Non possiamo, ad ogni modo, maravigliarci che le richieste dell’opposizione, le quali importavano un trapasso pieno e formale al Parlamento dei poteri che sempre erano appartenuti alla Corona, scotessero quel gran partito che ha per principii il rispetto per l’autorità costituita, e la paura delle innovazioni violente. Aveva di recente nutrita la speranza di ottenere con mezzi pacifici il predominio nella Camera de’ Comuni; ma tale speranza era svanita. La doppiezza di Carlo aveva resi irreconciliabili i suoi vecchi nemici, aveva fatti entrare nelle schiere de’ malcontenti moltissimi uomini moderati già pronti ad accostarsi a lui, ed aveva così crudelmente mortificati i suoi migliori amici, che per alcun tempo si erano tirati da parte a rodersi in silenzio di vergogna e dispetto.Adesso, nondimeno, ai realisti costituzionali fu forza di eleggere fra due pericoli; onde reputarono debito loro stringersi intorno a un principe di cui condannavano la condotta e nella cui parola non potevano avere fiducia, più presto che patire che la regia dignità venisse degradata, e l’ordinamento politico del Regno interamente rifatto. Con tali sentimenti, molti uomini che per virtù e ingegno avrebbero onorato qualsivoglia causa, si posero dalla parte del principe.LII. Nell’agosto del 1642, le spade alla perfine sguainaronsi; e quasi in ogni contea del regno, tosto comparvero in armi due fazioni ostili, l’una di fronte all’altra. Non è agevole affermare quale de’ due lottanti partiti fosse il più formidabile. Le Camere comandavano Londra e le contee di Londra, la flotta, la navigazione del Tamigi, e la maggior parte delle grandi città e de’ porti marittimi. Potevano disporre di quasi tutte le provvigioni militari del regno, e potevano imporre dazi e sulle mercanzie importate dall’estero, e sopra alcuni prodotti della industria nazionale. Il Re difettava d’artiglieria e di munizioni. Le tasse ch’egli impose sopra i distretti rurali occupati dalle sue truppe, producevano, come sembra probabile, una somma minore di quella che il Parlamento ricavava dalla sola città di Londra. Sperava, a dir vero, per aiuti pecuniari nella munificenza de’ suoi ricchi aderenti. Molti di costoro ipotecarono le loro terre, impegnarono le loro gioie, e fusero le loro argenterie per soccorrerlo. Ma l’esperienza ha pienamente provato che la volontaria liberalità degl’individui, anche in tempi di grande concitamento, è una scarsa fonte finanziaria, agguagliata alla tassazione severa e metodica che grava ad un tempo sopra i volenti e i non volenti.Carlo, nonostante, aveva un vantaggio, il quale, ove egli ne avesse fatto buon uso, lo avrebbe più che compensato del difetto di provigioni e di pecunia, e che, malgrado la sua poca destrezza a giovarsene, lo rese, per alcuni mesi, superiore nella guerra ai suoi avversari. Le sue truppe dapprima pugnavano assai meglio di quelle del Parlamento. Ambedue gli eserciti, egli è vero, erano quasi interamente composti di uomini che non avevano veduto mai un campo di battaglia. Ad ogni modo, la differenza era molta. Le falangi parlamentarierano ripiene di genti venderecce, che s’erano arruolate per bisogno o per ozio. Il reggimento di Hampden era considerato come uno de’ migliori; eppure Cromwell soleva chiamarlo una marmaglia di paltonieri e di servitori a spasso. L’esercito regio, dall’altro canto, era composto in gran parte di gentiluomini, alteri, ardenti, avvezzi a considerare il disonore come cosa più terribile della morte, assuefatti alla scherma, al maneggio delle armi da fuoco, a cavalcare arditamente, ed alle cacce difficili e pericolose, che bene chiamavansi immagini della guerra. Questi gentiluomini, montati sui loro generosi cavalli, a capo di piccole bande composte de’ fratelli minori, dei domestici, dei cacciatori, de’ boscaiuoli loro, dal primo giorno che entrarono in campo, sapevano sostenere la parte loro in una battaglia. Questi valorosi volontari non arrivarono mai a conseguire la fermezza, la pronta obbedienza, la precisione meccanica dei movimenti, che predistinguono il soldato regolare; ma in sulle prime avevano di fronte nemici indisciplinati quanto loro, e meno operosi, forti ed arditi. Per qualche tempo, quindi, i Cavalieri quasi in ogni scontro rimasero vittoriosi.Le Camere anche non avevano avuta la fortuna di scegliere un buon generale. Il grado e la opulenza rendevano il conte d’Essex uno degli uomini più cospicui del partito parlamentare. Aveva con lode guerreggiato sul Continente, ed allorquando le ostilità scoppiarono, godeva sopra ogni altro nel paese alta riputazione militare. Ma tosto si conobbe che egli era inetto al supremo comando. Aveva poca energia e nessun ingegno inventivo. La tattica metodica ch’egli aveva imparata nella guerra del Palatinato, non lo salvò dalla sciagura di essere soprappreso e sconfitto da un capitano come Rupert, il quale non poteva pretendere ad altra rinomanza che a quella di ardimentoso uomo di parte.Nè i maggiori ufficiali ad Essex sottoposti, erano in condizioni di supplire ai difetti di lui: il che scusa o libera le Camere da ogni biasimo. In un paese nel quale nessuno de’ viventi aveva mai vista una gran guerra, non potevano trovarsi generali di sperimentata perizia e valentia. Era perciò necessario in sulle prime di servirsi d’uomini inesperti: e naturalmentevennero preferiti coloro che erano cospicui per condizione o per le doti di cui avevano fatta mostra in Parlamento. Siffatta scelta appena in un solo esempio fu felice; dacchè nè i magnati nè gli oratori fecero prova di buoni soldati. Il conte di Stamford, ch’era uno de’ principali nobili d’Inghilterra, fu rotto a Stratton dai realisti. Nataniele Fiennes, per sapienza civile a nessuno secondo fra’ suoi contemporanei, si disonorò per la pusillanime resa di Bristol. Veramente, di tutti gli uomini di Stato che allora accettarono alti comandi militari, il solo Hampden, a quanto sembra, portò nel campo la capacità e la vigoria di mente onde era pervenuto a tanta altezza nelle cose politiche.LIII. Nel primo anno della guerra, le armi de’ realisti rimasero apertamente vincitrici nelle contee occidentali e settentrionali del paese. Avevano tolta al Parlamento Bristol, seconda città del Regno. Avevano riportate parecchie vittorie, senza nè anche una perdita ignominiosa o di grave momento. Fra le Teste-Rotonde l’avversità aveva incominciato a produrre dissensioni e malcontento. Ora le congiure, ora i tumulti, tenevano il Parlamento in diuturna trepidazione. Pensarono fosse necessario fortificare Londra contro le milizie del Re, ed impiccare in su gli usci delle proprie case alcuni cittadini turbolenti. Taluni de’ più cospicui Pari, che fino allora erano rimasti in Westminster, fuggirono alla Corte in Oxford; e non v’ha dubbio, che se a quel tempo le operazioni de’ Cavalieri fossero state dirette da una mente forte e sagace, Carlo sarebbe tosto ritornato trionfante a Whitehall.Ma il Re lasciò fuggirsi di mano quel bene augurato momento, che non ritornò mai più. Nell’agosto del 1643 accampò di faccia alla città di Gloucester, la quale venne difesa dagli abitanti e dal presidio con una perseveranza che, in tutto il corso della guerra, non avevano mai mostrata i partigiani del Parlamento. Londra ne sentì emulazione. La milizia cittadina si offerse di correre dove i suoi servigi potessero essere utili. In breve tempo si raccolsero numerose forze militari, che cominciarono a muoversi verso occidente. Gloucester fu liberata dall’assedio. I realisti in ogni angolo del reame rimasero scorati; si rinfrancò lo spirito della parte parlamentare; e iLordi apostati, i quali di recente da Westminster erano fuggiti ad Oxford, affrettaronsi a ritornare da Oxford a Westminster.LIV. Cominciò allora a manifestarsi nello infermo corpo politico una nuova specie di gravi sintomi. Erano, fin da principio, nella parte parlamentare taluni uomini che volgevano in mente pensieri dai quali i più rifuggivano inorriditi. Questi uomini nelle cose di religione erano indipendenti. Pensavano che ogni congregazione cristiana aveva, sotto Cristo, suprema giurisdizione nelle faccende spirituali; che gli appelli ai sinodi provinciali e nazionali ripugnavano quasi tanto alle Scritture, quanto gli appelli alla corte dell’arcivescovo di Canterbury o al Vaticano; e che il papismo, il prelatismo e il presbiterianismo, erano semplicemente tre diverse forme d’una medesima grande apostasia. In politica essi erano, servendoci della frase di quel tempo, uomini da ramo e da radice; frase che risponde al vocabolo in uso ai giorni nostri, voglio dire radicali. Non paghi di limitare il potere del monarca, bramavano di erigere una repubblica sopra le ruine del vecchio ordinamento politico. Dapprima erano poco notevoli e per numero e per importanza; ma non ancora erano trascorsi due anni di guerra, e formavano, se non la più numerosa, di certo la più potente fazione del paese. Alcuni de’ più vecchi capi parlamentari erano mancati per morte, altri avevano perduta la pubblica fiducia. Pym era stato sepolto con onori principeschi fra le tombe de’ Plantageneti. Hampden era caduto mentre studiavasi, con eroico esempio, d’inanimire i suoi concittadini a far fronte alla feroce cavalleria di Rupert. Bedford era stato infido alla causa nazionale. Northumberland, come era noto a ciascuno, aveva animo tiepido. Essex e i suoi luogotenenti avevano mostrato poco vigore e destrezza nel condurre le faccende della guerra. In cosiffatta condizione di cose, il partito degli Indipendenti, ardente, risoluto ed esperto, cominciò ad innalzare audace la fronte nel campo e nel Parlamento.LV. L’anima di questo partito era Oliviero Cromwell. Educato alle occupazioni pacifiche, a quaranta e più anni d’età, aveva accettata una commissione nell’armata parlamentare. Appena divenne soldato, conobbe coll’acuto occhio delgenio ciò che Essex, e gli uomini simili ad Essex, con tutta l’esperienza loro, non sapevano intendere. Vide precisamente dove stava la forza dei realisti, e i soli mezzi con cui tale forza poteva vincersi. S’accorse che era mestieri riordinare l’armata del Parlamento. S’accorse parimente, che v’erano copiosi materiali ed ottimi a tale scopo; materiali meno appariscenti, a dir vero, ma più solidi di quelli onde erano composte le valorose legioni del Re. Era mestieri arrolare reclute che non fossero mercenarie, ma di posizione decente e di carattere grave, animate dal timore di Dio, e zelanti della libertà patria. D’uomini di tal sorta compose il proprio reggimento, e mentre gli assoggettava ad una disciplina più rigida di quale altra si fosse mai veduta innanzi in Inghilterra, porgeva agli animi loro stimoli di potentissima efficacia.Gli eventi del 1644 provarono appieno la superiorità della sua mente. Nelle contrade meridionali, dove Essex comandava, le forze parlamentari subirono una serie di vergognosi disastri; ma nelle settentrionali, la vittoria di Marston Moor fu di pieno compenso a tutte le perdite che s’erano altrove, sostenute. Quella vittoria non recò un colpo più serio ai realisti, di quello che recasse al partito fin allora dominante in Westminster; poichè era cosa notoria, che la giornata sciaguratamente perduta dai Presbiteriani, era stata ricuperata dalla energia di Cromwell, e dalla valorosa fermezza de’ guerrieri che lo seguivano.LVI. Cotesti eventi produssero l’Ordinanza d’abnegazione, e il nuovo modello dell’armata. Con pretesti decorosi, e con ogni testimonianza di rispetto, Essex e la maggior parte di coloro i quali avevano occupato posti eminenti sotto il comando di lui, vennero rimossi, e la direzione della guerra fu posta in mani dalle sue differentissime. Fairfax, soldato intrepido, ma di basso intendimento e di carattere irresoluto, fu fatto generale delle armi; ma lo era di solo nome, poichè il vero capo di quelle era Cromwell.LVII. Cromwell affrettossi ad organizzare tutta l’armata secondo gli stessi principii, giusta i quali aveva organizzato il proprio reggimento. Com’egli ebbe fornita l’opera, l’esito della guerra fu deciso. I Cavalieri dovevano adesso far frontead un coraggio pari al loro, ad un entusiasmo più forte di quello onde erano animati, ad una disciplina che loro mancava affatto. Passò tosto in proverbio il detto, che i soldati di Fairfax e di Cromwell erano uomini differentissimi da quelli di Essex. In Naseby seguì il primo scontro tra i realisti e le rifatte schiere del Parlamento. La vittoria delle Teste-Rotonde fu piena e decisiva. Essa fu seguita da altri trionfi succedentisi rapidamente. In pochi mesi l’autorità del Parlamento venne pienamente stabilita in tutto il reame. Carlo si rifugiò presso gli Scozzesi, e, con modo che non fa molto onore al carattere loro, fu consegnato agl’Inglesi.Mentre l’esito della guerra era tuttavia dubbio, le Camere avevano fatto morire il Primate; avevano interdetto, nella sfera della loro autorità, l’uso della liturgia; ed avevano imposto che tutti sottoscrivessero quel famoso documento conosciuto col nome di Lega o Convenzione Solenne. Come la lotta ebbe fine, le innovazioni e le vendette con grandissimo ardore furono spinte agli estremi. La politica ecclesiastica del Regno fu rimodellata. Moltissimi individui dell’alto clero vennero spogliati de’ loro beneficii. Multe, spesso di somme rovinose, vennero inflitte ai realisti, già impoveriti per i larghi sussidi donati al Re. I beni di molti vennero confiscati; molti Cavalieri proscritti trovarono utile comprare, con enormi sacrifizi, la protezione de’ personaggi principali del partito vittorioso. Grandi dominii, appartenenti alla Corona, ai Vescovi ed ai Capitoli, furono confiscati, e o dati in concessione, o venduti all’incanto. In seguito di tali spoliazioni, gran parte del suolo d’Inghilterra fu a un tratto messo in vendita. Poichè il danaro era scarso, il traffico paralizzato, il titolo di proprietà mal sicuro; e poichè la paura che ispiravano gli offerenti che avevano in mano il potere, impediva la libera concorrenza; i prezzi spesso erano prettamente nominali. In tal guisa molte antiche ed onorate famiglie scomparvero, e non se ne seppe più nulla; e molti uomini nuovi mostraronsi sulla scena, con repentino innalzamento.Ma mentre le Camere adopravano la propria autorità in quel modo, essa fuggì rapidamente dalle loro mani. L’avevano ottenuta arrogandosi un potere senza limite o freno.Nell’estate del 1647, circa un anno dopo che l’ultima fortezza dei Cavalieri erasi sottomessa al Parlamento, il Parlamento fu costretto a sottomettersi ai soldati suoi propri.LVIII. Corsero tredici anni, durante i quali l’Inghilterra fu, sotto vari nomi e varie forme, governata dalla spada. Giammai, prima o dopo di quell’epoca, il potere civile della nostra patria non fu soggetto alla dittatura militare.L’armata che si recò in mano il supremo potere dello Stato, era un’armata molto diversa da qualunque altra che se n’è poi veduta nel nostro paese. Oggimai la paga del soldato comune non è tale da svolgere altri individui fuorchè quelli delle classi basse degli operai, dalla loro vocazione. Una barriera quasi insormontabile lo divide dal grado d’ufficiale. La maggior parte di coloro che vi pervengono, lo comprano. Sono così numerose e vaste le dipendenze remote dell’Inghilterra, che chiunque si arruola alla truppa di linea, deve attendersi di passare molti anni della propria vita in esilio, e parecchi anni in climi non favorevoli alla salute ed al vigore della razza europea. L’armata del Lungo Parlamento venne raccolta pel servizio interno. La paga del soldato comune era maggiore del guadagno che l’individuo del popolo poteva sperare dal proprio lavoro; e qualora si fosse distinto per intelligenza e per coraggio, poteva sperare di levarsi a posti eminenti. Le file, quindi, erano composte di uomini, per educazione e posizione, superiori alla moltitudine. Questi uomini, sobrii, morali, diligenti ed assuefatti alla riflessione, erano stati indotti ad abbracciare il mestiere delle armi, non già dagli incitamenti del bisogno, non dal desio di novità o di licenza, non dagli artificii degli ufficiali reclutatori, ma dallo zelo religioso e politico, misto alla brama di acquistarsi onore e spingersi in alto. Essi vantavansi, siccome ne troviamo ricordo nelle loro solenni risoluzioni, di non essere stati costretti alla milizia, nè d’averla abbracciata per desiderio di lucro; di non essere giannizzeri, ma liberi cittadini inglesi, i quali, di loro propria voglia, avevano poste le loro vite in pericolo per la libertà e la religione dell’Inghilterra; perocchè consideravano come loro debito espresso vegliare sul bene della nazione che avevano salvata.In una milizia siffattamente composta, potevano senza pregiudizio della sua utilità, tollerarsi quelle tali licenze, che, concesse a qualunque altra soldatesca, avrebbero sovvertita ogni disciplina. Generalmente parlando, i soldati, i quali si costituissero in circoli politici, eleggessero i loro delegati e prendessero risoluzioni intorno ad alte questioni di Stato, scoterebbero tosto ogni freno, non sarebbero più un’armata, e diverrebbero la massa peggiore e più pericolosa del popolo. Nè sarebbe sicuro, ai tempi nostri, permettere ne’ reggimenti adunanze religiose, nelle quali un caporale versato nella lettura della Bibbia infiammasse la divozione del suo colonnello meno istruito, e desse avvertimenti al suo maggiore recidivo. Ma tali erano la intelligenza, la gravità, la padronanza di sè, nei guerrieri di Cromwell, che nel loro campo una organizzazione religiosa e politica potè esistere senza recar nocumento alla organizzazione militare. Gli uomini stessi i quali facevansi notare come demagoghi e predicatori del campo, godevano bella reputazione di fermezza, di spirito d’ordine, e di pronta obbedienza nelle guardie, negli esercizi e nel campo di battaglia.In guerra, nulla valeva a resistere a questa straordinaria milizia. Il ferreo coraggio, che forma l’indole del popolo inglese, ricevette subitamente, mercè del sistema di Cromwell, regola e stimolo. Altri comandanti hanno mantenuto un ordine egualmente rigoroso; altri comandanti hanno ispirato nei petti dei loro seguaci uno zelo egualmente fervido: ma nel solo campo di Cromwell trovavasi la più rigida disciplina congiunta al più ardente entusiasmo. Le sue truppe correvano alla vittoria con la precisione delle macchine, mentre erano infiammate del più selvaggio fanatismo de’ crociati. Da quando l’armata venne riordinata fino a quando si sbandò, non trovò mai o nelle Isole Britanniche o nel Continente un nemico che potesse sostenerne gl’impeti. In Inghilterra, Scozia, Irlanda, Fiandra, i guerrieri puritani, spesso circuiti da difficoltà, talvolta lottanti contro nemici tre volte più numerosi, non solamente non mancarono di vincere, ma non mancarono mai di distruggere e tagliare in pezzi qualunque esercito si fosse loro presentato. Finalmente, giunsero a considerare il di della battagliacome un giorno di sicuro trionfo, e movevano con fiducia sprezzante contro i più rinomati battaglioni d’Europa. Turenna rimase attonito alla severa esaltazione con cui i suoi alleati inglesi correvano al combattimento, ed espresse la gioia di un vero soldato, allorquando gli fu detto che era costume de’ lancieri di Cromwell d’allegrarsi grandemente quando guardavano in faccia il nemico; e i Cavalieri banditi provarono l’emozione dell’orgoglio nazionale, allorquando videro una brigata de’ loro concittadini, inferiori di numero ai nemici ed abbandonati dagli alleati, porre in rotta la più bella fanteria spagnuola, ed aprirsi il passo in una controscarpa, che era stata pur allora giudicata inespugnabile dai più sperimentati marescialli di Francia.Ma ciò che principalmente distingueva l’armata di Cromwell dalle altre armate, era l’austera moralità e il timore di Dio, che prevalevano in tutte le file. I più zelanti realisti confessano, che in quel campo singolare non s’udiva una bestemmia, non si vedevano ubriachi o giuocatori, e che, per tutto il tempo che durò la dominazione soldatesca, gli averi de’ pacifici cittadini e l’onore delle donne furono reputati sacri. Se si commisero oltraggi, furono oltraggi di specie molto diversa da quelli cui di leggieri si abbandona un’armata vittoriosa. Non vi fu nè anche una fantesca che muovesse lamento delle galanti aggressioni de’ soldati. Una sola dramma d’argento non fu rapita nelle botteghe degli orefici. Ma un sermone pelagiano, o uno sportello sul quale fosse dipinta la Madonna col divino Infante, produceva nelle file dei Puritani tale un eccitamento, che richiedeva gli estremi sforzi degli ufficiali per essere dominato. Una delle principali difficoltà di Cromwell fu quella d’impedire che i suoi lancieri e dragoni si gettassero sopra i pergami de’ sacerdoti, i cui discorsi (per servirmi dell’espressione di que’ tempi) non erano gustosi; e moltissime delle nostre cattedrali serbano tuttavia i segni dell’odio onde quegli spiriti austeri abbonivano ogni vestigio di papismo.LIX. Affrenare il popolo inglese non fu lieve impresa per quell’armata. Non appena fu sentito il peso della tirannide militare, che la nazione, non assuefatta a tanto servaggio, cominciò ad agitarsi ferocemente. Scoppiarono insurrezioni inquelle contee che, mentre ardeva la guerra, avevano mostrata cieca sommissione al Parlamento. A dir vero, lo stesso Parlamento aborriva i suoi vecchi difensori più che i suoi vecchi nemici, e bramava di venire a patti di accomodamento con Carlo a danno dell’armata. Nel tempo medesimo, in Iscozia formossi una coalizione tra i realisti e un grosso corpo di presbiteriani, che detestavano le dottrine degl’indipendenti. Finalmente scoppiò la procella. I popoli si sollevarono in Norfolk, in Suffolk, in Essex, in Kent, in Galles. La flotta nel Tamigi subitamente innalzò i regi colori, si spinse in mare, e minacciava la costa meridionale dell’isola. Grossa mano di armati scozzesi valicò i confini, e giunse fino alla contea di Lancaster. Potrebbe ben sospettarsi che siffatti movimenti venissero riguardati con segreta compiacenza dalla maggior parte dei membri della Camera de’ Lordi, e di quella de’ Comuni.Ma il giogo dell’armata non poteva scuotersi in quella guisa. Mentre Fairfax spegneva le insurrezioni nelle vicinanze della metropoli, Oliviero domava gli insorgenti Gallesi, e riducendo i loro castelli in rovine, moveva contro gli Scozzesi. Le sue truppe erano poche in paragone degl’invasori; ma egli non aveva costume di contare il numero de’ suoi nemici. L’armata scozzese fu onninamente distrutta. Susseguì un cangiamento nel governo della Scozia. Un’amministrazione ostile al Re formossi in Edimburgo; e Cromwell, diventato più che mai l’idolo de’ suoi soldati, ritornò trionfante a Londra.LX. Allora un disegno a cui sul principio della guerra civile nessuno avrebbe osato alludere, e che non era meno incompatibile con la Solenne Convenzione, di quello che fosse con le vecchie leggi d’Inghilterra, cominciò ad assumere una forma distinta. Gli austeri guerrieri che governavano la nazione, avevano per lo spazio di parecchi mesi meditata una tremenda vendetta contro il Re prigioniero. Quando e come originasse tale disegno; se movesse dai comandanti e si diffondesse nelle file, o dalle file si appigliasse ai comandanti; se si debba ascrivere ad una politica che si serviva del fanatismo come di strumento, o al fanatismo che trascinava la politica con irresistibile impulso; sono questioni che fino aidì nostri non si sono potute sciogliere perfettamente. Se non che, sembra probabile, considerando generalmente le cose, che colui che pareva menare gli altri, fosse forzato a seguirli; e che in questa occasione, come avvenne pochi anni dopo in una occasione simigliante, egli sacrificasse il proprio giudicio e le proprie inclinazioni ai voleri dell’armata. Poichè il potere ch’egli aveva stabilito, era un potere che neanche egli stesso valeva a raffrenare; e onde potesse sempre comandare, era necessario ch’ei talvolta obbedisse. Protestò pubblicamente, che ei non era stato l’iniziatore della cosa, che i primi passi erano stati fatti senza esserne stato reso partecipe, che non potè consigliare il Parlamento a dare il colpo, ma sottopose i propri sentimenti alla forza delle circostanze, che sembravano manifestare gli alti disegni della Provvidenza. Siffatte proteste si sogliono sempre considerare come esempio della ipocrisia di che comunemente ei viene tacciato. Ma anche coloro che lo chiamano ipocrita, non oserebbero di chiamarlo uno stolto. È loro debito mostrare ch’egli voleva conseguire un alto scopo, incitando l’armata a commettere un atto ch’egli non rischiossi mai di ordinare. Parrebbe cosa assurda supporre che egli, il quale da’ suoi nemici degni di rispetto non venne mai rappresentato come follemente crudele ed implacabilmente vendicativo, avesse fatto il passo più importante di tutta la sua vita, mosso solo da spirito malevolo. Era tanto savio da conoscere, quando consentì a versare quel sangue augusto, ch’egli compiva un fatto inespiabile, che sveglierebbe dolore ed orrore non solo negli animi de’ realisti, ma negli animi di nove decimi di coloro i quali avevano parteggiato a favore del Parlamento. Siano quali si vogliano le visioni che turbavano i cervelli degli altri, ei di certo non sognava di repubblica, secondo la forma degli antichi, nè del regno millenario dei Santi. S’egli già aspirava a farsi fondatore d’una nuova dinastia, era chiaro che Carlo I era un rivale meno formidabile di quello che sarebbe stato Carlo II. Nell’istante della morte di Carlo I, ciascuno de’ Cavalieri avrebbe conservata la propria lealtà in tutta la sua purezza a Carlo II. Carlo I era prigioniero; Carlo II sarebbe stato libero. Carlo I era obietto di sospizione e disgusto a gran parte di coloro che tuttaviarabbrividivano al pensiero di ucciderlo; Carlo II avrebbe svegliato tutto l’interesse che accompagna la giovinezza e la innocenza sventurata. È impossibile credere che considerazioni così ovvie ed importanti fuggissero alla mente del più grande uomo politico di quell’età. Vero è che Cromwell, un tempo, intese a farsi mediatore fra il trono ed il Parlamento; o a riordinare lo Stato in isfacelo, per mezzo del potere della spada, sotto la sanzione del nome regio. In siffatto disegno egli perseverò finchè non fu costretto ad abbandonarlo per la insubordinazione dei soldati e per la incurabile doppiezza del Re. Sorse un partito nel campo, che vociferando chiedeva la testa del traditore, il quale trattava con Agag. Si formarono cospirazioni; levaronsi romorose minacce d’accusa. Scoppiò un ammutinamento, a comprimere il quale bastarono appena il vigore e la risolutezza di Cromwell. E quantunque, per mezzo d’una giudiciosa mistura di severità e di dolcezza, gli fosse riuscito di ristabilire l’ordine, s’accorse che sarebbe stato estremamente difficile e pericoloso contendere contro la rabbia de’ guerrieri, i quali consideravano il caduto tiranno qual proprio nemico, e quale nemico del loro Dio.Nel tempo stesso si vide più che mai manifesto come nel Re non fosse da fidarsi. I vizi di Carlo erano cresciuti; e, a dir vero, erano di quella specie di vizi, che le difficoltà e le perplessità generalmente fanno risaltare in tutta la loro luce. L’astuzia è lo scudo naturale de’ deboli. E però un principe il quale è abituato ad ingannare mentre si trova nell’altezza della possanza, non è verosimile che impari ad esser franco in mezzo agl’impacci ed alle sciagure. Carlo era un dissimulatore non solo privo di scrupoli, ma sventurato. Non vi fu mai uomo politico al quale siano state attribuite con innegabile evidenza tante fraudi e tante falsità. Egli pubblicamente riconobbe le Camere di Westminster come Parlamento legittimo, e nel medesimo tempo scrisse nel suo Consiglio un atto privato, in che dichiarava di non riconoscerle. Protestò pubblicamente di non essersi mai rivolto ad armi straniere per domare i suoi popoli, mentre privatamente implorava aiuto dalla Francia, dalla Danimarca o dalla Lorena. Negò pubblicamente di avere impiegati i papisti, e nel medesimo tempo mandava ordiniai suoi generali per impiegare ogni papista che volesse servire. Prestò pubblicamente in Oxford il giuramento, promettendo di non esser mai connivente al papismo; mentre privatamente assicurava la propria moglie, che egli intendeva tollerarlo in Inghilterra; e dette facoltà a lord Glamorgan di promettere che il papismo verrebbe ristabilito in Irlanda. Finalmente, tentò d’uscire d’impaccio a danno del suo ministro. Glamorgan ricevè, tutte scritte di mano del Re, riprensioni che dovevano esser lette da altri, o lodi che dovevano esser vedute da lui solo. Fino a tal segno allora erasi spinta la indole falsa del Re, che i suoi più devoti amici non si poterono frenare dal querelarsi fra loro, con amaro dolore e vergogna della torta politica di lui. I suoi difetti, dicevano essi, davano loro meno molestia de’ suoi intrighi. Dall’istante in cui fu fatto prigioniero, non v’era individuo del partito vittorioso che egli non cercasse avvolgere fra le sue lusinghe e fra le sue macchinazioni; ma non gli toccò peggiore ventura di quella ch’egli ebbe allorquando si studiò di blandire Cromwell, nel tempo stesso che voleva minargli il terreno; e Cromwell era uomo da non lasciarsi vincere nè dalle blandizie nè dalle macchinazioni.LXI. Cromwell doveva risolvere se mai fosse cosa prudente porre a rischio l’affetto che gli portava il suo partito, lo affetto dell’armata, la propria grandezza, anzi la sua propria vita, per un tentativo che probabilmente sarebbe riuscito vano; pel tentativo, cioè, di salvare un principe che non si sarebbe potuto mai vincolare con nessun giuramento. La determinazione fu presa dopo molte lotte e molti sospetti, e forse non senza molte preghiere. Carlo fu abbandonato al proprio destino. I così detti Santi militari, sfidando le antiche leggi del Regno, non che il sentimento quasi universale della nazione, decisero che il Re dovesse espiare col proprio sangue i delitti onde era reo. Egli per qualche tempo aspettassi una morte simile a quella de’ suoi infelici predecessori, Eduardo II e Riccardo II. Ma non v’era pericolo d’un tale tradimento. Coloro i quali lo tenevano fra gli artigli, non erano coltellatori notturni. Ciò ch’essi fecero, lo fecero perchè servisse di spettacolo al cielo ed alla terra, e perchè ne rimanesse eterna ricordanza. Godevanoa malincuore dello scandalo che davano. L’essere l’antica Costituzione e l’opinione pubblica dell’Inghilterra direttamente opposte al regicidio, circondava il regicidio di un fascino straordinario agli occhi di un partito intento a produrre una completa rivoluzione politica e sociale. Onde conseguire pienamente il loro scopo, era mestieri che innanzi tutto facessero in pezzi ogni parte della macchina del Governo; ed era una necessità più presto gradevole che penosa agli animi loro. La Camera de’ Comuni votò per un accomodamento col Re. I soldati con la forza si opposero alla maggioranza. I Lordi unanimemente rigettarono la proposta di porre il Re sotto processo; e la loro sala venne immediatamente chiusa. Nessun tribunale legittimo voleva assumersi la responsabilità di giudicare colui dal quale emanava la giustizia. Creossi un tribunale rivoluzionario, il quale dichiarò Carlo essere tiranno, traditore, assassino e nemico pubblico; e la testa gli venne mozza dal busto innanzi a migliaia di spettatori, di faccia alla sala del banchetto, nel suo proprio palazzo.Non molto tempo dopo, chiaramente conobbesi che quei zelanti politici e religiosi, ai quali deve attribuirsi quel fatto, avevano commesso non solo un delitto, ma un fallo. Essi avevano data ad un principe fin allora conosciuto per le sue colpe, occasione di mostrare, in un vasto teatro, innanzi agii occhi di tutte le nazioni e di tutti i secoli, talune doti che irresistibilmente svegliano l’ammirazione e l’amore dell’umanità; cioè l’altero spirito di un prode gentiluomo, e la pazienza e mansuetudine di un cristiano che si sacrifica. Che anzi, avevano in tal modo eseguita la loro vendetta, che quell’uomo stesso la cui vita non era stata se non una serie di violazioni delle libertà dell’Inghilterra, sembrava morire da martire per la causa di quelle medesime libertà. Nessun demagogo produsse mai una impressione negli animi di tutti simile a quella che vi produsse il Re prigioniero, il quale serbando in quegli estremi tutta la sua dignità reale, ed affrontando la morte con indomito coraggio, infiammò i sentimenti del suo popolo oppresso, ricusò fermamente di favellare innanzi ad un tribunale ignoto alla legge, appellossi dalla violenza militare ai principii della Costituzione, chiese con chediritto dalla Camera de’ Comuni erano stati espulsi i suoi più rispettabili membri e la Camera de’ Lordi era stata privata delle sue funzioni legislative, e disse ai suoi uditori che lacrimavano, com’egli non difendesse soltanto la causa propria, ma la loro. La pessima condotta del suo lungo governo, le sue innumerevoli perfidie, furono dimenticate. La memoria di lui venne, nelle menti della maggior parte de’ suoi sudditi, associata a quelle stesse libere istituzioni ch’egli per molti anni erasi sforzato di distruggere; poichè quelle libere istituzioni s’erano spente con lui, e, tra il lugubre silenzio di un popolo spaventato dall’armi, erano state difese dalla sola sua voce. Da quel giorno, cominciò una reazione in favore della Monarchia e dell’esule famiglia reale, la quale venne sempre crescendo, finchè il trono non fu rialzato in tutta la sua antica dignità.Nondimeno, da principio gli uccisori del Re parvero derivare nuova energia da quel sacramento di sangue con cui s’erano scambievolmente vincolati, separandosi per sempre dalla maggioranza de’ loro concittadini. L’Inghilterra venne dichiarata Repubblica. La Camera de’ Comuni, ridotta ad un piccolo numero di membri, fu, di nome soltanto, il supremo potere dello Stato. Di fatto, il governo era tutto nelle mani dell’esercito e del suo capo. Oliviero aveva fatta la sua scelta. Egli aveva conservato l’affetto de’ suoi soldati; ma erasi diviso da pressochè tutte le classi de’ suoi concittadini. Mal si direbbe ch’egli avesse un partito al di là de’ confini del campo e delle fortezze. Quegli elementi di forza i quali, quando scoppiò la guerra civile, parevano osteggiarsi vicendevolmente, si congiunsero contro lui; tutti i Cavalieri, la più parte delle Teste-Rotonde, la Chiesa Anglicana, la Chiesa Presbiteriana, la Chiesa Cattolica Romana, l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda. Nonostante, era tale il suo genio e la sua fermezza, che egli potè padroneggiare e vincere ogni ostacolo che gli attraversava la via, e rendersi signore della propria patria, più assoluto di qualunque altro de’ Re legittimi, e farla rispettare e temere più di quanto era stata temuta e rispettata in tutto il tempo che ella era rimasta sotto il governo de’ suoi legittimi principi.L’Inghilterra aveva già cessato di lottare. Ma i due altriRegni, i quali erano stati governati dagli Stuardi, si dichiararono ostili alla nuova Repubblica. Il partito degli Indipendenti era egualmente odioso ai Cattolici Romani d’Irlanda, ed ai Presbiteriani di Scozia. Entrambi questi paesi, che poco innanzi erano ribelli a Carlo I, poscia riconobbero l’autorità di Carlo II.LXII. Ma ogni cosa cedeva al vigore ed all’ingegno di Cromwell. In pochi mesi soggiogò l’Irlanda, e la ridusse come non era mai stata nello spazio di cinque secoli di strage ch’erano trascorsi dallo sbarco de’ primi Normanni in poi. Determinossi a porre fine al conflitto delle razze e delle religioni che aveva per tanto tempo turbata quell’isola, facendovi esclusivamente predominare la popolazione inglese e protestante. A tale scopo, allentò il freno al feroce entusiasmo de’ suoi seguaci, dichiarò una guerra simile a quella che Israello aveva dichiarata ai Cananei, domò gl’Idolatri col taglio della spada, di guisa che le grandi città furono lasciate prive d’abitanti; ne cacciò parecchie migliaia sul continente, ne imbarcò molte migliaia per l’America, e riempì quel vuoto mandandovi numerose colonie di genti anglo-sassoni, seguaci delle credenze di Calvino. Strano a dirsi! sotto quel regime di ferro, il paese conquistato cominciò a far mostra d’una certa prosperità esteriore. Distretti che poco innanzi erano selvaggi, come quelli dove i coloni del Connecticut contendevano con gli uomini rossi, in pochi anni vennero trasformati in un certo aspetto simile a quello di Kent e di Norfolk. Si videro da per tutto nuovi edifici e strade e piantagioni. La entrata de’ terreni crebbe tosto; e tosto i proprietari inglesi cominciarono a querelarsi d’incontrare in tutti i mercati i prodotti dell’Irlanda, e a gridare perchè si promulgassero leggi protezioniste.Dall’Irlanda il guerriero vittorioso, che adesso era anche di nome, come lungo tempo lo era stato di fatto, Lord Generale dello esercito della Repubblica, si mosse alla volta di Scozia. Ivi stavasi il giovine Re, il quale aveva acconsentito di professare il culto dei Presbiteriani e firmare la Convenzione; e in ricompensa di tali concessioni, gli austeri Puritani che dominavano in Edimburgo gli avevano permesso di tenere, sotto la vigilanza e direzione loro, una corte solenne ma tristanelle sale di Holyrood da lungo tempo deserte. Questa corte da scherno durò brevemente. In due grandi battaglie Cromwell annientò le forze militari della Scozia. Carlo fuggì per salvare la vita, e con estrema difficoltà si sottrasse al destino del padre suo. Lo antico Regno degli Stuardi venne, per la prima volta, ridotto alla più profonda sommissione. Non rimase vestigio della indipendenza con tanto valore difesa contro i più potenti e destri de’ Plantageneti. Il Parlamento inglese faceva le leggi per la Scozia. I giudici inglesi sedevano nei tribunali della Scozia. Anche quella inflessibile Chiesa, che erasi mantenuta a dispetto di tanti Governi, non osava far sentire un lamento.LXIII. Tanta era stata, almeno in apparenza, l’armonia tra i guerrieri che avevano soggiogato la Irlanda e la Scozia, e gli uomini politici che sedevano in Westminster! ma l’alleanza ch’era stata cementata dal pericolo, fu sciolta dalla vittoria. Il Parlamento dimenticò di dovere la propria esistenza allo esercito. Lo esercito era meno disposto che mai a sottoporsi alla dittatura del Parlamento. Veramente, i pochi membri i quali formarono ciò che poscia venne chiamato la coda o la groppa (Rump) della Camera de’ Comuni, non avevano, più che i corpi militari, diritto ad essere stimati i rappresentanti della nazione. La contesa fu tosto condotta ad un esito decisivo. Cromwell empì la Camera d’uomini armati. Ne cacciarono giù dal seggio il presidente, vuotarono la sala, e ne chiusero le porte. La nazione che non amava nessuna delle due parti avverse, ma che, suo malgrado, era costretta a rispettare la capacità e la fermezza del generale, guardò quell’evento con pazienza, se non con compiacenza.Il Re, la Camera de’ Lordi, e quella de’ Comuni, erano stati vinti e distrutti; e sembrava che Cromwell fosse rimasto unico erede di tutti e tre. Nondimeno, v’erano certe limitazioni impostegli tuttavia da quella stessa armata, cui egli andava debitore della sua immensa autorità. Quel corpo singolare di uomini era quasi interamente composto di repubblicani zelanti. Mentre rendevano schiava la patria, ingannavansi credendo di emanciparla. Il libro che essi maggiormente veneravano, forniva loro un esempio che ricorreva spesso sulle loro labbra.Era pur troppo vero che la nazione ingrata e stolta mormorava contro i propri liberatori. Similmente un’altra nazione eletta aveva mormorato contro il capo che la trasse, per duri e perigliosi sentieri, dalla schiavitù alla terra che era irrigata di latte e di miele. Nondimeno, quel gran capitano aveva liberati i fratelli, loro malgrado; nè aveva aborrito di dare terribili esempi di giustizia sopra coloro i quali avversavano la offerta libertà, e lamentavano le vivande, i padroni e le idolatrie dell’Egitto. Lo scopo de’ santocchi guerrieri i quali circondavano Cromwell, era quello di stabilire una libera e pia Repubblica. Per conseguire tale scopo, erano pronti ad appigliarsi, senza veruno scrupolo, a qualunque mezzo, comecchè violento ed illegittimo. E però non era impossibile stabilire col loro aiuto una monarchia assoluta di fatto; ma era probabile che essi avrebbero repentinamente tolto il loro sostegno a un uomo che, anche soggetto a rigorose restrizioni costituzionali, avesse osato assumere il nome e la dignità di Re.I sentimenti di Cromwell erano molto diversi. Egli non era più ciò che era stato; nè sarebbe giusto considerare il cangiamento che avevano subito le sue idee, come il semplice effetto della sua ambizione egoistica. Quando entrò nel Lungo Parlamento, vi portò dal suo ritiro campestre poca conoscenza di libri, nessuna esperienza degli affari di Stato, ed un temperamento esacerbato dalla lunga tirannide del Governo e della gerarchia. Nei tredici anni susseguenti si era in modo non ordinario educato alle cose politiche. Era stato attore principale in una serie di rivoluzioni; era stato per lungo tempo l’anima, o almeno il capo di un partito. Aveva comandato eserciti, riportate vittorie, negoziato trattati, soggiogato, pacificato e riordinato Regni. Sarebbe stata cosa strana, in verità, se le sue nozioni fossero rimaste nella condizione in cui erano quando il suo spirito trovavasi principalmente occupato de’ suoi campi e della sua religione, e quando i grandi avvenimenti che variavano il corso della sua vita, erano una fiera di bestiame o una ragunanza religiosa in Huntingdon. Si accorse che certi disegni d’innovazione, per cui egli un tempo aveva mostrato zelo, buoni o cattivi in sè stessi, erano avversi al sentimento generale del paese; e che, se egli perseveravain tali disegni, non poteva altro aspettarsi che perpetue turbolenze, da domarsi solo con la spada. Egli quindi voleva ristaurare, in tutte le sue parti essenziali, quell’antica Costituzione, che il popolo aveva sempre amata, e che poi amaramente desiderava. La via calcata poscia da Monk, non era per anche aperta a Cromwell. La memoria di un solo terribile giorno divise per sempre il gran regicida dalla famiglia degli Stuardi. Il partito cui egli poteva appigliarsi, era soltanto quello di ascendere al trono d’Inghilterra, e regnare secondo l’antica politica inglese. Se gli fosse riuscito di far ciò, avrebbe potuto sperare che le ferite della lacerata patria si sarebbero presto rimarginate. Gran numero d’uomini onesti e tranquilli si sarebbero stretti intorno al suo seggio. Quei realisti che amavano più le istituzioni che la dinastia, l’ufficio di Re più che Carlo I e Carlo II, avrebbero tosto baciato la mano del re Oliviero. I Pari, che allora rimanevano cupi e solitari nel ritiro de’ loro castelli, e ricusavano di prender parte alla cosa pubblica, convocati al Parlamento dall’editto di un re assiso sul trono, avrebbero lietamente riassunte le loro antiche funzioni. Northumberland e Bedford, Manchester e Pembroke, sarebbero stati orgogliosi di portare la corona e gli sproni, lo scettro e il globo, innanzi al ristauratore dell’aristocrazia. Un sentimento di lealtà avrebbe gradatamente affezionato il popolo alla nuova dinastia; ed alla morte del fondatore di tal dinastia, la dignità regia sarebbe discesa con universale acquiescenza ai suoi posteri.I più destri realisti pensavano che siffatte mire erano savie, e che se a Cromwell fosse stato concesso di seguire il proprio giudicio, l’esule dinastia non sarebbe mai più risalita sul trono d’Inghilterra. Ma il suo disegno era direttamente opposto al sentire della sola classe ch’egli non osava offendere. Il nome di re era odioso ai soldati. Parecchi di loro mal volentieri pativano che l’amministrazione dello Stato fosse nelle mani di un solo. La gran maggioranza, non pertanto, era disposta a sostenere il suo generale, come primo magistrato elettivo della Repubblica, contro tutte le fazioni che potessero per avventura avversare l’autorità di lui; ma non avrebbe consentito ch’egli assumesse il titolo regio, o che quella dignità,ch’era equo compenso del suo merito personale, fosse dichiarata ereditaria nella sua famiglia. Ciò che gli rimaneva a fare, era di dare alla nuova Repubblica una Costituzione, che somigliasse a quella della vecchia monarchia tanto quanto piacesse all’armata. Perchè non si dicesse ch’egli si fosse da sè elevato al nuovo potere, convocò un Consiglio, composto in parte d’individui sul sostegno de’ quali ei poteva riposare, in parte di altri de’ quali poteva di leggieri sfidare l’opposizione. Tale Assemblea, ch’egli chiamò Parlamento, e cui il popolaccio appose il nome di uno de’ suoi più cospicui membri, cioè Parlamento di Barebone, dopo di essersi per breve tempo fatta segno al pubblico scherno, depose nelle mani del generale i poteri ricevuti da lui, e gli lasciò piena libertà di foggiare a suo talento un sistema di governo.LXIV. Il suo disegno, fin da principio, somigliava considerevolmente alla vecchia Costituzione inglese; ma in pochi anni egli credè opportuno spingersi più oltre, e ristaurare quasi ogni parte dell’antico sistema sotto nuovi nomi e nuove forme. Il titolo di re non fu ristabilito, ma le prerogative regie vennero affidate ad un alto protettore. Il sovrano fu chiamato non Sua Maestà, ma Sua Altezza; non fu coronato ed unto nell’Abbadia di Westminster, ma solamente intronizzato, decorato della spada dello Stato, vestito d’un manto purpureo, e gli fu fatto presente d’una ricca Bibbia nella Sala di Westminster. Il suo ufficio non fu dichiarato ereditario, ma gli fu concesso di nominare il suo successore; e nessuno dubitava ch’egli avrebbe nominato il proprio figlio.Una Camera de’ Comuni era parte necessaria del nuovo sistema politico. Nel costituirla, il Protettore fece mostra d’una saviezza e d’uno spirito pubblico, che non furono pienamente apprezzati da’ suoi contemporanei. I vizi del vecchio sistema rappresentativo, comunque non fossero cotanto gravi come in appresso divennero, erano già stati notati dagli uomini di senno. Cromwell riformò quel sistema secondo gli stessi principii a norma de’ quali Pitt, centotrenta anni dopo, tentò di riformarlo, e a norma de’ quali è stato finalmente riformato ai tempi nostri. I piccoli borghi vennero privati della franchigia elettorale, anche molto più di quello che furono nel 1832: e ilnumero dei deputati delle contee fu grandemente accresciuto. Poche città che non erano rappresentate, avevano acquistata importanza. Di tali città, le più considerevoli erano Manchester, Leeds ed Halifax: a tutte e tre fu concessa la rappresentanza. I rappresentanti della capitale furono aumentati di numero. La franchigia elettiva fu riformata in guisa, che ogni uomo d’una certa considerazione, possidente o non possidente di terre libere, votava nella contea di sua residenza. Pochi scozzesi e pochi coloni inglesi stabiliti in Irlanda, furono chiamati all’Assemblea, che doveva esercitare le funzioni legislative in Westminster per tutto il reame.Creare una Camera de’ Lordi era impresa meno facile. La democrazia non ha mestieri di prescrizione. La monarchia spesso è esistita senza siffatto sostegno. Ma l’ordine patrizio è l’opera del tempo. Oliviero trovò già esistente una nobiltà ricca, rispettata e popolare agli occhi de’ cittadini, quanto lo sia mai stata qualunque altra nobiltà. Se egli, come Re d’Inghilterra, avesse comandato ai Pari di accorrere al Parlamento, secondo le antiche costumanze del Regno, molti di loro avrebbero senza dubbio obbedito allo appello. Ciò non potè egli fare, ed invano offrì ai capi delle più illustri famiglie un posto nel suo nuovo Senato. Essi pensavano non potere accettare la nomina ad un’Assemblea improvvisata, senza rinunciare agli aviti diritti e tradire l’ordine loro. Il Protettore, quindi, si trovò nella necessità di riempire la Camera Alta di uomini nuovi, i quali, nelle ultime vicissitudini, s’erano resi cospicui. Fu questo il meno felice dei suoi disegni, e spiacque a tutti. La moltitudine, che sentiva venerazione ed affetto pei grandi nomi storici del paese, schernì una Camera di Lordi ove sedevano alcuni fortunati birrai e calzolai, alla quale pochi degli antichi Nobili furono invitati, e da cui tutti quei vecchi Nobili che vi furono invitati, volgevano sdegnosi le spalle.Il modo in che furono costituiti i Parlamenti di Cromwell, nondimeno, era cosa di poco momento, poichè egli possedeva i mezzi di condurre l’amministrazione senza il loro sostegno, e a dispetto della loro opposizione. Pare che volesse governare costituzionalmente, e sostituire l’impero delle leggi a quello della spada. Ma si accorse tosto, ch’egli, odiato com’era dai realistie dai presbiteriani, poteva trovare salvezza soltanto nell’assolutismo. La prima Camera de’ Comuni che il popolo elesse per comando di lui, ne mise in questione l’autorità, e fu disciolta senza avere compito un solo atto. La sua seconda Camera de’ Comuni, tuttochè lo riconoscesse come Protettore, e volentieri lo avrebbe fatto Re, si ostinò a non volere riconoscere i Lordi novellamente creati. Non rimanevagli altro da fare che sciogliere di nuovo il Parlamento. «Dio,» esclamò egli partendo, «sia giudice tra voi e me!»Ciò non ostante, siffatte dissensioni non infiacchirono l’amministrazione del Protettore. Quei soldati che non gli avrebbero concesso di assumere il titolo di Re, lo sostenevano tutte le volte ch’egli tentava atti di potere, vigorosi quanto non ne tentò mai nessun altro re inglese. E però il Governo, quantunque in forma di Repubblica, era un vero dispotismo, temperato soltanto dalla saviezza, dalla sobrietà e dalla magnanimità del despota. Il paese fu partito in distretti militari, i quali vennero posti sotto il comando di Maggiori Generali. Qualunque tentativo d’insurrezione veniva prontamente represso e punito. La paura che ispirava il potere della spada impugnata da una mano così vigorosa, ferma ed esperta, domò lo spirito dei Cavalieri e de’ Livellatori. I leali gentiluomini dichiararono essere tuttavia pronti, come sempre, a rischiare le loro vite per l’antico Governo e l’antica dinastia, qualora vi fosse la più lieve speranza di riuscita; ma porsi alla testa de’ loro servi ed affittuarii e farsi incontro alle picche di legioni vincitrici in cento battaglie ed assedi, sarebbe stato lo stesso che fare lo inutile sacrificio di un sangue onorevole ed innocente. Realisti e repubblicani, non avendo più speranza nell’aperta resistenza, cominciarono a maturare neri disegni di assassinio; ma il Protettore vigilava, ed uscendo dalle mura del suo palazzo, le spade sguainate e le corazze delle sue fide guardie facevangli siepe per ogni lato.S’egli fosse stato un principe crudele, licenzioso e rapace, la nazione avrebbe fatto un estremo sforzo per liberarsi dalla dominazione militare. Ma gli aggravi che pativa il paese, tuttochè eccitassero lo scontento, non erano tali da spingere grandi masse di popolo a porre a repentaglio le vite, le sostanzee la tranquillità delle proprie famiglie. Le tasse, quantunque fossero più gravose che non erano sotto gli Stuardi, non parevano di gran peso quando paragonavansi a quelle degli Stati vicini, e si ragguagliavano ai mezzi dell’Inghilterra. Le proprietà erano sicure. Perfino i Cavalieri, i quali astenevansi di turbare il nuovo Governo, godevano in pace di ciò che era loro rimasto fra il trambusto delle guerre civili. Le leggi erano violate solo ne’ casi che riguardavano la salvezza e il Governo del Protettore. La giustizia tra uomo e uomo era amministrata con esattezza ed onestà non conosciute per lo innanzi. In Inghilterra non v’era stato Governo, dalla Riforma in poi, meno persecutore di quello di Cromwell nelle questioni religiose. Gli sventurati Cattolici Romani, a dir vero, appena venivano considerati come cristiani; ma al clero della caduta Chiesa Anglicana era permesso di praticare il proprio culto, a condizione di astenersi dal predicare intorno a cose politiche. Anche agli Ebrei, ai quali il pubblico culto fino dal secolo decimoterzo era stato inibito, fu permesso, a dispetto della forte opposizione de’ mercanti gelosi e de’ teologi fanatici, di edificare una sinagoga in Londra.La politica estera del Protettore, nel tempo stesso, otteneva l’approvazione di coloro che più lo detestavano. I Cavalieri potevano appena frenarsi dal desiderare che colui che aveva fatto tanto per innalzare la fama del paese, fosse un Re legittimo; e i repubblicani erano costretti a confessare che il tiranno non perdonava ad altri, fuori che a sè stesso di far torto al paese, e che se egli l’aveva spogliato della libertà, lo aveva in ricambio coperto di gloria. Dopo mezzo secolo in cui l’Inghilterra nella politica d’Europa pesava poco più di Venezia o della Sassonia, essa divenne subitamente la Potenza più formidabile del mondo; dettava condizioni di pace alle Provincie Unite, vendicava gl’insulti comuni fatti alla Cristianità da’ pirati di Barberia, vinceva gli Spagnuoli per terra e per mare, s’impossessava d’una delle più considerevoli isole d’America, e conquistava sul littorale fiammingo una fortezza, che consolò l’orgoglio nazionale della perdita di Calais. Ella aveva la supremazia dell’Oceano. Era a capo degl’interessi protestanti. Tutte le Chiese riformate sparse nei Regni cattoliciriconoscevano Cromwell come loro tutore. Gli Ugonotti della Linguadoca, i pastori che nelle capanne delle Alpi professavano un protestantismo più antico di quello di Augusta, vivevano sicuri dall’oppressione per il solo terrore di quel gran nome. Lo stesso Papa era costretto a predicare umanità e moderazione ai Principi papisti; poichè una voce che rade volte minacciava invano, aveva dichiarato che se il popolo di Dio venisse tormentato, i cannoni inglesi si sarebbero fatti sentire in Castel Sant’Angelo. A dir vero, non vi era cosa che Cromwell, per utile di sè e della sua famiglia, potesse tanto desiderare quanto una guerra religiosa in Europa. In tal guerra egli sarebbe stato il capitano degli eserciti protestanti. Il cuore dell’Inghilterra sarebbe stato con lui. Le sue vittorie sarebbero state salutate con unanime entusiasmo, non più visto nel paese dopo la disfatta dell’Armada, ed avrebbero cancellata la macchia che uno solo atto, condannato dalla voce generale della nazione, ha lasciata nella sua splendida fama. Sventuratamente, egli non ebbe occasione di far mostra delle sue ammirevoli virtù militari, tranne contro gli abitanti delle Isole Britanniche.Finchè egli visse, il suo potere si mantenne fermo, e fu per i suoi sudditi obietto di avversione mista ad ammirazione e a paura. Pochi, veramente, amavano il suo Governo; ma coloro che più l’odiavano, l’odiavano meno di quel che lo temessero. Se fosse stato un Governo peggiore, sarebbe stato forse abbattuto, malgrado il suo vigore. Se fosse stato un Governo più debole, sarebbe stato certamente distrutto, malgrado tutti i suoi meriti. Ma egli aveva moderazione tanta, da astenersi da quelle oppressioni che rendono gli uomini insani; ed aveva una forza ed energia cui nessuno, fuorchè gli uomini resi insani dall’oppressione, si sarebbero rischiati di aggredire.LXV. Si è detto spesse volte, ma apparentemente con poca ragione, che Oliviero morì a tempo per la sua rinomanza, e che la sua vita, se si fosse prolungata, si sarebbe forse chiusa fra le sciagure e i disastri. Vero è che fino all’ultimo dì egli venne onorato da’ suoi soldati, obbedito da tutta la popolazione delle Isole Britanniche, e temuto da tutti i potentatistranieri; ch’egli fu tumulato in mezzo ai sovrani d’Inghilterra, con pompa funebre tale, quale non s’era mai per lo innanzi veduta in Inghilterra; e che il suo figlio Riccardo gli succedè al potere con tanta quiete, con quanta un Principe di Galles succederebbe ad un Re legittimo.Per cinque mesi l’amministrazione di Riccardo Cromwell procedè con tanta quiete e regolarità, da far credere a tutta la Europa ch’egli fosse fermamente assiso sul seggio dello Stato. Certo, le sue condizioni erano in qualche modo molto migliori di quelle del padre suo. Il giovane Cromwell non aveva nemici. Le sue mani erano nette di sangue civile. Gli stessi Cavalieri concedevano ch’egli era un gentiluomo onesto e d’indole buona. La parte presbiteriana, potente per numero e per ricchezza, aveva sostenuto un litigio mortale col Protettore defunto, ma inchinava a favoreggiare il nuovo. Aveva avuta sempre bramosia di vedere ristaurato l’antico sistema politico del Regno, con alcune più chiare definizioni e guarentigie per le pubbliche libertà; ma aveva molte ragioni di temere la ristaurazione della vecchia Dinastia. Per questa genia di politici Riccardo era l’uomo opportuno. La umanità, la schiettezza, la modestia sue, la mediocrità delle sue doti, e la docilità con che, lasciavasi guidare da uomini più saggi di lui, lo rendevano mirabilmente atto ad essere capo d’una Monarchia limitata.Per qualche tempo parve grandemente probabile ch’egli, dietro la scorta di destri consiglieri, avesse a conseguire ciò cui suo padre aveva invano aspirato. Nel convocarsi un Parlamento, gli ordini furono spediti secondo la vecchia costumanza. I piccoli borghi che erano stati privati della franchigia elettorale, riebbero i perduti privilegi; Manchester, Leeds, ed Halifax cessarono di mandare rappresentanti, e alla contea di York fu concesso di eleggerne due soli. Parrà forse strano ad una generazione la quale è quasi trascorsa alla frenesia nella questione della riforma parlamentare, che quelle grandi contee e città si sottoponessero con pazienza ed anche con compiacenza a siffatto provvedimento; ma, comecchè gli uomini di senno, anche in quella età, potessero discernere i vizi del vecchio sistema rappresentativo, e prevedere che tali viziprodurrebbero in pratica o presto o tardi gravissimi mali, questi mali pratici non ancora sentivansi molto. Il sistema rappresentativo d’Oliviero, dall’altra parte, quantunque fosse derivato da solidi principii, non era popolare. Gli eventi fra i quali originava, e gli effetti che aveva prodotti, preoccupavano gli animi contro esso. Era nato dalla violenza militare, e null’altro aveva prodotto che contese. La intera nazione era stanca del governo della spada, o desiava il governo della legge. E però la ristaurazione anco delle anomalie e degli abusi che consuonavano strettamente con la legge e che erano stati distrutti dalla spada, produssero universale soddisfazione.Fra i Comuni esisteva una forte opposizione, composta in parte di aperti repubblicani, in parte di realisti occulti; ma una grande e ferma maggioranza sembrava favorevole al disegno di richiamare a vita l’antica Costituzione politica sotto una nuova Dinastia. Riccardo venne solennemente riconosciuto come Primo Magistrato. La Camera de’ Comuni non solamente assentì di trattare le pubbliche faccende co’ Lordi d’Oliviero, ma votò una legge che riconosceva in que’ Nobili i quali nelle ultime perturbazioni avevano parteggiato per la libertà pubblica, il diritto a sedere nella Camera Alta senza bisogno di nuova creazione.Tanto bene andavano le cose per gli uomini di Stato che dirigevano la condotta di Riccardo! Quasi tutte le parti del Governo vennero allora ricostituite come stavano in sul principio della guerra civile. Se il Protettore e il Parlamento si fossero lasciati procedere senza ostacoli, mal può dubitarsi che un ordine di cose simile a quello che poscia stabilivasi sotto la Casa di Hannover, sarebbe stato stabilito sotto quella di Cromwell. Ma era nello Stato un potere più che bastevole a lottare con Riccardo e col Parlamento. Riccardo sopra i soldati non aveva altra autorità, se non quella del gran nome che gli era toccato in retaggio. Non gli aveva mai condotti alla vittoria. Non aveva nè anche portate le armi. Tutti i suoi gusti e le sue abitudini erano per la pace. Nè le sue opinioni intorno a cose religiose erano approvate dai santocchi militari. Ch’egli fosse un uomo dabbene, dimostrollo con prove piùsoddisfacenti che non erano i profondi gemiti e i lunghi sermoni; cioè con l’umiltà e la dolcezza quando stava in cima all’umana grandezza, e con la tranquilla rassegnazione ai torti ed alle sciagure più crudeli: ma non ebbe sempre la prudenza di nascondere il disgusto ch’egli sentiva de’ piagnistei allora comuni in ogni caserma. Gli ufficiali che avevano maggiore influenza fra le truppe stanzianti presso Londra, non gli erano amici. Erano uomini chiari per valore e condotta nel campo di battaglia, ma scemi di saviezza e di coraggio civile; doti che in grado eminentissimo possedeva il loro capo defunto. Taluni di loro erano Indipendenti o Repubblicani onesti, ma fanatici. Questa specie di uomini era rappresentata da Fleetwood. Altri ambivano di giungere al posto d’Oliviero. La sua rapida elevazione, la sua gloria e prosperità, la sua inaugurazione nella reggia, le sue sontuose esequie nell’Abbadia, avevano infiammata la loro immaginazione. Come lui erano di buona nascita, come lui bene educati; non sapevano quindi intendere perchè, al pari di lui, non fossero degni di portare la veste purpurea e la spada dello Stato; e anelavano all’obietto della loro ardente ambizione, non, come lui, con pazienza, vigilanza, sagacia e fermezza, ma con quella irrequietudine e con quel perpetuo ondeggiare che formano il carattere della mediocrità aspirante. Il più cospicuo di questi deboli scimmiottatori del gran Cromwell, era Lambert.LXVI. Nel giorno stesso in cui Riccardo ascese al supremo seggio dello Stato, gli ufficiali si misero a congiurare contro il loro nuovo signore. La buona intelligenza che era fra lui e il suo Parlamento, affrettò la crisi. La paura e l’ira invasero il campo. I sentimenti religiosi e militari dell’esercito trovavansi profondamente irritati. E’ pareva che gl’Indipendenti dovessero essere soggetti ai Presbiteriani, e gli uomini della spada agli uomini della sottana. Formossi una coalizione tra i malcontenti militari e la minoranza repubblicana della Camera de’ Comuni. È da dubitarsi che Riccardo avesse potuto trionfare della predetta coalizione, anche se fosse stato dotato del lucido intendimento e del ferreo coraggio di suo padre. Egli è certo che la semplicità e la mansuetudine sue non erano i requisiti necessari a padroneggiare gli eventi. Cadde senza gloria esenza lotta. Lo esercito si servì di lui come di strumento a disciogliere le Camere, e allora lo mise sprezzantemente da parte. Gli ufficiali si resero grati ai loro alleati repubblicani dichiarando che la espulsione della Coda del Parlamento era illegale, ed invitando l’Assemblea a riprendere le proprie funzioni. Il vecchio presidente e un numero competente di vecchi rappresentanti vennero proclamati, fra mezzo alla mal repressa derisione ed esecrazione del paese, Supremo Potere dello Stato. Nel tempo stesso fu espressamente dichiarato che quinci innanzi non vi sarebbe nè Primo Magistrato nè Camera di Lordi.Ma tale stato di cose non poteva durare. Il giorno in cui risorse il Lungo Parlamento, rivisse del pari il suo vecchio conflitto con lo esercito. Nuovamente dimenticò che esso esisteva a beneplacito dei soldati, e cominciò a trattarli come sudditi. Di nuovo le porte della Camera de’ Comuni furono chiuse dalla violenza militare; ed un Governo Provvisorio, creato dagli ufficiali, assunse il reggimento della cosa pubblica.Frattanto, il senso dei grandi mali presenti, e la forte paura dei mali maggiori che soprastavano, aveva infine fatta nascere un’alleanza tra i Cavalieri e i Presbiteriani. Parecchi presbiteriani, a dir vero, erano disposti a cotale alleanza anche innanzi la morte di Carlo I; ma soltanto dopo la caduta di Riccardo Cromwell, l’intero partito cominciò ad affaccendarsi per ristaurare la Casa Reale. Non poteva più oltre ragionevolmente sperarsi che l’antica Costituzione venisse ristabilita sotto una nuova dinastia. Bisognava, dunque, scegliere o gli Stuardi o l’esercito. La famiglia bandita aveva commessi gravissimi falli; ma gli aveva espiati a caro prezzo, ed aveva fatto un lungo, e—era da sperarsi—salutare tirocinio nella scuola dell’avversità. Era, dunque, probabile che Carlo II facesse senno rivolgendo lo sguardo al fato di Carlo I. Ma, sia che può, i pericoli che minacciavano la patria erano tali, che per evitarli i cittadini potevano ben fare il sacrificio di qualche opinione ed affrontare qualche rischio. Sembrava quasi certo che l’Inghilterra cadrebbe sotto il peso della più odiosa e degradante di tutte le specie di Governo,—sotto un Governo che congiungevatutti i mali del dispotismo con quelli dell’anarchia. Qualunque altra cosa era da preferirsi al giogo d’una successione di stolti tiranni, inalzantisi al potere come i Dey di Barberia, per mezzo di rivoluzioni militari. Pareva probabile che Lambert sarebbe il primo di tale genia di comandanti; ma dentro un anno Lambert avrebbe potuto essere cacciato da Desborough, e Desborough da Harrison. Ogni qual volta il bastone del comando fosse passato da una mano debole ad un’altra, la nazione sarebbe stata messa a ruba, a fine di offrire alle soldatesche una nuova mancia. Se i Presbiteriani si tenevano ostinatamente lontani dai realisti, lo Stato era rovinato; e nondimeno, era da dubitarsi che potesse essere salvato dagli sforzi congiunti d’entrambi. Imperocchè il timore di quello invincibile esercito colpiva gli animi di tutti gli abitanti dell’isola; e i Cavalieri, avendo imparato da cento disastrosi fatti d’armi come il numero delle milizie potesse poco contro la disciplina, erano molto più atterriti delle Teste-Rotonde.LXVII. Finchè le soldatesche furono d’accordo fra loro, tutte le congiure e le insurrezioni de’ malcontenti tornarono inefficaci. Ma pochi giorni dopo la seconda espulsione della Coda del Parlamento, si sparsero nuove che rinfrancarono i cuori di tutti coloro i quali parteggiavano per la Monarchia o pel vivere libero. Quella forza poderosa che per molti anni aveva operato come un solo uomo, ed erasi per ciò resa invincibile, s’era finalmente scissa in fazioni. Lo esercito di Scozia aveva non poco giovata la Repubblica, e trovavasi in ottimo stato. Non aveva partecipato alle ultime rivoluzioni, e le aveva guardate con isdegno simile a quello che sentirono le legioni romane stanziate lungo il Danubio e l’Eufrate, allorchè giunse ad esse la nuova che le guardie pretoriane avevano messo in in vendita lo Impero. Era cosa da non potersi patire che alcuni reggimenti, solo perchè erano per avventura aqquartierati presso Westminster, osassero di fare e disfare, a loro arbitrio, più volte in sei mesi il Governo. Se era convenevole che lo Stato fosse retto da’ soldati, quei soldati che a settentrione del Tweed avevano sostenuta la potenza inglese, avevano diritto di dare il loro voto quanto quelli che presidiavano la Torre di Londra. Pare che vi fosse meno fanatismo fra le legionidimoranti nella Scozia, che in ogni altra parlo dello esercito; e Giorgio Monk che le capitanava, era tutto l’opposto d’uno zelante. In sul primo scoppio della guerra civile, aveva pugnato a favore del Re, ed era stato fatto prigioniero dalle Teste-Rotonde; aveva quindi accettata una commissione dal Parlamento, e con poca pretensione alla santocchieria, erasi innalzato per mezzo del suo coraggio e della sua virtù militare all’alto comando. Era stato un utile servitore ad ambi i Protettori; aveva mostrata acquiescenza allorquando gli ufficiali a Westminster balzarono giù dal seggio Riccardo e restaurarono il Lungo Parlamento; e l’avrebbe similmente mostrata nella seconda espulsione del Lungo Parlamento, se il Governo Provvisorio non gli avesse pôrta cagione d’offesa e di timore. Imperocchè era per indole cauto e alquanto tardo; nè era inclinato ad arrisicare modici e certi vantaggi per la probabilità di conseguire anche il più splendido successo. E’ sembra che fosse spinto a procedere ostilmente contro il nuovo Governo della Repubblica, non tanto dalla speranza d’innalzarsi sulle rovine di quello, quanto dal timore che, sottomettendovisi, non sarebbe stato in sicuro. Ma siano quali si vogliano supporre le cagioni, ei dichiarossi campione del Potere Civile oppresso, ricusò di riconoscere l’autorità usurpata del Governo Provvisorio, e a capo di settemila veterani si mosse verso l’Inghilterra.Questo passo fu il cenno d’una generale esplosione. Il popolo in ogni dove ricusò di pagare le tasse. I giovani di bottega della città ragunaronsi a migliaia chiedendo clamorosamente un libero Parlamento. La flotta si spinse su pel Tamigi, e si dichiarò contro la tirannide soldatesca. I soldati, che non erano più sotto lo impero di una mente suprema, si divisero in fazioni. Ciascun reggimento, temendo di rimanere solo esposto alla vendetta dell’oppressa nazione, affrettossi a concludere una pace separata. Lambert, che era frettolosamente corso ad affrontare l’armata di Scozia, abbandonato dalle sue milizie, fu fatto prigioniero. Pel corso di tredici anni il Potere Civile, in ogni conflitto, era stato astretto a cedere al Potere Militare. Adesso il Potere Militare umiliossi innanzi al Potere Civile. La Coda del Parlamento generale, tenuta in odio e dispregio,e che non per tanto era nel paese il solo corpo che avesse apparenza di autorità legale, ritornò di nuovo alla Camera, dalla quale era stata due volte ignominiosamente cacciata.LXVIII. Intanto Monk procedeva verso Londra. Per dove passava, i gentiluomini gli si affollavano attorno scongiurandolo di adoperare la propria potenza a rendere la pace alla nazione, miseramente dilacerata e sconvolta. Il Generale, freddo, taciturno, senza zelo nè per le cose politiche nè per le religiose, manteneva un riserbo impenetrabile. Quali disegni, a que’ tempi, rivolgesse in mente, o se avesse concepito alcun disegno, mal si potrebbe affermare. Era, a quel che pare, suo scopo principalissimo il tenersi, per quanto più lungamente potesse, libero di scegliere tra diverse vie d’azione. Tale certamente è per lo più la politica di uomini che, come lui, pendono più a muovere circospetti, che a spingere troppo lungi lo sguardo. Probabilmente, egli non venne all’ultima determinazione se non parecchi giorni dopo il suo ingresso nella metropoli. La voce dell’intero popolo chiedeva un libero Parlamento; e non era dubbio nessuno, che un Parlamento veramente libero avrebbe subito riposta sul trono l’esule famiglia reale. La Coda del Parlamento e i soldati erano tuttavia ostili alla Casa degli Stuardi. Ma la Coda era universalmente abborrita e spregiata. La potenza dei soldati era ancora formidabile, ma grandemente infiacchita dalla discordia. Non avevano capo supremo; in molte parti del paese erano venuti alle mani fra loro stessi. Il giorno precedente lo arrivo di Monk a Londra, vi fu un combattimento nello Strand fra la cavalleria e la fanteria. Lo esercito unito aveva lungo tempo signoreggiata la nazione divisa; ma ormai la nazione era unita, e lo esercito si trovava diviso.Per breve tempo, la dissimulazione e la irresolutezza di Monk tennero penosamente sospesi tutti i partiti. Infine ei ruppe il silenzio, e disse di volere un libero Parlamento.LXIX. Appena divulgossi siffatta notizia, tutta la nazione fu inebriata di contento. In qualunque luogo ei si mostrasse, era circondato da migliaia di persone che lo acclamavano e benedicevanoal suo nome. Le campane di tutta l’Inghilterra suonavano a festa; i rigagnoli versavano birra; e per varie notti il cielo, per cinque miglia attorno Londra, rosseggiò dello splendore d’innumerevoli fuochi di gioia. Quei membri presbiteriani della Camera de’ Comuni, che molti anni innanzi erano stati espulsi dalle soldatesche, ritornarono ai loro seggi, e furono accolti dalle acclamazioni della gran folla che riempiva la sala di Westminster e la corte del Palazzo. I capi degl’Indipendenti non osavano più oltre mostrare il viso nelle strade, ed appena tenevansi sicuri nelle proprie abitazioni. Furono presi temporanei provvedimenti per supplire al Governo; mandaronsi ordini per le elezioni generali; e finalmente, quel memorabile Parlamento che per venti anni aveva sperimentate mille e varie vicissitudini, che aveva vinto il proprio sovrano, che era stato degradato dai suoi sottoposti, che era stato due volte cacciato e ristaurato, decretò solennemente la propria dissoluzione. L’esito delle elezioni fu quale era da aspettarsi dall’indole della nazione. La nuova Camera de’ Comuni fu composta di individui amici, tranne pochissimi, alla reale famiglia. I Presbiteriani formavano la maggioranza.LXX. Allora parve quasi certa la Ristaurazione; ma dubitavasi che fosse pacifica. Il contegno dei soldati era cupo e selvaggio. Odiavano il nome di Re; odiavano quello degli Stuardi; odiavano molto i Presbiteriani, ma più assai i prelati. Vedevano con amara indignazione appropinquarsi la fine del loro lungo dominio, e scorgevano nello avvenire una vita ingloriosa di affanni e di penuria. Della loro trista fortuna chiamavano colpevoli i loro Generali, colpevoli alcuni di debolezza, altri di tradimento. Un’ora sola del loro amato Oliviero avrebbe potuto richiamare la gloria che già era svanita. Traditi, disgiunti, senza un Capo in cui avessero fiducia, erano tuttavia da temersi. E non era cosa da pigliare a gabbo lo affrontare la rabbia e la disperazione di cinquantamila guerrieri, che non avevano mai volte le spalle al nemico. Monk, e coloro che con essolui operavano, accorgevansi quanto pericolosa fossa la crisi. Mentre usavano ogni arte a blandire e dividere i malcontenti soldati, facevano vigorosi apparecchi a sostenere un conflitto. Lo esercito di Scozia aqquartierato in Londra,tenevano in buon umore con doni, lusinghe e promesse. I ricchi cittadini non avevano la minima avversione al soldato, o profondevano con tanta liberalità i loro migliori vini, che talvolta vedevansi i santocchi guerrieri in condizione poco decorosa al loro carattere religioso e militare. Monk rischiossi a sbandare alcuni reggimenti che ricalcitravano. Nel tempo stesso, il Governo Provvisorio, sostenuto da tutti i gentiluomini e dai magistrati, faceva grandissimi sforzi a riordinare la guardia cittadina. In ogni contea i militi cittadini erano pronti a muoversi, e formavano una forza non minore di centomila uomini. In Hyde Park ventimila cittadini bene armati ed equipaggiati, posti a rassegna, mostrarono tale spirito, da giustificare la speranza che all’uopo avrebbero strenuamente combattuto a difendere le botteghe e i focolari loro. La flotta secondava cordialmente la nazione. Era tempo di agitazione e d’ansietà, ma bene anco di speranza. La opinione predominante era che l’Inghilterra verrebbe liberata, ma non senza una sanguinosa e disperata lotta; e che coloro che avevano per tanto tempo governato con la spada, sarebbero spenti con la spada.
Non possiamo, ad ogni modo, maravigliarci che le richieste dell’opposizione, le quali importavano un trapasso pieno e formale al Parlamento dei poteri che sempre erano appartenuti alla Corona, scotessero quel gran partito che ha per principii il rispetto per l’autorità costituita, e la paura delle innovazioni violente. Aveva di recente nutrita la speranza di ottenere con mezzi pacifici il predominio nella Camera de’ Comuni; ma tale speranza era svanita. La doppiezza di Carlo aveva resi irreconciliabili i suoi vecchi nemici, aveva fatti entrare nelle schiere de’ malcontenti moltissimi uomini moderati già pronti ad accostarsi a lui, ed aveva così crudelmente mortificati i suoi migliori amici, che per alcun tempo si erano tirati da parte a rodersi in silenzio di vergogna e dispetto.Adesso, nondimeno, ai realisti costituzionali fu forza di eleggere fra due pericoli; onde reputarono debito loro stringersi intorno a un principe di cui condannavano la condotta e nella cui parola non potevano avere fiducia, più presto che patire che la regia dignità venisse degradata, e l’ordinamento politico del Regno interamente rifatto. Con tali sentimenti, molti uomini che per virtù e ingegno avrebbero onorato qualsivoglia causa, si posero dalla parte del principe.LII. Nell’agosto del 1642, le spade alla perfine sguainaronsi; e quasi in ogni contea del regno, tosto comparvero in armi due fazioni ostili, l’una di fronte all’altra. Non è agevole affermare quale de’ due lottanti partiti fosse il più formidabile. Le Camere comandavano Londra e le contee di Londra, la flotta, la navigazione del Tamigi, e la maggior parte delle grandi città e de’ porti marittimi. Potevano disporre di quasi tutte le provvigioni militari del regno, e potevano imporre dazi e sulle mercanzie importate dall’estero, e sopra alcuni prodotti della industria nazionale. Il Re difettava d’artiglieria e di munizioni. Le tasse ch’egli impose sopra i distretti rurali occupati dalle sue truppe, producevano, come sembra probabile, una somma minore di quella che il Parlamento ricavava dalla sola città di Londra. Sperava, a dir vero, per aiuti pecuniari nella munificenza de’ suoi ricchi aderenti. Molti di costoro ipotecarono le loro terre, impegnarono le loro gioie, e fusero le loro argenterie per soccorrerlo. Ma l’esperienza ha pienamente provato che la volontaria liberalità degl’individui, anche in tempi di grande concitamento, è una scarsa fonte finanziaria, agguagliata alla tassazione severa e metodica che grava ad un tempo sopra i volenti e i non volenti.Carlo, nonostante, aveva un vantaggio, il quale, ove egli ne avesse fatto buon uso, lo avrebbe più che compensato del difetto di provigioni e di pecunia, e che, malgrado la sua poca destrezza a giovarsene, lo rese, per alcuni mesi, superiore nella guerra ai suoi avversari. Le sue truppe dapprima pugnavano assai meglio di quelle del Parlamento. Ambedue gli eserciti, egli è vero, erano quasi interamente composti di uomini che non avevano veduto mai un campo di battaglia. Ad ogni modo, la differenza era molta. Le falangi parlamentarierano ripiene di genti venderecce, che s’erano arruolate per bisogno o per ozio. Il reggimento di Hampden era considerato come uno de’ migliori; eppure Cromwell soleva chiamarlo una marmaglia di paltonieri e di servitori a spasso. L’esercito regio, dall’altro canto, era composto in gran parte di gentiluomini, alteri, ardenti, avvezzi a considerare il disonore come cosa più terribile della morte, assuefatti alla scherma, al maneggio delle armi da fuoco, a cavalcare arditamente, ed alle cacce difficili e pericolose, che bene chiamavansi immagini della guerra. Questi gentiluomini, montati sui loro generosi cavalli, a capo di piccole bande composte de’ fratelli minori, dei domestici, dei cacciatori, de’ boscaiuoli loro, dal primo giorno che entrarono in campo, sapevano sostenere la parte loro in una battaglia. Questi valorosi volontari non arrivarono mai a conseguire la fermezza, la pronta obbedienza, la precisione meccanica dei movimenti, che predistinguono il soldato regolare; ma in sulle prime avevano di fronte nemici indisciplinati quanto loro, e meno operosi, forti ed arditi. Per qualche tempo, quindi, i Cavalieri quasi in ogni scontro rimasero vittoriosi.Le Camere anche non avevano avuta la fortuna di scegliere un buon generale. Il grado e la opulenza rendevano il conte d’Essex uno degli uomini più cospicui del partito parlamentare. Aveva con lode guerreggiato sul Continente, ed allorquando le ostilità scoppiarono, godeva sopra ogni altro nel paese alta riputazione militare. Ma tosto si conobbe che egli era inetto al supremo comando. Aveva poca energia e nessun ingegno inventivo. La tattica metodica ch’egli aveva imparata nella guerra del Palatinato, non lo salvò dalla sciagura di essere soprappreso e sconfitto da un capitano come Rupert, il quale non poteva pretendere ad altra rinomanza che a quella di ardimentoso uomo di parte.Nè i maggiori ufficiali ad Essex sottoposti, erano in condizioni di supplire ai difetti di lui: il che scusa o libera le Camere da ogni biasimo. In un paese nel quale nessuno de’ viventi aveva mai vista una gran guerra, non potevano trovarsi generali di sperimentata perizia e valentia. Era perciò necessario in sulle prime di servirsi d’uomini inesperti: e naturalmentevennero preferiti coloro che erano cospicui per condizione o per le doti di cui avevano fatta mostra in Parlamento. Siffatta scelta appena in un solo esempio fu felice; dacchè nè i magnati nè gli oratori fecero prova di buoni soldati. Il conte di Stamford, ch’era uno de’ principali nobili d’Inghilterra, fu rotto a Stratton dai realisti. Nataniele Fiennes, per sapienza civile a nessuno secondo fra’ suoi contemporanei, si disonorò per la pusillanime resa di Bristol. Veramente, di tutti gli uomini di Stato che allora accettarono alti comandi militari, il solo Hampden, a quanto sembra, portò nel campo la capacità e la vigoria di mente onde era pervenuto a tanta altezza nelle cose politiche.LIII. Nel primo anno della guerra, le armi de’ realisti rimasero apertamente vincitrici nelle contee occidentali e settentrionali del paese. Avevano tolta al Parlamento Bristol, seconda città del Regno. Avevano riportate parecchie vittorie, senza nè anche una perdita ignominiosa o di grave momento. Fra le Teste-Rotonde l’avversità aveva incominciato a produrre dissensioni e malcontento. Ora le congiure, ora i tumulti, tenevano il Parlamento in diuturna trepidazione. Pensarono fosse necessario fortificare Londra contro le milizie del Re, ed impiccare in su gli usci delle proprie case alcuni cittadini turbolenti. Taluni de’ più cospicui Pari, che fino allora erano rimasti in Westminster, fuggirono alla Corte in Oxford; e non v’ha dubbio, che se a quel tempo le operazioni de’ Cavalieri fossero state dirette da una mente forte e sagace, Carlo sarebbe tosto ritornato trionfante a Whitehall.Ma il Re lasciò fuggirsi di mano quel bene augurato momento, che non ritornò mai più. Nell’agosto del 1643 accampò di faccia alla città di Gloucester, la quale venne difesa dagli abitanti e dal presidio con una perseveranza che, in tutto il corso della guerra, non avevano mai mostrata i partigiani del Parlamento. Londra ne sentì emulazione. La milizia cittadina si offerse di correre dove i suoi servigi potessero essere utili. In breve tempo si raccolsero numerose forze militari, che cominciarono a muoversi verso occidente. Gloucester fu liberata dall’assedio. I realisti in ogni angolo del reame rimasero scorati; si rinfrancò lo spirito della parte parlamentare; e iLordi apostati, i quali di recente da Westminster erano fuggiti ad Oxford, affrettaronsi a ritornare da Oxford a Westminster.LIV. Cominciò allora a manifestarsi nello infermo corpo politico una nuova specie di gravi sintomi. Erano, fin da principio, nella parte parlamentare taluni uomini che volgevano in mente pensieri dai quali i più rifuggivano inorriditi. Questi uomini nelle cose di religione erano indipendenti. Pensavano che ogni congregazione cristiana aveva, sotto Cristo, suprema giurisdizione nelle faccende spirituali; che gli appelli ai sinodi provinciali e nazionali ripugnavano quasi tanto alle Scritture, quanto gli appelli alla corte dell’arcivescovo di Canterbury o al Vaticano; e che il papismo, il prelatismo e il presbiterianismo, erano semplicemente tre diverse forme d’una medesima grande apostasia. In politica essi erano, servendoci della frase di quel tempo, uomini da ramo e da radice; frase che risponde al vocabolo in uso ai giorni nostri, voglio dire radicali. Non paghi di limitare il potere del monarca, bramavano di erigere una repubblica sopra le ruine del vecchio ordinamento politico. Dapprima erano poco notevoli e per numero e per importanza; ma non ancora erano trascorsi due anni di guerra, e formavano, se non la più numerosa, di certo la più potente fazione del paese. Alcuni de’ più vecchi capi parlamentari erano mancati per morte, altri avevano perduta la pubblica fiducia. Pym era stato sepolto con onori principeschi fra le tombe de’ Plantageneti. Hampden era caduto mentre studiavasi, con eroico esempio, d’inanimire i suoi concittadini a far fronte alla feroce cavalleria di Rupert. Bedford era stato infido alla causa nazionale. Northumberland, come era noto a ciascuno, aveva animo tiepido. Essex e i suoi luogotenenti avevano mostrato poco vigore e destrezza nel condurre le faccende della guerra. In cosiffatta condizione di cose, il partito degli Indipendenti, ardente, risoluto ed esperto, cominciò ad innalzare audace la fronte nel campo e nel Parlamento.LV. L’anima di questo partito era Oliviero Cromwell. Educato alle occupazioni pacifiche, a quaranta e più anni d’età, aveva accettata una commissione nell’armata parlamentare. Appena divenne soldato, conobbe coll’acuto occhio delgenio ciò che Essex, e gli uomini simili ad Essex, con tutta l’esperienza loro, non sapevano intendere. Vide precisamente dove stava la forza dei realisti, e i soli mezzi con cui tale forza poteva vincersi. S’accorse che era mestieri riordinare l’armata del Parlamento. S’accorse parimente, che v’erano copiosi materiali ed ottimi a tale scopo; materiali meno appariscenti, a dir vero, ma più solidi di quelli onde erano composte le valorose legioni del Re. Era mestieri arrolare reclute che non fossero mercenarie, ma di posizione decente e di carattere grave, animate dal timore di Dio, e zelanti della libertà patria. D’uomini di tal sorta compose il proprio reggimento, e mentre gli assoggettava ad una disciplina più rigida di quale altra si fosse mai veduta innanzi in Inghilterra, porgeva agli animi loro stimoli di potentissima efficacia.Gli eventi del 1644 provarono appieno la superiorità della sua mente. Nelle contrade meridionali, dove Essex comandava, le forze parlamentari subirono una serie di vergognosi disastri; ma nelle settentrionali, la vittoria di Marston Moor fu di pieno compenso a tutte le perdite che s’erano altrove, sostenute. Quella vittoria non recò un colpo più serio ai realisti, di quello che recasse al partito fin allora dominante in Westminster; poichè era cosa notoria, che la giornata sciaguratamente perduta dai Presbiteriani, era stata ricuperata dalla energia di Cromwell, e dalla valorosa fermezza de’ guerrieri che lo seguivano.LVI. Cotesti eventi produssero l’Ordinanza d’abnegazione, e il nuovo modello dell’armata. Con pretesti decorosi, e con ogni testimonianza di rispetto, Essex e la maggior parte di coloro i quali avevano occupato posti eminenti sotto il comando di lui, vennero rimossi, e la direzione della guerra fu posta in mani dalle sue differentissime. Fairfax, soldato intrepido, ma di basso intendimento e di carattere irresoluto, fu fatto generale delle armi; ma lo era di solo nome, poichè il vero capo di quelle era Cromwell.LVII. Cromwell affrettossi ad organizzare tutta l’armata secondo gli stessi principii, giusta i quali aveva organizzato il proprio reggimento. Com’egli ebbe fornita l’opera, l’esito della guerra fu deciso. I Cavalieri dovevano adesso far frontead un coraggio pari al loro, ad un entusiasmo più forte di quello onde erano animati, ad una disciplina che loro mancava affatto. Passò tosto in proverbio il detto, che i soldati di Fairfax e di Cromwell erano uomini differentissimi da quelli di Essex. In Naseby seguì il primo scontro tra i realisti e le rifatte schiere del Parlamento. La vittoria delle Teste-Rotonde fu piena e decisiva. Essa fu seguita da altri trionfi succedentisi rapidamente. In pochi mesi l’autorità del Parlamento venne pienamente stabilita in tutto il reame. Carlo si rifugiò presso gli Scozzesi, e, con modo che non fa molto onore al carattere loro, fu consegnato agl’Inglesi.Mentre l’esito della guerra era tuttavia dubbio, le Camere avevano fatto morire il Primate; avevano interdetto, nella sfera della loro autorità, l’uso della liturgia; ed avevano imposto che tutti sottoscrivessero quel famoso documento conosciuto col nome di Lega o Convenzione Solenne. Come la lotta ebbe fine, le innovazioni e le vendette con grandissimo ardore furono spinte agli estremi. La politica ecclesiastica del Regno fu rimodellata. Moltissimi individui dell’alto clero vennero spogliati de’ loro beneficii. Multe, spesso di somme rovinose, vennero inflitte ai realisti, già impoveriti per i larghi sussidi donati al Re. I beni di molti vennero confiscati; molti Cavalieri proscritti trovarono utile comprare, con enormi sacrifizi, la protezione de’ personaggi principali del partito vittorioso. Grandi dominii, appartenenti alla Corona, ai Vescovi ed ai Capitoli, furono confiscati, e o dati in concessione, o venduti all’incanto. In seguito di tali spoliazioni, gran parte del suolo d’Inghilterra fu a un tratto messo in vendita. Poichè il danaro era scarso, il traffico paralizzato, il titolo di proprietà mal sicuro; e poichè la paura che ispiravano gli offerenti che avevano in mano il potere, impediva la libera concorrenza; i prezzi spesso erano prettamente nominali. In tal guisa molte antiche ed onorate famiglie scomparvero, e non se ne seppe più nulla; e molti uomini nuovi mostraronsi sulla scena, con repentino innalzamento.Ma mentre le Camere adopravano la propria autorità in quel modo, essa fuggì rapidamente dalle loro mani. L’avevano ottenuta arrogandosi un potere senza limite o freno.Nell’estate del 1647, circa un anno dopo che l’ultima fortezza dei Cavalieri erasi sottomessa al Parlamento, il Parlamento fu costretto a sottomettersi ai soldati suoi propri.LVIII. Corsero tredici anni, durante i quali l’Inghilterra fu, sotto vari nomi e varie forme, governata dalla spada. Giammai, prima o dopo di quell’epoca, il potere civile della nostra patria non fu soggetto alla dittatura militare.L’armata che si recò in mano il supremo potere dello Stato, era un’armata molto diversa da qualunque altra che se n’è poi veduta nel nostro paese. Oggimai la paga del soldato comune non è tale da svolgere altri individui fuorchè quelli delle classi basse degli operai, dalla loro vocazione. Una barriera quasi insormontabile lo divide dal grado d’ufficiale. La maggior parte di coloro che vi pervengono, lo comprano. Sono così numerose e vaste le dipendenze remote dell’Inghilterra, che chiunque si arruola alla truppa di linea, deve attendersi di passare molti anni della propria vita in esilio, e parecchi anni in climi non favorevoli alla salute ed al vigore della razza europea. L’armata del Lungo Parlamento venne raccolta pel servizio interno. La paga del soldato comune era maggiore del guadagno che l’individuo del popolo poteva sperare dal proprio lavoro; e qualora si fosse distinto per intelligenza e per coraggio, poteva sperare di levarsi a posti eminenti. Le file, quindi, erano composte di uomini, per educazione e posizione, superiori alla moltitudine. Questi uomini, sobrii, morali, diligenti ed assuefatti alla riflessione, erano stati indotti ad abbracciare il mestiere delle armi, non già dagli incitamenti del bisogno, non dal desio di novità o di licenza, non dagli artificii degli ufficiali reclutatori, ma dallo zelo religioso e politico, misto alla brama di acquistarsi onore e spingersi in alto. Essi vantavansi, siccome ne troviamo ricordo nelle loro solenni risoluzioni, di non essere stati costretti alla milizia, nè d’averla abbracciata per desiderio di lucro; di non essere giannizzeri, ma liberi cittadini inglesi, i quali, di loro propria voglia, avevano poste le loro vite in pericolo per la libertà e la religione dell’Inghilterra; perocchè consideravano come loro debito espresso vegliare sul bene della nazione che avevano salvata.In una milizia siffattamente composta, potevano senza pregiudizio della sua utilità, tollerarsi quelle tali licenze, che, concesse a qualunque altra soldatesca, avrebbero sovvertita ogni disciplina. Generalmente parlando, i soldati, i quali si costituissero in circoli politici, eleggessero i loro delegati e prendessero risoluzioni intorno ad alte questioni di Stato, scoterebbero tosto ogni freno, non sarebbero più un’armata, e diverrebbero la massa peggiore e più pericolosa del popolo. Nè sarebbe sicuro, ai tempi nostri, permettere ne’ reggimenti adunanze religiose, nelle quali un caporale versato nella lettura della Bibbia infiammasse la divozione del suo colonnello meno istruito, e desse avvertimenti al suo maggiore recidivo. Ma tali erano la intelligenza, la gravità, la padronanza di sè, nei guerrieri di Cromwell, che nel loro campo una organizzazione religiosa e politica potè esistere senza recar nocumento alla organizzazione militare. Gli uomini stessi i quali facevansi notare come demagoghi e predicatori del campo, godevano bella reputazione di fermezza, di spirito d’ordine, e di pronta obbedienza nelle guardie, negli esercizi e nel campo di battaglia.In guerra, nulla valeva a resistere a questa straordinaria milizia. Il ferreo coraggio, che forma l’indole del popolo inglese, ricevette subitamente, mercè del sistema di Cromwell, regola e stimolo. Altri comandanti hanno mantenuto un ordine egualmente rigoroso; altri comandanti hanno ispirato nei petti dei loro seguaci uno zelo egualmente fervido: ma nel solo campo di Cromwell trovavasi la più rigida disciplina congiunta al più ardente entusiasmo. Le sue truppe correvano alla vittoria con la precisione delle macchine, mentre erano infiammate del più selvaggio fanatismo de’ crociati. Da quando l’armata venne riordinata fino a quando si sbandò, non trovò mai o nelle Isole Britanniche o nel Continente un nemico che potesse sostenerne gl’impeti. In Inghilterra, Scozia, Irlanda, Fiandra, i guerrieri puritani, spesso circuiti da difficoltà, talvolta lottanti contro nemici tre volte più numerosi, non solamente non mancarono di vincere, ma non mancarono mai di distruggere e tagliare in pezzi qualunque esercito si fosse loro presentato. Finalmente, giunsero a considerare il di della battagliacome un giorno di sicuro trionfo, e movevano con fiducia sprezzante contro i più rinomati battaglioni d’Europa. Turenna rimase attonito alla severa esaltazione con cui i suoi alleati inglesi correvano al combattimento, ed espresse la gioia di un vero soldato, allorquando gli fu detto che era costume de’ lancieri di Cromwell d’allegrarsi grandemente quando guardavano in faccia il nemico; e i Cavalieri banditi provarono l’emozione dell’orgoglio nazionale, allorquando videro una brigata de’ loro concittadini, inferiori di numero ai nemici ed abbandonati dagli alleati, porre in rotta la più bella fanteria spagnuola, ed aprirsi il passo in una controscarpa, che era stata pur allora giudicata inespugnabile dai più sperimentati marescialli di Francia.Ma ciò che principalmente distingueva l’armata di Cromwell dalle altre armate, era l’austera moralità e il timore di Dio, che prevalevano in tutte le file. I più zelanti realisti confessano, che in quel campo singolare non s’udiva una bestemmia, non si vedevano ubriachi o giuocatori, e che, per tutto il tempo che durò la dominazione soldatesca, gli averi de’ pacifici cittadini e l’onore delle donne furono reputati sacri. Se si commisero oltraggi, furono oltraggi di specie molto diversa da quelli cui di leggieri si abbandona un’armata vittoriosa. Non vi fu nè anche una fantesca che muovesse lamento delle galanti aggressioni de’ soldati. Una sola dramma d’argento non fu rapita nelle botteghe degli orefici. Ma un sermone pelagiano, o uno sportello sul quale fosse dipinta la Madonna col divino Infante, produceva nelle file dei Puritani tale un eccitamento, che richiedeva gli estremi sforzi degli ufficiali per essere dominato. Una delle principali difficoltà di Cromwell fu quella d’impedire che i suoi lancieri e dragoni si gettassero sopra i pergami de’ sacerdoti, i cui discorsi (per servirmi dell’espressione di que’ tempi) non erano gustosi; e moltissime delle nostre cattedrali serbano tuttavia i segni dell’odio onde quegli spiriti austeri abbonivano ogni vestigio di papismo.LIX. Affrenare il popolo inglese non fu lieve impresa per quell’armata. Non appena fu sentito il peso della tirannide militare, che la nazione, non assuefatta a tanto servaggio, cominciò ad agitarsi ferocemente. Scoppiarono insurrezioni inquelle contee che, mentre ardeva la guerra, avevano mostrata cieca sommissione al Parlamento. A dir vero, lo stesso Parlamento aborriva i suoi vecchi difensori più che i suoi vecchi nemici, e bramava di venire a patti di accomodamento con Carlo a danno dell’armata. Nel tempo medesimo, in Iscozia formossi una coalizione tra i realisti e un grosso corpo di presbiteriani, che detestavano le dottrine degl’indipendenti. Finalmente scoppiò la procella. I popoli si sollevarono in Norfolk, in Suffolk, in Essex, in Kent, in Galles. La flotta nel Tamigi subitamente innalzò i regi colori, si spinse in mare, e minacciava la costa meridionale dell’isola. Grossa mano di armati scozzesi valicò i confini, e giunse fino alla contea di Lancaster. Potrebbe ben sospettarsi che siffatti movimenti venissero riguardati con segreta compiacenza dalla maggior parte dei membri della Camera de’ Lordi, e di quella de’ Comuni.Ma il giogo dell’armata non poteva scuotersi in quella guisa. Mentre Fairfax spegneva le insurrezioni nelle vicinanze della metropoli, Oliviero domava gli insorgenti Gallesi, e riducendo i loro castelli in rovine, moveva contro gli Scozzesi. Le sue truppe erano poche in paragone degl’invasori; ma egli non aveva costume di contare il numero de’ suoi nemici. L’armata scozzese fu onninamente distrutta. Susseguì un cangiamento nel governo della Scozia. Un’amministrazione ostile al Re formossi in Edimburgo; e Cromwell, diventato più che mai l’idolo de’ suoi soldati, ritornò trionfante a Londra.LX. Allora un disegno a cui sul principio della guerra civile nessuno avrebbe osato alludere, e che non era meno incompatibile con la Solenne Convenzione, di quello che fosse con le vecchie leggi d’Inghilterra, cominciò ad assumere una forma distinta. Gli austeri guerrieri che governavano la nazione, avevano per lo spazio di parecchi mesi meditata una tremenda vendetta contro il Re prigioniero. Quando e come originasse tale disegno; se movesse dai comandanti e si diffondesse nelle file, o dalle file si appigliasse ai comandanti; se si debba ascrivere ad una politica che si serviva del fanatismo come di strumento, o al fanatismo che trascinava la politica con irresistibile impulso; sono questioni che fino aidì nostri non si sono potute sciogliere perfettamente. Se non che, sembra probabile, considerando generalmente le cose, che colui che pareva menare gli altri, fosse forzato a seguirli; e che in questa occasione, come avvenne pochi anni dopo in una occasione simigliante, egli sacrificasse il proprio giudicio e le proprie inclinazioni ai voleri dell’armata. Poichè il potere ch’egli aveva stabilito, era un potere che neanche egli stesso valeva a raffrenare; e onde potesse sempre comandare, era necessario ch’ei talvolta obbedisse. Protestò pubblicamente, che ei non era stato l’iniziatore della cosa, che i primi passi erano stati fatti senza esserne stato reso partecipe, che non potè consigliare il Parlamento a dare il colpo, ma sottopose i propri sentimenti alla forza delle circostanze, che sembravano manifestare gli alti disegni della Provvidenza. Siffatte proteste si sogliono sempre considerare come esempio della ipocrisia di che comunemente ei viene tacciato. Ma anche coloro che lo chiamano ipocrita, non oserebbero di chiamarlo uno stolto. È loro debito mostrare ch’egli voleva conseguire un alto scopo, incitando l’armata a commettere un atto ch’egli non rischiossi mai di ordinare. Parrebbe cosa assurda supporre che egli, il quale da’ suoi nemici degni di rispetto non venne mai rappresentato come follemente crudele ed implacabilmente vendicativo, avesse fatto il passo più importante di tutta la sua vita, mosso solo da spirito malevolo. Era tanto savio da conoscere, quando consentì a versare quel sangue augusto, ch’egli compiva un fatto inespiabile, che sveglierebbe dolore ed orrore non solo negli animi de’ realisti, ma negli animi di nove decimi di coloro i quali avevano parteggiato a favore del Parlamento. Siano quali si vogliano le visioni che turbavano i cervelli degli altri, ei di certo non sognava di repubblica, secondo la forma degli antichi, nè del regno millenario dei Santi. S’egli già aspirava a farsi fondatore d’una nuova dinastia, era chiaro che Carlo I era un rivale meno formidabile di quello che sarebbe stato Carlo II. Nell’istante della morte di Carlo I, ciascuno de’ Cavalieri avrebbe conservata la propria lealtà in tutta la sua purezza a Carlo II. Carlo I era prigioniero; Carlo II sarebbe stato libero. Carlo I era obietto di sospizione e disgusto a gran parte di coloro che tuttaviarabbrividivano al pensiero di ucciderlo; Carlo II avrebbe svegliato tutto l’interesse che accompagna la giovinezza e la innocenza sventurata. È impossibile credere che considerazioni così ovvie ed importanti fuggissero alla mente del più grande uomo politico di quell’età. Vero è che Cromwell, un tempo, intese a farsi mediatore fra il trono ed il Parlamento; o a riordinare lo Stato in isfacelo, per mezzo del potere della spada, sotto la sanzione del nome regio. In siffatto disegno egli perseverò finchè non fu costretto ad abbandonarlo per la insubordinazione dei soldati e per la incurabile doppiezza del Re. Sorse un partito nel campo, che vociferando chiedeva la testa del traditore, il quale trattava con Agag. Si formarono cospirazioni; levaronsi romorose minacce d’accusa. Scoppiò un ammutinamento, a comprimere il quale bastarono appena il vigore e la risolutezza di Cromwell. E quantunque, per mezzo d’una giudiciosa mistura di severità e di dolcezza, gli fosse riuscito di ristabilire l’ordine, s’accorse che sarebbe stato estremamente difficile e pericoloso contendere contro la rabbia de’ guerrieri, i quali consideravano il caduto tiranno qual proprio nemico, e quale nemico del loro Dio.Nel tempo stesso si vide più che mai manifesto come nel Re non fosse da fidarsi. I vizi di Carlo erano cresciuti; e, a dir vero, erano di quella specie di vizi, che le difficoltà e le perplessità generalmente fanno risaltare in tutta la loro luce. L’astuzia è lo scudo naturale de’ deboli. E però un principe il quale è abituato ad ingannare mentre si trova nell’altezza della possanza, non è verosimile che impari ad esser franco in mezzo agl’impacci ed alle sciagure. Carlo era un dissimulatore non solo privo di scrupoli, ma sventurato. Non vi fu mai uomo politico al quale siano state attribuite con innegabile evidenza tante fraudi e tante falsità. Egli pubblicamente riconobbe le Camere di Westminster come Parlamento legittimo, e nel medesimo tempo scrisse nel suo Consiglio un atto privato, in che dichiarava di non riconoscerle. Protestò pubblicamente di non essersi mai rivolto ad armi straniere per domare i suoi popoli, mentre privatamente implorava aiuto dalla Francia, dalla Danimarca o dalla Lorena. Negò pubblicamente di avere impiegati i papisti, e nel medesimo tempo mandava ordiniai suoi generali per impiegare ogni papista che volesse servire. Prestò pubblicamente in Oxford il giuramento, promettendo di non esser mai connivente al papismo; mentre privatamente assicurava la propria moglie, che egli intendeva tollerarlo in Inghilterra; e dette facoltà a lord Glamorgan di promettere che il papismo verrebbe ristabilito in Irlanda. Finalmente, tentò d’uscire d’impaccio a danno del suo ministro. Glamorgan ricevè, tutte scritte di mano del Re, riprensioni che dovevano esser lette da altri, o lodi che dovevano esser vedute da lui solo. Fino a tal segno allora erasi spinta la indole falsa del Re, che i suoi più devoti amici non si poterono frenare dal querelarsi fra loro, con amaro dolore e vergogna della torta politica di lui. I suoi difetti, dicevano essi, davano loro meno molestia de’ suoi intrighi. Dall’istante in cui fu fatto prigioniero, non v’era individuo del partito vittorioso che egli non cercasse avvolgere fra le sue lusinghe e fra le sue macchinazioni; ma non gli toccò peggiore ventura di quella ch’egli ebbe allorquando si studiò di blandire Cromwell, nel tempo stesso che voleva minargli il terreno; e Cromwell era uomo da non lasciarsi vincere nè dalle blandizie nè dalle macchinazioni.LXI. Cromwell doveva risolvere se mai fosse cosa prudente porre a rischio l’affetto che gli portava il suo partito, lo affetto dell’armata, la propria grandezza, anzi la sua propria vita, per un tentativo che probabilmente sarebbe riuscito vano; pel tentativo, cioè, di salvare un principe che non si sarebbe potuto mai vincolare con nessun giuramento. La determinazione fu presa dopo molte lotte e molti sospetti, e forse non senza molte preghiere. Carlo fu abbandonato al proprio destino. I così detti Santi militari, sfidando le antiche leggi del Regno, non che il sentimento quasi universale della nazione, decisero che il Re dovesse espiare col proprio sangue i delitti onde era reo. Egli per qualche tempo aspettassi una morte simile a quella de’ suoi infelici predecessori, Eduardo II e Riccardo II. Ma non v’era pericolo d’un tale tradimento. Coloro i quali lo tenevano fra gli artigli, non erano coltellatori notturni. Ciò ch’essi fecero, lo fecero perchè servisse di spettacolo al cielo ed alla terra, e perchè ne rimanesse eterna ricordanza. Godevanoa malincuore dello scandalo che davano. L’essere l’antica Costituzione e l’opinione pubblica dell’Inghilterra direttamente opposte al regicidio, circondava il regicidio di un fascino straordinario agli occhi di un partito intento a produrre una completa rivoluzione politica e sociale. Onde conseguire pienamente il loro scopo, era mestieri che innanzi tutto facessero in pezzi ogni parte della macchina del Governo; ed era una necessità più presto gradevole che penosa agli animi loro. La Camera de’ Comuni votò per un accomodamento col Re. I soldati con la forza si opposero alla maggioranza. I Lordi unanimemente rigettarono la proposta di porre il Re sotto processo; e la loro sala venne immediatamente chiusa. Nessun tribunale legittimo voleva assumersi la responsabilità di giudicare colui dal quale emanava la giustizia. Creossi un tribunale rivoluzionario, il quale dichiarò Carlo essere tiranno, traditore, assassino e nemico pubblico; e la testa gli venne mozza dal busto innanzi a migliaia di spettatori, di faccia alla sala del banchetto, nel suo proprio palazzo.Non molto tempo dopo, chiaramente conobbesi che quei zelanti politici e religiosi, ai quali deve attribuirsi quel fatto, avevano commesso non solo un delitto, ma un fallo. Essi avevano data ad un principe fin allora conosciuto per le sue colpe, occasione di mostrare, in un vasto teatro, innanzi agii occhi di tutte le nazioni e di tutti i secoli, talune doti che irresistibilmente svegliano l’ammirazione e l’amore dell’umanità; cioè l’altero spirito di un prode gentiluomo, e la pazienza e mansuetudine di un cristiano che si sacrifica. Che anzi, avevano in tal modo eseguita la loro vendetta, che quell’uomo stesso la cui vita non era stata se non una serie di violazioni delle libertà dell’Inghilterra, sembrava morire da martire per la causa di quelle medesime libertà. Nessun demagogo produsse mai una impressione negli animi di tutti simile a quella che vi produsse il Re prigioniero, il quale serbando in quegli estremi tutta la sua dignità reale, ed affrontando la morte con indomito coraggio, infiammò i sentimenti del suo popolo oppresso, ricusò fermamente di favellare innanzi ad un tribunale ignoto alla legge, appellossi dalla violenza militare ai principii della Costituzione, chiese con chediritto dalla Camera de’ Comuni erano stati espulsi i suoi più rispettabili membri e la Camera de’ Lordi era stata privata delle sue funzioni legislative, e disse ai suoi uditori che lacrimavano, com’egli non difendesse soltanto la causa propria, ma la loro. La pessima condotta del suo lungo governo, le sue innumerevoli perfidie, furono dimenticate. La memoria di lui venne, nelle menti della maggior parte de’ suoi sudditi, associata a quelle stesse libere istituzioni ch’egli per molti anni erasi sforzato di distruggere; poichè quelle libere istituzioni s’erano spente con lui, e, tra il lugubre silenzio di un popolo spaventato dall’armi, erano state difese dalla sola sua voce. Da quel giorno, cominciò una reazione in favore della Monarchia e dell’esule famiglia reale, la quale venne sempre crescendo, finchè il trono non fu rialzato in tutta la sua antica dignità.Nondimeno, da principio gli uccisori del Re parvero derivare nuova energia da quel sacramento di sangue con cui s’erano scambievolmente vincolati, separandosi per sempre dalla maggioranza de’ loro concittadini. L’Inghilterra venne dichiarata Repubblica. La Camera de’ Comuni, ridotta ad un piccolo numero di membri, fu, di nome soltanto, il supremo potere dello Stato. Di fatto, il governo era tutto nelle mani dell’esercito e del suo capo. Oliviero aveva fatta la sua scelta. Egli aveva conservato l’affetto de’ suoi soldati; ma erasi diviso da pressochè tutte le classi de’ suoi concittadini. Mal si direbbe ch’egli avesse un partito al di là de’ confini del campo e delle fortezze. Quegli elementi di forza i quali, quando scoppiò la guerra civile, parevano osteggiarsi vicendevolmente, si congiunsero contro lui; tutti i Cavalieri, la più parte delle Teste-Rotonde, la Chiesa Anglicana, la Chiesa Presbiteriana, la Chiesa Cattolica Romana, l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda. Nonostante, era tale il suo genio e la sua fermezza, che egli potè padroneggiare e vincere ogni ostacolo che gli attraversava la via, e rendersi signore della propria patria, più assoluto di qualunque altro de’ Re legittimi, e farla rispettare e temere più di quanto era stata temuta e rispettata in tutto il tempo che ella era rimasta sotto il governo de’ suoi legittimi principi.L’Inghilterra aveva già cessato di lottare. Ma i due altriRegni, i quali erano stati governati dagli Stuardi, si dichiararono ostili alla nuova Repubblica. Il partito degli Indipendenti era egualmente odioso ai Cattolici Romani d’Irlanda, ed ai Presbiteriani di Scozia. Entrambi questi paesi, che poco innanzi erano ribelli a Carlo I, poscia riconobbero l’autorità di Carlo II.LXII. Ma ogni cosa cedeva al vigore ed all’ingegno di Cromwell. In pochi mesi soggiogò l’Irlanda, e la ridusse come non era mai stata nello spazio di cinque secoli di strage ch’erano trascorsi dallo sbarco de’ primi Normanni in poi. Determinossi a porre fine al conflitto delle razze e delle religioni che aveva per tanto tempo turbata quell’isola, facendovi esclusivamente predominare la popolazione inglese e protestante. A tale scopo, allentò il freno al feroce entusiasmo de’ suoi seguaci, dichiarò una guerra simile a quella che Israello aveva dichiarata ai Cananei, domò gl’Idolatri col taglio della spada, di guisa che le grandi città furono lasciate prive d’abitanti; ne cacciò parecchie migliaia sul continente, ne imbarcò molte migliaia per l’America, e riempì quel vuoto mandandovi numerose colonie di genti anglo-sassoni, seguaci delle credenze di Calvino. Strano a dirsi! sotto quel regime di ferro, il paese conquistato cominciò a far mostra d’una certa prosperità esteriore. Distretti che poco innanzi erano selvaggi, come quelli dove i coloni del Connecticut contendevano con gli uomini rossi, in pochi anni vennero trasformati in un certo aspetto simile a quello di Kent e di Norfolk. Si videro da per tutto nuovi edifici e strade e piantagioni. La entrata de’ terreni crebbe tosto; e tosto i proprietari inglesi cominciarono a querelarsi d’incontrare in tutti i mercati i prodotti dell’Irlanda, e a gridare perchè si promulgassero leggi protezioniste.Dall’Irlanda il guerriero vittorioso, che adesso era anche di nome, come lungo tempo lo era stato di fatto, Lord Generale dello esercito della Repubblica, si mosse alla volta di Scozia. Ivi stavasi il giovine Re, il quale aveva acconsentito di professare il culto dei Presbiteriani e firmare la Convenzione; e in ricompensa di tali concessioni, gli austeri Puritani che dominavano in Edimburgo gli avevano permesso di tenere, sotto la vigilanza e direzione loro, una corte solenne ma tristanelle sale di Holyrood da lungo tempo deserte. Questa corte da scherno durò brevemente. In due grandi battaglie Cromwell annientò le forze militari della Scozia. Carlo fuggì per salvare la vita, e con estrema difficoltà si sottrasse al destino del padre suo. Lo antico Regno degli Stuardi venne, per la prima volta, ridotto alla più profonda sommissione. Non rimase vestigio della indipendenza con tanto valore difesa contro i più potenti e destri de’ Plantageneti. Il Parlamento inglese faceva le leggi per la Scozia. I giudici inglesi sedevano nei tribunali della Scozia. Anche quella inflessibile Chiesa, che erasi mantenuta a dispetto di tanti Governi, non osava far sentire un lamento.LXIII. Tanta era stata, almeno in apparenza, l’armonia tra i guerrieri che avevano soggiogato la Irlanda e la Scozia, e gli uomini politici che sedevano in Westminster! ma l’alleanza ch’era stata cementata dal pericolo, fu sciolta dalla vittoria. Il Parlamento dimenticò di dovere la propria esistenza allo esercito. Lo esercito era meno disposto che mai a sottoporsi alla dittatura del Parlamento. Veramente, i pochi membri i quali formarono ciò che poscia venne chiamato la coda o la groppa (Rump) della Camera de’ Comuni, non avevano, più che i corpi militari, diritto ad essere stimati i rappresentanti della nazione. La contesa fu tosto condotta ad un esito decisivo. Cromwell empì la Camera d’uomini armati. Ne cacciarono giù dal seggio il presidente, vuotarono la sala, e ne chiusero le porte. La nazione che non amava nessuna delle due parti avverse, ma che, suo malgrado, era costretta a rispettare la capacità e la fermezza del generale, guardò quell’evento con pazienza, se non con compiacenza.Il Re, la Camera de’ Lordi, e quella de’ Comuni, erano stati vinti e distrutti; e sembrava che Cromwell fosse rimasto unico erede di tutti e tre. Nondimeno, v’erano certe limitazioni impostegli tuttavia da quella stessa armata, cui egli andava debitore della sua immensa autorità. Quel corpo singolare di uomini era quasi interamente composto di repubblicani zelanti. Mentre rendevano schiava la patria, ingannavansi credendo di emanciparla. Il libro che essi maggiormente veneravano, forniva loro un esempio che ricorreva spesso sulle loro labbra.Era pur troppo vero che la nazione ingrata e stolta mormorava contro i propri liberatori. Similmente un’altra nazione eletta aveva mormorato contro il capo che la trasse, per duri e perigliosi sentieri, dalla schiavitù alla terra che era irrigata di latte e di miele. Nondimeno, quel gran capitano aveva liberati i fratelli, loro malgrado; nè aveva aborrito di dare terribili esempi di giustizia sopra coloro i quali avversavano la offerta libertà, e lamentavano le vivande, i padroni e le idolatrie dell’Egitto. Lo scopo de’ santocchi guerrieri i quali circondavano Cromwell, era quello di stabilire una libera e pia Repubblica. Per conseguire tale scopo, erano pronti ad appigliarsi, senza veruno scrupolo, a qualunque mezzo, comecchè violento ed illegittimo. E però non era impossibile stabilire col loro aiuto una monarchia assoluta di fatto; ma era probabile che essi avrebbero repentinamente tolto il loro sostegno a un uomo che, anche soggetto a rigorose restrizioni costituzionali, avesse osato assumere il nome e la dignità di Re.I sentimenti di Cromwell erano molto diversi. Egli non era più ciò che era stato; nè sarebbe giusto considerare il cangiamento che avevano subito le sue idee, come il semplice effetto della sua ambizione egoistica. Quando entrò nel Lungo Parlamento, vi portò dal suo ritiro campestre poca conoscenza di libri, nessuna esperienza degli affari di Stato, ed un temperamento esacerbato dalla lunga tirannide del Governo e della gerarchia. Nei tredici anni susseguenti si era in modo non ordinario educato alle cose politiche. Era stato attore principale in una serie di rivoluzioni; era stato per lungo tempo l’anima, o almeno il capo di un partito. Aveva comandato eserciti, riportate vittorie, negoziato trattati, soggiogato, pacificato e riordinato Regni. Sarebbe stata cosa strana, in verità, se le sue nozioni fossero rimaste nella condizione in cui erano quando il suo spirito trovavasi principalmente occupato de’ suoi campi e della sua religione, e quando i grandi avvenimenti che variavano il corso della sua vita, erano una fiera di bestiame o una ragunanza religiosa in Huntingdon. Si accorse che certi disegni d’innovazione, per cui egli un tempo aveva mostrato zelo, buoni o cattivi in sè stessi, erano avversi al sentimento generale del paese; e che, se egli perseveravain tali disegni, non poteva altro aspettarsi che perpetue turbolenze, da domarsi solo con la spada. Egli quindi voleva ristaurare, in tutte le sue parti essenziali, quell’antica Costituzione, che il popolo aveva sempre amata, e che poi amaramente desiderava. La via calcata poscia da Monk, non era per anche aperta a Cromwell. La memoria di un solo terribile giorno divise per sempre il gran regicida dalla famiglia degli Stuardi. Il partito cui egli poteva appigliarsi, era soltanto quello di ascendere al trono d’Inghilterra, e regnare secondo l’antica politica inglese. Se gli fosse riuscito di far ciò, avrebbe potuto sperare che le ferite della lacerata patria si sarebbero presto rimarginate. Gran numero d’uomini onesti e tranquilli si sarebbero stretti intorno al suo seggio. Quei realisti che amavano più le istituzioni che la dinastia, l’ufficio di Re più che Carlo I e Carlo II, avrebbero tosto baciato la mano del re Oliviero. I Pari, che allora rimanevano cupi e solitari nel ritiro de’ loro castelli, e ricusavano di prender parte alla cosa pubblica, convocati al Parlamento dall’editto di un re assiso sul trono, avrebbero lietamente riassunte le loro antiche funzioni. Northumberland e Bedford, Manchester e Pembroke, sarebbero stati orgogliosi di portare la corona e gli sproni, lo scettro e il globo, innanzi al ristauratore dell’aristocrazia. Un sentimento di lealtà avrebbe gradatamente affezionato il popolo alla nuova dinastia; ed alla morte del fondatore di tal dinastia, la dignità regia sarebbe discesa con universale acquiescenza ai suoi posteri.I più destri realisti pensavano che siffatte mire erano savie, e che se a Cromwell fosse stato concesso di seguire il proprio giudicio, l’esule dinastia non sarebbe mai più risalita sul trono d’Inghilterra. Ma il suo disegno era direttamente opposto al sentire della sola classe ch’egli non osava offendere. Il nome di re era odioso ai soldati. Parecchi di loro mal volentieri pativano che l’amministrazione dello Stato fosse nelle mani di un solo. La gran maggioranza, non pertanto, era disposta a sostenere il suo generale, come primo magistrato elettivo della Repubblica, contro tutte le fazioni che potessero per avventura avversare l’autorità di lui; ma non avrebbe consentito ch’egli assumesse il titolo regio, o che quella dignità,ch’era equo compenso del suo merito personale, fosse dichiarata ereditaria nella sua famiglia. Ciò che gli rimaneva a fare, era di dare alla nuova Repubblica una Costituzione, che somigliasse a quella della vecchia monarchia tanto quanto piacesse all’armata. Perchè non si dicesse ch’egli si fosse da sè elevato al nuovo potere, convocò un Consiglio, composto in parte d’individui sul sostegno de’ quali ei poteva riposare, in parte di altri de’ quali poteva di leggieri sfidare l’opposizione. Tale Assemblea, ch’egli chiamò Parlamento, e cui il popolaccio appose il nome di uno de’ suoi più cospicui membri, cioè Parlamento di Barebone, dopo di essersi per breve tempo fatta segno al pubblico scherno, depose nelle mani del generale i poteri ricevuti da lui, e gli lasciò piena libertà di foggiare a suo talento un sistema di governo.LXIV. Il suo disegno, fin da principio, somigliava considerevolmente alla vecchia Costituzione inglese; ma in pochi anni egli credè opportuno spingersi più oltre, e ristaurare quasi ogni parte dell’antico sistema sotto nuovi nomi e nuove forme. Il titolo di re non fu ristabilito, ma le prerogative regie vennero affidate ad un alto protettore. Il sovrano fu chiamato non Sua Maestà, ma Sua Altezza; non fu coronato ed unto nell’Abbadia di Westminster, ma solamente intronizzato, decorato della spada dello Stato, vestito d’un manto purpureo, e gli fu fatto presente d’una ricca Bibbia nella Sala di Westminster. Il suo ufficio non fu dichiarato ereditario, ma gli fu concesso di nominare il suo successore; e nessuno dubitava ch’egli avrebbe nominato il proprio figlio.Una Camera de’ Comuni era parte necessaria del nuovo sistema politico. Nel costituirla, il Protettore fece mostra d’una saviezza e d’uno spirito pubblico, che non furono pienamente apprezzati da’ suoi contemporanei. I vizi del vecchio sistema rappresentativo, comunque non fossero cotanto gravi come in appresso divennero, erano già stati notati dagli uomini di senno. Cromwell riformò quel sistema secondo gli stessi principii a norma de’ quali Pitt, centotrenta anni dopo, tentò di riformarlo, e a norma de’ quali è stato finalmente riformato ai tempi nostri. I piccoli borghi vennero privati della franchigia elettorale, anche molto più di quello che furono nel 1832: e ilnumero dei deputati delle contee fu grandemente accresciuto. Poche città che non erano rappresentate, avevano acquistata importanza. Di tali città, le più considerevoli erano Manchester, Leeds ed Halifax: a tutte e tre fu concessa la rappresentanza. I rappresentanti della capitale furono aumentati di numero. La franchigia elettiva fu riformata in guisa, che ogni uomo d’una certa considerazione, possidente o non possidente di terre libere, votava nella contea di sua residenza. Pochi scozzesi e pochi coloni inglesi stabiliti in Irlanda, furono chiamati all’Assemblea, che doveva esercitare le funzioni legislative in Westminster per tutto il reame.Creare una Camera de’ Lordi era impresa meno facile. La democrazia non ha mestieri di prescrizione. La monarchia spesso è esistita senza siffatto sostegno. Ma l’ordine patrizio è l’opera del tempo. Oliviero trovò già esistente una nobiltà ricca, rispettata e popolare agli occhi de’ cittadini, quanto lo sia mai stata qualunque altra nobiltà. Se egli, come Re d’Inghilterra, avesse comandato ai Pari di accorrere al Parlamento, secondo le antiche costumanze del Regno, molti di loro avrebbero senza dubbio obbedito allo appello. Ciò non potè egli fare, ed invano offrì ai capi delle più illustri famiglie un posto nel suo nuovo Senato. Essi pensavano non potere accettare la nomina ad un’Assemblea improvvisata, senza rinunciare agli aviti diritti e tradire l’ordine loro. Il Protettore, quindi, si trovò nella necessità di riempire la Camera Alta di uomini nuovi, i quali, nelle ultime vicissitudini, s’erano resi cospicui. Fu questo il meno felice dei suoi disegni, e spiacque a tutti. La moltitudine, che sentiva venerazione ed affetto pei grandi nomi storici del paese, schernì una Camera di Lordi ove sedevano alcuni fortunati birrai e calzolai, alla quale pochi degli antichi Nobili furono invitati, e da cui tutti quei vecchi Nobili che vi furono invitati, volgevano sdegnosi le spalle.Il modo in che furono costituiti i Parlamenti di Cromwell, nondimeno, era cosa di poco momento, poichè egli possedeva i mezzi di condurre l’amministrazione senza il loro sostegno, e a dispetto della loro opposizione. Pare che volesse governare costituzionalmente, e sostituire l’impero delle leggi a quello della spada. Ma si accorse tosto, ch’egli, odiato com’era dai realistie dai presbiteriani, poteva trovare salvezza soltanto nell’assolutismo. La prima Camera de’ Comuni che il popolo elesse per comando di lui, ne mise in questione l’autorità, e fu disciolta senza avere compito un solo atto. La sua seconda Camera de’ Comuni, tuttochè lo riconoscesse come Protettore, e volentieri lo avrebbe fatto Re, si ostinò a non volere riconoscere i Lordi novellamente creati. Non rimanevagli altro da fare che sciogliere di nuovo il Parlamento. «Dio,» esclamò egli partendo, «sia giudice tra voi e me!»Ciò non ostante, siffatte dissensioni non infiacchirono l’amministrazione del Protettore. Quei soldati che non gli avrebbero concesso di assumere il titolo di Re, lo sostenevano tutte le volte ch’egli tentava atti di potere, vigorosi quanto non ne tentò mai nessun altro re inglese. E però il Governo, quantunque in forma di Repubblica, era un vero dispotismo, temperato soltanto dalla saviezza, dalla sobrietà e dalla magnanimità del despota. Il paese fu partito in distretti militari, i quali vennero posti sotto il comando di Maggiori Generali. Qualunque tentativo d’insurrezione veniva prontamente represso e punito. La paura che ispirava il potere della spada impugnata da una mano così vigorosa, ferma ed esperta, domò lo spirito dei Cavalieri e de’ Livellatori. I leali gentiluomini dichiararono essere tuttavia pronti, come sempre, a rischiare le loro vite per l’antico Governo e l’antica dinastia, qualora vi fosse la più lieve speranza di riuscita; ma porsi alla testa de’ loro servi ed affittuarii e farsi incontro alle picche di legioni vincitrici in cento battaglie ed assedi, sarebbe stato lo stesso che fare lo inutile sacrificio di un sangue onorevole ed innocente. Realisti e repubblicani, non avendo più speranza nell’aperta resistenza, cominciarono a maturare neri disegni di assassinio; ma il Protettore vigilava, ed uscendo dalle mura del suo palazzo, le spade sguainate e le corazze delle sue fide guardie facevangli siepe per ogni lato.S’egli fosse stato un principe crudele, licenzioso e rapace, la nazione avrebbe fatto un estremo sforzo per liberarsi dalla dominazione militare. Ma gli aggravi che pativa il paese, tuttochè eccitassero lo scontento, non erano tali da spingere grandi masse di popolo a porre a repentaglio le vite, le sostanzee la tranquillità delle proprie famiglie. Le tasse, quantunque fossero più gravose che non erano sotto gli Stuardi, non parevano di gran peso quando paragonavansi a quelle degli Stati vicini, e si ragguagliavano ai mezzi dell’Inghilterra. Le proprietà erano sicure. Perfino i Cavalieri, i quali astenevansi di turbare il nuovo Governo, godevano in pace di ciò che era loro rimasto fra il trambusto delle guerre civili. Le leggi erano violate solo ne’ casi che riguardavano la salvezza e il Governo del Protettore. La giustizia tra uomo e uomo era amministrata con esattezza ed onestà non conosciute per lo innanzi. In Inghilterra non v’era stato Governo, dalla Riforma in poi, meno persecutore di quello di Cromwell nelle questioni religiose. Gli sventurati Cattolici Romani, a dir vero, appena venivano considerati come cristiani; ma al clero della caduta Chiesa Anglicana era permesso di praticare il proprio culto, a condizione di astenersi dal predicare intorno a cose politiche. Anche agli Ebrei, ai quali il pubblico culto fino dal secolo decimoterzo era stato inibito, fu permesso, a dispetto della forte opposizione de’ mercanti gelosi e de’ teologi fanatici, di edificare una sinagoga in Londra.La politica estera del Protettore, nel tempo stesso, otteneva l’approvazione di coloro che più lo detestavano. I Cavalieri potevano appena frenarsi dal desiderare che colui che aveva fatto tanto per innalzare la fama del paese, fosse un Re legittimo; e i repubblicani erano costretti a confessare che il tiranno non perdonava ad altri, fuori che a sè stesso di far torto al paese, e che se egli l’aveva spogliato della libertà, lo aveva in ricambio coperto di gloria. Dopo mezzo secolo in cui l’Inghilterra nella politica d’Europa pesava poco più di Venezia o della Sassonia, essa divenne subitamente la Potenza più formidabile del mondo; dettava condizioni di pace alle Provincie Unite, vendicava gl’insulti comuni fatti alla Cristianità da’ pirati di Barberia, vinceva gli Spagnuoli per terra e per mare, s’impossessava d’una delle più considerevoli isole d’America, e conquistava sul littorale fiammingo una fortezza, che consolò l’orgoglio nazionale della perdita di Calais. Ella aveva la supremazia dell’Oceano. Era a capo degl’interessi protestanti. Tutte le Chiese riformate sparse nei Regni cattoliciriconoscevano Cromwell come loro tutore. Gli Ugonotti della Linguadoca, i pastori che nelle capanne delle Alpi professavano un protestantismo più antico di quello di Augusta, vivevano sicuri dall’oppressione per il solo terrore di quel gran nome. Lo stesso Papa era costretto a predicare umanità e moderazione ai Principi papisti; poichè una voce che rade volte minacciava invano, aveva dichiarato che se il popolo di Dio venisse tormentato, i cannoni inglesi si sarebbero fatti sentire in Castel Sant’Angelo. A dir vero, non vi era cosa che Cromwell, per utile di sè e della sua famiglia, potesse tanto desiderare quanto una guerra religiosa in Europa. In tal guerra egli sarebbe stato il capitano degli eserciti protestanti. Il cuore dell’Inghilterra sarebbe stato con lui. Le sue vittorie sarebbero state salutate con unanime entusiasmo, non più visto nel paese dopo la disfatta dell’Armada, ed avrebbero cancellata la macchia che uno solo atto, condannato dalla voce generale della nazione, ha lasciata nella sua splendida fama. Sventuratamente, egli non ebbe occasione di far mostra delle sue ammirevoli virtù militari, tranne contro gli abitanti delle Isole Britanniche.Finchè egli visse, il suo potere si mantenne fermo, e fu per i suoi sudditi obietto di avversione mista ad ammirazione e a paura. Pochi, veramente, amavano il suo Governo; ma coloro che più l’odiavano, l’odiavano meno di quel che lo temessero. Se fosse stato un Governo peggiore, sarebbe stato forse abbattuto, malgrado il suo vigore. Se fosse stato un Governo più debole, sarebbe stato certamente distrutto, malgrado tutti i suoi meriti. Ma egli aveva moderazione tanta, da astenersi da quelle oppressioni che rendono gli uomini insani; ed aveva una forza ed energia cui nessuno, fuorchè gli uomini resi insani dall’oppressione, si sarebbero rischiati di aggredire.LXV. Si è detto spesse volte, ma apparentemente con poca ragione, che Oliviero morì a tempo per la sua rinomanza, e che la sua vita, se si fosse prolungata, si sarebbe forse chiusa fra le sciagure e i disastri. Vero è che fino all’ultimo dì egli venne onorato da’ suoi soldati, obbedito da tutta la popolazione delle Isole Britanniche, e temuto da tutti i potentatistranieri; ch’egli fu tumulato in mezzo ai sovrani d’Inghilterra, con pompa funebre tale, quale non s’era mai per lo innanzi veduta in Inghilterra; e che il suo figlio Riccardo gli succedè al potere con tanta quiete, con quanta un Principe di Galles succederebbe ad un Re legittimo.Per cinque mesi l’amministrazione di Riccardo Cromwell procedè con tanta quiete e regolarità, da far credere a tutta la Europa ch’egli fosse fermamente assiso sul seggio dello Stato. Certo, le sue condizioni erano in qualche modo molto migliori di quelle del padre suo. Il giovane Cromwell non aveva nemici. Le sue mani erano nette di sangue civile. Gli stessi Cavalieri concedevano ch’egli era un gentiluomo onesto e d’indole buona. La parte presbiteriana, potente per numero e per ricchezza, aveva sostenuto un litigio mortale col Protettore defunto, ma inchinava a favoreggiare il nuovo. Aveva avuta sempre bramosia di vedere ristaurato l’antico sistema politico del Regno, con alcune più chiare definizioni e guarentigie per le pubbliche libertà; ma aveva molte ragioni di temere la ristaurazione della vecchia Dinastia. Per questa genia di politici Riccardo era l’uomo opportuno. La umanità, la schiettezza, la modestia sue, la mediocrità delle sue doti, e la docilità con che, lasciavasi guidare da uomini più saggi di lui, lo rendevano mirabilmente atto ad essere capo d’una Monarchia limitata.Per qualche tempo parve grandemente probabile ch’egli, dietro la scorta di destri consiglieri, avesse a conseguire ciò cui suo padre aveva invano aspirato. Nel convocarsi un Parlamento, gli ordini furono spediti secondo la vecchia costumanza. I piccoli borghi che erano stati privati della franchigia elettorale, riebbero i perduti privilegi; Manchester, Leeds, ed Halifax cessarono di mandare rappresentanti, e alla contea di York fu concesso di eleggerne due soli. Parrà forse strano ad una generazione la quale è quasi trascorsa alla frenesia nella questione della riforma parlamentare, che quelle grandi contee e città si sottoponessero con pazienza ed anche con compiacenza a siffatto provvedimento; ma, comecchè gli uomini di senno, anche in quella età, potessero discernere i vizi del vecchio sistema rappresentativo, e prevedere che tali viziprodurrebbero in pratica o presto o tardi gravissimi mali, questi mali pratici non ancora sentivansi molto. Il sistema rappresentativo d’Oliviero, dall’altra parte, quantunque fosse derivato da solidi principii, non era popolare. Gli eventi fra i quali originava, e gli effetti che aveva prodotti, preoccupavano gli animi contro esso. Era nato dalla violenza militare, e null’altro aveva prodotto che contese. La intera nazione era stanca del governo della spada, o desiava il governo della legge. E però la ristaurazione anco delle anomalie e degli abusi che consuonavano strettamente con la legge e che erano stati distrutti dalla spada, produssero universale soddisfazione.Fra i Comuni esisteva una forte opposizione, composta in parte di aperti repubblicani, in parte di realisti occulti; ma una grande e ferma maggioranza sembrava favorevole al disegno di richiamare a vita l’antica Costituzione politica sotto una nuova Dinastia. Riccardo venne solennemente riconosciuto come Primo Magistrato. La Camera de’ Comuni non solamente assentì di trattare le pubbliche faccende co’ Lordi d’Oliviero, ma votò una legge che riconosceva in que’ Nobili i quali nelle ultime perturbazioni avevano parteggiato per la libertà pubblica, il diritto a sedere nella Camera Alta senza bisogno di nuova creazione.Tanto bene andavano le cose per gli uomini di Stato che dirigevano la condotta di Riccardo! Quasi tutte le parti del Governo vennero allora ricostituite come stavano in sul principio della guerra civile. Se il Protettore e il Parlamento si fossero lasciati procedere senza ostacoli, mal può dubitarsi che un ordine di cose simile a quello che poscia stabilivasi sotto la Casa di Hannover, sarebbe stato stabilito sotto quella di Cromwell. Ma era nello Stato un potere più che bastevole a lottare con Riccardo e col Parlamento. Riccardo sopra i soldati non aveva altra autorità, se non quella del gran nome che gli era toccato in retaggio. Non gli aveva mai condotti alla vittoria. Non aveva nè anche portate le armi. Tutti i suoi gusti e le sue abitudini erano per la pace. Nè le sue opinioni intorno a cose religiose erano approvate dai santocchi militari. Ch’egli fosse un uomo dabbene, dimostrollo con prove piùsoddisfacenti che non erano i profondi gemiti e i lunghi sermoni; cioè con l’umiltà e la dolcezza quando stava in cima all’umana grandezza, e con la tranquilla rassegnazione ai torti ed alle sciagure più crudeli: ma non ebbe sempre la prudenza di nascondere il disgusto ch’egli sentiva de’ piagnistei allora comuni in ogni caserma. Gli ufficiali che avevano maggiore influenza fra le truppe stanzianti presso Londra, non gli erano amici. Erano uomini chiari per valore e condotta nel campo di battaglia, ma scemi di saviezza e di coraggio civile; doti che in grado eminentissimo possedeva il loro capo defunto. Taluni di loro erano Indipendenti o Repubblicani onesti, ma fanatici. Questa specie di uomini era rappresentata da Fleetwood. Altri ambivano di giungere al posto d’Oliviero. La sua rapida elevazione, la sua gloria e prosperità, la sua inaugurazione nella reggia, le sue sontuose esequie nell’Abbadia, avevano infiammata la loro immaginazione. Come lui erano di buona nascita, come lui bene educati; non sapevano quindi intendere perchè, al pari di lui, non fossero degni di portare la veste purpurea e la spada dello Stato; e anelavano all’obietto della loro ardente ambizione, non, come lui, con pazienza, vigilanza, sagacia e fermezza, ma con quella irrequietudine e con quel perpetuo ondeggiare che formano il carattere della mediocrità aspirante. Il più cospicuo di questi deboli scimmiottatori del gran Cromwell, era Lambert.LXVI. Nel giorno stesso in cui Riccardo ascese al supremo seggio dello Stato, gli ufficiali si misero a congiurare contro il loro nuovo signore. La buona intelligenza che era fra lui e il suo Parlamento, affrettò la crisi. La paura e l’ira invasero il campo. I sentimenti religiosi e militari dell’esercito trovavansi profondamente irritati. E’ pareva che gl’Indipendenti dovessero essere soggetti ai Presbiteriani, e gli uomini della spada agli uomini della sottana. Formossi una coalizione tra i malcontenti militari e la minoranza repubblicana della Camera de’ Comuni. È da dubitarsi che Riccardo avesse potuto trionfare della predetta coalizione, anche se fosse stato dotato del lucido intendimento e del ferreo coraggio di suo padre. Egli è certo che la semplicità e la mansuetudine sue non erano i requisiti necessari a padroneggiare gli eventi. Cadde senza gloria esenza lotta. Lo esercito si servì di lui come di strumento a disciogliere le Camere, e allora lo mise sprezzantemente da parte. Gli ufficiali si resero grati ai loro alleati repubblicani dichiarando che la espulsione della Coda del Parlamento era illegale, ed invitando l’Assemblea a riprendere le proprie funzioni. Il vecchio presidente e un numero competente di vecchi rappresentanti vennero proclamati, fra mezzo alla mal repressa derisione ed esecrazione del paese, Supremo Potere dello Stato. Nel tempo stesso fu espressamente dichiarato che quinci innanzi non vi sarebbe nè Primo Magistrato nè Camera di Lordi.Ma tale stato di cose non poteva durare. Il giorno in cui risorse il Lungo Parlamento, rivisse del pari il suo vecchio conflitto con lo esercito. Nuovamente dimenticò che esso esisteva a beneplacito dei soldati, e cominciò a trattarli come sudditi. Di nuovo le porte della Camera de’ Comuni furono chiuse dalla violenza militare; ed un Governo Provvisorio, creato dagli ufficiali, assunse il reggimento della cosa pubblica.Frattanto, il senso dei grandi mali presenti, e la forte paura dei mali maggiori che soprastavano, aveva infine fatta nascere un’alleanza tra i Cavalieri e i Presbiteriani. Parecchi presbiteriani, a dir vero, erano disposti a cotale alleanza anche innanzi la morte di Carlo I; ma soltanto dopo la caduta di Riccardo Cromwell, l’intero partito cominciò ad affaccendarsi per ristaurare la Casa Reale. Non poteva più oltre ragionevolmente sperarsi che l’antica Costituzione venisse ristabilita sotto una nuova dinastia. Bisognava, dunque, scegliere o gli Stuardi o l’esercito. La famiglia bandita aveva commessi gravissimi falli; ma gli aveva espiati a caro prezzo, ed aveva fatto un lungo, e—era da sperarsi—salutare tirocinio nella scuola dell’avversità. Era, dunque, probabile che Carlo II facesse senno rivolgendo lo sguardo al fato di Carlo I. Ma, sia che può, i pericoli che minacciavano la patria erano tali, che per evitarli i cittadini potevano ben fare il sacrificio di qualche opinione ed affrontare qualche rischio. Sembrava quasi certo che l’Inghilterra cadrebbe sotto il peso della più odiosa e degradante di tutte le specie di Governo,—sotto un Governo che congiungevatutti i mali del dispotismo con quelli dell’anarchia. Qualunque altra cosa era da preferirsi al giogo d’una successione di stolti tiranni, inalzantisi al potere come i Dey di Barberia, per mezzo di rivoluzioni militari. Pareva probabile che Lambert sarebbe il primo di tale genia di comandanti; ma dentro un anno Lambert avrebbe potuto essere cacciato da Desborough, e Desborough da Harrison. Ogni qual volta il bastone del comando fosse passato da una mano debole ad un’altra, la nazione sarebbe stata messa a ruba, a fine di offrire alle soldatesche una nuova mancia. Se i Presbiteriani si tenevano ostinatamente lontani dai realisti, lo Stato era rovinato; e nondimeno, era da dubitarsi che potesse essere salvato dagli sforzi congiunti d’entrambi. Imperocchè il timore di quello invincibile esercito colpiva gli animi di tutti gli abitanti dell’isola; e i Cavalieri, avendo imparato da cento disastrosi fatti d’armi come il numero delle milizie potesse poco contro la disciplina, erano molto più atterriti delle Teste-Rotonde.LXVII. Finchè le soldatesche furono d’accordo fra loro, tutte le congiure e le insurrezioni de’ malcontenti tornarono inefficaci. Ma pochi giorni dopo la seconda espulsione della Coda del Parlamento, si sparsero nuove che rinfrancarono i cuori di tutti coloro i quali parteggiavano per la Monarchia o pel vivere libero. Quella forza poderosa che per molti anni aveva operato come un solo uomo, ed erasi per ciò resa invincibile, s’era finalmente scissa in fazioni. Lo esercito di Scozia aveva non poco giovata la Repubblica, e trovavasi in ottimo stato. Non aveva partecipato alle ultime rivoluzioni, e le aveva guardate con isdegno simile a quello che sentirono le legioni romane stanziate lungo il Danubio e l’Eufrate, allorchè giunse ad esse la nuova che le guardie pretoriane avevano messo in in vendita lo Impero. Era cosa da non potersi patire che alcuni reggimenti, solo perchè erano per avventura aqquartierati presso Westminster, osassero di fare e disfare, a loro arbitrio, più volte in sei mesi il Governo. Se era convenevole che lo Stato fosse retto da’ soldati, quei soldati che a settentrione del Tweed avevano sostenuta la potenza inglese, avevano diritto di dare il loro voto quanto quelli che presidiavano la Torre di Londra. Pare che vi fosse meno fanatismo fra le legionidimoranti nella Scozia, che in ogni altra parlo dello esercito; e Giorgio Monk che le capitanava, era tutto l’opposto d’uno zelante. In sul primo scoppio della guerra civile, aveva pugnato a favore del Re, ed era stato fatto prigioniero dalle Teste-Rotonde; aveva quindi accettata una commissione dal Parlamento, e con poca pretensione alla santocchieria, erasi innalzato per mezzo del suo coraggio e della sua virtù militare all’alto comando. Era stato un utile servitore ad ambi i Protettori; aveva mostrata acquiescenza allorquando gli ufficiali a Westminster balzarono giù dal seggio Riccardo e restaurarono il Lungo Parlamento; e l’avrebbe similmente mostrata nella seconda espulsione del Lungo Parlamento, se il Governo Provvisorio non gli avesse pôrta cagione d’offesa e di timore. Imperocchè era per indole cauto e alquanto tardo; nè era inclinato ad arrisicare modici e certi vantaggi per la probabilità di conseguire anche il più splendido successo. E’ sembra che fosse spinto a procedere ostilmente contro il nuovo Governo della Repubblica, non tanto dalla speranza d’innalzarsi sulle rovine di quello, quanto dal timore che, sottomettendovisi, non sarebbe stato in sicuro. Ma siano quali si vogliano supporre le cagioni, ei dichiarossi campione del Potere Civile oppresso, ricusò di riconoscere l’autorità usurpata del Governo Provvisorio, e a capo di settemila veterani si mosse verso l’Inghilterra.Questo passo fu il cenno d’una generale esplosione. Il popolo in ogni dove ricusò di pagare le tasse. I giovani di bottega della città ragunaronsi a migliaia chiedendo clamorosamente un libero Parlamento. La flotta si spinse su pel Tamigi, e si dichiarò contro la tirannide soldatesca. I soldati, che non erano più sotto lo impero di una mente suprema, si divisero in fazioni. Ciascun reggimento, temendo di rimanere solo esposto alla vendetta dell’oppressa nazione, affrettossi a concludere una pace separata. Lambert, che era frettolosamente corso ad affrontare l’armata di Scozia, abbandonato dalle sue milizie, fu fatto prigioniero. Pel corso di tredici anni il Potere Civile, in ogni conflitto, era stato astretto a cedere al Potere Militare. Adesso il Potere Militare umiliossi innanzi al Potere Civile. La Coda del Parlamento generale, tenuta in odio e dispregio,e che non per tanto era nel paese il solo corpo che avesse apparenza di autorità legale, ritornò di nuovo alla Camera, dalla quale era stata due volte ignominiosamente cacciata.LXVIII. Intanto Monk procedeva verso Londra. Per dove passava, i gentiluomini gli si affollavano attorno scongiurandolo di adoperare la propria potenza a rendere la pace alla nazione, miseramente dilacerata e sconvolta. Il Generale, freddo, taciturno, senza zelo nè per le cose politiche nè per le religiose, manteneva un riserbo impenetrabile. Quali disegni, a que’ tempi, rivolgesse in mente, o se avesse concepito alcun disegno, mal si potrebbe affermare. Era, a quel che pare, suo scopo principalissimo il tenersi, per quanto più lungamente potesse, libero di scegliere tra diverse vie d’azione. Tale certamente è per lo più la politica di uomini che, come lui, pendono più a muovere circospetti, che a spingere troppo lungi lo sguardo. Probabilmente, egli non venne all’ultima determinazione se non parecchi giorni dopo il suo ingresso nella metropoli. La voce dell’intero popolo chiedeva un libero Parlamento; e non era dubbio nessuno, che un Parlamento veramente libero avrebbe subito riposta sul trono l’esule famiglia reale. La Coda del Parlamento e i soldati erano tuttavia ostili alla Casa degli Stuardi. Ma la Coda era universalmente abborrita e spregiata. La potenza dei soldati era ancora formidabile, ma grandemente infiacchita dalla discordia. Non avevano capo supremo; in molte parti del paese erano venuti alle mani fra loro stessi. Il giorno precedente lo arrivo di Monk a Londra, vi fu un combattimento nello Strand fra la cavalleria e la fanteria. Lo esercito unito aveva lungo tempo signoreggiata la nazione divisa; ma ormai la nazione era unita, e lo esercito si trovava diviso.Per breve tempo, la dissimulazione e la irresolutezza di Monk tennero penosamente sospesi tutti i partiti. Infine ei ruppe il silenzio, e disse di volere un libero Parlamento.LXIX. Appena divulgossi siffatta notizia, tutta la nazione fu inebriata di contento. In qualunque luogo ei si mostrasse, era circondato da migliaia di persone che lo acclamavano e benedicevanoal suo nome. Le campane di tutta l’Inghilterra suonavano a festa; i rigagnoli versavano birra; e per varie notti il cielo, per cinque miglia attorno Londra, rosseggiò dello splendore d’innumerevoli fuochi di gioia. Quei membri presbiteriani della Camera de’ Comuni, che molti anni innanzi erano stati espulsi dalle soldatesche, ritornarono ai loro seggi, e furono accolti dalle acclamazioni della gran folla che riempiva la sala di Westminster e la corte del Palazzo. I capi degl’Indipendenti non osavano più oltre mostrare il viso nelle strade, ed appena tenevansi sicuri nelle proprie abitazioni. Furono presi temporanei provvedimenti per supplire al Governo; mandaronsi ordini per le elezioni generali; e finalmente, quel memorabile Parlamento che per venti anni aveva sperimentate mille e varie vicissitudini, che aveva vinto il proprio sovrano, che era stato degradato dai suoi sottoposti, che era stato due volte cacciato e ristaurato, decretò solennemente la propria dissoluzione. L’esito delle elezioni fu quale era da aspettarsi dall’indole della nazione. La nuova Camera de’ Comuni fu composta di individui amici, tranne pochissimi, alla reale famiglia. I Presbiteriani formavano la maggioranza.LXX. Allora parve quasi certa la Ristaurazione; ma dubitavasi che fosse pacifica. Il contegno dei soldati era cupo e selvaggio. Odiavano il nome di Re; odiavano quello degli Stuardi; odiavano molto i Presbiteriani, ma più assai i prelati. Vedevano con amara indignazione appropinquarsi la fine del loro lungo dominio, e scorgevano nello avvenire una vita ingloriosa di affanni e di penuria. Della loro trista fortuna chiamavano colpevoli i loro Generali, colpevoli alcuni di debolezza, altri di tradimento. Un’ora sola del loro amato Oliviero avrebbe potuto richiamare la gloria che già era svanita. Traditi, disgiunti, senza un Capo in cui avessero fiducia, erano tuttavia da temersi. E non era cosa da pigliare a gabbo lo affrontare la rabbia e la disperazione di cinquantamila guerrieri, che non avevano mai volte le spalle al nemico. Monk, e coloro che con essolui operavano, accorgevansi quanto pericolosa fossa la crisi. Mentre usavano ogni arte a blandire e dividere i malcontenti soldati, facevano vigorosi apparecchi a sostenere un conflitto. Lo esercito di Scozia aqquartierato in Londra,tenevano in buon umore con doni, lusinghe e promesse. I ricchi cittadini non avevano la minima avversione al soldato, o profondevano con tanta liberalità i loro migliori vini, che talvolta vedevansi i santocchi guerrieri in condizione poco decorosa al loro carattere religioso e militare. Monk rischiossi a sbandare alcuni reggimenti che ricalcitravano. Nel tempo stesso, il Governo Provvisorio, sostenuto da tutti i gentiluomini e dai magistrati, faceva grandissimi sforzi a riordinare la guardia cittadina. In ogni contea i militi cittadini erano pronti a muoversi, e formavano una forza non minore di centomila uomini. In Hyde Park ventimila cittadini bene armati ed equipaggiati, posti a rassegna, mostrarono tale spirito, da giustificare la speranza che all’uopo avrebbero strenuamente combattuto a difendere le botteghe e i focolari loro. La flotta secondava cordialmente la nazione. Era tempo di agitazione e d’ansietà, ma bene anco di speranza. La opinione predominante era che l’Inghilterra verrebbe liberata, ma non senza una sanguinosa e disperata lotta; e che coloro che avevano per tanto tempo governato con la spada, sarebbero spenti con la spada.
Non possiamo, ad ogni modo, maravigliarci che le richieste dell’opposizione, le quali importavano un trapasso pieno e formale al Parlamento dei poteri che sempre erano appartenuti alla Corona, scotessero quel gran partito che ha per principii il rispetto per l’autorità costituita, e la paura delle innovazioni violente. Aveva di recente nutrita la speranza di ottenere con mezzi pacifici il predominio nella Camera de’ Comuni; ma tale speranza era svanita. La doppiezza di Carlo aveva resi irreconciliabili i suoi vecchi nemici, aveva fatti entrare nelle schiere de’ malcontenti moltissimi uomini moderati già pronti ad accostarsi a lui, ed aveva così crudelmente mortificati i suoi migliori amici, che per alcun tempo si erano tirati da parte a rodersi in silenzio di vergogna e dispetto.Adesso, nondimeno, ai realisti costituzionali fu forza di eleggere fra due pericoli; onde reputarono debito loro stringersi intorno a un principe di cui condannavano la condotta e nella cui parola non potevano avere fiducia, più presto che patire che la regia dignità venisse degradata, e l’ordinamento politico del Regno interamente rifatto. Con tali sentimenti, molti uomini che per virtù e ingegno avrebbero onorato qualsivoglia causa, si posero dalla parte del principe.
LII. Nell’agosto del 1642, le spade alla perfine sguainaronsi; e quasi in ogni contea del regno, tosto comparvero in armi due fazioni ostili, l’una di fronte all’altra. Non è agevole affermare quale de’ due lottanti partiti fosse il più formidabile. Le Camere comandavano Londra e le contee di Londra, la flotta, la navigazione del Tamigi, e la maggior parte delle grandi città e de’ porti marittimi. Potevano disporre di quasi tutte le provvigioni militari del regno, e potevano imporre dazi e sulle mercanzie importate dall’estero, e sopra alcuni prodotti della industria nazionale. Il Re difettava d’artiglieria e di munizioni. Le tasse ch’egli impose sopra i distretti rurali occupati dalle sue truppe, producevano, come sembra probabile, una somma minore di quella che il Parlamento ricavava dalla sola città di Londra. Sperava, a dir vero, per aiuti pecuniari nella munificenza de’ suoi ricchi aderenti. Molti di costoro ipotecarono le loro terre, impegnarono le loro gioie, e fusero le loro argenterie per soccorrerlo. Ma l’esperienza ha pienamente provato che la volontaria liberalità degl’individui, anche in tempi di grande concitamento, è una scarsa fonte finanziaria, agguagliata alla tassazione severa e metodica che grava ad un tempo sopra i volenti e i non volenti.
Carlo, nonostante, aveva un vantaggio, il quale, ove egli ne avesse fatto buon uso, lo avrebbe più che compensato del difetto di provigioni e di pecunia, e che, malgrado la sua poca destrezza a giovarsene, lo rese, per alcuni mesi, superiore nella guerra ai suoi avversari. Le sue truppe dapprima pugnavano assai meglio di quelle del Parlamento. Ambedue gli eserciti, egli è vero, erano quasi interamente composti di uomini che non avevano veduto mai un campo di battaglia. Ad ogni modo, la differenza era molta. Le falangi parlamentarierano ripiene di genti venderecce, che s’erano arruolate per bisogno o per ozio. Il reggimento di Hampden era considerato come uno de’ migliori; eppure Cromwell soleva chiamarlo una marmaglia di paltonieri e di servitori a spasso. L’esercito regio, dall’altro canto, era composto in gran parte di gentiluomini, alteri, ardenti, avvezzi a considerare il disonore come cosa più terribile della morte, assuefatti alla scherma, al maneggio delle armi da fuoco, a cavalcare arditamente, ed alle cacce difficili e pericolose, che bene chiamavansi immagini della guerra. Questi gentiluomini, montati sui loro generosi cavalli, a capo di piccole bande composte de’ fratelli minori, dei domestici, dei cacciatori, de’ boscaiuoli loro, dal primo giorno che entrarono in campo, sapevano sostenere la parte loro in una battaglia. Questi valorosi volontari non arrivarono mai a conseguire la fermezza, la pronta obbedienza, la precisione meccanica dei movimenti, che predistinguono il soldato regolare; ma in sulle prime avevano di fronte nemici indisciplinati quanto loro, e meno operosi, forti ed arditi. Per qualche tempo, quindi, i Cavalieri quasi in ogni scontro rimasero vittoriosi.
Le Camere anche non avevano avuta la fortuna di scegliere un buon generale. Il grado e la opulenza rendevano il conte d’Essex uno degli uomini più cospicui del partito parlamentare. Aveva con lode guerreggiato sul Continente, ed allorquando le ostilità scoppiarono, godeva sopra ogni altro nel paese alta riputazione militare. Ma tosto si conobbe che egli era inetto al supremo comando. Aveva poca energia e nessun ingegno inventivo. La tattica metodica ch’egli aveva imparata nella guerra del Palatinato, non lo salvò dalla sciagura di essere soprappreso e sconfitto da un capitano come Rupert, il quale non poteva pretendere ad altra rinomanza che a quella di ardimentoso uomo di parte.
Nè i maggiori ufficiali ad Essex sottoposti, erano in condizioni di supplire ai difetti di lui: il che scusa o libera le Camere da ogni biasimo. In un paese nel quale nessuno de’ viventi aveva mai vista una gran guerra, non potevano trovarsi generali di sperimentata perizia e valentia. Era perciò necessario in sulle prime di servirsi d’uomini inesperti: e naturalmentevennero preferiti coloro che erano cospicui per condizione o per le doti di cui avevano fatta mostra in Parlamento. Siffatta scelta appena in un solo esempio fu felice; dacchè nè i magnati nè gli oratori fecero prova di buoni soldati. Il conte di Stamford, ch’era uno de’ principali nobili d’Inghilterra, fu rotto a Stratton dai realisti. Nataniele Fiennes, per sapienza civile a nessuno secondo fra’ suoi contemporanei, si disonorò per la pusillanime resa di Bristol. Veramente, di tutti gli uomini di Stato che allora accettarono alti comandi militari, il solo Hampden, a quanto sembra, portò nel campo la capacità e la vigoria di mente onde era pervenuto a tanta altezza nelle cose politiche.
LIII. Nel primo anno della guerra, le armi de’ realisti rimasero apertamente vincitrici nelle contee occidentali e settentrionali del paese. Avevano tolta al Parlamento Bristol, seconda città del Regno. Avevano riportate parecchie vittorie, senza nè anche una perdita ignominiosa o di grave momento. Fra le Teste-Rotonde l’avversità aveva incominciato a produrre dissensioni e malcontento. Ora le congiure, ora i tumulti, tenevano il Parlamento in diuturna trepidazione. Pensarono fosse necessario fortificare Londra contro le milizie del Re, ed impiccare in su gli usci delle proprie case alcuni cittadini turbolenti. Taluni de’ più cospicui Pari, che fino allora erano rimasti in Westminster, fuggirono alla Corte in Oxford; e non v’ha dubbio, che se a quel tempo le operazioni de’ Cavalieri fossero state dirette da una mente forte e sagace, Carlo sarebbe tosto ritornato trionfante a Whitehall.
Ma il Re lasciò fuggirsi di mano quel bene augurato momento, che non ritornò mai più. Nell’agosto del 1643 accampò di faccia alla città di Gloucester, la quale venne difesa dagli abitanti e dal presidio con una perseveranza che, in tutto il corso della guerra, non avevano mai mostrata i partigiani del Parlamento. Londra ne sentì emulazione. La milizia cittadina si offerse di correre dove i suoi servigi potessero essere utili. In breve tempo si raccolsero numerose forze militari, che cominciarono a muoversi verso occidente. Gloucester fu liberata dall’assedio. I realisti in ogni angolo del reame rimasero scorati; si rinfrancò lo spirito della parte parlamentare; e iLordi apostati, i quali di recente da Westminster erano fuggiti ad Oxford, affrettaronsi a ritornare da Oxford a Westminster.
LIV. Cominciò allora a manifestarsi nello infermo corpo politico una nuova specie di gravi sintomi. Erano, fin da principio, nella parte parlamentare taluni uomini che volgevano in mente pensieri dai quali i più rifuggivano inorriditi. Questi uomini nelle cose di religione erano indipendenti. Pensavano che ogni congregazione cristiana aveva, sotto Cristo, suprema giurisdizione nelle faccende spirituali; che gli appelli ai sinodi provinciali e nazionali ripugnavano quasi tanto alle Scritture, quanto gli appelli alla corte dell’arcivescovo di Canterbury o al Vaticano; e che il papismo, il prelatismo e il presbiterianismo, erano semplicemente tre diverse forme d’una medesima grande apostasia. In politica essi erano, servendoci della frase di quel tempo, uomini da ramo e da radice; frase che risponde al vocabolo in uso ai giorni nostri, voglio dire radicali. Non paghi di limitare il potere del monarca, bramavano di erigere una repubblica sopra le ruine del vecchio ordinamento politico. Dapprima erano poco notevoli e per numero e per importanza; ma non ancora erano trascorsi due anni di guerra, e formavano, se non la più numerosa, di certo la più potente fazione del paese. Alcuni de’ più vecchi capi parlamentari erano mancati per morte, altri avevano perduta la pubblica fiducia. Pym era stato sepolto con onori principeschi fra le tombe de’ Plantageneti. Hampden era caduto mentre studiavasi, con eroico esempio, d’inanimire i suoi concittadini a far fronte alla feroce cavalleria di Rupert. Bedford era stato infido alla causa nazionale. Northumberland, come era noto a ciascuno, aveva animo tiepido. Essex e i suoi luogotenenti avevano mostrato poco vigore e destrezza nel condurre le faccende della guerra. In cosiffatta condizione di cose, il partito degli Indipendenti, ardente, risoluto ed esperto, cominciò ad innalzare audace la fronte nel campo e nel Parlamento.
LV. L’anima di questo partito era Oliviero Cromwell. Educato alle occupazioni pacifiche, a quaranta e più anni d’età, aveva accettata una commissione nell’armata parlamentare. Appena divenne soldato, conobbe coll’acuto occhio delgenio ciò che Essex, e gli uomini simili ad Essex, con tutta l’esperienza loro, non sapevano intendere. Vide precisamente dove stava la forza dei realisti, e i soli mezzi con cui tale forza poteva vincersi. S’accorse che era mestieri riordinare l’armata del Parlamento. S’accorse parimente, che v’erano copiosi materiali ed ottimi a tale scopo; materiali meno appariscenti, a dir vero, ma più solidi di quelli onde erano composte le valorose legioni del Re. Era mestieri arrolare reclute che non fossero mercenarie, ma di posizione decente e di carattere grave, animate dal timore di Dio, e zelanti della libertà patria. D’uomini di tal sorta compose il proprio reggimento, e mentre gli assoggettava ad una disciplina più rigida di quale altra si fosse mai veduta innanzi in Inghilterra, porgeva agli animi loro stimoli di potentissima efficacia.
Gli eventi del 1644 provarono appieno la superiorità della sua mente. Nelle contrade meridionali, dove Essex comandava, le forze parlamentari subirono una serie di vergognosi disastri; ma nelle settentrionali, la vittoria di Marston Moor fu di pieno compenso a tutte le perdite che s’erano altrove, sostenute. Quella vittoria non recò un colpo più serio ai realisti, di quello che recasse al partito fin allora dominante in Westminster; poichè era cosa notoria, che la giornata sciaguratamente perduta dai Presbiteriani, era stata ricuperata dalla energia di Cromwell, e dalla valorosa fermezza de’ guerrieri che lo seguivano.
LVI. Cotesti eventi produssero l’Ordinanza d’abnegazione, e il nuovo modello dell’armata. Con pretesti decorosi, e con ogni testimonianza di rispetto, Essex e la maggior parte di coloro i quali avevano occupato posti eminenti sotto il comando di lui, vennero rimossi, e la direzione della guerra fu posta in mani dalle sue differentissime. Fairfax, soldato intrepido, ma di basso intendimento e di carattere irresoluto, fu fatto generale delle armi; ma lo era di solo nome, poichè il vero capo di quelle era Cromwell.
LVII. Cromwell affrettossi ad organizzare tutta l’armata secondo gli stessi principii, giusta i quali aveva organizzato il proprio reggimento. Com’egli ebbe fornita l’opera, l’esito della guerra fu deciso. I Cavalieri dovevano adesso far frontead un coraggio pari al loro, ad un entusiasmo più forte di quello onde erano animati, ad una disciplina che loro mancava affatto. Passò tosto in proverbio il detto, che i soldati di Fairfax e di Cromwell erano uomini differentissimi da quelli di Essex. In Naseby seguì il primo scontro tra i realisti e le rifatte schiere del Parlamento. La vittoria delle Teste-Rotonde fu piena e decisiva. Essa fu seguita da altri trionfi succedentisi rapidamente. In pochi mesi l’autorità del Parlamento venne pienamente stabilita in tutto il reame. Carlo si rifugiò presso gli Scozzesi, e, con modo che non fa molto onore al carattere loro, fu consegnato agl’Inglesi.
Mentre l’esito della guerra era tuttavia dubbio, le Camere avevano fatto morire il Primate; avevano interdetto, nella sfera della loro autorità, l’uso della liturgia; ed avevano imposto che tutti sottoscrivessero quel famoso documento conosciuto col nome di Lega o Convenzione Solenne. Come la lotta ebbe fine, le innovazioni e le vendette con grandissimo ardore furono spinte agli estremi. La politica ecclesiastica del Regno fu rimodellata. Moltissimi individui dell’alto clero vennero spogliati de’ loro beneficii. Multe, spesso di somme rovinose, vennero inflitte ai realisti, già impoveriti per i larghi sussidi donati al Re. I beni di molti vennero confiscati; molti Cavalieri proscritti trovarono utile comprare, con enormi sacrifizi, la protezione de’ personaggi principali del partito vittorioso. Grandi dominii, appartenenti alla Corona, ai Vescovi ed ai Capitoli, furono confiscati, e o dati in concessione, o venduti all’incanto. In seguito di tali spoliazioni, gran parte del suolo d’Inghilterra fu a un tratto messo in vendita. Poichè il danaro era scarso, il traffico paralizzato, il titolo di proprietà mal sicuro; e poichè la paura che ispiravano gli offerenti che avevano in mano il potere, impediva la libera concorrenza; i prezzi spesso erano prettamente nominali. In tal guisa molte antiche ed onorate famiglie scomparvero, e non se ne seppe più nulla; e molti uomini nuovi mostraronsi sulla scena, con repentino innalzamento.
Ma mentre le Camere adopravano la propria autorità in quel modo, essa fuggì rapidamente dalle loro mani. L’avevano ottenuta arrogandosi un potere senza limite o freno.Nell’estate del 1647, circa un anno dopo che l’ultima fortezza dei Cavalieri erasi sottomessa al Parlamento, il Parlamento fu costretto a sottomettersi ai soldati suoi propri.
LVIII. Corsero tredici anni, durante i quali l’Inghilterra fu, sotto vari nomi e varie forme, governata dalla spada. Giammai, prima o dopo di quell’epoca, il potere civile della nostra patria non fu soggetto alla dittatura militare.
L’armata che si recò in mano il supremo potere dello Stato, era un’armata molto diversa da qualunque altra che se n’è poi veduta nel nostro paese. Oggimai la paga del soldato comune non è tale da svolgere altri individui fuorchè quelli delle classi basse degli operai, dalla loro vocazione. Una barriera quasi insormontabile lo divide dal grado d’ufficiale. La maggior parte di coloro che vi pervengono, lo comprano. Sono così numerose e vaste le dipendenze remote dell’Inghilterra, che chiunque si arruola alla truppa di linea, deve attendersi di passare molti anni della propria vita in esilio, e parecchi anni in climi non favorevoli alla salute ed al vigore della razza europea. L’armata del Lungo Parlamento venne raccolta pel servizio interno. La paga del soldato comune era maggiore del guadagno che l’individuo del popolo poteva sperare dal proprio lavoro; e qualora si fosse distinto per intelligenza e per coraggio, poteva sperare di levarsi a posti eminenti. Le file, quindi, erano composte di uomini, per educazione e posizione, superiori alla moltitudine. Questi uomini, sobrii, morali, diligenti ed assuefatti alla riflessione, erano stati indotti ad abbracciare il mestiere delle armi, non già dagli incitamenti del bisogno, non dal desio di novità o di licenza, non dagli artificii degli ufficiali reclutatori, ma dallo zelo religioso e politico, misto alla brama di acquistarsi onore e spingersi in alto. Essi vantavansi, siccome ne troviamo ricordo nelle loro solenni risoluzioni, di non essere stati costretti alla milizia, nè d’averla abbracciata per desiderio di lucro; di non essere giannizzeri, ma liberi cittadini inglesi, i quali, di loro propria voglia, avevano poste le loro vite in pericolo per la libertà e la religione dell’Inghilterra; perocchè consideravano come loro debito espresso vegliare sul bene della nazione che avevano salvata.
In una milizia siffattamente composta, potevano senza pregiudizio della sua utilità, tollerarsi quelle tali licenze, che, concesse a qualunque altra soldatesca, avrebbero sovvertita ogni disciplina. Generalmente parlando, i soldati, i quali si costituissero in circoli politici, eleggessero i loro delegati e prendessero risoluzioni intorno ad alte questioni di Stato, scoterebbero tosto ogni freno, non sarebbero più un’armata, e diverrebbero la massa peggiore e più pericolosa del popolo. Nè sarebbe sicuro, ai tempi nostri, permettere ne’ reggimenti adunanze religiose, nelle quali un caporale versato nella lettura della Bibbia infiammasse la divozione del suo colonnello meno istruito, e desse avvertimenti al suo maggiore recidivo. Ma tali erano la intelligenza, la gravità, la padronanza di sè, nei guerrieri di Cromwell, che nel loro campo una organizzazione religiosa e politica potè esistere senza recar nocumento alla organizzazione militare. Gli uomini stessi i quali facevansi notare come demagoghi e predicatori del campo, godevano bella reputazione di fermezza, di spirito d’ordine, e di pronta obbedienza nelle guardie, negli esercizi e nel campo di battaglia.
In guerra, nulla valeva a resistere a questa straordinaria milizia. Il ferreo coraggio, che forma l’indole del popolo inglese, ricevette subitamente, mercè del sistema di Cromwell, regola e stimolo. Altri comandanti hanno mantenuto un ordine egualmente rigoroso; altri comandanti hanno ispirato nei petti dei loro seguaci uno zelo egualmente fervido: ma nel solo campo di Cromwell trovavasi la più rigida disciplina congiunta al più ardente entusiasmo. Le sue truppe correvano alla vittoria con la precisione delle macchine, mentre erano infiammate del più selvaggio fanatismo de’ crociati. Da quando l’armata venne riordinata fino a quando si sbandò, non trovò mai o nelle Isole Britanniche o nel Continente un nemico che potesse sostenerne gl’impeti. In Inghilterra, Scozia, Irlanda, Fiandra, i guerrieri puritani, spesso circuiti da difficoltà, talvolta lottanti contro nemici tre volte più numerosi, non solamente non mancarono di vincere, ma non mancarono mai di distruggere e tagliare in pezzi qualunque esercito si fosse loro presentato. Finalmente, giunsero a considerare il di della battagliacome un giorno di sicuro trionfo, e movevano con fiducia sprezzante contro i più rinomati battaglioni d’Europa. Turenna rimase attonito alla severa esaltazione con cui i suoi alleati inglesi correvano al combattimento, ed espresse la gioia di un vero soldato, allorquando gli fu detto che era costume de’ lancieri di Cromwell d’allegrarsi grandemente quando guardavano in faccia il nemico; e i Cavalieri banditi provarono l’emozione dell’orgoglio nazionale, allorquando videro una brigata de’ loro concittadini, inferiori di numero ai nemici ed abbandonati dagli alleati, porre in rotta la più bella fanteria spagnuola, ed aprirsi il passo in una controscarpa, che era stata pur allora giudicata inespugnabile dai più sperimentati marescialli di Francia.
Ma ciò che principalmente distingueva l’armata di Cromwell dalle altre armate, era l’austera moralità e il timore di Dio, che prevalevano in tutte le file. I più zelanti realisti confessano, che in quel campo singolare non s’udiva una bestemmia, non si vedevano ubriachi o giuocatori, e che, per tutto il tempo che durò la dominazione soldatesca, gli averi de’ pacifici cittadini e l’onore delle donne furono reputati sacri. Se si commisero oltraggi, furono oltraggi di specie molto diversa da quelli cui di leggieri si abbandona un’armata vittoriosa. Non vi fu nè anche una fantesca che muovesse lamento delle galanti aggressioni de’ soldati. Una sola dramma d’argento non fu rapita nelle botteghe degli orefici. Ma un sermone pelagiano, o uno sportello sul quale fosse dipinta la Madonna col divino Infante, produceva nelle file dei Puritani tale un eccitamento, che richiedeva gli estremi sforzi degli ufficiali per essere dominato. Una delle principali difficoltà di Cromwell fu quella d’impedire che i suoi lancieri e dragoni si gettassero sopra i pergami de’ sacerdoti, i cui discorsi (per servirmi dell’espressione di que’ tempi) non erano gustosi; e moltissime delle nostre cattedrali serbano tuttavia i segni dell’odio onde quegli spiriti austeri abbonivano ogni vestigio di papismo.
LIX. Affrenare il popolo inglese non fu lieve impresa per quell’armata. Non appena fu sentito il peso della tirannide militare, che la nazione, non assuefatta a tanto servaggio, cominciò ad agitarsi ferocemente. Scoppiarono insurrezioni inquelle contee che, mentre ardeva la guerra, avevano mostrata cieca sommissione al Parlamento. A dir vero, lo stesso Parlamento aborriva i suoi vecchi difensori più che i suoi vecchi nemici, e bramava di venire a patti di accomodamento con Carlo a danno dell’armata. Nel tempo medesimo, in Iscozia formossi una coalizione tra i realisti e un grosso corpo di presbiteriani, che detestavano le dottrine degl’indipendenti. Finalmente scoppiò la procella. I popoli si sollevarono in Norfolk, in Suffolk, in Essex, in Kent, in Galles. La flotta nel Tamigi subitamente innalzò i regi colori, si spinse in mare, e minacciava la costa meridionale dell’isola. Grossa mano di armati scozzesi valicò i confini, e giunse fino alla contea di Lancaster. Potrebbe ben sospettarsi che siffatti movimenti venissero riguardati con segreta compiacenza dalla maggior parte dei membri della Camera de’ Lordi, e di quella de’ Comuni.
Ma il giogo dell’armata non poteva scuotersi in quella guisa. Mentre Fairfax spegneva le insurrezioni nelle vicinanze della metropoli, Oliviero domava gli insorgenti Gallesi, e riducendo i loro castelli in rovine, moveva contro gli Scozzesi. Le sue truppe erano poche in paragone degl’invasori; ma egli non aveva costume di contare il numero de’ suoi nemici. L’armata scozzese fu onninamente distrutta. Susseguì un cangiamento nel governo della Scozia. Un’amministrazione ostile al Re formossi in Edimburgo; e Cromwell, diventato più che mai l’idolo de’ suoi soldati, ritornò trionfante a Londra.
LX. Allora un disegno a cui sul principio della guerra civile nessuno avrebbe osato alludere, e che non era meno incompatibile con la Solenne Convenzione, di quello che fosse con le vecchie leggi d’Inghilterra, cominciò ad assumere una forma distinta. Gli austeri guerrieri che governavano la nazione, avevano per lo spazio di parecchi mesi meditata una tremenda vendetta contro il Re prigioniero. Quando e come originasse tale disegno; se movesse dai comandanti e si diffondesse nelle file, o dalle file si appigliasse ai comandanti; se si debba ascrivere ad una politica che si serviva del fanatismo come di strumento, o al fanatismo che trascinava la politica con irresistibile impulso; sono questioni che fino aidì nostri non si sono potute sciogliere perfettamente. Se non che, sembra probabile, considerando generalmente le cose, che colui che pareva menare gli altri, fosse forzato a seguirli; e che in questa occasione, come avvenne pochi anni dopo in una occasione simigliante, egli sacrificasse il proprio giudicio e le proprie inclinazioni ai voleri dell’armata. Poichè il potere ch’egli aveva stabilito, era un potere che neanche egli stesso valeva a raffrenare; e onde potesse sempre comandare, era necessario ch’ei talvolta obbedisse. Protestò pubblicamente, che ei non era stato l’iniziatore della cosa, che i primi passi erano stati fatti senza esserne stato reso partecipe, che non potè consigliare il Parlamento a dare il colpo, ma sottopose i propri sentimenti alla forza delle circostanze, che sembravano manifestare gli alti disegni della Provvidenza. Siffatte proteste si sogliono sempre considerare come esempio della ipocrisia di che comunemente ei viene tacciato. Ma anche coloro che lo chiamano ipocrita, non oserebbero di chiamarlo uno stolto. È loro debito mostrare ch’egli voleva conseguire un alto scopo, incitando l’armata a commettere un atto ch’egli non rischiossi mai di ordinare. Parrebbe cosa assurda supporre che egli, il quale da’ suoi nemici degni di rispetto non venne mai rappresentato come follemente crudele ed implacabilmente vendicativo, avesse fatto il passo più importante di tutta la sua vita, mosso solo da spirito malevolo. Era tanto savio da conoscere, quando consentì a versare quel sangue augusto, ch’egli compiva un fatto inespiabile, che sveglierebbe dolore ed orrore non solo negli animi de’ realisti, ma negli animi di nove decimi di coloro i quali avevano parteggiato a favore del Parlamento. Siano quali si vogliano le visioni che turbavano i cervelli degli altri, ei di certo non sognava di repubblica, secondo la forma degli antichi, nè del regno millenario dei Santi. S’egli già aspirava a farsi fondatore d’una nuova dinastia, era chiaro che Carlo I era un rivale meno formidabile di quello che sarebbe stato Carlo II. Nell’istante della morte di Carlo I, ciascuno de’ Cavalieri avrebbe conservata la propria lealtà in tutta la sua purezza a Carlo II. Carlo I era prigioniero; Carlo II sarebbe stato libero. Carlo I era obietto di sospizione e disgusto a gran parte di coloro che tuttaviarabbrividivano al pensiero di ucciderlo; Carlo II avrebbe svegliato tutto l’interesse che accompagna la giovinezza e la innocenza sventurata. È impossibile credere che considerazioni così ovvie ed importanti fuggissero alla mente del più grande uomo politico di quell’età. Vero è che Cromwell, un tempo, intese a farsi mediatore fra il trono ed il Parlamento; o a riordinare lo Stato in isfacelo, per mezzo del potere della spada, sotto la sanzione del nome regio. In siffatto disegno egli perseverò finchè non fu costretto ad abbandonarlo per la insubordinazione dei soldati e per la incurabile doppiezza del Re. Sorse un partito nel campo, che vociferando chiedeva la testa del traditore, il quale trattava con Agag. Si formarono cospirazioni; levaronsi romorose minacce d’accusa. Scoppiò un ammutinamento, a comprimere il quale bastarono appena il vigore e la risolutezza di Cromwell. E quantunque, per mezzo d’una giudiciosa mistura di severità e di dolcezza, gli fosse riuscito di ristabilire l’ordine, s’accorse che sarebbe stato estremamente difficile e pericoloso contendere contro la rabbia de’ guerrieri, i quali consideravano il caduto tiranno qual proprio nemico, e quale nemico del loro Dio.
Nel tempo stesso si vide più che mai manifesto come nel Re non fosse da fidarsi. I vizi di Carlo erano cresciuti; e, a dir vero, erano di quella specie di vizi, che le difficoltà e le perplessità generalmente fanno risaltare in tutta la loro luce. L’astuzia è lo scudo naturale de’ deboli. E però un principe il quale è abituato ad ingannare mentre si trova nell’altezza della possanza, non è verosimile che impari ad esser franco in mezzo agl’impacci ed alle sciagure. Carlo era un dissimulatore non solo privo di scrupoli, ma sventurato. Non vi fu mai uomo politico al quale siano state attribuite con innegabile evidenza tante fraudi e tante falsità. Egli pubblicamente riconobbe le Camere di Westminster come Parlamento legittimo, e nel medesimo tempo scrisse nel suo Consiglio un atto privato, in che dichiarava di non riconoscerle. Protestò pubblicamente di non essersi mai rivolto ad armi straniere per domare i suoi popoli, mentre privatamente implorava aiuto dalla Francia, dalla Danimarca o dalla Lorena. Negò pubblicamente di avere impiegati i papisti, e nel medesimo tempo mandava ordiniai suoi generali per impiegare ogni papista che volesse servire. Prestò pubblicamente in Oxford il giuramento, promettendo di non esser mai connivente al papismo; mentre privatamente assicurava la propria moglie, che egli intendeva tollerarlo in Inghilterra; e dette facoltà a lord Glamorgan di promettere che il papismo verrebbe ristabilito in Irlanda. Finalmente, tentò d’uscire d’impaccio a danno del suo ministro. Glamorgan ricevè, tutte scritte di mano del Re, riprensioni che dovevano esser lette da altri, o lodi che dovevano esser vedute da lui solo. Fino a tal segno allora erasi spinta la indole falsa del Re, che i suoi più devoti amici non si poterono frenare dal querelarsi fra loro, con amaro dolore e vergogna della torta politica di lui. I suoi difetti, dicevano essi, davano loro meno molestia de’ suoi intrighi. Dall’istante in cui fu fatto prigioniero, non v’era individuo del partito vittorioso che egli non cercasse avvolgere fra le sue lusinghe e fra le sue macchinazioni; ma non gli toccò peggiore ventura di quella ch’egli ebbe allorquando si studiò di blandire Cromwell, nel tempo stesso che voleva minargli il terreno; e Cromwell era uomo da non lasciarsi vincere nè dalle blandizie nè dalle macchinazioni.
LXI. Cromwell doveva risolvere se mai fosse cosa prudente porre a rischio l’affetto che gli portava il suo partito, lo affetto dell’armata, la propria grandezza, anzi la sua propria vita, per un tentativo che probabilmente sarebbe riuscito vano; pel tentativo, cioè, di salvare un principe che non si sarebbe potuto mai vincolare con nessun giuramento. La determinazione fu presa dopo molte lotte e molti sospetti, e forse non senza molte preghiere. Carlo fu abbandonato al proprio destino. I così detti Santi militari, sfidando le antiche leggi del Regno, non che il sentimento quasi universale della nazione, decisero che il Re dovesse espiare col proprio sangue i delitti onde era reo. Egli per qualche tempo aspettassi una morte simile a quella de’ suoi infelici predecessori, Eduardo II e Riccardo II. Ma non v’era pericolo d’un tale tradimento. Coloro i quali lo tenevano fra gli artigli, non erano coltellatori notturni. Ciò ch’essi fecero, lo fecero perchè servisse di spettacolo al cielo ed alla terra, e perchè ne rimanesse eterna ricordanza. Godevanoa malincuore dello scandalo che davano. L’essere l’antica Costituzione e l’opinione pubblica dell’Inghilterra direttamente opposte al regicidio, circondava il regicidio di un fascino straordinario agli occhi di un partito intento a produrre una completa rivoluzione politica e sociale. Onde conseguire pienamente il loro scopo, era mestieri che innanzi tutto facessero in pezzi ogni parte della macchina del Governo; ed era una necessità più presto gradevole che penosa agli animi loro. La Camera de’ Comuni votò per un accomodamento col Re. I soldati con la forza si opposero alla maggioranza. I Lordi unanimemente rigettarono la proposta di porre il Re sotto processo; e la loro sala venne immediatamente chiusa. Nessun tribunale legittimo voleva assumersi la responsabilità di giudicare colui dal quale emanava la giustizia. Creossi un tribunale rivoluzionario, il quale dichiarò Carlo essere tiranno, traditore, assassino e nemico pubblico; e la testa gli venne mozza dal busto innanzi a migliaia di spettatori, di faccia alla sala del banchetto, nel suo proprio palazzo.
Non molto tempo dopo, chiaramente conobbesi che quei zelanti politici e religiosi, ai quali deve attribuirsi quel fatto, avevano commesso non solo un delitto, ma un fallo. Essi avevano data ad un principe fin allora conosciuto per le sue colpe, occasione di mostrare, in un vasto teatro, innanzi agii occhi di tutte le nazioni e di tutti i secoli, talune doti che irresistibilmente svegliano l’ammirazione e l’amore dell’umanità; cioè l’altero spirito di un prode gentiluomo, e la pazienza e mansuetudine di un cristiano che si sacrifica. Che anzi, avevano in tal modo eseguita la loro vendetta, che quell’uomo stesso la cui vita non era stata se non una serie di violazioni delle libertà dell’Inghilterra, sembrava morire da martire per la causa di quelle medesime libertà. Nessun demagogo produsse mai una impressione negli animi di tutti simile a quella che vi produsse il Re prigioniero, il quale serbando in quegli estremi tutta la sua dignità reale, ed affrontando la morte con indomito coraggio, infiammò i sentimenti del suo popolo oppresso, ricusò fermamente di favellare innanzi ad un tribunale ignoto alla legge, appellossi dalla violenza militare ai principii della Costituzione, chiese con chediritto dalla Camera de’ Comuni erano stati espulsi i suoi più rispettabili membri e la Camera de’ Lordi era stata privata delle sue funzioni legislative, e disse ai suoi uditori che lacrimavano, com’egli non difendesse soltanto la causa propria, ma la loro. La pessima condotta del suo lungo governo, le sue innumerevoli perfidie, furono dimenticate. La memoria di lui venne, nelle menti della maggior parte de’ suoi sudditi, associata a quelle stesse libere istituzioni ch’egli per molti anni erasi sforzato di distruggere; poichè quelle libere istituzioni s’erano spente con lui, e, tra il lugubre silenzio di un popolo spaventato dall’armi, erano state difese dalla sola sua voce. Da quel giorno, cominciò una reazione in favore della Monarchia e dell’esule famiglia reale, la quale venne sempre crescendo, finchè il trono non fu rialzato in tutta la sua antica dignità.
Nondimeno, da principio gli uccisori del Re parvero derivare nuova energia da quel sacramento di sangue con cui s’erano scambievolmente vincolati, separandosi per sempre dalla maggioranza de’ loro concittadini. L’Inghilterra venne dichiarata Repubblica. La Camera de’ Comuni, ridotta ad un piccolo numero di membri, fu, di nome soltanto, il supremo potere dello Stato. Di fatto, il governo era tutto nelle mani dell’esercito e del suo capo. Oliviero aveva fatta la sua scelta. Egli aveva conservato l’affetto de’ suoi soldati; ma erasi diviso da pressochè tutte le classi de’ suoi concittadini. Mal si direbbe ch’egli avesse un partito al di là de’ confini del campo e delle fortezze. Quegli elementi di forza i quali, quando scoppiò la guerra civile, parevano osteggiarsi vicendevolmente, si congiunsero contro lui; tutti i Cavalieri, la più parte delle Teste-Rotonde, la Chiesa Anglicana, la Chiesa Presbiteriana, la Chiesa Cattolica Romana, l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda. Nonostante, era tale il suo genio e la sua fermezza, che egli potè padroneggiare e vincere ogni ostacolo che gli attraversava la via, e rendersi signore della propria patria, più assoluto di qualunque altro de’ Re legittimi, e farla rispettare e temere più di quanto era stata temuta e rispettata in tutto il tempo che ella era rimasta sotto il governo de’ suoi legittimi principi.
L’Inghilterra aveva già cessato di lottare. Ma i due altriRegni, i quali erano stati governati dagli Stuardi, si dichiararono ostili alla nuova Repubblica. Il partito degli Indipendenti era egualmente odioso ai Cattolici Romani d’Irlanda, ed ai Presbiteriani di Scozia. Entrambi questi paesi, che poco innanzi erano ribelli a Carlo I, poscia riconobbero l’autorità di Carlo II.
LXII. Ma ogni cosa cedeva al vigore ed all’ingegno di Cromwell. In pochi mesi soggiogò l’Irlanda, e la ridusse come non era mai stata nello spazio di cinque secoli di strage ch’erano trascorsi dallo sbarco de’ primi Normanni in poi. Determinossi a porre fine al conflitto delle razze e delle religioni che aveva per tanto tempo turbata quell’isola, facendovi esclusivamente predominare la popolazione inglese e protestante. A tale scopo, allentò il freno al feroce entusiasmo de’ suoi seguaci, dichiarò una guerra simile a quella che Israello aveva dichiarata ai Cananei, domò gl’Idolatri col taglio della spada, di guisa che le grandi città furono lasciate prive d’abitanti; ne cacciò parecchie migliaia sul continente, ne imbarcò molte migliaia per l’America, e riempì quel vuoto mandandovi numerose colonie di genti anglo-sassoni, seguaci delle credenze di Calvino. Strano a dirsi! sotto quel regime di ferro, il paese conquistato cominciò a far mostra d’una certa prosperità esteriore. Distretti che poco innanzi erano selvaggi, come quelli dove i coloni del Connecticut contendevano con gli uomini rossi, in pochi anni vennero trasformati in un certo aspetto simile a quello di Kent e di Norfolk. Si videro da per tutto nuovi edifici e strade e piantagioni. La entrata de’ terreni crebbe tosto; e tosto i proprietari inglesi cominciarono a querelarsi d’incontrare in tutti i mercati i prodotti dell’Irlanda, e a gridare perchè si promulgassero leggi protezioniste.
Dall’Irlanda il guerriero vittorioso, che adesso era anche di nome, come lungo tempo lo era stato di fatto, Lord Generale dello esercito della Repubblica, si mosse alla volta di Scozia. Ivi stavasi il giovine Re, il quale aveva acconsentito di professare il culto dei Presbiteriani e firmare la Convenzione; e in ricompensa di tali concessioni, gli austeri Puritani che dominavano in Edimburgo gli avevano permesso di tenere, sotto la vigilanza e direzione loro, una corte solenne ma tristanelle sale di Holyrood da lungo tempo deserte. Questa corte da scherno durò brevemente. In due grandi battaglie Cromwell annientò le forze militari della Scozia. Carlo fuggì per salvare la vita, e con estrema difficoltà si sottrasse al destino del padre suo. Lo antico Regno degli Stuardi venne, per la prima volta, ridotto alla più profonda sommissione. Non rimase vestigio della indipendenza con tanto valore difesa contro i più potenti e destri de’ Plantageneti. Il Parlamento inglese faceva le leggi per la Scozia. I giudici inglesi sedevano nei tribunali della Scozia. Anche quella inflessibile Chiesa, che erasi mantenuta a dispetto di tanti Governi, non osava far sentire un lamento.
LXIII. Tanta era stata, almeno in apparenza, l’armonia tra i guerrieri che avevano soggiogato la Irlanda e la Scozia, e gli uomini politici che sedevano in Westminster! ma l’alleanza ch’era stata cementata dal pericolo, fu sciolta dalla vittoria. Il Parlamento dimenticò di dovere la propria esistenza allo esercito. Lo esercito era meno disposto che mai a sottoporsi alla dittatura del Parlamento. Veramente, i pochi membri i quali formarono ciò che poscia venne chiamato la coda o la groppa (Rump) della Camera de’ Comuni, non avevano, più che i corpi militari, diritto ad essere stimati i rappresentanti della nazione. La contesa fu tosto condotta ad un esito decisivo. Cromwell empì la Camera d’uomini armati. Ne cacciarono giù dal seggio il presidente, vuotarono la sala, e ne chiusero le porte. La nazione che non amava nessuna delle due parti avverse, ma che, suo malgrado, era costretta a rispettare la capacità e la fermezza del generale, guardò quell’evento con pazienza, se non con compiacenza.
Il Re, la Camera de’ Lordi, e quella de’ Comuni, erano stati vinti e distrutti; e sembrava che Cromwell fosse rimasto unico erede di tutti e tre. Nondimeno, v’erano certe limitazioni impostegli tuttavia da quella stessa armata, cui egli andava debitore della sua immensa autorità. Quel corpo singolare di uomini era quasi interamente composto di repubblicani zelanti. Mentre rendevano schiava la patria, ingannavansi credendo di emanciparla. Il libro che essi maggiormente veneravano, forniva loro un esempio che ricorreva spesso sulle loro labbra.Era pur troppo vero che la nazione ingrata e stolta mormorava contro i propri liberatori. Similmente un’altra nazione eletta aveva mormorato contro il capo che la trasse, per duri e perigliosi sentieri, dalla schiavitù alla terra che era irrigata di latte e di miele. Nondimeno, quel gran capitano aveva liberati i fratelli, loro malgrado; nè aveva aborrito di dare terribili esempi di giustizia sopra coloro i quali avversavano la offerta libertà, e lamentavano le vivande, i padroni e le idolatrie dell’Egitto. Lo scopo de’ santocchi guerrieri i quali circondavano Cromwell, era quello di stabilire una libera e pia Repubblica. Per conseguire tale scopo, erano pronti ad appigliarsi, senza veruno scrupolo, a qualunque mezzo, comecchè violento ed illegittimo. E però non era impossibile stabilire col loro aiuto una monarchia assoluta di fatto; ma era probabile che essi avrebbero repentinamente tolto il loro sostegno a un uomo che, anche soggetto a rigorose restrizioni costituzionali, avesse osato assumere il nome e la dignità di Re.
I sentimenti di Cromwell erano molto diversi. Egli non era più ciò che era stato; nè sarebbe giusto considerare il cangiamento che avevano subito le sue idee, come il semplice effetto della sua ambizione egoistica. Quando entrò nel Lungo Parlamento, vi portò dal suo ritiro campestre poca conoscenza di libri, nessuna esperienza degli affari di Stato, ed un temperamento esacerbato dalla lunga tirannide del Governo e della gerarchia. Nei tredici anni susseguenti si era in modo non ordinario educato alle cose politiche. Era stato attore principale in una serie di rivoluzioni; era stato per lungo tempo l’anima, o almeno il capo di un partito. Aveva comandato eserciti, riportate vittorie, negoziato trattati, soggiogato, pacificato e riordinato Regni. Sarebbe stata cosa strana, in verità, se le sue nozioni fossero rimaste nella condizione in cui erano quando il suo spirito trovavasi principalmente occupato de’ suoi campi e della sua religione, e quando i grandi avvenimenti che variavano il corso della sua vita, erano una fiera di bestiame o una ragunanza religiosa in Huntingdon. Si accorse che certi disegni d’innovazione, per cui egli un tempo aveva mostrato zelo, buoni o cattivi in sè stessi, erano avversi al sentimento generale del paese; e che, se egli perseveravain tali disegni, non poteva altro aspettarsi che perpetue turbolenze, da domarsi solo con la spada. Egli quindi voleva ristaurare, in tutte le sue parti essenziali, quell’antica Costituzione, che il popolo aveva sempre amata, e che poi amaramente desiderava. La via calcata poscia da Monk, non era per anche aperta a Cromwell. La memoria di un solo terribile giorno divise per sempre il gran regicida dalla famiglia degli Stuardi. Il partito cui egli poteva appigliarsi, era soltanto quello di ascendere al trono d’Inghilterra, e regnare secondo l’antica politica inglese. Se gli fosse riuscito di far ciò, avrebbe potuto sperare che le ferite della lacerata patria si sarebbero presto rimarginate. Gran numero d’uomini onesti e tranquilli si sarebbero stretti intorno al suo seggio. Quei realisti che amavano più le istituzioni che la dinastia, l’ufficio di Re più che Carlo I e Carlo II, avrebbero tosto baciato la mano del re Oliviero. I Pari, che allora rimanevano cupi e solitari nel ritiro de’ loro castelli, e ricusavano di prender parte alla cosa pubblica, convocati al Parlamento dall’editto di un re assiso sul trono, avrebbero lietamente riassunte le loro antiche funzioni. Northumberland e Bedford, Manchester e Pembroke, sarebbero stati orgogliosi di portare la corona e gli sproni, lo scettro e il globo, innanzi al ristauratore dell’aristocrazia. Un sentimento di lealtà avrebbe gradatamente affezionato il popolo alla nuova dinastia; ed alla morte del fondatore di tal dinastia, la dignità regia sarebbe discesa con universale acquiescenza ai suoi posteri.
I più destri realisti pensavano che siffatte mire erano savie, e che se a Cromwell fosse stato concesso di seguire il proprio giudicio, l’esule dinastia non sarebbe mai più risalita sul trono d’Inghilterra. Ma il suo disegno era direttamente opposto al sentire della sola classe ch’egli non osava offendere. Il nome di re era odioso ai soldati. Parecchi di loro mal volentieri pativano che l’amministrazione dello Stato fosse nelle mani di un solo. La gran maggioranza, non pertanto, era disposta a sostenere il suo generale, come primo magistrato elettivo della Repubblica, contro tutte le fazioni che potessero per avventura avversare l’autorità di lui; ma non avrebbe consentito ch’egli assumesse il titolo regio, o che quella dignità,ch’era equo compenso del suo merito personale, fosse dichiarata ereditaria nella sua famiglia. Ciò che gli rimaneva a fare, era di dare alla nuova Repubblica una Costituzione, che somigliasse a quella della vecchia monarchia tanto quanto piacesse all’armata. Perchè non si dicesse ch’egli si fosse da sè elevato al nuovo potere, convocò un Consiglio, composto in parte d’individui sul sostegno de’ quali ei poteva riposare, in parte di altri de’ quali poteva di leggieri sfidare l’opposizione. Tale Assemblea, ch’egli chiamò Parlamento, e cui il popolaccio appose il nome di uno de’ suoi più cospicui membri, cioè Parlamento di Barebone, dopo di essersi per breve tempo fatta segno al pubblico scherno, depose nelle mani del generale i poteri ricevuti da lui, e gli lasciò piena libertà di foggiare a suo talento un sistema di governo.
LXIV. Il suo disegno, fin da principio, somigliava considerevolmente alla vecchia Costituzione inglese; ma in pochi anni egli credè opportuno spingersi più oltre, e ristaurare quasi ogni parte dell’antico sistema sotto nuovi nomi e nuove forme. Il titolo di re non fu ristabilito, ma le prerogative regie vennero affidate ad un alto protettore. Il sovrano fu chiamato non Sua Maestà, ma Sua Altezza; non fu coronato ed unto nell’Abbadia di Westminster, ma solamente intronizzato, decorato della spada dello Stato, vestito d’un manto purpureo, e gli fu fatto presente d’una ricca Bibbia nella Sala di Westminster. Il suo ufficio non fu dichiarato ereditario, ma gli fu concesso di nominare il suo successore; e nessuno dubitava ch’egli avrebbe nominato il proprio figlio.
Una Camera de’ Comuni era parte necessaria del nuovo sistema politico. Nel costituirla, il Protettore fece mostra d’una saviezza e d’uno spirito pubblico, che non furono pienamente apprezzati da’ suoi contemporanei. I vizi del vecchio sistema rappresentativo, comunque non fossero cotanto gravi come in appresso divennero, erano già stati notati dagli uomini di senno. Cromwell riformò quel sistema secondo gli stessi principii a norma de’ quali Pitt, centotrenta anni dopo, tentò di riformarlo, e a norma de’ quali è stato finalmente riformato ai tempi nostri. I piccoli borghi vennero privati della franchigia elettorale, anche molto più di quello che furono nel 1832: e ilnumero dei deputati delle contee fu grandemente accresciuto. Poche città che non erano rappresentate, avevano acquistata importanza. Di tali città, le più considerevoli erano Manchester, Leeds ed Halifax: a tutte e tre fu concessa la rappresentanza. I rappresentanti della capitale furono aumentati di numero. La franchigia elettiva fu riformata in guisa, che ogni uomo d’una certa considerazione, possidente o non possidente di terre libere, votava nella contea di sua residenza. Pochi scozzesi e pochi coloni inglesi stabiliti in Irlanda, furono chiamati all’Assemblea, che doveva esercitare le funzioni legislative in Westminster per tutto il reame.
Creare una Camera de’ Lordi era impresa meno facile. La democrazia non ha mestieri di prescrizione. La monarchia spesso è esistita senza siffatto sostegno. Ma l’ordine patrizio è l’opera del tempo. Oliviero trovò già esistente una nobiltà ricca, rispettata e popolare agli occhi de’ cittadini, quanto lo sia mai stata qualunque altra nobiltà. Se egli, come Re d’Inghilterra, avesse comandato ai Pari di accorrere al Parlamento, secondo le antiche costumanze del Regno, molti di loro avrebbero senza dubbio obbedito allo appello. Ciò non potè egli fare, ed invano offrì ai capi delle più illustri famiglie un posto nel suo nuovo Senato. Essi pensavano non potere accettare la nomina ad un’Assemblea improvvisata, senza rinunciare agli aviti diritti e tradire l’ordine loro. Il Protettore, quindi, si trovò nella necessità di riempire la Camera Alta di uomini nuovi, i quali, nelle ultime vicissitudini, s’erano resi cospicui. Fu questo il meno felice dei suoi disegni, e spiacque a tutti. La moltitudine, che sentiva venerazione ed affetto pei grandi nomi storici del paese, schernì una Camera di Lordi ove sedevano alcuni fortunati birrai e calzolai, alla quale pochi degli antichi Nobili furono invitati, e da cui tutti quei vecchi Nobili che vi furono invitati, volgevano sdegnosi le spalle.
Il modo in che furono costituiti i Parlamenti di Cromwell, nondimeno, era cosa di poco momento, poichè egli possedeva i mezzi di condurre l’amministrazione senza il loro sostegno, e a dispetto della loro opposizione. Pare che volesse governare costituzionalmente, e sostituire l’impero delle leggi a quello della spada. Ma si accorse tosto, ch’egli, odiato com’era dai realistie dai presbiteriani, poteva trovare salvezza soltanto nell’assolutismo. La prima Camera de’ Comuni che il popolo elesse per comando di lui, ne mise in questione l’autorità, e fu disciolta senza avere compito un solo atto. La sua seconda Camera de’ Comuni, tuttochè lo riconoscesse come Protettore, e volentieri lo avrebbe fatto Re, si ostinò a non volere riconoscere i Lordi novellamente creati. Non rimanevagli altro da fare che sciogliere di nuovo il Parlamento. «Dio,» esclamò egli partendo, «sia giudice tra voi e me!»
Ciò non ostante, siffatte dissensioni non infiacchirono l’amministrazione del Protettore. Quei soldati che non gli avrebbero concesso di assumere il titolo di Re, lo sostenevano tutte le volte ch’egli tentava atti di potere, vigorosi quanto non ne tentò mai nessun altro re inglese. E però il Governo, quantunque in forma di Repubblica, era un vero dispotismo, temperato soltanto dalla saviezza, dalla sobrietà e dalla magnanimità del despota. Il paese fu partito in distretti militari, i quali vennero posti sotto il comando di Maggiori Generali. Qualunque tentativo d’insurrezione veniva prontamente represso e punito. La paura che ispirava il potere della spada impugnata da una mano così vigorosa, ferma ed esperta, domò lo spirito dei Cavalieri e de’ Livellatori. I leali gentiluomini dichiararono essere tuttavia pronti, come sempre, a rischiare le loro vite per l’antico Governo e l’antica dinastia, qualora vi fosse la più lieve speranza di riuscita; ma porsi alla testa de’ loro servi ed affittuarii e farsi incontro alle picche di legioni vincitrici in cento battaglie ed assedi, sarebbe stato lo stesso che fare lo inutile sacrificio di un sangue onorevole ed innocente. Realisti e repubblicani, non avendo più speranza nell’aperta resistenza, cominciarono a maturare neri disegni di assassinio; ma il Protettore vigilava, ed uscendo dalle mura del suo palazzo, le spade sguainate e le corazze delle sue fide guardie facevangli siepe per ogni lato.
S’egli fosse stato un principe crudele, licenzioso e rapace, la nazione avrebbe fatto un estremo sforzo per liberarsi dalla dominazione militare. Ma gli aggravi che pativa il paese, tuttochè eccitassero lo scontento, non erano tali da spingere grandi masse di popolo a porre a repentaglio le vite, le sostanzee la tranquillità delle proprie famiglie. Le tasse, quantunque fossero più gravose che non erano sotto gli Stuardi, non parevano di gran peso quando paragonavansi a quelle degli Stati vicini, e si ragguagliavano ai mezzi dell’Inghilterra. Le proprietà erano sicure. Perfino i Cavalieri, i quali astenevansi di turbare il nuovo Governo, godevano in pace di ciò che era loro rimasto fra il trambusto delle guerre civili. Le leggi erano violate solo ne’ casi che riguardavano la salvezza e il Governo del Protettore. La giustizia tra uomo e uomo era amministrata con esattezza ed onestà non conosciute per lo innanzi. In Inghilterra non v’era stato Governo, dalla Riforma in poi, meno persecutore di quello di Cromwell nelle questioni religiose. Gli sventurati Cattolici Romani, a dir vero, appena venivano considerati come cristiani; ma al clero della caduta Chiesa Anglicana era permesso di praticare il proprio culto, a condizione di astenersi dal predicare intorno a cose politiche. Anche agli Ebrei, ai quali il pubblico culto fino dal secolo decimoterzo era stato inibito, fu permesso, a dispetto della forte opposizione de’ mercanti gelosi e de’ teologi fanatici, di edificare una sinagoga in Londra.
La politica estera del Protettore, nel tempo stesso, otteneva l’approvazione di coloro che più lo detestavano. I Cavalieri potevano appena frenarsi dal desiderare che colui che aveva fatto tanto per innalzare la fama del paese, fosse un Re legittimo; e i repubblicani erano costretti a confessare che il tiranno non perdonava ad altri, fuori che a sè stesso di far torto al paese, e che se egli l’aveva spogliato della libertà, lo aveva in ricambio coperto di gloria. Dopo mezzo secolo in cui l’Inghilterra nella politica d’Europa pesava poco più di Venezia o della Sassonia, essa divenne subitamente la Potenza più formidabile del mondo; dettava condizioni di pace alle Provincie Unite, vendicava gl’insulti comuni fatti alla Cristianità da’ pirati di Barberia, vinceva gli Spagnuoli per terra e per mare, s’impossessava d’una delle più considerevoli isole d’America, e conquistava sul littorale fiammingo una fortezza, che consolò l’orgoglio nazionale della perdita di Calais. Ella aveva la supremazia dell’Oceano. Era a capo degl’interessi protestanti. Tutte le Chiese riformate sparse nei Regni cattoliciriconoscevano Cromwell come loro tutore. Gli Ugonotti della Linguadoca, i pastori che nelle capanne delle Alpi professavano un protestantismo più antico di quello di Augusta, vivevano sicuri dall’oppressione per il solo terrore di quel gran nome. Lo stesso Papa era costretto a predicare umanità e moderazione ai Principi papisti; poichè una voce che rade volte minacciava invano, aveva dichiarato che se il popolo di Dio venisse tormentato, i cannoni inglesi si sarebbero fatti sentire in Castel Sant’Angelo. A dir vero, non vi era cosa che Cromwell, per utile di sè e della sua famiglia, potesse tanto desiderare quanto una guerra religiosa in Europa. In tal guerra egli sarebbe stato il capitano degli eserciti protestanti. Il cuore dell’Inghilterra sarebbe stato con lui. Le sue vittorie sarebbero state salutate con unanime entusiasmo, non più visto nel paese dopo la disfatta dell’Armada, ed avrebbero cancellata la macchia che uno solo atto, condannato dalla voce generale della nazione, ha lasciata nella sua splendida fama. Sventuratamente, egli non ebbe occasione di far mostra delle sue ammirevoli virtù militari, tranne contro gli abitanti delle Isole Britanniche.
Finchè egli visse, il suo potere si mantenne fermo, e fu per i suoi sudditi obietto di avversione mista ad ammirazione e a paura. Pochi, veramente, amavano il suo Governo; ma coloro che più l’odiavano, l’odiavano meno di quel che lo temessero. Se fosse stato un Governo peggiore, sarebbe stato forse abbattuto, malgrado il suo vigore. Se fosse stato un Governo più debole, sarebbe stato certamente distrutto, malgrado tutti i suoi meriti. Ma egli aveva moderazione tanta, da astenersi da quelle oppressioni che rendono gli uomini insani; ed aveva una forza ed energia cui nessuno, fuorchè gli uomini resi insani dall’oppressione, si sarebbero rischiati di aggredire.
LXV. Si è detto spesse volte, ma apparentemente con poca ragione, che Oliviero morì a tempo per la sua rinomanza, e che la sua vita, se si fosse prolungata, si sarebbe forse chiusa fra le sciagure e i disastri. Vero è che fino all’ultimo dì egli venne onorato da’ suoi soldati, obbedito da tutta la popolazione delle Isole Britanniche, e temuto da tutti i potentatistranieri; ch’egli fu tumulato in mezzo ai sovrani d’Inghilterra, con pompa funebre tale, quale non s’era mai per lo innanzi veduta in Inghilterra; e che il suo figlio Riccardo gli succedè al potere con tanta quiete, con quanta un Principe di Galles succederebbe ad un Re legittimo.
Per cinque mesi l’amministrazione di Riccardo Cromwell procedè con tanta quiete e regolarità, da far credere a tutta la Europa ch’egli fosse fermamente assiso sul seggio dello Stato. Certo, le sue condizioni erano in qualche modo molto migliori di quelle del padre suo. Il giovane Cromwell non aveva nemici. Le sue mani erano nette di sangue civile. Gli stessi Cavalieri concedevano ch’egli era un gentiluomo onesto e d’indole buona. La parte presbiteriana, potente per numero e per ricchezza, aveva sostenuto un litigio mortale col Protettore defunto, ma inchinava a favoreggiare il nuovo. Aveva avuta sempre bramosia di vedere ristaurato l’antico sistema politico del Regno, con alcune più chiare definizioni e guarentigie per le pubbliche libertà; ma aveva molte ragioni di temere la ristaurazione della vecchia Dinastia. Per questa genia di politici Riccardo era l’uomo opportuno. La umanità, la schiettezza, la modestia sue, la mediocrità delle sue doti, e la docilità con che, lasciavasi guidare da uomini più saggi di lui, lo rendevano mirabilmente atto ad essere capo d’una Monarchia limitata.
Per qualche tempo parve grandemente probabile ch’egli, dietro la scorta di destri consiglieri, avesse a conseguire ciò cui suo padre aveva invano aspirato. Nel convocarsi un Parlamento, gli ordini furono spediti secondo la vecchia costumanza. I piccoli borghi che erano stati privati della franchigia elettorale, riebbero i perduti privilegi; Manchester, Leeds, ed Halifax cessarono di mandare rappresentanti, e alla contea di York fu concesso di eleggerne due soli. Parrà forse strano ad una generazione la quale è quasi trascorsa alla frenesia nella questione della riforma parlamentare, che quelle grandi contee e città si sottoponessero con pazienza ed anche con compiacenza a siffatto provvedimento; ma, comecchè gli uomini di senno, anche in quella età, potessero discernere i vizi del vecchio sistema rappresentativo, e prevedere che tali viziprodurrebbero in pratica o presto o tardi gravissimi mali, questi mali pratici non ancora sentivansi molto. Il sistema rappresentativo d’Oliviero, dall’altra parte, quantunque fosse derivato da solidi principii, non era popolare. Gli eventi fra i quali originava, e gli effetti che aveva prodotti, preoccupavano gli animi contro esso. Era nato dalla violenza militare, e null’altro aveva prodotto che contese. La intera nazione era stanca del governo della spada, o desiava il governo della legge. E però la ristaurazione anco delle anomalie e degli abusi che consuonavano strettamente con la legge e che erano stati distrutti dalla spada, produssero universale soddisfazione.
Fra i Comuni esisteva una forte opposizione, composta in parte di aperti repubblicani, in parte di realisti occulti; ma una grande e ferma maggioranza sembrava favorevole al disegno di richiamare a vita l’antica Costituzione politica sotto una nuova Dinastia. Riccardo venne solennemente riconosciuto come Primo Magistrato. La Camera de’ Comuni non solamente assentì di trattare le pubbliche faccende co’ Lordi d’Oliviero, ma votò una legge che riconosceva in que’ Nobili i quali nelle ultime perturbazioni avevano parteggiato per la libertà pubblica, il diritto a sedere nella Camera Alta senza bisogno di nuova creazione.
Tanto bene andavano le cose per gli uomini di Stato che dirigevano la condotta di Riccardo! Quasi tutte le parti del Governo vennero allora ricostituite come stavano in sul principio della guerra civile. Se il Protettore e il Parlamento si fossero lasciati procedere senza ostacoli, mal può dubitarsi che un ordine di cose simile a quello che poscia stabilivasi sotto la Casa di Hannover, sarebbe stato stabilito sotto quella di Cromwell. Ma era nello Stato un potere più che bastevole a lottare con Riccardo e col Parlamento. Riccardo sopra i soldati non aveva altra autorità, se non quella del gran nome che gli era toccato in retaggio. Non gli aveva mai condotti alla vittoria. Non aveva nè anche portate le armi. Tutti i suoi gusti e le sue abitudini erano per la pace. Nè le sue opinioni intorno a cose religiose erano approvate dai santocchi militari. Ch’egli fosse un uomo dabbene, dimostrollo con prove piùsoddisfacenti che non erano i profondi gemiti e i lunghi sermoni; cioè con l’umiltà e la dolcezza quando stava in cima all’umana grandezza, e con la tranquilla rassegnazione ai torti ed alle sciagure più crudeli: ma non ebbe sempre la prudenza di nascondere il disgusto ch’egli sentiva de’ piagnistei allora comuni in ogni caserma. Gli ufficiali che avevano maggiore influenza fra le truppe stanzianti presso Londra, non gli erano amici. Erano uomini chiari per valore e condotta nel campo di battaglia, ma scemi di saviezza e di coraggio civile; doti che in grado eminentissimo possedeva il loro capo defunto. Taluni di loro erano Indipendenti o Repubblicani onesti, ma fanatici. Questa specie di uomini era rappresentata da Fleetwood. Altri ambivano di giungere al posto d’Oliviero. La sua rapida elevazione, la sua gloria e prosperità, la sua inaugurazione nella reggia, le sue sontuose esequie nell’Abbadia, avevano infiammata la loro immaginazione. Come lui erano di buona nascita, come lui bene educati; non sapevano quindi intendere perchè, al pari di lui, non fossero degni di portare la veste purpurea e la spada dello Stato; e anelavano all’obietto della loro ardente ambizione, non, come lui, con pazienza, vigilanza, sagacia e fermezza, ma con quella irrequietudine e con quel perpetuo ondeggiare che formano il carattere della mediocrità aspirante. Il più cospicuo di questi deboli scimmiottatori del gran Cromwell, era Lambert.
LXVI. Nel giorno stesso in cui Riccardo ascese al supremo seggio dello Stato, gli ufficiali si misero a congiurare contro il loro nuovo signore. La buona intelligenza che era fra lui e il suo Parlamento, affrettò la crisi. La paura e l’ira invasero il campo. I sentimenti religiosi e militari dell’esercito trovavansi profondamente irritati. E’ pareva che gl’Indipendenti dovessero essere soggetti ai Presbiteriani, e gli uomini della spada agli uomini della sottana. Formossi una coalizione tra i malcontenti militari e la minoranza repubblicana della Camera de’ Comuni. È da dubitarsi che Riccardo avesse potuto trionfare della predetta coalizione, anche se fosse stato dotato del lucido intendimento e del ferreo coraggio di suo padre. Egli è certo che la semplicità e la mansuetudine sue non erano i requisiti necessari a padroneggiare gli eventi. Cadde senza gloria esenza lotta. Lo esercito si servì di lui come di strumento a disciogliere le Camere, e allora lo mise sprezzantemente da parte. Gli ufficiali si resero grati ai loro alleati repubblicani dichiarando che la espulsione della Coda del Parlamento era illegale, ed invitando l’Assemblea a riprendere le proprie funzioni. Il vecchio presidente e un numero competente di vecchi rappresentanti vennero proclamati, fra mezzo alla mal repressa derisione ed esecrazione del paese, Supremo Potere dello Stato. Nel tempo stesso fu espressamente dichiarato che quinci innanzi non vi sarebbe nè Primo Magistrato nè Camera di Lordi.
Ma tale stato di cose non poteva durare. Il giorno in cui risorse il Lungo Parlamento, rivisse del pari il suo vecchio conflitto con lo esercito. Nuovamente dimenticò che esso esisteva a beneplacito dei soldati, e cominciò a trattarli come sudditi. Di nuovo le porte della Camera de’ Comuni furono chiuse dalla violenza militare; ed un Governo Provvisorio, creato dagli ufficiali, assunse il reggimento della cosa pubblica.
Frattanto, il senso dei grandi mali presenti, e la forte paura dei mali maggiori che soprastavano, aveva infine fatta nascere un’alleanza tra i Cavalieri e i Presbiteriani. Parecchi presbiteriani, a dir vero, erano disposti a cotale alleanza anche innanzi la morte di Carlo I; ma soltanto dopo la caduta di Riccardo Cromwell, l’intero partito cominciò ad affaccendarsi per ristaurare la Casa Reale. Non poteva più oltre ragionevolmente sperarsi che l’antica Costituzione venisse ristabilita sotto una nuova dinastia. Bisognava, dunque, scegliere o gli Stuardi o l’esercito. La famiglia bandita aveva commessi gravissimi falli; ma gli aveva espiati a caro prezzo, ed aveva fatto un lungo, e—era da sperarsi—salutare tirocinio nella scuola dell’avversità. Era, dunque, probabile che Carlo II facesse senno rivolgendo lo sguardo al fato di Carlo I. Ma, sia che può, i pericoli che minacciavano la patria erano tali, che per evitarli i cittadini potevano ben fare il sacrificio di qualche opinione ed affrontare qualche rischio. Sembrava quasi certo che l’Inghilterra cadrebbe sotto il peso della più odiosa e degradante di tutte le specie di Governo,—sotto un Governo che congiungevatutti i mali del dispotismo con quelli dell’anarchia. Qualunque altra cosa era da preferirsi al giogo d’una successione di stolti tiranni, inalzantisi al potere come i Dey di Barberia, per mezzo di rivoluzioni militari. Pareva probabile che Lambert sarebbe il primo di tale genia di comandanti; ma dentro un anno Lambert avrebbe potuto essere cacciato da Desborough, e Desborough da Harrison. Ogni qual volta il bastone del comando fosse passato da una mano debole ad un’altra, la nazione sarebbe stata messa a ruba, a fine di offrire alle soldatesche una nuova mancia. Se i Presbiteriani si tenevano ostinatamente lontani dai realisti, lo Stato era rovinato; e nondimeno, era da dubitarsi che potesse essere salvato dagli sforzi congiunti d’entrambi. Imperocchè il timore di quello invincibile esercito colpiva gli animi di tutti gli abitanti dell’isola; e i Cavalieri, avendo imparato da cento disastrosi fatti d’armi come il numero delle milizie potesse poco contro la disciplina, erano molto più atterriti delle Teste-Rotonde.
LXVII. Finchè le soldatesche furono d’accordo fra loro, tutte le congiure e le insurrezioni de’ malcontenti tornarono inefficaci. Ma pochi giorni dopo la seconda espulsione della Coda del Parlamento, si sparsero nuove che rinfrancarono i cuori di tutti coloro i quali parteggiavano per la Monarchia o pel vivere libero. Quella forza poderosa che per molti anni aveva operato come un solo uomo, ed erasi per ciò resa invincibile, s’era finalmente scissa in fazioni. Lo esercito di Scozia aveva non poco giovata la Repubblica, e trovavasi in ottimo stato. Non aveva partecipato alle ultime rivoluzioni, e le aveva guardate con isdegno simile a quello che sentirono le legioni romane stanziate lungo il Danubio e l’Eufrate, allorchè giunse ad esse la nuova che le guardie pretoriane avevano messo in in vendita lo Impero. Era cosa da non potersi patire che alcuni reggimenti, solo perchè erano per avventura aqquartierati presso Westminster, osassero di fare e disfare, a loro arbitrio, più volte in sei mesi il Governo. Se era convenevole che lo Stato fosse retto da’ soldati, quei soldati che a settentrione del Tweed avevano sostenuta la potenza inglese, avevano diritto di dare il loro voto quanto quelli che presidiavano la Torre di Londra. Pare che vi fosse meno fanatismo fra le legionidimoranti nella Scozia, che in ogni altra parlo dello esercito; e Giorgio Monk che le capitanava, era tutto l’opposto d’uno zelante. In sul primo scoppio della guerra civile, aveva pugnato a favore del Re, ed era stato fatto prigioniero dalle Teste-Rotonde; aveva quindi accettata una commissione dal Parlamento, e con poca pretensione alla santocchieria, erasi innalzato per mezzo del suo coraggio e della sua virtù militare all’alto comando. Era stato un utile servitore ad ambi i Protettori; aveva mostrata acquiescenza allorquando gli ufficiali a Westminster balzarono giù dal seggio Riccardo e restaurarono il Lungo Parlamento; e l’avrebbe similmente mostrata nella seconda espulsione del Lungo Parlamento, se il Governo Provvisorio non gli avesse pôrta cagione d’offesa e di timore. Imperocchè era per indole cauto e alquanto tardo; nè era inclinato ad arrisicare modici e certi vantaggi per la probabilità di conseguire anche il più splendido successo. E’ sembra che fosse spinto a procedere ostilmente contro il nuovo Governo della Repubblica, non tanto dalla speranza d’innalzarsi sulle rovine di quello, quanto dal timore che, sottomettendovisi, non sarebbe stato in sicuro. Ma siano quali si vogliano supporre le cagioni, ei dichiarossi campione del Potere Civile oppresso, ricusò di riconoscere l’autorità usurpata del Governo Provvisorio, e a capo di settemila veterani si mosse verso l’Inghilterra.
Questo passo fu il cenno d’una generale esplosione. Il popolo in ogni dove ricusò di pagare le tasse. I giovani di bottega della città ragunaronsi a migliaia chiedendo clamorosamente un libero Parlamento. La flotta si spinse su pel Tamigi, e si dichiarò contro la tirannide soldatesca. I soldati, che non erano più sotto lo impero di una mente suprema, si divisero in fazioni. Ciascun reggimento, temendo di rimanere solo esposto alla vendetta dell’oppressa nazione, affrettossi a concludere una pace separata. Lambert, che era frettolosamente corso ad affrontare l’armata di Scozia, abbandonato dalle sue milizie, fu fatto prigioniero. Pel corso di tredici anni il Potere Civile, in ogni conflitto, era stato astretto a cedere al Potere Militare. Adesso il Potere Militare umiliossi innanzi al Potere Civile. La Coda del Parlamento generale, tenuta in odio e dispregio,e che non per tanto era nel paese il solo corpo che avesse apparenza di autorità legale, ritornò di nuovo alla Camera, dalla quale era stata due volte ignominiosamente cacciata.
LXVIII. Intanto Monk procedeva verso Londra. Per dove passava, i gentiluomini gli si affollavano attorno scongiurandolo di adoperare la propria potenza a rendere la pace alla nazione, miseramente dilacerata e sconvolta. Il Generale, freddo, taciturno, senza zelo nè per le cose politiche nè per le religiose, manteneva un riserbo impenetrabile. Quali disegni, a que’ tempi, rivolgesse in mente, o se avesse concepito alcun disegno, mal si potrebbe affermare. Era, a quel che pare, suo scopo principalissimo il tenersi, per quanto più lungamente potesse, libero di scegliere tra diverse vie d’azione. Tale certamente è per lo più la politica di uomini che, come lui, pendono più a muovere circospetti, che a spingere troppo lungi lo sguardo. Probabilmente, egli non venne all’ultima determinazione se non parecchi giorni dopo il suo ingresso nella metropoli. La voce dell’intero popolo chiedeva un libero Parlamento; e non era dubbio nessuno, che un Parlamento veramente libero avrebbe subito riposta sul trono l’esule famiglia reale. La Coda del Parlamento e i soldati erano tuttavia ostili alla Casa degli Stuardi. Ma la Coda era universalmente abborrita e spregiata. La potenza dei soldati era ancora formidabile, ma grandemente infiacchita dalla discordia. Non avevano capo supremo; in molte parti del paese erano venuti alle mani fra loro stessi. Il giorno precedente lo arrivo di Monk a Londra, vi fu un combattimento nello Strand fra la cavalleria e la fanteria. Lo esercito unito aveva lungo tempo signoreggiata la nazione divisa; ma ormai la nazione era unita, e lo esercito si trovava diviso.
Per breve tempo, la dissimulazione e la irresolutezza di Monk tennero penosamente sospesi tutti i partiti. Infine ei ruppe il silenzio, e disse di volere un libero Parlamento.
LXIX. Appena divulgossi siffatta notizia, tutta la nazione fu inebriata di contento. In qualunque luogo ei si mostrasse, era circondato da migliaia di persone che lo acclamavano e benedicevanoal suo nome. Le campane di tutta l’Inghilterra suonavano a festa; i rigagnoli versavano birra; e per varie notti il cielo, per cinque miglia attorno Londra, rosseggiò dello splendore d’innumerevoli fuochi di gioia. Quei membri presbiteriani della Camera de’ Comuni, che molti anni innanzi erano stati espulsi dalle soldatesche, ritornarono ai loro seggi, e furono accolti dalle acclamazioni della gran folla che riempiva la sala di Westminster e la corte del Palazzo. I capi degl’Indipendenti non osavano più oltre mostrare il viso nelle strade, ed appena tenevansi sicuri nelle proprie abitazioni. Furono presi temporanei provvedimenti per supplire al Governo; mandaronsi ordini per le elezioni generali; e finalmente, quel memorabile Parlamento che per venti anni aveva sperimentate mille e varie vicissitudini, che aveva vinto il proprio sovrano, che era stato degradato dai suoi sottoposti, che era stato due volte cacciato e ristaurato, decretò solennemente la propria dissoluzione. L’esito delle elezioni fu quale era da aspettarsi dall’indole della nazione. La nuova Camera de’ Comuni fu composta di individui amici, tranne pochissimi, alla reale famiglia. I Presbiteriani formavano la maggioranza.
LXX. Allora parve quasi certa la Ristaurazione; ma dubitavasi che fosse pacifica. Il contegno dei soldati era cupo e selvaggio. Odiavano il nome di Re; odiavano quello degli Stuardi; odiavano molto i Presbiteriani, ma più assai i prelati. Vedevano con amara indignazione appropinquarsi la fine del loro lungo dominio, e scorgevano nello avvenire una vita ingloriosa di affanni e di penuria. Della loro trista fortuna chiamavano colpevoli i loro Generali, colpevoli alcuni di debolezza, altri di tradimento. Un’ora sola del loro amato Oliviero avrebbe potuto richiamare la gloria che già era svanita. Traditi, disgiunti, senza un Capo in cui avessero fiducia, erano tuttavia da temersi. E non era cosa da pigliare a gabbo lo affrontare la rabbia e la disperazione di cinquantamila guerrieri, che non avevano mai volte le spalle al nemico. Monk, e coloro che con essolui operavano, accorgevansi quanto pericolosa fossa la crisi. Mentre usavano ogni arte a blandire e dividere i malcontenti soldati, facevano vigorosi apparecchi a sostenere un conflitto. Lo esercito di Scozia aqquartierato in Londra,tenevano in buon umore con doni, lusinghe e promesse. I ricchi cittadini non avevano la minima avversione al soldato, o profondevano con tanta liberalità i loro migliori vini, che talvolta vedevansi i santocchi guerrieri in condizione poco decorosa al loro carattere religioso e militare. Monk rischiossi a sbandare alcuni reggimenti che ricalcitravano. Nel tempo stesso, il Governo Provvisorio, sostenuto da tutti i gentiluomini e dai magistrati, faceva grandissimi sforzi a riordinare la guardia cittadina. In ogni contea i militi cittadini erano pronti a muoversi, e formavano una forza non minore di centomila uomini. In Hyde Park ventimila cittadini bene armati ed equipaggiati, posti a rassegna, mostrarono tale spirito, da giustificare la speranza che all’uopo avrebbero strenuamente combattuto a difendere le botteghe e i focolari loro. La flotta secondava cordialmente la nazione. Era tempo di agitazione e d’ansietà, ma bene anco di speranza. La opinione predominante era che l’Inghilterra verrebbe liberata, ma non senza una sanguinosa e disperata lotta; e che coloro che avevano per tanto tempo governato con la spada, sarebbero spenti con la spada.