Chapter 17

XLIII. Non era solo per mezzo della Gazzetta di Londra che il Governo imprendesse ad apprestare al popolo istruzione delle cose politiche. Quel giornale conteneva secchi articoli di notizie senza commenti. Un altro, pubblicato sotto il patronato della Corte, conteneva commenti senza notizie. Chiamavasi l’Osservatore, e lo compilava un vecchio articolista Tory, di nome Ruggiero Lestrange. Costui non difettava di speditezza e di sottile ingegno; e la sua locuzione, comecchè fosse grossolana e sfigurata da un gergo basso e verboso, che allora nel domestico focolare[171]e nella taverna estimavasi spiritoso, non era privo di acume e vigore. Ma l’indole sua, feroce ed ignobile a un tempo, mostravasi in ogni tratto che gli uscisse dalla penna. Allorquando comparvero i primi numeri dell’Osservatore, l’acrimonia dello scrittore non era affatto indegna di scusa; imperocchè, essendo potenti i Whig, gli toccava lottarecontro numerosi avversarii, la cui violenza scevra di scrupoli sembrava giustificare le rappresaglie. Ma nel 1685 ogni opposizione era stata vinta. Uno spirito generoso avrebbe abborrito dall’insultare un partito che non poteva rispondere, e dall’aggravare la miseria de’ prigioni, degli esuli e delle famiglie spogliate; ma alla malignità di Lestrange non era sacro nè il sepolcro nè il tetto della famiglia. Nell’ultimo mese del regno di Carlo II, Guglielmo Jenkyn, vecchio e illustre pastore dissenziente, il quale aveva patita crudele persecuzione, non per altro delitto che per quello di adorare Dio secondo l’usanza comunemente seguita in tutta l’Europa protestante, morì per le sevizie e le privazioni sofferte in Newgate. Lo scoppio della simpatia popolare non potè frenarsi. Il suo cadavere fu accompagnato alla tomba da un corteo di cento cinquanta carrozze. La tristezza era dipinta anche in volto ai cortigiani. Perfino lo spensierato Carlo mostrò segni di dolore. Il solo Lestrange sciorinò un cicaleccio di feroce esultanza, schernì la debolezza dei Barcamenanti,[172]che mostravano commiserazione; scrisse che il blasfemo, vecchio impostore, aveva ricevuta la meritata pena; e fece voto di guerreggiare non solo fino a morte, ma dopo morte contro tutti i Santi e martiri ridicoli.[173]Tale era lo spirito del giornale che in que’ tempi era l’oracolo del partito Tory, ed in ispecie del clero delle parrocchie.XLIV. Tanta letteratura, quanta poteva trasportarsi nella valigia postale, formava allora gran parte del nutrimento intellettuale per i teologi e i giudici di provincia. La difficoltà e la spesa di trasmettere di luogo in luogo grossi fagotti erano così grandi, che un’opera voluminosa metteva più tempo ad andare da Paternoster Row alle Contee di Devon o di Lancaster, che oggidì non impiega ad arrivare a Kentucky. Quanto pochi libri, anche i più necessarii agli studi teologici, possedesse un parroco rurale, è stato già notato. Le case de’ gentiluomini non ne erano meglio provvedute. Pochi cavalieri dellaContea avevano biblioteche che si potessero agguagliare a quelle che ora comunemente si trovano nel salotto d’un servitore, o nella retrostanza del padrone d’una piccola bottega. Uno scudiere veniva riputato dai suoi vicini per un gran dotto, se l’Hudibras, o la Cronaca di Barber, o gli Scherzi di Tarlton, o i Sette Campioni della Cristianità, trovavansi nella sua sala fra mezzo alle canne da pescare, agli arnesi da caccia. In allora, nè anche nella capitale esistevano biblioteche circolanti; ma nella capitale, quegli studenti che non potevano molto spendere, avevano un compenso. Le botteghe de’ grandi librai presso il Cimitero di San Paolo, erano quotidianamente e per tutta la giornata affollate di lettori; e ad ogni avventore conosciuto, spesso era concesso di portarsi a casa qualche volume. In provincia non esisteva siffatta comodità; e ciascuno era costretto a comprare i libri che avesse voluto leggere.[174]XLV. La provvisione letteraria della madre e delle figlie del possidente di provincia, generalmente consisteva nel libro delle preghiere e in quello de’ conti. E a dir vero, perdevano poco a vivere nel ritiro campestre; poichè anche nelle classi più alte, e in quelle condizioni che apprestavano le maggiori agevolezze alla cultura dello intelletto, le donne inglesi di quell’età erano peggio educate di quello che siano state in qualunque altro tempo dopo il risorgimento delle lettere. In un’epoca anteriore studiavano i capolavori degli antichi. Al dì d’oggi rade volte si dànno seriamente allo studio delle lingue morte; ma conoscono familiarmente la lingua di Pascal e di Molière, quella di Dante e di Tasso, quella di Goethe e di Schiller; nè vi è stile più puro o più grazioso di quello con che le donne bene educate parlino e scrivano. Ma negli ultimi anni del diciassettesimo secolo, la cultura della mente nelle donne era quasi affatto negletta. Se una donzella aveva la più lieve tintura letteraria, veniva stimata un prodigio. Le donne d’alto lignaggio, di squisita educazione e fornite di spiritonaturale, non sapevano scrivere, un rigo nella loro lingua materna senza solecismi ed errori d’ortografia, quali oggi si vergognerebbe di commettere una fanciulla cresciuta negli asili di carità.[175]La ragione di ciò potrebbe agevolmente trovarsi. Una licenza stravagante, effetto naturale della stravagante austerità, era venuta in voga; e la licenza aveva prodotto il suo naturale effetto, vale a dire la degradazione morale e intellettuale delle donne. Nacque il costume di rendere rozzi ed impudenti omaggi alla beltà della persona; ma l’ammirazione e il desio che esse ispiravano, di rado era accompagnato dal rispetto, dall’affezione, o da qualsivoglia altro sentimento cavalleresco. Que’ pregi che le rendono atte ad essere compagne, consigliere e fide amiche, ripugnavano, anzichè piacere, ai libertini di Whitehall. In quella Corte, una dama che si fosse vestita in modo da non ascondere la bianchezza del petto, che avesse lanciato sguardi espressivi, danzato con voluttà, risposto con impertinenza, che non avesse sentita vergogna a far baccano coi ciamberlani e coi capitani delle guardie, a cantare con maligna espressione versi maligni, o accomodare i vestiti d’un paggio per qualche scherzo, aveva maggior probabilità di trovare ammiratori e seguaci, d’essere più onorata nel regio favore, di ottenere un ricco e nobile marito, che non avrebbero avuta Giovanna Grey o Lucia Hutchinson. In tal guisa, la misura delle qualità della donna era necessariamente, bassa; ed era più pericoloso lo starsi sopra che sotto siffatta misura. La ignoranza o la frivolezza estrema venivano in una dama estimate meno inconvenevoli d’una lieve tintura di pedanteria. Delle troppo celebri donne i cui volti si ammirano adesso nelle pareti di Hampton Court, poche avevano costume di leggere altro di serio fuorchè gli acrostici, le satire, e le traduzioni della Clelia e del Ciro il Grande.XLVI. E’ sembra che la erudizione letteraria anche de’ gentiluomini di quel tempo, fosse meno solida e profonda di quella che avanti o dopo quella età possedessero. Lo studio delle lettere greche, per lo meno, non fioriva tra noi ai tempi di Carlo II, come aveva fiorito innanzi la guerra civile, o come fiorì dopo la Rivoluzione. Non è dubbio che vi fossero uomini dotti, ai quali era famigliare tutta la greca letteratura da Omero sino a Fozio; ma trovavansi quasi esclusivamente fra il clero delle università, ed anche quivi erano pochi e non pienamente apprezzati. In Cambridge non si riputava punto necessario che un teologo fosse in condizione di leggere il vangelo nella lingua originale.[176]Nè la faccenda procedeva altrimenti in Oxford. Allorquando, regnante Guglielmo III, Christ Church alzossi unanime a difendere l’autenticità delle Lettere di Falaride, quel gran collegio, in allora considerato come sede principale della filosofia in tutto il Regno, non potè far mostra del corredo di greco che adesso possiedono non pochi giovani in ogni grande scuola pubblica. Potrebbe di leggeri supporsi che una lingua morta, trascurata nelle università, non venisse molto studiata dagli uomini del mondo. In una età posteriore, la poesia e la eloquenza della Grecia formarono il diletto di Pitt e di Fox, di Windham e di Grenville. Ma negli ultimi anni del secolo decimosettimo, non era in Inghilterra un solo eminente uomo di Stato, che potesse gustare una pagina di Sofocle o di Platone.I cultori del latino erano in maggior numero. La lingua di Roma, a vero dire, non aveva onninamente perduto il carattere imperiale, e continuava tuttavia in molte parti d’Europa ad essere quasi indispensabile ai viaggiatori, o agl’inviati a negoziar trattati politici. Parlarla bene, quindi, era un pregio assai più comune che non è ai tempi nostri; e nè Oxford nè Cambridge difettavano di poeti, i quali nelle grandi occasioni, potessero deporre ai piedi del trono felici imitazioni dei versi con cui Virgilio ed Ovidio avevano celebrata la grandezza d’Augusto.XLVII. Non ostante, anche la lingua latina cedeva il posto ad una rivale più giovane. La Francia godeva in quel tempo quasi ogni specie di predominio. La sua gloria militare era pervenuta alla maggiore altezza; perocchè le armi francesi avevano vinte quelle di molti altri popoli insieme collegati. Essa aveva dettato trattati, soggiogate grandi città e provincie, costretto l’orgoglio castigliano a cederle la precedenza, imposto ai principi italiani di prostrarsi ai suoi piedi. L’autorità sua era suprema in ogni ramo di vivere civile, dal duello fino al minuetto. Essa insegnava in che modo dovesse esser fatto il vestito, quanto lunga la parrucca, se i tacchi avessero ad essere alti o bassi, o se largo o stretto il nastro del cappello d’un gentiluomo. In letteratura dettava legge al mondo: la fama de’ suoi grandi scrittori riempiva l’Europa. Nessun altro paese poteva gloriarsi d’un poeta tragico pari a Racine, d’un poeta comico pari a Molière, d’un favolista gajo come la Fontaine, d’un oratore che avesse il magistero di Bossuet. La gloria letteraria d’Italia e di Spagna era tramontata; quella di Germania non era ancor sorta. Per la qual cosa, il genio degl’incliti uomini che adornavano Parigi, splendeva d’una luce che era resa maggiore dal contrasto. E veramente, la Francia in quel tempo esercitava tale un predominio sopra l’umanità, cui nè anche i Romani pervennero mai. Imperciocchè, mentre Roma era regina del mondo, nelle arti e nelle lettere era l’umile discepola della Grecia. La Francia aveva sopra le circostanti nazioni ad un’ora la supremazia che Roma ebbe sopra la Grecia, e quella che la Grecia ebbe sopra Roma. La lingua francese andava facendosi l’idioma universale, l’idioma delle classi culte e della diplomazia. In parecchie Corti, i principi e i nobili lo parlavano con maggior cura e grazia, che non parlassero la propria lingua. Nella nostra isola, questa servilità era minore di quel che fosse nel Continente. L’essere imitatori non annoveravasi nè fra le buone nè fra le cattive qualità nostre. Nulladimeno, anche in Inghilterra si rendeva omaggio, con poca destrezza, a dir vero, e di mala voglia, alla supremazia letteraria de’ nostri vicini. L’armoniosa favella toscana, cotanto famigliare ai gentiluomini ed alle dame della Corte d’Elisabetta, cadde in dispregio. Se un gentiluomo citavaOrazio o Terenzio, veniva considerato nelle culte brigate come un pedante vanitoso. Ma imperlare di frasi francesi il discorso, era il migliore argomento che potesse offrirsi del proprio merito.[177]Nuove regole di critica, nuovi modelli di stile vennero in voga. L’affettata ingenuità che aveva deformati i versi di Donne, ed era stata una menda in quelli di Cowley, scomparve dalla nostra poesia. La prosa divenne meno maestosa, tessuta con minore artificio, e meno armonica che non era quella de’ precedenti tempi; ma più lucida, più facile e meglio adatta alla controversia ed alla narrazione. In tali mutamenti è impossibile non riconoscere la influenza de’ precetti e degli esempii francesi. I grandi maestri della lingua nostra, ne’ loro più dignitosi componimenti, affettavano d’usare vocaboli francesi, là dove era agevole trovarne inglesi egualmente significativi ed armoniosi;[178]e dalla Francia venne fra noi la tragedia in versi rimati: pianta esotica, che nel nostro suolo languì e tostamente si spense.XLVIII. Sarebbe stata buona ventura se i nostri scrittori avessero imitato il decoro, che, tranne pochi esempi, serbavano sempre i loro grandi contemporanei francesi: imperocchè la immoralità delle produzioni drammatiche, satiriche e liriche, e delle novelle di quell’età fra noi, ha impressa una profonda macchia nella nostra nazionale rinomanza. È facile cercare il vero nella sua stessa sorgente. I begli spiriti e i Puritani non erano mai stati amici; non era simpatia nessuna fra coteste due classi, come quelle che guardavano l’intero sistema della vita umana da punti di veduta differenti e sotto differente luce. Ciò che per gli uni era serio, per gli altri era obietto di scherzo. I piaceri di questi erano tormenti di quelli. Ai gravi rigoristi, perfino gl’innocenti trastulli dell’infanziasembravano criminosi. Ai caratteri leggeri e gai, la solennità de’ fratelli zelanti forniva copiosa materia di riso. Dalla Riforma fino alla guerra civile, quasi ogni scrittore dotato di senso squisito per il bernesco, erasi talvolta giovato dell’occasione per ischernire i santocchi dai capelli lisci, parlanti col naso e piagnolosi, i quali battezzavano i loro figliuoli secondo il libro di Neemia, gemevano nell’amarezza del loro spirito alla vista diJack in the Green, e reputavano cosa empia mangiare la zuppa di prugne nel giorno di Natale. Finalmente, giunse il tempo in cui gli schernitori cominciarono a mostrarsi alla lor volta malinconici. I rigidi e male accorti zelanti, dopo d’essere stati obietto di riso per due generazioni, corsero alle armi, vinsero, recaronsi in mano il governo, e con un sorriso austero sulle labbra calpestarono la caterva degli irrisori. Le ferite inflitte dalla malignità gaja e petulante, furono contraccambiate con la cupa ed implacabile malignità, particolare ai bacchettoni, che chiamano virtù il proprio rancore. I teatri vennero chiusi, i comici fustigati, la stampa posta sotto la tutela di austeri censori, le muse bandite da Oxford e Cambridge, loro luoghi prediletti. Cowley, Crashaw, Cleveland furono cacciati de’ loro uffici. Il giovane aspirante ai gradi universitarii non fu più obbligato a sapere scrivere epistole e pastorali ad imitazione di Ovidio e di Virgilio, ma veniva rigorosamente interrogato da un sinodo di Supralapsarii[179]intorno al giorno e all’ora in cui egli sperimentò il nascimento alla nuova vita. Tale sistema era molto proficuo agl’ipocriti. Sotto umile manto ed austere sembianze, s’era tenuta per vari anni nascosta la intensa brama di licenza e di vendetta; brama che alla perfine potè sfogarsi. La Restaurazione emancipò migliaia di animi da un giogo diventato intollerabile. Il vecchio conflitto si riaccese, ma con nuovo odio e furore: adesso non era più lotta da scherno, ma combattimento a morte. Le Teste-Rotonde, da quelli che erano stati da loro perseguitati, non potevano aspettarsi sorte migliore di quella che un crudelecustode di schiavi possa aspettarsi dagli schiavi insorti, i quali tuttavia portano i segni del collare e dello staffile.La pugna tra lo spirito e il puritanismo, tosto diventò guerra tra lo spirito e la moralità. L’ostilità, suscitata da una caricatura grottesca della virtù, non risparmiava la virtù stessa. Le cose che l’uomo appartenente alla classe delle Teste-Rotonde aveva trattate con riverenza, venivano fatte segno allo insulto, e favoreggiate le già proscritte. E perchè quegli era stato scrupoloso rispetto alle inezie, ogni scrupolo era posto in derisione: perchè quegli aveva coperti i propri falli con la maschera della bacchettoneria, ciascuno studiavasi di mostrare con cinica impudenza i propri vizi più scandalosi agli occhi del pubblico: perchè quegli aveva punito lo amore illecito con barbara severità, la purità delle vergini e la fedeltà delle spose erano considerate come cose da scherno. A quel gergo da santocchi, che era il suoShibboleth,[180]opponevasi un altro gergo non meno assurdo e molto più odioso. E siccome egli non apriva mai le labbra se non per profferire frasi scritturali, la nuova genia de’ begli spiriti ed egregi gentiluomini non aprivano le loro senza vomitare oscenità tali, che oggi farebbero vergognare un facchino, e senza invocare l’Eterno a maledirli, sprofondarli, confonderli, sperderli e dannarli.Non è, dunque, cosa strana che la nostra amena letteratura, quando risorse al risorgere della nostra vecchia politica ecclesiastica e civile, fosse profondamente immorale. Pochi uomini eminenti, che appartenevano ad una età anteriore e migliore, serbaronsi esenti dall’universale contagio. I versi di Waller spiravano tuttavia i sentimenti che avevano animata una generazione più cavalleresca. Cowley, predistinto come uomo leale e letterato, alzava animosamente la voce contro la immoralità che deturpava le lettere e la lealtà. Un poeta di più potente ingegno meditava, indisturbato dall’osceno tumulto che circondavalo, un canto così sublime e santo, che non sarebbe stato sconvenevole sulle labbra di quelle Virtùeteree, ch’egli contemplava con quell’occhio interno che non può essere spento da calamità alcuna, gettanti sul pavimento di diaspro le loro corone d’amaranto e d’oro. Il vigoroso e fecondo genio di Butler, se non potè al tutto tenersi libero dalla infezione predominante, contrasse il male in forma più mite. Ma cotesti erano uomini, gl’intelletti de’ quali erano stati educati in un mondo già passato; e dopo non molto tempo avevano ceduto il luogo a una generazione di più giovani ingegni; della quale, da Dryden fino a Durfey, era nota caratteristica una licenza cruda, impudente, vanitosa, e ad un tempo priva d’umanità e d’eleganza. La influenza di tali scrittori era, senza verun dubbio, nociva: nonostante, lo sarebbe stata meno se essi fossero stati meno corrotti. Il veleno che amministravano era sì forte, che dopo non lungo tempo venne come stomachevole aborrito. Nessuno di loro intendeva l’arte pericolosa di congiungere le immagini di piaceri illegittimi con tutto ciò che v’ha di caro e di nobile; nessuno di loro accorgevasi che un certo decoro è essenziale alla voluttà stessa, che la veste è più seducente della nudità, e che la immaginazione può essere più potentemente mossa da delicate deduzioni, le quali la spingano ad operare, che dalle grossolane descrizioni che la rendano passiva.Lo spirito della reazione antipuritana informa quasi tutta l’amena letteratura del regno di Carlo II. Ma la quintessenza di quello spirito è da trovarsi nel dramma comico. I teatri, già chiusi mentre i fanatici faccendieri dominavano, furono ripopolati di spettatori, ai quali offerivano nuove e più potenti attrattive. Le decorazioni sceniche e i vestiarii, che adesso si reputerebbero triviali ed assurdi, ma che sarebbero stati stimati incredibilmente magnifici da coloro che ne’ primi anni del secolo decimosettimo sedevano sopra le sudice panche del teatro Hope, o sotto il tetto impagliato delRose, abbagliavano gli occhi della moltitudine. Il fascino del bel sesso accresceva quello dell’arte; e il giovane spettatore mirava con emozioni ignote ai coetanei di Shakespeare e di Johnson, amabilissime donne rappresentare le parti di tenere e gaie eroine. Dal dì in cui i teatri furono riaperti, diventarono scuole di vizi: e il male andavasi propagando da sè. La immoralità delle rappresentazionitosto fece allontanare le genti morigerate; mentre le frivole e dissolute che vi rimasero, chiedevano ogni anno stimoli sempre più forti. Così gli artisti corrompevano gli spettatori, e gli spettatori gli artisti; finchè le turpitudini del dramma divennero tali, da rendere attonito chiunque non si accorga che la estrema rilassatezza è lo effetto naturale della restrizione estrema, e che ad una età d’ipocrisia, secondo la ordinaria vicenda delle cose umane, tiene dietro una età d’impudenza.Nulla esprime tanto l’indole de’ tempi, quanto la cura che si dànno i poeti a porre sulle labbra delle donne i loro versi più licenziosi. I componimenti dove più regnava la licenza, erano gli epiloghi, i quali venivano quasi sempre recitati dalle più favorite attrici; e nulla al depravato uditorio piaceva come il vedere una bella fanciulla, che supponevasi non avere per anche perduto il fiore della innocenza, recitare versi grossolanamente indecenti.[181]Il nostro teatro in que’ tempi andava debitore di molti intrecci e caratteri alla Spagna, alla Francia e ai vecchi scrittori inglesi: ma qualunque soggetto i nostri drammaturgi toccassero, lo deturpavano. Nelle loro imitazioni, le case de’ robusti ed animosi gentiluomini castigliani immaginate da Calderon, diventavano porcili di vizio, la Viola di Shakespeare una mezzana, il Misantropo di Molière un rapitore di donne, e l’Agnese del medesimo un’adultera. Ogni cosa, per quanto fosse pura o eroica, diveniva corrotta ed ignobile, passando in quegl’ignobili e corrotti cervelli.Tali erano le condizioni del dramma, il quale, tra le produzioni della amena letteratura, era quella da cui il poeta aveva maggiore probabilità di guadagnare da vivere. La vendita dei libri era così poca, che un ingegno di grandissima fama poteva sperare una scarsa ricompensa dalla proprietà letteraria della miglior produzione. Non vi può esser esempio più convincente, della sorte delle Favole di Dryden, che furono l’ultima delle sue opere. Questo volume vide la luce allorquando egli veniva universalmente stimato come il maggiore de’ poeti inglesi viventi.Contiene circa dodici mila versi. La verseggiatura è maravigliosa; pieni di vita i racconti e le descrizioni. Fino ai nostri giorni, Palamone ed Arcita, Cimone ed Ifigenia, Teodoro ed Onoria formano il diletto de’ critici e degli scolari. La raccolta contiene anche il Festino d’Alessandro, che è la più bella ode della nostra lingua. Perchè cedesse la proprietà letteraria, Dryden ricevè duecento cinquanta lire sterline; somma minore di quella con che ai dì nostri talvolta sono stati pagati due soli articoli da giornale.[182]Nè sembra che ciò fosse un cattivo negozio; imperocchè assai lenta fu la vendita del libro, sì che non fu necessario farne una seconda edizione, se non dieci anni dopo che il poeta giaceva dentro il sepolcro. Scrivendo per la scena, era possibile avere maggiori guadagni con molto minore fatica. A Southern, un solo dramma fruttò settecento lire sterline.[183]Otway, dalla mendicità alzossi ad agiatezza temporanea, per il prospero successo del suo Don Carlos.[184]Shadwell guadagnò cento trenta sterline in una sola rappresentazione dello Scudiero d’Alsazia.[185]Per la qual cosa, chiunque aveva mestieri di procacciarsi da vivere col lavoro dell’ingegno, scriveva drammi, quand’anche la natura non gli avesse data attitudine all’arte. Tale fu il caso di Dryden. Come poeta satirico rivaleggia con Giovenale. Nella poesia didascalica, scrivendo con cura e meditazione, avrebbe forse contesa la palma a Lucrezio. Tra i poeti lirici, ove non voglia reputarsi il più sublime, è il più brillante ed animato. Ma la natura, che gli era stata di molte altre insigni doti larghissima, gli aveva negato lo ingegno drammatico. Nondimeno, egli consumò tutta l’energia de’ suoi anni migliori a scrivere drammi. Aveva sì retto giudizio da accorgersi che difettava della facoltà di dipingere i caratteri per mezzo del dialogo. Ei fece ogni sforzo per nascondere tale difetto, ora con inattesi e piacevoli incidenti, ora con la vigorosa declamazione, talvolta coll’armonia del numero, tal’altra con la licenza bene in accordo col gusto d’una profana e licenziosa platea. Ma non ottenne mai buon successoteatrale, simile a quello onde erano rimeritati i lavori di alcuni scrittori per ingegno a lui di gran lunga inferiori. Stimavasi fortunato qualora un dramma gli fruttava cento ghinee; scarsa rimunerazione, e nulladimeno manifestamente maggiore di quella che avrebbe potuto conseguire impiegando in altro genere di scrivere eguale fatica.[186]La ricompensa che gl’ingegni di quell’età potevano ottenere dal pubblico, era tanto lieve, che trovavansi nella necessità di accrescere le loro entrate levando, dirò così, contribuzioni sopra i grandi. Ciascun signore ricco e di buon cuore veniva con tanta ostinazione e con tante abiette lusinghe importunato dagli scrittori mendichi, che ai tempi nostri parrebbe incredibile. Colui al quale venisse dedicata un’opera, era in debito di ricompensare lo scrittore con una borsa piena d’oro. La somma che fruttava la dedica d’un libro spesso era assai maggiore di quella che ne avrebbe data lo editore per il diritto di stampa. Per la qual cosa, i libri spesso pubblicavansi solo col fine di farne una dedica. Questo traffico di laudi produceva lo effetto che era da aspettarsene. L’adulazione spinta talvolta allo sproposito, tal’altra all’empietà, non stimavasi che infamasse il poeta. La indipendenza, la veracità, il rispetto di sè, non erano cose che da lui esigesse il mondo. A dir vero, per moralità egli era qualche cosa tra il lenone e il mendicante.Agli altri vizi che invilivano il carattere del letterato, si aggiunse, verso la fine del regno di Carlo II, la più feroce intemperanza dello spirito di parte. I begli ingegni, come classe, erano stati spinti dal loro vecchio odio del puritanismo verso il partito della Corte, ed avevano trovato utili alleati. Dryden, in specie, aveva resi buoni servigi al Governo. Il suo Assalonne ed Achitofel, grandissima tra le satire de’ tempi moderni, aveva stupefatta la città; con velocità senza esempio s’era aperta la via fino ai distretti rurali; e dovunque erasi mostrata, aveva dato molestia agli esclusionisti e accresciuto il coraggio de’ Tory. Ma fra mezzo all’alta ammirazione che naturalmente c’ispira la squisitezza della dizione e del verso, non dobbiamo dimenticare la gran distinzione del bene e delmale. Lo spirito del quale Dryden e parecchi de’ suoi consorti in quel tempo erano animati, deve meritamente chiamarsi diabolico. I giudici e gli sceriffi servili di quegl’infausti giorni, non potevano spargere il sangue con la speditezza inculcata clamorosamente dai poeti. Un richiedere nuove vittime, un odioso scherzare sugl’impiccamenti, acri motteggi intorno a coloro i quali, fidi al Re nell’ora del pericolo, lo consigliavano poscia di mostrarsi compassionevole e generoso co’ suoi vinti nemici; e perchè nulla mancasse alla colpa e alla vergogna, cotesti infami scritti venivano recitati dalle donne, le quali, ammaestrate da lungo tempo a bandire ogni modestia, erano ora ammaestrate a bandire ogni compassione.[187]XLIX. È cosa degna di nota, come, mentre l’amena letteratura in Inghilterra in tal modo era di nocumento e d’infamia alla nazione, il genio inglese nelle scienze compisse una rivoluzione che, sino alla fine de’ secoli, verrà posta tra le opere più grandi dell’umano intelletto. Bacone aveva posta la buona sementa in un terreno tardo e in una stagione non opportuna. Non ne aveva sperato così presto il ricolto, e nel suo supremo testamento aveva solennemente legata la sua fama alla età susseguente. Pel corso d’una intera generazione, la sua filosofia, fra mezzo ai tumulti, alle guerre, alle proscrizioni, si era lentamente venuta maturando in poche menti ben formate. Mentre le fazioni lottavano per predominare nello Stato, un drappello di uomini saggi, con benevolo sdegno, erasi scostato dal conflitto, consacrandosi alla egregia impresa di slargare il dominio dell’uomo sopra la materia. Appena tornata la pubblica quiete, a quei maestri fu agevole trovare attenti uditori; imperocchè la disciplina per la quale la nazione era passata, aveva talmente contemperata la mente del popolo da potere ricevere le dottrine del Verulamio. Le perturbazioni civili avevano incitate le facoltà della gente educata, ed avevano ingenerata una irrequieta attività e una curiosità insaziabile, quale ne’ tempi anteriori non s’era mai vedutafra noi. Nulladimeno, lo effetto di quelle perturbazioni fu, che i disegni di riforma religiosa e politica venissero generalmente considerati con sospetto e dispregio. Per lo spazio di venti anni, l’occupazione precipua delle menti savie ed operose era stata quella di foggiare costituzioni con primi magistrati, senza primi magistrati, con senati ereditarii, con senati tirati a sorte, con senati annui, con senati perpetui. In simili disegni di governo non omettevasi nulla. Tutti i particolari, tutte le nomenclature, tutto il ceremoniale del governo immaginario vi erano pienamente notati; Polemarchi, Filarchi, Tribù, Galassie, Lord Arconte, e Lord Stratigoto: quali urne per raccogliere i voti dovessero essere verdi, e quali rosse: quali palle dovessero essere d’oro, e quali d’argento: quali magistrati dovessero portare cappelli, e quali berretti appuntati di velluto nero: in che modo dovesse portarsi la mazza, e quando dovessero gli araldi scoprirsi la testa. Queste e simiglianti altre inezie venivano con gravità esaminate ed ordinate da uomini di non comune intelligenza e dottrina.[188]Ma la stagione di cotali visioni era finita; e se qualche fervido repubblicano seguitava tuttavia a trastullarsene, il timore del pubblico scherno e d’un processo criminale, generalmente, lo induceva a sottrarre agli sguardi altrui le proprie fantasticherie. Ora, ella era cosa impopolare e pericolosa mormorare una sola parola contro le leggi fondamentali della Monarchia; ma gli uomini audaci ed ingegnosi potevano compensarsi trattando con isdegno quelle che poco innanzi erano considerate leggi fondamentali di natura. Il torrente ch’era stato condannato a scorrere per il suo antico alveo, si gettò furiosamente in un altro. Lo spirito rivoluzionario, cessando d’agire nella politica, cominciò ad esercitarsi con insolito vigore ed ardire in ogni ramo di scienze fisiche. L’anno 1660, l’èra del ristabilimento della vecchia costituzione, è anche l’èra da cui data lo innalzarsi della nuova filosofia. In quell’anno cominciò ad esistere la Società Reale, destinata ad essere agente principale in una lunga serie di gloriose e salutari riforme.[189]In pochi mesi, la scienza sperimentale divenne grandemente in voga. La trasfusionedel sangue, la ponderazione dell’aria, la fissazione del mercurio, nelle menti del pubblico occuparono quel luogo che già vi tenevano le controversie della Rota. I sogni delle forme perfette di governo, cessero ai sogni delle ale con cui gli uomini dovevano volare dalla Torre all’Abbadia, e delle navi a doppia carena, che non dovevano mai affondare nella più furiosa procella. Gli uomini d’ogni classe vennero trascinati dalle idee predominanti. Cavalieri e Teste-Rotonde, Ecclesiastici e Puritani, per questa volta, collegaronsi. Teologi, giuristi, uomini di Stato, nobili, principi, magnificavano i trionfi della filosofia di Bacone. I poeti, gareggiando d’entusiasmo, cantavano lo avvicinarsi dell’età d’oro. Cowley, con versi pregni di pensiero e splendidi di brio, spingeva la eletta sementa a prender possesso della terra promessa irrigata di latte e di miele; di quella terra che il grande liberatore e legislatore aveva veduta come dalla cima di Pisgah, senza che gli fosse stato concesso d’ entrarvi.[190]Dryden, con più zelo che scienza, congiunse la sua voce al grido universale, e predisse cose che nè egli nè altri intendeva. Vaticinò che la Società Reale ci avrebbe tra breve condotti ai confini del mondo, dove ci avrebbe dilettati con un più bello spettacolo della luna.[191]Due esperti ed aspiranti prelati, Ward Vescovo di Salisbury e Wilkins Vescovo di Chester, predistinguevansi fra i capi del movimento; la storia del quale fu eloquentemente scritta da un più giovane teologo, che veniva splendidamente innalzandosi nella propria professione: voglio dire da Tommaso Sprat, poi fatto Vescovo di Rochester. Il giudice Hale e il Lord Cancelliere Guildford toglievano qualche ora alle faccende delle loro corti per iscrivere intorno all’idrostatica. E veramente, per cura di Guildford furono costruiti i primi barometri che fossero posti in vendita a Londra.[192]La chimica per un certo tempo divideva col vino e con l’amore, col teatro e col giuoco, con gl’intrighi del cortigiano e gl’intrighi deldemagogo, l’attenzione del volubile Buckingham. Rupert è in voce di avere inventata la incisione così detta a mezza tinta; e porta il suo nome quella curiosa bolla di vetro che per lungo tempo ha formato il trastullo de’ bambini, e la disperazione de’ filosofi. Lo stesso Carlo aveva un laboratorio in Whitehall, e mostravasi in esso più attento ed operoso di quel che fosse in Consiglio. Era quasi necessario al carattere d’un compito gentiluomo il saper dire qualche cosa intorno alla macchina pneumatica e ai telescopi; ed anche le leggiadre dame, di quando in quando, credevano convenevole mostrare gusto per la scienza, recavansi in carrozza verso le sei a visitare le curiosità di Gresham, e mandavano gridi di gioia vedendo che la calamità veramente attraesse un ago, e che un microscopio facesse davvero apparire una mosca grande quanto un uccello.[193]In questo, al pari d’ogni altro moto della mente umana, era senza dubbio alcuna cosa che avrebbe mosso a riso. È legge universale che qualsivoglia fatica o dottrina viene in voga, perda in parte quel pregio in che era tenuta mentre stavasi nelle mani di pochi uomini gravi, ed era amata per sè stessa. Egli è vero che le stoltezze di taluni, i quali senza vera attitudine per la scienza mostravansene appassionati, fornivano materia di spregio e sollazzo a pochi satirici maligni, appartenenti alla precedente generazione, i quali non inchinavano a disimparare ciò che in gioventù avevano imparato.[194]Ma non è meno vero che la grande opera d’interpretare la natura, venne eseguita dagli Inglesi d’allora come non era avanti mai stata in nessuna età e nazione. Lo spirito di Francesco Bacone era vasto, e maravigliosamente contemperato d’audacia e di sobrietà. Gli uomini erano fortemente persuasi che tutto il mondo fosse pieno di secreti di grave momento alla felicità umana, e che dal Supremo Fattore fosse stata affidata all’uomo la chiave, che, bene adoperata, avrebbe schiusa la via pergiungere a quelli. Regnava in quel tempo la convinzione, che nelle scienze fisiche fosse impossibile pervenire alla cognizione delle leggi generali, tranne osservando accuratamente i fatti. Stabilmente fermi in tali grandi verità, i professori della nuova filosofia si dettero all’opera; e in meno di venticinque anni, avevano dato ampi risultamenti delle proprie lucubrazioni. Nuovi vegetabili furono coltivati, nuovi strumenti agricoli adoperati, e nuovi modi di concimare i terreni.[195]Evelyn, con formale sanzione della Società Reale, aveva dati avvertimenti ai suoi concittadini intorno alle piantagioni. Temple, nelle sue ore d’ozio, aveva fatti nuovi esperimenti nell’orticoltura, e provato che molti frutti delicati, indigeni in climi migliori, si sarebbero potuti, coll’aiuto dell’arte, ottenere anche nel suolo inglese. La medicina, che in Francia seguitava a rimanere in abietta schiavitù, ed apprestava a Molière inesauribile materia di giusto scherno, era divenuta in Inghilterra scienza sperimentale e progressiva, ed ogni giorno, sfidando Ippocrate e Galeno, faceva sempre più un nuovo passo. L’attenzione dei pensatori per la prima volta si diresse all’importante subietto della polizia sanitaria. La rinomata pestilenza del 1665 gl’indusse a considerare seriamente i difetti dei fabbricati, delle fogne, e della ventilazione della metropoli. Il grande incendio del 1666 offerse il destro di eseguire miglioramenti vastissimi. La faccenda fu diligentemente esaminata dalla Società Reale; ai consigli della quale è d’uopo attribuire in gran parte le mutazioni, che, quantunque non fossero tali da rispondere ai bisogni della pubblica utilità, resero la nuova Londra differentissima dall’antica, e forse impedirono per sempre lo infuriare della peste nel nostro paese.[196]In quel medesimo tempo, uno de’ fondatori della predetta società, Sir Guglielmo Petty, creò la scienza dell’aritmetica politica; umile ma indispensabile ancella della politica filosofia. Nessuna parte del regno della natura rimase inesplorata. A quegli anni appartengono le scoperte chimiche di Boyle, e le prime ricerchebotaniche di Sloane. E’ fu allora che Ray fece una nuova classificazione degli uccelli e de’ pesci, Woodward rivolse la propria attenzione ai fossili ed alle conchiglie. I fantasmi dell’errore che ne’ secoli tenebrosi avevano ingombrato la terra, l’uno dietro l’altro, disparvero dinanzi alla nuova luce. L’astrologia e l’alchimia diventarono obietto di trastullo. Poco dopo, non v’era contea in cui qualche collegio di giudici non ridesse sprezzantemente sempre che una vecchia strega veniva tratta al tribunale, accusata di aver cavalcato sul manico della granata, o avere prodotta la pestilenza nell’armento. Ma in quei nobili e assai ardui rami della scienza, ne’ quali la induzione e la dimostrazione matematica cooperano alla scoperta del vero, il genio inglese a que’ tempi riportò i più memorandi trionfi. Giovanni Wallis elevò sopra nuove fondamenta lo intero sistema della statica. Edmondo Halley investigò le proprietà dell’atmosfera, il flusso e riflusso del mare, le leggi del magnetismo, e il corso delle comete; nè dal culto della scienza lo distolsero travagli, pericoli ed esilio. Mentre egli, sopra le rocce di Santa Elena, faceva la carta delle costellazioni dello emisfero meridionale, il nostro nazionale osservatorio sorgeva in Greenwich; e Giovanni Flamsteed, che fu il primo astronomo regio, cominciava quella lunga serie d’osservazioni, che non è ricordata mai senza rispetto e gratitudine in qualsiasi parte del mondo. Ma la gloria di cotesti uomini, comunque eminenti, è oscurata dallo immenso splendore d’un nome immortale. Nella mente d’Isacco Newton trovavansi congiunte, come non lo erano mai state in mente d’uomo, due specie di potenza intellettiva che hanno poco di comune tra loro, e che non si trovano spesso insieme con pari vigore, ma nondimeno sono egualmente necessarie ne’ rami più sublimi delle scienze fisiche. Vi saranno forse stati intelletti pari al suo ben formati a coltivare le matematiche pure, o le scienze puramente sperimentali; ma in nessun altro intelletto la facoltà dimostrativa e la induttiva coesistettero in simile suprema eccellenza e perfetta armonia. Forse in una età in cui fossero in voga gli Scotisti e i Tomisti, anche la sua mente sarebbe corsa a rovina, siccome avvenne a molte altre menti solo inferiori a quella di lui. Avventuratamente, lospirito del tempo in cui gli toccò di vivere, pose nel diritto cammino il suo ingegno, il quale con ingente forza reagì sopra lo spirito del tempo. Nel 1685 la sua fama, comecchè splendida, era in sull’alba; ma il suo genio era pervenuto al meriggio. La sua grande opera, quell’opera che produsse un rivolgimento nelle provincie più importanti della filosofia naturale, era compiuta, ma non ancora pubblicata, e stava per essere sottoposta allo esame della Società Reale.L. Non è facile trovare il perchè la nazione, la quale nelle scienze era proceduta tanto innanzi alle nazioni vicine, nelle arti belle stesse loro tanto addietro. Nondimanco, tale fu il fatto. Egli è vero che in architettura, arte che è mezza scienza, arte in cui solo può inalzarsi un profondo geometra, arte che non ha altra norma di gusto tranne quella che direttamente o indirettamente dipende dall’utilità, arte le cui creazioni derivano, almeno in parte, la maestà loro dalla semplice massa, il paese nostro poteva gloriarsi d’un uomo veramente grande: voglio dire di Cristoforo Wren; al quale lo incendio onde Londra era stata ridotta a un mucchio di rovine, aveva pôrta occasione fino allora senza esempio nella storia moderna, di spiegare l’ali dello ingegno. Come quasi tutti i suoi contemporanei, egli non poteva emulare e forse sentire il vero pregio dell’austera bellezza del portico greco, e della buia sublimità dell’arcata gotica: ma niuno, nato al di qua delle alpi, ha imitata così felicemente la magnificenza de’ bei tempii della Italia. Perfino il superbo Luigi non ha lasciata alla posterità opera alcuna che possa agguagliarsi alla chiesa di San Paolo. Ma alla fine del regno di Carlo II, non v’era un solo pittore o scultore inglese di cui oggidì si ricordi il nome. Tale sterilità ha un certo che di mistero; perocchè i dipintori e gli scultori non erano punto tenuti in dispregio o male rimunerati. La loro posizione sociale era, per lo meno, alta come ai dì nostri. I loro guadagni, in proporzione dell’opulenza del paese, e del modo onde venivano rimunerati gli altri lavori intellettuali, erano anche maggiori di quel che siano ai tempi presenti. La generosa protezione che accordavasi agli artisti, gli attirava a schiere ai nostri lidi. Lely, che ci ha conservati i bei ricci, le labbra tumide e i languidi occhidelle fragili beltà celebrate da Hamilton, era nativo di Westfalia. Era morto nel 1680, dopo una lunga e splendida vita, dopo d’avere ricevuto il titolo di cavaliere, ed ammassato con l’arte sua un buon patrimonio. La sua bella collezione di disegni e di pitture, dopo la sua morte, fu esposta, col permesso del Re, nella sala da pranzo in Whitehall, e venduta all’asta per la quasi incredibile somma di ventisei mila lire sterline: somma che sta in maggior proporzione al patrimonio de’ ricchi uomini di quel tempo, di quello che sarebbero cento mila sterline a’ mezzi de’ ricchi del nostro.[197]A Lely successe il suo concittadino Goffredo Kneller, il quale fu fatto prima cavaliere e poi baronetto; e dopo d’essere splendidamente vissuto, e aver perduta molta pecunia in mal fortunate speculazioni, potè tuttavia lasciare alla propria famiglia un gran patrimonio. I due Vandeveldes, olandesi, erano stati persuasi dalla liberalità inglese a stabilirsi fra noi, dove avevano dipinto i più bei quadri di marina del mondo. Simone Varelst, altro artefice olandese, dipinse leggiadri girasoli e tulipani, a prezzi fino allora non conosciuti. Il napolitano Verrio, effigiava sulle volte e per le scale Gorgoni, Muse, Ninfe, Satiri, Virtù, Vizii, Numi che libano il nettare, e Trionfi di principi. L’entrata ch’egli accumulò col frutto delle sue opere, lo pose in condizione tale, che la sua mensa era delle più sontuose. Per le sole pitture da lui eseguite a Windsor, ebbe sette mila lire sterline; somma che in allora era bastevole a satisfare i moderati desiderii d’un gentiluomo, ed eccedeva di molto quella che Dryden in quarant’anni di lavori letterarii ottenne da’ librai.[198]Luigi Laguerre, principale aiuto e successore di Verrio, venne dalla Francia. I due più celebri scultori di que’ tempi erano anche stranieri. Cibber, i cui patetici emblemi del Furore e della Malinconia adornano Bedlam, era danese. Gibbons, alla graziosa fantasia e al tocco delicato del quale molti de’ nostri palazzi, collegi e chiese, devono i loro più leggiadri lavori d’ornato, era olandese. Anche i disegni dellemonete erano eseguiti da incisori francesi. A dir vero, fino al regno di Giorgio II, la patria nostra non potè gloriarsi d’un grande pittore; e Giorgio III era già sul trono, innanzi ch’essa potesse andare altera d’alcuno egregio scultore.Siamo al punto in cui termina la descrizione che siamo venuti facendo della Inghilterra, mentre era governata da Carlo II. Nulladimeno, ci rimane a toccare d’una cosa di grave momento. Non abbiamo finora fatto parola della gran massa del popolo; di coloro, cioè, che intendevano allo aratro, curavano i buoi, sudavano sopra i telai di Norwich, e squadravano le pietre di Portland per il tempio di San Paolo. Nè possiamo lungamente favellarne. La classe più numerosa è precisamente quella intorno alla quale ci rimangono scarsissime notizie. In que’ tempi, i filantropi non consideravano come debito sacro, nè i demagoghi come lucroso traffico, l’occuparsi delle sciagure dell’operaio. La istoria era sì affaccendata con le corti e coi campi di battaglia, da non serbare una sola pagina al tugurio del contadino, o alla botteguccia del manuale. La stampa adesso in un sol giorno, discute e declama intorno alle condizioni dell’operaio con più abbondanza di quanto ne fu pubblicato ne’ ventotto anni che corsero dalla Restaurazione alla Rivoluzione. Ma errerebbe grandemente chi dallo accrescersi de’ reclami, inferisse essersi accresciuta la miseria.LI. Il gran criterio della condizione del popolo basso, sta nel salario ond’è rimeritato il lavoro; e poichè quattro quinti del popolo, nel diciassettesimo secolo, erano addetti all’agricoltura, importa sopra tutto indagare qual fosse la paga dell’operaio nella industria agricola. Intorno a ciò abbiamo i mezzi di giungere a conclusioni bastevolmente esatte pel nostro proposito.Sir Guglielmo Petty, la cui semplice asserzione è di gran peso, c’insegna che non erano punto cattive le condizioni d’un lavorante qualora per una giornata di lavoro ricevesse quattro soldi col cibo, e otto senza. Quattro scellini la settimana, quindi, erano, secondo il calcolo di Petty, una buona paga per la gente agricola.[199]Che siffatto calcolo non fosse discosto dal vero, abbiamoprove in gran copia. Verso il principio del 1685, i Giudici della Contea di Warwick, nello esercizio d’una potestà affidata loro da un decreto d’Elisabetta, stabilirono, nelle loro sessioni trimestrali, un regolamento di paghe per la Contea, e notificarono che ciascun padrone che pagasse, e ciascuno operaio che ricevesse più della somma decretata, sarebbero puniti. Il salario dell’operaio agricolo ordinario da Marzo a Settembre, era precisamente lo stesso notato da Petty; val quanto dire, quattro scellini per settimana, senza cibo. Da Settembre a Marzo era di tre scellini e sei soldi.[200]Ma in quel secolo, siccome nel nostro, i guadagni del contadino differivano assai nelle differenti parti del Regno. Il salario nella Contea di Warwick rispondeva probabilmente alla media proporzionale, e nelle Contee verso il confine della Scozia era minore; ma v’erano distretti più favoriti. Nel medesimo anno 1685, un gentiluomo di Devonshire, di nome Riccardo Dunning, pubblicò un opuscolo, nel quale descrisse la condizione de’ poveri di quella Contea. Ch’egli intendesse bene la materia, non è possibile dubitare; imperocchè, pochi mesi dopo, l’opuscolo venne ristampato, e dai magistrati ragunati in Exeter nelle sessioni trimestrali fortemente raccomandato all’attenzione di tutti gli ufficiali delle parrocchie. Secondo lui, il salario del contadino della predetta Contea, era, senza il cibo, circa cinque scellini per settimana.[201]Anche migliore era la condizione del lavorante nelle vicinanze di Bury Saint Edmond. I magistrati di Suffolk adunaronsi quivi, nella primavera del 1682, per fissare la rata del salario; e deliberarono che, quando all’operaio non fosse dato da mangiare, riceverebbe cinque scellini per settimana in tempo di verno, e sei d’estate.[202]Nel 1661, i giudici in Chelmsford avevano stabilito che il salario dell’operaio d’Essex, senza cibo, fosse di sei scellini in inverno, e di sette in estate. E questa pare che fosse la paga maggiore con che si retribuisse nel Regno il lavoro degliagricoltori, nel periodo di tempo che corse dalla Restaurazione alla Rivoluzione: ed è da notarsi, che nell’anno in cui fu fatta cotesta provvisione, le cose necessarie alla vita erano oltremodo care. Il grano costava settanta scellini il sacco; prezzo che anche oggi verrebbe considerato quasi da tempi di carestia.[203]Questi fatti perfettamente concordano con un altro che sembra meritevole d’essere considerato. Ella è cosa evidente che in un paese dove niuno può essere costretto a farsi soldato, le file dell’armata non potrebbero riempirsi, se il Governo desse paga molto minore del salario che riceve un operaio rurale. Oggidì la paga d’un soldato comune, in un reggimento di linea, è di sette scellini e sette soldi per settimana. Tale stipendio, congiunto con la speranza d’una pensione, non attira in numero sufficente i giovani inglesi; ed è necessario di supplire al difetto arrolando le più povere genti di Munster e di Connaught. La paga di un soldato comune di fanteria, nel 1685, era di quattro scellini e otto soldi per settimana; e nondimeno, è certo che il Governo in quell’anno non incontrò difficoltà nessuna a raccogliere, poco tempo dopo l’annunzio, molte migliaia di reclute inglesi. La paga d’un soldato comune di fanteria nell’esercito della Repubblica era stata sette scellini per settimana; vale a dire, pari a quella d’un caporale sotto Carlo II:[204]e sette scellini per settimana s’erano trovati bastevoli a riempire le file d’uomini manifestamente superiori alla generalità del popolo. E però, nello insieme, e’ pare ragionevole conchiudere, che nel regno di Carlo II, la paga ordinaria del contadino non eccedesse quattro scellini per settimana; ma che in talune parti del reame fosse di cinque scellini, di sei scellini, e nei mesi estivi anche di sette scellini. Ai giorni nostri, un distretto dove un lavorante guadagni sette scellini per settimana, si reputa in condizioni tristissime. La media proporzionale è assai maggiore; e nelle Contee prospere, la paga settimanale degli agricoltori ascende a dodici, quattordici, ed anche sedici scellini.LII. La rimunerazione degli operai impiegati nelle manifatture, è stata sempre maggiore di quella de’ lavoratori della terra. Nell’anno 1680, un membro della Camera de’ Comuni notò come le grosse paghe che si davano in Inghilterra, rendessero impossibile la concorrenza de’ nostri tessuti coi prodotti de’ telai indiani. Un mestierante inglese, invece di tormentarsi al pari d’un uomo di Bengal per una moneta di rame, voleva uno scellino per giorno.[205]Esiste un’altra testimonianza che prova, uno scellino per giorno essere stata la paga la quale un manifattore inglese allora si credesse in diritto di chiedere: ma spesso era costretto di lavorare a minor prezzo. La plebe di quell’età non aveva costume di radunarsi per discutere, udire arringhe, o far petizioni al Parlamento. Non v’era giornale che perorasse la causa di quella. Manifestava in rozze rime l’amore, l’odio, l’esultanza, la sciagura. Gran parte della sua storia può solo impararsi nelle ballate. Una delle più notabili poesie popolari che nel tempo di Carlo II cantavasi per le vie di Norwich e di Leeds, può tuttavia leggersi nel suo originale. È il grido veemente ed acre del lavoro contro il capitale. Descrive il vecchio buon tempo, allorquando ogni artigiano impiegato nell’opera della lana viveva al pari d’un fattore. Ma quel tempo era passato; e un povero uomo rompendosi per un intero giorno le braccia al telaio, poteva guadagnare solo sei soldi; e muovendo lamento di non poter vivere con sì misera paga, gli veniva risposto ch’era libero di prenderla o lasciarla. Per una così magra ricompensa, i produttori della ricchezza erano costretti ad affannarsi, alzandosi presto e coricandosi tardi; mentre il padrone, mangiando, bevendo ed oziando, arricchivasi con le fatiche loro. Uno scellino per giorno—dice il poeta—sarebbe la paga del tessitore, se gli fosse resa giustizia.[206]Ci è dato quindi concludere, chenegli anni che precessero la Rivoluzione, un lavorante impiegato nelle grandi manifatture d’Inghilterra, si reputasse bene pagato guadagnando sei scellini per settimana.LIII. Potrebbe in questo luogo notarsi, che il costume di porre i fanciulli a lavorare innanzi tempo (costume che lo Stato, legittimo protettore di coloro che non possono proteggersi da sè, ha con saggezza ed umanità ai tempi nostri inibito), prevaleva tanto nel diciassettesimo secolo, che, paragonato alla estensione del sistema delle manifatture, parrebbe incredibile. In Norwich, sede principale del traffico de’ lanificii, una creaturina di sei anni stimavasi atta a lavorare. Vari scrittori di quel tempo, fra’ quali alcuni che avevano fama di eminentemente benevoli, ricordano esultando come in quella sola città i fanciulli e le fanciulle di tenerissima età creassero una ricchezza che sorpassava di dodicimila lire sterline l’anno quella che era necessaria alla loro sussistenza.[207]Quanta più cura poniamo ad esaminare la storia del passato, tanta più ragione troveremo di discordare da coloro che pensano, l’età nostra avere prodotti nuovi mali sociali. Vero è che i mali sono di vecchia data. Ciò che è nuovo, è la intelligenza che gli discerne e la umanità che vi pone rimedio.LIV. Passando da’ tessitori di panno a una specie diversa d’artigiani, le nostre ricerche ci condurranno a conclusioni pressochè simili. Per varie generazioni, i Commissarii dello Spedale di Greenwich hanno tenuto il registro delle paghe date a diverse classi di operai impiegati a riattare quell’edificio. Da questo pregevole documento raccogliesi, che nel corso di cento venti anni, il salario giornaliero de’ muratori si è elevatoda mezzo scudo a quattro e soldi dieci, quello del maestro da mezzo scudo a cinque e soldi tre, quello del legnaiuolo da mezzo scudo a cinque e soldi cinque, e quello del piombaio da tre scellini a cinque e soldi sei.Per lo che, e’ sembra chiaro che la mercede del lavoro, estimata in danaro, nel 1685, non era più della metà di quel che è adesso; e poche erano le cose importanti per un lavorante, il prezzo delle quali, nel 1685, non fosse più della metà di quello che è adesso. La birra, senza dubbio, era a minor prezzo allora che oggi. La carne era anche a più buon prezzo; ma tuttavia costava tanto, che centinaia di migliaia di famiglie appena ne conoscevano il sapore.[208]Il costo del frumento ha variato pochissimo. Il prezzo medio del sacco, negli ultimi dodici anni del regno di Carlo II, era di cinquanta scellini. Il pane, quindi, simile a quello che ora si dà agli ospiti della casa di lavoro, di rado vedevasi allora anche sur desco di un piccolo possidente o d’un padrone di bottega. La maggior parte della nazione cibavasi di segala, d’orzo e di avena.I prodotti de’ paesi del tropico, delle miniere, delle macchine, erano positivamente più cari che oggi non sono. Fra le cose che il lavorante, nel 1685, pagava più care di quel che i posteri suoi le paghino nel 1848, erano lo zucchero, il sale, il carbone, le candele, il sapone, le scarpe, le calze, e generalmente le cose pertinenti al vestiario e gli arnesi da letto. Potrebbe aggiungersi che gli abiti e le coltri di que’ tempi, non solo erano più costosi, ma meno servibili di quelli che usano ai giorni nostri.LV. È mestieri ricordare come que’ lavoranti, che bastavano a mantenere col proprio salario sè e le famiglie loro, non fossero le persone più bisognose del popolo. Al di sotto di loro stava una numerosa classe che non poteva sussistere senza qualche soccorso della parrocchia. Non può esservi migliore argomento a provare le condizioni in cui trovasi la plebe, della proporzione in cui essa sta verso la società intera. Oggimaigli uomini, le donne, i bambini che ricevono sussidii, da quel che pare dalle liste officiali, sono nelle cattive annate la decima parte degli abitanti d’Inghilterra, e nelle buone la tredicesima. Gregorio King li estimava ne’ suoi tempi a più d’una quinta parte; e tale computo, che, con tutta la venerazione per l’autorità sua, potremmo chiamare esagerato, fu reputato da Davenant essere singolarmente giudizioso.Per avventura, non ci mancano affatto i mezzi di giudicare da noi. La tassa pei poveri era indubitabilmente quella della quale i nostri antenati sentissero maggiore gravezza. Sotto Carlo II, veniva stimata a circa sette cento mila sterline l’anno; vale a dire molto più che il prodotto della così detta excise o delle dogane, e poco meno di mezza la intera rendita della Corona. La tassa pei poveri andò rapidamente crescendo, e sembra che fosse in breve tempo pervenuta ad una somma tra otto e nove cento mila sterline l’anno; val quanto dire, ad un sesto di ciò che è adesso. La popolazione in allora era meno d’un terzo di quello che è ai giorni nostri. Il minimo de’ salari che allora si davano, calcolato in danaro, era la metà di quel che oggi si paga; e quindi mal possiamo supporre che il sussidio largito ad un povero fosse più della metà di quello che è adesso. E’ pare perciò si possa dedurre, che la proporzione delle persone che in que’ tempi ricevevano sussidii dalle parrocchie, fosse maggiore di quello che sia nei nostri. È bene in somiglianti quistioni parlare con diffidenza; ma certamente non è stato finora provato che il pauperismo fosse negli ultimi venticinque anni del secolo diciassettesimo un minor carico o un male sociale meno serio di quello che sia nel tempo presente.[209]Da un lato, è mestieri ammettere che il progresso della civiltà ha scemati i comodi fisici d’una parte delle classi più povere. È stato già notato come, avanti la Rivoluzione, molte migliaia di miglia quadrate di terra, adesso chiusa e coltivata, erano pantani, foreste e scopeti. Di cotesti terreni selvaggi molta parte, per virtù della legge, era comune; e molta di quelli che non erano comuni per legge, valeva sì poco, che i proprietari la lasciavano essere comune di fatto. Ivi i fuggiaschi e i trasgressori si tollerava che stessero in modo affatto ignoto al dì d’oggi. Il contadino che vi abitava, poteva di quando in quando, con poca e nessuna spesa, aggiungere qualche cosa al suo scarso alimento, e provvedersi di combustibili per l’inverno. Teneva un branco d’oche là dove adesso sorgono giardini e pometi. Tendeva reti alle galline selvatiche sul padule, che dappoi è stato seccato, e partito in campi da grano e da rape. Tagliava frasche là dove ora vedonsi prati verdeggianti di trifoglio, e rinomati per il burro e il cacio. Il progresso dell’agricoltura e lo accrescimento della popolazione necessariamente lo privarono di cotesti privilegi. Ma di fronte a siffatti mali è da porsi una lunga serie di beni.LVI. De’ beni che la civiltà e la filosofia conducono seco, gran parte è comune a tutte le classi; ed ove si perdessero, verrebbero deplorati sì dall’operaio come dal magnate. Il contadino che adesso in un’ora può giungere col suo baroccio al mercato, cento sessanta anni addietro vi consumava un giorno intero. La strada che ora appresta all’artigiano, per tutta la notte, un passeggio sicuro, conveniente ed illuminato, cento sessanta anni fa, era così buia dopo il tramonto del sole, da non lasciargli discernere la propria mano; così male lastricata, da porlo in continuo rischio di rompersi il collo; e così mal sorvegliata, da metterlo in imminente pericolo d’essere stramazzato giù, e spogliato del suo poco guadagno. Ogni muratore che cada giù da un ponte, ogni spazzaturaio che in unastrada traversa sia calpestato da una carrozza, adesso può farsi medicare le ferite e rimettere al loro posto le rotte membra, con un’arte che cento sessanta anni addietro un Lord come Ormond, ed un negoziante principesco come Clayton, con tutte le loro ricchezze, non avrebbero potuto ottenere. La scienza ha sradicate alcune terribili malattie; altre ne ha bandite la polizia. La vita dell’uomo è diventata più lunga in tutto il Regno, e in ispecie nelle città. L’anno 1685 non è notato come pieno di malattie; e nondimeno, in quell’anno morì uno in ogni ventitrè abitanti della metropoli;[210]mentre nel nostro tempo ne muore uno in ogni quaranta. La differenza di salubrità tra Londra del secolo decimonono e quella del diciassettesimo, è molto maggiore della differenza tra Londra in tempi ordinari, e Londra in tempi dicholera.È anche più importante il beneficio che tutte le classi sociali, e segnatamente le basse, hanno ricavato dalla mitigatrice influenza della civiltà sull’indole nazionale. Il fondamento di tale indole, a dir vero, è stato il medesimo per molte generazioni, nel senso in cui il fondamento dell’indole d’un individuo si considera come lo stesso quando egli è rozzo e spensierato scolare, e quando diventa uomo culto e compito. Reca diletto pensare che il pubblico sentire in Inghilterra si è raddolcito così come la intelligenza è venuta maturando, e che nel corso de’ tempi siamo diventati un popolo non solo più saggio, ma più gentile. Quasi non v’è pagina di storia o d’amena letteratura del secolo decimosettimo, che non provi in qualche modo i nostri antenati essere stati meno umani de’ loro posteri. La disciplina delle botteghe, delle scuole, delle famiglie private, quantunque non fosse più efficace di quel che sia ai giorni presenti, era infinitamente più dura. I padroni nati e educati bene avevano costume di battere i loro servi. I pedagoghi altra via non conoscevano d’insegnare, che quella di sferzare i loro scolari. I mariti di decente posizione sociale non arrossivano di bastonare le loro mogli. Le fazioni procedevano talmente implacabili, da non potersi immaginare. I Whig mormorarono perchè Stafford era morto senza vedersi bruciaregl’intestini sul viso. I Tory ingiuriarono ed insultarono Russell, mentre dalla Torre era condotto al patibolo in Lincoln’s Inn Fields.[211]Egualmente cruda mostravasi la plebe contro i disgraziati delle classi più basse. Se un colpevole era posto alla berlina, poteva chiamarsi fortunato, ove gli venisse fatto d’uscir vivo dalla pioggia de’ sassi che gli lanciavano contro.[212]Se veniva legato alla coda di un cavallo, la folla lo premeva d’attorno, pregando il carnefice a volerlo flagellar bene e farlo urlare.[213]I gentiluomini facevano gite di sollazzo a Bridewell ne’ giorni di tribunale, a fine di vedere fustigare le povere battitrici di canapa.[214]Un uomo trascinato a morte per aver ricusato di chiedere scusa, una donna arsa viva per aver coniato moneta, svegliavano minore commiserazione di quella che ora si prova al veder tormentare un cavallo o un bue. Certi combattimenti, in paragone de’ quali un’accanita lotta a pugni si reputerebbe un mite spettacolo, erano fra gli squisiti diletti di gran parte de’ cittadini. La gente affollavasi a mirare i gladiatori farsi in brani con armi micidiali, ed appena vedeva schizzare un dito o un occhio ad alcuno de’ combattenti, mandava gridi di gioia. Le prigioni erano bolgie infernali sopra la terra, vivai d’ogni delitto e d’ogni infermità. Nei tribunali, gli scarni e pallidi delinquenti portavano seco dalle loro celle un’atmosfera di puzzo pestilenziale, che talvolta li vendicava del seggio, degli avvocati e de’ giurati. E a tanta miseria la società guardava con profonda indifferenza. In nessun luogo era da trovarsi quella sensitiva e irrequieta compassione che ai tempi nostri potentemente protegge fino il ragazzo della fattoria, la vedova indiana, lo schiavo negro; che penetra nelle provvisioni di ogni nave carica d’emigranti; che raccapriccia ad ogni staffilata che piombi sulle spalle d’un soldato briaco; che non patirebbe che il ladro alle galere fosse nutrito male o sopraccarico di lavoro, e che più volte si è studiata di salvare la vita anche allo assassino. Egli è vero che la compassione, al pari d’ogni altro sentimento, dovrebbe essere governata dallaragione, e che per difetto di ciò, ha prodotto effetti talvolta ridicoli e tal’altra deplorabili. Ma più ci facciamo a meditare sulla storia del passato, e più abbiamo argomento di rallegrarci di vivere in una età di commiserazione, che aborre dalla crudeltà, e con ripugnanza, e solo spinta dal senso del dovere, infligge la pena anche meritata. E davvero, ad ogni classe cotesto grande mutamento morale ha recata immensa utilità; ma la classe che ci ha più guadagnato, è la più povera, dipendente e priva di difesa.LVII. Lo effetto generale de’ fatti che ho esposti ai lettori, sembra non dovere ammettere dubbio veruno. Pure, non ostante la evidenza di quelli, molti immaginano tuttavia che la Inghilterra degli Stuardi fosse un paese più piacevole che quella de’ tempi nostri. A prima vista, parrebbe strano che la società, mentre è venuta di continuo e con ispeditezza avanzando nella via del progresso, dovesse con amaro desio volger gli occhi al passato. Ma coteste due tendenze, per quanto appariscano incompatibili, possono agevolmente risolversi nel medesimo principio. Entrambe nascono dalla impazienza di trovarci nelle condizioni in cui siamo. Tale impazienza, mentre ci incita a sorpassare le generazioni precedenti, ci rende inchinevoli a porre più in alto la felicità loro. In certo senso, ella è irragionevolezza e ingratitudine in noi l’essere perpetuamente scontenti d’una condizione di cose che perpetuamente va facendosi migliore. Ma, per vero dire, questo medesimo scontento è quello che ci spinge verso il meglio. Se fossimo appieno satisfatti del presente, cesseremmo di speculare, d’affaticarci e di conservare, coll’occhio vôlto verso il futuro. Ed è quindi naturale che noi, non contenti delle cose presenti, apprezziamo soverchiamente le passate.In verità, siamo nel medesimo inganno che abbaglia la mente del viandante nell’arabo deserto. Sotto i piedi della caravana il suolo è arido e nudo; ma sì avanti che dietro si presenta la immagine delle fresche acque. I pellegrini affrettano il passo avanti, e non trovano altro che sabbia dove, un’ora prima, avevano veduto un lago. Volgono gli occhi addietro, e vedono un lago dove un’ora prima procedevano affannosi traverso alla sabbia. E’ sembra che una simigliante illusione tormentile nazioni per ogni stadio del lungo progresso che compiono, dalla povertà e barbarie, alla civiltà ed opulenza. Ma se ci facciamo a cercare tenacemente quella meta nel passato, la vediamo recedere fino nelle favolose regioni dell’antichità. Regna adesso la voga di porre la età d’oro della Inghilterra in tempi nei quali i nobili erano privi di que’ comodi il cui difetto parrebbe insopportabile ad un servitore; nei quali i fattori, e i padroni di botteghe mangiavano a colazione pagnotte tali, che basterebbe il solo vederle per far nascere una ribellione fra i mendicanti nella casa di lavoro; ne’ quali gli uomini, viventi nell’aria più pura della campagna, morivano più presto di quello che oggidì non accade ne’ chiassuoli più pestilenziali delle nostre città, ed essi morivano più presto ne’ chiassuoli delle nostre città che ora nelle coste della Guiana. Anche a noi toccherà d’esser vinti nel progresso, ed essere invidiati. Potrebbe ben darsi che nel secolo ventesimo, il contadino della Contea di Dorset, si reputasse miseramente pagato con quindici scellini per settimana; che il legnaiuolo di Greenwich guadagnasse dieci scellini per giorno; che i lavoranti si avvezzassero così poco a desinare senza carni, come adesso sono assuefatti a cibarsi di pane di segala; che la polizia sanitaria e i trovati medici allungassero di alcuni anni la vita ordinaria dell’uomo; che a gran copia di comodi e di cose di lusso, che adesso sono sconosciuti, o accessibili a pochi, potesse giungere ogni diligente ed economo operaio. E non ostante, potrebbe allora sorgere la moda d’asserire, che lo augumento della ricchezza e il progresso della scienza siano stati utili ai pochi a danno dei molti, e di parlare del regno della Regina Vittoria come del tempo in cui l’isola nostra era la briosa Inghilterra, allorquando tutte le classi erano vincolate da un sentimento fraterno, e il ricco non ghignava sul viso del povero, e il povero non invidiava le splendidezze del ricco.

XLIII. Non era solo per mezzo della Gazzetta di Londra che il Governo imprendesse ad apprestare al popolo istruzione delle cose politiche. Quel giornale conteneva secchi articoli di notizie senza commenti. Un altro, pubblicato sotto il patronato della Corte, conteneva commenti senza notizie. Chiamavasi l’Osservatore, e lo compilava un vecchio articolista Tory, di nome Ruggiero Lestrange. Costui non difettava di speditezza e di sottile ingegno; e la sua locuzione, comecchè fosse grossolana e sfigurata da un gergo basso e verboso, che allora nel domestico focolare[171]e nella taverna estimavasi spiritoso, non era privo di acume e vigore. Ma l’indole sua, feroce ed ignobile a un tempo, mostravasi in ogni tratto che gli uscisse dalla penna. Allorquando comparvero i primi numeri dell’Osservatore, l’acrimonia dello scrittore non era affatto indegna di scusa; imperocchè, essendo potenti i Whig, gli toccava lottarecontro numerosi avversarii, la cui violenza scevra di scrupoli sembrava giustificare le rappresaglie. Ma nel 1685 ogni opposizione era stata vinta. Uno spirito generoso avrebbe abborrito dall’insultare un partito che non poteva rispondere, e dall’aggravare la miseria de’ prigioni, degli esuli e delle famiglie spogliate; ma alla malignità di Lestrange non era sacro nè il sepolcro nè il tetto della famiglia. Nell’ultimo mese del regno di Carlo II, Guglielmo Jenkyn, vecchio e illustre pastore dissenziente, il quale aveva patita crudele persecuzione, non per altro delitto che per quello di adorare Dio secondo l’usanza comunemente seguita in tutta l’Europa protestante, morì per le sevizie e le privazioni sofferte in Newgate. Lo scoppio della simpatia popolare non potè frenarsi. Il suo cadavere fu accompagnato alla tomba da un corteo di cento cinquanta carrozze. La tristezza era dipinta anche in volto ai cortigiani. Perfino lo spensierato Carlo mostrò segni di dolore. Il solo Lestrange sciorinò un cicaleccio di feroce esultanza, schernì la debolezza dei Barcamenanti,[172]che mostravano commiserazione; scrisse che il blasfemo, vecchio impostore, aveva ricevuta la meritata pena; e fece voto di guerreggiare non solo fino a morte, ma dopo morte contro tutti i Santi e martiri ridicoli.[173]Tale era lo spirito del giornale che in que’ tempi era l’oracolo del partito Tory, ed in ispecie del clero delle parrocchie.XLIV. Tanta letteratura, quanta poteva trasportarsi nella valigia postale, formava allora gran parte del nutrimento intellettuale per i teologi e i giudici di provincia. La difficoltà e la spesa di trasmettere di luogo in luogo grossi fagotti erano così grandi, che un’opera voluminosa metteva più tempo ad andare da Paternoster Row alle Contee di Devon o di Lancaster, che oggidì non impiega ad arrivare a Kentucky. Quanto pochi libri, anche i più necessarii agli studi teologici, possedesse un parroco rurale, è stato già notato. Le case de’ gentiluomini non ne erano meglio provvedute. Pochi cavalieri dellaContea avevano biblioteche che si potessero agguagliare a quelle che ora comunemente si trovano nel salotto d’un servitore, o nella retrostanza del padrone d’una piccola bottega. Uno scudiere veniva riputato dai suoi vicini per un gran dotto, se l’Hudibras, o la Cronaca di Barber, o gli Scherzi di Tarlton, o i Sette Campioni della Cristianità, trovavansi nella sua sala fra mezzo alle canne da pescare, agli arnesi da caccia. In allora, nè anche nella capitale esistevano biblioteche circolanti; ma nella capitale, quegli studenti che non potevano molto spendere, avevano un compenso. Le botteghe de’ grandi librai presso il Cimitero di San Paolo, erano quotidianamente e per tutta la giornata affollate di lettori; e ad ogni avventore conosciuto, spesso era concesso di portarsi a casa qualche volume. In provincia non esisteva siffatta comodità; e ciascuno era costretto a comprare i libri che avesse voluto leggere.[174]XLV. La provvisione letteraria della madre e delle figlie del possidente di provincia, generalmente consisteva nel libro delle preghiere e in quello de’ conti. E a dir vero, perdevano poco a vivere nel ritiro campestre; poichè anche nelle classi più alte, e in quelle condizioni che apprestavano le maggiori agevolezze alla cultura dello intelletto, le donne inglesi di quell’età erano peggio educate di quello che siano state in qualunque altro tempo dopo il risorgimento delle lettere. In un’epoca anteriore studiavano i capolavori degli antichi. Al dì d’oggi rade volte si dànno seriamente allo studio delle lingue morte; ma conoscono familiarmente la lingua di Pascal e di Molière, quella di Dante e di Tasso, quella di Goethe e di Schiller; nè vi è stile più puro o più grazioso di quello con che le donne bene educate parlino e scrivano. Ma negli ultimi anni del diciassettesimo secolo, la cultura della mente nelle donne era quasi affatto negletta. Se una donzella aveva la più lieve tintura letteraria, veniva stimata un prodigio. Le donne d’alto lignaggio, di squisita educazione e fornite di spiritonaturale, non sapevano scrivere, un rigo nella loro lingua materna senza solecismi ed errori d’ortografia, quali oggi si vergognerebbe di commettere una fanciulla cresciuta negli asili di carità.[175]La ragione di ciò potrebbe agevolmente trovarsi. Una licenza stravagante, effetto naturale della stravagante austerità, era venuta in voga; e la licenza aveva prodotto il suo naturale effetto, vale a dire la degradazione morale e intellettuale delle donne. Nacque il costume di rendere rozzi ed impudenti omaggi alla beltà della persona; ma l’ammirazione e il desio che esse ispiravano, di rado era accompagnato dal rispetto, dall’affezione, o da qualsivoglia altro sentimento cavalleresco. Que’ pregi che le rendono atte ad essere compagne, consigliere e fide amiche, ripugnavano, anzichè piacere, ai libertini di Whitehall. In quella Corte, una dama che si fosse vestita in modo da non ascondere la bianchezza del petto, che avesse lanciato sguardi espressivi, danzato con voluttà, risposto con impertinenza, che non avesse sentita vergogna a far baccano coi ciamberlani e coi capitani delle guardie, a cantare con maligna espressione versi maligni, o accomodare i vestiti d’un paggio per qualche scherzo, aveva maggior probabilità di trovare ammiratori e seguaci, d’essere più onorata nel regio favore, di ottenere un ricco e nobile marito, che non avrebbero avuta Giovanna Grey o Lucia Hutchinson. In tal guisa, la misura delle qualità della donna era necessariamente, bassa; ed era più pericoloso lo starsi sopra che sotto siffatta misura. La ignoranza o la frivolezza estrema venivano in una dama estimate meno inconvenevoli d’una lieve tintura di pedanteria. Delle troppo celebri donne i cui volti si ammirano adesso nelle pareti di Hampton Court, poche avevano costume di leggere altro di serio fuorchè gli acrostici, le satire, e le traduzioni della Clelia e del Ciro il Grande.XLVI. E’ sembra che la erudizione letteraria anche de’ gentiluomini di quel tempo, fosse meno solida e profonda di quella che avanti o dopo quella età possedessero. Lo studio delle lettere greche, per lo meno, non fioriva tra noi ai tempi di Carlo II, come aveva fiorito innanzi la guerra civile, o come fiorì dopo la Rivoluzione. Non è dubbio che vi fossero uomini dotti, ai quali era famigliare tutta la greca letteratura da Omero sino a Fozio; ma trovavansi quasi esclusivamente fra il clero delle università, ed anche quivi erano pochi e non pienamente apprezzati. In Cambridge non si riputava punto necessario che un teologo fosse in condizione di leggere il vangelo nella lingua originale.[176]Nè la faccenda procedeva altrimenti in Oxford. Allorquando, regnante Guglielmo III, Christ Church alzossi unanime a difendere l’autenticità delle Lettere di Falaride, quel gran collegio, in allora considerato come sede principale della filosofia in tutto il Regno, non potè far mostra del corredo di greco che adesso possiedono non pochi giovani in ogni grande scuola pubblica. Potrebbe di leggeri supporsi che una lingua morta, trascurata nelle università, non venisse molto studiata dagli uomini del mondo. In una età posteriore, la poesia e la eloquenza della Grecia formarono il diletto di Pitt e di Fox, di Windham e di Grenville. Ma negli ultimi anni del secolo decimosettimo, non era in Inghilterra un solo eminente uomo di Stato, che potesse gustare una pagina di Sofocle o di Platone.I cultori del latino erano in maggior numero. La lingua di Roma, a vero dire, non aveva onninamente perduto il carattere imperiale, e continuava tuttavia in molte parti d’Europa ad essere quasi indispensabile ai viaggiatori, o agl’inviati a negoziar trattati politici. Parlarla bene, quindi, era un pregio assai più comune che non è ai tempi nostri; e nè Oxford nè Cambridge difettavano di poeti, i quali nelle grandi occasioni, potessero deporre ai piedi del trono felici imitazioni dei versi con cui Virgilio ed Ovidio avevano celebrata la grandezza d’Augusto.XLVII. Non ostante, anche la lingua latina cedeva il posto ad una rivale più giovane. La Francia godeva in quel tempo quasi ogni specie di predominio. La sua gloria militare era pervenuta alla maggiore altezza; perocchè le armi francesi avevano vinte quelle di molti altri popoli insieme collegati. Essa aveva dettato trattati, soggiogate grandi città e provincie, costretto l’orgoglio castigliano a cederle la precedenza, imposto ai principi italiani di prostrarsi ai suoi piedi. L’autorità sua era suprema in ogni ramo di vivere civile, dal duello fino al minuetto. Essa insegnava in che modo dovesse esser fatto il vestito, quanto lunga la parrucca, se i tacchi avessero ad essere alti o bassi, o se largo o stretto il nastro del cappello d’un gentiluomo. In letteratura dettava legge al mondo: la fama de’ suoi grandi scrittori riempiva l’Europa. Nessun altro paese poteva gloriarsi d’un poeta tragico pari a Racine, d’un poeta comico pari a Molière, d’un favolista gajo come la Fontaine, d’un oratore che avesse il magistero di Bossuet. La gloria letteraria d’Italia e di Spagna era tramontata; quella di Germania non era ancor sorta. Per la qual cosa, il genio degl’incliti uomini che adornavano Parigi, splendeva d’una luce che era resa maggiore dal contrasto. E veramente, la Francia in quel tempo esercitava tale un predominio sopra l’umanità, cui nè anche i Romani pervennero mai. Imperciocchè, mentre Roma era regina del mondo, nelle arti e nelle lettere era l’umile discepola della Grecia. La Francia aveva sopra le circostanti nazioni ad un’ora la supremazia che Roma ebbe sopra la Grecia, e quella che la Grecia ebbe sopra Roma. La lingua francese andava facendosi l’idioma universale, l’idioma delle classi culte e della diplomazia. In parecchie Corti, i principi e i nobili lo parlavano con maggior cura e grazia, che non parlassero la propria lingua. Nella nostra isola, questa servilità era minore di quel che fosse nel Continente. L’essere imitatori non annoveravasi nè fra le buone nè fra le cattive qualità nostre. Nulladimeno, anche in Inghilterra si rendeva omaggio, con poca destrezza, a dir vero, e di mala voglia, alla supremazia letteraria de’ nostri vicini. L’armoniosa favella toscana, cotanto famigliare ai gentiluomini ed alle dame della Corte d’Elisabetta, cadde in dispregio. Se un gentiluomo citavaOrazio o Terenzio, veniva considerato nelle culte brigate come un pedante vanitoso. Ma imperlare di frasi francesi il discorso, era il migliore argomento che potesse offrirsi del proprio merito.[177]Nuove regole di critica, nuovi modelli di stile vennero in voga. L’affettata ingenuità che aveva deformati i versi di Donne, ed era stata una menda in quelli di Cowley, scomparve dalla nostra poesia. La prosa divenne meno maestosa, tessuta con minore artificio, e meno armonica che non era quella de’ precedenti tempi; ma più lucida, più facile e meglio adatta alla controversia ed alla narrazione. In tali mutamenti è impossibile non riconoscere la influenza de’ precetti e degli esempii francesi. I grandi maestri della lingua nostra, ne’ loro più dignitosi componimenti, affettavano d’usare vocaboli francesi, là dove era agevole trovarne inglesi egualmente significativi ed armoniosi;[178]e dalla Francia venne fra noi la tragedia in versi rimati: pianta esotica, che nel nostro suolo languì e tostamente si spense.XLVIII. Sarebbe stata buona ventura se i nostri scrittori avessero imitato il decoro, che, tranne pochi esempi, serbavano sempre i loro grandi contemporanei francesi: imperocchè la immoralità delle produzioni drammatiche, satiriche e liriche, e delle novelle di quell’età fra noi, ha impressa una profonda macchia nella nostra nazionale rinomanza. È facile cercare il vero nella sua stessa sorgente. I begli spiriti e i Puritani non erano mai stati amici; non era simpatia nessuna fra coteste due classi, come quelle che guardavano l’intero sistema della vita umana da punti di veduta differenti e sotto differente luce. Ciò che per gli uni era serio, per gli altri era obietto di scherzo. I piaceri di questi erano tormenti di quelli. Ai gravi rigoristi, perfino gl’innocenti trastulli dell’infanziasembravano criminosi. Ai caratteri leggeri e gai, la solennità de’ fratelli zelanti forniva copiosa materia di riso. Dalla Riforma fino alla guerra civile, quasi ogni scrittore dotato di senso squisito per il bernesco, erasi talvolta giovato dell’occasione per ischernire i santocchi dai capelli lisci, parlanti col naso e piagnolosi, i quali battezzavano i loro figliuoli secondo il libro di Neemia, gemevano nell’amarezza del loro spirito alla vista diJack in the Green, e reputavano cosa empia mangiare la zuppa di prugne nel giorno di Natale. Finalmente, giunse il tempo in cui gli schernitori cominciarono a mostrarsi alla lor volta malinconici. I rigidi e male accorti zelanti, dopo d’essere stati obietto di riso per due generazioni, corsero alle armi, vinsero, recaronsi in mano il governo, e con un sorriso austero sulle labbra calpestarono la caterva degli irrisori. Le ferite inflitte dalla malignità gaja e petulante, furono contraccambiate con la cupa ed implacabile malignità, particolare ai bacchettoni, che chiamano virtù il proprio rancore. I teatri vennero chiusi, i comici fustigati, la stampa posta sotto la tutela di austeri censori, le muse bandite da Oxford e Cambridge, loro luoghi prediletti. Cowley, Crashaw, Cleveland furono cacciati de’ loro uffici. Il giovane aspirante ai gradi universitarii non fu più obbligato a sapere scrivere epistole e pastorali ad imitazione di Ovidio e di Virgilio, ma veniva rigorosamente interrogato da un sinodo di Supralapsarii[179]intorno al giorno e all’ora in cui egli sperimentò il nascimento alla nuova vita. Tale sistema era molto proficuo agl’ipocriti. Sotto umile manto ed austere sembianze, s’era tenuta per vari anni nascosta la intensa brama di licenza e di vendetta; brama che alla perfine potè sfogarsi. La Restaurazione emancipò migliaia di animi da un giogo diventato intollerabile. Il vecchio conflitto si riaccese, ma con nuovo odio e furore: adesso non era più lotta da scherno, ma combattimento a morte. Le Teste-Rotonde, da quelli che erano stati da loro perseguitati, non potevano aspettarsi sorte migliore di quella che un crudelecustode di schiavi possa aspettarsi dagli schiavi insorti, i quali tuttavia portano i segni del collare e dello staffile.La pugna tra lo spirito e il puritanismo, tosto diventò guerra tra lo spirito e la moralità. L’ostilità, suscitata da una caricatura grottesca della virtù, non risparmiava la virtù stessa. Le cose che l’uomo appartenente alla classe delle Teste-Rotonde aveva trattate con riverenza, venivano fatte segno allo insulto, e favoreggiate le già proscritte. E perchè quegli era stato scrupoloso rispetto alle inezie, ogni scrupolo era posto in derisione: perchè quegli aveva coperti i propri falli con la maschera della bacchettoneria, ciascuno studiavasi di mostrare con cinica impudenza i propri vizi più scandalosi agli occhi del pubblico: perchè quegli aveva punito lo amore illecito con barbara severità, la purità delle vergini e la fedeltà delle spose erano considerate come cose da scherno. A quel gergo da santocchi, che era il suoShibboleth,[180]opponevasi un altro gergo non meno assurdo e molto più odioso. E siccome egli non apriva mai le labbra se non per profferire frasi scritturali, la nuova genia de’ begli spiriti ed egregi gentiluomini non aprivano le loro senza vomitare oscenità tali, che oggi farebbero vergognare un facchino, e senza invocare l’Eterno a maledirli, sprofondarli, confonderli, sperderli e dannarli.Non è, dunque, cosa strana che la nostra amena letteratura, quando risorse al risorgere della nostra vecchia politica ecclesiastica e civile, fosse profondamente immorale. Pochi uomini eminenti, che appartenevano ad una età anteriore e migliore, serbaronsi esenti dall’universale contagio. I versi di Waller spiravano tuttavia i sentimenti che avevano animata una generazione più cavalleresca. Cowley, predistinto come uomo leale e letterato, alzava animosamente la voce contro la immoralità che deturpava le lettere e la lealtà. Un poeta di più potente ingegno meditava, indisturbato dall’osceno tumulto che circondavalo, un canto così sublime e santo, che non sarebbe stato sconvenevole sulle labbra di quelle Virtùeteree, ch’egli contemplava con quell’occhio interno che non può essere spento da calamità alcuna, gettanti sul pavimento di diaspro le loro corone d’amaranto e d’oro. Il vigoroso e fecondo genio di Butler, se non potè al tutto tenersi libero dalla infezione predominante, contrasse il male in forma più mite. Ma cotesti erano uomini, gl’intelletti de’ quali erano stati educati in un mondo già passato; e dopo non molto tempo avevano ceduto il luogo a una generazione di più giovani ingegni; della quale, da Dryden fino a Durfey, era nota caratteristica una licenza cruda, impudente, vanitosa, e ad un tempo priva d’umanità e d’eleganza. La influenza di tali scrittori era, senza verun dubbio, nociva: nonostante, lo sarebbe stata meno se essi fossero stati meno corrotti. Il veleno che amministravano era sì forte, che dopo non lungo tempo venne come stomachevole aborrito. Nessuno di loro intendeva l’arte pericolosa di congiungere le immagini di piaceri illegittimi con tutto ciò che v’ha di caro e di nobile; nessuno di loro accorgevasi che un certo decoro è essenziale alla voluttà stessa, che la veste è più seducente della nudità, e che la immaginazione può essere più potentemente mossa da delicate deduzioni, le quali la spingano ad operare, che dalle grossolane descrizioni che la rendano passiva.Lo spirito della reazione antipuritana informa quasi tutta l’amena letteratura del regno di Carlo II. Ma la quintessenza di quello spirito è da trovarsi nel dramma comico. I teatri, già chiusi mentre i fanatici faccendieri dominavano, furono ripopolati di spettatori, ai quali offerivano nuove e più potenti attrattive. Le decorazioni sceniche e i vestiarii, che adesso si reputerebbero triviali ed assurdi, ma che sarebbero stati stimati incredibilmente magnifici da coloro che ne’ primi anni del secolo decimosettimo sedevano sopra le sudice panche del teatro Hope, o sotto il tetto impagliato delRose, abbagliavano gli occhi della moltitudine. Il fascino del bel sesso accresceva quello dell’arte; e il giovane spettatore mirava con emozioni ignote ai coetanei di Shakespeare e di Johnson, amabilissime donne rappresentare le parti di tenere e gaie eroine. Dal dì in cui i teatri furono riaperti, diventarono scuole di vizi: e il male andavasi propagando da sè. La immoralità delle rappresentazionitosto fece allontanare le genti morigerate; mentre le frivole e dissolute che vi rimasero, chiedevano ogni anno stimoli sempre più forti. Così gli artisti corrompevano gli spettatori, e gli spettatori gli artisti; finchè le turpitudini del dramma divennero tali, da rendere attonito chiunque non si accorga che la estrema rilassatezza è lo effetto naturale della restrizione estrema, e che ad una età d’ipocrisia, secondo la ordinaria vicenda delle cose umane, tiene dietro una età d’impudenza.Nulla esprime tanto l’indole de’ tempi, quanto la cura che si dànno i poeti a porre sulle labbra delle donne i loro versi più licenziosi. I componimenti dove più regnava la licenza, erano gli epiloghi, i quali venivano quasi sempre recitati dalle più favorite attrici; e nulla al depravato uditorio piaceva come il vedere una bella fanciulla, che supponevasi non avere per anche perduto il fiore della innocenza, recitare versi grossolanamente indecenti.[181]Il nostro teatro in que’ tempi andava debitore di molti intrecci e caratteri alla Spagna, alla Francia e ai vecchi scrittori inglesi: ma qualunque soggetto i nostri drammaturgi toccassero, lo deturpavano. Nelle loro imitazioni, le case de’ robusti ed animosi gentiluomini castigliani immaginate da Calderon, diventavano porcili di vizio, la Viola di Shakespeare una mezzana, il Misantropo di Molière un rapitore di donne, e l’Agnese del medesimo un’adultera. Ogni cosa, per quanto fosse pura o eroica, diveniva corrotta ed ignobile, passando in quegl’ignobili e corrotti cervelli.Tali erano le condizioni del dramma, il quale, tra le produzioni della amena letteratura, era quella da cui il poeta aveva maggiore probabilità di guadagnare da vivere. La vendita dei libri era così poca, che un ingegno di grandissima fama poteva sperare una scarsa ricompensa dalla proprietà letteraria della miglior produzione. Non vi può esser esempio più convincente, della sorte delle Favole di Dryden, che furono l’ultima delle sue opere. Questo volume vide la luce allorquando egli veniva universalmente stimato come il maggiore de’ poeti inglesi viventi.Contiene circa dodici mila versi. La verseggiatura è maravigliosa; pieni di vita i racconti e le descrizioni. Fino ai nostri giorni, Palamone ed Arcita, Cimone ed Ifigenia, Teodoro ed Onoria formano il diletto de’ critici e degli scolari. La raccolta contiene anche il Festino d’Alessandro, che è la più bella ode della nostra lingua. Perchè cedesse la proprietà letteraria, Dryden ricevè duecento cinquanta lire sterline; somma minore di quella con che ai dì nostri talvolta sono stati pagati due soli articoli da giornale.[182]Nè sembra che ciò fosse un cattivo negozio; imperocchè assai lenta fu la vendita del libro, sì che non fu necessario farne una seconda edizione, se non dieci anni dopo che il poeta giaceva dentro il sepolcro. Scrivendo per la scena, era possibile avere maggiori guadagni con molto minore fatica. A Southern, un solo dramma fruttò settecento lire sterline.[183]Otway, dalla mendicità alzossi ad agiatezza temporanea, per il prospero successo del suo Don Carlos.[184]Shadwell guadagnò cento trenta sterline in una sola rappresentazione dello Scudiero d’Alsazia.[185]Per la qual cosa, chiunque aveva mestieri di procacciarsi da vivere col lavoro dell’ingegno, scriveva drammi, quand’anche la natura non gli avesse data attitudine all’arte. Tale fu il caso di Dryden. Come poeta satirico rivaleggia con Giovenale. Nella poesia didascalica, scrivendo con cura e meditazione, avrebbe forse contesa la palma a Lucrezio. Tra i poeti lirici, ove non voglia reputarsi il più sublime, è il più brillante ed animato. Ma la natura, che gli era stata di molte altre insigni doti larghissima, gli aveva negato lo ingegno drammatico. Nondimeno, egli consumò tutta l’energia de’ suoi anni migliori a scrivere drammi. Aveva sì retto giudizio da accorgersi che difettava della facoltà di dipingere i caratteri per mezzo del dialogo. Ei fece ogni sforzo per nascondere tale difetto, ora con inattesi e piacevoli incidenti, ora con la vigorosa declamazione, talvolta coll’armonia del numero, tal’altra con la licenza bene in accordo col gusto d’una profana e licenziosa platea. Ma non ottenne mai buon successoteatrale, simile a quello onde erano rimeritati i lavori di alcuni scrittori per ingegno a lui di gran lunga inferiori. Stimavasi fortunato qualora un dramma gli fruttava cento ghinee; scarsa rimunerazione, e nulladimeno manifestamente maggiore di quella che avrebbe potuto conseguire impiegando in altro genere di scrivere eguale fatica.[186]La ricompensa che gl’ingegni di quell’età potevano ottenere dal pubblico, era tanto lieve, che trovavansi nella necessità di accrescere le loro entrate levando, dirò così, contribuzioni sopra i grandi. Ciascun signore ricco e di buon cuore veniva con tanta ostinazione e con tante abiette lusinghe importunato dagli scrittori mendichi, che ai tempi nostri parrebbe incredibile. Colui al quale venisse dedicata un’opera, era in debito di ricompensare lo scrittore con una borsa piena d’oro. La somma che fruttava la dedica d’un libro spesso era assai maggiore di quella che ne avrebbe data lo editore per il diritto di stampa. Per la qual cosa, i libri spesso pubblicavansi solo col fine di farne una dedica. Questo traffico di laudi produceva lo effetto che era da aspettarsene. L’adulazione spinta talvolta allo sproposito, tal’altra all’empietà, non stimavasi che infamasse il poeta. La indipendenza, la veracità, il rispetto di sè, non erano cose che da lui esigesse il mondo. A dir vero, per moralità egli era qualche cosa tra il lenone e il mendicante.Agli altri vizi che invilivano il carattere del letterato, si aggiunse, verso la fine del regno di Carlo II, la più feroce intemperanza dello spirito di parte. I begli ingegni, come classe, erano stati spinti dal loro vecchio odio del puritanismo verso il partito della Corte, ed avevano trovato utili alleati. Dryden, in specie, aveva resi buoni servigi al Governo. Il suo Assalonne ed Achitofel, grandissima tra le satire de’ tempi moderni, aveva stupefatta la città; con velocità senza esempio s’era aperta la via fino ai distretti rurali; e dovunque erasi mostrata, aveva dato molestia agli esclusionisti e accresciuto il coraggio de’ Tory. Ma fra mezzo all’alta ammirazione che naturalmente c’ispira la squisitezza della dizione e del verso, non dobbiamo dimenticare la gran distinzione del bene e delmale. Lo spirito del quale Dryden e parecchi de’ suoi consorti in quel tempo erano animati, deve meritamente chiamarsi diabolico. I giudici e gli sceriffi servili di quegl’infausti giorni, non potevano spargere il sangue con la speditezza inculcata clamorosamente dai poeti. Un richiedere nuove vittime, un odioso scherzare sugl’impiccamenti, acri motteggi intorno a coloro i quali, fidi al Re nell’ora del pericolo, lo consigliavano poscia di mostrarsi compassionevole e generoso co’ suoi vinti nemici; e perchè nulla mancasse alla colpa e alla vergogna, cotesti infami scritti venivano recitati dalle donne, le quali, ammaestrate da lungo tempo a bandire ogni modestia, erano ora ammaestrate a bandire ogni compassione.[187]XLIX. È cosa degna di nota, come, mentre l’amena letteratura in Inghilterra in tal modo era di nocumento e d’infamia alla nazione, il genio inglese nelle scienze compisse una rivoluzione che, sino alla fine de’ secoli, verrà posta tra le opere più grandi dell’umano intelletto. Bacone aveva posta la buona sementa in un terreno tardo e in una stagione non opportuna. Non ne aveva sperato così presto il ricolto, e nel suo supremo testamento aveva solennemente legata la sua fama alla età susseguente. Pel corso d’una intera generazione, la sua filosofia, fra mezzo ai tumulti, alle guerre, alle proscrizioni, si era lentamente venuta maturando in poche menti ben formate. Mentre le fazioni lottavano per predominare nello Stato, un drappello di uomini saggi, con benevolo sdegno, erasi scostato dal conflitto, consacrandosi alla egregia impresa di slargare il dominio dell’uomo sopra la materia. Appena tornata la pubblica quiete, a quei maestri fu agevole trovare attenti uditori; imperocchè la disciplina per la quale la nazione era passata, aveva talmente contemperata la mente del popolo da potere ricevere le dottrine del Verulamio. Le perturbazioni civili avevano incitate le facoltà della gente educata, ed avevano ingenerata una irrequieta attività e una curiosità insaziabile, quale ne’ tempi anteriori non s’era mai vedutafra noi. Nulladimeno, lo effetto di quelle perturbazioni fu, che i disegni di riforma religiosa e politica venissero generalmente considerati con sospetto e dispregio. Per lo spazio di venti anni, l’occupazione precipua delle menti savie ed operose era stata quella di foggiare costituzioni con primi magistrati, senza primi magistrati, con senati ereditarii, con senati tirati a sorte, con senati annui, con senati perpetui. In simili disegni di governo non omettevasi nulla. Tutti i particolari, tutte le nomenclature, tutto il ceremoniale del governo immaginario vi erano pienamente notati; Polemarchi, Filarchi, Tribù, Galassie, Lord Arconte, e Lord Stratigoto: quali urne per raccogliere i voti dovessero essere verdi, e quali rosse: quali palle dovessero essere d’oro, e quali d’argento: quali magistrati dovessero portare cappelli, e quali berretti appuntati di velluto nero: in che modo dovesse portarsi la mazza, e quando dovessero gli araldi scoprirsi la testa. Queste e simiglianti altre inezie venivano con gravità esaminate ed ordinate da uomini di non comune intelligenza e dottrina.[188]Ma la stagione di cotali visioni era finita; e se qualche fervido repubblicano seguitava tuttavia a trastullarsene, il timore del pubblico scherno e d’un processo criminale, generalmente, lo induceva a sottrarre agli sguardi altrui le proprie fantasticherie. Ora, ella era cosa impopolare e pericolosa mormorare una sola parola contro le leggi fondamentali della Monarchia; ma gli uomini audaci ed ingegnosi potevano compensarsi trattando con isdegno quelle che poco innanzi erano considerate leggi fondamentali di natura. Il torrente ch’era stato condannato a scorrere per il suo antico alveo, si gettò furiosamente in un altro. Lo spirito rivoluzionario, cessando d’agire nella politica, cominciò ad esercitarsi con insolito vigore ed ardire in ogni ramo di scienze fisiche. L’anno 1660, l’èra del ristabilimento della vecchia costituzione, è anche l’èra da cui data lo innalzarsi della nuova filosofia. In quell’anno cominciò ad esistere la Società Reale, destinata ad essere agente principale in una lunga serie di gloriose e salutari riforme.[189]In pochi mesi, la scienza sperimentale divenne grandemente in voga. La trasfusionedel sangue, la ponderazione dell’aria, la fissazione del mercurio, nelle menti del pubblico occuparono quel luogo che già vi tenevano le controversie della Rota. I sogni delle forme perfette di governo, cessero ai sogni delle ale con cui gli uomini dovevano volare dalla Torre all’Abbadia, e delle navi a doppia carena, che non dovevano mai affondare nella più furiosa procella. Gli uomini d’ogni classe vennero trascinati dalle idee predominanti. Cavalieri e Teste-Rotonde, Ecclesiastici e Puritani, per questa volta, collegaronsi. Teologi, giuristi, uomini di Stato, nobili, principi, magnificavano i trionfi della filosofia di Bacone. I poeti, gareggiando d’entusiasmo, cantavano lo avvicinarsi dell’età d’oro. Cowley, con versi pregni di pensiero e splendidi di brio, spingeva la eletta sementa a prender possesso della terra promessa irrigata di latte e di miele; di quella terra che il grande liberatore e legislatore aveva veduta come dalla cima di Pisgah, senza che gli fosse stato concesso d’ entrarvi.[190]Dryden, con più zelo che scienza, congiunse la sua voce al grido universale, e predisse cose che nè egli nè altri intendeva. Vaticinò che la Società Reale ci avrebbe tra breve condotti ai confini del mondo, dove ci avrebbe dilettati con un più bello spettacolo della luna.[191]Due esperti ed aspiranti prelati, Ward Vescovo di Salisbury e Wilkins Vescovo di Chester, predistinguevansi fra i capi del movimento; la storia del quale fu eloquentemente scritta da un più giovane teologo, che veniva splendidamente innalzandosi nella propria professione: voglio dire da Tommaso Sprat, poi fatto Vescovo di Rochester. Il giudice Hale e il Lord Cancelliere Guildford toglievano qualche ora alle faccende delle loro corti per iscrivere intorno all’idrostatica. E veramente, per cura di Guildford furono costruiti i primi barometri che fossero posti in vendita a Londra.[192]La chimica per un certo tempo divideva col vino e con l’amore, col teatro e col giuoco, con gl’intrighi del cortigiano e gl’intrighi deldemagogo, l’attenzione del volubile Buckingham. Rupert è in voce di avere inventata la incisione così detta a mezza tinta; e porta il suo nome quella curiosa bolla di vetro che per lungo tempo ha formato il trastullo de’ bambini, e la disperazione de’ filosofi. Lo stesso Carlo aveva un laboratorio in Whitehall, e mostravasi in esso più attento ed operoso di quel che fosse in Consiglio. Era quasi necessario al carattere d’un compito gentiluomo il saper dire qualche cosa intorno alla macchina pneumatica e ai telescopi; ed anche le leggiadre dame, di quando in quando, credevano convenevole mostrare gusto per la scienza, recavansi in carrozza verso le sei a visitare le curiosità di Gresham, e mandavano gridi di gioia vedendo che la calamità veramente attraesse un ago, e che un microscopio facesse davvero apparire una mosca grande quanto un uccello.[193]In questo, al pari d’ogni altro moto della mente umana, era senza dubbio alcuna cosa che avrebbe mosso a riso. È legge universale che qualsivoglia fatica o dottrina viene in voga, perda in parte quel pregio in che era tenuta mentre stavasi nelle mani di pochi uomini gravi, ed era amata per sè stessa. Egli è vero che le stoltezze di taluni, i quali senza vera attitudine per la scienza mostravansene appassionati, fornivano materia di spregio e sollazzo a pochi satirici maligni, appartenenti alla precedente generazione, i quali non inchinavano a disimparare ciò che in gioventù avevano imparato.[194]Ma non è meno vero che la grande opera d’interpretare la natura, venne eseguita dagli Inglesi d’allora come non era avanti mai stata in nessuna età e nazione. Lo spirito di Francesco Bacone era vasto, e maravigliosamente contemperato d’audacia e di sobrietà. Gli uomini erano fortemente persuasi che tutto il mondo fosse pieno di secreti di grave momento alla felicità umana, e che dal Supremo Fattore fosse stata affidata all’uomo la chiave, che, bene adoperata, avrebbe schiusa la via pergiungere a quelli. Regnava in quel tempo la convinzione, che nelle scienze fisiche fosse impossibile pervenire alla cognizione delle leggi generali, tranne osservando accuratamente i fatti. Stabilmente fermi in tali grandi verità, i professori della nuova filosofia si dettero all’opera; e in meno di venticinque anni, avevano dato ampi risultamenti delle proprie lucubrazioni. Nuovi vegetabili furono coltivati, nuovi strumenti agricoli adoperati, e nuovi modi di concimare i terreni.[195]Evelyn, con formale sanzione della Società Reale, aveva dati avvertimenti ai suoi concittadini intorno alle piantagioni. Temple, nelle sue ore d’ozio, aveva fatti nuovi esperimenti nell’orticoltura, e provato che molti frutti delicati, indigeni in climi migliori, si sarebbero potuti, coll’aiuto dell’arte, ottenere anche nel suolo inglese. La medicina, che in Francia seguitava a rimanere in abietta schiavitù, ed apprestava a Molière inesauribile materia di giusto scherno, era divenuta in Inghilterra scienza sperimentale e progressiva, ed ogni giorno, sfidando Ippocrate e Galeno, faceva sempre più un nuovo passo. L’attenzione dei pensatori per la prima volta si diresse all’importante subietto della polizia sanitaria. La rinomata pestilenza del 1665 gl’indusse a considerare seriamente i difetti dei fabbricati, delle fogne, e della ventilazione della metropoli. Il grande incendio del 1666 offerse il destro di eseguire miglioramenti vastissimi. La faccenda fu diligentemente esaminata dalla Società Reale; ai consigli della quale è d’uopo attribuire in gran parte le mutazioni, che, quantunque non fossero tali da rispondere ai bisogni della pubblica utilità, resero la nuova Londra differentissima dall’antica, e forse impedirono per sempre lo infuriare della peste nel nostro paese.[196]In quel medesimo tempo, uno de’ fondatori della predetta società, Sir Guglielmo Petty, creò la scienza dell’aritmetica politica; umile ma indispensabile ancella della politica filosofia. Nessuna parte del regno della natura rimase inesplorata. A quegli anni appartengono le scoperte chimiche di Boyle, e le prime ricerchebotaniche di Sloane. E’ fu allora che Ray fece una nuova classificazione degli uccelli e de’ pesci, Woodward rivolse la propria attenzione ai fossili ed alle conchiglie. I fantasmi dell’errore che ne’ secoli tenebrosi avevano ingombrato la terra, l’uno dietro l’altro, disparvero dinanzi alla nuova luce. L’astrologia e l’alchimia diventarono obietto di trastullo. Poco dopo, non v’era contea in cui qualche collegio di giudici non ridesse sprezzantemente sempre che una vecchia strega veniva tratta al tribunale, accusata di aver cavalcato sul manico della granata, o avere prodotta la pestilenza nell’armento. Ma in quei nobili e assai ardui rami della scienza, ne’ quali la induzione e la dimostrazione matematica cooperano alla scoperta del vero, il genio inglese a que’ tempi riportò i più memorandi trionfi. Giovanni Wallis elevò sopra nuove fondamenta lo intero sistema della statica. Edmondo Halley investigò le proprietà dell’atmosfera, il flusso e riflusso del mare, le leggi del magnetismo, e il corso delle comete; nè dal culto della scienza lo distolsero travagli, pericoli ed esilio. Mentre egli, sopra le rocce di Santa Elena, faceva la carta delle costellazioni dello emisfero meridionale, il nostro nazionale osservatorio sorgeva in Greenwich; e Giovanni Flamsteed, che fu il primo astronomo regio, cominciava quella lunga serie d’osservazioni, che non è ricordata mai senza rispetto e gratitudine in qualsiasi parte del mondo. Ma la gloria di cotesti uomini, comunque eminenti, è oscurata dallo immenso splendore d’un nome immortale. Nella mente d’Isacco Newton trovavansi congiunte, come non lo erano mai state in mente d’uomo, due specie di potenza intellettiva che hanno poco di comune tra loro, e che non si trovano spesso insieme con pari vigore, ma nondimeno sono egualmente necessarie ne’ rami più sublimi delle scienze fisiche. Vi saranno forse stati intelletti pari al suo ben formati a coltivare le matematiche pure, o le scienze puramente sperimentali; ma in nessun altro intelletto la facoltà dimostrativa e la induttiva coesistettero in simile suprema eccellenza e perfetta armonia. Forse in una età in cui fossero in voga gli Scotisti e i Tomisti, anche la sua mente sarebbe corsa a rovina, siccome avvenne a molte altre menti solo inferiori a quella di lui. Avventuratamente, lospirito del tempo in cui gli toccò di vivere, pose nel diritto cammino il suo ingegno, il quale con ingente forza reagì sopra lo spirito del tempo. Nel 1685 la sua fama, comecchè splendida, era in sull’alba; ma il suo genio era pervenuto al meriggio. La sua grande opera, quell’opera che produsse un rivolgimento nelle provincie più importanti della filosofia naturale, era compiuta, ma non ancora pubblicata, e stava per essere sottoposta allo esame della Società Reale.L. Non è facile trovare il perchè la nazione, la quale nelle scienze era proceduta tanto innanzi alle nazioni vicine, nelle arti belle stesse loro tanto addietro. Nondimanco, tale fu il fatto. Egli è vero che in architettura, arte che è mezza scienza, arte in cui solo può inalzarsi un profondo geometra, arte che non ha altra norma di gusto tranne quella che direttamente o indirettamente dipende dall’utilità, arte le cui creazioni derivano, almeno in parte, la maestà loro dalla semplice massa, il paese nostro poteva gloriarsi d’un uomo veramente grande: voglio dire di Cristoforo Wren; al quale lo incendio onde Londra era stata ridotta a un mucchio di rovine, aveva pôrta occasione fino allora senza esempio nella storia moderna, di spiegare l’ali dello ingegno. Come quasi tutti i suoi contemporanei, egli non poteva emulare e forse sentire il vero pregio dell’austera bellezza del portico greco, e della buia sublimità dell’arcata gotica: ma niuno, nato al di qua delle alpi, ha imitata così felicemente la magnificenza de’ bei tempii della Italia. Perfino il superbo Luigi non ha lasciata alla posterità opera alcuna che possa agguagliarsi alla chiesa di San Paolo. Ma alla fine del regno di Carlo II, non v’era un solo pittore o scultore inglese di cui oggidì si ricordi il nome. Tale sterilità ha un certo che di mistero; perocchè i dipintori e gli scultori non erano punto tenuti in dispregio o male rimunerati. La loro posizione sociale era, per lo meno, alta come ai dì nostri. I loro guadagni, in proporzione dell’opulenza del paese, e del modo onde venivano rimunerati gli altri lavori intellettuali, erano anche maggiori di quel che siano ai tempi presenti. La generosa protezione che accordavasi agli artisti, gli attirava a schiere ai nostri lidi. Lely, che ci ha conservati i bei ricci, le labbra tumide e i languidi occhidelle fragili beltà celebrate da Hamilton, era nativo di Westfalia. Era morto nel 1680, dopo una lunga e splendida vita, dopo d’avere ricevuto il titolo di cavaliere, ed ammassato con l’arte sua un buon patrimonio. La sua bella collezione di disegni e di pitture, dopo la sua morte, fu esposta, col permesso del Re, nella sala da pranzo in Whitehall, e venduta all’asta per la quasi incredibile somma di ventisei mila lire sterline: somma che sta in maggior proporzione al patrimonio de’ ricchi uomini di quel tempo, di quello che sarebbero cento mila sterline a’ mezzi de’ ricchi del nostro.[197]A Lely successe il suo concittadino Goffredo Kneller, il quale fu fatto prima cavaliere e poi baronetto; e dopo d’essere splendidamente vissuto, e aver perduta molta pecunia in mal fortunate speculazioni, potè tuttavia lasciare alla propria famiglia un gran patrimonio. I due Vandeveldes, olandesi, erano stati persuasi dalla liberalità inglese a stabilirsi fra noi, dove avevano dipinto i più bei quadri di marina del mondo. Simone Varelst, altro artefice olandese, dipinse leggiadri girasoli e tulipani, a prezzi fino allora non conosciuti. Il napolitano Verrio, effigiava sulle volte e per le scale Gorgoni, Muse, Ninfe, Satiri, Virtù, Vizii, Numi che libano il nettare, e Trionfi di principi. L’entrata ch’egli accumulò col frutto delle sue opere, lo pose in condizione tale, che la sua mensa era delle più sontuose. Per le sole pitture da lui eseguite a Windsor, ebbe sette mila lire sterline; somma che in allora era bastevole a satisfare i moderati desiderii d’un gentiluomo, ed eccedeva di molto quella che Dryden in quarant’anni di lavori letterarii ottenne da’ librai.[198]Luigi Laguerre, principale aiuto e successore di Verrio, venne dalla Francia. I due più celebri scultori di que’ tempi erano anche stranieri. Cibber, i cui patetici emblemi del Furore e della Malinconia adornano Bedlam, era danese. Gibbons, alla graziosa fantasia e al tocco delicato del quale molti de’ nostri palazzi, collegi e chiese, devono i loro più leggiadri lavori d’ornato, era olandese. Anche i disegni dellemonete erano eseguiti da incisori francesi. A dir vero, fino al regno di Giorgio II, la patria nostra non potè gloriarsi d’un grande pittore; e Giorgio III era già sul trono, innanzi ch’essa potesse andare altera d’alcuno egregio scultore.Siamo al punto in cui termina la descrizione che siamo venuti facendo della Inghilterra, mentre era governata da Carlo II. Nulladimeno, ci rimane a toccare d’una cosa di grave momento. Non abbiamo finora fatto parola della gran massa del popolo; di coloro, cioè, che intendevano allo aratro, curavano i buoi, sudavano sopra i telai di Norwich, e squadravano le pietre di Portland per il tempio di San Paolo. Nè possiamo lungamente favellarne. La classe più numerosa è precisamente quella intorno alla quale ci rimangono scarsissime notizie. In que’ tempi, i filantropi non consideravano come debito sacro, nè i demagoghi come lucroso traffico, l’occuparsi delle sciagure dell’operaio. La istoria era sì affaccendata con le corti e coi campi di battaglia, da non serbare una sola pagina al tugurio del contadino, o alla botteguccia del manuale. La stampa adesso in un sol giorno, discute e declama intorno alle condizioni dell’operaio con più abbondanza di quanto ne fu pubblicato ne’ ventotto anni che corsero dalla Restaurazione alla Rivoluzione. Ma errerebbe grandemente chi dallo accrescersi de’ reclami, inferisse essersi accresciuta la miseria.LI. Il gran criterio della condizione del popolo basso, sta nel salario ond’è rimeritato il lavoro; e poichè quattro quinti del popolo, nel diciassettesimo secolo, erano addetti all’agricoltura, importa sopra tutto indagare qual fosse la paga dell’operaio nella industria agricola. Intorno a ciò abbiamo i mezzi di giungere a conclusioni bastevolmente esatte pel nostro proposito.Sir Guglielmo Petty, la cui semplice asserzione è di gran peso, c’insegna che non erano punto cattive le condizioni d’un lavorante qualora per una giornata di lavoro ricevesse quattro soldi col cibo, e otto senza. Quattro scellini la settimana, quindi, erano, secondo il calcolo di Petty, una buona paga per la gente agricola.[199]Che siffatto calcolo non fosse discosto dal vero, abbiamoprove in gran copia. Verso il principio del 1685, i Giudici della Contea di Warwick, nello esercizio d’una potestà affidata loro da un decreto d’Elisabetta, stabilirono, nelle loro sessioni trimestrali, un regolamento di paghe per la Contea, e notificarono che ciascun padrone che pagasse, e ciascuno operaio che ricevesse più della somma decretata, sarebbero puniti. Il salario dell’operaio agricolo ordinario da Marzo a Settembre, era precisamente lo stesso notato da Petty; val quanto dire, quattro scellini per settimana, senza cibo. Da Settembre a Marzo era di tre scellini e sei soldi.[200]Ma in quel secolo, siccome nel nostro, i guadagni del contadino differivano assai nelle differenti parti del Regno. Il salario nella Contea di Warwick rispondeva probabilmente alla media proporzionale, e nelle Contee verso il confine della Scozia era minore; ma v’erano distretti più favoriti. Nel medesimo anno 1685, un gentiluomo di Devonshire, di nome Riccardo Dunning, pubblicò un opuscolo, nel quale descrisse la condizione de’ poveri di quella Contea. Ch’egli intendesse bene la materia, non è possibile dubitare; imperocchè, pochi mesi dopo, l’opuscolo venne ristampato, e dai magistrati ragunati in Exeter nelle sessioni trimestrali fortemente raccomandato all’attenzione di tutti gli ufficiali delle parrocchie. Secondo lui, il salario del contadino della predetta Contea, era, senza il cibo, circa cinque scellini per settimana.[201]Anche migliore era la condizione del lavorante nelle vicinanze di Bury Saint Edmond. I magistrati di Suffolk adunaronsi quivi, nella primavera del 1682, per fissare la rata del salario; e deliberarono che, quando all’operaio non fosse dato da mangiare, riceverebbe cinque scellini per settimana in tempo di verno, e sei d’estate.[202]Nel 1661, i giudici in Chelmsford avevano stabilito che il salario dell’operaio d’Essex, senza cibo, fosse di sei scellini in inverno, e di sette in estate. E questa pare che fosse la paga maggiore con che si retribuisse nel Regno il lavoro degliagricoltori, nel periodo di tempo che corse dalla Restaurazione alla Rivoluzione: ed è da notarsi, che nell’anno in cui fu fatta cotesta provvisione, le cose necessarie alla vita erano oltremodo care. Il grano costava settanta scellini il sacco; prezzo che anche oggi verrebbe considerato quasi da tempi di carestia.[203]Questi fatti perfettamente concordano con un altro che sembra meritevole d’essere considerato. Ella è cosa evidente che in un paese dove niuno può essere costretto a farsi soldato, le file dell’armata non potrebbero riempirsi, se il Governo desse paga molto minore del salario che riceve un operaio rurale. Oggidì la paga d’un soldato comune, in un reggimento di linea, è di sette scellini e sette soldi per settimana. Tale stipendio, congiunto con la speranza d’una pensione, non attira in numero sufficente i giovani inglesi; ed è necessario di supplire al difetto arrolando le più povere genti di Munster e di Connaught. La paga di un soldato comune di fanteria, nel 1685, era di quattro scellini e otto soldi per settimana; e nondimeno, è certo che il Governo in quell’anno non incontrò difficoltà nessuna a raccogliere, poco tempo dopo l’annunzio, molte migliaia di reclute inglesi. La paga d’un soldato comune di fanteria nell’esercito della Repubblica era stata sette scellini per settimana; vale a dire, pari a quella d’un caporale sotto Carlo II:[204]e sette scellini per settimana s’erano trovati bastevoli a riempire le file d’uomini manifestamente superiori alla generalità del popolo. E però, nello insieme, e’ pare ragionevole conchiudere, che nel regno di Carlo II, la paga ordinaria del contadino non eccedesse quattro scellini per settimana; ma che in talune parti del reame fosse di cinque scellini, di sei scellini, e nei mesi estivi anche di sette scellini. Ai giorni nostri, un distretto dove un lavorante guadagni sette scellini per settimana, si reputa in condizioni tristissime. La media proporzionale è assai maggiore; e nelle Contee prospere, la paga settimanale degli agricoltori ascende a dodici, quattordici, ed anche sedici scellini.LII. La rimunerazione degli operai impiegati nelle manifatture, è stata sempre maggiore di quella de’ lavoratori della terra. Nell’anno 1680, un membro della Camera de’ Comuni notò come le grosse paghe che si davano in Inghilterra, rendessero impossibile la concorrenza de’ nostri tessuti coi prodotti de’ telai indiani. Un mestierante inglese, invece di tormentarsi al pari d’un uomo di Bengal per una moneta di rame, voleva uno scellino per giorno.[205]Esiste un’altra testimonianza che prova, uno scellino per giorno essere stata la paga la quale un manifattore inglese allora si credesse in diritto di chiedere: ma spesso era costretto di lavorare a minor prezzo. La plebe di quell’età non aveva costume di radunarsi per discutere, udire arringhe, o far petizioni al Parlamento. Non v’era giornale che perorasse la causa di quella. Manifestava in rozze rime l’amore, l’odio, l’esultanza, la sciagura. Gran parte della sua storia può solo impararsi nelle ballate. Una delle più notabili poesie popolari che nel tempo di Carlo II cantavasi per le vie di Norwich e di Leeds, può tuttavia leggersi nel suo originale. È il grido veemente ed acre del lavoro contro il capitale. Descrive il vecchio buon tempo, allorquando ogni artigiano impiegato nell’opera della lana viveva al pari d’un fattore. Ma quel tempo era passato; e un povero uomo rompendosi per un intero giorno le braccia al telaio, poteva guadagnare solo sei soldi; e muovendo lamento di non poter vivere con sì misera paga, gli veniva risposto ch’era libero di prenderla o lasciarla. Per una così magra ricompensa, i produttori della ricchezza erano costretti ad affannarsi, alzandosi presto e coricandosi tardi; mentre il padrone, mangiando, bevendo ed oziando, arricchivasi con le fatiche loro. Uno scellino per giorno—dice il poeta—sarebbe la paga del tessitore, se gli fosse resa giustizia.[206]Ci è dato quindi concludere, chenegli anni che precessero la Rivoluzione, un lavorante impiegato nelle grandi manifatture d’Inghilterra, si reputasse bene pagato guadagnando sei scellini per settimana.LIII. Potrebbe in questo luogo notarsi, che il costume di porre i fanciulli a lavorare innanzi tempo (costume che lo Stato, legittimo protettore di coloro che non possono proteggersi da sè, ha con saggezza ed umanità ai tempi nostri inibito), prevaleva tanto nel diciassettesimo secolo, che, paragonato alla estensione del sistema delle manifatture, parrebbe incredibile. In Norwich, sede principale del traffico de’ lanificii, una creaturina di sei anni stimavasi atta a lavorare. Vari scrittori di quel tempo, fra’ quali alcuni che avevano fama di eminentemente benevoli, ricordano esultando come in quella sola città i fanciulli e le fanciulle di tenerissima età creassero una ricchezza che sorpassava di dodicimila lire sterline l’anno quella che era necessaria alla loro sussistenza.[207]Quanta più cura poniamo ad esaminare la storia del passato, tanta più ragione troveremo di discordare da coloro che pensano, l’età nostra avere prodotti nuovi mali sociali. Vero è che i mali sono di vecchia data. Ciò che è nuovo, è la intelligenza che gli discerne e la umanità che vi pone rimedio.LIV. Passando da’ tessitori di panno a una specie diversa d’artigiani, le nostre ricerche ci condurranno a conclusioni pressochè simili. Per varie generazioni, i Commissarii dello Spedale di Greenwich hanno tenuto il registro delle paghe date a diverse classi di operai impiegati a riattare quell’edificio. Da questo pregevole documento raccogliesi, che nel corso di cento venti anni, il salario giornaliero de’ muratori si è elevatoda mezzo scudo a quattro e soldi dieci, quello del maestro da mezzo scudo a cinque e soldi tre, quello del legnaiuolo da mezzo scudo a cinque e soldi cinque, e quello del piombaio da tre scellini a cinque e soldi sei.Per lo che, e’ sembra chiaro che la mercede del lavoro, estimata in danaro, nel 1685, non era più della metà di quel che è adesso; e poche erano le cose importanti per un lavorante, il prezzo delle quali, nel 1685, non fosse più della metà di quello che è adesso. La birra, senza dubbio, era a minor prezzo allora che oggi. La carne era anche a più buon prezzo; ma tuttavia costava tanto, che centinaia di migliaia di famiglie appena ne conoscevano il sapore.[208]Il costo del frumento ha variato pochissimo. Il prezzo medio del sacco, negli ultimi dodici anni del regno di Carlo II, era di cinquanta scellini. Il pane, quindi, simile a quello che ora si dà agli ospiti della casa di lavoro, di rado vedevasi allora anche sur desco di un piccolo possidente o d’un padrone di bottega. La maggior parte della nazione cibavasi di segala, d’orzo e di avena.I prodotti de’ paesi del tropico, delle miniere, delle macchine, erano positivamente più cari che oggi non sono. Fra le cose che il lavorante, nel 1685, pagava più care di quel che i posteri suoi le paghino nel 1848, erano lo zucchero, il sale, il carbone, le candele, il sapone, le scarpe, le calze, e generalmente le cose pertinenti al vestiario e gli arnesi da letto. Potrebbe aggiungersi che gli abiti e le coltri di que’ tempi, non solo erano più costosi, ma meno servibili di quelli che usano ai giorni nostri.LV. È mestieri ricordare come que’ lavoranti, che bastavano a mantenere col proprio salario sè e le famiglie loro, non fossero le persone più bisognose del popolo. Al di sotto di loro stava una numerosa classe che non poteva sussistere senza qualche soccorso della parrocchia. Non può esservi migliore argomento a provare le condizioni in cui trovasi la plebe, della proporzione in cui essa sta verso la società intera. Oggimaigli uomini, le donne, i bambini che ricevono sussidii, da quel che pare dalle liste officiali, sono nelle cattive annate la decima parte degli abitanti d’Inghilterra, e nelle buone la tredicesima. Gregorio King li estimava ne’ suoi tempi a più d’una quinta parte; e tale computo, che, con tutta la venerazione per l’autorità sua, potremmo chiamare esagerato, fu reputato da Davenant essere singolarmente giudizioso.Per avventura, non ci mancano affatto i mezzi di giudicare da noi. La tassa pei poveri era indubitabilmente quella della quale i nostri antenati sentissero maggiore gravezza. Sotto Carlo II, veniva stimata a circa sette cento mila sterline l’anno; vale a dire molto più che il prodotto della così detta excise o delle dogane, e poco meno di mezza la intera rendita della Corona. La tassa pei poveri andò rapidamente crescendo, e sembra che fosse in breve tempo pervenuta ad una somma tra otto e nove cento mila sterline l’anno; val quanto dire, ad un sesto di ciò che è adesso. La popolazione in allora era meno d’un terzo di quello che è ai giorni nostri. Il minimo de’ salari che allora si davano, calcolato in danaro, era la metà di quel che oggi si paga; e quindi mal possiamo supporre che il sussidio largito ad un povero fosse più della metà di quello che è adesso. E’ pare perciò si possa dedurre, che la proporzione delle persone che in que’ tempi ricevevano sussidii dalle parrocchie, fosse maggiore di quello che sia nei nostri. È bene in somiglianti quistioni parlare con diffidenza; ma certamente non è stato finora provato che il pauperismo fosse negli ultimi venticinque anni del secolo diciassettesimo un minor carico o un male sociale meno serio di quello che sia nel tempo presente.[209]Da un lato, è mestieri ammettere che il progresso della civiltà ha scemati i comodi fisici d’una parte delle classi più povere. È stato già notato come, avanti la Rivoluzione, molte migliaia di miglia quadrate di terra, adesso chiusa e coltivata, erano pantani, foreste e scopeti. Di cotesti terreni selvaggi molta parte, per virtù della legge, era comune; e molta di quelli che non erano comuni per legge, valeva sì poco, che i proprietari la lasciavano essere comune di fatto. Ivi i fuggiaschi e i trasgressori si tollerava che stessero in modo affatto ignoto al dì d’oggi. Il contadino che vi abitava, poteva di quando in quando, con poca e nessuna spesa, aggiungere qualche cosa al suo scarso alimento, e provvedersi di combustibili per l’inverno. Teneva un branco d’oche là dove adesso sorgono giardini e pometi. Tendeva reti alle galline selvatiche sul padule, che dappoi è stato seccato, e partito in campi da grano e da rape. Tagliava frasche là dove ora vedonsi prati verdeggianti di trifoglio, e rinomati per il burro e il cacio. Il progresso dell’agricoltura e lo accrescimento della popolazione necessariamente lo privarono di cotesti privilegi. Ma di fronte a siffatti mali è da porsi una lunga serie di beni.LVI. De’ beni che la civiltà e la filosofia conducono seco, gran parte è comune a tutte le classi; ed ove si perdessero, verrebbero deplorati sì dall’operaio come dal magnate. Il contadino che adesso in un’ora può giungere col suo baroccio al mercato, cento sessanta anni addietro vi consumava un giorno intero. La strada che ora appresta all’artigiano, per tutta la notte, un passeggio sicuro, conveniente ed illuminato, cento sessanta anni fa, era così buia dopo il tramonto del sole, da non lasciargli discernere la propria mano; così male lastricata, da porlo in continuo rischio di rompersi il collo; e così mal sorvegliata, da metterlo in imminente pericolo d’essere stramazzato giù, e spogliato del suo poco guadagno. Ogni muratore che cada giù da un ponte, ogni spazzaturaio che in unastrada traversa sia calpestato da una carrozza, adesso può farsi medicare le ferite e rimettere al loro posto le rotte membra, con un’arte che cento sessanta anni addietro un Lord come Ormond, ed un negoziante principesco come Clayton, con tutte le loro ricchezze, non avrebbero potuto ottenere. La scienza ha sradicate alcune terribili malattie; altre ne ha bandite la polizia. La vita dell’uomo è diventata più lunga in tutto il Regno, e in ispecie nelle città. L’anno 1685 non è notato come pieno di malattie; e nondimeno, in quell’anno morì uno in ogni ventitrè abitanti della metropoli;[210]mentre nel nostro tempo ne muore uno in ogni quaranta. La differenza di salubrità tra Londra del secolo decimonono e quella del diciassettesimo, è molto maggiore della differenza tra Londra in tempi ordinari, e Londra in tempi dicholera.È anche più importante il beneficio che tutte le classi sociali, e segnatamente le basse, hanno ricavato dalla mitigatrice influenza della civiltà sull’indole nazionale. Il fondamento di tale indole, a dir vero, è stato il medesimo per molte generazioni, nel senso in cui il fondamento dell’indole d’un individuo si considera come lo stesso quando egli è rozzo e spensierato scolare, e quando diventa uomo culto e compito. Reca diletto pensare che il pubblico sentire in Inghilterra si è raddolcito così come la intelligenza è venuta maturando, e che nel corso de’ tempi siamo diventati un popolo non solo più saggio, ma più gentile. Quasi non v’è pagina di storia o d’amena letteratura del secolo decimosettimo, che non provi in qualche modo i nostri antenati essere stati meno umani de’ loro posteri. La disciplina delle botteghe, delle scuole, delle famiglie private, quantunque non fosse più efficace di quel che sia ai giorni presenti, era infinitamente più dura. I padroni nati e educati bene avevano costume di battere i loro servi. I pedagoghi altra via non conoscevano d’insegnare, che quella di sferzare i loro scolari. I mariti di decente posizione sociale non arrossivano di bastonare le loro mogli. Le fazioni procedevano talmente implacabili, da non potersi immaginare. I Whig mormorarono perchè Stafford era morto senza vedersi bruciaregl’intestini sul viso. I Tory ingiuriarono ed insultarono Russell, mentre dalla Torre era condotto al patibolo in Lincoln’s Inn Fields.[211]Egualmente cruda mostravasi la plebe contro i disgraziati delle classi più basse. Se un colpevole era posto alla berlina, poteva chiamarsi fortunato, ove gli venisse fatto d’uscir vivo dalla pioggia de’ sassi che gli lanciavano contro.[212]Se veniva legato alla coda di un cavallo, la folla lo premeva d’attorno, pregando il carnefice a volerlo flagellar bene e farlo urlare.[213]I gentiluomini facevano gite di sollazzo a Bridewell ne’ giorni di tribunale, a fine di vedere fustigare le povere battitrici di canapa.[214]Un uomo trascinato a morte per aver ricusato di chiedere scusa, una donna arsa viva per aver coniato moneta, svegliavano minore commiserazione di quella che ora si prova al veder tormentare un cavallo o un bue. Certi combattimenti, in paragone de’ quali un’accanita lotta a pugni si reputerebbe un mite spettacolo, erano fra gli squisiti diletti di gran parte de’ cittadini. La gente affollavasi a mirare i gladiatori farsi in brani con armi micidiali, ed appena vedeva schizzare un dito o un occhio ad alcuno de’ combattenti, mandava gridi di gioia. Le prigioni erano bolgie infernali sopra la terra, vivai d’ogni delitto e d’ogni infermità. Nei tribunali, gli scarni e pallidi delinquenti portavano seco dalle loro celle un’atmosfera di puzzo pestilenziale, che talvolta li vendicava del seggio, degli avvocati e de’ giurati. E a tanta miseria la società guardava con profonda indifferenza. In nessun luogo era da trovarsi quella sensitiva e irrequieta compassione che ai tempi nostri potentemente protegge fino il ragazzo della fattoria, la vedova indiana, lo schiavo negro; che penetra nelle provvisioni di ogni nave carica d’emigranti; che raccapriccia ad ogni staffilata che piombi sulle spalle d’un soldato briaco; che non patirebbe che il ladro alle galere fosse nutrito male o sopraccarico di lavoro, e che più volte si è studiata di salvare la vita anche allo assassino. Egli è vero che la compassione, al pari d’ogni altro sentimento, dovrebbe essere governata dallaragione, e che per difetto di ciò, ha prodotto effetti talvolta ridicoli e tal’altra deplorabili. Ma più ci facciamo a meditare sulla storia del passato, e più abbiamo argomento di rallegrarci di vivere in una età di commiserazione, che aborre dalla crudeltà, e con ripugnanza, e solo spinta dal senso del dovere, infligge la pena anche meritata. E davvero, ad ogni classe cotesto grande mutamento morale ha recata immensa utilità; ma la classe che ci ha più guadagnato, è la più povera, dipendente e priva di difesa.LVII. Lo effetto generale de’ fatti che ho esposti ai lettori, sembra non dovere ammettere dubbio veruno. Pure, non ostante la evidenza di quelli, molti immaginano tuttavia che la Inghilterra degli Stuardi fosse un paese più piacevole che quella de’ tempi nostri. A prima vista, parrebbe strano che la società, mentre è venuta di continuo e con ispeditezza avanzando nella via del progresso, dovesse con amaro desio volger gli occhi al passato. Ma coteste due tendenze, per quanto appariscano incompatibili, possono agevolmente risolversi nel medesimo principio. Entrambe nascono dalla impazienza di trovarci nelle condizioni in cui siamo. Tale impazienza, mentre ci incita a sorpassare le generazioni precedenti, ci rende inchinevoli a porre più in alto la felicità loro. In certo senso, ella è irragionevolezza e ingratitudine in noi l’essere perpetuamente scontenti d’una condizione di cose che perpetuamente va facendosi migliore. Ma, per vero dire, questo medesimo scontento è quello che ci spinge verso il meglio. Se fossimo appieno satisfatti del presente, cesseremmo di speculare, d’affaticarci e di conservare, coll’occhio vôlto verso il futuro. Ed è quindi naturale che noi, non contenti delle cose presenti, apprezziamo soverchiamente le passate.In verità, siamo nel medesimo inganno che abbaglia la mente del viandante nell’arabo deserto. Sotto i piedi della caravana il suolo è arido e nudo; ma sì avanti che dietro si presenta la immagine delle fresche acque. I pellegrini affrettano il passo avanti, e non trovano altro che sabbia dove, un’ora prima, avevano veduto un lago. Volgono gli occhi addietro, e vedono un lago dove un’ora prima procedevano affannosi traverso alla sabbia. E’ sembra che una simigliante illusione tormentile nazioni per ogni stadio del lungo progresso che compiono, dalla povertà e barbarie, alla civiltà ed opulenza. Ma se ci facciamo a cercare tenacemente quella meta nel passato, la vediamo recedere fino nelle favolose regioni dell’antichità. Regna adesso la voga di porre la età d’oro della Inghilterra in tempi nei quali i nobili erano privi di que’ comodi il cui difetto parrebbe insopportabile ad un servitore; nei quali i fattori, e i padroni di botteghe mangiavano a colazione pagnotte tali, che basterebbe il solo vederle per far nascere una ribellione fra i mendicanti nella casa di lavoro; ne’ quali gli uomini, viventi nell’aria più pura della campagna, morivano più presto di quello che oggidì non accade ne’ chiassuoli più pestilenziali delle nostre città, ed essi morivano più presto ne’ chiassuoli delle nostre città che ora nelle coste della Guiana. Anche a noi toccherà d’esser vinti nel progresso, ed essere invidiati. Potrebbe ben darsi che nel secolo ventesimo, il contadino della Contea di Dorset, si reputasse miseramente pagato con quindici scellini per settimana; che il legnaiuolo di Greenwich guadagnasse dieci scellini per giorno; che i lavoranti si avvezzassero così poco a desinare senza carni, come adesso sono assuefatti a cibarsi di pane di segala; che la polizia sanitaria e i trovati medici allungassero di alcuni anni la vita ordinaria dell’uomo; che a gran copia di comodi e di cose di lusso, che adesso sono sconosciuti, o accessibili a pochi, potesse giungere ogni diligente ed economo operaio. E non ostante, potrebbe allora sorgere la moda d’asserire, che lo augumento della ricchezza e il progresso della scienza siano stati utili ai pochi a danno dei molti, e di parlare del regno della Regina Vittoria come del tempo in cui l’isola nostra era la briosa Inghilterra, allorquando tutte le classi erano vincolate da un sentimento fraterno, e il ricco non ghignava sul viso del povero, e il povero non invidiava le splendidezze del ricco.

XLIII. Non era solo per mezzo della Gazzetta di Londra che il Governo imprendesse ad apprestare al popolo istruzione delle cose politiche. Quel giornale conteneva secchi articoli di notizie senza commenti. Un altro, pubblicato sotto il patronato della Corte, conteneva commenti senza notizie. Chiamavasi l’Osservatore, e lo compilava un vecchio articolista Tory, di nome Ruggiero Lestrange. Costui non difettava di speditezza e di sottile ingegno; e la sua locuzione, comecchè fosse grossolana e sfigurata da un gergo basso e verboso, che allora nel domestico focolare[171]e nella taverna estimavasi spiritoso, non era privo di acume e vigore. Ma l’indole sua, feroce ed ignobile a un tempo, mostravasi in ogni tratto che gli uscisse dalla penna. Allorquando comparvero i primi numeri dell’Osservatore, l’acrimonia dello scrittore non era affatto indegna di scusa; imperocchè, essendo potenti i Whig, gli toccava lottarecontro numerosi avversarii, la cui violenza scevra di scrupoli sembrava giustificare le rappresaglie. Ma nel 1685 ogni opposizione era stata vinta. Uno spirito generoso avrebbe abborrito dall’insultare un partito che non poteva rispondere, e dall’aggravare la miseria de’ prigioni, degli esuli e delle famiglie spogliate; ma alla malignità di Lestrange non era sacro nè il sepolcro nè il tetto della famiglia. Nell’ultimo mese del regno di Carlo II, Guglielmo Jenkyn, vecchio e illustre pastore dissenziente, il quale aveva patita crudele persecuzione, non per altro delitto che per quello di adorare Dio secondo l’usanza comunemente seguita in tutta l’Europa protestante, morì per le sevizie e le privazioni sofferte in Newgate. Lo scoppio della simpatia popolare non potè frenarsi. Il suo cadavere fu accompagnato alla tomba da un corteo di cento cinquanta carrozze. La tristezza era dipinta anche in volto ai cortigiani. Perfino lo spensierato Carlo mostrò segni di dolore. Il solo Lestrange sciorinò un cicaleccio di feroce esultanza, schernì la debolezza dei Barcamenanti,[172]che mostravano commiserazione; scrisse che il blasfemo, vecchio impostore, aveva ricevuta la meritata pena; e fece voto di guerreggiare non solo fino a morte, ma dopo morte contro tutti i Santi e martiri ridicoli.[173]Tale era lo spirito del giornale che in que’ tempi era l’oracolo del partito Tory, ed in ispecie del clero delle parrocchie.

XLIV. Tanta letteratura, quanta poteva trasportarsi nella valigia postale, formava allora gran parte del nutrimento intellettuale per i teologi e i giudici di provincia. La difficoltà e la spesa di trasmettere di luogo in luogo grossi fagotti erano così grandi, che un’opera voluminosa metteva più tempo ad andare da Paternoster Row alle Contee di Devon o di Lancaster, che oggidì non impiega ad arrivare a Kentucky. Quanto pochi libri, anche i più necessarii agli studi teologici, possedesse un parroco rurale, è stato già notato. Le case de’ gentiluomini non ne erano meglio provvedute. Pochi cavalieri dellaContea avevano biblioteche che si potessero agguagliare a quelle che ora comunemente si trovano nel salotto d’un servitore, o nella retrostanza del padrone d’una piccola bottega. Uno scudiere veniva riputato dai suoi vicini per un gran dotto, se l’Hudibras, o la Cronaca di Barber, o gli Scherzi di Tarlton, o i Sette Campioni della Cristianità, trovavansi nella sua sala fra mezzo alle canne da pescare, agli arnesi da caccia. In allora, nè anche nella capitale esistevano biblioteche circolanti; ma nella capitale, quegli studenti che non potevano molto spendere, avevano un compenso. Le botteghe de’ grandi librai presso il Cimitero di San Paolo, erano quotidianamente e per tutta la giornata affollate di lettori; e ad ogni avventore conosciuto, spesso era concesso di portarsi a casa qualche volume. In provincia non esisteva siffatta comodità; e ciascuno era costretto a comprare i libri che avesse voluto leggere.[174]

XLV. La provvisione letteraria della madre e delle figlie del possidente di provincia, generalmente consisteva nel libro delle preghiere e in quello de’ conti. E a dir vero, perdevano poco a vivere nel ritiro campestre; poichè anche nelle classi più alte, e in quelle condizioni che apprestavano le maggiori agevolezze alla cultura dello intelletto, le donne inglesi di quell’età erano peggio educate di quello che siano state in qualunque altro tempo dopo il risorgimento delle lettere. In un’epoca anteriore studiavano i capolavori degli antichi. Al dì d’oggi rade volte si dànno seriamente allo studio delle lingue morte; ma conoscono familiarmente la lingua di Pascal e di Molière, quella di Dante e di Tasso, quella di Goethe e di Schiller; nè vi è stile più puro o più grazioso di quello con che le donne bene educate parlino e scrivano. Ma negli ultimi anni del diciassettesimo secolo, la cultura della mente nelle donne era quasi affatto negletta. Se una donzella aveva la più lieve tintura letteraria, veniva stimata un prodigio. Le donne d’alto lignaggio, di squisita educazione e fornite di spiritonaturale, non sapevano scrivere, un rigo nella loro lingua materna senza solecismi ed errori d’ortografia, quali oggi si vergognerebbe di commettere una fanciulla cresciuta negli asili di carità.[175]

La ragione di ciò potrebbe agevolmente trovarsi. Una licenza stravagante, effetto naturale della stravagante austerità, era venuta in voga; e la licenza aveva prodotto il suo naturale effetto, vale a dire la degradazione morale e intellettuale delle donne. Nacque il costume di rendere rozzi ed impudenti omaggi alla beltà della persona; ma l’ammirazione e il desio che esse ispiravano, di rado era accompagnato dal rispetto, dall’affezione, o da qualsivoglia altro sentimento cavalleresco. Que’ pregi che le rendono atte ad essere compagne, consigliere e fide amiche, ripugnavano, anzichè piacere, ai libertini di Whitehall. In quella Corte, una dama che si fosse vestita in modo da non ascondere la bianchezza del petto, che avesse lanciato sguardi espressivi, danzato con voluttà, risposto con impertinenza, che non avesse sentita vergogna a far baccano coi ciamberlani e coi capitani delle guardie, a cantare con maligna espressione versi maligni, o accomodare i vestiti d’un paggio per qualche scherzo, aveva maggior probabilità di trovare ammiratori e seguaci, d’essere più onorata nel regio favore, di ottenere un ricco e nobile marito, che non avrebbero avuta Giovanna Grey o Lucia Hutchinson. In tal guisa, la misura delle qualità della donna era necessariamente, bassa; ed era più pericoloso lo starsi sopra che sotto siffatta misura. La ignoranza o la frivolezza estrema venivano in una dama estimate meno inconvenevoli d’una lieve tintura di pedanteria. Delle troppo celebri donne i cui volti si ammirano adesso nelle pareti di Hampton Court, poche avevano costume di leggere altro di serio fuorchè gli acrostici, le satire, e le traduzioni della Clelia e del Ciro il Grande.

XLVI. E’ sembra che la erudizione letteraria anche de’ gentiluomini di quel tempo, fosse meno solida e profonda di quella che avanti o dopo quella età possedessero. Lo studio delle lettere greche, per lo meno, non fioriva tra noi ai tempi di Carlo II, come aveva fiorito innanzi la guerra civile, o come fiorì dopo la Rivoluzione. Non è dubbio che vi fossero uomini dotti, ai quali era famigliare tutta la greca letteratura da Omero sino a Fozio; ma trovavansi quasi esclusivamente fra il clero delle università, ed anche quivi erano pochi e non pienamente apprezzati. In Cambridge non si riputava punto necessario che un teologo fosse in condizione di leggere il vangelo nella lingua originale.[176]Nè la faccenda procedeva altrimenti in Oxford. Allorquando, regnante Guglielmo III, Christ Church alzossi unanime a difendere l’autenticità delle Lettere di Falaride, quel gran collegio, in allora considerato come sede principale della filosofia in tutto il Regno, non potè far mostra del corredo di greco che adesso possiedono non pochi giovani in ogni grande scuola pubblica. Potrebbe di leggeri supporsi che una lingua morta, trascurata nelle università, non venisse molto studiata dagli uomini del mondo. In una età posteriore, la poesia e la eloquenza della Grecia formarono il diletto di Pitt e di Fox, di Windham e di Grenville. Ma negli ultimi anni del secolo decimosettimo, non era in Inghilterra un solo eminente uomo di Stato, che potesse gustare una pagina di Sofocle o di Platone.

I cultori del latino erano in maggior numero. La lingua di Roma, a vero dire, non aveva onninamente perduto il carattere imperiale, e continuava tuttavia in molte parti d’Europa ad essere quasi indispensabile ai viaggiatori, o agl’inviati a negoziar trattati politici. Parlarla bene, quindi, era un pregio assai più comune che non è ai tempi nostri; e nè Oxford nè Cambridge difettavano di poeti, i quali nelle grandi occasioni, potessero deporre ai piedi del trono felici imitazioni dei versi con cui Virgilio ed Ovidio avevano celebrata la grandezza d’Augusto.

XLVII. Non ostante, anche la lingua latina cedeva il posto ad una rivale più giovane. La Francia godeva in quel tempo quasi ogni specie di predominio. La sua gloria militare era pervenuta alla maggiore altezza; perocchè le armi francesi avevano vinte quelle di molti altri popoli insieme collegati. Essa aveva dettato trattati, soggiogate grandi città e provincie, costretto l’orgoglio castigliano a cederle la precedenza, imposto ai principi italiani di prostrarsi ai suoi piedi. L’autorità sua era suprema in ogni ramo di vivere civile, dal duello fino al minuetto. Essa insegnava in che modo dovesse esser fatto il vestito, quanto lunga la parrucca, se i tacchi avessero ad essere alti o bassi, o se largo o stretto il nastro del cappello d’un gentiluomo. In letteratura dettava legge al mondo: la fama de’ suoi grandi scrittori riempiva l’Europa. Nessun altro paese poteva gloriarsi d’un poeta tragico pari a Racine, d’un poeta comico pari a Molière, d’un favolista gajo come la Fontaine, d’un oratore che avesse il magistero di Bossuet. La gloria letteraria d’Italia e di Spagna era tramontata; quella di Germania non era ancor sorta. Per la qual cosa, il genio degl’incliti uomini che adornavano Parigi, splendeva d’una luce che era resa maggiore dal contrasto. E veramente, la Francia in quel tempo esercitava tale un predominio sopra l’umanità, cui nè anche i Romani pervennero mai. Imperciocchè, mentre Roma era regina del mondo, nelle arti e nelle lettere era l’umile discepola della Grecia. La Francia aveva sopra le circostanti nazioni ad un’ora la supremazia che Roma ebbe sopra la Grecia, e quella che la Grecia ebbe sopra Roma. La lingua francese andava facendosi l’idioma universale, l’idioma delle classi culte e della diplomazia. In parecchie Corti, i principi e i nobili lo parlavano con maggior cura e grazia, che non parlassero la propria lingua. Nella nostra isola, questa servilità era minore di quel che fosse nel Continente. L’essere imitatori non annoveravasi nè fra le buone nè fra le cattive qualità nostre. Nulladimeno, anche in Inghilterra si rendeva omaggio, con poca destrezza, a dir vero, e di mala voglia, alla supremazia letteraria de’ nostri vicini. L’armoniosa favella toscana, cotanto famigliare ai gentiluomini ed alle dame della Corte d’Elisabetta, cadde in dispregio. Se un gentiluomo citavaOrazio o Terenzio, veniva considerato nelle culte brigate come un pedante vanitoso. Ma imperlare di frasi francesi il discorso, era il migliore argomento che potesse offrirsi del proprio merito.[177]Nuove regole di critica, nuovi modelli di stile vennero in voga. L’affettata ingenuità che aveva deformati i versi di Donne, ed era stata una menda in quelli di Cowley, scomparve dalla nostra poesia. La prosa divenne meno maestosa, tessuta con minore artificio, e meno armonica che non era quella de’ precedenti tempi; ma più lucida, più facile e meglio adatta alla controversia ed alla narrazione. In tali mutamenti è impossibile non riconoscere la influenza de’ precetti e degli esempii francesi. I grandi maestri della lingua nostra, ne’ loro più dignitosi componimenti, affettavano d’usare vocaboli francesi, là dove era agevole trovarne inglesi egualmente significativi ed armoniosi;[178]e dalla Francia venne fra noi la tragedia in versi rimati: pianta esotica, che nel nostro suolo languì e tostamente si spense.

XLVIII. Sarebbe stata buona ventura se i nostri scrittori avessero imitato il decoro, che, tranne pochi esempi, serbavano sempre i loro grandi contemporanei francesi: imperocchè la immoralità delle produzioni drammatiche, satiriche e liriche, e delle novelle di quell’età fra noi, ha impressa una profonda macchia nella nostra nazionale rinomanza. È facile cercare il vero nella sua stessa sorgente. I begli spiriti e i Puritani non erano mai stati amici; non era simpatia nessuna fra coteste due classi, come quelle che guardavano l’intero sistema della vita umana da punti di veduta differenti e sotto differente luce. Ciò che per gli uni era serio, per gli altri era obietto di scherzo. I piaceri di questi erano tormenti di quelli. Ai gravi rigoristi, perfino gl’innocenti trastulli dell’infanziasembravano criminosi. Ai caratteri leggeri e gai, la solennità de’ fratelli zelanti forniva copiosa materia di riso. Dalla Riforma fino alla guerra civile, quasi ogni scrittore dotato di senso squisito per il bernesco, erasi talvolta giovato dell’occasione per ischernire i santocchi dai capelli lisci, parlanti col naso e piagnolosi, i quali battezzavano i loro figliuoli secondo il libro di Neemia, gemevano nell’amarezza del loro spirito alla vista diJack in the Green, e reputavano cosa empia mangiare la zuppa di prugne nel giorno di Natale. Finalmente, giunse il tempo in cui gli schernitori cominciarono a mostrarsi alla lor volta malinconici. I rigidi e male accorti zelanti, dopo d’essere stati obietto di riso per due generazioni, corsero alle armi, vinsero, recaronsi in mano il governo, e con un sorriso austero sulle labbra calpestarono la caterva degli irrisori. Le ferite inflitte dalla malignità gaja e petulante, furono contraccambiate con la cupa ed implacabile malignità, particolare ai bacchettoni, che chiamano virtù il proprio rancore. I teatri vennero chiusi, i comici fustigati, la stampa posta sotto la tutela di austeri censori, le muse bandite da Oxford e Cambridge, loro luoghi prediletti. Cowley, Crashaw, Cleveland furono cacciati de’ loro uffici. Il giovane aspirante ai gradi universitarii non fu più obbligato a sapere scrivere epistole e pastorali ad imitazione di Ovidio e di Virgilio, ma veniva rigorosamente interrogato da un sinodo di Supralapsarii[179]intorno al giorno e all’ora in cui egli sperimentò il nascimento alla nuova vita. Tale sistema era molto proficuo agl’ipocriti. Sotto umile manto ed austere sembianze, s’era tenuta per vari anni nascosta la intensa brama di licenza e di vendetta; brama che alla perfine potè sfogarsi. La Restaurazione emancipò migliaia di animi da un giogo diventato intollerabile. Il vecchio conflitto si riaccese, ma con nuovo odio e furore: adesso non era più lotta da scherno, ma combattimento a morte. Le Teste-Rotonde, da quelli che erano stati da loro perseguitati, non potevano aspettarsi sorte migliore di quella che un crudelecustode di schiavi possa aspettarsi dagli schiavi insorti, i quali tuttavia portano i segni del collare e dello staffile.

La pugna tra lo spirito e il puritanismo, tosto diventò guerra tra lo spirito e la moralità. L’ostilità, suscitata da una caricatura grottesca della virtù, non risparmiava la virtù stessa. Le cose che l’uomo appartenente alla classe delle Teste-Rotonde aveva trattate con riverenza, venivano fatte segno allo insulto, e favoreggiate le già proscritte. E perchè quegli era stato scrupoloso rispetto alle inezie, ogni scrupolo era posto in derisione: perchè quegli aveva coperti i propri falli con la maschera della bacchettoneria, ciascuno studiavasi di mostrare con cinica impudenza i propri vizi più scandalosi agli occhi del pubblico: perchè quegli aveva punito lo amore illecito con barbara severità, la purità delle vergini e la fedeltà delle spose erano considerate come cose da scherno. A quel gergo da santocchi, che era il suoShibboleth,[180]opponevasi un altro gergo non meno assurdo e molto più odioso. E siccome egli non apriva mai le labbra se non per profferire frasi scritturali, la nuova genia de’ begli spiriti ed egregi gentiluomini non aprivano le loro senza vomitare oscenità tali, che oggi farebbero vergognare un facchino, e senza invocare l’Eterno a maledirli, sprofondarli, confonderli, sperderli e dannarli.

Non è, dunque, cosa strana che la nostra amena letteratura, quando risorse al risorgere della nostra vecchia politica ecclesiastica e civile, fosse profondamente immorale. Pochi uomini eminenti, che appartenevano ad una età anteriore e migliore, serbaronsi esenti dall’universale contagio. I versi di Waller spiravano tuttavia i sentimenti che avevano animata una generazione più cavalleresca. Cowley, predistinto come uomo leale e letterato, alzava animosamente la voce contro la immoralità che deturpava le lettere e la lealtà. Un poeta di più potente ingegno meditava, indisturbato dall’osceno tumulto che circondavalo, un canto così sublime e santo, che non sarebbe stato sconvenevole sulle labbra di quelle Virtùeteree, ch’egli contemplava con quell’occhio interno che non può essere spento da calamità alcuna, gettanti sul pavimento di diaspro le loro corone d’amaranto e d’oro. Il vigoroso e fecondo genio di Butler, se non potè al tutto tenersi libero dalla infezione predominante, contrasse il male in forma più mite. Ma cotesti erano uomini, gl’intelletti de’ quali erano stati educati in un mondo già passato; e dopo non molto tempo avevano ceduto il luogo a una generazione di più giovani ingegni; della quale, da Dryden fino a Durfey, era nota caratteristica una licenza cruda, impudente, vanitosa, e ad un tempo priva d’umanità e d’eleganza. La influenza di tali scrittori era, senza verun dubbio, nociva: nonostante, lo sarebbe stata meno se essi fossero stati meno corrotti. Il veleno che amministravano era sì forte, che dopo non lungo tempo venne come stomachevole aborrito. Nessuno di loro intendeva l’arte pericolosa di congiungere le immagini di piaceri illegittimi con tutto ciò che v’ha di caro e di nobile; nessuno di loro accorgevasi che un certo decoro è essenziale alla voluttà stessa, che la veste è più seducente della nudità, e che la immaginazione può essere più potentemente mossa da delicate deduzioni, le quali la spingano ad operare, che dalle grossolane descrizioni che la rendano passiva.

Lo spirito della reazione antipuritana informa quasi tutta l’amena letteratura del regno di Carlo II. Ma la quintessenza di quello spirito è da trovarsi nel dramma comico. I teatri, già chiusi mentre i fanatici faccendieri dominavano, furono ripopolati di spettatori, ai quali offerivano nuove e più potenti attrattive. Le decorazioni sceniche e i vestiarii, che adesso si reputerebbero triviali ed assurdi, ma che sarebbero stati stimati incredibilmente magnifici da coloro che ne’ primi anni del secolo decimosettimo sedevano sopra le sudice panche del teatro Hope, o sotto il tetto impagliato delRose, abbagliavano gli occhi della moltitudine. Il fascino del bel sesso accresceva quello dell’arte; e il giovane spettatore mirava con emozioni ignote ai coetanei di Shakespeare e di Johnson, amabilissime donne rappresentare le parti di tenere e gaie eroine. Dal dì in cui i teatri furono riaperti, diventarono scuole di vizi: e il male andavasi propagando da sè. La immoralità delle rappresentazionitosto fece allontanare le genti morigerate; mentre le frivole e dissolute che vi rimasero, chiedevano ogni anno stimoli sempre più forti. Così gli artisti corrompevano gli spettatori, e gli spettatori gli artisti; finchè le turpitudini del dramma divennero tali, da rendere attonito chiunque non si accorga che la estrema rilassatezza è lo effetto naturale della restrizione estrema, e che ad una età d’ipocrisia, secondo la ordinaria vicenda delle cose umane, tiene dietro una età d’impudenza.

Nulla esprime tanto l’indole de’ tempi, quanto la cura che si dànno i poeti a porre sulle labbra delle donne i loro versi più licenziosi. I componimenti dove più regnava la licenza, erano gli epiloghi, i quali venivano quasi sempre recitati dalle più favorite attrici; e nulla al depravato uditorio piaceva come il vedere una bella fanciulla, che supponevasi non avere per anche perduto il fiore della innocenza, recitare versi grossolanamente indecenti.[181]

Il nostro teatro in que’ tempi andava debitore di molti intrecci e caratteri alla Spagna, alla Francia e ai vecchi scrittori inglesi: ma qualunque soggetto i nostri drammaturgi toccassero, lo deturpavano. Nelle loro imitazioni, le case de’ robusti ed animosi gentiluomini castigliani immaginate da Calderon, diventavano porcili di vizio, la Viola di Shakespeare una mezzana, il Misantropo di Molière un rapitore di donne, e l’Agnese del medesimo un’adultera. Ogni cosa, per quanto fosse pura o eroica, diveniva corrotta ed ignobile, passando in quegl’ignobili e corrotti cervelli.

Tali erano le condizioni del dramma, il quale, tra le produzioni della amena letteratura, era quella da cui il poeta aveva maggiore probabilità di guadagnare da vivere. La vendita dei libri era così poca, che un ingegno di grandissima fama poteva sperare una scarsa ricompensa dalla proprietà letteraria della miglior produzione. Non vi può esser esempio più convincente, della sorte delle Favole di Dryden, che furono l’ultima delle sue opere. Questo volume vide la luce allorquando egli veniva universalmente stimato come il maggiore de’ poeti inglesi viventi.Contiene circa dodici mila versi. La verseggiatura è maravigliosa; pieni di vita i racconti e le descrizioni. Fino ai nostri giorni, Palamone ed Arcita, Cimone ed Ifigenia, Teodoro ed Onoria formano il diletto de’ critici e degli scolari. La raccolta contiene anche il Festino d’Alessandro, che è la più bella ode della nostra lingua. Perchè cedesse la proprietà letteraria, Dryden ricevè duecento cinquanta lire sterline; somma minore di quella con che ai dì nostri talvolta sono stati pagati due soli articoli da giornale.[182]Nè sembra che ciò fosse un cattivo negozio; imperocchè assai lenta fu la vendita del libro, sì che non fu necessario farne una seconda edizione, se non dieci anni dopo che il poeta giaceva dentro il sepolcro. Scrivendo per la scena, era possibile avere maggiori guadagni con molto minore fatica. A Southern, un solo dramma fruttò settecento lire sterline.[183]Otway, dalla mendicità alzossi ad agiatezza temporanea, per il prospero successo del suo Don Carlos.[184]Shadwell guadagnò cento trenta sterline in una sola rappresentazione dello Scudiero d’Alsazia.[185]Per la qual cosa, chiunque aveva mestieri di procacciarsi da vivere col lavoro dell’ingegno, scriveva drammi, quand’anche la natura non gli avesse data attitudine all’arte. Tale fu il caso di Dryden. Come poeta satirico rivaleggia con Giovenale. Nella poesia didascalica, scrivendo con cura e meditazione, avrebbe forse contesa la palma a Lucrezio. Tra i poeti lirici, ove non voglia reputarsi il più sublime, è il più brillante ed animato. Ma la natura, che gli era stata di molte altre insigni doti larghissima, gli aveva negato lo ingegno drammatico. Nondimeno, egli consumò tutta l’energia de’ suoi anni migliori a scrivere drammi. Aveva sì retto giudizio da accorgersi che difettava della facoltà di dipingere i caratteri per mezzo del dialogo. Ei fece ogni sforzo per nascondere tale difetto, ora con inattesi e piacevoli incidenti, ora con la vigorosa declamazione, talvolta coll’armonia del numero, tal’altra con la licenza bene in accordo col gusto d’una profana e licenziosa platea. Ma non ottenne mai buon successoteatrale, simile a quello onde erano rimeritati i lavori di alcuni scrittori per ingegno a lui di gran lunga inferiori. Stimavasi fortunato qualora un dramma gli fruttava cento ghinee; scarsa rimunerazione, e nulladimeno manifestamente maggiore di quella che avrebbe potuto conseguire impiegando in altro genere di scrivere eguale fatica.[186]

La ricompensa che gl’ingegni di quell’età potevano ottenere dal pubblico, era tanto lieve, che trovavansi nella necessità di accrescere le loro entrate levando, dirò così, contribuzioni sopra i grandi. Ciascun signore ricco e di buon cuore veniva con tanta ostinazione e con tante abiette lusinghe importunato dagli scrittori mendichi, che ai tempi nostri parrebbe incredibile. Colui al quale venisse dedicata un’opera, era in debito di ricompensare lo scrittore con una borsa piena d’oro. La somma che fruttava la dedica d’un libro spesso era assai maggiore di quella che ne avrebbe data lo editore per il diritto di stampa. Per la qual cosa, i libri spesso pubblicavansi solo col fine di farne una dedica. Questo traffico di laudi produceva lo effetto che era da aspettarsene. L’adulazione spinta talvolta allo sproposito, tal’altra all’empietà, non stimavasi che infamasse il poeta. La indipendenza, la veracità, il rispetto di sè, non erano cose che da lui esigesse il mondo. A dir vero, per moralità egli era qualche cosa tra il lenone e il mendicante.

Agli altri vizi che invilivano il carattere del letterato, si aggiunse, verso la fine del regno di Carlo II, la più feroce intemperanza dello spirito di parte. I begli ingegni, come classe, erano stati spinti dal loro vecchio odio del puritanismo verso il partito della Corte, ed avevano trovato utili alleati. Dryden, in specie, aveva resi buoni servigi al Governo. Il suo Assalonne ed Achitofel, grandissima tra le satire de’ tempi moderni, aveva stupefatta la città; con velocità senza esempio s’era aperta la via fino ai distretti rurali; e dovunque erasi mostrata, aveva dato molestia agli esclusionisti e accresciuto il coraggio de’ Tory. Ma fra mezzo all’alta ammirazione che naturalmente c’ispira la squisitezza della dizione e del verso, non dobbiamo dimenticare la gran distinzione del bene e delmale. Lo spirito del quale Dryden e parecchi de’ suoi consorti in quel tempo erano animati, deve meritamente chiamarsi diabolico. I giudici e gli sceriffi servili di quegl’infausti giorni, non potevano spargere il sangue con la speditezza inculcata clamorosamente dai poeti. Un richiedere nuove vittime, un odioso scherzare sugl’impiccamenti, acri motteggi intorno a coloro i quali, fidi al Re nell’ora del pericolo, lo consigliavano poscia di mostrarsi compassionevole e generoso co’ suoi vinti nemici; e perchè nulla mancasse alla colpa e alla vergogna, cotesti infami scritti venivano recitati dalle donne, le quali, ammaestrate da lungo tempo a bandire ogni modestia, erano ora ammaestrate a bandire ogni compassione.[187]

XLIX. È cosa degna di nota, come, mentre l’amena letteratura in Inghilterra in tal modo era di nocumento e d’infamia alla nazione, il genio inglese nelle scienze compisse una rivoluzione che, sino alla fine de’ secoli, verrà posta tra le opere più grandi dell’umano intelletto. Bacone aveva posta la buona sementa in un terreno tardo e in una stagione non opportuna. Non ne aveva sperato così presto il ricolto, e nel suo supremo testamento aveva solennemente legata la sua fama alla età susseguente. Pel corso d’una intera generazione, la sua filosofia, fra mezzo ai tumulti, alle guerre, alle proscrizioni, si era lentamente venuta maturando in poche menti ben formate. Mentre le fazioni lottavano per predominare nello Stato, un drappello di uomini saggi, con benevolo sdegno, erasi scostato dal conflitto, consacrandosi alla egregia impresa di slargare il dominio dell’uomo sopra la materia. Appena tornata la pubblica quiete, a quei maestri fu agevole trovare attenti uditori; imperocchè la disciplina per la quale la nazione era passata, aveva talmente contemperata la mente del popolo da potere ricevere le dottrine del Verulamio. Le perturbazioni civili avevano incitate le facoltà della gente educata, ed avevano ingenerata una irrequieta attività e una curiosità insaziabile, quale ne’ tempi anteriori non s’era mai vedutafra noi. Nulladimeno, lo effetto di quelle perturbazioni fu, che i disegni di riforma religiosa e politica venissero generalmente considerati con sospetto e dispregio. Per lo spazio di venti anni, l’occupazione precipua delle menti savie ed operose era stata quella di foggiare costituzioni con primi magistrati, senza primi magistrati, con senati ereditarii, con senati tirati a sorte, con senati annui, con senati perpetui. In simili disegni di governo non omettevasi nulla. Tutti i particolari, tutte le nomenclature, tutto il ceremoniale del governo immaginario vi erano pienamente notati; Polemarchi, Filarchi, Tribù, Galassie, Lord Arconte, e Lord Stratigoto: quali urne per raccogliere i voti dovessero essere verdi, e quali rosse: quali palle dovessero essere d’oro, e quali d’argento: quali magistrati dovessero portare cappelli, e quali berretti appuntati di velluto nero: in che modo dovesse portarsi la mazza, e quando dovessero gli araldi scoprirsi la testa. Queste e simiglianti altre inezie venivano con gravità esaminate ed ordinate da uomini di non comune intelligenza e dottrina.[188]Ma la stagione di cotali visioni era finita; e se qualche fervido repubblicano seguitava tuttavia a trastullarsene, il timore del pubblico scherno e d’un processo criminale, generalmente, lo induceva a sottrarre agli sguardi altrui le proprie fantasticherie. Ora, ella era cosa impopolare e pericolosa mormorare una sola parola contro le leggi fondamentali della Monarchia; ma gli uomini audaci ed ingegnosi potevano compensarsi trattando con isdegno quelle che poco innanzi erano considerate leggi fondamentali di natura. Il torrente ch’era stato condannato a scorrere per il suo antico alveo, si gettò furiosamente in un altro. Lo spirito rivoluzionario, cessando d’agire nella politica, cominciò ad esercitarsi con insolito vigore ed ardire in ogni ramo di scienze fisiche. L’anno 1660, l’èra del ristabilimento della vecchia costituzione, è anche l’èra da cui data lo innalzarsi della nuova filosofia. In quell’anno cominciò ad esistere la Società Reale, destinata ad essere agente principale in una lunga serie di gloriose e salutari riforme.[189]In pochi mesi, la scienza sperimentale divenne grandemente in voga. La trasfusionedel sangue, la ponderazione dell’aria, la fissazione del mercurio, nelle menti del pubblico occuparono quel luogo che già vi tenevano le controversie della Rota. I sogni delle forme perfette di governo, cessero ai sogni delle ale con cui gli uomini dovevano volare dalla Torre all’Abbadia, e delle navi a doppia carena, che non dovevano mai affondare nella più furiosa procella. Gli uomini d’ogni classe vennero trascinati dalle idee predominanti. Cavalieri e Teste-Rotonde, Ecclesiastici e Puritani, per questa volta, collegaronsi. Teologi, giuristi, uomini di Stato, nobili, principi, magnificavano i trionfi della filosofia di Bacone. I poeti, gareggiando d’entusiasmo, cantavano lo avvicinarsi dell’età d’oro. Cowley, con versi pregni di pensiero e splendidi di brio, spingeva la eletta sementa a prender possesso della terra promessa irrigata di latte e di miele; di quella terra che il grande liberatore e legislatore aveva veduta come dalla cima di Pisgah, senza che gli fosse stato concesso d’ entrarvi.[190]Dryden, con più zelo che scienza, congiunse la sua voce al grido universale, e predisse cose che nè egli nè altri intendeva. Vaticinò che la Società Reale ci avrebbe tra breve condotti ai confini del mondo, dove ci avrebbe dilettati con un più bello spettacolo della luna.[191]Due esperti ed aspiranti prelati, Ward Vescovo di Salisbury e Wilkins Vescovo di Chester, predistinguevansi fra i capi del movimento; la storia del quale fu eloquentemente scritta da un più giovane teologo, che veniva splendidamente innalzandosi nella propria professione: voglio dire da Tommaso Sprat, poi fatto Vescovo di Rochester. Il giudice Hale e il Lord Cancelliere Guildford toglievano qualche ora alle faccende delle loro corti per iscrivere intorno all’idrostatica. E veramente, per cura di Guildford furono costruiti i primi barometri che fossero posti in vendita a Londra.[192]La chimica per un certo tempo divideva col vino e con l’amore, col teatro e col giuoco, con gl’intrighi del cortigiano e gl’intrighi deldemagogo, l’attenzione del volubile Buckingham. Rupert è in voce di avere inventata la incisione così detta a mezza tinta; e porta il suo nome quella curiosa bolla di vetro che per lungo tempo ha formato il trastullo de’ bambini, e la disperazione de’ filosofi. Lo stesso Carlo aveva un laboratorio in Whitehall, e mostravasi in esso più attento ed operoso di quel che fosse in Consiglio. Era quasi necessario al carattere d’un compito gentiluomo il saper dire qualche cosa intorno alla macchina pneumatica e ai telescopi; ed anche le leggiadre dame, di quando in quando, credevano convenevole mostrare gusto per la scienza, recavansi in carrozza verso le sei a visitare le curiosità di Gresham, e mandavano gridi di gioia vedendo che la calamità veramente attraesse un ago, e che un microscopio facesse davvero apparire una mosca grande quanto un uccello.[193]

In questo, al pari d’ogni altro moto della mente umana, era senza dubbio alcuna cosa che avrebbe mosso a riso. È legge universale che qualsivoglia fatica o dottrina viene in voga, perda in parte quel pregio in che era tenuta mentre stavasi nelle mani di pochi uomini gravi, ed era amata per sè stessa. Egli è vero che le stoltezze di taluni, i quali senza vera attitudine per la scienza mostravansene appassionati, fornivano materia di spregio e sollazzo a pochi satirici maligni, appartenenti alla precedente generazione, i quali non inchinavano a disimparare ciò che in gioventù avevano imparato.[194]Ma non è meno vero che la grande opera d’interpretare la natura, venne eseguita dagli Inglesi d’allora come non era avanti mai stata in nessuna età e nazione. Lo spirito di Francesco Bacone era vasto, e maravigliosamente contemperato d’audacia e di sobrietà. Gli uomini erano fortemente persuasi che tutto il mondo fosse pieno di secreti di grave momento alla felicità umana, e che dal Supremo Fattore fosse stata affidata all’uomo la chiave, che, bene adoperata, avrebbe schiusa la via pergiungere a quelli. Regnava in quel tempo la convinzione, che nelle scienze fisiche fosse impossibile pervenire alla cognizione delle leggi generali, tranne osservando accuratamente i fatti. Stabilmente fermi in tali grandi verità, i professori della nuova filosofia si dettero all’opera; e in meno di venticinque anni, avevano dato ampi risultamenti delle proprie lucubrazioni. Nuovi vegetabili furono coltivati, nuovi strumenti agricoli adoperati, e nuovi modi di concimare i terreni.[195]Evelyn, con formale sanzione della Società Reale, aveva dati avvertimenti ai suoi concittadini intorno alle piantagioni. Temple, nelle sue ore d’ozio, aveva fatti nuovi esperimenti nell’orticoltura, e provato che molti frutti delicati, indigeni in climi migliori, si sarebbero potuti, coll’aiuto dell’arte, ottenere anche nel suolo inglese. La medicina, che in Francia seguitava a rimanere in abietta schiavitù, ed apprestava a Molière inesauribile materia di giusto scherno, era divenuta in Inghilterra scienza sperimentale e progressiva, ed ogni giorno, sfidando Ippocrate e Galeno, faceva sempre più un nuovo passo. L’attenzione dei pensatori per la prima volta si diresse all’importante subietto della polizia sanitaria. La rinomata pestilenza del 1665 gl’indusse a considerare seriamente i difetti dei fabbricati, delle fogne, e della ventilazione della metropoli. Il grande incendio del 1666 offerse il destro di eseguire miglioramenti vastissimi. La faccenda fu diligentemente esaminata dalla Società Reale; ai consigli della quale è d’uopo attribuire in gran parte le mutazioni, che, quantunque non fossero tali da rispondere ai bisogni della pubblica utilità, resero la nuova Londra differentissima dall’antica, e forse impedirono per sempre lo infuriare della peste nel nostro paese.[196]In quel medesimo tempo, uno de’ fondatori della predetta società, Sir Guglielmo Petty, creò la scienza dell’aritmetica politica; umile ma indispensabile ancella della politica filosofia. Nessuna parte del regno della natura rimase inesplorata. A quegli anni appartengono le scoperte chimiche di Boyle, e le prime ricerchebotaniche di Sloane. E’ fu allora che Ray fece una nuova classificazione degli uccelli e de’ pesci, Woodward rivolse la propria attenzione ai fossili ed alle conchiglie. I fantasmi dell’errore che ne’ secoli tenebrosi avevano ingombrato la terra, l’uno dietro l’altro, disparvero dinanzi alla nuova luce. L’astrologia e l’alchimia diventarono obietto di trastullo. Poco dopo, non v’era contea in cui qualche collegio di giudici non ridesse sprezzantemente sempre che una vecchia strega veniva tratta al tribunale, accusata di aver cavalcato sul manico della granata, o avere prodotta la pestilenza nell’armento. Ma in quei nobili e assai ardui rami della scienza, ne’ quali la induzione e la dimostrazione matematica cooperano alla scoperta del vero, il genio inglese a que’ tempi riportò i più memorandi trionfi. Giovanni Wallis elevò sopra nuove fondamenta lo intero sistema della statica. Edmondo Halley investigò le proprietà dell’atmosfera, il flusso e riflusso del mare, le leggi del magnetismo, e il corso delle comete; nè dal culto della scienza lo distolsero travagli, pericoli ed esilio. Mentre egli, sopra le rocce di Santa Elena, faceva la carta delle costellazioni dello emisfero meridionale, il nostro nazionale osservatorio sorgeva in Greenwich; e Giovanni Flamsteed, che fu il primo astronomo regio, cominciava quella lunga serie d’osservazioni, che non è ricordata mai senza rispetto e gratitudine in qualsiasi parte del mondo. Ma la gloria di cotesti uomini, comunque eminenti, è oscurata dallo immenso splendore d’un nome immortale. Nella mente d’Isacco Newton trovavansi congiunte, come non lo erano mai state in mente d’uomo, due specie di potenza intellettiva che hanno poco di comune tra loro, e che non si trovano spesso insieme con pari vigore, ma nondimeno sono egualmente necessarie ne’ rami più sublimi delle scienze fisiche. Vi saranno forse stati intelletti pari al suo ben formati a coltivare le matematiche pure, o le scienze puramente sperimentali; ma in nessun altro intelletto la facoltà dimostrativa e la induttiva coesistettero in simile suprema eccellenza e perfetta armonia. Forse in una età in cui fossero in voga gli Scotisti e i Tomisti, anche la sua mente sarebbe corsa a rovina, siccome avvenne a molte altre menti solo inferiori a quella di lui. Avventuratamente, lospirito del tempo in cui gli toccò di vivere, pose nel diritto cammino il suo ingegno, il quale con ingente forza reagì sopra lo spirito del tempo. Nel 1685 la sua fama, comecchè splendida, era in sull’alba; ma il suo genio era pervenuto al meriggio. La sua grande opera, quell’opera che produsse un rivolgimento nelle provincie più importanti della filosofia naturale, era compiuta, ma non ancora pubblicata, e stava per essere sottoposta allo esame della Società Reale.

L. Non è facile trovare il perchè la nazione, la quale nelle scienze era proceduta tanto innanzi alle nazioni vicine, nelle arti belle stesse loro tanto addietro. Nondimanco, tale fu il fatto. Egli è vero che in architettura, arte che è mezza scienza, arte in cui solo può inalzarsi un profondo geometra, arte che non ha altra norma di gusto tranne quella che direttamente o indirettamente dipende dall’utilità, arte le cui creazioni derivano, almeno in parte, la maestà loro dalla semplice massa, il paese nostro poteva gloriarsi d’un uomo veramente grande: voglio dire di Cristoforo Wren; al quale lo incendio onde Londra era stata ridotta a un mucchio di rovine, aveva pôrta occasione fino allora senza esempio nella storia moderna, di spiegare l’ali dello ingegno. Come quasi tutti i suoi contemporanei, egli non poteva emulare e forse sentire il vero pregio dell’austera bellezza del portico greco, e della buia sublimità dell’arcata gotica: ma niuno, nato al di qua delle alpi, ha imitata così felicemente la magnificenza de’ bei tempii della Italia. Perfino il superbo Luigi non ha lasciata alla posterità opera alcuna che possa agguagliarsi alla chiesa di San Paolo. Ma alla fine del regno di Carlo II, non v’era un solo pittore o scultore inglese di cui oggidì si ricordi il nome. Tale sterilità ha un certo che di mistero; perocchè i dipintori e gli scultori non erano punto tenuti in dispregio o male rimunerati. La loro posizione sociale era, per lo meno, alta come ai dì nostri. I loro guadagni, in proporzione dell’opulenza del paese, e del modo onde venivano rimunerati gli altri lavori intellettuali, erano anche maggiori di quel che siano ai tempi presenti. La generosa protezione che accordavasi agli artisti, gli attirava a schiere ai nostri lidi. Lely, che ci ha conservati i bei ricci, le labbra tumide e i languidi occhidelle fragili beltà celebrate da Hamilton, era nativo di Westfalia. Era morto nel 1680, dopo una lunga e splendida vita, dopo d’avere ricevuto il titolo di cavaliere, ed ammassato con l’arte sua un buon patrimonio. La sua bella collezione di disegni e di pitture, dopo la sua morte, fu esposta, col permesso del Re, nella sala da pranzo in Whitehall, e venduta all’asta per la quasi incredibile somma di ventisei mila lire sterline: somma che sta in maggior proporzione al patrimonio de’ ricchi uomini di quel tempo, di quello che sarebbero cento mila sterline a’ mezzi de’ ricchi del nostro.[197]A Lely successe il suo concittadino Goffredo Kneller, il quale fu fatto prima cavaliere e poi baronetto; e dopo d’essere splendidamente vissuto, e aver perduta molta pecunia in mal fortunate speculazioni, potè tuttavia lasciare alla propria famiglia un gran patrimonio. I due Vandeveldes, olandesi, erano stati persuasi dalla liberalità inglese a stabilirsi fra noi, dove avevano dipinto i più bei quadri di marina del mondo. Simone Varelst, altro artefice olandese, dipinse leggiadri girasoli e tulipani, a prezzi fino allora non conosciuti. Il napolitano Verrio, effigiava sulle volte e per le scale Gorgoni, Muse, Ninfe, Satiri, Virtù, Vizii, Numi che libano il nettare, e Trionfi di principi. L’entrata ch’egli accumulò col frutto delle sue opere, lo pose in condizione tale, che la sua mensa era delle più sontuose. Per le sole pitture da lui eseguite a Windsor, ebbe sette mila lire sterline; somma che in allora era bastevole a satisfare i moderati desiderii d’un gentiluomo, ed eccedeva di molto quella che Dryden in quarant’anni di lavori letterarii ottenne da’ librai.[198]Luigi Laguerre, principale aiuto e successore di Verrio, venne dalla Francia. I due più celebri scultori di que’ tempi erano anche stranieri. Cibber, i cui patetici emblemi del Furore e della Malinconia adornano Bedlam, era danese. Gibbons, alla graziosa fantasia e al tocco delicato del quale molti de’ nostri palazzi, collegi e chiese, devono i loro più leggiadri lavori d’ornato, era olandese. Anche i disegni dellemonete erano eseguiti da incisori francesi. A dir vero, fino al regno di Giorgio II, la patria nostra non potè gloriarsi d’un grande pittore; e Giorgio III era già sul trono, innanzi ch’essa potesse andare altera d’alcuno egregio scultore.

Siamo al punto in cui termina la descrizione che siamo venuti facendo della Inghilterra, mentre era governata da Carlo II. Nulladimeno, ci rimane a toccare d’una cosa di grave momento. Non abbiamo finora fatto parola della gran massa del popolo; di coloro, cioè, che intendevano allo aratro, curavano i buoi, sudavano sopra i telai di Norwich, e squadravano le pietre di Portland per il tempio di San Paolo. Nè possiamo lungamente favellarne. La classe più numerosa è precisamente quella intorno alla quale ci rimangono scarsissime notizie. In que’ tempi, i filantropi non consideravano come debito sacro, nè i demagoghi come lucroso traffico, l’occuparsi delle sciagure dell’operaio. La istoria era sì affaccendata con le corti e coi campi di battaglia, da non serbare una sola pagina al tugurio del contadino, o alla botteguccia del manuale. La stampa adesso in un sol giorno, discute e declama intorno alle condizioni dell’operaio con più abbondanza di quanto ne fu pubblicato ne’ ventotto anni che corsero dalla Restaurazione alla Rivoluzione. Ma errerebbe grandemente chi dallo accrescersi de’ reclami, inferisse essersi accresciuta la miseria.

LI. Il gran criterio della condizione del popolo basso, sta nel salario ond’è rimeritato il lavoro; e poichè quattro quinti del popolo, nel diciassettesimo secolo, erano addetti all’agricoltura, importa sopra tutto indagare qual fosse la paga dell’operaio nella industria agricola. Intorno a ciò abbiamo i mezzi di giungere a conclusioni bastevolmente esatte pel nostro proposito.

Sir Guglielmo Petty, la cui semplice asserzione è di gran peso, c’insegna che non erano punto cattive le condizioni d’un lavorante qualora per una giornata di lavoro ricevesse quattro soldi col cibo, e otto senza. Quattro scellini la settimana, quindi, erano, secondo il calcolo di Petty, una buona paga per la gente agricola.[199]

Che siffatto calcolo non fosse discosto dal vero, abbiamoprove in gran copia. Verso il principio del 1685, i Giudici della Contea di Warwick, nello esercizio d’una potestà affidata loro da un decreto d’Elisabetta, stabilirono, nelle loro sessioni trimestrali, un regolamento di paghe per la Contea, e notificarono che ciascun padrone che pagasse, e ciascuno operaio che ricevesse più della somma decretata, sarebbero puniti. Il salario dell’operaio agricolo ordinario da Marzo a Settembre, era precisamente lo stesso notato da Petty; val quanto dire, quattro scellini per settimana, senza cibo. Da Settembre a Marzo era di tre scellini e sei soldi.[200]

Ma in quel secolo, siccome nel nostro, i guadagni del contadino differivano assai nelle differenti parti del Regno. Il salario nella Contea di Warwick rispondeva probabilmente alla media proporzionale, e nelle Contee verso il confine della Scozia era minore; ma v’erano distretti più favoriti. Nel medesimo anno 1685, un gentiluomo di Devonshire, di nome Riccardo Dunning, pubblicò un opuscolo, nel quale descrisse la condizione de’ poveri di quella Contea. Ch’egli intendesse bene la materia, non è possibile dubitare; imperocchè, pochi mesi dopo, l’opuscolo venne ristampato, e dai magistrati ragunati in Exeter nelle sessioni trimestrali fortemente raccomandato all’attenzione di tutti gli ufficiali delle parrocchie. Secondo lui, il salario del contadino della predetta Contea, era, senza il cibo, circa cinque scellini per settimana.[201]

Anche migliore era la condizione del lavorante nelle vicinanze di Bury Saint Edmond. I magistrati di Suffolk adunaronsi quivi, nella primavera del 1682, per fissare la rata del salario; e deliberarono che, quando all’operaio non fosse dato da mangiare, riceverebbe cinque scellini per settimana in tempo di verno, e sei d’estate.[202]

Nel 1661, i giudici in Chelmsford avevano stabilito che il salario dell’operaio d’Essex, senza cibo, fosse di sei scellini in inverno, e di sette in estate. E questa pare che fosse la paga maggiore con che si retribuisse nel Regno il lavoro degliagricoltori, nel periodo di tempo che corse dalla Restaurazione alla Rivoluzione: ed è da notarsi, che nell’anno in cui fu fatta cotesta provvisione, le cose necessarie alla vita erano oltremodo care. Il grano costava settanta scellini il sacco; prezzo che anche oggi verrebbe considerato quasi da tempi di carestia.[203]

Questi fatti perfettamente concordano con un altro che sembra meritevole d’essere considerato. Ella è cosa evidente che in un paese dove niuno può essere costretto a farsi soldato, le file dell’armata non potrebbero riempirsi, se il Governo desse paga molto minore del salario che riceve un operaio rurale. Oggidì la paga d’un soldato comune, in un reggimento di linea, è di sette scellini e sette soldi per settimana. Tale stipendio, congiunto con la speranza d’una pensione, non attira in numero sufficente i giovani inglesi; ed è necessario di supplire al difetto arrolando le più povere genti di Munster e di Connaught. La paga di un soldato comune di fanteria, nel 1685, era di quattro scellini e otto soldi per settimana; e nondimeno, è certo che il Governo in quell’anno non incontrò difficoltà nessuna a raccogliere, poco tempo dopo l’annunzio, molte migliaia di reclute inglesi. La paga d’un soldato comune di fanteria nell’esercito della Repubblica era stata sette scellini per settimana; vale a dire, pari a quella d’un caporale sotto Carlo II:[204]e sette scellini per settimana s’erano trovati bastevoli a riempire le file d’uomini manifestamente superiori alla generalità del popolo. E però, nello insieme, e’ pare ragionevole conchiudere, che nel regno di Carlo II, la paga ordinaria del contadino non eccedesse quattro scellini per settimana; ma che in talune parti del reame fosse di cinque scellini, di sei scellini, e nei mesi estivi anche di sette scellini. Ai giorni nostri, un distretto dove un lavorante guadagni sette scellini per settimana, si reputa in condizioni tristissime. La media proporzionale è assai maggiore; e nelle Contee prospere, la paga settimanale degli agricoltori ascende a dodici, quattordici, ed anche sedici scellini.

LII. La rimunerazione degli operai impiegati nelle manifatture, è stata sempre maggiore di quella de’ lavoratori della terra. Nell’anno 1680, un membro della Camera de’ Comuni notò come le grosse paghe che si davano in Inghilterra, rendessero impossibile la concorrenza de’ nostri tessuti coi prodotti de’ telai indiani. Un mestierante inglese, invece di tormentarsi al pari d’un uomo di Bengal per una moneta di rame, voleva uno scellino per giorno.[205]Esiste un’altra testimonianza che prova, uno scellino per giorno essere stata la paga la quale un manifattore inglese allora si credesse in diritto di chiedere: ma spesso era costretto di lavorare a minor prezzo. La plebe di quell’età non aveva costume di radunarsi per discutere, udire arringhe, o far petizioni al Parlamento. Non v’era giornale che perorasse la causa di quella. Manifestava in rozze rime l’amore, l’odio, l’esultanza, la sciagura. Gran parte della sua storia può solo impararsi nelle ballate. Una delle più notabili poesie popolari che nel tempo di Carlo II cantavasi per le vie di Norwich e di Leeds, può tuttavia leggersi nel suo originale. È il grido veemente ed acre del lavoro contro il capitale. Descrive il vecchio buon tempo, allorquando ogni artigiano impiegato nell’opera della lana viveva al pari d’un fattore. Ma quel tempo era passato; e un povero uomo rompendosi per un intero giorno le braccia al telaio, poteva guadagnare solo sei soldi; e muovendo lamento di non poter vivere con sì misera paga, gli veniva risposto ch’era libero di prenderla o lasciarla. Per una così magra ricompensa, i produttori della ricchezza erano costretti ad affannarsi, alzandosi presto e coricandosi tardi; mentre il padrone, mangiando, bevendo ed oziando, arricchivasi con le fatiche loro. Uno scellino per giorno—dice il poeta—sarebbe la paga del tessitore, se gli fosse resa giustizia.[206]Ci è dato quindi concludere, chenegli anni che precessero la Rivoluzione, un lavorante impiegato nelle grandi manifatture d’Inghilterra, si reputasse bene pagato guadagnando sei scellini per settimana.

LIII. Potrebbe in questo luogo notarsi, che il costume di porre i fanciulli a lavorare innanzi tempo (costume che lo Stato, legittimo protettore di coloro che non possono proteggersi da sè, ha con saggezza ed umanità ai tempi nostri inibito), prevaleva tanto nel diciassettesimo secolo, che, paragonato alla estensione del sistema delle manifatture, parrebbe incredibile. In Norwich, sede principale del traffico de’ lanificii, una creaturina di sei anni stimavasi atta a lavorare. Vari scrittori di quel tempo, fra’ quali alcuni che avevano fama di eminentemente benevoli, ricordano esultando come in quella sola città i fanciulli e le fanciulle di tenerissima età creassero una ricchezza che sorpassava di dodicimila lire sterline l’anno quella che era necessaria alla loro sussistenza.[207]Quanta più cura poniamo ad esaminare la storia del passato, tanta più ragione troveremo di discordare da coloro che pensano, l’età nostra avere prodotti nuovi mali sociali. Vero è che i mali sono di vecchia data. Ciò che è nuovo, è la intelligenza che gli discerne e la umanità che vi pone rimedio.

LIV. Passando da’ tessitori di panno a una specie diversa d’artigiani, le nostre ricerche ci condurranno a conclusioni pressochè simili. Per varie generazioni, i Commissarii dello Spedale di Greenwich hanno tenuto il registro delle paghe date a diverse classi di operai impiegati a riattare quell’edificio. Da questo pregevole documento raccogliesi, che nel corso di cento venti anni, il salario giornaliero de’ muratori si è elevatoda mezzo scudo a quattro e soldi dieci, quello del maestro da mezzo scudo a cinque e soldi tre, quello del legnaiuolo da mezzo scudo a cinque e soldi cinque, e quello del piombaio da tre scellini a cinque e soldi sei.

Per lo che, e’ sembra chiaro che la mercede del lavoro, estimata in danaro, nel 1685, non era più della metà di quel che è adesso; e poche erano le cose importanti per un lavorante, il prezzo delle quali, nel 1685, non fosse più della metà di quello che è adesso. La birra, senza dubbio, era a minor prezzo allora che oggi. La carne era anche a più buon prezzo; ma tuttavia costava tanto, che centinaia di migliaia di famiglie appena ne conoscevano il sapore.[208]Il costo del frumento ha variato pochissimo. Il prezzo medio del sacco, negli ultimi dodici anni del regno di Carlo II, era di cinquanta scellini. Il pane, quindi, simile a quello che ora si dà agli ospiti della casa di lavoro, di rado vedevasi allora anche sur desco di un piccolo possidente o d’un padrone di bottega. La maggior parte della nazione cibavasi di segala, d’orzo e di avena.

I prodotti de’ paesi del tropico, delle miniere, delle macchine, erano positivamente più cari che oggi non sono. Fra le cose che il lavorante, nel 1685, pagava più care di quel che i posteri suoi le paghino nel 1848, erano lo zucchero, il sale, il carbone, le candele, il sapone, le scarpe, le calze, e generalmente le cose pertinenti al vestiario e gli arnesi da letto. Potrebbe aggiungersi che gli abiti e le coltri di que’ tempi, non solo erano più costosi, ma meno servibili di quelli che usano ai giorni nostri.

LV. È mestieri ricordare come que’ lavoranti, che bastavano a mantenere col proprio salario sè e le famiglie loro, non fossero le persone più bisognose del popolo. Al di sotto di loro stava una numerosa classe che non poteva sussistere senza qualche soccorso della parrocchia. Non può esservi migliore argomento a provare le condizioni in cui trovasi la plebe, della proporzione in cui essa sta verso la società intera. Oggimaigli uomini, le donne, i bambini che ricevono sussidii, da quel che pare dalle liste officiali, sono nelle cattive annate la decima parte degli abitanti d’Inghilterra, e nelle buone la tredicesima. Gregorio King li estimava ne’ suoi tempi a più d’una quinta parte; e tale computo, che, con tutta la venerazione per l’autorità sua, potremmo chiamare esagerato, fu reputato da Davenant essere singolarmente giudizioso.

Per avventura, non ci mancano affatto i mezzi di giudicare da noi. La tassa pei poveri era indubitabilmente quella della quale i nostri antenati sentissero maggiore gravezza. Sotto Carlo II, veniva stimata a circa sette cento mila sterline l’anno; vale a dire molto più che il prodotto della così detta excise o delle dogane, e poco meno di mezza la intera rendita della Corona. La tassa pei poveri andò rapidamente crescendo, e sembra che fosse in breve tempo pervenuta ad una somma tra otto e nove cento mila sterline l’anno; val quanto dire, ad un sesto di ciò che è adesso. La popolazione in allora era meno d’un terzo di quello che è ai giorni nostri. Il minimo de’ salari che allora si davano, calcolato in danaro, era la metà di quel che oggi si paga; e quindi mal possiamo supporre che il sussidio largito ad un povero fosse più della metà di quello che è adesso. E’ pare perciò si possa dedurre, che la proporzione delle persone che in que’ tempi ricevevano sussidii dalle parrocchie, fosse maggiore di quello che sia nei nostri. È bene in somiglianti quistioni parlare con diffidenza; ma certamente non è stato finora provato che il pauperismo fosse negli ultimi venticinque anni del secolo diciassettesimo un minor carico o un male sociale meno serio di quello che sia nel tempo presente.[209]

Da un lato, è mestieri ammettere che il progresso della civiltà ha scemati i comodi fisici d’una parte delle classi più povere. È stato già notato come, avanti la Rivoluzione, molte migliaia di miglia quadrate di terra, adesso chiusa e coltivata, erano pantani, foreste e scopeti. Di cotesti terreni selvaggi molta parte, per virtù della legge, era comune; e molta di quelli che non erano comuni per legge, valeva sì poco, che i proprietari la lasciavano essere comune di fatto. Ivi i fuggiaschi e i trasgressori si tollerava che stessero in modo affatto ignoto al dì d’oggi. Il contadino che vi abitava, poteva di quando in quando, con poca e nessuna spesa, aggiungere qualche cosa al suo scarso alimento, e provvedersi di combustibili per l’inverno. Teneva un branco d’oche là dove adesso sorgono giardini e pometi. Tendeva reti alle galline selvatiche sul padule, che dappoi è stato seccato, e partito in campi da grano e da rape. Tagliava frasche là dove ora vedonsi prati verdeggianti di trifoglio, e rinomati per il burro e il cacio. Il progresso dell’agricoltura e lo accrescimento della popolazione necessariamente lo privarono di cotesti privilegi. Ma di fronte a siffatti mali è da porsi una lunga serie di beni.

LVI. De’ beni che la civiltà e la filosofia conducono seco, gran parte è comune a tutte le classi; ed ove si perdessero, verrebbero deplorati sì dall’operaio come dal magnate. Il contadino che adesso in un’ora può giungere col suo baroccio al mercato, cento sessanta anni addietro vi consumava un giorno intero. La strada che ora appresta all’artigiano, per tutta la notte, un passeggio sicuro, conveniente ed illuminato, cento sessanta anni fa, era così buia dopo il tramonto del sole, da non lasciargli discernere la propria mano; così male lastricata, da porlo in continuo rischio di rompersi il collo; e così mal sorvegliata, da metterlo in imminente pericolo d’essere stramazzato giù, e spogliato del suo poco guadagno. Ogni muratore che cada giù da un ponte, ogni spazzaturaio che in unastrada traversa sia calpestato da una carrozza, adesso può farsi medicare le ferite e rimettere al loro posto le rotte membra, con un’arte che cento sessanta anni addietro un Lord come Ormond, ed un negoziante principesco come Clayton, con tutte le loro ricchezze, non avrebbero potuto ottenere. La scienza ha sradicate alcune terribili malattie; altre ne ha bandite la polizia. La vita dell’uomo è diventata più lunga in tutto il Regno, e in ispecie nelle città. L’anno 1685 non è notato come pieno di malattie; e nondimeno, in quell’anno morì uno in ogni ventitrè abitanti della metropoli;[210]mentre nel nostro tempo ne muore uno in ogni quaranta. La differenza di salubrità tra Londra del secolo decimonono e quella del diciassettesimo, è molto maggiore della differenza tra Londra in tempi ordinari, e Londra in tempi dicholera.

È anche più importante il beneficio che tutte le classi sociali, e segnatamente le basse, hanno ricavato dalla mitigatrice influenza della civiltà sull’indole nazionale. Il fondamento di tale indole, a dir vero, è stato il medesimo per molte generazioni, nel senso in cui il fondamento dell’indole d’un individuo si considera come lo stesso quando egli è rozzo e spensierato scolare, e quando diventa uomo culto e compito. Reca diletto pensare che il pubblico sentire in Inghilterra si è raddolcito così come la intelligenza è venuta maturando, e che nel corso de’ tempi siamo diventati un popolo non solo più saggio, ma più gentile. Quasi non v’è pagina di storia o d’amena letteratura del secolo decimosettimo, che non provi in qualche modo i nostri antenati essere stati meno umani de’ loro posteri. La disciplina delle botteghe, delle scuole, delle famiglie private, quantunque non fosse più efficace di quel che sia ai giorni presenti, era infinitamente più dura. I padroni nati e educati bene avevano costume di battere i loro servi. I pedagoghi altra via non conoscevano d’insegnare, che quella di sferzare i loro scolari. I mariti di decente posizione sociale non arrossivano di bastonare le loro mogli. Le fazioni procedevano talmente implacabili, da non potersi immaginare. I Whig mormorarono perchè Stafford era morto senza vedersi bruciaregl’intestini sul viso. I Tory ingiuriarono ed insultarono Russell, mentre dalla Torre era condotto al patibolo in Lincoln’s Inn Fields.[211]Egualmente cruda mostravasi la plebe contro i disgraziati delle classi più basse. Se un colpevole era posto alla berlina, poteva chiamarsi fortunato, ove gli venisse fatto d’uscir vivo dalla pioggia de’ sassi che gli lanciavano contro.[212]Se veniva legato alla coda di un cavallo, la folla lo premeva d’attorno, pregando il carnefice a volerlo flagellar bene e farlo urlare.[213]I gentiluomini facevano gite di sollazzo a Bridewell ne’ giorni di tribunale, a fine di vedere fustigare le povere battitrici di canapa.[214]Un uomo trascinato a morte per aver ricusato di chiedere scusa, una donna arsa viva per aver coniato moneta, svegliavano minore commiserazione di quella che ora si prova al veder tormentare un cavallo o un bue. Certi combattimenti, in paragone de’ quali un’accanita lotta a pugni si reputerebbe un mite spettacolo, erano fra gli squisiti diletti di gran parte de’ cittadini. La gente affollavasi a mirare i gladiatori farsi in brani con armi micidiali, ed appena vedeva schizzare un dito o un occhio ad alcuno de’ combattenti, mandava gridi di gioia. Le prigioni erano bolgie infernali sopra la terra, vivai d’ogni delitto e d’ogni infermità. Nei tribunali, gli scarni e pallidi delinquenti portavano seco dalle loro celle un’atmosfera di puzzo pestilenziale, che talvolta li vendicava del seggio, degli avvocati e de’ giurati. E a tanta miseria la società guardava con profonda indifferenza. In nessun luogo era da trovarsi quella sensitiva e irrequieta compassione che ai tempi nostri potentemente protegge fino il ragazzo della fattoria, la vedova indiana, lo schiavo negro; che penetra nelle provvisioni di ogni nave carica d’emigranti; che raccapriccia ad ogni staffilata che piombi sulle spalle d’un soldato briaco; che non patirebbe che il ladro alle galere fosse nutrito male o sopraccarico di lavoro, e che più volte si è studiata di salvare la vita anche allo assassino. Egli è vero che la compassione, al pari d’ogni altro sentimento, dovrebbe essere governata dallaragione, e che per difetto di ciò, ha prodotto effetti talvolta ridicoli e tal’altra deplorabili. Ma più ci facciamo a meditare sulla storia del passato, e più abbiamo argomento di rallegrarci di vivere in una età di commiserazione, che aborre dalla crudeltà, e con ripugnanza, e solo spinta dal senso del dovere, infligge la pena anche meritata. E davvero, ad ogni classe cotesto grande mutamento morale ha recata immensa utilità; ma la classe che ci ha più guadagnato, è la più povera, dipendente e priva di difesa.

LVII. Lo effetto generale de’ fatti che ho esposti ai lettori, sembra non dovere ammettere dubbio veruno. Pure, non ostante la evidenza di quelli, molti immaginano tuttavia che la Inghilterra degli Stuardi fosse un paese più piacevole che quella de’ tempi nostri. A prima vista, parrebbe strano che la società, mentre è venuta di continuo e con ispeditezza avanzando nella via del progresso, dovesse con amaro desio volger gli occhi al passato. Ma coteste due tendenze, per quanto appariscano incompatibili, possono agevolmente risolversi nel medesimo principio. Entrambe nascono dalla impazienza di trovarci nelle condizioni in cui siamo. Tale impazienza, mentre ci incita a sorpassare le generazioni precedenti, ci rende inchinevoli a porre più in alto la felicità loro. In certo senso, ella è irragionevolezza e ingratitudine in noi l’essere perpetuamente scontenti d’una condizione di cose che perpetuamente va facendosi migliore. Ma, per vero dire, questo medesimo scontento è quello che ci spinge verso il meglio. Se fossimo appieno satisfatti del presente, cesseremmo di speculare, d’affaticarci e di conservare, coll’occhio vôlto verso il futuro. Ed è quindi naturale che noi, non contenti delle cose presenti, apprezziamo soverchiamente le passate.

In verità, siamo nel medesimo inganno che abbaglia la mente del viandante nell’arabo deserto. Sotto i piedi della caravana il suolo è arido e nudo; ma sì avanti che dietro si presenta la immagine delle fresche acque. I pellegrini affrettano il passo avanti, e non trovano altro che sabbia dove, un’ora prima, avevano veduto un lago. Volgono gli occhi addietro, e vedono un lago dove un’ora prima procedevano affannosi traverso alla sabbia. E’ sembra che una simigliante illusione tormentile nazioni per ogni stadio del lungo progresso che compiono, dalla povertà e barbarie, alla civiltà ed opulenza. Ma se ci facciamo a cercare tenacemente quella meta nel passato, la vediamo recedere fino nelle favolose regioni dell’antichità. Regna adesso la voga di porre la età d’oro della Inghilterra in tempi nei quali i nobili erano privi di que’ comodi il cui difetto parrebbe insopportabile ad un servitore; nei quali i fattori, e i padroni di botteghe mangiavano a colazione pagnotte tali, che basterebbe il solo vederle per far nascere una ribellione fra i mendicanti nella casa di lavoro; ne’ quali gli uomini, viventi nell’aria più pura della campagna, morivano più presto di quello che oggidì non accade ne’ chiassuoli più pestilenziali delle nostre città, ed essi morivano più presto ne’ chiassuoli delle nostre città che ora nelle coste della Guiana. Anche a noi toccherà d’esser vinti nel progresso, ed essere invidiati. Potrebbe ben darsi che nel secolo ventesimo, il contadino della Contea di Dorset, si reputasse miseramente pagato con quindici scellini per settimana; che il legnaiuolo di Greenwich guadagnasse dieci scellini per giorno; che i lavoranti si avvezzassero così poco a desinare senza carni, come adesso sono assuefatti a cibarsi di pane di segala; che la polizia sanitaria e i trovati medici allungassero di alcuni anni la vita ordinaria dell’uomo; che a gran copia di comodi e di cose di lusso, che adesso sono sconosciuti, o accessibili a pochi, potesse giungere ogni diligente ed economo operaio. E non ostante, potrebbe allora sorgere la moda d’asserire, che lo augumento della ricchezza e il progresso della scienza siano stati utili ai pochi a danno dei molti, e di parlare del regno della Regina Vittoria come del tempo in cui l’isola nostra era la briosa Inghilterra, allorquando tutte le classi erano vincolate da un sentimento fraterno, e il ricco non ghignava sul viso del povero, e il povero non invidiava le splendidezze del ricco.


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