Vi sono due opposti errori, in cui coloro che studiano gli annali della patria nostra, continuamente pericolano di cadere: lo errore di giudicare il presente per mezzo del passato; e lo errore di giudicare il passato per mezzo del presente. Il primo appartiene alle menti inchinevoli a venerare ciò che è vecchio: il secondo alle menti corrive ad ammirare ciò che è nuovo. Lʼuno può sempre osservarsi neʼ ragionamenti deʼ politici conservatori intorno alle questioni deʼ loro tempi; lʼaltro, nelle speculazioni degli scrittori della scuola liberale sempre che discutono intorno ai fatti dʼun età trascorsa. Quello è più pernicioso in un uomo di Stato; questo in uno storico.Non è agevole a chi, neʼ tempi nostri, imprende a trattare della rivoluzione che detronizzò gli Stuardi, tenersi fermamente per lo diritto mezzo fra cotesti due estremi. La questione se i membri della Chiesa Cattolica Romana potevano senza pericolo ammettersi al Parlamento e agli uffici, perturbò la patria nostra, regnante Giacomo II; quietò alla caduta di lui; e dopo dʼessere rimasta sopita per più dʼun secolo, fu ridestata da quel grande concitamento dello spirito umano, dopo il ragunarsi della Assemblea Nazionale in Francia. Pel corso di trenta anni, la contesa progredì in ambedue le Camere del Parlamento, in ogni collegio elettorale, in ogni cerchio sociale. Distrusse ministeri, sgominò partiti; in una parte dello Impero rese impossibile ogni specie di Governo; e in fine ci condusse allʼorlo dʼuna guerra civile. Anche terminata la lotta, le passioni che ne erano nate, continuarono ad infuriare. Era pressochè impossibile a chiunque avesse la mente dominata da cotali passioni, il vedere nella loro vera luce gli eventi degli anni 1687 e 1688.Parecchi uomini politici, muovendo da questa retta sentenza, che la Rivoluzione è stata un gran bene alla patria nostra, giunsero alla falsa conclusione, che non si poteva senza pericolo abolire nessuno Atto di Prova, cui gli uomini di Stato della Rivoluzione avevano creduto necessario dʼimporre, a fine di proteggere la religione e la libertà nostra. Altri, muovendo dalla retta sentenza, che le incapacità imposte ai Cattolici Romani non avevano prodotto altro che danno, giunsero allafalsa conclusione, che in nessun tempo le predette incapacità furono mai necessarie. Il primo errore serpeva per entro alle orazioni dellʼacuto e dotto Eldon; il secondo influì anche sopra un intelletto grave e filosofico, qual era quello di Mackintosh.Nonostante, esaminando bene la cosa, si vedrà forse che noi possiamo difendere la condotta che era unanimemente approvata da tutti gli statisti inglesi del secolo decimosettimo, senza porre in questione la saviezza della condotta unanimemente approvata da tutti glʼinglesi statisti del tempo nostro.Senza dubbio, egli è un male che alcun cittadino sia escluso dagli uffici civili a cagione delle sue opinioni religiose; ma talvolta alla umana saggezza altro non rimane che lo scegliere fra diversi mali. Può una nazione trovarsi in tale situazione, che la maggioranza debba o imporre incapacità o sottoporvisi; e ciò che in condizioni ordinarie può giustamente biasimarsi come persecuzione, possa essere considerato come retto mezzo di difesa: e siffatta, nellʼanno 1687, era la situazione dellʼInghilterra.Secondo la Costituzione del Regno, Giacomo aveva potestà di nominare quasi tutti i pubblici ufficiali; politici, giudiciali, ecclesiastici, militari e marittimi. Nello esercizio di tale potestà egli non era, al pari deʼ Sovrani deʼ giorni nostri, costretto ad agire secondo il consiglio deʼ ministri approvati dalla Camera deʼ Comuni. Era quindi evidente, che, a meno chʼegli non fosse strettamente obbligato per legge a non concedere uffici ad altri che ai Protestanti, starebbe in lui di non concederli ad altri che ai Cattolici Romani. I Cattolici Romani erano pochi di numero, e fra loro non vʼera un solo uomo deʼ cui servigi la cosa pubblica non potesse fare a meno. La proporzione in che essi stavano verso la popolazione dellʼInghilterra, era assai minore di quel che sia nei giorni nostri. Imperciocchè, adesso, dalla Irlanda lʼonda della emigrazione di continuo si versa sulle nostre grandi città; ma nel secolo decimosettimo non era in Londra nè anche una colonia irlandese. Quarantanove cinquantesimi degli abitanti del reame, quarantanove cinquantesimi dei possidenti del reame, pressochè tutti gli uomini abili, esperti e dotti nella politica, nellagiurisprudenza, nellʼarte militare, erano Protestanti. Nondimeno, il Re, stranamente acciecato, sʼera fitto in capo di servirsi della sua potestà di conferire glʼimpieghi, come di un mezzo a fare proseliti. Appartenere alla Chiesa di lui, era agli occhi suoi il primo di tutti i requisiti ad ottenere un ufficio. Appartenere alla Chiesa dello Stato, era una positiva incapacità. Biasimava, egli è vero, con parole, cui hanno fatto plauso alcuni creduli amici della libertà religiosa, la mostruosa ingiustizia di quellʼAtto di Prova, che escludeva una piccola minoranza della nazione daʼ pubblici impieghi; ma nel tempo stesso studiavasi dʼimporre un Atto di Prova che escludesse la maggioranza. Gli pareva ingiusto che un uomo il quale fosse buon finanziere e suddito leale, dovesse essere escluso dallʼufficio di Lord Tesoriere solamente perchè era papista. Ma egli stesso aveva cacciato via un Lord Tesoriere, da lui tenuto per buon finanziere e leale suddito, solamente perchè era Protestante. Aveva più volte e chiaramente detto, che non avrebbe mai posto il bianco bastone nelle mani dʼun eretico. Quanto agli altri grandi uffici dello Stato, aveva tenuto la medesima condotta. Già il Lord Presidente, il Lord del Sigillo Privato, il Lord Ciamberlano, il Lord dettoGroom of the Stole, il primo Lord del Tesoro, un Segretario di Stato, il Lord Alto Commissario di Scozia, il Cancelliere e il Segretario di Scozia, erano, o facevano mostra dʼessere, Cattolici Romani. Molti di costoro nati nella Chiesa Anglicana, sʼerano resi colpevoli dʼapostasia pubblica o segreta, onde ottenere i loro alti uffici, o mantenervisi. Tutti i Protestanti che seguitavano a rimanere in alcuni impieghi dʼimportanza, di continuo temevano dʼessere destituiti. Non finirei mai se volessi notare gli altri impieghi occupati dai Cattolici Romani, i quali già brulicavano in ogni dipartimento del pubblico servizio. Essi erano Lordi Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Magistrati, Giudici di Pace, Commissari delle Dogane, Legati presso le Corti straniere, Colonnelli di Reggimento, Governatori di fortezze. La proporzione degli emolumenti che la Corona aveva potestà di concedere e che i Cattolici avevano in pochi mesi ottenuti, era dieci volte maggiore di quel che sarebbe stata sotto un governo imparziale. E vʼera anchepeggio. Ad essi fu data potestà di governare la Chiesa Anglicana. Uomini che avevano assicurato al Re di professare la religione di lui, sedevano nellʼAlta Commissione, ed esercitavano giurisdizione suprema nelle cose spirituali sopra tutti i prelati e i preti della Religione dello Stato. Beneficii ecclesiastici di grande dignità erano, stati impartiti ad uomini che o professavano apertamente il papismo, o lo professavano di furto. E tutto ciò compivasi mentre le leggi contro il papismo non erano per anche abrogate, e mentre Giacomo aveva non poco interesse a simulare rispetto ai diritti della coscienza. Quale, dunque, sarebbe verosimilmente stata la sua condotta, se i suoi sudditi avessero consentito con un Atto legislativo a liberarlo anco dallʼombra della restrizione? È egli possibile dubitare, che facendo uso strettamente legale della prerogativa, i Protestanti sarebbero stati esclusi dagli uffici, come lo fossero mai stati i Cattolici Romani per virtù dʼAtto Parlamentare?Con quanta ostinazione Giacomo fosse deliberato a compartire ai suoi correligionari gli emolumenti dello Stato fuori dʼogni proporzione col numero e con lʼimportanza loro, si raccoglie dalle istruzioni chʼegli, esule e vecchio, scrisse per ammaestramento di suo figlio. Non è possibile senza un sentimento di pietà e di scherno leggere quelle espansioni dʼuna mente alla quale tutti gli ammonimenti della esperienza e dellʼavversità erano tornati vani. Ivi il Pretendente è avvertito, ove ascendesse mai sul trono dʼInghilterra, a partire gli uffici, e conferirne ai membri della Chiesa di Roma tanta parte, quanta sarebbe loro bastata se invece dʼessere la cinquantesima parte della nazione, ne fossero stati la metà. Un Segretario di Stato, un Commissario del Tesoro, un Segretario di Guerra, il maggior numero deʼ grandi dignitari della Casa Reale, il maggior numero degli ufficiali dellʼesercito, debbono sempre essere Cattolici. Tali erano glʼintendimenti di Giacomo dopo che la sua perversa bacchettoneria gli aveva chiamato sul capo una punizione la quale aveva spaventato il mondo intero. È egli, quindi, possibile dubitare quale sarebbe stata la sua condotta se il suo popolo, tratto in inganno dal vuoto nome di libertà religiosa, lo avesse lasciato senza freno procedere per la sua via?Eʼ sembra che anco Penn, per quanto intemperante e dissennato fosse il suo zelo per la dichiarazione, sentisse come la parzialità onde gli onori e gli emolumenti erano prodigati ai Cattolici Romani, poteva ragionevolmente destare gelosia nella nazione. Ei confessava, che, abrogando lʼAtto di Prova, i Protestanti avrebbero diritto ad un compenso, o, come egli diceva, equivalente; e giunse fino a indicare varie specie di compensi. Per parecchi giorni la parolaequivalente, dalla Francia pur allora passata in Inghilterra, sʼudiva sulle labbra di tutti gli oratori delle botteghe di caffè: se non che poche pagine, condite di acuta logica e delicato sarcasmo, scritte da Halifax, posero fine a queʼ futili disegni. Una delle proposte di Penn era di fare una legge la quale dividesse in tre parti uguali glʼimpieghi che la Corona aveva potestà di concedere, e desse una di queste tre parti ai membri della Chiesa di Roma. Ed anche con siffatto ordinamento, i membri della Chiesa di Roma avrebbero ottenuto gli uffici in proporzione quasi venti volte maggiore di quel che sarebbe stato giusto; e nondimeno, non abbiamo ragione a credere che il Re volesse consentire a cotale ordinamento. Ma ove avesse consentito, quale guarentigia avrebbe egli offerto di mantenere il patto? Il dilemma proposto da Halifax non ammetteva risposta. Se le leggi vi legano, osservate quella che esiste; se non vi legano, è inutile farne una nuova.[262]È chiaro, adunque, che la questione non era di vedere se gli uffici secolari dovessero essere accessibili aglʼindividui di tutte le sètte. Finchè Giacomo rimaneva sul trono, era inevitabile la esclusione; e si trattava di sapere quali dovevano rimanere esclusi, i Papisti o i Protestanti, i pochi o i molti, centomila inglesi o cinque milioni.Cotali sono i gravi argomenti pei quali la condotta del Principe dʼOrange verso i Cattolici Romani dʼInghilterra si può conciliare coʼ principii della libertà religiosa. Questi argomenti, come potrebbe notarsi, non hanno relazione alcuna con la teologia cattolica romana. Potrebbe anche notarsi, che essi tornarono vani dopo che la Corona si fu rafferma in una dinastia di sovrani protestanti, e dopo che la Camera deʼ Comuninello Stato ebbe acquistata tanta preponderanza, che nessun sovrano, siano qualunque si vogliano supporre le sue opinioni o le sue tendenze, avrebbe potuto imitare lo esempio di Giacomo. La nazione, non per tanto, dopo i terrori, le lotte, i pericoli suoi, rimase piena dʼumori sospettosi e vendicativi. E però queʼ mezzi di difesa, un tempo dalla necessità giustificati, e dalla sola necessità giustificabili, furono ostinatamente adoperati anco dopo che non furono più necessari, e non furono messi da banda finchè il volgare pregiudizio mantenne un conflitto di molti anni contro la nazione. Ma neʼ tempi di Giacomo la nazione e il pregiudizio volgare stavano insieme congiunti. I fanatici ed ignoranti volevano escludere dagli uffici il Cattolico Romano perchè adorava glʼidoli di legno e di pietra; perchè era segnato del segno della bestia, aveva arsa Londra, strangolato sir Edmondsbury Godfrey; e il più savio e tollerante politico, mentre sorrideva aglʼinganni che traviavano la plebe, riusciva, per diverso cammino, alla stessa conclusione.Il gran pensiero di Guglielmo oramai era quello di congiungere in un solo corpo le numerose parti del popolo, le quali lo consideravano come loro capo comune. A compire cotesta opera fu aiutato da alcuni abili e fidi uomini, fraʼ quali gli furono di singolare utilità Burnet e Dykvelt.XXXIX. Quanto a Burnet, a dir vero, era mestieri servirsene con qualche cautela. La cortesia onde egli era stato accolto allʼAja, aveva destata la rabbia di Giacomo. Il quale scrisse a Maria varie lettere piene dʼinvettive contro lo insolente e sedizioso teologo da lei protetto. Ma cosiffatte accuse fecero in lei sì poco effetto, che scrisse al padre lettere di risposta dettate dallo stesso Burnet. In fine, nel gennaio del 1687, il Re ricorse a più vigorosi mezzi. Skelton, che aveva rappresentato il governo inglese appo le Provincie Unite, era stato inviato a Parigi, e gli era stato sostituito Albeville, il più debole e vile di tutti i componenti la cabala gesuitica. Albeville non curavasi dʼaltro che del danaro, e lo prendeva da tutti coloro che glielʼoffrissero. Era pagato a un tempo dalla Francia e dallʼOlanda; anzi abbassavasi fino al di sotto della miserabile dignità della corruzione, ed accettava mancesì frivole, chʼerano degne più presto dʼun facchino o dʼun servitore che dʼun inviato, baronetto inglese e insignito di un marchesato in paese straniero. Una volta accettò con molta compiacenza una gratificazione di cinquanta zecchini in prezzo dʼun servigio da lui reso agli Stati Generali. Costui ebbe incarico di chiedere che Burnet non fosse più oltre tollerato allʼAja. Guglielmo che non voleva perdere un amico si utile, rispose tosto con la sua solita freddezza: «Io non so, o Signore, che il Dottore da che è stato qui, abbia fatto o detto cosa, di cui sua Maestà possa muovere giusto lamento.» Ma Giacomo instette; il tempo dʼuna aperta rottura non era per anche arrivato; e fu mestieri cedere. Per diciotto e più mesi Burnet non comparve mai dinanzi al Principe o alla Principessa: ma abitava loro da presso; sapeva ogni cosa che seguisse; veniva continuamente richiesto di consiglio; la sua penna era adoperata in tutte le più importanti occorrenze; e molti deʼ più pungenti ed efficaci articoli, che intorno a quel tempo pubblicavansi in Londra, venivano dirittamente a lui attribuiti.Oltre misura sʼaccrebbe la rabbia di Giacomo, il quale era sempre stato non poco inchinevole allʼira. Per nessuno deʼ suoi nemici, nè anche per coloro che lo avevano con lo spergiuro incolpato di tradimento e dʼassassinio, aveva egli mai sentito lo sdegno onde adesso era acceso contro Burnet. Sua Maestà quotidianamente vituperava il Dottore con parole indegne dʼun Re, e meditava vendicarsene con modo proditorio. Il solo sangue non sarebbe bastato a sbramare quellʼodio frenetico. Lo insolente teologo, innanzi che gli fosse concessa la morte, doveva patire i tormenti della tortura. Fortunatamente egli era scozzese; e in Iscozia, avanti che fosse appeso alle forche nel Grassmarket, potevano dirompergli le gambe con lo stivaletto. Per la qual cosa venne contro lui istituito un processo in Edimburgo: ma sʼera naturalizzato in Olanda; aveva sposata una olandese; e sapevasi certo che il governo della sua patria adottiva non lo avrebbe consegnato. Fu quindi deliberato di coglierlo alla rete e rapirlo. Con grossa somma di pecunia si presero a soldo alcuni facinorosi uomini per compire la perigliosa ed infame opera. Un ordinedi sborsare tre mila lire sterline a cotesto uso fu scritto per esser firmato nellʼufficio del Segretario di stato. A Luigi fu palesato il disegno, e vi prese un caldo interesse. Diceva di volere fare ogni sforzo perchè lo scellerato fosse dato nelle mani del Governo inglese, promettendo ad un tempo asilo sicuro in Francia ai ministri della vendetta di Giacomo. Burnet bene sapeva dʼessere in grave pericolo; ma la timidità non andava annoverata fraʼ suoi difetti. Stampò una coraggiosa risposta alle colpe che gli erano state apposte daʼ tribunali di Edimburgo. Diceva saper bene che lo volevano ammazzare senza processo; ma affidarsi nel Re dei Re, al cospetto del quale il sangue innocente non grida invano vendetta anco contro i possenti principi della terra. Invitò a desinare alcuni amici suoi, e in sulla fine disse loro in solenne contegno lʼultimo addio, come uomo dannato a morire, col quale non era quinci innanzi per loro sicuro il conversare. Non pertanto seguitò a mostrarsi in tutti i luoghi pubblici dellʼAja con tanta audacia da muovere gli amici suoi a rimproverarlo di insana temerità.[263]XL. Mentre Burnet era segretario di Guglielmo per gli affari inglesi in Olanda, Dykvelt non era stato meno utilmente mandato in Inghilterra. Dykvelt apparteneva a quella insigne classe dʼuomini pubblici, i quali avendo imparato lapolitica nella nobile scuola di Giovanni De Witt, dopo la caduta di quel gran ministro, pensavano di adempiere meglio al debito loro verso la repubblica collegandosi col Principe di Orange. Fra tutti i diplomatici aʼ servigi delle Provincie Unite nessuno per destrezza, indole e modi, era superiore a Dykvelt. Nella conoscenza degli affari inglesi, a quanto sembra, nessuno lʼuguagliava. Trovato un pretesto, egli in sul principio del 1687 fu spedito in Inghilterra per una commissione speciale, munito di lettere di credenza dagli Stati Generali. Ma in verità egli non andava ambasciatore al Governo, bensì alla opposizione; e intorno al modo di condursi ricevè istruzioni peculiari scritte da Burnet ed approvate da Guglielmo.[264]XLI. Dykvelt scrisse come Giacomo fosse amaramente mortificato della condotta del Principe e della Principessa. «Il dovere del mio nepote» disse il Re «è quello di rinvigorire il mio braccio, ed invece gli è piaciuto di contrariarmi sempre.» Dykvelt rispose che nelle faccende private Sua Altezza aveva mostrato ed era pronto a mostrare la più grande deferenza ai voleri del Re; ma non era ragionevole pretendere chʼegli, principe protestante, cooperasse con altri aʼ danni della religione protestante.[265]Il Re si tacque, ma non calmossi. Vedeva, con tanto cattivo umore da non poterlo nascondere, Dykvelt ordinare e disciplinare le varie frazioni della opposizione, con una maestria, che sarebbe stata argomento di lode in uno statista inglese, e che era maravigliosa in uno straniero. Al clero diceva che avrebbe nel principe dʼOrange trovato un amico allo episcopato e al Libro della Preghiera Comune. Incoraggiava i Non-Conformisti ad aspettarsi da lui, non solo tolleranza, ma comprensione ovvero assimilazione alla Chiesa dello Stato. Seppe conciliarsi perfino i Cattolici Romani; ed alcuni deʼ più rispettabili fra loro dichiararono al cospetto del Re dʼessere soddisfatti delle proposte di Dykvelt,e dʼamar meglio una tolleranza assicurata con un Atto legislativo, che un predominio illegale e precario.[266]I capi di tutti i più importanti partiti della nazione conferivano spesso in presenza del destro diplomatico. In siffatte ragunanze le opinioni del partito Tory erano principalmente espresse daʼ Conti di Danby e di Nottingham. Quantunque otto e più anni fossero decorsi dacchè Danby era caduto dal potere, ei godeva tuttavia grande reputazione fraʼ vecchi Cavalieri di Inghilterra; e molti anche di queʼ Whig, i quali lo avevano per innanzi osteggiato, adesso inchinavano a credere chʼegli portasse la pena di falli non suoi, e che il suo zelo per la regia prerogativa, comecchè lo avesse di sovente fatto traviare, fosse contemperato da due sentimenti che gli tornavano ad onore: dallo zelo per la religione dello Stato, e dallo zelo per la dignità e la indipendenza della patria. Era parimente tenuto in grande stima allʼAja, dove non era stato mai dimenticato come egli fosse colui, il quale, malgrado la Francia e i Papisti, aveva indotto Carlo a concedere la mano della Principessa Maria al cugino di lei.XLII. Daniele Finch, Conte di Nottingham, gentiluomo il cui nome spesso sʼincontrerà nella storia di tre regni pieni di vicissitudini, discendeva da una famiglia sopra tutte eminente nel fôro. Uno deʼ suoi congiunti era stato Guardasigilli di Carlo I, aveva prostituito le insigni qualità e la dottrina onde era adorno, a riprovevoli fini, ed era stato perseguitato dalla vendetta della Camera deʼ Comuni allora governata da Falkland. Heneage Finch nella susseguente generazione aveva acquistata più onorevole rinomanza. Tosto dopo la Ristaurazione era stato fatto Avvocato Generale. Sʼera quindi inalzato al grado di Procuratore Generale, di Lord Guardasigilli, di Lord Cancelliere, di Barone Finch, di Conte di Nottingham. In tutta la sua prospera carriera aveva sempre mantenuta la prerogativa tanto alto quanto più glielo avevano conceduto la onestà e la decenza; ma non sʼera mai implicato in nessuna cospirazione contro le leggi fondamentali del Regno. Fra mezzo a una Corte corrotta aveva mantenuta intemerata la propria integrità. Godeva alta riputazione dʼoratore, quantunqueil suo stile formato sopra scrittori anteriori alle guerre civili, venisse verso gli ultimi suoi anni giudicato duro e pedantesco daglʼingegni della sorgente generazione. In Westminster Hall lo rammentano tuttora con riverenza, come colui che, primo tra tutti, da quella confusione che in antico dicevasi Equità, trasse un nuovo sistema di giurisprudenza, regolare e compiuto al pari di quello il quale aʼ dì nostri amministrano i Giudici del Diritto Comune.[267]Parte considerevole delle doti morali o intellettuali di questo gran magistrato aveva ereditate col titolo di Nottingham il maggiore deʼ suoi figli. Il conte Daniele era onorevole e virtuoso uomo. Comecchè fosse schiavo dʼalcuni assurdi pregiudicii, e soggetto a strani accessi di capriccio, non può tacciarsi dʼavere deviato dal sentiero della rettitudine per correre dietro ad illeciti guadagni o ad illeciti diletti. Come il padre suo, egli era egregio parlatore, penetrante, ma prolisso, e solenne con troppa monotonia. La sua persona era in perfetta armonia con la sua eloquenza. Il suo atteggiamento era secco e diritto, il colore della pelle sì bruno che si sarebbe potuto riputare nato in un clima più caldo del nostro; e i suoi austeri sembianti componeva in guisa da somigliare al capo deʼ piagnoni in un funerale. Dicevasi comunemente chʼegli sembrasse un grande di Spagna, più presto che un gentiluomo inglese. I soprannomi di Dismal (lugubre,tristo), Don Dismallo, Don Diego, gli furono apposti dagli spiriti arguti, e non sono per anche caduti nellʼoblio. Aveva studiosamente atteso alla scienza chʼera stata cagione dello inalzamento di sua famiglia, e per uomo del suo grado e della sua ricchezza, egli era assai dotto nelle patrie leggi. Amava fervidamente la Chiesa Anglicana, e mostrava ad essa riverenza in due modi non comuni fra queʼ Lordi, i quali in quel tempo menavano vanto dʼesserle caldi amici, pubblicando, cioè, scritti a difenderne i dogmi, e conducendo la vita secondo i precetti di quella. Al pari degli altri zelanti della Chiesa Anglicana, aveva, fino a poco innanzi, tenacemente sostenuta lʼautorità monarchica. Ma alla politica adottata dalla Corte, dopo che fu spenta la insurrezione delle Contrade Occidentali, egli era acremente ostile, e lo divennemaggiormente dal di in cui il suo minor fratello Heneage Finch era stato destituito dallʼufficio di Avvocato Generale per avere ricusato di difendere la potestà di dispensare, pretesa dal Re.[268]XLIII. Con questi due Conti del partito Tory oggimai trovavasi congiunto Halifax, lo spettabile capo deʼ Barcamenanti. Eʼ pare che in quel tempo Halifax avesse un gran predominio sulla mente di Nottingham. Tra Halifax e Danby era una nimistà, la quale, già nota nella Corte di Carlo, poi perturbò la Corte di Guglielmo, ma come molte altre nimicizie, fu sopita dalla tirannia di Giacomo. I due avversari di frequente trovavansi insieme nelle ragunanze tenute da Dykvelt, e concordavano nel biasimare la politica del Governo, nel riverire il Principe dʼOrange. La diversità del carattere di cotesti due uomini di Stato vedevasi a chiari segni nelle loro relazioni con lʼoratore olandese. Halifax mostrava ammirevole ingegno nel discutere, ma ripugnava a venire ad alcuna ardimentosa e irrevocabile deliberazione. Danby, assai meno sottile ed eloquente, aveva più energia, risolutezza, e pratica sagacia.Non pochi deʼ Whig più cospicui di continuo comunicavano con Dykvelt. Ma i capi delle grandi famiglie Cavendish e Russell non poterono prendervi quella parte attiva e notevole chʼera da aspettarsi dal grado e dalle opinioni loro. Sopra la fama e le sorti di Devonshire pesava in quel tempo una nube. Egli aveva una malaugurata contesa con la Corte, non per una ragione politica ed onorevole, ma per una rissa privata, nella quale anche i più caldi deʼ suoi amici non lo reputavano affatto scevro di biasimo. Trovandosi a Whitehall era stato insultato da un uomo che aveva nome Colepepper, ed era uno di queʼ bravazzoni i quali infestavano le sale di Corte, e studiavano di procacciarsi il favore del Governo affrontando i membri dellʼopposizione. Il Re stesso si mostrò grandemente sdegnato pel modo con che uno deʼ più illustri Pari del Regno era stato trattato dentro la reggia; e a placare Devonshirepromise che Colepepper non metterebbe mai più il piede in palazzo. Nulladimeno, poco dopo, lo interdetto fu tolto; e il risentimento del Conte destossi di nuovo. I suoi servi ne abbracciarono la causa; e per le vie di Westminster si videro scene che parevano richiamare la memoria di tempi barbari. Il Consiglio Privato consumava il suo tempo nelle accuse e recriminazioni delle parti avverse. La moglie di Colepepper dichiarò come la vita di lei e quella del marito fossero in continuo pericolo, e le case loro fossero state assalite da facinorosi coperti della livrea di Cavendish. Devonshire disse che dalle finestre di Colepepper gli era stato tirato un colpo di pistola. Colepepper negò il fatto, confessando a un tempo stesso, che una pistola, carica solo a polvere, era stata scaricata in un momento di terrore a fine di chiamare allʼarmi le guardie. Mentre ferveva il litigio, il Conte incontrò Colepepper nella gran sala di Whitehall, e gli parve di vedere in sulla fronte al bravazzone unʼaria di fiducia e di trionfo. Nulla dʼinconvenevole accadde al cospetto del Re, ma appena entrambi trovaronsi fuori la sala, lungi dalla presenza di lui, Devonshire propose di terminare in sullʼistante la contesa con la spada. Lʼaltro ricusò la disfida. Allora lʼaltero ed animoso Pari, dimenticando la riverenza dovuta al luogo, ed al proprio carattere, diede un colpo di mazza in viso a Colepepper. Tutti concordemente biasimarono questʼatto come indiscretissimo e indecentissimo; nè lo stesso Devonshire, come si sentì calmare il sangue, ci potè ripensare senza rincrescimento e vergogna. Il Governo nondimeno, con la solita insania, lo trattò con tanto rigore, che in breve egli si acquistò la universale simpatia della nazione. Una accusa criminale fu deposta presso il Banco del Re. Lo accusato allegò i suoi privilegi di Pari; ma ciò con una pronta sentenza non fu ammesso; nè si può negare che tale sentenza, fosse o non fosse conforme alle regole pratiche della legge inglese, era in istretta conformità coi grandi principii sopra i quali ogni legge dovrebbe appoggiarsi. Nullʼaltro dunque rimanevagli che il confessarsi reo. Il tribunale, per le successive destituzioni, era stato ridotto ad una sommissione così assoluta, che il governo il quale aveva intentato il processo, potè dettarela condanna. I giudici andarono in corpo da Jeffreys, il quale insistè che condannassero il reo ad una pena di trentamila lire stelline. Siffatta somma, ragguagliata alle rendite deʼ nobili di quella età, risponderebbe a centocinquantamila sterline del decimonono secolo. In presenza del Cancelliere i giudici non profferirono verbo di disapprovazione; ma appena partitisi, Sir Giovanni Powell, nel quale sʼera ridotto tutto quel poco dʼonestà che rimanesse nel tribunale, mormorò dicendo la multa essere enorme, e solo la decima parte essere bene bastevole. I suoi confratelli non furono dʼaccordo con lui; nè egli in cotesto caso fece prova di quel coraggio, con che pochi mesi dopo, in un memorando giorno, redense la propria fama. Il Conte quindi fu condannato ad una pena di trentamila lire sterline, e alla carcere fino alla estinzione del pagamento. Una tanta somma di pecunia non si sarebbe in un solo giorno potuta mettere insieme nè anche dal grandissimo deʼ nobili. La sentenza della carcerazione nondimeno fu più agevolmente pronunziata che eseguita. Devonshire erasi ritirato a Chatsworth, dove attendeva a trasformare la vecchia magione gotica della sua famiglia in un edificio degno di Palladio. Il distretto del Peak era in quei tempi rozzo come oggidì trovasi Connemara, e lo sceriffo credeva, o simulava, essere difficile metter le mani addosso al signore dʼuna regione così selvaggia fra mezzo a cotanti fedeli famigliari e dipendenti. In tal guisa passarono parecchi giorni: ma in fine il Conte e lo sceriffo furono entrambi imprigionati. Intanto una folla dʼintercessori cominciò a darsi moto. Si disse che la Contessa vedova di Devonshire era stata ammessa alle secrete stanze del Re, al quale aveva rammentato come il valoroso Carlo Cavendish cognato di lei fosse morto in Gainsborough combattendo a difesa della Corona, ed aveva mostrato certe scritte nelle quali Carlo I e Carlo II riconoscevano di avere ricevuto grosse somme prestate loro da suo marito a tempo delle guerre civili. Siffatte somme non erano state mai rese, e computatovi i frutti, ammontavano ad una somma maggiore della immensa multa imposta dalla Corte del Banco del Re. Vi era altra ragione che sembra avere avuto agli occhi di Giacomo maggior peso che la rimembranza deʼ servigi resi altrono. Forse sarebbe stato mestieri convocare il Parlamento, e credevasi che allora Devonshire avrebbe prodotto un ricorso contro la sentenza per difetto di forma. Il punto, intorno al quale egli intendeva di appellarsi contro la sentenza del Banco del Re, riferivasi ai privilegi della paria. Il tribunale che doveva di ciò giudicare era la Camera deʼ Pari; e così essendo, la Corte non poteva essere sicura neppure del voto dei più cortigiani fraʼ nobili. Non era dubbio alcuno che la sentenza verrebbe annullata, e che il Governo per volere abbracciar troppo perderebbe ogni cosa cosa. E però Giacomo inchinava a venire a patti. A Devonshire fu fatto sapere che ove egli firmasse una scritta dʼobbligo di trenta mila sterline, e in tal guisa si precludesse la vita a intentare unʼazione per difetto di forma, sarebbe liberato di prigione, e dipenderebbe dalla sua futura condotta lʼuso da farsi di cotale documento. Sʼegli votasse a favore della potestà di dispensare, non se ne parlerebbe altrimenti; ma sʼegli amasse meglio di mantenere la propria popolarità, gli si farebbe pagare trenta mila lire sterline. Ei ricusò, per qualche tempo, di consentire a tale proposta; ma divenutagli insopportabile la prigionia, firmò la scritta dʼobbligo e fu scarcerato: e comecchè consentisse a gravare di tal pesante carico il suo patrimonio, nulla potè indurlo a promettere dʼabbandonare il partito e i principii suoi. Seguitò ad essere partecipe di tutti gli arcani della opposizione: ma per alquanti mesi i suoi amici politici reputarono esser meglio per lui e per la causa comune chʼegli si tenesse in fondo alla scena.[269]XLIV. Il Conte di Bedford non sʼera mai più riavuto dal colpo con che, quattro anni innanzi, la sventura gli aveva trafitto il cuore. Per sentimenti personali, non che per opinioni politiche, egli procedeva ostile alla Corte: ma non eraoperoso nel combinare i mezzi dʼavversarla. Nelle ragunanze deʼ malcontenti lo suppliva il suo nepote, cioè il celebre Eduardo Russell, uomo dʼincontrastato coraggio ed abilità, ma di principii sciolti e dʼindole torbida. Era marino, sʼera segnalato nellʼarte sua, e sotto il precedente regno aveva occupato un ufficio in palazzo. Ma tutti i vincoli onde era legato alla famiglia reale erano stati infranti dalla morte del suo cugino Guglielmo. Lʼaudace, irrequieto e vendicativo marino ormai sedeva nei Consigli, che, secondo lo Inviato Olandese, rappresentavano la più ardita ed operosa parte dellʼopposizione, di quegli uomini, i quali sotto i nomi di Testerotonde, Esclusionisti e Whig avevano mantenuta con varia fortuna una contesa di quarantacinque anni contro tre Re successivi. Cotesto partito, dianzi depresso e quasi estinto, ma ora nuovamente risorto e pieno di vita e pressochè predominante, non pativa gli scrupoli deʼ Tory o deʼ Barcamenanti, ed era pronto a snudare il ferro contro il tiranno nel primo giorno in cui il ferro si sarebbe potuto snudare con ragionevole speranza di buon esito.XLV. Rimane ancora a far menzione di tre uomini coʼ quali Dykvelt tenne relazioni di confidenza, e con lʼaiuto deʼ quali egli sperava di assicurarsi del buon volere di tre grandi classi di cittadini. Il Vescovo Compton assunse lo incarico di acquistare il favore del clero: lʼAmmiraglio Herbert imprese di esercitare la propria influenza sulla flotta; e per mezzo di Churchill doveva crearsi un partito nellʼesercito.Non è mestieri ragionare della condotta di Compton e di quella dʼHerbert. Avendo essi nelle cose temporali servito con zelo e fedeltà la Corona, erano incorsi nella collera del Re, ricusando di farsi strumenti a distruggere la propria religione. Entrambi avevano dalla esperienza imparato come agevolmente Giacomo ponesse in oblio gli obblighi, e con quanta acrimonia rammentasse quelle chʼegli considerava offese. Il Vescovo con una sentenza illegale era stato sospeso dalle sue funzioni. Lo Ammiraglio in un solo istante dalla opulenza aveva ruinato a povertà. La situazione di Churchill era ben differente. Egli pel regio favore era stato inalzato dalla oscuritàad alto grado, e dalla povertà alla ricchezza. Avendo cominciata la propria carriera da semplice porta-bandiera e da povero, a trentasette anni trovavasi Maggiore Generale, Pari di Scozia e Pari dʼInghilterra: comandava una compagnia delle Guardie del Corpo: occupava varii lucrosi impieghi; e fino allora nessun indizio mostrava chʼegli avesse minimamente perduto quel favore al quale tanto doveva. Era vincolato a Giacomo, non solo per debito comune di fedeltà, ma per onor militare, per gratitudine personale, e, siccome pareva ai frivoli osservatori, pei più forti legami dellʼutile proprio. Ma Churchill non era osservatore superficiale, e conosceva profondamente dove stava il suo vero utile. Se il suo signore conseguisse piena libertà di concedere gli uffici ai papisti, non rimarrebbe in quelli nemmeno un solo deʼ protestanti. Per qualche tempo pochi deʼ più prediletti servitori della Corona forse sarebbero esenti dalla proscrizione universale, sperando che sʼinducessero a cangiare religione; ma anche essi tra breve cadrebbero, lʼuno dopo lʼaltro, come era già caduto Rochester. Churchill avrebbe potuto schivare cotesto pericolo, ed acquistare maggior grazia presso il Re uniformandosi alla Chiesa di Roma; e pareva probabile con un uomo che non era meno notevole per avarizia ed abiettezza, che per capacità e valore, non aborrirebbe dal pensiero di ascoltare la Messa. Ma vʼha tale incoerenza nella umana natura, che esiste qualche parte sensibile anche nelle coscienze più dure. E così costui, che doveva il proprio inalzamento al disonore della sorella, chʼera stato mantenuto dalla più prodiga, imperiosa e svergognata delle bagasce, e la cui vita pubblica, a coloro che possono tenere fitti gli occhi allo abbagliante splendore del genio e della gloria, sembrerà un prodigio di turpitudini, credeva nella religione chʼegli aveva succhiata col latte, e rifuggiva dal pensiero di abiurarla formalmente. Egli si stava fra un terribile dilemma. Tra i mali terreni quello che più egli temeva era la povertà. Lʼunico delitto del quale il suo cuore aveva ribrezzo, era lʼapostasia. Ed ove la corte giungesse a conseguire il fine al quale aspirava, non vʼera dubbio chʼegli sarebbe stato costretto ad eleggere o lʼapostasia, o la povertà. Per le quali considerazioni deliberò di attraversare idisegni della Corte; e tosto si vide come non vʼera colpa nè infamia nella quale egli non fosse pronto ad incorrere, onde far fronte al bisogno di rinunciare o aglʼimpieghi o alla propria religione.[270]XLVI. Eʼ non era soltanto come comandante dʼalto grado nelle milizie, e cospicuo per arte e coraggio, che Churchill potesse giovare lʼopposizione. Era, se non assolutamente essenziale, importantissimo al buon successo deʼ disegni di Guglielmo, che la sua cognata, la quale nellʼordine della successione alla Corona dʼInghilterra stava tra la sua moglie e lui, cooperasse di pieno accordo con essi. Tutti gli ostacoli che gli si paravano dinanzi si sarebbero grandemente accresciuti, se Anna si fosse dichiarata favorevole alla Indulgenza. Il partito al quale ella si sarebbe appigliata dipendeva dalla volontà altrui, perocchè era donna di tardo intendimento, e quantunque nel suo carattere fossero i semi di una caparbietà e inflessibilità ereditarie, che molti anni dipoi gran potere e grandi provocazioni fecero germogliare e crescere, nondimeno era allora schiava obbediente ad una donna di carattere più vivo ed imperioso. Colei, dalla quale Anna lasciava dispoticamente governarsi, era la moglie di Churchill, donna che poscia ebbe grande influenza sopra le sorti della Inghilterra e dellʼEuropa.La celebre favorita chiamavasi Sara Jennings. Francesca sua sorella maggiore aveva acquistata rinomanza di beltà e leggerezza di carattere fra mezzo la folla delle donne belle e dissolute che adornarono e disonorarono Whitehall finchè durò lʼintemperante carnevale della Restaurazione. Una volta si travestì da fruttaiuola e corse gridando per le vie.[271]Le persone gravi predicevano che una fanciulla così poco discreta e delicata difficilmente troverebbe marito. Nondimeno ebbe tre mariti, e adesso era la moglie di Tyrconnel.Sara, dotata di bellezza meno regolare, aveva forse maggiori attrattive. Il suo viso era espressivo; le sue forme non avevano difetto di vezzi donneschi; e i suoi copiosi e leggiadri capelli non per anche sfigurati dalla polvere, secondo il barbaro costume, che, vivente lei, fu introdotto in Inghilterra, formavano lʼammirazione di tutti.Tra i galanti giovani che tentavano di conquiderle il cuore, ella prescelse il Colonnello Churchill, giovane, bello, grazioso, insinuante, eloquente, valoroso. Certo egli ne era innamorato, imperocchè non aveva patrimonio, tranne lʼannua rendita da lui acquistata coglʼinfami doni della Duchessa di Cleveland: aveva avidità insaziabile di ricchezze: Sara era povera; e a lui era stata proposta la mano di unʼaltra poco avvenente ma ricca fanciulla. Dopo una interna lotta fra i due partiti, lʼamore vinse lʼavarizia; il vincolo maritale non fece che accrescergli in cuore la passione; e fino allʼultima ora della vita di lui, Sara gustò il diletto dʼessere la sola fra le umane creature la quale potesse far traviare quellʼacuto e fermo intelletto, e fosse fervidamente amata da quel gelido cuore, e servilmente temuta da quellʼanimo intrepido.Secondo lʼopinione del mondo, il fido amore di Churchill ebbe ampia rimunerazione. La sua moglie, comunque scarsa di sostanze, gli portò una dote, che impiegata con giudizio, lo inalzò al grado di Duca, di Principe dello Impero, di capitano generale dʼuna grande coalizione, di arbitro tra principi potenti, e, ciò chʼegli pregiava sopra ogni cosa, lo rese il più ricco suddito che fosse in Europa. Ella era cresciuta fino dallʼinfanzia con la Principessa Anna, e neʼ cuori di entrambe era nata stretta amicizia. Per indole lʼuna poco somigliava allʼaltra. Anna era inerte e taciturna. Verso coloro chʼerano cari al suo cuore, mostravasi soave. La ira neʼ suoi sembianti prendeva forma di tristezza. Chiudeva in petto forte sentimento di religione, ed amava anche con bacchettoneria il rito e lʼordinamento della Chiesa Anglicana. Sara era vivace e volubile, dominava coloro ai quali prodigava le sue carezze, e ogni qual volta sentivasi offesa, sfogava la propria rabbia con pianti e impetuosi rimproveri.Non pretendeva affatto a mostrarsi una santa, e rasentò la taccia dʼirreligiosa. Allora non era per anche ciò che ella divenne quando certi vizi le sviluppò in cuore la prosperità, e certi altri lʼavversità, quando il buon successo e le lusinghe le avevano dato volta al cervello, quando il suo cuore esulcerarono mortificazioni e disastri. Ella visse tanto da ridursi la più odiosa e misera delle umane creature, vecchia strega in guerra con tutti i suoi, in guerra coi propri figli, e coʼ figliuoli deʼ figli, grande e ricca, ma apprezzatrice della grandezza e delle ricchezze, perchè con esse ella poteva affrontare lʼopinione pubblica, e sfrenatamente sbramare lʼodio suo contro i vivi e i morti. Regnante Giacomo, ella veniva considerata solo come una leggiadra ed altera giovine, la quale a volte mostravasi di cattivo umore o bisbetica, difetti che le venivano di leggieri perdonati in grazia della sua leggiadria.È comune opinione che le differenze dʼinclinazione, di mente, dʼindole non siano dʼimpedimento allʼamicizia, e che sovente la più stretta intimità esista tra due anime, lʼuna delle quali possegga ciò di cui lʼaltra difetta. Lady Churchill era amata e quasi adorata da Anna, la quale non poteva vivere divisa dallʼoggetto della sua romanzesca tenerezza. Anna prese marito, e fu moglie fedele ed affettuosa. Ma il Principe Giorgio, uomo pesante, che amava di cuore sopra ogni cosa un buon desinare e un buon fiasco, non acquistò mai su lei una influenza da paragonarsi a quella che esercitava lʼamica, e tosto si sottopose anchʼegli con istupida pazienza allo impero di quel vigoroso e predominante spirito che governava la moglie. Dai regali sposi nacquero figliuoli; ed Anna non difettava di sentimento materno. Ma la tenerezza che ella sentiva per le proprie creature era languida, in agguaglio allo affetto con che amava la compagna della sua infanzia. In fine la Principessa divenne insofferente deʼ riguardi che la convenienza imponevate: non poteva sentirsi chiamare Madama ed Altezza Reale da colei che le era più che sorella. Tali parole, per vero, erano necessario nella galleria o nel salone; ma smettevansi nelle segrete stanze. Anna chiamavasi la signora Morley, e LadyChurchill la signora Freeman; e sotto questi fanciulleschi nomi corse per venti anni un carteggio da cui finalmente dipesero le sorti di governi e dinastie. Ma per allora Anna non aveva potere politico nè patronato. Lʼamica Sara faceva lʼufficio di Maggiordoma, con un onorario di sole quattrocento lire sterline annue. Nonostante, vi è ragione a credere che in quel tempo Churchill potesse per mezzo della moglie appagare la passione onde era governato. La principessa, quantunque avesse una pingue entrata e gusti semplici, contrasse debiti, che furono da suo padre non senza brontolare pagati: e fu detto che di cotesti impacci pecuniarii era stata cagione la sua prodiga bontà verso la prediletta amica.[272]Alla perfine era giunto il tempo in cui cotesta singolare amicizia doveva esercitare grande influenza sopra gli affari dello Stato. Aspettavasi con grande ansietà sapere qual parte seguirebbe la Principessa Anna nella contesa che agitava la Inghilterra tutta quanta. Da un lato stava il dovere filiale; dallʼaltro la salvezza della religione, da lei sinceramente amata. Un carattere meno inerte avrebbe lungamente tentennato fra motivi così forti e rispettabili. Ma la influenza dei Churchill risolvè la questione; e la loro protettrice divenne parte importante di quella vasta lega che aveva per capo il Principe dʼOrange.XLVII. Nel giugno del 1686 Dykvelt ritornò allʼAja. Presentò agli Stati Generali una lettera del Re, che encomiava la condotta tenuta da lui nella sua dimora in Londra. Cotesti encomii, nulladimeno, erano prettamente formali. Giacomo nelle comunicazioni private, scritte di propria mano, acremente querelavasi che il Legato era vissuto in grande intimità coi più faziosi che fossero nel Regno, e gli aveva animati a persistere neʼ loro maligni proponimenti. Dykvelt recò parimente un fascio di lettere deʼ più eminenti tra coloro coʼ quali erasi abboccato nel suo soggiorno in Inghilterra. Costoro generalmente esprimevano infinita riverenza ed affetto per Guglielmo, e quanto alle loro mire, riferivansi alle informazioniorali che ne averebbe date il portatore delle lettere. Halifax ragionava colla sua consueta acutezza e vivacità intorno alle condizioni e alle speranze del paese, ma adoperava gran cura a non impegnarsi in nessuna pericolosa linea di condotta. Danby scrisse in un tono più audace e risoluto, e non potè frenarsi dallo schernire delicatamente gli scrupoli del suo egregio rivale. Ma la più notevole fra tutte era la lettera di Churchill. Era scritta con quella eloquenza naturale, la quale, per quanto egli fosse letterato, non gli mancava mai nelle grandi occasioni, e con unʼaria di magnanimità, che egli, perfido qual era, sapeva assumere con singolare destrezza. Diceva, la Principessa Anna avergli fatto comandamento di assicurare i suoi illustri parenti dellʼAja chʼessa era, con lʼaiuto di Dio, deliberatissima a perdere piuttosto la vita, che rendersi colpevole dʼapostasia. Quanto a sè stesso, glʼimpieghi e la grazia del Re erano nulla, trattandosi della sua religione. E concludeva dichiarando altamente, che se non poteva pretendere di avere menata la vita dʼun santo, sarebbe pronto, venuta lʼoccasione, a morire da martire.[273]XLVIII. Dykvelt era così bene riuscito nella sua commissione, che tosto trovossi un pretesto a spedire un altro agente onde continuare lʼopera con sì buoni auspici incominciata. Il nuovo Inviato, che poscia fondò una nobile casa inglese estinta ai tempi nostri, era cugino illegittimo di Guglielmo; e portava un titolo tratto dalla signoria di Zulestein. La parentela di Zulestein con la Casa dʼOrange gli dava importanza agli occhi del pubblico. Aveva il portamento dʼun valoroso soldato; per ingegno diplomatico e scienza cedeva di molto a Dykvelt, ma anche tale inferiorità aveva i suoi vantaggi. Un militare, il quale non sʼera mai impacciato di cose politiche, poteva, senza ombra di sospetto, tenere con lʼaristocrazia inglese relazioni, che, ove egli fosse stato rinomato maestro degli intrighi di Stato, sarebbero state rigorosamente spiate. Zulestein, dopo una breve assenza, fece ritorno alla patria recando lettere e messaggi orali non meno importanti diquelli chʼerano stati affidati al suo predecessore. Da quel tempo sʼistituì un carteggio regolare tra il Principe e la opposizione. Agenti di varie condizioni andavano e venivano dal Tamigi allʼAja. Fra questi fu utilissimo uno Scozzese non privo dʼingegno, e fornito di grande attività, il quale aveva nome Johnstone. Era cugino di Burnet, e figlio dʼun illustre convenzionista, il quale poco dopo la Restaurazione era stato dannato a morire come reo dʼalto tradimento, e veniva onorato come martire dal proprio partito.XLIX. La rottura tra il re dʼInghilterra e il Principe dʼOrange facevasi sempre maggiore. Una grave contesa era nata a cagione dei sei reggimenti che erano al soldo delle Provincie Unite. Il Re desiderava che venissero posti sotto il comando dʼufficiali romani. Il Principe fermamente sʼopponeva. Il Re aveva ricorso ai soliti luoghi comuni della tolleranza. Il Principe rispondeva chʼegli altro non faceva che seguire lo esempio di Sua Maestà. Era a tutti noto che uomini abili e leali erano stati in Inghilterra cacciati daʼ loro uffici, solo per essere protestanti. Era quindi ragione che lo Statoldero e gli Stati Generali tenessero ai papisti chiuso lʼadito agli alti impieghi pubblici. La risposta del Principe provocò lʼira di Giacomo a tal segno, chʼegli nel suo furore perdè dʼocchio la verità e il buon senso. Diceva con veemenza esser falso chʼegli avesse cacciato alcuno per motivi religiosi. E se lo avesse fatto, che importava ciò al Principe o agli Stati? Erano essi suoi padroni? Dovevano essi sedere a scranna per giudicare della condotta deʼ Sovrani stranieri? Da quel dì egli ebbe voglia di richiamare i suoi sudditi chʼerano aʼ servigi del Governo Olandese. Pensava che facendoli venire in Inghilterra, avrebbe reso più forte sè, e più deboli i suoi peggiori nemici. Ma vʼerano difficoltà tali di finanza che era impossibile non se ne accorgesse. Il numero deʼ soldati chʼegli manteneva, comecchè fosse maggiore che neʼ tempi trascorsi, e amministrato con parsimonia, era quale le sue rendite potessero sopportare. Se allo esercito si aggiungessero i battaglioni che erano al soldo dellʼOlanda, il Tesoro fallirebbe. Forse si potrebbe indurre Luigi a prenderli al suo servizio. Così verrebbero allontanati da un paese dove rimanevano sempreesposti alla corruttrice influenza dʼun governo repubblicano e dʼun culto calvinista, e sarebbero posti in un paese dove niuno rischiavasi a far fronte ai comandi del Sovrano o alle dottrine della vera Chiesa. I soldati tosto disimparerebbero ogni eresia politica e religiosa. Il Principe loro naturale potrebbe in pochi di richiamarli a prestargli mano forte, e in ogni occorrenza esser sicuro della fedeltà loro.Sʼaprirono intorno a questo negozio pratiche tra Whitehall e Versailles. Luigi aveva quanti soldati gli bisognavano; e se così non fosse stato, non avrebbe mai voluto milizie inglesi al suo soldo; imperciocchè la paga in Inghilterra, per quanto oggimai ci possa sembrare poca, era maggiore di quella che si dava in Francia. Nel tempo stesso era un gran che privare Guglielmo di sì belle milizie. Dopo un carteggio che durò alcune settimane, a Barillon fu data podestà di promettere che ove Giacomo richiamasse dallʼOlanda i soldati inglesi, Luigi pagherebbe la spesa a mantenerne due mila in Inghilterra. Tale offerta Giacomo accettò con calde espressioni di gratitudine. Ordinate le cose a quel modo, chiese agli Stati Generali che gli mandassero i sei reggimenti. Gli Stati Generali ligi a Guglielmo, risposero che simigliante domanda, in siffatte circostanze, non era autorizzata dai Trattati esistenti, e positivamente ricusarono dʼammetterla. È cosa notevole come Amsterdam, la quale aveva votato per tenere le predette milizie in Olanda, mentre Giacomo ne aveva mestieri contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, adesso fece ogni sforzo perchè si cedesse alla domanda del Re. In ambedue i casi, il solo scopo di coloro che reggevano quella grande città era quello di opporsi ai desiderii del Principe dʼOrange.[274]L. Ma le armi dʼOlanda erano a Giacomo meno formidabili di quel che fossero i torchj olandesi. AllʼAja stampavansi quotidianamentelibri e libercoli inglesi contro il Governo di lui; nè vi era vigilanza a impedire che migliaia di esemplari ne fossero introdotte di contrabbando nelle Contee poste lungo lʼoceano germanico. Fra tutte coteste pubblicazioni ne va predistinta una per la sua importanza e per lo immenso effetto che produsse. La opinione che intorno allʼAtto dʼIndulgenza tenevano il Principe e la Principessa dʼOrange, era ben nota a tutti coloro che prendevano interesse alle cose pubbliche. Ma perchè tale opinione non era stata officialmente annunciata, molti che non avevano mezzi di ricorrere a buone fonti, erano ingannati o rimanevano perplessi vedendo la sicurezza con che i partigiani della Corte asserivano le Altezze Loro approvare i recenti Atti del Re. Smentire pubblicamente tal voce sarebbe stato un mezzo semplice ed ovvio, se il solo scopo di Guglielmo fosse stato quello di vantaggiare i propri interessi in Inghilterra. Ma egli considerava la Inghilterra principalmente come strumento necessario alla esecuzione deʼ suoi grandi disegni intorno lʼEuropa; ai quali egli sperava di ottenere la cooperazione di ambedue le Case dʼAustria, deʼ Principi Italiani ed anche del Sommo Pontefice. Vʼera ragione a temere, una dichiarazione soddisfacente ai Protestanti inglesi non eccitasse sospetto e sinistri umori in Madrid, in Vienna, in Torino ed in Roma. A tal fine il Principe si astenne lungo tempo dallo esprimere i propri sentimenti. In fine gli fu fatto notare come il suo prolungato silenzio avesse destato inquietudine e diffidenza fra coloro che volevano il suo bene, e fosse ormai tempo di parlare: deliberò quindi di manifestare il proprio intendimento.LI. Un Whig scozzese, chiamato Giacomo Stewart, parecchi anni innanzi, sʼera rifugiato in Olanda onde sottrarsi allo stivaletto e alle forche, ed aveva stretto amicizia col Gran Pensionario Fagel, il quale godeva largamente la fiducia e la grazia dello Statoldero. Stewart era colui che aveva scritto il virulento Manifesto dʼArgyle. Appena promulgata la Indulgenza, Stewart pensò di cogliere il destro non solo ad ottenere perdono, ma a meritarsi una ricompensa. Offerse al governo al quale egli era stato nemico i propri servigi, che furono accettati, e mandò a Fagel una lettera dicendo essere stata scrittaper ordine di Giacomo. In essa il Pensionario veniva richiesto di adoperare tutta la sua influenza sul Principe e la Principessa onde indurli a secondare la politica del padre loro. Dopo alcuni giorni dʼindugio Fagel mandò una risposta profondamente pensata, e scritta con arte squisitissima. Niuno che mediti quel notevole documento, può non accorgersi che quantunque fosse composto con lo intendimento di rassicurare e piacere ai Protestanti inglesi, non vi si contiene una sola parola che possa recare offesa nè anche al Vaticano. Vi si diceva che Guglielmo e Maria approverebbero volentieri lʼabrogazione dʼogni legge penale contro ogni Inglese di qualunque classe si fosse, per cagione dʼopinioni religiose. Ma bisognava distinguere punizione da incapacità. Ammettere agli uffici i Cattolici Romani, non sarebbe, secondo opinavano le Altezze loro, vantaggioso nè al bene dellʼInghilterra, nè a quello degli stessi Cattolici Romani. Il Manifesto fu tradotto in varie lingue, e sparso profusamente per tutta lʼEuropa. Della versione inglese, fatta con gran cura da Burnet, ne furono introdotti nelle Contee Orientali circa cinquantamila esemplari, e furono rapidamente diffusi per tutto il reame. Nessuno scritto politico ebbe mai esito cotanto felice. I Protestanti dellʼisola nostra fecero plauso alla mirabile fermezza con che Guglielmo dichiarava di non potere assentire che i papisti avessero partecipazione alcuna alle cose di Governo. Ai Principi Cattolici Romani, dallʼaltro canto, piaceva lo stile mite e sobrio con cui era vestito il concetto del Principe, e la speranza ivi espressa che sotto il suo governo nessun credente della Chiesa di Roma riceverebbe molestia per motivo di religione.LII. È probabile che anche il Pontefice leggesse con piacere cotesta celebre lettera. Alcuni mesi innanzi aveva dato commiato a Castelmaine in un modo tale da mostrare poco riguardo pel Re dʼInghilterra. A Papa Innocenzo spiaceva affatto la politica interna non che la esterna del Governo Britannico. Vedeva come glʼingiusti e impolitici provvedimenti della cabala gesuitica avessero a rendere perpetue le leggi penali più presto che giungere ad abrogare lʼAtto di Prova. La sua contesa con la Corte di Versailles diveniva sempre più grave; nè poteva egli o come Principe temporale o comeSommo Pontefice sentire schietta amistà pel vassallo di quella Corte. Castelmaine non aveva i requisiti necessari a spegnere cotesta ripugnanza. Conosceva bene Roma, e, come laico, era profondamente erudito nelle controversie teologiche.[275]Ma non aveva la destrezza che il suo ufficio richiedeva; e quandʼanche fosse stato abilissimo diplomatico, vʼera una ragione che lo avrebbe reso inadatto a compire convenevolmente la sua commissione. Tutta Europa conoscevalo come il marito della più svergognata femmina, e non altrimenti. Era impossibile parlare con lui senza richiamarsi alla memoria il modo onde erasi acquistato il titolo chʼegli portava. Ciò sarebbe stato ben poco, sʼegli fosse stato ambasciatore a qualche dissoluta Corte, come quella in cui aveva pur dianzi dominato la Marchesa di Montespan. Ma era manifestamente inconvenevole lo averlo inviato ad unʼambasciata di natura più presto spirituale che temporale e ad un Pontefice di austerità antica. I Protestanti in tutta Europa lo ponevano in canzone; ed Innocenzo, già sfavorevolmente disposto verso il Governo Inglese, considerò il complimento fattogli quasi come affronto. A Castelmaine era stata assegnata una paga di cento lire sterline per settimana; ma egli ne mosse lamento dicendo che tre volte tanto appena sarebbe bastato: imperocchè in Roma i Ministri deʼ grandi potentati continentali si sforzavano di vincersi vicendevolmente per isplendidezza agli occhi di un popolo, il quale per essere avvezzo a vedere tanta magnificenza di edifizi, di decorazioni e di cerimonie, era di difficile contentatura. Dichiarò sempre di averci rimesso del suo. Lo accompagnavano vari giovani delle migliori famiglie cattoliche dellʼInghilterra, come sarebbero i Ratcliffe, gli Arundell, e i Tichborne. In Roma alloggiava in palazzo Panfili a mezzogiorno della magnifica Piazza Navona. Fino daʼ primi giorni era stato privatamente ricevuto da Papa Innocenzo; ma la pubblica udienza fu lungamente ritardata. E veramente gli apparecchi che andava facendo Castelmaine erano così sontuosi, che quantunque fossero incominciati alla Pasqua di Resurrezione del 1686 non furono compiti se non nel novembre dellʼanno stesso; nel quale mese il Papa ebbe, o simulò dʼavere un accesso di podagrache fece differire la cerimonia. Finalmente nel gennaio del 1687 la solenne presentazione segui con insolita pompa. I cocchi già lavorati appositamente in Roma, erano così magnifici che vennero reputati degni dʼessere trasmessi ai posteri per mezzo di belle incisioni, e celebrati dai poeti in diverse lingue.[276]La facciata del palazzo della legazione in quel solenne giorno era decorata con pitture di assurde e gigantesche allegorie. Vʼerano effigiati San Giorgio col piede sul collo di Tito Oates, ed Ercole che con la mazza percoteva College, il manuale protestante, il quale invano tentava difendersi col suo correggiato. Dopo cotesta pubblica dimostrazione, Castelmaine invitò tutti i più notevoli personaggi che allora si trovassero in Roma, ad un banchetto in quella gaia e splendida sala, la quale Pietro da Cortona ornò con pitture rappresentanti i fatti dellʼEneide. La intiera città corse a vedere la solennità; e a stento una compagnia di Svizzeri potè mantenere lʼordine fra gli spettatori. I nobili dello Stato Pontificio in contraccambio offrirono dispendiosi intertenimenti allo Ambasciatore; e i poeti e i belli spiriti furono invitati a tributare a lui e al suo signore iperboliche adulazioni, quali sogliono usarsi quando il genio e il gusto trovansi in gran decadenza. Fra tutti cotesti adulatori va predistinta una testa coronata. Erano corsi trenta e più anni da che Cristina, figlia del grande Gustavo, era volontariamente discesa dal trono di Svezia. Dopo lungo pellegrinare, nel corso del quale ella commise molte follie e molti delitti, erasi finalmente fermata in Roma,dove occupavasi di calcoli astrologici, dʼintrighi di conclave, e sollazzavasi con pitture, gemme, manoscritti, e medaglie. In quellʼoccasione ella compose alcune stanze in italiano in lode del Principe inglese, il quale, al pari di lei, nato da stirpe di Re fino allora considerati come campioni della Riforma, erasi, come lei, riconciliato allʼantica Chiesa. Una splendida ragunanza ebbe luogo nel suo palazzo; i suoi versi, posti in musica, furono cantati fra gli applausi universali; ed un suo famigliare, uomo letterato, recitò una orazione sul medesimo subietto, scritta in un stile si florido e intemperante, che pare offendesse il severo orecchio degli Inglesi che vʼerano presenti. I Gesuiti, nemici del Papa, devoti agli interessi della Francia, e inchinevoli a glorificare Giacomo, accolsero la legazione inglese con estrema pompa in quella principesca casa dove riposano le ossa dʼIgnazio di Loyola, rinchiuse in un monumento di lapislazzuli e dʼoro. La scultura e la pittura, la poesia e lʼeloquenza furono adoperate ad onorare gli stranieri: ma le arti tutte erano miseramente degenerate. Vi fu profusione di turgida ed impura latinità, indegna dʼun Ordine così erudito; e talune delle iscrizioni che adornavano le pareti, peccavano in cosa ben altrimenti più seria che non fosse lo stile. In una dicevasi che Giacomo aveva spedito al cielo il proprio fratello come suo messaggiero, ed in unʼaltra che Giacomo aveva apprestate le ali, con che il fratello erasi levato allʼeteree regioni. Vʼera anco un più sciagurato distico, al quale per allora si badò poco, ma che pochi mesi dopo fu rammentato ed ebbe sinistra interpretazione. «O Re,» diceva il poeta «cessa di sospirare per avere un figlio. Quandʼanche la natura si mostrasse avversa al tuo desiderio, le stelle troveranno modo di compiacerti.»Fra mezzo a tanti festeggiamenti, Castelmaine ebbe a soffrire mortificazioni ed umiliazioni crudeli. Il Pontefice trattavalo con estrema freddezza e riserbo. Qualvolta lo Ambasciatore lo sollecitava dʼuna risposta alla richiesta fatta di concedere un cappello cardinalizio a Petre, Papa Innocenzio, facendosi venire un violento colpo di tosse, poneva fine al colloquio. Si sparse per tutta Roma la voce di coteste singolari udienze. Pasquino non tacque. Tutti i curiosi e i ciarlieri dellacittà più sfaccendata del mondo, tranne solo i Gesuiti e i Prelati partigiani della Francia, facevano le matte risate alla sconfitta di Castelmaine; ed egli chʼera poco dolce dʼindole, ne divenne furioso, e fece correre in giro uno scritto mordace contro il Papa. Castelmaine così ponevasi dalla parte del torto; e lo scaltro Italiano acquistava vantaggio e voleva giovarsene. Dichiarò senza ambagi come la regola che escludeva i Gesuiti dalle dignità ecclesiastiche non si dovesse violare in favore di Padre Petre. Castelmaine offeso minacciò di andarsene via da Roma. Innocenzo rispose, con una mansueta impertinenza, tanto più provocante quanto non poteva distinguersi dalla semplicità, che Sua Eccellenza se ne andasse pure se così le piacesse. «Ma se noi dobbiamo perderlo» aggiunse il venerando Pontefice, «speriamo chʼegli badi alla propria salute nel fare il viaggio. GlʼInglesi non sanno quanto sia pernicioso in questi nostri paesi il viaggiare sotto i calori del giorno. Sarebbe bene adunque chʼegli si partisse avanti lʼalba onde a mezzodì si potesse riposare.» Con tale salutare consiglio e col dono dʼun rosario, il malarrivato ambasciatore ebbe commiato. Pochi mesi di poi comparve alla luce, in italiano e in inglese, una pomposa storia della sua legazione, stampata magnificamente in foglio e adorna dʼincisioni. Il frontespizio, a grande scandalo di tutti i Protestanti, rappresentava Castelmaine nel suo abito di Pari, con la corona di Conte nelle mani, in atto di baciare il piede a Papa Innocenzo.[277]
Vi sono due opposti errori, in cui coloro che studiano gli annali della patria nostra, continuamente pericolano di cadere: lo errore di giudicare il presente per mezzo del passato; e lo errore di giudicare il passato per mezzo del presente. Il primo appartiene alle menti inchinevoli a venerare ciò che è vecchio: il secondo alle menti corrive ad ammirare ciò che è nuovo. Lʼuno può sempre osservarsi neʼ ragionamenti deʼ politici conservatori intorno alle questioni deʼ loro tempi; lʼaltro, nelle speculazioni degli scrittori della scuola liberale sempre che discutono intorno ai fatti dʼun età trascorsa. Quello è più pernicioso in un uomo di Stato; questo in uno storico.Non è agevole a chi, neʼ tempi nostri, imprende a trattare della rivoluzione che detronizzò gli Stuardi, tenersi fermamente per lo diritto mezzo fra cotesti due estremi. La questione se i membri della Chiesa Cattolica Romana potevano senza pericolo ammettersi al Parlamento e agli uffici, perturbò la patria nostra, regnante Giacomo II; quietò alla caduta di lui; e dopo dʼessere rimasta sopita per più dʼun secolo, fu ridestata da quel grande concitamento dello spirito umano, dopo il ragunarsi della Assemblea Nazionale in Francia. Pel corso di trenta anni, la contesa progredì in ambedue le Camere del Parlamento, in ogni collegio elettorale, in ogni cerchio sociale. Distrusse ministeri, sgominò partiti; in una parte dello Impero rese impossibile ogni specie di Governo; e in fine ci condusse allʼorlo dʼuna guerra civile. Anche terminata la lotta, le passioni che ne erano nate, continuarono ad infuriare. Era pressochè impossibile a chiunque avesse la mente dominata da cotali passioni, il vedere nella loro vera luce gli eventi degli anni 1687 e 1688.Parecchi uomini politici, muovendo da questa retta sentenza, che la Rivoluzione è stata un gran bene alla patria nostra, giunsero alla falsa conclusione, che non si poteva senza pericolo abolire nessuno Atto di Prova, cui gli uomini di Stato della Rivoluzione avevano creduto necessario dʼimporre, a fine di proteggere la religione e la libertà nostra. Altri, muovendo dalla retta sentenza, che le incapacità imposte ai Cattolici Romani non avevano prodotto altro che danno, giunsero allafalsa conclusione, che in nessun tempo le predette incapacità furono mai necessarie. Il primo errore serpeva per entro alle orazioni dellʼacuto e dotto Eldon; il secondo influì anche sopra un intelletto grave e filosofico, qual era quello di Mackintosh.Nonostante, esaminando bene la cosa, si vedrà forse che noi possiamo difendere la condotta che era unanimemente approvata da tutti gli statisti inglesi del secolo decimosettimo, senza porre in questione la saviezza della condotta unanimemente approvata da tutti glʼinglesi statisti del tempo nostro.Senza dubbio, egli è un male che alcun cittadino sia escluso dagli uffici civili a cagione delle sue opinioni religiose; ma talvolta alla umana saggezza altro non rimane che lo scegliere fra diversi mali. Può una nazione trovarsi in tale situazione, che la maggioranza debba o imporre incapacità o sottoporvisi; e ciò che in condizioni ordinarie può giustamente biasimarsi come persecuzione, possa essere considerato come retto mezzo di difesa: e siffatta, nellʼanno 1687, era la situazione dellʼInghilterra.Secondo la Costituzione del Regno, Giacomo aveva potestà di nominare quasi tutti i pubblici ufficiali; politici, giudiciali, ecclesiastici, militari e marittimi. Nello esercizio di tale potestà egli non era, al pari deʼ Sovrani deʼ giorni nostri, costretto ad agire secondo il consiglio deʼ ministri approvati dalla Camera deʼ Comuni. Era quindi evidente, che, a meno chʼegli non fosse strettamente obbligato per legge a non concedere uffici ad altri che ai Protestanti, starebbe in lui di non concederli ad altri che ai Cattolici Romani. I Cattolici Romani erano pochi di numero, e fra loro non vʼera un solo uomo deʼ cui servigi la cosa pubblica non potesse fare a meno. La proporzione in che essi stavano verso la popolazione dellʼInghilterra, era assai minore di quel che sia nei giorni nostri. Imperciocchè, adesso, dalla Irlanda lʼonda della emigrazione di continuo si versa sulle nostre grandi città; ma nel secolo decimosettimo non era in Londra nè anche una colonia irlandese. Quarantanove cinquantesimi degli abitanti del reame, quarantanove cinquantesimi dei possidenti del reame, pressochè tutti gli uomini abili, esperti e dotti nella politica, nellagiurisprudenza, nellʼarte militare, erano Protestanti. Nondimeno, il Re, stranamente acciecato, sʼera fitto in capo di servirsi della sua potestà di conferire glʼimpieghi, come di un mezzo a fare proseliti. Appartenere alla Chiesa di lui, era agli occhi suoi il primo di tutti i requisiti ad ottenere un ufficio. Appartenere alla Chiesa dello Stato, era una positiva incapacità. Biasimava, egli è vero, con parole, cui hanno fatto plauso alcuni creduli amici della libertà religiosa, la mostruosa ingiustizia di quellʼAtto di Prova, che escludeva una piccola minoranza della nazione daʼ pubblici impieghi; ma nel tempo stesso studiavasi dʼimporre un Atto di Prova che escludesse la maggioranza. Gli pareva ingiusto che un uomo il quale fosse buon finanziere e suddito leale, dovesse essere escluso dallʼufficio di Lord Tesoriere solamente perchè era papista. Ma egli stesso aveva cacciato via un Lord Tesoriere, da lui tenuto per buon finanziere e leale suddito, solamente perchè era Protestante. Aveva più volte e chiaramente detto, che non avrebbe mai posto il bianco bastone nelle mani dʼun eretico. Quanto agli altri grandi uffici dello Stato, aveva tenuto la medesima condotta. Già il Lord Presidente, il Lord del Sigillo Privato, il Lord Ciamberlano, il Lord dettoGroom of the Stole, il primo Lord del Tesoro, un Segretario di Stato, il Lord Alto Commissario di Scozia, il Cancelliere e il Segretario di Scozia, erano, o facevano mostra dʼessere, Cattolici Romani. Molti di costoro nati nella Chiesa Anglicana, sʼerano resi colpevoli dʼapostasia pubblica o segreta, onde ottenere i loro alti uffici, o mantenervisi. Tutti i Protestanti che seguitavano a rimanere in alcuni impieghi dʼimportanza, di continuo temevano dʼessere destituiti. Non finirei mai se volessi notare gli altri impieghi occupati dai Cattolici Romani, i quali già brulicavano in ogni dipartimento del pubblico servizio. Essi erano Lordi Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Magistrati, Giudici di Pace, Commissari delle Dogane, Legati presso le Corti straniere, Colonnelli di Reggimento, Governatori di fortezze. La proporzione degli emolumenti che la Corona aveva potestà di concedere e che i Cattolici avevano in pochi mesi ottenuti, era dieci volte maggiore di quel che sarebbe stata sotto un governo imparziale. E vʼera anchepeggio. Ad essi fu data potestà di governare la Chiesa Anglicana. Uomini che avevano assicurato al Re di professare la religione di lui, sedevano nellʼAlta Commissione, ed esercitavano giurisdizione suprema nelle cose spirituali sopra tutti i prelati e i preti della Religione dello Stato. Beneficii ecclesiastici di grande dignità erano, stati impartiti ad uomini che o professavano apertamente il papismo, o lo professavano di furto. E tutto ciò compivasi mentre le leggi contro il papismo non erano per anche abrogate, e mentre Giacomo aveva non poco interesse a simulare rispetto ai diritti della coscienza. Quale, dunque, sarebbe verosimilmente stata la sua condotta, se i suoi sudditi avessero consentito con un Atto legislativo a liberarlo anco dallʼombra della restrizione? È egli possibile dubitare, che facendo uso strettamente legale della prerogativa, i Protestanti sarebbero stati esclusi dagli uffici, come lo fossero mai stati i Cattolici Romani per virtù dʼAtto Parlamentare?Con quanta ostinazione Giacomo fosse deliberato a compartire ai suoi correligionari gli emolumenti dello Stato fuori dʼogni proporzione col numero e con lʼimportanza loro, si raccoglie dalle istruzioni chʼegli, esule e vecchio, scrisse per ammaestramento di suo figlio. Non è possibile senza un sentimento di pietà e di scherno leggere quelle espansioni dʼuna mente alla quale tutti gli ammonimenti della esperienza e dellʼavversità erano tornati vani. Ivi il Pretendente è avvertito, ove ascendesse mai sul trono dʼInghilterra, a partire gli uffici, e conferirne ai membri della Chiesa di Roma tanta parte, quanta sarebbe loro bastata se invece dʼessere la cinquantesima parte della nazione, ne fossero stati la metà. Un Segretario di Stato, un Commissario del Tesoro, un Segretario di Guerra, il maggior numero deʼ grandi dignitari della Casa Reale, il maggior numero degli ufficiali dellʼesercito, debbono sempre essere Cattolici. Tali erano glʼintendimenti di Giacomo dopo che la sua perversa bacchettoneria gli aveva chiamato sul capo una punizione la quale aveva spaventato il mondo intero. È egli, quindi, possibile dubitare quale sarebbe stata la sua condotta se il suo popolo, tratto in inganno dal vuoto nome di libertà religiosa, lo avesse lasciato senza freno procedere per la sua via?Eʼ sembra che anco Penn, per quanto intemperante e dissennato fosse il suo zelo per la dichiarazione, sentisse come la parzialità onde gli onori e gli emolumenti erano prodigati ai Cattolici Romani, poteva ragionevolmente destare gelosia nella nazione. Ei confessava, che, abrogando lʼAtto di Prova, i Protestanti avrebbero diritto ad un compenso, o, come egli diceva, equivalente; e giunse fino a indicare varie specie di compensi. Per parecchi giorni la parolaequivalente, dalla Francia pur allora passata in Inghilterra, sʼudiva sulle labbra di tutti gli oratori delle botteghe di caffè: se non che poche pagine, condite di acuta logica e delicato sarcasmo, scritte da Halifax, posero fine a queʼ futili disegni. Una delle proposte di Penn era di fare una legge la quale dividesse in tre parti uguali glʼimpieghi che la Corona aveva potestà di concedere, e desse una di queste tre parti ai membri della Chiesa di Roma. Ed anche con siffatto ordinamento, i membri della Chiesa di Roma avrebbero ottenuto gli uffici in proporzione quasi venti volte maggiore di quel che sarebbe stato giusto; e nondimeno, non abbiamo ragione a credere che il Re volesse consentire a cotale ordinamento. Ma ove avesse consentito, quale guarentigia avrebbe egli offerto di mantenere il patto? Il dilemma proposto da Halifax non ammetteva risposta. Se le leggi vi legano, osservate quella che esiste; se non vi legano, è inutile farne una nuova.[262]È chiaro, adunque, che la questione non era di vedere se gli uffici secolari dovessero essere accessibili aglʼindividui di tutte le sètte. Finchè Giacomo rimaneva sul trono, era inevitabile la esclusione; e si trattava di sapere quali dovevano rimanere esclusi, i Papisti o i Protestanti, i pochi o i molti, centomila inglesi o cinque milioni.Cotali sono i gravi argomenti pei quali la condotta del Principe dʼOrange verso i Cattolici Romani dʼInghilterra si può conciliare coʼ principii della libertà religiosa. Questi argomenti, come potrebbe notarsi, non hanno relazione alcuna con la teologia cattolica romana. Potrebbe anche notarsi, che essi tornarono vani dopo che la Corona si fu rafferma in una dinastia di sovrani protestanti, e dopo che la Camera deʼ Comuninello Stato ebbe acquistata tanta preponderanza, che nessun sovrano, siano qualunque si vogliano supporre le sue opinioni o le sue tendenze, avrebbe potuto imitare lo esempio di Giacomo. La nazione, non per tanto, dopo i terrori, le lotte, i pericoli suoi, rimase piena dʼumori sospettosi e vendicativi. E però queʼ mezzi di difesa, un tempo dalla necessità giustificati, e dalla sola necessità giustificabili, furono ostinatamente adoperati anco dopo che non furono più necessari, e non furono messi da banda finchè il volgare pregiudizio mantenne un conflitto di molti anni contro la nazione. Ma neʼ tempi di Giacomo la nazione e il pregiudizio volgare stavano insieme congiunti. I fanatici ed ignoranti volevano escludere dagli uffici il Cattolico Romano perchè adorava glʼidoli di legno e di pietra; perchè era segnato del segno della bestia, aveva arsa Londra, strangolato sir Edmondsbury Godfrey; e il più savio e tollerante politico, mentre sorrideva aglʼinganni che traviavano la plebe, riusciva, per diverso cammino, alla stessa conclusione.Il gran pensiero di Guglielmo oramai era quello di congiungere in un solo corpo le numerose parti del popolo, le quali lo consideravano come loro capo comune. A compire cotesta opera fu aiutato da alcuni abili e fidi uomini, fraʼ quali gli furono di singolare utilità Burnet e Dykvelt.XXXIX. Quanto a Burnet, a dir vero, era mestieri servirsene con qualche cautela. La cortesia onde egli era stato accolto allʼAja, aveva destata la rabbia di Giacomo. Il quale scrisse a Maria varie lettere piene dʼinvettive contro lo insolente e sedizioso teologo da lei protetto. Ma cosiffatte accuse fecero in lei sì poco effetto, che scrisse al padre lettere di risposta dettate dallo stesso Burnet. In fine, nel gennaio del 1687, il Re ricorse a più vigorosi mezzi. Skelton, che aveva rappresentato il governo inglese appo le Provincie Unite, era stato inviato a Parigi, e gli era stato sostituito Albeville, il più debole e vile di tutti i componenti la cabala gesuitica. Albeville non curavasi dʼaltro che del danaro, e lo prendeva da tutti coloro che glielʼoffrissero. Era pagato a un tempo dalla Francia e dallʼOlanda; anzi abbassavasi fino al di sotto della miserabile dignità della corruzione, ed accettava mancesì frivole, chʼerano degne più presto dʼun facchino o dʼun servitore che dʼun inviato, baronetto inglese e insignito di un marchesato in paese straniero. Una volta accettò con molta compiacenza una gratificazione di cinquanta zecchini in prezzo dʼun servigio da lui reso agli Stati Generali. Costui ebbe incarico di chiedere che Burnet non fosse più oltre tollerato allʼAja. Guglielmo che non voleva perdere un amico si utile, rispose tosto con la sua solita freddezza: «Io non so, o Signore, che il Dottore da che è stato qui, abbia fatto o detto cosa, di cui sua Maestà possa muovere giusto lamento.» Ma Giacomo instette; il tempo dʼuna aperta rottura non era per anche arrivato; e fu mestieri cedere. Per diciotto e più mesi Burnet non comparve mai dinanzi al Principe o alla Principessa: ma abitava loro da presso; sapeva ogni cosa che seguisse; veniva continuamente richiesto di consiglio; la sua penna era adoperata in tutte le più importanti occorrenze; e molti deʼ più pungenti ed efficaci articoli, che intorno a quel tempo pubblicavansi in Londra, venivano dirittamente a lui attribuiti.Oltre misura sʼaccrebbe la rabbia di Giacomo, il quale era sempre stato non poco inchinevole allʼira. Per nessuno deʼ suoi nemici, nè anche per coloro che lo avevano con lo spergiuro incolpato di tradimento e dʼassassinio, aveva egli mai sentito lo sdegno onde adesso era acceso contro Burnet. Sua Maestà quotidianamente vituperava il Dottore con parole indegne dʼun Re, e meditava vendicarsene con modo proditorio. Il solo sangue non sarebbe bastato a sbramare quellʼodio frenetico. Lo insolente teologo, innanzi che gli fosse concessa la morte, doveva patire i tormenti della tortura. Fortunatamente egli era scozzese; e in Iscozia, avanti che fosse appeso alle forche nel Grassmarket, potevano dirompergli le gambe con lo stivaletto. Per la qual cosa venne contro lui istituito un processo in Edimburgo: ma sʼera naturalizzato in Olanda; aveva sposata una olandese; e sapevasi certo che il governo della sua patria adottiva non lo avrebbe consegnato. Fu quindi deliberato di coglierlo alla rete e rapirlo. Con grossa somma di pecunia si presero a soldo alcuni facinorosi uomini per compire la perigliosa ed infame opera. Un ordinedi sborsare tre mila lire sterline a cotesto uso fu scritto per esser firmato nellʼufficio del Segretario di stato. A Luigi fu palesato il disegno, e vi prese un caldo interesse. Diceva di volere fare ogni sforzo perchè lo scellerato fosse dato nelle mani del Governo inglese, promettendo ad un tempo asilo sicuro in Francia ai ministri della vendetta di Giacomo. Burnet bene sapeva dʼessere in grave pericolo; ma la timidità non andava annoverata fraʼ suoi difetti. Stampò una coraggiosa risposta alle colpe che gli erano state apposte daʼ tribunali di Edimburgo. Diceva saper bene che lo volevano ammazzare senza processo; ma affidarsi nel Re dei Re, al cospetto del quale il sangue innocente non grida invano vendetta anco contro i possenti principi della terra. Invitò a desinare alcuni amici suoi, e in sulla fine disse loro in solenne contegno lʼultimo addio, come uomo dannato a morire, col quale non era quinci innanzi per loro sicuro il conversare. Non pertanto seguitò a mostrarsi in tutti i luoghi pubblici dellʼAja con tanta audacia da muovere gli amici suoi a rimproverarlo di insana temerità.[263]XL. Mentre Burnet era segretario di Guglielmo per gli affari inglesi in Olanda, Dykvelt non era stato meno utilmente mandato in Inghilterra. Dykvelt apparteneva a quella insigne classe dʼuomini pubblici, i quali avendo imparato lapolitica nella nobile scuola di Giovanni De Witt, dopo la caduta di quel gran ministro, pensavano di adempiere meglio al debito loro verso la repubblica collegandosi col Principe di Orange. Fra tutti i diplomatici aʼ servigi delle Provincie Unite nessuno per destrezza, indole e modi, era superiore a Dykvelt. Nella conoscenza degli affari inglesi, a quanto sembra, nessuno lʼuguagliava. Trovato un pretesto, egli in sul principio del 1687 fu spedito in Inghilterra per una commissione speciale, munito di lettere di credenza dagli Stati Generali. Ma in verità egli non andava ambasciatore al Governo, bensì alla opposizione; e intorno al modo di condursi ricevè istruzioni peculiari scritte da Burnet ed approvate da Guglielmo.[264]XLI. Dykvelt scrisse come Giacomo fosse amaramente mortificato della condotta del Principe e della Principessa. «Il dovere del mio nepote» disse il Re «è quello di rinvigorire il mio braccio, ed invece gli è piaciuto di contrariarmi sempre.» Dykvelt rispose che nelle faccende private Sua Altezza aveva mostrato ed era pronto a mostrare la più grande deferenza ai voleri del Re; ma non era ragionevole pretendere chʼegli, principe protestante, cooperasse con altri aʼ danni della religione protestante.[265]Il Re si tacque, ma non calmossi. Vedeva, con tanto cattivo umore da non poterlo nascondere, Dykvelt ordinare e disciplinare le varie frazioni della opposizione, con una maestria, che sarebbe stata argomento di lode in uno statista inglese, e che era maravigliosa in uno straniero. Al clero diceva che avrebbe nel principe dʼOrange trovato un amico allo episcopato e al Libro della Preghiera Comune. Incoraggiava i Non-Conformisti ad aspettarsi da lui, non solo tolleranza, ma comprensione ovvero assimilazione alla Chiesa dello Stato. Seppe conciliarsi perfino i Cattolici Romani; ed alcuni deʼ più rispettabili fra loro dichiararono al cospetto del Re dʼessere soddisfatti delle proposte di Dykvelt,e dʼamar meglio una tolleranza assicurata con un Atto legislativo, che un predominio illegale e precario.[266]I capi di tutti i più importanti partiti della nazione conferivano spesso in presenza del destro diplomatico. In siffatte ragunanze le opinioni del partito Tory erano principalmente espresse daʼ Conti di Danby e di Nottingham. Quantunque otto e più anni fossero decorsi dacchè Danby era caduto dal potere, ei godeva tuttavia grande reputazione fraʼ vecchi Cavalieri di Inghilterra; e molti anche di queʼ Whig, i quali lo avevano per innanzi osteggiato, adesso inchinavano a credere chʼegli portasse la pena di falli non suoi, e che il suo zelo per la regia prerogativa, comecchè lo avesse di sovente fatto traviare, fosse contemperato da due sentimenti che gli tornavano ad onore: dallo zelo per la religione dello Stato, e dallo zelo per la dignità e la indipendenza della patria. Era parimente tenuto in grande stima allʼAja, dove non era stato mai dimenticato come egli fosse colui, il quale, malgrado la Francia e i Papisti, aveva indotto Carlo a concedere la mano della Principessa Maria al cugino di lei.XLII. Daniele Finch, Conte di Nottingham, gentiluomo il cui nome spesso sʼincontrerà nella storia di tre regni pieni di vicissitudini, discendeva da una famiglia sopra tutte eminente nel fôro. Uno deʼ suoi congiunti era stato Guardasigilli di Carlo I, aveva prostituito le insigni qualità e la dottrina onde era adorno, a riprovevoli fini, ed era stato perseguitato dalla vendetta della Camera deʼ Comuni allora governata da Falkland. Heneage Finch nella susseguente generazione aveva acquistata più onorevole rinomanza. Tosto dopo la Ristaurazione era stato fatto Avvocato Generale. Sʼera quindi inalzato al grado di Procuratore Generale, di Lord Guardasigilli, di Lord Cancelliere, di Barone Finch, di Conte di Nottingham. In tutta la sua prospera carriera aveva sempre mantenuta la prerogativa tanto alto quanto più glielo avevano conceduto la onestà e la decenza; ma non sʼera mai implicato in nessuna cospirazione contro le leggi fondamentali del Regno. Fra mezzo a una Corte corrotta aveva mantenuta intemerata la propria integrità. Godeva alta riputazione dʼoratore, quantunqueil suo stile formato sopra scrittori anteriori alle guerre civili, venisse verso gli ultimi suoi anni giudicato duro e pedantesco daglʼingegni della sorgente generazione. In Westminster Hall lo rammentano tuttora con riverenza, come colui che, primo tra tutti, da quella confusione che in antico dicevasi Equità, trasse un nuovo sistema di giurisprudenza, regolare e compiuto al pari di quello il quale aʼ dì nostri amministrano i Giudici del Diritto Comune.[267]Parte considerevole delle doti morali o intellettuali di questo gran magistrato aveva ereditate col titolo di Nottingham il maggiore deʼ suoi figli. Il conte Daniele era onorevole e virtuoso uomo. Comecchè fosse schiavo dʼalcuni assurdi pregiudicii, e soggetto a strani accessi di capriccio, non può tacciarsi dʼavere deviato dal sentiero della rettitudine per correre dietro ad illeciti guadagni o ad illeciti diletti. Come il padre suo, egli era egregio parlatore, penetrante, ma prolisso, e solenne con troppa monotonia. La sua persona era in perfetta armonia con la sua eloquenza. Il suo atteggiamento era secco e diritto, il colore della pelle sì bruno che si sarebbe potuto riputare nato in un clima più caldo del nostro; e i suoi austeri sembianti componeva in guisa da somigliare al capo deʼ piagnoni in un funerale. Dicevasi comunemente chʼegli sembrasse un grande di Spagna, più presto che un gentiluomo inglese. I soprannomi di Dismal (lugubre,tristo), Don Dismallo, Don Diego, gli furono apposti dagli spiriti arguti, e non sono per anche caduti nellʼoblio. Aveva studiosamente atteso alla scienza chʼera stata cagione dello inalzamento di sua famiglia, e per uomo del suo grado e della sua ricchezza, egli era assai dotto nelle patrie leggi. Amava fervidamente la Chiesa Anglicana, e mostrava ad essa riverenza in due modi non comuni fra queʼ Lordi, i quali in quel tempo menavano vanto dʼesserle caldi amici, pubblicando, cioè, scritti a difenderne i dogmi, e conducendo la vita secondo i precetti di quella. Al pari degli altri zelanti della Chiesa Anglicana, aveva, fino a poco innanzi, tenacemente sostenuta lʼautorità monarchica. Ma alla politica adottata dalla Corte, dopo che fu spenta la insurrezione delle Contrade Occidentali, egli era acremente ostile, e lo divennemaggiormente dal di in cui il suo minor fratello Heneage Finch era stato destituito dallʼufficio di Avvocato Generale per avere ricusato di difendere la potestà di dispensare, pretesa dal Re.[268]XLIII. Con questi due Conti del partito Tory oggimai trovavasi congiunto Halifax, lo spettabile capo deʼ Barcamenanti. Eʼ pare che in quel tempo Halifax avesse un gran predominio sulla mente di Nottingham. Tra Halifax e Danby era una nimistà, la quale, già nota nella Corte di Carlo, poi perturbò la Corte di Guglielmo, ma come molte altre nimicizie, fu sopita dalla tirannia di Giacomo. I due avversari di frequente trovavansi insieme nelle ragunanze tenute da Dykvelt, e concordavano nel biasimare la politica del Governo, nel riverire il Principe dʼOrange. La diversità del carattere di cotesti due uomini di Stato vedevasi a chiari segni nelle loro relazioni con lʼoratore olandese. Halifax mostrava ammirevole ingegno nel discutere, ma ripugnava a venire ad alcuna ardimentosa e irrevocabile deliberazione. Danby, assai meno sottile ed eloquente, aveva più energia, risolutezza, e pratica sagacia.Non pochi deʼ Whig più cospicui di continuo comunicavano con Dykvelt. Ma i capi delle grandi famiglie Cavendish e Russell non poterono prendervi quella parte attiva e notevole chʼera da aspettarsi dal grado e dalle opinioni loro. Sopra la fama e le sorti di Devonshire pesava in quel tempo una nube. Egli aveva una malaugurata contesa con la Corte, non per una ragione politica ed onorevole, ma per una rissa privata, nella quale anche i più caldi deʼ suoi amici non lo reputavano affatto scevro di biasimo. Trovandosi a Whitehall era stato insultato da un uomo che aveva nome Colepepper, ed era uno di queʼ bravazzoni i quali infestavano le sale di Corte, e studiavano di procacciarsi il favore del Governo affrontando i membri dellʼopposizione. Il Re stesso si mostrò grandemente sdegnato pel modo con che uno deʼ più illustri Pari del Regno era stato trattato dentro la reggia; e a placare Devonshirepromise che Colepepper non metterebbe mai più il piede in palazzo. Nulladimeno, poco dopo, lo interdetto fu tolto; e il risentimento del Conte destossi di nuovo. I suoi servi ne abbracciarono la causa; e per le vie di Westminster si videro scene che parevano richiamare la memoria di tempi barbari. Il Consiglio Privato consumava il suo tempo nelle accuse e recriminazioni delle parti avverse. La moglie di Colepepper dichiarò come la vita di lei e quella del marito fossero in continuo pericolo, e le case loro fossero state assalite da facinorosi coperti della livrea di Cavendish. Devonshire disse che dalle finestre di Colepepper gli era stato tirato un colpo di pistola. Colepepper negò il fatto, confessando a un tempo stesso, che una pistola, carica solo a polvere, era stata scaricata in un momento di terrore a fine di chiamare allʼarmi le guardie. Mentre ferveva il litigio, il Conte incontrò Colepepper nella gran sala di Whitehall, e gli parve di vedere in sulla fronte al bravazzone unʼaria di fiducia e di trionfo. Nulla dʼinconvenevole accadde al cospetto del Re, ma appena entrambi trovaronsi fuori la sala, lungi dalla presenza di lui, Devonshire propose di terminare in sullʼistante la contesa con la spada. Lʼaltro ricusò la disfida. Allora lʼaltero ed animoso Pari, dimenticando la riverenza dovuta al luogo, ed al proprio carattere, diede un colpo di mazza in viso a Colepepper. Tutti concordemente biasimarono questʼatto come indiscretissimo e indecentissimo; nè lo stesso Devonshire, come si sentì calmare il sangue, ci potè ripensare senza rincrescimento e vergogna. Il Governo nondimeno, con la solita insania, lo trattò con tanto rigore, che in breve egli si acquistò la universale simpatia della nazione. Una accusa criminale fu deposta presso il Banco del Re. Lo accusato allegò i suoi privilegi di Pari; ma ciò con una pronta sentenza non fu ammesso; nè si può negare che tale sentenza, fosse o non fosse conforme alle regole pratiche della legge inglese, era in istretta conformità coi grandi principii sopra i quali ogni legge dovrebbe appoggiarsi. Nullʼaltro dunque rimanevagli che il confessarsi reo. Il tribunale, per le successive destituzioni, era stato ridotto ad una sommissione così assoluta, che il governo il quale aveva intentato il processo, potè dettarela condanna. I giudici andarono in corpo da Jeffreys, il quale insistè che condannassero il reo ad una pena di trentamila lire stelline. Siffatta somma, ragguagliata alle rendite deʼ nobili di quella età, risponderebbe a centocinquantamila sterline del decimonono secolo. In presenza del Cancelliere i giudici non profferirono verbo di disapprovazione; ma appena partitisi, Sir Giovanni Powell, nel quale sʼera ridotto tutto quel poco dʼonestà che rimanesse nel tribunale, mormorò dicendo la multa essere enorme, e solo la decima parte essere bene bastevole. I suoi confratelli non furono dʼaccordo con lui; nè egli in cotesto caso fece prova di quel coraggio, con che pochi mesi dopo, in un memorando giorno, redense la propria fama. Il Conte quindi fu condannato ad una pena di trentamila lire sterline, e alla carcere fino alla estinzione del pagamento. Una tanta somma di pecunia non si sarebbe in un solo giorno potuta mettere insieme nè anche dal grandissimo deʼ nobili. La sentenza della carcerazione nondimeno fu più agevolmente pronunziata che eseguita. Devonshire erasi ritirato a Chatsworth, dove attendeva a trasformare la vecchia magione gotica della sua famiglia in un edificio degno di Palladio. Il distretto del Peak era in quei tempi rozzo come oggidì trovasi Connemara, e lo sceriffo credeva, o simulava, essere difficile metter le mani addosso al signore dʼuna regione così selvaggia fra mezzo a cotanti fedeli famigliari e dipendenti. In tal guisa passarono parecchi giorni: ma in fine il Conte e lo sceriffo furono entrambi imprigionati. Intanto una folla dʼintercessori cominciò a darsi moto. Si disse che la Contessa vedova di Devonshire era stata ammessa alle secrete stanze del Re, al quale aveva rammentato come il valoroso Carlo Cavendish cognato di lei fosse morto in Gainsborough combattendo a difesa della Corona, ed aveva mostrato certe scritte nelle quali Carlo I e Carlo II riconoscevano di avere ricevuto grosse somme prestate loro da suo marito a tempo delle guerre civili. Siffatte somme non erano state mai rese, e computatovi i frutti, ammontavano ad una somma maggiore della immensa multa imposta dalla Corte del Banco del Re. Vi era altra ragione che sembra avere avuto agli occhi di Giacomo maggior peso che la rimembranza deʼ servigi resi altrono. Forse sarebbe stato mestieri convocare il Parlamento, e credevasi che allora Devonshire avrebbe prodotto un ricorso contro la sentenza per difetto di forma. Il punto, intorno al quale egli intendeva di appellarsi contro la sentenza del Banco del Re, riferivasi ai privilegi della paria. Il tribunale che doveva di ciò giudicare era la Camera deʼ Pari; e così essendo, la Corte non poteva essere sicura neppure del voto dei più cortigiani fraʼ nobili. Non era dubbio alcuno che la sentenza verrebbe annullata, e che il Governo per volere abbracciar troppo perderebbe ogni cosa cosa. E però Giacomo inchinava a venire a patti. A Devonshire fu fatto sapere che ove egli firmasse una scritta dʼobbligo di trenta mila sterline, e in tal guisa si precludesse la vita a intentare unʼazione per difetto di forma, sarebbe liberato di prigione, e dipenderebbe dalla sua futura condotta lʼuso da farsi di cotale documento. Sʼegli votasse a favore della potestà di dispensare, non se ne parlerebbe altrimenti; ma sʼegli amasse meglio di mantenere la propria popolarità, gli si farebbe pagare trenta mila lire sterline. Ei ricusò, per qualche tempo, di consentire a tale proposta; ma divenutagli insopportabile la prigionia, firmò la scritta dʼobbligo e fu scarcerato: e comecchè consentisse a gravare di tal pesante carico il suo patrimonio, nulla potè indurlo a promettere dʼabbandonare il partito e i principii suoi. Seguitò ad essere partecipe di tutti gli arcani della opposizione: ma per alquanti mesi i suoi amici politici reputarono esser meglio per lui e per la causa comune chʼegli si tenesse in fondo alla scena.[269]XLIV. Il Conte di Bedford non sʼera mai più riavuto dal colpo con che, quattro anni innanzi, la sventura gli aveva trafitto il cuore. Per sentimenti personali, non che per opinioni politiche, egli procedeva ostile alla Corte: ma non eraoperoso nel combinare i mezzi dʼavversarla. Nelle ragunanze deʼ malcontenti lo suppliva il suo nepote, cioè il celebre Eduardo Russell, uomo dʼincontrastato coraggio ed abilità, ma di principii sciolti e dʼindole torbida. Era marino, sʼera segnalato nellʼarte sua, e sotto il precedente regno aveva occupato un ufficio in palazzo. Ma tutti i vincoli onde era legato alla famiglia reale erano stati infranti dalla morte del suo cugino Guglielmo. Lʼaudace, irrequieto e vendicativo marino ormai sedeva nei Consigli, che, secondo lo Inviato Olandese, rappresentavano la più ardita ed operosa parte dellʼopposizione, di quegli uomini, i quali sotto i nomi di Testerotonde, Esclusionisti e Whig avevano mantenuta con varia fortuna una contesa di quarantacinque anni contro tre Re successivi. Cotesto partito, dianzi depresso e quasi estinto, ma ora nuovamente risorto e pieno di vita e pressochè predominante, non pativa gli scrupoli deʼ Tory o deʼ Barcamenanti, ed era pronto a snudare il ferro contro il tiranno nel primo giorno in cui il ferro si sarebbe potuto snudare con ragionevole speranza di buon esito.XLV. Rimane ancora a far menzione di tre uomini coʼ quali Dykvelt tenne relazioni di confidenza, e con lʼaiuto deʼ quali egli sperava di assicurarsi del buon volere di tre grandi classi di cittadini. Il Vescovo Compton assunse lo incarico di acquistare il favore del clero: lʼAmmiraglio Herbert imprese di esercitare la propria influenza sulla flotta; e per mezzo di Churchill doveva crearsi un partito nellʼesercito.Non è mestieri ragionare della condotta di Compton e di quella dʼHerbert. Avendo essi nelle cose temporali servito con zelo e fedeltà la Corona, erano incorsi nella collera del Re, ricusando di farsi strumenti a distruggere la propria religione. Entrambi avevano dalla esperienza imparato come agevolmente Giacomo ponesse in oblio gli obblighi, e con quanta acrimonia rammentasse quelle chʼegli considerava offese. Il Vescovo con una sentenza illegale era stato sospeso dalle sue funzioni. Lo Ammiraglio in un solo istante dalla opulenza aveva ruinato a povertà. La situazione di Churchill era ben differente. Egli pel regio favore era stato inalzato dalla oscuritàad alto grado, e dalla povertà alla ricchezza. Avendo cominciata la propria carriera da semplice porta-bandiera e da povero, a trentasette anni trovavasi Maggiore Generale, Pari di Scozia e Pari dʼInghilterra: comandava una compagnia delle Guardie del Corpo: occupava varii lucrosi impieghi; e fino allora nessun indizio mostrava chʼegli avesse minimamente perduto quel favore al quale tanto doveva. Era vincolato a Giacomo, non solo per debito comune di fedeltà, ma per onor militare, per gratitudine personale, e, siccome pareva ai frivoli osservatori, pei più forti legami dellʼutile proprio. Ma Churchill non era osservatore superficiale, e conosceva profondamente dove stava il suo vero utile. Se il suo signore conseguisse piena libertà di concedere gli uffici ai papisti, non rimarrebbe in quelli nemmeno un solo deʼ protestanti. Per qualche tempo pochi deʼ più prediletti servitori della Corona forse sarebbero esenti dalla proscrizione universale, sperando che sʼinducessero a cangiare religione; ma anche essi tra breve cadrebbero, lʼuno dopo lʼaltro, come era già caduto Rochester. Churchill avrebbe potuto schivare cotesto pericolo, ed acquistare maggior grazia presso il Re uniformandosi alla Chiesa di Roma; e pareva probabile con un uomo che non era meno notevole per avarizia ed abiettezza, che per capacità e valore, non aborrirebbe dal pensiero di ascoltare la Messa. Ma vʼha tale incoerenza nella umana natura, che esiste qualche parte sensibile anche nelle coscienze più dure. E così costui, che doveva il proprio inalzamento al disonore della sorella, chʼera stato mantenuto dalla più prodiga, imperiosa e svergognata delle bagasce, e la cui vita pubblica, a coloro che possono tenere fitti gli occhi allo abbagliante splendore del genio e della gloria, sembrerà un prodigio di turpitudini, credeva nella religione chʼegli aveva succhiata col latte, e rifuggiva dal pensiero di abiurarla formalmente. Egli si stava fra un terribile dilemma. Tra i mali terreni quello che più egli temeva era la povertà. Lʼunico delitto del quale il suo cuore aveva ribrezzo, era lʼapostasia. Ed ove la corte giungesse a conseguire il fine al quale aspirava, non vʼera dubbio chʼegli sarebbe stato costretto ad eleggere o lʼapostasia, o la povertà. Per le quali considerazioni deliberò di attraversare idisegni della Corte; e tosto si vide come non vʼera colpa nè infamia nella quale egli non fosse pronto ad incorrere, onde far fronte al bisogno di rinunciare o aglʼimpieghi o alla propria religione.[270]XLVI. Eʼ non era soltanto come comandante dʼalto grado nelle milizie, e cospicuo per arte e coraggio, che Churchill potesse giovare lʼopposizione. Era, se non assolutamente essenziale, importantissimo al buon successo deʼ disegni di Guglielmo, che la sua cognata, la quale nellʼordine della successione alla Corona dʼInghilterra stava tra la sua moglie e lui, cooperasse di pieno accordo con essi. Tutti gli ostacoli che gli si paravano dinanzi si sarebbero grandemente accresciuti, se Anna si fosse dichiarata favorevole alla Indulgenza. Il partito al quale ella si sarebbe appigliata dipendeva dalla volontà altrui, perocchè era donna di tardo intendimento, e quantunque nel suo carattere fossero i semi di una caparbietà e inflessibilità ereditarie, che molti anni dipoi gran potere e grandi provocazioni fecero germogliare e crescere, nondimeno era allora schiava obbediente ad una donna di carattere più vivo ed imperioso. Colei, dalla quale Anna lasciava dispoticamente governarsi, era la moglie di Churchill, donna che poscia ebbe grande influenza sopra le sorti della Inghilterra e dellʼEuropa.La celebre favorita chiamavasi Sara Jennings. Francesca sua sorella maggiore aveva acquistata rinomanza di beltà e leggerezza di carattere fra mezzo la folla delle donne belle e dissolute che adornarono e disonorarono Whitehall finchè durò lʼintemperante carnevale della Restaurazione. Una volta si travestì da fruttaiuola e corse gridando per le vie.[271]Le persone gravi predicevano che una fanciulla così poco discreta e delicata difficilmente troverebbe marito. Nondimeno ebbe tre mariti, e adesso era la moglie di Tyrconnel.Sara, dotata di bellezza meno regolare, aveva forse maggiori attrattive. Il suo viso era espressivo; le sue forme non avevano difetto di vezzi donneschi; e i suoi copiosi e leggiadri capelli non per anche sfigurati dalla polvere, secondo il barbaro costume, che, vivente lei, fu introdotto in Inghilterra, formavano lʼammirazione di tutti.Tra i galanti giovani che tentavano di conquiderle il cuore, ella prescelse il Colonnello Churchill, giovane, bello, grazioso, insinuante, eloquente, valoroso. Certo egli ne era innamorato, imperocchè non aveva patrimonio, tranne lʼannua rendita da lui acquistata coglʼinfami doni della Duchessa di Cleveland: aveva avidità insaziabile di ricchezze: Sara era povera; e a lui era stata proposta la mano di unʼaltra poco avvenente ma ricca fanciulla. Dopo una interna lotta fra i due partiti, lʼamore vinse lʼavarizia; il vincolo maritale non fece che accrescergli in cuore la passione; e fino allʼultima ora della vita di lui, Sara gustò il diletto dʼessere la sola fra le umane creature la quale potesse far traviare quellʼacuto e fermo intelletto, e fosse fervidamente amata da quel gelido cuore, e servilmente temuta da quellʼanimo intrepido.Secondo lʼopinione del mondo, il fido amore di Churchill ebbe ampia rimunerazione. La sua moglie, comunque scarsa di sostanze, gli portò una dote, che impiegata con giudizio, lo inalzò al grado di Duca, di Principe dello Impero, di capitano generale dʼuna grande coalizione, di arbitro tra principi potenti, e, ciò chʼegli pregiava sopra ogni cosa, lo rese il più ricco suddito che fosse in Europa. Ella era cresciuta fino dallʼinfanzia con la Principessa Anna, e neʼ cuori di entrambe era nata stretta amicizia. Per indole lʼuna poco somigliava allʼaltra. Anna era inerte e taciturna. Verso coloro chʼerano cari al suo cuore, mostravasi soave. La ira neʼ suoi sembianti prendeva forma di tristezza. Chiudeva in petto forte sentimento di religione, ed amava anche con bacchettoneria il rito e lʼordinamento della Chiesa Anglicana. Sara era vivace e volubile, dominava coloro ai quali prodigava le sue carezze, e ogni qual volta sentivasi offesa, sfogava la propria rabbia con pianti e impetuosi rimproveri.Non pretendeva affatto a mostrarsi una santa, e rasentò la taccia dʼirreligiosa. Allora non era per anche ciò che ella divenne quando certi vizi le sviluppò in cuore la prosperità, e certi altri lʼavversità, quando il buon successo e le lusinghe le avevano dato volta al cervello, quando il suo cuore esulcerarono mortificazioni e disastri. Ella visse tanto da ridursi la più odiosa e misera delle umane creature, vecchia strega in guerra con tutti i suoi, in guerra coi propri figli, e coʼ figliuoli deʼ figli, grande e ricca, ma apprezzatrice della grandezza e delle ricchezze, perchè con esse ella poteva affrontare lʼopinione pubblica, e sfrenatamente sbramare lʼodio suo contro i vivi e i morti. Regnante Giacomo, ella veniva considerata solo come una leggiadra ed altera giovine, la quale a volte mostravasi di cattivo umore o bisbetica, difetti che le venivano di leggieri perdonati in grazia della sua leggiadria.È comune opinione che le differenze dʼinclinazione, di mente, dʼindole non siano dʼimpedimento allʼamicizia, e che sovente la più stretta intimità esista tra due anime, lʼuna delle quali possegga ciò di cui lʼaltra difetta. Lady Churchill era amata e quasi adorata da Anna, la quale non poteva vivere divisa dallʼoggetto della sua romanzesca tenerezza. Anna prese marito, e fu moglie fedele ed affettuosa. Ma il Principe Giorgio, uomo pesante, che amava di cuore sopra ogni cosa un buon desinare e un buon fiasco, non acquistò mai su lei una influenza da paragonarsi a quella che esercitava lʼamica, e tosto si sottopose anchʼegli con istupida pazienza allo impero di quel vigoroso e predominante spirito che governava la moglie. Dai regali sposi nacquero figliuoli; ed Anna non difettava di sentimento materno. Ma la tenerezza che ella sentiva per le proprie creature era languida, in agguaglio allo affetto con che amava la compagna della sua infanzia. In fine la Principessa divenne insofferente deʼ riguardi che la convenienza imponevate: non poteva sentirsi chiamare Madama ed Altezza Reale da colei che le era più che sorella. Tali parole, per vero, erano necessario nella galleria o nel salone; ma smettevansi nelle segrete stanze. Anna chiamavasi la signora Morley, e LadyChurchill la signora Freeman; e sotto questi fanciulleschi nomi corse per venti anni un carteggio da cui finalmente dipesero le sorti di governi e dinastie. Ma per allora Anna non aveva potere politico nè patronato. Lʼamica Sara faceva lʼufficio di Maggiordoma, con un onorario di sole quattrocento lire sterline annue. Nonostante, vi è ragione a credere che in quel tempo Churchill potesse per mezzo della moglie appagare la passione onde era governato. La principessa, quantunque avesse una pingue entrata e gusti semplici, contrasse debiti, che furono da suo padre non senza brontolare pagati: e fu detto che di cotesti impacci pecuniarii era stata cagione la sua prodiga bontà verso la prediletta amica.[272]Alla perfine era giunto il tempo in cui cotesta singolare amicizia doveva esercitare grande influenza sopra gli affari dello Stato. Aspettavasi con grande ansietà sapere qual parte seguirebbe la Principessa Anna nella contesa che agitava la Inghilterra tutta quanta. Da un lato stava il dovere filiale; dallʼaltro la salvezza della religione, da lei sinceramente amata. Un carattere meno inerte avrebbe lungamente tentennato fra motivi così forti e rispettabili. Ma la influenza dei Churchill risolvè la questione; e la loro protettrice divenne parte importante di quella vasta lega che aveva per capo il Principe dʼOrange.XLVII. Nel giugno del 1686 Dykvelt ritornò allʼAja. Presentò agli Stati Generali una lettera del Re, che encomiava la condotta tenuta da lui nella sua dimora in Londra. Cotesti encomii, nulladimeno, erano prettamente formali. Giacomo nelle comunicazioni private, scritte di propria mano, acremente querelavasi che il Legato era vissuto in grande intimità coi più faziosi che fossero nel Regno, e gli aveva animati a persistere neʼ loro maligni proponimenti. Dykvelt recò parimente un fascio di lettere deʼ più eminenti tra coloro coʼ quali erasi abboccato nel suo soggiorno in Inghilterra. Costoro generalmente esprimevano infinita riverenza ed affetto per Guglielmo, e quanto alle loro mire, riferivansi alle informazioniorali che ne averebbe date il portatore delle lettere. Halifax ragionava colla sua consueta acutezza e vivacità intorno alle condizioni e alle speranze del paese, ma adoperava gran cura a non impegnarsi in nessuna pericolosa linea di condotta. Danby scrisse in un tono più audace e risoluto, e non potè frenarsi dallo schernire delicatamente gli scrupoli del suo egregio rivale. Ma la più notevole fra tutte era la lettera di Churchill. Era scritta con quella eloquenza naturale, la quale, per quanto egli fosse letterato, non gli mancava mai nelle grandi occasioni, e con unʼaria di magnanimità, che egli, perfido qual era, sapeva assumere con singolare destrezza. Diceva, la Principessa Anna avergli fatto comandamento di assicurare i suoi illustri parenti dellʼAja chʼessa era, con lʼaiuto di Dio, deliberatissima a perdere piuttosto la vita, che rendersi colpevole dʼapostasia. Quanto a sè stesso, glʼimpieghi e la grazia del Re erano nulla, trattandosi della sua religione. E concludeva dichiarando altamente, che se non poteva pretendere di avere menata la vita dʼun santo, sarebbe pronto, venuta lʼoccasione, a morire da martire.[273]XLVIII. Dykvelt era così bene riuscito nella sua commissione, che tosto trovossi un pretesto a spedire un altro agente onde continuare lʼopera con sì buoni auspici incominciata. Il nuovo Inviato, che poscia fondò una nobile casa inglese estinta ai tempi nostri, era cugino illegittimo di Guglielmo; e portava un titolo tratto dalla signoria di Zulestein. La parentela di Zulestein con la Casa dʼOrange gli dava importanza agli occhi del pubblico. Aveva il portamento dʼun valoroso soldato; per ingegno diplomatico e scienza cedeva di molto a Dykvelt, ma anche tale inferiorità aveva i suoi vantaggi. Un militare, il quale non sʼera mai impacciato di cose politiche, poteva, senza ombra di sospetto, tenere con lʼaristocrazia inglese relazioni, che, ove egli fosse stato rinomato maestro degli intrighi di Stato, sarebbero state rigorosamente spiate. Zulestein, dopo una breve assenza, fece ritorno alla patria recando lettere e messaggi orali non meno importanti diquelli chʼerano stati affidati al suo predecessore. Da quel tempo sʼistituì un carteggio regolare tra il Principe e la opposizione. Agenti di varie condizioni andavano e venivano dal Tamigi allʼAja. Fra questi fu utilissimo uno Scozzese non privo dʼingegno, e fornito di grande attività, il quale aveva nome Johnstone. Era cugino di Burnet, e figlio dʼun illustre convenzionista, il quale poco dopo la Restaurazione era stato dannato a morire come reo dʼalto tradimento, e veniva onorato come martire dal proprio partito.XLIX. La rottura tra il re dʼInghilterra e il Principe dʼOrange facevasi sempre maggiore. Una grave contesa era nata a cagione dei sei reggimenti che erano al soldo delle Provincie Unite. Il Re desiderava che venissero posti sotto il comando dʼufficiali romani. Il Principe fermamente sʼopponeva. Il Re aveva ricorso ai soliti luoghi comuni della tolleranza. Il Principe rispondeva chʼegli altro non faceva che seguire lo esempio di Sua Maestà. Era a tutti noto che uomini abili e leali erano stati in Inghilterra cacciati daʼ loro uffici, solo per essere protestanti. Era quindi ragione che lo Statoldero e gli Stati Generali tenessero ai papisti chiuso lʼadito agli alti impieghi pubblici. La risposta del Principe provocò lʼira di Giacomo a tal segno, chʼegli nel suo furore perdè dʼocchio la verità e il buon senso. Diceva con veemenza esser falso chʼegli avesse cacciato alcuno per motivi religiosi. E se lo avesse fatto, che importava ciò al Principe o agli Stati? Erano essi suoi padroni? Dovevano essi sedere a scranna per giudicare della condotta deʼ Sovrani stranieri? Da quel dì egli ebbe voglia di richiamare i suoi sudditi chʼerano aʼ servigi del Governo Olandese. Pensava che facendoli venire in Inghilterra, avrebbe reso più forte sè, e più deboli i suoi peggiori nemici. Ma vʼerano difficoltà tali di finanza che era impossibile non se ne accorgesse. Il numero deʼ soldati chʼegli manteneva, comecchè fosse maggiore che neʼ tempi trascorsi, e amministrato con parsimonia, era quale le sue rendite potessero sopportare. Se allo esercito si aggiungessero i battaglioni che erano al soldo dellʼOlanda, il Tesoro fallirebbe. Forse si potrebbe indurre Luigi a prenderli al suo servizio. Così verrebbero allontanati da un paese dove rimanevano sempreesposti alla corruttrice influenza dʼun governo repubblicano e dʼun culto calvinista, e sarebbero posti in un paese dove niuno rischiavasi a far fronte ai comandi del Sovrano o alle dottrine della vera Chiesa. I soldati tosto disimparerebbero ogni eresia politica e religiosa. Il Principe loro naturale potrebbe in pochi di richiamarli a prestargli mano forte, e in ogni occorrenza esser sicuro della fedeltà loro.Sʼaprirono intorno a questo negozio pratiche tra Whitehall e Versailles. Luigi aveva quanti soldati gli bisognavano; e se così non fosse stato, non avrebbe mai voluto milizie inglesi al suo soldo; imperciocchè la paga in Inghilterra, per quanto oggimai ci possa sembrare poca, era maggiore di quella che si dava in Francia. Nel tempo stesso era un gran che privare Guglielmo di sì belle milizie. Dopo un carteggio che durò alcune settimane, a Barillon fu data podestà di promettere che ove Giacomo richiamasse dallʼOlanda i soldati inglesi, Luigi pagherebbe la spesa a mantenerne due mila in Inghilterra. Tale offerta Giacomo accettò con calde espressioni di gratitudine. Ordinate le cose a quel modo, chiese agli Stati Generali che gli mandassero i sei reggimenti. Gli Stati Generali ligi a Guglielmo, risposero che simigliante domanda, in siffatte circostanze, non era autorizzata dai Trattati esistenti, e positivamente ricusarono dʼammetterla. È cosa notevole come Amsterdam, la quale aveva votato per tenere le predette milizie in Olanda, mentre Giacomo ne aveva mestieri contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, adesso fece ogni sforzo perchè si cedesse alla domanda del Re. In ambedue i casi, il solo scopo di coloro che reggevano quella grande città era quello di opporsi ai desiderii del Principe dʼOrange.[274]L. Ma le armi dʼOlanda erano a Giacomo meno formidabili di quel che fossero i torchj olandesi. AllʼAja stampavansi quotidianamentelibri e libercoli inglesi contro il Governo di lui; nè vi era vigilanza a impedire che migliaia di esemplari ne fossero introdotte di contrabbando nelle Contee poste lungo lʼoceano germanico. Fra tutte coteste pubblicazioni ne va predistinta una per la sua importanza e per lo immenso effetto che produsse. La opinione che intorno allʼAtto dʼIndulgenza tenevano il Principe e la Principessa dʼOrange, era ben nota a tutti coloro che prendevano interesse alle cose pubbliche. Ma perchè tale opinione non era stata officialmente annunciata, molti che non avevano mezzi di ricorrere a buone fonti, erano ingannati o rimanevano perplessi vedendo la sicurezza con che i partigiani della Corte asserivano le Altezze Loro approvare i recenti Atti del Re. Smentire pubblicamente tal voce sarebbe stato un mezzo semplice ed ovvio, se il solo scopo di Guglielmo fosse stato quello di vantaggiare i propri interessi in Inghilterra. Ma egli considerava la Inghilterra principalmente come strumento necessario alla esecuzione deʼ suoi grandi disegni intorno lʼEuropa; ai quali egli sperava di ottenere la cooperazione di ambedue le Case dʼAustria, deʼ Principi Italiani ed anche del Sommo Pontefice. Vʼera ragione a temere, una dichiarazione soddisfacente ai Protestanti inglesi non eccitasse sospetto e sinistri umori in Madrid, in Vienna, in Torino ed in Roma. A tal fine il Principe si astenne lungo tempo dallo esprimere i propri sentimenti. In fine gli fu fatto notare come il suo prolungato silenzio avesse destato inquietudine e diffidenza fra coloro che volevano il suo bene, e fosse ormai tempo di parlare: deliberò quindi di manifestare il proprio intendimento.LI. Un Whig scozzese, chiamato Giacomo Stewart, parecchi anni innanzi, sʼera rifugiato in Olanda onde sottrarsi allo stivaletto e alle forche, ed aveva stretto amicizia col Gran Pensionario Fagel, il quale godeva largamente la fiducia e la grazia dello Statoldero. Stewart era colui che aveva scritto il virulento Manifesto dʼArgyle. Appena promulgata la Indulgenza, Stewart pensò di cogliere il destro non solo ad ottenere perdono, ma a meritarsi una ricompensa. Offerse al governo al quale egli era stato nemico i propri servigi, che furono accettati, e mandò a Fagel una lettera dicendo essere stata scrittaper ordine di Giacomo. In essa il Pensionario veniva richiesto di adoperare tutta la sua influenza sul Principe e la Principessa onde indurli a secondare la politica del padre loro. Dopo alcuni giorni dʼindugio Fagel mandò una risposta profondamente pensata, e scritta con arte squisitissima. Niuno che mediti quel notevole documento, può non accorgersi che quantunque fosse composto con lo intendimento di rassicurare e piacere ai Protestanti inglesi, non vi si contiene una sola parola che possa recare offesa nè anche al Vaticano. Vi si diceva che Guglielmo e Maria approverebbero volentieri lʼabrogazione dʼogni legge penale contro ogni Inglese di qualunque classe si fosse, per cagione dʼopinioni religiose. Ma bisognava distinguere punizione da incapacità. Ammettere agli uffici i Cattolici Romani, non sarebbe, secondo opinavano le Altezze loro, vantaggioso nè al bene dellʼInghilterra, nè a quello degli stessi Cattolici Romani. Il Manifesto fu tradotto in varie lingue, e sparso profusamente per tutta lʼEuropa. Della versione inglese, fatta con gran cura da Burnet, ne furono introdotti nelle Contee Orientali circa cinquantamila esemplari, e furono rapidamente diffusi per tutto il reame. Nessuno scritto politico ebbe mai esito cotanto felice. I Protestanti dellʼisola nostra fecero plauso alla mirabile fermezza con che Guglielmo dichiarava di non potere assentire che i papisti avessero partecipazione alcuna alle cose di Governo. Ai Principi Cattolici Romani, dallʼaltro canto, piaceva lo stile mite e sobrio con cui era vestito il concetto del Principe, e la speranza ivi espressa che sotto il suo governo nessun credente della Chiesa di Roma riceverebbe molestia per motivo di religione.LII. È probabile che anche il Pontefice leggesse con piacere cotesta celebre lettera. Alcuni mesi innanzi aveva dato commiato a Castelmaine in un modo tale da mostrare poco riguardo pel Re dʼInghilterra. A Papa Innocenzo spiaceva affatto la politica interna non che la esterna del Governo Britannico. Vedeva come glʼingiusti e impolitici provvedimenti della cabala gesuitica avessero a rendere perpetue le leggi penali più presto che giungere ad abrogare lʼAtto di Prova. La sua contesa con la Corte di Versailles diveniva sempre più grave; nè poteva egli o come Principe temporale o comeSommo Pontefice sentire schietta amistà pel vassallo di quella Corte. Castelmaine non aveva i requisiti necessari a spegnere cotesta ripugnanza. Conosceva bene Roma, e, come laico, era profondamente erudito nelle controversie teologiche.[275]Ma non aveva la destrezza che il suo ufficio richiedeva; e quandʼanche fosse stato abilissimo diplomatico, vʼera una ragione che lo avrebbe reso inadatto a compire convenevolmente la sua commissione. Tutta Europa conoscevalo come il marito della più svergognata femmina, e non altrimenti. Era impossibile parlare con lui senza richiamarsi alla memoria il modo onde erasi acquistato il titolo chʼegli portava. Ciò sarebbe stato ben poco, sʼegli fosse stato ambasciatore a qualche dissoluta Corte, come quella in cui aveva pur dianzi dominato la Marchesa di Montespan. Ma era manifestamente inconvenevole lo averlo inviato ad unʼambasciata di natura più presto spirituale che temporale e ad un Pontefice di austerità antica. I Protestanti in tutta Europa lo ponevano in canzone; ed Innocenzo, già sfavorevolmente disposto verso il Governo Inglese, considerò il complimento fattogli quasi come affronto. A Castelmaine era stata assegnata una paga di cento lire sterline per settimana; ma egli ne mosse lamento dicendo che tre volte tanto appena sarebbe bastato: imperocchè in Roma i Ministri deʼ grandi potentati continentali si sforzavano di vincersi vicendevolmente per isplendidezza agli occhi di un popolo, il quale per essere avvezzo a vedere tanta magnificenza di edifizi, di decorazioni e di cerimonie, era di difficile contentatura. Dichiarò sempre di averci rimesso del suo. Lo accompagnavano vari giovani delle migliori famiglie cattoliche dellʼInghilterra, come sarebbero i Ratcliffe, gli Arundell, e i Tichborne. In Roma alloggiava in palazzo Panfili a mezzogiorno della magnifica Piazza Navona. Fino daʼ primi giorni era stato privatamente ricevuto da Papa Innocenzo; ma la pubblica udienza fu lungamente ritardata. E veramente gli apparecchi che andava facendo Castelmaine erano così sontuosi, che quantunque fossero incominciati alla Pasqua di Resurrezione del 1686 non furono compiti se non nel novembre dellʼanno stesso; nel quale mese il Papa ebbe, o simulò dʼavere un accesso di podagrache fece differire la cerimonia. Finalmente nel gennaio del 1687 la solenne presentazione segui con insolita pompa. I cocchi già lavorati appositamente in Roma, erano così magnifici che vennero reputati degni dʼessere trasmessi ai posteri per mezzo di belle incisioni, e celebrati dai poeti in diverse lingue.[276]La facciata del palazzo della legazione in quel solenne giorno era decorata con pitture di assurde e gigantesche allegorie. Vʼerano effigiati San Giorgio col piede sul collo di Tito Oates, ed Ercole che con la mazza percoteva College, il manuale protestante, il quale invano tentava difendersi col suo correggiato. Dopo cotesta pubblica dimostrazione, Castelmaine invitò tutti i più notevoli personaggi che allora si trovassero in Roma, ad un banchetto in quella gaia e splendida sala, la quale Pietro da Cortona ornò con pitture rappresentanti i fatti dellʼEneide. La intiera città corse a vedere la solennità; e a stento una compagnia di Svizzeri potè mantenere lʼordine fra gli spettatori. I nobili dello Stato Pontificio in contraccambio offrirono dispendiosi intertenimenti allo Ambasciatore; e i poeti e i belli spiriti furono invitati a tributare a lui e al suo signore iperboliche adulazioni, quali sogliono usarsi quando il genio e il gusto trovansi in gran decadenza. Fra tutti cotesti adulatori va predistinta una testa coronata. Erano corsi trenta e più anni da che Cristina, figlia del grande Gustavo, era volontariamente discesa dal trono di Svezia. Dopo lungo pellegrinare, nel corso del quale ella commise molte follie e molti delitti, erasi finalmente fermata in Roma,dove occupavasi di calcoli astrologici, dʼintrighi di conclave, e sollazzavasi con pitture, gemme, manoscritti, e medaglie. In quellʼoccasione ella compose alcune stanze in italiano in lode del Principe inglese, il quale, al pari di lei, nato da stirpe di Re fino allora considerati come campioni della Riforma, erasi, come lei, riconciliato allʼantica Chiesa. Una splendida ragunanza ebbe luogo nel suo palazzo; i suoi versi, posti in musica, furono cantati fra gli applausi universali; ed un suo famigliare, uomo letterato, recitò una orazione sul medesimo subietto, scritta in un stile si florido e intemperante, che pare offendesse il severo orecchio degli Inglesi che vʼerano presenti. I Gesuiti, nemici del Papa, devoti agli interessi della Francia, e inchinevoli a glorificare Giacomo, accolsero la legazione inglese con estrema pompa in quella principesca casa dove riposano le ossa dʼIgnazio di Loyola, rinchiuse in un monumento di lapislazzuli e dʼoro. La scultura e la pittura, la poesia e lʼeloquenza furono adoperate ad onorare gli stranieri: ma le arti tutte erano miseramente degenerate. Vi fu profusione di turgida ed impura latinità, indegna dʼun Ordine così erudito; e talune delle iscrizioni che adornavano le pareti, peccavano in cosa ben altrimenti più seria che non fosse lo stile. In una dicevasi che Giacomo aveva spedito al cielo il proprio fratello come suo messaggiero, ed in unʼaltra che Giacomo aveva apprestate le ali, con che il fratello erasi levato allʼeteree regioni. Vʼera anco un più sciagurato distico, al quale per allora si badò poco, ma che pochi mesi dopo fu rammentato ed ebbe sinistra interpretazione. «O Re,» diceva il poeta «cessa di sospirare per avere un figlio. Quandʼanche la natura si mostrasse avversa al tuo desiderio, le stelle troveranno modo di compiacerti.»Fra mezzo a tanti festeggiamenti, Castelmaine ebbe a soffrire mortificazioni ed umiliazioni crudeli. Il Pontefice trattavalo con estrema freddezza e riserbo. Qualvolta lo Ambasciatore lo sollecitava dʼuna risposta alla richiesta fatta di concedere un cappello cardinalizio a Petre, Papa Innocenzio, facendosi venire un violento colpo di tosse, poneva fine al colloquio. Si sparse per tutta Roma la voce di coteste singolari udienze. Pasquino non tacque. Tutti i curiosi e i ciarlieri dellacittà più sfaccendata del mondo, tranne solo i Gesuiti e i Prelati partigiani della Francia, facevano le matte risate alla sconfitta di Castelmaine; ed egli chʼera poco dolce dʼindole, ne divenne furioso, e fece correre in giro uno scritto mordace contro il Papa. Castelmaine così ponevasi dalla parte del torto; e lo scaltro Italiano acquistava vantaggio e voleva giovarsene. Dichiarò senza ambagi come la regola che escludeva i Gesuiti dalle dignità ecclesiastiche non si dovesse violare in favore di Padre Petre. Castelmaine offeso minacciò di andarsene via da Roma. Innocenzo rispose, con una mansueta impertinenza, tanto più provocante quanto non poteva distinguersi dalla semplicità, che Sua Eccellenza se ne andasse pure se così le piacesse. «Ma se noi dobbiamo perderlo» aggiunse il venerando Pontefice, «speriamo chʼegli badi alla propria salute nel fare il viaggio. GlʼInglesi non sanno quanto sia pernicioso in questi nostri paesi il viaggiare sotto i calori del giorno. Sarebbe bene adunque chʼegli si partisse avanti lʼalba onde a mezzodì si potesse riposare.» Con tale salutare consiglio e col dono dʼun rosario, il malarrivato ambasciatore ebbe commiato. Pochi mesi di poi comparve alla luce, in italiano e in inglese, una pomposa storia della sua legazione, stampata magnificamente in foglio e adorna dʼincisioni. Il frontespizio, a grande scandalo di tutti i Protestanti, rappresentava Castelmaine nel suo abito di Pari, con la corona di Conte nelle mani, in atto di baciare il piede a Papa Innocenzo.[277]
Vi sono due opposti errori, in cui coloro che studiano gli annali della patria nostra, continuamente pericolano di cadere: lo errore di giudicare il presente per mezzo del passato; e lo errore di giudicare il passato per mezzo del presente. Il primo appartiene alle menti inchinevoli a venerare ciò che è vecchio: il secondo alle menti corrive ad ammirare ciò che è nuovo. Lʼuno può sempre osservarsi neʼ ragionamenti deʼ politici conservatori intorno alle questioni deʼ loro tempi; lʼaltro, nelle speculazioni degli scrittori della scuola liberale sempre che discutono intorno ai fatti dʼun età trascorsa. Quello è più pernicioso in un uomo di Stato; questo in uno storico.
Non è agevole a chi, neʼ tempi nostri, imprende a trattare della rivoluzione che detronizzò gli Stuardi, tenersi fermamente per lo diritto mezzo fra cotesti due estremi. La questione se i membri della Chiesa Cattolica Romana potevano senza pericolo ammettersi al Parlamento e agli uffici, perturbò la patria nostra, regnante Giacomo II; quietò alla caduta di lui; e dopo dʼessere rimasta sopita per più dʼun secolo, fu ridestata da quel grande concitamento dello spirito umano, dopo il ragunarsi della Assemblea Nazionale in Francia. Pel corso di trenta anni, la contesa progredì in ambedue le Camere del Parlamento, in ogni collegio elettorale, in ogni cerchio sociale. Distrusse ministeri, sgominò partiti; in una parte dello Impero rese impossibile ogni specie di Governo; e in fine ci condusse allʼorlo dʼuna guerra civile. Anche terminata la lotta, le passioni che ne erano nate, continuarono ad infuriare. Era pressochè impossibile a chiunque avesse la mente dominata da cotali passioni, il vedere nella loro vera luce gli eventi degli anni 1687 e 1688.
Parecchi uomini politici, muovendo da questa retta sentenza, che la Rivoluzione è stata un gran bene alla patria nostra, giunsero alla falsa conclusione, che non si poteva senza pericolo abolire nessuno Atto di Prova, cui gli uomini di Stato della Rivoluzione avevano creduto necessario dʼimporre, a fine di proteggere la religione e la libertà nostra. Altri, muovendo dalla retta sentenza, che le incapacità imposte ai Cattolici Romani non avevano prodotto altro che danno, giunsero allafalsa conclusione, che in nessun tempo le predette incapacità furono mai necessarie. Il primo errore serpeva per entro alle orazioni dellʼacuto e dotto Eldon; il secondo influì anche sopra un intelletto grave e filosofico, qual era quello di Mackintosh.
Nonostante, esaminando bene la cosa, si vedrà forse che noi possiamo difendere la condotta che era unanimemente approvata da tutti gli statisti inglesi del secolo decimosettimo, senza porre in questione la saviezza della condotta unanimemente approvata da tutti glʼinglesi statisti del tempo nostro.
Senza dubbio, egli è un male che alcun cittadino sia escluso dagli uffici civili a cagione delle sue opinioni religiose; ma talvolta alla umana saggezza altro non rimane che lo scegliere fra diversi mali. Può una nazione trovarsi in tale situazione, che la maggioranza debba o imporre incapacità o sottoporvisi; e ciò che in condizioni ordinarie può giustamente biasimarsi come persecuzione, possa essere considerato come retto mezzo di difesa: e siffatta, nellʼanno 1687, era la situazione dellʼInghilterra.
Secondo la Costituzione del Regno, Giacomo aveva potestà di nominare quasi tutti i pubblici ufficiali; politici, giudiciali, ecclesiastici, militari e marittimi. Nello esercizio di tale potestà egli non era, al pari deʼ Sovrani deʼ giorni nostri, costretto ad agire secondo il consiglio deʼ ministri approvati dalla Camera deʼ Comuni. Era quindi evidente, che, a meno chʼegli non fosse strettamente obbligato per legge a non concedere uffici ad altri che ai Protestanti, starebbe in lui di non concederli ad altri che ai Cattolici Romani. I Cattolici Romani erano pochi di numero, e fra loro non vʼera un solo uomo deʼ cui servigi la cosa pubblica non potesse fare a meno. La proporzione in che essi stavano verso la popolazione dellʼInghilterra, era assai minore di quel che sia nei giorni nostri. Imperciocchè, adesso, dalla Irlanda lʼonda della emigrazione di continuo si versa sulle nostre grandi città; ma nel secolo decimosettimo non era in Londra nè anche una colonia irlandese. Quarantanove cinquantesimi degli abitanti del reame, quarantanove cinquantesimi dei possidenti del reame, pressochè tutti gli uomini abili, esperti e dotti nella politica, nellagiurisprudenza, nellʼarte militare, erano Protestanti. Nondimeno, il Re, stranamente acciecato, sʼera fitto in capo di servirsi della sua potestà di conferire glʼimpieghi, come di un mezzo a fare proseliti. Appartenere alla Chiesa di lui, era agli occhi suoi il primo di tutti i requisiti ad ottenere un ufficio. Appartenere alla Chiesa dello Stato, era una positiva incapacità. Biasimava, egli è vero, con parole, cui hanno fatto plauso alcuni creduli amici della libertà religiosa, la mostruosa ingiustizia di quellʼAtto di Prova, che escludeva una piccola minoranza della nazione daʼ pubblici impieghi; ma nel tempo stesso studiavasi dʼimporre un Atto di Prova che escludesse la maggioranza. Gli pareva ingiusto che un uomo il quale fosse buon finanziere e suddito leale, dovesse essere escluso dallʼufficio di Lord Tesoriere solamente perchè era papista. Ma egli stesso aveva cacciato via un Lord Tesoriere, da lui tenuto per buon finanziere e leale suddito, solamente perchè era Protestante. Aveva più volte e chiaramente detto, che non avrebbe mai posto il bianco bastone nelle mani dʼun eretico. Quanto agli altri grandi uffici dello Stato, aveva tenuto la medesima condotta. Già il Lord Presidente, il Lord del Sigillo Privato, il Lord Ciamberlano, il Lord dettoGroom of the Stole, il primo Lord del Tesoro, un Segretario di Stato, il Lord Alto Commissario di Scozia, il Cancelliere e il Segretario di Scozia, erano, o facevano mostra dʼessere, Cattolici Romani. Molti di costoro nati nella Chiesa Anglicana, sʼerano resi colpevoli dʼapostasia pubblica o segreta, onde ottenere i loro alti uffici, o mantenervisi. Tutti i Protestanti che seguitavano a rimanere in alcuni impieghi dʼimportanza, di continuo temevano dʼessere destituiti. Non finirei mai se volessi notare gli altri impieghi occupati dai Cattolici Romani, i quali già brulicavano in ogni dipartimento del pubblico servizio. Essi erano Lordi Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Magistrati, Giudici di Pace, Commissari delle Dogane, Legati presso le Corti straniere, Colonnelli di Reggimento, Governatori di fortezze. La proporzione degli emolumenti che la Corona aveva potestà di concedere e che i Cattolici avevano in pochi mesi ottenuti, era dieci volte maggiore di quel che sarebbe stata sotto un governo imparziale. E vʼera anchepeggio. Ad essi fu data potestà di governare la Chiesa Anglicana. Uomini che avevano assicurato al Re di professare la religione di lui, sedevano nellʼAlta Commissione, ed esercitavano giurisdizione suprema nelle cose spirituali sopra tutti i prelati e i preti della Religione dello Stato. Beneficii ecclesiastici di grande dignità erano, stati impartiti ad uomini che o professavano apertamente il papismo, o lo professavano di furto. E tutto ciò compivasi mentre le leggi contro il papismo non erano per anche abrogate, e mentre Giacomo aveva non poco interesse a simulare rispetto ai diritti della coscienza. Quale, dunque, sarebbe verosimilmente stata la sua condotta, se i suoi sudditi avessero consentito con un Atto legislativo a liberarlo anco dallʼombra della restrizione? È egli possibile dubitare, che facendo uso strettamente legale della prerogativa, i Protestanti sarebbero stati esclusi dagli uffici, come lo fossero mai stati i Cattolici Romani per virtù dʼAtto Parlamentare?
Con quanta ostinazione Giacomo fosse deliberato a compartire ai suoi correligionari gli emolumenti dello Stato fuori dʼogni proporzione col numero e con lʼimportanza loro, si raccoglie dalle istruzioni chʼegli, esule e vecchio, scrisse per ammaestramento di suo figlio. Non è possibile senza un sentimento di pietà e di scherno leggere quelle espansioni dʼuna mente alla quale tutti gli ammonimenti della esperienza e dellʼavversità erano tornati vani. Ivi il Pretendente è avvertito, ove ascendesse mai sul trono dʼInghilterra, a partire gli uffici, e conferirne ai membri della Chiesa di Roma tanta parte, quanta sarebbe loro bastata se invece dʼessere la cinquantesima parte della nazione, ne fossero stati la metà. Un Segretario di Stato, un Commissario del Tesoro, un Segretario di Guerra, il maggior numero deʼ grandi dignitari della Casa Reale, il maggior numero degli ufficiali dellʼesercito, debbono sempre essere Cattolici. Tali erano glʼintendimenti di Giacomo dopo che la sua perversa bacchettoneria gli aveva chiamato sul capo una punizione la quale aveva spaventato il mondo intero. È egli, quindi, possibile dubitare quale sarebbe stata la sua condotta se il suo popolo, tratto in inganno dal vuoto nome di libertà religiosa, lo avesse lasciato senza freno procedere per la sua via?
Eʼ sembra che anco Penn, per quanto intemperante e dissennato fosse il suo zelo per la dichiarazione, sentisse come la parzialità onde gli onori e gli emolumenti erano prodigati ai Cattolici Romani, poteva ragionevolmente destare gelosia nella nazione. Ei confessava, che, abrogando lʼAtto di Prova, i Protestanti avrebbero diritto ad un compenso, o, come egli diceva, equivalente; e giunse fino a indicare varie specie di compensi. Per parecchi giorni la parolaequivalente, dalla Francia pur allora passata in Inghilterra, sʼudiva sulle labbra di tutti gli oratori delle botteghe di caffè: se non che poche pagine, condite di acuta logica e delicato sarcasmo, scritte da Halifax, posero fine a queʼ futili disegni. Una delle proposte di Penn era di fare una legge la quale dividesse in tre parti uguali glʼimpieghi che la Corona aveva potestà di concedere, e desse una di queste tre parti ai membri della Chiesa di Roma. Ed anche con siffatto ordinamento, i membri della Chiesa di Roma avrebbero ottenuto gli uffici in proporzione quasi venti volte maggiore di quel che sarebbe stato giusto; e nondimeno, non abbiamo ragione a credere che il Re volesse consentire a cotale ordinamento. Ma ove avesse consentito, quale guarentigia avrebbe egli offerto di mantenere il patto? Il dilemma proposto da Halifax non ammetteva risposta. Se le leggi vi legano, osservate quella che esiste; se non vi legano, è inutile farne una nuova.[262]
È chiaro, adunque, che la questione non era di vedere se gli uffici secolari dovessero essere accessibili aglʼindividui di tutte le sètte. Finchè Giacomo rimaneva sul trono, era inevitabile la esclusione; e si trattava di sapere quali dovevano rimanere esclusi, i Papisti o i Protestanti, i pochi o i molti, centomila inglesi o cinque milioni.
Cotali sono i gravi argomenti pei quali la condotta del Principe dʼOrange verso i Cattolici Romani dʼInghilterra si può conciliare coʼ principii della libertà religiosa. Questi argomenti, come potrebbe notarsi, non hanno relazione alcuna con la teologia cattolica romana. Potrebbe anche notarsi, che essi tornarono vani dopo che la Corona si fu rafferma in una dinastia di sovrani protestanti, e dopo che la Camera deʼ Comuninello Stato ebbe acquistata tanta preponderanza, che nessun sovrano, siano qualunque si vogliano supporre le sue opinioni o le sue tendenze, avrebbe potuto imitare lo esempio di Giacomo. La nazione, non per tanto, dopo i terrori, le lotte, i pericoli suoi, rimase piena dʼumori sospettosi e vendicativi. E però queʼ mezzi di difesa, un tempo dalla necessità giustificati, e dalla sola necessità giustificabili, furono ostinatamente adoperati anco dopo che non furono più necessari, e non furono messi da banda finchè il volgare pregiudizio mantenne un conflitto di molti anni contro la nazione. Ma neʼ tempi di Giacomo la nazione e il pregiudizio volgare stavano insieme congiunti. I fanatici ed ignoranti volevano escludere dagli uffici il Cattolico Romano perchè adorava glʼidoli di legno e di pietra; perchè era segnato del segno della bestia, aveva arsa Londra, strangolato sir Edmondsbury Godfrey; e il più savio e tollerante politico, mentre sorrideva aglʼinganni che traviavano la plebe, riusciva, per diverso cammino, alla stessa conclusione.
Il gran pensiero di Guglielmo oramai era quello di congiungere in un solo corpo le numerose parti del popolo, le quali lo consideravano come loro capo comune. A compire cotesta opera fu aiutato da alcuni abili e fidi uomini, fraʼ quali gli furono di singolare utilità Burnet e Dykvelt.
XXXIX. Quanto a Burnet, a dir vero, era mestieri servirsene con qualche cautela. La cortesia onde egli era stato accolto allʼAja, aveva destata la rabbia di Giacomo. Il quale scrisse a Maria varie lettere piene dʼinvettive contro lo insolente e sedizioso teologo da lei protetto. Ma cosiffatte accuse fecero in lei sì poco effetto, che scrisse al padre lettere di risposta dettate dallo stesso Burnet. In fine, nel gennaio del 1687, il Re ricorse a più vigorosi mezzi. Skelton, che aveva rappresentato il governo inglese appo le Provincie Unite, era stato inviato a Parigi, e gli era stato sostituito Albeville, il più debole e vile di tutti i componenti la cabala gesuitica. Albeville non curavasi dʼaltro che del danaro, e lo prendeva da tutti coloro che glielʼoffrissero. Era pagato a un tempo dalla Francia e dallʼOlanda; anzi abbassavasi fino al di sotto della miserabile dignità della corruzione, ed accettava mancesì frivole, chʼerano degne più presto dʼun facchino o dʼun servitore che dʼun inviato, baronetto inglese e insignito di un marchesato in paese straniero. Una volta accettò con molta compiacenza una gratificazione di cinquanta zecchini in prezzo dʼun servigio da lui reso agli Stati Generali. Costui ebbe incarico di chiedere che Burnet non fosse più oltre tollerato allʼAja. Guglielmo che non voleva perdere un amico si utile, rispose tosto con la sua solita freddezza: «Io non so, o Signore, che il Dottore da che è stato qui, abbia fatto o detto cosa, di cui sua Maestà possa muovere giusto lamento.» Ma Giacomo instette; il tempo dʼuna aperta rottura non era per anche arrivato; e fu mestieri cedere. Per diciotto e più mesi Burnet non comparve mai dinanzi al Principe o alla Principessa: ma abitava loro da presso; sapeva ogni cosa che seguisse; veniva continuamente richiesto di consiglio; la sua penna era adoperata in tutte le più importanti occorrenze; e molti deʼ più pungenti ed efficaci articoli, che intorno a quel tempo pubblicavansi in Londra, venivano dirittamente a lui attribuiti.
Oltre misura sʼaccrebbe la rabbia di Giacomo, il quale era sempre stato non poco inchinevole allʼira. Per nessuno deʼ suoi nemici, nè anche per coloro che lo avevano con lo spergiuro incolpato di tradimento e dʼassassinio, aveva egli mai sentito lo sdegno onde adesso era acceso contro Burnet. Sua Maestà quotidianamente vituperava il Dottore con parole indegne dʼun Re, e meditava vendicarsene con modo proditorio. Il solo sangue non sarebbe bastato a sbramare quellʼodio frenetico. Lo insolente teologo, innanzi che gli fosse concessa la morte, doveva patire i tormenti della tortura. Fortunatamente egli era scozzese; e in Iscozia, avanti che fosse appeso alle forche nel Grassmarket, potevano dirompergli le gambe con lo stivaletto. Per la qual cosa venne contro lui istituito un processo in Edimburgo: ma sʼera naturalizzato in Olanda; aveva sposata una olandese; e sapevasi certo che il governo della sua patria adottiva non lo avrebbe consegnato. Fu quindi deliberato di coglierlo alla rete e rapirlo. Con grossa somma di pecunia si presero a soldo alcuni facinorosi uomini per compire la perigliosa ed infame opera. Un ordinedi sborsare tre mila lire sterline a cotesto uso fu scritto per esser firmato nellʼufficio del Segretario di stato. A Luigi fu palesato il disegno, e vi prese un caldo interesse. Diceva di volere fare ogni sforzo perchè lo scellerato fosse dato nelle mani del Governo inglese, promettendo ad un tempo asilo sicuro in Francia ai ministri della vendetta di Giacomo. Burnet bene sapeva dʼessere in grave pericolo; ma la timidità non andava annoverata fraʼ suoi difetti. Stampò una coraggiosa risposta alle colpe che gli erano state apposte daʼ tribunali di Edimburgo. Diceva saper bene che lo volevano ammazzare senza processo; ma affidarsi nel Re dei Re, al cospetto del quale il sangue innocente non grida invano vendetta anco contro i possenti principi della terra. Invitò a desinare alcuni amici suoi, e in sulla fine disse loro in solenne contegno lʼultimo addio, come uomo dannato a morire, col quale non era quinci innanzi per loro sicuro il conversare. Non pertanto seguitò a mostrarsi in tutti i luoghi pubblici dellʼAja con tanta audacia da muovere gli amici suoi a rimproverarlo di insana temerità.[263]
XL. Mentre Burnet era segretario di Guglielmo per gli affari inglesi in Olanda, Dykvelt non era stato meno utilmente mandato in Inghilterra. Dykvelt apparteneva a quella insigne classe dʼuomini pubblici, i quali avendo imparato lapolitica nella nobile scuola di Giovanni De Witt, dopo la caduta di quel gran ministro, pensavano di adempiere meglio al debito loro verso la repubblica collegandosi col Principe di Orange. Fra tutti i diplomatici aʼ servigi delle Provincie Unite nessuno per destrezza, indole e modi, era superiore a Dykvelt. Nella conoscenza degli affari inglesi, a quanto sembra, nessuno lʼuguagliava. Trovato un pretesto, egli in sul principio del 1687 fu spedito in Inghilterra per una commissione speciale, munito di lettere di credenza dagli Stati Generali. Ma in verità egli non andava ambasciatore al Governo, bensì alla opposizione; e intorno al modo di condursi ricevè istruzioni peculiari scritte da Burnet ed approvate da Guglielmo.[264]
XLI. Dykvelt scrisse come Giacomo fosse amaramente mortificato della condotta del Principe e della Principessa. «Il dovere del mio nepote» disse il Re «è quello di rinvigorire il mio braccio, ed invece gli è piaciuto di contrariarmi sempre.» Dykvelt rispose che nelle faccende private Sua Altezza aveva mostrato ed era pronto a mostrare la più grande deferenza ai voleri del Re; ma non era ragionevole pretendere chʼegli, principe protestante, cooperasse con altri aʼ danni della religione protestante.[265]Il Re si tacque, ma non calmossi. Vedeva, con tanto cattivo umore da non poterlo nascondere, Dykvelt ordinare e disciplinare le varie frazioni della opposizione, con una maestria, che sarebbe stata argomento di lode in uno statista inglese, e che era maravigliosa in uno straniero. Al clero diceva che avrebbe nel principe dʼOrange trovato un amico allo episcopato e al Libro della Preghiera Comune. Incoraggiava i Non-Conformisti ad aspettarsi da lui, non solo tolleranza, ma comprensione ovvero assimilazione alla Chiesa dello Stato. Seppe conciliarsi perfino i Cattolici Romani; ed alcuni deʼ più rispettabili fra loro dichiararono al cospetto del Re dʼessere soddisfatti delle proposte di Dykvelt,e dʼamar meglio una tolleranza assicurata con un Atto legislativo, che un predominio illegale e precario.[266]I capi di tutti i più importanti partiti della nazione conferivano spesso in presenza del destro diplomatico. In siffatte ragunanze le opinioni del partito Tory erano principalmente espresse daʼ Conti di Danby e di Nottingham. Quantunque otto e più anni fossero decorsi dacchè Danby era caduto dal potere, ei godeva tuttavia grande reputazione fraʼ vecchi Cavalieri di Inghilterra; e molti anche di queʼ Whig, i quali lo avevano per innanzi osteggiato, adesso inchinavano a credere chʼegli portasse la pena di falli non suoi, e che il suo zelo per la regia prerogativa, comecchè lo avesse di sovente fatto traviare, fosse contemperato da due sentimenti che gli tornavano ad onore: dallo zelo per la religione dello Stato, e dallo zelo per la dignità e la indipendenza della patria. Era parimente tenuto in grande stima allʼAja, dove non era stato mai dimenticato come egli fosse colui, il quale, malgrado la Francia e i Papisti, aveva indotto Carlo a concedere la mano della Principessa Maria al cugino di lei.
XLII. Daniele Finch, Conte di Nottingham, gentiluomo il cui nome spesso sʼincontrerà nella storia di tre regni pieni di vicissitudini, discendeva da una famiglia sopra tutte eminente nel fôro. Uno deʼ suoi congiunti era stato Guardasigilli di Carlo I, aveva prostituito le insigni qualità e la dottrina onde era adorno, a riprovevoli fini, ed era stato perseguitato dalla vendetta della Camera deʼ Comuni allora governata da Falkland. Heneage Finch nella susseguente generazione aveva acquistata più onorevole rinomanza. Tosto dopo la Ristaurazione era stato fatto Avvocato Generale. Sʼera quindi inalzato al grado di Procuratore Generale, di Lord Guardasigilli, di Lord Cancelliere, di Barone Finch, di Conte di Nottingham. In tutta la sua prospera carriera aveva sempre mantenuta la prerogativa tanto alto quanto più glielo avevano conceduto la onestà e la decenza; ma non sʼera mai implicato in nessuna cospirazione contro le leggi fondamentali del Regno. Fra mezzo a una Corte corrotta aveva mantenuta intemerata la propria integrità. Godeva alta riputazione dʼoratore, quantunqueil suo stile formato sopra scrittori anteriori alle guerre civili, venisse verso gli ultimi suoi anni giudicato duro e pedantesco daglʼingegni della sorgente generazione. In Westminster Hall lo rammentano tuttora con riverenza, come colui che, primo tra tutti, da quella confusione che in antico dicevasi Equità, trasse un nuovo sistema di giurisprudenza, regolare e compiuto al pari di quello il quale aʼ dì nostri amministrano i Giudici del Diritto Comune.[267]Parte considerevole delle doti morali o intellettuali di questo gran magistrato aveva ereditate col titolo di Nottingham il maggiore deʼ suoi figli. Il conte Daniele era onorevole e virtuoso uomo. Comecchè fosse schiavo dʼalcuni assurdi pregiudicii, e soggetto a strani accessi di capriccio, non può tacciarsi dʼavere deviato dal sentiero della rettitudine per correre dietro ad illeciti guadagni o ad illeciti diletti. Come il padre suo, egli era egregio parlatore, penetrante, ma prolisso, e solenne con troppa monotonia. La sua persona era in perfetta armonia con la sua eloquenza. Il suo atteggiamento era secco e diritto, il colore della pelle sì bruno che si sarebbe potuto riputare nato in un clima più caldo del nostro; e i suoi austeri sembianti componeva in guisa da somigliare al capo deʼ piagnoni in un funerale. Dicevasi comunemente chʼegli sembrasse un grande di Spagna, più presto che un gentiluomo inglese. I soprannomi di Dismal (lugubre,tristo), Don Dismallo, Don Diego, gli furono apposti dagli spiriti arguti, e non sono per anche caduti nellʼoblio. Aveva studiosamente atteso alla scienza chʼera stata cagione dello inalzamento di sua famiglia, e per uomo del suo grado e della sua ricchezza, egli era assai dotto nelle patrie leggi. Amava fervidamente la Chiesa Anglicana, e mostrava ad essa riverenza in due modi non comuni fra queʼ Lordi, i quali in quel tempo menavano vanto dʼesserle caldi amici, pubblicando, cioè, scritti a difenderne i dogmi, e conducendo la vita secondo i precetti di quella. Al pari degli altri zelanti della Chiesa Anglicana, aveva, fino a poco innanzi, tenacemente sostenuta lʼautorità monarchica. Ma alla politica adottata dalla Corte, dopo che fu spenta la insurrezione delle Contrade Occidentali, egli era acremente ostile, e lo divennemaggiormente dal di in cui il suo minor fratello Heneage Finch era stato destituito dallʼufficio di Avvocato Generale per avere ricusato di difendere la potestà di dispensare, pretesa dal Re.[268]
XLIII. Con questi due Conti del partito Tory oggimai trovavasi congiunto Halifax, lo spettabile capo deʼ Barcamenanti. Eʼ pare che in quel tempo Halifax avesse un gran predominio sulla mente di Nottingham. Tra Halifax e Danby era una nimistà, la quale, già nota nella Corte di Carlo, poi perturbò la Corte di Guglielmo, ma come molte altre nimicizie, fu sopita dalla tirannia di Giacomo. I due avversari di frequente trovavansi insieme nelle ragunanze tenute da Dykvelt, e concordavano nel biasimare la politica del Governo, nel riverire il Principe dʼOrange. La diversità del carattere di cotesti due uomini di Stato vedevasi a chiari segni nelle loro relazioni con lʼoratore olandese. Halifax mostrava ammirevole ingegno nel discutere, ma ripugnava a venire ad alcuna ardimentosa e irrevocabile deliberazione. Danby, assai meno sottile ed eloquente, aveva più energia, risolutezza, e pratica sagacia.
Non pochi deʼ Whig più cospicui di continuo comunicavano con Dykvelt. Ma i capi delle grandi famiglie Cavendish e Russell non poterono prendervi quella parte attiva e notevole chʼera da aspettarsi dal grado e dalle opinioni loro. Sopra la fama e le sorti di Devonshire pesava in quel tempo una nube. Egli aveva una malaugurata contesa con la Corte, non per una ragione politica ed onorevole, ma per una rissa privata, nella quale anche i più caldi deʼ suoi amici non lo reputavano affatto scevro di biasimo. Trovandosi a Whitehall era stato insultato da un uomo che aveva nome Colepepper, ed era uno di queʼ bravazzoni i quali infestavano le sale di Corte, e studiavano di procacciarsi il favore del Governo affrontando i membri dellʼopposizione. Il Re stesso si mostrò grandemente sdegnato pel modo con che uno deʼ più illustri Pari del Regno era stato trattato dentro la reggia; e a placare Devonshirepromise che Colepepper non metterebbe mai più il piede in palazzo. Nulladimeno, poco dopo, lo interdetto fu tolto; e il risentimento del Conte destossi di nuovo. I suoi servi ne abbracciarono la causa; e per le vie di Westminster si videro scene che parevano richiamare la memoria di tempi barbari. Il Consiglio Privato consumava il suo tempo nelle accuse e recriminazioni delle parti avverse. La moglie di Colepepper dichiarò come la vita di lei e quella del marito fossero in continuo pericolo, e le case loro fossero state assalite da facinorosi coperti della livrea di Cavendish. Devonshire disse che dalle finestre di Colepepper gli era stato tirato un colpo di pistola. Colepepper negò il fatto, confessando a un tempo stesso, che una pistola, carica solo a polvere, era stata scaricata in un momento di terrore a fine di chiamare allʼarmi le guardie. Mentre ferveva il litigio, il Conte incontrò Colepepper nella gran sala di Whitehall, e gli parve di vedere in sulla fronte al bravazzone unʼaria di fiducia e di trionfo. Nulla dʼinconvenevole accadde al cospetto del Re, ma appena entrambi trovaronsi fuori la sala, lungi dalla presenza di lui, Devonshire propose di terminare in sullʼistante la contesa con la spada. Lʼaltro ricusò la disfida. Allora lʼaltero ed animoso Pari, dimenticando la riverenza dovuta al luogo, ed al proprio carattere, diede un colpo di mazza in viso a Colepepper. Tutti concordemente biasimarono questʼatto come indiscretissimo e indecentissimo; nè lo stesso Devonshire, come si sentì calmare il sangue, ci potè ripensare senza rincrescimento e vergogna. Il Governo nondimeno, con la solita insania, lo trattò con tanto rigore, che in breve egli si acquistò la universale simpatia della nazione. Una accusa criminale fu deposta presso il Banco del Re. Lo accusato allegò i suoi privilegi di Pari; ma ciò con una pronta sentenza non fu ammesso; nè si può negare che tale sentenza, fosse o non fosse conforme alle regole pratiche della legge inglese, era in istretta conformità coi grandi principii sopra i quali ogni legge dovrebbe appoggiarsi. Nullʼaltro dunque rimanevagli che il confessarsi reo. Il tribunale, per le successive destituzioni, era stato ridotto ad una sommissione così assoluta, che il governo il quale aveva intentato il processo, potè dettarela condanna. I giudici andarono in corpo da Jeffreys, il quale insistè che condannassero il reo ad una pena di trentamila lire stelline. Siffatta somma, ragguagliata alle rendite deʼ nobili di quella età, risponderebbe a centocinquantamila sterline del decimonono secolo. In presenza del Cancelliere i giudici non profferirono verbo di disapprovazione; ma appena partitisi, Sir Giovanni Powell, nel quale sʼera ridotto tutto quel poco dʼonestà che rimanesse nel tribunale, mormorò dicendo la multa essere enorme, e solo la decima parte essere bene bastevole. I suoi confratelli non furono dʼaccordo con lui; nè egli in cotesto caso fece prova di quel coraggio, con che pochi mesi dopo, in un memorando giorno, redense la propria fama. Il Conte quindi fu condannato ad una pena di trentamila lire sterline, e alla carcere fino alla estinzione del pagamento. Una tanta somma di pecunia non si sarebbe in un solo giorno potuta mettere insieme nè anche dal grandissimo deʼ nobili. La sentenza della carcerazione nondimeno fu più agevolmente pronunziata che eseguita. Devonshire erasi ritirato a Chatsworth, dove attendeva a trasformare la vecchia magione gotica della sua famiglia in un edificio degno di Palladio. Il distretto del Peak era in quei tempi rozzo come oggidì trovasi Connemara, e lo sceriffo credeva, o simulava, essere difficile metter le mani addosso al signore dʼuna regione così selvaggia fra mezzo a cotanti fedeli famigliari e dipendenti. In tal guisa passarono parecchi giorni: ma in fine il Conte e lo sceriffo furono entrambi imprigionati. Intanto una folla dʼintercessori cominciò a darsi moto. Si disse che la Contessa vedova di Devonshire era stata ammessa alle secrete stanze del Re, al quale aveva rammentato come il valoroso Carlo Cavendish cognato di lei fosse morto in Gainsborough combattendo a difesa della Corona, ed aveva mostrato certe scritte nelle quali Carlo I e Carlo II riconoscevano di avere ricevuto grosse somme prestate loro da suo marito a tempo delle guerre civili. Siffatte somme non erano state mai rese, e computatovi i frutti, ammontavano ad una somma maggiore della immensa multa imposta dalla Corte del Banco del Re. Vi era altra ragione che sembra avere avuto agli occhi di Giacomo maggior peso che la rimembranza deʼ servigi resi altrono. Forse sarebbe stato mestieri convocare il Parlamento, e credevasi che allora Devonshire avrebbe prodotto un ricorso contro la sentenza per difetto di forma. Il punto, intorno al quale egli intendeva di appellarsi contro la sentenza del Banco del Re, riferivasi ai privilegi della paria. Il tribunale che doveva di ciò giudicare era la Camera deʼ Pari; e così essendo, la Corte non poteva essere sicura neppure del voto dei più cortigiani fraʼ nobili. Non era dubbio alcuno che la sentenza verrebbe annullata, e che il Governo per volere abbracciar troppo perderebbe ogni cosa cosa. E però Giacomo inchinava a venire a patti. A Devonshire fu fatto sapere che ove egli firmasse una scritta dʼobbligo di trenta mila sterline, e in tal guisa si precludesse la vita a intentare unʼazione per difetto di forma, sarebbe liberato di prigione, e dipenderebbe dalla sua futura condotta lʼuso da farsi di cotale documento. Sʼegli votasse a favore della potestà di dispensare, non se ne parlerebbe altrimenti; ma sʼegli amasse meglio di mantenere la propria popolarità, gli si farebbe pagare trenta mila lire sterline. Ei ricusò, per qualche tempo, di consentire a tale proposta; ma divenutagli insopportabile la prigionia, firmò la scritta dʼobbligo e fu scarcerato: e comecchè consentisse a gravare di tal pesante carico il suo patrimonio, nulla potè indurlo a promettere dʼabbandonare il partito e i principii suoi. Seguitò ad essere partecipe di tutti gli arcani della opposizione: ma per alquanti mesi i suoi amici politici reputarono esser meglio per lui e per la causa comune chʼegli si tenesse in fondo alla scena.[269]
XLIV. Il Conte di Bedford non sʼera mai più riavuto dal colpo con che, quattro anni innanzi, la sventura gli aveva trafitto il cuore. Per sentimenti personali, non che per opinioni politiche, egli procedeva ostile alla Corte: ma non eraoperoso nel combinare i mezzi dʼavversarla. Nelle ragunanze deʼ malcontenti lo suppliva il suo nepote, cioè il celebre Eduardo Russell, uomo dʼincontrastato coraggio ed abilità, ma di principii sciolti e dʼindole torbida. Era marino, sʼera segnalato nellʼarte sua, e sotto il precedente regno aveva occupato un ufficio in palazzo. Ma tutti i vincoli onde era legato alla famiglia reale erano stati infranti dalla morte del suo cugino Guglielmo. Lʼaudace, irrequieto e vendicativo marino ormai sedeva nei Consigli, che, secondo lo Inviato Olandese, rappresentavano la più ardita ed operosa parte dellʼopposizione, di quegli uomini, i quali sotto i nomi di Testerotonde, Esclusionisti e Whig avevano mantenuta con varia fortuna una contesa di quarantacinque anni contro tre Re successivi. Cotesto partito, dianzi depresso e quasi estinto, ma ora nuovamente risorto e pieno di vita e pressochè predominante, non pativa gli scrupoli deʼ Tory o deʼ Barcamenanti, ed era pronto a snudare il ferro contro il tiranno nel primo giorno in cui il ferro si sarebbe potuto snudare con ragionevole speranza di buon esito.
XLV. Rimane ancora a far menzione di tre uomini coʼ quali Dykvelt tenne relazioni di confidenza, e con lʼaiuto deʼ quali egli sperava di assicurarsi del buon volere di tre grandi classi di cittadini. Il Vescovo Compton assunse lo incarico di acquistare il favore del clero: lʼAmmiraglio Herbert imprese di esercitare la propria influenza sulla flotta; e per mezzo di Churchill doveva crearsi un partito nellʼesercito.
Non è mestieri ragionare della condotta di Compton e di quella dʼHerbert. Avendo essi nelle cose temporali servito con zelo e fedeltà la Corona, erano incorsi nella collera del Re, ricusando di farsi strumenti a distruggere la propria religione. Entrambi avevano dalla esperienza imparato come agevolmente Giacomo ponesse in oblio gli obblighi, e con quanta acrimonia rammentasse quelle chʼegli considerava offese. Il Vescovo con una sentenza illegale era stato sospeso dalle sue funzioni. Lo Ammiraglio in un solo istante dalla opulenza aveva ruinato a povertà. La situazione di Churchill era ben differente. Egli pel regio favore era stato inalzato dalla oscuritàad alto grado, e dalla povertà alla ricchezza. Avendo cominciata la propria carriera da semplice porta-bandiera e da povero, a trentasette anni trovavasi Maggiore Generale, Pari di Scozia e Pari dʼInghilterra: comandava una compagnia delle Guardie del Corpo: occupava varii lucrosi impieghi; e fino allora nessun indizio mostrava chʼegli avesse minimamente perduto quel favore al quale tanto doveva. Era vincolato a Giacomo, non solo per debito comune di fedeltà, ma per onor militare, per gratitudine personale, e, siccome pareva ai frivoli osservatori, pei più forti legami dellʼutile proprio. Ma Churchill non era osservatore superficiale, e conosceva profondamente dove stava il suo vero utile. Se il suo signore conseguisse piena libertà di concedere gli uffici ai papisti, non rimarrebbe in quelli nemmeno un solo deʼ protestanti. Per qualche tempo pochi deʼ più prediletti servitori della Corona forse sarebbero esenti dalla proscrizione universale, sperando che sʼinducessero a cangiare religione; ma anche essi tra breve cadrebbero, lʼuno dopo lʼaltro, come era già caduto Rochester. Churchill avrebbe potuto schivare cotesto pericolo, ed acquistare maggior grazia presso il Re uniformandosi alla Chiesa di Roma; e pareva probabile con un uomo che non era meno notevole per avarizia ed abiettezza, che per capacità e valore, non aborrirebbe dal pensiero di ascoltare la Messa. Ma vʼha tale incoerenza nella umana natura, che esiste qualche parte sensibile anche nelle coscienze più dure. E così costui, che doveva il proprio inalzamento al disonore della sorella, chʼera stato mantenuto dalla più prodiga, imperiosa e svergognata delle bagasce, e la cui vita pubblica, a coloro che possono tenere fitti gli occhi allo abbagliante splendore del genio e della gloria, sembrerà un prodigio di turpitudini, credeva nella religione chʼegli aveva succhiata col latte, e rifuggiva dal pensiero di abiurarla formalmente. Egli si stava fra un terribile dilemma. Tra i mali terreni quello che più egli temeva era la povertà. Lʼunico delitto del quale il suo cuore aveva ribrezzo, era lʼapostasia. Ed ove la corte giungesse a conseguire il fine al quale aspirava, non vʼera dubbio chʼegli sarebbe stato costretto ad eleggere o lʼapostasia, o la povertà. Per le quali considerazioni deliberò di attraversare idisegni della Corte; e tosto si vide come non vʼera colpa nè infamia nella quale egli non fosse pronto ad incorrere, onde far fronte al bisogno di rinunciare o aglʼimpieghi o alla propria religione.[270]
XLVI. Eʼ non era soltanto come comandante dʼalto grado nelle milizie, e cospicuo per arte e coraggio, che Churchill potesse giovare lʼopposizione. Era, se non assolutamente essenziale, importantissimo al buon successo deʼ disegni di Guglielmo, che la sua cognata, la quale nellʼordine della successione alla Corona dʼInghilterra stava tra la sua moglie e lui, cooperasse di pieno accordo con essi. Tutti gli ostacoli che gli si paravano dinanzi si sarebbero grandemente accresciuti, se Anna si fosse dichiarata favorevole alla Indulgenza. Il partito al quale ella si sarebbe appigliata dipendeva dalla volontà altrui, perocchè era donna di tardo intendimento, e quantunque nel suo carattere fossero i semi di una caparbietà e inflessibilità ereditarie, che molti anni dipoi gran potere e grandi provocazioni fecero germogliare e crescere, nondimeno era allora schiava obbediente ad una donna di carattere più vivo ed imperioso. Colei, dalla quale Anna lasciava dispoticamente governarsi, era la moglie di Churchill, donna che poscia ebbe grande influenza sopra le sorti della Inghilterra e dellʼEuropa.
La celebre favorita chiamavasi Sara Jennings. Francesca sua sorella maggiore aveva acquistata rinomanza di beltà e leggerezza di carattere fra mezzo la folla delle donne belle e dissolute che adornarono e disonorarono Whitehall finchè durò lʼintemperante carnevale della Restaurazione. Una volta si travestì da fruttaiuola e corse gridando per le vie.[271]Le persone gravi predicevano che una fanciulla così poco discreta e delicata difficilmente troverebbe marito. Nondimeno ebbe tre mariti, e adesso era la moglie di Tyrconnel.Sara, dotata di bellezza meno regolare, aveva forse maggiori attrattive. Il suo viso era espressivo; le sue forme non avevano difetto di vezzi donneschi; e i suoi copiosi e leggiadri capelli non per anche sfigurati dalla polvere, secondo il barbaro costume, che, vivente lei, fu introdotto in Inghilterra, formavano lʼammirazione di tutti.
Tra i galanti giovani che tentavano di conquiderle il cuore, ella prescelse il Colonnello Churchill, giovane, bello, grazioso, insinuante, eloquente, valoroso. Certo egli ne era innamorato, imperocchè non aveva patrimonio, tranne lʼannua rendita da lui acquistata coglʼinfami doni della Duchessa di Cleveland: aveva avidità insaziabile di ricchezze: Sara era povera; e a lui era stata proposta la mano di unʼaltra poco avvenente ma ricca fanciulla. Dopo una interna lotta fra i due partiti, lʼamore vinse lʼavarizia; il vincolo maritale non fece che accrescergli in cuore la passione; e fino allʼultima ora della vita di lui, Sara gustò il diletto dʼessere la sola fra le umane creature la quale potesse far traviare quellʼacuto e fermo intelletto, e fosse fervidamente amata da quel gelido cuore, e servilmente temuta da quellʼanimo intrepido.
Secondo lʼopinione del mondo, il fido amore di Churchill ebbe ampia rimunerazione. La sua moglie, comunque scarsa di sostanze, gli portò una dote, che impiegata con giudizio, lo inalzò al grado di Duca, di Principe dello Impero, di capitano generale dʼuna grande coalizione, di arbitro tra principi potenti, e, ciò chʼegli pregiava sopra ogni cosa, lo rese il più ricco suddito che fosse in Europa. Ella era cresciuta fino dallʼinfanzia con la Principessa Anna, e neʼ cuori di entrambe era nata stretta amicizia. Per indole lʼuna poco somigliava allʼaltra. Anna era inerte e taciturna. Verso coloro chʼerano cari al suo cuore, mostravasi soave. La ira neʼ suoi sembianti prendeva forma di tristezza. Chiudeva in petto forte sentimento di religione, ed amava anche con bacchettoneria il rito e lʼordinamento della Chiesa Anglicana. Sara era vivace e volubile, dominava coloro ai quali prodigava le sue carezze, e ogni qual volta sentivasi offesa, sfogava la propria rabbia con pianti e impetuosi rimproveri.Non pretendeva affatto a mostrarsi una santa, e rasentò la taccia dʼirreligiosa. Allora non era per anche ciò che ella divenne quando certi vizi le sviluppò in cuore la prosperità, e certi altri lʼavversità, quando il buon successo e le lusinghe le avevano dato volta al cervello, quando il suo cuore esulcerarono mortificazioni e disastri. Ella visse tanto da ridursi la più odiosa e misera delle umane creature, vecchia strega in guerra con tutti i suoi, in guerra coi propri figli, e coʼ figliuoli deʼ figli, grande e ricca, ma apprezzatrice della grandezza e delle ricchezze, perchè con esse ella poteva affrontare lʼopinione pubblica, e sfrenatamente sbramare lʼodio suo contro i vivi e i morti. Regnante Giacomo, ella veniva considerata solo come una leggiadra ed altera giovine, la quale a volte mostravasi di cattivo umore o bisbetica, difetti che le venivano di leggieri perdonati in grazia della sua leggiadria.
È comune opinione che le differenze dʼinclinazione, di mente, dʼindole non siano dʼimpedimento allʼamicizia, e che sovente la più stretta intimità esista tra due anime, lʼuna delle quali possegga ciò di cui lʼaltra difetta. Lady Churchill era amata e quasi adorata da Anna, la quale non poteva vivere divisa dallʼoggetto della sua romanzesca tenerezza. Anna prese marito, e fu moglie fedele ed affettuosa. Ma il Principe Giorgio, uomo pesante, che amava di cuore sopra ogni cosa un buon desinare e un buon fiasco, non acquistò mai su lei una influenza da paragonarsi a quella che esercitava lʼamica, e tosto si sottopose anchʼegli con istupida pazienza allo impero di quel vigoroso e predominante spirito che governava la moglie. Dai regali sposi nacquero figliuoli; ed Anna non difettava di sentimento materno. Ma la tenerezza che ella sentiva per le proprie creature era languida, in agguaglio allo affetto con che amava la compagna della sua infanzia. In fine la Principessa divenne insofferente deʼ riguardi che la convenienza imponevate: non poteva sentirsi chiamare Madama ed Altezza Reale da colei che le era più che sorella. Tali parole, per vero, erano necessario nella galleria o nel salone; ma smettevansi nelle segrete stanze. Anna chiamavasi la signora Morley, e LadyChurchill la signora Freeman; e sotto questi fanciulleschi nomi corse per venti anni un carteggio da cui finalmente dipesero le sorti di governi e dinastie. Ma per allora Anna non aveva potere politico nè patronato. Lʼamica Sara faceva lʼufficio di Maggiordoma, con un onorario di sole quattrocento lire sterline annue. Nonostante, vi è ragione a credere che in quel tempo Churchill potesse per mezzo della moglie appagare la passione onde era governato. La principessa, quantunque avesse una pingue entrata e gusti semplici, contrasse debiti, che furono da suo padre non senza brontolare pagati: e fu detto che di cotesti impacci pecuniarii era stata cagione la sua prodiga bontà verso la prediletta amica.[272]
Alla perfine era giunto il tempo in cui cotesta singolare amicizia doveva esercitare grande influenza sopra gli affari dello Stato. Aspettavasi con grande ansietà sapere qual parte seguirebbe la Principessa Anna nella contesa che agitava la Inghilterra tutta quanta. Da un lato stava il dovere filiale; dallʼaltro la salvezza della religione, da lei sinceramente amata. Un carattere meno inerte avrebbe lungamente tentennato fra motivi così forti e rispettabili. Ma la influenza dei Churchill risolvè la questione; e la loro protettrice divenne parte importante di quella vasta lega che aveva per capo il Principe dʼOrange.
XLVII. Nel giugno del 1686 Dykvelt ritornò allʼAja. Presentò agli Stati Generali una lettera del Re, che encomiava la condotta tenuta da lui nella sua dimora in Londra. Cotesti encomii, nulladimeno, erano prettamente formali. Giacomo nelle comunicazioni private, scritte di propria mano, acremente querelavasi che il Legato era vissuto in grande intimità coi più faziosi che fossero nel Regno, e gli aveva animati a persistere neʼ loro maligni proponimenti. Dykvelt recò parimente un fascio di lettere deʼ più eminenti tra coloro coʼ quali erasi abboccato nel suo soggiorno in Inghilterra. Costoro generalmente esprimevano infinita riverenza ed affetto per Guglielmo, e quanto alle loro mire, riferivansi alle informazioniorali che ne averebbe date il portatore delle lettere. Halifax ragionava colla sua consueta acutezza e vivacità intorno alle condizioni e alle speranze del paese, ma adoperava gran cura a non impegnarsi in nessuna pericolosa linea di condotta. Danby scrisse in un tono più audace e risoluto, e non potè frenarsi dallo schernire delicatamente gli scrupoli del suo egregio rivale. Ma la più notevole fra tutte era la lettera di Churchill. Era scritta con quella eloquenza naturale, la quale, per quanto egli fosse letterato, non gli mancava mai nelle grandi occasioni, e con unʼaria di magnanimità, che egli, perfido qual era, sapeva assumere con singolare destrezza. Diceva, la Principessa Anna avergli fatto comandamento di assicurare i suoi illustri parenti dellʼAja chʼessa era, con lʼaiuto di Dio, deliberatissima a perdere piuttosto la vita, che rendersi colpevole dʼapostasia. Quanto a sè stesso, glʼimpieghi e la grazia del Re erano nulla, trattandosi della sua religione. E concludeva dichiarando altamente, che se non poteva pretendere di avere menata la vita dʼun santo, sarebbe pronto, venuta lʼoccasione, a morire da martire.[273]
XLVIII. Dykvelt era così bene riuscito nella sua commissione, che tosto trovossi un pretesto a spedire un altro agente onde continuare lʼopera con sì buoni auspici incominciata. Il nuovo Inviato, che poscia fondò una nobile casa inglese estinta ai tempi nostri, era cugino illegittimo di Guglielmo; e portava un titolo tratto dalla signoria di Zulestein. La parentela di Zulestein con la Casa dʼOrange gli dava importanza agli occhi del pubblico. Aveva il portamento dʼun valoroso soldato; per ingegno diplomatico e scienza cedeva di molto a Dykvelt, ma anche tale inferiorità aveva i suoi vantaggi. Un militare, il quale non sʼera mai impacciato di cose politiche, poteva, senza ombra di sospetto, tenere con lʼaristocrazia inglese relazioni, che, ove egli fosse stato rinomato maestro degli intrighi di Stato, sarebbero state rigorosamente spiate. Zulestein, dopo una breve assenza, fece ritorno alla patria recando lettere e messaggi orali non meno importanti diquelli chʼerano stati affidati al suo predecessore. Da quel tempo sʼistituì un carteggio regolare tra il Principe e la opposizione. Agenti di varie condizioni andavano e venivano dal Tamigi allʼAja. Fra questi fu utilissimo uno Scozzese non privo dʼingegno, e fornito di grande attività, il quale aveva nome Johnstone. Era cugino di Burnet, e figlio dʼun illustre convenzionista, il quale poco dopo la Restaurazione era stato dannato a morire come reo dʼalto tradimento, e veniva onorato come martire dal proprio partito.
XLIX. La rottura tra il re dʼInghilterra e il Principe dʼOrange facevasi sempre maggiore. Una grave contesa era nata a cagione dei sei reggimenti che erano al soldo delle Provincie Unite. Il Re desiderava che venissero posti sotto il comando dʼufficiali romani. Il Principe fermamente sʼopponeva. Il Re aveva ricorso ai soliti luoghi comuni della tolleranza. Il Principe rispondeva chʼegli altro non faceva che seguire lo esempio di Sua Maestà. Era a tutti noto che uomini abili e leali erano stati in Inghilterra cacciati daʼ loro uffici, solo per essere protestanti. Era quindi ragione che lo Statoldero e gli Stati Generali tenessero ai papisti chiuso lʼadito agli alti impieghi pubblici. La risposta del Principe provocò lʼira di Giacomo a tal segno, chʼegli nel suo furore perdè dʼocchio la verità e il buon senso. Diceva con veemenza esser falso chʼegli avesse cacciato alcuno per motivi religiosi. E se lo avesse fatto, che importava ciò al Principe o agli Stati? Erano essi suoi padroni? Dovevano essi sedere a scranna per giudicare della condotta deʼ Sovrani stranieri? Da quel dì egli ebbe voglia di richiamare i suoi sudditi chʼerano aʼ servigi del Governo Olandese. Pensava che facendoli venire in Inghilterra, avrebbe reso più forte sè, e più deboli i suoi peggiori nemici. Ma vʼerano difficoltà tali di finanza che era impossibile non se ne accorgesse. Il numero deʼ soldati chʼegli manteneva, comecchè fosse maggiore che neʼ tempi trascorsi, e amministrato con parsimonia, era quale le sue rendite potessero sopportare. Se allo esercito si aggiungessero i battaglioni che erano al soldo dellʼOlanda, il Tesoro fallirebbe. Forse si potrebbe indurre Luigi a prenderli al suo servizio. Così verrebbero allontanati da un paese dove rimanevano sempreesposti alla corruttrice influenza dʼun governo repubblicano e dʼun culto calvinista, e sarebbero posti in un paese dove niuno rischiavasi a far fronte ai comandi del Sovrano o alle dottrine della vera Chiesa. I soldati tosto disimparerebbero ogni eresia politica e religiosa. Il Principe loro naturale potrebbe in pochi di richiamarli a prestargli mano forte, e in ogni occorrenza esser sicuro della fedeltà loro.
Sʼaprirono intorno a questo negozio pratiche tra Whitehall e Versailles. Luigi aveva quanti soldati gli bisognavano; e se così non fosse stato, non avrebbe mai voluto milizie inglesi al suo soldo; imperciocchè la paga in Inghilterra, per quanto oggimai ci possa sembrare poca, era maggiore di quella che si dava in Francia. Nel tempo stesso era un gran che privare Guglielmo di sì belle milizie. Dopo un carteggio che durò alcune settimane, a Barillon fu data podestà di promettere che ove Giacomo richiamasse dallʼOlanda i soldati inglesi, Luigi pagherebbe la spesa a mantenerne due mila in Inghilterra. Tale offerta Giacomo accettò con calde espressioni di gratitudine. Ordinate le cose a quel modo, chiese agli Stati Generali che gli mandassero i sei reggimenti. Gli Stati Generali ligi a Guglielmo, risposero che simigliante domanda, in siffatte circostanze, non era autorizzata dai Trattati esistenti, e positivamente ricusarono dʼammetterla. È cosa notevole come Amsterdam, la quale aveva votato per tenere le predette milizie in Olanda, mentre Giacomo ne aveva mestieri contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, adesso fece ogni sforzo perchè si cedesse alla domanda del Re. In ambedue i casi, il solo scopo di coloro che reggevano quella grande città era quello di opporsi ai desiderii del Principe dʼOrange.[274]
L. Ma le armi dʼOlanda erano a Giacomo meno formidabili di quel che fossero i torchj olandesi. AllʼAja stampavansi quotidianamentelibri e libercoli inglesi contro il Governo di lui; nè vi era vigilanza a impedire che migliaia di esemplari ne fossero introdotte di contrabbando nelle Contee poste lungo lʼoceano germanico. Fra tutte coteste pubblicazioni ne va predistinta una per la sua importanza e per lo immenso effetto che produsse. La opinione che intorno allʼAtto dʼIndulgenza tenevano il Principe e la Principessa dʼOrange, era ben nota a tutti coloro che prendevano interesse alle cose pubbliche. Ma perchè tale opinione non era stata officialmente annunciata, molti che non avevano mezzi di ricorrere a buone fonti, erano ingannati o rimanevano perplessi vedendo la sicurezza con che i partigiani della Corte asserivano le Altezze Loro approvare i recenti Atti del Re. Smentire pubblicamente tal voce sarebbe stato un mezzo semplice ed ovvio, se il solo scopo di Guglielmo fosse stato quello di vantaggiare i propri interessi in Inghilterra. Ma egli considerava la Inghilterra principalmente come strumento necessario alla esecuzione deʼ suoi grandi disegni intorno lʼEuropa; ai quali egli sperava di ottenere la cooperazione di ambedue le Case dʼAustria, deʼ Principi Italiani ed anche del Sommo Pontefice. Vʼera ragione a temere, una dichiarazione soddisfacente ai Protestanti inglesi non eccitasse sospetto e sinistri umori in Madrid, in Vienna, in Torino ed in Roma. A tal fine il Principe si astenne lungo tempo dallo esprimere i propri sentimenti. In fine gli fu fatto notare come il suo prolungato silenzio avesse destato inquietudine e diffidenza fra coloro che volevano il suo bene, e fosse ormai tempo di parlare: deliberò quindi di manifestare il proprio intendimento.
LI. Un Whig scozzese, chiamato Giacomo Stewart, parecchi anni innanzi, sʼera rifugiato in Olanda onde sottrarsi allo stivaletto e alle forche, ed aveva stretto amicizia col Gran Pensionario Fagel, il quale godeva largamente la fiducia e la grazia dello Statoldero. Stewart era colui che aveva scritto il virulento Manifesto dʼArgyle. Appena promulgata la Indulgenza, Stewart pensò di cogliere il destro non solo ad ottenere perdono, ma a meritarsi una ricompensa. Offerse al governo al quale egli era stato nemico i propri servigi, che furono accettati, e mandò a Fagel una lettera dicendo essere stata scrittaper ordine di Giacomo. In essa il Pensionario veniva richiesto di adoperare tutta la sua influenza sul Principe e la Principessa onde indurli a secondare la politica del padre loro. Dopo alcuni giorni dʼindugio Fagel mandò una risposta profondamente pensata, e scritta con arte squisitissima. Niuno che mediti quel notevole documento, può non accorgersi che quantunque fosse composto con lo intendimento di rassicurare e piacere ai Protestanti inglesi, non vi si contiene una sola parola che possa recare offesa nè anche al Vaticano. Vi si diceva che Guglielmo e Maria approverebbero volentieri lʼabrogazione dʼogni legge penale contro ogni Inglese di qualunque classe si fosse, per cagione dʼopinioni religiose. Ma bisognava distinguere punizione da incapacità. Ammettere agli uffici i Cattolici Romani, non sarebbe, secondo opinavano le Altezze loro, vantaggioso nè al bene dellʼInghilterra, nè a quello degli stessi Cattolici Romani. Il Manifesto fu tradotto in varie lingue, e sparso profusamente per tutta lʼEuropa. Della versione inglese, fatta con gran cura da Burnet, ne furono introdotti nelle Contee Orientali circa cinquantamila esemplari, e furono rapidamente diffusi per tutto il reame. Nessuno scritto politico ebbe mai esito cotanto felice. I Protestanti dellʼisola nostra fecero plauso alla mirabile fermezza con che Guglielmo dichiarava di non potere assentire che i papisti avessero partecipazione alcuna alle cose di Governo. Ai Principi Cattolici Romani, dallʼaltro canto, piaceva lo stile mite e sobrio con cui era vestito il concetto del Principe, e la speranza ivi espressa che sotto il suo governo nessun credente della Chiesa di Roma riceverebbe molestia per motivo di religione.
LII. È probabile che anche il Pontefice leggesse con piacere cotesta celebre lettera. Alcuni mesi innanzi aveva dato commiato a Castelmaine in un modo tale da mostrare poco riguardo pel Re dʼInghilterra. A Papa Innocenzo spiaceva affatto la politica interna non che la esterna del Governo Britannico. Vedeva come glʼingiusti e impolitici provvedimenti della cabala gesuitica avessero a rendere perpetue le leggi penali più presto che giungere ad abrogare lʼAtto di Prova. La sua contesa con la Corte di Versailles diveniva sempre più grave; nè poteva egli o come Principe temporale o comeSommo Pontefice sentire schietta amistà pel vassallo di quella Corte. Castelmaine non aveva i requisiti necessari a spegnere cotesta ripugnanza. Conosceva bene Roma, e, come laico, era profondamente erudito nelle controversie teologiche.[275]Ma non aveva la destrezza che il suo ufficio richiedeva; e quandʼanche fosse stato abilissimo diplomatico, vʼera una ragione che lo avrebbe reso inadatto a compire convenevolmente la sua commissione. Tutta Europa conoscevalo come il marito della più svergognata femmina, e non altrimenti. Era impossibile parlare con lui senza richiamarsi alla memoria il modo onde erasi acquistato il titolo chʼegli portava. Ciò sarebbe stato ben poco, sʼegli fosse stato ambasciatore a qualche dissoluta Corte, come quella in cui aveva pur dianzi dominato la Marchesa di Montespan. Ma era manifestamente inconvenevole lo averlo inviato ad unʼambasciata di natura più presto spirituale che temporale e ad un Pontefice di austerità antica. I Protestanti in tutta Europa lo ponevano in canzone; ed Innocenzo, già sfavorevolmente disposto verso il Governo Inglese, considerò il complimento fattogli quasi come affronto. A Castelmaine era stata assegnata una paga di cento lire sterline per settimana; ma egli ne mosse lamento dicendo che tre volte tanto appena sarebbe bastato: imperocchè in Roma i Ministri deʼ grandi potentati continentali si sforzavano di vincersi vicendevolmente per isplendidezza agli occhi di un popolo, il quale per essere avvezzo a vedere tanta magnificenza di edifizi, di decorazioni e di cerimonie, era di difficile contentatura. Dichiarò sempre di averci rimesso del suo. Lo accompagnavano vari giovani delle migliori famiglie cattoliche dellʼInghilterra, come sarebbero i Ratcliffe, gli Arundell, e i Tichborne. In Roma alloggiava in palazzo Panfili a mezzogiorno della magnifica Piazza Navona. Fino daʼ primi giorni era stato privatamente ricevuto da Papa Innocenzo; ma la pubblica udienza fu lungamente ritardata. E veramente gli apparecchi che andava facendo Castelmaine erano così sontuosi, che quantunque fossero incominciati alla Pasqua di Resurrezione del 1686 non furono compiti se non nel novembre dellʼanno stesso; nel quale mese il Papa ebbe, o simulò dʼavere un accesso di podagrache fece differire la cerimonia. Finalmente nel gennaio del 1687 la solenne presentazione segui con insolita pompa. I cocchi già lavorati appositamente in Roma, erano così magnifici che vennero reputati degni dʼessere trasmessi ai posteri per mezzo di belle incisioni, e celebrati dai poeti in diverse lingue.[276]La facciata del palazzo della legazione in quel solenne giorno era decorata con pitture di assurde e gigantesche allegorie. Vʼerano effigiati San Giorgio col piede sul collo di Tito Oates, ed Ercole che con la mazza percoteva College, il manuale protestante, il quale invano tentava difendersi col suo correggiato. Dopo cotesta pubblica dimostrazione, Castelmaine invitò tutti i più notevoli personaggi che allora si trovassero in Roma, ad un banchetto in quella gaia e splendida sala, la quale Pietro da Cortona ornò con pitture rappresentanti i fatti dellʼEneide. La intiera città corse a vedere la solennità; e a stento una compagnia di Svizzeri potè mantenere lʼordine fra gli spettatori. I nobili dello Stato Pontificio in contraccambio offrirono dispendiosi intertenimenti allo Ambasciatore; e i poeti e i belli spiriti furono invitati a tributare a lui e al suo signore iperboliche adulazioni, quali sogliono usarsi quando il genio e il gusto trovansi in gran decadenza. Fra tutti cotesti adulatori va predistinta una testa coronata. Erano corsi trenta e più anni da che Cristina, figlia del grande Gustavo, era volontariamente discesa dal trono di Svezia. Dopo lungo pellegrinare, nel corso del quale ella commise molte follie e molti delitti, erasi finalmente fermata in Roma,dove occupavasi di calcoli astrologici, dʼintrighi di conclave, e sollazzavasi con pitture, gemme, manoscritti, e medaglie. In quellʼoccasione ella compose alcune stanze in italiano in lode del Principe inglese, il quale, al pari di lei, nato da stirpe di Re fino allora considerati come campioni della Riforma, erasi, come lei, riconciliato allʼantica Chiesa. Una splendida ragunanza ebbe luogo nel suo palazzo; i suoi versi, posti in musica, furono cantati fra gli applausi universali; ed un suo famigliare, uomo letterato, recitò una orazione sul medesimo subietto, scritta in un stile si florido e intemperante, che pare offendesse il severo orecchio degli Inglesi che vʼerano presenti. I Gesuiti, nemici del Papa, devoti agli interessi della Francia, e inchinevoli a glorificare Giacomo, accolsero la legazione inglese con estrema pompa in quella principesca casa dove riposano le ossa dʼIgnazio di Loyola, rinchiuse in un monumento di lapislazzuli e dʼoro. La scultura e la pittura, la poesia e lʼeloquenza furono adoperate ad onorare gli stranieri: ma le arti tutte erano miseramente degenerate. Vi fu profusione di turgida ed impura latinità, indegna dʼun Ordine così erudito; e talune delle iscrizioni che adornavano le pareti, peccavano in cosa ben altrimenti più seria che non fosse lo stile. In una dicevasi che Giacomo aveva spedito al cielo il proprio fratello come suo messaggiero, ed in unʼaltra che Giacomo aveva apprestate le ali, con che il fratello erasi levato allʼeteree regioni. Vʼera anco un più sciagurato distico, al quale per allora si badò poco, ma che pochi mesi dopo fu rammentato ed ebbe sinistra interpretazione. «O Re,» diceva il poeta «cessa di sospirare per avere un figlio. Quandʼanche la natura si mostrasse avversa al tuo desiderio, le stelle troveranno modo di compiacerti.»
Fra mezzo a tanti festeggiamenti, Castelmaine ebbe a soffrire mortificazioni ed umiliazioni crudeli. Il Pontefice trattavalo con estrema freddezza e riserbo. Qualvolta lo Ambasciatore lo sollecitava dʼuna risposta alla richiesta fatta di concedere un cappello cardinalizio a Petre, Papa Innocenzio, facendosi venire un violento colpo di tosse, poneva fine al colloquio. Si sparse per tutta Roma la voce di coteste singolari udienze. Pasquino non tacque. Tutti i curiosi e i ciarlieri dellacittà più sfaccendata del mondo, tranne solo i Gesuiti e i Prelati partigiani della Francia, facevano le matte risate alla sconfitta di Castelmaine; ed egli chʼera poco dolce dʼindole, ne divenne furioso, e fece correre in giro uno scritto mordace contro il Papa. Castelmaine così ponevasi dalla parte del torto; e lo scaltro Italiano acquistava vantaggio e voleva giovarsene. Dichiarò senza ambagi come la regola che escludeva i Gesuiti dalle dignità ecclesiastiche non si dovesse violare in favore di Padre Petre. Castelmaine offeso minacciò di andarsene via da Roma. Innocenzo rispose, con una mansueta impertinenza, tanto più provocante quanto non poteva distinguersi dalla semplicità, che Sua Eccellenza se ne andasse pure se così le piacesse. «Ma se noi dobbiamo perderlo» aggiunse il venerando Pontefice, «speriamo chʼegli badi alla propria salute nel fare il viaggio. GlʼInglesi non sanno quanto sia pernicioso in questi nostri paesi il viaggiare sotto i calori del giorno. Sarebbe bene adunque chʼegli si partisse avanti lʼalba onde a mezzodì si potesse riposare.» Con tale salutare consiglio e col dono dʼun rosario, il malarrivato ambasciatore ebbe commiato. Pochi mesi di poi comparve alla luce, in italiano e in inglese, una pomposa storia della sua legazione, stampata magnificamente in foglio e adorna dʼincisioni. Il frontespizio, a grande scandalo di tutti i Protestanti, rappresentava Castelmaine nel suo abito di Pari, con la corona di Conte nelle mani, in atto di baciare il piede a Papa Innocenzo.[277]