E davvero, in quel tempo lʼavversione de glʼInglesi contro glʼIrlandesi era sì forte ed universale, che la sentivano perfino i più spettabili Cattolici Romani. Powis e Bellasyse anche in Consiglio significarono con aspre e virulente parole la loro antipatia contro gli stranieri;[445]antipatia che era anche più forte fra glʼInglesi Protestanti, e più forte ancora nellʼarmata. Nè gli ufficiali, nè i soldati erano disposti a tollerare con pazienza la predilezione che il loro signore mostrava ad una razza vinta e forestiera. Il Duca di Berwick, colonnello dellʼottavo reggimento di linea acquartierato in Portsmouth, ordinò che trenta uomini pur allora giunti dallʼIrlanda fossero inscritti neʼ ruoli militari. I soldati inglesi dichiararono di non volere servire insieme con glʼintrusi. Giovanni Beaumont Luogotenente colonnello, a nome suo e di cinque capitani, protestò al cospetto del Duca contro questo insulto fatto alla nazione ed allʼesercito inglese, dicendo: «Noi componemmo il reggimento a nostre proprie spese per difendere la corona della Maestà sua in perigliosi tempi. Allora non incontrammo difficoltà a trovare centinaia di reclute inglesi. Noi possiamo agevolmente tenere congiunta ogni compagnia senza ammettervi glʼIrlandesi. E però reputiamo che ne vada dellʼonor nostro nel tollerare che ci vengano imposti cotesti stranieri; e chiediamo che o ci sia permesso di comandare a soldati nostri concittadini, o che si accetti la nostra rinuncia.» Berwickscrisse a Windsor per sapere in che guisa comportarsi. Il Re, grandemente esasperato, spedì subito una legione di cavalleria a Portsmouth perchè gli conducesse dinanzi i sei ufficiali disubbidienti. Furono tradotti avanti a un Consiglio di guerra. Ricusarono di sottomettersi, e furono dannati ad essere cassi daʼ ruoli, la qual pena allora era la massima che una Corte marziale potesse infliggere. La intera nazione feʼ plauso agli ufficiali caduti in disgrazia: e lʼopinione pubblica fu maggiormente irritata dalla voce corsa, quantunque senza fondamento, che essi mentre rimanevano in carcere, erano stati crudelmente trattati.[446]XVIII. Lʼopinione pubblica non manifestavasi allora con queʼ segni che oggidì sono comuni fra noi, cioè con numerose ragunanze e veementi arringhe. Nondimeno trovò una via ad esplodere. Tommaso Wharton, il quale nellʼultimo Parlamento era stato rappresentante della Contea di Buckingam ed aveva fama di libertino e di Whig, scrisse una ballata satirica sopra Tyrconnel. In questa breve poesia un Irlandese si congratulava con un altro suo concittadino, in un gergo barbaro, pel prossimo trionfo del papismo e della razza milesia. Diceva che lo erede protestante della Corona sarebbe escluso. Gli ufficiali protestanti verrebbero cacciati. La Magna Charta e i ciarlieri che si richiamavano ad essa verrebbero impiccati alla medesima forca. Il buon Talbot verserebbe a torrenti glʼimpieghi sopra i suoi concittadini, e segherebbe la gola aglʼInglesi. Questi versi, che non sʼinalzavano punto sopra la poesia plateale, avevano per intercalare un vocabolo che dicevasi essere stato adoperato come parola dʼordine daglʼinsorti dʼUlster nel 1644. La nazione sʼincapriccì deʼ versie della musica. Da un angolo allʼaltro, per lʼintera Inghilterra, tutta la popolazione non rifiniva mai di cantare cotesti versi scempi, che in ispecie formavano il diletto dello esercito inglese. Settanta e più anni dopo la Rivoluzione, un grande scrittore dipinse con arte squisita un veterano che aveva combattuto sul Boyne e in Namur; e uno deʼ tratti caratteristici del buon veterano consisteva nel fischiare il Lilliburello.[447]Wharthon poscia menò vanto dʼavere cacciato con cotesti versi un Re da tre Regni. Ma, a dir vero, la fama di Lilliburello fu lo effetto, non già la cagione, di quel concitamento nel pubblico sentire, che produsse la Rivoluzione.Mentre Giacomo suscitava contro sè stesso tutti i sentimenti nazionali, i quali, se non fosse stata la sua insania, avrebbero potuto salvargli il trono, Luigi in modo diverso sforzavasi non meno efficacemente a facilitare la intrapresa che Guglielmo stavasi meditando.XIX. In Olanda il partito favorevole alla Francia era una minoranza bastevolmente forte, secondo lʼordinamento politico della Batava Federazione, a impedire che lo Statoldero tentasse un gran colpo. Tenersi bene edificata cotesta minoranza era uno scopo al quale, se la Corte di Versailles fosse stata savia, doveva, in quelle circostanze, essere posposto ogni altro qualunque. Luigi, nondimeno, per qualche tempo aveva lavorato, quasi lo facesse di proposito, a straniarsi daʼ suoi amici Olandesi; ed in fine, benchè non senza difficoltà, gli venne fatto di renderseli nemici nel momento preciso in cui il loro aiuto gli sarebbe stato dʼinestimabile prezzo.Vʼerano due cose, le quali gli Olandesi peculiarmente sentivano, la religione e il commercio; e il Re di Francia aveva pur allora assalito il commercio e la religione loro. La persecuzione degli Ugonotti e la revoca dello editto di Nantes avevano da per tutto destato in cuore deʼ Protestanti sdegno e dolore; sentimenti che in Olanda erano più forti che altrove: imperocchè molti individui oriundi Olandesi, fidando nelle ripetutee solenni dichiarazioni di Luigi, il quale assicurava di mantenere la tolleranza dallʼavo suo concessa, sʼerano, per cagione di commercio, stabiliti, e gran parte di loro naturalizzati in Francia. Ogni corso di posta recava in Olanda la nuova che costoro erano con estremo rigore trattati per semplici motivi religiosi. Dicevasi che in casa di uno stavano acquartierati i dragoni; un altro era stato posto ignudo presso al fuoco fino a rimanerne mezzo arrostito. A tutti era, sotto severissime pene, inibito di celebrare i riti della propria religione, e di partirsi dal paese, al quale, sotto promesse menzognere erano stati attirati. I partigiani della Casa dʼOrange schiamazzavano contro la crudeltà e la perfidia del tiranno. Lʼopposizione era confusa e scuorata. Lo stesso Consiglio municipale dʼAmsterdam, comechè fosse fortemente favorevole aglʼinteressi della Francia, e aderisse alla teologia arminiana, e fosse poco inchinevole a biasimare Luigi e consentire coʼ Calvinisti da esso perseguitati, non poteva rischiarsi ad avversare lʼopinione pubblica; perocchè in quella grande città non era un solo mercante il quale non avesse qualche parente od amico fra coloro che pativano tanto danno. Numerose petizioni firmate da nomi rispettabili venivano presentate ai borgomastri, pregandoli a rimostrare vigorosamente presso lo Ambasciatore Avaux. Fraʼ supplichevoli erano taluni i quali osavano introdursi nel palazzo degli Stati, e cadendo sulle loro ginocchia descrivevano, fra le lagrime e i singhiozzi, la misera sorte deʼ loro cari, e supplicavano i magistrati ad intercedere. I pergami delle Chiese risonavano dʼinvettive e di lamenti. Daʼ torchi uscivano racconti che laceravano lʼanima, e virulente arringhe. Avaux conobbe tutto il pericolo, e riferì alla sua Corte che anche i bene intenzionati—così egli sempre chiamava i nemici della Casa dʼOrange—o partecipavano allʼuniversale sentimento o ne erano impauriti; e consigliò si cedesse alquanto ai loro desiderii. Le risposte giuntegli da Versailles furono gelide ed acri. Ad alcune famiglie, non naturalizzate in Francia, era stato concesso di ritornare alla patria loro: ma a queʼ naturali dʼOlanda che avevano ottenuto lettere di naturalizzazione Luigi ricusò ogni indulgenza, dicendo che nessuna Potenza sulla terra doveva immischiarsi fra lui ei suoi sudditi. Costoro avevano scelto di essere annoverati fraʼ sudditi suoi, e nessun potentato straniero aveva diritto a sindacarlo intorno al modo di trattarli. I magistrati dʼAmsterdam naturalmente sdegnaronsi della spregiante ingratitudine del Principe al quale con ardore e senza ombra di scrupolo avevano servito contro lʼopinione universale deʼ loro concittadini. Alla già riferita tenne dietro, poco dipoi, unʼaltra provocazione che fu più profondamente sentita. Luigi cominciò a far guerra al loro commercio. Dapprima con un editto proibì la importazione delle aringhe neʼ suoi dominii. Avaux sʼaffrettò a scrivere alla sua Corte che un simigliante passo aveva destato indignazione e timore, che sessantamila persone vivevano con la pesca delle aringhe, e che gli Stati probabilmente adotterebbero qualche provvedimento di rappresaglia. Gli fu risposto che il Re era deliberato non solo a persistere, ma ben anco ad accrescere i dazi su molte mercanzie delle quali la Olanda faceva lucroso traffico con la Francia. La conseguenza di cotesti errori commessi in onta a ripetuti ammonimenti, e, a quanto sembra, per ebbrezza di caparbietà, fu, che nel momento in cui il voto dʼun solo potente membro della Batava Federazione avrebbe potuto impedire un evento fatale a tutta la politica di Luigi, tal voto non osò manifestarsi. Lo Ambasciatore con tutta la sua arte invano si studiò di raggranellare quel partito, col cui soccorso, per vari anni era riuscito a tenere in freno lo Statoldero.XX. Lʼarroganza ed ostinazione del signore frustrava tutti gli sforzi del servo; il quale finalmente fu costretto ad annunziare a Versailles che non era più da confidare nella città dʼAmsterdam da sì gran tempo amica della Francia, che alcuni deʼ bene intenzionati temevano per la loro religione, e che i pochi i quali ancora si mantenevano fermi non potevano rischiarsi a significare i loro intendimenti. La fervida eloquenza deʼ predicatori che declamavano contro gli orrori della persecuzione francese, e le querimonie dei falliti che attribuivano la propria rovina ai decreti francesi, avevano concitato il popolo a tal segno che nessuno deʼ cittadini poteva dichiararsi favorevole alla Francia senza imminente pericolo di essere gettato dentro il più vicino canale. Tutti rammentavansiche solo quindici anni innanzi il più illustre capo del partito avverso alla Casa dʼOrange era stato fatto in brani dalla infuriata plebe nel ricinto stesso del palazzo degli Stati Generali; ed era probabile che ugual sorte toccasse a coloro i quali, in quella gran crisi, venissero accusati di secondare i disegni della Francia contro la patria loro e contro la religione riformata.[448]XXI. Mentre Luigi in tal guisa costringeva i suoi fautori in Olanda a diventare, o a fingersi, suoi nemici, lavorava con non minore efficacia a rimuovere tutti gli scrupoli che avrebbero potuto impedire i principi cattolici del continente di secondare i disegni di Guglielmo. Un nuovo litigio era sorto tra la Corte di Versailles e il Vaticano, litigio nel quale il Re francese si mostrò più che in ogni altra sua azione ingiusto ed insolente.Era vecchio costume in Roma che nessuno ufficiale di giustizia o di finanza potesse entrare nellʼabitazione deʼ ministri che rappresentavano gli Stati cattolici. In progresso non solo lʼabitazione, ma i luoghi circostanti reputavansi inviolabili. Era punto dʼonore per ogni ambasciatore estendere quanto più potesse i confini del circondario che rimaneva sotto la sua protezione. Infine i distretti privilegiati, dentro i quali il Governo papale non aveva maggior potenza che nel Louvre o nellʼEscuriale, comprendevano mezza la città. Ogni asilo era pieno di contrabbandieri, di falliti disonesti, di ladri e dʼassassini. In ogni asilo erano magazzini di cose rubate o di mercanzie fraudolentemente introdotte. Da ogni asilo uomini facinorosi uscivano di notte a saccheggiare ed a pugnalare la gente. In nessuna terra della Cristianità, quindi, la legge era così impotente e la malvagità sì audace come nellʼantica metropoli della religione e dellʼincivilimento. Intorno a siffatto danno Innocenzo pensava come si conveniva ad un sacerdotee ad un principe. Dichiarò dunque di non volere accogliere nessuno Ambasciatore il quale si ostinasse a mantenere un diritto distruggitore dellʼordine e della morale. Vi fu dapprima un gran mormorare, ma egli si mostrò cotanto fermo che tutti i Governi, tranne un solo, in breve tempo cederono. Lo Imperatore, che per grado era il primo tra tutti i monarchi cristiani, la Corte di Spagna, che predistinguevasi fra tutte per suscettibilità e pertinacia neʼ punti dʼetichetta, rinunciarono al mostruoso privilegio. Il solo Luigi si mostrò intrattabile, dicendo importargli poco ciò che piacesse agli altri sovrani di fare. Per la qual cosa spedì a Roma unʼambasceria, scortata da numeroso stuolo di cavalli e di fanti. Lo Ambasciatore giunse al suo palazzo come un generale che entri trionfante in una città conquistata. Il palazzo era fortemente guardato; attorno al recinto privilegiato le sentinelle facevano la ronda di giorno e di notte, come sopra le mura dʼuna fortezza. Il Papa rimase fermo. «Confidano» esclamò egli «neʼ cocchi e neʼ cavalli: ma noi invocheremo il nome di Dio nostro signore.» Diede di piglio alle sue armi spirituali, e pose la parte della città presidiata daʼ Francesi sotto lo interdetto.[449]Questo litigio era nel massimo fervore allorchè ne sorse un altro; nel quale tutto il Corpo Germanico aveva interesse ugualmente che il Papa.XXII. Colonia e il distretto circostante governava un Arcivescovo che era elettore dello Impero. Il diritto di eleggere il gran prelato spettava, sotto certe condizioni, al Capitolo della Cattedrale. Lo Arcivescovo era parimente Vescovo di Liegi, di Munster e di Hildesheim. I suoi dominii erano vasti, e comprendevano varie fortezze, le quali nel caso dʼuna campagna sul Reno sarebbero state importantissime. In tempo di guerra poteva condurre in campo venti mila uomini. Luigi aveva fatto ogni possibile sforzo a rendersi bene affetto un così valido alleato, e vʼera tanto riuscito che Colonia rimaneva quasi divisa dalla Germania, e formava un baluardo della Francia. Molti ecclesiastici ligi alla Corte di Versailles erano stati messi nel Capitolo; e il Cardinale Furstemburg, creatura di quella Corte, era stato nominato Coadiutore.Nella state del 1688 lʼArcivescovato divenne vacante. Furstemburg era il candidato della Casa deʼ Borboni. I nemici di quella proponevano il giovine Principe Clemente di Baviera. Furstemburg era già Vescovo, e quindi non poteva essere trasferito ad altra diocesi senza speciale dispensa del pontefice, o per una postulazione, nella quale era necessario che fossero concordi i voti di due terzi del Capitolo di Colonia. Il Papa non volle concedere la dispensa ad una creatura della Francia. Lo Imperatore indusse più dʼuna terza parte del Capitolo a votare in favore del Principe Bavaro. Infrattanto neʼ Capitoli di Liegi, di Munster, e di Hildesheim la maggioranza procedeva avversa alla Francia. Luigi vide con isdegno e paura, come una vasta provincia che egli aveva incominciato a considerare qual feudo della sua Corona, fosse per divenire, non solo indipendente, ma ostile a lui. In una scrittura dettata con grande acrimonia si querelò della ingiustizia con che la Francia in tutte le occasioni era trattata dalla Santa Sede, la quale era in debito di largire la sua paterna protezione ad ogni parte della Cristianità. A molti segni vedevasi come egli avesse deliberato di sostenere la pretesa del suo candidato con le armi, contro il Papa, e i collegati del Papa.[450]XXIII. In cotal modo Luigi, con due opposti errori, suscitò a un tratto contro sè stesso il risentimento deʼ due partiti religiosi, nei quali lʼEuropa occidentale era divisa. Inimicatasi una grande classe deʼ cristiani col perseguitare gli Ugonotti, si inimicava lʼaltra collʼinsultare la Santa Sede. Tali errori egli commise in un tempo in cui non poteva impunemente commetterne alcuno, e sotto gli occhi dʼun avversario, il quale per vigilanza, sagacia, ed energia non era secondo a nessun uomo politico di cui serbi ricordo la storia. Guglielmo vide con austero diletto i suoi avversari affaticarsi a sgombrargli dʼogni ostacolo il cammino. Mentre suscitavano contro sè stessi la nimistà di ogni setta, egli poneva sommo studio a conciliarsele tutte. Con isquisito magistero presentò ai vari Governi in differente aspetto il gran disegno chʼegli meditava; ed è mestieri aggiungere che quantunque tali aspetti fosserodifferenti, nessuno era falso. Esortò i Principi della Germania settentrionale a collegarsi con lui per difendere la causa comune di tutte le chiese riformate. Pose sotto gli occhi deʼ due capi della Casa dʼAustria il pericolo onde erano minacciati dallʼambizione francese, e la necessità di redimere lʼInghilterra dal vassallaggio e di congiungerla alla Federazione Europea.[451]Mostrossi sdegnoso, e con tutta verità, dʼogni bacchettoneria. Diceva che il vero nemico deʼ Cattolici Inglesi era quel monarca, uomo corto di vista, e duro di cuore, il quale potendo agevolmente ottenere ad essi una tolleranza legale, aveva calpestata la legge, la libertà e il diritto di proprietà, per inalzarli ad un predominio odioso e precario. Se si lasciava continuare nella sua insania ne conseguiterebbe tra breve uno scoppio popolare, al quale terrebbe dietro una barbara persecuzione deʼ papisti. Il Principe dichiarava che lo evitare gli errori di tale persecuzione era uno deʼ precipui suoi fini. Ove egli fosse avventurato nel suo disegno, adoprerebbe lo acquistato potere come capo deʼ Protestanti, a proteggere i credenti nella Chiesa di Roma. Forse le passioni destate dalla tirannia di Giacomo renderebbero impossibile lʼabrogazione delle leggi penali, ma un savio governo ben poteva mitigarle. A nessuna classe dʼuomini poteva recare vantaggio la proposta spedizione quanto aʼ queʼ pacifici e non ambiziosi Cattolici Romani, i quali desideravano solamente seguire la propria vocazione e senza molestia adorare il Creatore. I soli perdenti sarebbero i Tyrconnel, i Dover, gli Albeville, e gli altri avventurieri politici, i quali in ricompensa delle adulazioni e deʼ pessimi consigli avevano ottenuto dal loro troppo credulo signore governi, reggimenti, ed ambasciate.XXIV. Mentre Guglielmo sforzavasi a procacciarsi la simpatiadei Protestanti e deʼ Cattolici, si studiava con non minor vigore e prudenza a provvedersi dei mezzi militari che la sua impresa richiedeva. Non poteva fare uno sbarco in Inghilterra senza la sanzione delle Provincie Unite; ed ove lʼavesse chiesta innanzi che il suo disegno fosse maturo per mandarsi ad effetto, i suoi intendimenti forse sarebbero avversati dalla fazione ostile alla sua Casa, e certamente verrebbero divulgati in tutto il mondo. Per lo che deliberò di fare con ispeditezza i necessari apparecchi, e appena compiuti, giovarsi di qualche momento favorevole per richiedere lo assenso alla Federazione. Gli agenti della Francia notavano che si mostrava quanto mai affaccendato. Non passava giorno senza che egli fosse veduto correre dalla sua villa allʼAja. Stavasi sempre rinchiuso a colloquio coʼ suoi più cospicui aderenti. Ventiquattro vascelli furono armati in addizione alle forze ordinarie mantenute dalla Repubblica. Per avventura vʼera un bel pretesto ad accrescere la flotta: imperciocchè alcuni corsari algerini avevano dianzi osato mostrarsi nellʼOceano Germanico. Formossi un campo in Nimega, dove si raccolsero molte migliaia di soldati. A fine di rinforzare cotesto esercito richiamaronsi i presidii daʼ luoghi forti nel Brabante Olandese. Perfino la rinomata fortezza di Bergopzoom fu lasciata quasi senza difesa. Pezzi da campagna, bombe, e cassoni da tutti i magazzini delle Provincie Unite furono trasportati al quartiere generale. Tutti i fornai di Roterdam affaticavansi giorno e notte a fare biscotto. Tutti gli armaiuoli dʼUtrecht non bastavano ad eseguire le commissioni di pistole ed archibugi. Tutti i sellai dʼAmsterdam lavoravano indefessamente a fare arnesi. Sei mila marinai furono aggiunti al servizio della flotta. Si fece una leva di sette mila nuovi soldati. Veramente non potevano essere formalmente arruolati senza lo assenso della Federazione; ma erano bene ammaestrati e tenuti in tanta disciplina che potevano senza difficoltà ordinarsi a reggimenti dentro ventiquattro ore dopo ottenuto lo assenso. Tali preparamenti richiedevano pecunia annoverata: ma Guglielmo con rigida economia aveva accumulato per qualche grave occorrenza un tesoro di dugento cinquanta mila lire sterline. Al rimanente provvide lo zelo deʼ suoi partigiani. Oro in gran copia, o, comesi disse, una somma non minore di cento mila ghinee gli fu mandata dallʼInghilterra. Gli Ugonotti, i quali avevano seco portato nello esilio molta quantità di metalli preziosi, di gran cuore gli prestarono tutto ciò che possedevano: imperciocchè ardentemente speravano, che, ove la impresa avesse esito prospero, sarebbe loro resa la patria, e temevano, che fallendo egli, non sarebbero nè anche sicuri nella patria adottiva.[452]XXV. Negli ultimi giorni di luglio e in tutto il mese dʼagosto gli apparecchi processero rapidamente, se non che allo ardente animo di Guglielmo parevano andare troppo lenti. Intanto diventava più attiva la comunicazione tra la Olanda e lʼInghilterra. I consueti modi di trasmettere notizie e passeggieri più non furono reputati sicuri. Una barca leggiera e maravigliosamente veloce andava e veniva di continuo da Schevening alla costa orientale dellʼisola nostra.[453]Per questo mezzo giunsero a Guglielmo non poche lettere scrittegli da uomini notevolissimi nella Chiesa, nello Stato, e nello esercito. Due deʼ sette prelati che avevano firmata la memoranda petizione, cioè Lloyd Vescovo di Santo Asaph, e Trelawney Vescovo di Bristol, mentre erano in carcere, avevano bene meditato sulla dottrina della resistenza, ed erano pronti ad accogliere un liberatore armato. Un fratello del Vescovo di Bristol, il colonnello Carlo Trelawney, che comandava uno deʼ reggimenti di Tangeri, adesso conosciuto come il Quarto di Linea, si mostrò ardente di snudare la spada a pro della Religione Protestante. Simiglianti assicurazioni mandò il feroce Kirke. Churchill, in una lettera scritta con qualche elevatezza di stile, indizio certo che egli era per commettere una viltà, si dichiarò deliberato a compiere il suo dovere verso Dio e la patria, e disse che poneva il proprio onore assolutamente nelle mani del Principe dʼOrange. Guglielmo senza dubbio lesse queste parole con quellʼamaro e cinico sorriso che dava una poco piacevole espressione al suo volto. Non ispettava a lui prender cura dellʼonore degli altri; nè i più rigidicasisti avevano giudicato illecito ad un generale lo invitare, giovarsi, e rimunerare i servigi deʼ disertori chʼei non potesse spregiare.[454]La lettera di Churchill fu recata da Sidney, la cui posizione in Inghilterra era divenuta pericolosa, e il quale, prese molte cautele a nascondere la sua traccia, era giunto in Olanda a mezzo agosto.[455]Verso il medesimo tempo Shrewsbury ed Eduardo Russell traversarono lʼOceano Germanico in un battello che avevano con grande segretezza noleggiato, e comparvero allʼAja. Shrewsbury recò seco dodici mila lire sterline, chʼaveva messe insieme ipotecando i suoi beni, e le pose nella banca dʼAmsterdam.[456]Devonshire, Danby, e Lumley rimasero in Inghilterra, dove tolsero lo incarico di correre alle armi appena il Principe dʼOrange ponesse piede nellʼisola.XXVI. Non vʼè ragione a credere che in questa occorrenza Guglielmo ricevesse assicurazioni di sostegno dalla parte dʼun uomo bene dai sopranotati diverso. La storia deglʼintrighi di Sunderland è coperta da un buio che non è probabile venga mai diradato da nessuno scrittore: ma comunque sia impossibile scoprire intera la verità, egli è agevole notare alcune finzioni palpabilissime. I Giacomiti, per manifeste ragioni, affermarono che la rivoluzione del 1688 fu il resultamento dʼuna congiura tramata lungo tempo innanzi, e rappresentarono Sunderland come capo deʼ congiurati. Asserivano chʼegli, per eseguire il suo arcano disegno, aveva incitato il suo troppo fidente signore a dispensare dagli statuti, a creare un tribunale illegale, a confiscare gli averi deʼ sudditi, e ad imprigionare i padri della Chiesa Anglicana. Questo romanzo non ha verun fondamento storico, e comechè sia stato più volte ripetuto fino ai tempi nostri, non merita confutazione. Non vi è fatto più certo di questo, che Sunderland si oppose quasi sempre aglʼinsani provvedimenti di Giacomo, ed in ispecie alla persecuzione deʼ Vescovi, la quale veramente produsse la crisi decisiva. Ma quando anche cotesto fatto nonfosse provato, rimarrebbe un altro valido argomento che basterebbe a decidere la controversia. Qual ragionevole motivo aveva Sunderland per desiderare una rivoluzione? Nel sistema politico esistente egli trovavasi nella maggiore altezza di onori e di prosperità. Come presidente del Consiglio aveva la precedenza su tutti i Pari secolari. Come primo Segretario di Stato era il più attivo e potente membro del Gabinetto. Poteva anche sperare la dignità di Duca. Aveva ottenuto lʼordine della giarrettiera dianzi portato dallo splendido e versatile Buckingham, il quale, avendo consunto un patrimonio principesco e un vigoroso intelletto, era disceso nella tomba abbandonato, spregiato, e col cuore trafitto.[457]Il danaro che Sunderland amava più che li onori, pioveva sopra lui in tanta copia, che amministrandolo moderatamente, egli poteva sperare di farsi uno dei più ricchi uomini dʼEuropa. Gli emolumenti diretti del suo ufficio, benchè fossero considerevoli, erano piccola parte di ciò chʼegli guadagnava. Dalla sola Francia riceveva regolarmente uno stipendio annuo di circa sei mila sterline, oltre alle ampie gratificazioni straordinarie. Aveva patteggiato con Tyrconnel per cinque mila lire sterline lʼanno, o cinquanta mila una volta sola, sopra lʼIrlanda. Quali somme accumulasse vendendo impieghi, titoli e grazie, può solo immaginarsi, ma dovevano essere enormi. Eʼ pareva che Giacomo godesse di far nuotare nellʼoro un uomo chʼegli pretendeva dʼavere convertito. Tutte le multe, tutte le confische andavano a Sunderland. In ogni concessione fatta esigeva una decima. Se qualche chiedente si rischiava implorare un favore direttamente dal Re, Giacomo gli rispondeva: «Avete voi parlato col Lord Presidente?» Un tale ardì dirgli che il Lord Presidente ingoiava tutto il danaro della Corte. «Bene» rispose Sua Maestà «egli lo merita tutto.»[458]Non vi sarebbe la minima esagerazione ad affermare che i guadagni del Ministrogiungevano a trenta mila lire sterline lʼanno: ed è mestieri rammentarsi che le rendite di trenta mila sterline erano in quel tempo più rare di quello che siano ai dì nostri le rendite di cento mila. È probabile che allora in tutto il Regno non vi fosse alcun Pari, la cui entrata patrimoniale uguagliasse quella che Sunderland traeva dal proprio ufficio.Poteva quindi Sunderland sperare che, sorto un nuovo ordine di cose, implicato, come egli era, in atti illegali ed impopolari, membro dellʼAlta Commissione, rinnegato che il popolo in tutti i luoghi di pubblico convegno chiamava papista cane, egli conseguisse maggiore opulenza e grandezza? Poteva inoltre sperare di sottrarsi alla ben meritata pena?Certo egli era assuefatto da lungo tempo a prevedere il giorno, in cui Guglielmo e Maria, nel corso ordinario della natura e della legge, sarebbero saliti sul trono dʼInghilterra, ed è probabile che avesse tentato di aprirsi la via al favor loro con promesse e servigi, i quali, ove fossero stati scoperti, non avrebbero accresciuto il suo credito in Whitehall. Ma può con sicurtà affermarsi che egli non desiderava di vederli inalzati al potere per mezzo dʼuna rivoluzione, e che non prevedeva siffatta rivoluzione allorquando, verso la fine di giugno 1688, abbracciò solennemente la fede della Chiesa di Roma.Appena, nondimeno, egli con quellʼinespiabile delitto sʼera reso segno allʼodio ed al disprezzo della intera nazione, quando seppe le armi nazionali e forestiere apparecchiarsi a rivendicare in breve tempo lʼordinamento politico ed ecclesiastico della Inghilterra. Da quello istante sembra che tutti i suoi disegni si cangiassero. La paura che gli aveva invilito lʼanimo gli stava scritta in viso sì che ciascuno poteva accorgersene.[459]Mal poteva dubitarsi, che, seguìta una rivoluzione, i pessimi consiglieri che circondavano il trono verrebbero chiamati a rendere rigoroso conto; e Sunderland fra cotesti consiglieri era primo per grado. La perdita dellʼufficio, della mercede, delle pensioni, era il meno chʼegli avesse a temere. La sua casa patrimoniale e i suoi boschi in Althorpe avrebbero corso pericolo dʼessere confiscati; forse ei sarebbe gettato per lunghianni in carcere; avrebbe finiti i suoi giorni in terra straniera dopo dʼavere trascinata la vita con una pensione assegnatagli dalla generosità della Francia. Ed anche ciò non era il peggiore deʼ mali. Lo sventurato ministro cominciava a sentirsi perturbata la mente da sinistre visioni dʼuna innumerevole folla ragunata in Tower Hill e schiamazzante di feroce gioia alla vista dello apostata, del palco parato a bruno, di Burnet leggente la preghiera degli agonizzanti, e di Ketch appoggiato sopra la scure che aveva troncate le teste di Russell e di Monmouth. Gli rimaneva una via a salvarsi, via più terribile per un animo nobile di quello che sia la prigione o il patibolo; poteva forse, con una tradigione commessa a tempo, conseguire il perdono daglʼinimici del Governo. Stava in lui di render loro inestimabili servigi: poichè egli godeva della piena fiducia del Re, aveva grande influenza nella cabala gesuitica, e la cieca confidenza dello Ambasciatore Francese. Non mancava un mezzo di comunicazione, mezzo degno del fine al quale egli voleva giungere. La Contessa di Sunderland era una artificiosa donna, e sotto il manto della divozione che ingannava gli uomini gravi, conduceva di continuo amorosi e politici intrighi.[460]Il bello e dissoluto Enrico Sidney era stato per lungo tempo il suo favorito amante. Al marito piaceva di vederla in tal modo posta in comunicazione con la Corte dellʼAja. Quando egli desiderava far giungere un segreto messaggio in Olanda, parlava con la sua moglie; la quale scriveva a Sidney; e Sidney comunicava la lettera a Guglielmo. Una di coteste lettere, intercettata, fu recata a Giacomo. Essa protestò fervidamente chiamandola apocrifa. Sunderland con singolarissima astuzia si difese dicendo che era impossibile a qualunque uomo essere cotanto vile da fare ciò chʼegli veramente faceva. «E quando anche fosse carattere di Lady Sunderland» soggiunse, «io non vi ho nulla da vedere. Vostra Maestà conosce le mie domestiche sciagure. La relazione di mia moglie con Sidney è pur troppo nota a tutti. Chi potrebbe mai credere chʼio scegliessi a mio confidente lʼuomo che mi ha offeso nellʼonore, lʼuomo che sopra tutti i viventiio dovrei maggiormente odiare?»[461]Questa difesa fu reputata soddisfacente; e lʼirco marito seguitò a comunicare secretamente colla sua moglie adultera, lʼadultera con lʼamante, e lo amante coʼ nemici di Giacomo.Egli è probabilissimo che le prime positive assicurazioni dello aiuto di Sunderland fossero oralmente da Sidney comunicate a Guglielmo verso la metà dʼagosto. Certo è che da quel tempo fino a quando la spedizione fu pronta a far vela, la Contessa tenne col suo amante un significantissimo carteggio. Poche delle sue lettere, in parte scritte in cifra, esistono ancora, e contengono proteste di buon volere e promesse di servigi miste con ardenti preghiere di protezione. La scrittrice promette che il suo marito farà tutto ciò che i suoi amici dellʼAja possono desiderare: suppone che gli sarà mestieri per qualche tempo esulare: ma spera che il bando di lui non sia perpetuo, e che egli non venga spogliato deʼ suoi beni patrimoniali; e instantemente prega di sapere in che luogo sarà meglio per lui rifugiarsi, finchè sia abbonacciata la prima furia della tempesta popolare.[462]XXVII. Lo aiuto di Sunderland fu bene accolto: imperciocchè avvicinandosi il tempo di tentare il gran colpo, lʼansietà di Guglielmo sʼera fatta grandissima. Agli occhi altrui con la fredda tranquillità dello aspetto ei nascondeva i suoi sentimenti, ma a Bentinck apriva tutto il suo cuore. Gli apparecchi non erano interamente compiuti. Il disegno era già sospettato e non poteva oltre differirsi. Il Re di Francia o la città dʼAmsterdam potevano frustrarlo. Se Luigi mandasse una grande forza militare nel Brabante, se la fazione che odiava lo Statoldero alzasse il capo, tutto sarebbe finito. «Le mie pene, la mia irrequietudine,» scriveva il Principe «sono terribili. Non so in che guisa io proceda. Mai in vita mia io ho sentito, come ora, il bisogno dello aiuto di Dio.»[463]La moglie di Bentinck era in quel tempo pericolosamente inferma,ed ambi gli amici sentivano per lei penosissima ansietà. «Dio vi conforti,» scriveva Guglielmo, «e vi dia animo a sostenere la parte vostra in unʼopera, dalla quale, per quanto è dato agli uomini conoscere, dipende il bene della sua Chiesa.»[464]E davvero egli era impossibile che un così vasto disegno contro il Re dʼInghilterra rimanesse per molti giorni secreto. Non vʼera arte ad impedire che gli uomini savi sʼaccorgessero deʼ grandi apparati militari e marittimi che Guglielmo andava facendo, e ne sospettassero lo scopo. Sul principio dʼagosto bisbigliavasi per tutta Londra dello avvicinarsi dʼun grande evento. Il debole e corrotto Albeville in queʼ giorni trovavasi in Inghilterra, ed era o simulava dʼessere certo che il Governo Olandese non macchinava nulla contro Giacomo. Ma mentre Albeville rimaneva lontano dal suo posto, Avaux con arte somma compiva i doveri dʼAmbasciatore Francese ed Inglese presso gli Stati, e mandava copiose notizie a Barillon egualmente che a Luigi. Avaux era persuaso che si meditava uno sbarco in Inghilterra, e gli venne fatto di convincerne il suo signore. Ogni corriere che giungesse a Westminster o dallʼAja o da Versailles, recava seri ammonimenti.[465]Ma Giacomo trovavasi involto in uno inganno, che, a quanto sembra, era artificiosamente accresciuto da Sunderland. Lo astuto ministro diceva che il Principe dʼOrange non si rischierebbe mai ad una spedizione oltre mare, lasciando la Olanda priva di difesa. Gli Stati rammentandosi deʼ danni patiti e del pericolo di patirne maggiori nellʼinfausto anno 1672, non si porrebbero a repentaglio di vedere un esercito straniero accamparsi nel piano fra Utrecht e Amsterdam. Non era dubbio che fossero molti sinistri umori in Inghilterra: ma fra i mali umori e la ribellione era immenso lo spazio. I più ricchi e spettabili cittadini non erano minimamente disposti a rischiare onori, vita e sostanze. Quanti uomini cospicui fraʼ Whig avevano parlato con alto-sonanti parole, mentre Monmouth era neʼ Paesi Bassi! E nondimeno chi di loro accorse al suo vessillo allorchè egli lo inalzò a ribellare lʼInghilterra? Era agevole ad intendere ilperchè Luigi simulava di prestar fede a cotesti vani rumori. Certo egli sperava, atterrando il Re dʼInghilterra, indurlo a spalleggiare la Francia nella contesa per lo arcivescovato di Colonia. Con tali ragionamenti Giacomo era di leggieri tenuto in una stupida sicurezza.[466]I timori e lo sdegno di Luigi quotidianamente crescevano. Lo stile delle sue lettere si faceva sempre più pungente ed energico.[467]Scriveva di non sapere intendere cotesto letargo nella vigilia dʼuna tremenda crisi. Era il Re forse ammaliato? I suoi ministri erano forse ciechi? Era egli possibile che nessuno in Whitehall sʼaccorgesse di ciò che accadeva in Inghilterra e nel continente? Tanta sicurezza mal poteva essere lo effetto della imprevidenza. Qualche scelleraggine vi stava sotto. Giacomo evidentemente trovavasi in cattive mani. Barillon fu rigorosamente avvertito a non fidarsi alla cieca deʼ ministri inglesi: ma fu avvertito invano. Sunderland aveva avvinto e Barillon e Giacomo in un fascino tale che non vʼera ammonimento che valesse a romperlo.XXVIII. Luigi affaccendavasi ognora con maggior vigoria. Bonrepaux il quale per perspicacia valeva molto più di Barillon, e aveva sempre aborrito e diffidato di Sunderland, fu spedito a Londra per offrire soccorsi marittimi. Ad Avaux nel tempo stesso fu ingiunto di dichiarare agli Stati Generali che la Francia aveva preso Giacomo sotto la sua protezione. Un gran corpo di truppe era pronto a marciare alla frontiera olandese. Questa audace prova di salvare suo malgrado lo accecato tiranno, fu fatta di pieno accordo con Skelton, il quale allora era ambasciatore dʼInghilterra presso la Corte di Versailles. Avaux uniformandosi alle ricevute istruzioni, chiese agli Stati una udienza che gli venne subito concessa. Lʼassemblea era oltre il consueto numerosa. Generalmente credevasi che il Francese dovesse fare qualche comunicazione concernente il commercio; e così supponendo il Presidente aveva apparecchiata una convenevole risposta in iscritto. Ma appena Avaux cominciò ad esporre la sua commissione, segni dʼinquietudine apparvero in tutto lʼuditorio. Coloro che erano invoce di godere la confidenza del Principe dʼOrange, abbassaron gli occhi. Lʼagitazione si fece maggiore allorchè lo Inviato annunziò che il suo signore era intimamente stretto coʼ vincoli dʼamistà e dʼalleanza a Sua Maestà Britannica, e che ogni aggressione contro la Inghilterra verrebbe considerata come una dichiarazione di guerra alla Francia. Il presidente, côlto di sorpresa, balbettò poche parole evasive; e la conferenza si sciolse. Nel medesimo tempo fu notificato agli Stati che Luigi aveva preso sotto la sua protezione il Cardinale Furstemburg e il Capitolo di Colonia.[468]I deputati erano nella massima agitazione. Alcuni consigliavano indugio e cautela. Altri gridavano guerra. Fagel parlò con veementi parole della insolenza francese, e pregò i colleghi a non lasciarsi impaurire dalle minacce. Disse che la risposta più convenevole a cosiffatte comunicazioni era quella di accrescere maggiormente le forze di terra e di mare. Tosto fu spedito un corriere a richiamare Guglielmo da Minden, dove teneva un colloquio di somma importanza con lo Elettore di Brandenburgo.XXIX. Ma non vʼera ragione alcuna di timore. Giacomo correva da sè alla propria rovina, ed ogni sforzo fatto a fermarlo lo spingeva più rapidamente al proprio destino. Mentre il suo trono era consolidato, il suo popolo sommesso, il più ossequioso doʼ Parlamenti pronto a indovinarne i desiderii e compiacerlo, mentre le repubbliche e i potentati stranieri gareggiavano a tenerselo bene edificato, mentre stava solo in lui il divenire lʼarbitro della Cristianità, egli sʼera abbassato a farsi lo schiavo e il mercenario della Francia. E adesso mentre per una catena di delitti e di follie, sʼera inimicato coʼ vicini, coʼ sudditi, coʼ soldati, coʼ marinai, coʼ figli suoi, ed altro rifugio non rimanevagli che la protezione della Francia, fu preso da uno accesso dʼorgoglio, e deliberò di far pompa dʼindipendenza agli occhi di tutto il mondo. Lo aiuto, chʼegli, quando non ne aveva mestieri, non aveva vergognato di accettare con lacrime di gioia, adesso che gli era necessario, lo aveva sprezzantemente ricusato. Essendosi mostrato abietto mentre poteva con convenevolezza mostrarsi puntigliosoa mantenere la propria dignità, egli divenne con ingratitudine altero nel momento in cui lʼalterigia doveva gettarlo nello scherno e nella rovina. Ei si mostrò risentito allo amichevole intervento che avrebbe potuto salvarlo. Si vide mai un Re siffattamente trattato? Era egli un fanciullo o un idiota, che altri avesse ad impacciarsi deʼ fatti suoi? Era egli un principotto, un Cardinale Furstemburg, il quale cadrebbe se non fosse sostenuto dal suo potente protettore? Doveva egli perdere la stima di tutta Europa accettando un pomposo protettorato che egli non aveva mai chiesto? Skelton fu richiamato a rendere ragione della sua condotta, ed appena giunto a Londra fu imprigionato nella Torre. Citters fu bene accolto in Whitehall ed ebbe una lunga udienza. Egli poteva, con veracità maggiore di quella che in simiglianti occasioni i diplomatici reputano necessaria, smentire dalla parte degli Stati Generali qual si fosse disegno ostile: imperciocchè gli Stati Generali fino allora non avevano notizia officiale dello intendimento di Guglielmo; nè era affatto impossibile che essi anche allora non gli dessero la loro approvazione. Giacomo disse che non prestava punto fede alle voci dʼuna invasione Olandese, e che la condotta del Governo Francese gli aveva recato maraviglia e molestia. A Middleton fu ingiunto di assicurare tutti i ministri stranieri come non esistesse tra la Francia e lʼInghilterra quella lega, che la Corte di Versailles voleva, pei propri fini, far credere. Al Nuncio il Re disse che i disegni di Luigi erano manifestissimi e che verrebbero frustrati. Questa officiosa protezione era un insulto e insieme una trappola. «Il mio buon fratello» soggiunse Giacomo «ha ottime qualità; ma lʼadulazione e la vanità gli hanno dato volta al cervello.»[469]Adda, al quale importava più Colonia che la Inghilterra, secondò cotesto strano inganno. Albeville, che era già ritornato al suo posto, ebbe comandamento di dare assicurazioni dʼamistà agli Stati Generali e di aggiungere parole che sarebbero state convenevoli sulle labbra dʼElisabetta o di Cromwell. «Il mio Signore» disse egli «per la sua potenza e pel suo animo si è inalzato al di sopra della posizione dovela Francia pretende tenerlo. Vi è qualche differenza tra un Re dʼInghilterra ed un Arcivescovo di Colonia.» Lʼaccoglienza fatta a Bonrepaux in Whitehall fu fredda. I soccorsi marittimi chʼegli offriva non furono affatto ricusati: ma gli fu forza tornarsene senza avere nulla concluso; e agli Ambasciatori delle Province Unite e della Casa dʼAustria fu detto che lʼambasciata francese non era stata gradita dal Re e non aveva prodotto nessun effetto. Dopo la Rivoluzione Sunderland vantossi, e forse diceva il vero, dʼavere indotto il proprio signore a rifiutare lo aiuto proffertogli dalla Francia.[470]La ostinata demenza di Giacomo destò, come era naturale, lo sdegno del suo potente vicino. Luigi si dolse che in ricambio deʼ grandissimi servigi chʼegli poteva rendere al Governo inglese, quel Governo gli aveva dato una mentita in faccia a tutta la Cristianità. Notò giustamente che tutto ciò che era stato detto da Avaux rispetto alla alleanza tra la Francia e la Gran Bretagna era vero secondo lo spirito, comechè forse non vero secondo la lettera. Non esisteva trattato compilato in articoli, munito di firme, sigilli e ratifiche; ma pel corso di parecchi anni erano state ricambiate tra le due Corti assicurazioni equivalenti, nellʼopinione degli uomini dʼonore, ad un trattato. Luigi aggiunse che per quanto fosse elevato il suo posto in Europa, non avrebbe mai sentita tanto assurda gelosia della propria dignità da prendere per insulto un atto suggerito dallʼamicizia. Ma Giacomo era in condizioni differentissime, e in breve conoscerebbe il pregio di un aiuto da lui con sì poca buona grazia ricusato.[471]Nulladimeno, malgrado la stupidità e la ingratitudine di Giacomo, sarebbe stato savio provvedimento per Luigi il persistere nella determinazione notificata agli Stati Generali. Avaux che per sagacia e discernimento era degno antagonista di Guglielmo, era assolutamente di questa opinione. Precipuo scopo delGoverno francese—così ragionava lo esperto Ambasciatore—dovrebbe essere quello dʼimpedire la invasione della Inghilterra. Il modo dʼimpedirla era dʼinvadere i Paesi Bassi sotto il dominio della Spagna, e minacciare i batavi confini. Il Principe dʼOrange era cotanto impegnato nella sua intrapresa, da persistere quandʼanco vedesse la bianca bandiera sventolare sopra le mura di Brusselles. Aveva già detto che ove gli Spagnuoli potessero fare in guisa da tenere fino a primavera Ostenda, Mons e Namur, ci sarebbe ritornato dalla Inghilterra con forze bastevoli a ricuperare tostamente le perdute province. Ma comechè tale fosse la opinione del Principe, tale non era quella degli Stati, i quali non avrebbero agevolmente consentito a mandare il Capitano e il fiore dellʼarmata loro oltre lʼOceano Germanico, mentre un formidabile nemico minacciava il loro territorio.[472]XXX. Luigi reputava savie coteste ragioni: ma era già deliberato di agire in modo diverso. Forse era stato provocato dalla scortesia e dalla caparbietà del Governo inglese, e voleva appagare lo sdegno a spese del proprio interesse. Forse lo traviavano i consigli di Louvois suo ministro della guerra, che aveva grande influenza e non guardava di buon occhio Avaux. Il Re di Francia deliberò di tentare altrove un grande ed inatteso colpo. Ritrasse le sue schiere dalle Fiandre e le gettò nella Germania. Unʼarmata, sotto il comando nominale del Delfino, ma veramente guidata dal Duca di Duras, e da Vauban, padre della scienza delle fortificazioni, invase Philipsburg. Unʼaltra, condotta dal Marchese di Bouffiers, prese Worms, Magonza e Treveri. Una terza, comandata dal Marchese di Humières, entrò in Bonn. Per tutta la linea del Reno, da Carlsruhe fino a Colonia, lo esercito francese fu vittorioso. La nuova della caduta di Philipsburg giunse a Versailles il dì dʼOgnissanti, mentre la Corte ascoltava la predica nella cappella. Il Re fece al predicatore segno di fermarsi, annunziò la lieta nuova e inginocchiandosi ringraziò Dio di questa gran vittoria. Lʼuditorio ne pianse di gioia.[473]La notizia fu accolta con entusiasmo dallo ardente e vanitoso popolo della Francia.I poeti celebrarono il trionfo del loro magnifico protettore. Gli oratori esaltarono dai pergami la sapienza e magnanimità del figlio primogenito della Chiesa. Cantossi con insolita pompa il Te Deum, e le solenni melodie dellʼorgano risonavano miste al clangore deʼ timpani ed allo squillo delle trombe. Ma vʼera poca ragione a rallegrarsi. Il grande uomo di Stato che capitanava la Coalizione Europea, gioiva in cuor suo vedendo così male diretta la energia del suo nemico. Luigi con la sua prontezza aveva ottenuto qualche vantaggio in Germania: ma poteva giovargli poco ove la Inghilterra, inoperosa e priva di gloria sotto quattro Re successivi, riprendesse lʼantico suo grado fra i potentati dʼEuropa. Poche settimane bastavano per compire la impresa dalla quale dipendeva il destino del mondo; e per poche settimane le Province Unite potevano mantenersi sicure da ogni pericolo.XXXI. Guglielmo allora spinse i suoi apparecchi con indefessa operosità e con minore segretezza di quella che per innanzi aveva creduto necessaria. Giungevangli ogni giorno nuovo assicurazioni di soccorso dalle Corti straniere. Ogni opposizione nellʼAja era spenta. Invano Avaux in quegli estremi momenti studiossi con ogni sua arte a rianimare la fazione che pel corso di tre generazioni aveva avversato la Casa dʼOrange. I capi di quella fazione, a dir vero, non procedevano favorevoli allo Statoldero; come quelli che ragionevolmente temevano che ove egli avesse prospera ventura in Inghilterra, diventerebbe assoluto signore della Olanda. Nondimeno gli errori della Corte di Versailles, e la destrezza onde egli se nʼera giovato, rendevano impossibile il continuare la lotta contro di lui. Conobbe essere giunto il tempo di chiedere lo assenso degli Stati. Amsterdam era il quartiere generale del partito ostile alla razza, alla dignità, alla persona di lui; ed anche quivi ei non aveva adesso nulla da temere. Alcuni dei precipui magistrati di quella città avevano avuto più volte secreti colloqui con lui, con Dykvelt e con Bentinck, ed erano stati indotti a promettere che avrebbero secondato o almeno non avversato la grande intrapresa: altri erano esasperati dagli editti commerciali di Luigi: altri erano dolentissimi pei parenti e per gli amici tormentati dai dragoni francesi: altriabborrivano dalla responsabilità di far nascere uno scisma che potrebbe essere fatale alla Federazione Batava: ed altri avevano paura del popolo, il quale, incitato dalle arringhe deʼ zelanti predicatori, era pronto a porre le mani addosso ad ogni traditore della Religione Protestante. La maggioranza quindi di quel Consiglio municipale, che aveva da lungo tempo favorita la Francia, si dichiarò favorevole alla impresa di Guglielmo. E però in ogni parte delle Province Unite era svanito ogni timore dʼopposizione; e lo assenso di tutta la Federazione fu formalmente dato in scerete ragunanze.[474]Il Principe aveva già posto gli occhi sopra un generale che avesse requisiti da essere a lui secondo nel comando. Ciò non era cosa di lieve importanza. Unʼarchibugiata fortuita o il pugnale dʼun assassino avrebbe potuto in un istante lasciare lo esercito senza capo; ed era mestieri che un successore fosse pronto ad occupare il posto vacante. Nulladimeno egli era impossibile deputare a tanto ufficio un Inglese senza offendere i Whig o i Tory; nè fra glʼInglesi vʼera alcuno che avesse lʼarte militare bisognevole a condurre una campagna. Dallʼaltro canto non era agevole proporre uno straniero senza offendere il senso nazionale degli alteri isolani. Un solo era lʼuomo in Europa contro il quale non poteva farsi obiezione, cioè Federigo Conte di Schomberg, tedesco dʼuna famiglia nobile del Palatinato. Era universalmente reputato il più grande maestro dellʼarte della guerra. La pietà e rettitudine sue, che non avevano mai ceduto a fortissime tentazioni, lo rendevano ben meritevole di riverenza e fiducia. Come che fosse Protestante, aveva per molti anni militato al soldo di Luigi, e in onta alle inique trame deʼ Gesuiti aveva strappato da lui, dopo una serie di gloriosi fatti, il bastone di Maresciallo di Francia. Allorquando la persecuzione cominciò ad infuriare, il valoroso veterano ostinatamente ricusò di conseguire con lʼapostasia il regio favore; rinunziò, senza mormorare, a tutti i suoi onori e comandi; abbandonò per sempre la sua patria adottiva, e rifugiossi alla Corte di Berlino. Aveva settanta e più annidʼetà, ma era in pieno vigore di mente e di corpo. Era stato in Inghilterra, dove fu molto amato ed onorato; e parlava la nostra favella non solo intelligibilmente, ma con grazia e purezza; qualità di cui allora pochi stranieri potevano menar vanto. Con lo assenso dello Elettore di Brandenburgo e con la cordiale approvazione di tutti i capi deʼ partiti inglesi fu nominato Luogotenente di Guglielmo.[475]XXXII. LʼAja era allora piena di avventurieri di tutti i vari partiti che la tirannia di Giacomo aveva congiunti in una strana coalizione; vecchi realisti, che avevano sparso il proprio sangue in difesa del trono; vecchi agitatori dellʼesercito del Parlamento; Tory, che erano stati perseguitati a tempo della Legge dʼEsclusione; Whig, che erano fuggiti al Continente per avere partecipato alla Congiura di Rye House.Primeggiavano in cotesto grande miscuglio Gherardo Conte di Maclesfield, antico Cavaliere che aveva combattuto per Carlo I ed esulato con Carlo II; Arcibaldo Campbell che era figlio primogenito dello sventurato Argyle, dal quale non aveva altro ereditato che il nome illustre e lʼinalienabile affetto dʼuna numerosa tribù; Carlo Paulet, Conte di Wiltshire, erede presuntivo del Marchesato di Wincester; e Pellegrino Osborne, Lord Dumblane, erede presuntivo della Contea di Danby. Notavasi fra i più importanti volontari Mordaunt che esultava nella speranza di incontrare avventure, alle quali irresistibilmente lo traeva la fiera sua indole. Fletcher di Saltoun, mentre stavasi a guardare i confini della Cristianità contro glʼinfedeli, avendo saputo che vi era speranza di liberare la patria, sʼera affrettato ad offrire al liberatore lo aiuto della sua spada. Sir Patrizio Hume, il quale dopo di essere fuggito dalla Scozia era vissuto umilmente in Utrecht, adesso uscì dalla oscurità; ma per fortuna in questa occasione la sua eloquenza poteva recare poco danno; imperocchè il Principe dʼOrange non era punto disposto ad essere Luogotenente dʼuna società ciarliera come era stata quella che aveva rovinata la impresa dʼArgyle. Il sottile ed irrequieto Wildman, che alcuni anni innanzi, non trovandosi sicuro in Inghilterra, aveva cercato un asilo inGermania, adesso accorse alla Corte del Principe. Vʼera anche Carstairs, ministro Presbiteriano di Scozia, che per accorgimento e coraggio non era secondo a nessuno degli uomini politici di quellʼepoca. Fagel, parecchi anni prima, gli aveva affidato segreti importantissimi, che i più orribili tormenti dello stivaletto e delle tanaglie non gli avevano potuto strappare dalle labbra. Per cotesta rara fortezza ei sʼacquistò il primo posto dopo Bentinck nella stima e fiducia del Principe.[476]Ferguson non poteva rimanere quieto mentre apparecchiavasi una rivoluzione. Si procurò un imbarco nella flotta e cominciò ad affaccendarsi fraʼ suoi compagni dʼesilio: ma trovò in tutti diffidenza e disprezzo. Egli era stato grande uomo in quel nucleo dʼignoranti e furibondi fuorusciti che avevano spinto il debole Monmouth alla rovina: ma tra i gravi uomini di Stato e Capitani che coadiuvavano il risoluto e sagace Guglielmo, non vʼera luogo per un agitatore di bassa sfera, mezzo maniaco e mezzo birbone.XXXIII. La differenza fra la spedizione del 1685 e quella del 1688 risultava bastevolmente dalla differenza tra le dichiarazioni pubblicate dai capi dellʼuna e dellʼaltra. Per Monmouth Ferguson aveva scrivacchiato un assurdo e brutale libello, dove accusava Re Giacomo dʼavere bruciato Londra, strangolato Godfrey, fatto strage dʼEssex, e propinato il veleno a Carlo. La Dichiarazione di Guglielmo fu scritta dal Gran Pensionario Fagel il quale aveva alta riputazione di pubblicista. Quantunque fosse grave e dotta, nella sua forma originale era troppo prolissa: ma venne compendiata e tradotta in inglese da Burnet, il quale sʼintendeva bene dellʼarte dello scrivere popolare. In un solenne preambolo stabiliva il principio che in ogni società la rigorosa osservanza della legge era egualmente necessaria alla felicità delle nazioni ed alla sicurezza deʼ Governi. Il Principe dʼOrange aveva quindi veduto con profondo rammarico come le leggi fondamentali del Regno, al quale egli era congiunto con stretti vincoli di sangue e di matrimonio, fossero grandemente e sistematicamente violate. La potestà di dispensare dagli Atti del Parlamento era stata stiracchiata a segnoche tutta lʼautorità legislativa era ridotta nella sola Corona. Sentenze repugnanti allo spirito della Costituzione erano state profferite dai tribunali, destituendo i giudici incorruttibili, e sostituendo loro uomini pronti ad obbedire implicitamente agli ordini del Governo. Non ostanti le ripetute assicurazioni che il Re aveva date di mantenere la religione dello Stato, persone manifestamente avverse a quella erano state promosse non solo agli uffici civili, ma anco ai beneficii ecclesiastici. Il governo della Chiesa, in onta al chiarissimo senso degli Statuti, era stato affidato ad una nuova Corte dʼAlta Commissione, nella quale aveva seggio un uomo che apertamente professava il Papismo. Uomini dabbene, per avere ricusato di violare il dovere e i giuramenti loro, erano stati spogliati della loro proprietà in dispregio dellaMagna Chartae delle libertà dʼInghilterra. Intanto individui che legalmente non potevano porre piede nellʼisola erano stati posti a capo deʼ seminari per corrompere le menti deʼ giovani. Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Giudici di Pace erano stati a centinaia destituiti per avere rifiutato di secondare una politica perniciosa ed incostituzionale. Quasi tutti i borghi del Regno erano stati privati delle loro franchigie. Le Corti di giustizia erano in condizioni tali, che le loro sentenze, anche nelle cause civili, non ispiravano più fiducia, e la loro servilità nelle criminali aveva fatto spargere nel Regno il sangue innocente. Tutti cotesti abusi, venuti in disgusto alla nazione inglese, il Governo aveva intenzione di difendere, secondo che sembrava, con una armata di Papisti Irlandesi. Nè ciò era tutto. I Principi più assoluti del mondo non avevano reputato delitto in un suddito lo esporre modestamente e con pace gli aggravi, e chiederne giustizia. Ma in Inghilterra le cose erano giunte a tale eccesso che il supplicare veniva reputato gravissimo delitto. Per nessuna altra colpa che quella dʼavere presentata al Sovrano una petizione scritta con rispettosissime parole i padri della Chiesa Anglicana erano stati messi in carcere e processati; e destituiti i giudici che diedero il voto in loro favore. La convocazione dʼun legittimo Parlamento poteva essere un rimedio efficace a tutti cotesti mali: ma un simile Parlamento, a meno che non fosse interamente cangiato il Governo, non era da sperarsi dallanazione. La Corte mostrava evidentemente la intenzione di mettere insieme, rifoggiando a suo modo i municipii e deputando ufficiali elettorali papisti, una Camera di Comuni che fosse tale di solo nome. In fine, vʼerano circostanze che facevano sospettare non essere nato dalla Regina lo infante che chiamavasi Principe di Galles. Per queste ragioni il Principe, in contemplazione della sua stretta parentela con la regia famiglia, e per gratitudine dello affetto che il popolo inglese aveva sempre portato alla sua diletta consorte ed a lui, cedendo allo invito di non pochi Lordi spirituali e secolari e di molti altri uomini dʼogni grado, aveva deliberato di recarsi nellʼisola con forze sufficenti a reprimere la violenza. Lungi dalla sua mente ogni pensiero di conquista. Protestava che finchè le sue milizie rimarrebbero in Inghilterra, sarebbero tenute nella più rigorosa disciplina, ed appena la nazione si fosse liberata dal giogo della tirannide, sarebbero mandate via. Suo unico scopo era quello di far convocare un libero e legittimo Parlamento; alla decisione del quale egli faceva solenne sacramento di lasciare tutte le questioni pubbliche e private.Come questa dichiarazione cominciò a correre attorno per lʼAja, apparvero segni di dissensione fra glʼInglesi. Wildman, indefesso nel male, indusse alcuni deʼ suoi concittadini, ed in ispecie il testardo e leggiero Mordaunt a dichiarare che a tali patti non prenderebbero le armi, dicendo che lo scritto era stato ideato per piacere ai Cavalieri e ai parrochi; i danni della Chiesa e il processo deʼ Vescovi vi facevano troppa figura; e non vʼera pur motto del tirannesco modo onde i Tory, innanzi che rompessero con la Corte, avevano trattato i Whig. Wildman allora produsse un contro-manifesto, da lui apparecchiato, il quale, ove fosse stato abbracciato, avrebbe indignati il Clero Anglicano e quattro quinti dellʼaristocrazia territoriale. I principali Whig gli fecero vigorosa opposizione; e segnatamente Russell dichiarò che ove venisse adottato lo insano suggerimento di Wildman, si sarebbe sciolta la coalizione dalla quale unicamente poteva il popolo inglese sperare dʼessere liberato. In fine la contesa fu ricomposta per lʼautorità di Guglielmo, il quale, col suo consueto buon senso,stabilì che il manifesto rimanesse quasi come era stato congegnato da Fagel e da Burnet.[477]XXXIV. Mentre tali cose seguivano in Olanda, Giacomo erasi finalmente accorto del proprio pericolo. Da varie parti gli giungevano avvisi che mal potevano mettersi in non cale, finchè un dispaccio dʼAlbeville gli tolse ogni dubbio. Dicesi che come il Re lo ebbe letto, tosto impallidisse e perdesse per alcun tempo la parola.[478]Ed era naturale che ne rimanesse atterrito: imperocchè il primo vento che spirasse di levante avrebbe portato un esercito ostile alle spiagge del suo reame. Tutta Europa, tranne un solo potentato, attendeva con impazienza la nuova della sua caduta. Anzi egli aveva respinto con un insulto lo amichevole intervento che lo avrebbe potuto salvare. Le schiere francesi, che, sʼegli non fosse stato demente, avrebbero potuto atterrire gli Stati Generali, stavansi ad assediare Philipsburg, o presidiavano Magonza. Tra pochi giorni forse gli toccherebbe di pugnare sul territorio inglese a difendere la propria corona e il diritto ereditario del suo figliuolo infante. Grandi, a dir vero, erano in apparenza i suoi mezzi. La flotta era in assai migliori condizioni di quello che fosse nel tempo, in cui egli ascese al trono: e tali miglioramenti in parte erano da attribuirsi aʼ suoi propri sforzi. Non aveva nominato Lord Grande Ammiraglio o Consiglio dʼAmmiragliato, ma aveva riserbata a se stesso lʼalta direzione degli affari marittimi con la vigorosa assistenza di Pepys. Dice il proverbio che lʼocchio del padrone vale più di quello del ministro: e in una età di corruzione e di peculato è verosimile che un dipartimento al quale un sovrano, anche di pochissima mente, rivolge la propria attenzione, si mantenga comparativamente libero dagli abusi. Sarebbe stato facile trovare un ministro della marina più abile di Giacomo; ma non sarebbe stato facile, fra gli uomini pubblici di quel tempo, trovare, tranne Giacomo stesso, un ministro della marina, il quale non rubasse sulle provigioni, non accettasse doni dai contraenti, e non addebitasse la Corona deʼ non mai fatti ripari. E veramente il Re era quasi il solo del quale si potesse esser certiche non frodasse il Re. E però negli ultimi tre anni più che neʼ precedenti eravi stato meno sciupío e meno rubamenti negli arsenali. Sʼerano costruiti parecchi vascelli atti a navigare. Giacomo aveva emanato un opportuno decreto col quale, accrescendo la paga dei capitani, rigorosamente inibiva loro di trasportare da un porto allʼaltro mercanzie senza regia licenza. Lo effetto di queste riforme già era visibile; e a Giacomo non riuscì difficile allestire in brevissimo tempo una considerevole flotta. Trenta vascelli di linea, tutti di terzo e quarto ordine, furono ragunati nel Tamigi sotto il comando di Lord Dartmouth, la cui lealtà non ammetteva sospetto. Egli veniva reputato nellʼarte sua più esperto di tutti i marini patrizi, i quali in quella età inalzavansi ai supremi comandi nella flotta senza educazione marittima, ed erano a un tempo capitani di vascello sul mare, e colonnelli di fanteria per terra.[479]XXXV. Lʼarmata regolare era più grande di quante ne avessero mai comandate i re dʼInghilterra, e fu rapidamente accresciuta. Nei reggimenti che esistevano vennero incorporate nuove compagnie. Furono create commissioni a formarne altri. Quattro mila uomini furono aggiunti alle forze militari dellʼInghilterra; tremila speditamente fatti venire dalla Irlanda; altrettanti dalla Scozia diretti verso il mezzogiorno. Giacomo stimava circa quaranta mila uomini—senza contarvi la milizia civica—le forze che poteva opporre agli invasori.[480]La flotta e lo esercito, quindi, erano più che bastevoli a respingere la invasione degli Olandesi. Ma poteva il Re fidarsi dello esercito e della flotta? Le milizie urbane non accorrerebbero a migliaia al vessillo del liberatore? Il partito, che pochi anni innanzi aveva snudata la spada in favore di Monmouth, senza dubbio accoglierebbe il Principe dʼOrange. E dove era egli mai quel partito che per quarantasette anni era stato lʼegida della monarchia? Dove erano quegli strenui gentiluominii quali erano sempre stati pronti a spargere il proprio sangue a difesa della Corona? Oltraggiati e insultati, cacciati dalle magistrature e dalla milizia, mostravansi senza maschera lieti del pericolo in cui vedevano travagliarsi lo ingrato sovrano. Dove erano mai quei sacerdoti e prelati, i quali da dieci mila pergami avevano predicato il debito dʼobbedire allʼunto del Signore? Alcuni di loro erano stati messi in carcere, altri spogliati degli averi, e tutti posti sotto al ferreo giogo dellʼAlta Commissione, ed avevano grandemente temuto un nuovo capriccio del tiranno non li privasse della libera proprietà loro, lasciandoli senza un tozzo di pane. Eʼ sembrava incredibile che gli Anglicani, anche in quegli estremi, dimenticassero pienamente quella dottrina di cui menavano peculiare vanto. Ma poteva egli il loro oppressore augurarsi di trovare fra essi quello spirito che nella precedente generazione aveva trionfato sopra i soldati dʼEssex e di Waller, e dopo una disperata lotta ceduto solo al genio e vigore di Cromwell? Il tiranno ne impaurì davvero. E cessando di ripetere che le concessioni avevano sempre tratto i principi alla rovina, confessò amaramente essergli dʼuopo corteggiare di nuovo i Tory.[481]XXXVI. Abbiamo ragione di credere che Halifax verso questo tempo fosse invitato a rientrare nel governo, e che ciò non gli spiacesse. La parte di mediatore fra il trono e la nazione era quella che meglio gli stava, e che ei singolarmente ambiva. Non si sa in che guisa si rompessero le pratiche con lui: ma non è improbabile che la questione della potestà di dispensare fosse difficoltà insormontabile. Per averla avversata, tre anni innanzi, era caduto in disgrazia; e fra le cose che erano quinci succedute non ve nʼera alcuna che gli potesse far cangiare opinione. Giacomo, dallʼaltro canto, era fermamente deliberato di non fare concessione alcuna intorno a quel punto.[482]Rispetto alle altre cose era meno pertinace.Emanò un proclama col quale solennemente prometteva proteggere la chiesa dʼInghilterra e mantenere lʼAtto dʼUniformità. Dichiaravasi desideroso di fare grandi sacrifici alla concordia. Diceva non volere più oltre insistere sullʼammissione deʼ Cattolici Romani alla Camera deʼ Comuni; e sperava di sicuro che i suoi sudditi giustamente apprezzerebbero la prova chʼegli porgeva a volere appagare i loro desiderii. Tre giorni dopo espresse la intenzione di porre nuovamente in ufficio i magistrati o i luogotenenti deputati chʼegli aveva destituiti per avere ricusato di secondare la politica del governo. Il dì dopo la comparsa di questa notificazione Compton fu dalla sospensione prosciolto.[483]XXXVII. Nel tempo medesimo il Re diede udienza a tutti i vescovi che erano in Londra. Avevano chiesto dʼessere ammessi alla presenza di lui onde confortarlo deʼ loro consigli in quelle gravissime circostanze. Il Primate favellò per tutti. Rispettosamente pregò il Re a porre lʼamministrazione nelle mani dʼuomini che avessero i debiti requisiti per condurre il governo; revocare tutti gli atti consumati sotto pretesto della potestà di dispensare; annullare lʼAlta Commissione; riparare alle ingiustizie commesse contro il Collegio della Maddalena, e rendere ai Municipii le loro antiche franchigie. Accennò con molta chiarezza ad un desiderevole evento che avrebbe pienamente consolidato il trono e resa la pace al perturbato reame. Ove Sua Maestà sʼinducesse a riesaminare i punti controversi fra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, forse, mercè la grazia divina, gli argomenti che i vescovi desideravano esporle lʼavrebbero convinta essere suo debito ritornare alla religione del padre e dellʼavo. Finqui, disse Sancroft, aveva espresso glʼintendimenti deʼ suoi confratelli. Ma vʼera una cosa intorno a cui non li aveva consultati, e chʼegli reputava suo dovere esporre al sovrano. E veramente egli era il solo uomo del clero che potesse toccare di tale subietto senza essere sospettato di mirare al proprio interesse. La sede metropolitana di York da tre anni era vacante. Lo arcivescovo supplicò il Re di darla a un pio e dotto teologo, ed aggiunse che un siffatto teologo poteva senza difficoltà trovarsi fra coloroche erano lì presenti. Il Re seppe frenarsi tanto da rendere grazie ai Vescovi per quegli sgradevoli ammonimenti, e promise loro di ponderare bene ciò che avevano detto.[484]Quanto alla potestà di dispensare non volle cedere un jota. Nessuno deglʼindividui incapaci fu rimosso dagli uffici civili o militari. Ma alcuni deʼ suggerimenti di Sancroft vennero abbracciati. Dentro quarantotto ore la Corte dellʼAlta Commissione fu abolita.[485]Fu risoluto di rendere alla Città di Londra lo statuto toltole sei anni innanzi; e il Cancelliere fu mandato con gran solennità a recare a Guildhall quella veneranda cartapecora.[486]Sette giorni dopo fu annunziato al pubblico che il Vescovo di Winchester, il quale per virtù del proprio ufficio era Visitatore del Collegio della Maddalena, aveva avuto dal Re lo incarico di riparare ai danni recati a quella società. Eʼ non fu senza una lunga lotta e un amarissimo affanno che Giacomo scese a questa ultima umiliazione; e per vero dire non cedette finchè il Vicario Apostolico Leyburn, il quale, a quanto sembra, si condusse sempre da onesto e savio uomo, dichiarò che, secondo il suo giudicio, il Presidente e i Convittori cacciati avevano patito ingiustizia, e che per ragioni religiose e politiche era dʼuopo rendere loro il già tolto.[487]In pochi giorni fu pubblicato un decreto che restituiva le tolte franchigie a tutti i municipii.[488]XXXVIII. Giacomo lusingavasi che concessioni sì grandi, fatte nel breve spazio dʼun mese, gli farebbero di nuovo acquistare lo affetto del suo popolo. Non può dubitarsi che ove egli le avesse fatte pria che vi fosse ragione ad attendereuna invasione dalla Olanda, avrebbero molto contribuito a riconciliarlo coi Tory. Ma i principi che concedono al timore ciò che ricusano alla giustizia, non debbono sperare gratitudine. Per tre anni il Re era stato duro ad ogni argomento, ad ogni preghiera. Chi deʼ ministri aveva osato inalzare la voce in favore della costituzione civile ed ecclesiastica del Regno, era caduto in disgrazia. Un Parlamento eminentemente realista erasi provato a protestare con dolci e rispettosi modi contro la violazione delle leggi fondamentali della Inghilterra, ed era stato acremente ripreso, prorogato, e disciolto. I giudici, ad uno ad uno, erano stati privati dellʼermellino, per non essersi voluti indurre a profferire sentenze contrarie ad ogni specie di leggi. Ai più spettabili cavalieri era stato chiuso lʼadito al governo delle loro Contee perchè avevano ricusato di tradire le libertà pubbliche. Gli ecclesiastici a centinaia erano stati privati deʼ loro beneficii, perchè sʼerano mantenuti fedeli ai propri giuramenti. Alcuni prelati, alla cui ostinata fedeltà il Re era debitore della propria corona, lo avevano supplicato in ginocchioni a non volere che si violassero le leggi di Dio e della patria. La loro modesta petizione era stata considerata come libello sedizioso. Erano stati forte ripresi, minacciati, imprigionati, processati, e a mala pena avevano scansata la estrema rovina. La nazione in fine, vedendo il diritto soverchiato dalla forza, e perfino le supplicazioni reputarsi delitto, cominciò a pensare al modo di commettere le proprie sorti allʼesito dʼuna guerra. Lʼoppressore seppe essere pronto un liberatore armato, il quale sarebbe di gran cuore accolto daʼ Whig e dai Tory, dai Dissenzienti e dagli Anglicani. E tutto cangiossi in un attimo. Quel governo che aveva rimeritato i suoi servitori fidi e costanti con la spoliazione e la persecuzione, quel governo che alle solide ragioni ed alle commoventi preghiere aveva risposto con le ingiurie e glʼinsulti, si fece in un istante stranamente mite. La Gazzetta in ciascun suo numero annunziava la riparazione di qualche ingiustizia. Allora chiaramente si conobbe che non era da porre fede nella equità, nellʼumanità, nella solenne parola del Re, e che egli avrebbe governato bene finchè esisteva il timore della resistenza. I suoi sudditi, quindi, non erano punto dispostia ridargli quella fiducia chʼegli aveva giustamente perduta, o a mitigare la pressura che sola gli aveva strappato dalle mani i pochi buoni atti da lui fatti in tutto il tempo del suo regnare. Cresceva sempre in cuore di tutti lʼardente desiderio dello arrivo degli Olandesi. La plebe aspramente imprecava e malediva ai venti che in quella stagione ostinatissimi spiravano da ponente, e impedivano che lʼarmata del Principe salpasse, e a un tempo portavano nuovi soldati irlandesi da Dublino a Chester. Dicevano spirare vento papista, ed affollavansi in Cheapside con gli occhi intenti sul campanile di Bow-Church pregando che la banderuola indicasse lo spirare di un vento protestante.[489]
E davvero, in quel tempo lʼavversione de glʼInglesi contro glʼIrlandesi era sì forte ed universale, che la sentivano perfino i più spettabili Cattolici Romani. Powis e Bellasyse anche in Consiglio significarono con aspre e virulente parole la loro antipatia contro gli stranieri;[445]antipatia che era anche più forte fra glʼInglesi Protestanti, e più forte ancora nellʼarmata. Nè gli ufficiali, nè i soldati erano disposti a tollerare con pazienza la predilezione che il loro signore mostrava ad una razza vinta e forestiera. Il Duca di Berwick, colonnello dellʼottavo reggimento di linea acquartierato in Portsmouth, ordinò che trenta uomini pur allora giunti dallʼIrlanda fossero inscritti neʼ ruoli militari. I soldati inglesi dichiararono di non volere servire insieme con glʼintrusi. Giovanni Beaumont Luogotenente colonnello, a nome suo e di cinque capitani, protestò al cospetto del Duca contro questo insulto fatto alla nazione ed allʼesercito inglese, dicendo: «Noi componemmo il reggimento a nostre proprie spese per difendere la corona della Maestà sua in perigliosi tempi. Allora non incontrammo difficoltà a trovare centinaia di reclute inglesi. Noi possiamo agevolmente tenere congiunta ogni compagnia senza ammettervi glʼIrlandesi. E però reputiamo che ne vada dellʼonor nostro nel tollerare che ci vengano imposti cotesti stranieri; e chiediamo che o ci sia permesso di comandare a soldati nostri concittadini, o che si accetti la nostra rinuncia.» Berwickscrisse a Windsor per sapere in che guisa comportarsi. Il Re, grandemente esasperato, spedì subito una legione di cavalleria a Portsmouth perchè gli conducesse dinanzi i sei ufficiali disubbidienti. Furono tradotti avanti a un Consiglio di guerra. Ricusarono di sottomettersi, e furono dannati ad essere cassi daʼ ruoli, la qual pena allora era la massima che una Corte marziale potesse infliggere. La intera nazione feʼ plauso agli ufficiali caduti in disgrazia: e lʼopinione pubblica fu maggiormente irritata dalla voce corsa, quantunque senza fondamento, che essi mentre rimanevano in carcere, erano stati crudelmente trattati.[446]XVIII. Lʼopinione pubblica non manifestavasi allora con queʼ segni che oggidì sono comuni fra noi, cioè con numerose ragunanze e veementi arringhe. Nondimeno trovò una via ad esplodere. Tommaso Wharton, il quale nellʼultimo Parlamento era stato rappresentante della Contea di Buckingam ed aveva fama di libertino e di Whig, scrisse una ballata satirica sopra Tyrconnel. In questa breve poesia un Irlandese si congratulava con un altro suo concittadino, in un gergo barbaro, pel prossimo trionfo del papismo e della razza milesia. Diceva che lo erede protestante della Corona sarebbe escluso. Gli ufficiali protestanti verrebbero cacciati. La Magna Charta e i ciarlieri che si richiamavano ad essa verrebbero impiccati alla medesima forca. Il buon Talbot verserebbe a torrenti glʼimpieghi sopra i suoi concittadini, e segherebbe la gola aglʼInglesi. Questi versi, che non sʼinalzavano punto sopra la poesia plateale, avevano per intercalare un vocabolo che dicevasi essere stato adoperato come parola dʼordine daglʼinsorti dʼUlster nel 1644. La nazione sʼincapriccì deʼ versie della musica. Da un angolo allʼaltro, per lʼintera Inghilterra, tutta la popolazione non rifiniva mai di cantare cotesti versi scempi, che in ispecie formavano il diletto dello esercito inglese. Settanta e più anni dopo la Rivoluzione, un grande scrittore dipinse con arte squisita un veterano che aveva combattuto sul Boyne e in Namur; e uno deʼ tratti caratteristici del buon veterano consisteva nel fischiare il Lilliburello.[447]Wharthon poscia menò vanto dʼavere cacciato con cotesti versi un Re da tre Regni. Ma, a dir vero, la fama di Lilliburello fu lo effetto, non già la cagione, di quel concitamento nel pubblico sentire, che produsse la Rivoluzione.Mentre Giacomo suscitava contro sè stesso tutti i sentimenti nazionali, i quali, se non fosse stata la sua insania, avrebbero potuto salvargli il trono, Luigi in modo diverso sforzavasi non meno efficacemente a facilitare la intrapresa che Guglielmo stavasi meditando.XIX. In Olanda il partito favorevole alla Francia era una minoranza bastevolmente forte, secondo lʼordinamento politico della Batava Federazione, a impedire che lo Statoldero tentasse un gran colpo. Tenersi bene edificata cotesta minoranza era uno scopo al quale, se la Corte di Versailles fosse stata savia, doveva, in quelle circostanze, essere posposto ogni altro qualunque. Luigi, nondimeno, per qualche tempo aveva lavorato, quasi lo facesse di proposito, a straniarsi daʼ suoi amici Olandesi; ed in fine, benchè non senza difficoltà, gli venne fatto di renderseli nemici nel momento preciso in cui il loro aiuto gli sarebbe stato dʼinestimabile prezzo.Vʼerano due cose, le quali gli Olandesi peculiarmente sentivano, la religione e il commercio; e il Re di Francia aveva pur allora assalito il commercio e la religione loro. La persecuzione degli Ugonotti e la revoca dello editto di Nantes avevano da per tutto destato in cuore deʼ Protestanti sdegno e dolore; sentimenti che in Olanda erano più forti che altrove: imperocchè molti individui oriundi Olandesi, fidando nelle ripetutee solenni dichiarazioni di Luigi, il quale assicurava di mantenere la tolleranza dallʼavo suo concessa, sʼerano, per cagione di commercio, stabiliti, e gran parte di loro naturalizzati in Francia. Ogni corso di posta recava in Olanda la nuova che costoro erano con estremo rigore trattati per semplici motivi religiosi. Dicevasi che in casa di uno stavano acquartierati i dragoni; un altro era stato posto ignudo presso al fuoco fino a rimanerne mezzo arrostito. A tutti era, sotto severissime pene, inibito di celebrare i riti della propria religione, e di partirsi dal paese, al quale, sotto promesse menzognere erano stati attirati. I partigiani della Casa dʼOrange schiamazzavano contro la crudeltà e la perfidia del tiranno. Lʼopposizione era confusa e scuorata. Lo stesso Consiglio municipale dʼAmsterdam, comechè fosse fortemente favorevole aglʼinteressi della Francia, e aderisse alla teologia arminiana, e fosse poco inchinevole a biasimare Luigi e consentire coʼ Calvinisti da esso perseguitati, non poteva rischiarsi ad avversare lʼopinione pubblica; perocchè in quella grande città non era un solo mercante il quale non avesse qualche parente od amico fra coloro che pativano tanto danno. Numerose petizioni firmate da nomi rispettabili venivano presentate ai borgomastri, pregandoli a rimostrare vigorosamente presso lo Ambasciatore Avaux. Fraʼ supplichevoli erano taluni i quali osavano introdursi nel palazzo degli Stati, e cadendo sulle loro ginocchia descrivevano, fra le lagrime e i singhiozzi, la misera sorte deʼ loro cari, e supplicavano i magistrati ad intercedere. I pergami delle Chiese risonavano dʼinvettive e di lamenti. Daʼ torchi uscivano racconti che laceravano lʼanima, e virulente arringhe. Avaux conobbe tutto il pericolo, e riferì alla sua Corte che anche i bene intenzionati—così egli sempre chiamava i nemici della Casa dʼOrange—o partecipavano allʼuniversale sentimento o ne erano impauriti; e consigliò si cedesse alquanto ai loro desiderii. Le risposte giuntegli da Versailles furono gelide ed acri. Ad alcune famiglie, non naturalizzate in Francia, era stato concesso di ritornare alla patria loro: ma a queʼ naturali dʼOlanda che avevano ottenuto lettere di naturalizzazione Luigi ricusò ogni indulgenza, dicendo che nessuna Potenza sulla terra doveva immischiarsi fra lui ei suoi sudditi. Costoro avevano scelto di essere annoverati fraʼ sudditi suoi, e nessun potentato straniero aveva diritto a sindacarlo intorno al modo di trattarli. I magistrati dʼAmsterdam naturalmente sdegnaronsi della spregiante ingratitudine del Principe al quale con ardore e senza ombra di scrupolo avevano servito contro lʼopinione universale deʼ loro concittadini. Alla già riferita tenne dietro, poco dipoi, unʼaltra provocazione che fu più profondamente sentita. Luigi cominciò a far guerra al loro commercio. Dapprima con un editto proibì la importazione delle aringhe neʼ suoi dominii. Avaux sʼaffrettò a scrivere alla sua Corte che un simigliante passo aveva destato indignazione e timore, che sessantamila persone vivevano con la pesca delle aringhe, e che gli Stati probabilmente adotterebbero qualche provvedimento di rappresaglia. Gli fu risposto che il Re era deliberato non solo a persistere, ma ben anco ad accrescere i dazi su molte mercanzie delle quali la Olanda faceva lucroso traffico con la Francia. La conseguenza di cotesti errori commessi in onta a ripetuti ammonimenti, e, a quanto sembra, per ebbrezza di caparbietà, fu, che nel momento in cui il voto dʼun solo potente membro della Batava Federazione avrebbe potuto impedire un evento fatale a tutta la politica di Luigi, tal voto non osò manifestarsi. Lo Ambasciatore con tutta la sua arte invano si studiò di raggranellare quel partito, col cui soccorso, per vari anni era riuscito a tenere in freno lo Statoldero.XX. Lʼarroganza ed ostinazione del signore frustrava tutti gli sforzi del servo; il quale finalmente fu costretto ad annunziare a Versailles che non era più da confidare nella città dʼAmsterdam da sì gran tempo amica della Francia, che alcuni deʼ bene intenzionati temevano per la loro religione, e che i pochi i quali ancora si mantenevano fermi non potevano rischiarsi a significare i loro intendimenti. La fervida eloquenza deʼ predicatori che declamavano contro gli orrori della persecuzione francese, e le querimonie dei falliti che attribuivano la propria rovina ai decreti francesi, avevano concitato il popolo a tal segno che nessuno deʼ cittadini poteva dichiararsi favorevole alla Francia senza imminente pericolo di essere gettato dentro il più vicino canale. Tutti rammentavansiche solo quindici anni innanzi il più illustre capo del partito avverso alla Casa dʼOrange era stato fatto in brani dalla infuriata plebe nel ricinto stesso del palazzo degli Stati Generali; ed era probabile che ugual sorte toccasse a coloro i quali, in quella gran crisi, venissero accusati di secondare i disegni della Francia contro la patria loro e contro la religione riformata.[448]XXI. Mentre Luigi in tal guisa costringeva i suoi fautori in Olanda a diventare, o a fingersi, suoi nemici, lavorava con non minore efficacia a rimuovere tutti gli scrupoli che avrebbero potuto impedire i principi cattolici del continente di secondare i disegni di Guglielmo. Un nuovo litigio era sorto tra la Corte di Versailles e il Vaticano, litigio nel quale il Re francese si mostrò più che in ogni altra sua azione ingiusto ed insolente.Era vecchio costume in Roma che nessuno ufficiale di giustizia o di finanza potesse entrare nellʼabitazione deʼ ministri che rappresentavano gli Stati cattolici. In progresso non solo lʼabitazione, ma i luoghi circostanti reputavansi inviolabili. Era punto dʼonore per ogni ambasciatore estendere quanto più potesse i confini del circondario che rimaneva sotto la sua protezione. Infine i distretti privilegiati, dentro i quali il Governo papale non aveva maggior potenza che nel Louvre o nellʼEscuriale, comprendevano mezza la città. Ogni asilo era pieno di contrabbandieri, di falliti disonesti, di ladri e dʼassassini. In ogni asilo erano magazzini di cose rubate o di mercanzie fraudolentemente introdotte. Da ogni asilo uomini facinorosi uscivano di notte a saccheggiare ed a pugnalare la gente. In nessuna terra della Cristianità, quindi, la legge era così impotente e la malvagità sì audace come nellʼantica metropoli della religione e dellʼincivilimento. Intorno a siffatto danno Innocenzo pensava come si conveniva ad un sacerdotee ad un principe. Dichiarò dunque di non volere accogliere nessuno Ambasciatore il quale si ostinasse a mantenere un diritto distruggitore dellʼordine e della morale. Vi fu dapprima un gran mormorare, ma egli si mostrò cotanto fermo che tutti i Governi, tranne un solo, in breve tempo cederono. Lo Imperatore, che per grado era il primo tra tutti i monarchi cristiani, la Corte di Spagna, che predistinguevasi fra tutte per suscettibilità e pertinacia neʼ punti dʼetichetta, rinunciarono al mostruoso privilegio. Il solo Luigi si mostrò intrattabile, dicendo importargli poco ciò che piacesse agli altri sovrani di fare. Per la qual cosa spedì a Roma unʼambasceria, scortata da numeroso stuolo di cavalli e di fanti. Lo Ambasciatore giunse al suo palazzo come un generale che entri trionfante in una città conquistata. Il palazzo era fortemente guardato; attorno al recinto privilegiato le sentinelle facevano la ronda di giorno e di notte, come sopra le mura dʼuna fortezza. Il Papa rimase fermo. «Confidano» esclamò egli «neʼ cocchi e neʼ cavalli: ma noi invocheremo il nome di Dio nostro signore.» Diede di piglio alle sue armi spirituali, e pose la parte della città presidiata daʼ Francesi sotto lo interdetto.[449]Questo litigio era nel massimo fervore allorchè ne sorse un altro; nel quale tutto il Corpo Germanico aveva interesse ugualmente che il Papa.XXII. Colonia e il distretto circostante governava un Arcivescovo che era elettore dello Impero. Il diritto di eleggere il gran prelato spettava, sotto certe condizioni, al Capitolo della Cattedrale. Lo Arcivescovo era parimente Vescovo di Liegi, di Munster e di Hildesheim. I suoi dominii erano vasti, e comprendevano varie fortezze, le quali nel caso dʼuna campagna sul Reno sarebbero state importantissime. In tempo di guerra poteva condurre in campo venti mila uomini. Luigi aveva fatto ogni possibile sforzo a rendersi bene affetto un così valido alleato, e vʼera tanto riuscito che Colonia rimaneva quasi divisa dalla Germania, e formava un baluardo della Francia. Molti ecclesiastici ligi alla Corte di Versailles erano stati messi nel Capitolo; e il Cardinale Furstemburg, creatura di quella Corte, era stato nominato Coadiutore.Nella state del 1688 lʼArcivescovato divenne vacante. Furstemburg era il candidato della Casa deʼ Borboni. I nemici di quella proponevano il giovine Principe Clemente di Baviera. Furstemburg era già Vescovo, e quindi non poteva essere trasferito ad altra diocesi senza speciale dispensa del pontefice, o per una postulazione, nella quale era necessario che fossero concordi i voti di due terzi del Capitolo di Colonia. Il Papa non volle concedere la dispensa ad una creatura della Francia. Lo Imperatore indusse più dʼuna terza parte del Capitolo a votare in favore del Principe Bavaro. Infrattanto neʼ Capitoli di Liegi, di Munster, e di Hildesheim la maggioranza procedeva avversa alla Francia. Luigi vide con isdegno e paura, come una vasta provincia che egli aveva incominciato a considerare qual feudo della sua Corona, fosse per divenire, non solo indipendente, ma ostile a lui. In una scrittura dettata con grande acrimonia si querelò della ingiustizia con che la Francia in tutte le occasioni era trattata dalla Santa Sede, la quale era in debito di largire la sua paterna protezione ad ogni parte della Cristianità. A molti segni vedevasi come egli avesse deliberato di sostenere la pretesa del suo candidato con le armi, contro il Papa, e i collegati del Papa.[450]XXIII. In cotal modo Luigi, con due opposti errori, suscitò a un tratto contro sè stesso il risentimento deʼ due partiti religiosi, nei quali lʼEuropa occidentale era divisa. Inimicatasi una grande classe deʼ cristiani col perseguitare gli Ugonotti, si inimicava lʼaltra collʼinsultare la Santa Sede. Tali errori egli commise in un tempo in cui non poteva impunemente commetterne alcuno, e sotto gli occhi dʼun avversario, il quale per vigilanza, sagacia, ed energia non era secondo a nessun uomo politico di cui serbi ricordo la storia. Guglielmo vide con austero diletto i suoi avversari affaticarsi a sgombrargli dʼogni ostacolo il cammino. Mentre suscitavano contro sè stessi la nimistà di ogni setta, egli poneva sommo studio a conciliarsele tutte. Con isquisito magistero presentò ai vari Governi in differente aspetto il gran disegno chʼegli meditava; ed è mestieri aggiungere che quantunque tali aspetti fosserodifferenti, nessuno era falso. Esortò i Principi della Germania settentrionale a collegarsi con lui per difendere la causa comune di tutte le chiese riformate. Pose sotto gli occhi deʼ due capi della Casa dʼAustria il pericolo onde erano minacciati dallʼambizione francese, e la necessità di redimere lʼInghilterra dal vassallaggio e di congiungerla alla Federazione Europea.[451]Mostrossi sdegnoso, e con tutta verità, dʼogni bacchettoneria. Diceva che il vero nemico deʼ Cattolici Inglesi era quel monarca, uomo corto di vista, e duro di cuore, il quale potendo agevolmente ottenere ad essi una tolleranza legale, aveva calpestata la legge, la libertà e il diritto di proprietà, per inalzarli ad un predominio odioso e precario. Se si lasciava continuare nella sua insania ne conseguiterebbe tra breve uno scoppio popolare, al quale terrebbe dietro una barbara persecuzione deʼ papisti. Il Principe dichiarava che lo evitare gli errori di tale persecuzione era uno deʼ precipui suoi fini. Ove egli fosse avventurato nel suo disegno, adoprerebbe lo acquistato potere come capo deʼ Protestanti, a proteggere i credenti nella Chiesa di Roma. Forse le passioni destate dalla tirannia di Giacomo renderebbero impossibile lʼabrogazione delle leggi penali, ma un savio governo ben poteva mitigarle. A nessuna classe dʼuomini poteva recare vantaggio la proposta spedizione quanto aʼ queʼ pacifici e non ambiziosi Cattolici Romani, i quali desideravano solamente seguire la propria vocazione e senza molestia adorare il Creatore. I soli perdenti sarebbero i Tyrconnel, i Dover, gli Albeville, e gli altri avventurieri politici, i quali in ricompensa delle adulazioni e deʼ pessimi consigli avevano ottenuto dal loro troppo credulo signore governi, reggimenti, ed ambasciate.XXIV. Mentre Guglielmo sforzavasi a procacciarsi la simpatiadei Protestanti e deʼ Cattolici, si studiava con non minor vigore e prudenza a provvedersi dei mezzi militari che la sua impresa richiedeva. Non poteva fare uno sbarco in Inghilterra senza la sanzione delle Provincie Unite; ed ove lʼavesse chiesta innanzi che il suo disegno fosse maturo per mandarsi ad effetto, i suoi intendimenti forse sarebbero avversati dalla fazione ostile alla sua Casa, e certamente verrebbero divulgati in tutto il mondo. Per lo che deliberò di fare con ispeditezza i necessari apparecchi, e appena compiuti, giovarsi di qualche momento favorevole per richiedere lo assenso alla Federazione. Gli agenti della Francia notavano che si mostrava quanto mai affaccendato. Non passava giorno senza che egli fosse veduto correre dalla sua villa allʼAja. Stavasi sempre rinchiuso a colloquio coʼ suoi più cospicui aderenti. Ventiquattro vascelli furono armati in addizione alle forze ordinarie mantenute dalla Repubblica. Per avventura vʼera un bel pretesto ad accrescere la flotta: imperciocchè alcuni corsari algerini avevano dianzi osato mostrarsi nellʼOceano Germanico. Formossi un campo in Nimega, dove si raccolsero molte migliaia di soldati. A fine di rinforzare cotesto esercito richiamaronsi i presidii daʼ luoghi forti nel Brabante Olandese. Perfino la rinomata fortezza di Bergopzoom fu lasciata quasi senza difesa. Pezzi da campagna, bombe, e cassoni da tutti i magazzini delle Provincie Unite furono trasportati al quartiere generale. Tutti i fornai di Roterdam affaticavansi giorno e notte a fare biscotto. Tutti gli armaiuoli dʼUtrecht non bastavano ad eseguire le commissioni di pistole ed archibugi. Tutti i sellai dʼAmsterdam lavoravano indefessamente a fare arnesi. Sei mila marinai furono aggiunti al servizio della flotta. Si fece una leva di sette mila nuovi soldati. Veramente non potevano essere formalmente arruolati senza lo assenso della Federazione; ma erano bene ammaestrati e tenuti in tanta disciplina che potevano senza difficoltà ordinarsi a reggimenti dentro ventiquattro ore dopo ottenuto lo assenso. Tali preparamenti richiedevano pecunia annoverata: ma Guglielmo con rigida economia aveva accumulato per qualche grave occorrenza un tesoro di dugento cinquanta mila lire sterline. Al rimanente provvide lo zelo deʼ suoi partigiani. Oro in gran copia, o, comesi disse, una somma non minore di cento mila ghinee gli fu mandata dallʼInghilterra. Gli Ugonotti, i quali avevano seco portato nello esilio molta quantità di metalli preziosi, di gran cuore gli prestarono tutto ciò che possedevano: imperciocchè ardentemente speravano, che, ove la impresa avesse esito prospero, sarebbe loro resa la patria, e temevano, che fallendo egli, non sarebbero nè anche sicuri nella patria adottiva.[452]XXV. Negli ultimi giorni di luglio e in tutto il mese dʼagosto gli apparecchi processero rapidamente, se non che allo ardente animo di Guglielmo parevano andare troppo lenti. Intanto diventava più attiva la comunicazione tra la Olanda e lʼInghilterra. I consueti modi di trasmettere notizie e passeggieri più non furono reputati sicuri. Una barca leggiera e maravigliosamente veloce andava e veniva di continuo da Schevening alla costa orientale dellʼisola nostra.[453]Per questo mezzo giunsero a Guglielmo non poche lettere scrittegli da uomini notevolissimi nella Chiesa, nello Stato, e nello esercito. Due deʼ sette prelati che avevano firmata la memoranda petizione, cioè Lloyd Vescovo di Santo Asaph, e Trelawney Vescovo di Bristol, mentre erano in carcere, avevano bene meditato sulla dottrina della resistenza, ed erano pronti ad accogliere un liberatore armato. Un fratello del Vescovo di Bristol, il colonnello Carlo Trelawney, che comandava uno deʼ reggimenti di Tangeri, adesso conosciuto come il Quarto di Linea, si mostrò ardente di snudare la spada a pro della Religione Protestante. Simiglianti assicurazioni mandò il feroce Kirke. Churchill, in una lettera scritta con qualche elevatezza di stile, indizio certo che egli era per commettere una viltà, si dichiarò deliberato a compiere il suo dovere verso Dio e la patria, e disse che poneva il proprio onore assolutamente nelle mani del Principe dʼOrange. Guglielmo senza dubbio lesse queste parole con quellʼamaro e cinico sorriso che dava una poco piacevole espressione al suo volto. Non ispettava a lui prender cura dellʼonore degli altri; nè i più rigidicasisti avevano giudicato illecito ad un generale lo invitare, giovarsi, e rimunerare i servigi deʼ disertori chʼei non potesse spregiare.[454]La lettera di Churchill fu recata da Sidney, la cui posizione in Inghilterra era divenuta pericolosa, e il quale, prese molte cautele a nascondere la sua traccia, era giunto in Olanda a mezzo agosto.[455]Verso il medesimo tempo Shrewsbury ed Eduardo Russell traversarono lʼOceano Germanico in un battello che avevano con grande segretezza noleggiato, e comparvero allʼAja. Shrewsbury recò seco dodici mila lire sterline, chʼaveva messe insieme ipotecando i suoi beni, e le pose nella banca dʼAmsterdam.[456]Devonshire, Danby, e Lumley rimasero in Inghilterra, dove tolsero lo incarico di correre alle armi appena il Principe dʼOrange ponesse piede nellʼisola.XXVI. Non vʼè ragione a credere che in questa occorrenza Guglielmo ricevesse assicurazioni di sostegno dalla parte dʼun uomo bene dai sopranotati diverso. La storia deglʼintrighi di Sunderland è coperta da un buio che non è probabile venga mai diradato da nessuno scrittore: ma comunque sia impossibile scoprire intera la verità, egli è agevole notare alcune finzioni palpabilissime. I Giacomiti, per manifeste ragioni, affermarono che la rivoluzione del 1688 fu il resultamento dʼuna congiura tramata lungo tempo innanzi, e rappresentarono Sunderland come capo deʼ congiurati. Asserivano chʼegli, per eseguire il suo arcano disegno, aveva incitato il suo troppo fidente signore a dispensare dagli statuti, a creare un tribunale illegale, a confiscare gli averi deʼ sudditi, e ad imprigionare i padri della Chiesa Anglicana. Questo romanzo non ha verun fondamento storico, e comechè sia stato più volte ripetuto fino ai tempi nostri, non merita confutazione. Non vi è fatto più certo di questo, che Sunderland si oppose quasi sempre aglʼinsani provvedimenti di Giacomo, ed in ispecie alla persecuzione deʼ Vescovi, la quale veramente produsse la crisi decisiva. Ma quando anche cotesto fatto nonfosse provato, rimarrebbe un altro valido argomento che basterebbe a decidere la controversia. Qual ragionevole motivo aveva Sunderland per desiderare una rivoluzione? Nel sistema politico esistente egli trovavasi nella maggiore altezza di onori e di prosperità. Come presidente del Consiglio aveva la precedenza su tutti i Pari secolari. Come primo Segretario di Stato era il più attivo e potente membro del Gabinetto. Poteva anche sperare la dignità di Duca. Aveva ottenuto lʼordine della giarrettiera dianzi portato dallo splendido e versatile Buckingham, il quale, avendo consunto un patrimonio principesco e un vigoroso intelletto, era disceso nella tomba abbandonato, spregiato, e col cuore trafitto.[457]Il danaro che Sunderland amava più che li onori, pioveva sopra lui in tanta copia, che amministrandolo moderatamente, egli poteva sperare di farsi uno dei più ricchi uomini dʼEuropa. Gli emolumenti diretti del suo ufficio, benchè fossero considerevoli, erano piccola parte di ciò chʼegli guadagnava. Dalla sola Francia riceveva regolarmente uno stipendio annuo di circa sei mila sterline, oltre alle ampie gratificazioni straordinarie. Aveva patteggiato con Tyrconnel per cinque mila lire sterline lʼanno, o cinquanta mila una volta sola, sopra lʼIrlanda. Quali somme accumulasse vendendo impieghi, titoli e grazie, può solo immaginarsi, ma dovevano essere enormi. Eʼ pareva che Giacomo godesse di far nuotare nellʼoro un uomo chʼegli pretendeva dʼavere convertito. Tutte le multe, tutte le confische andavano a Sunderland. In ogni concessione fatta esigeva una decima. Se qualche chiedente si rischiava implorare un favore direttamente dal Re, Giacomo gli rispondeva: «Avete voi parlato col Lord Presidente?» Un tale ardì dirgli che il Lord Presidente ingoiava tutto il danaro della Corte. «Bene» rispose Sua Maestà «egli lo merita tutto.»[458]Non vi sarebbe la minima esagerazione ad affermare che i guadagni del Ministrogiungevano a trenta mila lire sterline lʼanno: ed è mestieri rammentarsi che le rendite di trenta mila sterline erano in quel tempo più rare di quello che siano ai dì nostri le rendite di cento mila. È probabile che allora in tutto il Regno non vi fosse alcun Pari, la cui entrata patrimoniale uguagliasse quella che Sunderland traeva dal proprio ufficio.Poteva quindi Sunderland sperare che, sorto un nuovo ordine di cose, implicato, come egli era, in atti illegali ed impopolari, membro dellʼAlta Commissione, rinnegato che il popolo in tutti i luoghi di pubblico convegno chiamava papista cane, egli conseguisse maggiore opulenza e grandezza? Poteva inoltre sperare di sottrarsi alla ben meritata pena?Certo egli era assuefatto da lungo tempo a prevedere il giorno, in cui Guglielmo e Maria, nel corso ordinario della natura e della legge, sarebbero saliti sul trono dʼInghilterra, ed è probabile che avesse tentato di aprirsi la via al favor loro con promesse e servigi, i quali, ove fossero stati scoperti, non avrebbero accresciuto il suo credito in Whitehall. Ma può con sicurtà affermarsi che egli non desiderava di vederli inalzati al potere per mezzo dʼuna rivoluzione, e che non prevedeva siffatta rivoluzione allorquando, verso la fine di giugno 1688, abbracciò solennemente la fede della Chiesa di Roma.Appena, nondimeno, egli con quellʼinespiabile delitto sʼera reso segno allʼodio ed al disprezzo della intera nazione, quando seppe le armi nazionali e forestiere apparecchiarsi a rivendicare in breve tempo lʼordinamento politico ed ecclesiastico della Inghilterra. Da quello istante sembra che tutti i suoi disegni si cangiassero. La paura che gli aveva invilito lʼanimo gli stava scritta in viso sì che ciascuno poteva accorgersene.[459]Mal poteva dubitarsi, che, seguìta una rivoluzione, i pessimi consiglieri che circondavano il trono verrebbero chiamati a rendere rigoroso conto; e Sunderland fra cotesti consiglieri era primo per grado. La perdita dellʼufficio, della mercede, delle pensioni, era il meno chʼegli avesse a temere. La sua casa patrimoniale e i suoi boschi in Althorpe avrebbero corso pericolo dʼessere confiscati; forse ei sarebbe gettato per lunghianni in carcere; avrebbe finiti i suoi giorni in terra straniera dopo dʼavere trascinata la vita con una pensione assegnatagli dalla generosità della Francia. Ed anche ciò non era il peggiore deʼ mali. Lo sventurato ministro cominciava a sentirsi perturbata la mente da sinistre visioni dʼuna innumerevole folla ragunata in Tower Hill e schiamazzante di feroce gioia alla vista dello apostata, del palco parato a bruno, di Burnet leggente la preghiera degli agonizzanti, e di Ketch appoggiato sopra la scure che aveva troncate le teste di Russell e di Monmouth. Gli rimaneva una via a salvarsi, via più terribile per un animo nobile di quello che sia la prigione o il patibolo; poteva forse, con una tradigione commessa a tempo, conseguire il perdono daglʼinimici del Governo. Stava in lui di render loro inestimabili servigi: poichè egli godeva della piena fiducia del Re, aveva grande influenza nella cabala gesuitica, e la cieca confidenza dello Ambasciatore Francese. Non mancava un mezzo di comunicazione, mezzo degno del fine al quale egli voleva giungere. La Contessa di Sunderland era una artificiosa donna, e sotto il manto della divozione che ingannava gli uomini gravi, conduceva di continuo amorosi e politici intrighi.[460]Il bello e dissoluto Enrico Sidney era stato per lungo tempo il suo favorito amante. Al marito piaceva di vederla in tal modo posta in comunicazione con la Corte dellʼAja. Quando egli desiderava far giungere un segreto messaggio in Olanda, parlava con la sua moglie; la quale scriveva a Sidney; e Sidney comunicava la lettera a Guglielmo. Una di coteste lettere, intercettata, fu recata a Giacomo. Essa protestò fervidamente chiamandola apocrifa. Sunderland con singolarissima astuzia si difese dicendo che era impossibile a qualunque uomo essere cotanto vile da fare ciò chʼegli veramente faceva. «E quando anche fosse carattere di Lady Sunderland» soggiunse, «io non vi ho nulla da vedere. Vostra Maestà conosce le mie domestiche sciagure. La relazione di mia moglie con Sidney è pur troppo nota a tutti. Chi potrebbe mai credere chʼio scegliessi a mio confidente lʼuomo che mi ha offeso nellʼonore, lʼuomo che sopra tutti i viventiio dovrei maggiormente odiare?»[461]Questa difesa fu reputata soddisfacente; e lʼirco marito seguitò a comunicare secretamente colla sua moglie adultera, lʼadultera con lʼamante, e lo amante coʼ nemici di Giacomo.Egli è probabilissimo che le prime positive assicurazioni dello aiuto di Sunderland fossero oralmente da Sidney comunicate a Guglielmo verso la metà dʼagosto. Certo è che da quel tempo fino a quando la spedizione fu pronta a far vela, la Contessa tenne col suo amante un significantissimo carteggio. Poche delle sue lettere, in parte scritte in cifra, esistono ancora, e contengono proteste di buon volere e promesse di servigi miste con ardenti preghiere di protezione. La scrittrice promette che il suo marito farà tutto ciò che i suoi amici dellʼAja possono desiderare: suppone che gli sarà mestieri per qualche tempo esulare: ma spera che il bando di lui non sia perpetuo, e che egli non venga spogliato deʼ suoi beni patrimoniali; e instantemente prega di sapere in che luogo sarà meglio per lui rifugiarsi, finchè sia abbonacciata la prima furia della tempesta popolare.[462]XXVII. Lo aiuto di Sunderland fu bene accolto: imperciocchè avvicinandosi il tempo di tentare il gran colpo, lʼansietà di Guglielmo sʼera fatta grandissima. Agli occhi altrui con la fredda tranquillità dello aspetto ei nascondeva i suoi sentimenti, ma a Bentinck apriva tutto il suo cuore. Gli apparecchi non erano interamente compiuti. Il disegno era già sospettato e non poteva oltre differirsi. Il Re di Francia o la città dʼAmsterdam potevano frustrarlo. Se Luigi mandasse una grande forza militare nel Brabante, se la fazione che odiava lo Statoldero alzasse il capo, tutto sarebbe finito. «Le mie pene, la mia irrequietudine,» scriveva il Principe «sono terribili. Non so in che guisa io proceda. Mai in vita mia io ho sentito, come ora, il bisogno dello aiuto di Dio.»[463]La moglie di Bentinck era in quel tempo pericolosamente inferma,ed ambi gli amici sentivano per lei penosissima ansietà. «Dio vi conforti,» scriveva Guglielmo, «e vi dia animo a sostenere la parte vostra in unʼopera, dalla quale, per quanto è dato agli uomini conoscere, dipende il bene della sua Chiesa.»[464]E davvero egli era impossibile che un così vasto disegno contro il Re dʼInghilterra rimanesse per molti giorni secreto. Non vʼera arte ad impedire che gli uomini savi sʼaccorgessero deʼ grandi apparati militari e marittimi che Guglielmo andava facendo, e ne sospettassero lo scopo. Sul principio dʼagosto bisbigliavasi per tutta Londra dello avvicinarsi dʼun grande evento. Il debole e corrotto Albeville in queʼ giorni trovavasi in Inghilterra, ed era o simulava dʼessere certo che il Governo Olandese non macchinava nulla contro Giacomo. Ma mentre Albeville rimaneva lontano dal suo posto, Avaux con arte somma compiva i doveri dʼAmbasciatore Francese ed Inglese presso gli Stati, e mandava copiose notizie a Barillon egualmente che a Luigi. Avaux era persuaso che si meditava uno sbarco in Inghilterra, e gli venne fatto di convincerne il suo signore. Ogni corriere che giungesse a Westminster o dallʼAja o da Versailles, recava seri ammonimenti.[465]Ma Giacomo trovavasi involto in uno inganno, che, a quanto sembra, era artificiosamente accresciuto da Sunderland. Lo astuto ministro diceva che il Principe dʼOrange non si rischierebbe mai ad una spedizione oltre mare, lasciando la Olanda priva di difesa. Gli Stati rammentandosi deʼ danni patiti e del pericolo di patirne maggiori nellʼinfausto anno 1672, non si porrebbero a repentaglio di vedere un esercito straniero accamparsi nel piano fra Utrecht e Amsterdam. Non era dubbio che fossero molti sinistri umori in Inghilterra: ma fra i mali umori e la ribellione era immenso lo spazio. I più ricchi e spettabili cittadini non erano minimamente disposti a rischiare onori, vita e sostanze. Quanti uomini cospicui fraʼ Whig avevano parlato con alto-sonanti parole, mentre Monmouth era neʼ Paesi Bassi! E nondimeno chi di loro accorse al suo vessillo allorchè egli lo inalzò a ribellare lʼInghilterra? Era agevole ad intendere ilperchè Luigi simulava di prestar fede a cotesti vani rumori. Certo egli sperava, atterrando il Re dʼInghilterra, indurlo a spalleggiare la Francia nella contesa per lo arcivescovato di Colonia. Con tali ragionamenti Giacomo era di leggieri tenuto in una stupida sicurezza.[466]I timori e lo sdegno di Luigi quotidianamente crescevano. Lo stile delle sue lettere si faceva sempre più pungente ed energico.[467]Scriveva di non sapere intendere cotesto letargo nella vigilia dʼuna tremenda crisi. Era il Re forse ammaliato? I suoi ministri erano forse ciechi? Era egli possibile che nessuno in Whitehall sʼaccorgesse di ciò che accadeva in Inghilterra e nel continente? Tanta sicurezza mal poteva essere lo effetto della imprevidenza. Qualche scelleraggine vi stava sotto. Giacomo evidentemente trovavasi in cattive mani. Barillon fu rigorosamente avvertito a non fidarsi alla cieca deʼ ministri inglesi: ma fu avvertito invano. Sunderland aveva avvinto e Barillon e Giacomo in un fascino tale che non vʼera ammonimento che valesse a romperlo.XXVIII. Luigi affaccendavasi ognora con maggior vigoria. Bonrepaux il quale per perspicacia valeva molto più di Barillon, e aveva sempre aborrito e diffidato di Sunderland, fu spedito a Londra per offrire soccorsi marittimi. Ad Avaux nel tempo stesso fu ingiunto di dichiarare agli Stati Generali che la Francia aveva preso Giacomo sotto la sua protezione. Un gran corpo di truppe era pronto a marciare alla frontiera olandese. Questa audace prova di salvare suo malgrado lo accecato tiranno, fu fatta di pieno accordo con Skelton, il quale allora era ambasciatore dʼInghilterra presso la Corte di Versailles. Avaux uniformandosi alle ricevute istruzioni, chiese agli Stati una udienza che gli venne subito concessa. Lʼassemblea era oltre il consueto numerosa. Generalmente credevasi che il Francese dovesse fare qualche comunicazione concernente il commercio; e così supponendo il Presidente aveva apparecchiata una convenevole risposta in iscritto. Ma appena Avaux cominciò ad esporre la sua commissione, segni dʼinquietudine apparvero in tutto lʼuditorio. Coloro che erano invoce di godere la confidenza del Principe dʼOrange, abbassaron gli occhi. Lʼagitazione si fece maggiore allorchè lo Inviato annunziò che il suo signore era intimamente stretto coʼ vincoli dʼamistà e dʼalleanza a Sua Maestà Britannica, e che ogni aggressione contro la Inghilterra verrebbe considerata come una dichiarazione di guerra alla Francia. Il presidente, côlto di sorpresa, balbettò poche parole evasive; e la conferenza si sciolse. Nel medesimo tempo fu notificato agli Stati che Luigi aveva preso sotto la sua protezione il Cardinale Furstemburg e il Capitolo di Colonia.[468]I deputati erano nella massima agitazione. Alcuni consigliavano indugio e cautela. Altri gridavano guerra. Fagel parlò con veementi parole della insolenza francese, e pregò i colleghi a non lasciarsi impaurire dalle minacce. Disse che la risposta più convenevole a cosiffatte comunicazioni era quella di accrescere maggiormente le forze di terra e di mare. Tosto fu spedito un corriere a richiamare Guglielmo da Minden, dove teneva un colloquio di somma importanza con lo Elettore di Brandenburgo.XXIX. Ma non vʼera ragione alcuna di timore. Giacomo correva da sè alla propria rovina, ed ogni sforzo fatto a fermarlo lo spingeva più rapidamente al proprio destino. Mentre il suo trono era consolidato, il suo popolo sommesso, il più ossequioso doʼ Parlamenti pronto a indovinarne i desiderii e compiacerlo, mentre le repubbliche e i potentati stranieri gareggiavano a tenerselo bene edificato, mentre stava solo in lui il divenire lʼarbitro della Cristianità, egli sʼera abbassato a farsi lo schiavo e il mercenario della Francia. E adesso mentre per una catena di delitti e di follie, sʼera inimicato coʼ vicini, coʼ sudditi, coʼ soldati, coʼ marinai, coʼ figli suoi, ed altro rifugio non rimanevagli che la protezione della Francia, fu preso da uno accesso dʼorgoglio, e deliberò di far pompa dʼindipendenza agli occhi di tutto il mondo. Lo aiuto, chʼegli, quando non ne aveva mestieri, non aveva vergognato di accettare con lacrime di gioia, adesso che gli era necessario, lo aveva sprezzantemente ricusato. Essendosi mostrato abietto mentre poteva con convenevolezza mostrarsi puntigliosoa mantenere la propria dignità, egli divenne con ingratitudine altero nel momento in cui lʼalterigia doveva gettarlo nello scherno e nella rovina. Ei si mostrò risentito allo amichevole intervento che avrebbe potuto salvarlo. Si vide mai un Re siffattamente trattato? Era egli un fanciullo o un idiota, che altri avesse ad impacciarsi deʼ fatti suoi? Era egli un principotto, un Cardinale Furstemburg, il quale cadrebbe se non fosse sostenuto dal suo potente protettore? Doveva egli perdere la stima di tutta Europa accettando un pomposo protettorato che egli non aveva mai chiesto? Skelton fu richiamato a rendere ragione della sua condotta, ed appena giunto a Londra fu imprigionato nella Torre. Citters fu bene accolto in Whitehall ed ebbe una lunga udienza. Egli poteva, con veracità maggiore di quella che in simiglianti occasioni i diplomatici reputano necessaria, smentire dalla parte degli Stati Generali qual si fosse disegno ostile: imperciocchè gli Stati Generali fino allora non avevano notizia officiale dello intendimento di Guglielmo; nè era affatto impossibile che essi anche allora non gli dessero la loro approvazione. Giacomo disse che non prestava punto fede alle voci dʼuna invasione Olandese, e che la condotta del Governo Francese gli aveva recato maraviglia e molestia. A Middleton fu ingiunto di assicurare tutti i ministri stranieri come non esistesse tra la Francia e lʼInghilterra quella lega, che la Corte di Versailles voleva, pei propri fini, far credere. Al Nuncio il Re disse che i disegni di Luigi erano manifestissimi e che verrebbero frustrati. Questa officiosa protezione era un insulto e insieme una trappola. «Il mio buon fratello» soggiunse Giacomo «ha ottime qualità; ma lʼadulazione e la vanità gli hanno dato volta al cervello.»[469]Adda, al quale importava più Colonia che la Inghilterra, secondò cotesto strano inganno. Albeville, che era già ritornato al suo posto, ebbe comandamento di dare assicurazioni dʼamistà agli Stati Generali e di aggiungere parole che sarebbero state convenevoli sulle labbra dʼElisabetta o di Cromwell. «Il mio Signore» disse egli «per la sua potenza e pel suo animo si è inalzato al di sopra della posizione dovela Francia pretende tenerlo. Vi è qualche differenza tra un Re dʼInghilterra ed un Arcivescovo di Colonia.» Lʼaccoglienza fatta a Bonrepaux in Whitehall fu fredda. I soccorsi marittimi chʼegli offriva non furono affatto ricusati: ma gli fu forza tornarsene senza avere nulla concluso; e agli Ambasciatori delle Province Unite e della Casa dʼAustria fu detto che lʼambasciata francese non era stata gradita dal Re e non aveva prodotto nessun effetto. Dopo la Rivoluzione Sunderland vantossi, e forse diceva il vero, dʼavere indotto il proprio signore a rifiutare lo aiuto proffertogli dalla Francia.[470]La ostinata demenza di Giacomo destò, come era naturale, lo sdegno del suo potente vicino. Luigi si dolse che in ricambio deʼ grandissimi servigi chʼegli poteva rendere al Governo inglese, quel Governo gli aveva dato una mentita in faccia a tutta la Cristianità. Notò giustamente che tutto ciò che era stato detto da Avaux rispetto alla alleanza tra la Francia e la Gran Bretagna era vero secondo lo spirito, comechè forse non vero secondo la lettera. Non esisteva trattato compilato in articoli, munito di firme, sigilli e ratifiche; ma pel corso di parecchi anni erano state ricambiate tra le due Corti assicurazioni equivalenti, nellʼopinione degli uomini dʼonore, ad un trattato. Luigi aggiunse che per quanto fosse elevato il suo posto in Europa, non avrebbe mai sentita tanto assurda gelosia della propria dignità da prendere per insulto un atto suggerito dallʼamicizia. Ma Giacomo era in condizioni differentissime, e in breve conoscerebbe il pregio di un aiuto da lui con sì poca buona grazia ricusato.[471]Nulladimeno, malgrado la stupidità e la ingratitudine di Giacomo, sarebbe stato savio provvedimento per Luigi il persistere nella determinazione notificata agli Stati Generali. Avaux che per sagacia e discernimento era degno antagonista di Guglielmo, era assolutamente di questa opinione. Precipuo scopo delGoverno francese—così ragionava lo esperto Ambasciatore—dovrebbe essere quello dʼimpedire la invasione della Inghilterra. Il modo dʼimpedirla era dʼinvadere i Paesi Bassi sotto il dominio della Spagna, e minacciare i batavi confini. Il Principe dʼOrange era cotanto impegnato nella sua intrapresa, da persistere quandʼanco vedesse la bianca bandiera sventolare sopra le mura di Brusselles. Aveva già detto che ove gli Spagnuoli potessero fare in guisa da tenere fino a primavera Ostenda, Mons e Namur, ci sarebbe ritornato dalla Inghilterra con forze bastevoli a ricuperare tostamente le perdute province. Ma comechè tale fosse la opinione del Principe, tale non era quella degli Stati, i quali non avrebbero agevolmente consentito a mandare il Capitano e il fiore dellʼarmata loro oltre lʼOceano Germanico, mentre un formidabile nemico minacciava il loro territorio.[472]XXX. Luigi reputava savie coteste ragioni: ma era già deliberato di agire in modo diverso. Forse era stato provocato dalla scortesia e dalla caparbietà del Governo inglese, e voleva appagare lo sdegno a spese del proprio interesse. Forse lo traviavano i consigli di Louvois suo ministro della guerra, che aveva grande influenza e non guardava di buon occhio Avaux. Il Re di Francia deliberò di tentare altrove un grande ed inatteso colpo. Ritrasse le sue schiere dalle Fiandre e le gettò nella Germania. Unʼarmata, sotto il comando nominale del Delfino, ma veramente guidata dal Duca di Duras, e da Vauban, padre della scienza delle fortificazioni, invase Philipsburg. Unʼaltra, condotta dal Marchese di Bouffiers, prese Worms, Magonza e Treveri. Una terza, comandata dal Marchese di Humières, entrò in Bonn. Per tutta la linea del Reno, da Carlsruhe fino a Colonia, lo esercito francese fu vittorioso. La nuova della caduta di Philipsburg giunse a Versailles il dì dʼOgnissanti, mentre la Corte ascoltava la predica nella cappella. Il Re fece al predicatore segno di fermarsi, annunziò la lieta nuova e inginocchiandosi ringraziò Dio di questa gran vittoria. Lʼuditorio ne pianse di gioia.[473]La notizia fu accolta con entusiasmo dallo ardente e vanitoso popolo della Francia.I poeti celebrarono il trionfo del loro magnifico protettore. Gli oratori esaltarono dai pergami la sapienza e magnanimità del figlio primogenito della Chiesa. Cantossi con insolita pompa il Te Deum, e le solenni melodie dellʼorgano risonavano miste al clangore deʼ timpani ed allo squillo delle trombe. Ma vʼera poca ragione a rallegrarsi. Il grande uomo di Stato che capitanava la Coalizione Europea, gioiva in cuor suo vedendo così male diretta la energia del suo nemico. Luigi con la sua prontezza aveva ottenuto qualche vantaggio in Germania: ma poteva giovargli poco ove la Inghilterra, inoperosa e priva di gloria sotto quattro Re successivi, riprendesse lʼantico suo grado fra i potentati dʼEuropa. Poche settimane bastavano per compire la impresa dalla quale dipendeva il destino del mondo; e per poche settimane le Province Unite potevano mantenersi sicure da ogni pericolo.XXXI. Guglielmo allora spinse i suoi apparecchi con indefessa operosità e con minore segretezza di quella che per innanzi aveva creduto necessaria. Giungevangli ogni giorno nuovo assicurazioni di soccorso dalle Corti straniere. Ogni opposizione nellʼAja era spenta. Invano Avaux in quegli estremi momenti studiossi con ogni sua arte a rianimare la fazione che pel corso di tre generazioni aveva avversato la Casa dʼOrange. I capi di quella fazione, a dir vero, non procedevano favorevoli allo Statoldero; come quelli che ragionevolmente temevano che ove egli avesse prospera ventura in Inghilterra, diventerebbe assoluto signore della Olanda. Nondimeno gli errori della Corte di Versailles, e la destrezza onde egli se nʼera giovato, rendevano impossibile il continuare la lotta contro di lui. Conobbe essere giunto il tempo di chiedere lo assenso degli Stati. Amsterdam era il quartiere generale del partito ostile alla razza, alla dignità, alla persona di lui; ed anche quivi ei non aveva adesso nulla da temere. Alcuni dei precipui magistrati di quella città avevano avuto più volte secreti colloqui con lui, con Dykvelt e con Bentinck, ed erano stati indotti a promettere che avrebbero secondato o almeno non avversato la grande intrapresa: altri erano esasperati dagli editti commerciali di Luigi: altri erano dolentissimi pei parenti e per gli amici tormentati dai dragoni francesi: altriabborrivano dalla responsabilità di far nascere uno scisma che potrebbe essere fatale alla Federazione Batava: ed altri avevano paura del popolo, il quale, incitato dalle arringhe deʼ zelanti predicatori, era pronto a porre le mani addosso ad ogni traditore della Religione Protestante. La maggioranza quindi di quel Consiglio municipale, che aveva da lungo tempo favorita la Francia, si dichiarò favorevole alla impresa di Guglielmo. E però in ogni parte delle Province Unite era svanito ogni timore dʼopposizione; e lo assenso di tutta la Federazione fu formalmente dato in scerete ragunanze.[474]Il Principe aveva già posto gli occhi sopra un generale che avesse requisiti da essere a lui secondo nel comando. Ciò non era cosa di lieve importanza. Unʼarchibugiata fortuita o il pugnale dʼun assassino avrebbe potuto in un istante lasciare lo esercito senza capo; ed era mestieri che un successore fosse pronto ad occupare il posto vacante. Nulladimeno egli era impossibile deputare a tanto ufficio un Inglese senza offendere i Whig o i Tory; nè fra glʼInglesi vʼera alcuno che avesse lʼarte militare bisognevole a condurre una campagna. Dallʼaltro canto non era agevole proporre uno straniero senza offendere il senso nazionale degli alteri isolani. Un solo era lʼuomo in Europa contro il quale non poteva farsi obiezione, cioè Federigo Conte di Schomberg, tedesco dʼuna famiglia nobile del Palatinato. Era universalmente reputato il più grande maestro dellʼarte della guerra. La pietà e rettitudine sue, che non avevano mai ceduto a fortissime tentazioni, lo rendevano ben meritevole di riverenza e fiducia. Come che fosse Protestante, aveva per molti anni militato al soldo di Luigi, e in onta alle inique trame deʼ Gesuiti aveva strappato da lui, dopo una serie di gloriosi fatti, il bastone di Maresciallo di Francia. Allorquando la persecuzione cominciò ad infuriare, il valoroso veterano ostinatamente ricusò di conseguire con lʼapostasia il regio favore; rinunziò, senza mormorare, a tutti i suoi onori e comandi; abbandonò per sempre la sua patria adottiva, e rifugiossi alla Corte di Berlino. Aveva settanta e più annidʼetà, ma era in pieno vigore di mente e di corpo. Era stato in Inghilterra, dove fu molto amato ed onorato; e parlava la nostra favella non solo intelligibilmente, ma con grazia e purezza; qualità di cui allora pochi stranieri potevano menar vanto. Con lo assenso dello Elettore di Brandenburgo e con la cordiale approvazione di tutti i capi deʼ partiti inglesi fu nominato Luogotenente di Guglielmo.[475]XXXII. LʼAja era allora piena di avventurieri di tutti i vari partiti che la tirannia di Giacomo aveva congiunti in una strana coalizione; vecchi realisti, che avevano sparso il proprio sangue in difesa del trono; vecchi agitatori dellʼesercito del Parlamento; Tory, che erano stati perseguitati a tempo della Legge dʼEsclusione; Whig, che erano fuggiti al Continente per avere partecipato alla Congiura di Rye House.Primeggiavano in cotesto grande miscuglio Gherardo Conte di Maclesfield, antico Cavaliere che aveva combattuto per Carlo I ed esulato con Carlo II; Arcibaldo Campbell che era figlio primogenito dello sventurato Argyle, dal quale non aveva altro ereditato che il nome illustre e lʼinalienabile affetto dʼuna numerosa tribù; Carlo Paulet, Conte di Wiltshire, erede presuntivo del Marchesato di Wincester; e Pellegrino Osborne, Lord Dumblane, erede presuntivo della Contea di Danby. Notavasi fra i più importanti volontari Mordaunt che esultava nella speranza di incontrare avventure, alle quali irresistibilmente lo traeva la fiera sua indole. Fletcher di Saltoun, mentre stavasi a guardare i confini della Cristianità contro glʼinfedeli, avendo saputo che vi era speranza di liberare la patria, sʼera affrettato ad offrire al liberatore lo aiuto della sua spada. Sir Patrizio Hume, il quale dopo di essere fuggito dalla Scozia era vissuto umilmente in Utrecht, adesso uscì dalla oscurità; ma per fortuna in questa occasione la sua eloquenza poteva recare poco danno; imperocchè il Principe dʼOrange non era punto disposto ad essere Luogotenente dʼuna società ciarliera come era stata quella che aveva rovinata la impresa dʼArgyle. Il sottile ed irrequieto Wildman, che alcuni anni innanzi, non trovandosi sicuro in Inghilterra, aveva cercato un asilo inGermania, adesso accorse alla Corte del Principe. Vʼera anche Carstairs, ministro Presbiteriano di Scozia, che per accorgimento e coraggio non era secondo a nessuno degli uomini politici di quellʼepoca. Fagel, parecchi anni prima, gli aveva affidato segreti importantissimi, che i più orribili tormenti dello stivaletto e delle tanaglie non gli avevano potuto strappare dalle labbra. Per cotesta rara fortezza ei sʼacquistò il primo posto dopo Bentinck nella stima e fiducia del Principe.[476]Ferguson non poteva rimanere quieto mentre apparecchiavasi una rivoluzione. Si procurò un imbarco nella flotta e cominciò ad affaccendarsi fraʼ suoi compagni dʼesilio: ma trovò in tutti diffidenza e disprezzo. Egli era stato grande uomo in quel nucleo dʼignoranti e furibondi fuorusciti che avevano spinto il debole Monmouth alla rovina: ma tra i gravi uomini di Stato e Capitani che coadiuvavano il risoluto e sagace Guglielmo, non vʼera luogo per un agitatore di bassa sfera, mezzo maniaco e mezzo birbone.XXXIII. La differenza fra la spedizione del 1685 e quella del 1688 risultava bastevolmente dalla differenza tra le dichiarazioni pubblicate dai capi dellʼuna e dellʼaltra. Per Monmouth Ferguson aveva scrivacchiato un assurdo e brutale libello, dove accusava Re Giacomo dʼavere bruciato Londra, strangolato Godfrey, fatto strage dʼEssex, e propinato il veleno a Carlo. La Dichiarazione di Guglielmo fu scritta dal Gran Pensionario Fagel il quale aveva alta riputazione di pubblicista. Quantunque fosse grave e dotta, nella sua forma originale era troppo prolissa: ma venne compendiata e tradotta in inglese da Burnet, il quale sʼintendeva bene dellʼarte dello scrivere popolare. In un solenne preambolo stabiliva il principio che in ogni società la rigorosa osservanza della legge era egualmente necessaria alla felicità delle nazioni ed alla sicurezza deʼ Governi. Il Principe dʼOrange aveva quindi veduto con profondo rammarico come le leggi fondamentali del Regno, al quale egli era congiunto con stretti vincoli di sangue e di matrimonio, fossero grandemente e sistematicamente violate. La potestà di dispensare dagli Atti del Parlamento era stata stiracchiata a segnoche tutta lʼautorità legislativa era ridotta nella sola Corona. Sentenze repugnanti allo spirito della Costituzione erano state profferite dai tribunali, destituendo i giudici incorruttibili, e sostituendo loro uomini pronti ad obbedire implicitamente agli ordini del Governo. Non ostanti le ripetute assicurazioni che il Re aveva date di mantenere la religione dello Stato, persone manifestamente avverse a quella erano state promosse non solo agli uffici civili, ma anco ai beneficii ecclesiastici. Il governo della Chiesa, in onta al chiarissimo senso degli Statuti, era stato affidato ad una nuova Corte dʼAlta Commissione, nella quale aveva seggio un uomo che apertamente professava il Papismo. Uomini dabbene, per avere ricusato di violare il dovere e i giuramenti loro, erano stati spogliati della loro proprietà in dispregio dellaMagna Chartae delle libertà dʼInghilterra. Intanto individui che legalmente non potevano porre piede nellʼisola erano stati posti a capo deʼ seminari per corrompere le menti deʼ giovani. Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Giudici di Pace erano stati a centinaia destituiti per avere rifiutato di secondare una politica perniciosa ed incostituzionale. Quasi tutti i borghi del Regno erano stati privati delle loro franchigie. Le Corti di giustizia erano in condizioni tali, che le loro sentenze, anche nelle cause civili, non ispiravano più fiducia, e la loro servilità nelle criminali aveva fatto spargere nel Regno il sangue innocente. Tutti cotesti abusi, venuti in disgusto alla nazione inglese, il Governo aveva intenzione di difendere, secondo che sembrava, con una armata di Papisti Irlandesi. Nè ciò era tutto. I Principi più assoluti del mondo non avevano reputato delitto in un suddito lo esporre modestamente e con pace gli aggravi, e chiederne giustizia. Ma in Inghilterra le cose erano giunte a tale eccesso che il supplicare veniva reputato gravissimo delitto. Per nessuna altra colpa che quella dʼavere presentata al Sovrano una petizione scritta con rispettosissime parole i padri della Chiesa Anglicana erano stati messi in carcere e processati; e destituiti i giudici che diedero il voto in loro favore. La convocazione dʼun legittimo Parlamento poteva essere un rimedio efficace a tutti cotesti mali: ma un simile Parlamento, a meno che non fosse interamente cangiato il Governo, non era da sperarsi dallanazione. La Corte mostrava evidentemente la intenzione di mettere insieme, rifoggiando a suo modo i municipii e deputando ufficiali elettorali papisti, una Camera di Comuni che fosse tale di solo nome. In fine, vʼerano circostanze che facevano sospettare non essere nato dalla Regina lo infante che chiamavasi Principe di Galles. Per queste ragioni il Principe, in contemplazione della sua stretta parentela con la regia famiglia, e per gratitudine dello affetto che il popolo inglese aveva sempre portato alla sua diletta consorte ed a lui, cedendo allo invito di non pochi Lordi spirituali e secolari e di molti altri uomini dʼogni grado, aveva deliberato di recarsi nellʼisola con forze sufficenti a reprimere la violenza. Lungi dalla sua mente ogni pensiero di conquista. Protestava che finchè le sue milizie rimarrebbero in Inghilterra, sarebbero tenute nella più rigorosa disciplina, ed appena la nazione si fosse liberata dal giogo della tirannide, sarebbero mandate via. Suo unico scopo era quello di far convocare un libero e legittimo Parlamento; alla decisione del quale egli faceva solenne sacramento di lasciare tutte le questioni pubbliche e private.Come questa dichiarazione cominciò a correre attorno per lʼAja, apparvero segni di dissensione fra glʼInglesi. Wildman, indefesso nel male, indusse alcuni deʼ suoi concittadini, ed in ispecie il testardo e leggiero Mordaunt a dichiarare che a tali patti non prenderebbero le armi, dicendo che lo scritto era stato ideato per piacere ai Cavalieri e ai parrochi; i danni della Chiesa e il processo deʼ Vescovi vi facevano troppa figura; e non vʼera pur motto del tirannesco modo onde i Tory, innanzi che rompessero con la Corte, avevano trattato i Whig. Wildman allora produsse un contro-manifesto, da lui apparecchiato, il quale, ove fosse stato abbracciato, avrebbe indignati il Clero Anglicano e quattro quinti dellʼaristocrazia territoriale. I principali Whig gli fecero vigorosa opposizione; e segnatamente Russell dichiarò che ove venisse adottato lo insano suggerimento di Wildman, si sarebbe sciolta la coalizione dalla quale unicamente poteva il popolo inglese sperare dʼessere liberato. In fine la contesa fu ricomposta per lʼautorità di Guglielmo, il quale, col suo consueto buon senso,stabilì che il manifesto rimanesse quasi come era stato congegnato da Fagel e da Burnet.[477]XXXIV. Mentre tali cose seguivano in Olanda, Giacomo erasi finalmente accorto del proprio pericolo. Da varie parti gli giungevano avvisi che mal potevano mettersi in non cale, finchè un dispaccio dʼAlbeville gli tolse ogni dubbio. Dicesi che come il Re lo ebbe letto, tosto impallidisse e perdesse per alcun tempo la parola.[478]Ed era naturale che ne rimanesse atterrito: imperocchè il primo vento che spirasse di levante avrebbe portato un esercito ostile alle spiagge del suo reame. Tutta Europa, tranne un solo potentato, attendeva con impazienza la nuova della sua caduta. Anzi egli aveva respinto con un insulto lo amichevole intervento che lo avrebbe potuto salvare. Le schiere francesi, che, sʼegli non fosse stato demente, avrebbero potuto atterrire gli Stati Generali, stavansi ad assediare Philipsburg, o presidiavano Magonza. Tra pochi giorni forse gli toccherebbe di pugnare sul territorio inglese a difendere la propria corona e il diritto ereditario del suo figliuolo infante. Grandi, a dir vero, erano in apparenza i suoi mezzi. La flotta era in assai migliori condizioni di quello che fosse nel tempo, in cui egli ascese al trono: e tali miglioramenti in parte erano da attribuirsi aʼ suoi propri sforzi. Non aveva nominato Lord Grande Ammiraglio o Consiglio dʼAmmiragliato, ma aveva riserbata a se stesso lʼalta direzione degli affari marittimi con la vigorosa assistenza di Pepys. Dice il proverbio che lʼocchio del padrone vale più di quello del ministro: e in una età di corruzione e di peculato è verosimile che un dipartimento al quale un sovrano, anche di pochissima mente, rivolge la propria attenzione, si mantenga comparativamente libero dagli abusi. Sarebbe stato facile trovare un ministro della marina più abile di Giacomo; ma non sarebbe stato facile, fra gli uomini pubblici di quel tempo, trovare, tranne Giacomo stesso, un ministro della marina, il quale non rubasse sulle provigioni, non accettasse doni dai contraenti, e non addebitasse la Corona deʼ non mai fatti ripari. E veramente il Re era quasi il solo del quale si potesse esser certiche non frodasse il Re. E però negli ultimi tre anni più che neʼ precedenti eravi stato meno sciupío e meno rubamenti negli arsenali. Sʼerano costruiti parecchi vascelli atti a navigare. Giacomo aveva emanato un opportuno decreto col quale, accrescendo la paga dei capitani, rigorosamente inibiva loro di trasportare da un porto allʼaltro mercanzie senza regia licenza. Lo effetto di queste riforme già era visibile; e a Giacomo non riuscì difficile allestire in brevissimo tempo una considerevole flotta. Trenta vascelli di linea, tutti di terzo e quarto ordine, furono ragunati nel Tamigi sotto il comando di Lord Dartmouth, la cui lealtà non ammetteva sospetto. Egli veniva reputato nellʼarte sua più esperto di tutti i marini patrizi, i quali in quella età inalzavansi ai supremi comandi nella flotta senza educazione marittima, ed erano a un tempo capitani di vascello sul mare, e colonnelli di fanteria per terra.[479]XXXV. Lʼarmata regolare era più grande di quante ne avessero mai comandate i re dʼInghilterra, e fu rapidamente accresciuta. Nei reggimenti che esistevano vennero incorporate nuove compagnie. Furono create commissioni a formarne altri. Quattro mila uomini furono aggiunti alle forze militari dellʼInghilterra; tremila speditamente fatti venire dalla Irlanda; altrettanti dalla Scozia diretti verso il mezzogiorno. Giacomo stimava circa quaranta mila uomini—senza contarvi la milizia civica—le forze che poteva opporre agli invasori.[480]La flotta e lo esercito, quindi, erano più che bastevoli a respingere la invasione degli Olandesi. Ma poteva il Re fidarsi dello esercito e della flotta? Le milizie urbane non accorrerebbero a migliaia al vessillo del liberatore? Il partito, che pochi anni innanzi aveva snudata la spada in favore di Monmouth, senza dubbio accoglierebbe il Principe dʼOrange. E dove era egli mai quel partito che per quarantasette anni era stato lʼegida della monarchia? Dove erano quegli strenui gentiluominii quali erano sempre stati pronti a spargere il proprio sangue a difesa della Corona? Oltraggiati e insultati, cacciati dalle magistrature e dalla milizia, mostravansi senza maschera lieti del pericolo in cui vedevano travagliarsi lo ingrato sovrano. Dove erano mai quei sacerdoti e prelati, i quali da dieci mila pergami avevano predicato il debito dʼobbedire allʼunto del Signore? Alcuni di loro erano stati messi in carcere, altri spogliati degli averi, e tutti posti sotto al ferreo giogo dellʼAlta Commissione, ed avevano grandemente temuto un nuovo capriccio del tiranno non li privasse della libera proprietà loro, lasciandoli senza un tozzo di pane. Eʼ sembrava incredibile che gli Anglicani, anche in quegli estremi, dimenticassero pienamente quella dottrina di cui menavano peculiare vanto. Ma poteva egli il loro oppressore augurarsi di trovare fra essi quello spirito che nella precedente generazione aveva trionfato sopra i soldati dʼEssex e di Waller, e dopo una disperata lotta ceduto solo al genio e vigore di Cromwell? Il tiranno ne impaurì davvero. E cessando di ripetere che le concessioni avevano sempre tratto i principi alla rovina, confessò amaramente essergli dʼuopo corteggiare di nuovo i Tory.[481]XXXVI. Abbiamo ragione di credere che Halifax verso questo tempo fosse invitato a rientrare nel governo, e che ciò non gli spiacesse. La parte di mediatore fra il trono e la nazione era quella che meglio gli stava, e che ei singolarmente ambiva. Non si sa in che guisa si rompessero le pratiche con lui: ma non è improbabile che la questione della potestà di dispensare fosse difficoltà insormontabile. Per averla avversata, tre anni innanzi, era caduto in disgrazia; e fra le cose che erano quinci succedute non ve nʼera alcuna che gli potesse far cangiare opinione. Giacomo, dallʼaltro canto, era fermamente deliberato di non fare concessione alcuna intorno a quel punto.[482]Rispetto alle altre cose era meno pertinace.Emanò un proclama col quale solennemente prometteva proteggere la chiesa dʼInghilterra e mantenere lʼAtto dʼUniformità. Dichiaravasi desideroso di fare grandi sacrifici alla concordia. Diceva non volere più oltre insistere sullʼammissione deʼ Cattolici Romani alla Camera deʼ Comuni; e sperava di sicuro che i suoi sudditi giustamente apprezzerebbero la prova chʼegli porgeva a volere appagare i loro desiderii. Tre giorni dopo espresse la intenzione di porre nuovamente in ufficio i magistrati o i luogotenenti deputati chʼegli aveva destituiti per avere ricusato di secondare la politica del governo. Il dì dopo la comparsa di questa notificazione Compton fu dalla sospensione prosciolto.[483]XXXVII. Nel tempo medesimo il Re diede udienza a tutti i vescovi che erano in Londra. Avevano chiesto dʼessere ammessi alla presenza di lui onde confortarlo deʼ loro consigli in quelle gravissime circostanze. Il Primate favellò per tutti. Rispettosamente pregò il Re a porre lʼamministrazione nelle mani dʼuomini che avessero i debiti requisiti per condurre il governo; revocare tutti gli atti consumati sotto pretesto della potestà di dispensare; annullare lʼAlta Commissione; riparare alle ingiustizie commesse contro il Collegio della Maddalena, e rendere ai Municipii le loro antiche franchigie. Accennò con molta chiarezza ad un desiderevole evento che avrebbe pienamente consolidato il trono e resa la pace al perturbato reame. Ove Sua Maestà sʼinducesse a riesaminare i punti controversi fra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, forse, mercè la grazia divina, gli argomenti che i vescovi desideravano esporle lʼavrebbero convinta essere suo debito ritornare alla religione del padre e dellʼavo. Finqui, disse Sancroft, aveva espresso glʼintendimenti deʼ suoi confratelli. Ma vʼera una cosa intorno a cui non li aveva consultati, e chʼegli reputava suo dovere esporre al sovrano. E veramente egli era il solo uomo del clero che potesse toccare di tale subietto senza essere sospettato di mirare al proprio interesse. La sede metropolitana di York da tre anni era vacante. Lo arcivescovo supplicò il Re di darla a un pio e dotto teologo, ed aggiunse che un siffatto teologo poteva senza difficoltà trovarsi fra coloroche erano lì presenti. Il Re seppe frenarsi tanto da rendere grazie ai Vescovi per quegli sgradevoli ammonimenti, e promise loro di ponderare bene ciò che avevano detto.[484]Quanto alla potestà di dispensare non volle cedere un jota. Nessuno deglʼindividui incapaci fu rimosso dagli uffici civili o militari. Ma alcuni deʼ suggerimenti di Sancroft vennero abbracciati. Dentro quarantotto ore la Corte dellʼAlta Commissione fu abolita.[485]Fu risoluto di rendere alla Città di Londra lo statuto toltole sei anni innanzi; e il Cancelliere fu mandato con gran solennità a recare a Guildhall quella veneranda cartapecora.[486]Sette giorni dopo fu annunziato al pubblico che il Vescovo di Winchester, il quale per virtù del proprio ufficio era Visitatore del Collegio della Maddalena, aveva avuto dal Re lo incarico di riparare ai danni recati a quella società. Eʼ non fu senza una lunga lotta e un amarissimo affanno che Giacomo scese a questa ultima umiliazione; e per vero dire non cedette finchè il Vicario Apostolico Leyburn, il quale, a quanto sembra, si condusse sempre da onesto e savio uomo, dichiarò che, secondo il suo giudicio, il Presidente e i Convittori cacciati avevano patito ingiustizia, e che per ragioni religiose e politiche era dʼuopo rendere loro il già tolto.[487]In pochi giorni fu pubblicato un decreto che restituiva le tolte franchigie a tutti i municipii.[488]XXXVIII. Giacomo lusingavasi che concessioni sì grandi, fatte nel breve spazio dʼun mese, gli farebbero di nuovo acquistare lo affetto del suo popolo. Non può dubitarsi che ove egli le avesse fatte pria che vi fosse ragione ad attendereuna invasione dalla Olanda, avrebbero molto contribuito a riconciliarlo coi Tory. Ma i principi che concedono al timore ciò che ricusano alla giustizia, non debbono sperare gratitudine. Per tre anni il Re era stato duro ad ogni argomento, ad ogni preghiera. Chi deʼ ministri aveva osato inalzare la voce in favore della costituzione civile ed ecclesiastica del Regno, era caduto in disgrazia. Un Parlamento eminentemente realista erasi provato a protestare con dolci e rispettosi modi contro la violazione delle leggi fondamentali della Inghilterra, ed era stato acremente ripreso, prorogato, e disciolto. I giudici, ad uno ad uno, erano stati privati dellʼermellino, per non essersi voluti indurre a profferire sentenze contrarie ad ogni specie di leggi. Ai più spettabili cavalieri era stato chiuso lʼadito al governo delle loro Contee perchè avevano ricusato di tradire le libertà pubbliche. Gli ecclesiastici a centinaia erano stati privati deʼ loro beneficii, perchè sʼerano mantenuti fedeli ai propri giuramenti. Alcuni prelati, alla cui ostinata fedeltà il Re era debitore della propria corona, lo avevano supplicato in ginocchioni a non volere che si violassero le leggi di Dio e della patria. La loro modesta petizione era stata considerata come libello sedizioso. Erano stati forte ripresi, minacciati, imprigionati, processati, e a mala pena avevano scansata la estrema rovina. La nazione in fine, vedendo il diritto soverchiato dalla forza, e perfino le supplicazioni reputarsi delitto, cominciò a pensare al modo di commettere le proprie sorti allʼesito dʼuna guerra. Lʼoppressore seppe essere pronto un liberatore armato, il quale sarebbe di gran cuore accolto daʼ Whig e dai Tory, dai Dissenzienti e dagli Anglicani. E tutto cangiossi in un attimo. Quel governo che aveva rimeritato i suoi servitori fidi e costanti con la spoliazione e la persecuzione, quel governo che alle solide ragioni ed alle commoventi preghiere aveva risposto con le ingiurie e glʼinsulti, si fece in un istante stranamente mite. La Gazzetta in ciascun suo numero annunziava la riparazione di qualche ingiustizia. Allora chiaramente si conobbe che non era da porre fede nella equità, nellʼumanità, nella solenne parola del Re, e che egli avrebbe governato bene finchè esisteva il timore della resistenza. I suoi sudditi, quindi, non erano punto dispostia ridargli quella fiducia chʼegli aveva giustamente perduta, o a mitigare la pressura che sola gli aveva strappato dalle mani i pochi buoni atti da lui fatti in tutto il tempo del suo regnare. Cresceva sempre in cuore di tutti lʼardente desiderio dello arrivo degli Olandesi. La plebe aspramente imprecava e malediva ai venti che in quella stagione ostinatissimi spiravano da ponente, e impedivano che lʼarmata del Principe salpasse, e a un tempo portavano nuovi soldati irlandesi da Dublino a Chester. Dicevano spirare vento papista, ed affollavansi in Cheapside con gli occhi intenti sul campanile di Bow-Church pregando che la banderuola indicasse lo spirare di un vento protestante.[489]
E davvero, in quel tempo lʼavversione de glʼInglesi contro glʼIrlandesi era sì forte ed universale, che la sentivano perfino i più spettabili Cattolici Romani. Powis e Bellasyse anche in Consiglio significarono con aspre e virulente parole la loro antipatia contro gli stranieri;[445]antipatia che era anche più forte fra glʼInglesi Protestanti, e più forte ancora nellʼarmata. Nè gli ufficiali, nè i soldati erano disposti a tollerare con pazienza la predilezione che il loro signore mostrava ad una razza vinta e forestiera. Il Duca di Berwick, colonnello dellʼottavo reggimento di linea acquartierato in Portsmouth, ordinò che trenta uomini pur allora giunti dallʼIrlanda fossero inscritti neʼ ruoli militari. I soldati inglesi dichiararono di non volere servire insieme con glʼintrusi. Giovanni Beaumont Luogotenente colonnello, a nome suo e di cinque capitani, protestò al cospetto del Duca contro questo insulto fatto alla nazione ed allʼesercito inglese, dicendo: «Noi componemmo il reggimento a nostre proprie spese per difendere la corona della Maestà sua in perigliosi tempi. Allora non incontrammo difficoltà a trovare centinaia di reclute inglesi. Noi possiamo agevolmente tenere congiunta ogni compagnia senza ammettervi glʼIrlandesi. E però reputiamo che ne vada dellʼonor nostro nel tollerare che ci vengano imposti cotesti stranieri; e chiediamo che o ci sia permesso di comandare a soldati nostri concittadini, o che si accetti la nostra rinuncia.» Berwickscrisse a Windsor per sapere in che guisa comportarsi. Il Re, grandemente esasperato, spedì subito una legione di cavalleria a Portsmouth perchè gli conducesse dinanzi i sei ufficiali disubbidienti. Furono tradotti avanti a un Consiglio di guerra. Ricusarono di sottomettersi, e furono dannati ad essere cassi daʼ ruoli, la qual pena allora era la massima che una Corte marziale potesse infliggere. La intera nazione feʼ plauso agli ufficiali caduti in disgrazia: e lʼopinione pubblica fu maggiormente irritata dalla voce corsa, quantunque senza fondamento, che essi mentre rimanevano in carcere, erano stati crudelmente trattati.[446]
XVIII. Lʼopinione pubblica non manifestavasi allora con queʼ segni che oggidì sono comuni fra noi, cioè con numerose ragunanze e veementi arringhe. Nondimeno trovò una via ad esplodere. Tommaso Wharton, il quale nellʼultimo Parlamento era stato rappresentante della Contea di Buckingam ed aveva fama di libertino e di Whig, scrisse una ballata satirica sopra Tyrconnel. In questa breve poesia un Irlandese si congratulava con un altro suo concittadino, in un gergo barbaro, pel prossimo trionfo del papismo e della razza milesia. Diceva che lo erede protestante della Corona sarebbe escluso. Gli ufficiali protestanti verrebbero cacciati. La Magna Charta e i ciarlieri che si richiamavano ad essa verrebbero impiccati alla medesima forca. Il buon Talbot verserebbe a torrenti glʼimpieghi sopra i suoi concittadini, e segherebbe la gola aglʼInglesi. Questi versi, che non sʼinalzavano punto sopra la poesia plateale, avevano per intercalare un vocabolo che dicevasi essere stato adoperato come parola dʼordine daglʼinsorti dʼUlster nel 1644. La nazione sʼincapriccì deʼ versie della musica. Da un angolo allʼaltro, per lʼintera Inghilterra, tutta la popolazione non rifiniva mai di cantare cotesti versi scempi, che in ispecie formavano il diletto dello esercito inglese. Settanta e più anni dopo la Rivoluzione, un grande scrittore dipinse con arte squisita un veterano che aveva combattuto sul Boyne e in Namur; e uno deʼ tratti caratteristici del buon veterano consisteva nel fischiare il Lilliburello.[447]
Wharthon poscia menò vanto dʼavere cacciato con cotesti versi un Re da tre Regni. Ma, a dir vero, la fama di Lilliburello fu lo effetto, non già la cagione, di quel concitamento nel pubblico sentire, che produsse la Rivoluzione.
Mentre Giacomo suscitava contro sè stesso tutti i sentimenti nazionali, i quali, se non fosse stata la sua insania, avrebbero potuto salvargli il trono, Luigi in modo diverso sforzavasi non meno efficacemente a facilitare la intrapresa che Guglielmo stavasi meditando.
XIX. In Olanda il partito favorevole alla Francia era una minoranza bastevolmente forte, secondo lʼordinamento politico della Batava Federazione, a impedire che lo Statoldero tentasse un gran colpo. Tenersi bene edificata cotesta minoranza era uno scopo al quale, se la Corte di Versailles fosse stata savia, doveva, in quelle circostanze, essere posposto ogni altro qualunque. Luigi, nondimeno, per qualche tempo aveva lavorato, quasi lo facesse di proposito, a straniarsi daʼ suoi amici Olandesi; ed in fine, benchè non senza difficoltà, gli venne fatto di renderseli nemici nel momento preciso in cui il loro aiuto gli sarebbe stato dʼinestimabile prezzo.
Vʼerano due cose, le quali gli Olandesi peculiarmente sentivano, la religione e il commercio; e il Re di Francia aveva pur allora assalito il commercio e la religione loro. La persecuzione degli Ugonotti e la revoca dello editto di Nantes avevano da per tutto destato in cuore deʼ Protestanti sdegno e dolore; sentimenti che in Olanda erano più forti che altrove: imperocchè molti individui oriundi Olandesi, fidando nelle ripetutee solenni dichiarazioni di Luigi, il quale assicurava di mantenere la tolleranza dallʼavo suo concessa, sʼerano, per cagione di commercio, stabiliti, e gran parte di loro naturalizzati in Francia. Ogni corso di posta recava in Olanda la nuova che costoro erano con estremo rigore trattati per semplici motivi religiosi. Dicevasi che in casa di uno stavano acquartierati i dragoni; un altro era stato posto ignudo presso al fuoco fino a rimanerne mezzo arrostito. A tutti era, sotto severissime pene, inibito di celebrare i riti della propria religione, e di partirsi dal paese, al quale, sotto promesse menzognere erano stati attirati. I partigiani della Casa dʼOrange schiamazzavano contro la crudeltà e la perfidia del tiranno. Lʼopposizione era confusa e scuorata. Lo stesso Consiglio municipale dʼAmsterdam, comechè fosse fortemente favorevole aglʼinteressi della Francia, e aderisse alla teologia arminiana, e fosse poco inchinevole a biasimare Luigi e consentire coʼ Calvinisti da esso perseguitati, non poteva rischiarsi ad avversare lʼopinione pubblica; perocchè in quella grande città non era un solo mercante il quale non avesse qualche parente od amico fra coloro che pativano tanto danno. Numerose petizioni firmate da nomi rispettabili venivano presentate ai borgomastri, pregandoli a rimostrare vigorosamente presso lo Ambasciatore Avaux. Fraʼ supplichevoli erano taluni i quali osavano introdursi nel palazzo degli Stati, e cadendo sulle loro ginocchia descrivevano, fra le lagrime e i singhiozzi, la misera sorte deʼ loro cari, e supplicavano i magistrati ad intercedere. I pergami delle Chiese risonavano dʼinvettive e di lamenti. Daʼ torchi uscivano racconti che laceravano lʼanima, e virulente arringhe. Avaux conobbe tutto il pericolo, e riferì alla sua Corte che anche i bene intenzionati—così egli sempre chiamava i nemici della Casa dʼOrange—o partecipavano allʼuniversale sentimento o ne erano impauriti; e consigliò si cedesse alquanto ai loro desiderii. Le risposte giuntegli da Versailles furono gelide ed acri. Ad alcune famiglie, non naturalizzate in Francia, era stato concesso di ritornare alla patria loro: ma a queʼ naturali dʼOlanda che avevano ottenuto lettere di naturalizzazione Luigi ricusò ogni indulgenza, dicendo che nessuna Potenza sulla terra doveva immischiarsi fra lui ei suoi sudditi. Costoro avevano scelto di essere annoverati fraʼ sudditi suoi, e nessun potentato straniero aveva diritto a sindacarlo intorno al modo di trattarli. I magistrati dʼAmsterdam naturalmente sdegnaronsi della spregiante ingratitudine del Principe al quale con ardore e senza ombra di scrupolo avevano servito contro lʼopinione universale deʼ loro concittadini. Alla già riferita tenne dietro, poco dipoi, unʼaltra provocazione che fu più profondamente sentita. Luigi cominciò a far guerra al loro commercio. Dapprima con un editto proibì la importazione delle aringhe neʼ suoi dominii. Avaux sʼaffrettò a scrivere alla sua Corte che un simigliante passo aveva destato indignazione e timore, che sessantamila persone vivevano con la pesca delle aringhe, e che gli Stati probabilmente adotterebbero qualche provvedimento di rappresaglia. Gli fu risposto che il Re era deliberato non solo a persistere, ma ben anco ad accrescere i dazi su molte mercanzie delle quali la Olanda faceva lucroso traffico con la Francia. La conseguenza di cotesti errori commessi in onta a ripetuti ammonimenti, e, a quanto sembra, per ebbrezza di caparbietà, fu, che nel momento in cui il voto dʼun solo potente membro della Batava Federazione avrebbe potuto impedire un evento fatale a tutta la politica di Luigi, tal voto non osò manifestarsi. Lo Ambasciatore con tutta la sua arte invano si studiò di raggranellare quel partito, col cui soccorso, per vari anni era riuscito a tenere in freno lo Statoldero.
XX. Lʼarroganza ed ostinazione del signore frustrava tutti gli sforzi del servo; il quale finalmente fu costretto ad annunziare a Versailles che non era più da confidare nella città dʼAmsterdam da sì gran tempo amica della Francia, che alcuni deʼ bene intenzionati temevano per la loro religione, e che i pochi i quali ancora si mantenevano fermi non potevano rischiarsi a significare i loro intendimenti. La fervida eloquenza deʼ predicatori che declamavano contro gli orrori della persecuzione francese, e le querimonie dei falliti che attribuivano la propria rovina ai decreti francesi, avevano concitato il popolo a tal segno che nessuno deʼ cittadini poteva dichiararsi favorevole alla Francia senza imminente pericolo di essere gettato dentro il più vicino canale. Tutti rammentavansiche solo quindici anni innanzi il più illustre capo del partito avverso alla Casa dʼOrange era stato fatto in brani dalla infuriata plebe nel ricinto stesso del palazzo degli Stati Generali; ed era probabile che ugual sorte toccasse a coloro i quali, in quella gran crisi, venissero accusati di secondare i disegni della Francia contro la patria loro e contro la religione riformata.[448]
XXI. Mentre Luigi in tal guisa costringeva i suoi fautori in Olanda a diventare, o a fingersi, suoi nemici, lavorava con non minore efficacia a rimuovere tutti gli scrupoli che avrebbero potuto impedire i principi cattolici del continente di secondare i disegni di Guglielmo. Un nuovo litigio era sorto tra la Corte di Versailles e il Vaticano, litigio nel quale il Re francese si mostrò più che in ogni altra sua azione ingiusto ed insolente.
Era vecchio costume in Roma che nessuno ufficiale di giustizia o di finanza potesse entrare nellʼabitazione deʼ ministri che rappresentavano gli Stati cattolici. In progresso non solo lʼabitazione, ma i luoghi circostanti reputavansi inviolabili. Era punto dʼonore per ogni ambasciatore estendere quanto più potesse i confini del circondario che rimaneva sotto la sua protezione. Infine i distretti privilegiati, dentro i quali il Governo papale non aveva maggior potenza che nel Louvre o nellʼEscuriale, comprendevano mezza la città. Ogni asilo era pieno di contrabbandieri, di falliti disonesti, di ladri e dʼassassini. In ogni asilo erano magazzini di cose rubate o di mercanzie fraudolentemente introdotte. Da ogni asilo uomini facinorosi uscivano di notte a saccheggiare ed a pugnalare la gente. In nessuna terra della Cristianità, quindi, la legge era così impotente e la malvagità sì audace come nellʼantica metropoli della religione e dellʼincivilimento. Intorno a siffatto danno Innocenzo pensava come si conveniva ad un sacerdotee ad un principe. Dichiarò dunque di non volere accogliere nessuno Ambasciatore il quale si ostinasse a mantenere un diritto distruggitore dellʼordine e della morale. Vi fu dapprima un gran mormorare, ma egli si mostrò cotanto fermo che tutti i Governi, tranne un solo, in breve tempo cederono. Lo Imperatore, che per grado era il primo tra tutti i monarchi cristiani, la Corte di Spagna, che predistinguevasi fra tutte per suscettibilità e pertinacia neʼ punti dʼetichetta, rinunciarono al mostruoso privilegio. Il solo Luigi si mostrò intrattabile, dicendo importargli poco ciò che piacesse agli altri sovrani di fare. Per la qual cosa spedì a Roma unʼambasceria, scortata da numeroso stuolo di cavalli e di fanti. Lo Ambasciatore giunse al suo palazzo come un generale che entri trionfante in una città conquistata. Il palazzo era fortemente guardato; attorno al recinto privilegiato le sentinelle facevano la ronda di giorno e di notte, come sopra le mura dʼuna fortezza. Il Papa rimase fermo. «Confidano» esclamò egli «neʼ cocchi e neʼ cavalli: ma noi invocheremo il nome di Dio nostro signore.» Diede di piglio alle sue armi spirituali, e pose la parte della città presidiata daʼ Francesi sotto lo interdetto.[449]
Questo litigio era nel massimo fervore allorchè ne sorse un altro; nel quale tutto il Corpo Germanico aveva interesse ugualmente che il Papa.
XXII. Colonia e il distretto circostante governava un Arcivescovo che era elettore dello Impero. Il diritto di eleggere il gran prelato spettava, sotto certe condizioni, al Capitolo della Cattedrale. Lo Arcivescovo era parimente Vescovo di Liegi, di Munster e di Hildesheim. I suoi dominii erano vasti, e comprendevano varie fortezze, le quali nel caso dʼuna campagna sul Reno sarebbero state importantissime. In tempo di guerra poteva condurre in campo venti mila uomini. Luigi aveva fatto ogni possibile sforzo a rendersi bene affetto un così valido alleato, e vʼera tanto riuscito che Colonia rimaneva quasi divisa dalla Germania, e formava un baluardo della Francia. Molti ecclesiastici ligi alla Corte di Versailles erano stati messi nel Capitolo; e il Cardinale Furstemburg, creatura di quella Corte, era stato nominato Coadiutore.
Nella state del 1688 lʼArcivescovato divenne vacante. Furstemburg era il candidato della Casa deʼ Borboni. I nemici di quella proponevano il giovine Principe Clemente di Baviera. Furstemburg era già Vescovo, e quindi non poteva essere trasferito ad altra diocesi senza speciale dispensa del pontefice, o per una postulazione, nella quale era necessario che fossero concordi i voti di due terzi del Capitolo di Colonia. Il Papa non volle concedere la dispensa ad una creatura della Francia. Lo Imperatore indusse più dʼuna terza parte del Capitolo a votare in favore del Principe Bavaro. Infrattanto neʼ Capitoli di Liegi, di Munster, e di Hildesheim la maggioranza procedeva avversa alla Francia. Luigi vide con isdegno e paura, come una vasta provincia che egli aveva incominciato a considerare qual feudo della sua Corona, fosse per divenire, non solo indipendente, ma ostile a lui. In una scrittura dettata con grande acrimonia si querelò della ingiustizia con che la Francia in tutte le occasioni era trattata dalla Santa Sede, la quale era in debito di largire la sua paterna protezione ad ogni parte della Cristianità. A molti segni vedevasi come egli avesse deliberato di sostenere la pretesa del suo candidato con le armi, contro il Papa, e i collegati del Papa.[450]
XXIII. In cotal modo Luigi, con due opposti errori, suscitò a un tratto contro sè stesso il risentimento deʼ due partiti religiosi, nei quali lʼEuropa occidentale era divisa. Inimicatasi una grande classe deʼ cristiani col perseguitare gli Ugonotti, si inimicava lʼaltra collʼinsultare la Santa Sede. Tali errori egli commise in un tempo in cui non poteva impunemente commetterne alcuno, e sotto gli occhi dʼun avversario, il quale per vigilanza, sagacia, ed energia non era secondo a nessun uomo politico di cui serbi ricordo la storia. Guglielmo vide con austero diletto i suoi avversari affaticarsi a sgombrargli dʼogni ostacolo il cammino. Mentre suscitavano contro sè stessi la nimistà di ogni setta, egli poneva sommo studio a conciliarsele tutte. Con isquisito magistero presentò ai vari Governi in differente aspetto il gran disegno chʼegli meditava; ed è mestieri aggiungere che quantunque tali aspetti fosserodifferenti, nessuno era falso. Esortò i Principi della Germania settentrionale a collegarsi con lui per difendere la causa comune di tutte le chiese riformate. Pose sotto gli occhi deʼ due capi della Casa dʼAustria il pericolo onde erano minacciati dallʼambizione francese, e la necessità di redimere lʼInghilterra dal vassallaggio e di congiungerla alla Federazione Europea.[451]Mostrossi sdegnoso, e con tutta verità, dʼogni bacchettoneria. Diceva che il vero nemico deʼ Cattolici Inglesi era quel monarca, uomo corto di vista, e duro di cuore, il quale potendo agevolmente ottenere ad essi una tolleranza legale, aveva calpestata la legge, la libertà e il diritto di proprietà, per inalzarli ad un predominio odioso e precario. Se si lasciava continuare nella sua insania ne conseguiterebbe tra breve uno scoppio popolare, al quale terrebbe dietro una barbara persecuzione deʼ papisti. Il Principe dichiarava che lo evitare gli errori di tale persecuzione era uno deʼ precipui suoi fini. Ove egli fosse avventurato nel suo disegno, adoprerebbe lo acquistato potere come capo deʼ Protestanti, a proteggere i credenti nella Chiesa di Roma. Forse le passioni destate dalla tirannia di Giacomo renderebbero impossibile lʼabrogazione delle leggi penali, ma un savio governo ben poteva mitigarle. A nessuna classe dʼuomini poteva recare vantaggio la proposta spedizione quanto aʼ queʼ pacifici e non ambiziosi Cattolici Romani, i quali desideravano solamente seguire la propria vocazione e senza molestia adorare il Creatore. I soli perdenti sarebbero i Tyrconnel, i Dover, gli Albeville, e gli altri avventurieri politici, i quali in ricompensa delle adulazioni e deʼ pessimi consigli avevano ottenuto dal loro troppo credulo signore governi, reggimenti, ed ambasciate.
XXIV. Mentre Guglielmo sforzavasi a procacciarsi la simpatiadei Protestanti e deʼ Cattolici, si studiava con non minor vigore e prudenza a provvedersi dei mezzi militari che la sua impresa richiedeva. Non poteva fare uno sbarco in Inghilterra senza la sanzione delle Provincie Unite; ed ove lʼavesse chiesta innanzi che il suo disegno fosse maturo per mandarsi ad effetto, i suoi intendimenti forse sarebbero avversati dalla fazione ostile alla sua Casa, e certamente verrebbero divulgati in tutto il mondo. Per lo che deliberò di fare con ispeditezza i necessari apparecchi, e appena compiuti, giovarsi di qualche momento favorevole per richiedere lo assenso alla Federazione. Gli agenti della Francia notavano che si mostrava quanto mai affaccendato. Non passava giorno senza che egli fosse veduto correre dalla sua villa allʼAja. Stavasi sempre rinchiuso a colloquio coʼ suoi più cospicui aderenti. Ventiquattro vascelli furono armati in addizione alle forze ordinarie mantenute dalla Repubblica. Per avventura vʼera un bel pretesto ad accrescere la flotta: imperciocchè alcuni corsari algerini avevano dianzi osato mostrarsi nellʼOceano Germanico. Formossi un campo in Nimega, dove si raccolsero molte migliaia di soldati. A fine di rinforzare cotesto esercito richiamaronsi i presidii daʼ luoghi forti nel Brabante Olandese. Perfino la rinomata fortezza di Bergopzoom fu lasciata quasi senza difesa. Pezzi da campagna, bombe, e cassoni da tutti i magazzini delle Provincie Unite furono trasportati al quartiere generale. Tutti i fornai di Roterdam affaticavansi giorno e notte a fare biscotto. Tutti gli armaiuoli dʼUtrecht non bastavano ad eseguire le commissioni di pistole ed archibugi. Tutti i sellai dʼAmsterdam lavoravano indefessamente a fare arnesi. Sei mila marinai furono aggiunti al servizio della flotta. Si fece una leva di sette mila nuovi soldati. Veramente non potevano essere formalmente arruolati senza lo assenso della Federazione; ma erano bene ammaestrati e tenuti in tanta disciplina che potevano senza difficoltà ordinarsi a reggimenti dentro ventiquattro ore dopo ottenuto lo assenso. Tali preparamenti richiedevano pecunia annoverata: ma Guglielmo con rigida economia aveva accumulato per qualche grave occorrenza un tesoro di dugento cinquanta mila lire sterline. Al rimanente provvide lo zelo deʼ suoi partigiani. Oro in gran copia, o, comesi disse, una somma non minore di cento mila ghinee gli fu mandata dallʼInghilterra. Gli Ugonotti, i quali avevano seco portato nello esilio molta quantità di metalli preziosi, di gran cuore gli prestarono tutto ciò che possedevano: imperciocchè ardentemente speravano, che, ove la impresa avesse esito prospero, sarebbe loro resa la patria, e temevano, che fallendo egli, non sarebbero nè anche sicuri nella patria adottiva.[452]
XXV. Negli ultimi giorni di luglio e in tutto il mese dʼagosto gli apparecchi processero rapidamente, se non che allo ardente animo di Guglielmo parevano andare troppo lenti. Intanto diventava più attiva la comunicazione tra la Olanda e lʼInghilterra. I consueti modi di trasmettere notizie e passeggieri più non furono reputati sicuri. Una barca leggiera e maravigliosamente veloce andava e veniva di continuo da Schevening alla costa orientale dellʼisola nostra.[453]Per questo mezzo giunsero a Guglielmo non poche lettere scrittegli da uomini notevolissimi nella Chiesa, nello Stato, e nello esercito. Due deʼ sette prelati che avevano firmata la memoranda petizione, cioè Lloyd Vescovo di Santo Asaph, e Trelawney Vescovo di Bristol, mentre erano in carcere, avevano bene meditato sulla dottrina della resistenza, ed erano pronti ad accogliere un liberatore armato. Un fratello del Vescovo di Bristol, il colonnello Carlo Trelawney, che comandava uno deʼ reggimenti di Tangeri, adesso conosciuto come il Quarto di Linea, si mostrò ardente di snudare la spada a pro della Religione Protestante. Simiglianti assicurazioni mandò il feroce Kirke. Churchill, in una lettera scritta con qualche elevatezza di stile, indizio certo che egli era per commettere una viltà, si dichiarò deliberato a compiere il suo dovere verso Dio e la patria, e disse che poneva il proprio onore assolutamente nelle mani del Principe dʼOrange. Guglielmo senza dubbio lesse queste parole con quellʼamaro e cinico sorriso che dava una poco piacevole espressione al suo volto. Non ispettava a lui prender cura dellʼonore degli altri; nè i più rigidicasisti avevano giudicato illecito ad un generale lo invitare, giovarsi, e rimunerare i servigi deʼ disertori chʼei non potesse spregiare.[454]
La lettera di Churchill fu recata da Sidney, la cui posizione in Inghilterra era divenuta pericolosa, e il quale, prese molte cautele a nascondere la sua traccia, era giunto in Olanda a mezzo agosto.[455]Verso il medesimo tempo Shrewsbury ed Eduardo Russell traversarono lʼOceano Germanico in un battello che avevano con grande segretezza noleggiato, e comparvero allʼAja. Shrewsbury recò seco dodici mila lire sterline, chʼaveva messe insieme ipotecando i suoi beni, e le pose nella banca dʼAmsterdam.[456]Devonshire, Danby, e Lumley rimasero in Inghilterra, dove tolsero lo incarico di correre alle armi appena il Principe dʼOrange ponesse piede nellʼisola.
XXVI. Non vʼè ragione a credere che in questa occorrenza Guglielmo ricevesse assicurazioni di sostegno dalla parte dʼun uomo bene dai sopranotati diverso. La storia deglʼintrighi di Sunderland è coperta da un buio che non è probabile venga mai diradato da nessuno scrittore: ma comunque sia impossibile scoprire intera la verità, egli è agevole notare alcune finzioni palpabilissime. I Giacomiti, per manifeste ragioni, affermarono che la rivoluzione del 1688 fu il resultamento dʼuna congiura tramata lungo tempo innanzi, e rappresentarono Sunderland come capo deʼ congiurati. Asserivano chʼegli, per eseguire il suo arcano disegno, aveva incitato il suo troppo fidente signore a dispensare dagli statuti, a creare un tribunale illegale, a confiscare gli averi deʼ sudditi, e ad imprigionare i padri della Chiesa Anglicana. Questo romanzo non ha verun fondamento storico, e comechè sia stato più volte ripetuto fino ai tempi nostri, non merita confutazione. Non vi è fatto più certo di questo, che Sunderland si oppose quasi sempre aglʼinsani provvedimenti di Giacomo, ed in ispecie alla persecuzione deʼ Vescovi, la quale veramente produsse la crisi decisiva. Ma quando anche cotesto fatto nonfosse provato, rimarrebbe un altro valido argomento che basterebbe a decidere la controversia. Qual ragionevole motivo aveva Sunderland per desiderare una rivoluzione? Nel sistema politico esistente egli trovavasi nella maggiore altezza di onori e di prosperità. Come presidente del Consiglio aveva la precedenza su tutti i Pari secolari. Come primo Segretario di Stato era il più attivo e potente membro del Gabinetto. Poteva anche sperare la dignità di Duca. Aveva ottenuto lʼordine della giarrettiera dianzi portato dallo splendido e versatile Buckingham, il quale, avendo consunto un patrimonio principesco e un vigoroso intelletto, era disceso nella tomba abbandonato, spregiato, e col cuore trafitto.[457]Il danaro che Sunderland amava più che li onori, pioveva sopra lui in tanta copia, che amministrandolo moderatamente, egli poteva sperare di farsi uno dei più ricchi uomini dʼEuropa. Gli emolumenti diretti del suo ufficio, benchè fossero considerevoli, erano piccola parte di ciò chʼegli guadagnava. Dalla sola Francia riceveva regolarmente uno stipendio annuo di circa sei mila sterline, oltre alle ampie gratificazioni straordinarie. Aveva patteggiato con Tyrconnel per cinque mila lire sterline lʼanno, o cinquanta mila una volta sola, sopra lʼIrlanda. Quali somme accumulasse vendendo impieghi, titoli e grazie, può solo immaginarsi, ma dovevano essere enormi. Eʼ pareva che Giacomo godesse di far nuotare nellʼoro un uomo chʼegli pretendeva dʼavere convertito. Tutte le multe, tutte le confische andavano a Sunderland. In ogni concessione fatta esigeva una decima. Se qualche chiedente si rischiava implorare un favore direttamente dal Re, Giacomo gli rispondeva: «Avete voi parlato col Lord Presidente?» Un tale ardì dirgli che il Lord Presidente ingoiava tutto il danaro della Corte. «Bene» rispose Sua Maestà «egli lo merita tutto.»[458]Non vi sarebbe la minima esagerazione ad affermare che i guadagni del Ministrogiungevano a trenta mila lire sterline lʼanno: ed è mestieri rammentarsi che le rendite di trenta mila sterline erano in quel tempo più rare di quello che siano ai dì nostri le rendite di cento mila. È probabile che allora in tutto il Regno non vi fosse alcun Pari, la cui entrata patrimoniale uguagliasse quella che Sunderland traeva dal proprio ufficio.
Poteva quindi Sunderland sperare che, sorto un nuovo ordine di cose, implicato, come egli era, in atti illegali ed impopolari, membro dellʼAlta Commissione, rinnegato che il popolo in tutti i luoghi di pubblico convegno chiamava papista cane, egli conseguisse maggiore opulenza e grandezza? Poteva inoltre sperare di sottrarsi alla ben meritata pena?
Certo egli era assuefatto da lungo tempo a prevedere il giorno, in cui Guglielmo e Maria, nel corso ordinario della natura e della legge, sarebbero saliti sul trono dʼInghilterra, ed è probabile che avesse tentato di aprirsi la via al favor loro con promesse e servigi, i quali, ove fossero stati scoperti, non avrebbero accresciuto il suo credito in Whitehall. Ma può con sicurtà affermarsi che egli non desiderava di vederli inalzati al potere per mezzo dʼuna rivoluzione, e che non prevedeva siffatta rivoluzione allorquando, verso la fine di giugno 1688, abbracciò solennemente la fede della Chiesa di Roma.
Appena, nondimeno, egli con quellʼinespiabile delitto sʼera reso segno allʼodio ed al disprezzo della intera nazione, quando seppe le armi nazionali e forestiere apparecchiarsi a rivendicare in breve tempo lʼordinamento politico ed ecclesiastico della Inghilterra. Da quello istante sembra che tutti i suoi disegni si cangiassero. La paura che gli aveva invilito lʼanimo gli stava scritta in viso sì che ciascuno poteva accorgersene.[459]Mal poteva dubitarsi, che, seguìta una rivoluzione, i pessimi consiglieri che circondavano il trono verrebbero chiamati a rendere rigoroso conto; e Sunderland fra cotesti consiglieri era primo per grado. La perdita dellʼufficio, della mercede, delle pensioni, era il meno chʼegli avesse a temere. La sua casa patrimoniale e i suoi boschi in Althorpe avrebbero corso pericolo dʼessere confiscati; forse ei sarebbe gettato per lunghianni in carcere; avrebbe finiti i suoi giorni in terra straniera dopo dʼavere trascinata la vita con una pensione assegnatagli dalla generosità della Francia. Ed anche ciò non era il peggiore deʼ mali. Lo sventurato ministro cominciava a sentirsi perturbata la mente da sinistre visioni dʼuna innumerevole folla ragunata in Tower Hill e schiamazzante di feroce gioia alla vista dello apostata, del palco parato a bruno, di Burnet leggente la preghiera degli agonizzanti, e di Ketch appoggiato sopra la scure che aveva troncate le teste di Russell e di Monmouth. Gli rimaneva una via a salvarsi, via più terribile per un animo nobile di quello che sia la prigione o il patibolo; poteva forse, con una tradigione commessa a tempo, conseguire il perdono daglʼinimici del Governo. Stava in lui di render loro inestimabili servigi: poichè egli godeva della piena fiducia del Re, aveva grande influenza nella cabala gesuitica, e la cieca confidenza dello Ambasciatore Francese. Non mancava un mezzo di comunicazione, mezzo degno del fine al quale egli voleva giungere. La Contessa di Sunderland era una artificiosa donna, e sotto il manto della divozione che ingannava gli uomini gravi, conduceva di continuo amorosi e politici intrighi.[460]Il bello e dissoluto Enrico Sidney era stato per lungo tempo il suo favorito amante. Al marito piaceva di vederla in tal modo posta in comunicazione con la Corte dellʼAja. Quando egli desiderava far giungere un segreto messaggio in Olanda, parlava con la sua moglie; la quale scriveva a Sidney; e Sidney comunicava la lettera a Guglielmo. Una di coteste lettere, intercettata, fu recata a Giacomo. Essa protestò fervidamente chiamandola apocrifa. Sunderland con singolarissima astuzia si difese dicendo che era impossibile a qualunque uomo essere cotanto vile da fare ciò chʼegli veramente faceva. «E quando anche fosse carattere di Lady Sunderland» soggiunse, «io non vi ho nulla da vedere. Vostra Maestà conosce le mie domestiche sciagure. La relazione di mia moglie con Sidney è pur troppo nota a tutti. Chi potrebbe mai credere chʼio scegliessi a mio confidente lʼuomo che mi ha offeso nellʼonore, lʼuomo che sopra tutti i viventiio dovrei maggiormente odiare?»[461]Questa difesa fu reputata soddisfacente; e lʼirco marito seguitò a comunicare secretamente colla sua moglie adultera, lʼadultera con lʼamante, e lo amante coʼ nemici di Giacomo.
Egli è probabilissimo che le prime positive assicurazioni dello aiuto di Sunderland fossero oralmente da Sidney comunicate a Guglielmo verso la metà dʼagosto. Certo è che da quel tempo fino a quando la spedizione fu pronta a far vela, la Contessa tenne col suo amante un significantissimo carteggio. Poche delle sue lettere, in parte scritte in cifra, esistono ancora, e contengono proteste di buon volere e promesse di servigi miste con ardenti preghiere di protezione. La scrittrice promette che il suo marito farà tutto ciò che i suoi amici dellʼAja possono desiderare: suppone che gli sarà mestieri per qualche tempo esulare: ma spera che il bando di lui non sia perpetuo, e che egli non venga spogliato deʼ suoi beni patrimoniali; e instantemente prega di sapere in che luogo sarà meglio per lui rifugiarsi, finchè sia abbonacciata la prima furia della tempesta popolare.[462]
XXVII. Lo aiuto di Sunderland fu bene accolto: imperciocchè avvicinandosi il tempo di tentare il gran colpo, lʼansietà di Guglielmo sʼera fatta grandissima. Agli occhi altrui con la fredda tranquillità dello aspetto ei nascondeva i suoi sentimenti, ma a Bentinck apriva tutto il suo cuore. Gli apparecchi non erano interamente compiuti. Il disegno era già sospettato e non poteva oltre differirsi. Il Re di Francia o la città dʼAmsterdam potevano frustrarlo. Se Luigi mandasse una grande forza militare nel Brabante, se la fazione che odiava lo Statoldero alzasse il capo, tutto sarebbe finito. «Le mie pene, la mia irrequietudine,» scriveva il Principe «sono terribili. Non so in che guisa io proceda. Mai in vita mia io ho sentito, come ora, il bisogno dello aiuto di Dio.»[463]La moglie di Bentinck era in quel tempo pericolosamente inferma,ed ambi gli amici sentivano per lei penosissima ansietà. «Dio vi conforti,» scriveva Guglielmo, «e vi dia animo a sostenere la parte vostra in unʼopera, dalla quale, per quanto è dato agli uomini conoscere, dipende il bene della sua Chiesa.»[464]
E davvero egli era impossibile che un così vasto disegno contro il Re dʼInghilterra rimanesse per molti giorni secreto. Non vʼera arte ad impedire che gli uomini savi sʼaccorgessero deʼ grandi apparati militari e marittimi che Guglielmo andava facendo, e ne sospettassero lo scopo. Sul principio dʼagosto bisbigliavasi per tutta Londra dello avvicinarsi dʼun grande evento. Il debole e corrotto Albeville in queʼ giorni trovavasi in Inghilterra, ed era o simulava dʼessere certo che il Governo Olandese non macchinava nulla contro Giacomo. Ma mentre Albeville rimaneva lontano dal suo posto, Avaux con arte somma compiva i doveri dʼAmbasciatore Francese ed Inglese presso gli Stati, e mandava copiose notizie a Barillon egualmente che a Luigi. Avaux era persuaso che si meditava uno sbarco in Inghilterra, e gli venne fatto di convincerne il suo signore. Ogni corriere che giungesse a Westminster o dallʼAja o da Versailles, recava seri ammonimenti.[465]Ma Giacomo trovavasi involto in uno inganno, che, a quanto sembra, era artificiosamente accresciuto da Sunderland. Lo astuto ministro diceva che il Principe dʼOrange non si rischierebbe mai ad una spedizione oltre mare, lasciando la Olanda priva di difesa. Gli Stati rammentandosi deʼ danni patiti e del pericolo di patirne maggiori nellʼinfausto anno 1672, non si porrebbero a repentaglio di vedere un esercito straniero accamparsi nel piano fra Utrecht e Amsterdam. Non era dubbio che fossero molti sinistri umori in Inghilterra: ma fra i mali umori e la ribellione era immenso lo spazio. I più ricchi e spettabili cittadini non erano minimamente disposti a rischiare onori, vita e sostanze. Quanti uomini cospicui fraʼ Whig avevano parlato con alto-sonanti parole, mentre Monmouth era neʼ Paesi Bassi! E nondimeno chi di loro accorse al suo vessillo allorchè egli lo inalzò a ribellare lʼInghilterra? Era agevole ad intendere ilperchè Luigi simulava di prestar fede a cotesti vani rumori. Certo egli sperava, atterrando il Re dʼInghilterra, indurlo a spalleggiare la Francia nella contesa per lo arcivescovato di Colonia. Con tali ragionamenti Giacomo era di leggieri tenuto in una stupida sicurezza.[466]I timori e lo sdegno di Luigi quotidianamente crescevano. Lo stile delle sue lettere si faceva sempre più pungente ed energico.[467]Scriveva di non sapere intendere cotesto letargo nella vigilia dʼuna tremenda crisi. Era il Re forse ammaliato? I suoi ministri erano forse ciechi? Era egli possibile che nessuno in Whitehall sʼaccorgesse di ciò che accadeva in Inghilterra e nel continente? Tanta sicurezza mal poteva essere lo effetto della imprevidenza. Qualche scelleraggine vi stava sotto. Giacomo evidentemente trovavasi in cattive mani. Barillon fu rigorosamente avvertito a non fidarsi alla cieca deʼ ministri inglesi: ma fu avvertito invano. Sunderland aveva avvinto e Barillon e Giacomo in un fascino tale che non vʼera ammonimento che valesse a romperlo.
XXVIII. Luigi affaccendavasi ognora con maggior vigoria. Bonrepaux il quale per perspicacia valeva molto più di Barillon, e aveva sempre aborrito e diffidato di Sunderland, fu spedito a Londra per offrire soccorsi marittimi. Ad Avaux nel tempo stesso fu ingiunto di dichiarare agli Stati Generali che la Francia aveva preso Giacomo sotto la sua protezione. Un gran corpo di truppe era pronto a marciare alla frontiera olandese. Questa audace prova di salvare suo malgrado lo accecato tiranno, fu fatta di pieno accordo con Skelton, il quale allora era ambasciatore dʼInghilterra presso la Corte di Versailles. Avaux uniformandosi alle ricevute istruzioni, chiese agli Stati una udienza che gli venne subito concessa. Lʼassemblea era oltre il consueto numerosa. Generalmente credevasi che il Francese dovesse fare qualche comunicazione concernente il commercio; e così supponendo il Presidente aveva apparecchiata una convenevole risposta in iscritto. Ma appena Avaux cominciò ad esporre la sua commissione, segni dʼinquietudine apparvero in tutto lʼuditorio. Coloro che erano invoce di godere la confidenza del Principe dʼOrange, abbassaron gli occhi. Lʼagitazione si fece maggiore allorchè lo Inviato annunziò che il suo signore era intimamente stretto coʼ vincoli dʼamistà e dʼalleanza a Sua Maestà Britannica, e che ogni aggressione contro la Inghilterra verrebbe considerata come una dichiarazione di guerra alla Francia. Il presidente, côlto di sorpresa, balbettò poche parole evasive; e la conferenza si sciolse. Nel medesimo tempo fu notificato agli Stati che Luigi aveva preso sotto la sua protezione il Cardinale Furstemburg e il Capitolo di Colonia.[468]
I deputati erano nella massima agitazione. Alcuni consigliavano indugio e cautela. Altri gridavano guerra. Fagel parlò con veementi parole della insolenza francese, e pregò i colleghi a non lasciarsi impaurire dalle minacce. Disse che la risposta più convenevole a cosiffatte comunicazioni era quella di accrescere maggiormente le forze di terra e di mare. Tosto fu spedito un corriere a richiamare Guglielmo da Minden, dove teneva un colloquio di somma importanza con lo Elettore di Brandenburgo.
XXIX. Ma non vʼera ragione alcuna di timore. Giacomo correva da sè alla propria rovina, ed ogni sforzo fatto a fermarlo lo spingeva più rapidamente al proprio destino. Mentre il suo trono era consolidato, il suo popolo sommesso, il più ossequioso doʼ Parlamenti pronto a indovinarne i desiderii e compiacerlo, mentre le repubbliche e i potentati stranieri gareggiavano a tenerselo bene edificato, mentre stava solo in lui il divenire lʼarbitro della Cristianità, egli sʼera abbassato a farsi lo schiavo e il mercenario della Francia. E adesso mentre per una catena di delitti e di follie, sʼera inimicato coʼ vicini, coʼ sudditi, coʼ soldati, coʼ marinai, coʼ figli suoi, ed altro rifugio non rimanevagli che la protezione della Francia, fu preso da uno accesso dʼorgoglio, e deliberò di far pompa dʼindipendenza agli occhi di tutto il mondo. Lo aiuto, chʼegli, quando non ne aveva mestieri, non aveva vergognato di accettare con lacrime di gioia, adesso che gli era necessario, lo aveva sprezzantemente ricusato. Essendosi mostrato abietto mentre poteva con convenevolezza mostrarsi puntigliosoa mantenere la propria dignità, egli divenne con ingratitudine altero nel momento in cui lʼalterigia doveva gettarlo nello scherno e nella rovina. Ei si mostrò risentito allo amichevole intervento che avrebbe potuto salvarlo. Si vide mai un Re siffattamente trattato? Era egli un fanciullo o un idiota, che altri avesse ad impacciarsi deʼ fatti suoi? Era egli un principotto, un Cardinale Furstemburg, il quale cadrebbe se non fosse sostenuto dal suo potente protettore? Doveva egli perdere la stima di tutta Europa accettando un pomposo protettorato che egli non aveva mai chiesto? Skelton fu richiamato a rendere ragione della sua condotta, ed appena giunto a Londra fu imprigionato nella Torre. Citters fu bene accolto in Whitehall ed ebbe una lunga udienza. Egli poteva, con veracità maggiore di quella che in simiglianti occasioni i diplomatici reputano necessaria, smentire dalla parte degli Stati Generali qual si fosse disegno ostile: imperciocchè gli Stati Generali fino allora non avevano notizia officiale dello intendimento di Guglielmo; nè era affatto impossibile che essi anche allora non gli dessero la loro approvazione. Giacomo disse che non prestava punto fede alle voci dʼuna invasione Olandese, e che la condotta del Governo Francese gli aveva recato maraviglia e molestia. A Middleton fu ingiunto di assicurare tutti i ministri stranieri come non esistesse tra la Francia e lʼInghilterra quella lega, che la Corte di Versailles voleva, pei propri fini, far credere. Al Nuncio il Re disse che i disegni di Luigi erano manifestissimi e che verrebbero frustrati. Questa officiosa protezione era un insulto e insieme una trappola. «Il mio buon fratello» soggiunse Giacomo «ha ottime qualità; ma lʼadulazione e la vanità gli hanno dato volta al cervello.»[469]Adda, al quale importava più Colonia che la Inghilterra, secondò cotesto strano inganno. Albeville, che era già ritornato al suo posto, ebbe comandamento di dare assicurazioni dʼamistà agli Stati Generali e di aggiungere parole che sarebbero state convenevoli sulle labbra dʼElisabetta o di Cromwell. «Il mio Signore» disse egli «per la sua potenza e pel suo animo si è inalzato al di sopra della posizione dovela Francia pretende tenerlo. Vi è qualche differenza tra un Re dʼInghilterra ed un Arcivescovo di Colonia.» Lʼaccoglienza fatta a Bonrepaux in Whitehall fu fredda. I soccorsi marittimi chʼegli offriva non furono affatto ricusati: ma gli fu forza tornarsene senza avere nulla concluso; e agli Ambasciatori delle Province Unite e della Casa dʼAustria fu detto che lʼambasciata francese non era stata gradita dal Re e non aveva prodotto nessun effetto. Dopo la Rivoluzione Sunderland vantossi, e forse diceva il vero, dʼavere indotto il proprio signore a rifiutare lo aiuto proffertogli dalla Francia.[470]
La ostinata demenza di Giacomo destò, come era naturale, lo sdegno del suo potente vicino. Luigi si dolse che in ricambio deʼ grandissimi servigi chʼegli poteva rendere al Governo inglese, quel Governo gli aveva dato una mentita in faccia a tutta la Cristianità. Notò giustamente che tutto ciò che era stato detto da Avaux rispetto alla alleanza tra la Francia e la Gran Bretagna era vero secondo lo spirito, comechè forse non vero secondo la lettera. Non esisteva trattato compilato in articoli, munito di firme, sigilli e ratifiche; ma pel corso di parecchi anni erano state ricambiate tra le due Corti assicurazioni equivalenti, nellʼopinione degli uomini dʼonore, ad un trattato. Luigi aggiunse che per quanto fosse elevato il suo posto in Europa, non avrebbe mai sentita tanto assurda gelosia della propria dignità da prendere per insulto un atto suggerito dallʼamicizia. Ma Giacomo era in condizioni differentissime, e in breve conoscerebbe il pregio di un aiuto da lui con sì poca buona grazia ricusato.[471]
Nulladimeno, malgrado la stupidità e la ingratitudine di Giacomo, sarebbe stato savio provvedimento per Luigi il persistere nella determinazione notificata agli Stati Generali. Avaux che per sagacia e discernimento era degno antagonista di Guglielmo, era assolutamente di questa opinione. Precipuo scopo delGoverno francese—così ragionava lo esperto Ambasciatore—dovrebbe essere quello dʼimpedire la invasione della Inghilterra. Il modo dʼimpedirla era dʼinvadere i Paesi Bassi sotto il dominio della Spagna, e minacciare i batavi confini. Il Principe dʼOrange era cotanto impegnato nella sua intrapresa, da persistere quandʼanco vedesse la bianca bandiera sventolare sopra le mura di Brusselles. Aveva già detto che ove gli Spagnuoli potessero fare in guisa da tenere fino a primavera Ostenda, Mons e Namur, ci sarebbe ritornato dalla Inghilterra con forze bastevoli a ricuperare tostamente le perdute province. Ma comechè tale fosse la opinione del Principe, tale non era quella degli Stati, i quali non avrebbero agevolmente consentito a mandare il Capitano e il fiore dellʼarmata loro oltre lʼOceano Germanico, mentre un formidabile nemico minacciava il loro territorio.[472]
XXX. Luigi reputava savie coteste ragioni: ma era già deliberato di agire in modo diverso. Forse era stato provocato dalla scortesia e dalla caparbietà del Governo inglese, e voleva appagare lo sdegno a spese del proprio interesse. Forse lo traviavano i consigli di Louvois suo ministro della guerra, che aveva grande influenza e non guardava di buon occhio Avaux. Il Re di Francia deliberò di tentare altrove un grande ed inatteso colpo. Ritrasse le sue schiere dalle Fiandre e le gettò nella Germania. Unʼarmata, sotto il comando nominale del Delfino, ma veramente guidata dal Duca di Duras, e da Vauban, padre della scienza delle fortificazioni, invase Philipsburg. Unʼaltra, condotta dal Marchese di Bouffiers, prese Worms, Magonza e Treveri. Una terza, comandata dal Marchese di Humières, entrò in Bonn. Per tutta la linea del Reno, da Carlsruhe fino a Colonia, lo esercito francese fu vittorioso. La nuova della caduta di Philipsburg giunse a Versailles il dì dʼOgnissanti, mentre la Corte ascoltava la predica nella cappella. Il Re fece al predicatore segno di fermarsi, annunziò la lieta nuova e inginocchiandosi ringraziò Dio di questa gran vittoria. Lʼuditorio ne pianse di gioia.[473]La notizia fu accolta con entusiasmo dallo ardente e vanitoso popolo della Francia.I poeti celebrarono il trionfo del loro magnifico protettore. Gli oratori esaltarono dai pergami la sapienza e magnanimità del figlio primogenito della Chiesa. Cantossi con insolita pompa il Te Deum, e le solenni melodie dellʼorgano risonavano miste al clangore deʼ timpani ed allo squillo delle trombe. Ma vʼera poca ragione a rallegrarsi. Il grande uomo di Stato che capitanava la Coalizione Europea, gioiva in cuor suo vedendo così male diretta la energia del suo nemico. Luigi con la sua prontezza aveva ottenuto qualche vantaggio in Germania: ma poteva giovargli poco ove la Inghilterra, inoperosa e priva di gloria sotto quattro Re successivi, riprendesse lʼantico suo grado fra i potentati dʼEuropa. Poche settimane bastavano per compire la impresa dalla quale dipendeva il destino del mondo; e per poche settimane le Province Unite potevano mantenersi sicure da ogni pericolo.
XXXI. Guglielmo allora spinse i suoi apparecchi con indefessa operosità e con minore segretezza di quella che per innanzi aveva creduto necessaria. Giungevangli ogni giorno nuovo assicurazioni di soccorso dalle Corti straniere. Ogni opposizione nellʼAja era spenta. Invano Avaux in quegli estremi momenti studiossi con ogni sua arte a rianimare la fazione che pel corso di tre generazioni aveva avversato la Casa dʼOrange. I capi di quella fazione, a dir vero, non procedevano favorevoli allo Statoldero; come quelli che ragionevolmente temevano che ove egli avesse prospera ventura in Inghilterra, diventerebbe assoluto signore della Olanda. Nondimeno gli errori della Corte di Versailles, e la destrezza onde egli se nʼera giovato, rendevano impossibile il continuare la lotta contro di lui. Conobbe essere giunto il tempo di chiedere lo assenso degli Stati. Amsterdam era il quartiere generale del partito ostile alla razza, alla dignità, alla persona di lui; ed anche quivi ei non aveva adesso nulla da temere. Alcuni dei precipui magistrati di quella città avevano avuto più volte secreti colloqui con lui, con Dykvelt e con Bentinck, ed erano stati indotti a promettere che avrebbero secondato o almeno non avversato la grande intrapresa: altri erano esasperati dagli editti commerciali di Luigi: altri erano dolentissimi pei parenti e per gli amici tormentati dai dragoni francesi: altriabborrivano dalla responsabilità di far nascere uno scisma che potrebbe essere fatale alla Federazione Batava: ed altri avevano paura del popolo, il quale, incitato dalle arringhe deʼ zelanti predicatori, era pronto a porre le mani addosso ad ogni traditore della Religione Protestante. La maggioranza quindi di quel Consiglio municipale, che aveva da lungo tempo favorita la Francia, si dichiarò favorevole alla impresa di Guglielmo. E però in ogni parte delle Province Unite era svanito ogni timore dʼopposizione; e lo assenso di tutta la Federazione fu formalmente dato in scerete ragunanze.[474]
Il Principe aveva già posto gli occhi sopra un generale che avesse requisiti da essere a lui secondo nel comando. Ciò non era cosa di lieve importanza. Unʼarchibugiata fortuita o il pugnale dʼun assassino avrebbe potuto in un istante lasciare lo esercito senza capo; ed era mestieri che un successore fosse pronto ad occupare il posto vacante. Nulladimeno egli era impossibile deputare a tanto ufficio un Inglese senza offendere i Whig o i Tory; nè fra glʼInglesi vʼera alcuno che avesse lʼarte militare bisognevole a condurre una campagna. Dallʼaltro canto non era agevole proporre uno straniero senza offendere il senso nazionale degli alteri isolani. Un solo era lʼuomo in Europa contro il quale non poteva farsi obiezione, cioè Federigo Conte di Schomberg, tedesco dʼuna famiglia nobile del Palatinato. Era universalmente reputato il più grande maestro dellʼarte della guerra. La pietà e rettitudine sue, che non avevano mai ceduto a fortissime tentazioni, lo rendevano ben meritevole di riverenza e fiducia. Come che fosse Protestante, aveva per molti anni militato al soldo di Luigi, e in onta alle inique trame deʼ Gesuiti aveva strappato da lui, dopo una serie di gloriosi fatti, il bastone di Maresciallo di Francia. Allorquando la persecuzione cominciò ad infuriare, il valoroso veterano ostinatamente ricusò di conseguire con lʼapostasia il regio favore; rinunziò, senza mormorare, a tutti i suoi onori e comandi; abbandonò per sempre la sua patria adottiva, e rifugiossi alla Corte di Berlino. Aveva settanta e più annidʼetà, ma era in pieno vigore di mente e di corpo. Era stato in Inghilterra, dove fu molto amato ed onorato; e parlava la nostra favella non solo intelligibilmente, ma con grazia e purezza; qualità di cui allora pochi stranieri potevano menar vanto. Con lo assenso dello Elettore di Brandenburgo e con la cordiale approvazione di tutti i capi deʼ partiti inglesi fu nominato Luogotenente di Guglielmo.[475]
XXXII. LʼAja era allora piena di avventurieri di tutti i vari partiti che la tirannia di Giacomo aveva congiunti in una strana coalizione; vecchi realisti, che avevano sparso il proprio sangue in difesa del trono; vecchi agitatori dellʼesercito del Parlamento; Tory, che erano stati perseguitati a tempo della Legge dʼEsclusione; Whig, che erano fuggiti al Continente per avere partecipato alla Congiura di Rye House.
Primeggiavano in cotesto grande miscuglio Gherardo Conte di Maclesfield, antico Cavaliere che aveva combattuto per Carlo I ed esulato con Carlo II; Arcibaldo Campbell che era figlio primogenito dello sventurato Argyle, dal quale non aveva altro ereditato che il nome illustre e lʼinalienabile affetto dʼuna numerosa tribù; Carlo Paulet, Conte di Wiltshire, erede presuntivo del Marchesato di Wincester; e Pellegrino Osborne, Lord Dumblane, erede presuntivo della Contea di Danby. Notavasi fra i più importanti volontari Mordaunt che esultava nella speranza di incontrare avventure, alle quali irresistibilmente lo traeva la fiera sua indole. Fletcher di Saltoun, mentre stavasi a guardare i confini della Cristianità contro glʼinfedeli, avendo saputo che vi era speranza di liberare la patria, sʼera affrettato ad offrire al liberatore lo aiuto della sua spada. Sir Patrizio Hume, il quale dopo di essere fuggito dalla Scozia era vissuto umilmente in Utrecht, adesso uscì dalla oscurità; ma per fortuna in questa occasione la sua eloquenza poteva recare poco danno; imperocchè il Principe dʼOrange non era punto disposto ad essere Luogotenente dʼuna società ciarliera come era stata quella che aveva rovinata la impresa dʼArgyle. Il sottile ed irrequieto Wildman, che alcuni anni innanzi, non trovandosi sicuro in Inghilterra, aveva cercato un asilo inGermania, adesso accorse alla Corte del Principe. Vʼera anche Carstairs, ministro Presbiteriano di Scozia, che per accorgimento e coraggio non era secondo a nessuno degli uomini politici di quellʼepoca. Fagel, parecchi anni prima, gli aveva affidato segreti importantissimi, che i più orribili tormenti dello stivaletto e delle tanaglie non gli avevano potuto strappare dalle labbra. Per cotesta rara fortezza ei sʼacquistò il primo posto dopo Bentinck nella stima e fiducia del Principe.[476]Ferguson non poteva rimanere quieto mentre apparecchiavasi una rivoluzione. Si procurò un imbarco nella flotta e cominciò ad affaccendarsi fraʼ suoi compagni dʼesilio: ma trovò in tutti diffidenza e disprezzo. Egli era stato grande uomo in quel nucleo dʼignoranti e furibondi fuorusciti che avevano spinto il debole Monmouth alla rovina: ma tra i gravi uomini di Stato e Capitani che coadiuvavano il risoluto e sagace Guglielmo, non vʼera luogo per un agitatore di bassa sfera, mezzo maniaco e mezzo birbone.
XXXIII. La differenza fra la spedizione del 1685 e quella del 1688 risultava bastevolmente dalla differenza tra le dichiarazioni pubblicate dai capi dellʼuna e dellʼaltra. Per Monmouth Ferguson aveva scrivacchiato un assurdo e brutale libello, dove accusava Re Giacomo dʼavere bruciato Londra, strangolato Godfrey, fatto strage dʼEssex, e propinato il veleno a Carlo. La Dichiarazione di Guglielmo fu scritta dal Gran Pensionario Fagel il quale aveva alta riputazione di pubblicista. Quantunque fosse grave e dotta, nella sua forma originale era troppo prolissa: ma venne compendiata e tradotta in inglese da Burnet, il quale sʼintendeva bene dellʼarte dello scrivere popolare. In un solenne preambolo stabiliva il principio che in ogni società la rigorosa osservanza della legge era egualmente necessaria alla felicità delle nazioni ed alla sicurezza deʼ Governi. Il Principe dʼOrange aveva quindi veduto con profondo rammarico come le leggi fondamentali del Regno, al quale egli era congiunto con stretti vincoli di sangue e di matrimonio, fossero grandemente e sistematicamente violate. La potestà di dispensare dagli Atti del Parlamento era stata stiracchiata a segnoche tutta lʼautorità legislativa era ridotta nella sola Corona. Sentenze repugnanti allo spirito della Costituzione erano state profferite dai tribunali, destituendo i giudici incorruttibili, e sostituendo loro uomini pronti ad obbedire implicitamente agli ordini del Governo. Non ostanti le ripetute assicurazioni che il Re aveva date di mantenere la religione dello Stato, persone manifestamente avverse a quella erano state promosse non solo agli uffici civili, ma anco ai beneficii ecclesiastici. Il governo della Chiesa, in onta al chiarissimo senso degli Statuti, era stato affidato ad una nuova Corte dʼAlta Commissione, nella quale aveva seggio un uomo che apertamente professava il Papismo. Uomini dabbene, per avere ricusato di violare il dovere e i giuramenti loro, erano stati spogliati della loro proprietà in dispregio dellaMagna Chartae delle libertà dʼInghilterra. Intanto individui che legalmente non potevano porre piede nellʼisola erano stati posti a capo deʼ seminari per corrompere le menti deʼ giovani. Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Giudici di Pace erano stati a centinaia destituiti per avere rifiutato di secondare una politica perniciosa ed incostituzionale. Quasi tutti i borghi del Regno erano stati privati delle loro franchigie. Le Corti di giustizia erano in condizioni tali, che le loro sentenze, anche nelle cause civili, non ispiravano più fiducia, e la loro servilità nelle criminali aveva fatto spargere nel Regno il sangue innocente. Tutti cotesti abusi, venuti in disgusto alla nazione inglese, il Governo aveva intenzione di difendere, secondo che sembrava, con una armata di Papisti Irlandesi. Nè ciò era tutto. I Principi più assoluti del mondo non avevano reputato delitto in un suddito lo esporre modestamente e con pace gli aggravi, e chiederne giustizia. Ma in Inghilterra le cose erano giunte a tale eccesso che il supplicare veniva reputato gravissimo delitto. Per nessuna altra colpa che quella dʼavere presentata al Sovrano una petizione scritta con rispettosissime parole i padri della Chiesa Anglicana erano stati messi in carcere e processati; e destituiti i giudici che diedero il voto in loro favore. La convocazione dʼun legittimo Parlamento poteva essere un rimedio efficace a tutti cotesti mali: ma un simile Parlamento, a meno che non fosse interamente cangiato il Governo, non era da sperarsi dallanazione. La Corte mostrava evidentemente la intenzione di mettere insieme, rifoggiando a suo modo i municipii e deputando ufficiali elettorali papisti, una Camera di Comuni che fosse tale di solo nome. In fine, vʼerano circostanze che facevano sospettare non essere nato dalla Regina lo infante che chiamavasi Principe di Galles. Per queste ragioni il Principe, in contemplazione della sua stretta parentela con la regia famiglia, e per gratitudine dello affetto che il popolo inglese aveva sempre portato alla sua diletta consorte ed a lui, cedendo allo invito di non pochi Lordi spirituali e secolari e di molti altri uomini dʼogni grado, aveva deliberato di recarsi nellʼisola con forze sufficenti a reprimere la violenza. Lungi dalla sua mente ogni pensiero di conquista. Protestava che finchè le sue milizie rimarrebbero in Inghilterra, sarebbero tenute nella più rigorosa disciplina, ed appena la nazione si fosse liberata dal giogo della tirannide, sarebbero mandate via. Suo unico scopo era quello di far convocare un libero e legittimo Parlamento; alla decisione del quale egli faceva solenne sacramento di lasciare tutte le questioni pubbliche e private.
Come questa dichiarazione cominciò a correre attorno per lʼAja, apparvero segni di dissensione fra glʼInglesi. Wildman, indefesso nel male, indusse alcuni deʼ suoi concittadini, ed in ispecie il testardo e leggiero Mordaunt a dichiarare che a tali patti non prenderebbero le armi, dicendo che lo scritto era stato ideato per piacere ai Cavalieri e ai parrochi; i danni della Chiesa e il processo deʼ Vescovi vi facevano troppa figura; e non vʼera pur motto del tirannesco modo onde i Tory, innanzi che rompessero con la Corte, avevano trattato i Whig. Wildman allora produsse un contro-manifesto, da lui apparecchiato, il quale, ove fosse stato abbracciato, avrebbe indignati il Clero Anglicano e quattro quinti dellʼaristocrazia territoriale. I principali Whig gli fecero vigorosa opposizione; e segnatamente Russell dichiarò che ove venisse adottato lo insano suggerimento di Wildman, si sarebbe sciolta la coalizione dalla quale unicamente poteva il popolo inglese sperare dʼessere liberato. In fine la contesa fu ricomposta per lʼautorità di Guglielmo, il quale, col suo consueto buon senso,stabilì che il manifesto rimanesse quasi come era stato congegnato da Fagel e da Burnet.[477]
XXXIV. Mentre tali cose seguivano in Olanda, Giacomo erasi finalmente accorto del proprio pericolo. Da varie parti gli giungevano avvisi che mal potevano mettersi in non cale, finchè un dispaccio dʼAlbeville gli tolse ogni dubbio. Dicesi che come il Re lo ebbe letto, tosto impallidisse e perdesse per alcun tempo la parola.[478]Ed era naturale che ne rimanesse atterrito: imperocchè il primo vento che spirasse di levante avrebbe portato un esercito ostile alle spiagge del suo reame. Tutta Europa, tranne un solo potentato, attendeva con impazienza la nuova della sua caduta. Anzi egli aveva respinto con un insulto lo amichevole intervento che lo avrebbe potuto salvare. Le schiere francesi, che, sʼegli non fosse stato demente, avrebbero potuto atterrire gli Stati Generali, stavansi ad assediare Philipsburg, o presidiavano Magonza. Tra pochi giorni forse gli toccherebbe di pugnare sul territorio inglese a difendere la propria corona e il diritto ereditario del suo figliuolo infante. Grandi, a dir vero, erano in apparenza i suoi mezzi. La flotta era in assai migliori condizioni di quello che fosse nel tempo, in cui egli ascese al trono: e tali miglioramenti in parte erano da attribuirsi aʼ suoi propri sforzi. Non aveva nominato Lord Grande Ammiraglio o Consiglio dʼAmmiragliato, ma aveva riserbata a se stesso lʼalta direzione degli affari marittimi con la vigorosa assistenza di Pepys. Dice il proverbio che lʼocchio del padrone vale più di quello del ministro: e in una età di corruzione e di peculato è verosimile che un dipartimento al quale un sovrano, anche di pochissima mente, rivolge la propria attenzione, si mantenga comparativamente libero dagli abusi. Sarebbe stato facile trovare un ministro della marina più abile di Giacomo; ma non sarebbe stato facile, fra gli uomini pubblici di quel tempo, trovare, tranne Giacomo stesso, un ministro della marina, il quale non rubasse sulle provigioni, non accettasse doni dai contraenti, e non addebitasse la Corona deʼ non mai fatti ripari. E veramente il Re era quasi il solo del quale si potesse esser certiche non frodasse il Re. E però negli ultimi tre anni più che neʼ precedenti eravi stato meno sciupío e meno rubamenti negli arsenali. Sʼerano costruiti parecchi vascelli atti a navigare. Giacomo aveva emanato un opportuno decreto col quale, accrescendo la paga dei capitani, rigorosamente inibiva loro di trasportare da un porto allʼaltro mercanzie senza regia licenza. Lo effetto di queste riforme già era visibile; e a Giacomo non riuscì difficile allestire in brevissimo tempo una considerevole flotta. Trenta vascelli di linea, tutti di terzo e quarto ordine, furono ragunati nel Tamigi sotto il comando di Lord Dartmouth, la cui lealtà non ammetteva sospetto. Egli veniva reputato nellʼarte sua più esperto di tutti i marini patrizi, i quali in quella età inalzavansi ai supremi comandi nella flotta senza educazione marittima, ed erano a un tempo capitani di vascello sul mare, e colonnelli di fanteria per terra.[479]
XXXV. Lʼarmata regolare era più grande di quante ne avessero mai comandate i re dʼInghilterra, e fu rapidamente accresciuta. Nei reggimenti che esistevano vennero incorporate nuove compagnie. Furono create commissioni a formarne altri. Quattro mila uomini furono aggiunti alle forze militari dellʼInghilterra; tremila speditamente fatti venire dalla Irlanda; altrettanti dalla Scozia diretti verso il mezzogiorno. Giacomo stimava circa quaranta mila uomini—senza contarvi la milizia civica—le forze che poteva opporre agli invasori.[480]
La flotta e lo esercito, quindi, erano più che bastevoli a respingere la invasione degli Olandesi. Ma poteva il Re fidarsi dello esercito e della flotta? Le milizie urbane non accorrerebbero a migliaia al vessillo del liberatore? Il partito, che pochi anni innanzi aveva snudata la spada in favore di Monmouth, senza dubbio accoglierebbe il Principe dʼOrange. E dove era egli mai quel partito che per quarantasette anni era stato lʼegida della monarchia? Dove erano quegli strenui gentiluominii quali erano sempre stati pronti a spargere il proprio sangue a difesa della Corona? Oltraggiati e insultati, cacciati dalle magistrature e dalla milizia, mostravansi senza maschera lieti del pericolo in cui vedevano travagliarsi lo ingrato sovrano. Dove erano mai quei sacerdoti e prelati, i quali da dieci mila pergami avevano predicato il debito dʼobbedire allʼunto del Signore? Alcuni di loro erano stati messi in carcere, altri spogliati degli averi, e tutti posti sotto al ferreo giogo dellʼAlta Commissione, ed avevano grandemente temuto un nuovo capriccio del tiranno non li privasse della libera proprietà loro, lasciandoli senza un tozzo di pane. Eʼ sembrava incredibile che gli Anglicani, anche in quegli estremi, dimenticassero pienamente quella dottrina di cui menavano peculiare vanto. Ma poteva egli il loro oppressore augurarsi di trovare fra essi quello spirito che nella precedente generazione aveva trionfato sopra i soldati dʼEssex e di Waller, e dopo una disperata lotta ceduto solo al genio e vigore di Cromwell? Il tiranno ne impaurì davvero. E cessando di ripetere che le concessioni avevano sempre tratto i principi alla rovina, confessò amaramente essergli dʼuopo corteggiare di nuovo i Tory.[481]
XXXVI. Abbiamo ragione di credere che Halifax verso questo tempo fosse invitato a rientrare nel governo, e che ciò non gli spiacesse. La parte di mediatore fra il trono e la nazione era quella che meglio gli stava, e che ei singolarmente ambiva. Non si sa in che guisa si rompessero le pratiche con lui: ma non è improbabile che la questione della potestà di dispensare fosse difficoltà insormontabile. Per averla avversata, tre anni innanzi, era caduto in disgrazia; e fra le cose che erano quinci succedute non ve nʼera alcuna che gli potesse far cangiare opinione. Giacomo, dallʼaltro canto, era fermamente deliberato di non fare concessione alcuna intorno a quel punto.[482]Rispetto alle altre cose era meno pertinace.Emanò un proclama col quale solennemente prometteva proteggere la chiesa dʼInghilterra e mantenere lʼAtto dʼUniformità. Dichiaravasi desideroso di fare grandi sacrifici alla concordia. Diceva non volere più oltre insistere sullʼammissione deʼ Cattolici Romani alla Camera deʼ Comuni; e sperava di sicuro che i suoi sudditi giustamente apprezzerebbero la prova chʼegli porgeva a volere appagare i loro desiderii. Tre giorni dopo espresse la intenzione di porre nuovamente in ufficio i magistrati o i luogotenenti deputati chʼegli aveva destituiti per avere ricusato di secondare la politica del governo. Il dì dopo la comparsa di questa notificazione Compton fu dalla sospensione prosciolto.[483]
XXXVII. Nel tempo medesimo il Re diede udienza a tutti i vescovi che erano in Londra. Avevano chiesto dʼessere ammessi alla presenza di lui onde confortarlo deʼ loro consigli in quelle gravissime circostanze. Il Primate favellò per tutti. Rispettosamente pregò il Re a porre lʼamministrazione nelle mani dʼuomini che avessero i debiti requisiti per condurre il governo; revocare tutti gli atti consumati sotto pretesto della potestà di dispensare; annullare lʼAlta Commissione; riparare alle ingiustizie commesse contro il Collegio della Maddalena, e rendere ai Municipii le loro antiche franchigie. Accennò con molta chiarezza ad un desiderevole evento che avrebbe pienamente consolidato il trono e resa la pace al perturbato reame. Ove Sua Maestà sʼinducesse a riesaminare i punti controversi fra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, forse, mercè la grazia divina, gli argomenti che i vescovi desideravano esporle lʼavrebbero convinta essere suo debito ritornare alla religione del padre e dellʼavo. Finqui, disse Sancroft, aveva espresso glʼintendimenti deʼ suoi confratelli. Ma vʼera una cosa intorno a cui non li aveva consultati, e chʼegli reputava suo dovere esporre al sovrano. E veramente egli era il solo uomo del clero che potesse toccare di tale subietto senza essere sospettato di mirare al proprio interesse. La sede metropolitana di York da tre anni era vacante. Lo arcivescovo supplicò il Re di darla a un pio e dotto teologo, ed aggiunse che un siffatto teologo poteva senza difficoltà trovarsi fra coloroche erano lì presenti. Il Re seppe frenarsi tanto da rendere grazie ai Vescovi per quegli sgradevoli ammonimenti, e promise loro di ponderare bene ciò che avevano detto.[484]Quanto alla potestà di dispensare non volle cedere un jota. Nessuno deglʼindividui incapaci fu rimosso dagli uffici civili o militari. Ma alcuni deʼ suggerimenti di Sancroft vennero abbracciati. Dentro quarantotto ore la Corte dellʼAlta Commissione fu abolita.[485]Fu risoluto di rendere alla Città di Londra lo statuto toltole sei anni innanzi; e il Cancelliere fu mandato con gran solennità a recare a Guildhall quella veneranda cartapecora.[486]Sette giorni dopo fu annunziato al pubblico che il Vescovo di Winchester, il quale per virtù del proprio ufficio era Visitatore del Collegio della Maddalena, aveva avuto dal Re lo incarico di riparare ai danni recati a quella società. Eʼ non fu senza una lunga lotta e un amarissimo affanno che Giacomo scese a questa ultima umiliazione; e per vero dire non cedette finchè il Vicario Apostolico Leyburn, il quale, a quanto sembra, si condusse sempre da onesto e savio uomo, dichiarò che, secondo il suo giudicio, il Presidente e i Convittori cacciati avevano patito ingiustizia, e che per ragioni religiose e politiche era dʼuopo rendere loro il già tolto.[487]In pochi giorni fu pubblicato un decreto che restituiva le tolte franchigie a tutti i municipii.[488]
XXXVIII. Giacomo lusingavasi che concessioni sì grandi, fatte nel breve spazio dʼun mese, gli farebbero di nuovo acquistare lo affetto del suo popolo. Non può dubitarsi che ove egli le avesse fatte pria che vi fosse ragione ad attendereuna invasione dalla Olanda, avrebbero molto contribuito a riconciliarlo coi Tory. Ma i principi che concedono al timore ciò che ricusano alla giustizia, non debbono sperare gratitudine. Per tre anni il Re era stato duro ad ogni argomento, ad ogni preghiera. Chi deʼ ministri aveva osato inalzare la voce in favore della costituzione civile ed ecclesiastica del Regno, era caduto in disgrazia. Un Parlamento eminentemente realista erasi provato a protestare con dolci e rispettosi modi contro la violazione delle leggi fondamentali della Inghilterra, ed era stato acremente ripreso, prorogato, e disciolto. I giudici, ad uno ad uno, erano stati privati dellʼermellino, per non essersi voluti indurre a profferire sentenze contrarie ad ogni specie di leggi. Ai più spettabili cavalieri era stato chiuso lʼadito al governo delle loro Contee perchè avevano ricusato di tradire le libertà pubbliche. Gli ecclesiastici a centinaia erano stati privati deʼ loro beneficii, perchè sʼerano mantenuti fedeli ai propri giuramenti. Alcuni prelati, alla cui ostinata fedeltà il Re era debitore della propria corona, lo avevano supplicato in ginocchioni a non volere che si violassero le leggi di Dio e della patria. La loro modesta petizione era stata considerata come libello sedizioso. Erano stati forte ripresi, minacciati, imprigionati, processati, e a mala pena avevano scansata la estrema rovina. La nazione in fine, vedendo il diritto soverchiato dalla forza, e perfino le supplicazioni reputarsi delitto, cominciò a pensare al modo di commettere le proprie sorti allʼesito dʼuna guerra. Lʼoppressore seppe essere pronto un liberatore armato, il quale sarebbe di gran cuore accolto daʼ Whig e dai Tory, dai Dissenzienti e dagli Anglicani. E tutto cangiossi in un attimo. Quel governo che aveva rimeritato i suoi servitori fidi e costanti con la spoliazione e la persecuzione, quel governo che alle solide ragioni ed alle commoventi preghiere aveva risposto con le ingiurie e glʼinsulti, si fece in un istante stranamente mite. La Gazzetta in ciascun suo numero annunziava la riparazione di qualche ingiustizia. Allora chiaramente si conobbe che non era da porre fede nella equità, nellʼumanità, nella solenne parola del Re, e che egli avrebbe governato bene finchè esisteva il timore della resistenza. I suoi sudditi, quindi, non erano punto dispostia ridargli quella fiducia chʼegli aveva giustamente perduta, o a mitigare la pressura che sola gli aveva strappato dalle mani i pochi buoni atti da lui fatti in tutto il tempo del suo regnare. Cresceva sempre in cuore di tutti lʼardente desiderio dello arrivo degli Olandesi. La plebe aspramente imprecava e malediva ai venti che in quella stagione ostinatissimi spiravano da ponente, e impedivano che lʼarmata del Principe salpasse, e a un tempo portavano nuovi soldati irlandesi da Dublino a Chester. Dicevano spirare vento papista, ed affollavansi in Cheapside con gli occhi intenti sul campanile di Bow-Church pregando che la banderuola indicasse lo spirare di un vento protestante.[489]