovare nel vasto campo della storia moderna. Disse ai Deputati, che quand’anche il suolo natio, e le meraviglie di che la umana industria lo aveva coperto, fossero sepolti sotto l’Oceano, tutto non era perduto. Gli Olandesi avrebbero potuto sopravvivere all’Olanda. La libertà e la religione vera, da’ tiranni e dagli ipocriti cacciate dall’Europa, avrebbero trovato asilo nelle più remote isole dell’Asia. I legni esistenti nei porti della Repubblica, sarebbero bastati a trasportare duecentomila emigranti allo Arcipelago Indiano. Quivi la Repubblica Olandese avrebbe cominciata una nuova e più gloriosa vita, ed eretto sotto la costellazione meridionale della Croce, fra le canne di zucchero e i nocimoscadi, la Borsa d’un’altra più ricca Amsterdam, e le scuole d’un’altra Leida più dotta. Lo spirito nazionale svegliossi tutto e risorse. I patti offerti dagli Alleati vennero con fermezza respinti. Aprirono gli argini. Tutto il paese prese lasembianza di un vastissimo lago, di mezzo al quale le città, con le loro muraglie e i loro campanili, innalzavansi a guisa d’isole. Gl’invasori furono costretti a salvare la vita con una precipitosa ritirata. Luigi, il quale, benchè talvolta reputasse necessario mostrarsi a capo del suo esercito, grandemente preferiva al campo la reggia, era già ritornato a bearsi delle lusinghe de’ poeti e de’ sorrisi delle dame ne’ viali novellamente piantati di Versailles.
La fortuna affrettavasi a cangiare d’aspetto. L’esito della guerra marittima era stato dubbio: in terra, le Provincie Unite avevano ottenuto un indugio, il quale, benchè breve, era d’infinita importanza. Intimorite dai vasti disegni di Luigi, ambedue le famiglie della Casa d’Austria corsero alle armi. La Spagna e la Olanda, divise dalla rimembranza di antichi torti ed umiliazioni, riconciliaronsi allo avvicinarsi del comune pericolo. Da ogni contrada di Germania muovevano armati verso il Reno. Il Governo Inglese aveva già consunta tutta la pecunia che aveva raccolta saccheggiando i pubblici creditori. Non poteva sperarsi un imprestito dalla Città. Il tentare d’imporre tasse di sola autorità regia, avrebbe tosto prodotta una ribellione; e Luigi, che ormai doveva far fronte a mezza l’Europa, non era in condizione di apprestare i mezzi con che costringere il popolo dell’Inghilterra. Era forza convocare il Parlamento.
XXXIII. E però, nella primavera del 1673, la Camera de’ Comuni si radunò, dopo un riposo di circa due anni. Clifford, già diventato Pari e Lord Tesoriere, ed Ashley, diventato Conte di Shaftesbury e Lord Cancelliere, erano coloro sopra i quali il Re riposava per condurre destramente la bisogna in Parlamento. Il partito patriottico si scagliò tosto contro la politica della Cabala. L’aggressione fu fatta non a modo di tempesta, ma con colpi lenti e misurati. I Comuni, in sulle prime, dettero speranza di sostenere la politica straniera del Re; ma insistevano ch’egli pagasse quel sostegno coll’abbandono di tutto il suo sistema di politica interna.
XXXIV. Loro primo scopo era quello d’ottenere la revoca della Dichiarazione d’Indulgenza. Di tutte le misure impopolari adottate dal Governo, la più impopolare fu la promulgazionedi quell’atto. Un atto così liberale, compito in modo così dispotico, aveva urtati i sentimenti più opposti. Tutti gl’inimici della libertà religiosa, e gli amici tutti della libertà civile, si trovarono nelle medesime file; e gli uni e gli altri sommavano a diciannove ventesimi della nazione. Lo zelante ecclesiastico schiamazzava contro il favore mostrato al papisti e al puritano. Il puritano, quantunque potesse allegrarsi vedendo sospese le persecuzioni onde era stato oppresso, sentiva poca gratitudine per una tolleranza ch’egli doveva dividere con l’anticristo. E tutti gl’Inglesi che pregiavano la libertà e la legge, vedevano con inquietudine la enorme usurpazione che la regia prerogativa aveva commessa nel campo del potere legislativo.
Bisogna sinceramente ammettere, che la questione costituzionale non fosse allora affatto scevra d’oscurità. I nostri antichi Re avevano, senza verun dubbio, preteso ed esercitato il diritto di sospendere l’azione delle leggi penali. I tribunali avevano riconosciuto cotesto diritto. I Parlamenti lo avevano tollerato senza avversarlo. Che un certo simile diritto fosse inerente alla Corona, pochi anche del partito patriottico osavano negare al cospetto dell’autorità e de’ fatti precedenti. Nondimeno, era chiaro che se questa prerogativa fosse stata illimitata, il Governo Inglese male si sarebbe potuto distinguere da un pretto dispotismo. Che ci fosse un limite, lo ammettevano pienamente il Re e i suoi Ministri. La questione era di sapere se la Dichiarazione d’Indulgenza stesse o no dentro siffatto limite; e a nessuna delle parti riuscì di descrivere una linea incontestabile. Alcuni oppositori del Governo dolevansi che la Dichiarazione sospendeva non meno di quaranta Statuti. Ma perchè non quaranta, nel modo medesimo che uno? Vi fu un oratore che manifestò come propria opinione, che il Re poteva costituzionalmente dispensare dalle leggi cattive, non mai dalle buone. Non è mestieri dimostrare l’assurdità di tale distinzione. La dottrina che sembra essere stata generalmente accettata nella Camera de’ Comuni, consisteva in ciò, che il potere di dispensare limitavasi alle sole faccende secolari, e non si estendeva alle leggi fatte per la sicurtà della religione dello Stato. Nondimeno, poichè il Re eracapo supremo della Chiesa, e’ pareva che avendo egli il potere di dispensare, siffatto potere potesse anche applicarsi a cose concernenti la Chiesa. Allorchè, dall’altra parte, i cortigiani studiaronsi d’indicare i confini di tale prerogativa, non ci riuscirono meglio de’ loro oppositori.[19]
Vero è che la facoltà di dispensare era una grande anomalia nella politica. In teoria, era estremamente incompatibile co’ principii del Governo misto; ma era cresciuta in tempi ne’ quali i popoli si dànno poco pensiero delle teorie. In pratica, non se n’era molto abusato: era stata quindi tollerata, ed aveva a poco per volta acquistata una specie di prescrizione. Finalmente, ne fu fatto uso, dopo lo spazio di molti anni, in una età colta, ed in una solenne occasione, con eccesso fin allora inusitato, e per uno scopo avuto in universale abborrimento. Venne subito sottoposta a severo scrutinio. Nessuno, a dir vero, ardì in sulle prime chiamarla onninamente incostituzionale: ma tutti cominciarono ad accorgersi che divergeva manifestamente dallo spirito della Costituzione, e che ove si fosse lasciata priva di freno, avrebbe tramutato il Governo Inglese, di monarchia limitata qual’era, in monarchia assoluta.
XXXV. Sotto lo eccitamento di cotali sospetti, la Camera de’ Comuni negò al Re il diritto di dispensare, non già rispetto a tutti gli Statuti penali, ma agli Statuti penali nelle cose ecclesiastiche; e gli fece chiaramente intendere, che qualora ei non avesse rinunziato a quel diritto, ella non avrebbe concesso danari per la guerra con l’Olanda. Per un momento egli mostrossi inchinevole ad affidare ogni cosa alla sorte: ma Luigi lo consigliò fortemente a piegare il capo alla necessità, ed aspettare tempi migliori, in cui le armi francesi, allora occupate in arduo conflitto sul continente, potessero essere giovevoli a reprimere il malcontento in Inghilterra. Dentro la stessa Cabala cominciarono ad apparire segni di discordia e di tradimento. Shaftesbury, con la sua sagacia proverbiale, conobbe che avvicinavasi una violenta reazione, e che ogni cosa tendevaverso una crisi simigliante a quella del 1640. Pose ogni studio perchè cotesta crisi non lo trovasse nelle condizioni di Strafford. Adunque, con un improvviso voltafaccia, mostrossi nella Camera de’ Lordi, e riconobbe che la Dichiarazione era illegale. Il Re, così abbandonato dal suo alleato e dal suo Cancelliere, cedè, cassò la Dichiarazione, e promise solennemente che non se ne sarebbe per lo avvenire fatto nessun caso.
Nè anche questa concessione bastò. I Comuni, non satisfatti di avere astretto il loro Sovrano ad annullare la Indulgenza, estorsero a lui ripugnante l’approvazione d’una celebre legge, che continuò ad esser valida fino al regno di Giorgio IV. Questa legge, chiamata Atto di Prova (Test Act), ordinava che chiunque occupava un ufficio civile o militare, fosse tenuto a prestare il giuramento di supremazia, firmare una dichiarazione contro la transustanziazione, e ricevere pubblicamente la comunione secondo i riti della Chiesa d’Inghilterra. Nel preambolo v’erano parole ostili soltanto ai papisti; ma le clausule erano quasi sfavorevoli alla classe più rigida de’ Puritani, quanto ai papisti. I Puritani, nondimeno, atterriti, vedendo la Corte pendere verso il papismo, ed incoraggiati da taluni ecclesiastici a sperare che, appena disarmati i cattolici romani, la tolleranza verrebbe estesa anche ai non-conformisti, fecero poca opposizione; nè il Re, che aveva bisogno estremo di pecunia, rischiossi a ricusare il suo assenso. La legge passò; e il Duca di York, per conseguenza, fu costretto a deporre l’eminente ufficio di Lord Grande Ammiraglio.
XXXVI. Fin qui i Comuni non s’erano dichiarati avversi alla guerra cogli Olandesi. Ma, poscia che il Re, in compenso della pecunia cautamente concessa, abbandonò intieramente il suo sistema di politica interna, coloro scagliaronsi impetuosamente contro la sua politica estera. Chiesero che allontanasse dal suo Consiglio Buckingham e Lauderdale, ed elessero una Commissione per considerare se fosse giusto porre Arlington in istato di accusa. Poco tempo dopo, la Cabala non era più. Clifford, che solo de’ cinque era meritevole del nome di uomo onesto, ricusò di riconoscere la nuova legge, depose il suo bastone bianco, e ritirossi in villa. Arlington lasciò l’ufficio di Segretario di Stato, per passare ad un impiegotranquillo e dignitoso nella Casa reale. Shaftesbury e Buckingham sì rappaciarono con la opposizione, e mostraronsi a capo della procellosa democrazia della città. Lauderdale, tuttavia, seguitò ad essere Ministro per gli affari della Scozia, ne’ quali il Parlamento Inglese non poteva immischiarsi.
Dopo ciò, i Comuni incalzarono il Re a far pace con la Olanda; ed espressamente dichiararono, che più non avrebbero conceduto danaro per la guerra, se non se nel caso che il nemico ostinatamente ricusasse di accettare patti ragionevoli. Carlo stimò necessario differire a stagione più convenevole il pensiero di eseguire il trattato di Dover, e blandire la nazione, facendo mostra di ritornare alla politica della Triplice Alleanza. Temple, il quale, finchè predominò la Cabala, visse ritirato fra mezzo ai suoi libri ed ai suoi fiori, venne chiamato dal suo eremo. Per mezzo di lui si concluse una pace separata con le Provincie Unite; ed egli divenne nuovamente ambasciatore all’Aja, dove la sua presenza veniva considerata quale pegno della sincerità della Corte britannica.
XXXVII. La precipua direzione degli affari venne allora affidata a Sir Tommaso Osborn, baronetto della Contea di York, il quale nella Camera de’ Comuni aveva dato prova d’ingegno adatto alle faccende e alla discussione. Osborn fu fatto Lord Tesoriere, e poco dopo creato Conte di Danby. Non era uomo il cui carattere, esaminato giusta gli alti principii della morale, potesse sembrare degno di approvazione. Era cupido di ricchezze e d’onori, corrotto e corruttore. La Cabala gli aveva trasmessa l’arte di comprare i rappresentanti; arte tuttavia rozza, che accennava poco a quella singolare perfezione cui fu condotta nel secolo appresso. Ei perfezionò grandemente l’opera de’ primi inventori. Costoro avevano solamente comprati gli oratori; ma ciascun uomo che avesse un voto poteva vendersi a Danby. Nonostante ciò, il nuovo Ministro non è da confondersi coi negoziatori di Dover. Egli non era privo del sentimento d’ inglese e di protestante, e nel promuovere i proprii interessi, non dimenticava affatto quelli della propria patria e religione. Era, a dir vero, desideroso di esaltare la prerogativa; ma i mezzi di che a ciò fare voleva giovarsi, erano assai diversi da quelli adoperati da Arlington e da Clifford.Il pensiero di stabilire il potere arbitrario col soccorso delle armi forestiere, e riducendo il Regno alla condizione di principato dipendente, non entrò mai nel suo cervello. Era suo intendimento affezionare alla Monarchia quelle classi di uomini le quali le erano state ferme alleate mentre ardevano le lotte della precedente generazione, e che se n’erano disgustate a cagione de’ recenti delitti ed errori della Corte. Con lo aiuto dei vecchi interessi de’ Cavalieri, cioè con lo aiuto de’ Nobili, dei gentiluomini delle campagne, del Clero, delle Università, pensava egli che Carlo avrebbe potuto essere sovrano, se non assoluto, almeno potente al pari di Elisabetta.