Accadde, inoltre, di potere grandemente alleggiare i Cattolici Romani e i Quacqueri, senza mitigare le sciagure dei Puritani. Una legge, allora in vigore, puniva severamente chiunque ricusasse di prestare il giuramento di supremazia quante volte venisse richiesto. Questa legge non toccava i Presbiteriani, gl’Indipendenti o i Battisti, imperocchè tutti erano pronti a chiamare Dio in testimonio onde provare com’essi avessero rinunziato ad ogni relazione spirituale coi prelati e co’ potentati forestieri. Ma il Cattolico Romano non voleva giurare che il Papa non avesse giurisdizione in Inghilterra, nè il Quacquero prestare giuramento di nessuna specie. Dall’altra parte, nè l’uno nè l’altro era colpito dal così detto Five Mile Act; legge che tra tutte quelle le quali contenevansi nel Libro degli Statuti, era forse la più molesta ai Puritani Non-Conformisti.[304]XXVI. I Quacqueri avevano in Corte uno zelante e potente avvocato. Benchè, come classe, poco s’immischiassero nelle cose del mondo, e schivassero le politiche, quale occupazione nociva ai loro interessi spirituali; uno di loro, molto dagli altri predistinto per grado ed opulenza, viveva fra le alte classi, ed aveva sempre aperta la via all’orecchio del Re. Costui era il celebre Guglielmo Penn. Il padre suo aveva avuto alto comando nella flotta, era stato commissario dell’ammiragliato, aveva seduto nel Parlamento, era stato fatto cavaliere, e gli era stata data la speranza d’una paría. Il figlio era stato educatoliberalmente, e destinato alla professione delle armi: se non che, mentre era ancora giovane, aveva danneggiato il proprio avvenire e disgustati gli amici, collegandosi a quella che a que’ tempi comunemente consideravasi come masnada di stolti eretici. Era stato talvolta chiuso nella prigione della Torre, tal’altra a Newgate. Era stato processato in Old Bailey, per avere predicato in onta alla legge. Nondimeno, dopo qualche tempo erasi riconciliato con la propria famiglia, e gli era riuscito ottenere protezione così potente, che mentre tutte le carceri dell’Inghilterra erano ripiene de’ suoi confratelli, a lui fu per molti anni permesso di professare senza molestia la propria credenza. Verso la fine del regno di Carlo, per saldo di un vecchio debito che aveva con lui la Corona, ottenne la concessione nell’America Settentrionale, d’un’immensa contrada allora popolata soltanto di cacciatori Indiani, e invitò i suoi amici perseguitati a stabilirvisi. Allorchè Giacomo salì sul trono, la colonia di Penn era tuttavia nella infanzia.Tra Giacomo e Penn da lungo tempo era stata dimestichezza. Il Quacquero, quindi, divenne cortigiano, e quasi prediletto. Ciascun giorno dalla galleria era chiamato alle segrete stanze del principe, e talvolta aveva lunghe udienze, intanto che i Pari del Regno stavano ad aspettare nelle anticamere. Corse voce ch’egli avesse più potenza effettiva di giovare e di nuocere, di quanta ne avessero molti nobili che occupavano alti uffici. Tosto fu circuito da adulatori e da supplicanti. La sua casa in Kensington talvolta, verso l’ora in cui si levava da letto, era affollata da più di dugento chiedenti. Nondimeno, caro gli costava tale apparenza di prosperità. Anche gli uomini della sua setta lo trattavano con freddezza, e lo ricompensavano de’ servigi loro resi, parlandone male. Lo accusavano altamente d’essere papista, anzi gesuita. Taluni affermavano ch’egli fosse stato educato in Saint-Omer, ed altri che avesse ricevuti gli ordini sacri in Roma. Tali calunnie, a dir vero, potevano trovare credenza solo nella insensata moltitudine; ma a queste calunnie mescolavansi accuse assai meglio fondate.[305]Il dire intera la verità intorno a Penn, è impresa che richiede qualche coraggio; perocchè egli è più presto un personaggio mistico che storico. Nazioni rivali e sètte avverse fra loro, sono state concordi a canonizzarlo. La Inghilterra va orgogliosa del nome di lui. Una grande Repubblica oltre l’Atlantico, gli porta una riverenza simile a quella che gli Ateniesi sentivano per Teseo e i Romani per Quirino. La spettabile società di cui egli era membro, l’onora come un apostolo. Gli uomini pii d’altre credenze, generalmente, lo considerano come splendido esempio di virtù cristiana. Frattanto, ammiratori di differentissima specie ne hanno celebrate le lodi. I filosofi francesi del secolo decimottavo gli perdonavano quelle ch’essi chiamavano superstiziose fantasticherie, in grazia dello spregio in cui teneva i preti, e della benevolenza cosmopolita, che egli imparzialmente mostrava agli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni. In tal modo il nome di lui, per tutto il mondo incivilito, è divenuto sinonimo di probità e di filantropia.Nè egli è al tutto immeritevole di questa grande riputazione. Fuori d’ogni dubbio, era uomo d’insigni virtù. Aveva un forte sentimento de’ doveri religiosi, ed un fervido desiderio di promuovere la felicità del genere umano. In uno o due punti d’alta importanza, egli aveva idee più esatte di quelle che erano, nel suo tempo, comuni anche fra gli uomini di mente elevata; e come signore e legislatore d’una provincia, la quale, essendo quasi priva d’abitatori allorquando egli ne ebbe il possesso, gli apriva un campo vergine da farvi morali esperimenti, ebbe la rara e buona ventura di potere porre in pratica le proprie teorie senza patti di nessuna sorta, e nondimeno senza scossa per le istituzioni esistenti. E’ sarà sempre onorevolmente ricordato come fondatore d’una colonia, la quale nelle sue relazioni con genti selvagge non abusòdella forza che nasce dallo incivilimento, e come legislatore il quale, in un tempo di persecuzione, fece della libertà religiosa la pietra angolare della politica. Ma la vita e gli scritti suoi porgono abbondevoli prove che testificano come egli non fosse uomo di vigoroso giudicio. Non aveva l’arte di leggere addentro nell’indole altrui. La fiducia ch’ei poneva in genti meno di lui virtuose, lo trasse in gravi errori ed infortunii. Lo entusiasmo per un gran principio, sovente lo spingeva a violarne altri ch’egli avrebbe dovuto tener sacri. Nè la sua rettitudine stette salda alle tentazioni alle quali ei rimaneva esposto in quella società splendida e culta, ma profondamente corrotta, con cui alla Corte di Re Giacomo egli usava. Tutta la Corte era in perpetuo fermento d’intrighi di galanteria e d’intrighi d’ambizione. Continuo era il traffico degli onori, degli uffici e delle grazie. Era perciò naturale che un uomo il quale ogni giorno vedevasi in palazzo, e, siccome era a tutti noto, aveva libero accesso alla regia maestà, venisse frequentemente importunato ad usare la propria influenza per fini che una rigorosa morale debbe condannare. La integrità di Penn era rimasta incrollabile contro gli assalti della maldicenza e della persecuzione. Ma poscia, aggredito dai sorrisi del Re, dalle blandizie delle donne, dalla insinuante eloquenza e dalle delicate lusinghe de’ vecchi diplomatici e cortigiani, la sua fermezza cominciò a cedere. Titoli e frasi, già da lui spesso riprovati, gli uscivano, secondo le occasioni, dalle labbra e dalla penna. Non sarebbe nessun male ove egli non fosse stato reo di altro che d’essersi lasciato andare ai complimenti mondani. Sventuratamente, non può nascondersi come egli fosse parte precipua in certi fatti, condannati non solo dal rigido codice della Società cui egli apparteneva, ma dal senso universale di tutti gli uomini onesti. Protestò, poi, solennemente che le sue mani erano pure d’ogni illecito guadagno, e che non aveva ricevuta gratificazione nessuna da coloro i quali erano stati da lui giovati, quantunque gli sarebbe stato facile, mentre aveva influenza in Corte, mettere insieme centoventimila lire sterline.[306]Tale asserzione è degna di piena fede. Mala mancia si può offrire alla vanità come si offre alla cupidigia; ed è impossibile negare che Penn, blandito, si lasciò condurre a fatti ingiustificabili, de’ quali altri raccolse gli utili.XXVII. L’uso ch’ei primamente fece del proprio credito, fu altamente commendevole. Espose con vigorosa eloquenza i patimenti dei Quacqueri al nuovo Re, il quale con gioia vide come fosse possibile concedere il perdono a cotesti tranquilli settarii e ai Cattolici Romani, senza mostrare simile favore alle altre sètte parimente perseguitate. Fu fatta una lista de’ prigioni che erano sotto processo come rei di non avere voluto prestare giuramento, o andare alla chiesa, e il certificato della cui lealtà era stato presentato al Governo. Costoro furono assoluti, ordinandosi ad un tempo di non intentare simiglianti processi, finchè non fosse resa manifesta la volontà del Re. In tal guisa circa millecinquecento Quacqueri, ed anche un maggior numero di Cattolici Romani riebbero la libertà loro.[307]Era già arrivato il tempo in cui doveva adunarsi il Parlamento inglese. I membri della nuova Camera de’ Comuni giunti alla metropoli, erano così numerosi, da dubitarsi molto se la sala loro, così come era, li potesse contener tutti. Spesero i giorni che immediatamente precessero l’apertura della sessione, a ragionare tra loro e con gli agenti del Governo intorno alle pubbliche faccende. Una gran ragunanza del partito realista fu tenuta a Fountain Tavern nello Strand; e Ruggiero Lestrange, che di recente dal Re era stato fatto cavaliere ed eletto al Parlamento dalla città di Winchester, fu parte principale nelle loro consulte.[308]Conobbesi tosto, che molti della Camera dei Comuni avevanoidee che non concordavano interamente con quelle della Corte. I Tory gentiluomini di provincia, senza escluderne quasi nessuno, volevano mantenere l’Atto di Prova e l’Habeas Corpus; e taluni di loro parlavano di votare la rendita solo per un certo numero d’anni. Ma erano prontissimi a far leggi severe contro i Whig, e avrebbero volentieri veduto tutti i propugnatori della Legge d’Esclusione dichiarati incapaci d’occupare gli uffici. Il Re, dall’altro canto, desiderava ottenere dal Parlamento una rendita a vita, l’ammissione dei Cattolici Romani agl’impieghi, e la revoca dell’Habeas Corpus. Queste tre cose gli stavano a cuore; e non era per nulla disposto ad accettare come compenso una legge penale contro gli Esclusionisti. Tale, legge, invece gli sarebbe stata assai sgradevole; imperciocchè una classe di Esclusionisti godeva i suoi favori; quella classe, io dico, di cui Sunderland era rappresentante, che erasi collegata coi Whig nei dì della congiura, solo perchè i Whig predominavano, e che aveva mutata faccia al cangiare della fortuna. Giacomo giustamente considerava cotesti rinnegati come i più utili strumenti di cui potesse giovarsi. Dai Cavalieri, uomini di fervido cuore, che gli erano stali fidi nell’avversità, non avrebbe potuto aspettarsi nella prosperità una cieca obbedienza. Coloro i quali spinti, non dallo zelo per la libertà e la religione, ma solamente da egoistica cupidigia e paura, avevano cooperato ad opprimerlo quando trovavasi debole, erano pur troppo gli uomini che, spinti da simile paura e cupidigia, lo avrebbero aiutato, adesso ch’era forte, ad opprimere il suo popolo.[309]Quantunque ei fosse vendicativo, non lo era senza ragione. Non può ricordarsi un solo esempio in cui egli mostrasse generosa commiserazione a coloro che lo avevano avversato onestamente e per il bene pubblico. Ma di frequente risparmiava e promoveva coloro che per qualche vile motivo s’erano indotti ad offenderlo: imperocchè quella abiettezza che li manifestava come opportunistrumenti di tirannide, era agli occhi suoi cosa di tanto pregio, che la perdonava anche quando veniva adoperata a suo danno.I desiderii del Re furono manifestati per diverse vie ai membri Tory della Camera Bassa. Fu agevole persuadere la maggior parte di loro a deporre ogni pensiero di una legge penale contro gli Esclusionisti, ed a consentire di concedere alla Maestà Sua la rendita a vita. Ma rispetto all’Atto di Prova e all’Habeas Corpus, gli emissarii del Governo non poterono ottenere assicurazioni soddisfacenti.[310]XXVIII. Il dì diciannovesimo di Maggio fu aperta la sessione. I seggi della Camera de’ Comuni presentavano un singolare spettacolo. Il grande partito che negli ultimi tre Parlamenti aveva predominato, era adesso diventato una misera minoranza, essendo poco più della quindicesima parte di tutti i rappresentanti. Dei cinquecento tredici Cavalieri e borghesi, solo cento trenta cinque nei precedenti tempi avevano seduto in quel luogo. È cosa evidente che una congrega d’uomini nuovi ed inesperti, doveva essere, in alcuni importantissimi requisiti, al disotto di quel che generalmente sono le nostre assemblee legislative.[311]L’ufficio di dirigere la Camera fu affidato da Giacomo a due Pari del Regno di Scozia. Uno di essi, Carlo Middleton, conte di Middleton, dopo d’avere occupato in Edimburgo uffici cospicui, era stato ammesso, poco avanti la morte di Carlo, al Consiglio Privato, e nominato uno de’ Segretarii di Stato. A lui fu aggiunto Riccardo Graham, visconte Preston, che per lungo tempo aveva tenuto il posto d’inviato a Versailles.La prima faccenda di cui si occupassero i Comuni, fu quella d’eleggere un Presidente. Era stato lungamente discusso nel Gabinetto chi dovesse essere l’uomo da scegliersi. Guildford aveva raccomandato Sir Tommaso Meres, il quale, come lui, apparteneva alla classe de’ Barcamenanti. Jeffreys, che non lasciava fuggire occasione alcuna per molestare il Lord Cancelliere, sosteneva la candidatura di Sir GiovanniTrevor. Costui, che era cresciuto facendo mezzo il beccaliti e mezzo il giocatore, aveva portato nella vita politica sentimenti e principii degni d’ambedue i suoi mestieri; era divenuto parassito del Capo Giudice, e in ogni caso avrebbe potuto imitare, non senza riuscita, lo stile vituperevole del suo protettore. Il prediletto di Jeffreys, come era da aspettarsi, venne preferito da Giacomo; e proposto da Middleton, fu eletto senza opposizione.[312]XXIX. Fin qui le cose procedettero senza intoppo. Ma un avversario di non comune prodezza, vigilava aspettando l’ora di mostrarsi. Era questi Eduardo Seymour, del Castello di Berry Pomeroy, rappresentante della città d’Exeter. La sua nascita lo agguagliava ai più nobili sudditi d’Europa. Egli era il legittimo discendente maschio di quel Duca di Somerset, che era stato cognato ad Enrico VIII, e Protettore del Regno d’Inghilterra. Secondo l’antico diploma di creazione del ducato di Somerset, il figlio maggiore del Protettore era stato posposto al più giovane, dal quale discendevano i Buchi di Somerset. Dal primogenito discendeva la famiglia stabilita a Berry Pomeroy. Le ricchezze di Seymour erano grandi, e vasta la sua influenza nelle contrade occidentali dell’Inghilterra. Nè la sua sola importanza era quella che gli derivava dal sangue e dall’opulenza. Era uno de’ più destri favellatori e degli uomini di affari nel Regno: aveva per molti anni seduto nella Camera de’ Comuni, ne aveva studiato le regole e gli usi, e ne intendeva perfettamente l’indole. Nel regno decorso era stato eletto Presidente, con circostanze che resero peculiarmente onorevole quell’ufficio. Pel corso di molte generazioni, nessuno che non fosse giureconsulto era stato chiamato al seggio presidenziale; ed egli fu il primo gentiluomo di provincia, il quale, in grazia dell’abilità e doti sue, ruppe quella antica costumanza. Aveva poscia occupati alti uffici politici, ed era stato membro del Gabinetto. Ma il suo altero e non pieghevole carattere spiacque tanto, che gli fu forza ritrarsi. Era Tory e partigiano della Chiesa Anglicana; aveva intrepidamente avversata la Legge d’Esclusione; era stato perseguitodai Whig mentre le sorti loro volgevano prospere: poteva quindi con sicurtà rischiarsi a favellare con tale un linguaggio, che qualunque altro uomo sospettato di sentimenti repubblicani, usandolo, sarebbe stato gettato dentro la Torre. Era stato lungo tempo capo di una forte colleganza parlamentare, che chiamavasi l’Alleanza Occidentale, e comprendeva molti gentiluomini delle Contee di Devon, Somerset e Cornwall.[313]In tutte le Camere de’ Comuni, un membro che abbia eloquenza, sapere e pratica degli affari, e insieme ricchezze ed illustre nascimento, è d’uopo che venga altamente predistinto. Ma in una Camera dalla quale erano esclusi molti degli oratori e de’ periti eminenti del secolo, e che era popolata di genti che non avevano mai udita una discussione, la influenza d’un tanto uomo era singolarmente formidabile. Veramente, a Seymour mancava il peso del carattere morale, come colui che era licenzioso, profano, corrotto, e così superbo da sdegnare ogni cortesia, e tuttavia non tanto da aborrire dagli illeciti guadagni. Ma era uno alleato così utile, e un nemico così malefico, che spesso veniva corteggiato anco da coloro che maggiormente lo detestavano.[314]Adesso ei trovavasi di cattivo umore contro il Governo. Il riordinamento de’ borghi occidentali aveva indebolita la influenza di lui in vari luoghi. Il suo orgoglio aveva sofferto all’esaltamento di Trevor al seggio presidenziale; e ben tosto ei colse il destro di vendicarsene.XXX. Il dì ventesimosecondo di maggio, fu ordinato ai Comuni di recarsi alla barra de’ Lordi, dove il Re dal trono profferì un discorso innanzi ambedue le Camere. Dichiarò d’essere fermo a mantenere il governo stabilito nella Chiesa e nello Stato. Ma scemò lo effetto di questa dichiarazione con istrani ammonimenti ai Comuni. Disse di temere che essi fossero per avventura disposti a concedergli danari alla spicciolata di quando in quando, con la speranza di così forzarlo a convocarli spesso. Ma gli avvertiva che egli non era uomo da essere raggirato, e che ove essi desiderassero ragunarsi difrequente, dovevano con lui condursi bene. Ed essendo manifestissima cosa che il governo non poteva tirare avanti senza pecunia, sotto coteste espressioni chiaramente sottintendevasi, che qualora essi non avessero voluto dargliene quanta ei ne desiderava, se la sarebbe presa da sè. Strano a dirsi! una simigliante allocuzione fu accolta con fragorosi applausi dai gentiluomini Tory che stavano alla barra. Cotali acclamazioni erano allora d’uso. Adesso, da molti anni in qua, i Parlamenti hanno adottato il grave e decoroso costume d’ascoltare con rispettoso silenzio tutte l’espressioni, accettabili o non accettabili, che vengono profferite dal trono.[315]Era allora usanza che, dopo avere il Re con brevi parole significato le ragioni di convocare il Parlamento, il Ministro che teneva il Gran Sigillo, spiegasse con più larghezza alle Camere la condizione delle pubbliche cose. Guildford, ad imitazione de’ suoi predecessori Clarendon, Bridgeman, Shaftesbury e Nottingham, aveva apparecchiato una elaborata orazione; ma, con suo grave dolore, trovò non esservi mestieri de’ suoi servigi.[316]XXXI. Appena i Comuni furono ritornati nella propria sala, venne proposto che si formassero in comitato a fine di stabilire la rendita da darsi al Re.Allora alzossi Seymour. Qual fosse l’attitudine di lui, che era capo di gentiluomini dissoluti e di spiriti alteri, con la testa coperta di ricci artificiali che gli cadevano profusamente giù attorno alle spalle, e con una espressione mista di voluttà o di sdegno negli occhi e sulle labbra, possiamo argomentarlo dal suo ritratto, che conservasi ancora. Lo altero Cavaliere disse: non desiderare che il Parlamento negasse alla Corona i mezzi di condurre il governo. Ma era quello un vero Parlamento? Non si vedevano forse sui banchi molti, i quali, siccome era noto a tutti, non avevano diritto di sedervi, molti la cui elezione era macchiata di corruzione, molti che erano stati imposti con modi minacciosi agli elettori ripugnanti, e molti eletti da corpi municipali che non avevano esistenza legale?Non erano stati i collegi elettorali riordinati in onta a statuti regi e d’immemorabile prescrizione? Gli ufficiali che avevano raccolto il risultamento della votazione, non erano stati in ogni dove ciechi agenti della Corte? Vedendo che il principio supremo della rappresentanza era stato così sistematicamente violato, non sapeva con qual nome chiamare una caterva di gentiluomini ch’egli si vedeva dintorno con l’onorando nome di Camera de’ Comuni. Eppure, non v’era mai stato momento in cui tanto importasse al bene pubblico che il carattere del Parlamento fosse irreprensibile. Grandi pericoli pendevano sopra la costituzione ecclesiastica e civile del Regno. Era cosa notissima a tutti, e quindi non bisognevole d’esser provata, che l’Atto di Prova, difesa della religione, e l’Habeas Corpus, difesa della libertà, erano fatti segno alla distruzione. «Innanzi di procedere a fare l’ufficio di legislatori sopra questioni di sì grave momento, sinceriamoci almeno se siamo veramente un corpo legislativo. Il primo degli atti nostri sia quello d’inquisire intorno al modo onde sono state condotte le elezioni, e di porre ogni studio che la inchiesta proceda imparzialmente. Imperocchè, ove la nazione trovasse non potersi ottenere riparo con mezzi pacifici, potremmo forse tra breve tempo subire la giustizia che ricusiamo di rendere.» Concluse proponendo che, innanzi di concedere alcuna somma di denaro alla Corona, la Camera esaminasse le petizioni contro le elezioni, e che a nessuno de’ membri non aventi diritto a sedere in quel luogo, si concedesse di votare.Non fu udito un solo applauso. Nessun membro osò secondare la proposta. E davvero Seymour aveva dette cose che niuno altro avrebbe impunemente potuto dire. La proposta fu messa da parte, e nè anche registrata ne’ processi verbali; ma aveva prodotto potentissimo effetto. Barillon scrisse al proprio signore, che molti i quali non avevano osato applaudire quell’insigne discorso, lo avevano in cuor loro approvato; che se ne parlava per tutte le conversazioni di Londra; e che la impressione da esso fatta nel pubblico, sembrava dover essere durevole.[317]XXXII. I Comuni, senza indugio formatisi in comitato, votarono concedendo al Re la intera rendita della quale aveva fruito il suo fratello.[318]XXXIII. E’ pare che gli zelanti amici della Chiesa, i quali formavano la maggioranza della Camera, pensassero che la prontezza onde avevano obbedito alle voglie del Re nella quistione della rendita, desse loro ragione a sperare, da parte di lui, qualche concessione. Dicevano che, avendo essi fatto molto a beneficio di lui, era ormai tempo ch’egli facesse qualche cosa a beneficio della nazione. La Camera, dunque, si formò in comitato di religione, onde esaminare i mezzi migliori a provvedere alla sicurtà della Chiesa stabilita. In quel comitato due deliberazioni furono unanimemente adottate. La prima esprimeva fervido affetto per la Chiesa Anglicana. La seconda supplicava il Re perchè mandasse ad esecuzione le leggi penali contro coloro che non aderivano a quella Chiesa.[319]I Whig avrebbero, senza dubbio, voluto vedere che ai protestanti dissenzienti fosse conceduta tolleranza, e solo i cattolici romani fossero perseguitati. Ma erano pochi e scuorati. Tenevansi, quindi, per quanto potevano, fuori di vista; evitavano il nome del proprio partito; astenevansi di significare ad un ostile uditorio le loro opinioni particolari, e fermamente sostenevano ogni proposta tendente a turbare la concordia che fino allora esisteva tra il Parlamento e la Corte.Appena i procedimenti del Comitato di Religione furono conosciuti in Whitehall, il Re andò in gran furore. Nè possiamo giustamente biasimarlo per essersi risentito della condotta de’ Tory. Se essi erano disposti a volere che il codice penale venisse eseguito con rigore, avrebbero apertamente dovuto sostenere la Legge d’Esclusione. Dacchè porre un papista sul trono, ed insistere poi ch’egli perseguitasse a morte i seguaci di quella fede, nella quale soltanto, secondoi suoi principii, poteva trovarsi la eterna salute, era assurdo. Mitigando con un reggimento temperato la severità delle sanguinose leggi d’Elisabetta, il Re non violava nessun principio costituzionale: solo esercitava un potere ch’era sempre stato inerente alla Corona. Anzi, solamente faceva ciò che poscia fu fatto da parecchi sovrani zelanti delle dottrine della Riforma; cioè da Guglielmo, da Anna, e dai principi della Casa di Brunswick. Se avesse patito che i preti cattolici romani, ai quali poteva senza violazione della legge salvare la vita, fossero impiccati, strascinati e squartati, per aver praticato quello ch’ei considerava come loro debito precipuo, si sarebbe attirato addosso l’odio e lo spregio anche di coloro, ai pregiudizi de’ quali egli aveva fatta così vergognosa concessione; e se si fosse contentato di concedere ai membri della sua propria Chiesa una tolleranza pratica, facendo largo uso della sua indubitata prerogativa di far grazia, i posteri lo avrebbero unanimemente applaudito.I Comuni, probabilmente, considerata bene la cosa, conobbero di avere operato in modo assurdo. Rimasero anco conturbati sentendo come il Re, cui essi tributavano superstiziosa riverenza, fosse grandemente sdegnato. Furono quindi solleciti ad espiare l’offesa. Nella Camera, con unanime voto, disfecero la deliberazione unanimemente fatta in Comitato, e adottarono la proposta di rimettersi con intera fiducia alla graziosa promessa che la Maestà Sua aveva loro data di proteggere quella religione che loro era cara più della stessa vita.[320]XXXIV. Tre giorni dopo, il Re fece sapere alla Camera, avere suo fratello lasciati certi debiti, e le provvigioni della flotta e dell’artiglieria essere pressochè esauste. Fu subitamente determinato d’imporre nuove tasse. La persona a cui venne affidata la cura di trovarne le vie e i mezzi, fu Sir Dudley North, fratello minore del Lord Cancelliere. Dudley North era uno de’ più abili uomini del suo tempo. Fino dagli anni suoi primi, era stato mandato in Levante, dove erasi lungo tempo occupato di faccende mercantili. Molti, in cosiffattaoccupazione avrebbero lasciate irrugginire le facoltà del proprio intelletto; perocchè in Costantinopoli e Smirne v’erano pochi libri e pochi uomini intelligenti. Ma il giovane mercante aveva sortita una di quelle vigorose intelligenze che non dipendono da esterni sussidii. Nella sua solitudine, meditava profondamente sopra la filosofia del traffico, e speculò a poco a poco una teoria compiuta ed ammirevole, che in sostanza era quella che fu esposta un secolo dopo da Adamo Smith. Dopo molti anni di esilio, Dudley North ritornò in Inghilterra signore d’un gran patrimonio, e si pose a trafficare nella Città di Londra come mercante della Turchia. Il suo nome, per il profondo sapere pratico e speculativo nelle cose commerciali, giunse speditamente a notizia degli uomini di Stato. Il Governo trovò in lui un savio consigliere, e insieme uno schiavo senza scrupoli; come quello che aveva rare doti intellettuali, ma principii dissoluti e cuor duro. Mentre infuriava la reazione de’ Tory, egli aveva consentito ad accettare l’ufficio di Sceriffo ad espresso fine di cooperare alle vendette della Corte. I suoi giurati non mancavano mai di profferire condanne; e in un giorno di giudiciale macello, carri carichi di gambe e braccia dei Whig squartati, furono, con grande ribrezzo della sua moglie, trascinati avanti la sua bella casa in Bisinghall Street, perch’egli ordinasse ciò che fosse da farsene. De’ suoi servigi era stato rimeritato con le insegne di cavaliere, con quelle d’aldermanno, e con l’ufficio di Commissario delle Dogane. Era stato mandato al Parlamento dagli elettori di Banbury; e comecchè fosse uomo nuovo, egli fu colui sopra il quale il Lord Tesoriere riposava principalmente per governare le faccende della finanza nella Camera Bassa.[321]Ancorchè i Comuni fossero unanimi nel deliberare la concessione d’altra pecunia alla Corona, non erano punto concordi intorno al donde dovesse cavarsi. Fu tostamente risoluto, che parte della somma richiesta si raccogliesse per mezzo d’una imposta addizionale, a termine d’anni otto, sopra il vino e l’aceto: ma al Governo ciò non bastava. Furonomessi in campo vari assurdi disegni. Molti gentiluomini provinciali inchinavano a imporre una tassa gravosa sopra tutti gli edifici nuovi della metropoli. Speravano che simigliante tassa avrebbe impedito lo accrescersi d’una città, per la quale da lungo tempo sentiva gelosia ed avversione l’aristocrazia rurale. Il progetto di Dudley North era d’imporre, per un termine di otto anni, nuovi dazi sullo zucchero e sul tabacco. Ne sorsero grandi clamori. I trafficanti di generi coloniali, i droghieri, i raffinatori dello zucchero, i tabaccai, fecero petizioni alla Camera, ed assediarono gli uffici pubblici. Il popolo di Bristol, che aveva grande interesse nel traffico con la Virginia e la Giammaica, spedì una deputazione che fu ascoltata alla Camera de’ Comuni. Rochester tentennò alquanto; ma North, con lo spirito pronto e la perfetta conoscenza delle faccende commerciali, prevalse, sì nel Tesoro come nel Parlamento, contro ogni opposizione. I vecchi membri rimasero attoniti vedendo un uomo che appena da quindici giorni sedeva nella Camera, e che aveva passata la più parte della vita in paesi stranieri, assumere, con fiducia di sè, ed abilmente condurre, tutte le funzioni di Cancelliere dello Scacchiere.[322]La sua proposta fu adottata; e così la Corona venne in possesso d’una entrata netta di circa un milione e novecento mila lire sterline, cavate dalla sola Inghilterra. Tale somma era più che bastevole a mantenere il Governo in tempo di pace.[323]XXXV. I Lordi, infrattanto, avevano discusse varie importanti questioni. Fra i Pari, la parte Tory era stata sempre forte. Comprendeva l’intero banco de’ Vescovi; e negli ultimi quattro anni, corsi dopo l’ultimo scioglimento, era stata maggiormente afforzata con la creazione di alcuni nuovi Pari. Di costoro i più cospicui erano il Lord Tesoriere Rochester, il Lord Cancelliere Guildford, il Lord Capo Giudice Jeffreys, Lord Godolphin e Lord Churchill, il quale dopo il suo ritornoda Versailles, era stato fatto barone del Regno d’Inghilterra.I Pari tosto si posero ad esaminare il caso di quattro loro colleghi, i quali erano stati, sotto il regno di Carlo, posti in istato d’accusa; ma non essendosene mai fatto il processo, dopo una lunga prigionia, erano stati ammessi dalla Corte del Banco del Re a dar cauzione. Tre di cotesti nobili che rimanevano sotto malleveria, erano cattolici romani; il quarto era il Conte di Danby, protestante di gran conto e influenza. Da che era caduto dal potere, e dai Comuni stato accusato di tradimento, quattro Parlamenti erano stati disciolti; ma ei non era stato nè assoluto nè condannato. Nel 1679, i Lordi, rispetto alla situazione di lui, avevano discussa la questione, se un atto d’accusa a cagione d’uno scioglimento si dovesse considerare come terminato o non terminato. Avevano risoluto, dopo lunga discussione ed esame de’ precedenti, che l’atto d’accusa dovesse tenersi come pendente. Questa deliberazione adesso venne da loro abrogata. Pochi Nobili Whig protestarono contro tale partito, ma non ottennero nulla. I Comuni in silenzio sobbarcaronsi alla decisione della Camera Alta. Danby riprese il suo seggio fra mezzo ai Pari, e divenne un membro operoso e potente della fazione Tory.[324]La questione costituzionale, intorno a cui, nel breve spazio di sei anni, i Tory avevano a quel modo profferite due affatto contrarie sentenze, si stette a dormire per più d’un secolo, e finalmente fu ridestata dallo scioglimento delle Camere che avvenne durante il lungo processo di Warren Hastings. Era allora necessario determinare se la regola stabilita nel 1679, o la opposta del 1685, fosse da reputarsi come legge del Regno. La questione fu lungamente discussa in ambe le Camere; e nella discussione venne adoperata tutta l’abilità legale e parlamentare che fosse in un secolo singolarmente fecondo d’uomini esperti nelle scienze giuridiche e negli usi del Parlamento. I giureconsulti non erano inegualmente divisi. Thurlow, Kenyon, Scott ed Erskine, sostenevano che lo scioglimento avesse posto fine all’atto d’accusa. La oppostadottrina fu manifestata da Mansfield, Camden, Loughborough e Grant. Ma quegli uomini di Stato, i quali fondavano i loro argomenti non sopra antecedenti o analogie pratiche, ma sopra profondi e larghi principii costituzionali, poco differivano nelle opinioni loro. Pitt e Grenville, al pari di Burk e Fox, sostennero che l’accusa rimaneva tuttavia pendente. Ambedue le Camere, a gran maggioranza, posero da parte la decisione del 1685, e pronunciarono che quella del 1679 era conforme alla legge del Parlamento.XXXVI. Tra tutti i delitti nazionali, commessi mentre il popolo era invaso dalla paura eccitata dalle fandonie d’Oates, il più celebre era stato lo assassinio giudiciale di Stafford. La condanna di quello infelice gentiluomo veniva adesso da ogni uomo imparziale considerata come ingiusta. I testimoni precipui dell’accusa erano stati convinti rei di parecchi spergiuri. In tali circostanze, era debito del Corpo Legislativo di rendere giustizia alla memoria d’una vittima innocente, e di cancellare una macchia immeritata da un nome lungo tempo illustre negli Annali d’Inghilterra. La Camera Alta, in onta al mormorare di pochi Pari, i quali non volevano ammettere d’avere sparso un sangue innocente, passò una legge intesa a cassare il decreto di morte infamante contro Stafford. Nei Comuni, la legge fu letta due volte, senza ricorrere allo scrutinio di divisione; e ordinarono che venisse istituito un comitato. Ma nel dì stabilito per tale faccenda, giunsero nuove, che nelle contrade occidentali dell’Inghilterra era scoppiata una formidabile ribellione. Fu per ciò necessario posporre parecchi importanti affari. L’ammenda dovuta alla memoria di Stafford, fu, come supponevasi, per breve tempo differita. Ma il pessimo governo di Giacomo, in pochi mesi, fece cangiare la pubblica opinione. Pel corso di varie generazioni, i Cattolici Romani non furono in istato di poter chiedere riparazione delle ingiustizie sofferte, e reputavansi fortunati se era loro concesso di vivere senza molestia nella oscurità e nel silenzio. Alla perfine, regnante Giorgio IV, vale a dire cento quaranta e più anni dopo che il sangue di Stafford era stato sparso in Tower Hill, la tarda espiazione fu compita. Una legge, che annullò la sentenza di morte infamante, e restituì alla danneggiata famiglia le antichedignità, fu dai ministri del Re presentata al Parlamento, e, lietamente accolta da tutti gli uomini pubblici di ogni partito, passò senza un solo voto contrario.[325]Adesso è mestieri che io racconti la origine e il progresso di quella ribellione, che improvvisamente interruppe le deliberazioni delle Camere.
Accadde, inoltre, di potere grandemente alleggiare i Cattolici Romani e i Quacqueri, senza mitigare le sciagure dei Puritani. Una legge, allora in vigore, puniva severamente chiunque ricusasse di prestare il giuramento di supremazia quante volte venisse richiesto. Questa legge non toccava i Presbiteriani, gl’Indipendenti o i Battisti, imperocchè tutti erano pronti a chiamare Dio in testimonio onde provare com’essi avessero rinunziato ad ogni relazione spirituale coi prelati e co’ potentati forestieri. Ma il Cattolico Romano non voleva giurare che il Papa non avesse giurisdizione in Inghilterra, nè il Quacquero prestare giuramento di nessuna specie. Dall’altra parte, nè l’uno nè l’altro era colpito dal così detto Five Mile Act; legge che tra tutte quelle le quali contenevansi nel Libro degli Statuti, era forse la più molesta ai Puritani Non-Conformisti.[304]XXVI. I Quacqueri avevano in Corte uno zelante e potente avvocato. Benchè, come classe, poco s’immischiassero nelle cose del mondo, e schivassero le politiche, quale occupazione nociva ai loro interessi spirituali; uno di loro, molto dagli altri predistinto per grado ed opulenza, viveva fra le alte classi, ed aveva sempre aperta la via all’orecchio del Re. Costui era il celebre Guglielmo Penn. Il padre suo aveva avuto alto comando nella flotta, era stato commissario dell’ammiragliato, aveva seduto nel Parlamento, era stato fatto cavaliere, e gli era stata data la speranza d’una paría. Il figlio era stato educatoliberalmente, e destinato alla professione delle armi: se non che, mentre era ancora giovane, aveva danneggiato il proprio avvenire e disgustati gli amici, collegandosi a quella che a que’ tempi comunemente consideravasi come masnada di stolti eretici. Era stato talvolta chiuso nella prigione della Torre, tal’altra a Newgate. Era stato processato in Old Bailey, per avere predicato in onta alla legge. Nondimeno, dopo qualche tempo erasi riconciliato con la propria famiglia, e gli era riuscito ottenere protezione così potente, che mentre tutte le carceri dell’Inghilterra erano ripiene de’ suoi confratelli, a lui fu per molti anni permesso di professare senza molestia la propria credenza. Verso la fine del regno di Carlo, per saldo di un vecchio debito che aveva con lui la Corona, ottenne la concessione nell’America Settentrionale, d’un’immensa contrada allora popolata soltanto di cacciatori Indiani, e invitò i suoi amici perseguitati a stabilirvisi. Allorchè Giacomo salì sul trono, la colonia di Penn era tuttavia nella infanzia.Tra Giacomo e Penn da lungo tempo era stata dimestichezza. Il Quacquero, quindi, divenne cortigiano, e quasi prediletto. Ciascun giorno dalla galleria era chiamato alle segrete stanze del principe, e talvolta aveva lunghe udienze, intanto che i Pari del Regno stavano ad aspettare nelle anticamere. Corse voce ch’egli avesse più potenza effettiva di giovare e di nuocere, di quanta ne avessero molti nobili che occupavano alti uffici. Tosto fu circuito da adulatori e da supplicanti. La sua casa in Kensington talvolta, verso l’ora in cui si levava da letto, era affollata da più di dugento chiedenti. Nondimeno, caro gli costava tale apparenza di prosperità. Anche gli uomini della sua setta lo trattavano con freddezza, e lo ricompensavano de’ servigi loro resi, parlandone male. Lo accusavano altamente d’essere papista, anzi gesuita. Taluni affermavano ch’egli fosse stato educato in Saint-Omer, ed altri che avesse ricevuti gli ordini sacri in Roma. Tali calunnie, a dir vero, potevano trovare credenza solo nella insensata moltitudine; ma a queste calunnie mescolavansi accuse assai meglio fondate.[305]Il dire intera la verità intorno a Penn, è impresa che richiede qualche coraggio; perocchè egli è più presto un personaggio mistico che storico. Nazioni rivali e sètte avverse fra loro, sono state concordi a canonizzarlo. La Inghilterra va orgogliosa del nome di lui. Una grande Repubblica oltre l’Atlantico, gli porta una riverenza simile a quella che gli Ateniesi sentivano per Teseo e i Romani per Quirino. La spettabile società di cui egli era membro, l’onora come un apostolo. Gli uomini pii d’altre credenze, generalmente, lo considerano come splendido esempio di virtù cristiana. Frattanto, ammiratori di differentissima specie ne hanno celebrate le lodi. I filosofi francesi del secolo decimottavo gli perdonavano quelle ch’essi chiamavano superstiziose fantasticherie, in grazia dello spregio in cui teneva i preti, e della benevolenza cosmopolita, che egli imparzialmente mostrava agli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni. In tal modo il nome di lui, per tutto il mondo incivilito, è divenuto sinonimo di probità e di filantropia.Nè egli è al tutto immeritevole di questa grande riputazione. Fuori d’ogni dubbio, era uomo d’insigni virtù. Aveva un forte sentimento de’ doveri religiosi, ed un fervido desiderio di promuovere la felicità del genere umano. In uno o due punti d’alta importanza, egli aveva idee più esatte di quelle che erano, nel suo tempo, comuni anche fra gli uomini di mente elevata; e come signore e legislatore d’una provincia, la quale, essendo quasi priva d’abitatori allorquando egli ne ebbe il possesso, gli apriva un campo vergine da farvi morali esperimenti, ebbe la rara e buona ventura di potere porre in pratica le proprie teorie senza patti di nessuna sorta, e nondimeno senza scossa per le istituzioni esistenti. E’ sarà sempre onorevolmente ricordato come fondatore d’una colonia, la quale nelle sue relazioni con genti selvagge non abusòdella forza che nasce dallo incivilimento, e come legislatore il quale, in un tempo di persecuzione, fece della libertà religiosa la pietra angolare della politica. Ma la vita e gli scritti suoi porgono abbondevoli prove che testificano come egli non fosse uomo di vigoroso giudicio. Non aveva l’arte di leggere addentro nell’indole altrui. La fiducia ch’ei poneva in genti meno di lui virtuose, lo trasse in gravi errori ed infortunii. Lo entusiasmo per un gran principio, sovente lo spingeva a violarne altri ch’egli avrebbe dovuto tener sacri. Nè la sua rettitudine stette salda alle tentazioni alle quali ei rimaneva esposto in quella società splendida e culta, ma profondamente corrotta, con cui alla Corte di Re Giacomo egli usava. Tutta la Corte era in perpetuo fermento d’intrighi di galanteria e d’intrighi d’ambizione. Continuo era il traffico degli onori, degli uffici e delle grazie. Era perciò naturale che un uomo il quale ogni giorno vedevasi in palazzo, e, siccome era a tutti noto, aveva libero accesso alla regia maestà, venisse frequentemente importunato ad usare la propria influenza per fini che una rigorosa morale debbe condannare. La integrità di Penn era rimasta incrollabile contro gli assalti della maldicenza e della persecuzione. Ma poscia, aggredito dai sorrisi del Re, dalle blandizie delle donne, dalla insinuante eloquenza e dalle delicate lusinghe de’ vecchi diplomatici e cortigiani, la sua fermezza cominciò a cedere. Titoli e frasi, già da lui spesso riprovati, gli uscivano, secondo le occasioni, dalle labbra e dalla penna. Non sarebbe nessun male ove egli non fosse stato reo di altro che d’essersi lasciato andare ai complimenti mondani. Sventuratamente, non può nascondersi come egli fosse parte precipua in certi fatti, condannati non solo dal rigido codice della Società cui egli apparteneva, ma dal senso universale di tutti gli uomini onesti. Protestò, poi, solennemente che le sue mani erano pure d’ogni illecito guadagno, e che non aveva ricevuta gratificazione nessuna da coloro i quali erano stati da lui giovati, quantunque gli sarebbe stato facile, mentre aveva influenza in Corte, mettere insieme centoventimila lire sterline.[306]Tale asserzione è degna di piena fede. Mala mancia si può offrire alla vanità come si offre alla cupidigia; ed è impossibile negare che Penn, blandito, si lasciò condurre a fatti ingiustificabili, de’ quali altri raccolse gli utili.XXVII. L’uso ch’ei primamente fece del proprio credito, fu altamente commendevole. Espose con vigorosa eloquenza i patimenti dei Quacqueri al nuovo Re, il quale con gioia vide come fosse possibile concedere il perdono a cotesti tranquilli settarii e ai Cattolici Romani, senza mostrare simile favore alle altre sètte parimente perseguitate. Fu fatta una lista de’ prigioni che erano sotto processo come rei di non avere voluto prestare giuramento, o andare alla chiesa, e il certificato della cui lealtà era stato presentato al Governo. Costoro furono assoluti, ordinandosi ad un tempo di non intentare simiglianti processi, finchè non fosse resa manifesta la volontà del Re. In tal guisa circa millecinquecento Quacqueri, ed anche un maggior numero di Cattolici Romani riebbero la libertà loro.[307]Era già arrivato il tempo in cui doveva adunarsi il Parlamento inglese. I membri della nuova Camera de’ Comuni giunti alla metropoli, erano così numerosi, da dubitarsi molto se la sala loro, così come era, li potesse contener tutti. Spesero i giorni che immediatamente precessero l’apertura della sessione, a ragionare tra loro e con gli agenti del Governo intorno alle pubbliche faccende. Una gran ragunanza del partito realista fu tenuta a Fountain Tavern nello Strand; e Ruggiero Lestrange, che di recente dal Re era stato fatto cavaliere ed eletto al Parlamento dalla città di Winchester, fu parte principale nelle loro consulte.[308]Conobbesi tosto, che molti della Camera dei Comuni avevanoidee che non concordavano interamente con quelle della Corte. I Tory gentiluomini di provincia, senza escluderne quasi nessuno, volevano mantenere l’Atto di Prova e l’Habeas Corpus; e taluni di loro parlavano di votare la rendita solo per un certo numero d’anni. Ma erano prontissimi a far leggi severe contro i Whig, e avrebbero volentieri veduto tutti i propugnatori della Legge d’Esclusione dichiarati incapaci d’occupare gli uffici. Il Re, dall’altro canto, desiderava ottenere dal Parlamento una rendita a vita, l’ammissione dei Cattolici Romani agl’impieghi, e la revoca dell’Habeas Corpus. Queste tre cose gli stavano a cuore; e non era per nulla disposto ad accettare come compenso una legge penale contro gli Esclusionisti. Tale, legge, invece gli sarebbe stata assai sgradevole; imperciocchè una classe di Esclusionisti godeva i suoi favori; quella classe, io dico, di cui Sunderland era rappresentante, che erasi collegata coi Whig nei dì della congiura, solo perchè i Whig predominavano, e che aveva mutata faccia al cangiare della fortuna. Giacomo giustamente considerava cotesti rinnegati come i più utili strumenti di cui potesse giovarsi. Dai Cavalieri, uomini di fervido cuore, che gli erano stali fidi nell’avversità, non avrebbe potuto aspettarsi nella prosperità una cieca obbedienza. Coloro i quali spinti, non dallo zelo per la libertà e la religione, ma solamente da egoistica cupidigia e paura, avevano cooperato ad opprimerlo quando trovavasi debole, erano pur troppo gli uomini che, spinti da simile paura e cupidigia, lo avrebbero aiutato, adesso ch’era forte, ad opprimere il suo popolo.[309]Quantunque ei fosse vendicativo, non lo era senza ragione. Non può ricordarsi un solo esempio in cui egli mostrasse generosa commiserazione a coloro che lo avevano avversato onestamente e per il bene pubblico. Ma di frequente risparmiava e promoveva coloro che per qualche vile motivo s’erano indotti ad offenderlo: imperocchè quella abiettezza che li manifestava come opportunistrumenti di tirannide, era agli occhi suoi cosa di tanto pregio, che la perdonava anche quando veniva adoperata a suo danno.I desiderii del Re furono manifestati per diverse vie ai membri Tory della Camera Bassa. Fu agevole persuadere la maggior parte di loro a deporre ogni pensiero di una legge penale contro gli Esclusionisti, ed a consentire di concedere alla Maestà Sua la rendita a vita. Ma rispetto all’Atto di Prova e all’Habeas Corpus, gli emissarii del Governo non poterono ottenere assicurazioni soddisfacenti.[310]XXVIII. Il dì diciannovesimo di Maggio fu aperta la sessione. I seggi della Camera de’ Comuni presentavano un singolare spettacolo. Il grande partito che negli ultimi tre Parlamenti aveva predominato, era adesso diventato una misera minoranza, essendo poco più della quindicesima parte di tutti i rappresentanti. Dei cinquecento tredici Cavalieri e borghesi, solo cento trenta cinque nei precedenti tempi avevano seduto in quel luogo. È cosa evidente che una congrega d’uomini nuovi ed inesperti, doveva essere, in alcuni importantissimi requisiti, al disotto di quel che generalmente sono le nostre assemblee legislative.[311]L’ufficio di dirigere la Camera fu affidato da Giacomo a due Pari del Regno di Scozia. Uno di essi, Carlo Middleton, conte di Middleton, dopo d’avere occupato in Edimburgo uffici cospicui, era stato ammesso, poco avanti la morte di Carlo, al Consiglio Privato, e nominato uno de’ Segretarii di Stato. A lui fu aggiunto Riccardo Graham, visconte Preston, che per lungo tempo aveva tenuto il posto d’inviato a Versailles.La prima faccenda di cui si occupassero i Comuni, fu quella d’eleggere un Presidente. Era stato lungamente discusso nel Gabinetto chi dovesse essere l’uomo da scegliersi. Guildford aveva raccomandato Sir Tommaso Meres, il quale, come lui, apparteneva alla classe de’ Barcamenanti. Jeffreys, che non lasciava fuggire occasione alcuna per molestare il Lord Cancelliere, sosteneva la candidatura di Sir GiovanniTrevor. Costui, che era cresciuto facendo mezzo il beccaliti e mezzo il giocatore, aveva portato nella vita politica sentimenti e principii degni d’ambedue i suoi mestieri; era divenuto parassito del Capo Giudice, e in ogni caso avrebbe potuto imitare, non senza riuscita, lo stile vituperevole del suo protettore. Il prediletto di Jeffreys, come era da aspettarsi, venne preferito da Giacomo; e proposto da Middleton, fu eletto senza opposizione.[312]XXIX. Fin qui le cose procedettero senza intoppo. Ma un avversario di non comune prodezza, vigilava aspettando l’ora di mostrarsi. Era questi Eduardo Seymour, del Castello di Berry Pomeroy, rappresentante della città d’Exeter. La sua nascita lo agguagliava ai più nobili sudditi d’Europa. Egli era il legittimo discendente maschio di quel Duca di Somerset, che era stato cognato ad Enrico VIII, e Protettore del Regno d’Inghilterra. Secondo l’antico diploma di creazione del ducato di Somerset, il figlio maggiore del Protettore era stato posposto al più giovane, dal quale discendevano i Buchi di Somerset. Dal primogenito discendeva la famiglia stabilita a Berry Pomeroy. Le ricchezze di Seymour erano grandi, e vasta la sua influenza nelle contrade occidentali dell’Inghilterra. Nè la sua sola importanza era quella che gli derivava dal sangue e dall’opulenza. Era uno de’ più destri favellatori e degli uomini di affari nel Regno: aveva per molti anni seduto nella Camera de’ Comuni, ne aveva studiato le regole e gli usi, e ne intendeva perfettamente l’indole. Nel regno decorso era stato eletto Presidente, con circostanze che resero peculiarmente onorevole quell’ufficio. Pel corso di molte generazioni, nessuno che non fosse giureconsulto era stato chiamato al seggio presidenziale; ed egli fu il primo gentiluomo di provincia, il quale, in grazia dell’abilità e doti sue, ruppe quella antica costumanza. Aveva poscia occupati alti uffici politici, ed era stato membro del Gabinetto. Ma il suo altero e non pieghevole carattere spiacque tanto, che gli fu forza ritrarsi. Era Tory e partigiano della Chiesa Anglicana; aveva intrepidamente avversata la Legge d’Esclusione; era stato perseguitodai Whig mentre le sorti loro volgevano prospere: poteva quindi con sicurtà rischiarsi a favellare con tale un linguaggio, che qualunque altro uomo sospettato di sentimenti repubblicani, usandolo, sarebbe stato gettato dentro la Torre. Era stato lungo tempo capo di una forte colleganza parlamentare, che chiamavasi l’Alleanza Occidentale, e comprendeva molti gentiluomini delle Contee di Devon, Somerset e Cornwall.[313]In tutte le Camere de’ Comuni, un membro che abbia eloquenza, sapere e pratica degli affari, e insieme ricchezze ed illustre nascimento, è d’uopo che venga altamente predistinto. Ma in una Camera dalla quale erano esclusi molti degli oratori e de’ periti eminenti del secolo, e che era popolata di genti che non avevano mai udita una discussione, la influenza d’un tanto uomo era singolarmente formidabile. Veramente, a Seymour mancava il peso del carattere morale, come colui che era licenzioso, profano, corrotto, e così superbo da sdegnare ogni cortesia, e tuttavia non tanto da aborrire dagli illeciti guadagni. Ma era uno alleato così utile, e un nemico così malefico, che spesso veniva corteggiato anco da coloro che maggiormente lo detestavano.[314]Adesso ei trovavasi di cattivo umore contro il Governo. Il riordinamento de’ borghi occidentali aveva indebolita la influenza di lui in vari luoghi. Il suo orgoglio aveva sofferto all’esaltamento di Trevor al seggio presidenziale; e ben tosto ei colse il destro di vendicarsene.XXX. Il dì ventesimosecondo di maggio, fu ordinato ai Comuni di recarsi alla barra de’ Lordi, dove il Re dal trono profferì un discorso innanzi ambedue le Camere. Dichiarò d’essere fermo a mantenere il governo stabilito nella Chiesa e nello Stato. Ma scemò lo effetto di questa dichiarazione con istrani ammonimenti ai Comuni. Disse di temere che essi fossero per avventura disposti a concedergli danari alla spicciolata di quando in quando, con la speranza di così forzarlo a convocarli spesso. Ma gli avvertiva che egli non era uomo da essere raggirato, e che ove essi desiderassero ragunarsi difrequente, dovevano con lui condursi bene. Ed essendo manifestissima cosa che il governo non poteva tirare avanti senza pecunia, sotto coteste espressioni chiaramente sottintendevasi, che qualora essi non avessero voluto dargliene quanta ei ne desiderava, se la sarebbe presa da sè. Strano a dirsi! una simigliante allocuzione fu accolta con fragorosi applausi dai gentiluomini Tory che stavano alla barra. Cotali acclamazioni erano allora d’uso. Adesso, da molti anni in qua, i Parlamenti hanno adottato il grave e decoroso costume d’ascoltare con rispettoso silenzio tutte l’espressioni, accettabili o non accettabili, che vengono profferite dal trono.[315]Era allora usanza che, dopo avere il Re con brevi parole significato le ragioni di convocare il Parlamento, il Ministro che teneva il Gran Sigillo, spiegasse con più larghezza alle Camere la condizione delle pubbliche cose. Guildford, ad imitazione de’ suoi predecessori Clarendon, Bridgeman, Shaftesbury e Nottingham, aveva apparecchiato una elaborata orazione; ma, con suo grave dolore, trovò non esservi mestieri de’ suoi servigi.[316]XXXI. Appena i Comuni furono ritornati nella propria sala, venne proposto che si formassero in comitato a fine di stabilire la rendita da darsi al Re.Allora alzossi Seymour. Qual fosse l’attitudine di lui, che era capo di gentiluomini dissoluti e di spiriti alteri, con la testa coperta di ricci artificiali che gli cadevano profusamente giù attorno alle spalle, e con una espressione mista di voluttà o di sdegno negli occhi e sulle labbra, possiamo argomentarlo dal suo ritratto, che conservasi ancora. Lo altero Cavaliere disse: non desiderare che il Parlamento negasse alla Corona i mezzi di condurre il governo. Ma era quello un vero Parlamento? Non si vedevano forse sui banchi molti, i quali, siccome era noto a tutti, non avevano diritto di sedervi, molti la cui elezione era macchiata di corruzione, molti che erano stati imposti con modi minacciosi agli elettori ripugnanti, e molti eletti da corpi municipali che non avevano esistenza legale?Non erano stati i collegi elettorali riordinati in onta a statuti regi e d’immemorabile prescrizione? Gli ufficiali che avevano raccolto il risultamento della votazione, non erano stati in ogni dove ciechi agenti della Corte? Vedendo che il principio supremo della rappresentanza era stato così sistematicamente violato, non sapeva con qual nome chiamare una caterva di gentiluomini ch’egli si vedeva dintorno con l’onorando nome di Camera de’ Comuni. Eppure, non v’era mai stato momento in cui tanto importasse al bene pubblico che il carattere del Parlamento fosse irreprensibile. Grandi pericoli pendevano sopra la costituzione ecclesiastica e civile del Regno. Era cosa notissima a tutti, e quindi non bisognevole d’esser provata, che l’Atto di Prova, difesa della religione, e l’Habeas Corpus, difesa della libertà, erano fatti segno alla distruzione. «Innanzi di procedere a fare l’ufficio di legislatori sopra questioni di sì grave momento, sinceriamoci almeno se siamo veramente un corpo legislativo. Il primo degli atti nostri sia quello d’inquisire intorno al modo onde sono state condotte le elezioni, e di porre ogni studio che la inchiesta proceda imparzialmente. Imperocchè, ove la nazione trovasse non potersi ottenere riparo con mezzi pacifici, potremmo forse tra breve tempo subire la giustizia che ricusiamo di rendere.» Concluse proponendo che, innanzi di concedere alcuna somma di denaro alla Corona, la Camera esaminasse le petizioni contro le elezioni, e che a nessuno de’ membri non aventi diritto a sedere in quel luogo, si concedesse di votare.Non fu udito un solo applauso. Nessun membro osò secondare la proposta. E davvero Seymour aveva dette cose che niuno altro avrebbe impunemente potuto dire. La proposta fu messa da parte, e nè anche registrata ne’ processi verbali; ma aveva prodotto potentissimo effetto. Barillon scrisse al proprio signore, che molti i quali non avevano osato applaudire quell’insigne discorso, lo avevano in cuor loro approvato; che se ne parlava per tutte le conversazioni di Londra; e che la impressione da esso fatta nel pubblico, sembrava dover essere durevole.[317]XXXII. I Comuni, senza indugio formatisi in comitato, votarono concedendo al Re la intera rendita della quale aveva fruito il suo fratello.[318]XXXIII. E’ pare che gli zelanti amici della Chiesa, i quali formavano la maggioranza della Camera, pensassero che la prontezza onde avevano obbedito alle voglie del Re nella quistione della rendita, desse loro ragione a sperare, da parte di lui, qualche concessione. Dicevano che, avendo essi fatto molto a beneficio di lui, era ormai tempo ch’egli facesse qualche cosa a beneficio della nazione. La Camera, dunque, si formò in comitato di religione, onde esaminare i mezzi migliori a provvedere alla sicurtà della Chiesa stabilita. In quel comitato due deliberazioni furono unanimemente adottate. La prima esprimeva fervido affetto per la Chiesa Anglicana. La seconda supplicava il Re perchè mandasse ad esecuzione le leggi penali contro coloro che non aderivano a quella Chiesa.[319]I Whig avrebbero, senza dubbio, voluto vedere che ai protestanti dissenzienti fosse conceduta tolleranza, e solo i cattolici romani fossero perseguitati. Ma erano pochi e scuorati. Tenevansi, quindi, per quanto potevano, fuori di vista; evitavano il nome del proprio partito; astenevansi di significare ad un ostile uditorio le loro opinioni particolari, e fermamente sostenevano ogni proposta tendente a turbare la concordia che fino allora esisteva tra il Parlamento e la Corte.Appena i procedimenti del Comitato di Religione furono conosciuti in Whitehall, il Re andò in gran furore. Nè possiamo giustamente biasimarlo per essersi risentito della condotta de’ Tory. Se essi erano disposti a volere che il codice penale venisse eseguito con rigore, avrebbero apertamente dovuto sostenere la Legge d’Esclusione. Dacchè porre un papista sul trono, ed insistere poi ch’egli perseguitasse a morte i seguaci di quella fede, nella quale soltanto, secondoi suoi principii, poteva trovarsi la eterna salute, era assurdo. Mitigando con un reggimento temperato la severità delle sanguinose leggi d’Elisabetta, il Re non violava nessun principio costituzionale: solo esercitava un potere ch’era sempre stato inerente alla Corona. Anzi, solamente faceva ciò che poscia fu fatto da parecchi sovrani zelanti delle dottrine della Riforma; cioè da Guglielmo, da Anna, e dai principi della Casa di Brunswick. Se avesse patito che i preti cattolici romani, ai quali poteva senza violazione della legge salvare la vita, fossero impiccati, strascinati e squartati, per aver praticato quello ch’ei considerava come loro debito precipuo, si sarebbe attirato addosso l’odio e lo spregio anche di coloro, ai pregiudizi de’ quali egli aveva fatta così vergognosa concessione; e se si fosse contentato di concedere ai membri della sua propria Chiesa una tolleranza pratica, facendo largo uso della sua indubitata prerogativa di far grazia, i posteri lo avrebbero unanimemente applaudito.I Comuni, probabilmente, considerata bene la cosa, conobbero di avere operato in modo assurdo. Rimasero anco conturbati sentendo come il Re, cui essi tributavano superstiziosa riverenza, fosse grandemente sdegnato. Furono quindi solleciti ad espiare l’offesa. Nella Camera, con unanime voto, disfecero la deliberazione unanimemente fatta in Comitato, e adottarono la proposta di rimettersi con intera fiducia alla graziosa promessa che la Maestà Sua aveva loro data di proteggere quella religione che loro era cara più della stessa vita.[320]XXXIV. Tre giorni dopo, il Re fece sapere alla Camera, avere suo fratello lasciati certi debiti, e le provvigioni della flotta e dell’artiglieria essere pressochè esauste. Fu subitamente determinato d’imporre nuove tasse. La persona a cui venne affidata la cura di trovarne le vie e i mezzi, fu Sir Dudley North, fratello minore del Lord Cancelliere. Dudley North era uno de’ più abili uomini del suo tempo. Fino dagli anni suoi primi, era stato mandato in Levante, dove erasi lungo tempo occupato di faccende mercantili. Molti, in cosiffattaoccupazione avrebbero lasciate irrugginire le facoltà del proprio intelletto; perocchè in Costantinopoli e Smirne v’erano pochi libri e pochi uomini intelligenti. Ma il giovane mercante aveva sortita una di quelle vigorose intelligenze che non dipendono da esterni sussidii. Nella sua solitudine, meditava profondamente sopra la filosofia del traffico, e speculò a poco a poco una teoria compiuta ed ammirevole, che in sostanza era quella che fu esposta un secolo dopo da Adamo Smith. Dopo molti anni di esilio, Dudley North ritornò in Inghilterra signore d’un gran patrimonio, e si pose a trafficare nella Città di Londra come mercante della Turchia. Il suo nome, per il profondo sapere pratico e speculativo nelle cose commerciali, giunse speditamente a notizia degli uomini di Stato. Il Governo trovò in lui un savio consigliere, e insieme uno schiavo senza scrupoli; come quello che aveva rare doti intellettuali, ma principii dissoluti e cuor duro. Mentre infuriava la reazione de’ Tory, egli aveva consentito ad accettare l’ufficio di Sceriffo ad espresso fine di cooperare alle vendette della Corte. I suoi giurati non mancavano mai di profferire condanne; e in un giorno di giudiciale macello, carri carichi di gambe e braccia dei Whig squartati, furono, con grande ribrezzo della sua moglie, trascinati avanti la sua bella casa in Bisinghall Street, perch’egli ordinasse ciò che fosse da farsene. De’ suoi servigi era stato rimeritato con le insegne di cavaliere, con quelle d’aldermanno, e con l’ufficio di Commissario delle Dogane. Era stato mandato al Parlamento dagli elettori di Banbury; e comecchè fosse uomo nuovo, egli fu colui sopra il quale il Lord Tesoriere riposava principalmente per governare le faccende della finanza nella Camera Bassa.[321]Ancorchè i Comuni fossero unanimi nel deliberare la concessione d’altra pecunia alla Corona, non erano punto concordi intorno al donde dovesse cavarsi. Fu tostamente risoluto, che parte della somma richiesta si raccogliesse per mezzo d’una imposta addizionale, a termine d’anni otto, sopra il vino e l’aceto: ma al Governo ciò non bastava. Furonomessi in campo vari assurdi disegni. Molti gentiluomini provinciali inchinavano a imporre una tassa gravosa sopra tutti gli edifici nuovi della metropoli. Speravano che simigliante tassa avrebbe impedito lo accrescersi d’una città, per la quale da lungo tempo sentiva gelosia ed avversione l’aristocrazia rurale. Il progetto di Dudley North era d’imporre, per un termine di otto anni, nuovi dazi sullo zucchero e sul tabacco. Ne sorsero grandi clamori. I trafficanti di generi coloniali, i droghieri, i raffinatori dello zucchero, i tabaccai, fecero petizioni alla Camera, ed assediarono gli uffici pubblici. Il popolo di Bristol, che aveva grande interesse nel traffico con la Virginia e la Giammaica, spedì una deputazione che fu ascoltata alla Camera de’ Comuni. Rochester tentennò alquanto; ma North, con lo spirito pronto e la perfetta conoscenza delle faccende commerciali, prevalse, sì nel Tesoro come nel Parlamento, contro ogni opposizione. I vecchi membri rimasero attoniti vedendo un uomo che appena da quindici giorni sedeva nella Camera, e che aveva passata la più parte della vita in paesi stranieri, assumere, con fiducia di sè, ed abilmente condurre, tutte le funzioni di Cancelliere dello Scacchiere.[322]La sua proposta fu adottata; e così la Corona venne in possesso d’una entrata netta di circa un milione e novecento mila lire sterline, cavate dalla sola Inghilterra. Tale somma era più che bastevole a mantenere il Governo in tempo di pace.[323]XXXV. I Lordi, infrattanto, avevano discusse varie importanti questioni. Fra i Pari, la parte Tory era stata sempre forte. Comprendeva l’intero banco de’ Vescovi; e negli ultimi quattro anni, corsi dopo l’ultimo scioglimento, era stata maggiormente afforzata con la creazione di alcuni nuovi Pari. Di costoro i più cospicui erano il Lord Tesoriere Rochester, il Lord Cancelliere Guildford, il Lord Capo Giudice Jeffreys, Lord Godolphin e Lord Churchill, il quale dopo il suo ritornoda Versailles, era stato fatto barone del Regno d’Inghilterra.I Pari tosto si posero ad esaminare il caso di quattro loro colleghi, i quali erano stati, sotto il regno di Carlo, posti in istato d’accusa; ma non essendosene mai fatto il processo, dopo una lunga prigionia, erano stati ammessi dalla Corte del Banco del Re a dar cauzione. Tre di cotesti nobili che rimanevano sotto malleveria, erano cattolici romani; il quarto era il Conte di Danby, protestante di gran conto e influenza. Da che era caduto dal potere, e dai Comuni stato accusato di tradimento, quattro Parlamenti erano stati disciolti; ma ei non era stato nè assoluto nè condannato. Nel 1679, i Lordi, rispetto alla situazione di lui, avevano discussa la questione, se un atto d’accusa a cagione d’uno scioglimento si dovesse considerare come terminato o non terminato. Avevano risoluto, dopo lunga discussione ed esame de’ precedenti, che l’atto d’accusa dovesse tenersi come pendente. Questa deliberazione adesso venne da loro abrogata. Pochi Nobili Whig protestarono contro tale partito, ma non ottennero nulla. I Comuni in silenzio sobbarcaronsi alla decisione della Camera Alta. Danby riprese il suo seggio fra mezzo ai Pari, e divenne un membro operoso e potente della fazione Tory.[324]La questione costituzionale, intorno a cui, nel breve spazio di sei anni, i Tory avevano a quel modo profferite due affatto contrarie sentenze, si stette a dormire per più d’un secolo, e finalmente fu ridestata dallo scioglimento delle Camere che avvenne durante il lungo processo di Warren Hastings. Era allora necessario determinare se la regola stabilita nel 1679, o la opposta del 1685, fosse da reputarsi come legge del Regno. La questione fu lungamente discussa in ambe le Camere; e nella discussione venne adoperata tutta l’abilità legale e parlamentare che fosse in un secolo singolarmente fecondo d’uomini esperti nelle scienze giuridiche e negli usi del Parlamento. I giureconsulti non erano inegualmente divisi. Thurlow, Kenyon, Scott ed Erskine, sostenevano che lo scioglimento avesse posto fine all’atto d’accusa. La oppostadottrina fu manifestata da Mansfield, Camden, Loughborough e Grant. Ma quegli uomini di Stato, i quali fondavano i loro argomenti non sopra antecedenti o analogie pratiche, ma sopra profondi e larghi principii costituzionali, poco differivano nelle opinioni loro. Pitt e Grenville, al pari di Burk e Fox, sostennero che l’accusa rimaneva tuttavia pendente. Ambedue le Camere, a gran maggioranza, posero da parte la decisione del 1685, e pronunciarono che quella del 1679 era conforme alla legge del Parlamento.XXXVI. Tra tutti i delitti nazionali, commessi mentre il popolo era invaso dalla paura eccitata dalle fandonie d’Oates, il più celebre era stato lo assassinio giudiciale di Stafford. La condanna di quello infelice gentiluomo veniva adesso da ogni uomo imparziale considerata come ingiusta. I testimoni precipui dell’accusa erano stati convinti rei di parecchi spergiuri. In tali circostanze, era debito del Corpo Legislativo di rendere giustizia alla memoria d’una vittima innocente, e di cancellare una macchia immeritata da un nome lungo tempo illustre negli Annali d’Inghilterra. La Camera Alta, in onta al mormorare di pochi Pari, i quali non volevano ammettere d’avere sparso un sangue innocente, passò una legge intesa a cassare il decreto di morte infamante contro Stafford. Nei Comuni, la legge fu letta due volte, senza ricorrere allo scrutinio di divisione; e ordinarono che venisse istituito un comitato. Ma nel dì stabilito per tale faccenda, giunsero nuove, che nelle contrade occidentali dell’Inghilterra era scoppiata una formidabile ribellione. Fu per ciò necessario posporre parecchi importanti affari. L’ammenda dovuta alla memoria di Stafford, fu, come supponevasi, per breve tempo differita. Ma il pessimo governo di Giacomo, in pochi mesi, fece cangiare la pubblica opinione. Pel corso di varie generazioni, i Cattolici Romani non furono in istato di poter chiedere riparazione delle ingiustizie sofferte, e reputavansi fortunati se era loro concesso di vivere senza molestia nella oscurità e nel silenzio. Alla perfine, regnante Giorgio IV, vale a dire cento quaranta e più anni dopo che il sangue di Stafford era stato sparso in Tower Hill, la tarda espiazione fu compita. Una legge, che annullò la sentenza di morte infamante, e restituì alla danneggiata famiglia le antichedignità, fu dai ministri del Re presentata al Parlamento, e, lietamente accolta da tutti gli uomini pubblici di ogni partito, passò senza un solo voto contrario.[325]Adesso è mestieri che io racconti la origine e il progresso di quella ribellione, che improvvisamente interruppe le deliberazioni delle Camere.
Accadde, inoltre, di potere grandemente alleggiare i Cattolici Romani e i Quacqueri, senza mitigare le sciagure dei Puritani. Una legge, allora in vigore, puniva severamente chiunque ricusasse di prestare il giuramento di supremazia quante volte venisse richiesto. Questa legge non toccava i Presbiteriani, gl’Indipendenti o i Battisti, imperocchè tutti erano pronti a chiamare Dio in testimonio onde provare com’essi avessero rinunziato ad ogni relazione spirituale coi prelati e co’ potentati forestieri. Ma il Cattolico Romano non voleva giurare che il Papa non avesse giurisdizione in Inghilterra, nè il Quacquero prestare giuramento di nessuna specie. Dall’altra parte, nè l’uno nè l’altro era colpito dal così detto Five Mile Act; legge che tra tutte quelle le quali contenevansi nel Libro degli Statuti, era forse la più molesta ai Puritani Non-Conformisti.[304]
XXVI. I Quacqueri avevano in Corte uno zelante e potente avvocato. Benchè, come classe, poco s’immischiassero nelle cose del mondo, e schivassero le politiche, quale occupazione nociva ai loro interessi spirituali; uno di loro, molto dagli altri predistinto per grado ed opulenza, viveva fra le alte classi, ed aveva sempre aperta la via all’orecchio del Re. Costui era il celebre Guglielmo Penn. Il padre suo aveva avuto alto comando nella flotta, era stato commissario dell’ammiragliato, aveva seduto nel Parlamento, era stato fatto cavaliere, e gli era stata data la speranza d’una paría. Il figlio era stato educatoliberalmente, e destinato alla professione delle armi: se non che, mentre era ancora giovane, aveva danneggiato il proprio avvenire e disgustati gli amici, collegandosi a quella che a que’ tempi comunemente consideravasi come masnada di stolti eretici. Era stato talvolta chiuso nella prigione della Torre, tal’altra a Newgate. Era stato processato in Old Bailey, per avere predicato in onta alla legge. Nondimeno, dopo qualche tempo erasi riconciliato con la propria famiglia, e gli era riuscito ottenere protezione così potente, che mentre tutte le carceri dell’Inghilterra erano ripiene de’ suoi confratelli, a lui fu per molti anni permesso di professare senza molestia la propria credenza. Verso la fine del regno di Carlo, per saldo di un vecchio debito che aveva con lui la Corona, ottenne la concessione nell’America Settentrionale, d’un’immensa contrada allora popolata soltanto di cacciatori Indiani, e invitò i suoi amici perseguitati a stabilirvisi. Allorchè Giacomo salì sul trono, la colonia di Penn era tuttavia nella infanzia.
Tra Giacomo e Penn da lungo tempo era stata dimestichezza. Il Quacquero, quindi, divenne cortigiano, e quasi prediletto. Ciascun giorno dalla galleria era chiamato alle segrete stanze del principe, e talvolta aveva lunghe udienze, intanto che i Pari del Regno stavano ad aspettare nelle anticamere. Corse voce ch’egli avesse più potenza effettiva di giovare e di nuocere, di quanta ne avessero molti nobili che occupavano alti uffici. Tosto fu circuito da adulatori e da supplicanti. La sua casa in Kensington talvolta, verso l’ora in cui si levava da letto, era affollata da più di dugento chiedenti. Nondimeno, caro gli costava tale apparenza di prosperità. Anche gli uomini della sua setta lo trattavano con freddezza, e lo ricompensavano de’ servigi loro resi, parlandone male. Lo accusavano altamente d’essere papista, anzi gesuita. Taluni affermavano ch’egli fosse stato educato in Saint-Omer, ed altri che avesse ricevuti gli ordini sacri in Roma. Tali calunnie, a dir vero, potevano trovare credenza solo nella insensata moltitudine; ma a queste calunnie mescolavansi accuse assai meglio fondate.[305]
Il dire intera la verità intorno a Penn, è impresa che richiede qualche coraggio; perocchè egli è più presto un personaggio mistico che storico. Nazioni rivali e sètte avverse fra loro, sono state concordi a canonizzarlo. La Inghilterra va orgogliosa del nome di lui. Una grande Repubblica oltre l’Atlantico, gli porta una riverenza simile a quella che gli Ateniesi sentivano per Teseo e i Romani per Quirino. La spettabile società di cui egli era membro, l’onora come un apostolo. Gli uomini pii d’altre credenze, generalmente, lo considerano come splendido esempio di virtù cristiana. Frattanto, ammiratori di differentissima specie ne hanno celebrate le lodi. I filosofi francesi del secolo decimottavo gli perdonavano quelle ch’essi chiamavano superstiziose fantasticherie, in grazia dello spregio in cui teneva i preti, e della benevolenza cosmopolita, che egli imparzialmente mostrava agli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni. In tal modo il nome di lui, per tutto il mondo incivilito, è divenuto sinonimo di probità e di filantropia.
Nè egli è al tutto immeritevole di questa grande riputazione. Fuori d’ogni dubbio, era uomo d’insigni virtù. Aveva un forte sentimento de’ doveri religiosi, ed un fervido desiderio di promuovere la felicità del genere umano. In uno o due punti d’alta importanza, egli aveva idee più esatte di quelle che erano, nel suo tempo, comuni anche fra gli uomini di mente elevata; e come signore e legislatore d’una provincia, la quale, essendo quasi priva d’abitatori allorquando egli ne ebbe il possesso, gli apriva un campo vergine da farvi morali esperimenti, ebbe la rara e buona ventura di potere porre in pratica le proprie teorie senza patti di nessuna sorta, e nondimeno senza scossa per le istituzioni esistenti. E’ sarà sempre onorevolmente ricordato come fondatore d’una colonia, la quale nelle sue relazioni con genti selvagge non abusòdella forza che nasce dallo incivilimento, e come legislatore il quale, in un tempo di persecuzione, fece della libertà religiosa la pietra angolare della politica. Ma la vita e gli scritti suoi porgono abbondevoli prove che testificano come egli non fosse uomo di vigoroso giudicio. Non aveva l’arte di leggere addentro nell’indole altrui. La fiducia ch’ei poneva in genti meno di lui virtuose, lo trasse in gravi errori ed infortunii. Lo entusiasmo per un gran principio, sovente lo spingeva a violarne altri ch’egli avrebbe dovuto tener sacri. Nè la sua rettitudine stette salda alle tentazioni alle quali ei rimaneva esposto in quella società splendida e culta, ma profondamente corrotta, con cui alla Corte di Re Giacomo egli usava. Tutta la Corte era in perpetuo fermento d’intrighi di galanteria e d’intrighi d’ambizione. Continuo era il traffico degli onori, degli uffici e delle grazie. Era perciò naturale che un uomo il quale ogni giorno vedevasi in palazzo, e, siccome era a tutti noto, aveva libero accesso alla regia maestà, venisse frequentemente importunato ad usare la propria influenza per fini che una rigorosa morale debbe condannare. La integrità di Penn era rimasta incrollabile contro gli assalti della maldicenza e della persecuzione. Ma poscia, aggredito dai sorrisi del Re, dalle blandizie delle donne, dalla insinuante eloquenza e dalle delicate lusinghe de’ vecchi diplomatici e cortigiani, la sua fermezza cominciò a cedere. Titoli e frasi, già da lui spesso riprovati, gli uscivano, secondo le occasioni, dalle labbra e dalla penna. Non sarebbe nessun male ove egli non fosse stato reo di altro che d’essersi lasciato andare ai complimenti mondani. Sventuratamente, non può nascondersi come egli fosse parte precipua in certi fatti, condannati non solo dal rigido codice della Società cui egli apparteneva, ma dal senso universale di tutti gli uomini onesti. Protestò, poi, solennemente che le sue mani erano pure d’ogni illecito guadagno, e che non aveva ricevuta gratificazione nessuna da coloro i quali erano stati da lui giovati, quantunque gli sarebbe stato facile, mentre aveva influenza in Corte, mettere insieme centoventimila lire sterline.[306]Tale asserzione è degna di piena fede. Mala mancia si può offrire alla vanità come si offre alla cupidigia; ed è impossibile negare che Penn, blandito, si lasciò condurre a fatti ingiustificabili, de’ quali altri raccolse gli utili.
XXVII. L’uso ch’ei primamente fece del proprio credito, fu altamente commendevole. Espose con vigorosa eloquenza i patimenti dei Quacqueri al nuovo Re, il quale con gioia vide come fosse possibile concedere il perdono a cotesti tranquilli settarii e ai Cattolici Romani, senza mostrare simile favore alle altre sètte parimente perseguitate. Fu fatta una lista de’ prigioni che erano sotto processo come rei di non avere voluto prestare giuramento, o andare alla chiesa, e il certificato della cui lealtà era stato presentato al Governo. Costoro furono assoluti, ordinandosi ad un tempo di non intentare simiglianti processi, finchè non fosse resa manifesta la volontà del Re. In tal guisa circa millecinquecento Quacqueri, ed anche un maggior numero di Cattolici Romani riebbero la libertà loro.[307]
Era già arrivato il tempo in cui doveva adunarsi il Parlamento inglese. I membri della nuova Camera de’ Comuni giunti alla metropoli, erano così numerosi, da dubitarsi molto se la sala loro, così come era, li potesse contener tutti. Spesero i giorni che immediatamente precessero l’apertura della sessione, a ragionare tra loro e con gli agenti del Governo intorno alle pubbliche faccende. Una gran ragunanza del partito realista fu tenuta a Fountain Tavern nello Strand; e Ruggiero Lestrange, che di recente dal Re era stato fatto cavaliere ed eletto al Parlamento dalla città di Winchester, fu parte principale nelle loro consulte.[308]
Conobbesi tosto, che molti della Camera dei Comuni avevanoidee che non concordavano interamente con quelle della Corte. I Tory gentiluomini di provincia, senza escluderne quasi nessuno, volevano mantenere l’Atto di Prova e l’Habeas Corpus; e taluni di loro parlavano di votare la rendita solo per un certo numero d’anni. Ma erano prontissimi a far leggi severe contro i Whig, e avrebbero volentieri veduto tutti i propugnatori della Legge d’Esclusione dichiarati incapaci d’occupare gli uffici. Il Re, dall’altro canto, desiderava ottenere dal Parlamento una rendita a vita, l’ammissione dei Cattolici Romani agl’impieghi, e la revoca dell’Habeas Corpus. Queste tre cose gli stavano a cuore; e non era per nulla disposto ad accettare come compenso una legge penale contro gli Esclusionisti. Tale, legge, invece gli sarebbe stata assai sgradevole; imperciocchè una classe di Esclusionisti godeva i suoi favori; quella classe, io dico, di cui Sunderland era rappresentante, che erasi collegata coi Whig nei dì della congiura, solo perchè i Whig predominavano, e che aveva mutata faccia al cangiare della fortuna. Giacomo giustamente considerava cotesti rinnegati come i più utili strumenti di cui potesse giovarsi. Dai Cavalieri, uomini di fervido cuore, che gli erano stali fidi nell’avversità, non avrebbe potuto aspettarsi nella prosperità una cieca obbedienza. Coloro i quali spinti, non dallo zelo per la libertà e la religione, ma solamente da egoistica cupidigia e paura, avevano cooperato ad opprimerlo quando trovavasi debole, erano pur troppo gli uomini che, spinti da simile paura e cupidigia, lo avrebbero aiutato, adesso ch’era forte, ad opprimere il suo popolo.[309]Quantunque ei fosse vendicativo, non lo era senza ragione. Non può ricordarsi un solo esempio in cui egli mostrasse generosa commiserazione a coloro che lo avevano avversato onestamente e per il bene pubblico. Ma di frequente risparmiava e promoveva coloro che per qualche vile motivo s’erano indotti ad offenderlo: imperocchè quella abiettezza che li manifestava come opportunistrumenti di tirannide, era agli occhi suoi cosa di tanto pregio, che la perdonava anche quando veniva adoperata a suo danno.
I desiderii del Re furono manifestati per diverse vie ai membri Tory della Camera Bassa. Fu agevole persuadere la maggior parte di loro a deporre ogni pensiero di una legge penale contro gli Esclusionisti, ed a consentire di concedere alla Maestà Sua la rendita a vita. Ma rispetto all’Atto di Prova e all’Habeas Corpus, gli emissarii del Governo non poterono ottenere assicurazioni soddisfacenti.[310]
XXVIII. Il dì diciannovesimo di Maggio fu aperta la sessione. I seggi della Camera de’ Comuni presentavano un singolare spettacolo. Il grande partito che negli ultimi tre Parlamenti aveva predominato, era adesso diventato una misera minoranza, essendo poco più della quindicesima parte di tutti i rappresentanti. Dei cinquecento tredici Cavalieri e borghesi, solo cento trenta cinque nei precedenti tempi avevano seduto in quel luogo. È cosa evidente che una congrega d’uomini nuovi ed inesperti, doveva essere, in alcuni importantissimi requisiti, al disotto di quel che generalmente sono le nostre assemblee legislative.[311]
L’ufficio di dirigere la Camera fu affidato da Giacomo a due Pari del Regno di Scozia. Uno di essi, Carlo Middleton, conte di Middleton, dopo d’avere occupato in Edimburgo uffici cospicui, era stato ammesso, poco avanti la morte di Carlo, al Consiglio Privato, e nominato uno de’ Segretarii di Stato. A lui fu aggiunto Riccardo Graham, visconte Preston, che per lungo tempo aveva tenuto il posto d’inviato a Versailles.
La prima faccenda di cui si occupassero i Comuni, fu quella d’eleggere un Presidente. Era stato lungamente discusso nel Gabinetto chi dovesse essere l’uomo da scegliersi. Guildford aveva raccomandato Sir Tommaso Meres, il quale, come lui, apparteneva alla classe de’ Barcamenanti. Jeffreys, che non lasciava fuggire occasione alcuna per molestare il Lord Cancelliere, sosteneva la candidatura di Sir GiovanniTrevor. Costui, che era cresciuto facendo mezzo il beccaliti e mezzo il giocatore, aveva portato nella vita politica sentimenti e principii degni d’ambedue i suoi mestieri; era divenuto parassito del Capo Giudice, e in ogni caso avrebbe potuto imitare, non senza riuscita, lo stile vituperevole del suo protettore. Il prediletto di Jeffreys, come era da aspettarsi, venne preferito da Giacomo; e proposto da Middleton, fu eletto senza opposizione.[312]
XXIX. Fin qui le cose procedettero senza intoppo. Ma un avversario di non comune prodezza, vigilava aspettando l’ora di mostrarsi. Era questi Eduardo Seymour, del Castello di Berry Pomeroy, rappresentante della città d’Exeter. La sua nascita lo agguagliava ai più nobili sudditi d’Europa. Egli era il legittimo discendente maschio di quel Duca di Somerset, che era stato cognato ad Enrico VIII, e Protettore del Regno d’Inghilterra. Secondo l’antico diploma di creazione del ducato di Somerset, il figlio maggiore del Protettore era stato posposto al più giovane, dal quale discendevano i Buchi di Somerset. Dal primogenito discendeva la famiglia stabilita a Berry Pomeroy. Le ricchezze di Seymour erano grandi, e vasta la sua influenza nelle contrade occidentali dell’Inghilterra. Nè la sua sola importanza era quella che gli derivava dal sangue e dall’opulenza. Era uno de’ più destri favellatori e degli uomini di affari nel Regno: aveva per molti anni seduto nella Camera de’ Comuni, ne aveva studiato le regole e gli usi, e ne intendeva perfettamente l’indole. Nel regno decorso era stato eletto Presidente, con circostanze che resero peculiarmente onorevole quell’ufficio. Pel corso di molte generazioni, nessuno che non fosse giureconsulto era stato chiamato al seggio presidenziale; ed egli fu il primo gentiluomo di provincia, il quale, in grazia dell’abilità e doti sue, ruppe quella antica costumanza. Aveva poscia occupati alti uffici politici, ed era stato membro del Gabinetto. Ma il suo altero e non pieghevole carattere spiacque tanto, che gli fu forza ritrarsi. Era Tory e partigiano della Chiesa Anglicana; aveva intrepidamente avversata la Legge d’Esclusione; era stato perseguitodai Whig mentre le sorti loro volgevano prospere: poteva quindi con sicurtà rischiarsi a favellare con tale un linguaggio, che qualunque altro uomo sospettato di sentimenti repubblicani, usandolo, sarebbe stato gettato dentro la Torre. Era stato lungo tempo capo di una forte colleganza parlamentare, che chiamavasi l’Alleanza Occidentale, e comprendeva molti gentiluomini delle Contee di Devon, Somerset e Cornwall.[313]
In tutte le Camere de’ Comuni, un membro che abbia eloquenza, sapere e pratica degli affari, e insieme ricchezze ed illustre nascimento, è d’uopo che venga altamente predistinto. Ma in una Camera dalla quale erano esclusi molti degli oratori e de’ periti eminenti del secolo, e che era popolata di genti che non avevano mai udita una discussione, la influenza d’un tanto uomo era singolarmente formidabile. Veramente, a Seymour mancava il peso del carattere morale, come colui che era licenzioso, profano, corrotto, e così superbo da sdegnare ogni cortesia, e tuttavia non tanto da aborrire dagli illeciti guadagni. Ma era uno alleato così utile, e un nemico così malefico, che spesso veniva corteggiato anco da coloro che maggiormente lo detestavano.[314]
Adesso ei trovavasi di cattivo umore contro il Governo. Il riordinamento de’ borghi occidentali aveva indebolita la influenza di lui in vari luoghi. Il suo orgoglio aveva sofferto all’esaltamento di Trevor al seggio presidenziale; e ben tosto ei colse il destro di vendicarsene.
XXX. Il dì ventesimosecondo di maggio, fu ordinato ai Comuni di recarsi alla barra de’ Lordi, dove il Re dal trono profferì un discorso innanzi ambedue le Camere. Dichiarò d’essere fermo a mantenere il governo stabilito nella Chiesa e nello Stato. Ma scemò lo effetto di questa dichiarazione con istrani ammonimenti ai Comuni. Disse di temere che essi fossero per avventura disposti a concedergli danari alla spicciolata di quando in quando, con la speranza di così forzarlo a convocarli spesso. Ma gli avvertiva che egli non era uomo da essere raggirato, e che ove essi desiderassero ragunarsi difrequente, dovevano con lui condursi bene. Ed essendo manifestissima cosa che il governo non poteva tirare avanti senza pecunia, sotto coteste espressioni chiaramente sottintendevasi, che qualora essi non avessero voluto dargliene quanta ei ne desiderava, se la sarebbe presa da sè. Strano a dirsi! una simigliante allocuzione fu accolta con fragorosi applausi dai gentiluomini Tory che stavano alla barra. Cotali acclamazioni erano allora d’uso. Adesso, da molti anni in qua, i Parlamenti hanno adottato il grave e decoroso costume d’ascoltare con rispettoso silenzio tutte l’espressioni, accettabili o non accettabili, che vengono profferite dal trono.[315]
Era allora usanza che, dopo avere il Re con brevi parole significato le ragioni di convocare il Parlamento, il Ministro che teneva il Gran Sigillo, spiegasse con più larghezza alle Camere la condizione delle pubbliche cose. Guildford, ad imitazione de’ suoi predecessori Clarendon, Bridgeman, Shaftesbury e Nottingham, aveva apparecchiato una elaborata orazione; ma, con suo grave dolore, trovò non esservi mestieri de’ suoi servigi.[316]
XXXI. Appena i Comuni furono ritornati nella propria sala, venne proposto che si formassero in comitato a fine di stabilire la rendita da darsi al Re.
Allora alzossi Seymour. Qual fosse l’attitudine di lui, che era capo di gentiluomini dissoluti e di spiriti alteri, con la testa coperta di ricci artificiali che gli cadevano profusamente giù attorno alle spalle, e con una espressione mista di voluttà o di sdegno negli occhi e sulle labbra, possiamo argomentarlo dal suo ritratto, che conservasi ancora. Lo altero Cavaliere disse: non desiderare che il Parlamento negasse alla Corona i mezzi di condurre il governo. Ma era quello un vero Parlamento? Non si vedevano forse sui banchi molti, i quali, siccome era noto a tutti, non avevano diritto di sedervi, molti la cui elezione era macchiata di corruzione, molti che erano stati imposti con modi minacciosi agli elettori ripugnanti, e molti eletti da corpi municipali che non avevano esistenza legale?Non erano stati i collegi elettorali riordinati in onta a statuti regi e d’immemorabile prescrizione? Gli ufficiali che avevano raccolto il risultamento della votazione, non erano stati in ogni dove ciechi agenti della Corte? Vedendo che il principio supremo della rappresentanza era stato così sistematicamente violato, non sapeva con qual nome chiamare una caterva di gentiluomini ch’egli si vedeva dintorno con l’onorando nome di Camera de’ Comuni. Eppure, non v’era mai stato momento in cui tanto importasse al bene pubblico che il carattere del Parlamento fosse irreprensibile. Grandi pericoli pendevano sopra la costituzione ecclesiastica e civile del Regno. Era cosa notissima a tutti, e quindi non bisognevole d’esser provata, che l’Atto di Prova, difesa della religione, e l’Habeas Corpus, difesa della libertà, erano fatti segno alla distruzione. «Innanzi di procedere a fare l’ufficio di legislatori sopra questioni di sì grave momento, sinceriamoci almeno se siamo veramente un corpo legislativo. Il primo degli atti nostri sia quello d’inquisire intorno al modo onde sono state condotte le elezioni, e di porre ogni studio che la inchiesta proceda imparzialmente. Imperocchè, ove la nazione trovasse non potersi ottenere riparo con mezzi pacifici, potremmo forse tra breve tempo subire la giustizia che ricusiamo di rendere.» Concluse proponendo che, innanzi di concedere alcuna somma di denaro alla Corona, la Camera esaminasse le petizioni contro le elezioni, e che a nessuno de’ membri non aventi diritto a sedere in quel luogo, si concedesse di votare.
Non fu udito un solo applauso. Nessun membro osò secondare la proposta. E davvero Seymour aveva dette cose che niuno altro avrebbe impunemente potuto dire. La proposta fu messa da parte, e nè anche registrata ne’ processi verbali; ma aveva prodotto potentissimo effetto. Barillon scrisse al proprio signore, che molti i quali non avevano osato applaudire quell’insigne discorso, lo avevano in cuor loro approvato; che se ne parlava per tutte le conversazioni di Londra; e che la impressione da esso fatta nel pubblico, sembrava dover essere durevole.[317]
XXXII. I Comuni, senza indugio formatisi in comitato, votarono concedendo al Re la intera rendita della quale aveva fruito il suo fratello.[318]
XXXIII. E’ pare che gli zelanti amici della Chiesa, i quali formavano la maggioranza della Camera, pensassero che la prontezza onde avevano obbedito alle voglie del Re nella quistione della rendita, desse loro ragione a sperare, da parte di lui, qualche concessione. Dicevano che, avendo essi fatto molto a beneficio di lui, era ormai tempo ch’egli facesse qualche cosa a beneficio della nazione. La Camera, dunque, si formò in comitato di religione, onde esaminare i mezzi migliori a provvedere alla sicurtà della Chiesa stabilita. In quel comitato due deliberazioni furono unanimemente adottate. La prima esprimeva fervido affetto per la Chiesa Anglicana. La seconda supplicava il Re perchè mandasse ad esecuzione le leggi penali contro coloro che non aderivano a quella Chiesa.[319]
I Whig avrebbero, senza dubbio, voluto vedere che ai protestanti dissenzienti fosse conceduta tolleranza, e solo i cattolici romani fossero perseguitati. Ma erano pochi e scuorati. Tenevansi, quindi, per quanto potevano, fuori di vista; evitavano il nome del proprio partito; astenevansi di significare ad un ostile uditorio le loro opinioni particolari, e fermamente sostenevano ogni proposta tendente a turbare la concordia che fino allora esisteva tra il Parlamento e la Corte.
Appena i procedimenti del Comitato di Religione furono conosciuti in Whitehall, il Re andò in gran furore. Nè possiamo giustamente biasimarlo per essersi risentito della condotta de’ Tory. Se essi erano disposti a volere che il codice penale venisse eseguito con rigore, avrebbero apertamente dovuto sostenere la Legge d’Esclusione. Dacchè porre un papista sul trono, ed insistere poi ch’egli perseguitasse a morte i seguaci di quella fede, nella quale soltanto, secondoi suoi principii, poteva trovarsi la eterna salute, era assurdo. Mitigando con un reggimento temperato la severità delle sanguinose leggi d’Elisabetta, il Re non violava nessun principio costituzionale: solo esercitava un potere ch’era sempre stato inerente alla Corona. Anzi, solamente faceva ciò che poscia fu fatto da parecchi sovrani zelanti delle dottrine della Riforma; cioè da Guglielmo, da Anna, e dai principi della Casa di Brunswick. Se avesse patito che i preti cattolici romani, ai quali poteva senza violazione della legge salvare la vita, fossero impiccati, strascinati e squartati, per aver praticato quello ch’ei considerava come loro debito precipuo, si sarebbe attirato addosso l’odio e lo spregio anche di coloro, ai pregiudizi de’ quali egli aveva fatta così vergognosa concessione; e se si fosse contentato di concedere ai membri della sua propria Chiesa una tolleranza pratica, facendo largo uso della sua indubitata prerogativa di far grazia, i posteri lo avrebbero unanimemente applaudito.
I Comuni, probabilmente, considerata bene la cosa, conobbero di avere operato in modo assurdo. Rimasero anco conturbati sentendo come il Re, cui essi tributavano superstiziosa riverenza, fosse grandemente sdegnato. Furono quindi solleciti ad espiare l’offesa. Nella Camera, con unanime voto, disfecero la deliberazione unanimemente fatta in Comitato, e adottarono la proposta di rimettersi con intera fiducia alla graziosa promessa che la Maestà Sua aveva loro data di proteggere quella religione che loro era cara più della stessa vita.[320]
XXXIV. Tre giorni dopo, il Re fece sapere alla Camera, avere suo fratello lasciati certi debiti, e le provvigioni della flotta e dell’artiglieria essere pressochè esauste. Fu subitamente determinato d’imporre nuove tasse. La persona a cui venne affidata la cura di trovarne le vie e i mezzi, fu Sir Dudley North, fratello minore del Lord Cancelliere. Dudley North era uno de’ più abili uomini del suo tempo. Fino dagli anni suoi primi, era stato mandato in Levante, dove erasi lungo tempo occupato di faccende mercantili. Molti, in cosiffattaoccupazione avrebbero lasciate irrugginire le facoltà del proprio intelletto; perocchè in Costantinopoli e Smirne v’erano pochi libri e pochi uomini intelligenti. Ma il giovane mercante aveva sortita una di quelle vigorose intelligenze che non dipendono da esterni sussidii. Nella sua solitudine, meditava profondamente sopra la filosofia del traffico, e speculò a poco a poco una teoria compiuta ed ammirevole, che in sostanza era quella che fu esposta un secolo dopo da Adamo Smith. Dopo molti anni di esilio, Dudley North ritornò in Inghilterra signore d’un gran patrimonio, e si pose a trafficare nella Città di Londra come mercante della Turchia. Il suo nome, per il profondo sapere pratico e speculativo nelle cose commerciali, giunse speditamente a notizia degli uomini di Stato. Il Governo trovò in lui un savio consigliere, e insieme uno schiavo senza scrupoli; come quello che aveva rare doti intellettuali, ma principii dissoluti e cuor duro. Mentre infuriava la reazione de’ Tory, egli aveva consentito ad accettare l’ufficio di Sceriffo ad espresso fine di cooperare alle vendette della Corte. I suoi giurati non mancavano mai di profferire condanne; e in un giorno di giudiciale macello, carri carichi di gambe e braccia dei Whig squartati, furono, con grande ribrezzo della sua moglie, trascinati avanti la sua bella casa in Bisinghall Street, perch’egli ordinasse ciò che fosse da farsene. De’ suoi servigi era stato rimeritato con le insegne di cavaliere, con quelle d’aldermanno, e con l’ufficio di Commissario delle Dogane. Era stato mandato al Parlamento dagli elettori di Banbury; e comecchè fosse uomo nuovo, egli fu colui sopra il quale il Lord Tesoriere riposava principalmente per governare le faccende della finanza nella Camera Bassa.[321]
Ancorchè i Comuni fossero unanimi nel deliberare la concessione d’altra pecunia alla Corona, non erano punto concordi intorno al donde dovesse cavarsi. Fu tostamente risoluto, che parte della somma richiesta si raccogliesse per mezzo d’una imposta addizionale, a termine d’anni otto, sopra il vino e l’aceto: ma al Governo ciò non bastava. Furonomessi in campo vari assurdi disegni. Molti gentiluomini provinciali inchinavano a imporre una tassa gravosa sopra tutti gli edifici nuovi della metropoli. Speravano che simigliante tassa avrebbe impedito lo accrescersi d’una città, per la quale da lungo tempo sentiva gelosia ed avversione l’aristocrazia rurale. Il progetto di Dudley North era d’imporre, per un termine di otto anni, nuovi dazi sullo zucchero e sul tabacco. Ne sorsero grandi clamori. I trafficanti di generi coloniali, i droghieri, i raffinatori dello zucchero, i tabaccai, fecero petizioni alla Camera, ed assediarono gli uffici pubblici. Il popolo di Bristol, che aveva grande interesse nel traffico con la Virginia e la Giammaica, spedì una deputazione che fu ascoltata alla Camera de’ Comuni. Rochester tentennò alquanto; ma North, con lo spirito pronto e la perfetta conoscenza delle faccende commerciali, prevalse, sì nel Tesoro come nel Parlamento, contro ogni opposizione. I vecchi membri rimasero attoniti vedendo un uomo che appena da quindici giorni sedeva nella Camera, e che aveva passata la più parte della vita in paesi stranieri, assumere, con fiducia di sè, ed abilmente condurre, tutte le funzioni di Cancelliere dello Scacchiere.[322]
La sua proposta fu adottata; e così la Corona venne in possesso d’una entrata netta di circa un milione e novecento mila lire sterline, cavate dalla sola Inghilterra. Tale somma era più che bastevole a mantenere il Governo in tempo di pace.[323]
XXXV. I Lordi, infrattanto, avevano discusse varie importanti questioni. Fra i Pari, la parte Tory era stata sempre forte. Comprendeva l’intero banco de’ Vescovi; e negli ultimi quattro anni, corsi dopo l’ultimo scioglimento, era stata maggiormente afforzata con la creazione di alcuni nuovi Pari. Di costoro i più cospicui erano il Lord Tesoriere Rochester, il Lord Cancelliere Guildford, il Lord Capo Giudice Jeffreys, Lord Godolphin e Lord Churchill, il quale dopo il suo ritornoda Versailles, era stato fatto barone del Regno d’Inghilterra.
I Pari tosto si posero ad esaminare il caso di quattro loro colleghi, i quali erano stati, sotto il regno di Carlo, posti in istato d’accusa; ma non essendosene mai fatto il processo, dopo una lunga prigionia, erano stati ammessi dalla Corte del Banco del Re a dar cauzione. Tre di cotesti nobili che rimanevano sotto malleveria, erano cattolici romani; il quarto era il Conte di Danby, protestante di gran conto e influenza. Da che era caduto dal potere, e dai Comuni stato accusato di tradimento, quattro Parlamenti erano stati disciolti; ma ei non era stato nè assoluto nè condannato. Nel 1679, i Lordi, rispetto alla situazione di lui, avevano discussa la questione, se un atto d’accusa a cagione d’uno scioglimento si dovesse considerare come terminato o non terminato. Avevano risoluto, dopo lunga discussione ed esame de’ precedenti, che l’atto d’accusa dovesse tenersi come pendente. Questa deliberazione adesso venne da loro abrogata. Pochi Nobili Whig protestarono contro tale partito, ma non ottennero nulla. I Comuni in silenzio sobbarcaronsi alla decisione della Camera Alta. Danby riprese il suo seggio fra mezzo ai Pari, e divenne un membro operoso e potente della fazione Tory.[324]
La questione costituzionale, intorno a cui, nel breve spazio di sei anni, i Tory avevano a quel modo profferite due affatto contrarie sentenze, si stette a dormire per più d’un secolo, e finalmente fu ridestata dallo scioglimento delle Camere che avvenne durante il lungo processo di Warren Hastings. Era allora necessario determinare se la regola stabilita nel 1679, o la opposta del 1685, fosse da reputarsi come legge del Regno. La questione fu lungamente discussa in ambe le Camere; e nella discussione venne adoperata tutta l’abilità legale e parlamentare che fosse in un secolo singolarmente fecondo d’uomini esperti nelle scienze giuridiche e negli usi del Parlamento. I giureconsulti non erano inegualmente divisi. Thurlow, Kenyon, Scott ed Erskine, sostenevano che lo scioglimento avesse posto fine all’atto d’accusa. La oppostadottrina fu manifestata da Mansfield, Camden, Loughborough e Grant. Ma quegli uomini di Stato, i quali fondavano i loro argomenti non sopra antecedenti o analogie pratiche, ma sopra profondi e larghi principii costituzionali, poco differivano nelle opinioni loro. Pitt e Grenville, al pari di Burk e Fox, sostennero che l’accusa rimaneva tuttavia pendente. Ambedue le Camere, a gran maggioranza, posero da parte la decisione del 1685, e pronunciarono che quella del 1679 era conforme alla legge del Parlamento.
XXXVI. Tra tutti i delitti nazionali, commessi mentre il popolo era invaso dalla paura eccitata dalle fandonie d’Oates, il più celebre era stato lo assassinio giudiciale di Stafford. La condanna di quello infelice gentiluomo veniva adesso da ogni uomo imparziale considerata come ingiusta. I testimoni precipui dell’accusa erano stati convinti rei di parecchi spergiuri. In tali circostanze, era debito del Corpo Legislativo di rendere giustizia alla memoria d’una vittima innocente, e di cancellare una macchia immeritata da un nome lungo tempo illustre negli Annali d’Inghilterra. La Camera Alta, in onta al mormorare di pochi Pari, i quali non volevano ammettere d’avere sparso un sangue innocente, passò una legge intesa a cassare il decreto di morte infamante contro Stafford. Nei Comuni, la legge fu letta due volte, senza ricorrere allo scrutinio di divisione; e ordinarono che venisse istituito un comitato. Ma nel dì stabilito per tale faccenda, giunsero nuove, che nelle contrade occidentali dell’Inghilterra era scoppiata una formidabile ribellione. Fu per ciò necessario posporre parecchi importanti affari. L’ammenda dovuta alla memoria di Stafford, fu, come supponevasi, per breve tempo differita. Ma il pessimo governo di Giacomo, in pochi mesi, fece cangiare la pubblica opinione. Pel corso di varie generazioni, i Cattolici Romani non furono in istato di poter chiedere riparazione delle ingiustizie sofferte, e reputavansi fortunati se era loro concesso di vivere senza molestia nella oscurità e nel silenzio. Alla perfine, regnante Giorgio IV, vale a dire cento quaranta e più anni dopo che il sangue di Stafford era stato sparso in Tower Hill, la tarda espiazione fu compita. Una legge, che annullò la sentenza di morte infamante, e restituì alla danneggiata famiglia le antichedignità, fu dai ministri del Re presentata al Parlamento, e, lietamente accolta da tutti gli uomini pubblici di ogni partito, passò senza un solo voto contrario.[325]
Adesso è mestieri che io racconti la origine e il progresso di quella ribellione, che improvvisamente interruppe le deliberazioni delle Camere.