XXI. Che Delamere, ove avesse avuto mestieri della regia clemenza, lʼavrebbe potuta ottenere, non è molto probabile. Egli è certo che tutto il vantaggio che la lettera della legge dava al Governo, fu adoperato contro lui senza scrupolo o vergogna. Era in condizioni diverse da quelle in cui trovavasi Stamford. Lʼaccusa contro costui era stata portata dinanzi alla Camera deʼ Lordi mentre il Parlamento era in sessione, e però non poteva essere processato se non alla riapertura del Parlamento. Tutti i Pari avrebbero allora avuto un voto da dare, e sarebbero stati giudici di diritto e di fatto. Ma lʼatto dʼaccusa contro Delamere non fu prodotto fuori se non dopo la proroga.[40]Egli era, quindi, soggetto alla giurisdizione della corte del Lord Gran Maggiordomo. Questa corte, alla quale appartiene mentre è chiuso il Parlamento la cognizione deʼ delitti di tradimento e di fellonia commessi dai Pari secolari, era allora siffattamente costituita, che nessuno accusato di delitto politico poteva sperare un processo imparziale. Il Re nominava il Lord Gran Maggiordomo. Questi, a proprio arbitrio, nominava vari Pari a giudicare il loro accusato confratello. Al numero loro non era limite. Una semplice maggioranza di voti, purchè fosse di dodici, serviva a dichiarare colpevole. Il Gran Maggiordomo era solo giudice di diritto; e i Lordi erano Giurati per pronunciare sul fatto. Jeffreys fu nominato Gran Maggiordomo. Scelse trenta Pari, e la scelta fu qual poteva aspettarsi da siffatto uomo in simiglianti tempi. Tutti queʼ trenta per opinioni politiche procedevano avversi allo accusato. Quindici erano colonnelli di reggimenti, e potevano essere destituiti a volontà del Re. Tra gli altri quindici erano il Lord Tesoriere, principale segretario di Stato, il Maggiordomo e il Sindaco di Palazzo, il Capitano della Banda deʼ Gentiluomini Pensionisti, il Ciamberlano della Regina, ed altri individui fortemente vincolati alla Corte. Nondimeno, Delamere aveva alcuni grandi vantaggi sopra i colpevoli di minor grado processati in Old Bailay. Quivi i Giurati, violenti uomini di partito, presi per un solo giorno dagli Sceriffi cortigiani fra la massa della società, e rimandati poi nella massa, nonavevano freno di rossore; e poco avvezzi a giudicare della evidenza del caso, seguivano senza scrupolo le voglie del seggio. Ma nella corte del Gran Maggiordomo, ogni Giurato era uomo esperto neʼ gravi negozi, e considerevolmente noto al pubblico; e doveva profferire separatamente, e sullʼonor suo, la propria opinione dinanzi a un numeroso concorso. Quella opinione, insieme col suo nome, sarebbe andata in tutte le parti del mondo e rimasta nella storia. Inoltre, quantunque i nobili scelti fossero tutti Tory e quasi tutti impiegati, molti di loro avevano cominciato a sentire inquietudine della condotta del Re, e dubitavano un giorno non sʼavessero a trovare nel caso di Delamere.Jeffreys si condusse, secondo lʼusato, con iniquità ed insolenza. Serbava in petto un vecchio rancore che lo irritava. Era stato capo Giudice di Chester allorquando Delamere, che allora chiamavasi il Signor Booth, rappresentava quella Contea in Parlamento. Booth aveva mosso amarissima querela nella Camera deʼ Comuni perchè i più cari interessi deʼ suoi elettori erano affidati ad un buffone briaco.[41]Il giudice vendicativo, ora non arrossì di adoperare artifici tali, che sarebbero stati criminosi anche in un avvocato. Ricordò ai Lordi Giurati con significantissime parole, che Delamere in Parlamento erasi opposto alla condanna infamante di Monmouth; fatto che non era nè poteva essere provato. Ma non era in potestà di Jeffreys intimorire un sinodo di Pari, come era avvezzo a fare verso i Giurati ordinari. La testimonianza addotta dalla Corona si sarebbe forse reputata ampiamente bastevole nel giorno giuridico nelle Contrade Occidentali o nelle sessioni di Città, ma non poteva per un momento imporre ad uomini come Rochester, Godolphin e Churchill; nè essi, con tutti i falli loro, erano sì depravati, da condannare a morte un uomo contro le più semplici norme della giustizia. Grey, Wade e Goodenough furono dal Governo addotti come testimoni, ma poterono solo ripetere ciò che avevano udito dire da Monmouth e dagli emissari di Wildman. Fu dimostrato con incontrastabile evidenza che un ribaldo, di nome Saxton, principale testimonio dellʼaccusa,già stato implicato nella ribellione, ed ora affaccendato a procacciarsi il perdono testificando contro tutti glʼinvisi al Governo, aveva detto gran numero di menzogne. Tutti i Lordi Giurati, da Churchill, il quale come il più giovane deʼ baroni parlò primo, fino al Tesoriere, dichiararono sullʼonor loro, che Delamere non era colpevole. La gravità e la pompa del processo fece profonda impressione nellʼanimo del Nuncio, ancorchè fosse assuefatto alle cerimonie della Corte di Roma, le quali per solennità e magnificenza vincono tutte le cerimonie del mondo.[42]Il Re, che vʼera presente, e non poteva muovere lamento della sentenza evidentemente giusta, montò in furore contro Saxton, giurando che lo sciagurato sarebbe stato prima posto alla berlina, come reo di spergiuro, innanzi a Westminster Hall; e poi mandato nelle contrade occidentali, per essere appeso alle forche e squartato come reo di tradimento.[43]XXII. La pubblica esultanza, come si seppe che Delamere era stato assoluto, fu grande. Il regno del terrore era finito. Lʼinnocente incominciava a respirare liberamente, e il falso accusatore a tremare. Non può leggersi senza lacrime una lettera scritta in questa occasione. Giunse alla vedova di Russell nella sua solitudine la nuova, e le suscitò nellʼanima un misto di sentimenti diversi. «Rendo grazie a Dio» scriveva ella, «che ha posto alcun freno allo spargimento del sangue in questo misero paese. Ma mentre me ne rallegro con altrui, mi tiro da parte a piangere. Più non mi sento capace di godere; ma ogni nuova circostanza, il paragonare la mia notte di dolore, dopo un tanto giorno, con le loro notti di gioia, o per un pensiero o per un altro, mi tortura lʼanima. Comecchè io sia lungi dal desiderare che le loro ore trascorrano come le mie, non posso frenarmi talvolta di lamentare che le mie non siano simili alle loro.»[44]Adesso il vento era cangiato. La morte di Stafford, accoltacon segni di tenerezza e di rimorso dalla plebaglia, alla cui rabbia egli era stato sacrificato, stabilisce il finire di una proscrizione. Il proscioglimento di Delamere stabilisce il chiudersi dʼunʼaltra. I delitti che avevano disonorato il procelloso tribunato di Shaftesbury, erano stati terribilmente espiati. Il sangue deglʼinnocenti papisti era stato più che dieci volte vendicato dal sangue deʼ fervidi protestanti. Unʼaltra grande reazione era incominciata. Le fazioni andavano speditamente prendendo nuove forme. I vecchi collegati scindevansi. Si congiungevano i vecchi nemici. I mali umori spandevansi in tutto il partito fino allora predominante. Una speranza, comunque per allora debole e indistinta, di vittoria e vendetta, rianimava il partito che pareva estinto. In siffatte condizioni si chiuse il 1685, anno torbido e pieno dʼeventi, e incominciò il 1686.XXIII. La proroga aveva disimpacciato il Re dalle moderate rimostranze delle Camere; ma gli toccava udirne altre, simili per lo effetto, ma formulate con parole anche più caute e sommesse. Taluni, che fino allora lo avevano servito con cecità tale da nuocere alla loro fama e al pubblico bene, cominciarono a provare dolorosi presentimenti, e di quando in quando risicavansi a significare alcun che di ciò che sentivano.Per molti anni lo zelo del Tory inglese per la monarchia ereditaria e per la religione stabilita, erano insieme venuti crescendo e scambievolmente afforzandosi. Ei non aveva mai pensato che questi due sentimenti, i quali parevano inseparabili e pressochè identici, si sarebbero un giorno potuti trovare non solo distinti, ma incompatibili. Dal principio della lotta tra gli Stuardi e i Comuni, la causa della Corona e quella della gerarchia erano state apparentemente una causa sola. Carlo I veniva dalla Chiesa considerato come martire. Se Carlo II aveva contro quella congiurato, aveva congiurato secretamente. In pubblico sʼera sempre confessato grato e devoto figliuolo, erasi inginocchiato dinanzi agli altari di essa; e malgrado i suoi corrotti costumi, gli era riuscito di persuadere il maggior numero degli aderenti alla Chiesa, che egli sinceramente la preferisse. Per tutti i conflitti che lʼonesto Cavaliereavesse fino allora potuto sostenere contro i Whig e le Teste-Rotonde, non aveva almeno dovuto patire nessun conflitto nella mente propria. Egli sʼera veduto piano ed aperto dinanzi agli occhi il sentiero del dovere. Traverso al bene e al male, ei doveva mantenersi fedele alla Chiesa e al Re. Ma se queʼ due augusti e venerandi poteri, i quali fino allora sembravano così strettamente congiunti, che i fedeli allʼuno non potevano essere perfidi allʼaltro, venissero divisi da mortale nimistà, a quale partito doveva il realista ortodosso appigliarsi? Quale condizione sarebbe stata più critica che quella di trovarsi ondeggiante tra due doveri egualmente sacri, tra due affetti egualmente fervidi? Come poteva egli rendere a Cesare ciò chʼera di Cesare, e non negare a Dio parte di ciò chʼera di Dio? Nessuno che avesse siffattamente sentito, poteva mirare, senza profondo timore e neri presentimenti, il contrasto tra il Re e il Parlamento intorno allʼAtto di Prova. Se Giacomo anche ora si fosse indotto a ripensare sul proprio disegno, a lasciare riaprire le Camere, e cedere ai desiderii loro, tutto poteva rivolgersi a bene.Così opinavano i due cognati del Re, i Conti cioè, di Clarendon e di Rochester. La potenza e il favore che godevano questi gentiluomini, sembrava veramente grande. Il più giovane deʼ fratelli era Lord Tesoriere e primo ministro; il maggiore, dopo di avere per alquanti mesi tenuto il Sigillo Privato, era stato nominato Luogotenente dʼIrlanda. Il venerando Ormond pensava medesimamente. Middleton e Preston, che, come dirigenti la Camera deʼ Comuni, avevano di recente sperimentato quanto cara fosse aʼ gentiluomini realisti dʼInghilterra la religione stabilita, davano consigli di moderazione.In sul principio del nuovo anno, i sopraddetti uomini di Stato, e il numeroso partito da essi rappresentato, ebbero a patire una crudele mortificazione. Che il Re defunto fosse Cattolico Romano, era stato per molti mesi sospettato e bisbigliato, ma non annunziato formalmente. Tale manifestazione non si sarebbe potuta fare senza grave scandalo. Carlo erasi innumerevoli volte dichiarato protestante, ed aveva avuto costumanza di ricevere dai vescovi della Chiesa stabilita il sacramentodella eucaristia. Queʼ Protestanti che lo avevano sostenuto neʼ pericoli, e che di lui serbavano tuttavia affettuosa rimembranza, dovevano provare sdegno e rossore al sentire che la intera sua vita era stata una menzogna; che mentre confessava dʼappartenere alla loro religione, gli aveva veramente tenuti per eretici; e che i demagoghi, i quali lo avevano chiamato papista nascosto, erano stati i soli che avessero formato un esatto giudicio del suo carattere. Anche Luigi intendeva tanto lo stato dellʼopinione pubblica in Inghilterra, da accorgersi come il divulgare il vero potesse recar nocumento, ed aveva, dʼaccordo, fatta promissione di tenere strettamente segreta la conversione di Carlo.[45]Giacomo, nel principio del suo regno, aveva pensato doversi in tanto negozio procedere cauto, e non erasi rischiato a seppellire il fratello, secondo il rito della Chiesa di Roma. Per qualche tempo, quindi, ciascuno potè liberamente credere ciò che volesse. I papisti dicevano che il defunto principe era loro proselite. I Whig lo esecravano come ipocrita e rinnegato. I Tory consideravano la voce della sua apostasia come una calunnia che i papisti e i Whig, per ragioni differentissime, avevano interesse a spargere.XXIV. Giacomo ora fece un passo che pose in gran perturbazione tutto il partito anglicano. Due scritture, in cui erano concisamente esposti gli argomenti dʼordinario usati dai Cattolici Romani nella controversia coi Protestanti, sʼerano trovate nella cassa forte di Carlo, e sembravano di mano sua. Le quali scritture Giacomo mostrò, menandone trionfo, a parecchi Protestanti, e dichiarò sapere che il suo fratello era vissuto e morto Cattolico Romano.[46]Uno di coloro ai quali i manoscritti furono mostrati, fu lo arcivescovo Sancroft. Li lesse grandemente commosso, e rimase tacito. Tale silenzio era solo lo effetto naturale di una lotta tra la riverenza e la repugnanza. Ma Giacomo suppose che il Primate tacesse per la forza irresistibile della ragione, e seriamente lo sfidò a produrre, col soccorso di tutto il seggio episcopale, una soddisfacente risposta. «Datemi una risposta solida e in istile da gentiluomini; e forse potrà far sì, secondo che molto vi sta a cuore, diconvertirmi alla vostra Chiesa.» Lo arcivescovo dolcemente rispose, che, secondo lui, cotale risposta poteva farsi senza molta difficoltà; ma non accettò la controversia, adducendo per iscusa la riverenza alla memoria del suo defunto signore. Il Re considerò la scusa come un sutterfugio dʼun vinto avversario.[47]Se egli avesse conosciuta la letteratura polemica deʼ centocinquanta anni precedenti, avrebbe saputo che i documenti ai quali ei dava tanto peso, gli avrebbe potuti comporre ogni giovinetto di quindici anni della scuola di Doaggio, e che non contenevano cosa alcuna, la quale, secondo lʼopinione di tutti i teologi protestanti, non fosse stata dieci mila volte confutata. Nella sua stolta esultanza, ordinò che quegli scritti si stampassero col più squisito lusso tipografico, e vi appiccicò dietro una dichiarazione munita della sua firma, ad attestare che gli originali erano scritti di pugno del fratello. Giacomo ne distribuì con le proprie mani tutti gli esemplari ai cortigiani, e alle persone del popolo che si affollavano attorno il suo cocchio. Ne dètte un esemplare ad una giovine di vile condizione, chʼegli supponeva appartenere alla religione da lui professata, e le assicurò che leggendolo se ne troverebbe edificata grandemente e confortata. In ricambio di questa cortesia, pochi giorni dopo, ella gli mandò una lettera, scongiurandolo di uscire dalla mistica Babilonia, e rimuovere dalle sue labbra la coppa delle fornicazioni.[48]XXV. Tali cose davano somma inquietudine ai Tory aderenti alla Chiesa Anglicana. Nè i più spettabili Cattolici Romani ne rimanevano meglio satisfatti. Si sarebbero, in verità, potuti scusare, se in cosiffatte circostanze la passione gli avesse resi sordi alla voce della prudenza e della giustizia, come quelli che avevano molto sofferto. La gelosia deʼ Protestanti gli aveva gittati giù dal grado in cui erano nati, aveva chiuse le porte del Parlamento agli eredi deʼ Baroni che avevano firmata laMagna Carta, e deciso che il comando dʼuna compagnia di pedoni non fosse da fidarsi ai discendenti dei capitaniche avevano vinto a Flodden e a San Quintino. Non vʼera un solo Pari eminente, fido alla vecchia religione, del quale lʼonore, gli averi, la vita non fossero stati in pericolo; che non avesse passati molti mesi rinchiuso dentro la Torre, che più volte non si fosse aspettata la miseranda sorte di Stafford. Uomini che erano stati così lungamente e con tale crudeltà oppressati, si sarebbero potuti perdonare, se avessero avidamente côlta la prima occasione a conseguire a un tempo grandezza e vendetta. Ma nè fanatismo, nè ambizione, nè rancore di torti patiti, nè ebrietà prodotta dalla sùbita buona fortuna, poterono far sì che i più cospicui Cattolici Romani non si accorgessero come la prosperità che finalmente erano pervenuti a godere, fosse solo temporanea, e non usata saggiamente, potrebbe tornar loro fatale. Avevano con dura esperienza imparato, che lʼavversione del popolo alla religione loro non era fantasia che sarebbe svanita al comando dʼun principe, ma profondo sentimento, tramandato crescendo per cinque generazioni, spanto in tutte le classi e in tutti i partiti, e avvincolato non meno strettamente coi principii deʼ Tory che con quelli deʼ Whig. Certo, il Re poteva, nello esercizio della sua prerogativa di far grazia, sospendere le leggi penali. Avrebbe in appresso potuto, operando con discrezione, ottenere dal Parlamento la revoca deʼ decreti che privavano deʼ diritti civili gli aderenti alla religione di lui. Ma tentando di domare il sentimento protestante della Inghilterra con mezzi bruschi, era facile vedere che la violenta compressione dʼuna molla così potente ed elastica, sarebbe seguita da uno scatto egualmente violento. I Pari Cattolici Romani, tentando prematuramente di entrare a forza nel Consiglio Privato e nella Camera deʼ Lordi, avrebbero potuto perdere le case e le vaste possessioni loro, e finire la vita o da traditori in Tower Hill, o da mendicanti alle porte deʼ conventi dʼItalia.Così pensava Guglielmo Herbert, conte di Powis, generalmente considerato come capo della aristocrazia cattolica romana, il quale, secondo le fandonie di Oates, doveva essere primo ministro se la congiura papale sortiva prospero successo. Medesimamente opinava Giovanni Bellasyse. In gioventù, aveva valorosamente pugnato per Carlo I; dopo la Restaurazioneera stato rimunerato con onori e con gradi militari, e gli aveva deposti dopo che fu promulgato lʼAtto di Prova. A questi insigni capi del partito cattolico facevano eco tutti i più nobili ed opulenti membri della loro Chiesa, tranne Lord Arundell di Wardour, uomo decrepito e pressochè rimbambito.XXVI. Ma in Corte era un piccolo nucleo di Cattolici Romani, che avevano il cuore esulcerato da vecchie ingiurie, il cervello inebriato dal recente innalzamento; che erano impazienti di rampicarsi alle dignità dello Stato, ed avendo poco da perdere, non si davano punto pensiero del giorno del rendimento deʼ conti.XXVII. Uno di costoro era Ruggiero Palmer, conte di Castelmaine in Irlanda, e marito della Duchessa di Cleveland. Sapevasi da tutti chʼegli aveva comperato il suo titolo col disonore della moglie e col proprio. Il suo patrimonio era scarso. Lʼindole sua, scortese per natura, era stata esasperata dalle domestiche vessazioni, dai pubblici rimproveri, e da ciò chʼegli aveva patito a tempo della congiura papale. Era stato lungamente in carcere, e in fine era stato processato per delitto capitale. Fortunatamente per lui, non fu tratto al banco degli accusati se non dopo che erasi spento il primo scoppio del furore popolare, e i falsi testimoni avevano perduto ogni credito. Gli era, quindi, riuscito di campare a gran pena dal pericolo.[49]Con Castelmaine era collegato uno deʼ più prediletti deʼ cento amanti di sua moglie; cioè Enrico Jermyn, che da Giacomo di recente era stato fatto Pari col titolo di Lord Dover. Jermyn, venti e più anni innanzi, erasi reso notevole con isconci amori e disperati duelli. Adesso trovavasi rovinato dal giuoco, ed era ansioso di rifare il patrimonio col mezzo degli uffici lucrosi, dai quali lo escludevano le leggi.[50]Al medesimo branco apparteneva un intrigante ed importuno Irlandese, chiamato White, che aveva molto viaggiato, aveva servito la Casa dʼAustria con un impiego mezzo tra lʼinviato e la spia,e che in rimunerazione deʼ servigi resi era stato fatto marchese dʼAlbeville.[51]Tosto dopo la proroga, questa trista fazione sʼafforzò di un nuovo aiuto. Riccardo Talbot, conte di Tyrconnel, il più feroce ed implacabile di quanti avevano in odio le libertà e la religione dellʼInghilterra, da Dublino era giunto alla Corte.Talbot discendeva da una antica famiglia normanna, la quale, da lungo tempo stabilita in Leicester, era degenerata, aveva adottati i costumi deʼ Celti, e come essi aderito alla vecchia religione, e partecipato alla ribellione del 1641. In gioventù egli era stato uno deʼ più rinomati scrocconi e bravazzoni di Londra; era stato presentato a Carlo ed a Giacomo mentre erano esuli in Fiandra, come un uomo adatto e pronto ad assassinare infamemente il Protettore. Subito dopo la Restaurazione, Talbot si provò dʼottenere il favore della famiglia reale con un servigio anche più infame. Bisognava un pretesto per mezzo del quale giustificare il Duca di York a rompere la promessa di matrimonio onde egli aveva ottenuto da Anna Hyde lʼestrema prova dʼaffetto che possa dare una donna. Talbot, dʼaccordo con alcuni deʼ suoi dissoluti compagni, imprese di apprestare siffatto pretesto. Concertarono di dipingere la povera giovinetta come donna priva di virtù, di pudore, di delicatezza, e inventare lunghe storielle di teneri ritrovi e di rapiti favori. Talbot, segnatamente, riferì come in una delle secrete visite a lei fatte, avesse per caso versato il calamaio del Cancelliere sopra un fascio di scritture, e con quanta destrezza, perchè il vero non si scoprisse, ella ne avesse data la colpa alla sua scimmia. Tali storielle, che se fossero state vere, non sarebbero uscite dalle labbra di nessuno che non fosse il più vile degli uomini, erano prette invenzioni. Talbot tosto fu costretto a confessare che erano tali, e lo fece senza ombra di rossore. Lʼoltraggiata donna divenne duchessa di York. Ove il suo sposo fosse stato uomo diritto ed onorevole, avrebbe con indignazione e disprezzo cacciato via dal proprio cospetto gli sciagurati che gli avevano calunniata la consorte. Ma una delle particolarità del carattere di Giacomo era che nessuna azione, comunque si fosse malvagia e vergognosa,fatta col desiderio di ottenere il suo favore, gli sembrava mai degna dʼessere riprovata. Talbot seguitò a frequentare la Corte, mostravasi quotidianamente con fronte di bronzo dinanzi alla principessa di cui aveva tentata la rovina, ed ottenne il posto lucroso di principale lenone del Re. Dopo non molto tempo, Whitehall si mise sossopra alla nuova che Riccardo (Dick) Talbot, come veniva comunemente chiamato, aveva concepito il disegno di assassinare il Duca dʼOrmond. Il bravo fu mandato alla Torre; ma dopo pochi giorni fu visto chiassando per le sale di palazzo, e recando letterine dʼamore su e giù tra il suo signore e le più brutte dame di Corte. Invano i vecchi e discreti consiglieri supplicavano i due principi a non proteggere quel ribaldo, che altro merito non aveva, tranne la prestanza della persona e il gusto nel vestirsi. Talbot non solo era bene accolto nella reggia quando la bottiglia e i dadi giravano attorno, ma veniva attentamente udito in negozi di grave momento. Affettava il carattere di un patriotto irlandese, e patrocinava con grande audacia, e talvolta con esito prospero, la causa deʼ suoi concittadini, i beni deʼ quali erano stati confiscati. Studiavasi, nulladimeno, di farsi ben pagare deʼ servigi che rendeva, e gli venne fatto di acquistare, parte vendendo protezione, parte scroccando, e parte facendo il lenone, una rendita di tremila lire sterline lʼanno; imperocchè, sotto la maschera di leggiero, di prodigo, dʼimprovvido e di impudente bisbetico, egli era pur troppo uno deʼ più venali e cupidi uomini del mondo. Oramai non era più giovane, e scontava con acerbi dolori le stemperatezze della gioventù; ma gli anni e le infermità non gli avevano essenzialmente mutato il carattere e i modi. Sempre che apriva la bocca, schiamazzava, imprecava e bestemmiava con sì terribile violenza, che i più superficiali osservatori lo giudicavano il più feroce deʼ libertini. Il popolo non sapeva intendere come un uomo il quale anche da sobrio, era più furioso e vanitoso dʼaltri ubbriaco, e che sembrava affatto incapace di mascherare il più lieve moto dellʼanimo o di serbare il minimo secreto, potesse veramente essere un adulatore di cuore freddo, dʼocchio acuto e dʼingegno macchinatore. Non pertanto, tale era Talbot. E davvero la sua ipocrisia era dʼuna specie piùsquisita e più rara che non fosse quella che regnava nel Parlamento di Barebone. Perocchè lo ipocrita perfetto non è colui che asconde il vizio sotto i sembianti della virtù, ma colui il quale si serve del vizio che egli non si vergogna di mostrare, come di maschera per celare un altro vizio più nero e proficuo, che gli giova di tenere nascosto.Talbot, fatto da Giacomo conte di Tyrconnel, aveva comandate le truppe in Irlanda neʼ nove mesi che corsero dalla morte di Carlo al principio del viceregno di Clarendon. Quando il nuovo Luogotenente stava per partire da Londra alla volta di Dublino, il Generale fu chiamato da Dublino a Londra. Dick Talbot era da lungo tempo conosciuto nel cammino che doveva fare. Fra Chester e la Metropoli non vʼera quasi locanda nella quale non avesse attaccato lite. Dovunque giungeva, affaticava i cavalli a dispetto della legge, imprecava ai cuochi ed ai postiglioni, e quasi destava tumulti con le sue insolenti rodomonterie. Andava dicendo che la Riforma aveva rovinato ogni cosa. Ma il bel tempo era presso. Tra breve i Cattolici si sarebbero rialzati, e si sarebbero rifatti sugli eretici. Infuriando e bestemmiando sempre come un indemoniato, ei giunse alla Corte;[52]dove tosto si collegò strettamente con Castelmaine, Dover ed Albeville. Costoro ad una voce gridavano guerra alla costituzione della Chiesa e dello Stato. Dicevano al loro signore, chʼegli per la sua religione e per la dignità della sua Corona, era in debito di affrontare intrepidamente il grido degli eretici demagoghi, e mostrare fin da principio al Parlamento chʼegli sarebbe il signore a dispetto della opposizione, e che il solo effetto della opposizione sarebbe stato di renderlo signore severo.XXVIII. Ciascuno deʼ due partiti in che la Corte era divisa, aveva zelanti alleati stranieri. I ministri di Spagna, dello Impero e degli Stati Generali erano adesso desiderosi di sostenere Rochester, come per lo innanzi lo erano stati verso Halifax. Barillon adoperava tutta la propria influenzadalla parte opposta, ed era aiutato da un altro agente francese, inferiore a lui per grado, ma assai superiore per ingegno; voglio dire da Bonrepaux. Barillon non era privo di buone qualità, ed aveva grande corredo di quelle doti onde allora andavano predistinti i gentiluomini francesi. Ma la sua capacità non era quale il suo alto ufficio richiedeva. Era divenuto pigro e a sè troppo indulgente; amava i piaceri della società e della tavola, meglio delle faccende; e nelle grandi occasioni era dʼuopo che da Versailles venissero ammonimenti, ed anche riprensioni, per ispingerlo ad operare.[53]Bonrepaux si era alzato dalla oscurità a cagione della intelligenza ed industria che aveva mostrata come impiegato nel dipartimento della marina, ed aveva riputazione dʼiniziato ai misteri della politica mercantile. Alla fine del 1685, fu mandato a Londra con varie commissioni dʼalta importanza. Doveva stabilire le basi per un trattato di Commercio, indagare e riferire in che condizioni trovavansi la flotta e gli arsenali inglesi, e fare qualche proposta ai fuorusciti Ugonotti, i quali supponevasi che fossero tanto prostrati dalla penuria e dallʼesilio, che avrebbero di gran cuore accettato quasi qualunque patto di riconciliazione. Il nuovo inviato nasceva da parenti plebei; era di statura quasi nano, dʼaspetto sì brutto da muovere a scherno, e parlava con lʼaccento di Guascogna dove era nato: ma vigoroso buon senso, acutezza di mente, e vivacità di spirito lo rendevano eminentemente adatto al suo ufficio. In onta ad ogni svantaggio di nascita e di persona, fu tosto stimato come assai piacevole compagno, ed espertissimo diplomatico. Mentre folleggiava con la duchessa di Mazzarino, studiavasi di discutere di cose letterarie con Waller e Saint Evremond, e carteggiare con la Fontaine, onde bene erudirsi nella politica inglese. Per la perizia chʼegli aveva nelle cose marittime, venne in grazia di Giacomo; il quale, per molti anni, prestò non poca attenzione alle faccende dello Ammiragliato, e le intendeva quanto egli era capace dʼintendere cosa alcuna al mondo. Conversavano entrambi ogni giorno lungamente e liberamenteintorno alle condizioni delle navi e degli arsenali. Lo effetto di tale dimestichezza fu quale era da aspettarsi: val quanto dire, che lo acuto e vigilante francese concepì sommo pregio per le doti e il carattere del re, dicendo il mondo avere male giudicato Sua Maestà Britannica, che aveva meno capacità, e non maggiori virtù di Carlo.[54]I due inviati di Luigi, comecchè mirassero ad un medesimo fine, con molto accorgimento presero vie diverse. Si partirono fra loro la Corte. Bonrepaux usava principalmente con Rochester e gli aderenti di lui. Le relazioni di Barillon erano principalmente con la opposta fazione. Conseguenza ne fu, chʼessi soventi volte guardassero un medesimo fatto da diversi punti di veduta. Il migliore racconto che esista intorno alla contesa che a quel tempo ferveva in Whitehall, è da trovarsi neʼ loro dispacci.XXIX. Come ciascuno deʼ due partiti nella Corte di Giacomo era sostenuto da principi stranieri, così ciascuno aveva il sostegno dʼuna autorità ecclesiastica, alla quale il Re mostrava gran deferenza. Il sommo pontefice inchinava alla moderazione; e i suoi sentimenti erano espressi dal Nunzio e dal Vicario Apostolico.[55]Dallʼaltra parte, stava una corporazione che col suo peso controbilanciava anche quello del Papato; stava, cioè, la potente Compagnia di Gesù.È circostanza importantissima e degna di considerazione, che queste due grandi potenze spirituali, un tempo, a quanto pareva, inseparabilmente collegate, fossero fra loro opposte. Per un periodo di tempo poco minore di mille anni, il clero regolare era stato il sostegno precipuo della Santa Sede. Essa lo aveva protetto daʼ vescovi che volevano immischiarsi nelle sue faccende, e ne era stata ampiamente ricompensata. Senzagli sforzi dei regolari, è probabile che il Vescovo di Roma si sarebbe ridotto ad essere il presidente onorario dʼuna aristocrazia di prelati. Eʼ fu col soccorso deʼ Benedettini, che Gregorio VII potè lottare ad un tempo contro glʼImperatori della Casa di Franconia, e contro il clero secolare. Eʼ fu col soccorso deʼ Domenicani e deʼ Francescani, che Innocenzo III spense la setta degli Albigesi.XXX. Nel secolo decimosesto, il Papato, esposto a nuovi pericoli e più formidabili di quanti lo avessero per innanzi minacciato, fu salvato da un nuovo ordine religioso, animato da vigoroso entusiasmo e costituito con insigne magistero. Allorquando i Gesuiti accorsero alla liberazione del Papato, lo trovarono in estremo pericolo; ma da quel momento le sue sorti mutarono aspetto. Al protestantismo, che per una intera generazione aveva abbattuto tutto ciò che aveva incontrato per via, fu mozzo lo andare avanti, e fu rapidamente fatto indietreggiare dalle Alpi fino alle sponde del Baltico. Non era scorso un secolo da che la Compagnia di Gesù esisteva, e il mondo era pieno deʼ ricordi di quanto essa aveva fatto e sofferto per la fede. Non vʼè comunità religiosa che possa gloriarsi dʼuna schiera di uomini così variamente cospicui; nessuna aveva esteso le proprie operazioni sopra uno spazio sì vasto; e nondimeno, in nessuna vʼera stata cotanto perfetta unità di sentimento e dʼazione. Non era contrada nel mondo, non sentiero nella vita attiva o speculativa, in cui non si trovassero i Gesuiti. Dirigevano i Consigli dei re: decifravano iscrizioni latine: osservavano il moto deʼ Satelliti di Giove: pubblicavano intere biblioteche, controversia, casistica, storia, trattati dʼottica, odi alcaiche, edizioni dei Santi Padri, madrigali, catechismi e satire. La educazione letteraria della gioventù era quasi interamente nelle loro mani, e condotta con esquisita maestria. Sembra che avessero scoperto il punto preciso al quale possa condursi la cultura intellettuale senza il rischio della intellettuale emancipazione. Gli stessi nemici loro erano costretti a confessare, che nellʼarte di governare e formare le menti deʼ giovani, i Gesuiti non avevano rivali. Infrattanto, con assiduità e prospero successo coltivavano la eloquenza del pulpito. Con assiduità e successo anche maggiore si dettero al ministerodel confessionale. Per tutta la Europa Cattolica, i secreti dʼogni Governo, e quasi dʼogni notevole famiglia, erano in poter loro. Girovagavano da un paese protestante ad un altro, travestendosi in infinite fogge, da galanti cavalieri, da semplici contadini, da predicatori puritani. Viaggiavano fin dove nè lʼavidità mercantile nè la curiosità della scienza aveva persuaso altri ad andare. Trovavansi in abito di mandarini a dirigere lʼosservatorio astronomico di Pechino. Si vedevano con la marra in mano ammaestrare nellʼagricoltura i selvaggi del Paraguay. Ciò non ostante, in qualunque parte risedessero, qualunque mestiere esercitassero, il loro spirito era sempre lo stesso; cioè piena devozione alla causa comune, implicita obbedienza allʼautorità centrale. Nessuno sʼera scelto da sè il luogo dove abitare e la vocazione da seguire. Se il Gesuita dovesse vivere sotto il cerchio artico o sotto lʼequatore, se dovesse passare tutti i suoi giorni a classificare gemme e a collazionare manoscritti nel Vaticano, o a persuadere i barbari dellʼemisfero meridionale perchè non si divorassero lʼun lʼaltro, erano cose che egli con profonda sommissione lasciava allʼaltrui pensiero. Se lo volevano a Lima, trovavasi con la prima flotta a veleggiare sullʼAtlantico. Se di lui vi era bisogno in Bagdad, si vedeva traverso al deserto fra la prima caravana. Se vʼera bisogno del suo ministero in qualche regione dove la sua vita fosse meno sicura di quella dʼun lupo, dove fosse delitto lʼospitarlo, dove i teschi e i corpi squartati deʼ suoi confratelli glʼindicavano quale sorte egli dovesse aspettarsi, andava senza lamento o esitazione al proprio destino. Nè questo spirito eroico è oggimai estinto. Allorchè, ai tempi nostri, una nuova e terribile pestilenza girò infuriando attorno al globo, mentre in alcune grandi città lo spavento aveva rotti tutti i vincoli che congiungono la società, mentre il clero secolare aveva abbandonato il proprio gregge, mentre non vʼera oro che bastasse a comperare il soccorso del medico, mentre i più potenti affetti di natura cedevano allo amore della vita, il Gesuita vedevasi presso a quel lettuccio che il vescovo e il curato, il medico e la balia, il padre e la madre avevano abbandonato; vedevasi, dico, piegare la persona sulle labbra infette, per raccogliere il fioco accento delmoribondo che si confessava, e tenergli dinanzi agli occhi fino allʼultimo istante della vita la immagine del Redentore spirante sulla croce.Ma, con lʼammirevole energia, il disinteresse, e lʼabnegazione che facevano il carattere della Società, erano mescolati grandi vizi. Dicevasi, e non senza fondamento, che lʼardente spirito pubblico che rendeva il Gesuita spregiatore degli agi, della libertà e della vita propria, lo induceva parimente a spregiare il vero e a non sentire pietà; che nessun mezzo il quale potesse promuovere lʼutile della sua religione, sembravagli illecito, o che col vocabolo dʼutilità della propria religione ei troppo spesso intendeva lʼutile della Società sua. Affermavasi, che nelle più atroci congiure di cui faccia ricordanza la storia, lʼazione di lui poteva distintamente scoprirsi; che, solo costante nello affetto per la confraternita alla quale egli apparteneva, in parecchi Stati era lʼinimico più pericoloso della libertà, in altri il più pericoloso nemico dellʼordine. Le più grandi vittorie che vantasse avere riportate pel bene della Chiesa, erano, secondo il giudicio di molti illustri membri di quella, più apparenti che reali. Si era, in verità, affaticato con maraviglioso buon esito a ridurre il mondo sotto le leggi della Chiesa; ma lo aveva fatto rilassando le leggi in guisa che si adattassero ai gusti mondani. Invece di studiarsi dʼinalzare la natura umana alla meta stabilita dai precetti ed esempi divini, egli aveva abbassata quella meta al di sotto dellʼumana natura. Gloriavasi dʼuna moltitudine di convertiti, che per mano sua avevano ricevuto il battesimo nelle più rimote regioni dellʼOriente; ma correva la voce, che ad alcuni di queʼ convertiti, i fatti daʼ quali dipende tutta la dottrina del Vangelo erano stati astutamente nascosti, e che ad altri era stato permesso di schivare la persecuzione collʼinchinarsi dinanzi alle immagini deʼ falsi Dei, mentre internamente recitavano Pater ed Ave. Nè simiglianti arti erano adoperate solo neʼ paesi pagani. Non era da maravigliare che genti dʼogni grado, e specialmente quelle in alto locate, si affollassero attorno ai confessionali nei tempii deʼ Gesuiti; imperocchè da queʼ tribunali di penitenza nessuno se ne andava poco contento. Ivi il sacerdote era tutto a tutti. Mostrava tanto rigore quanto bastasse perchècoloro che gli sʼinginocchiavano dinanzi non ricorressero alle chiese deʼ Domenicani o dei Francescani. Se aveva da fare con unʼanima veramente divota, parlava con le caute parole degli antichi padri cristiani; ma con quella gran parte degli uomini che hanno religione abbastanza da sentire rimorso quando commettono il male, e non abbastanza da astenersi di commetterlo, il Gesuita seguiva un sistema diverso. Non potendo ritrarli dalla colpa, studiavasi di salvarli dal rimorso. Aveva agli ordini suoi un deposito immenso di farmachi per le coscienze perturbate. Neʼ libri composti daʼ casisti suoi confratelli, e stampati con licenza deʼ suoi superiori, trovavasi in gran copia dottrine di conforto per ogni generazione di peccatori. Ivi il mercatante fallito imparava in che modo potesse, senza peccato, nascondere le mercanzie alle indagini deʼ suoi creditori. Il servo apprendeva come potere, senza peccato, rubare le argenterie del proprio padrone. Il mezzano dʼamore veniva fatto certo, ad un cristiano esser lecito sostentare la vita recando lettere e messaggi tra le donne maritate e i loro amanti. Gli alteri e puntigliosi gentiluomini di Francia ricevevano lietamente una decisione a favore del duello. GlʼItaliani, avvezzi a vendicarsi con modi più vili e crudeli, godevano dʼimparare che essi potevano, senza peccato, tirare, nascosti dietro a una siepe, archibugiate ai loro nemici. Allo inganno era lasciata licenza bastevole a distruggere il valore del contratto e del testimonio fra gli uomini. E veramente, se lʼumana società non si disciolse, se vi fu alcuna certezza della vita e degli averi, egli fu perchè il senso comune e la umanità frenavano i popoli dal fare ciò che la Società di Gesù assicurava loro che potessero fare con sicura coscienza.Erano così stranamente mescolati il bene e il male nel carattere di queʼ celebri padri; e in tale mistura stava il secreto della loro gigantesca potenza. La quale non poteva appartenere nè ai pretti ipocriti, nè ai rigidi moralisti; ma poteva solo conseguirsi da uomini che con vero entusiasmo correvano dietro ad un fine, e nel tempo stesso non pativano scrupoli rispetto ai mezzi di giungervi.Fin da principio, i Gesuiti erano vincolati da un voto specialedʼobbedienza verso il papa. Avevano missione di domare ogni insubordinazione in seno della Chiesa, non che di respingere le ostilità degli aperti nemici di quella. La loro dottrina era similissima a quella che oggidì di qua dalle Alpi si chiama oltremontana, e differiva dalla dottrina di Bossuet quasi quanto da quella di Lutero. Dannavano le libertà gallicane, il diritto deʼ concili ecumenici a sindacare la Santa Sede, e il diritto che vantavano i vescovi a un mandato divino indipendente da Roma. Lainez, a nome di tutta la confraternita, proclamò nel Concilio di Trento, fra gli applausi delle creature di Pio IV e le mormorazioni deʼ prelati francesi e spagnuoli, che il governo dei fedeli era stato affidato da Cristo al solo Papa, e che nel solo Papa era accentrata tutta lʼautorità sacerdotale, e che per mezzo del solo Papa i sacerdoti e i vescovi erano rivestiti di tutta lʼautorità loro.[56]Per molti anni la colleganza tra il Sommo Pontefice e la Società di Gesù non era stata rotta. Ed ove lo fosse stata allorchè Giacomo II ascese al trono dʼInghilterra, ove la influenza deʼ Gesuiti, non che quella del Papa, avesse promossa una politica costituzionale moderata, è probabile che la grande rivoluzione, la quale in breve tempo cangiò le condizioni dellʼEuropa, non sarebbe accaduta. Ma anche avanti la metà del secolo diciassettesimo, la Società, inorgoglita daʼ servigi resi alla Chiesa, fidente nella propria forza, era divenuta disdegnosa del giogo. Sorse una generazione di Gesuiti disposti a lasciarsi proteggere e guidare dalla Corte di Francia, meglio che da quella di Roma; la quale disposizione non era lieve allorchè Innocenzo XI ascese al trono pontificio.In quel tempo, i Gesuiti combattevano una guerra a morte contro un nemico da loro in prima spregiato, ma pel quale poscia erano stati costretti a sentire riverenza e timore. Mentre erano pervenuti al più alto grado di prosperità, furono sfidati da una mano di avversarii, che, a dir vero, non avevano influenza sopra i potenti del mondo, ma avevano fortissima fede religiosa ed energia intellettuale. Travagliavansi in una lunga, strana e gloriosa lotta del genio contro il potere. I Gesuiti chiamarono in soccorso loro, ministeri, tribunali,università, che risposero alla chiamata. Porto Reale si richiamò, e non invano, ai cuori ed alle menti di milioni dʼuomini. I dittatori della Cristianità si trovarono, in un subito, nella condizione di colpevoli. Furono accusati di avere sistematicamente abbassata la meta della morale evangelica a fine dʼaccrescere la loro influenza; e lʼaccusa fu formulata in modo che tirò a sè lʼattenzione dello intero mondo, imperocchè il principale accusatore era Biagio Pascal. Le sue doti intellettuali erano quali rade volte sono state impartite ad alcuna umana creatura; e dello zelo veemente che lʼanimava, erano solenni argomenti le penitenze e le vigilie che anzi tempo trascinarono al sepolcro il macero suo corpo. Aveva lo spirito di San Bernardo; ma la squisitezza, il brio, la purità, la energia, la semplicità della sua eloquenza, nessuno ha mai raggiunto, tranne i grandissimi oratori greci. Tutta Europa lesse e ammirò i suoi scritti, piangendo e ridendo ad un tempo. I Gesuiti si provarono di rispondergli, ma le loro deboli risposte furono ricevute dal pubblico con fischi di scherno. Non che avessero difetto dʼingegno, e di quelle doti le quali si acquistano con elaborata educazione; ma tale educazione, quantunque possa suscitare le forze di una mente ordinaria, tende a spegnere, più presto che a promuovere, il genio originale. Fu universalmente riconosciuto che nella contesa letteraria i Giansenisti rimasero vincitori. Ai Gesuiti nullʼaltro restava, che opprimere la setta da essi non potuta confutare. Luigi XIV era il loro sostegno precipuo. La sua coscienza, fino dagli anni suoi primi, era nelle mani loro; egli aveva da loro imparato ad aborrire il Giansenismo, come aborriva il Protestantismo, e molto più di quanto aborrisse lʼAteismo. Innocenzo XI, dallʼaltra parte, pendeva verso le opinioni giansenistiche. Quindi fu che la Compagnia di Gesù trovossi in una situazione non contemplata mai dal suo fondatore. I Gesuiti si scissero dal Sommo Pontefice, e collegaronsi fortemente con un principe che si spacciava campione delle gallicane libertà e nemico delle pretese oltremontane. In tal guisa la Compagnia divenne in Inghilterra strumento deʼ disegni di Luigi, e cooperò con successo tale che i Cattolici Romani poi lungamente ed amaramente deplorarono, ad accrescerela rottura tra il Re e il Parlamento, ad impacciare il Nunzio, a minare il potere del Lord Tesoriere, ed a promuovere i disperatissimi intendimenti di Tyrconnel.Così, da una parte stavano gli Hydes e tutti i Tory aderenti alla Chiesa Anglicana, Powis e tutti i più rispettabili gentiluomini e nobili, credenti nella religione del Re, gli Stati Generali, la Casa dʼAustria e il Pontefice. Dallʼaltra parte erano pochi avventurieri cattolici romani, senza fortuna e senza riputazione, spalleggiati dalla Francia e daʼ Gesuiti.XXXI. Il principale rappresentante deʼ Gesuiti in Whitehall, era un Inglese padre della Compagnia, il quale per qualche tempo era stato vice-provinciale, prediletto da Giacomo con peculiare favore, e di recente fatto scrivano del gabinetto intimo. Questʼuomo, chiamato Eduardo Petre, discendeva da onorevole famiglia. Aveva modi cortesi e facondo parlare; ma era debole, vano, ambizioso e cupido. Di tutti i pessimi consiglieri che andavano a Whitehall, egli forse fu il fabbro principale nella rovina della Casa Stuarda.XXXII. La ostinata e imperiosa natura del Re faceva grandemente prevalere coloro che lo consigliavano a star fermo, a non cedere in nulla, e a rendersi temuto. Una massima politica gli sʼera cosiffattamente abbarbicata al cervello, che non vʼera ragione che bastasse a sradicarla. A dir vero, egli non era assuefatto a porgere ascolto alla ragione. Il suo modo dʼargomentare, se così si debba chiamare, era quello che non di rado sʼosserva negli individui tardi di cervello e caparbi, avvezzi ad essere circuiti dai loro sottoposti. Asseriva una cosa; e qualvolta i savi uomini provavansi di mostrargli rispettosamente essere erronea, lʼasseriva di nuovo con le stessissime parole, e pensava che così facendo tutte le obiezioni sparissero.[57]«Non farò mai concessioni» spesso ei ripeteva; «mio padre le fece, e gli fu mozzo il capo.»[58]Se fosse stato vero che le concessioni erano tornate fatali a Carlo I, un uomo dibuon senso avrebbe conosciuto, un solo esperimento non essere bastevole a stabilire una regola generale anche nelle scienze molto meno complicate di quella di governare; che dal principio del mondo fino a noi, non vi furono mai due fatti politici, le cui condizioni fossero esattamente simili; e che lʼunico modo dʼimparare dalla storia prudenza civile, è quello di esaminare e raffrontare un infinito numero di casi. Ma se lʼunico esempio sul quale appoggiavasi il Re, era buono a provare alcuna cosa, provava solo chʼegli aveva torto. Mal può dubitarsi che, se Carlo avesse francamente fatte al Corto Parlamento, che si ragunò nella primavera del 1640, solo mezze le concessioni chʼegli, pochi mesi dopo, fece al Lungo Parlamento, sarebbe vissuto e morto da Re potentissimo. Dallʼaltro canto, non può punto dubitarsi che, se egli avesse ricusato di fare concessione alcuna al Lungo Parlamento, e avesse ricorso alle armi a difesa della imposta pel mantenimento della flotta, e a difesa della Camera Stellata, avrebbe veduto nelle file degli inimici Hyde e Falkland accanto a Hollis e Hampden. Ma, certo, non avrebbe potuto ricorrere alle armi; poichè nè anche venti Cavalieri sarebbero accorsi al suo vessillo. Solo alle concessioni fatte egli era debitore del soccorso prestatogli dalla gran classe deʼ nobili e deʼ gentiluomini, i quali pugnarono per tanto tempo e con tanto valore per la causa di lui. Ma sarebbe stato inutile dimostrare a Giacomo simiglianti cose.Un altro fatale errore gli si era fitto in mente, e vi stette finchè lo condusse alla rovina. Credeva fermamente, che per qualunque cosa egli avesse potuto fare, i credenti nella Chiesa Anglicana avrebbero sempre agito a seconda deʼ loro principii. Sapeva dʼessere stato proclamato da dieci mila pulpiti. La Università di Oxford aveva solennemente dichiarato, che anche una tirannide terribile quanto quella deʼ più depravati Cesari, non giustificava i sudditi a resistere alla regia autorità: e da ciò egli era cotanto stolto da concludere, che lo intero corpo deʼ Tory gentiluomini e chierici, si sarebbero da lui lasciati spogliare, opprimere ed insultare, senza alzare una mano a difendersi. Eʼ sembra strano che un uomo possa avere trapassato lʼanno cinquantesimo della propria vita, senza scoprireche il popolo talvolta fa ciò che stima illecito: e Giacomo altro fare non doveva che frugarsi nellʼanima, per trovarvi abbondevoli prove a conoscere, che anche un forte sentimento deʼ religiosi doveri non sempre serve a impedire che la fragile creatura umana indulga alle proprie passioni, a dispetto delle leggi divine ed a rischio di terribili pene. Avrebbe dovuto sapere, che comunque egli giudicasse atto peccaminoso lo adulterio, era un adultero; ma nulla valeva a convincerlo che chiunque per principio credeva la ribellione essere peccato, si potesse anche in grande estremità indurre a ribellare. Credeva che la Chiesa Anglicana fosse una vittima paziente, chʼegli poteva senza pericolo oltraggiare e torturare a suo libito; nè si accôrse mai del suo errore se non dopo che vide le Università pronte a coniare le loro argenterie per sussidiare la cassa militare deʼ suoi nemici, e un vescovo lungamente rinomato per la lealtà sua, gettar via la sottana, e cingendo una spada, prendere il comando dʼun reggimento dʼinsorti.XXXIII. A coteste fatali follie il Re era studiosamente incoraggiato da un ministro, che era già stato esclusionista, e tuttavia seguitava a chiamarsi protestante; voglio dire dal Duca di Sunderland. Le cagioni della condotta di questo immorale uomo politico, sono state spesso erroneamente esposte. Mentre ancora viveva, fu dai Giacomisti accusato di avere, anche avanti il cominciamento del regno di Giacomo, il pensiero di produrre una rivoluzione a favore del principe dʼOrange, e dʼavere, con tale scopo, consigliato il Re a commettere numerose aggressioni contro la costituzione civile ed ecclesiastica del reame: frivola storiella che è stata fino ai dì nostri ripetuta da ignoranti scrittori. Ma nessuno storico bene erudito nel vero, qualunque si vogliano supporre i suoi pregiudicii, si è indotto ad accoglierla, come quella che non riposa sopra nessuna prova; e non vʼè prova che basti a convincere gli uomini assennati, che Sunderland deliberatamente si gettasse nella colpa e nella infamia onde produrre un mutamento di cose, nel quale ei vedeva chiaramente di non poter vantaggiare, e seguito il quale, di fatto ei perdè le immense ricchezze e la influenza che sotto Giacomo possedeva. Nè vi è la più lieve cagione per ricorrere ad una sì strana ipotesi,poichè il vero traspare dalla superficie stessa deʼ fatti. Per quanto tortuosa e subdola fosse la via nella quale cotesto uomo procedeva, la ragione che ve lo aveva spinto era semplice. La sua condotta è da attribuirsi alla possanza della cupidigia e del timore che avvicendavansi in unʼanima molto subietta ad entrambe cotali passioni, e che aveva occhio lesto anzichè acuto. Aveva mestieri di assai più potere e pecunia. Lʼuno ei poteva ottenere solamente a danno di Rochester, e lʼunico modo di conseguirlo a detrimento di Rochester, era quello di accrescere lʼavversione che il Re sentiva pei moderati consigli di Rochester. Danari, ei con grande agevolezza e in gran copia poteva ottenere dalla corte di Versailles; e Sunderland fu sollecito a vendersi a quella. Non aveva nessun vizio gioviale o generoso. Curava poco il vino e la beltà, ma bramava la ricchezza con insaziabile e irrefrenabile cupidigia. La passione del giuoco glʼinfuriava tempestosamente nellʼanima, nè era stata domata da perdite rovinosissime. Il suo avito patrimonio era grande. Egli aveva lungamente occupato uffici lucrosi, e non avea trascurata arte nessuna a renderli più lucrosi; ma la sua mala ventura aʼ giuochi di sorte fu tanta, che i suoi beni diventavano quotidianamente più gravati di debiti. Sperando di disimpacciarsi da tante molestie, rivelava a Barillon tutti i disegni che il governo inglese meditasse ostili alla Francia, ed accennò che, pei tempi che correvano, un Segretario di Stato poteva rendere servigi che Luigi avrebbe fatto opera savia a pagare largamente. Lo ambasciatore disse al proprio signore, che sei mila ghinee era la minore gratificazione che potesse offrirsi ad un così importante ministro. Luigi assentì a dare venticinque mila scudi, somma equivalente a circa cinque mila seicento lire sterline. Fu stabilito che Sunderland riceverebbe annualmente la predetta somma, e che egli in ricompensa farebbe ogni sforzo per impedire il ragunarsi del Parlamento.[59]Si collegò quindi alla cabala gesuitica, e usò così destramente dellʼinfluenza della cabala, che gli venne fatto di succedere ad Halifax nellʼalta dignità di Lord Presidente, senza rinunziare allʼufficio maggiormente lucroso di Segretario.[60]Sentì nondimeno di non potere ottenere lʼequivalente influenza in Corte, finchè fosse riputato aderente alla Chiesa Anglicana. Tutte le religioni per lui erano una medesima cosa. Nelle private conversazioni aveva costume di parlare con profano dispregio delle cose più sacre. Deliberò, dunque, di dare al Re il diletto e la gloria di avere compita una conversione. Se non che, eravi dʼuopo qualche destrezza a ciò fare. Non vʼè uomo che sia affatto non curante dellʼopinione dei suoi simili; ed anche Sunderland, quantunque non sentisse molto la vergogna, rifuggiva dalla infamia della pubblica apostasia. Rappresentò la parte sua con esimio magistero. Agli occhi del mondo mostravasi protestante; nelle secreto stanze del re, assumeva il contegno di uno che, seriamente affaccendato ad indagare il vero, pressochè persuaso a dichiararsi Cattolico Romano, ed aspettando dʼessere maggiormente illuminato, era pronto a rendere tutti i possibili servigi ai credenti nella vecchia fede. Giacomo, che non ebbe mai grande discernimento, e nelle materie religiose era affatto cieco, in onta alla esperienza che aveva della umana malvagità, della malvagità deʼ cortigiani come classe, e di quella di Sunderland come individuo, si lasciò gabbare inducendosi a credere che la grazia aveva toccato il più falso e indurito deʼ cuori umani. Per molti mesi lo astuto ministro fu considerato in Corte come buon catecumeno, senza mostrarsi al pubblico in sembianza di rinnegato.[61]Poco dopo, mostrò al Re lʼutilità dʼistituire un comitato secreto di Cattolici Romani, onde consigliare intorno a tutte le cose spettanti allʼinteresse della loro religione. Il comitatoadunavasi talvolta nelle stanze di Chiffinch, e talʼaltra negli appartamenti ufficiali di Sunderland, il quale, quantunque fosse tuttavia protestante di nome, era ammesso a tutte le deliberazioni di quello, e tosto giunse a predominarne tutti i membri. Ogni venerdì la cabala gesuitica desinava col Segretario. A mensa conversavano liberamente: e non risparmiavano nè anche le debolezze del Principe, verso il quale intendevano mostrarsi indulgenti. A Petre, Sunderland promise un cappello cardinalizio; a Castelmaine, una magnifica ambasciata a Roma; a Dover, un lucroso comando nelle guardie; e a Tyrconnel, un alto impiego in Irlanda. In tal guisa, stretti insieme dai più forti vincoli dellʼinteresse, costoro cooperavano a cacciare di seggio il Lord Tesoriere.[62]XXXIV. Vʼerano due membri protestanti del Gabinetto, i quali non presero decisamente parte al conflitto. Jeffreys, in questo tempo, era torturato da una crudele infermità interna, esacerbata dalla intemperanza. In un pranzo che un ricco Aldermanno dètte ad alcuni deʼ principali membri del Governo, il Lord Tesoriere e il Lord Cancelliere ubriacaronsi tanto, che si spogliarono quasi ignudi, e vennero a stento impediti dallo arrampicarsi ad un piuolo per bere alla salute di Sua Maestà. Al pio Tesoriere non toccò altro che i pungoli della maldicenza per lʼosceno baccano; ma il Cancelliere fu assalito da un violento accesso del suo vecchio male. Per qualche tempo fu creduto in gravissimo pericolo di vita. Giacomo mostrossi inquietissimo, pensando di dovere perdere un ministro che gli conveniva sì bene, e disse, con qualche verità, la perdita di un tanto uomo non potersi così di leggieri riparare. Jeffreys, venuto in convalescenza, promise di sostenere ambedue i partiti, aspettando di vedere quale di loro fosse rimasto vittorioso. Esistono tuttora alcune curiose prove della sua doppiezza. È stato già notato che i due diplomatici francesi i quali trovavansi in Londra, sʼerano divisi fra loro la Corte. Bonrepaux era di continuo con Rochester, e Barillon stava con Sunderland. A Luigi nella medesima settimana fu scritto da Bonrepaux, che il Cancelliere era tutto dalla parte del Tesoriere,e da Barillon che il Cancelliere era in lega col Segretario.[63]XXXV. Godolphin, cauto e taciturno, fece ogni sforzo a serbarsi neutrale. Le opinioni e i desiderii suoi erano senza dubbio con Rochester; ma, per debito dʼufficio, gli era necessario starsi sempre presso alla Regina, chʼei naturalmente voleva tenersi bene edificata. Certo, vʼè ragione a credere chʼegli sentisse per lei un affetto più romantico di quello che spesso nasce nel cuore dei vecchi uomini di Stato; e certe circostanze che adesso è uopo riferire, lʼavevano interamente gettato nelle mani della cabala gesuitica.[64]Il Re, per quanto fosse uomo dʼindole severa e di grave contegno, rimaneva sotto lo impero delle malìe donnesche, quasi al pari del suo vivace ed amabile fratello. Se non che, la beltà delle leggiadre dame di Carlo non era qualità necessaria a muovere i sensi di Giacomo. Barbera Palmer, Eleonora Gwynn e Luisa de Querouaille annoveravansi tra le più avvenenti donne deʼ tempi loro. Giacomo, mentre era giovane, aveva perduta la libertà propria, era disceso dal proprio grado, e incorso nel dispiacere della propria famiglia per le grossolane fattezze di Anna Hyde. Tosto, a gran sollazzo di tutta la Corte, venne rapito alle braccia di una disavvenente consorte da una concubina anche più disavvenente, cioè da Arabella Churchill. La sua seconda moglie, quantunque avesse venti anni meno di lui, e non fosse spiacevole di viso e di persona, ebbe spessi motivi a lamentare la incostanza del marito. Ma di tutte le sue illecite relazioni, la più forte era quella che lo avvincolava a Caterina Sedley.XXXVI. Questa donna era figliuola di Sir Carlo Sedley, uno deʼ più gai e dissoluti ingegni della Restaurazione. La licenza deʼ suoi scritti non è compensata da molta grazia e vivacità; ma il prestigio del suo conversare era riconosciuto anche dagli uomini più sobri che non facevano stima del suocarattere. Sedergli accanto in teatro, e udirlo a giudicare dʼuna nuova produzione, considerarsi quale insigne favore.[65]Dryden lo aveva onorato ponendolo precipuo interlocutore nel Dialogo intorno alla Poesia Drammatica. I costumi di Sedley erano tali, che anche in quellʼetà porsero grave argomento di scandalo. Una volta, dopo un baccano, si mostrò ignudo al balcone dʼuna taverna presso Covent Garden, arringando la gente che passava con linguaggio così sconcio e insolente, che fu ricacciato dentro da una pioggia di sassate, venne processato per indecente condotta, condannato ad una grossa multa, e dalla Corte del Banco del Re ricevette una invettiva espressa con energiche parole.[66]La sua figlia ne aveva ereditate le doti e la impudenza. Non aveva alcuna leggiadria di persona, tranne due occhi brillanti, lo splendore deʼ quali, agli uomini di gusto squisito, sembrava fiero e punto donnesco. Era magra di forme, e feroce di portamento. Carlo, benchè amasse di conversare secolei, rideva a vederla sì brutta, e soleva dire che i preti lʼavrebbero dovuta prescrivere a Giacomo come penitenza. Ella conosceva bene di non essere bella, e liberamente scherzava sulla propria disavvenenza. Nondimeno, con istrana incoerenza a sè stessa, amava ornare magnificamente la propria persona, e attirarsi i pungentissimi scherzi del pubblico, comparendo in teatro impiastrata, dipinta, coperta di trine di Bruxelles, e fiammeggiante di diamanti, affettando il grazioso contegno dʼuna giovinetta di diciotto anni.[67]Non è agevole a spiegare di che natura fosse la influenza che ella esercitava sopra lʼanimo di Giacomo. Ei più non era giovine. Era religioso; almeno desiderava fare per la propria religione sforzi e sacrifici, da cui la più parte di coloro che si chiamano uomini religiosi avrebbero abborrito. Sembra strano che vi fossero al mondo attrattive le quali valessero a gettarlo in un modo di vita chʼegli avrebbe dovuto considerare altamente criminoso: e in questo caso, niuno poteva intendere in che consistevano tali attrattive. La stessa Caterina era stupefatta della violenta passione del suo reale amante. «Eʼ nonpuò essere per la mia bellezza» diceva essa, «poichè bisogna che egli veda che io non sono punto bella; non può essere per il mio spirito, poichè egli non ne ha tanto da conoscere chʼio ne abbia alcuno.»Il Re, come fu asceso al trono, pel sentimento della nuova responsabilità che pesava sopra lui, aperse per qualche tempo lʼanima propria alle impressioni religiose. Fece ed annunziò molte buone determinazioni, parlò pubblicamente con gran severità degli empii e licenziosi costumi di quel tempo, e in privato assicurò la Regina e il confessore che non avrebbe mai più veduta Caterina Sedley. Le scrisse difatti scongiurandola di abbandonare gli appartamenti da lei occupati in Whitehall, e di trasferirsi in una casa in Saint Jamesʼs Square, che le era stata, a spese di lui, splendidamente addobbata. Le promise nel tempo stesso di darle una grossa pensione dalla sua borsa privata. Caterina, destra, forte, intrepida, e conscia del proprio potere, lo compiacque. Dopo pochi mesi, cominciossi a vociferare che Chiffinch aveva di nuovo ripreso lʼesercizio del proprio ufficio, e che la druda spesso andava e veniva per lʼuscio segreto, pel quale fu fatto passare Padre Huddleston allorquando portò lʼEucaristia al moribondo Carlo. Eʼ sembra che i ministri protestanti del Re sperassero che la cecità del loro signore per cotesta donna, lo avrebbe guarito della cecità assai più perniciosa che lo spingeva aʼ danni della loro religione. Caterina aveva tutti i requisiti che le erano necessari a governare i sentimenti e gli scrupoli del Re, e porgli in piena luce dinanzi allo sguardo tutte le difficoltà e i pericoli contro ai quali ei correva ad urtare a capo fitto.XXXVII. Rochester, campione della Chiesa, sforzossi di accrescere siffatta influenza. Ormond, che è popolarmente considerato come la personificazione di tutto ciò che vʼè di più puro ed elevato in un Inglese Cavaliere, approvò quel disegno. Perfino Lady Rochester non arrossì di cooperarvi, e con riprovevolissimi mezzi. Si tolse lo incarico di dirigere la gelosia dellʼoffesa moglie contro una giovinetta che era al tutto innocente. Tutta la Corte notò i modi freddi ed aspri con che la Regina trattava la povera fanciulla sospetta; ma la cagione del mal umore della Maestà Sua era un mistero. Per alcuntempo, cotesto intrigo andò innanzi con prospero successo e con segretezza. Caterina spesso ripeteva chiaramente al Re ciò che i Lordi protestanti del Consiglio osavano appena accennare con delicate parole. Gli diceva come la sua Corona corresse gravissimo pericolo: il vecchio pazzo Arundell e il furfante Tyrconnel lo condurrebbero alla rovina. Può darsi che le carezze di lei avessero potuto fare ciò che gli sforzi insieme congiunti della Camera deʼ Lordi e di quella deʼ Comuni, della Casa dʼAustria e della Santa Sede, non erano riusciti ad ottenere, se non fosse stata una strana avventura che fece onninamente mutare aspetto alle cose. Giacomo, in un accesso di amorosa insania, deliberò di creare la sua druda Contessa di Dorchester di proprio diritto. Caterina misurò tutto il pericolo di tal passo, e ricusò un onore che le avrebbe suscitata contro la invidia altrui. Lo amante ostinossi, e pose di forza il diploma nelle mani di lei. Ella infine accettò ad un patto, che serve a mostrare quanta fiducia avesse nella propria potenza e nella debolezza di lui. Gli fece solennemente promettere di non lasciarla giammai; ma che volendola lasciare, le dovesse annunziare egli stesso la propria risoluzione, e concederle un abboccamento.Appena divulgossi la nuova dello innalzamento di lei, tutto il palazzo fu sossopra. La Regina sentì ribollirsi nelle vene il fervido sangue italiano. Altera della giovinezza e dellʼavvenenza propria, dellʼalto grado e della intemerata castità, non potè senza strazio di dolore e di rabbia vedersi abbandonata ed insultata per una simile rivale. Rochester, rammentando forse con quanta pazienza, dopo una breve lotta, Caterina di Braganza aveva acconsentito ad usare cortesia alle concubine di Carlo, aveva sperato che, dopo un poco di lamento e di sdegno, Maria di Modena si sarebbe mostrata egualmente sommessa. Eʼ non fu così. Nè anche si provò di ascondere agli occhi del mondo la violenza delle proprie emozioni. Quotidianamente, i cortigiani che andavano a vederla desinare, notavano come le vivande erano riportate via senza chʼella le avesse assaggiate. Le lacrime le scorrevano giù per le guance alla presenza di tutto il cerchio deʼ ministri e degli ambasciatori. Al Re parlò con veemenza. «Lasciatemi andare» esclamò. «Avete fatta lavostra druda contessa; fatela regina. Strappate dal mio capo la corona, e mettetela sopra il suo. Solo lasciatemi seppellire in qualche convento, chʼio non la vegga mai più.» Poi, con più calma, gli chiese in che guisa egli potesse conciliare la sua riprovevole condotta con lo spirito religioso di cui faceva mostra. «Voi siete pronto» disse ella «a porre a repentaglio il vostro Regno per la salute dellʼanima vostra, e nondimeno vi dannate lʼanima per amore di siffatta donna.» Padre Petre, prostrato sulle ginocchia, secondava la Regina. Era suo debito così fare; e lo adempiva valorosamente, poichè era connesso con lʼutile proprio. Il Re per qualche tempo si confessò peccatore, e si mostrò pentito. Nelle ore in che lo assalivano i rimorsi, faceva severe penitenze. Maria serbò fino allʼultimo dì di sua vita, e morente la legò al convento di Chaillot, la disciplina con che Giacomo aveva scontate le proprie peccata flagellandosi vigorosamente le spalle. Nulla, fuorchè lo allontanamento di Caterina, avrebbe potuto porre fine a cotesto conflitto tra un abietto amore ed una superstizione abietta. Giacomo le scrisse, supplicandola e comandandole di partire. Confessava di averle promesso che le avrebbe detto addio col proprio labbro. «Ma conosco pur troppo» soggiungeva «lo impero che voi avete sopra di me. Non avrei forza dʼanimo bastevole a tenermi fermo nella mia risoluzione, se consentissi a rivedervi.» Le offerse un legno per trasportarla, con tutti i comodi e il decoro, alle Fiandre; e le minacciò che ove non si fosse indotta ad andarsene quietamente, sarebbe stata mandata via per forza. La donna, in sulle prime, provò di destare la pietà del Re fingendosi inferma. Poscia prese il contegno dʼuna martire, ed impudentemente si spacciò di patir tanto per la religione protestante. Riprese quindi i modi di Giovanni Hampden, sfidando il re a mandarla via; nel quale caso se ne sarebbe richiamata ai tribunali. Finchè laMagna Cartae lʼHabeas Corpuserano leggi del Regno, ella voleva starsi dove meglio le talentasse. «E in Fiandra» gridò ella «giammai! Ho imparato una cosa dalla Duchessa di Mazzarino mia amica, ed è di non fidarmi mai dʼun paese dove siano conventi.» Alla perfine, elesse lʼIrlanda come luogo dʼesilio, probabilmente perchè ivi era vicerè il fratello di Rochestersuo protettore. E dopo molto indugiare, ella si partì, lasciando vittoriosa la Regina.[68]La storia di questo stranissimo intrigo sarebbe incompiuta, ove non aggiungessi che esiste tuttora una meditazione religiosa, scritta di mano propria dal Lord Tesoriere, nel giorno stesso in cui la notizia chʼegli si provava di governare il suo signore per mezzo dʼuna concubina, fu trasmessa da Bonrepaux a Versailles. Nessun componimento di Ken o di Leighton è imbevuto di spirito più fervido e di pietà più esaltata, che questa religiosa effusione. Non può tenersi in sospetto dʼipocrisia; imperocchè manifesto si conosce che quello scritto doveva solo servire per uso privato dello scrittore, e non fu pubblicato se non cento e più anni dopo chʼegli giaceva cenere ed ossa dentro il sepolcro. Fino a tal segno la storia supera in istranezza la finzione! ed è pur troppo vero che la natura ha capricci che lʼarte non osa imitare. Un poeta drammatico mal si rischierebbe a porre sulla scena un principe severo, nel verno degli anni, pronto a sacrificare la corona per giovare la propria religione, instancabile nel fare proseliti, che ad unʼora abbandonava ed insultava la moglie giovine e bella, per vaghezza d1 una druda che non aveva nè giovinezza nè beltà. Anche meno, se pure è possibile, un drammaturgo ardirebbe immaginare un uomo di Stato che si abbassi al vergognoso mestiere di mezzano dʼamore, e chiami la propria moglie ad aiutarlo in quel disonorevole ufficio; e nulladimanco, nei momenti dʼozio, ridottosi nel domestico ritiro, innalzi lʼanima a Dio, spargendo lacrime di penitenza e recitando devote giaculatorie.[69]XXXVIII. Il Tesoriere presto sʼaccôrse che servendosi di mezzi scandalosi per giungere ad un laudevole fine, aveva commesso non solo un delitto ma uno sbaglio. Adesso la Regina gli era divenuta nemica. Ella fece sembiante, a dir vero, di ascoltare con cortesia le parole con che gli Hydes tentarono di scusare, come meglio poterono, la propria condotta; e in alcune occasioni mostrò di usare la sua influenza a favor loro: ma avrebbe dovuto essere o da più o da meno che non è una donna, se avesse veramente dimenticata la congiura ordinata dalla famiglia della prima moglie di Giacomo contro la sua dignità e felicità domestica. I Gesuiti, con rigorose parole, dimostrarono al Re il pericolo dal quale era, quasi per miracolo, campato, dicendo come la riputazione, la pace e lʼanima di lui fossero state poste a repentaglio per le trame del suo primo ministro. Il Nunzio, che volentieri avrebbe frustrato la influenza del partito violento, e cooperato cogli uomini moderati del Gabinetto, non potè onestamente e decentemente dividersi in questa occasione da Padre Petre. Lo stesso Giacomo, dopo che il mare lo ebbe partito dalle malìe onde era stato sì fortemente affascinato, non potè non sentire ira e dispregio verso coloro i quali sʼerano studiati di governarlo per mezzo deʼ suoi vizi. Le cose successe era mestieri che gli facessero maggiormente stimare la sua Chiesa, e disistimare quella dʼInghilterra. I Gesuiti che, come correva la moda, erano chiamati i più pericolosi deʼ consiglieri spirituali, sofisti che sovvertivano tutto il sistema della morale evangelica, adulatori che andavano debitori del proprio potere principalmente alla indulgenza con cui trattavano i peccati deʼ grandi, lo avevano ritratto da una vita colpevole con rimproveri acri ed arditi, come quelli che Natan fece a David, o Giovanni Battista ad Erode. Dallʼaltra parte, i fervidi Protestanti, che parlavanosempre della rilassatezza deʼ casisti papali, e della malvagità di operare il male perchè se ne potesse conseguire il bene, avevano tentato di procurare il bene della propria Chiesa per una via considerata da ogni cristiano come gravemente criminosa. La vittoria della cabala deʼ pessimi consiglieri fu quindi compiuta. Il Re trattò freddamente Rochester. I cortigiani e i ministri stranieri tosto si accôrsero che il Lord Tesoriere era primo ministro solamente di nome. Seguitò a dare consigli ogni giorno, ed ebbe lʼonta di vederli ogni giorno rigettati. Nulladimeno, non sapeva indursi ad abbandonare quellʼapparenza di potere, e gli emolumenti che direttamente e indirettamente ei ricavava dal suo alto ufficio. Fece quindi quanto potè per nascondere agli occhi del pubblico lʼamarezza dellʼanima sua. Ma le sue violenti passioni e le sue intemperanti abitudini non gli concedevano di sostenere la parte di simulatore. Il suo conturbato aspetto, sempre che egli usciva dalla sala del Consiglio, mostrava che non erano stati lieti i momenti ivi passati; e quando il bicchiere gli scaldava il cervello, gli fuggivano di bocca parole che manifestamente rivelavano la inquietudine dellʼanimo.[70]
XXI. Che Delamere, ove avesse avuto mestieri della regia clemenza, lʼavrebbe potuta ottenere, non è molto probabile. Egli è certo che tutto il vantaggio che la lettera della legge dava al Governo, fu adoperato contro lui senza scrupolo o vergogna. Era in condizioni diverse da quelle in cui trovavasi Stamford. Lʼaccusa contro costui era stata portata dinanzi alla Camera deʼ Lordi mentre il Parlamento era in sessione, e però non poteva essere processato se non alla riapertura del Parlamento. Tutti i Pari avrebbero allora avuto un voto da dare, e sarebbero stati giudici di diritto e di fatto. Ma lʼatto dʼaccusa contro Delamere non fu prodotto fuori se non dopo la proroga.[40]Egli era, quindi, soggetto alla giurisdizione della corte del Lord Gran Maggiordomo. Questa corte, alla quale appartiene mentre è chiuso il Parlamento la cognizione deʼ delitti di tradimento e di fellonia commessi dai Pari secolari, era allora siffattamente costituita, che nessuno accusato di delitto politico poteva sperare un processo imparziale. Il Re nominava il Lord Gran Maggiordomo. Questi, a proprio arbitrio, nominava vari Pari a giudicare il loro accusato confratello. Al numero loro non era limite. Una semplice maggioranza di voti, purchè fosse di dodici, serviva a dichiarare colpevole. Il Gran Maggiordomo era solo giudice di diritto; e i Lordi erano Giurati per pronunciare sul fatto. Jeffreys fu nominato Gran Maggiordomo. Scelse trenta Pari, e la scelta fu qual poteva aspettarsi da siffatto uomo in simiglianti tempi. Tutti queʼ trenta per opinioni politiche procedevano avversi allo accusato. Quindici erano colonnelli di reggimenti, e potevano essere destituiti a volontà del Re. Tra gli altri quindici erano il Lord Tesoriere, principale segretario di Stato, il Maggiordomo e il Sindaco di Palazzo, il Capitano della Banda deʼ Gentiluomini Pensionisti, il Ciamberlano della Regina, ed altri individui fortemente vincolati alla Corte. Nondimeno, Delamere aveva alcuni grandi vantaggi sopra i colpevoli di minor grado processati in Old Bailay. Quivi i Giurati, violenti uomini di partito, presi per un solo giorno dagli Sceriffi cortigiani fra la massa della società, e rimandati poi nella massa, nonavevano freno di rossore; e poco avvezzi a giudicare della evidenza del caso, seguivano senza scrupolo le voglie del seggio. Ma nella corte del Gran Maggiordomo, ogni Giurato era uomo esperto neʼ gravi negozi, e considerevolmente noto al pubblico; e doveva profferire separatamente, e sullʼonor suo, la propria opinione dinanzi a un numeroso concorso. Quella opinione, insieme col suo nome, sarebbe andata in tutte le parti del mondo e rimasta nella storia. Inoltre, quantunque i nobili scelti fossero tutti Tory e quasi tutti impiegati, molti di loro avevano cominciato a sentire inquietudine della condotta del Re, e dubitavano un giorno non sʼavessero a trovare nel caso di Delamere.Jeffreys si condusse, secondo lʼusato, con iniquità ed insolenza. Serbava in petto un vecchio rancore che lo irritava. Era stato capo Giudice di Chester allorquando Delamere, che allora chiamavasi il Signor Booth, rappresentava quella Contea in Parlamento. Booth aveva mosso amarissima querela nella Camera deʼ Comuni perchè i più cari interessi deʼ suoi elettori erano affidati ad un buffone briaco.[41]Il giudice vendicativo, ora non arrossì di adoperare artifici tali, che sarebbero stati criminosi anche in un avvocato. Ricordò ai Lordi Giurati con significantissime parole, che Delamere in Parlamento erasi opposto alla condanna infamante di Monmouth; fatto che non era nè poteva essere provato. Ma non era in potestà di Jeffreys intimorire un sinodo di Pari, come era avvezzo a fare verso i Giurati ordinari. La testimonianza addotta dalla Corona si sarebbe forse reputata ampiamente bastevole nel giorno giuridico nelle Contrade Occidentali o nelle sessioni di Città, ma non poteva per un momento imporre ad uomini come Rochester, Godolphin e Churchill; nè essi, con tutti i falli loro, erano sì depravati, da condannare a morte un uomo contro le più semplici norme della giustizia. Grey, Wade e Goodenough furono dal Governo addotti come testimoni, ma poterono solo ripetere ciò che avevano udito dire da Monmouth e dagli emissari di Wildman. Fu dimostrato con incontrastabile evidenza che un ribaldo, di nome Saxton, principale testimonio dellʼaccusa,già stato implicato nella ribellione, ed ora affaccendato a procacciarsi il perdono testificando contro tutti glʼinvisi al Governo, aveva detto gran numero di menzogne. Tutti i Lordi Giurati, da Churchill, il quale come il più giovane deʼ baroni parlò primo, fino al Tesoriere, dichiararono sullʼonor loro, che Delamere non era colpevole. La gravità e la pompa del processo fece profonda impressione nellʼanimo del Nuncio, ancorchè fosse assuefatto alle cerimonie della Corte di Roma, le quali per solennità e magnificenza vincono tutte le cerimonie del mondo.[42]Il Re, che vʼera presente, e non poteva muovere lamento della sentenza evidentemente giusta, montò in furore contro Saxton, giurando che lo sciagurato sarebbe stato prima posto alla berlina, come reo di spergiuro, innanzi a Westminster Hall; e poi mandato nelle contrade occidentali, per essere appeso alle forche e squartato come reo di tradimento.[43]XXII. La pubblica esultanza, come si seppe che Delamere era stato assoluto, fu grande. Il regno del terrore era finito. Lʼinnocente incominciava a respirare liberamente, e il falso accusatore a tremare. Non può leggersi senza lacrime una lettera scritta in questa occasione. Giunse alla vedova di Russell nella sua solitudine la nuova, e le suscitò nellʼanima un misto di sentimenti diversi. «Rendo grazie a Dio» scriveva ella, «che ha posto alcun freno allo spargimento del sangue in questo misero paese. Ma mentre me ne rallegro con altrui, mi tiro da parte a piangere. Più non mi sento capace di godere; ma ogni nuova circostanza, il paragonare la mia notte di dolore, dopo un tanto giorno, con le loro notti di gioia, o per un pensiero o per un altro, mi tortura lʼanima. Comecchè io sia lungi dal desiderare che le loro ore trascorrano come le mie, non posso frenarmi talvolta di lamentare che le mie non siano simili alle loro.»[44]Adesso il vento era cangiato. La morte di Stafford, accoltacon segni di tenerezza e di rimorso dalla plebaglia, alla cui rabbia egli era stato sacrificato, stabilisce il finire di una proscrizione. Il proscioglimento di Delamere stabilisce il chiudersi dʼunʼaltra. I delitti che avevano disonorato il procelloso tribunato di Shaftesbury, erano stati terribilmente espiati. Il sangue deglʼinnocenti papisti era stato più che dieci volte vendicato dal sangue deʼ fervidi protestanti. Unʼaltra grande reazione era incominciata. Le fazioni andavano speditamente prendendo nuove forme. I vecchi collegati scindevansi. Si congiungevano i vecchi nemici. I mali umori spandevansi in tutto il partito fino allora predominante. Una speranza, comunque per allora debole e indistinta, di vittoria e vendetta, rianimava il partito che pareva estinto. In siffatte condizioni si chiuse il 1685, anno torbido e pieno dʼeventi, e incominciò il 1686.XXIII. La proroga aveva disimpacciato il Re dalle moderate rimostranze delle Camere; ma gli toccava udirne altre, simili per lo effetto, ma formulate con parole anche più caute e sommesse. Taluni, che fino allora lo avevano servito con cecità tale da nuocere alla loro fama e al pubblico bene, cominciarono a provare dolorosi presentimenti, e di quando in quando risicavansi a significare alcun che di ciò che sentivano.Per molti anni lo zelo del Tory inglese per la monarchia ereditaria e per la religione stabilita, erano insieme venuti crescendo e scambievolmente afforzandosi. Ei non aveva mai pensato che questi due sentimenti, i quali parevano inseparabili e pressochè identici, si sarebbero un giorno potuti trovare non solo distinti, ma incompatibili. Dal principio della lotta tra gli Stuardi e i Comuni, la causa della Corona e quella della gerarchia erano state apparentemente una causa sola. Carlo I veniva dalla Chiesa considerato come martire. Se Carlo II aveva contro quella congiurato, aveva congiurato secretamente. In pubblico sʼera sempre confessato grato e devoto figliuolo, erasi inginocchiato dinanzi agli altari di essa; e malgrado i suoi corrotti costumi, gli era riuscito di persuadere il maggior numero degli aderenti alla Chiesa, che egli sinceramente la preferisse. Per tutti i conflitti che lʼonesto Cavaliereavesse fino allora potuto sostenere contro i Whig e le Teste-Rotonde, non aveva almeno dovuto patire nessun conflitto nella mente propria. Egli sʼera veduto piano ed aperto dinanzi agli occhi il sentiero del dovere. Traverso al bene e al male, ei doveva mantenersi fedele alla Chiesa e al Re. Ma se queʼ due augusti e venerandi poteri, i quali fino allora sembravano così strettamente congiunti, che i fedeli allʼuno non potevano essere perfidi allʼaltro, venissero divisi da mortale nimistà, a quale partito doveva il realista ortodosso appigliarsi? Quale condizione sarebbe stata più critica che quella di trovarsi ondeggiante tra due doveri egualmente sacri, tra due affetti egualmente fervidi? Come poteva egli rendere a Cesare ciò chʼera di Cesare, e non negare a Dio parte di ciò chʼera di Dio? Nessuno che avesse siffattamente sentito, poteva mirare, senza profondo timore e neri presentimenti, il contrasto tra il Re e il Parlamento intorno allʼAtto di Prova. Se Giacomo anche ora si fosse indotto a ripensare sul proprio disegno, a lasciare riaprire le Camere, e cedere ai desiderii loro, tutto poteva rivolgersi a bene.Così opinavano i due cognati del Re, i Conti cioè, di Clarendon e di Rochester. La potenza e il favore che godevano questi gentiluomini, sembrava veramente grande. Il più giovane deʼ fratelli era Lord Tesoriere e primo ministro; il maggiore, dopo di avere per alquanti mesi tenuto il Sigillo Privato, era stato nominato Luogotenente dʼIrlanda. Il venerando Ormond pensava medesimamente. Middleton e Preston, che, come dirigenti la Camera deʼ Comuni, avevano di recente sperimentato quanto cara fosse aʼ gentiluomini realisti dʼInghilterra la religione stabilita, davano consigli di moderazione.In sul principio del nuovo anno, i sopraddetti uomini di Stato, e il numeroso partito da essi rappresentato, ebbero a patire una crudele mortificazione. Che il Re defunto fosse Cattolico Romano, era stato per molti mesi sospettato e bisbigliato, ma non annunziato formalmente. Tale manifestazione non si sarebbe potuta fare senza grave scandalo. Carlo erasi innumerevoli volte dichiarato protestante, ed aveva avuto costumanza di ricevere dai vescovi della Chiesa stabilita il sacramentodella eucaristia. Queʼ Protestanti che lo avevano sostenuto neʼ pericoli, e che di lui serbavano tuttavia affettuosa rimembranza, dovevano provare sdegno e rossore al sentire che la intera sua vita era stata una menzogna; che mentre confessava dʼappartenere alla loro religione, gli aveva veramente tenuti per eretici; e che i demagoghi, i quali lo avevano chiamato papista nascosto, erano stati i soli che avessero formato un esatto giudicio del suo carattere. Anche Luigi intendeva tanto lo stato dellʼopinione pubblica in Inghilterra, da accorgersi come il divulgare il vero potesse recar nocumento, ed aveva, dʼaccordo, fatta promissione di tenere strettamente segreta la conversione di Carlo.[45]Giacomo, nel principio del suo regno, aveva pensato doversi in tanto negozio procedere cauto, e non erasi rischiato a seppellire il fratello, secondo il rito della Chiesa di Roma. Per qualche tempo, quindi, ciascuno potè liberamente credere ciò che volesse. I papisti dicevano che il defunto principe era loro proselite. I Whig lo esecravano come ipocrita e rinnegato. I Tory consideravano la voce della sua apostasia come una calunnia che i papisti e i Whig, per ragioni differentissime, avevano interesse a spargere.XXIV. Giacomo ora fece un passo che pose in gran perturbazione tutto il partito anglicano. Due scritture, in cui erano concisamente esposti gli argomenti dʼordinario usati dai Cattolici Romani nella controversia coi Protestanti, sʼerano trovate nella cassa forte di Carlo, e sembravano di mano sua. Le quali scritture Giacomo mostrò, menandone trionfo, a parecchi Protestanti, e dichiarò sapere che il suo fratello era vissuto e morto Cattolico Romano.[46]Uno di coloro ai quali i manoscritti furono mostrati, fu lo arcivescovo Sancroft. Li lesse grandemente commosso, e rimase tacito. Tale silenzio era solo lo effetto naturale di una lotta tra la riverenza e la repugnanza. Ma Giacomo suppose che il Primate tacesse per la forza irresistibile della ragione, e seriamente lo sfidò a produrre, col soccorso di tutto il seggio episcopale, una soddisfacente risposta. «Datemi una risposta solida e in istile da gentiluomini; e forse potrà far sì, secondo che molto vi sta a cuore, diconvertirmi alla vostra Chiesa.» Lo arcivescovo dolcemente rispose, che, secondo lui, cotale risposta poteva farsi senza molta difficoltà; ma non accettò la controversia, adducendo per iscusa la riverenza alla memoria del suo defunto signore. Il Re considerò la scusa come un sutterfugio dʼun vinto avversario.[47]Se egli avesse conosciuta la letteratura polemica deʼ centocinquanta anni precedenti, avrebbe saputo che i documenti ai quali ei dava tanto peso, gli avrebbe potuti comporre ogni giovinetto di quindici anni della scuola di Doaggio, e che non contenevano cosa alcuna, la quale, secondo lʼopinione di tutti i teologi protestanti, non fosse stata dieci mila volte confutata. Nella sua stolta esultanza, ordinò che quegli scritti si stampassero col più squisito lusso tipografico, e vi appiccicò dietro una dichiarazione munita della sua firma, ad attestare che gli originali erano scritti di pugno del fratello. Giacomo ne distribuì con le proprie mani tutti gli esemplari ai cortigiani, e alle persone del popolo che si affollavano attorno il suo cocchio. Ne dètte un esemplare ad una giovine di vile condizione, chʼegli supponeva appartenere alla religione da lui professata, e le assicurò che leggendolo se ne troverebbe edificata grandemente e confortata. In ricambio di questa cortesia, pochi giorni dopo, ella gli mandò una lettera, scongiurandolo di uscire dalla mistica Babilonia, e rimuovere dalle sue labbra la coppa delle fornicazioni.[48]XXV. Tali cose davano somma inquietudine ai Tory aderenti alla Chiesa Anglicana. Nè i più spettabili Cattolici Romani ne rimanevano meglio satisfatti. Si sarebbero, in verità, potuti scusare, se in cosiffatte circostanze la passione gli avesse resi sordi alla voce della prudenza e della giustizia, come quelli che avevano molto sofferto. La gelosia deʼ Protestanti gli aveva gittati giù dal grado in cui erano nati, aveva chiuse le porte del Parlamento agli eredi deʼ Baroni che avevano firmata laMagna Carta, e deciso che il comando dʼuna compagnia di pedoni non fosse da fidarsi ai discendenti dei capitaniche avevano vinto a Flodden e a San Quintino. Non vʼera un solo Pari eminente, fido alla vecchia religione, del quale lʼonore, gli averi, la vita non fossero stati in pericolo; che non avesse passati molti mesi rinchiuso dentro la Torre, che più volte non si fosse aspettata la miseranda sorte di Stafford. Uomini che erano stati così lungamente e con tale crudeltà oppressati, si sarebbero potuti perdonare, se avessero avidamente côlta la prima occasione a conseguire a un tempo grandezza e vendetta. Ma nè fanatismo, nè ambizione, nè rancore di torti patiti, nè ebrietà prodotta dalla sùbita buona fortuna, poterono far sì che i più cospicui Cattolici Romani non si accorgessero come la prosperità che finalmente erano pervenuti a godere, fosse solo temporanea, e non usata saggiamente, potrebbe tornar loro fatale. Avevano con dura esperienza imparato, che lʼavversione del popolo alla religione loro non era fantasia che sarebbe svanita al comando dʼun principe, ma profondo sentimento, tramandato crescendo per cinque generazioni, spanto in tutte le classi e in tutti i partiti, e avvincolato non meno strettamente coi principii deʼ Tory che con quelli deʼ Whig. Certo, il Re poteva, nello esercizio della sua prerogativa di far grazia, sospendere le leggi penali. Avrebbe in appresso potuto, operando con discrezione, ottenere dal Parlamento la revoca deʼ decreti che privavano deʼ diritti civili gli aderenti alla religione di lui. Ma tentando di domare il sentimento protestante della Inghilterra con mezzi bruschi, era facile vedere che la violenta compressione dʼuna molla così potente ed elastica, sarebbe seguita da uno scatto egualmente violento. I Pari Cattolici Romani, tentando prematuramente di entrare a forza nel Consiglio Privato e nella Camera deʼ Lordi, avrebbero potuto perdere le case e le vaste possessioni loro, e finire la vita o da traditori in Tower Hill, o da mendicanti alle porte deʼ conventi dʼItalia.Così pensava Guglielmo Herbert, conte di Powis, generalmente considerato come capo della aristocrazia cattolica romana, il quale, secondo le fandonie di Oates, doveva essere primo ministro se la congiura papale sortiva prospero successo. Medesimamente opinava Giovanni Bellasyse. In gioventù, aveva valorosamente pugnato per Carlo I; dopo la Restaurazioneera stato rimunerato con onori e con gradi militari, e gli aveva deposti dopo che fu promulgato lʼAtto di Prova. A questi insigni capi del partito cattolico facevano eco tutti i più nobili ed opulenti membri della loro Chiesa, tranne Lord Arundell di Wardour, uomo decrepito e pressochè rimbambito.XXVI. Ma in Corte era un piccolo nucleo di Cattolici Romani, che avevano il cuore esulcerato da vecchie ingiurie, il cervello inebriato dal recente innalzamento; che erano impazienti di rampicarsi alle dignità dello Stato, ed avendo poco da perdere, non si davano punto pensiero del giorno del rendimento deʼ conti.XXVII. Uno di costoro era Ruggiero Palmer, conte di Castelmaine in Irlanda, e marito della Duchessa di Cleveland. Sapevasi da tutti chʼegli aveva comperato il suo titolo col disonore della moglie e col proprio. Il suo patrimonio era scarso. Lʼindole sua, scortese per natura, era stata esasperata dalle domestiche vessazioni, dai pubblici rimproveri, e da ciò chʼegli aveva patito a tempo della congiura papale. Era stato lungamente in carcere, e in fine era stato processato per delitto capitale. Fortunatamente per lui, non fu tratto al banco degli accusati se non dopo che erasi spento il primo scoppio del furore popolare, e i falsi testimoni avevano perduto ogni credito. Gli era, quindi, riuscito di campare a gran pena dal pericolo.[49]Con Castelmaine era collegato uno deʼ più prediletti deʼ cento amanti di sua moglie; cioè Enrico Jermyn, che da Giacomo di recente era stato fatto Pari col titolo di Lord Dover. Jermyn, venti e più anni innanzi, erasi reso notevole con isconci amori e disperati duelli. Adesso trovavasi rovinato dal giuoco, ed era ansioso di rifare il patrimonio col mezzo degli uffici lucrosi, dai quali lo escludevano le leggi.[50]Al medesimo branco apparteneva un intrigante ed importuno Irlandese, chiamato White, che aveva molto viaggiato, aveva servito la Casa dʼAustria con un impiego mezzo tra lʼinviato e la spia,e che in rimunerazione deʼ servigi resi era stato fatto marchese dʼAlbeville.[51]Tosto dopo la proroga, questa trista fazione sʼafforzò di un nuovo aiuto. Riccardo Talbot, conte di Tyrconnel, il più feroce ed implacabile di quanti avevano in odio le libertà e la religione dellʼInghilterra, da Dublino era giunto alla Corte.Talbot discendeva da una antica famiglia normanna, la quale, da lungo tempo stabilita in Leicester, era degenerata, aveva adottati i costumi deʼ Celti, e come essi aderito alla vecchia religione, e partecipato alla ribellione del 1641. In gioventù egli era stato uno deʼ più rinomati scrocconi e bravazzoni di Londra; era stato presentato a Carlo ed a Giacomo mentre erano esuli in Fiandra, come un uomo adatto e pronto ad assassinare infamemente il Protettore. Subito dopo la Restaurazione, Talbot si provò dʼottenere il favore della famiglia reale con un servigio anche più infame. Bisognava un pretesto per mezzo del quale giustificare il Duca di York a rompere la promessa di matrimonio onde egli aveva ottenuto da Anna Hyde lʼestrema prova dʼaffetto che possa dare una donna. Talbot, dʼaccordo con alcuni deʼ suoi dissoluti compagni, imprese di apprestare siffatto pretesto. Concertarono di dipingere la povera giovinetta come donna priva di virtù, di pudore, di delicatezza, e inventare lunghe storielle di teneri ritrovi e di rapiti favori. Talbot, segnatamente, riferì come in una delle secrete visite a lei fatte, avesse per caso versato il calamaio del Cancelliere sopra un fascio di scritture, e con quanta destrezza, perchè il vero non si scoprisse, ella ne avesse data la colpa alla sua scimmia. Tali storielle, che se fossero state vere, non sarebbero uscite dalle labbra di nessuno che non fosse il più vile degli uomini, erano prette invenzioni. Talbot tosto fu costretto a confessare che erano tali, e lo fece senza ombra di rossore. Lʼoltraggiata donna divenne duchessa di York. Ove il suo sposo fosse stato uomo diritto ed onorevole, avrebbe con indignazione e disprezzo cacciato via dal proprio cospetto gli sciagurati che gli avevano calunniata la consorte. Ma una delle particolarità del carattere di Giacomo era che nessuna azione, comunque si fosse malvagia e vergognosa,fatta col desiderio di ottenere il suo favore, gli sembrava mai degna dʼessere riprovata. Talbot seguitò a frequentare la Corte, mostravasi quotidianamente con fronte di bronzo dinanzi alla principessa di cui aveva tentata la rovina, ed ottenne il posto lucroso di principale lenone del Re. Dopo non molto tempo, Whitehall si mise sossopra alla nuova che Riccardo (Dick) Talbot, come veniva comunemente chiamato, aveva concepito il disegno di assassinare il Duca dʼOrmond. Il bravo fu mandato alla Torre; ma dopo pochi giorni fu visto chiassando per le sale di palazzo, e recando letterine dʼamore su e giù tra il suo signore e le più brutte dame di Corte. Invano i vecchi e discreti consiglieri supplicavano i due principi a non proteggere quel ribaldo, che altro merito non aveva, tranne la prestanza della persona e il gusto nel vestirsi. Talbot non solo era bene accolto nella reggia quando la bottiglia e i dadi giravano attorno, ma veniva attentamente udito in negozi di grave momento. Affettava il carattere di un patriotto irlandese, e patrocinava con grande audacia, e talvolta con esito prospero, la causa deʼ suoi concittadini, i beni deʼ quali erano stati confiscati. Studiavasi, nulladimeno, di farsi ben pagare deʼ servigi che rendeva, e gli venne fatto di acquistare, parte vendendo protezione, parte scroccando, e parte facendo il lenone, una rendita di tremila lire sterline lʼanno; imperocchè, sotto la maschera di leggiero, di prodigo, dʼimprovvido e di impudente bisbetico, egli era pur troppo uno deʼ più venali e cupidi uomini del mondo. Oramai non era più giovane, e scontava con acerbi dolori le stemperatezze della gioventù; ma gli anni e le infermità non gli avevano essenzialmente mutato il carattere e i modi. Sempre che apriva la bocca, schiamazzava, imprecava e bestemmiava con sì terribile violenza, che i più superficiali osservatori lo giudicavano il più feroce deʼ libertini. Il popolo non sapeva intendere come un uomo il quale anche da sobrio, era più furioso e vanitoso dʼaltri ubbriaco, e che sembrava affatto incapace di mascherare il più lieve moto dellʼanimo o di serbare il minimo secreto, potesse veramente essere un adulatore di cuore freddo, dʼocchio acuto e dʼingegno macchinatore. Non pertanto, tale era Talbot. E davvero la sua ipocrisia era dʼuna specie piùsquisita e più rara che non fosse quella che regnava nel Parlamento di Barebone. Perocchè lo ipocrita perfetto non è colui che asconde il vizio sotto i sembianti della virtù, ma colui il quale si serve del vizio che egli non si vergogna di mostrare, come di maschera per celare un altro vizio più nero e proficuo, che gli giova di tenere nascosto.Talbot, fatto da Giacomo conte di Tyrconnel, aveva comandate le truppe in Irlanda neʼ nove mesi che corsero dalla morte di Carlo al principio del viceregno di Clarendon. Quando il nuovo Luogotenente stava per partire da Londra alla volta di Dublino, il Generale fu chiamato da Dublino a Londra. Dick Talbot era da lungo tempo conosciuto nel cammino che doveva fare. Fra Chester e la Metropoli non vʼera quasi locanda nella quale non avesse attaccato lite. Dovunque giungeva, affaticava i cavalli a dispetto della legge, imprecava ai cuochi ed ai postiglioni, e quasi destava tumulti con le sue insolenti rodomonterie. Andava dicendo che la Riforma aveva rovinato ogni cosa. Ma il bel tempo era presso. Tra breve i Cattolici si sarebbero rialzati, e si sarebbero rifatti sugli eretici. Infuriando e bestemmiando sempre come un indemoniato, ei giunse alla Corte;[52]dove tosto si collegò strettamente con Castelmaine, Dover ed Albeville. Costoro ad una voce gridavano guerra alla costituzione della Chiesa e dello Stato. Dicevano al loro signore, chʼegli per la sua religione e per la dignità della sua Corona, era in debito di affrontare intrepidamente il grido degli eretici demagoghi, e mostrare fin da principio al Parlamento chʼegli sarebbe il signore a dispetto della opposizione, e che il solo effetto della opposizione sarebbe stato di renderlo signore severo.XXVIII. Ciascuno deʼ due partiti in che la Corte era divisa, aveva zelanti alleati stranieri. I ministri di Spagna, dello Impero e degli Stati Generali erano adesso desiderosi di sostenere Rochester, come per lo innanzi lo erano stati verso Halifax. Barillon adoperava tutta la propria influenzadalla parte opposta, ed era aiutato da un altro agente francese, inferiore a lui per grado, ma assai superiore per ingegno; voglio dire da Bonrepaux. Barillon non era privo di buone qualità, ed aveva grande corredo di quelle doti onde allora andavano predistinti i gentiluomini francesi. Ma la sua capacità non era quale il suo alto ufficio richiedeva. Era divenuto pigro e a sè troppo indulgente; amava i piaceri della società e della tavola, meglio delle faccende; e nelle grandi occasioni era dʼuopo che da Versailles venissero ammonimenti, ed anche riprensioni, per ispingerlo ad operare.[53]Bonrepaux si era alzato dalla oscurità a cagione della intelligenza ed industria che aveva mostrata come impiegato nel dipartimento della marina, ed aveva riputazione dʼiniziato ai misteri della politica mercantile. Alla fine del 1685, fu mandato a Londra con varie commissioni dʼalta importanza. Doveva stabilire le basi per un trattato di Commercio, indagare e riferire in che condizioni trovavansi la flotta e gli arsenali inglesi, e fare qualche proposta ai fuorusciti Ugonotti, i quali supponevasi che fossero tanto prostrati dalla penuria e dallʼesilio, che avrebbero di gran cuore accettato quasi qualunque patto di riconciliazione. Il nuovo inviato nasceva da parenti plebei; era di statura quasi nano, dʼaspetto sì brutto da muovere a scherno, e parlava con lʼaccento di Guascogna dove era nato: ma vigoroso buon senso, acutezza di mente, e vivacità di spirito lo rendevano eminentemente adatto al suo ufficio. In onta ad ogni svantaggio di nascita e di persona, fu tosto stimato come assai piacevole compagno, ed espertissimo diplomatico. Mentre folleggiava con la duchessa di Mazzarino, studiavasi di discutere di cose letterarie con Waller e Saint Evremond, e carteggiare con la Fontaine, onde bene erudirsi nella politica inglese. Per la perizia chʼegli aveva nelle cose marittime, venne in grazia di Giacomo; il quale, per molti anni, prestò non poca attenzione alle faccende dello Ammiragliato, e le intendeva quanto egli era capace dʼintendere cosa alcuna al mondo. Conversavano entrambi ogni giorno lungamente e liberamenteintorno alle condizioni delle navi e degli arsenali. Lo effetto di tale dimestichezza fu quale era da aspettarsi: val quanto dire, che lo acuto e vigilante francese concepì sommo pregio per le doti e il carattere del re, dicendo il mondo avere male giudicato Sua Maestà Britannica, che aveva meno capacità, e non maggiori virtù di Carlo.[54]I due inviati di Luigi, comecchè mirassero ad un medesimo fine, con molto accorgimento presero vie diverse. Si partirono fra loro la Corte. Bonrepaux usava principalmente con Rochester e gli aderenti di lui. Le relazioni di Barillon erano principalmente con la opposta fazione. Conseguenza ne fu, chʼessi soventi volte guardassero un medesimo fatto da diversi punti di veduta. Il migliore racconto che esista intorno alla contesa che a quel tempo ferveva in Whitehall, è da trovarsi neʼ loro dispacci.XXIX. Come ciascuno deʼ due partiti nella Corte di Giacomo era sostenuto da principi stranieri, così ciascuno aveva il sostegno dʼuna autorità ecclesiastica, alla quale il Re mostrava gran deferenza. Il sommo pontefice inchinava alla moderazione; e i suoi sentimenti erano espressi dal Nunzio e dal Vicario Apostolico.[55]Dallʼaltra parte, stava una corporazione che col suo peso controbilanciava anche quello del Papato; stava, cioè, la potente Compagnia di Gesù.È circostanza importantissima e degna di considerazione, che queste due grandi potenze spirituali, un tempo, a quanto pareva, inseparabilmente collegate, fossero fra loro opposte. Per un periodo di tempo poco minore di mille anni, il clero regolare era stato il sostegno precipuo della Santa Sede. Essa lo aveva protetto daʼ vescovi che volevano immischiarsi nelle sue faccende, e ne era stata ampiamente ricompensata. Senzagli sforzi dei regolari, è probabile che il Vescovo di Roma si sarebbe ridotto ad essere il presidente onorario dʼuna aristocrazia di prelati. Eʼ fu col soccorso deʼ Benedettini, che Gregorio VII potè lottare ad un tempo contro glʼImperatori della Casa di Franconia, e contro il clero secolare. Eʼ fu col soccorso deʼ Domenicani e deʼ Francescani, che Innocenzo III spense la setta degli Albigesi.XXX. Nel secolo decimosesto, il Papato, esposto a nuovi pericoli e più formidabili di quanti lo avessero per innanzi minacciato, fu salvato da un nuovo ordine religioso, animato da vigoroso entusiasmo e costituito con insigne magistero. Allorquando i Gesuiti accorsero alla liberazione del Papato, lo trovarono in estremo pericolo; ma da quel momento le sue sorti mutarono aspetto. Al protestantismo, che per una intera generazione aveva abbattuto tutto ciò che aveva incontrato per via, fu mozzo lo andare avanti, e fu rapidamente fatto indietreggiare dalle Alpi fino alle sponde del Baltico. Non era scorso un secolo da che la Compagnia di Gesù esisteva, e il mondo era pieno deʼ ricordi di quanto essa aveva fatto e sofferto per la fede. Non vʼè comunità religiosa che possa gloriarsi dʼuna schiera di uomini così variamente cospicui; nessuna aveva esteso le proprie operazioni sopra uno spazio sì vasto; e nondimeno, in nessuna vʼera stata cotanto perfetta unità di sentimento e dʼazione. Non era contrada nel mondo, non sentiero nella vita attiva o speculativa, in cui non si trovassero i Gesuiti. Dirigevano i Consigli dei re: decifravano iscrizioni latine: osservavano il moto deʼ Satelliti di Giove: pubblicavano intere biblioteche, controversia, casistica, storia, trattati dʼottica, odi alcaiche, edizioni dei Santi Padri, madrigali, catechismi e satire. La educazione letteraria della gioventù era quasi interamente nelle loro mani, e condotta con esquisita maestria. Sembra che avessero scoperto il punto preciso al quale possa condursi la cultura intellettuale senza il rischio della intellettuale emancipazione. Gli stessi nemici loro erano costretti a confessare, che nellʼarte di governare e formare le menti deʼ giovani, i Gesuiti non avevano rivali. Infrattanto, con assiduità e prospero successo coltivavano la eloquenza del pulpito. Con assiduità e successo anche maggiore si dettero al ministerodel confessionale. Per tutta la Europa Cattolica, i secreti dʼogni Governo, e quasi dʼogni notevole famiglia, erano in poter loro. Girovagavano da un paese protestante ad un altro, travestendosi in infinite fogge, da galanti cavalieri, da semplici contadini, da predicatori puritani. Viaggiavano fin dove nè lʼavidità mercantile nè la curiosità della scienza aveva persuaso altri ad andare. Trovavansi in abito di mandarini a dirigere lʼosservatorio astronomico di Pechino. Si vedevano con la marra in mano ammaestrare nellʼagricoltura i selvaggi del Paraguay. Ciò non ostante, in qualunque parte risedessero, qualunque mestiere esercitassero, il loro spirito era sempre lo stesso; cioè piena devozione alla causa comune, implicita obbedienza allʼautorità centrale. Nessuno sʼera scelto da sè il luogo dove abitare e la vocazione da seguire. Se il Gesuita dovesse vivere sotto il cerchio artico o sotto lʼequatore, se dovesse passare tutti i suoi giorni a classificare gemme e a collazionare manoscritti nel Vaticano, o a persuadere i barbari dellʼemisfero meridionale perchè non si divorassero lʼun lʼaltro, erano cose che egli con profonda sommissione lasciava allʼaltrui pensiero. Se lo volevano a Lima, trovavasi con la prima flotta a veleggiare sullʼAtlantico. Se di lui vi era bisogno in Bagdad, si vedeva traverso al deserto fra la prima caravana. Se vʼera bisogno del suo ministero in qualche regione dove la sua vita fosse meno sicura di quella dʼun lupo, dove fosse delitto lʼospitarlo, dove i teschi e i corpi squartati deʼ suoi confratelli glʼindicavano quale sorte egli dovesse aspettarsi, andava senza lamento o esitazione al proprio destino. Nè questo spirito eroico è oggimai estinto. Allorchè, ai tempi nostri, una nuova e terribile pestilenza girò infuriando attorno al globo, mentre in alcune grandi città lo spavento aveva rotti tutti i vincoli che congiungono la società, mentre il clero secolare aveva abbandonato il proprio gregge, mentre non vʼera oro che bastasse a comperare il soccorso del medico, mentre i più potenti affetti di natura cedevano allo amore della vita, il Gesuita vedevasi presso a quel lettuccio che il vescovo e il curato, il medico e la balia, il padre e la madre avevano abbandonato; vedevasi, dico, piegare la persona sulle labbra infette, per raccogliere il fioco accento delmoribondo che si confessava, e tenergli dinanzi agli occhi fino allʼultimo istante della vita la immagine del Redentore spirante sulla croce.Ma, con lʼammirevole energia, il disinteresse, e lʼabnegazione che facevano il carattere della Società, erano mescolati grandi vizi. Dicevasi, e non senza fondamento, che lʼardente spirito pubblico che rendeva il Gesuita spregiatore degli agi, della libertà e della vita propria, lo induceva parimente a spregiare il vero e a non sentire pietà; che nessun mezzo il quale potesse promuovere lʼutile della sua religione, sembravagli illecito, o che col vocabolo dʼutilità della propria religione ei troppo spesso intendeva lʼutile della Società sua. Affermavasi, che nelle più atroci congiure di cui faccia ricordanza la storia, lʼazione di lui poteva distintamente scoprirsi; che, solo costante nello affetto per la confraternita alla quale egli apparteneva, in parecchi Stati era lʼinimico più pericoloso della libertà, in altri il più pericoloso nemico dellʼordine. Le più grandi vittorie che vantasse avere riportate pel bene della Chiesa, erano, secondo il giudicio di molti illustri membri di quella, più apparenti che reali. Si era, in verità, affaticato con maraviglioso buon esito a ridurre il mondo sotto le leggi della Chiesa; ma lo aveva fatto rilassando le leggi in guisa che si adattassero ai gusti mondani. Invece di studiarsi dʼinalzare la natura umana alla meta stabilita dai precetti ed esempi divini, egli aveva abbassata quella meta al di sotto dellʼumana natura. Gloriavasi dʼuna moltitudine di convertiti, che per mano sua avevano ricevuto il battesimo nelle più rimote regioni dellʼOriente; ma correva la voce, che ad alcuni di queʼ convertiti, i fatti daʼ quali dipende tutta la dottrina del Vangelo erano stati astutamente nascosti, e che ad altri era stato permesso di schivare la persecuzione collʼinchinarsi dinanzi alle immagini deʼ falsi Dei, mentre internamente recitavano Pater ed Ave. Nè simiglianti arti erano adoperate solo neʼ paesi pagani. Non era da maravigliare che genti dʼogni grado, e specialmente quelle in alto locate, si affollassero attorno ai confessionali nei tempii deʼ Gesuiti; imperocchè da queʼ tribunali di penitenza nessuno se ne andava poco contento. Ivi il sacerdote era tutto a tutti. Mostrava tanto rigore quanto bastasse perchècoloro che gli sʼinginocchiavano dinanzi non ricorressero alle chiese deʼ Domenicani o dei Francescani. Se aveva da fare con unʼanima veramente divota, parlava con le caute parole degli antichi padri cristiani; ma con quella gran parte degli uomini che hanno religione abbastanza da sentire rimorso quando commettono il male, e non abbastanza da astenersi di commetterlo, il Gesuita seguiva un sistema diverso. Non potendo ritrarli dalla colpa, studiavasi di salvarli dal rimorso. Aveva agli ordini suoi un deposito immenso di farmachi per le coscienze perturbate. Neʼ libri composti daʼ casisti suoi confratelli, e stampati con licenza deʼ suoi superiori, trovavasi in gran copia dottrine di conforto per ogni generazione di peccatori. Ivi il mercatante fallito imparava in che modo potesse, senza peccato, nascondere le mercanzie alle indagini deʼ suoi creditori. Il servo apprendeva come potere, senza peccato, rubare le argenterie del proprio padrone. Il mezzano dʼamore veniva fatto certo, ad un cristiano esser lecito sostentare la vita recando lettere e messaggi tra le donne maritate e i loro amanti. Gli alteri e puntigliosi gentiluomini di Francia ricevevano lietamente una decisione a favore del duello. GlʼItaliani, avvezzi a vendicarsi con modi più vili e crudeli, godevano dʼimparare che essi potevano, senza peccato, tirare, nascosti dietro a una siepe, archibugiate ai loro nemici. Allo inganno era lasciata licenza bastevole a distruggere il valore del contratto e del testimonio fra gli uomini. E veramente, se lʼumana società non si disciolse, se vi fu alcuna certezza della vita e degli averi, egli fu perchè il senso comune e la umanità frenavano i popoli dal fare ciò che la Società di Gesù assicurava loro che potessero fare con sicura coscienza.Erano così stranamente mescolati il bene e il male nel carattere di queʼ celebri padri; e in tale mistura stava il secreto della loro gigantesca potenza. La quale non poteva appartenere nè ai pretti ipocriti, nè ai rigidi moralisti; ma poteva solo conseguirsi da uomini che con vero entusiasmo correvano dietro ad un fine, e nel tempo stesso non pativano scrupoli rispetto ai mezzi di giungervi.Fin da principio, i Gesuiti erano vincolati da un voto specialedʼobbedienza verso il papa. Avevano missione di domare ogni insubordinazione in seno della Chiesa, non che di respingere le ostilità degli aperti nemici di quella. La loro dottrina era similissima a quella che oggidì di qua dalle Alpi si chiama oltremontana, e differiva dalla dottrina di Bossuet quasi quanto da quella di Lutero. Dannavano le libertà gallicane, il diritto deʼ concili ecumenici a sindacare la Santa Sede, e il diritto che vantavano i vescovi a un mandato divino indipendente da Roma. Lainez, a nome di tutta la confraternita, proclamò nel Concilio di Trento, fra gli applausi delle creature di Pio IV e le mormorazioni deʼ prelati francesi e spagnuoli, che il governo dei fedeli era stato affidato da Cristo al solo Papa, e che nel solo Papa era accentrata tutta lʼautorità sacerdotale, e che per mezzo del solo Papa i sacerdoti e i vescovi erano rivestiti di tutta lʼautorità loro.[56]Per molti anni la colleganza tra il Sommo Pontefice e la Società di Gesù non era stata rotta. Ed ove lo fosse stata allorchè Giacomo II ascese al trono dʼInghilterra, ove la influenza deʼ Gesuiti, non che quella del Papa, avesse promossa una politica costituzionale moderata, è probabile che la grande rivoluzione, la quale in breve tempo cangiò le condizioni dellʼEuropa, non sarebbe accaduta. Ma anche avanti la metà del secolo diciassettesimo, la Società, inorgoglita daʼ servigi resi alla Chiesa, fidente nella propria forza, era divenuta disdegnosa del giogo. Sorse una generazione di Gesuiti disposti a lasciarsi proteggere e guidare dalla Corte di Francia, meglio che da quella di Roma; la quale disposizione non era lieve allorchè Innocenzo XI ascese al trono pontificio.In quel tempo, i Gesuiti combattevano una guerra a morte contro un nemico da loro in prima spregiato, ma pel quale poscia erano stati costretti a sentire riverenza e timore. Mentre erano pervenuti al più alto grado di prosperità, furono sfidati da una mano di avversarii, che, a dir vero, non avevano influenza sopra i potenti del mondo, ma avevano fortissima fede religiosa ed energia intellettuale. Travagliavansi in una lunga, strana e gloriosa lotta del genio contro il potere. I Gesuiti chiamarono in soccorso loro, ministeri, tribunali,università, che risposero alla chiamata. Porto Reale si richiamò, e non invano, ai cuori ed alle menti di milioni dʼuomini. I dittatori della Cristianità si trovarono, in un subito, nella condizione di colpevoli. Furono accusati di avere sistematicamente abbassata la meta della morale evangelica a fine dʼaccrescere la loro influenza; e lʼaccusa fu formulata in modo che tirò a sè lʼattenzione dello intero mondo, imperocchè il principale accusatore era Biagio Pascal. Le sue doti intellettuali erano quali rade volte sono state impartite ad alcuna umana creatura; e dello zelo veemente che lʼanimava, erano solenni argomenti le penitenze e le vigilie che anzi tempo trascinarono al sepolcro il macero suo corpo. Aveva lo spirito di San Bernardo; ma la squisitezza, il brio, la purità, la energia, la semplicità della sua eloquenza, nessuno ha mai raggiunto, tranne i grandissimi oratori greci. Tutta Europa lesse e ammirò i suoi scritti, piangendo e ridendo ad un tempo. I Gesuiti si provarono di rispondergli, ma le loro deboli risposte furono ricevute dal pubblico con fischi di scherno. Non che avessero difetto dʼingegno, e di quelle doti le quali si acquistano con elaborata educazione; ma tale educazione, quantunque possa suscitare le forze di una mente ordinaria, tende a spegnere, più presto che a promuovere, il genio originale. Fu universalmente riconosciuto che nella contesa letteraria i Giansenisti rimasero vincitori. Ai Gesuiti nullʼaltro restava, che opprimere la setta da essi non potuta confutare. Luigi XIV era il loro sostegno precipuo. La sua coscienza, fino dagli anni suoi primi, era nelle mani loro; egli aveva da loro imparato ad aborrire il Giansenismo, come aborriva il Protestantismo, e molto più di quanto aborrisse lʼAteismo. Innocenzo XI, dallʼaltra parte, pendeva verso le opinioni giansenistiche. Quindi fu che la Compagnia di Gesù trovossi in una situazione non contemplata mai dal suo fondatore. I Gesuiti si scissero dal Sommo Pontefice, e collegaronsi fortemente con un principe che si spacciava campione delle gallicane libertà e nemico delle pretese oltremontane. In tal guisa la Compagnia divenne in Inghilterra strumento deʼ disegni di Luigi, e cooperò con successo tale che i Cattolici Romani poi lungamente ed amaramente deplorarono, ad accrescerela rottura tra il Re e il Parlamento, ad impacciare il Nunzio, a minare il potere del Lord Tesoriere, ed a promuovere i disperatissimi intendimenti di Tyrconnel.Così, da una parte stavano gli Hydes e tutti i Tory aderenti alla Chiesa Anglicana, Powis e tutti i più rispettabili gentiluomini e nobili, credenti nella religione del Re, gli Stati Generali, la Casa dʼAustria e il Pontefice. Dallʼaltra parte erano pochi avventurieri cattolici romani, senza fortuna e senza riputazione, spalleggiati dalla Francia e daʼ Gesuiti.XXXI. Il principale rappresentante deʼ Gesuiti in Whitehall, era un Inglese padre della Compagnia, il quale per qualche tempo era stato vice-provinciale, prediletto da Giacomo con peculiare favore, e di recente fatto scrivano del gabinetto intimo. Questʼuomo, chiamato Eduardo Petre, discendeva da onorevole famiglia. Aveva modi cortesi e facondo parlare; ma era debole, vano, ambizioso e cupido. Di tutti i pessimi consiglieri che andavano a Whitehall, egli forse fu il fabbro principale nella rovina della Casa Stuarda.XXXII. La ostinata e imperiosa natura del Re faceva grandemente prevalere coloro che lo consigliavano a star fermo, a non cedere in nulla, e a rendersi temuto. Una massima politica gli sʼera cosiffattamente abbarbicata al cervello, che non vʼera ragione che bastasse a sradicarla. A dir vero, egli non era assuefatto a porgere ascolto alla ragione. Il suo modo dʼargomentare, se così si debba chiamare, era quello che non di rado sʼosserva negli individui tardi di cervello e caparbi, avvezzi ad essere circuiti dai loro sottoposti. Asseriva una cosa; e qualvolta i savi uomini provavansi di mostrargli rispettosamente essere erronea, lʼasseriva di nuovo con le stessissime parole, e pensava che così facendo tutte le obiezioni sparissero.[57]«Non farò mai concessioni» spesso ei ripeteva; «mio padre le fece, e gli fu mozzo il capo.»[58]Se fosse stato vero che le concessioni erano tornate fatali a Carlo I, un uomo dibuon senso avrebbe conosciuto, un solo esperimento non essere bastevole a stabilire una regola generale anche nelle scienze molto meno complicate di quella di governare; che dal principio del mondo fino a noi, non vi furono mai due fatti politici, le cui condizioni fossero esattamente simili; e che lʼunico modo dʼimparare dalla storia prudenza civile, è quello di esaminare e raffrontare un infinito numero di casi. Ma se lʼunico esempio sul quale appoggiavasi il Re, era buono a provare alcuna cosa, provava solo chʼegli aveva torto. Mal può dubitarsi che, se Carlo avesse francamente fatte al Corto Parlamento, che si ragunò nella primavera del 1640, solo mezze le concessioni chʼegli, pochi mesi dopo, fece al Lungo Parlamento, sarebbe vissuto e morto da Re potentissimo. Dallʼaltro canto, non può punto dubitarsi che, se egli avesse ricusato di fare concessione alcuna al Lungo Parlamento, e avesse ricorso alle armi a difesa della imposta pel mantenimento della flotta, e a difesa della Camera Stellata, avrebbe veduto nelle file degli inimici Hyde e Falkland accanto a Hollis e Hampden. Ma, certo, non avrebbe potuto ricorrere alle armi; poichè nè anche venti Cavalieri sarebbero accorsi al suo vessillo. Solo alle concessioni fatte egli era debitore del soccorso prestatogli dalla gran classe deʼ nobili e deʼ gentiluomini, i quali pugnarono per tanto tempo e con tanto valore per la causa di lui. Ma sarebbe stato inutile dimostrare a Giacomo simiglianti cose.Un altro fatale errore gli si era fitto in mente, e vi stette finchè lo condusse alla rovina. Credeva fermamente, che per qualunque cosa egli avesse potuto fare, i credenti nella Chiesa Anglicana avrebbero sempre agito a seconda deʼ loro principii. Sapeva dʼessere stato proclamato da dieci mila pulpiti. La Università di Oxford aveva solennemente dichiarato, che anche una tirannide terribile quanto quella deʼ più depravati Cesari, non giustificava i sudditi a resistere alla regia autorità: e da ciò egli era cotanto stolto da concludere, che lo intero corpo deʼ Tory gentiluomini e chierici, si sarebbero da lui lasciati spogliare, opprimere ed insultare, senza alzare una mano a difendersi. Eʼ sembra strano che un uomo possa avere trapassato lʼanno cinquantesimo della propria vita, senza scoprireche il popolo talvolta fa ciò che stima illecito: e Giacomo altro fare non doveva che frugarsi nellʼanima, per trovarvi abbondevoli prove a conoscere, che anche un forte sentimento deʼ religiosi doveri non sempre serve a impedire che la fragile creatura umana indulga alle proprie passioni, a dispetto delle leggi divine ed a rischio di terribili pene. Avrebbe dovuto sapere, che comunque egli giudicasse atto peccaminoso lo adulterio, era un adultero; ma nulla valeva a convincerlo che chiunque per principio credeva la ribellione essere peccato, si potesse anche in grande estremità indurre a ribellare. Credeva che la Chiesa Anglicana fosse una vittima paziente, chʼegli poteva senza pericolo oltraggiare e torturare a suo libito; nè si accôrse mai del suo errore se non dopo che vide le Università pronte a coniare le loro argenterie per sussidiare la cassa militare deʼ suoi nemici, e un vescovo lungamente rinomato per la lealtà sua, gettar via la sottana, e cingendo una spada, prendere il comando dʼun reggimento dʼinsorti.XXXIII. A coteste fatali follie il Re era studiosamente incoraggiato da un ministro, che era già stato esclusionista, e tuttavia seguitava a chiamarsi protestante; voglio dire dal Duca di Sunderland. Le cagioni della condotta di questo immorale uomo politico, sono state spesso erroneamente esposte. Mentre ancora viveva, fu dai Giacomisti accusato di avere, anche avanti il cominciamento del regno di Giacomo, il pensiero di produrre una rivoluzione a favore del principe dʼOrange, e dʼavere, con tale scopo, consigliato il Re a commettere numerose aggressioni contro la costituzione civile ed ecclesiastica del reame: frivola storiella che è stata fino ai dì nostri ripetuta da ignoranti scrittori. Ma nessuno storico bene erudito nel vero, qualunque si vogliano supporre i suoi pregiudicii, si è indotto ad accoglierla, come quella che non riposa sopra nessuna prova; e non vʼè prova che basti a convincere gli uomini assennati, che Sunderland deliberatamente si gettasse nella colpa e nella infamia onde produrre un mutamento di cose, nel quale ei vedeva chiaramente di non poter vantaggiare, e seguito il quale, di fatto ei perdè le immense ricchezze e la influenza che sotto Giacomo possedeva. Nè vi è la più lieve cagione per ricorrere ad una sì strana ipotesi,poichè il vero traspare dalla superficie stessa deʼ fatti. Per quanto tortuosa e subdola fosse la via nella quale cotesto uomo procedeva, la ragione che ve lo aveva spinto era semplice. La sua condotta è da attribuirsi alla possanza della cupidigia e del timore che avvicendavansi in unʼanima molto subietta ad entrambe cotali passioni, e che aveva occhio lesto anzichè acuto. Aveva mestieri di assai più potere e pecunia. Lʼuno ei poteva ottenere solamente a danno di Rochester, e lʼunico modo di conseguirlo a detrimento di Rochester, era quello di accrescere lʼavversione che il Re sentiva pei moderati consigli di Rochester. Danari, ei con grande agevolezza e in gran copia poteva ottenere dalla corte di Versailles; e Sunderland fu sollecito a vendersi a quella. Non aveva nessun vizio gioviale o generoso. Curava poco il vino e la beltà, ma bramava la ricchezza con insaziabile e irrefrenabile cupidigia. La passione del giuoco glʼinfuriava tempestosamente nellʼanima, nè era stata domata da perdite rovinosissime. Il suo avito patrimonio era grande. Egli aveva lungamente occupato uffici lucrosi, e non avea trascurata arte nessuna a renderli più lucrosi; ma la sua mala ventura aʼ giuochi di sorte fu tanta, che i suoi beni diventavano quotidianamente più gravati di debiti. Sperando di disimpacciarsi da tante molestie, rivelava a Barillon tutti i disegni che il governo inglese meditasse ostili alla Francia, ed accennò che, pei tempi che correvano, un Segretario di Stato poteva rendere servigi che Luigi avrebbe fatto opera savia a pagare largamente. Lo ambasciatore disse al proprio signore, che sei mila ghinee era la minore gratificazione che potesse offrirsi ad un così importante ministro. Luigi assentì a dare venticinque mila scudi, somma equivalente a circa cinque mila seicento lire sterline. Fu stabilito che Sunderland riceverebbe annualmente la predetta somma, e che egli in ricompensa farebbe ogni sforzo per impedire il ragunarsi del Parlamento.[59]Si collegò quindi alla cabala gesuitica, e usò così destramente dellʼinfluenza della cabala, che gli venne fatto di succedere ad Halifax nellʼalta dignità di Lord Presidente, senza rinunziare allʼufficio maggiormente lucroso di Segretario.[60]Sentì nondimeno di non potere ottenere lʼequivalente influenza in Corte, finchè fosse riputato aderente alla Chiesa Anglicana. Tutte le religioni per lui erano una medesima cosa. Nelle private conversazioni aveva costume di parlare con profano dispregio delle cose più sacre. Deliberò, dunque, di dare al Re il diletto e la gloria di avere compita una conversione. Se non che, eravi dʼuopo qualche destrezza a ciò fare. Non vʼè uomo che sia affatto non curante dellʼopinione dei suoi simili; ed anche Sunderland, quantunque non sentisse molto la vergogna, rifuggiva dalla infamia della pubblica apostasia. Rappresentò la parte sua con esimio magistero. Agli occhi del mondo mostravasi protestante; nelle secreto stanze del re, assumeva il contegno di uno che, seriamente affaccendato ad indagare il vero, pressochè persuaso a dichiararsi Cattolico Romano, ed aspettando dʼessere maggiormente illuminato, era pronto a rendere tutti i possibili servigi ai credenti nella vecchia fede. Giacomo, che non ebbe mai grande discernimento, e nelle materie religiose era affatto cieco, in onta alla esperienza che aveva della umana malvagità, della malvagità deʼ cortigiani come classe, e di quella di Sunderland come individuo, si lasciò gabbare inducendosi a credere che la grazia aveva toccato il più falso e indurito deʼ cuori umani. Per molti mesi lo astuto ministro fu considerato in Corte come buon catecumeno, senza mostrarsi al pubblico in sembianza di rinnegato.[61]Poco dopo, mostrò al Re lʼutilità dʼistituire un comitato secreto di Cattolici Romani, onde consigliare intorno a tutte le cose spettanti allʼinteresse della loro religione. Il comitatoadunavasi talvolta nelle stanze di Chiffinch, e talʼaltra negli appartamenti ufficiali di Sunderland, il quale, quantunque fosse tuttavia protestante di nome, era ammesso a tutte le deliberazioni di quello, e tosto giunse a predominarne tutti i membri. Ogni venerdì la cabala gesuitica desinava col Segretario. A mensa conversavano liberamente: e non risparmiavano nè anche le debolezze del Principe, verso il quale intendevano mostrarsi indulgenti. A Petre, Sunderland promise un cappello cardinalizio; a Castelmaine, una magnifica ambasciata a Roma; a Dover, un lucroso comando nelle guardie; e a Tyrconnel, un alto impiego in Irlanda. In tal guisa, stretti insieme dai più forti vincoli dellʼinteresse, costoro cooperavano a cacciare di seggio il Lord Tesoriere.[62]XXXIV. Vʼerano due membri protestanti del Gabinetto, i quali non presero decisamente parte al conflitto. Jeffreys, in questo tempo, era torturato da una crudele infermità interna, esacerbata dalla intemperanza. In un pranzo che un ricco Aldermanno dètte ad alcuni deʼ principali membri del Governo, il Lord Tesoriere e il Lord Cancelliere ubriacaronsi tanto, che si spogliarono quasi ignudi, e vennero a stento impediti dallo arrampicarsi ad un piuolo per bere alla salute di Sua Maestà. Al pio Tesoriere non toccò altro che i pungoli della maldicenza per lʼosceno baccano; ma il Cancelliere fu assalito da un violento accesso del suo vecchio male. Per qualche tempo fu creduto in gravissimo pericolo di vita. Giacomo mostrossi inquietissimo, pensando di dovere perdere un ministro che gli conveniva sì bene, e disse, con qualche verità, la perdita di un tanto uomo non potersi così di leggieri riparare. Jeffreys, venuto in convalescenza, promise di sostenere ambedue i partiti, aspettando di vedere quale di loro fosse rimasto vittorioso. Esistono tuttora alcune curiose prove della sua doppiezza. È stato già notato che i due diplomatici francesi i quali trovavansi in Londra, sʼerano divisi fra loro la Corte. Bonrepaux era di continuo con Rochester, e Barillon stava con Sunderland. A Luigi nella medesima settimana fu scritto da Bonrepaux, che il Cancelliere era tutto dalla parte del Tesoriere,e da Barillon che il Cancelliere era in lega col Segretario.[63]XXXV. Godolphin, cauto e taciturno, fece ogni sforzo a serbarsi neutrale. Le opinioni e i desiderii suoi erano senza dubbio con Rochester; ma, per debito dʼufficio, gli era necessario starsi sempre presso alla Regina, chʼei naturalmente voleva tenersi bene edificata. Certo, vʼè ragione a credere chʼegli sentisse per lei un affetto più romantico di quello che spesso nasce nel cuore dei vecchi uomini di Stato; e certe circostanze che adesso è uopo riferire, lʼavevano interamente gettato nelle mani della cabala gesuitica.[64]Il Re, per quanto fosse uomo dʼindole severa e di grave contegno, rimaneva sotto lo impero delle malìe donnesche, quasi al pari del suo vivace ed amabile fratello. Se non che, la beltà delle leggiadre dame di Carlo non era qualità necessaria a muovere i sensi di Giacomo. Barbera Palmer, Eleonora Gwynn e Luisa de Querouaille annoveravansi tra le più avvenenti donne deʼ tempi loro. Giacomo, mentre era giovane, aveva perduta la libertà propria, era disceso dal proprio grado, e incorso nel dispiacere della propria famiglia per le grossolane fattezze di Anna Hyde. Tosto, a gran sollazzo di tutta la Corte, venne rapito alle braccia di una disavvenente consorte da una concubina anche più disavvenente, cioè da Arabella Churchill. La sua seconda moglie, quantunque avesse venti anni meno di lui, e non fosse spiacevole di viso e di persona, ebbe spessi motivi a lamentare la incostanza del marito. Ma di tutte le sue illecite relazioni, la più forte era quella che lo avvincolava a Caterina Sedley.XXXVI. Questa donna era figliuola di Sir Carlo Sedley, uno deʼ più gai e dissoluti ingegni della Restaurazione. La licenza deʼ suoi scritti non è compensata da molta grazia e vivacità; ma il prestigio del suo conversare era riconosciuto anche dagli uomini più sobri che non facevano stima del suocarattere. Sedergli accanto in teatro, e udirlo a giudicare dʼuna nuova produzione, considerarsi quale insigne favore.[65]Dryden lo aveva onorato ponendolo precipuo interlocutore nel Dialogo intorno alla Poesia Drammatica. I costumi di Sedley erano tali, che anche in quellʼetà porsero grave argomento di scandalo. Una volta, dopo un baccano, si mostrò ignudo al balcone dʼuna taverna presso Covent Garden, arringando la gente che passava con linguaggio così sconcio e insolente, che fu ricacciato dentro da una pioggia di sassate, venne processato per indecente condotta, condannato ad una grossa multa, e dalla Corte del Banco del Re ricevette una invettiva espressa con energiche parole.[66]La sua figlia ne aveva ereditate le doti e la impudenza. Non aveva alcuna leggiadria di persona, tranne due occhi brillanti, lo splendore deʼ quali, agli uomini di gusto squisito, sembrava fiero e punto donnesco. Era magra di forme, e feroce di portamento. Carlo, benchè amasse di conversare secolei, rideva a vederla sì brutta, e soleva dire che i preti lʼavrebbero dovuta prescrivere a Giacomo come penitenza. Ella conosceva bene di non essere bella, e liberamente scherzava sulla propria disavvenenza. Nondimeno, con istrana incoerenza a sè stessa, amava ornare magnificamente la propria persona, e attirarsi i pungentissimi scherzi del pubblico, comparendo in teatro impiastrata, dipinta, coperta di trine di Bruxelles, e fiammeggiante di diamanti, affettando il grazioso contegno dʼuna giovinetta di diciotto anni.[67]Non è agevole a spiegare di che natura fosse la influenza che ella esercitava sopra lʼanimo di Giacomo. Ei più non era giovine. Era religioso; almeno desiderava fare per la propria religione sforzi e sacrifici, da cui la più parte di coloro che si chiamano uomini religiosi avrebbero abborrito. Sembra strano che vi fossero al mondo attrattive le quali valessero a gettarlo in un modo di vita chʼegli avrebbe dovuto considerare altamente criminoso: e in questo caso, niuno poteva intendere in che consistevano tali attrattive. La stessa Caterina era stupefatta della violenta passione del suo reale amante. «Eʼ nonpuò essere per la mia bellezza» diceva essa, «poichè bisogna che egli veda che io non sono punto bella; non può essere per il mio spirito, poichè egli non ne ha tanto da conoscere chʼio ne abbia alcuno.»Il Re, come fu asceso al trono, pel sentimento della nuova responsabilità che pesava sopra lui, aperse per qualche tempo lʼanima propria alle impressioni religiose. Fece ed annunziò molte buone determinazioni, parlò pubblicamente con gran severità degli empii e licenziosi costumi di quel tempo, e in privato assicurò la Regina e il confessore che non avrebbe mai più veduta Caterina Sedley. Le scrisse difatti scongiurandola di abbandonare gli appartamenti da lei occupati in Whitehall, e di trasferirsi in una casa in Saint Jamesʼs Square, che le era stata, a spese di lui, splendidamente addobbata. Le promise nel tempo stesso di darle una grossa pensione dalla sua borsa privata. Caterina, destra, forte, intrepida, e conscia del proprio potere, lo compiacque. Dopo pochi mesi, cominciossi a vociferare che Chiffinch aveva di nuovo ripreso lʼesercizio del proprio ufficio, e che la druda spesso andava e veniva per lʼuscio segreto, pel quale fu fatto passare Padre Huddleston allorquando portò lʼEucaristia al moribondo Carlo. Eʼ sembra che i ministri protestanti del Re sperassero che la cecità del loro signore per cotesta donna, lo avrebbe guarito della cecità assai più perniciosa che lo spingeva aʼ danni della loro religione. Caterina aveva tutti i requisiti che le erano necessari a governare i sentimenti e gli scrupoli del Re, e porgli in piena luce dinanzi allo sguardo tutte le difficoltà e i pericoli contro ai quali ei correva ad urtare a capo fitto.XXXVII. Rochester, campione della Chiesa, sforzossi di accrescere siffatta influenza. Ormond, che è popolarmente considerato come la personificazione di tutto ciò che vʼè di più puro ed elevato in un Inglese Cavaliere, approvò quel disegno. Perfino Lady Rochester non arrossì di cooperarvi, e con riprovevolissimi mezzi. Si tolse lo incarico di dirigere la gelosia dellʼoffesa moglie contro una giovinetta che era al tutto innocente. Tutta la Corte notò i modi freddi ed aspri con che la Regina trattava la povera fanciulla sospetta; ma la cagione del mal umore della Maestà Sua era un mistero. Per alcuntempo, cotesto intrigo andò innanzi con prospero successo e con segretezza. Caterina spesso ripeteva chiaramente al Re ciò che i Lordi protestanti del Consiglio osavano appena accennare con delicate parole. Gli diceva come la sua Corona corresse gravissimo pericolo: il vecchio pazzo Arundell e il furfante Tyrconnel lo condurrebbero alla rovina. Può darsi che le carezze di lei avessero potuto fare ciò che gli sforzi insieme congiunti della Camera deʼ Lordi e di quella deʼ Comuni, della Casa dʼAustria e della Santa Sede, non erano riusciti ad ottenere, se non fosse stata una strana avventura che fece onninamente mutare aspetto alle cose. Giacomo, in un accesso di amorosa insania, deliberò di creare la sua druda Contessa di Dorchester di proprio diritto. Caterina misurò tutto il pericolo di tal passo, e ricusò un onore che le avrebbe suscitata contro la invidia altrui. Lo amante ostinossi, e pose di forza il diploma nelle mani di lei. Ella infine accettò ad un patto, che serve a mostrare quanta fiducia avesse nella propria potenza e nella debolezza di lui. Gli fece solennemente promettere di non lasciarla giammai; ma che volendola lasciare, le dovesse annunziare egli stesso la propria risoluzione, e concederle un abboccamento.Appena divulgossi la nuova dello innalzamento di lei, tutto il palazzo fu sossopra. La Regina sentì ribollirsi nelle vene il fervido sangue italiano. Altera della giovinezza e dellʼavvenenza propria, dellʼalto grado e della intemerata castità, non potè senza strazio di dolore e di rabbia vedersi abbandonata ed insultata per una simile rivale. Rochester, rammentando forse con quanta pazienza, dopo una breve lotta, Caterina di Braganza aveva acconsentito ad usare cortesia alle concubine di Carlo, aveva sperato che, dopo un poco di lamento e di sdegno, Maria di Modena si sarebbe mostrata egualmente sommessa. Eʼ non fu così. Nè anche si provò di ascondere agli occhi del mondo la violenza delle proprie emozioni. Quotidianamente, i cortigiani che andavano a vederla desinare, notavano come le vivande erano riportate via senza chʼella le avesse assaggiate. Le lacrime le scorrevano giù per le guance alla presenza di tutto il cerchio deʼ ministri e degli ambasciatori. Al Re parlò con veemenza. «Lasciatemi andare» esclamò. «Avete fatta lavostra druda contessa; fatela regina. Strappate dal mio capo la corona, e mettetela sopra il suo. Solo lasciatemi seppellire in qualche convento, chʼio non la vegga mai più.» Poi, con più calma, gli chiese in che guisa egli potesse conciliare la sua riprovevole condotta con lo spirito religioso di cui faceva mostra. «Voi siete pronto» disse ella «a porre a repentaglio il vostro Regno per la salute dellʼanima vostra, e nondimeno vi dannate lʼanima per amore di siffatta donna.» Padre Petre, prostrato sulle ginocchia, secondava la Regina. Era suo debito così fare; e lo adempiva valorosamente, poichè era connesso con lʼutile proprio. Il Re per qualche tempo si confessò peccatore, e si mostrò pentito. Nelle ore in che lo assalivano i rimorsi, faceva severe penitenze. Maria serbò fino allʼultimo dì di sua vita, e morente la legò al convento di Chaillot, la disciplina con che Giacomo aveva scontate le proprie peccata flagellandosi vigorosamente le spalle. Nulla, fuorchè lo allontanamento di Caterina, avrebbe potuto porre fine a cotesto conflitto tra un abietto amore ed una superstizione abietta. Giacomo le scrisse, supplicandola e comandandole di partire. Confessava di averle promesso che le avrebbe detto addio col proprio labbro. «Ma conosco pur troppo» soggiungeva «lo impero che voi avete sopra di me. Non avrei forza dʼanimo bastevole a tenermi fermo nella mia risoluzione, se consentissi a rivedervi.» Le offerse un legno per trasportarla, con tutti i comodi e il decoro, alle Fiandre; e le minacciò che ove non si fosse indotta ad andarsene quietamente, sarebbe stata mandata via per forza. La donna, in sulle prime, provò di destare la pietà del Re fingendosi inferma. Poscia prese il contegno dʼuna martire, ed impudentemente si spacciò di patir tanto per la religione protestante. Riprese quindi i modi di Giovanni Hampden, sfidando il re a mandarla via; nel quale caso se ne sarebbe richiamata ai tribunali. Finchè laMagna Cartae lʼHabeas Corpuserano leggi del Regno, ella voleva starsi dove meglio le talentasse. «E in Fiandra» gridò ella «giammai! Ho imparato una cosa dalla Duchessa di Mazzarino mia amica, ed è di non fidarmi mai dʼun paese dove siano conventi.» Alla perfine, elesse lʼIrlanda come luogo dʼesilio, probabilmente perchè ivi era vicerè il fratello di Rochestersuo protettore. E dopo molto indugiare, ella si partì, lasciando vittoriosa la Regina.[68]La storia di questo stranissimo intrigo sarebbe incompiuta, ove non aggiungessi che esiste tuttora una meditazione religiosa, scritta di mano propria dal Lord Tesoriere, nel giorno stesso in cui la notizia chʼegli si provava di governare il suo signore per mezzo dʼuna concubina, fu trasmessa da Bonrepaux a Versailles. Nessun componimento di Ken o di Leighton è imbevuto di spirito più fervido e di pietà più esaltata, che questa religiosa effusione. Non può tenersi in sospetto dʼipocrisia; imperocchè manifesto si conosce che quello scritto doveva solo servire per uso privato dello scrittore, e non fu pubblicato se non cento e più anni dopo chʼegli giaceva cenere ed ossa dentro il sepolcro. Fino a tal segno la storia supera in istranezza la finzione! ed è pur troppo vero che la natura ha capricci che lʼarte non osa imitare. Un poeta drammatico mal si rischierebbe a porre sulla scena un principe severo, nel verno degli anni, pronto a sacrificare la corona per giovare la propria religione, instancabile nel fare proseliti, che ad unʼora abbandonava ed insultava la moglie giovine e bella, per vaghezza d1 una druda che non aveva nè giovinezza nè beltà. Anche meno, se pure è possibile, un drammaturgo ardirebbe immaginare un uomo di Stato che si abbassi al vergognoso mestiere di mezzano dʼamore, e chiami la propria moglie ad aiutarlo in quel disonorevole ufficio; e nulladimanco, nei momenti dʼozio, ridottosi nel domestico ritiro, innalzi lʼanima a Dio, spargendo lacrime di penitenza e recitando devote giaculatorie.[69]XXXVIII. Il Tesoriere presto sʼaccôrse che servendosi di mezzi scandalosi per giungere ad un laudevole fine, aveva commesso non solo un delitto ma uno sbaglio. Adesso la Regina gli era divenuta nemica. Ella fece sembiante, a dir vero, di ascoltare con cortesia le parole con che gli Hydes tentarono di scusare, come meglio poterono, la propria condotta; e in alcune occasioni mostrò di usare la sua influenza a favor loro: ma avrebbe dovuto essere o da più o da meno che non è una donna, se avesse veramente dimenticata la congiura ordinata dalla famiglia della prima moglie di Giacomo contro la sua dignità e felicità domestica. I Gesuiti, con rigorose parole, dimostrarono al Re il pericolo dal quale era, quasi per miracolo, campato, dicendo come la riputazione, la pace e lʼanima di lui fossero state poste a repentaglio per le trame del suo primo ministro. Il Nunzio, che volentieri avrebbe frustrato la influenza del partito violento, e cooperato cogli uomini moderati del Gabinetto, non potè onestamente e decentemente dividersi in questa occasione da Padre Petre. Lo stesso Giacomo, dopo che il mare lo ebbe partito dalle malìe onde era stato sì fortemente affascinato, non potè non sentire ira e dispregio verso coloro i quali sʼerano studiati di governarlo per mezzo deʼ suoi vizi. Le cose successe era mestieri che gli facessero maggiormente stimare la sua Chiesa, e disistimare quella dʼInghilterra. I Gesuiti che, come correva la moda, erano chiamati i più pericolosi deʼ consiglieri spirituali, sofisti che sovvertivano tutto il sistema della morale evangelica, adulatori che andavano debitori del proprio potere principalmente alla indulgenza con cui trattavano i peccati deʼ grandi, lo avevano ritratto da una vita colpevole con rimproveri acri ed arditi, come quelli che Natan fece a David, o Giovanni Battista ad Erode. Dallʼaltra parte, i fervidi Protestanti, che parlavanosempre della rilassatezza deʼ casisti papali, e della malvagità di operare il male perchè se ne potesse conseguire il bene, avevano tentato di procurare il bene della propria Chiesa per una via considerata da ogni cristiano come gravemente criminosa. La vittoria della cabala deʼ pessimi consiglieri fu quindi compiuta. Il Re trattò freddamente Rochester. I cortigiani e i ministri stranieri tosto si accôrsero che il Lord Tesoriere era primo ministro solamente di nome. Seguitò a dare consigli ogni giorno, ed ebbe lʼonta di vederli ogni giorno rigettati. Nulladimeno, non sapeva indursi ad abbandonare quellʼapparenza di potere, e gli emolumenti che direttamente e indirettamente ei ricavava dal suo alto ufficio. Fece quindi quanto potè per nascondere agli occhi del pubblico lʼamarezza dellʼanima sua. Ma le sue violenti passioni e le sue intemperanti abitudini non gli concedevano di sostenere la parte di simulatore. Il suo conturbato aspetto, sempre che egli usciva dalla sala del Consiglio, mostrava che non erano stati lieti i momenti ivi passati; e quando il bicchiere gli scaldava il cervello, gli fuggivano di bocca parole che manifestamente rivelavano la inquietudine dellʼanimo.[70]
XXI. Che Delamere, ove avesse avuto mestieri della regia clemenza, lʼavrebbe potuta ottenere, non è molto probabile. Egli è certo che tutto il vantaggio che la lettera della legge dava al Governo, fu adoperato contro lui senza scrupolo o vergogna. Era in condizioni diverse da quelle in cui trovavasi Stamford. Lʼaccusa contro costui era stata portata dinanzi alla Camera deʼ Lordi mentre il Parlamento era in sessione, e però non poteva essere processato se non alla riapertura del Parlamento. Tutti i Pari avrebbero allora avuto un voto da dare, e sarebbero stati giudici di diritto e di fatto. Ma lʼatto dʼaccusa contro Delamere non fu prodotto fuori se non dopo la proroga.[40]Egli era, quindi, soggetto alla giurisdizione della corte del Lord Gran Maggiordomo. Questa corte, alla quale appartiene mentre è chiuso il Parlamento la cognizione deʼ delitti di tradimento e di fellonia commessi dai Pari secolari, era allora siffattamente costituita, che nessuno accusato di delitto politico poteva sperare un processo imparziale. Il Re nominava il Lord Gran Maggiordomo. Questi, a proprio arbitrio, nominava vari Pari a giudicare il loro accusato confratello. Al numero loro non era limite. Una semplice maggioranza di voti, purchè fosse di dodici, serviva a dichiarare colpevole. Il Gran Maggiordomo era solo giudice di diritto; e i Lordi erano Giurati per pronunciare sul fatto. Jeffreys fu nominato Gran Maggiordomo. Scelse trenta Pari, e la scelta fu qual poteva aspettarsi da siffatto uomo in simiglianti tempi. Tutti queʼ trenta per opinioni politiche procedevano avversi allo accusato. Quindici erano colonnelli di reggimenti, e potevano essere destituiti a volontà del Re. Tra gli altri quindici erano il Lord Tesoriere, principale segretario di Stato, il Maggiordomo e il Sindaco di Palazzo, il Capitano della Banda deʼ Gentiluomini Pensionisti, il Ciamberlano della Regina, ed altri individui fortemente vincolati alla Corte. Nondimeno, Delamere aveva alcuni grandi vantaggi sopra i colpevoli di minor grado processati in Old Bailay. Quivi i Giurati, violenti uomini di partito, presi per un solo giorno dagli Sceriffi cortigiani fra la massa della società, e rimandati poi nella massa, nonavevano freno di rossore; e poco avvezzi a giudicare della evidenza del caso, seguivano senza scrupolo le voglie del seggio. Ma nella corte del Gran Maggiordomo, ogni Giurato era uomo esperto neʼ gravi negozi, e considerevolmente noto al pubblico; e doveva profferire separatamente, e sullʼonor suo, la propria opinione dinanzi a un numeroso concorso. Quella opinione, insieme col suo nome, sarebbe andata in tutte le parti del mondo e rimasta nella storia. Inoltre, quantunque i nobili scelti fossero tutti Tory e quasi tutti impiegati, molti di loro avevano cominciato a sentire inquietudine della condotta del Re, e dubitavano un giorno non sʼavessero a trovare nel caso di Delamere.
Jeffreys si condusse, secondo lʼusato, con iniquità ed insolenza. Serbava in petto un vecchio rancore che lo irritava. Era stato capo Giudice di Chester allorquando Delamere, che allora chiamavasi il Signor Booth, rappresentava quella Contea in Parlamento. Booth aveva mosso amarissima querela nella Camera deʼ Comuni perchè i più cari interessi deʼ suoi elettori erano affidati ad un buffone briaco.[41]Il giudice vendicativo, ora non arrossì di adoperare artifici tali, che sarebbero stati criminosi anche in un avvocato. Ricordò ai Lordi Giurati con significantissime parole, che Delamere in Parlamento erasi opposto alla condanna infamante di Monmouth; fatto che non era nè poteva essere provato. Ma non era in potestà di Jeffreys intimorire un sinodo di Pari, come era avvezzo a fare verso i Giurati ordinari. La testimonianza addotta dalla Corona si sarebbe forse reputata ampiamente bastevole nel giorno giuridico nelle Contrade Occidentali o nelle sessioni di Città, ma non poteva per un momento imporre ad uomini come Rochester, Godolphin e Churchill; nè essi, con tutti i falli loro, erano sì depravati, da condannare a morte un uomo contro le più semplici norme della giustizia. Grey, Wade e Goodenough furono dal Governo addotti come testimoni, ma poterono solo ripetere ciò che avevano udito dire da Monmouth e dagli emissari di Wildman. Fu dimostrato con incontrastabile evidenza che un ribaldo, di nome Saxton, principale testimonio dellʼaccusa,già stato implicato nella ribellione, ed ora affaccendato a procacciarsi il perdono testificando contro tutti glʼinvisi al Governo, aveva detto gran numero di menzogne. Tutti i Lordi Giurati, da Churchill, il quale come il più giovane deʼ baroni parlò primo, fino al Tesoriere, dichiararono sullʼonor loro, che Delamere non era colpevole. La gravità e la pompa del processo fece profonda impressione nellʼanimo del Nuncio, ancorchè fosse assuefatto alle cerimonie della Corte di Roma, le quali per solennità e magnificenza vincono tutte le cerimonie del mondo.[42]Il Re, che vʼera presente, e non poteva muovere lamento della sentenza evidentemente giusta, montò in furore contro Saxton, giurando che lo sciagurato sarebbe stato prima posto alla berlina, come reo di spergiuro, innanzi a Westminster Hall; e poi mandato nelle contrade occidentali, per essere appeso alle forche e squartato come reo di tradimento.[43]
XXII. La pubblica esultanza, come si seppe che Delamere era stato assoluto, fu grande. Il regno del terrore era finito. Lʼinnocente incominciava a respirare liberamente, e il falso accusatore a tremare. Non può leggersi senza lacrime una lettera scritta in questa occasione. Giunse alla vedova di Russell nella sua solitudine la nuova, e le suscitò nellʼanima un misto di sentimenti diversi. «Rendo grazie a Dio» scriveva ella, «che ha posto alcun freno allo spargimento del sangue in questo misero paese. Ma mentre me ne rallegro con altrui, mi tiro da parte a piangere. Più non mi sento capace di godere; ma ogni nuova circostanza, il paragonare la mia notte di dolore, dopo un tanto giorno, con le loro notti di gioia, o per un pensiero o per un altro, mi tortura lʼanima. Comecchè io sia lungi dal desiderare che le loro ore trascorrano come le mie, non posso frenarmi talvolta di lamentare che le mie non siano simili alle loro.»[44]
Adesso il vento era cangiato. La morte di Stafford, accoltacon segni di tenerezza e di rimorso dalla plebaglia, alla cui rabbia egli era stato sacrificato, stabilisce il finire di una proscrizione. Il proscioglimento di Delamere stabilisce il chiudersi dʼunʼaltra. I delitti che avevano disonorato il procelloso tribunato di Shaftesbury, erano stati terribilmente espiati. Il sangue deglʼinnocenti papisti era stato più che dieci volte vendicato dal sangue deʼ fervidi protestanti. Unʼaltra grande reazione era incominciata. Le fazioni andavano speditamente prendendo nuove forme. I vecchi collegati scindevansi. Si congiungevano i vecchi nemici. I mali umori spandevansi in tutto il partito fino allora predominante. Una speranza, comunque per allora debole e indistinta, di vittoria e vendetta, rianimava il partito che pareva estinto. In siffatte condizioni si chiuse il 1685, anno torbido e pieno dʼeventi, e incominciò il 1686.
XXIII. La proroga aveva disimpacciato il Re dalle moderate rimostranze delle Camere; ma gli toccava udirne altre, simili per lo effetto, ma formulate con parole anche più caute e sommesse. Taluni, che fino allora lo avevano servito con cecità tale da nuocere alla loro fama e al pubblico bene, cominciarono a provare dolorosi presentimenti, e di quando in quando risicavansi a significare alcun che di ciò che sentivano.
Per molti anni lo zelo del Tory inglese per la monarchia ereditaria e per la religione stabilita, erano insieme venuti crescendo e scambievolmente afforzandosi. Ei non aveva mai pensato che questi due sentimenti, i quali parevano inseparabili e pressochè identici, si sarebbero un giorno potuti trovare non solo distinti, ma incompatibili. Dal principio della lotta tra gli Stuardi e i Comuni, la causa della Corona e quella della gerarchia erano state apparentemente una causa sola. Carlo I veniva dalla Chiesa considerato come martire. Se Carlo II aveva contro quella congiurato, aveva congiurato secretamente. In pubblico sʼera sempre confessato grato e devoto figliuolo, erasi inginocchiato dinanzi agli altari di essa; e malgrado i suoi corrotti costumi, gli era riuscito di persuadere il maggior numero degli aderenti alla Chiesa, che egli sinceramente la preferisse. Per tutti i conflitti che lʼonesto Cavaliereavesse fino allora potuto sostenere contro i Whig e le Teste-Rotonde, non aveva almeno dovuto patire nessun conflitto nella mente propria. Egli sʼera veduto piano ed aperto dinanzi agli occhi il sentiero del dovere. Traverso al bene e al male, ei doveva mantenersi fedele alla Chiesa e al Re. Ma se queʼ due augusti e venerandi poteri, i quali fino allora sembravano così strettamente congiunti, che i fedeli allʼuno non potevano essere perfidi allʼaltro, venissero divisi da mortale nimistà, a quale partito doveva il realista ortodosso appigliarsi? Quale condizione sarebbe stata più critica che quella di trovarsi ondeggiante tra due doveri egualmente sacri, tra due affetti egualmente fervidi? Come poteva egli rendere a Cesare ciò chʼera di Cesare, e non negare a Dio parte di ciò chʼera di Dio? Nessuno che avesse siffattamente sentito, poteva mirare, senza profondo timore e neri presentimenti, il contrasto tra il Re e il Parlamento intorno allʼAtto di Prova. Se Giacomo anche ora si fosse indotto a ripensare sul proprio disegno, a lasciare riaprire le Camere, e cedere ai desiderii loro, tutto poteva rivolgersi a bene.
Così opinavano i due cognati del Re, i Conti cioè, di Clarendon e di Rochester. La potenza e il favore che godevano questi gentiluomini, sembrava veramente grande. Il più giovane deʼ fratelli era Lord Tesoriere e primo ministro; il maggiore, dopo di avere per alquanti mesi tenuto il Sigillo Privato, era stato nominato Luogotenente dʼIrlanda. Il venerando Ormond pensava medesimamente. Middleton e Preston, che, come dirigenti la Camera deʼ Comuni, avevano di recente sperimentato quanto cara fosse aʼ gentiluomini realisti dʼInghilterra la religione stabilita, davano consigli di moderazione.
In sul principio del nuovo anno, i sopraddetti uomini di Stato, e il numeroso partito da essi rappresentato, ebbero a patire una crudele mortificazione. Che il Re defunto fosse Cattolico Romano, era stato per molti mesi sospettato e bisbigliato, ma non annunziato formalmente. Tale manifestazione non si sarebbe potuta fare senza grave scandalo. Carlo erasi innumerevoli volte dichiarato protestante, ed aveva avuto costumanza di ricevere dai vescovi della Chiesa stabilita il sacramentodella eucaristia. Queʼ Protestanti che lo avevano sostenuto neʼ pericoli, e che di lui serbavano tuttavia affettuosa rimembranza, dovevano provare sdegno e rossore al sentire che la intera sua vita era stata una menzogna; che mentre confessava dʼappartenere alla loro religione, gli aveva veramente tenuti per eretici; e che i demagoghi, i quali lo avevano chiamato papista nascosto, erano stati i soli che avessero formato un esatto giudicio del suo carattere. Anche Luigi intendeva tanto lo stato dellʼopinione pubblica in Inghilterra, da accorgersi come il divulgare il vero potesse recar nocumento, ed aveva, dʼaccordo, fatta promissione di tenere strettamente segreta la conversione di Carlo.[45]Giacomo, nel principio del suo regno, aveva pensato doversi in tanto negozio procedere cauto, e non erasi rischiato a seppellire il fratello, secondo il rito della Chiesa di Roma. Per qualche tempo, quindi, ciascuno potè liberamente credere ciò che volesse. I papisti dicevano che il defunto principe era loro proselite. I Whig lo esecravano come ipocrita e rinnegato. I Tory consideravano la voce della sua apostasia come una calunnia che i papisti e i Whig, per ragioni differentissime, avevano interesse a spargere.
XXIV. Giacomo ora fece un passo che pose in gran perturbazione tutto il partito anglicano. Due scritture, in cui erano concisamente esposti gli argomenti dʼordinario usati dai Cattolici Romani nella controversia coi Protestanti, sʼerano trovate nella cassa forte di Carlo, e sembravano di mano sua. Le quali scritture Giacomo mostrò, menandone trionfo, a parecchi Protestanti, e dichiarò sapere che il suo fratello era vissuto e morto Cattolico Romano.[46]Uno di coloro ai quali i manoscritti furono mostrati, fu lo arcivescovo Sancroft. Li lesse grandemente commosso, e rimase tacito. Tale silenzio era solo lo effetto naturale di una lotta tra la riverenza e la repugnanza. Ma Giacomo suppose che il Primate tacesse per la forza irresistibile della ragione, e seriamente lo sfidò a produrre, col soccorso di tutto il seggio episcopale, una soddisfacente risposta. «Datemi una risposta solida e in istile da gentiluomini; e forse potrà far sì, secondo che molto vi sta a cuore, diconvertirmi alla vostra Chiesa.» Lo arcivescovo dolcemente rispose, che, secondo lui, cotale risposta poteva farsi senza molta difficoltà; ma non accettò la controversia, adducendo per iscusa la riverenza alla memoria del suo defunto signore. Il Re considerò la scusa come un sutterfugio dʼun vinto avversario.[47]Se egli avesse conosciuta la letteratura polemica deʼ centocinquanta anni precedenti, avrebbe saputo che i documenti ai quali ei dava tanto peso, gli avrebbe potuti comporre ogni giovinetto di quindici anni della scuola di Doaggio, e che non contenevano cosa alcuna, la quale, secondo lʼopinione di tutti i teologi protestanti, non fosse stata dieci mila volte confutata. Nella sua stolta esultanza, ordinò che quegli scritti si stampassero col più squisito lusso tipografico, e vi appiccicò dietro una dichiarazione munita della sua firma, ad attestare che gli originali erano scritti di pugno del fratello. Giacomo ne distribuì con le proprie mani tutti gli esemplari ai cortigiani, e alle persone del popolo che si affollavano attorno il suo cocchio. Ne dètte un esemplare ad una giovine di vile condizione, chʼegli supponeva appartenere alla religione da lui professata, e le assicurò che leggendolo se ne troverebbe edificata grandemente e confortata. In ricambio di questa cortesia, pochi giorni dopo, ella gli mandò una lettera, scongiurandolo di uscire dalla mistica Babilonia, e rimuovere dalle sue labbra la coppa delle fornicazioni.[48]
XXV. Tali cose davano somma inquietudine ai Tory aderenti alla Chiesa Anglicana. Nè i più spettabili Cattolici Romani ne rimanevano meglio satisfatti. Si sarebbero, in verità, potuti scusare, se in cosiffatte circostanze la passione gli avesse resi sordi alla voce della prudenza e della giustizia, come quelli che avevano molto sofferto. La gelosia deʼ Protestanti gli aveva gittati giù dal grado in cui erano nati, aveva chiuse le porte del Parlamento agli eredi deʼ Baroni che avevano firmata laMagna Carta, e deciso che il comando dʼuna compagnia di pedoni non fosse da fidarsi ai discendenti dei capitaniche avevano vinto a Flodden e a San Quintino. Non vʼera un solo Pari eminente, fido alla vecchia religione, del quale lʼonore, gli averi, la vita non fossero stati in pericolo; che non avesse passati molti mesi rinchiuso dentro la Torre, che più volte non si fosse aspettata la miseranda sorte di Stafford. Uomini che erano stati così lungamente e con tale crudeltà oppressati, si sarebbero potuti perdonare, se avessero avidamente côlta la prima occasione a conseguire a un tempo grandezza e vendetta. Ma nè fanatismo, nè ambizione, nè rancore di torti patiti, nè ebrietà prodotta dalla sùbita buona fortuna, poterono far sì che i più cospicui Cattolici Romani non si accorgessero come la prosperità che finalmente erano pervenuti a godere, fosse solo temporanea, e non usata saggiamente, potrebbe tornar loro fatale. Avevano con dura esperienza imparato, che lʼavversione del popolo alla religione loro non era fantasia che sarebbe svanita al comando dʼun principe, ma profondo sentimento, tramandato crescendo per cinque generazioni, spanto in tutte le classi e in tutti i partiti, e avvincolato non meno strettamente coi principii deʼ Tory che con quelli deʼ Whig. Certo, il Re poteva, nello esercizio della sua prerogativa di far grazia, sospendere le leggi penali. Avrebbe in appresso potuto, operando con discrezione, ottenere dal Parlamento la revoca deʼ decreti che privavano deʼ diritti civili gli aderenti alla religione di lui. Ma tentando di domare il sentimento protestante della Inghilterra con mezzi bruschi, era facile vedere che la violenta compressione dʼuna molla così potente ed elastica, sarebbe seguita da uno scatto egualmente violento. I Pari Cattolici Romani, tentando prematuramente di entrare a forza nel Consiglio Privato e nella Camera deʼ Lordi, avrebbero potuto perdere le case e le vaste possessioni loro, e finire la vita o da traditori in Tower Hill, o da mendicanti alle porte deʼ conventi dʼItalia.
Così pensava Guglielmo Herbert, conte di Powis, generalmente considerato come capo della aristocrazia cattolica romana, il quale, secondo le fandonie di Oates, doveva essere primo ministro se la congiura papale sortiva prospero successo. Medesimamente opinava Giovanni Bellasyse. In gioventù, aveva valorosamente pugnato per Carlo I; dopo la Restaurazioneera stato rimunerato con onori e con gradi militari, e gli aveva deposti dopo che fu promulgato lʼAtto di Prova. A questi insigni capi del partito cattolico facevano eco tutti i più nobili ed opulenti membri della loro Chiesa, tranne Lord Arundell di Wardour, uomo decrepito e pressochè rimbambito.
XXVI. Ma in Corte era un piccolo nucleo di Cattolici Romani, che avevano il cuore esulcerato da vecchie ingiurie, il cervello inebriato dal recente innalzamento; che erano impazienti di rampicarsi alle dignità dello Stato, ed avendo poco da perdere, non si davano punto pensiero del giorno del rendimento deʼ conti.
XXVII. Uno di costoro era Ruggiero Palmer, conte di Castelmaine in Irlanda, e marito della Duchessa di Cleveland. Sapevasi da tutti chʼegli aveva comperato il suo titolo col disonore della moglie e col proprio. Il suo patrimonio era scarso. Lʼindole sua, scortese per natura, era stata esasperata dalle domestiche vessazioni, dai pubblici rimproveri, e da ciò chʼegli aveva patito a tempo della congiura papale. Era stato lungamente in carcere, e in fine era stato processato per delitto capitale. Fortunatamente per lui, non fu tratto al banco degli accusati se non dopo che erasi spento il primo scoppio del furore popolare, e i falsi testimoni avevano perduto ogni credito. Gli era, quindi, riuscito di campare a gran pena dal pericolo.[49]Con Castelmaine era collegato uno deʼ più prediletti deʼ cento amanti di sua moglie; cioè Enrico Jermyn, che da Giacomo di recente era stato fatto Pari col titolo di Lord Dover. Jermyn, venti e più anni innanzi, erasi reso notevole con isconci amori e disperati duelli. Adesso trovavasi rovinato dal giuoco, ed era ansioso di rifare il patrimonio col mezzo degli uffici lucrosi, dai quali lo escludevano le leggi.[50]Al medesimo branco apparteneva un intrigante ed importuno Irlandese, chiamato White, che aveva molto viaggiato, aveva servito la Casa dʼAustria con un impiego mezzo tra lʼinviato e la spia,e che in rimunerazione deʼ servigi resi era stato fatto marchese dʼAlbeville.[51]
Tosto dopo la proroga, questa trista fazione sʼafforzò di un nuovo aiuto. Riccardo Talbot, conte di Tyrconnel, il più feroce ed implacabile di quanti avevano in odio le libertà e la religione dellʼInghilterra, da Dublino era giunto alla Corte.
Talbot discendeva da una antica famiglia normanna, la quale, da lungo tempo stabilita in Leicester, era degenerata, aveva adottati i costumi deʼ Celti, e come essi aderito alla vecchia religione, e partecipato alla ribellione del 1641. In gioventù egli era stato uno deʼ più rinomati scrocconi e bravazzoni di Londra; era stato presentato a Carlo ed a Giacomo mentre erano esuli in Fiandra, come un uomo adatto e pronto ad assassinare infamemente il Protettore. Subito dopo la Restaurazione, Talbot si provò dʼottenere il favore della famiglia reale con un servigio anche più infame. Bisognava un pretesto per mezzo del quale giustificare il Duca di York a rompere la promessa di matrimonio onde egli aveva ottenuto da Anna Hyde lʼestrema prova dʼaffetto che possa dare una donna. Talbot, dʼaccordo con alcuni deʼ suoi dissoluti compagni, imprese di apprestare siffatto pretesto. Concertarono di dipingere la povera giovinetta come donna priva di virtù, di pudore, di delicatezza, e inventare lunghe storielle di teneri ritrovi e di rapiti favori. Talbot, segnatamente, riferì come in una delle secrete visite a lei fatte, avesse per caso versato il calamaio del Cancelliere sopra un fascio di scritture, e con quanta destrezza, perchè il vero non si scoprisse, ella ne avesse data la colpa alla sua scimmia. Tali storielle, che se fossero state vere, non sarebbero uscite dalle labbra di nessuno che non fosse il più vile degli uomini, erano prette invenzioni. Talbot tosto fu costretto a confessare che erano tali, e lo fece senza ombra di rossore. Lʼoltraggiata donna divenne duchessa di York. Ove il suo sposo fosse stato uomo diritto ed onorevole, avrebbe con indignazione e disprezzo cacciato via dal proprio cospetto gli sciagurati che gli avevano calunniata la consorte. Ma una delle particolarità del carattere di Giacomo era che nessuna azione, comunque si fosse malvagia e vergognosa,fatta col desiderio di ottenere il suo favore, gli sembrava mai degna dʼessere riprovata. Talbot seguitò a frequentare la Corte, mostravasi quotidianamente con fronte di bronzo dinanzi alla principessa di cui aveva tentata la rovina, ed ottenne il posto lucroso di principale lenone del Re. Dopo non molto tempo, Whitehall si mise sossopra alla nuova che Riccardo (Dick) Talbot, come veniva comunemente chiamato, aveva concepito il disegno di assassinare il Duca dʼOrmond. Il bravo fu mandato alla Torre; ma dopo pochi giorni fu visto chiassando per le sale di palazzo, e recando letterine dʼamore su e giù tra il suo signore e le più brutte dame di Corte. Invano i vecchi e discreti consiglieri supplicavano i due principi a non proteggere quel ribaldo, che altro merito non aveva, tranne la prestanza della persona e il gusto nel vestirsi. Talbot non solo era bene accolto nella reggia quando la bottiglia e i dadi giravano attorno, ma veniva attentamente udito in negozi di grave momento. Affettava il carattere di un patriotto irlandese, e patrocinava con grande audacia, e talvolta con esito prospero, la causa deʼ suoi concittadini, i beni deʼ quali erano stati confiscati. Studiavasi, nulladimeno, di farsi ben pagare deʼ servigi che rendeva, e gli venne fatto di acquistare, parte vendendo protezione, parte scroccando, e parte facendo il lenone, una rendita di tremila lire sterline lʼanno; imperocchè, sotto la maschera di leggiero, di prodigo, dʼimprovvido e di impudente bisbetico, egli era pur troppo uno deʼ più venali e cupidi uomini del mondo. Oramai non era più giovane, e scontava con acerbi dolori le stemperatezze della gioventù; ma gli anni e le infermità non gli avevano essenzialmente mutato il carattere e i modi. Sempre che apriva la bocca, schiamazzava, imprecava e bestemmiava con sì terribile violenza, che i più superficiali osservatori lo giudicavano il più feroce deʼ libertini. Il popolo non sapeva intendere come un uomo il quale anche da sobrio, era più furioso e vanitoso dʼaltri ubbriaco, e che sembrava affatto incapace di mascherare il più lieve moto dellʼanimo o di serbare il minimo secreto, potesse veramente essere un adulatore di cuore freddo, dʼocchio acuto e dʼingegno macchinatore. Non pertanto, tale era Talbot. E davvero la sua ipocrisia era dʼuna specie piùsquisita e più rara che non fosse quella che regnava nel Parlamento di Barebone. Perocchè lo ipocrita perfetto non è colui che asconde il vizio sotto i sembianti della virtù, ma colui il quale si serve del vizio che egli non si vergogna di mostrare, come di maschera per celare un altro vizio più nero e proficuo, che gli giova di tenere nascosto.
Talbot, fatto da Giacomo conte di Tyrconnel, aveva comandate le truppe in Irlanda neʼ nove mesi che corsero dalla morte di Carlo al principio del viceregno di Clarendon. Quando il nuovo Luogotenente stava per partire da Londra alla volta di Dublino, il Generale fu chiamato da Dublino a Londra. Dick Talbot era da lungo tempo conosciuto nel cammino che doveva fare. Fra Chester e la Metropoli non vʼera quasi locanda nella quale non avesse attaccato lite. Dovunque giungeva, affaticava i cavalli a dispetto della legge, imprecava ai cuochi ed ai postiglioni, e quasi destava tumulti con le sue insolenti rodomonterie. Andava dicendo che la Riforma aveva rovinato ogni cosa. Ma il bel tempo era presso. Tra breve i Cattolici si sarebbero rialzati, e si sarebbero rifatti sugli eretici. Infuriando e bestemmiando sempre come un indemoniato, ei giunse alla Corte;[52]dove tosto si collegò strettamente con Castelmaine, Dover ed Albeville. Costoro ad una voce gridavano guerra alla costituzione della Chiesa e dello Stato. Dicevano al loro signore, chʼegli per la sua religione e per la dignità della sua Corona, era in debito di affrontare intrepidamente il grido degli eretici demagoghi, e mostrare fin da principio al Parlamento chʼegli sarebbe il signore a dispetto della opposizione, e che il solo effetto della opposizione sarebbe stato di renderlo signore severo.
XXVIII. Ciascuno deʼ due partiti in che la Corte era divisa, aveva zelanti alleati stranieri. I ministri di Spagna, dello Impero e degli Stati Generali erano adesso desiderosi di sostenere Rochester, come per lo innanzi lo erano stati verso Halifax. Barillon adoperava tutta la propria influenzadalla parte opposta, ed era aiutato da un altro agente francese, inferiore a lui per grado, ma assai superiore per ingegno; voglio dire da Bonrepaux. Barillon non era privo di buone qualità, ed aveva grande corredo di quelle doti onde allora andavano predistinti i gentiluomini francesi. Ma la sua capacità non era quale il suo alto ufficio richiedeva. Era divenuto pigro e a sè troppo indulgente; amava i piaceri della società e della tavola, meglio delle faccende; e nelle grandi occasioni era dʼuopo che da Versailles venissero ammonimenti, ed anche riprensioni, per ispingerlo ad operare.[53]Bonrepaux si era alzato dalla oscurità a cagione della intelligenza ed industria che aveva mostrata come impiegato nel dipartimento della marina, ed aveva riputazione dʼiniziato ai misteri della politica mercantile. Alla fine del 1685, fu mandato a Londra con varie commissioni dʼalta importanza. Doveva stabilire le basi per un trattato di Commercio, indagare e riferire in che condizioni trovavansi la flotta e gli arsenali inglesi, e fare qualche proposta ai fuorusciti Ugonotti, i quali supponevasi che fossero tanto prostrati dalla penuria e dallʼesilio, che avrebbero di gran cuore accettato quasi qualunque patto di riconciliazione. Il nuovo inviato nasceva da parenti plebei; era di statura quasi nano, dʼaspetto sì brutto da muovere a scherno, e parlava con lʼaccento di Guascogna dove era nato: ma vigoroso buon senso, acutezza di mente, e vivacità di spirito lo rendevano eminentemente adatto al suo ufficio. In onta ad ogni svantaggio di nascita e di persona, fu tosto stimato come assai piacevole compagno, ed espertissimo diplomatico. Mentre folleggiava con la duchessa di Mazzarino, studiavasi di discutere di cose letterarie con Waller e Saint Evremond, e carteggiare con la Fontaine, onde bene erudirsi nella politica inglese. Per la perizia chʼegli aveva nelle cose marittime, venne in grazia di Giacomo; il quale, per molti anni, prestò non poca attenzione alle faccende dello Ammiragliato, e le intendeva quanto egli era capace dʼintendere cosa alcuna al mondo. Conversavano entrambi ogni giorno lungamente e liberamenteintorno alle condizioni delle navi e degli arsenali. Lo effetto di tale dimestichezza fu quale era da aspettarsi: val quanto dire, che lo acuto e vigilante francese concepì sommo pregio per le doti e il carattere del re, dicendo il mondo avere male giudicato Sua Maestà Britannica, che aveva meno capacità, e non maggiori virtù di Carlo.[54]
I due inviati di Luigi, comecchè mirassero ad un medesimo fine, con molto accorgimento presero vie diverse. Si partirono fra loro la Corte. Bonrepaux usava principalmente con Rochester e gli aderenti di lui. Le relazioni di Barillon erano principalmente con la opposta fazione. Conseguenza ne fu, chʼessi soventi volte guardassero un medesimo fatto da diversi punti di veduta. Il migliore racconto che esista intorno alla contesa che a quel tempo ferveva in Whitehall, è da trovarsi neʼ loro dispacci.
XXIX. Come ciascuno deʼ due partiti nella Corte di Giacomo era sostenuto da principi stranieri, così ciascuno aveva il sostegno dʼuna autorità ecclesiastica, alla quale il Re mostrava gran deferenza. Il sommo pontefice inchinava alla moderazione; e i suoi sentimenti erano espressi dal Nunzio e dal Vicario Apostolico.[55]Dallʼaltra parte, stava una corporazione che col suo peso controbilanciava anche quello del Papato; stava, cioè, la potente Compagnia di Gesù.
È circostanza importantissima e degna di considerazione, che queste due grandi potenze spirituali, un tempo, a quanto pareva, inseparabilmente collegate, fossero fra loro opposte. Per un periodo di tempo poco minore di mille anni, il clero regolare era stato il sostegno precipuo della Santa Sede. Essa lo aveva protetto daʼ vescovi che volevano immischiarsi nelle sue faccende, e ne era stata ampiamente ricompensata. Senzagli sforzi dei regolari, è probabile che il Vescovo di Roma si sarebbe ridotto ad essere il presidente onorario dʼuna aristocrazia di prelati. Eʼ fu col soccorso deʼ Benedettini, che Gregorio VII potè lottare ad un tempo contro glʼImperatori della Casa di Franconia, e contro il clero secolare. Eʼ fu col soccorso deʼ Domenicani e deʼ Francescani, che Innocenzo III spense la setta degli Albigesi.
XXX. Nel secolo decimosesto, il Papato, esposto a nuovi pericoli e più formidabili di quanti lo avessero per innanzi minacciato, fu salvato da un nuovo ordine religioso, animato da vigoroso entusiasmo e costituito con insigne magistero. Allorquando i Gesuiti accorsero alla liberazione del Papato, lo trovarono in estremo pericolo; ma da quel momento le sue sorti mutarono aspetto. Al protestantismo, che per una intera generazione aveva abbattuto tutto ciò che aveva incontrato per via, fu mozzo lo andare avanti, e fu rapidamente fatto indietreggiare dalle Alpi fino alle sponde del Baltico. Non era scorso un secolo da che la Compagnia di Gesù esisteva, e il mondo era pieno deʼ ricordi di quanto essa aveva fatto e sofferto per la fede. Non vʼè comunità religiosa che possa gloriarsi dʼuna schiera di uomini così variamente cospicui; nessuna aveva esteso le proprie operazioni sopra uno spazio sì vasto; e nondimeno, in nessuna vʼera stata cotanto perfetta unità di sentimento e dʼazione. Non era contrada nel mondo, non sentiero nella vita attiva o speculativa, in cui non si trovassero i Gesuiti. Dirigevano i Consigli dei re: decifravano iscrizioni latine: osservavano il moto deʼ Satelliti di Giove: pubblicavano intere biblioteche, controversia, casistica, storia, trattati dʼottica, odi alcaiche, edizioni dei Santi Padri, madrigali, catechismi e satire. La educazione letteraria della gioventù era quasi interamente nelle loro mani, e condotta con esquisita maestria. Sembra che avessero scoperto il punto preciso al quale possa condursi la cultura intellettuale senza il rischio della intellettuale emancipazione. Gli stessi nemici loro erano costretti a confessare, che nellʼarte di governare e formare le menti deʼ giovani, i Gesuiti non avevano rivali. Infrattanto, con assiduità e prospero successo coltivavano la eloquenza del pulpito. Con assiduità e successo anche maggiore si dettero al ministerodel confessionale. Per tutta la Europa Cattolica, i secreti dʼogni Governo, e quasi dʼogni notevole famiglia, erano in poter loro. Girovagavano da un paese protestante ad un altro, travestendosi in infinite fogge, da galanti cavalieri, da semplici contadini, da predicatori puritani. Viaggiavano fin dove nè lʼavidità mercantile nè la curiosità della scienza aveva persuaso altri ad andare. Trovavansi in abito di mandarini a dirigere lʼosservatorio astronomico di Pechino. Si vedevano con la marra in mano ammaestrare nellʼagricoltura i selvaggi del Paraguay. Ciò non ostante, in qualunque parte risedessero, qualunque mestiere esercitassero, il loro spirito era sempre lo stesso; cioè piena devozione alla causa comune, implicita obbedienza allʼautorità centrale. Nessuno sʼera scelto da sè il luogo dove abitare e la vocazione da seguire. Se il Gesuita dovesse vivere sotto il cerchio artico o sotto lʼequatore, se dovesse passare tutti i suoi giorni a classificare gemme e a collazionare manoscritti nel Vaticano, o a persuadere i barbari dellʼemisfero meridionale perchè non si divorassero lʼun lʼaltro, erano cose che egli con profonda sommissione lasciava allʼaltrui pensiero. Se lo volevano a Lima, trovavasi con la prima flotta a veleggiare sullʼAtlantico. Se di lui vi era bisogno in Bagdad, si vedeva traverso al deserto fra la prima caravana. Se vʼera bisogno del suo ministero in qualche regione dove la sua vita fosse meno sicura di quella dʼun lupo, dove fosse delitto lʼospitarlo, dove i teschi e i corpi squartati deʼ suoi confratelli glʼindicavano quale sorte egli dovesse aspettarsi, andava senza lamento o esitazione al proprio destino. Nè questo spirito eroico è oggimai estinto. Allorchè, ai tempi nostri, una nuova e terribile pestilenza girò infuriando attorno al globo, mentre in alcune grandi città lo spavento aveva rotti tutti i vincoli che congiungono la società, mentre il clero secolare aveva abbandonato il proprio gregge, mentre non vʼera oro che bastasse a comperare il soccorso del medico, mentre i più potenti affetti di natura cedevano allo amore della vita, il Gesuita vedevasi presso a quel lettuccio che il vescovo e il curato, il medico e la balia, il padre e la madre avevano abbandonato; vedevasi, dico, piegare la persona sulle labbra infette, per raccogliere il fioco accento delmoribondo che si confessava, e tenergli dinanzi agli occhi fino allʼultimo istante della vita la immagine del Redentore spirante sulla croce.
Ma, con lʼammirevole energia, il disinteresse, e lʼabnegazione che facevano il carattere della Società, erano mescolati grandi vizi. Dicevasi, e non senza fondamento, che lʼardente spirito pubblico che rendeva il Gesuita spregiatore degli agi, della libertà e della vita propria, lo induceva parimente a spregiare il vero e a non sentire pietà; che nessun mezzo il quale potesse promuovere lʼutile della sua religione, sembravagli illecito, o che col vocabolo dʼutilità della propria religione ei troppo spesso intendeva lʼutile della Società sua. Affermavasi, che nelle più atroci congiure di cui faccia ricordanza la storia, lʼazione di lui poteva distintamente scoprirsi; che, solo costante nello affetto per la confraternita alla quale egli apparteneva, in parecchi Stati era lʼinimico più pericoloso della libertà, in altri il più pericoloso nemico dellʼordine. Le più grandi vittorie che vantasse avere riportate pel bene della Chiesa, erano, secondo il giudicio di molti illustri membri di quella, più apparenti che reali. Si era, in verità, affaticato con maraviglioso buon esito a ridurre il mondo sotto le leggi della Chiesa; ma lo aveva fatto rilassando le leggi in guisa che si adattassero ai gusti mondani. Invece di studiarsi dʼinalzare la natura umana alla meta stabilita dai precetti ed esempi divini, egli aveva abbassata quella meta al di sotto dellʼumana natura. Gloriavasi dʼuna moltitudine di convertiti, che per mano sua avevano ricevuto il battesimo nelle più rimote regioni dellʼOriente; ma correva la voce, che ad alcuni di queʼ convertiti, i fatti daʼ quali dipende tutta la dottrina del Vangelo erano stati astutamente nascosti, e che ad altri era stato permesso di schivare la persecuzione collʼinchinarsi dinanzi alle immagini deʼ falsi Dei, mentre internamente recitavano Pater ed Ave. Nè simiglianti arti erano adoperate solo neʼ paesi pagani. Non era da maravigliare che genti dʼogni grado, e specialmente quelle in alto locate, si affollassero attorno ai confessionali nei tempii deʼ Gesuiti; imperocchè da queʼ tribunali di penitenza nessuno se ne andava poco contento. Ivi il sacerdote era tutto a tutti. Mostrava tanto rigore quanto bastasse perchècoloro che gli sʼinginocchiavano dinanzi non ricorressero alle chiese deʼ Domenicani o dei Francescani. Se aveva da fare con unʼanima veramente divota, parlava con le caute parole degli antichi padri cristiani; ma con quella gran parte degli uomini che hanno religione abbastanza da sentire rimorso quando commettono il male, e non abbastanza da astenersi di commetterlo, il Gesuita seguiva un sistema diverso. Non potendo ritrarli dalla colpa, studiavasi di salvarli dal rimorso. Aveva agli ordini suoi un deposito immenso di farmachi per le coscienze perturbate. Neʼ libri composti daʼ casisti suoi confratelli, e stampati con licenza deʼ suoi superiori, trovavasi in gran copia dottrine di conforto per ogni generazione di peccatori. Ivi il mercatante fallito imparava in che modo potesse, senza peccato, nascondere le mercanzie alle indagini deʼ suoi creditori. Il servo apprendeva come potere, senza peccato, rubare le argenterie del proprio padrone. Il mezzano dʼamore veniva fatto certo, ad un cristiano esser lecito sostentare la vita recando lettere e messaggi tra le donne maritate e i loro amanti. Gli alteri e puntigliosi gentiluomini di Francia ricevevano lietamente una decisione a favore del duello. GlʼItaliani, avvezzi a vendicarsi con modi più vili e crudeli, godevano dʼimparare che essi potevano, senza peccato, tirare, nascosti dietro a una siepe, archibugiate ai loro nemici. Allo inganno era lasciata licenza bastevole a distruggere il valore del contratto e del testimonio fra gli uomini. E veramente, se lʼumana società non si disciolse, se vi fu alcuna certezza della vita e degli averi, egli fu perchè il senso comune e la umanità frenavano i popoli dal fare ciò che la Società di Gesù assicurava loro che potessero fare con sicura coscienza.
Erano così stranamente mescolati il bene e il male nel carattere di queʼ celebri padri; e in tale mistura stava il secreto della loro gigantesca potenza. La quale non poteva appartenere nè ai pretti ipocriti, nè ai rigidi moralisti; ma poteva solo conseguirsi da uomini che con vero entusiasmo correvano dietro ad un fine, e nel tempo stesso non pativano scrupoli rispetto ai mezzi di giungervi.
Fin da principio, i Gesuiti erano vincolati da un voto specialedʼobbedienza verso il papa. Avevano missione di domare ogni insubordinazione in seno della Chiesa, non che di respingere le ostilità degli aperti nemici di quella. La loro dottrina era similissima a quella che oggidì di qua dalle Alpi si chiama oltremontana, e differiva dalla dottrina di Bossuet quasi quanto da quella di Lutero. Dannavano le libertà gallicane, il diritto deʼ concili ecumenici a sindacare la Santa Sede, e il diritto che vantavano i vescovi a un mandato divino indipendente da Roma. Lainez, a nome di tutta la confraternita, proclamò nel Concilio di Trento, fra gli applausi delle creature di Pio IV e le mormorazioni deʼ prelati francesi e spagnuoli, che il governo dei fedeli era stato affidato da Cristo al solo Papa, e che nel solo Papa era accentrata tutta lʼautorità sacerdotale, e che per mezzo del solo Papa i sacerdoti e i vescovi erano rivestiti di tutta lʼautorità loro.[56]Per molti anni la colleganza tra il Sommo Pontefice e la Società di Gesù non era stata rotta. Ed ove lo fosse stata allorchè Giacomo II ascese al trono dʼInghilterra, ove la influenza deʼ Gesuiti, non che quella del Papa, avesse promossa una politica costituzionale moderata, è probabile che la grande rivoluzione, la quale in breve tempo cangiò le condizioni dellʼEuropa, non sarebbe accaduta. Ma anche avanti la metà del secolo diciassettesimo, la Società, inorgoglita daʼ servigi resi alla Chiesa, fidente nella propria forza, era divenuta disdegnosa del giogo. Sorse una generazione di Gesuiti disposti a lasciarsi proteggere e guidare dalla Corte di Francia, meglio che da quella di Roma; la quale disposizione non era lieve allorchè Innocenzo XI ascese al trono pontificio.
In quel tempo, i Gesuiti combattevano una guerra a morte contro un nemico da loro in prima spregiato, ma pel quale poscia erano stati costretti a sentire riverenza e timore. Mentre erano pervenuti al più alto grado di prosperità, furono sfidati da una mano di avversarii, che, a dir vero, non avevano influenza sopra i potenti del mondo, ma avevano fortissima fede religiosa ed energia intellettuale. Travagliavansi in una lunga, strana e gloriosa lotta del genio contro il potere. I Gesuiti chiamarono in soccorso loro, ministeri, tribunali,università, che risposero alla chiamata. Porto Reale si richiamò, e non invano, ai cuori ed alle menti di milioni dʼuomini. I dittatori della Cristianità si trovarono, in un subito, nella condizione di colpevoli. Furono accusati di avere sistematicamente abbassata la meta della morale evangelica a fine dʼaccrescere la loro influenza; e lʼaccusa fu formulata in modo che tirò a sè lʼattenzione dello intero mondo, imperocchè il principale accusatore era Biagio Pascal. Le sue doti intellettuali erano quali rade volte sono state impartite ad alcuna umana creatura; e dello zelo veemente che lʼanimava, erano solenni argomenti le penitenze e le vigilie che anzi tempo trascinarono al sepolcro il macero suo corpo. Aveva lo spirito di San Bernardo; ma la squisitezza, il brio, la purità, la energia, la semplicità della sua eloquenza, nessuno ha mai raggiunto, tranne i grandissimi oratori greci. Tutta Europa lesse e ammirò i suoi scritti, piangendo e ridendo ad un tempo. I Gesuiti si provarono di rispondergli, ma le loro deboli risposte furono ricevute dal pubblico con fischi di scherno. Non che avessero difetto dʼingegno, e di quelle doti le quali si acquistano con elaborata educazione; ma tale educazione, quantunque possa suscitare le forze di una mente ordinaria, tende a spegnere, più presto che a promuovere, il genio originale. Fu universalmente riconosciuto che nella contesa letteraria i Giansenisti rimasero vincitori. Ai Gesuiti nullʼaltro restava, che opprimere la setta da essi non potuta confutare. Luigi XIV era il loro sostegno precipuo. La sua coscienza, fino dagli anni suoi primi, era nelle mani loro; egli aveva da loro imparato ad aborrire il Giansenismo, come aborriva il Protestantismo, e molto più di quanto aborrisse lʼAteismo. Innocenzo XI, dallʼaltra parte, pendeva verso le opinioni giansenistiche. Quindi fu che la Compagnia di Gesù trovossi in una situazione non contemplata mai dal suo fondatore. I Gesuiti si scissero dal Sommo Pontefice, e collegaronsi fortemente con un principe che si spacciava campione delle gallicane libertà e nemico delle pretese oltremontane. In tal guisa la Compagnia divenne in Inghilterra strumento deʼ disegni di Luigi, e cooperò con successo tale che i Cattolici Romani poi lungamente ed amaramente deplorarono, ad accrescerela rottura tra il Re e il Parlamento, ad impacciare il Nunzio, a minare il potere del Lord Tesoriere, ed a promuovere i disperatissimi intendimenti di Tyrconnel.
Così, da una parte stavano gli Hydes e tutti i Tory aderenti alla Chiesa Anglicana, Powis e tutti i più rispettabili gentiluomini e nobili, credenti nella religione del Re, gli Stati Generali, la Casa dʼAustria e il Pontefice. Dallʼaltra parte erano pochi avventurieri cattolici romani, senza fortuna e senza riputazione, spalleggiati dalla Francia e daʼ Gesuiti.
XXXI. Il principale rappresentante deʼ Gesuiti in Whitehall, era un Inglese padre della Compagnia, il quale per qualche tempo era stato vice-provinciale, prediletto da Giacomo con peculiare favore, e di recente fatto scrivano del gabinetto intimo. Questʼuomo, chiamato Eduardo Petre, discendeva da onorevole famiglia. Aveva modi cortesi e facondo parlare; ma era debole, vano, ambizioso e cupido. Di tutti i pessimi consiglieri che andavano a Whitehall, egli forse fu il fabbro principale nella rovina della Casa Stuarda.
XXXII. La ostinata e imperiosa natura del Re faceva grandemente prevalere coloro che lo consigliavano a star fermo, a non cedere in nulla, e a rendersi temuto. Una massima politica gli sʼera cosiffattamente abbarbicata al cervello, che non vʼera ragione che bastasse a sradicarla. A dir vero, egli non era assuefatto a porgere ascolto alla ragione. Il suo modo dʼargomentare, se così si debba chiamare, era quello che non di rado sʼosserva negli individui tardi di cervello e caparbi, avvezzi ad essere circuiti dai loro sottoposti. Asseriva una cosa; e qualvolta i savi uomini provavansi di mostrargli rispettosamente essere erronea, lʼasseriva di nuovo con le stessissime parole, e pensava che così facendo tutte le obiezioni sparissero.[57]«Non farò mai concessioni» spesso ei ripeteva; «mio padre le fece, e gli fu mozzo il capo.»[58]Se fosse stato vero che le concessioni erano tornate fatali a Carlo I, un uomo dibuon senso avrebbe conosciuto, un solo esperimento non essere bastevole a stabilire una regola generale anche nelle scienze molto meno complicate di quella di governare; che dal principio del mondo fino a noi, non vi furono mai due fatti politici, le cui condizioni fossero esattamente simili; e che lʼunico modo dʼimparare dalla storia prudenza civile, è quello di esaminare e raffrontare un infinito numero di casi. Ma se lʼunico esempio sul quale appoggiavasi il Re, era buono a provare alcuna cosa, provava solo chʼegli aveva torto. Mal può dubitarsi che, se Carlo avesse francamente fatte al Corto Parlamento, che si ragunò nella primavera del 1640, solo mezze le concessioni chʼegli, pochi mesi dopo, fece al Lungo Parlamento, sarebbe vissuto e morto da Re potentissimo. Dallʼaltro canto, non può punto dubitarsi che, se egli avesse ricusato di fare concessione alcuna al Lungo Parlamento, e avesse ricorso alle armi a difesa della imposta pel mantenimento della flotta, e a difesa della Camera Stellata, avrebbe veduto nelle file degli inimici Hyde e Falkland accanto a Hollis e Hampden. Ma, certo, non avrebbe potuto ricorrere alle armi; poichè nè anche venti Cavalieri sarebbero accorsi al suo vessillo. Solo alle concessioni fatte egli era debitore del soccorso prestatogli dalla gran classe deʼ nobili e deʼ gentiluomini, i quali pugnarono per tanto tempo e con tanto valore per la causa di lui. Ma sarebbe stato inutile dimostrare a Giacomo simiglianti cose.
Un altro fatale errore gli si era fitto in mente, e vi stette finchè lo condusse alla rovina. Credeva fermamente, che per qualunque cosa egli avesse potuto fare, i credenti nella Chiesa Anglicana avrebbero sempre agito a seconda deʼ loro principii. Sapeva dʼessere stato proclamato da dieci mila pulpiti. La Università di Oxford aveva solennemente dichiarato, che anche una tirannide terribile quanto quella deʼ più depravati Cesari, non giustificava i sudditi a resistere alla regia autorità: e da ciò egli era cotanto stolto da concludere, che lo intero corpo deʼ Tory gentiluomini e chierici, si sarebbero da lui lasciati spogliare, opprimere ed insultare, senza alzare una mano a difendersi. Eʼ sembra strano che un uomo possa avere trapassato lʼanno cinquantesimo della propria vita, senza scoprireche il popolo talvolta fa ciò che stima illecito: e Giacomo altro fare non doveva che frugarsi nellʼanima, per trovarvi abbondevoli prove a conoscere, che anche un forte sentimento deʼ religiosi doveri non sempre serve a impedire che la fragile creatura umana indulga alle proprie passioni, a dispetto delle leggi divine ed a rischio di terribili pene. Avrebbe dovuto sapere, che comunque egli giudicasse atto peccaminoso lo adulterio, era un adultero; ma nulla valeva a convincerlo che chiunque per principio credeva la ribellione essere peccato, si potesse anche in grande estremità indurre a ribellare. Credeva che la Chiesa Anglicana fosse una vittima paziente, chʼegli poteva senza pericolo oltraggiare e torturare a suo libito; nè si accôrse mai del suo errore se non dopo che vide le Università pronte a coniare le loro argenterie per sussidiare la cassa militare deʼ suoi nemici, e un vescovo lungamente rinomato per la lealtà sua, gettar via la sottana, e cingendo una spada, prendere il comando dʼun reggimento dʼinsorti.
XXXIII. A coteste fatali follie il Re era studiosamente incoraggiato da un ministro, che era già stato esclusionista, e tuttavia seguitava a chiamarsi protestante; voglio dire dal Duca di Sunderland. Le cagioni della condotta di questo immorale uomo politico, sono state spesso erroneamente esposte. Mentre ancora viveva, fu dai Giacomisti accusato di avere, anche avanti il cominciamento del regno di Giacomo, il pensiero di produrre una rivoluzione a favore del principe dʼOrange, e dʼavere, con tale scopo, consigliato il Re a commettere numerose aggressioni contro la costituzione civile ed ecclesiastica del reame: frivola storiella che è stata fino ai dì nostri ripetuta da ignoranti scrittori. Ma nessuno storico bene erudito nel vero, qualunque si vogliano supporre i suoi pregiudicii, si è indotto ad accoglierla, come quella che non riposa sopra nessuna prova; e non vʼè prova che basti a convincere gli uomini assennati, che Sunderland deliberatamente si gettasse nella colpa e nella infamia onde produrre un mutamento di cose, nel quale ei vedeva chiaramente di non poter vantaggiare, e seguito il quale, di fatto ei perdè le immense ricchezze e la influenza che sotto Giacomo possedeva. Nè vi è la più lieve cagione per ricorrere ad una sì strana ipotesi,poichè il vero traspare dalla superficie stessa deʼ fatti. Per quanto tortuosa e subdola fosse la via nella quale cotesto uomo procedeva, la ragione che ve lo aveva spinto era semplice. La sua condotta è da attribuirsi alla possanza della cupidigia e del timore che avvicendavansi in unʼanima molto subietta ad entrambe cotali passioni, e che aveva occhio lesto anzichè acuto. Aveva mestieri di assai più potere e pecunia. Lʼuno ei poteva ottenere solamente a danno di Rochester, e lʼunico modo di conseguirlo a detrimento di Rochester, era quello di accrescere lʼavversione che il Re sentiva pei moderati consigli di Rochester. Danari, ei con grande agevolezza e in gran copia poteva ottenere dalla corte di Versailles; e Sunderland fu sollecito a vendersi a quella. Non aveva nessun vizio gioviale o generoso. Curava poco il vino e la beltà, ma bramava la ricchezza con insaziabile e irrefrenabile cupidigia. La passione del giuoco glʼinfuriava tempestosamente nellʼanima, nè era stata domata da perdite rovinosissime. Il suo avito patrimonio era grande. Egli aveva lungamente occupato uffici lucrosi, e non avea trascurata arte nessuna a renderli più lucrosi; ma la sua mala ventura aʼ giuochi di sorte fu tanta, che i suoi beni diventavano quotidianamente più gravati di debiti. Sperando di disimpacciarsi da tante molestie, rivelava a Barillon tutti i disegni che il governo inglese meditasse ostili alla Francia, ed accennò che, pei tempi che correvano, un Segretario di Stato poteva rendere servigi che Luigi avrebbe fatto opera savia a pagare largamente. Lo ambasciatore disse al proprio signore, che sei mila ghinee era la minore gratificazione che potesse offrirsi ad un così importante ministro. Luigi assentì a dare venticinque mila scudi, somma equivalente a circa cinque mila seicento lire sterline. Fu stabilito che Sunderland riceverebbe annualmente la predetta somma, e che egli in ricompensa farebbe ogni sforzo per impedire il ragunarsi del Parlamento.[59]
Si collegò quindi alla cabala gesuitica, e usò così destramente dellʼinfluenza della cabala, che gli venne fatto di succedere ad Halifax nellʼalta dignità di Lord Presidente, senza rinunziare allʼufficio maggiormente lucroso di Segretario.[60]Sentì nondimeno di non potere ottenere lʼequivalente influenza in Corte, finchè fosse riputato aderente alla Chiesa Anglicana. Tutte le religioni per lui erano una medesima cosa. Nelle private conversazioni aveva costume di parlare con profano dispregio delle cose più sacre. Deliberò, dunque, di dare al Re il diletto e la gloria di avere compita una conversione. Se non che, eravi dʼuopo qualche destrezza a ciò fare. Non vʼè uomo che sia affatto non curante dellʼopinione dei suoi simili; ed anche Sunderland, quantunque non sentisse molto la vergogna, rifuggiva dalla infamia della pubblica apostasia. Rappresentò la parte sua con esimio magistero. Agli occhi del mondo mostravasi protestante; nelle secreto stanze del re, assumeva il contegno di uno che, seriamente affaccendato ad indagare il vero, pressochè persuaso a dichiararsi Cattolico Romano, ed aspettando dʼessere maggiormente illuminato, era pronto a rendere tutti i possibili servigi ai credenti nella vecchia fede. Giacomo, che non ebbe mai grande discernimento, e nelle materie religiose era affatto cieco, in onta alla esperienza che aveva della umana malvagità, della malvagità deʼ cortigiani come classe, e di quella di Sunderland come individuo, si lasciò gabbare inducendosi a credere che la grazia aveva toccato il più falso e indurito deʼ cuori umani. Per molti mesi lo astuto ministro fu considerato in Corte come buon catecumeno, senza mostrarsi al pubblico in sembianza di rinnegato.[61]
Poco dopo, mostrò al Re lʼutilità dʼistituire un comitato secreto di Cattolici Romani, onde consigliare intorno a tutte le cose spettanti allʼinteresse della loro religione. Il comitatoadunavasi talvolta nelle stanze di Chiffinch, e talʼaltra negli appartamenti ufficiali di Sunderland, il quale, quantunque fosse tuttavia protestante di nome, era ammesso a tutte le deliberazioni di quello, e tosto giunse a predominarne tutti i membri. Ogni venerdì la cabala gesuitica desinava col Segretario. A mensa conversavano liberamente: e non risparmiavano nè anche le debolezze del Principe, verso il quale intendevano mostrarsi indulgenti. A Petre, Sunderland promise un cappello cardinalizio; a Castelmaine, una magnifica ambasciata a Roma; a Dover, un lucroso comando nelle guardie; e a Tyrconnel, un alto impiego in Irlanda. In tal guisa, stretti insieme dai più forti vincoli dellʼinteresse, costoro cooperavano a cacciare di seggio il Lord Tesoriere.[62]
XXXIV. Vʼerano due membri protestanti del Gabinetto, i quali non presero decisamente parte al conflitto. Jeffreys, in questo tempo, era torturato da una crudele infermità interna, esacerbata dalla intemperanza. In un pranzo che un ricco Aldermanno dètte ad alcuni deʼ principali membri del Governo, il Lord Tesoriere e il Lord Cancelliere ubriacaronsi tanto, che si spogliarono quasi ignudi, e vennero a stento impediti dallo arrampicarsi ad un piuolo per bere alla salute di Sua Maestà. Al pio Tesoriere non toccò altro che i pungoli della maldicenza per lʼosceno baccano; ma il Cancelliere fu assalito da un violento accesso del suo vecchio male. Per qualche tempo fu creduto in gravissimo pericolo di vita. Giacomo mostrossi inquietissimo, pensando di dovere perdere un ministro che gli conveniva sì bene, e disse, con qualche verità, la perdita di un tanto uomo non potersi così di leggieri riparare. Jeffreys, venuto in convalescenza, promise di sostenere ambedue i partiti, aspettando di vedere quale di loro fosse rimasto vittorioso. Esistono tuttora alcune curiose prove della sua doppiezza. È stato già notato che i due diplomatici francesi i quali trovavansi in Londra, sʼerano divisi fra loro la Corte. Bonrepaux era di continuo con Rochester, e Barillon stava con Sunderland. A Luigi nella medesima settimana fu scritto da Bonrepaux, che il Cancelliere era tutto dalla parte del Tesoriere,e da Barillon che il Cancelliere era in lega col Segretario.[63]
XXXV. Godolphin, cauto e taciturno, fece ogni sforzo a serbarsi neutrale. Le opinioni e i desiderii suoi erano senza dubbio con Rochester; ma, per debito dʼufficio, gli era necessario starsi sempre presso alla Regina, chʼei naturalmente voleva tenersi bene edificata. Certo, vʼè ragione a credere chʼegli sentisse per lei un affetto più romantico di quello che spesso nasce nel cuore dei vecchi uomini di Stato; e certe circostanze che adesso è uopo riferire, lʼavevano interamente gettato nelle mani della cabala gesuitica.[64]
Il Re, per quanto fosse uomo dʼindole severa e di grave contegno, rimaneva sotto lo impero delle malìe donnesche, quasi al pari del suo vivace ed amabile fratello. Se non che, la beltà delle leggiadre dame di Carlo non era qualità necessaria a muovere i sensi di Giacomo. Barbera Palmer, Eleonora Gwynn e Luisa de Querouaille annoveravansi tra le più avvenenti donne deʼ tempi loro. Giacomo, mentre era giovane, aveva perduta la libertà propria, era disceso dal proprio grado, e incorso nel dispiacere della propria famiglia per le grossolane fattezze di Anna Hyde. Tosto, a gran sollazzo di tutta la Corte, venne rapito alle braccia di una disavvenente consorte da una concubina anche più disavvenente, cioè da Arabella Churchill. La sua seconda moglie, quantunque avesse venti anni meno di lui, e non fosse spiacevole di viso e di persona, ebbe spessi motivi a lamentare la incostanza del marito. Ma di tutte le sue illecite relazioni, la più forte era quella che lo avvincolava a Caterina Sedley.
XXXVI. Questa donna era figliuola di Sir Carlo Sedley, uno deʼ più gai e dissoluti ingegni della Restaurazione. La licenza deʼ suoi scritti non è compensata da molta grazia e vivacità; ma il prestigio del suo conversare era riconosciuto anche dagli uomini più sobri che non facevano stima del suocarattere. Sedergli accanto in teatro, e udirlo a giudicare dʼuna nuova produzione, considerarsi quale insigne favore.[65]Dryden lo aveva onorato ponendolo precipuo interlocutore nel Dialogo intorno alla Poesia Drammatica. I costumi di Sedley erano tali, che anche in quellʼetà porsero grave argomento di scandalo. Una volta, dopo un baccano, si mostrò ignudo al balcone dʼuna taverna presso Covent Garden, arringando la gente che passava con linguaggio così sconcio e insolente, che fu ricacciato dentro da una pioggia di sassate, venne processato per indecente condotta, condannato ad una grossa multa, e dalla Corte del Banco del Re ricevette una invettiva espressa con energiche parole.[66]La sua figlia ne aveva ereditate le doti e la impudenza. Non aveva alcuna leggiadria di persona, tranne due occhi brillanti, lo splendore deʼ quali, agli uomini di gusto squisito, sembrava fiero e punto donnesco. Era magra di forme, e feroce di portamento. Carlo, benchè amasse di conversare secolei, rideva a vederla sì brutta, e soleva dire che i preti lʼavrebbero dovuta prescrivere a Giacomo come penitenza. Ella conosceva bene di non essere bella, e liberamente scherzava sulla propria disavvenenza. Nondimeno, con istrana incoerenza a sè stessa, amava ornare magnificamente la propria persona, e attirarsi i pungentissimi scherzi del pubblico, comparendo in teatro impiastrata, dipinta, coperta di trine di Bruxelles, e fiammeggiante di diamanti, affettando il grazioso contegno dʼuna giovinetta di diciotto anni.[67]
Non è agevole a spiegare di che natura fosse la influenza che ella esercitava sopra lʼanimo di Giacomo. Ei più non era giovine. Era religioso; almeno desiderava fare per la propria religione sforzi e sacrifici, da cui la più parte di coloro che si chiamano uomini religiosi avrebbero abborrito. Sembra strano che vi fossero al mondo attrattive le quali valessero a gettarlo in un modo di vita chʼegli avrebbe dovuto considerare altamente criminoso: e in questo caso, niuno poteva intendere in che consistevano tali attrattive. La stessa Caterina era stupefatta della violenta passione del suo reale amante. «Eʼ nonpuò essere per la mia bellezza» diceva essa, «poichè bisogna che egli veda che io non sono punto bella; non può essere per il mio spirito, poichè egli non ne ha tanto da conoscere chʼio ne abbia alcuno.»
Il Re, come fu asceso al trono, pel sentimento della nuova responsabilità che pesava sopra lui, aperse per qualche tempo lʼanima propria alle impressioni religiose. Fece ed annunziò molte buone determinazioni, parlò pubblicamente con gran severità degli empii e licenziosi costumi di quel tempo, e in privato assicurò la Regina e il confessore che non avrebbe mai più veduta Caterina Sedley. Le scrisse difatti scongiurandola di abbandonare gli appartamenti da lei occupati in Whitehall, e di trasferirsi in una casa in Saint Jamesʼs Square, che le era stata, a spese di lui, splendidamente addobbata. Le promise nel tempo stesso di darle una grossa pensione dalla sua borsa privata. Caterina, destra, forte, intrepida, e conscia del proprio potere, lo compiacque. Dopo pochi mesi, cominciossi a vociferare che Chiffinch aveva di nuovo ripreso lʼesercizio del proprio ufficio, e che la druda spesso andava e veniva per lʼuscio segreto, pel quale fu fatto passare Padre Huddleston allorquando portò lʼEucaristia al moribondo Carlo. Eʼ sembra che i ministri protestanti del Re sperassero che la cecità del loro signore per cotesta donna, lo avrebbe guarito della cecità assai più perniciosa che lo spingeva aʼ danni della loro religione. Caterina aveva tutti i requisiti che le erano necessari a governare i sentimenti e gli scrupoli del Re, e porgli in piena luce dinanzi allo sguardo tutte le difficoltà e i pericoli contro ai quali ei correva ad urtare a capo fitto.
XXXVII. Rochester, campione della Chiesa, sforzossi di accrescere siffatta influenza. Ormond, che è popolarmente considerato come la personificazione di tutto ciò che vʼè di più puro ed elevato in un Inglese Cavaliere, approvò quel disegno. Perfino Lady Rochester non arrossì di cooperarvi, e con riprovevolissimi mezzi. Si tolse lo incarico di dirigere la gelosia dellʼoffesa moglie contro una giovinetta che era al tutto innocente. Tutta la Corte notò i modi freddi ed aspri con che la Regina trattava la povera fanciulla sospetta; ma la cagione del mal umore della Maestà Sua era un mistero. Per alcuntempo, cotesto intrigo andò innanzi con prospero successo e con segretezza. Caterina spesso ripeteva chiaramente al Re ciò che i Lordi protestanti del Consiglio osavano appena accennare con delicate parole. Gli diceva come la sua Corona corresse gravissimo pericolo: il vecchio pazzo Arundell e il furfante Tyrconnel lo condurrebbero alla rovina. Può darsi che le carezze di lei avessero potuto fare ciò che gli sforzi insieme congiunti della Camera deʼ Lordi e di quella deʼ Comuni, della Casa dʼAustria e della Santa Sede, non erano riusciti ad ottenere, se non fosse stata una strana avventura che fece onninamente mutare aspetto alle cose. Giacomo, in un accesso di amorosa insania, deliberò di creare la sua druda Contessa di Dorchester di proprio diritto. Caterina misurò tutto il pericolo di tal passo, e ricusò un onore che le avrebbe suscitata contro la invidia altrui. Lo amante ostinossi, e pose di forza il diploma nelle mani di lei. Ella infine accettò ad un patto, che serve a mostrare quanta fiducia avesse nella propria potenza e nella debolezza di lui. Gli fece solennemente promettere di non lasciarla giammai; ma che volendola lasciare, le dovesse annunziare egli stesso la propria risoluzione, e concederle un abboccamento.
Appena divulgossi la nuova dello innalzamento di lei, tutto il palazzo fu sossopra. La Regina sentì ribollirsi nelle vene il fervido sangue italiano. Altera della giovinezza e dellʼavvenenza propria, dellʼalto grado e della intemerata castità, non potè senza strazio di dolore e di rabbia vedersi abbandonata ed insultata per una simile rivale. Rochester, rammentando forse con quanta pazienza, dopo una breve lotta, Caterina di Braganza aveva acconsentito ad usare cortesia alle concubine di Carlo, aveva sperato che, dopo un poco di lamento e di sdegno, Maria di Modena si sarebbe mostrata egualmente sommessa. Eʼ non fu così. Nè anche si provò di ascondere agli occhi del mondo la violenza delle proprie emozioni. Quotidianamente, i cortigiani che andavano a vederla desinare, notavano come le vivande erano riportate via senza chʼella le avesse assaggiate. Le lacrime le scorrevano giù per le guance alla presenza di tutto il cerchio deʼ ministri e degli ambasciatori. Al Re parlò con veemenza. «Lasciatemi andare» esclamò. «Avete fatta lavostra druda contessa; fatela regina. Strappate dal mio capo la corona, e mettetela sopra il suo. Solo lasciatemi seppellire in qualche convento, chʼio non la vegga mai più.» Poi, con più calma, gli chiese in che guisa egli potesse conciliare la sua riprovevole condotta con lo spirito religioso di cui faceva mostra. «Voi siete pronto» disse ella «a porre a repentaglio il vostro Regno per la salute dellʼanima vostra, e nondimeno vi dannate lʼanima per amore di siffatta donna.» Padre Petre, prostrato sulle ginocchia, secondava la Regina. Era suo debito così fare; e lo adempiva valorosamente, poichè era connesso con lʼutile proprio. Il Re per qualche tempo si confessò peccatore, e si mostrò pentito. Nelle ore in che lo assalivano i rimorsi, faceva severe penitenze. Maria serbò fino allʼultimo dì di sua vita, e morente la legò al convento di Chaillot, la disciplina con che Giacomo aveva scontate le proprie peccata flagellandosi vigorosamente le spalle. Nulla, fuorchè lo allontanamento di Caterina, avrebbe potuto porre fine a cotesto conflitto tra un abietto amore ed una superstizione abietta. Giacomo le scrisse, supplicandola e comandandole di partire. Confessava di averle promesso che le avrebbe detto addio col proprio labbro. «Ma conosco pur troppo» soggiungeva «lo impero che voi avete sopra di me. Non avrei forza dʼanimo bastevole a tenermi fermo nella mia risoluzione, se consentissi a rivedervi.» Le offerse un legno per trasportarla, con tutti i comodi e il decoro, alle Fiandre; e le minacciò che ove non si fosse indotta ad andarsene quietamente, sarebbe stata mandata via per forza. La donna, in sulle prime, provò di destare la pietà del Re fingendosi inferma. Poscia prese il contegno dʼuna martire, ed impudentemente si spacciò di patir tanto per la religione protestante. Riprese quindi i modi di Giovanni Hampden, sfidando il re a mandarla via; nel quale caso se ne sarebbe richiamata ai tribunali. Finchè laMagna Cartae lʼHabeas Corpuserano leggi del Regno, ella voleva starsi dove meglio le talentasse. «E in Fiandra» gridò ella «giammai! Ho imparato una cosa dalla Duchessa di Mazzarino mia amica, ed è di non fidarmi mai dʼun paese dove siano conventi.» Alla perfine, elesse lʼIrlanda come luogo dʼesilio, probabilmente perchè ivi era vicerè il fratello di Rochestersuo protettore. E dopo molto indugiare, ella si partì, lasciando vittoriosa la Regina.[68]
La storia di questo stranissimo intrigo sarebbe incompiuta, ove non aggiungessi che esiste tuttora una meditazione religiosa, scritta di mano propria dal Lord Tesoriere, nel giorno stesso in cui la notizia chʼegli si provava di governare il suo signore per mezzo dʼuna concubina, fu trasmessa da Bonrepaux a Versailles. Nessun componimento di Ken o di Leighton è imbevuto di spirito più fervido e di pietà più esaltata, che questa religiosa effusione. Non può tenersi in sospetto dʼipocrisia; imperocchè manifesto si conosce che quello scritto doveva solo servire per uso privato dello scrittore, e non fu pubblicato se non cento e più anni dopo chʼegli giaceva cenere ed ossa dentro il sepolcro. Fino a tal segno la storia supera in istranezza la finzione! ed è pur troppo vero che la natura ha capricci che lʼarte non osa imitare. Un poeta drammatico mal si rischierebbe a porre sulla scena un principe severo, nel verno degli anni, pronto a sacrificare la corona per giovare la propria religione, instancabile nel fare proseliti, che ad unʼora abbandonava ed insultava la moglie giovine e bella, per vaghezza d1 una druda che non aveva nè giovinezza nè beltà. Anche meno, se pure è possibile, un drammaturgo ardirebbe immaginare un uomo di Stato che si abbassi al vergognoso mestiere di mezzano dʼamore, e chiami la propria moglie ad aiutarlo in quel disonorevole ufficio; e nulladimanco, nei momenti dʼozio, ridottosi nel domestico ritiro, innalzi lʼanima a Dio, spargendo lacrime di penitenza e recitando devote giaculatorie.[69]
XXXVIII. Il Tesoriere presto sʼaccôrse che servendosi di mezzi scandalosi per giungere ad un laudevole fine, aveva commesso non solo un delitto ma uno sbaglio. Adesso la Regina gli era divenuta nemica. Ella fece sembiante, a dir vero, di ascoltare con cortesia le parole con che gli Hydes tentarono di scusare, come meglio poterono, la propria condotta; e in alcune occasioni mostrò di usare la sua influenza a favor loro: ma avrebbe dovuto essere o da più o da meno che non è una donna, se avesse veramente dimenticata la congiura ordinata dalla famiglia della prima moglie di Giacomo contro la sua dignità e felicità domestica. I Gesuiti, con rigorose parole, dimostrarono al Re il pericolo dal quale era, quasi per miracolo, campato, dicendo come la riputazione, la pace e lʼanima di lui fossero state poste a repentaglio per le trame del suo primo ministro. Il Nunzio, che volentieri avrebbe frustrato la influenza del partito violento, e cooperato cogli uomini moderati del Gabinetto, non potè onestamente e decentemente dividersi in questa occasione da Padre Petre. Lo stesso Giacomo, dopo che il mare lo ebbe partito dalle malìe onde era stato sì fortemente affascinato, non potè non sentire ira e dispregio verso coloro i quali sʼerano studiati di governarlo per mezzo deʼ suoi vizi. Le cose successe era mestieri che gli facessero maggiormente stimare la sua Chiesa, e disistimare quella dʼInghilterra. I Gesuiti che, come correva la moda, erano chiamati i più pericolosi deʼ consiglieri spirituali, sofisti che sovvertivano tutto il sistema della morale evangelica, adulatori che andavano debitori del proprio potere principalmente alla indulgenza con cui trattavano i peccati deʼ grandi, lo avevano ritratto da una vita colpevole con rimproveri acri ed arditi, come quelli che Natan fece a David, o Giovanni Battista ad Erode. Dallʼaltra parte, i fervidi Protestanti, che parlavanosempre della rilassatezza deʼ casisti papali, e della malvagità di operare il male perchè se ne potesse conseguire il bene, avevano tentato di procurare il bene della propria Chiesa per una via considerata da ogni cristiano come gravemente criminosa. La vittoria della cabala deʼ pessimi consiglieri fu quindi compiuta. Il Re trattò freddamente Rochester. I cortigiani e i ministri stranieri tosto si accôrsero che il Lord Tesoriere era primo ministro solamente di nome. Seguitò a dare consigli ogni giorno, ed ebbe lʼonta di vederli ogni giorno rigettati. Nulladimeno, non sapeva indursi ad abbandonare quellʼapparenza di potere, e gli emolumenti che direttamente e indirettamente ei ricavava dal suo alto ufficio. Fece quindi quanto potè per nascondere agli occhi del pubblico lʼamarezza dellʼanima sua. Ma le sue violenti passioni e le sue intemperanti abitudini non gli concedevano di sostenere la parte di simulatore. Il suo conturbato aspetto, sempre che egli usciva dalla sala del Consiglio, mostrava che non erano stati lieti i momenti ivi passati; e quando il bicchiere gli scaldava il cervello, gli fuggivano di bocca parole che manifestamente rivelavano la inquietudine dellʼanimo.[70]