Taluni hanno spesso richiesto, in tono di rimprovero, il perchè lo invito non fu mandato anche ai membri del Parlamento che lʼanno precedente era stato disciolto. La risposta è chiara. Uno deʼ precipui aggravi deʼ quali la nazione querelavasi era il modo onde era stato eletto quel Parlamento. La maggior parte deʼ rappresentanti i borghi erano stati eletti da collegi elettorali ordinati in un modo che veniva universalmenteconsiderato illegale, ed era stato biasimato dal Principe nel suo Manifesto. Lo stesso Giacomo, poco innanzi la sua caduta, aveva assentito a rendere aʼ Municipi le antiche franchigie. Guglielmo adunque sarebbe stato incoerentissimo a sè stesso, qualora, dopo dʼavere prese le armi col fine di ricuperare i ritolti privilegi municipali, avesse riconosciuto come legittimi rappresentanti delle città dʼInghilterra individui eletti in onta a quei privilegi.Sabato, il dì 22, i Lordi ragunaronsi nella consueta sala. Spesero quel giorno a stabilire il modo di procedere. Elessero un segretario; e non potendosi avere fiducia di nessuno deʼ dodici giudici, invitarono alcuni deʼ più reputati avvocati per giovarsi del loro consiglio nelle questioni legali. Deliberarono che nel prossimo lunedì lo stato del Regno verrebbe preso in considerazione.[610]Lo intervallo fra la tornata del sabato e quella del lunedì fu tempo dʼansietà e pieno dʼavvenimenti. Un forte partito fraʼ Pari vagheggiava tuttavia la speranza che la Costituzione e la religione del Regno si potessero assicurare senza deporre il Re dal trono. Costoro determinarono di mandargli un indirizzo supplicandolo consentisse termini tali da far cessare il malcontento e i timori suscitati dalla sua passata condotta. Sancroft, il quale, dopo il ritorno del Re da Kent a Whitehall, non sʼera più immischiato neʼ pubblici affari, in questa occasione uscì fuori del suo ritiro onde porsi a capo dei realisti. Parecchi messaggieri furono spediti a Rochester con lettere pel Re. Lo assicuravano che i suoi interessi sarebbero strenuamente difesi, solo chʼegli in questo estremo momento si persuadesse a rinunziare ai disegni cotanto dal suo popolo aborriti. Alcuni spettabili Cattolici Romani gli tennero dietro onde scongiurarlo, per amore della comune religione, non si ostinasse in una vana contesa.[611]Il consiglio era salutare; ma Giacomo non era in condizione da seguirlo. Comunque avesse avuto sempre debole e tardo intendimento, le donnesche paure e le puerili fantasieche gli agitavano lʼanima, glielo rendevano affatto inutile. Accorgevasi bene la sua fuga essere la cosa che sopra tutto temevano gli amici e desideravano glʼinimici suoi. E quando anco avesse corso pericolo di vita a rimanere, lʼoccasione era tale chʼegli avrebbe dovuto reputare infame il ritirarsi: imperocchè trattavasi di sapere se egli e i posteri suoi dovessero regnare assisi sul trono avito, o andare raminghi ed accattando in terra straniera. Ma nellʼanima sua ogni altro sentimento aveva ceduto al vigliacco timore di perdere la vita. Alle calde preghiere e alle incontrastabili ragioni degli agenti mandati a Rochester dagli amici suoi, egli dava una sola risposta: la sua testa essere in pericolo. Invano gli assicuravano tale sospetto essere privo di fondamento; il buon senso, ove non fosse la virtù, dovere dissuadere il Principe dʼOrange dalla colpa e vergogna del regicidio e del parricidio, e molti, i quali non consentirebbero a detronizzare il loro Sovrano mentre rimaneva nellʼisola, reputarsi per la sua diserzione sciolti dal loro debito di fedeltà. Ma la paura vinse ogni altro sentimento. Giacomo risolvè di partirsi; e gli era agevole farlo. Era trascuratamente guardato: tutti avevano a lui libero accesso; navi pronte a far vela trovavansi poco da lui distanti, e le barche potevano spingersi fino al giardino della casa dove egli alloggiava. Se fosse stato savio, le cure che davansi i suoi custodi a facilitargli la fuga, sarebbero state sufficenti a convincerlo chʼegli avrebbe dovuto rimanere colà dove era. E veramente la rete era così apertamente tesa da non ingannare altri che uno stolto reso insano dal terrore.XVIII. Il Re sollecitamente apparecchiò tutto per eseguire il proprio disegno. La sera del sabato 22 assicurò alcuni deʼ gentiluomini, i quali erano stati spediti da Londra portatori di nuove e di consigli, che li avrebbe veduti la dimane. Andonne a letto, levossi sul cadere della notte, e accompagnato da Berwick per un uscio secreto scese, e andò, traversando il giardino, alla spiaggia del Medway. Una piccola gondola stavasi ad aspettarlo. La domenica allʼalba i fuggenti erano sopra una barca da pescare che scendeva giù pel Tamigi.[612]Il pomeriggio la nuova della fuga giunse a Londra. I fautori del Re rimasero confusi. I Whig non poterono frenare la gioia loro. La fausta notizia incoraggiò il Principe a fare un ardito ed importante passo. Sapeva esservi comunicazioni tra la Legazione Francese e il partito ostile a lui. Era ben noto che quella Legazione sʼintendeva maravigliosamente di tutte le arti della corruzione; e mal poteva dubitarsi che in tanta congiuntura non aborrirebbero di adoperare le pistole e ogni sorta dʼintrighi. Barillon sommamente desiderava di rimanere per pochi altri giorni in Londra, e a tale scopo non aveva trascurata arte alcuna a blandire i vincitori. Nelle strade abboniva il popolaccio, che lo guardava in cagnesco, gettandogli dal cocchio pugni di monete. A mensa beveva pubblicamente alla salute del Principe dʼOrange. Ma Guglielmo non era uomo da lasciarsi prendere allʼamo da tali moine. A dir vero, non erasi arrogato lo esercizio della regia autorità; ma era Generale, e come tale non era tenuto a tollerare nel territorio da lui militarmente occupato la presenza di un uomo chʼegli credeva spione. Innanzi sera a Barillon fu intimato di partirsi dalla Inghilterra entro ventiquattro ore. Pregò caldamente gli si concedesse un breve indugio: ma i momenti erano preziosi; lʼordine fu ripetuto in modo più perentorio, ed ei di mala voglia partì per Dover. E perchè non vi mancasse nessuna dimostrazione di spregio e di sfida, venne scortato fino alla costa da uno deʼ suoi concittadini protestanti dalla persecuzione cacciati in esilio. Era tanto il risentimento che nel cuore di tutti avevano suscitato lʼambizione e lʼarroganza francese, che perfino quegli Inglesi i quali generalmente non inchinavano a guardare di buon occhio la condotta di Guglielmo, altamente plaudirono allorchè lo videro ritorcere con tanta energia la insolenza con che Luigi per tanti anni aveva trattato ogni corte dʼEuropa.[613]XIX. Il lunedì i Lordi adunaronsi di nuovo. Halifax venne eletto a presiedere. Il Primate era assente, i realisti afflitti e scuorati, i Whig ardenti ed animosissimi. Sapevasi che Giacomo partendo aveva lasciata una lettera. Alcuni degli amici suoi proposero che fosse deposta sul banco, vanamentesperando che contenesse cose tali da apprestare la base ad un prospero accomodamento. A tale proposta fu fatta e vinta la questione pregiudiciale. Godolphin, che era tenuto per bene affetto al suo antico signore, profferì poche parole che furono decisive. «Ho veduto lo scritto,» disse egli «e mi duole il dirvi che non contiene nulla che possa minimamente satisfare le Signorie Vostre.» E veramente non conteneva una sola parola di pentimento deʼ passati errori, non speranza di non più ricadervi in futuro, e di ciò che era accaduto dava la colpa alla malizia di Guglielmo e alla cecità dʼuna nazione ingannata dagli speciosi nomi di proprietà e religione. Nessuno tentò di proporre di aprire pratiche dʼaccordo con un Principe che pareva reso più ostinato nel male dalla rigorosa scuola dellʼavversità. Si disse qualcosa sul fare inchieste intorno alla nascita del Principe di Galles; ma i Pari Whig trattarono la cosa con isdegno. «Non mi aspettava, Milordi,» esclamò Filippo Lord Wharton, vecchia Testarotonda che aveva comandato un reggimento contro Carlo I in Edgehill, «non mi aspettava di udire alcuno in questo giorno rammentare il fanciullo cui fu dato il nome di Principe di Galles; e spero che ormai sia rammentato per lʼultima volta.» Dopo lungo discutere fu deliberato di presentare due indirizzi a Guglielmo. In uno lo pregavano di assumersi provvisoriamente lʼamministrazione del governo; nellʼaltro lo esortavano a invitare con lettere circolari munite della sua propria firma tutti i collegi elettorali del Regno a inviare i loro rappresentanti a Westminster. Nel tempo stesso i Pari assumevano lo incarico di emanare un ordine perchè tutti i Papisti, salvo pochi individui privilegiati, fossero banditi da Londra e dalle vicinanze.[614]I Lordi presentarono i loro indirizzi al Principe il dì susseguente, senza attendere lʼesito delle deliberazioni deʼ Comuni da lui convocati. Eʼ sembra che i Nobili ereditari in questo momento fossero ansiosissimi di far mostra della dignità loro, e non erano inchinevoli a riconoscere uguale autorità in una assemblea non riconosciuta dalla legge. Pensavano dʼessereuna vera Camera di Lordi; lʼaltra disprezzavano come illusoria Camera di Comuni. Guglielmo, nondimeno, saviamente disse di non volere nulla decidere finchè non conoscesse lʼopinione deʼ gentiluomini, i quali per lʼinnanzi erano stati onorati della fiducia delle Contee e delle città dʼInghilterra.[615]XX. I Comuni chʼerano stati chiamati adunaronsi nella Cappella di Santo Stefano e formarono unʼassemblea numerosa. Posero sul seggio presidenziale Enrico Powle, già rappresentante di Cirencester in vari Parlamenti, e deʼ principali propugnatori della Legge dʼEsclusione.Furono proposti e approvati indirizzi simili a quelli dei Lordi. Non vi fu differenza dʼopinioni sopra alcuna questione di grave momento; ed alcuni deboli tentativi fatti a suscitare discussioni sopra materie di forma, incontrarono universale disprezzo. Sir Roberto Sawyer disse di non potere intendere in che modo il Principe potesse amministrare il governo senza alcun titolo speciale, come sarebbe Reggente o Protettore. Il vecchio Maynard il quale, come giureconsulto, non aveva chi gli stesse a fronte, e che anche aveva somma pratica della tattica delle rivoluzioni, non ebbe cura di frenare il proprio sdegno contro una obiezione così puerile, fatta in un momento in cui la concordia e la prontezza erano della più alta importanza. «Noi staremo qui un secolo» disse egli «se rimarremo finchè Sir Roberto intenda come la cosa sia possibile.» Lʼassemblea reputò la risposta degna del cavillo che lʼavea provocata.[616]XXI. Le deliberazioni dellʼadunanza furono comunicate al Principe; il quale annunziò che oramai cederebbe alla richiesta delle due Camere, e spedirebbe lettere di convocazione per ragunare una Convenzione degli Stati del Reame, e finchè non fosse ragunata, eserciterebbe egli il potere esecutivo.[617]Ei sʼera accinto a non lieve impresa. Il Governo era onninamente sossopra. I Giudici di Pace avevano abbandonatele loro funzioni. Gli ufficiali della pubblica rendita avevano cessato di riscuotere le tasse. Lʼarmata disciolta da Feversham era ancora in confusione e pronta ad ammutinarsi. La flotta non era in meno tristi condizioni. Gli ufficiali militari e civili della Corona erano creditori di grosse somme per paghe arretrate; e nello Scacchiere altro non era che quarantamila lire sterline. Il Principe con somma energia si pose a rifare lʼordine. Pubblicò un proclama che esortava tutti i magistrati a continuare neʼ loro uffici, e un altro in cui ordinava la riscossione delle imposte.[618]Il nuovo riordinamento dello esercito con rapidità procedeva. Molti deʼ Nobili e gentiluomini cui Giacomo aveva tolto il comando deʼ reggimenti inglesi furono richiamati. Fu trovato modo a impiegare le migliaia di soldati irlandesi da Giacomo fatti venire in Inghilterra. Non potevano in sicurtà rimanere in un paese dove essi erano segno alla animosità nazionale e religiosa. Non potevano con sicurtà mandarsi a casa loro per afforzare lʼarmata di Tyrconnel. Fu quindi provveduto di spedirli sul continente, dove, sotto il vessillo di Casa dʼAustria, potevano riuscire dʼindiretta ma efficace utilità alla causa della costituzione inglese e della religione protestante. Dartmouth fu destituito; e promettendo ad ogni marinaio prontamente la paga dovutagli, la flotta riconciliossi a Guglielmo. La città di Londra imprese ad appianargli le difficoltà di finanza. Il Consiglio Municipale, con voto unanime, sʼimpegnò a procurargli duecento mila lire sterline. E fu considerato come gran prova della opulenza e del patriottismo dei mercatanti della metropoli il trovare in quarantotto ore la intera somma senza altra guarentigia che la parola del Principe. Poche settimane innanzi Giacomo non aveva potuto procurarsi una somma assai minore, ancorchè avesse offerto di pagare frutti più alti, e dare in pegno beni di molto pregio.[619]XXII. In pochissimi giorni lo sconvolgimento prodottodalla invasione, dalla insurrezione, dalla fuga di Giacomo e dalla sospensione dʼogni regolare governo, era finito, e il paese aveva ripreso il consueto aspetto. Regnava universale sentimento di sicurezza. Anche le classi maggiormente esposte allʼodio pubblico, e che avevano maggiore ragione a temere una persecuzione, furono protette dalla accorta clemenza del vincitore. Individui profondamente implicati negli illegali atti dello antecedente regno, non solo passeggiavano sicuri per le vie, ma profferivansi candidati alla Convenzione. Mulgrave non fu accolto di mala grazia al palazzo di San Giacomo. A Feversham, sprigionato, fu permesso di riprendere lʼunico ufficio pel quale aveva i debiti requisiti, cioè quello di tenere la banca al giuoco della bassetta in casa della Regina vedova. Ma non vi fu classe del popolo che avesse tanta cagione di sentire gratitudine per Guglielmo al pari deʼ Cattolici Romani. Non sarebbe stato savio partito abrogare formalmente i severi provvedimenti fatti daʼ Pari contro i credenti dʼuna religione generalmente aborrita dalla nazione: ma tali provvedimenti vennero praticamente annullati mercè la prudenza ed umanità del Principe. Marciando da Torbay alla volta di Londra aveva dato ordine di non recar danno alle persone e alle abitazioni deʼ papisti. Adesso rinnovò tali ordini, e ingiunse a Burnet gli facesse rigorosamente eseguire. Non poteva fare migliore scelta, imperciocchè Burnet era uomo di tanta generosità e buona indole, che il suo cuore era sempre aperto aglʼinfelici; e nel tempo medesimo il suo ben noto odio contro il papismo era pei più fervidi protestanti sufficiente sicurtà che glʼinteressi della religione loro non correrebbero il minimo rischio nelle mani di lui. Ascoltava cortesemente le querele deʼ Cattolici Romani, procurava il passaporto a tutti coloro che amavano meglio andarsene di là dal mare, e si recò da sè a Newgate per visitare i prelati ivi rinchiusi. Ordinò che venissero trasferiti in più comode stanze, e serviti con ogni riguardo. Gli assicurò solennemente che non verrebbe loro torto un capello, ed appena il Principe fosse in condizione da agire secondo che desiderava, gli avrebbe posti in libertà. Il Ministro di Spagna riferì al proprio Governo, e per mezzo di questo al Papa, che nessun Cattolico poteva sentire scrupolo di coscienza a cagionedella recente rivoluzione della Inghilterra; che deʼ pericoli, ai quali i credenti nella vera Chiesa trovavansi esposti, il solo Giacomo era responsabile, e che il solo Guglielmo li aveva salvati da una sanguinosa persecuzione.[620]XXIII. E però con quasi piena soddisfazione i Principi della Casa dʼAustria e il Sommo Pontefice sentirono che il lungo vassallaggio della Inghilterra era finito. Come si seppe in Madrid che Guglielmo andava a vele gonfie nella sua intrapresa, un solo nel consiglio di Stato di Spagna osò esprimere il proprio rincrescimento al vedere come un fatto, che politicamente considerato era faustissimo, sarebbe stato dannoso aglʼinteressi della vera Chiesa.[621]Ma la tollerante politica del Principe prestamente quietò tutti gli scrupoli, e il suo inalzamento non fu veduto con minore satisfazione dai bacchettoni Grandi di Spagna, che dai Whig inglesi.Con assai diverso sentimento la nuova di questa grande rivoluzione fu accolta in Francia. In un solo giorno la politica dʼun regno lungo, pieno di vicissitudini e glorioso, restò sconcertata. Inghilterra era di nuovo la Inghilterra dʼElisabetta e di Cromwell; e le relazioni di tutti gli Stati della Cristianità furono pienamente cangiate dalla repentina intromissione di questo nuovo potentato nel sistema europeo. I Parigini non sapevano dʼaltro discorrere se non di ciò che seguiva in Londra. Il sentimento nazionale e religioso spingevalia parteggiare per Giacomo. Non sapevano un jota della costituzione inglese. Abbominavano la Chiesa Anglicana. La nostra rivoluzione pareva loro non il trionfo della libertà sopra la tirannide, ma una orrenda tragedia domestica, nella quale un venerabile e pio Servio veniva tratto giù dal trono da un Tarquinio, e schiacciato dalle ruote del cocchio dʼuna Tullia. Gridavano vergogna ai capitani traditori, esecravano le snaturate figliuole, e sentivano per Guglielmo profondo disgusto, comecchè temperato dal rispetto che il valore, la capacità, e i prosperi successi sogliono ispirare.[622]La Regina, sotto la sferza del notturno vento e della pioggia, stringendo al petto il parvolo erede di tre corone, il Re arrestato, derubato, e oltraggiato da uomini ribaldi, erano cose che destavano commiserazione e romanzesco interesse nel cuore di tutti i Francesi. Ma Luigi fu quegli che provò particolari emozioni vedendo le calamità della Casa Stuarda. Si sentì ridestare nellʼanima lo egoismo e la generosità tutta dellʼindole sua. Dopo molti anni di prosperità egli aveva finalmente dato in un grave inciampo. Aveva calcolato sopra lo aiuto o la neutralità della Inghilterra; e adesso non poteva altro da quella aspettarsi che energica e pertinace ostilità. Parecchi giorni innanzi avrebbe non senza ragione potuto sperare di soggiogare le Fiandre e dettare la legge alla Germania; e adesso si reputerebbe fortunato ove potesse difendere i confini del Regno contro una lega da lunghissimi anni non più veduta in Europa. Da questa cotanto nuova, impacciosa e pericolosa posizione, nullʼaltro che una controrivoluzione o una guerra civile nelle Isole britanniche poteva liberarlo. Per le quali cose ambizione e paura lo spingevano ad abbracciare la causa della caduta dinastia. Ed è giusto il dire che a ciò fare lo movevano anche sentimenti più nobili che lʼambizione e il timore non fossero. Il suo cuore era naturalmente compassionevole, e le sciagure di Giacomo erano tali da svegliare tutta la compassione di Luigi. Le circostanze in cui egli erasi trovato avevano impedito il libero corso ai suoi buoni sentimenti. La simpatia rade volte è vigorosa doveè grande ineguaglianza di condizioni; ed egli sʼera tanto alto levato sopra gli altri uomini, che le loro miserie gli destavano in cuore una tepida pietà, quale sarebbe quella che noi proviamo ai patimenti degli animali inferiori, dʼun pettirosso affamato o dʼun spedato cavallo da posta. La devastazione del Palatinato e la persecuzione degli Ugonotti non gli avevano quindi turbato lʼanimo in guisa, che tosto non glielo mettessero in calma lʼorgoglio e la bacchettoneria. Ma si sentì destare nellʼanima tutta la tenerezza di cui egli era capace, vedendo la miseria di un gran Re, che pochi giorni innanzi era stato servito in ginocchio da grandi Signori, e che adesso era esule e mendico. A questo sentimento di tenerezza era commista una vanità non ignobile. Voleva dare al mondo un esempio di munificenza e cortesia. Voleva mostrare allʼumanità quale dovrebbe essere il contegno di un perfetto gentiluomo in altissimo stato e in una solenne congiuntura; e, a vero dire, ei si condusse da uomo cavallerescamente urbano e generoso, sì che di altro esempio non si onoravano gli annali della Europa dal tempo in cui il Principe Nero si stette in piedi dietro la sedia del Re Giovanni a cena nel campo di Poitiers.XXIV. Appena si seppe in Versailles che la Regina dʼInghilterra era approdata in Francia, le venne apparecchiato un palazzo. Furono spediti cocchi e compagnie di Guardie por istarsi agli ordini di lei. Perchè ella potesse comodamente viaggiare, si feʼ racconciare la strada di Calais. A Lauzun non solo fu, a riguardo di lei, concesso perdono delle colpe passate, ma egli ebbe lʼonore dʼuna lettera amichevole scritta di mano di Luigi. Maria faceva cammino alla volta della corte francese, allorquando giunse la nuova che il suo marito, dopo un procelloso viaggio, era sbarcato a salvamento presso il piccolo villaggio dʼAmbleteuse. Personaggi dʼalto grado furono tosto spediti da Versailles a compirlo e servirgli di scorta. Frattanto Luigi, accompagnato dalla sua famiglia e daʼ suoi Nobili, uscì in solenne corteo a ricevere lʼesule Regina. Il suo cocchio sontuoso era preceduto dagli alabardieri svizzeri. Lo fiancheggiava di qua o di là il corpo delle Guardie a cavallo sonando i cimbali e le trombe. Dietro il Re in cento carrozze, ciascuna tirata da sei cavalli, veniva la più splendida aristocrazia chefosse in Europa, tutta piume, nastri, gioie e ricami. La processione non aveva fatto molto cammino quando fu annunziato che Maria appressavasi. Luigi scese dal cocchio, e a piedi le andò incontro. Ella diede in uno scoppio di passionate espressioni di gratitudine. «Madama,» disse il Re di Francia «egli è un tristo servigio quello che oggi vi rendo. Spero che in futuro io possa rendervene di maggiori e più piacevoli.» Così dicendo, baciò il pargoletto Principe di Galles, e fece sedere alla sua destra la Regina nel cocchio reale. Allora la cavalcata si volse verso Saint-Germain.Quivi nella estremità dʼuna foresta popolata di belve da caccia, e in cima a un colle che sovrasta al tortuoso corso della Senna, Francesco I aveva edificato un castello, ed Enrico IV una magnifica terrazza. Di tutte le magioni deʼ Re di Francia, in nessuna si respirava aria più salubre e godevasi un più ameno spettacolo. La grandezza e vetustà veneranda degli alberi, la beltà deʼ giardini, lʼabbondanza delle acque erano in gran fama. Ivi Luigi XIV era nato, e nei suoi giovani anni ivi avea tenuta la sua corte, aveva aggiunti vari padiglioni alla magione di Francesco, e finita la terrazza di Enrico. Nonostante, presto il Re provò inesplicabile disgusto pel luogo dove era nato. Ei lasciò Saint-Germain per trasferirsi a Versailles, e spese somme pressochè favolose nel vano sforzo di creare un paradiso in un luogo singolarmente sterile e insalubre, tutto sabbia e fango, senza boschi, senza acqua e senza caccia. Saint-Germain adunque fu scelto per abitazione della reale famiglia dʼInghilterra. Vi era stata in fretta trasportata sontuosa mobilia. Le stanze pel Principe di Galles erano state provvedute dʼogni cosa necessaria ai bisogni dʼun pargolo. Uno deʼ servi presentò alla Regina la chiave di un ricco scrigno che trovavasi nello appartamento di lei. Ella lo aprì, e vi trovò dentro seimila luigi dʼoro.XXV. Il dì susseguente Giacomo arrivò a Saint-Germain. Vi era Luigi a riceverlo. Lo sventurato esule gli fece un sì profondo inchino che pareva volesse abbracciare le ginocchia del suo protettore. Luigi sollevatolo, abbracciollo con fraterna tenerezza. I due Re entrarono in camera della Regina. «Ecco qui un gentiluomo» le disse Luigi «che voi gradirete di vedere.»Quindi dopo avere pregato il suo ospite a volere pel dì prossimo visitare Versailles, e concedergli il piacere di mostrargli gli edificii, le pitture, e le piantagioni, prese commiato, senza cerimonie, quasi fossero vecchi amici.Dopo poche ore agli sposi reali venne annunziato che per tutto il tempo chʼessi farebbero al Re di Francia il favore di accettarne lʼospitalità, verrebbe loro pagata dal suo tesoro lʼannua somma di quarantacinquemila lire sterline. Diecimila ne furono subito date loro per le spese dʼinstallazione.La liberalità di Luigi fu non per tanto molto meno rara e ammirevole della squisita delicatezza con che ei si affaticò ad addolcire le amarezze deʼ suoi ospiti ed alleggiare il quasi intollerabile peso degli obblighi che addossava loro. Egli, che fino allora nelle questioni di precedenza era stato fastidioso, litigioso, insolente, che sʼera più volte mostrato pronto a gettare la Europa in guerra più presto che cedere nel più frivolo punto dʼetichetta, adesso fu puntiglioso contro sè stesso, ma puntiglioso per i suoi sventurati amici. Ordinò che Maria fosse trattata con tutti i segni di rispetto onde era stata trattata la defunta sua moglie. Fu discusso se i Principi della Casa di Borbone avessero diritto di sedersi in presenza della Regina. Simiglianti inezie erano cose gravi nellʼantica Corte di Francia. Vʼerano esempi pro e contra: ma Luigi decise la questione contro il proprio sangue. Alcune dame dʼaltissimo grado trascurarono la cerimonia di baciare il lembo della veste di Maria. Luigi notò la omissione, e con voce tale e con tale sguardo, che tutte le dame di corte da quel giorno mostraronsi sempre pronte a baciarle il piede. Allorquando lʼEster, pur allora scritta da Racine, venne rappresentata in Saint-Cyr, Maria occupò il seggio dʼonore. Giacomo le sedeva a destra. Luigi modestamente le si assise a sinistra. Anzi ei consentì che nel suo proprio palazzo un esule, il quale viveva della sua generosità, assumesse il titolo di Re di Francia, e come Re di Francia inquartasse i gigli coʼ lioni inglesi, e come Re di Francia neʼ giorni in che la corte prendeva il lutto, vestisse abito di colore violetto.Il contegno deʼ Nobili francesi in pubblico prendeva norma dal Sovrano, ma non era possibile impedire che essi liberamentepensassero ed esprimessero i loro pensieri nelle conversazioni private, con la pungente e delicata arguzia che forma il carattere della nazione e del ceto loro. Di Maria pensavano favorevolmente. La trovavano piacente di persona e dignitosa nel portamento. Ne veneravano il coraggio e lo affetto di madre, e ne commiseravano la sinistra fortuna. Ma per Giacomo sentivano estremo dispregio. Non potevano patire la sua insensibilità, il modo freddo onde egli discorreva con chi che si fosse della propria rovina, e il fanciullesco diletto che prendeva della pompa e del lusso di Versailles. Attribuivano questa strana apatia, non a filosofia o religione, ma a stupidità e abiettezza dʼanimo, e notarono come nessuno che aveva avuto lʼ onore dʼascoltare dalla bocca di Sua Maestà Britannica il racconto dello proprie vicissitudini si maravigliasse di vedere lui in Saint-Germain e il suo genero nel palazzo di San Giacomo.[623]XXVI. Nelle Province Unite la commozione prodotta dalle nuove giunte dʼInghilterra era anche maggiore che in Francia. Era quello il tempo in cui la Batava Federazione era pervenuta al più alto fastigio di gloria e potenza. Dal giorno in cui la spedizione fece vela tutta la nazione olandese era stata in preda a somma ansietà. Le chiese non erano mai state come allora popolate di gente. I predicatori non avevano mai arringato con maggiore veemenza. Gli abitanti dellʼAja non poterono frenarsi dallo insultare Albeville. La sua casa era giorno e notte sì strettamente circondata dalla plebaglia, che nessuno rischiavasi a visitarlo; ed egli temeva non appiccassero fuoco alla sua cappella.[624]Ad ogni corriere che giungeva recando nuove dello avanzarsi del Principe, i suoi concittadini si sentivano rincuorati; e allorquando si seppe chʼegli, cedendo allo invito fattogli dai Lordi e dallʼAssemblea deʼ Comuni, aveva assunto il potere esecutivo, tutte le fazioni olandesi proruppero in un grido universale di gioia e dʼorgoglio. Sollecitamente fu speditaunʼambasceria straordinaria a recargli le congratulazioni della madre patria. Uno degli ambasciatori era Dykvelt, uomo in quella occasione di non poca utilità per la destrezza, e per la profonda scienza chʼegli aveva della politica inglese; e gli fu dato per collega Niccola Witsen, Borgomastro dʼAmsterdam, il quale sembra essere stato scelto a fine di provare a tutta Europa che la lunga contesa tra la Casa dʼOrange e la città principale della Olanda era cessata. Il dì 8 gennaio Dykwelt e Witsen si presentarono a Westminster. Guglielmo favellò loro con franchezza e cordialità tali che rare volte ei mostrava conversando con glʼInglesi. Le sue prime parole furono queste: «Bene! e che cosa dicono ora gli amici a casa nostra?» E veramente il solo plauso che parve forte commuovere la stoica indole di lui, fu quello della terra natia. Della immensa popolarità chʼegli godeva in Inghilterra, parlò con freddo sdegno, e predisse con troppa verità la reazione che ne sarebbe seguita. «Qui» disse egli «oggi dappertutto si gridaOsanna, e forse domani si grideràCrucifige».[625]XXVII. Il dì appresso furono eletti i primi membri della Convenzione. La città di Londra diede lo esempio, e senza contesa elesse quattro ricchi mercatanti caldissimi Whig. Il Re e i suoi fautori avevano sperato che molti ufficiali deʼ collegi elettorali considererebbero come nulla la lettera del Principe; ma fu vana speranza. Le elezioni procederono rapidamente e senza intoppo. Non vi fu quasi ombra di contesa: imperocchè la nazione per più dʼun anno aveva sempre aspettato lʼapertura delle Camere. I decreti di convocazione erano stati due volte emessi e due revocati. Alcuni collegi elettorali, per virtù di tali decreti, avevano già eletto i loro rappresentanti. Non vʼera Contea nella quale i gentiluomini e i borghesi non avessero, molti mesi prima, posto lʼocchio sopra candidati buoni protestanti,ad eleggere i quali dovevasi fare ogni sforzo in onta ai voleri del Re e ai raggiri del Lord Luogotenente; e questi candidati ora vennero generalmente eletti senza opposizione.Il Principe diede rigorosi ordini che nessuno ufficiale pubblico in questa occasione adoperasse quelle arti che avevano recato tanto disonore al cessato Governo. Comandò in ispecie che nessun soldato osasse mostrarsi nelle città nelle quali facevansi le elezioni.[626]I suoi ammiratori poterono vantare, e i suoi nemici sembra non potessero negare, che gli elettori esprimessero liberamente la propria opinione. Vero è chʼegli rischiava poco. Il partito a lui bene affetto era trionfante e pieno dʼentusiasmo, di vita e dʼenergia. Quello da cui poteva aspettarsi seria opposizione era disunito e scorato, stizzito con sè stesso, e anco più stizzito col proprio capo. La maggior parte, quindi, delle Contee e deʼ borghi elessero rappresentanti Whig.XXVIII. Eʼ non fu sopra la sola Inghilterra che Guglielmo estese la sua tutela. La Scozia era insorta contro i suoi tiranni. Tutti i soldati regolari, i quali lʼavevano lungamente tenuta in freno, erano stati richiamati da Giacomo per soccorrerlo contro glʼinvasori olandesi, tranne un piccolo presidio, che sotto il comando del Duca di Gordon, gran signore cattolico, stavasi nel castello dʼEdimburgo. Ogni corriere che era andato nelle contrade settentrionali nel mese di novembre, mese così pieno di vicende, aveva recato nuove che concitavano le passioni degli oppressi Scozzesi. Finchè era ancor dubbio lʼesito delle operazioni militari, in Edimburgo accaddero subugli e clamori che si fecero più minacciosi dopo la ritirata di Giacomo da Salisbury. Gran torme di gente ragunavansi primamente di notte, poi di giorno. Bruciavano le immagini del papa; chiedevano clamorosamente un libero Parlamento: si videro attaccati ai muri deʼ cartelli dove le teste deʼ ministri della Corona erano messe a prezzo. Fra costoro il più detestato era Perth, come colui chʼera Cancelliere, godeva altamente il regio favore, era apostata della fede riformata, e il primo che aveva nelle leggi penali della patria introdotto il ferreo strumento per macerare le dita. Era uomo privo di vigore, e dʼanimoabietto; e il solo coraggio chʼegli avesse era la sfrontatezza che sfida la infamia, e assiste senza commuoversi agli altrui tormenti. In quel tempo era capo del Consiglio; ma, venutogli meno lʼanimo, abbandonò il proprio posto, e a fuggire ogni pericolo,—secondo che giudicava dagli sguardi e dalle grida del feroce popolaccio,—di Edimburgo,—ritirossi a una sua villa che sorgeva non lontana dalla città. Si fece accompagnare a Castle Drummond da una numerosa guardia; ma, appena partito lui, la città insorse. Pochi soldati provaronsi di reprimere la insurrezione, ma furono vinti. Il palazzo di Holyrood, che era stato trasformato in seminario e tipografia cattolica romana, fu preso dʼassalto e saccheggiato. Libri papalini, rosari, crocifissi e pitture furono accatastati e arsi in High Street. Framezzo a tanta agitazione giunse la nuova della fuga del Re. I membri del Governo deposero ogni pensiero di contendere col furore popolare, e mutarono partito con quella prontezza allora comune fra i politici scozzesi. Il Consiglio Privato con un proclama ordinò il disarmo di tutti i papisti, e con un altro invitò i protestanti a collegarsi per la difesa della religione pura. La nazione non aveva aspettato lo invito. Città e campagna erano già in arme a favore del Principe dʼOrange. Nithisdale e Clydesdale erano le sole regioni in cui fosse ombra di speranza che i cattolici romani farebbero testa; ed entrambe furono occupate da bande di presbiteriani armati. Fra glʼinsorti erano alcuni cupi e feroci uomini, i quali, già stati infidi ad Argyle, ora erano egualmente pronti ad esserlo a Guglielmo. Dicevano Sua Altezza essere uomo maligno; non una parola della Convenzione nel suo Manifesto; gli Olandesi, gente con la quale nessun vero servo di Dio poteva concordare, essere in lega coʼ Luterani, e un Luterano, al pari dʼun Gesuita, essere figlio del demonio. Ma la voce universale di tutto il Regno vinse lo sconcio gracidare di cotesta odiata fazione.[627]Il concitamento in breve giunse fino alle vicinanze di Castle Drummond. Perth conobbe di non essere sicuro nè anche fraʼ suoi propri servi e fittajuoli. Si abbandonò a quel disperato dolore in cui la sua cruda tirannia aveva spesso gettatouomini migliori di lui. Si provò di cercare conforto neʼ riti della sua novella Chiesa. Importunava i preti a confortarlo, pregava, si confessava, si comunicava: ma la sua fede era sì debole chʼegli affermò che, malgrado tutte le sue divozioni, era straziato dal terrore della morte. Intanto seppe che potea fuggire sopra un vascello che stavasi di faccia a Brentisland. Travestitosi come meglio potè, dopo un lungo e difficile cammino per non frequentati sentieri su per i monti dʼOchill, che allora erano coperti di neve, gli venne fatto dʼimbarcarsi: ma, non ostante tutte le sue cautele, era stato riconosciuto, e il grido della scoperta sʼera in un baleno propalato. Come si seppe che il crudo rinnegato era in mare ed aveva seco dellʼoro, taluni incitati dallʼodio e dalla cupidigia si posero ad inseguirlo. Un legno comandato da un antico cacciatore di buoi raggiunse il fuggente vascello e lo prese allʼabbordaggio. Perth travestito da donna dal fondo in cui sʼera nascosto fu tratto sul ponte, dove fu spogliato, frugato e saccheggiato. Gli aggressori appuntarongli le baionette al petto. E mentre ei con abiette strida supplicava gli lasciassero la vita, fu condotto a terra e gettato nella prigione comune di Kirkaldy. Di là, per ordine del Consiglio da lui dianzi presieduto, e che era composto dʼuomini partecipi delle sue colpe, fu trasferito al Castello di Stirling. Era giorno di domenica, e lʼora degli uffici divini, allorquando egli, cinto da guardie, fu menato alla sua prigione; ma perfino i rigidi Puritani dimenticarono la santità del giorno e del servizio. La gente erompeva fuori dalle chiese per vedere passare quel carnefice, e il frastuono delle minacce, maledizioni e urli dʼira lo accompagnò fino alla porta del carcere.[628]Vari egregi Scozzesi trovavansi in Londra quando vi arrivò il Principe; e molti altri vi accorsero a corteggiarlo. Il dì 7 gennaio li chiamò a Whitehall. La congrega fu grande e rispettabile: al Duca di Hamilton e al Conte di Arran suo primogenito, capi dʼuna casa quasi regale, tenevano dietro trenta Lordi e circa ottanta gentiluomini di gran conto. Guglielmo gli esortò a consultare fra loro, e fargli sapere il miglior mododi promuovere il bene del loro paese. Quindi ritirossi perchè deliberassero liberamente senza lo impaccio della presenza di lui. Andati alla sala del Consiglio, posero Hamilton sul seggio. Ancorchè sembri che ci fosse poca differenza dʼopinione, le discussioni loro durarono tre giorni, fatto che si spiega pensando che Sir Patrizio Hume era uno degli oratori. Arran rischiossi a proporre sʼaprissero col Re pratiche dʼaccordo. Ma tale proposta, male accolta da suo padre e dalla intera assemblea, non trovò nessuno che la secondasse. Alla perfine vennero a deliberazioni strettamente somiglievoli a quelle che, pochi giorni innanzi, i Lordi e i Comuni dʼInghilterra avevano presentate al Principe. Lo pregavano di convocare una Convenzione degli Stati di Scozia, stabilire il dì 14 marzo per giorno dellʼAdunanza, e fino a quel giorno assumersi egli lʼamministrazione civile e militare. Il Principe assentì alla richiesta; e quindi il governo di tutta lʼisola si ridusse nelle sue mani.[629]XXIX. Avvicinavasi il momento decisivo, e si accrebbe lʼagitazione nel pubblico. In ogni dove vedevansi gli uomini politici far capannelli e discutere. Le botteghe da caffè fervevano; le tipografie della metropoli lavoravano senza posa. Deʼ fogli stampati a quel tempo, anche oggi se ne possono raccogliere tanti da formare vari volumi; e non è difficile, leggendo tali scritture, farsi una idea delle condizioni in cui trovavansi i partiti.Era una piccolissima fazione che voleva richiamare Giacomo senza alcuna stipulazione. Altra fazione anchʼessa piccolissima voleva istituire una repubblica, e affidare il governo ad un Consiglio di Stato sotto la presidenza del Principe dʼOrange. Ma entrambe queste estreme opinioni erano a tutti in aborrimento. Diciannove ventesimi della nazione erano gente in cui lo affetto alla monarchia ereditaria era congiunto, benchè ove più ove meno, con lo affetto alla libertà costituzionale, e che era egualmente avversa allʼabolizione della dignità regia e alla restaurazione incondizionata del Re.Ma nel vasto spazio che divideva i bacchettoni che seguitavano ad attenersi alle dottrine di Filmer, dagli entusiastiche tuttavia sognavano i sogni di Harrington, vʼera luogo per molte varietà dʼopinioni. Se poniamo da parte le minute suddivisioni, vedremo che la massima parte della nazione e della Convenzione era partita in quattro corpi: tre erano Tory, il quarto era Whig.Lʼaccordo tra i Whig e i Tory non era rimaso superstite al pericolo che lʼaveva fatto nascere. In varie occasioni mentre che il Principe marciava alla volta di Londra, la dissensione era scoppiata fraʼ suoi fautori. Mentre era ancor dubbio lʼesito della impresa, egli con isquisito accorgimento aveva di leggieri chetato ogni dissenso. Ma dal dì in cui egli entrò trionfante nel palazzo di San Giacomo, ogni suo accorgimento tornò inefficace. La vittoria, liberando la nazione dalla paura della tirannide papale, gli aveva rapita di mano mezza la sua influenza. Vecchie antipatie, che sedaronsi mentre i Vescovi erano nella Torre, i Gesuiti in consiglio, i leali ecclesiastici a torme privati del loro pane, i leali gentiluomini a centinaia scacciati dalle Commissioni di pace, si ridestarono forti ed operose. Il realista raccapricciava pensando di trovarsi in lega con coloro chʼegli fino dalla sua giovinezza mortalmente odiava, coi vecchi capitani parlamentari che gli avevano devastate le ville, coi vecchi commissari parlamentari che gli avevano sequestrati i beni, con uomini che avevano in Rye House tramato il macello e capitanata la insurrezione delle contrade occidentali. Inoltre quella diletta Chiesa, per amore della quale egli, dopo una penosa lotta, aveva rotto il suo debito dʼobbedienza verso il trono, era ella veramente salva? O lʼaveva egli redenta da un nemico perchè rimanesse in preda ad un altro? I preti papisti, a dir vero, erano in esilio, nascosti, o imprigionati. Nessun Gesuita o Benedettino che avesse cara la vita osava mostrarsi vestito degli abiti dellʼordine suo. Ma i dottori presbiteriani e glʼIndipendenti andavano in processione a riverire il capo del governo, e venivano da lui accolti di buona grazia come i veri successori degli apostoli. Alcuni scismatici apertamente dicevano sperare che tosto sarebbe tolto via ogni ostacolo che gli escludeva daʼ beneficii ecclesiastici; che gli Articoli verrebbero mitigati, riformata la liturgia; non più festa il dì di Natale, non più digiuno il venerdìsanto; canonici consacrati dal Vescovo, senza le bianche vestimenta, ministrerebbero nei cori delle cattedrali il pane e il vino eucaristico ai fedeli comodamente assisi neʼ loro banchi. Il Principe certamente non era presbiteriano fanatico; ma per lo meno era Latitudinario: non aveva scrupolo di comunicarsi secondo il rito anglicano; ma non si dava pensiero intorno alla forma secondo la quale altri si comunicava. Era anco da temersi che la moglie fosse troppo imbevuta deʼ principii di lui. La coscienza della Principessa era diretta da Burnet. Ella aveva ascoltato predicatori appartenenti a diverse sètte protestanti. Aveva dianzi detto di non discernere differenza veruna tra la Chiesa anglicana e le altre Chiese riformate.[630]Era quindi necessario che i Cavalieri in cosiffatte circostanze seguissero lo esempio dato nel 1641 dai padri loro, si separassero dalle Testerotonde e dai settarii, e, nonostante tutti i falli del monarca ereditario, sostenessero la causa della ereditaria monarchia.La parte animata da questi sentimenti era numerosa e rispettabile. Comprendeva circa mezza la Camera deʼ Lordi, circa un terzo di quella deʼ Comuni, la maggior parte deʼ gentiluomini rurali, e almeno nove decimi del clero; ma era lacerata dalle dissensioni, e per ogni lato cinta di ostacoli.XXX. Una frazione di questo gran partito, frazione che era specialmente forte fra gli ecclesiastici, e della quale Sherlock era lʼorgano principale, voleva si aprissero pratiche dʼaccordo con Giacomo, che fosse invitato a ritornare a Whitehall a condizioni tali che pienamente rimanesse assicurata la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno.[631]Egli è evidente che questo disegno, benchè fosse vigorosamente propugnato dal clero, era al tutto incompatibile con le dottrine per lunghi anni da esso insegnate. Veramente era un tentativo di aprire una via di mezzo dove non era spazio ad aprirla, di effettuare una concordia tra due cose che concordia non ammettevano, cioè tra la resistenza e la non resistenza. I Tory dapprima sʼerano appoggiati al principio della non resistenza; ma la più parte di loro avevano abbandonato quel principio e noninchinavano a riabbracciarlo. I Cavalieri dʼInghilterra, come classe, erano stati così, direttamente o indirettamente, implicati nella ultima insurrezione contro il Re, che non potevano per vergogna parlare del sacro debito di obbedire a Nerone; nè volevano richiamare il Principe sotto il cui pessimo governo avevano cotanto sofferto, senza esigere da lui condizioni tali da rendergli impossibile ogni abuso di potere. Trovavansi quindi in falsa posizione. La loro antica teoria, vera o falsa che fosse, almeno era completa e coerente. Se era vera, dovevano immediatamente invitare il Re a tornare indietro e permettergli, ove così gli piacesse, di punire nel capo come rei di crimenlese Seymour e Danby, il Vescovo di Londra e quello di Bristol, ristabilire la Commissione ecclesiastica, riempiere la Chiesa di dignitari papisti, e porre lo esercito sotto il comando di ufficiali papisti. Ma se, come gli stessi Tory allora sembravano confessare, quella teoria era falsa, a che aprire pratiche dʼaccordo col Re? Se ammettevano chʼegli potesse legalmente essere privato del trono finchè non desse soddisfacenti guarentigie per la sicurtà della costituzione della Chiesa e dello Stato, non era agevole negare chʼegli potesse legalmente esserne privato per sempre. Imperocchè quale soddisfacente guarentigia poteva egli dare? Come era possibile formulare un Atto di Parlamento in termini più chiari di quelli in che erano espressi gli atti parlamentari, i quali ingiungevano che il Decano della Chiesa di Cristo fosse un protestante? Come era egli possibile esprimere una qualunque promessa con parole più energiche di quelle con le quali Giacomo aveva più volte dichiarato di rigorosamente rispettare i diritti del Clero Anglicano? Se legge od onore fossero stati bastevoli a vincolarlo, ei non sarebbe mai stato costretto a fuggire dal suo Regno. E non valendo onore o legge a vincolarlo, era savio provvedimento permettergli che ritornasse.XXXI. È possibile, non pertanto, che, malgrado i predetti argomenti, una proposta di aprire pratiche con Giacomo sarebbe stata fatta nella Convenzione e sostenuta daʼ Tory, ove egli in questa, come in qualsivoglia altra occasione, non fosse stato il peggiore nemico di sè stesso. Ogni corriere postale che giungeva a Londra da Saint-Germain, recava nuovetali da intiepidire lo ardore deʼ suoi partigiani. Ei non credeva valesse lo incomodo simulare rincrescimento deʼ passati errori o promessa di emendarsi. Pubblicò un Manifesto, nel quale diceva avere sempre posto ogni cura a governare con giustizia e moderazione i suoi popoli, e che essi ingannati da immaginari aggravi erano corsi da sè alla rovina.[632]La sua demenza ed ostinazione fece sì che coloro i quali più ardentemente desideravano riporlo sul trono ad eque condizioni, comprendessero che, proponendo in quel momento dʼaprire pratiche con lui, danneggerebbero la causa che volevano propugnare. Deliberarono quindi di collegarsi con unʼaltra fazione di Tory capitanata da Sancroft. Questi credè avere trovato modo di provvedere al governo del paese senza richiamare Giacomo, non privandolo ad un tempo della sua Corona. Questo modo altro non era che istituire una Reggenza. I più ostinati di queʼ teologi che avevano inculcata la dottrina della obbedienza passiva non avevano mai sostenuto che siffatta obbedienza si dovesse prestare ad un bambino o a un demente. Era universalmente riconosciuto che, quando il legittimo Sovrano fosse intellettualmente incapace di esercitare il proprio ufficio, poteva deputarsi alcuno ad agire in sua vece, e che chiunque resistesse a cotesto deputato, e per iscusa allegasse il comando di un principe in fasce o demente, incorrerebbe giustamente nelle pene della ribellione. La stupidità, lʼostinatezza, e la superstizione—in questa guisa ragionava il Primate—avevano reso Giacomo inetto a reggere i propri dominii come un fanciullo in fasce, o un pazzo che nel Manicomio di Bedlam si giaccia sulla paglia digrignando i denti e dicendo scempie parole. Era dunque mestieri appigliarsi al provvedimento preso allorchè Enrico VI era infante, e una seconda volta abbracciato allorchè fu colpito da letargia. Giacomo non poteva esercitare lʼufficio di Re; ma doveva seguitare ad avere sembianza di Re. I decreti dovevano portare il suo nome, le monete e il Gran Sigillo essere segnati della immagine ed epigrafe di lui; gli Atti del Parlamento portare gli anni del suo regno. Ma il potere esecutivo doveva essergli tolto, edaffidato a un Reggente eletto dagli Stati del Reame. In questa guisa, sosteneva con gravità Sancroft, il popolo non mancherebbe al proprio debito, strettamente manterrebbe il giuramento di fedeltà prestato al suo Re; e i più ortodossi anglicani, senza il minimo scrupolo di coscienza, potrebbero esercitare gli uffici sotto il Reggente.[633]La opinione di Sancroft era di gran peso nel partito Tory e segnatamente nel clero. Una settimana innanzi il giorno stabilito al ragunarsi della Convenzione, una congrega di gravissimi uomini nel palazzo Lambeth, assistè alle preci nella cappella, desinò col Primate, e finalmente si strinse a consulta intorno alle pubbliche faccende. Vʼerano presenti cinque suffraganei dello Arcivescovo, i quali nella decorsa estate avevano secolui diviso i perigli e la gloria. I Conti di Clarendon e di Ailesbury rappresentavano i Tory secolari. Parve che unanimemente lʼassemblea opinasse che coloro i quali avevano prestato a Giacomo il giuramento di fedeltà, potevano lecitamente negargli obbedienza; ma non potevano con sicurtà di coscienza chiamare chiunque altri si fosse col nome di Re.[634]XXXII. In tal modo due frazioni del partito Tory, lʼuna che desiderava un accomodamento con Giacomo, lʼaltra che avversava tale accomodamento, concordarono a propugnare il disegno dʼinstituire una Reggenza. Ma una terza frazione, la quale comechè non fosse numerosa aveva gran peso e influenza, proponeva un assai diverso provvedimento. I capi di questa piccola schiera erano Danby e il Vescovo di Londra nella Camera deʼ Lordi, e Sir Roberto Sawyer in quella deʼ Comuni. Crederono dʼavere trovato modo di fare una compiuta rivoluzione sotto forme rigorosamente legali. Dicevano essere contrario ad ogni principio che il Re venisse detronizzato daʼ suoi sudditi; nè vʼera necessità di farlo. Fuggendo, egli aveva abdicato il suo potere e la sua dignità. Il trono doveva considerarsi come vacante; e tutti i giureconsulti costituzionali sostenevano che il trono dʼInghilterra non poteva esserlo nè anche un momento. E però il più prossimo erede era da reputarsi Sovrano. Ma chi era cotesto prossimo erede? Quanto al pargolo che era stato condotto in Francia, la sua venuta al mondo era accompagnata da molti sospetti. Era dovere verso gli altri membri della regale famiglia e verso la nazione che si rimovesse ogni dubbio. Guglielmo, a nome della Principessa dʼOrange sua consorte, aveva solennemente dimandata una inchiesta, la quale sarebbe stata instituita se gli accusati di frode non si fossero appigliati ad un partito, che in qualunque caso ordinario sarebbe stato considerato come prova decisiva della colpa. Senza aspettare lʼesito di un solenne processo parlamentare, se nʼerano fuggiti in paese straniero, secoloro conducendo lo infante, e le cameriste francesi e italiane, le quali, ove ci fosse stato frode, avrebbero dovuto saperla, e quindi sarebbero state sottoposte a rigoroso contro-esame. Era impossibile ammettere il diritto del fanciullo senza avere compita la inchiesta; e coloro che si dicevano suoi genitori avevano resa ogni inchiesta impossibile. Era quindi mestieri reputarlo condannato in contumacia. Se ei pativa ingiustizia, ne avea colpa non la nazione, ma coloro la cui strana condotta al tempo della nascita di lui aveva giustificato la nazione a domandare una inchiesta, alla quale si sottrassero con la fuga. Per le quali cose poteva a buon dirittoconsiderarsi come pretendente; e in tal modo la Corona rimaneva devoluta alla Principessa dʼOrange. Essa era adunque di fatto Regina regnante. Alle Camere altro non rimaneva a fare che proclamarla. Ella poteva, se così le piacesse, nominare primo ministro il marito, e anche, assenziente il Parlamento, conferirgli il titolo di Re.Coloro, che preferivano questo disegno a qualunque altro, erano pochi; ed era sicuro che verrebbe avversato da tutti quei che tuttavia serbavano qualche affetto per Giacomo, e da tutti i partigiani di Guglielmo. Pure Danby, fidando nella pratica chʼegli aveva della tattica parlamentare, e sapendo quanto possa, ogniqualvolta i grandi partiti trovinsi a un dipresso bilanciati, una piccola schiera di dissenzienti, non disperava di tenere sospeso il resultato della contesa, finchè entrambi, Whig e Tory, non avendo più speranza di piena vittoria, e tementi gli effetti dello indugiare, lo lasciassero agire come arbitro. E non era impossibile che gli riuscisse, se i suoi sforzi fossero stati secondati, anzi non fossero stati frustrati da colei chʼegli desiderava inalzare al fastigio della umana grandezza. Per quanto egli avesse occhio veggente e pratica negli affari, ignorava affatto la indole di Maria e lo affetto chʼella nutriva pel suo consorte; nè Compton antico precettore di lei era meglio informato. Guglielmo aveva modi secchi e freddi, inferma salute, indole punto blanda; non era uomo da fare supporre che potesse ispirare una violenta passione ad una giovane di ventisei anni. Sapevasi chʼegli non era stato sempre rigorosamente fedele alla propria moglie; e i ciarlieri andavano dicendo chʼella non menava felice la vita in compagnia di lui. I più sottili politici, perciò, non sospettarono mai che con tutti i suoi falli egli regnasse sul cuore di lei con un impero che non ottennero mai sul cuore di nessuna donna principi rinomatissimi pei loro successi nelle faccende dʼamore, come a modo dʼesempio Francesco I ed Enrico IV, Luigi XIV e Carlo II, e che i tre regni aviti non fossero principalmente dʼalcun valore agli occhi di lei, se non perchè, nel concederli allo sposo, poteva provargli quanto intenso e disinteressato era lo affetto chʼella gli portava. Danby, affatto ignaro di coteste cose, le assicurò che egli avrebbe difesi i diritti dilei, e che, ove ella lo secondasse, sperava di porla sola sul trono.[635]XXXIII. La condotta deʼ Whig era semplice e ragionevole. Professavano il principio che il nostro Governo era essenzialmente un contratto formato per una parte dal giuramento di fedeltà, e per unʼaltra dal giuramento della incoronazione, e che i doveri imposti da tale contratto erano scambievoli. Credevano che un Sovrano il quale abusasse gravemente deʼ propri poteri, potesse essere legittimamente avversato dal suo popolo e privato del trono. Ciò posto, nessuno negava che Giacomo avesse fatto grave abuso del proprio potere; e tutto il partito Whig era pronto a dichiararlo decaduto. Se il Principe di Galles fosse o non fosse legittimo, non era subietto meritevole dʼessere discusso. Per escluderlo dal trono ora esistevano ragioni più forti di quelle che si potessero dedurre dalla qualità di sua nascita. Un bambino introdotto di soppiatto nel regio talamo poteva forse riuscire buon Re dʼInghilterra. Ma non era possibile sperarlo trattandosi dʼun bambino cresciuto e educato da un padre chʼera il più stupido ed ostinato dei tiranni, in un paese straniero, sede del dispotismo e della superstizione; in un paese dove gli ultimi vestigi della libertà erano scomparsi; dove gli Stati Generali avevano cessato di ragunarsi; dove i Parlamenti da lungo tempo registravano senza la più lieve rimostranza i più oppressivi editti del Sovrano; dove il valore, lo ingegno, la dottrina sembravano esistere solamente a fine dʼingrandire un solo uomo; dove lʼadulazione era precipuo subietto alla stampa, al pulpito, alla scena; e dove uno deʼ precipui subietti della adulazione era la barbara persecuzione della Chiesa Riformata. Era egli verosimile che sotto cosiffatta tutela e in quella cotale situazione il fanciullo imparasse rispetto verso le istituzioni della sua terra natia? Poteva egli dubitarsi che crescerebbe per essere lo schiavo deʼ Gesuiti e deʼ Borboni, che avrebbe più sinistri pregiudicii—se pure ciò era possibile—che qualunque altro deʼ precedenti Stuardi contro le leggi della Inghilterra?I Whig inoltre non pensavano, che, avuto riguardo alle attuali condizioni della patria, fosse opera in sè stessa inconvenevole dipartirsi dalla ordinaria regola della successione. Opinavano che finchè tale regola rimaneva in vigore, le dottrine dellʼindestruttibile diritto ereditario e della obbedienza passiva piacerebbero alla Corte, verrebbero inculcate dal clero, e rimarrebbero abbarbicate nelle menti del popolo. Seguiterebbe a prevalere la idea che la dignità regia è ordinamento di Dio con significato diverso da quello che sʼintende dicendo ogni altra specie di Governo essere ordinamento di Dio. Era chiaro che finchè questa superstizione non fosse spenta, la Costituzione non avrebbe mai sicurtà: imperocchè una monarchia veramente limitata non può lungo tempo durare in una società che consideri la monarchia come cosa divina, e le limitazioni come trovati umani. Perchè il principato esista in perfetta armonia con le libertà nostre, è mestieri che esso non possa mostrare un titolo più alto e venerando di quello onde noi possediamo le nostre libertà. Il Re va quinci innanzi considerato come magistrato, alto magistrato, a dir vero, e degno di somma onoranza, ma, al pari di tutti gli altri magistrati, soggetto alla legge, e derivante la potestà sua dal cielo in senso non diverso da quello che potrebbe intendersi dicendo che le Camere deʼ Lordi e dei Comuni derivano la potestà loro dal cielo. Il modo migliore a conseguire un così salutare cangiamento sarebbe quello dʼinterrompere il corso della successione. Sotto sovrani i quali reputassero a un dipresso alto tradimento il predicare la non resistenza e la teoria del governo patriarcale, sotto sovrani la cui autorità derivando dalle deliberazioni delle due Camere non sʼinalzasse di sopra alla sua sorgente, vi sarebbe poco pericolo di patire oppressione simile a quella che aveva per due generazioni costretti glʼInglesi a correre alle armi contro gli Stuardi. Per cotali ragionamenti i Whig erano apparecchiati a dichiarare vacante il trono, a provvedervi per mezzo della elezione, e imporre al Principe da loro scelto condizioni tali che fermamente tutelassero il paese contro il pessimo Governo.E oramai era arrivato il tempo di risolvere queste grandi questioni. Allʼalba del dì 22 gennaio la Camera deʼ Comuniera affollata di rappresentanti delle Contee e deʼ borghi. Sui banchi vedevansi molti visi ben noti in quel luogo sotto il regno di Carlo II, ma che non vi sʼerano più veduti sotto il suo successore. Molti di quegli scudieri Tory, e di queʼ bisognosi dipendenti dalla Corte i quali erano stati eletti deputati al Parlamento del 1685, avevano dato luogo ad uomini dello antico partito patriottico, a coloro che avevano strappato di mano alla Cabala il potere, votato lʼAtto dellʼHabeas Corpus, e mandato alla Camera deʼ Lordi la Legge dʼEsclusione. Fra essi era Powle, uomo profondamente versato nella storia e nelle leggi del Parlamento, e dotato di quella specie di eloquenza che si richiede ogni qualvolta gravi questioni si agitano dinanzi a un Senato; e Sir Tommaso Littleton, versato nella politica europea e dotato di forte e sottile logica, con la quale sovente, dopo una lunga seduta, accesi i lumi, aveva ridesta la stanca camera, e deciso dellʼesito della discussione. Eravi anco Guglielmo Sacheverell, oratore, la cui somma abilità parlamentare molti anni dipoi era tema prediletto ai discorsi di quei vecchi che vissero tanto da vedere i conflitti di Walpole e di Pulteney.[636]Con questi illustri uomini vedevasi Sir Roberto Clayton, il più ricco mercatante di Londra, il cui palazzo nel Ghetto Vecchio vinceva per magnificenza le magioni aristocratiche di Lincolnʼs Inn Fields e di Covent Garden, la cui villa sorgente tra i colli di Surrey veniva descritta come un Eden, i cui banchetti gareggiavano con quelli deʼ Re, e la cui giudiciosa munificenza, della quale fanno tuttora testimonio molti pubblici monumenti, lo avevano reso degno di occupare negli annali della Città un posto secondo solamente a quello di Gresham. Nel Parlamento che nel 1681 si tenne in Oxford, Clayton, come rappresentante la metropoli e ad istanza deʼ suoi elettori, aveva chiesto licenza di presentare la Legge dʼEsclusione, ed era stato secondato da Lord Russell.Nel 1685, la Città privata delle sue franchigie e governata dalle creature della Corte, aveva eletto quattro rappresentanti Tory. Ma ora le erano stati resi i perduti privilegi, ed avevanuovamente eletto Clayton per acclamazione.[637]Nè deve tacersi di Giovanni Birch. Aveva incominciata la vita facendo il carrettiere, ma nelle guerre civili, lasciato il suo baroccio, si era fatto soldato, e inalzato al grado di Colonnello nello esercito della repubblica, aveva in alti uffici fiscali mostrato grande ingegno per gli affari, e comechè serbasse fino allo estremo suo dì i ruvidi modi del dialetto plebeo della sua giovinezza, mercè il suo vigoroso buon senso e il suo naturale acume, erasi acquistato tanta reputazione nella Camera deʼ Comuni da essere considerato qual formidabile avversario daʼ più compiti oratori del suo tempo.[638]Questi erano i più cospicui fraʼ veterani, i quali dopo un lungo ritiro ritornavano alla vita pubblica. Ma tosto furono vinti da due giovani Whig, i quali in cotesto solenne giorno sedevano per la prima volta nella Camera; inalzaronsi poi ai più alti onori dello Stato, fecero fronte alle più feroci procelle delle fazioni, ed avendo per lungo tempo goduta somma rinomanza di statisti, dʼoratori, e di magnifici protettori deglʼingegni e del sapere, morirono nello spazio di pochi mesi, tosto dopo che la Casa di Brunswick ascese al trono dʼInghilterra. Costoro chiamavansi Carlo Montague e Giovanni Somers.È dʼuopo fare menzione dʼun altro nome, dʼun nome allora noto a un piccolo drappello di filosofi, ma adesso pronunciato di là dal Gange e dal Mississipì con riverenza maggiore di quella che il mondo tributa alla memoria dei grandissimi guerrieri e regnatori. Fra la folla dei rappresentanti che stavansi in silenzio vedevasi la maestosa e pensosa fronte dʼIsacco Newton. La famosa Università sulla quale il genio di lui aveva già incominciato ad imprimere un carattere peculiare, tuttora chiaramente visibile dopo lo spazio di centosessanta anni, lo aveva mandato suo rappresentante alla Convenzione; ed egli vi sedeva nella sua modesta grandezza, discreto ma incrollabile amico della libertà civile e religiosa.XXXIV. Il primo atto della Convenzione fu quello di eleggere un Presidente; e la elezione da essa fatta indicò manifestissimamentela opinione che aveva rispetto alle grandi questioni che doveva risolvere. Fino alla vigilia dellʼapertura delle Camere era bene inteso che Seymour sarebbe chiamato al seggio presidenziale. Ei lo aveva già per vari anni occupato, aveva titoli insigni e diversi a quella onorificenza, nobiltà di sangue, opulenza, sapere, esperienza, facondia. Aveva da lunghi anni capitanato una potente schiera di rappresentanti delle Contee occidentali. Benchè fosse Tory, nellʼultimo Parlamento sʼera messo con notevole abilità e coraggio, a capo della opposizione contro il papismo e la tirannide. Era uno deʼ gentiluomini che primi accorsero al quartiere generale degli Olandesi in Exeter, e aveva formata quella lega, per vigore della quale i fautori del Principe sʼerano vicendevolmente vincolati a vincere o morire insieme. Ma poche ore innanzi lʼapertura delle Camere, corse la voce che Seymour era avverso a dichiarare vacante il trono. Appena, quindi, i banchi furono ripieni, il Conte di Wiltshire, che rappresentava la Contea di Hamp, levossi e propose Powle a presidente. Sir Vere Fane, rappresentante di Kent, secondò la proposta. Poteva farsi una ragionevole obiezione, perocchè si sapeva che una petizione doveva essere presentata contro la elezione di Powle; ma il grido generale della Camera lo chiamò al seggio; e i Tory reputarono prudente assentire.[639]Il bastone fu quindi posto sul banco; si lesse la lista deʼ rappresentanti, e i nomi di coloro che mancavano furono notati.Intanto i Pari, in numero di circa cento, sʼerano adunati, avevano eletto Halifax a presidente, e nominato vari reputati giureconsulti a fare lʼufficio che negli ordinari Parlamenti spetta ai Giudici. Per tutto quel giorno vi fu frequente comunicazione tra le due Camere. Furono dʼaccordo a pregare il Principe seguitasse ad amministrare il governo finchè gli farebbero sapere le deliberazioni loro, a significargli la loro gratitudine dʼavere egli, con lʼaiuto di Dio, liberata la nazione, e a stabilire che il 31 gennaio si osservasse come giorno di ringraziamento per la liberazione.[640]Fin qui non era differenza alcuna di opinione: ma ambedue le parti apparecchiavansi alla lotta. I Tory erano forti nella Camera Alta, e deboli nella Bassa; e sʼaccorgevano che in quella congiuntura la Camera che fosse prima a prendere una risoluzione avrebbe gran vantaggio sopra lʼaltra. Non vʼera la più lieve probabilità che i Comuni mandassero ai Lordi un voto a favore del disegno dʼistituire una Reggenza: ma ove tal voto dai Lordi fosse mandato ai Comuni, non era onninamente impossibile che molti rappresentanti, anco Whig, inchinassero ad assentire più presto che incorrere nella grave responsabilità di far nascere discordia e indugio in una crisi che richiedeva unione e prestezza. I Comuni avevano deliberato che lunedì 28 di gennaio prenderebbero in considerazione le condizioni del paese. I Lordi Tory, perciò, proposero di discutere, nel venerdì 25, intorno al grande affare pel quale erano stati convocati. Ma le cagioni che a ciò li movevano furono chiaramente conosciute, e la loro tattica frustrata da Halifax, il quale dopo il suo ritorno da Hungerford aveva sempre veduto che il governo poteva riordinarsi solo a seconda deʼ principii deʼ Whig, e però sʼera temporaneamente con costoro collegato. Devonshire propose che il martedì 29 fosse il giorno stabilito. «Allora» disse egli con più verità che discernimento «potrebbe venirci dalla Camera Bassa qualche lume che ci servisse di guida.» La proposta fu approvata: ma le sue parole vennero severamente censurate da alcuni deʼ suoi confratelli come offensive alla dignità dellʼordine loro.[641]XXXV. Il dì 28 i Comuni si formarono in Comitato generale. Un rappresentante, il quale trenta e più anni innanzi era stato uno deʼ Lordi di Cromwell, voglio dire Riccardo Hampden figlio dello illustre condottiero delle Testerotonde e padre dello sventurato gentiluomo, il quale con dispendiosi donativi ed abiette sommissioni aveva a mala pena campata la vita dalla vendetta di Giacomo, fu posto nel seggio; e il grande dibattimento ebbe principio.In breve ora si vide che da una immensa maggioranza Giacomo non era più considerato come Re. Gilberto Dolben,figlio dello Arcivescovo di York, fu il primo a dichiarare la propria opinione. Fu sostenuto da molti, e in ispecie dallo audace e virulento Wharton; da Sawyer, il quale, facendo vigorosa opposizione alla potestà di dispensare, aveva in alcun modo scontato le antiche colpe; da Maynard, la cui voce, quantunque fosse cotanto fievole per la età da non giungere ai banchi distanti, imponeva tuttavia riverenza a tutti i partiti, e da Somers, che nella Sala del Parlamento mostrò per la prima volta in quel giorno luminosa eloquenza e svariata erudizione. Sir Guglielmo Williams con la sua fronte di bronzo e la sua lingua volubile sosteneva la predetta opinione. Era già stato profondamente implicato in tutti gli eccessi dʼuna pessima opposizione e dʼun pessimo governo. Aveva perseguitati glʼinnocenti papisti e i protestanti innocenti; era stato protettore dʼOates e strumento di Petre. Il suo nome era associato con una sediziosa violenza che tutti i rispettabili Whig con rincrescimento e vergogna ricordavano, e con gli eccessi del dispotismo aborriti dai Tory rispettabili. Non è facile intendere in che modo gli uomini possano vivere sotto il pondo di cotanta infamia: ma anche tanta infamia non bastava ad opprimere Williams. Non arrossì di vituperare il caduto padrone, al quale erasi venduto per far cose tali che nessun uomo onesto del ceto legale avrebbe mai fatte, e dal quale dopo sei mesi aveva ricevuta la dignità di baronetto come ricompensa di servilità.Tre soli si rischiarono di opporsi a quella che evidentemente era opinione universale di tutta lʼassemblea. Sir Cristoforo Musgrave, gentiluomo Tory di gran conto ed abilità, espresse alcuni dubbi. Heneage Finch si lasciò uscire di bocca alcune parole, le quali erano intese a insinuare si aprissero pratiche col Re. Questo suggerimento fu così male accolto, chʼegli fu costretto a spiegarsi. Protestò dʼessere stato franteso, esser convinto che sotto un tale Principe non sarebbero sicure la religione, la libertà, le sostanze; richiamare Re Giacomo e secolui trattare, essere un fatale provvedimento; ma molti che non consentivano chʼegli esercitasse la potestà regia, scrupoleggiare nel volerlo privare del regio titolo. Lʼunico espediente che poteva far cessare ogni difficoltà era lʼistituireuna Reggenza. La proposta piacque sì poco che Finch non ebbe animo di chiedere si ponesse ai voti. Riccardo Fanshaw, Visconte Fanshaw del Regno dʼIrlanda, disse poche parole a favore di Giacomo e propose la discussione si aggiornasse; ma la proposta provocò universale riprovazione. I rappresentanti, lʼuno dopo lʼaltro, affaccendavansi a mostrare la importanza del far presto. Dicevano i momenti essere preziosi, intensa la pubblica ansietà, sospeso il commercio. La minoranza con tristo animo si sobbarcò, lasciando che il partito predominante procedesse per la intrapresa via.XXXVI. Quale sarebbe stata questa via non si poteva chiaramente conoscere: avvegnachè la maggioranza si componesse di due classi dʼuomini. Gli uni erano ardenti e virulenti Whig, i quali ove fossero lasciati liberi dʼogni intoppo avrebbero dato ai procedimenti della Convenzione un carattere affatto rivoluzionario. Gli altri ammettevano la necessità dʼuna rivoluzione, ma la consideravano come un necessario male, e desideravano mascherarla, per quanto fosse possibile, con la sembianza della legittimità. I primi richiedevano si riconoscesse distintamente nei sudditi il diritto di detronizzare i principi; i secondi desideravano di liberare la patria da un cattivo principe senza promulgare alcun principio di cui si potesse fare abuso a fine di indebolire la giusta e salutare autorità deʼ futuri monarchi. Gli uni discorrevano principalmente del mal governo del Re; gli altri della sua fuga. Quegli lo consideravano come decaduto; questi pensavano chʼegli avesse abdicato. Non era agevole formulare un pensiero in modo da essere approvato da coloro il cui assenso era importante; ma in fine dei molti suggerimenti che si facevano da tutte le parti, formarono una deliberazione che riuscì a tutti soddisfacente. Fu proposto si dichiarasse, che il Re Giacomo II, intento a distruggere la Costituzione del Regno, rompendo il primitivo contratto tra Re e popolo, e pei consigli deʼ Gesuiti e di altri malvagi uomini avendo violato le leggi fondamentali, ed essendo fuggito dal Regno, aveva abdicato il governo, per la quale cosa il trono era divenuto vacante.Questa deliberazione è stata spesso sottoposta a critica sottile e severa quanto non lo fu mai sentenza alcuna scrittadalla mano dellʼuomo: e forse non vi fu mai sentenza umana che sia meno meritevole di siffatta critica. Che un Re facendo grave abuso del proprio potere possa perderlo, è vero. Che un Re che fugga senza provvedere al Governo e lasci i suoi popoli in istato dʼanarchia, possa senza molta stiracchiatura di parole considerarsi come colui che ha abdicato anche il suo ufficio, è pur vero. Ma nessuno scrittore accurato affermerebbe che il tristo governo lungamente continuato e la diserzione, congiunti insieme, costituiscano un atto dʼabdicazione. È del pari evidente che il rammentare i Gesuiti e gli altri sinistri consiglieri di Giacomo indebolisce, invece di afforzare, il caso contro lui. Perciocchè certo eʼ si deve maggiore indulgenza ad un uomo traviato da perniciosi consigli, che ad un uomo il quale per semplice tendenza di sua indole commetta il male. Non importa ciò nonostante esaminare coteste memorande parole come esamineremmo un capitolo dʼAristotele o di Hobbes; esse vanno considerate non come parole, ma come fatti. Se producono ciò che devono, sono ragionevoli ancorchè possano sembrare contradittorie. Se falliscono al fine loro, sono assurde quando anche avessero la evidenza dʼuna dimostrazione. La logica non transige. La politica consiste essenzialmente nella transazione. Non è quindi cosa strana che alcuni deʼ più importanti e utili documenti del mondo si annoverino fra i componimenti più illogici che sieno stati mai scritti. Lo scopo di Somers, di Maynard e degli altri cospicui uomini che formularono quella celebre proposta, fu non di lasciare alla posterità un modello di definizione e di partizione, ma di rendere impossibile la ristaurazione dʼun tiranno, e porre sul trono un Sovrano sotto il quale le leggi e la libertà non pericolassero. Questo scopo conseguirono adoperando un linguaggio che in un trattato filosofico verrebbe equamente tacciato di inesattezza e confusione. Poco badavano se la maggiore concordasse con la conclusione, mentre lʼuna procacciava loro duecento voti, e la conclusione altrettanti. Infatti la sola bellezza di quella deliberazione consiste nella sua incoerenza. Conteneva una frase atta a satisfare ogni frazione della maggioranza. Il rammentare il primitivo contratto piaceva ai discepoli di Sidney. La parola abdicazioneappagava i politici dʼuna più timida scuola. Erano senza dubbio molti fervidi protestanti i quali rimanevano soddisfatti della censura gettata suʼ Gesuiti. Pel vero uomo di Stato la sola clausula importante era quella che dichiarava vacante il trono; e ove ei potesse farla abbracciare, poco glʼimportava il preambolo. La forza che in tal modo trovossi raccolta rese disperata ogni resistenza. La proposta venne adottata senza voto dalla Commissione. Fu ordinato di farne in sullʼistante la relazione. Powle ritornò al seggio; il bastone fu posto sul banco: Hampden lesse, la Camera assentì alla relazione, e gli ordinò la portasse alla Camera deʼ Lordi.[642]
Taluni hanno spesso richiesto, in tono di rimprovero, il perchè lo invito non fu mandato anche ai membri del Parlamento che lʼanno precedente era stato disciolto. La risposta è chiara. Uno deʼ precipui aggravi deʼ quali la nazione querelavasi era il modo onde era stato eletto quel Parlamento. La maggior parte deʼ rappresentanti i borghi erano stati eletti da collegi elettorali ordinati in un modo che veniva universalmenteconsiderato illegale, ed era stato biasimato dal Principe nel suo Manifesto. Lo stesso Giacomo, poco innanzi la sua caduta, aveva assentito a rendere aʼ Municipi le antiche franchigie. Guglielmo adunque sarebbe stato incoerentissimo a sè stesso, qualora, dopo dʼavere prese le armi col fine di ricuperare i ritolti privilegi municipali, avesse riconosciuto come legittimi rappresentanti delle città dʼInghilterra individui eletti in onta a quei privilegi.Sabato, il dì 22, i Lordi ragunaronsi nella consueta sala. Spesero quel giorno a stabilire il modo di procedere. Elessero un segretario; e non potendosi avere fiducia di nessuno deʼ dodici giudici, invitarono alcuni deʼ più reputati avvocati per giovarsi del loro consiglio nelle questioni legali. Deliberarono che nel prossimo lunedì lo stato del Regno verrebbe preso in considerazione.[610]Lo intervallo fra la tornata del sabato e quella del lunedì fu tempo dʼansietà e pieno dʼavvenimenti. Un forte partito fraʼ Pari vagheggiava tuttavia la speranza che la Costituzione e la religione del Regno si potessero assicurare senza deporre il Re dal trono. Costoro determinarono di mandargli un indirizzo supplicandolo consentisse termini tali da far cessare il malcontento e i timori suscitati dalla sua passata condotta. Sancroft, il quale, dopo il ritorno del Re da Kent a Whitehall, non sʼera più immischiato neʼ pubblici affari, in questa occasione uscì fuori del suo ritiro onde porsi a capo dei realisti. Parecchi messaggieri furono spediti a Rochester con lettere pel Re. Lo assicuravano che i suoi interessi sarebbero strenuamente difesi, solo chʼegli in questo estremo momento si persuadesse a rinunziare ai disegni cotanto dal suo popolo aborriti. Alcuni spettabili Cattolici Romani gli tennero dietro onde scongiurarlo, per amore della comune religione, non si ostinasse in una vana contesa.[611]Il consiglio era salutare; ma Giacomo non era in condizione da seguirlo. Comunque avesse avuto sempre debole e tardo intendimento, le donnesche paure e le puerili fantasieche gli agitavano lʼanima, glielo rendevano affatto inutile. Accorgevasi bene la sua fuga essere la cosa che sopra tutto temevano gli amici e desideravano glʼinimici suoi. E quando anco avesse corso pericolo di vita a rimanere, lʼoccasione era tale chʼegli avrebbe dovuto reputare infame il ritirarsi: imperocchè trattavasi di sapere se egli e i posteri suoi dovessero regnare assisi sul trono avito, o andare raminghi ed accattando in terra straniera. Ma nellʼanima sua ogni altro sentimento aveva ceduto al vigliacco timore di perdere la vita. Alle calde preghiere e alle incontrastabili ragioni degli agenti mandati a Rochester dagli amici suoi, egli dava una sola risposta: la sua testa essere in pericolo. Invano gli assicuravano tale sospetto essere privo di fondamento; il buon senso, ove non fosse la virtù, dovere dissuadere il Principe dʼOrange dalla colpa e vergogna del regicidio e del parricidio, e molti, i quali non consentirebbero a detronizzare il loro Sovrano mentre rimaneva nellʼisola, reputarsi per la sua diserzione sciolti dal loro debito di fedeltà. Ma la paura vinse ogni altro sentimento. Giacomo risolvè di partirsi; e gli era agevole farlo. Era trascuratamente guardato: tutti avevano a lui libero accesso; navi pronte a far vela trovavansi poco da lui distanti, e le barche potevano spingersi fino al giardino della casa dove egli alloggiava. Se fosse stato savio, le cure che davansi i suoi custodi a facilitargli la fuga, sarebbero state sufficenti a convincerlo chʼegli avrebbe dovuto rimanere colà dove era. E veramente la rete era così apertamente tesa da non ingannare altri che uno stolto reso insano dal terrore.XVIII. Il Re sollecitamente apparecchiò tutto per eseguire il proprio disegno. La sera del sabato 22 assicurò alcuni deʼ gentiluomini, i quali erano stati spediti da Londra portatori di nuove e di consigli, che li avrebbe veduti la dimane. Andonne a letto, levossi sul cadere della notte, e accompagnato da Berwick per un uscio secreto scese, e andò, traversando il giardino, alla spiaggia del Medway. Una piccola gondola stavasi ad aspettarlo. La domenica allʼalba i fuggenti erano sopra una barca da pescare che scendeva giù pel Tamigi.[612]Il pomeriggio la nuova della fuga giunse a Londra. I fautori del Re rimasero confusi. I Whig non poterono frenare la gioia loro. La fausta notizia incoraggiò il Principe a fare un ardito ed importante passo. Sapeva esservi comunicazioni tra la Legazione Francese e il partito ostile a lui. Era ben noto che quella Legazione sʼintendeva maravigliosamente di tutte le arti della corruzione; e mal poteva dubitarsi che in tanta congiuntura non aborrirebbero di adoperare le pistole e ogni sorta dʼintrighi. Barillon sommamente desiderava di rimanere per pochi altri giorni in Londra, e a tale scopo non aveva trascurata arte alcuna a blandire i vincitori. Nelle strade abboniva il popolaccio, che lo guardava in cagnesco, gettandogli dal cocchio pugni di monete. A mensa beveva pubblicamente alla salute del Principe dʼOrange. Ma Guglielmo non era uomo da lasciarsi prendere allʼamo da tali moine. A dir vero, non erasi arrogato lo esercizio della regia autorità; ma era Generale, e come tale non era tenuto a tollerare nel territorio da lui militarmente occupato la presenza di un uomo chʼegli credeva spione. Innanzi sera a Barillon fu intimato di partirsi dalla Inghilterra entro ventiquattro ore. Pregò caldamente gli si concedesse un breve indugio: ma i momenti erano preziosi; lʼordine fu ripetuto in modo più perentorio, ed ei di mala voglia partì per Dover. E perchè non vi mancasse nessuna dimostrazione di spregio e di sfida, venne scortato fino alla costa da uno deʼ suoi concittadini protestanti dalla persecuzione cacciati in esilio. Era tanto il risentimento che nel cuore di tutti avevano suscitato lʼambizione e lʼarroganza francese, che perfino quegli Inglesi i quali generalmente non inchinavano a guardare di buon occhio la condotta di Guglielmo, altamente plaudirono allorchè lo videro ritorcere con tanta energia la insolenza con che Luigi per tanti anni aveva trattato ogni corte dʼEuropa.[613]XIX. Il lunedì i Lordi adunaronsi di nuovo. Halifax venne eletto a presiedere. Il Primate era assente, i realisti afflitti e scuorati, i Whig ardenti ed animosissimi. Sapevasi che Giacomo partendo aveva lasciata una lettera. Alcuni degli amici suoi proposero che fosse deposta sul banco, vanamentesperando che contenesse cose tali da apprestare la base ad un prospero accomodamento. A tale proposta fu fatta e vinta la questione pregiudiciale. Godolphin, che era tenuto per bene affetto al suo antico signore, profferì poche parole che furono decisive. «Ho veduto lo scritto,» disse egli «e mi duole il dirvi che non contiene nulla che possa minimamente satisfare le Signorie Vostre.» E veramente non conteneva una sola parola di pentimento deʼ passati errori, non speranza di non più ricadervi in futuro, e di ciò che era accaduto dava la colpa alla malizia di Guglielmo e alla cecità dʼuna nazione ingannata dagli speciosi nomi di proprietà e religione. Nessuno tentò di proporre di aprire pratiche dʼaccordo con un Principe che pareva reso più ostinato nel male dalla rigorosa scuola dellʼavversità. Si disse qualcosa sul fare inchieste intorno alla nascita del Principe di Galles; ma i Pari Whig trattarono la cosa con isdegno. «Non mi aspettava, Milordi,» esclamò Filippo Lord Wharton, vecchia Testarotonda che aveva comandato un reggimento contro Carlo I in Edgehill, «non mi aspettava di udire alcuno in questo giorno rammentare il fanciullo cui fu dato il nome di Principe di Galles; e spero che ormai sia rammentato per lʼultima volta.» Dopo lungo discutere fu deliberato di presentare due indirizzi a Guglielmo. In uno lo pregavano di assumersi provvisoriamente lʼamministrazione del governo; nellʼaltro lo esortavano a invitare con lettere circolari munite della sua propria firma tutti i collegi elettorali del Regno a inviare i loro rappresentanti a Westminster. Nel tempo stesso i Pari assumevano lo incarico di emanare un ordine perchè tutti i Papisti, salvo pochi individui privilegiati, fossero banditi da Londra e dalle vicinanze.[614]I Lordi presentarono i loro indirizzi al Principe il dì susseguente, senza attendere lʼesito delle deliberazioni deʼ Comuni da lui convocati. Eʼ sembra che i Nobili ereditari in questo momento fossero ansiosissimi di far mostra della dignità loro, e non erano inchinevoli a riconoscere uguale autorità in una assemblea non riconosciuta dalla legge. Pensavano dʼessereuna vera Camera di Lordi; lʼaltra disprezzavano come illusoria Camera di Comuni. Guglielmo, nondimeno, saviamente disse di non volere nulla decidere finchè non conoscesse lʼopinione deʼ gentiluomini, i quali per lʼinnanzi erano stati onorati della fiducia delle Contee e delle città dʼInghilterra.[615]XX. I Comuni chʼerano stati chiamati adunaronsi nella Cappella di Santo Stefano e formarono unʼassemblea numerosa. Posero sul seggio presidenziale Enrico Powle, già rappresentante di Cirencester in vari Parlamenti, e deʼ principali propugnatori della Legge dʼEsclusione.Furono proposti e approvati indirizzi simili a quelli dei Lordi. Non vi fu differenza dʼopinioni sopra alcuna questione di grave momento; ed alcuni deboli tentativi fatti a suscitare discussioni sopra materie di forma, incontrarono universale disprezzo. Sir Roberto Sawyer disse di non potere intendere in che modo il Principe potesse amministrare il governo senza alcun titolo speciale, come sarebbe Reggente o Protettore. Il vecchio Maynard il quale, come giureconsulto, non aveva chi gli stesse a fronte, e che anche aveva somma pratica della tattica delle rivoluzioni, non ebbe cura di frenare il proprio sdegno contro una obiezione così puerile, fatta in un momento in cui la concordia e la prontezza erano della più alta importanza. «Noi staremo qui un secolo» disse egli «se rimarremo finchè Sir Roberto intenda come la cosa sia possibile.» Lʼassemblea reputò la risposta degna del cavillo che lʼavea provocata.[616]XXI. Le deliberazioni dellʼadunanza furono comunicate al Principe; il quale annunziò che oramai cederebbe alla richiesta delle due Camere, e spedirebbe lettere di convocazione per ragunare una Convenzione degli Stati del Reame, e finchè non fosse ragunata, eserciterebbe egli il potere esecutivo.[617]Ei sʼera accinto a non lieve impresa. Il Governo era onninamente sossopra. I Giudici di Pace avevano abbandonatele loro funzioni. Gli ufficiali della pubblica rendita avevano cessato di riscuotere le tasse. Lʼarmata disciolta da Feversham era ancora in confusione e pronta ad ammutinarsi. La flotta non era in meno tristi condizioni. Gli ufficiali militari e civili della Corona erano creditori di grosse somme per paghe arretrate; e nello Scacchiere altro non era che quarantamila lire sterline. Il Principe con somma energia si pose a rifare lʼordine. Pubblicò un proclama che esortava tutti i magistrati a continuare neʼ loro uffici, e un altro in cui ordinava la riscossione delle imposte.[618]Il nuovo riordinamento dello esercito con rapidità procedeva. Molti deʼ Nobili e gentiluomini cui Giacomo aveva tolto il comando deʼ reggimenti inglesi furono richiamati. Fu trovato modo a impiegare le migliaia di soldati irlandesi da Giacomo fatti venire in Inghilterra. Non potevano in sicurtà rimanere in un paese dove essi erano segno alla animosità nazionale e religiosa. Non potevano con sicurtà mandarsi a casa loro per afforzare lʼarmata di Tyrconnel. Fu quindi provveduto di spedirli sul continente, dove, sotto il vessillo di Casa dʼAustria, potevano riuscire dʼindiretta ma efficace utilità alla causa della costituzione inglese e della religione protestante. Dartmouth fu destituito; e promettendo ad ogni marinaio prontamente la paga dovutagli, la flotta riconciliossi a Guglielmo. La città di Londra imprese ad appianargli le difficoltà di finanza. Il Consiglio Municipale, con voto unanime, sʼimpegnò a procurargli duecento mila lire sterline. E fu considerato come gran prova della opulenza e del patriottismo dei mercatanti della metropoli il trovare in quarantotto ore la intera somma senza altra guarentigia che la parola del Principe. Poche settimane innanzi Giacomo non aveva potuto procurarsi una somma assai minore, ancorchè avesse offerto di pagare frutti più alti, e dare in pegno beni di molto pregio.[619]XXII. In pochissimi giorni lo sconvolgimento prodottodalla invasione, dalla insurrezione, dalla fuga di Giacomo e dalla sospensione dʼogni regolare governo, era finito, e il paese aveva ripreso il consueto aspetto. Regnava universale sentimento di sicurezza. Anche le classi maggiormente esposte allʼodio pubblico, e che avevano maggiore ragione a temere una persecuzione, furono protette dalla accorta clemenza del vincitore. Individui profondamente implicati negli illegali atti dello antecedente regno, non solo passeggiavano sicuri per le vie, ma profferivansi candidati alla Convenzione. Mulgrave non fu accolto di mala grazia al palazzo di San Giacomo. A Feversham, sprigionato, fu permesso di riprendere lʼunico ufficio pel quale aveva i debiti requisiti, cioè quello di tenere la banca al giuoco della bassetta in casa della Regina vedova. Ma non vi fu classe del popolo che avesse tanta cagione di sentire gratitudine per Guglielmo al pari deʼ Cattolici Romani. Non sarebbe stato savio partito abrogare formalmente i severi provvedimenti fatti daʼ Pari contro i credenti dʼuna religione generalmente aborrita dalla nazione: ma tali provvedimenti vennero praticamente annullati mercè la prudenza ed umanità del Principe. Marciando da Torbay alla volta di Londra aveva dato ordine di non recar danno alle persone e alle abitazioni deʼ papisti. Adesso rinnovò tali ordini, e ingiunse a Burnet gli facesse rigorosamente eseguire. Non poteva fare migliore scelta, imperciocchè Burnet era uomo di tanta generosità e buona indole, che il suo cuore era sempre aperto aglʼinfelici; e nel tempo medesimo il suo ben noto odio contro il papismo era pei più fervidi protestanti sufficiente sicurtà che glʼinteressi della religione loro non correrebbero il minimo rischio nelle mani di lui. Ascoltava cortesemente le querele deʼ Cattolici Romani, procurava il passaporto a tutti coloro che amavano meglio andarsene di là dal mare, e si recò da sè a Newgate per visitare i prelati ivi rinchiusi. Ordinò che venissero trasferiti in più comode stanze, e serviti con ogni riguardo. Gli assicurò solennemente che non verrebbe loro torto un capello, ed appena il Principe fosse in condizione da agire secondo che desiderava, gli avrebbe posti in libertà. Il Ministro di Spagna riferì al proprio Governo, e per mezzo di questo al Papa, che nessun Cattolico poteva sentire scrupolo di coscienza a cagionedella recente rivoluzione della Inghilterra; che deʼ pericoli, ai quali i credenti nella vera Chiesa trovavansi esposti, il solo Giacomo era responsabile, e che il solo Guglielmo li aveva salvati da una sanguinosa persecuzione.[620]XXIII. E però con quasi piena soddisfazione i Principi della Casa dʼAustria e il Sommo Pontefice sentirono che il lungo vassallaggio della Inghilterra era finito. Come si seppe in Madrid che Guglielmo andava a vele gonfie nella sua intrapresa, un solo nel consiglio di Stato di Spagna osò esprimere il proprio rincrescimento al vedere come un fatto, che politicamente considerato era faustissimo, sarebbe stato dannoso aglʼinteressi della vera Chiesa.[621]Ma la tollerante politica del Principe prestamente quietò tutti gli scrupoli, e il suo inalzamento non fu veduto con minore satisfazione dai bacchettoni Grandi di Spagna, che dai Whig inglesi.Con assai diverso sentimento la nuova di questa grande rivoluzione fu accolta in Francia. In un solo giorno la politica dʼun regno lungo, pieno di vicissitudini e glorioso, restò sconcertata. Inghilterra era di nuovo la Inghilterra dʼElisabetta e di Cromwell; e le relazioni di tutti gli Stati della Cristianità furono pienamente cangiate dalla repentina intromissione di questo nuovo potentato nel sistema europeo. I Parigini non sapevano dʼaltro discorrere se non di ciò che seguiva in Londra. Il sentimento nazionale e religioso spingevalia parteggiare per Giacomo. Non sapevano un jota della costituzione inglese. Abbominavano la Chiesa Anglicana. La nostra rivoluzione pareva loro non il trionfo della libertà sopra la tirannide, ma una orrenda tragedia domestica, nella quale un venerabile e pio Servio veniva tratto giù dal trono da un Tarquinio, e schiacciato dalle ruote del cocchio dʼuna Tullia. Gridavano vergogna ai capitani traditori, esecravano le snaturate figliuole, e sentivano per Guglielmo profondo disgusto, comecchè temperato dal rispetto che il valore, la capacità, e i prosperi successi sogliono ispirare.[622]La Regina, sotto la sferza del notturno vento e della pioggia, stringendo al petto il parvolo erede di tre corone, il Re arrestato, derubato, e oltraggiato da uomini ribaldi, erano cose che destavano commiserazione e romanzesco interesse nel cuore di tutti i Francesi. Ma Luigi fu quegli che provò particolari emozioni vedendo le calamità della Casa Stuarda. Si sentì ridestare nellʼanima lo egoismo e la generosità tutta dellʼindole sua. Dopo molti anni di prosperità egli aveva finalmente dato in un grave inciampo. Aveva calcolato sopra lo aiuto o la neutralità della Inghilterra; e adesso non poteva altro da quella aspettarsi che energica e pertinace ostilità. Parecchi giorni innanzi avrebbe non senza ragione potuto sperare di soggiogare le Fiandre e dettare la legge alla Germania; e adesso si reputerebbe fortunato ove potesse difendere i confini del Regno contro una lega da lunghissimi anni non più veduta in Europa. Da questa cotanto nuova, impacciosa e pericolosa posizione, nullʼaltro che una controrivoluzione o una guerra civile nelle Isole britanniche poteva liberarlo. Per le quali cose ambizione e paura lo spingevano ad abbracciare la causa della caduta dinastia. Ed è giusto il dire che a ciò fare lo movevano anche sentimenti più nobili che lʼambizione e il timore non fossero. Il suo cuore era naturalmente compassionevole, e le sciagure di Giacomo erano tali da svegliare tutta la compassione di Luigi. Le circostanze in cui egli erasi trovato avevano impedito il libero corso ai suoi buoni sentimenti. La simpatia rade volte è vigorosa doveè grande ineguaglianza di condizioni; ed egli sʼera tanto alto levato sopra gli altri uomini, che le loro miserie gli destavano in cuore una tepida pietà, quale sarebbe quella che noi proviamo ai patimenti degli animali inferiori, dʼun pettirosso affamato o dʼun spedato cavallo da posta. La devastazione del Palatinato e la persecuzione degli Ugonotti non gli avevano quindi turbato lʼanimo in guisa, che tosto non glielo mettessero in calma lʼorgoglio e la bacchettoneria. Ma si sentì destare nellʼanima tutta la tenerezza di cui egli era capace, vedendo la miseria di un gran Re, che pochi giorni innanzi era stato servito in ginocchio da grandi Signori, e che adesso era esule e mendico. A questo sentimento di tenerezza era commista una vanità non ignobile. Voleva dare al mondo un esempio di munificenza e cortesia. Voleva mostrare allʼumanità quale dovrebbe essere il contegno di un perfetto gentiluomo in altissimo stato e in una solenne congiuntura; e, a vero dire, ei si condusse da uomo cavallerescamente urbano e generoso, sì che di altro esempio non si onoravano gli annali della Europa dal tempo in cui il Principe Nero si stette in piedi dietro la sedia del Re Giovanni a cena nel campo di Poitiers.XXIV. Appena si seppe in Versailles che la Regina dʼInghilterra era approdata in Francia, le venne apparecchiato un palazzo. Furono spediti cocchi e compagnie di Guardie por istarsi agli ordini di lei. Perchè ella potesse comodamente viaggiare, si feʼ racconciare la strada di Calais. A Lauzun non solo fu, a riguardo di lei, concesso perdono delle colpe passate, ma egli ebbe lʼonore dʼuna lettera amichevole scritta di mano di Luigi. Maria faceva cammino alla volta della corte francese, allorquando giunse la nuova che il suo marito, dopo un procelloso viaggio, era sbarcato a salvamento presso il piccolo villaggio dʼAmbleteuse. Personaggi dʼalto grado furono tosto spediti da Versailles a compirlo e servirgli di scorta. Frattanto Luigi, accompagnato dalla sua famiglia e daʼ suoi Nobili, uscì in solenne corteo a ricevere lʼesule Regina. Il suo cocchio sontuoso era preceduto dagli alabardieri svizzeri. Lo fiancheggiava di qua o di là il corpo delle Guardie a cavallo sonando i cimbali e le trombe. Dietro il Re in cento carrozze, ciascuna tirata da sei cavalli, veniva la più splendida aristocrazia chefosse in Europa, tutta piume, nastri, gioie e ricami. La processione non aveva fatto molto cammino quando fu annunziato che Maria appressavasi. Luigi scese dal cocchio, e a piedi le andò incontro. Ella diede in uno scoppio di passionate espressioni di gratitudine. «Madama,» disse il Re di Francia «egli è un tristo servigio quello che oggi vi rendo. Spero che in futuro io possa rendervene di maggiori e più piacevoli.» Così dicendo, baciò il pargoletto Principe di Galles, e fece sedere alla sua destra la Regina nel cocchio reale. Allora la cavalcata si volse verso Saint-Germain.Quivi nella estremità dʼuna foresta popolata di belve da caccia, e in cima a un colle che sovrasta al tortuoso corso della Senna, Francesco I aveva edificato un castello, ed Enrico IV una magnifica terrazza. Di tutte le magioni deʼ Re di Francia, in nessuna si respirava aria più salubre e godevasi un più ameno spettacolo. La grandezza e vetustà veneranda degli alberi, la beltà deʼ giardini, lʼabbondanza delle acque erano in gran fama. Ivi Luigi XIV era nato, e nei suoi giovani anni ivi avea tenuta la sua corte, aveva aggiunti vari padiglioni alla magione di Francesco, e finita la terrazza di Enrico. Nonostante, presto il Re provò inesplicabile disgusto pel luogo dove era nato. Ei lasciò Saint-Germain per trasferirsi a Versailles, e spese somme pressochè favolose nel vano sforzo di creare un paradiso in un luogo singolarmente sterile e insalubre, tutto sabbia e fango, senza boschi, senza acqua e senza caccia. Saint-Germain adunque fu scelto per abitazione della reale famiglia dʼInghilterra. Vi era stata in fretta trasportata sontuosa mobilia. Le stanze pel Principe di Galles erano state provvedute dʼogni cosa necessaria ai bisogni dʼun pargolo. Uno deʼ servi presentò alla Regina la chiave di un ricco scrigno che trovavasi nello appartamento di lei. Ella lo aprì, e vi trovò dentro seimila luigi dʼoro.XXV. Il dì susseguente Giacomo arrivò a Saint-Germain. Vi era Luigi a riceverlo. Lo sventurato esule gli fece un sì profondo inchino che pareva volesse abbracciare le ginocchia del suo protettore. Luigi sollevatolo, abbracciollo con fraterna tenerezza. I due Re entrarono in camera della Regina. «Ecco qui un gentiluomo» le disse Luigi «che voi gradirete di vedere.»Quindi dopo avere pregato il suo ospite a volere pel dì prossimo visitare Versailles, e concedergli il piacere di mostrargli gli edificii, le pitture, e le piantagioni, prese commiato, senza cerimonie, quasi fossero vecchi amici.Dopo poche ore agli sposi reali venne annunziato che per tutto il tempo chʼessi farebbero al Re di Francia il favore di accettarne lʼospitalità, verrebbe loro pagata dal suo tesoro lʼannua somma di quarantacinquemila lire sterline. Diecimila ne furono subito date loro per le spese dʼinstallazione.La liberalità di Luigi fu non per tanto molto meno rara e ammirevole della squisita delicatezza con che ei si affaticò ad addolcire le amarezze deʼ suoi ospiti ed alleggiare il quasi intollerabile peso degli obblighi che addossava loro. Egli, che fino allora nelle questioni di precedenza era stato fastidioso, litigioso, insolente, che sʼera più volte mostrato pronto a gettare la Europa in guerra più presto che cedere nel più frivolo punto dʼetichetta, adesso fu puntiglioso contro sè stesso, ma puntiglioso per i suoi sventurati amici. Ordinò che Maria fosse trattata con tutti i segni di rispetto onde era stata trattata la defunta sua moglie. Fu discusso se i Principi della Casa di Borbone avessero diritto di sedersi in presenza della Regina. Simiglianti inezie erano cose gravi nellʼantica Corte di Francia. Vʼerano esempi pro e contra: ma Luigi decise la questione contro il proprio sangue. Alcune dame dʼaltissimo grado trascurarono la cerimonia di baciare il lembo della veste di Maria. Luigi notò la omissione, e con voce tale e con tale sguardo, che tutte le dame di corte da quel giorno mostraronsi sempre pronte a baciarle il piede. Allorquando lʼEster, pur allora scritta da Racine, venne rappresentata in Saint-Cyr, Maria occupò il seggio dʼonore. Giacomo le sedeva a destra. Luigi modestamente le si assise a sinistra. Anzi ei consentì che nel suo proprio palazzo un esule, il quale viveva della sua generosità, assumesse il titolo di Re di Francia, e come Re di Francia inquartasse i gigli coʼ lioni inglesi, e come Re di Francia neʼ giorni in che la corte prendeva il lutto, vestisse abito di colore violetto.Il contegno deʼ Nobili francesi in pubblico prendeva norma dal Sovrano, ma non era possibile impedire che essi liberamentepensassero ed esprimessero i loro pensieri nelle conversazioni private, con la pungente e delicata arguzia che forma il carattere della nazione e del ceto loro. Di Maria pensavano favorevolmente. La trovavano piacente di persona e dignitosa nel portamento. Ne veneravano il coraggio e lo affetto di madre, e ne commiseravano la sinistra fortuna. Ma per Giacomo sentivano estremo dispregio. Non potevano patire la sua insensibilità, il modo freddo onde egli discorreva con chi che si fosse della propria rovina, e il fanciullesco diletto che prendeva della pompa e del lusso di Versailles. Attribuivano questa strana apatia, non a filosofia o religione, ma a stupidità e abiettezza dʼanimo, e notarono come nessuno che aveva avuto lʼ onore dʼascoltare dalla bocca di Sua Maestà Britannica il racconto dello proprie vicissitudini si maravigliasse di vedere lui in Saint-Germain e il suo genero nel palazzo di San Giacomo.[623]XXVI. Nelle Province Unite la commozione prodotta dalle nuove giunte dʼInghilterra era anche maggiore che in Francia. Era quello il tempo in cui la Batava Federazione era pervenuta al più alto fastigio di gloria e potenza. Dal giorno in cui la spedizione fece vela tutta la nazione olandese era stata in preda a somma ansietà. Le chiese non erano mai state come allora popolate di gente. I predicatori non avevano mai arringato con maggiore veemenza. Gli abitanti dellʼAja non poterono frenarsi dallo insultare Albeville. La sua casa era giorno e notte sì strettamente circondata dalla plebaglia, che nessuno rischiavasi a visitarlo; ed egli temeva non appiccassero fuoco alla sua cappella.[624]Ad ogni corriere che giungeva recando nuove dello avanzarsi del Principe, i suoi concittadini si sentivano rincuorati; e allorquando si seppe chʼegli, cedendo allo invito fattogli dai Lordi e dallʼAssemblea deʼ Comuni, aveva assunto il potere esecutivo, tutte le fazioni olandesi proruppero in un grido universale di gioia e dʼorgoglio. Sollecitamente fu speditaunʼambasceria straordinaria a recargli le congratulazioni della madre patria. Uno degli ambasciatori era Dykvelt, uomo in quella occasione di non poca utilità per la destrezza, e per la profonda scienza chʼegli aveva della politica inglese; e gli fu dato per collega Niccola Witsen, Borgomastro dʼAmsterdam, il quale sembra essere stato scelto a fine di provare a tutta Europa che la lunga contesa tra la Casa dʼOrange e la città principale della Olanda era cessata. Il dì 8 gennaio Dykwelt e Witsen si presentarono a Westminster. Guglielmo favellò loro con franchezza e cordialità tali che rare volte ei mostrava conversando con glʼInglesi. Le sue prime parole furono queste: «Bene! e che cosa dicono ora gli amici a casa nostra?» E veramente il solo plauso che parve forte commuovere la stoica indole di lui, fu quello della terra natia. Della immensa popolarità chʼegli godeva in Inghilterra, parlò con freddo sdegno, e predisse con troppa verità la reazione che ne sarebbe seguita. «Qui» disse egli «oggi dappertutto si gridaOsanna, e forse domani si grideràCrucifige».[625]XXVII. Il dì appresso furono eletti i primi membri della Convenzione. La città di Londra diede lo esempio, e senza contesa elesse quattro ricchi mercatanti caldissimi Whig. Il Re e i suoi fautori avevano sperato che molti ufficiali deʼ collegi elettorali considererebbero come nulla la lettera del Principe; ma fu vana speranza. Le elezioni procederono rapidamente e senza intoppo. Non vi fu quasi ombra di contesa: imperocchè la nazione per più dʼun anno aveva sempre aspettato lʼapertura delle Camere. I decreti di convocazione erano stati due volte emessi e due revocati. Alcuni collegi elettorali, per virtù di tali decreti, avevano già eletto i loro rappresentanti. Non vʼera Contea nella quale i gentiluomini e i borghesi non avessero, molti mesi prima, posto lʼocchio sopra candidati buoni protestanti,ad eleggere i quali dovevasi fare ogni sforzo in onta ai voleri del Re e ai raggiri del Lord Luogotenente; e questi candidati ora vennero generalmente eletti senza opposizione.Il Principe diede rigorosi ordini che nessuno ufficiale pubblico in questa occasione adoperasse quelle arti che avevano recato tanto disonore al cessato Governo. Comandò in ispecie che nessun soldato osasse mostrarsi nelle città nelle quali facevansi le elezioni.[626]I suoi ammiratori poterono vantare, e i suoi nemici sembra non potessero negare, che gli elettori esprimessero liberamente la propria opinione. Vero è chʼegli rischiava poco. Il partito a lui bene affetto era trionfante e pieno dʼentusiasmo, di vita e dʼenergia. Quello da cui poteva aspettarsi seria opposizione era disunito e scorato, stizzito con sè stesso, e anco più stizzito col proprio capo. La maggior parte, quindi, delle Contee e deʼ borghi elessero rappresentanti Whig.XXVIII. Eʼ non fu sopra la sola Inghilterra che Guglielmo estese la sua tutela. La Scozia era insorta contro i suoi tiranni. Tutti i soldati regolari, i quali lʼavevano lungamente tenuta in freno, erano stati richiamati da Giacomo per soccorrerlo contro glʼinvasori olandesi, tranne un piccolo presidio, che sotto il comando del Duca di Gordon, gran signore cattolico, stavasi nel castello dʼEdimburgo. Ogni corriere che era andato nelle contrade settentrionali nel mese di novembre, mese così pieno di vicende, aveva recato nuove che concitavano le passioni degli oppressi Scozzesi. Finchè era ancor dubbio lʼesito delle operazioni militari, in Edimburgo accaddero subugli e clamori che si fecero più minacciosi dopo la ritirata di Giacomo da Salisbury. Gran torme di gente ragunavansi primamente di notte, poi di giorno. Bruciavano le immagini del papa; chiedevano clamorosamente un libero Parlamento: si videro attaccati ai muri deʼ cartelli dove le teste deʼ ministri della Corona erano messe a prezzo. Fra costoro il più detestato era Perth, come colui chʼera Cancelliere, godeva altamente il regio favore, era apostata della fede riformata, e il primo che aveva nelle leggi penali della patria introdotto il ferreo strumento per macerare le dita. Era uomo privo di vigore, e dʼanimoabietto; e il solo coraggio chʼegli avesse era la sfrontatezza che sfida la infamia, e assiste senza commuoversi agli altrui tormenti. In quel tempo era capo del Consiglio; ma, venutogli meno lʼanimo, abbandonò il proprio posto, e a fuggire ogni pericolo,—secondo che giudicava dagli sguardi e dalle grida del feroce popolaccio,—di Edimburgo,—ritirossi a una sua villa che sorgeva non lontana dalla città. Si fece accompagnare a Castle Drummond da una numerosa guardia; ma, appena partito lui, la città insorse. Pochi soldati provaronsi di reprimere la insurrezione, ma furono vinti. Il palazzo di Holyrood, che era stato trasformato in seminario e tipografia cattolica romana, fu preso dʼassalto e saccheggiato. Libri papalini, rosari, crocifissi e pitture furono accatastati e arsi in High Street. Framezzo a tanta agitazione giunse la nuova della fuga del Re. I membri del Governo deposero ogni pensiero di contendere col furore popolare, e mutarono partito con quella prontezza allora comune fra i politici scozzesi. Il Consiglio Privato con un proclama ordinò il disarmo di tutti i papisti, e con un altro invitò i protestanti a collegarsi per la difesa della religione pura. La nazione non aveva aspettato lo invito. Città e campagna erano già in arme a favore del Principe dʼOrange. Nithisdale e Clydesdale erano le sole regioni in cui fosse ombra di speranza che i cattolici romani farebbero testa; ed entrambe furono occupate da bande di presbiteriani armati. Fra glʼinsorti erano alcuni cupi e feroci uomini, i quali, già stati infidi ad Argyle, ora erano egualmente pronti ad esserlo a Guglielmo. Dicevano Sua Altezza essere uomo maligno; non una parola della Convenzione nel suo Manifesto; gli Olandesi, gente con la quale nessun vero servo di Dio poteva concordare, essere in lega coʼ Luterani, e un Luterano, al pari dʼun Gesuita, essere figlio del demonio. Ma la voce universale di tutto il Regno vinse lo sconcio gracidare di cotesta odiata fazione.[627]Il concitamento in breve giunse fino alle vicinanze di Castle Drummond. Perth conobbe di non essere sicuro nè anche fraʼ suoi propri servi e fittajuoli. Si abbandonò a quel disperato dolore in cui la sua cruda tirannia aveva spesso gettatouomini migliori di lui. Si provò di cercare conforto neʼ riti della sua novella Chiesa. Importunava i preti a confortarlo, pregava, si confessava, si comunicava: ma la sua fede era sì debole chʼegli affermò che, malgrado tutte le sue divozioni, era straziato dal terrore della morte. Intanto seppe che potea fuggire sopra un vascello che stavasi di faccia a Brentisland. Travestitosi come meglio potè, dopo un lungo e difficile cammino per non frequentati sentieri su per i monti dʼOchill, che allora erano coperti di neve, gli venne fatto dʼimbarcarsi: ma, non ostante tutte le sue cautele, era stato riconosciuto, e il grido della scoperta sʼera in un baleno propalato. Come si seppe che il crudo rinnegato era in mare ed aveva seco dellʼoro, taluni incitati dallʼodio e dalla cupidigia si posero ad inseguirlo. Un legno comandato da un antico cacciatore di buoi raggiunse il fuggente vascello e lo prese allʼabbordaggio. Perth travestito da donna dal fondo in cui sʼera nascosto fu tratto sul ponte, dove fu spogliato, frugato e saccheggiato. Gli aggressori appuntarongli le baionette al petto. E mentre ei con abiette strida supplicava gli lasciassero la vita, fu condotto a terra e gettato nella prigione comune di Kirkaldy. Di là, per ordine del Consiglio da lui dianzi presieduto, e che era composto dʼuomini partecipi delle sue colpe, fu trasferito al Castello di Stirling. Era giorno di domenica, e lʼora degli uffici divini, allorquando egli, cinto da guardie, fu menato alla sua prigione; ma perfino i rigidi Puritani dimenticarono la santità del giorno e del servizio. La gente erompeva fuori dalle chiese per vedere passare quel carnefice, e il frastuono delle minacce, maledizioni e urli dʼira lo accompagnò fino alla porta del carcere.[628]Vari egregi Scozzesi trovavansi in Londra quando vi arrivò il Principe; e molti altri vi accorsero a corteggiarlo. Il dì 7 gennaio li chiamò a Whitehall. La congrega fu grande e rispettabile: al Duca di Hamilton e al Conte di Arran suo primogenito, capi dʼuna casa quasi regale, tenevano dietro trenta Lordi e circa ottanta gentiluomini di gran conto. Guglielmo gli esortò a consultare fra loro, e fargli sapere il miglior mododi promuovere il bene del loro paese. Quindi ritirossi perchè deliberassero liberamente senza lo impaccio della presenza di lui. Andati alla sala del Consiglio, posero Hamilton sul seggio. Ancorchè sembri che ci fosse poca differenza dʼopinione, le discussioni loro durarono tre giorni, fatto che si spiega pensando che Sir Patrizio Hume era uno degli oratori. Arran rischiossi a proporre sʼaprissero col Re pratiche dʼaccordo. Ma tale proposta, male accolta da suo padre e dalla intera assemblea, non trovò nessuno che la secondasse. Alla perfine vennero a deliberazioni strettamente somiglievoli a quelle che, pochi giorni innanzi, i Lordi e i Comuni dʼInghilterra avevano presentate al Principe. Lo pregavano di convocare una Convenzione degli Stati di Scozia, stabilire il dì 14 marzo per giorno dellʼAdunanza, e fino a quel giorno assumersi egli lʼamministrazione civile e militare. Il Principe assentì alla richiesta; e quindi il governo di tutta lʼisola si ridusse nelle sue mani.[629]XXIX. Avvicinavasi il momento decisivo, e si accrebbe lʼagitazione nel pubblico. In ogni dove vedevansi gli uomini politici far capannelli e discutere. Le botteghe da caffè fervevano; le tipografie della metropoli lavoravano senza posa. Deʼ fogli stampati a quel tempo, anche oggi se ne possono raccogliere tanti da formare vari volumi; e non è difficile, leggendo tali scritture, farsi una idea delle condizioni in cui trovavansi i partiti.Era una piccolissima fazione che voleva richiamare Giacomo senza alcuna stipulazione. Altra fazione anchʼessa piccolissima voleva istituire una repubblica, e affidare il governo ad un Consiglio di Stato sotto la presidenza del Principe dʼOrange. Ma entrambe queste estreme opinioni erano a tutti in aborrimento. Diciannove ventesimi della nazione erano gente in cui lo affetto alla monarchia ereditaria era congiunto, benchè ove più ove meno, con lo affetto alla libertà costituzionale, e che era egualmente avversa allʼabolizione della dignità regia e alla restaurazione incondizionata del Re.Ma nel vasto spazio che divideva i bacchettoni che seguitavano ad attenersi alle dottrine di Filmer, dagli entusiastiche tuttavia sognavano i sogni di Harrington, vʼera luogo per molte varietà dʼopinioni. Se poniamo da parte le minute suddivisioni, vedremo che la massima parte della nazione e della Convenzione era partita in quattro corpi: tre erano Tory, il quarto era Whig.Lʼaccordo tra i Whig e i Tory non era rimaso superstite al pericolo che lʼaveva fatto nascere. In varie occasioni mentre che il Principe marciava alla volta di Londra, la dissensione era scoppiata fraʼ suoi fautori. Mentre era ancor dubbio lʼesito della impresa, egli con isquisito accorgimento aveva di leggieri chetato ogni dissenso. Ma dal dì in cui egli entrò trionfante nel palazzo di San Giacomo, ogni suo accorgimento tornò inefficace. La vittoria, liberando la nazione dalla paura della tirannide papale, gli aveva rapita di mano mezza la sua influenza. Vecchie antipatie, che sedaronsi mentre i Vescovi erano nella Torre, i Gesuiti in consiglio, i leali ecclesiastici a torme privati del loro pane, i leali gentiluomini a centinaia scacciati dalle Commissioni di pace, si ridestarono forti ed operose. Il realista raccapricciava pensando di trovarsi in lega con coloro chʼegli fino dalla sua giovinezza mortalmente odiava, coi vecchi capitani parlamentari che gli avevano devastate le ville, coi vecchi commissari parlamentari che gli avevano sequestrati i beni, con uomini che avevano in Rye House tramato il macello e capitanata la insurrezione delle contrade occidentali. Inoltre quella diletta Chiesa, per amore della quale egli, dopo una penosa lotta, aveva rotto il suo debito dʼobbedienza verso il trono, era ella veramente salva? O lʼaveva egli redenta da un nemico perchè rimanesse in preda ad un altro? I preti papisti, a dir vero, erano in esilio, nascosti, o imprigionati. Nessun Gesuita o Benedettino che avesse cara la vita osava mostrarsi vestito degli abiti dellʼordine suo. Ma i dottori presbiteriani e glʼIndipendenti andavano in processione a riverire il capo del governo, e venivano da lui accolti di buona grazia come i veri successori degli apostoli. Alcuni scismatici apertamente dicevano sperare che tosto sarebbe tolto via ogni ostacolo che gli escludeva daʼ beneficii ecclesiastici; che gli Articoli verrebbero mitigati, riformata la liturgia; non più festa il dì di Natale, non più digiuno il venerdìsanto; canonici consacrati dal Vescovo, senza le bianche vestimenta, ministrerebbero nei cori delle cattedrali il pane e il vino eucaristico ai fedeli comodamente assisi neʼ loro banchi. Il Principe certamente non era presbiteriano fanatico; ma per lo meno era Latitudinario: non aveva scrupolo di comunicarsi secondo il rito anglicano; ma non si dava pensiero intorno alla forma secondo la quale altri si comunicava. Era anco da temersi che la moglie fosse troppo imbevuta deʼ principii di lui. La coscienza della Principessa era diretta da Burnet. Ella aveva ascoltato predicatori appartenenti a diverse sètte protestanti. Aveva dianzi detto di non discernere differenza veruna tra la Chiesa anglicana e le altre Chiese riformate.[630]Era quindi necessario che i Cavalieri in cosiffatte circostanze seguissero lo esempio dato nel 1641 dai padri loro, si separassero dalle Testerotonde e dai settarii, e, nonostante tutti i falli del monarca ereditario, sostenessero la causa della ereditaria monarchia.La parte animata da questi sentimenti era numerosa e rispettabile. Comprendeva circa mezza la Camera deʼ Lordi, circa un terzo di quella deʼ Comuni, la maggior parte deʼ gentiluomini rurali, e almeno nove decimi del clero; ma era lacerata dalle dissensioni, e per ogni lato cinta di ostacoli.XXX. Una frazione di questo gran partito, frazione che era specialmente forte fra gli ecclesiastici, e della quale Sherlock era lʼorgano principale, voleva si aprissero pratiche dʼaccordo con Giacomo, che fosse invitato a ritornare a Whitehall a condizioni tali che pienamente rimanesse assicurata la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno.[631]Egli è evidente che questo disegno, benchè fosse vigorosamente propugnato dal clero, era al tutto incompatibile con le dottrine per lunghi anni da esso insegnate. Veramente era un tentativo di aprire una via di mezzo dove non era spazio ad aprirla, di effettuare una concordia tra due cose che concordia non ammettevano, cioè tra la resistenza e la non resistenza. I Tory dapprima sʼerano appoggiati al principio della non resistenza; ma la più parte di loro avevano abbandonato quel principio e noninchinavano a riabbracciarlo. I Cavalieri dʼInghilterra, come classe, erano stati così, direttamente o indirettamente, implicati nella ultima insurrezione contro il Re, che non potevano per vergogna parlare del sacro debito di obbedire a Nerone; nè volevano richiamare il Principe sotto il cui pessimo governo avevano cotanto sofferto, senza esigere da lui condizioni tali da rendergli impossibile ogni abuso di potere. Trovavansi quindi in falsa posizione. La loro antica teoria, vera o falsa che fosse, almeno era completa e coerente. Se era vera, dovevano immediatamente invitare il Re a tornare indietro e permettergli, ove così gli piacesse, di punire nel capo come rei di crimenlese Seymour e Danby, il Vescovo di Londra e quello di Bristol, ristabilire la Commissione ecclesiastica, riempiere la Chiesa di dignitari papisti, e porre lo esercito sotto il comando di ufficiali papisti. Ma se, come gli stessi Tory allora sembravano confessare, quella teoria era falsa, a che aprire pratiche dʼaccordo col Re? Se ammettevano chʼegli potesse legalmente essere privato del trono finchè non desse soddisfacenti guarentigie per la sicurtà della costituzione della Chiesa e dello Stato, non era agevole negare chʼegli potesse legalmente esserne privato per sempre. Imperocchè quale soddisfacente guarentigia poteva egli dare? Come era possibile formulare un Atto di Parlamento in termini più chiari di quelli in che erano espressi gli atti parlamentari, i quali ingiungevano che il Decano della Chiesa di Cristo fosse un protestante? Come era egli possibile esprimere una qualunque promessa con parole più energiche di quelle con le quali Giacomo aveva più volte dichiarato di rigorosamente rispettare i diritti del Clero Anglicano? Se legge od onore fossero stati bastevoli a vincolarlo, ei non sarebbe mai stato costretto a fuggire dal suo Regno. E non valendo onore o legge a vincolarlo, era savio provvedimento permettergli che ritornasse.XXXI. È possibile, non pertanto, che, malgrado i predetti argomenti, una proposta di aprire pratiche con Giacomo sarebbe stata fatta nella Convenzione e sostenuta daʼ Tory, ove egli in questa, come in qualsivoglia altra occasione, non fosse stato il peggiore nemico di sè stesso. Ogni corriere postale che giungeva a Londra da Saint-Germain, recava nuovetali da intiepidire lo ardore deʼ suoi partigiani. Ei non credeva valesse lo incomodo simulare rincrescimento deʼ passati errori o promessa di emendarsi. Pubblicò un Manifesto, nel quale diceva avere sempre posto ogni cura a governare con giustizia e moderazione i suoi popoli, e che essi ingannati da immaginari aggravi erano corsi da sè alla rovina.[632]La sua demenza ed ostinazione fece sì che coloro i quali più ardentemente desideravano riporlo sul trono ad eque condizioni, comprendessero che, proponendo in quel momento dʼaprire pratiche con lui, danneggerebbero la causa che volevano propugnare. Deliberarono quindi di collegarsi con unʼaltra fazione di Tory capitanata da Sancroft. Questi credè avere trovato modo di provvedere al governo del paese senza richiamare Giacomo, non privandolo ad un tempo della sua Corona. Questo modo altro non era che istituire una Reggenza. I più ostinati di queʼ teologi che avevano inculcata la dottrina della obbedienza passiva non avevano mai sostenuto che siffatta obbedienza si dovesse prestare ad un bambino o a un demente. Era universalmente riconosciuto che, quando il legittimo Sovrano fosse intellettualmente incapace di esercitare il proprio ufficio, poteva deputarsi alcuno ad agire in sua vece, e che chiunque resistesse a cotesto deputato, e per iscusa allegasse il comando di un principe in fasce o demente, incorrerebbe giustamente nelle pene della ribellione. La stupidità, lʼostinatezza, e la superstizione—in questa guisa ragionava il Primate—avevano reso Giacomo inetto a reggere i propri dominii come un fanciullo in fasce, o un pazzo che nel Manicomio di Bedlam si giaccia sulla paglia digrignando i denti e dicendo scempie parole. Era dunque mestieri appigliarsi al provvedimento preso allorchè Enrico VI era infante, e una seconda volta abbracciato allorchè fu colpito da letargia. Giacomo non poteva esercitare lʼufficio di Re; ma doveva seguitare ad avere sembianza di Re. I decreti dovevano portare il suo nome, le monete e il Gran Sigillo essere segnati della immagine ed epigrafe di lui; gli Atti del Parlamento portare gli anni del suo regno. Ma il potere esecutivo doveva essergli tolto, edaffidato a un Reggente eletto dagli Stati del Reame. In questa guisa, sosteneva con gravità Sancroft, il popolo non mancherebbe al proprio debito, strettamente manterrebbe il giuramento di fedeltà prestato al suo Re; e i più ortodossi anglicani, senza il minimo scrupolo di coscienza, potrebbero esercitare gli uffici sotto il Reggente.[633]La opinione di Sancroft era di gran peso nel partito Tory e segnatamente nel clero. Una settimana innanzi il giorno stabilito al ragunarsi della Convenzione, una congrega di gravissimi uomini nel palazzo Lambeth, assistè alle preci nella cappella, desinò col Primate, e finalmente si strinse a consulta intorno alle pubbliche faccende. Vʼerano presenti cinque suffraganei dello Arcivescovo, i quali nella decorsa estate avevano secolui diviso i perigli e la gloria. I Conti di Clarendon e di Ailesbury rappresentavano i Tory secolari. Parve che unanimemente lʼassemblea opinasse che coloro i quali avevano prestato a Giacomo il giuramento di fedeltà, potevano lecitamente negargli obbedienza; ma non potevano con sicurtà di coscienza chiamare chiunque altri si fosse col nome di Re.[634]XXXII. In tal modo due frazioni del partito Tory, lʼuna che desiderava un accomodamento con Giacomo, lʼaltra che avversava tale accomodamento, concordarono a propugnare il disegno dʼinstituire una Reggenza. Ma una terza frazione, la quale comechè non fosse numerosa aveva gran peso e influenza, proponeva un assai diverso provvedimento. I capi di questa piccola schiera erano Danby e il Vescovo di Londra nella Camera deʼ Lordi, e Sir Roberto Sawyer in quella deʼ Comuni. Crederono dʼavere trovato modo di fare una compiuta rivoluzione sotto forme rigorosamente legali. Dicevano essere contrario ad ogni principio che il Re venisse detronizzato daʼ suoi sudditi; nè vʼera necessità di farlo. Fuggendo, egli aveva abdicato il suo potere e la sua dignità. Il trono doveva considerarsi come vacante; e tutti i giureconsulti costituzionali sostenevano che il trono dʼInghilterra non poteva esserlo nè anche un momento. E però il più prossimo erede era da reputarsi Sovrano. Ma chi era cotesto prossimo erede? Quanto al pargolo che era stato condotto in Francia, la sua venuta al mondo era accompagnata da molti sospetti. Era dovere verso gli altri membri della regale famiglia e verso la nazione che si rimovesse ogni dubbio. Guglielmo, a nome della Principessa dʼOrange sua consorte, aveva solennemente dimandata una inchiesta, la quale sarebbe stata instituita se gli accusati di frode non si fossero appigliati ad un partito, che in qualunque caso ordinario sarebbe stato considerato come prova decisiva della colpa. Senza aspettare lʼesito di un solenne processo parlamentare, se nʼerano fuggiti in paese straniero, secoloro conducendo lo infante, e le cameriste francesi e italiane, le quali, ove ci fosse stato frode, avrebbero dovuto saperla, e quindi sarebbero state sottoposte a rigoroso contro-esame. Era impossibile ammettere il diritto del fanciullo senza avere compita la inchiesta; e coloro che si dicevano suoi genitori avevano resa ogni inchiesta impossibile. Era quindi mestieri reputarlo condannato in contumacia. Se ei pativa ingiustizia, ne avea colpa non la nazione, ma coloro la cui strana condotta al tempo della nascita di lui aveva giustificato la nazione a domandare una inchiesta, alla quale si sottrassero con la fuga. Per le quali cose poteva a buon dirittoconsiderarsi come pretendente; e in tal modo la Corona rimaneva devoluta alla Principessa dʼOrange. Essa era adunque di fatto Regina regnante. Alle Camere altro non rimaneva a fare che proclamarla. Ella poteva, se così le piacesse, nominare primo ministro il marito, e anche, assenziente il Parlamento, conferirgli il titolo di Re.Coloro, che preferivano questo disegno a qualunque altro, erano pochi; ed era sicuro che verrebbe avversato da tutti quei che tuttavia serbavano qualche affetto per Giacomo, e da tutti i partigiani di Guglielmo. Pure Danby, fidando nella pratica chʼegli aveva della tattica parlamentare, e sapendo quanto possa, ogniqualvolta i grandi partiti trovinsi a un dipresso bilanciati, una piccola schiera di dissenzienti, non disperava di tenere sospeso il resultato della contesa, finchè entrambi, Whig e Tory, non avendo più speranza di piena vittoria, e tementi gli effetti dello indugiare, lo lasciassero agire come arbitro. E non era impossibile che gli riuscisse, se i suoi sforzi fossero stati secondati, anzi non fossero stati frustrati da colei chʼegli desiderava inalzare al fastigio della umana grandezza. Per quanto egli avesse occhio veggente e pratica negli affari, ignorava affatto la indole di Maria e lo affetto chʼella nutriva pel suo consorte; nè Compton antico precettore di lei era meglio informato. Guglielmo aveva modi secchi e freddi, inferma salute, indole punto blanda; non era uomo da fare supporre che potesse ispirare una violenta passione ad una giovane di ventisei anni. Sapevasi chʼegli non era stato sempre rigorosamente fedele alla propria moglie; e i ciarlieri andavano dicendo chʼella non menava felice la vita in compagnia di lui. I più sottili politici, perciò, non sospettarono mai che con tutti i suoi falli egli regnasse sul cuore di lei con un impero che non ottennero mai sul cuore di nessuna donna principi rinomatissimi pei loro successi nelle faccende dʼamore, come a modo dʼesempio Francesco I ed Enrico IV, Luigi XIV e Carlo II, e che i tre regni aviti non fossero principalmente dʼalcun valore agli occhi di lei, se non perchè, nel concederli allo sposo, poteva provargli quanto intenso e disinteressato era lo affetto chʼella gli portava. Danby, affatto ignaro di coteste cose, le assicurò che egli avrebbe difesi i diritti dilei, e che, ove ella lo secondasse, sperava di porla sola sul trono.[635]XXXIII. La condotta deʼ Whig era semplice e ragionevole. Professavano il principio che il nostro Governo era essenzialmente un contratto formato per una parte dal giuramento di fedeltà, e per unʼaltra dal giuramento della incoronazione, e che i doveri imposti da tale contratto erano scambievoli. Credevano che un Sovrano il quale abusasse gravemente deʼ propri poteri, potesse essere legittimamente avversato dal suo popolo e privato del trono. Ciò posto, nessuno negava che Giacomo avesse fatto grave abuso del proprio potere; e tutto il partito Whig era pronto a dichiararlo decaduto. Se il Principe di Galles fosse o non fosse legittimo, non era subietto meritevole dʼessere discusso. Per escluderlo dal trono ora esistevano ragioni più forti di quelle che si potessero dedurre dalla qualità di sua nascita. Un bambino introdotto di soppiatto nel regio talamo poteva forse riuscire buon Re dʼInghilterra. Ma non era possibile sperarlo trattandosi dʼun bambino cresciuto e educato da un padre chʼera il più stupido ed ostinato dei tiranni, in un paese straniero, sede del dispotismo e della superstizione; in un paese dove gli ultimi vestigi della libertà erano scomparsi; dove gli Stati Generali avevano cessato di ragunarsi; dove i Parlamenti da lungo tempo registravano senza la più lieve rimostranza i più oppressivi editti del Sovrano; dove il valore, lo ingegno, la dottrina sembravano esistere solamente a fine dʼingrandire un solo uomo; dove lʼadulazione era precipuo subietto alla stampa, al pulpito, alla scena; e dove uno deʼ precipui subietti della adulazione era la barbara persecuzione della Chiesa Riformata. Era egli verosimile che sotto cosiffatta tutela e in quella cotale situazione il fanciullo imparasse rispetto verso le istituzioni della sua terra natia? Poteva egli dubitarsi che crescerebbe per essere lo schiavo deʼ Gesuiti e deʼ Borboni, che avrebbe più sinistri pregiudicii—se pure ciò era possibile—che qualunque altro deʼ precedenti Stuardi contro le leggi della Inghilterra?I Whig inoltre non pensavano, che, avuto riguardo alle attuali condizioni della patria, fosse opera in sè stessa inconvenevole dipartirsi dalla ordinaria regola della successione. Opinavano che finchè tale regola rimaneva in vigore, le dottrine dellʼindestruttibile diritto ereditario e della obbedienza passiva piacerebbero alla Corte, verrebbero inculcate dal clero, e rimarrebbero abbarbicate nelle menti del popolo. Seguiterebbe a prevalere la idea che la dignità regia è ordinamento di Dio con significato diverso da quello che sʼintende dicendo ogni altra specie di Governo essere ordinamento di Dio. Era chiaro che finchè questa superstizione non fosse spenta, la Costituzione non avrebbe mai sicurtà: imperocchè una monarchia veramente limitata non può lungo tempo durare in una società che consideri la monarchia come cosa divina, e le limitazioni come trovati umani. Perchè il principato esista in perfetta armonia con le libertà nostre, è mestieri che esso non possa mostrare un titolo più alto e venerando di quello onde noi possediamo le nostre libertà. Il Re va quinci innanzi considerato come magistrato, alto magistrato, a dir vero, e degno di somma onoranza, ma, al pari di tutti gli altri magistrati, soggetto alla legge, e derivante la potestà sua dal cielo in senso non diverso da quello che potrebbe intendersi dicendo che le Camere deʼ Lordi e dei Comuni derivano la potestà loro dal cielo. Il modo migliore a conseguire un così salutare cangiamento sarebbe quello dʼinterrompere il corso della successione. Sotto sovrani i quali reputassero a un dipresso alto tradimento il predicare la non resistenza e la teoria del governo patriarcale, sotto sovrani la cui autorità derivando dalle deliberazioni delle due Camere non sʼinalzasse di sopra alla sua sorgente, vi sarebbe poco pericolo di patire oppressione simile a quella che aveva per due generazioni costretti glʼInglesi a correre alle armi contro gli Stuardi. Per cotali ragionamenti i Whig erano apparecchiati a dichiarare vacante il trono, a provvedervi per mezzo della elezione, e imporre al Principe da loro scelto condizioni tali che fermamente tutelassero il paese contro il pessimo Governo.E oramai era arrivato il tempo di risolvere queste grandi questioni. Allʼalba del dì 22 gennaio la Camera deʼ Comuniera affollata di rappresentanti delle Contee e deʼ borghi. Sui banchi vedevansi molti visi ben noti in quel luogo sotto il regno di Carlo II, ma che non vi sʼerano più veduti sotto il suo successore. Molti di quegli scudieri Tory, e di queʼ bisognosi dipendenti dalla Corte i quali erano stati eletti deputati al Parlamento del 1685, avevano dato luogo ad uomini dello antico partito patriottico, a coloro che avevano strappato di mano alla Cabala il potere, votato lʼAtto dellʼHabeas Corpus, e mandato alla Camera deʼ Lordi la Legge dʼEsclusione. Fra essi era Powle, uomo profondamente versato nella storia e nelle leggi del Parlamento, e dotato di quella specie di eloquenza che si richiede ogni qualvolta gravi questioni si agitano dinanzi a un Senato; e Sir Tommaso Littleton, versato nella politica europea e dotato di forte e sottile logica, con la quale sovente, dopo una lunga seduta, accesi i lumi, aveva ridesta la stanca camera, e deciso dellʼesito della discussione. Eravi anco Guglielmo Sacheverell, oratore, la cui somma abilità parlamentare molti anni dipoi era tema prediletto ai discorsi di quei vecchi che vissero tanto da vedere i conflitti di Walpole e di Pulteney.[636]Con questi illustri uomini vedevasi Sir Roberto Clayton, il più ricco mercatante di Londra, il cui palazzo nel Ghetto Vecchio vinceva per magnificenza le magioni aristocratiche di Lincolnʼs Inn Fields e di Covent Garden, la cui villa sorgente tra i colli di Surrey veniva descritta come un Eden, i cui banchetti gareggiavano con quelli deʼ Re, e la cui giudiciosa munificenza, della quale fanno tuttora testimonio molti pubblici monumenti, lo avevano reso degno di occupare negli annali della Città un posto secondo solamente a quello di Gresham. Nel Parlamento che nel 1681 si tenne in Oxford, Clayton, come rappresentante la metropoli e ad istanza deʼ suoi elettori, aveva chiesto licenza di presentare la Legge dʼEsclusione, ed era stato secondato da Lord Russell.Nel 1685, la Città privata delle sue franchigie e governata dalle creature della Corte, aveva eletto quattro rappresentanti Tory. Ma ora le erano stati resi i perduti privilegi, ed avevanuovamente eletto Clayton per acclamazione.[637]Nè deve tacersi di Giovanni Birch. Aveva incominciata la vita facendo il carrettiere, ma nelle guerre civili, lasciato il suo baroccio, si era fatto soldato, e inalzato al grado di Colonnello nello esercito della repubblica, aveva in alti uffici fiscali mostrato grande ingegno per gli affari, e comechè serbasse fino allo estremo suo dì i ruvidi modi del dialetto plebeo della sua giovinezza, mercè il suo vigoroso buon senso e il suo naturale acume, erasi acquistato tanta reputazione nella Camera deʼ Comuni da essere considerato qual formidabile avversario daʼ più compiti oratori del suo tempo.[638]Questi erano i più cospicui fraʼ veterani, i quali dopo un lungo ritiro ritornavano alla vita pubblica. Ma tosto furono vinti da due giovani Whig, i quali in cotesto solenne giorno sedevano per la prima volta nella Camera; inalzaronsi poi ai più alti onori dello Stato, fecero fronte alle più feroci procelle delle fazioni, ed avendo per lungo tempo goduta somma rinomanza di statisti, dʼoratori, e di magnifici protettori deglʼingegni e del sapere, morirono nello spazio di pochi mesi, tosto dopo che la Casa di Brunswick ascese al trono dʼInghilterra. Costoro chiamavansi Carlo Montague e Giovanni Somers.È dʼuopo fare menzione dʼun altro nome, dʼun nome allora noto a un piccolo drappello di filosofi, ma adesso pronunciato di là dal Gange e dal Mississipì con riverenza maggiore di quella che il mondo tributa alla memoria dei grandissimi guerrieri e regnatori. Fra la folla dei rappresentanti che stavansi in silenzio vedevasi la maestosa e pensosa fronte dʼIsacco Newton. La famosa Università sulla quale il genio di lui aveva già incominciato ad imprimere un carattere peculiare, tuttora chiaramente visibile dopo lo spazio di centosessanta anni, lo aveva mandato suo rappresentante alla Convenzione; ed egli vi sedeva nella sua modesta grandezza, discreto ma incrollabile amico della libertà civile e religiosa.XXXIV. Il primo atto della Convenzione fu quello di eleggere un Presidente; e la elezione da essa fatta indicò manifestissimamentela opinione che aveva rispetto alle grandi questioni che doveva risolvere. Fino alla vigilia dellʼapertura delle Camere era bene inteso che Seymour sarebbe chiamato al seggio presidenziale. Ei lo aveva già per vari anni occupato, aveva titoli insigni e diversi a quella onorificenza, nobiltà di sangue, opulenza, sapere, esperienza, facondia. Aveva da lunghi anni capitanato una potente schiera di rappresentanti delle Contee occidentali. Benchè fosse Tory, nellʼultimo Parlamento sʼera messo con notevole abilità e coraggio, a capo della opposizione contro il papismo e la tirannide. Era uno deʼ gentiluomini che primi accorsero al quartiere generale degli Olandesi in Exeter, e aveva formata quella lega, per vigore della quale i fautori del Principe sʼerano vicendevolmente vincolati a vincere o morire insieme. Ma poche ore innanzi lʼapertura delle Camere, corse la voce che Seymour era avverso a dichiarare vacante il trono. Appena, quindi, i banchi furono ripieni, il Conte di Wiltshire, che rappresentava la Contea di Hamp, levossi e propose Powle a presidente. Sir Vere Fane, rappresentante di Kent, secondò la proposta. Poteva farsi una ragionevole obiezione, perocchè si sapeva che una petizione doveva essere presentata contro la elezione di Powle; ma il grido generale della Camera lo chiamò al seggio; e i Tory reputarono prudente assentire.[639]Il bastone fu quindi posto sul banco; si lesse la lista deʼ rappresentanti, e i nomi di coloro che mancavano furono notati.Intanto i Pari, in numero di circa cento, sʼerano adunati, avevano eletto Halifax a presidente, e nominato vari reputati giureconsulti a fare lʼufficio che negli ordinari Parlamenti spetta ai Giudici. Per tutto quel giorno vi fu frequente comunicazione tra le due Camere. Furono dʼaccordo a pregare il Principe seguitasse ad amministrare il governo finchè gli farebbero sapere le deliberazioni loro, a significargli la loro gratitudine dʼavere egli, con lʼaiuto di Dio, liberata la nazione, e a stabilire che il 31 gennaio si osservasse come giorno di ringraziamento per la liberazione.[640]Fin qui non era differenza alcuna di opinione: ma ambedue le parti apparecchiavansi alla lotta. I Tory erano forti nella Camera Alta, e deboli nella Bassa; e sʼaccorgevano che in quella congiuntura la Camera che fosse prima a prendere una risoluzione avrebbe gran vantaggio sopra lʼaltra. Non vʼera la più lieve probabilità che i Comuni mandassero ai Lordi un voto a favore del disegno dʼistituire una Reggenza: ma ove tal voto dai Lordi fosse mandato ai Comuni, non era onninamente impossibile che molti rappresentanti, anco Whig, inchinassero ad assentire più presto che incorrere nella grave responsabilità di far nascere discordia e indugio in una crisi che richiedeva unione e prestezza. I Comuni avevano deliberato che lunedì 28 di gennaio prenderebbero in considerazione le condizioni del paese. I Lordi Tory, perciò, proposero di discutere, nel venerdì 25, intorno al grande affare pel quale erano stati convocati. Ma le cagioni che a ciò li movevano furono chiaramente conosciute, e la loro tattica frustrata da Halifax, il quale dopo il suo ritorno da Hungerford aveva sempre veduto che il governo poteva riordinarsi solo a seconda deʼ principii deʼ Whig, e però sʼera temporaneamente con costoro collegato. Devonshire propose che il martedì 29 fosse il giorno stabilito. «Allora» disse egli con più verità che discernimento «potrebbe venirci dalla Camera Bassa qualche lume che ci servisse di guida.» La proposta fu approvata: ma le sue parole vennero severamente censurate da alcuni deʼ suoi confratelli come offensive alla dignità dellʼordine loro.[641]XXXV. Il dì 28 i Comuni si formarono in Comitato generale. Un rappresentante, il quale trenta e più anni innanzi era stato uno deʼ Lordi di Cromwell, voglio dire Riccardo Hampden figlio dello illustre condottiero delle Testerotonde e padre dello sventurato gentiluomo, il quale con dispendiosi donativi ed abiette sommissioni aveva a mala pena campata la vita dalla vendetta di Giacomo, fu posto nel seggio; e il grande dibattimento ebbe principio.In breve ora si vide che da una immensa maggioranza Giacomo non era più considerato come Re. Gilberto Dolben,figlio dello Arcivescovo di York, fu il primo a dichiarare la propria opinione. Fu sostenuto da molti, e in ispecie dallo audace e virulento Wharton; da Sawyer, il quale, facendo vigorosa opposizione alla potestà di dispensare, aveva in alcun modo scontato le antiche colpe; da Maynard, la cui voce, quantunque fosse cotanto fievole per la età da non giungere ai banchi distanti, imponeva tuttavia riverenza a tutti i partiti, e da Somers, che nella Sala del Parlamento mostrò per la prima volta in quel giorno luminosa eloquenza e svariata erudizione. Sir Guglielmo Williams con la sua fronte di bronzo e la sua lingua volubile sosteneva la predetta opinione. Era già stato profondamente implicato in tutti gli eccessi dʼuna pessima opposizione e dʼun pessimo governo. Aveva perseguitati glʼinnocenti papisti e i protestanti innocenti; era stato protettore dʼOates e strumento di Petre. Il suo nome era associato con una sediziosa violenza che tutti i rispettabili Whig con rincrescimento e vergogna ricordavano, e con gli eccessi del dispotismo aborriti dai Tory rispettabili. Non è facile intendere in che modo gli uomini possano vivere sotto il pondo di cotanta infamia: ma anche tanta infamia non bastava ad opprimere Williams. Non arrossì di vituperare il caduto padrone, al quale erasi venduto per far cose tali che nessun uomo onesto del ceto legale avrebbe mai fatte, e dal quale dopo sei mesi aveva ricevuta la dignità di baronetto come ricompensa di servilità.Tre soli si rischiarono di opporsi a quella che evidentemente era opinione universale di tutta lʼassemblea. Sir Cristoforo Musgrave, gentiluomo Tory di gran conto ed abilità, espresse alcuni dubbi. Heneage Finch si lasciò uscire di bocca alcune parole, le quali erano intese a insinuare si aprissero pratiche col Re. Questo suggerimento fu così male accolto, chʼegli fu costretto a spiegarsi. Protestò dʼessere stato franteso, esser convinto che sotto un tale Principe non sarebbero sicure la religione, la libertà, le sostanze; richiamare Re Giacomo e secolui trattare, essere un fatale provvedimento; ma molti che non consentivano chʼegli esercitasse la potestà regia, scrupoleggiare nel volerlo privare del regio titolo. Lʼunico espediente che poteva far cessare ogni difficoltà era lʼistituireuna Reggenza. La proposta piacque sì poco che Finch non ebbe animo di chiedere si ponesse ai voti. Riccardo Fanshaw, Visconte Fanshaw del Regno dʼIrlanda, disse poche parole a favore di Giacomo e propose la discussione si aggiornasse; ma la proposta provocò universale riprovazione. I rappresentanti, lʼuno dopo lʼaltro, affaccendavansi a mostrare la importanza del far presto. Dicevano i momenti essere preziosi, intensa la pubblica ansietà, sospeso il commercio. La minoranza con tristo animo si sobbarcò, lasciando che il partito predominante procedesse per la intrapresa via.XXXVI. Quale sarebbe stata questa via non si poteva chiaramente conoscere: avvegnachè la maggioranza si componesse di due classi dʼuomini. Gli uni erano ardenti e virulenti Whig, i quali ove fossero lasciati liberi dʼogni intoppo avrebbero dato ai procedimenti della Convenzione un carattere affatto rivoluzionario. Gli altri ammettevano la necessità dʼuna rivoluzione, ma la consideravano come un necessario male, e desideravano mascherarla, per quanto fosse possibile, con la sembianza della legittimità. I primi richiedevano si riconoscesse distintamente nei sudditi il diritto di detronizzare i principi; i secondi desideravano di liberare la patria da un cattivo principe senza promulgare alcun principio di cui si potesse fare abuso a fine di indebolire la giusta e salutare autorità deʼ futuri monarchi. Gli uni discorrevano principalmente del mal governo del Re; gli altri della sua fuga. Quegli lo consideravano come decaduto; questi pensavano chʼegli avesse abdicato. Non era agevole formulare un pensiero in modo da essere approvato da coloro il cui assenso era importante; ma in fine dei molti suggerimenti che si facevano da tutte le parti, formarono una deliberazione che riuscì a tutti soddisfacente. Fu proposto si dichiarasse, che il Re Giacomo II, intento a distruggere la Costituzione del Regno, rompendo il primitivo contratto tra Re e popolo, e pei consigli deʼ Gesuiti e di altri malvagi uomini avendo violato le leggi fondamentali, ed essendo fuggito dal Regno, aveva abdicato il governo, per la quale cosa il trono era divenuto vacante.Questa deliberazione è stata spesso sottoposta a critica sottile e severa quanto non lo fu mai sentenza alcuna scrittadalla mano dellʼuomo: e forse non vi fu mai sentenza umana che sia meno meritevole di siffatta critica. Che un Re facendo grave abuso del proprio potere possa perderlo, è vero. Che un Re che fugga senza provvedere al Governo e lasci i suoi popoli in istato dʼanarchia, possa senza molta stiracchiatura di parole considerarsi come colui che ha abdicato anche il suo ufficio, è pur vero. Ma nessuno scrittore accurato affermerebbe che il tristo governo lungamente continuato e la diserzione, congiunti insieme, costituiscano un atto dʼabdicazione. È del pari evidente che il rammentare i Gesuiti e gli altri sinistri consiglieri di Giacomo indebolisce, invece di afforzare, il caso contro lui. Perciocchè certo eʼ si deve maggiore indulgenza ad un uomo traviato da perniciosi consigli, che ad un uomo il quale per semplice tendenza di sua indole commetta il male. Non importa ciò nonostante esaminare coteste memorande parole come esamineremmo un capitolo dʼAristotele o di Hobbes; esse vanno considerate non come parole, ma come fatti. Se producono ciò che devono, sono ragionevoli ancorchè possano sembrare contradittorie. Se falliscono al fine loro, sono assurde quando anche avessero la evidenza dʼuna dimostrazione. La logica non transige. La politica consiste essenzialmente nella transazione. Non è quindi cosa strana che alcuni deʼ più importanti e utili documenti del mondo si annoverino fra i componimenti più illogici che sieno stati mai scritti. Lo scopo di Somers, di Maynard e degli altri cospicui uomini che formularono quella celebre proposta, fu non di lasciare alla posterità un modello di definizione e di partizione, ma di rendere impossibile la ristaurazione dʼun tiranno, e porre sul trono un Sovrano sotto il quale le leggi e la libertà non pericolassero. Questo scopo conseguirono adoperando un linguaggio che in un trattato filosofico verrebbe equamente tacciato di inesattezza e confusione. Poco badavano se la maggiore concordasse con la conclusione, mentre lʼuna procacciava loro duecento voti, e la conclusione altrettanti. Infatti la sola bellezza di quella deliberazione consiste nella sua incoerenza. Conteneva una frase atta a satisfare ogni frazione della maggioranza. Il rammentare il primitivo contratto piaceva ai discepoli di Sidney. La parola abdicazioneappagava i politici dʼuna più timida scuola. Erano senza dubbio molti fervidi protestanti i quali rimanevano soddisfatti della censura gettata suʼ Gesuiti. Pel vero uomo di Stato la sola clausula importante era quella che dichiarava vacante il trono; e ove ei potesse farla abbracciare, poco glʼimportava il preambolo. La forza che in tal modo trovossi raccolta rese disperata ogni resistenza. La proposta venne adottata senza voto dalla Commissione. Fu ordinato di farne in sullʼistante la relazione. Powle ritornò al seggio; il bastone fu posto sul banco: Hampden lesse, la Camera assentì alla relazione, e gli ordinò la portasse alla Camera deʼ Lordi.[642]
Taluni hanno spesso richiesto, in tono di rimprovero, il perchè lo invito non fu mandato anche ai membri del Parlamento che lʼanno precedente era stato disciolto. La risposta è chiara. Uno deʼ precipui aggravi deʼ quali la nazione querelavasi era il modo onde era stato eletto quel Parlamento. La maggior parte deʼ rappresentanti i borghi erano stati eletti da collegi elettorali ordinati in un modo che veniva universalmenteconsiderato illegale, ed era stato biasimato dal Principe nel suo Manifesto. Lo stesso Giacomo, poco innanzi la sua caduta, aveva assentito a rendere aʼ Municipi le antiche franchigie. Guglielmo adunque sarebbe stato incoerentissimo a sè stesso, qualora, dopo dʼavere prese le armi col fine di ricuperare i ritolti privilegi municipali, avesse riconosciuto come legittimi rappresentanti delle città dʼInghilterra individui eletti in onta a quei privilegi.
Sabato, il dì 22, i Lordi ragunaronsi nella consueta sala. Spesero quel giorno a stabilire il modo di procedere. Elessero un segretario; e non potendosi avere fiducia di nessuno deʼ dodici giudici, invitarono alcuni deʼ più reputati avvocati per giovarsi del loro consiglio nelle questioni legali. Deliberarono che nel prossimo lunedì lo stato del Regno verrebbe preso in considerazione.[610]
Lo intervallo fra la tornata del sabato e quella del lunedì fu tempo dʼansietà e pieno dʼavvenimenti. Un forte partito fraʼ Pari vagheggiava tuttavia la speranza che la Costituzione e la religione del Regno si potessero assicurare senza deporre il Re dal trono. Costoro determinarono di mandargli un indirizzo supplicandolo consentisse termini tali da far cessare il malcontento e i timori suscitati dalla sua passata condotta. Sancroft, il quale, dopo il ritorno del Re da Kent a Whitehall, non sʼera più immischiato neʼ pubblici affari, in questa occasione uscì fuori del suo ritiro onde porsi a capo dei realisti. Parecchi messaggieri furono spediti a Rochester con lettere pel Re. Lo assicuravano che i suoi interessi sarebbero strenuamente difesi, solo chʼegli in questo estremo momento si persuadesse a rinunziare ai disegni cotanto dal suo popolo aborriti. Alcuni spettabili Cattolici Romani gli tennero dietro onde scongiurarlo, per amore della comune religione, non si ostinasse in una vana contesa.[611]
Il consiglio era salutare; ma Giacomo non era in condizione da seguirlo. Comunque avesse avuto sempre debole e tardo intendimento, le donnesche paure e le puerili fantasieche gli agitavano lʼanima, glielo rendevano affatto inutile. Accorgevasi bene la sua fuga essere la cosa che sopra tutto temevano gli amici e desideravano glʼinimici suoi. E quando anco avesse corso pericolo di vita a rimanere, lʼoccasione era tale chʼegli avrebbe dovuto reputare infame il ritirarsi: imperocchè trattavasi di sapere se egli e i posteri suoi dovessero regnare assisi sul trono avito, o andare raminghi ed accattando in terra straniera. Ma nellʼanima sua ogni altro sentimento aveva ceduto al vigliacco timore di perdere la vita. Alle calde preghiere e alle incontrastabili ragioni degli agenti mandati a Rochester dagli amici suoi, egli dava una sola risposta: la sua testa essere in pericolo. Invano gli assicuravano tale sospetto essere privo di fondamento; il buon senso, ove non fosse la virtù, dovere dissuadere il Principe dʼOrange dalla colpa e vergogna del regicidio e del parricidio, e molti, i quali non consentirebbero a detronizzare il loro Sovrano mentre rimaneva nellʼisola, reputarsi per la sua diserzione sciolti dal loro debito di fedeltà. Ma la paura vinse ogni altro sentimento. Giacomo risolvè di partirsi; e gli era agevole farlo. Era trascuratamente guardato: tutti avevano a lui libero accesso; navi pronte a far vela trovavansi poco da lui distanti, e le barche potevano spingersi fino al giardino della casa dove egli alloggiava. Se fosse stato savio, le cure che davansi i suoi custodi a facilitargli la fuga, sarebbero state sufficenti a convincerlo chʼegli avrebbe dovuto rimanere colà dove era. E veramente la rete era così apertamente tesa da non ingannare altri che uno stolto reso insano dal terrore.
XVIII. Il Re sollecitamente apparecchiò tutto per eseguire il proprio disegno. La sera del sabato 22 assicurò alcuni deʼ gentiluomini, i quali erano stati spediti da Londra portatori di nuove e di consigli, che li avrebbe veduti la dimane. Andonne a letto, levossi sul cadere della notte, e accompagnato da Berwick per un uscio secreto scese, e andò, traversando il giardino, alla spiaggia del Medway. Una piccola gondola stavasi ad aspettarlo. La domenica allʼalba i fuggenti erano sopra una barca da pescare che scendeva giù pel Tamigi.[612]
Il pomeriggio la nuova della fuga giunse a Londra. I fautori del Re rimasero confusi. I Whig non poterono frenare la gioia loro. La fausta notizia incoraggiò il Principe a fare un ardito ed importante passo. Sapeva esservi comunicazioni tra la Legazione Francese e il partito ostile a lui. Era ben noto che quella Legazione sʼintendeva maravigliosamente di tutte le arti della corruzione; e mal poteva dubitarsi che in tanta congiuntura non aborrirebbero di adoperare le pistole e ogni sorta dʼintrighi. Barillon sommamente desiderava di rimanere per pochi altri giorni in Londra, e a tale scopo non aveva trascurata arte alcuna a blandire i vincitori. Nelle strade abboniva il popolaccio, che lo guardava in cagnesco, gettandogli dal cocchio pugni di monete. A mensa beveva pubblicamente alla salute del Principe dʼOrange. Ma Guglielmo non era uomo da lasciarsi prendere allʼamo da tali moine. A dir vero, non erasi arrogato lo esercizio della regia autorità; ma era Generale, e come tale non era tenuto a tollerare nel territorio da lui militarmente occupato la presenza di un uomo chʼegli credeva spione. Innanzi sera a Barillon fu intimato di partirsi dalla Inghilterra entro ventiquattro ore. Pregò caldamente gli si concedesse un breve indugio: ma i momenti erano preziosi; lʼordine fu ripetuto in modo più perentorio, ed ei di mala voglia partì per Dover. E perchè non vi mancasse nessuna dimostrazione di spregio e di sfida, venne scortato fino alla costa da uno deʼ suoi concittadini protestanti dalla persecuzione cacciati in esilio. Era tanto il risentimento che nel cuore di tutti avevano suscitato lʼambizione e lʼarroganza francese, che perfino quegli Inglesi i quali generalmente non inchinavano a guardare di buon occhio la condotta di Guglielmo, altamente plaudirono allorchè lo videro ritorcere con tanta energia la insolenza con che Luigi per tanti anni aveva trattato ogni corte dʼEuropa.[613]
XIX. Il lunedì i Lordi adunaronsi di nuovo. Halifax venne eletto a presiedere. Il Primate era assente, i realisti afflitti e scuorati, i Whig ardenti ed animosissimi. Sapevasi che Giacomo partendo aveva lasciata una lettera. Alcuni degli amici suoi proposero che fosse deposta sul banco, vanamentesperando che contenesse cose tali da apprestare la base ad un prospero accomodamento. A tale proposta fu fatta e vinta la questione pregiudiciale. Godolphin, che era tenuto per bene affetto al suo antico signore, profferì poche parole che furono decisive. «Ho veduto lo scritto,» disse egli «e mi duole il dirvi che non contiene nulla che possa minimamente satisfare le Signorie Vostre.» E veramente non conteneva una sola parola di pentimento deʼ passati errori, non speranza di non più ricadervi in futuro, e di ciò che era accaduto dava la colpa alla malizia di Guglielmo e alla cecità dʼuna nazione ingannata dagli speciosi nomi di proprietà e religione. Nessuno tentò di proporre di aprire pratiche dʼaccordo con un Principe che pareva reso più ostinato nel male dalla rigorosa scuola dellʼavversità. Si disse qualcosa sul fare inchieste intorno alla nascita del Principe di Galles; ma i Pari Whig trattarono la cosa con isdegno. «Non mi aspettava, Milordi,» esclamò Filippo Lord Wharton, vecchia Testarotonda che aveva comandato un reggimento contro Carlo I in Edgehill, «non mi aspettava di udire alcuno in questo giorno rammentare il fanciullo cui fu dato il nome di Principe di Galles; e spero che ormai sia rammentato per lʼultima volta.» Dopo lungo discutere fu deliberato di presentare due indirizzi a Guglielmo. In uno lo pregavano di assumersi provvisoriamente lʼamministrazione del governo; nellʼaltro lo esortavano a invitare con lettere circolari munite della sua propria firma tutti i collegi elettorali del Regno a inviare i loro rappresentanti a Westminster. Nel tempo stesso i Pari assumevano lo incarico di emanare un ordine perchè tutti i Papisti, salvo pochi individui privilegiati, fossero banditi da Londra e dalle vicinanze.[614]
I Lordi presentarono i loro indirizzi al Principe il dì susseguente, senza attendere lʼesito delle deliberazioni deʼ Comuni da lui convocati. Eʼ sembra che i Nobili ereditari in questo momento fossero ansiosissimi di far mostra della dignità loro, e non erano inchinevoli a riconoscere uguale autorità in una assemblea non riconosciuta dalla legge. Pensavano dʼessereuna vera Camera di Lordi; lʼaltra disprezzavano come illusoria Camera di Comuni. Guglielmo, nondimeno, saviamente disse di non volere nulla decidere finchè non conoscesse lʼopinione deʼ gentiluomini, i quali per lʼinnanzi erano stati onorati della fiducia delle Contee e delle città dʼInghilterra.[615]
XX. I Comuni chʼerano stati chiamati adunaronsi nella Cappella di Santo Stefano e formarono unʼassemblea numerosa. Posero sul seggio presidenziale Enrico Powle, già rappresentante di Cirencester in vari Parlamenti, e deʼ principali propugnatori della Legge dʼEsclusione.
Furono proposti e approvati indirizzi simili a quelli dei Lordi. Non vi fu differenza dʼopinioni sopra alcuna questione di grave momento; ed alcuni deboli tentativi fatti a suscitare discussioni sopra materie di forma, incontrarono universale disprezzo. Sir Roberto Sawyer disse di non potere intendere in che modo il Principe potesse amministrare il governo senza alcun titolo speciale, come sarebbe Reggente o Protettore. Il vecchio Maynard il quale, come giureconsulto, non aveva chi gli stesse a fronte, e che anche aveva somma pratica della tattica delle rivoluzioni, non ebbe cura di frenare il proprio sdegno contro una obiezione così puerile, fatta in un momento in cui la concordia e la prontezza erano della più alta importanza. «Noi staremo qui un secolo» disse egli «se rimarremo finchè Sir Roberto intenda come la cosa sia possibile.» Lʼassemblea reputò la risposta degna del cavillo che lʼavea provocata.[616]
XXI. Le deliberazioni dellʼadunanza furono comunicate al Principe; il quale annunziò che oramai cederebbe alla richiesta delle due Camere, e spedirebbe lettere di convocazione per ragunare una Convenzione degli Stati del Reame, e finchè non fosse ragunata, eserciterebbe egli il potere esecutivo.[617]
Ei sʼera accinto a non lieve impresa. Il Governo era onninamente sossopra. I Giudici di Pace avevano abbandonatele loro funzioni. Gli ufficiali della pubblica rendita avevano cessato di riscuotere le tasse. Lʼarmata disciolta da Feversham era ancora in confusione e pronta ad ammutinarsi. La flotta non era in meno tristi condizioni. Gli ufficiali militari e civili della Corona erano creditori di grosse somme per paghe arretrate; e nello Scacchiere altro non era che quarantamila lire sterline. Il Principe con somma energia si pose a rifare lʼordine. Pubblicò un proclama che esortava tutti i magistrati a continuare neʼ loro uffici, e un altro in cui ordinava la riscossione delle imposte.[618]
Il nuovo riordinamento dello esercito con rapidità procedeva. Molti deʼ Nobili e gentiluomini cui Giacomo aveva tolto il comando deʼ reggimenti inglesi furono richiamati. Fu trovato modo a impiegare le migliaia di soldati irlandesi da Giacomo fatti venire in Inghilterra. Non potevano in sicurtà rimanere in un paese dove essi erano segno alla animosità nazionale e religiosa. Non potevano con sicurtà mandarsi a casa loro per afforzare lʼarmata di Tyrconnel. Fu quindi provveduto di spedirli sul continente, dove, sotto il vessillo di Casa dʼAustria, potevano riuscire dʼindiretta ma efficace utilità alla causa della costituzione inglese e della religione protestante. Dartmouth fu destituito; e promettendo ad ogni marinaio prontamente la paga dovutagli, la flotta riconciliossi a Guglielmo. La città di Londra imprese ad appianargli le difficoltà di finanza. Il Consiglio Municipale, con voto unanime, sʼimpegnò a procurargli duecento mila lire sterline. E fu considerato come gran prova della opulenza e del patriottismo dei mercatanti della metropoli il trovare in quarantotto ore la intera somma senza altra guarentigia che la parola del Principe. Poche settimane innanzi Giacomo non aveva potuto procurarsi una somma assai minore, ancorchè avesse offerto di pagare frutti più alti, e dare in pegno beni di molto pregio.[619]
XXII. In pochissimi giorni lo sconvolgimento prodottodalla invasione, dalla insurrezione, dalla fuga di Giacomo e dalla sospensione dʼogni regolare governo, era finito, e il paese aveva ripreso il consueto aspetto. Regnava universale sentimento di sicurezza. Anche le classi maggiormente esposte allʼodio pubblico, e che avevano maggiore ragione a temere una persecuzione, furono protette dalla accorta clemenza del vincitore. Individui profondamente implicati negli illegali atti dello antecedente regno, non solo passeggiavano sicuri per le vie, ma profferivansi candidati alla Convenzione. Mulgrave non fu accolto di mala grazia al palazzo di San Giacomo. A Feversham, sprigionato, fu permesso di riprendere lʼunico ufficio pel quale aveva i debiti requisiti, cioè quello di tenere la banca al giuoco della bassetta in casa della Regina vedova. Ma non vi fu classe del popolo che avesse tanta cagione di sentire gratitudine per Guglielmo al pari deʼ Cattolici Romani. Non sarebbe stato savio partito abrogare formalmente i severi provvedimenti fatti daʼ Pari contro i credenti dʼuna religione generalmente aborrita dalla nazione: ma tali provvedimenti vennero praticamente annullati mercè la prudenza ed umanità del Principe. Marciando da Torbay alla volta di Londra aveva dato ordine di non recar danno alle persone e alle abitazioni deʼ papisti. Adesso rinnovò tali ordini, e ingiunse a Burnet gli facesse rigorosamente eseguire. Non poteva fare migliore scelta, imperciocchè Burnet era uomo di tanta generosità e buona indole, che il suo cuore era sempre aperto aglʼinfelici; e nel tempo medesimo il suo ben noto odio contro il papismo era pei più fervidi protestanti sufficiente sicurtà che glʼinteressi della religione loro non correrebbero il minimo rischio nelle mani di lui. Ascoltava cortesemente le querele deʼ Cattolici Romani, procurava il passaporto a tutti coloro che amavano meglio andarsene di là dal mare, e si recò da sè a Newgate per visitare i prelati ivi rinchiusi. Ordinò che venissero trasferiti in più comode stanze, e serviti con ogni riguardo. Gli assicurò solennemente che non verrebbe loro torto un capello, ed appena il Principe fosse in condizione da agire secondo che desiderava, gli avrebbe posti in libertà. Il Ministro di Spagna riferì al proprio Governo, e per mezzo di questo al Papa, che nessun Cattolico poteva sentire scrupolo di coscienza a cagionedella recente rivoluzione della Inghilterra; che deʼ pericoli, ai quali i credenti nella vera Chiesa trovavansi esposti, il solo Giacomo era responsabile, e che il solo Guglielmo li aveva salvati da una sanguinosa persecuzione.[620]
XXIII. E però con quasi piena soddisfazione i Principi della Casa dʼAustria e il Sommo Pontefice sentirono che il lungo vassallaggio della Inghilterra era finito. Come si seppe in Madrid che Guglielmo andava a vele gonfie nella sua intrapresa, un solo nel consiglio di Stato di Spagna osò esprimere il proprio rincrescimento al vedere come un fatto, che politicamente considerato era faustissimo, sarebbe stato dannoso aglʼinteressi della vera Chiesa.[621]
Ma la tollerante politica del Principe prestamente quietò tutti gli scrupoli, e il suo inalzamento non fu veduto con minore satisfazione dai bacchettoni Grandi di Spagna, che dai Whig inglesi.
Con assai diverso sentimento la nuova di questa grande rivoluzione fu accolta in Francia. In un solo giorno la politica dʼun regno lungo, pieno di vicissitudini e glorioso, restò sconcertata. Inghilterra era di nuovo la Inghilterra dʼElisabetta e di Cromwell; e le relazioni di tutti gli Stati della Cristianità furono pienamente cangiate dalla repentina intromissione di questo nuovo potentato nel sistema europeo. I Parigini non sapevano dʼaltro discorrere se non di ciò che seguiva in Londra. Il sentimento nazionale e religioso spingevalia parteggiare per Giacomo. Non sapevano un jota della costituzione inglese. Abbominavano la Chiesa Anglicana. La nostra rivoluzione pareva loro non il trionfo della libertà sopra la tirannide, ma una orrenda tragedia domestica, nella quale un venerabile e pio Servio veniva tratto giù dal trono da un Tarquinio, e schiacciato dalle ruote del cocchio dʼuna Tullia. Gridavano vergogna ai capitani traditori, esecravano le snaturate figliuole, e sentivano per Guglielmo profondo disgusto, comecchè temperato dal rispetto che il valore, la capacità, e i prosperi successi sogliono ispirare.[622]La Regina, sotto la sferza del notturno vento e della pioggia, stringendo al petto il parvolo erede di tre corone, il Re arrestato, derubato, e oltraggiato da uomini ribaldi, erano cose che destavano commiserazione e romanzesco interesse nel cuore di tutti i Francesi. Ma Luigi fu quegli che provò particolari emozioni vedendo le calamità della Casa Stuarda. Si sentì ridestare nellʼanima lo egoismo e la generosità tutta dellʼindole sua. Dopo molti anni di prosperità egli aveva finalmente dato in un grave inciampo. Aveva calcolato sopra lo aiuto o la neutralità della Inghilterra; e adesso non poteva altro da quella aspettarsi che energica e pertinace ostilità. Parecchi giorni innanzi avrebbe non senza ragione potuto sperare di soggiogare le Fiandre e dettare la legge alla Germania; e adesso si reputerebbe fortunato ove potesse difendere i confini del Regno contro una lega da lunghissimi anni non più veduta in Europa. Da questa cotanto nuova, impacciosa e pericolosa posizione, nullʼaltro che una controrivoluzione o una guerra civile nelle Isole britanniche poteva liberarlo. Per le quali cose ambizione e paura lo spingevano ad abbracciare la causa della caduta dinastia. Ed è giusto il dire che a ciò fare lo movevano anche sentimenti più nobili che lʼambizione e il timore non fossero. Il suo cuore era naturalmente compassionevole, e le sciagure di Giacomo erano tali da svegliare tutta la compassione di Luigi. Le circostanze in cui egli erasi trovato avevano impedito il libero corso ai suoi buoni sentimenti. La simpatia rade volte è vigorosa doveè grande ineguaglianza di condizioni; ed egli sʼera tanto alto levato sopra gli altri uomini, che le loro miserie gli destavano in cuore una tepida pietà, quale sarebbe quella che noi proviamo ai patimenti degli animali inferiori, dʼun pettirosso affamato o dʼun spedato cavallo da posta. La devastazione del Palatinato e la persecuzione degli Ugonotti non gli avevano quindi turbato lʼanimo in guisa, che tosto non glielo mettessero in calma lʼorgoglio e la bacchettoneria. Ma si sentì destare nellʼanima tutta la tenerezza di cui egli era capace, vedendo la miseria di un gran Re, che pochi giorni innanzi era stato servito in ginocchio da grandi Signori, e che adesso era esule e mendico. A questo sentimento di tenerezza era commista una vanità non ignobile. Voleva dare al mondo un esempio di munificenza e cortesia. Voleva mostrare allʼumanità quale dovrebbe essere il contegno di un perfetto gentiluomo in altissimo stato e in una solenne congiuntura; e, a vero dire, ei si condusse da uomo cavallerescamente urbano e generoso, sì che di altro esempio non si onoravano gli annali della Europa dal tempo in cui il Principe Nero si stette in piedi dietro la sedia del Re Giovanni a cena nel campo di Poitiers.
XXIV. Appena si seppe in Versailles che la Regina dʼInghilterra era approdata in Francia, le venne apparecchiato un palazzo. Furono spediti cocchi e compagnie di Guardie por istarsi agli ordini di lei. Perchè ella potesse comodamente viaggiare, si feʼ racconciare la strada di Calais. A Lauzun non solo fu, a riguardo di lei, concesso perdono delle colpe passate, ma egli ebbe lʼonore dʼuna lettera amichevole scritta di mano di Luigi. Maria faceva cammino alla volta della corte francese, allorquando giunse la nuova che il suo marito, dopo un procelloso viaggio, era sbarcato a salvamento presso il piccolo villaggio dʼAmbleteuse. Personaggi dʼalto grado furono tosto spediti da Versailles a compirlo e servirgli di scorta. Frattanto Luigi, accompagnato dalla sua famiglia e daʼ suoi Nobili, uscì in solenne corteo a ricevere lʼesule Regina. Il suo cocchio sontuoso era preceduto dagli alabardieri svizzeri. Lo fiancheggiava di qua o di là il corpo delle Guardie a cavallo sonando i cimbali e le trombe. Dietro il Re in cento carrozze, ciascuna tirata da sei cavalli, veniva la più splendida aristocrazia chefosse in Europa, tutta piume, nastri, gioie e ricami. La processione non aveva fatto molto cammino quando fu annunziato che Maria appressavasi. Luigi scese dal cocchio, e a piedi le andò incontro. Ella diede in uno scoppio di passionate espressioni di gratitudine. «Madama,» disse il Re di Francia «egli è un tristo servigio quello che oggi vi rendo. Spero che in futuro io possa rendervene di maggiori e più piacevoli.» Così dicendo, baciò il pargoletto Principe di Galles, e fece sedere alla sua destra la Regina nel cocchio reale. Allora la cavalcata si volse verso Saint-Germain.
Quivi nella estremità dʼuna foresta popolata di belve da caccia, e in cima a un colle che sovrasta al tortuoso corso della Senna, Francesco I aveva edificato un castello, ed Enrico IV una magnifica terrazza. Di tutte le magioni deʼ Re di Francia, in nessuna si respirava aria più salubre e godevasi un più ameno spettacolo. La grandezza e vetustà veneranda degli alberi, la beltà deʼ giardini, lʼabbondanza delle acque erano in gran fama. Ivi Luigi XIV era nato, e nei suoi giovani anni ivi avea tenuta la sua corte, aveva aggiunti vari padiglioni alla magione di Francesco, e finita la terrazza di Enrico. Nonostante, presto il Re provò inesplicabile disgusto pel luogo dove era nato. Ei lasciò Saint-Germain per trasferirsi a Versailles, e spese somme pressochè favolose nel vano sforzo di creare un paradiso in un luogo singolarmente sterile e insalubre, tutto sabbia e fango, senza boschi, senza acqua e senza caccia. Saint-Germain adunque fu scelto per abitazione della reale famiglia dʼInghilterra. Vi era stata in fretta trasportata sontuosa mobilia. Le stanze pel Principe di Galles erano state provvedute dʼogni cosa necessaria ai bisogni dʼun pargolo. Uno deʼ servi presentò alla Regina la chiave di un ricco scrigno che trovavasi nello appartamento di lei. Ella lo aprì, e vi trovò dentro seimila luigi dʼoro.
XXV. Il dì susseguente Giacomo arrivò a Saint-Germain. Vi era Luigi a riceverlo. Lo sventurato esule gli fece un sì profondo inchino che pareva volesse abbracciare le ginocchia del suo protettore. Luigi sollevatolo, abbracciollo con fraterna tenerezza. I due Re entrarono in camera della Regina. «Ecco qui un gentiluomo» le disse Luigi «che voi gradirete di vedere.»Quindi dopo avere pregato il suo ospite a volere pel dì prossimo visitare Versailles, e concedergli il piacere di mostrargli gli edificii, le pitture, e le piantagioni, prese commiato, senza cerimonie, quasi fossero vecchi amici.
Dopo poche ore agli sposi reali venne annunziato che per tutto il tempo chʼessi farebbero al Re di Francia il favore di accettarne lʼospitalità, verrebbe loro pagata dal suo tesoro lʼannua somma di quarantacinquemila lire sterline. Diecimila ne furono subito date loro per le spese dʼinstallazione.
La liberalità di Luigi fu non per tanto molto meno rara e ammirevole della squisita delicatezza con che ei si affaticò ad addolcire le amarezze deʼ suoi ospiti ed alleggiare il quasi intollerabile peso degli obblighi che addossava loro. Egli, che fino allora nelle questioni di precedenza era stato fastidioso, litigioso, insolente, che sʼera più volte mostrato pronto a gettare la Europa in guerra più presto che cedere nel più frivolo punto dʼetichetta, adesso fu puntiglioso contro sè stesso, ma puntiglioso per i suoi sventurati amici. Ordinò che Maria fosse trattata con tutti i segni di rispetto onde era stata trattata la defunta sua moglie. Fu discusso se i Principi della Casa di Borbone avessero diritto di sedersi in presenza della Regina. Simiglianti inezie erano cose gravi nellʼantica Corte di Francia. Vʼerano esempi pro e contra: ma Luigi decise la questione contro il proprio sangue. Alcune dame dʼaltissimo grado trascurarono la cerimonia di baciare il lembo della veste di Maria. Luigi notò la omissione, e con voce tale e con tale sguardo, che tutte le dame di corte da quel giorno mostraronsi sempre pronte a baciarle il piede. Allorquando lʼEster, pur allora scritta da Racine, venne rappresentata in Saint-Cyr, Maria occupò il seggio dʼonore. Giacomo le sedeva a destra. Luigi modestamente le si assise a sinistra. Anzi ei consentì che nel suo proprio palazzo un esule, il quale viveva della sua generosità, assumesse il titolo di Re di Francia, e come Re di Francia inquartasse i gigli coʼ lioni inglesi, e come Re di Francia neʼ giorni in che la corte prendeva il lutto, vestisse abito di colore violetto.
Il contegno deʼ Nobili francesi in pubblico prendeva norma dal Sovrano, ma non era possibile impedire che essi liberamentepensassero ed esprimessero i loro pensieri nelle conversazioni private, con la pungente e delicata arguzia che forma il carattere della nazione e del ceto loro. Di Maria pensavano favorevolmente. La trovavano piacente di persona e dignitosa nel portamento. Ne veneravano il coraggio e lo affetto di madre, e ne commiseravano la sinistra fortuna. Ma per Giacomo sentivano estremo dispregio. Non potevano patire la sua insensibilità, il modo freddo onde egli discorreva con chi che si fosse della propria rovina, e il fanciullesco diletto che prendeva della pompa e del lusso di Versailles. Attribuivano questa strana apatia, non a filosofia o religione, ma a stupidità e abiettezza dʼanimo, e notarono come nessuno che aveva avuto lʼ onore dʼascoltare dalla bocca di Sua Maestà Britannica il racconto dello proprie vicissitudini si maravigliasse di vedere lui in Saint-Germain e il suo genero nel palazzo di San Giacomo.[623]
XXVI. Nelle Province Unite la commozione prodotta dalle nuove giunte dʼInghilterra era anche maggiore che in Francia. Era quello il tempo in cui la Batava Federazione era pervenuta al più alto fastigio di gloria e potenza. Dal giorno in cui la spedizione fece vela tutta la nazione olandese era stata in preda a somma ansietà. Le chiese non erano mai state come allora popolate di gente. I predicatori non avevano mai arringato con maggiore veemenza. Gli abitanti dellʼAja non poterono frenarsi dallo insultare Albeville. La sua casa era giorno e notte sì strettamente circondata dalla plebaglia, che nessuno rischiavasi a visitarlo; ed egli temeva non appiccassero fuoco alla sua cappella.[624]Ad ogni corriere che giungeva recando nuove dello avanzarsi del Principe, i suoi concittadini si sentivano rincuorati; e allorquando si seppe chʼegli, cedendo allo invito fattogli dai Lordi e dallʼAssemblea deʼ Comuni, aveva assunto il potere esecutivo, tutte le fazioni olandesi proruppero in un grido universale di gioia e dʼorgoglio. Sollecitamente fu speditaunʼambasceria straordinaria a recargli le congratulazioni della madre patria. Uno degli ambasciatori era Dykvelt, uomo in quella occasione di non poca utilità per la destrezza, e per la profonda scienza chʼegli aveva della politica inglese; e gli fu dato per collega Niccola Witsen, Borgomastro dʼAmsterdam, il quale sembra essere stato scelto a fine di provare a tutta Europa che la lunga contesa tra la Casa dʼOrange e la città principale della Olanda era cessata. Il dì 8 gennaio Dykwelt e Witsen si presentarono a Westminster. Guglielmo favellò loro con franchezza e cordialità tali che rare volte ei mostrava conversando con glʼInglesi. Le sue prime parole furono queste: «Bene! e che cosa dicono ora gli amici a casa nostra?» E veramente il solo plauso che parve forte commuovere la stoica indole di lui, fu quello della terra natia. Della immensa popolarità chʼegli godeva in Inghilterra, parlò con freddo sdegno, e predisse con troppa verità la reazione che ne sarebbe seguita. «Qui» disse egli «oggi dappertutto si gridaOsanna, e forse domani si grideràCrucifige».[625]
XXVII. Il dì appresso furono eletti i primi membri della Convenzione. La città di Londra diede lo esempio, e senza contesa elesse quattro ricchi mercatanti caldissimi Whig. Il Re e i suoi fautori avevano sperato che molti ufficiali deʼ collegi elettorali considererebbero come nulla la lettera del Principe; ma fu vana speranza. Le elezioni procederono rapidamente e senza intoppo. Non vi fu quasi ombra di contesa: imperocchè la nazione per più dʼun anno aveva sempre aspettato lʼapertura delle Camere. I decreti di convocazione erano stati due volte emessi e due revocati. Alcuni collegi elettorali, per virtù di tali decreti, avevano già eletto i loro rappresentanti. Non vʼera Contea nella quale i gentiluomini e i borghesi non avessero, molti mesi prima, posto lʼocchio sopra candidati buoni protestanti,ad eleggere i quali dovevasi fare ogni sforzo in onta ai voleri del Re e ai raggiri del Lord Luogotenente; e questi candidati ora vennero generalmente eletti senza opposizione.
Il Principe diede rigorosi ordini che nessuno ufficiale pubblico in questa occasione adoperasse quelle arti che avevano recato tanto disonore al cessato Governo. Comandò in ispecie che nessun soldato osasse mostrarsi nelle città nelle quali facevansi le elezioni.[626]I suoi ammiratori poterono vantare, e i suoi nemici sembra non potessero negare, che gli elettori esprimessero liberamente la propria opinione. Vero è chʼegli rischiava poco. Il partito a lui bene affetto era trionfante e pieno dʼentusiasmo, di vita e dʼenergia. Quello da cui poteva aspettarsi seria opposizione era disunito e scorato, stizzito con sè stesso, e anco più stizzito col proprio capo. La maggior parte, quindi, delle Contee e deʼ borghi elessero rappresentanti Whig.
XXVIII. Eʼ non fu sopra la sola Inghilterra che Guglielmo estese la sua tutela. La Scozia era insorta contro i suoi tiranni. Tutti i soldati regolari, i quali lʼavevano lungamente tenuta in freno, erano stati richiamati da Giacomo per soccorrerlo contro glʼinvasori olandesi, tranne un piccolo presidio, che sotto il comando del Duca di Gordon, gran signore cattolico, stavasi nel castello dʼEdimburgo. Ogni corriere che era andato nelle contrade settentrionali nel mese di novembre, mese così pieno di vicende, aveva recato nuove che concitavano le passioni degli oppressi Scozzesi. Finchè era ancor dubbio lʼesito delle operazioni militari, in Edimburgo accaddero subugli e clamori che si fecero più minacciosi dopo la ritirata di Giacomo da Salisbury. Gran torme di gente ragunavansi primamente di notte, poi di giorno. Bruciavano le immagini del papa; chiedevano clamorosamente un libero Parlamento: si videro attaccati ai muri deʼ cartelli dove le teste deʼ ministri della Corona erano messe a prezzo. Fra costoro il più detestato era Perth, come colui chʼera Cancelliere, godeva altamente il regio favore, era apostata della fede riformata, e il primo che aveva nelle leggi penali della patria introdotto il ferreo strumento per macerare le dita. Era uomo privo di vigore, e dʼanimoabietto; e il solo coraggio chʼegli avesse era la sfrontatezza che sfida la infamia, e assiste senza commuoversi agli altrui tormenti. In quel tempo era capo del Consiglio; ma, venutogli meno lʼanimo, abbandonò il proprio posto, e a fuggire ogni pericolo,—secondo che giudicava dagli sguardi e dalle grida del feroce popolaccio,—di Edimburgo,—ritirossi a una sua villa che sorgeva non lontana dalla città. Si fece accompagnare a Castle Drummond da una numerosa guardia; ma, appena partito lui, la città insorse. Pochi soldati provaronsi di reprimere la insurrezione, ma furono vinti. Il palazzo di Holyrood, che era stato trasformato in seminario e tipografia cattolica romana, fu preso dʼassalto e saccheggiato. Libri papalini, rosari, crocifissi e pitture furono accatastati e arsi in High Street. Framezzo a tanta agitazione giunse la nuova della fuga del Re. I membri del Governo deposero ogni pensiero di contendere col furore popolare, e mutarono partito con quella prontezza allora comune fra i politici scozzesi. Il Consiglio Privato con un proclama ordinò il disarmo di tutti i papisti, e con un altro invitò i protestanti a collegarsi per la difesa della religione pura. La nazione non aveva aspettato lo invito. Città e campagna erano già in arme a favore del Principe dʼOrange. Nithisdale e Clydesdale erano le sole regioni in cui fosse ombra di speranza che i cattolici romani farebbero testa; ed entrambe furono occupate da bande di presbiteriani armati. Fra glʼinsorti erano alcuni cupi e feroci uomini, i quali, già stati infidi ad Argyle, ora erano egualmente pronti ad esserlo a Guglielmo. Dicevano Sua Altezza essere uomo maligno; non una parola della Convenzione nel suo Manifesto; gli Olandesi, gente con la quale nessun vero servo di Dio poteva concordare, essere in lega coʼ Luterani, e un Luterano, al pari dʼun Gesuita, essere figlio del demonio. Ma la voce universale di tutto il Regno vinse lo sconcio gracidare di cotesta odiata fazione.[627]
Il concitamento in breve giunse fino alle vicinanze di Castle Drummond. Perth conobbe di non essere sicuro nè anche fraʼ suoi propri servi e fittajuoli. Si abbandonò a quel disperato dolore in cui la sua cruda tirannia aveva spesso gettatouomini migliori di lui. Si provò di cercare conforto neʼ riti della sua novella Chiesa. Importunava i preti a confortarlo, pregava, si confessava, si comunicava: ma la sua fede era sì debole chʼegli affermò che, malgrado tutte le sue divozioni, era straziato dal terrore della morte. Intanto seppe che potea fuggire sopra un vascello che stavasi di faccia a Brentisland. Travestitosi come meglio potè, dopo un lungo e difficile cammino per non frequentati sentieri su per i monti dʼOchill, che allora erano coperti di neve, gli venne fatto dʼimbarcarsi: ma, non ostante tutte le sue cautele, era stato riconosciuto, e il grido della scoperta sʼera in un baleno propalato. Come si seppe che il crudo rinnegato era in mare ed aveva seco dellʼoro, taluni incitati dallʼodio e dalla cupidigia si posero ad inseguirlo. Un legno comandato da un antico cacciatore di buoi raggiunse il fuggente vascello e lo prese allʼabbordaggio. Perth travestito da donna dal fondo in cui sʼera nascosto fu tratto sul ponte, dove fu spogliato, frugato e saccheggiato. Gli aggressori appuntarongli le baionette al petto. E mentre ei con abiette strida supplicava gli lasciassero la vita, fu condotto a terra e gettato nella prigione comune di Kirkaldy. Di là, per ordine del Consiglio da lui dianzi presieduto, e che era composto dʼuomini partecipi delle sue colpe, fu trasferito al Castello di Stirling. Era giorno di domenica, e lʼora degli uffici divini, allorquando egli, cinto da guardie, fu menato alla sua prigione; ma perfino i rigidi Puritani dimenticarono la santità del giorno e del servizio. La gente erompeva fuori dalle chiese per vedere passare quel carnefice, e il frastuono delle minacce, maledizioni e urli dʼira lo accompagnò fino alla porta del carcere.[628]
Vari egregi Scozzesi trovavansi in Londra quando vi arrivò il Principe; e molti altri vi accorsero a corteggiarlo. Il dì 7 gennaio li chiamò a Whitehall. La congrega fu grande e rispettabile: al Duca di Hamilton e al Conte di Arran suo primogenito, capi dʼuna casa quasi regale, tenevano dietro trenta Lordi e circa ottanta gentiluomini di gran conto. Guglielmo gli esortò a consultare fra loro, e fargli sapere il miglior mododi promuovere il bene del loro paese. Quindi ritirossi perchè deliberassero liberamente senza lo impaccio della presenza di lui. Andati alla sala del Consiglio, posero Hamilton sul seggio. Ancorchè sembri che ci fosse poca differenza dʼopinione, le discussioni loro durarono tre giorni, fatto che si spiega pensando che Sir Patrizio Hume era uno degli oratori. Arran rischiossi a proporre sʼaprissero col Re pratiche dʼaccordo. Ma tale proposta, male accolta da suo padre e dalla intera assemblea, non trovò nessuno che la secondasse. Alla perfine vennero a deliberazioni strettamente somiglievoli a quelle che, pochi giorni innanzi, i Lordi e i Comuni dʼInghilterra avevano presentate al Principe. Lo pregavano di convocare una Convenzione degli Stati di Scozia, stabilire il dì 14 marzo per giorno dellʼAdunanza, e fino a quel giorno assumersi egli lʼamministrazione civile e militare. Il Principe assentì alla richiesta; e quindi il governo di tutta lʼisola si ridusse nelle sue mani.[629]
XXIX. Avvicinavasi il momento decisivo, e si accrebbe lʼagitazione nel pubblico. In ogni dove vedevansi gli uomini politici far capannelli e discutere. Le botteghe da caffè fervevano; le tipografie della metropoli lavoravano senza posa. Deʼ fogli stampati a quel tempo, anche oggi se ne possono raccogliere tanti da formare vari volumi; e non è difficile, leggendo tali scritture, farsi una idea delle condizioni in cui trovavansi i partiti.
Era una piccolissima fazione che voleva richiamare Giacomo senza alcuna stipulazione. Altra fazione anchʼessa piccolissima voleva istituire una repubblica, e affidare il governo ad un Consiglio di Stato sotto la presidenza del Principe dʼOrange. Ma entrambe queste estreme opinioni erano a tutti in aborrimento. Diciannove ventesimi della nazione erano gente in cui lo affetto alla monarchia ereditaria era congiunto, benchè ove più ove meno, con lo affetto alla libertà costituzionale, e che era egualmente avversa allʼabolizione della dignità regia e alla restaurazione incondizionata del Re.
Ma nel vasto spazio che divideva i bacchettoni che seguitavano ad attenersi alle dottrine di Filmer, dagli entusiastiche tuttavia sognavano i sogni di Harrington, vʼera luogo per molte varietà dʼopinioni. Se poniamo da parte le minute suddivisioni, vedremo che la massima parte della nazione e della Convenzione era partita in quattro corpi: tre erano Tory, il quarto era Whig.
Lʼaccordo tra i Whig e i Tory non era rimaso superstite al pericolo che lʼaveva fatto nascere. In varie occasioni mentre che il Principe marciava alla volta di Londra, la dissensione era scoppiata fraʼ suoi fautori. Mentre era ancor dubbio lʼesito della impresa, egli con isquisito accorgimento aveva di leggieri chetato ogni dissenso. Ma dal dì in cui egli entrò trionfante nel palazzo di San Giacomo, ogni suo accorgimento tornò inefficace. La vittoria, liberando la nazione dalla paura della tirannide papale, gli aveva rapita di mano mezza la sua influenza. Vecchie antipatie, che sedaronsi mentre i Vescovi erano nella Torre, i Gesuiti in consiglio, i leali ecclesiastici a torme privati del loro pane, i leali gentiluomini a centinaia scacciati dalle Commissioni di pace, si ridestarono forti ed operose. Il realista raccapricciava pensando di trovarsi in lega con coloro chʼegli fino dalla sua giovinezza mortalmente odiava, coi vecchi capitani parlamentari che gli avevano devastate le ville, coi vecchi commissari parlamentari che gli avevano sequestrati i beni, con uomini che avevano in Rye House tramato il macello e capitanata la insurrezione delle contrade occidentali. Inoltre quella diletta Chiesa, per amore della quale egli, dopo una penosa lotta, aveva rotto il suo debito dʼobbedienza verso il trono, era ella veramente salva? O lʼaveva egli redenta da un nemico perchè rimanesse in preda ad un altro? I preti papisti, a dir vero, erano in esilio, nascosti, o imprigionati. Nessun Gesuita o Benedettino che avesse cara la vita osava mostrarsi vestito degli abiti dellʼordine suo. Ma i dottori presbiteriani e glʼIndipendenti andavano in processione a riverire il capo del governo, e venivano da lui accolti di buona grazia come i veri successori degli apostoli. Alcuni scismatici apertamente dicevano sperare che tosto sarebbe tolto via ogni ostacolo che gli escludeva daʼ beneficii ecclesiastici; che gli Articoli verrebbero mitigati, riformata la liturgia; non più festa il dì di Natale, non più digiuno il venerdìsanto; canonici consacrati dal Vescovo, senza le bianche vestimenta, ministrerebbero nei cori delle cattedrali il pane e il vino eucaristico ai fedeli comodamente assisi neʼ loro banchi. Il Principe certamente non era presbiteriano fanatico; ma per lo meno era Latitudinario: non aveva scrupolo di comunicarsi secondo il rito anglicano; ma non si dava pensiero intorno alla forma secondo la quale altri si comunicava. Era anco da temersi che la moglie fosse troppo imbevuta deʼ principii di lui. La coscienza della Principessa era diretta da Burnet. Ella aveva ascoltato predicatori appartenenti a diverse sètte protestanti. Aveva dianzi detto di non discernere differenza veruna tra la Chiesa anglicana e le altre Chiese riformate.[630]Era quindi necessario che i Cavalieri in cosiffatte circostanze seguissero lo esempio dato nel 1641 dai padri loro, si separassero dalle Testerotonde e dai settarii, e, nonostante tutti i falli del monarca ereditario, sostenessero la causa della ereditaria monarchia.
La parte animata da questi sentimenti era numerosa e rispettabile. Comprendeva circa mezza la Camera deʼ Lordi, circa un terzo di quella deʼ Comuni, la maggior parte deʼ gentiluomini rurali, e almeno nove decimi del clero; ma era lacerata dalle dissensioni, e per ogni lato cinta di ostacoli.
XXX. Una frazione di questo gran partito, frazione che era specialmente forte fra gli ecclesiastici, e della quale Sherlock era lʼorgano principale, voleva si aprissero pratiche dʼaccordo con Giacomo, che fosse invitato a ritornare a Whitehall a condizioni tali che pienamente rimanesse assicurata la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno.[631]Egli è evidente che questo disegno, benchè fosse vigorosamente propugnato dal clero, era al tutto incompatibile con le dottrine per lunghi anni da esso insegnate. Veramente era un tentativo di aprire una via di mezzo dove non era spazio ad aprirla, di effettuare una concordia tra due cose che concordia non ammettevano, cioè tra la resistenza e la non resistenza. I Tory dapprima sʼerano appoggiati al principio della non resistenza; ma la più parte di loro avevano abbandonato quel principio e noninchinavano a riabbracciarlo. I Cavalieri dʼInghilterra, come classe, erano stati così, direttamente o indirettamente, implicati nella ultima insurrezione contro il Re, che non potevano per vergogna parlare del sacro debito di obbedire a Nerone; nè volevano richiamare il Principe sotto il cui pessimo governo avevano cotanto sofferto, senza esigere da lui condizioni tali da rendergli impossibile ogni abuso di potere. Trovavansi quindi in falsa posizione. La loro antica teoria, vera o falsa che fosse, almeno era completa e coerente. Se era vera, dovevano immediatamente invitare il Re a tornare indietro e permettergli, ove così gli piacesse, di punire nel capo come rei di crimenlese Seymour e Danby, il Vescovo di Londra e quello di Bristol, ristabilire la Commissione ecclesiastica, riempiere la Chiesa di dignitari papisti, e porre lo esercito sotto il comando di ufficiali papisti. Ma se, come gli stessi Tory allora sembravano confessare, quella teoria era falsa, a che aprire pratiche dʼaccordo col Re? Se ammettevano chʼegli potesse legalmente essere privato del trono finchè non desse soddisfacenti guarentigie per la sicurtà della costituzione della Chiesa e dello Stato, non era agevole negare chʼegli potesse legalmente esserne privato per sempre. Imperocchè quale soddisfacente guarentigia poteva egli dare? Come era possibile formulare un Atto di Parlamento in termini più chiari di quelli in che erano espressi gli atti parlamentari, i quali ingiungevano che il Decano della Chiesa di Cristo fosse un protestante? Come era egli possibile esprimere una qualunque promessa con parole più energiche di quelle con le quali Giacomo aveva più volte dichiarato di rigorosamente rispettare i diritti del Clero Anglicano? Se legge od onore fossero stati bastevoli a vincolarlo, ei non sarebbe mai stato costretto a fuggire dal suo Regno. E non valendo onore o legge a vincolarlo, era savio provvedimento permettergli che ritornasse.
XXXI. È possibile, non pertanto, che, malgrado i predetti argomenti, una proposta di aprire pratiche con Giacomo sarebbe stata fatta nella Convenzione e sostenuta daʼ Tory, ove egli in questa, come in qualsivoglia altra occasione, non fosse stato il peggiore nemico di sè stesso. Ogni corriere postale che giungeva a Londra da Saint-Germain, recava nuovetali da intiepidire lo ardore deʼ suoi partigiani. Ei non credeva valesse lo incomodo simulare rincrescimento deʼ passati errori o promessa di emendarsi. Pubblicò un Manifesto, nel quale diceva avere sempre posto ogni cura a governare con giustizia e moderazione i suoi popoli, e che essi ingannati da immaginari aggravi erano corsi da sè alla rovina.[632]La sua demenza ed ostinazione fece sì che coloro i quali più ardentemente desideravano riporlo sul trono ad eque condizioni, comprendessero che, proponendo in quel momento dʼaprire pratiche con lui, danneggerebbero la causa che volevano propugnare. Deliberarono quindi di collegarsi con unʼaltra fazione di Tory capitanata da Sancroft. Questi credè avere trovato modo di provvedere al governo del paese senza richiamare Giacomo, non privandolo ad un tempo della sua Corona. Questo modo altro non era che istituire una Reggenza. I più ostinati di queʼ teologi che avevano inculcata la dottrina della obbedienza passiva non avevano mai sostenuto che siffatta obbedienza si dovesse prestare ad un bambino o a un demente. Era universalmente riconosciuto che, quando il legittimo Sovrano fosse intellettualmente incapace di esercitare il proprio ufficio, poteva deputarsi alcuno ad agire in sua vece, e che chiunque resistesse a cotesto deputato, e per iscusa allegasse il comando di un principe in fasce o demente, incorrerebbe giustamente nelle pene della ribellione. La stupidità, lʼostinatezza, e la superstizione—in questa guisa ragionava il Primate—avevano reso Giacomo inetto a reggere i propri dominii come un fanciullo in fasce, o un pazzo che nel Manicomio di Bedlam si giaccia sulla paglia digrignando i denti e dicendo scempie parole. Era dunque mestieri appigliarsi al provvedimento preso allorchè Enrico VI era infante, e una seconda volta abbracciato allorchè fu colpito da letargia. Giacomo non poteva esercitare lʼufficio di Re; ma doveva seguitare ad avere sembianza di Re. I decreti dovevano portare il suo nome, le monete e il Gran Sigillo essere segnati della immagine ed epigrafe di lui; gli Atti del Parlamento portare gli anni del suo regno. Ma il potere esecutivo doveva essergli tolto, edaffidato a un Reggente eletto dagli Stati del Reame. In questa guisa, sosteneva con gravità Sancroft, il popolo non mancherebbe al proprio debito, strettamente manterrebbe il giuramento di fedeltà prestato al suo Re; e i più ortodossi anglicani, senza il minimo scrupolo di coscienza, potrebbero esercitare gli uffici sotto il Reggente.[633]
La opinione di Sancroft era di gran peso nel partito Tory e segnatamente nel clero. Una settimana innanzi il giorno stabilito al ragunarsi della Convenzione, una congrega di gravissimi uomini nel palazzo Lambeth, assistè alle preci nella cappella, desinò col Primate, e finalmente si strinse a consulta intorno alle pubbliche faccende. Vʼerano presenti cinque suffraganei dello Arcivescovo, i quali nella decorsa estate avevano secolui diviso i perigli e la gloria. I Conti di Clarendon e di Ailesbury rappresentavano i Tory secolari. Parve che unanimemente lʼassemblea opinasse che coloro i quali avevano prestato a Giacomo il giuramento di fedeltà, potevano lecitamente negargli obbedienza; ma non potevano con sicurtà di coscienza chiamare chiunque altri si fosse col nome di Re.[634]
XXXII. In tal modo due frazioni del partito Tory, lʼuna che desiderava un accomodamento con Giacomo, lʼaltra che avversava tale accomodamento, concordarono a propugnare il disegno dʼinstituire una Reggenza. Ma una terza frazione, la quale comechè non fosse numerosa aveva gran peso e influenza, proponeva un assai diverso provvedimento. I capi di questa piccola schiera erano Danby e il Vescovo di Londra nella Camera deʼ Lordi, e Sir Roberto Sawyer in quella deʼ Comuni. Crederono dʼavere trovato modo di fare una compiuta rivoluzione sotto forme rigorosamente legali. Dicevano essere contrario ad ogni principio che il Re venisse detronizzato daʼ suoi sudditi; nè vʼera necessità di farlo. Fuggendo, egli aveva abdicato il suo potere e la sua dignità. Il trono doveva considerarsi come vacante; e tutti i giureconsulti costituzionali sostenevano che il trono dʼInghilterra non poteva esserlo nè anche un momento. E però il più prossimo erede era da reputarsi Sovrano. Ma chi era cotesto prossimo erede? Quanto al pargolo che era stato condotto in Francia, la sua venuta al mondo era accompagnata da molti sospetti. Era dovere verso gli altri membri della regale famiglia e verso la nazione che si rimovesse ogni dubbio. Guglielmo, a nome della Principessa dʼOrange sua consorte, aveva solennemente dimandata una inchiesta, la quale sarebbe stata instituita se gli accusati di frode non si fossero appigliati ad un partito, che in qualunque caso ordinario sarebbe stato considerato come prova decisiva della colpa. Senza aspettare lʼesito di un solenne processo parlamentare, se nʼerano fuggiti in paese straniero, secoloro conducendo lo infante, e le cameriste francesi e italiane, le quali, ove ci fosse stato frode, avrebbero dovuto saperla, e quindi sarebbero state sottoposte a rigoroso contro-esame. Era impossibile ammettere il diritto del fanciullo senza avere compita la inchiesta; e coloro che si dicevano suoi genitori avevano resa ogni inchiesta impossibile. Era quindi mestieri reputarlo condannato in contumacia. Se ei pativa ingiustizia, ne avea colpa non la nazione, ma coloro la cui strana condotta al tempo della nascita di lui aveva giustificato la nazione a domandare una inchiesta, alla quale si sottrassero con la fuga. Per le quali cose poteva a buon dirittoconsiderarsi come pretendente; e in tal modo la Corona rimaneva devoluta alla Principessa dʼOrange. Essa era adunque di fatto Regina regnante. Alle Camere altro non rimaneva a fare che proclamarla. Ella poteva, se così le piacesse, nominare primo ministro il marito, e anche, assenziente il Parlamento, conferirgli il titolo di Re.
Coloro, che preferivano questo disegno a qualunque altro, erano pochi; ed era sicuro che verrebbe avversato da tutti quei che tuttavia serbavano qualche affetto per Giacomo, e da tutti i partigiani di Guglielmo. Pure Danby, fidando nella pratica chʼegli aveva della tattica parlamentare, e sapendo quanto possa, ogniqualvolta i grandi partiti trovinsi a un dipresso bilanciati, una piccola schiera di dissenzienti, non disperava di tenere sospeso il resultato della contesa, finchè entrambi, Whig e Tory, non avendo più speranza di piena vittoria, e tementi gli effetti dello indugiare, lo lasciassero agire come arbitro. E non era impossibile che gli riuscisse, se i suoi sforzi fossero stati secondati, anzi non fossero stati frustrati da colei chʼegli desiderava inalzare al fastigio della umana grandezza. Per quanto egli avesse occhio veggente e pratica negli affari, ignorava affatto la indole di Maria e lo affetto chʼella nutriva pel suo consorte; nè Compton antico precettore di lei era meglio informato. Guglielmo aveva modi secchi e freddi, inferma salute, indole punto blanda; non era uomo da fare supporre che potesse ispirare una violenta passione ad una giovane di ventisei anni. Sapevasi chʼegli non era stato sempre rigorosamente fedele alla propria moglie; e i ciarlieri andavano dicendo chʼella non menava felice la vita in compagnia di lui. I più sottili politici, perciò, non sospettarono mai che con tutti i suoi falli egli regnasse sul cuore di lei con un impero che non ottennero mai sul cuore di nessuna donna principi rinomatissimi pei loro successi nelle faccende dʼamore, come a modo dʼesempio Francesco I ed Enrico IV, Luigi XIV e Carlo II, e che i tre regni aviti non fossero principalmente dʼalcun valore agli occhi di lei, se non perchè, nel concederli allo sposo, poteva provargli quanto intenso e disinteressato era lo affetto chʼella gli portava. Danby, affatto ignaro di coteste cose, le assicurò che egli avrebbe difesi i diritti dilei, e che, ove ella lo secondasse, sperava di porla sola sul trono.[635]
XXXIII. La condotta deʼ Whig era semplice e ragionevole. Professavano il principio che il nostro Governo era essenzialmente un contratto formato per una parte dal giuramento di fedeltà, e per unʼaltra dal giuramento della incoronazione, e che i doveri imposti da tale contratto erano scambievoli. Credevano che un Sovrano il quale abusasse gravemente deʼ propri poteri, potesse essere legittimamente avversato dal suo popolo e privato del trono. Ciò posto, nessuno negava che Giacomo avesse fatto grave abuso del proprio potere; e tutto il partito Whig era pronto a dichiararlo decaduto. Se il Principe di Galles fosse o non fosse legittimo, non era subietto meritevole dʼessere discusso. Per escluderlo dal trono ora esistevano ragioni più forti di quelle che si potessero dedurre dalla qualità di sua nascita. Un bambino introdotto di soppiatto nel regio talamo poteva forse riuscire buon Re dʼInghilterra. Ma non era possibile sperarlo trattandosi dʼun bambino cresciuto e educato da un padre chʼera il più stupido ed ostinato dei tiranni, in un paese straniero, sede del dispotismo e della superstizione; in un paese dove gli ultimi vestigi della libertà erano scomparsi; dove gli Stati Generali avevano cessato di ragunarsi; dove i Parlamenti da lungo tempo registravano senza la più lieve rimostranza i più oppressivi editti del Sovrano; dove il valore, lo ingegno, la dottrina sembravano esistere solamente a fine dʼingrandire un solo uomo; dove lʼadulazione era precipuo subietto alla stampa, al pulpito, alla scena; e dove uno deʼ precipui subietti della adulazione era la barbara persecuzione della Chiesa Riformata. Era egli verosimile che sotto cosiffatta tutela e in quella cotale situazione il fanciullo imparasse rispetto verso le istituzioni della sua terra natia? Poteva egli dubitarsi che crescerebbe per essere lo schiavo deʼ Gesuiti e deʼ Borboni, che avrebbe più sinistri pregiudicii—se pure ciò era possibile—che qualunque altro deʼ precedenti Stuardi contro le leggi della Inghilterra?
I Whig inoltre non pensavano, che, avuto riguardo alle attuali condizioni della patria, fosse opera in sè stessa inconvenevole dipartirsi dalla ordinaria regola della successione. Opinavano che finchè tale regola rimaneva in vigore, le dottrine dellʼindestruttibile diritto ereditario e della obbedienza passiva piacerebbero alla Corte, verrebbero inculcate dal clero, e rimarrebbero abbarbicate nelle menti del popolo. Seguiterebbe a prevalere la idea che la dignità regia è ordinamento di Dio con significato diverso da quello che sʼintende dicendo ogni altra specie di Governo essere ordinamento di Dio. Era chiaro che finchè questa superstizione non fosse spenta, la Costituzione non avrebbe mai sicurtà: imperocchè una monarchia veramente limitata non può lungo tempo durare in una società che consideri la monarchia come cosa divina, e le limitazioni come trovati umani. Perchè il principato esista in perfetta armonia con le libertà nostre, è mestieri che esso non possa mostrare un titolo più alto e venerando di quello onde noi possediamo le nostre libertà. Il Re va quinci innanzi considerato come magistrato, alto magistrato, a dir vero, e degno di somma onoranza, ma, al pari di tutti gli altri magistrati, soggetto alla legge, e derivante la potestà sua dal cielo in senso non diverso da quello che potrebbe intendersi dicendo che le Camere deʼ Lordi e dei Comuni derivano la potestà loro dal cielo. Il modo migliore a conseguire un così salutare cangiamento sarebbe quello dʼinterrompere il corso della successione. Sotto sovrani i quali reputassero a un dipresso alto tradimento il predicare la non resistenza e la teoria del governo patriarcale, sotto sovrani la cui autorità derivando dalle deliberazioni delle due Camere non sʼinalzasse di sopra alla sua sorgente, vi sarebbe poco pericolo di patire oppressione simile a quella che aveva per due generazioni costretti glʼInglesi a correre alle armi contro gli Stuardi. Per cotali ragionamenti i Whig erano apparecchiati a dichiarare vacante il trono, a provvedervi per mezzo della elezione, e imporre al Principe da loro scelto condizioni tali che fermamente tutelassero il paese contro il pessimo Governo.
E oramai era arrivato il tempo di risolvere queste grandi questioni. Allʼalba del dì 22 gennaio la Camera deʼ Comuniera affollata di rappresentanti delle Contee e deʼ borghi. Sui banchi vedevansi molti visi ben noti in quel luogo sotto il regno di Carlo II, ma che non vi sʼerano più veduti sotto il suo successore. Molti di quegli scudieri Tory, e di queʼ bisognosi dipendenti dalla Corte i quali erano stati eletti deputati al Parlamento del 1685, avevano dato luogo ad uomini dello antico partito patriottico, a coloro che avevano strappato di mano alla Cabala il potere, votato lʼAtto dellʼHabeas Corpus, e mandato alla Camera deʼ Lordi la Legge dʼEsclusione. Fra essi era Powle, uomo profondamente versato nella storia e nelle leggi del Parlamento, e dotato di quella specie di eloquenza che si richiede ogni qualvolta gravi questioni si agitano dinanzi a un Senato; e Sir Tommaso Littleton, versato nella politica europea e dotato di forte e sottile logica, con la quale sovente, dopo una lunga seduta, accesi i lumi, aveva ridesta la stanca camera, e deciso dellʼesito della discussione. Eravi anco Guglielmo Sacheverell, oratore, la cui somma abilità parlamentare molti anni dipoi era tema prediletto ai discorsi di quei vecchi che vissero tanto da vedere i conflitti di Walpole e di Pulteney.[636]Con questi illustri uomini vedevasi Sir Roberto Clayton, il più ricco mercatante di Londra, il cui palazzo nel Ghetto Vecchio vinceva per magnificenza le magioni aristocratiche di Lincolnʼs Inn Fields e di Covent Garden, la cui villa sorgente tra i colli di Surrey veniva descritta come un Eden, i cui banchetti gareggiavano con quelli deʼ Re, e la cui giudiciosa munificenza, della quale fanno tuttora testimonio molti pubblici monumenti, lo avevano reso degno di occupare negli annali della Città un posto secondo solamente a quello di Gresham. Nel Parlamento che nel 1681 si tenne in Oxford, Clayton, come rappresentante la metropoli e ad istanza deʼ suoi elettori, aveva chiesto licenza di presentare la Legge dʼEsclusione, ed era stato secondato da Lord Russell.
Nel 1685, la Città privata delle sue franchigie e governata dalle creature della Corte, aveva eletto quattro rappresentanti Tory. Ma ora le erano stati resi i perduti privilegi, ed avevanuovamente eletto Clayton per acclamazione.[637]Nè deve tacersi di Giovanni Birch. Aveva incominciata la vita facendo il carrettiere, ma nelle guerre civili, lasciato il suo baroccio, si era fatto soldato, e inalzato al grado di Colonnello nello esercito della repubblica, aveva in alti uffici fiscali mostrato grande ingegno per gli affari, e comechè serbasse fino allo estremo suo dì i ruvidi modi del dialetto plebeo della sua giovinezza, mercè il suo vigoroso buon senso e il suo naturale acume, erasi acquistato tanta reputazione nella Camera deʼ Comuni da essere considerato qual formidabile avversario daʼ più compiti oratori del suo tempo.[638]Questi erano i più cospicui fraʼ veterani, i quali dopo un lungo ritiro ritornavano alla vita pubblica. Ma tosto furono vinti da due giovani Whig, i quali in cotesto solenne giorno sedevano per la prima volta nella Camera; inalzaronsi poi ai più alti onori dello Stato, fecero fronte alle più feroci procelle delle fazioni, ed avendo per lungo tempo goduta somma rinomanza di statisti, dʼoratori, e di magnifici protettori deglʼingegni e del sapere, morirono nello spazio di pochi mesi, tosto dopo che la Casa di Brunswick ascese al trono dʼInghilterra. Costoro chiamavansi Carlo Montague e Giovanni Somers.
È dʼuopo fare menzione dʼun altro nome, dʼun nome allora noto a un piccolo drappello di filosofi, ma adesso pronunciato di là dal Gange e dal Mississipì con riverenza maggiore di quella che il mondo tributa alla memoria dei grandissimi guerrieri e regnatori. Fra la folla dei rappresentanti che stavansi in silenzio vedevasi la maestosa e pensosa fronte dʼIsacco Newton. La famosa Università sulla quale il genio di lui aveva già incominciato ad imprimere un carattere peculiare, tuttora chiaramente visibile dopo lo spazio di centosessanta anni, lo aveva mandato suo rappresentante alla Convenzione; ed egli vi sedeva nella sua modesta grandezza, discreto ma incrollabile amico della libertà civile e religiosa.
XXXIV. Il primo atto della Convenzione fu quello di eleggere un Presidente; e la elezione da essa fatta indicò manifestissimamentela opinione che aveva rispetto alle grandi questioni che doveva risolvere. Fino alla vigilia dellʼapertura delle Camere era bene inteso che Seymour sarebbe chiamato al seggio presidenziale. Ei lo aveva già per vari anni occupato, aveva titoli insigni e diversi a quella onorificenza, nobiltà di sangue, opulenza, sapere, esperienza, facondia. Aveva da lunghi anni capitanato una potente schiera di rappresentanti delle Contee occidentali. Benchè fosse Tory, nellʼultimo Parlamento sʼera messo con notevole abilità e coraggio, a capo della opposizione contro il papismo e la tirannide. Era uno deʼ gentiluomini che primi accorsero al quartiere generale degli Olandesi in Exeter, e aveva formata quella lega, per vigore della quale i fautori del Principe sʼerano vicendevolmente vincolati a vincere o morire insieme. Ma poche ore innanzi lʼapertura delle Camere, corse la voce che Seymour era avverso a dichiarare vacante il trono. Appena, quindi, i banchi furono ripieni, il Conte di Wiltshire, che rappresentava la Contea di Hamp, levossi e propose Powle a presidente. Sir Vere Fane, rappresentante di Kent, secondò la proposta. Poteva farsi una ragionevole obiezione, perocchè si sapeva che una petizione doveva essere presentata contro la elezione di Powle; ma il grido generale della Camera lo chiamò al seggio; e i Tory reputarono prudente assentire.[639]Il bastone fu quindi posto sul banco; si lesse la lista deʼ rappresentanti, e i nomi di coloro che mancavano furono notati.
Intanto i Pari, in numero di circa cento, sʼerano adunati, avevano eletto Halifax a presidente, e nominato vari reputati giureconsulti a fare lʼufficio che negli ordinari Parlamenti spetta ai Giudici. Per tutto quel giorno vi fu frequente comunicazione tra le due Camere. Furono dʼaccordo a pregare il Principe seguitasse ad amministrare il governo finchè gli farebbero sapere le deliberazioni loro, a significargli la loro gratitudine dʼavere egli, con lʼaiuto di Dio, liberata la nazione, e a stabilire che il 31 gennaio si osservasse come giorno di ringraziamento per la liberazione.[640]
Fin qui non era differenza alcuna di opinione: ma ambedue le parti apparecchiavansi alla lotta. I Tory erano forti nella Camera Alta, e deboli nella Bassa; e sʼaccorgevano che in quella congiuntura la Camera che fosse prima a prendere una risoluzione avrebbe gran vantaggio sopra lʼaltra. Non vʼera la più lieve probabilità che i Comuni mandassero ai Lordi un voto a favore del disegno dʼistituire una Reggenza: ma ove tal voto dai Lordi fosse mandato ai Comuni, non era onninamente impossibile che molti rappresentanti, anco Whig, inchinassero ad assentire più presto che incorrere nella grave responsabilità di far nascere discordia e indugio in una crisi che richiedeva unione e prestezza. I Comuni avevano deliberato che lunedì 28 di gennaio prenderebbero in considerazione le condizioni del paese. I Lordi Tory, perciò, proposero di discutere, nel venerdì 25, intorno al grande affare pel quale erano stati convocati. Ma le cagioni che a ciò li movevano furono chiaramente conosciute, e la loro tattica frustrata da Halifax, il quale dopo il suo ritorno da Hungerford aveva sempre veduto che il governo poteva riordinarsi solo a seconda deʼ principii deʼ Whig, e però sʼera temporaneamente con costoro collegato. Devonshire propose che il martedì 29 fosse il giorno stabilito. «Allora» disse egli con più verità che discernimento «potrebbe venirci dalla Camera Bassa qualche lume che ci servisse di guida.» La proposta fu approvata: ma le sue parole vennero severamente censurate da alcuni deʼ suoi confratelli come offensive alla dignità dellʼordine loro.[641]
XXXV. Il dì 28 i Comuni si formarono in Comitato generale. Un rappresentante, il quale trenta e più anni innanzi era stato uno deʼ Lordi di Cromwell, voglio dire Riccardo Hampden figlio dello illustre condottiero delle Testerotonde e padre dello sventurato gentiluomo, il quale con dispendiosi donativi ed abiette sommissioni aveva a mala pena campata la vita dalla vendetta di Giacomo, fu posto nel seggio; e il grande dibattimento ebbe principio.
In breve ora si vide che da una immensa maggioranza Giacomo non era più considerato come Re. Gilberto Dolben,figlio dello Arcivescovo di York, fu il primo a dichiarare la propria opinione. Fu sostenuto da molti, e in ispecie dallo audace e virulento Wharton; da Sawyer, il quale, facendo vigorosa opposizione alla potestà di dispensare, aveva in alcun modo scontato le antiche colpe; da Maynard, la cui voce, quantunque fosse cotanto fievole per la età da non giungere ai banchi distanti, imponeva tuttavia riverenza a tutti i partiti, e da Somers, che nella Sala del Parlamento mostrò per la prima volta in quel giorno luminosa eloquenza e svariata erudizione. Sir Guglielmo Williams con la sua fronte di bronzo e la sua lingua volubile sosteneva la predetta opinione. Era già stato profondamente implicato in tutti gli eccessi dʼuna pessima opposizione e dʼun pessimo governo. Aveva perseguitati glʼinnocenti papisti e i protestanti innocenti; era stato protettore dʼOates e strumento di Petre. Il suo nome era associato con una sediziosa violenza che tutti i rispettabili Whig con rincrescimento e vergogna ricordavano, e con gli eccessi del dispotismo aborriti dai Tory rispettabili. Non è facile intendere in che modo gli uomini possano vivere sotto il pondo di cotanta infamia: ma anche tanta infamia non bastava ad opprimere Williams. Non arrossì di vituperare il caduto padrone, al quale erasi venduto per far cose tali che nessun uomo onesto del ceto legale avrebbe mai fatte, e dal quale dopo sei mesi aveva ricevuta la dignità di baronetto come ricompensa di servilità.
Tre soli si rischiarono di opporsi a quella che evidentemente era opinione universale di tutta lʼassemblea. Sir Cristoforo Musgrave, gentiluomo Tory di gran conto ed abilità, espresse alcuni dubbi. Heneage Finch si lasciò uscire di bocca alcune parole, le quali erano intese a insinuare si aprissero pratiche col Re. Questo suggerimento fu così male accolto, chʼegli fu costretto a spiegarsi. Protestò dʼessere stato franteso, esser convinto che sotto un tale Principe non sarebbero sicure la religione, la libertà, le sostanze; richiamare Re Giacomo e secolui trattare, essere un fatale provvedimento; ma molti che non consentivano chʼegli esercitasse la potestà regia, scrupoleggiare nel volerlo privare del regio titolo. Lʼunico espediente che poteva far cessare ogni difficoltà era lʼistituireuna Reggenza. La proposta piacque sì poco che Finch non ebbe animo di chiedere si ponesse ai voti. Riccardo Fanshaw, Visconte Fanshaw del Regno dʼIrlanda, disse poche parole a favore di Giacomo e propose la discussione si aggiornasse; ma la proposta provocò universale riprovazione. I rappresentanti, lʼuno dopo lʼaltro, affaccendavansi a mostrare la importanza del far presto. Dicevano i momenti essere preziosi, intensa la pubblica ansietà, sospeso il commercio. La minoranza con tristo animo si sobbarcò, lasciando che il partito predominante procedesse per la intrapresa via.
XXXVI. Quale sarebbe stata questa via non si poteva chiaramente conoscere: avvegnachè la maggioranza si componesse di due classi dʼuomini. Gli uni erano ardenti e virulenti Whig, i quali ove fossero lasciati liberi dʼogni intoppo avrebbero dato ai procedimenti della Convenzione un carattere affatto rivoluzionario. Gli altri ammettevano la necessità dʼuna rivoluzione, ma la consideravano come un necessario male, e desideravano mascherarla, per quanto fosse possibile, con la sembianza della legittimità. I primi richiedevano si riconoscesse distintamente nei sudditi il diritto di detronizzare i principi; i secondi desideravano di liberare la patria da un cattivo principe senza promulgare alcun principio di cui si potesse fare abuso a fine di indebolire la giusta e salutare autorità deʼ futuri monarchi. Gli uni discorrevano principalmente del mal governo del Re; gli altri della sua fuga. Quegli lo consideravano come decaduto; questi pensavano chʼegli avesse abdicato. Non era agevole formulare un pensiero in modo da essere approvato da coloro il cui assenso era importante; ma in fine dei molti suggerimenti che si facevano da tutte le parti, formarono una deliberazione che riuscì a tutti soddisfacente. Fu proposto si dichiarasse, che il Re Giacomo II, intento a distruggere la Costituzione del Regno, rompendo il primitivo contratto tra Re e popolo, e pei consigli deʼ Gesuiti e di altri malvagi uomini avendo violato le leggi fondamentali, ed essendo fuggito dal Regno, aveva abdicato il governo, per la quale cosa il trono era divenuto vacante.
Questa deliberazione è stata spesso sottoposta a critica sottile e severa quanto non lo fu mai sentenza alcuna scrittadalla mano dellʼuomo: e forse non vi fu mai sentenza umana che sia meno meritevole di siffatta critica. Che un Re facendo grave abuso del proprio potere possa perderlo, è vero. Che un Re che fugga senza provvedere al Governo e lasci i suoi popoli in istato dʼanarchia, possa senza molta stiracchiatura di parole considerarsi come colui che ha abdicato anche il suo ufficio, è pur vero. Ma nessuno scrittore accurato affermerebbe che il tristo governo lungamente continuato e la diserzione, congiunti insieme, costituiscano un atto dʼabdicazione. È del pari evidente che il rammentare i Gesuiti e gli altri sinistri consiglieri di Giacomo indebolisce, invece di afforzare, il caso contro lui. Perciocchè certo eʼ si deve maggiore indulgenza ad un uomo traviato da perniciosi consigli, che ad un uomo il quale per semplice tendenza di sua indole commetta il male. Non importa ciò nonostante esaminare coteste memorande parole come esamineremmo un capitolo dʼAristotele o di Hobbes; esse vanno considerate non come parole, ma come fatti. Se producono ciò che devono, sono ragionevoli ancorchè possano sembrare contradittorie. Se falliscono al fine loro, sono assurde quando anche avessero la evidenza dʼuna dimostrazione. La logica non transige. La politica consiste essenzialmente nella transazione. Non è quindi cosa strana che alcuni deʼ più importanti e utili documenti del mondo si annoverino fra i componimenti più illogici che sieno stati mai scritti. Lo scopo di Somers, di Maynard e degli altri cospicui uomini che formularono quella celebre proposta, fu non di lasciare alla posterità un modello di definizione e di partizione, ma di rendere impossibile la ristaurazione dʼun tiranno, e porre sul trono un Sovrano sotto il quale le leggi e la libertà non pericolassero. Questo scopo conseguirono adoperando un linguaggio che in un trattato filosofico verrebbe equamente tacciato di inesattezza e confusione. Poco badavano se la maggiore concordasse con la conclusione, mentre lʼuna procacciava loro duecento voti, e la conclusione altrettanti. Infatti la sola bellezza di quella deliberazione consiste nella sua incoerenza. Conteneva una frase atta a satisfare ogni frazione della maggioranza. Il rammentare il primitivo contratto piaceva ai discepoli di Sidney. La parola abdicazioneappagava i politici dʼuna più timida scuola. Erano senza dubbio molti fervidi protestanti i quali rimanevano soddisfatti della censura gettata suʼ Gesuiti. Pel vero uomo di Stato la sola clausula importante era quella che dichiarava vacante il trono; e ove ei potesse farla abbracciare, poco glʼimportava il preambolo. La forza che in tal modo trovossi raccolta rese disperata ogni resistenza. La proposta venne adottata senza voto dalla Commissione. Fu ordinato di farne in sullʼistante la relazione. Powle ritornò al seggio; il bastone fu posto sul banco: Hampden lesse, la Camera assentì alla relazione, e gli ordinò la portasse alla Camera deʼ Lordi.[642]