Chapter 6

LX. Ma era ben noto che la barbarie non apriva, così agevolmente come lʼapostasia, il varco al cuore di Giacomo. Alla apostasia, dunque, Perth e Melfort ricorsero con certa audace abiettezza, che nessuno inglese uomo di Stato avrebbe potuto sperar di uguagliare. Dichiararono che ambidue erano stati convertiti dagli scritti trovati entro la cassa forte di Carlo II, e che avevano incominciato a confessarsi e ad ascoltare la Messa.[125]Quanto poco entrasse la coscienza nella conversione di Perth, ne fu chiaro argomento lʼavere egli sposata, pochi giorni dopo, a dispetto delle leggi della religione da lui pur allora abbracciata, una sua cugina germana, senza provvedersi dʼuna dispensa. Come il buon Pontefice seppe la nuova del fatto, disse, con quello spregio e disdegno convenevole alla dignità sua, quella essere una strana specie di conversione.[126]Ma Giacomo ne rimase più agevolmente satisfatto. I due apostati sʼappresentarono a Whitehall, dove riceverono tali assicurazioni di favore, che provaronsi di apporre direttamente addebiti al Tesoriere. Ma tali addebiti erano così manifestamente frivoli, che a Giacomo fu forza di assolvere lo accusato ministro; e molti credettero che il Cancelliere si fosse rovinato per la maligna voglia di rovinare il rivale. Taluno, nondimeno, faceva più esatto giudicio. Halifax, al quale Perth manifestò qualche timore, rispose, con un sorriso di scherno, che non vʼera punto pericolo. «Staʼ di buon animo, Milord; la tua fede ti ha salvato.» La profezia fu vera. Perth e Melfort ritornarono a Edimburgo capi del Governo della loro patria.[127]Un altro membro dei Consiglio Privato di Scozia,cioè Alessandro Stuart, conte di Murrey, discendente ed erede del Reggente, abiurò quella religione della quale il suo illustre antenato era stato precipuo campione, e si dichiarò membro della Chiesa di Roma. Devoto, come sempre era stato Queensberry, alla causa della regia prerogativa, non poteva resistere ai suoi competitori, i quali ambivano, mostrandosi ligii al Sovrano, acquistarne la grazia. Gli toccava sostenere mille mortificazioni ed umiliazioni, simili a quelle che, verso quel tempo, cominciarono ad amareggiare la vita del suo amico Rochester.LXI. Giunsero a Edimburgo lettere regie che autorizzavano i papisti ad occupare gli uffici senza essere sottoposti allʼAtto di Prova. Al clero fu fatto rigoroso comandamento di non fare nelle prediche riflessioni sulla Religione Cattolica Romana. Il Cancelliere si tolse il carico di mandare i mazzieri del Consiglio Privato attorno per le poche tipografie e librerie che allora si trovavano in Edimburgo, ad ordinar loro di non pubblicare nessuna opera senza sua licenza. Intendevasi bene che tale ordine doveva impedire la circolazione degli scritti protestanti. Un onesto cartolaro disse ai mazzieri, chʼegli aveva in bottega un libro che con dure parole discorreva del papismo, e chiese di sapere se lo potesse vendere. Coloro domandarono di vederlo, ed egli mostrò loro un esemplare della Bibbia.[128]Un carico dʼimmagini, di rosari, di croci e di turiboli, giunse a Leith, diretto a Lord Perth. La importazione di tali cose da lungo tempo consideravasi illegale; ma adesso glʼimpiegati delle dogane le lasciarono passare liberamente.[129]Poco dopo si seppe che una cappella papalina era stata accomodata nella casa del Cancelliere, e che vi si celebrava regolarmente la Messa. Insorse la plebe, ed assaltò ferocemente il luogo dove celebravansi i riti idolatrici. Strappò le inferriate delle finestre. Lady Perth, ed alcune altre donne sue amiche, furono imbrattate di fango. Uno deʼ faziosi fu preso, e condannato per ordine del Consiglio Privato alla fustigazione. I suoi compagni lo liberarono, e bastonarono il boia. La città per tutta la notte fu in tumulto. Gli studenti della Università si congiunseroalla folla, incoraggiando glʼinsorti. I borghesi zelanti bevevano alla salute deʼ giovani collegiali, a confusione deʼ papisti; e vicendevolmente facevansi animo ad affrontare i soldati. Questi, che erano già sotto le armi, furono ricevuti con una pioggia di sassate, nella quale un ufficiale rimase ferito. Fu dato ordine di far fuoco; e vari cittadini furono uccisi. Il tumulto fu serio; ma i Drummonds, infiammati dallʼodio e dallʼambizione, stranamente lo esagerarono. Queensberry fece osservare, che la loro relazione avrebbe fatto credere, a chiunque non fosse stato testimonio oculare, che in Edimburgo fosse seguita una sedizione formidabile quanto quella di Masaniello. Essi, allʼincontro, accusarono il Tesoriere non solo di scemare la gravità del delitto, ma dʼaverlo suggerito, e fecero ogni possibile sforzo a procurarsi una prova della colpa di lui. Ad uno deʼ capi, che cadde nelle mani del Governo, fu offerta la grazia, a patto che confessasse dʼessere stato incitato a tumultuare da Queensberry: ma lo stesso entusiasmo religioso che aveva spinto lo sventurato prigione ad illegittima violenza, glʼimpedì di comprare la propria vita con una calunnia. Egli e vari altri deʼ suoi complici furono impiccati. Un soldato che accusavano dʼavere gridato, mentre infuriava la sommossa, come egli desiderasse di dare addosso con la spada ad un papista, venne fucilato; in Edimburgo fu ristabilita la tranquillità: ma coloro che patirono il rigore del Governo furono considerati come martiri; e il Cancelliere papista divenne segno ad un odio mortale, che tra non molto tempo fu ampiamente appagato.[130]LXII. La collera si accese nellʼanimo del Re. La nuova del tumulto gli pervenne mentre la Regina, aiutata dai Gesuiti, aveva pur allora riportata vittoria sopra Lady Dorchester e i suoi collegati protestanti. I malcontenti si accorgerebbero, disse egli, che il solo effetto della resistenza che avevano fatta alla sua volontà, era di renderlo sempre più fermo nel proprio proponimento.[131]Spedì ordini al Consiglio Scozzese dipunire con estrema severità i colpevoli, e dʼadoperare senza ritegno lo stivaletto.[132]Simulò di essere profondamente convinto della innocenza del Tesoriere, e gli scrisse cortesissime parole; alle quali parole tennero dietro scortesissimi atti. Il Tesoro scozzese fu affidato ad una Commissione, in onta alle calde insistenze di Rochester, il quale probabilmente previde la propria sorte in quella del proprio parente.[133]Queensberry fu nominato Primo Commissario, e Presidente del Consiglio Privato; ma la sua caduta, quantunque siffattamente addolcita, era sempre una caduta. Gli fu tolto anche il comando del Castello dʼEdimburgo, ed in quel posto di fiducia gli successe il Duca di Gordon, cattolico romano.[134]LXIII. Giunse da Londra al Consiglio Privato una lettera, nella quale erano appieno dichiarati glʼintendimenti del Re. Ei voleva che i Cattolici Romani fossero esenti dalle leggi che imponevano pene e incapacità civili a coloro che non si uniformassero alla religione dello Stato; voleva, inoltre, che si perseguissero senza pietà i Convenzionisti.[135]Ciò incontrò grave opposizione in Consiglio. Alcuni non amavano vedere rilassate le leggi esistenti. Altri, che a ciò non erano punto contrari, sentivano ancora quanto sarebbe stato mostruoso ammettere i Cattolici Romani alle dignità dello Stato, e frattanto non revocare lʼAtto che puniva di morte chiunque intervenisse ad un conventicolo presbiteriano. La risposta del Consiglio, quindi, non fu, secondo lʼusato, ossequiosa.LXIV. Il Re riprese severamente glʼirriverenti consiglieri, e ordinò che tre di loro, cioè il Duca di Hamilton, Sir Giorgio Lockhart e il Generale Drummond, si recassero a Westminster presso lui. Lʼabilità e la istruzione di Hamilton, quantunque non fossero tali da bastare a trarre un uomo dallʼoscurità, sembravano altamente rispettabili in uno che era primo Pari di Scozia. Lockhart era stato da lungo tempo consideratocome uno deʼ principali giureconsulti, logici, ed oratori che fossero mai stati nella sua patria, e godeva anche quella specie di stima che deriva dalle vaste possessioni; perocchè la sua opulenza era quale a queʼ tempi pochi deʼ nobili scozzesi possedevano.[136]Era stato, da ultimo, fatto Presidente della Corte di Sessione. Drummond, fratello minore di Perth e di Melfort, era comandante delle forze in Iscozia. Era uomo dissoluto e profano; ma, per un sentimento dʼonore, che mancava affatto ai suoi confratelli, abborriva dalla pubblica apostasia. Visse e morì, secondo lʼespressiva frase dʼun suo concittadino, da cattivo cristiano, ma da buon protestante.[137]Giacomo si compiacque dellʼossequiose parole con che gli favellarono i tre consiglieri, allorchè primamente comparvero al suo cospetto. Parlò assai bene di loro a Barillon, e in specie esaltò Lockhart, come il più esperto ed eloquente degli Scozzesi. Nondimeno, poco appresso si accôrse di non averli esattamente giudicati; e corse voce alla Corte, che fossero stati pervertiti dalle genti con le quali avevano usato famigliarmente in Londra. Hamilton stava molto in compagnia deʼ saldi partigiani della Chiesa Anglicana; e temevasi che Lockhart, il quale era congiunto alla famiglia Wharton, fosse caduto in una compagnia anche peggiore. E veramente, egli era naturale che quelli uomini di Stato, pur allora arrivati da un paese dove ora quasi sconosciuta ogni altra specie dʼopposizione, tranne quella che facevasi per mezzo dʼaperta insurrezione o dʼassassinio, e dove tutto ciò che non fosse furore eslege veniva considerato come avvilimento, rimanessero maravigliati vedendo il caldo e vigoroso e, nondimeno, sobrio scontento che regnava in Inghilterra, e nascesse in loro il pensiero di far prova di resistenza costituzionale alle voglie del Re. Dichiararonsi però dispostissimi ad alleggiare grandemente i Cattolici Romani, ma a due condizioni: primo, che una simile indulgenza venisse anco concessa ai settari calvinisti; e poi, che il Re promettesse solennemente di non tentar nulla a danno della religione protestante.LXV. Ambedue coteste condizioni spiacquero sommamentea Giacomo. Nondimeno, assentì con ripugnanza, dopo parecchi giorni di contrasto, che i presbiteriani venissero trattati con qualche indulgenza; ma non volle affatto concedere loro la piena libertà chʼegli voleva pei membri della sua propria religione.[138]La seconda condizione proposta daʼ tre consiglieri Scozzesi, ei ricusò positivamente dʼammettere, dicendo: la religione protestante essere falsa; per lo che egli non voleva promettere di non giovarsi del proprio potere a danno dʼuna falsa religione. La disputa fu lunga, e non condusse a conclusione che soddisfacesse ad alcuna delle parti.[139]Appressavasi il tempo stabilito alla ragunanza degli Stati Scozzesi; ed era dʼuopo che i tre consiglieri si partissero da Londra per trovarsi allʼapertura del Parlamento in Edimburgo. In questa occasione, Queensberry ricevette un altro affronto. Nellʼantecedente sessione aveva occupato lʼufficio di Lord Alto Commissario, e, come tale, rappresentava la maestà del Re assente. Simile dignità, che era la grandissima alla quale un nobile scozzese potesse aspirare, fu adesso conferita al rinnegato Murray.LXVI. Il dì vigesimonono dʼaprile, il Parlamento sʼadunò in Edimburgo. Vi si lesse una lettera, nella quale il Re esortava gli Stati ad alleggiare i suoi sudditi cattolici romani, ed offriva in ricambio il libero traffico con la Inghilterra, e una amnistia pei delitti politici. Fu istituita una Commissione onde compilare la risposta da farsi al Re. Tale Commissione, quantunque fosse nominata da Murray e composta di Consiglieri Privati e di cortigiani, scrisse una risposta, piena, a dir vero, di espressioni di riverenza e dʼossequio, ma che chiaramente indicava che il Parlamento avrebbe respinto la richiesta del Re. Gli Stati—diceva la Commissione—sarebbero andati sin dove avrebbe loro consentito la propria coscienza,per compiacere ai desiderii della Maestà Sua rispetto ai sudditi appartenenti alla Religione Cattolica Romana. Queste espressioni non soddisfecero punto il Cancelliere: nondimeno, gli fu forza accettarle, ed incontrò anche qualche difficoltà a persuadere il Parlamento perchè le adottasse. Alcuni zelanti partigiani del protestantismo obiettarono contro le parole Religione Cattolica Romana, dicendo non esistere tale religione; bensì una apostasia idolatra, che dalle leggi era punita col capestro: non essere quindi convenevole ad un Cristiano ricordarla con nomi onorevoli. Chiamare Cattolica una simile superstizione, era un rinunziare interamente alla questione che agitavasi fra Roma e le Chiese riformate. Lʼofferta del libero traffico con la Inghilterra, fu considerata come un insulto. «I nostri padri» disse un oratore «venderono il loro Re per lʼoro del mezzogiorno; e sopra noi pesa tuttavia il rimprovero di quellʼiniquo mercato. Non si dica di noi, che abbiamo venduto il nostro Dio!» Sir Giovanni Lauder di Fountainhall, uno deʼ Senatori del Collegio di Giustizia, propose le parole «le persone comunemente chiamate Cattoliche Romane.»—«E che! vorreste voi dare tal soprannome a Sua Maestà?» esclamò il Cancelliere. La risposta, così come fu formata dalla Commissione, passò; ma una grande e rispettabile minoranza votò contro le parole proposte, perchè troppo cortigiane.[140]Eʼ fu notato che i rappresentanti della città mostraronsi, quasi tutti, contrari al Governo. Fino allora essi erano stati di poco peso nel Parlamento, e generalmente considerati come sottoposti ai nobili potenti. Eglino adesso per la prima volta mostrarono indipendenza e risolutezza e spirito di colleganza tali, che la Corte ne ebbe terrore.[141]La risposta spiacque talmente a Giacomo, che non permise che si stampasse nella Gazzetta. Subito dopo, gli giunse la nuova, che una certa legge chʼegli voleva, vedere approvata, non sarebbe stata nè anche proposta. I Lordi degli Articoli, che avevano lʼufficio di formulare gli atti, intorno ai quali poscia gli Stati dovevano deliberare, erano virtualmente nominati dal Re. E anche i Lordi degli Articoli mostraronsidisubbidienti. Come si ragunarono i tre Consiglieri Privati, che erano di recente ritornati da Londra, si fecero capi della opposizione alle voglie del Re. Hamilton dichiarò apertamente di non poter fare ciò che gli veniva chiesto. Egli era suddito fido e leale; ma vʼera un limite imposto dalla coscienza. «La coscienza!» esclamò il Cancelliere «la coscienza è una parola vaga, che significa ogni cosa, o niente.» Lockhart, che sedeva in Parlamento come rappresentante della grande Contea di Lanark, lʼinterruppe dicendo: «Se la coscienza è una parola vuota di senso, la cambieremo con altra frase, che spero significhi qualche cosa. Tolgasi dunque via il vocabolo coscienza, e si adotti—le leggi fondamentali di Scozia.» Queste parole fecero nascere una virulenta discussione. Il Generale Drummond, che rappresentava la Contea di Perth, dichiarò di concordare con lʼopinione di Hamilton e di Lockhart. La maggior parte deʼ vescovi ivi presenti furono del medesimo parere.[142]Bene si scorgeva che nè anche nel Comitato degli Articoli Giacomo poteva avere una maggioranza. Tali nuove lo afflissero e lo irritarono. Parlò in tono dʼira e di minaccia,e punì alcuni deʼ suoi sediziosi ministri, sperando che ciò agli altri servisse dʼammonimento. Parecchi furono cacciati di Consiglio; altri privati delle pensioni, che erano molta parte delle loro entrate. Sir Giorgio Mackenzie di Rosehaugh fu la più cospicua di quelle vittime. Aveva lungamente occupato lʼufficio di Lord Avvocato, ed aveva avuta tanta parte nella persecuzione deʼ Convenzionisti, che fino ai dì nostri presso lʼaustero e religioso contadiname di Scozia serba una odiosa rinomanza, quasi simile a quella di Claverhouse. Mackenzie non aveva profondi studii giuridici; ma come ingegno dotto, spiritoso e fecondo, era altamente riputato fraʼ suoi concittadini; e la sua rinomanza si era sparsa per tutte le botteghe di Città in Londra e pei chiostri di Oxford. Quel che ci rimane delle sue orazioni forensi, lo fa estimare uomo fornito di egregie doti intellettuali; se non che il suo stile è imbrattato di quelle chʼegli certamente considerava come grazie ciceroniane: cioè di esclamazioni, che mostrano più arte che passione, e di amplificazioni studiate, in cui gli epiteti sono, lʼuno sopra lʼaltro, accumulati in pesantissimo modo. Adesso, per la prima volta, aveva manifestati scrupoli; e però, nonostante tutti i suoi diritti alla gratitudine del Governo, fu destituito del suo ufficio. Si ritrasse in campagna, e poco dopo andò a Londra onde scolparsi, ma gli fu negato lʼaccesso alla regia presenza.[143]Intanto che il Re in tal guisa provavasi di atterrire i Lordi degli Articoli, e indurli alla cieca ubbidienza, la pubblica opinione glʼinanimiva a non cedere. Gli estremi sforzi del Cancelliere non poterono far sì, che il sentire della nazione non si manifestasse dal pulpito e dalla stampa. Un libretto scritto con tale audacia ed acrimonia che nessun tipografo volle rischiarsi a stamparlo, girava per tutti i luoghi manoscritto. Le scritture degli avversarii avevano molto minore effetto, quantunque fossero diffuse a spese pubbliche, e gli Scozzesi difensori del Governo fossero soccorsi da un collega inglese di gran fama; voglio dire da Lestrange, che era stato mandato a Edimburgo ed alloggiava in Holyrood House.[144]Alla perfine, dopo tre settimane di continuo discutere, iLordi degli Articoli vennero ad una risoluzione. Proposero semplicemente, che ai Cattolici Romani fosse permesso di adorare Dio nelle case private, senza incorrere nelle pene comminate dalle leggi; e tosto si conobbe, che quantunque tale provvisione fosse assai lontana dalle richieste e speranze del Re, gli Stati o non lʼavrebbero approvata affatto, o lʼavrebbero approvata con grandi restrizioni e modificazioni.Mentre ferveva la contesa, Londra era in grande ansietà. Ogni relazione, ogni rigo giunto da Edimburgo, era avidamente letto. Un giorno spargevasi la voce che Hamilton avesse ceduto, e che il Governo lʼavrebbe vinta in tutto. Un altro arrivava la nuova che la opposizione si fosse rianimata, e si mostrasse più ostinata che mai. Nei momenti più critici, ordinavasi agli ufficii postali di mandare a Whitehall le valigie della Scozia. Per tutta una settimana, nè anche una lettera privata che venisse di là dal Tweed, fu distribuita in Londra. Ai tempi nostri, un simile interrompimento di comunicazione metterebbe sossopra lʼisola intera; ma allora vʼera così poco traffico e carteggio tra lʼInghilterra e la Scozia, che il danno fu probabilmente molto minore di quello che oggidì arrechi un breve indugio nello arrivo della valigia delle Indie. Mentre i mezzi ordinali di sapere le nuove erano in tal modo intercetti, la folla nelle gallerie di Whitehall osservava intentamente il contegno del Re e deʼ suoi ministri. Fu detto, a grande soddisfazione del popolo, che ogni qualvolta giungeva un corriere dal Nord, glʼinimici della religione protestante avevano aspetti sempre più tristi. Finalmente, con universale esultanza, fu annunziato che la lotta era terminata, il Governo non aveva potuto fare adottare le proposte misure, e il Lord Alto Commissario aveva aggiornato il Parlamento.[145]LXVII. Se Giacomo non fosse stato sordo ad ogni ammonimento, questi fatti sarebbero bastati ad ammonirlo. Pochi mesi avanti, il più ossequioso deʼ Parlamenti Inglesi aveva ricusato di cedere ai voleri di lui. Ma il più ossequioso deʼ Parlamenti Inglesi poteva considerarsi come unʼassemblea animosa e indipendente in agguaglio di qualunque Parlamentoche fosse mai stato in Iscozia; e lo spirito servile deʼ Parlamenti Scozzesi, era da trovarsi in altissimo grado estratto, dirò così, e condensato neʼ Lordi degli Articoli. Ed anche costoro sʼerano mostrati disubbidienti. Era, dunque, chiaro che tutte le classi, tutte le istituzioni che fino a quellʼanno erano state considerate come i più forti puntelli della monarchia, persistendo il Re nella sua insana politica, fossero da reputarsi come parte della forza dellʼopposizione. Nulladimanco, tutti cotesti segni gli tornavano inutili. Ad ogni querela egli dava una sola e medesima risposta; cioè che non cederebbe mai, perocchè le concessioni erano state la rovina di suo padre; e alla sua invincibile fermezza facevano plauso la Legazione Francese e la cabala gesuitica.Quindi dichiarò dʼessere stato troppo generoso allorchè sʼindusse a richiedere che gli Stati Scozzesi assentissero ai suoi desiderii. La regia prerogativa gli dava potestà di proteggere gli amici e di punire gli oppositori suoi. Fidavasi che in Iscozia la sua potestà di dispensare non gli verrebbe contrastata da nessuna corte di legge. Ivi esisteva un Atto di Supremazia, il quale dava al Sovrano tale un predominio sopra la Chiesa, che avrebbe potuto satisfare anco Enrico VIII. E però i Papisti furono ammessi in folla agli ufficii ed agli onori. Il vescovo di Dunkeld, che come Lord del Parlamento aveva fatta opposizione al Governo, fu arbitrariamente cacciato dalla sua sede, e gli fu dato un successore. Queensberry fu destituito da tutti i suoi impieghi, ed ebbe ordine di rimanere in Edimburgo, finchè fossero ricerchi ed approvati i conti del Tesoro per tutto il tempo della sua amministrazione.[146]E perchè i rappresentanti delle città erano stati i più sediziosi del Parlamento, fu deliberato di modificare ogni borgo in tutto il Regno. Simile cangiamento era stato poco innanzi fatto in Inghilterra per mezzo di sentenze giudiciarie; ma in quanto alla Scozia, un semplice mandato del Principe reputavasi sufficiente. Furono inibite tutte le elezioni deʼ Magistrati e Consigli municipali; e il Re assunse il diritto di nominare da sè glʼindividui a quegli ufficii.[147]In una lettera formale al ConsiglioPrivato annunziò che intendeva di erigere una Cappella Cattolica Romana nel palazzo di Holyrood; e comandò che i Giudici considerassero come nulle tutte le leggi contro i papisti, a pena dʼincorrere nella sua disgrazia. Confortò nondimeno i Protestanti Episcopali, assicurando loro che comunque egli fosse deliberato di proteggere la Chiesa Cattolica Romana contro loro, era egualmente deliberato a protegger loro contro ogni usurpazione dalla parte deʼ fanatici. A cotesta lettera Perth propose una risposta, espressa con servilissime parole. Il Consiglio comprendeva molti papisti; e i membri protestanti che continuavano a sedervi, erano intimiditi dalla ostinazione e severità del Re; ed osavano appena sommessamente mormorare. Hamilton profferì alcune parole contro la potestà di dispensare, ma affrettossi a palliarle spiegandole. Lockhart disse, che avrebbe amato meglio perdere il capo, anzi che apporre la sua firma ad una lettera quale era quella composta dal Cancelliere; ma ebbe destrezza di dire tali cose così piano, che fu udito dai soli amici. Le parole di Perth furono approvate con frivolissime modificazioni; gli ordini del Re furono eseguiti; ma un cupo scontento si diffuse in tutta quella minoranza della nazione scozzese, con lʼaiuto della quale il Governo fino allora aveva tenuto in freno la maggioranza.[148]LXVIII. Allorquando lo storico di questo perturbato regno rivolge lo sguardo alla Irlanda, lʼopera sua diventa singolarmente difficile e delicata. Ei procede—per usare la squisita immagine adoperata in simigliante occasione da un poeta latino—sopra un fuoco dʼingannatrici ceneri coperto. Il secolo decimosettimo, in quello sventurato paese, ha lasciato al decimonono un fatale retaggio di maligne passioni. Nessun a delle due razze ha perdonato di cuore i vicendevoli torti recati dai Sassoni difensori di Londonderry, e dai Celti difensori di Limerick. Fino ai dì nostri, una più che spartana alterigia deturpa le molte insigni qualità che caratterizzano i figli deʼ vincitori; mentre un sentimento da Iloti, misto dʼodio e di paura, si manifesta troppo spesso neʼ figli deʼ vinti.Nessuna delle caste avverse può equamente andare assolutadal biasimo; ma il maggior biasimo tocca a quellʼinsensato e testardo principe, il quale, posto in condizioni di poterle riconciliare, adoperò tutta la sua possa a soffiare nel fuoco della nimistà loro, e in fine le costrinse ad affrontarsi e pugnare per la vita e la morte.LXIX. Gli aggravi che i membri della sua Chiesa sostenevano in Irlanda, differivano grandemente da quelli chʼegli tentava di far cessare in Inghilterra e in Iscozia. Il Libro degli Statuti Irlandesi, poscia deturpato da una intolleranza barbara quanto quella deʼ tempi barbarici, allora conteneva appena un solo Atto, e non molto rigoroso, che imponesse penalità ai papisti, considerati come tali. Al di qua del Canale di San Giorgio, ciascun prete che avesse ricevuto un neofito nel grembo della Chiesa di Roma, era soggetto ad essere appeso alle forche e squartato. Al di là del Canale non correva simile pericolo. Un Gesuita che approdasse a Dover, metteva a repentaglio la vita, mentre poteva in sicurtà passeggiare per le vie di Dublino. Tra noi, niuno poteva occupare un ufficio, o anche procacciarsi da vivere come avvocato o maestro di scuola, senza avere solennemente prestato il giuramento di supremazia; ma in Irlanda un pubblico funzionario non era tenuto a prestare tale giuramento, se non quando gli veniva formalmente imposto.[149]La qual cosa non escludeva daglʼimpieghi niuno che il Governo avesse voluto promuovere. La prova sacramentale e la dichiarazione contro la transustanziazione erano ignote; ed ambedue le Camere del Parlamento ammettevano nel proprio seno glʼindividui di qualunque setta religiosa si fossero.LXX. Parrebbe, adunque, che lʼIrlandese Cattolico Romano fosse in posizione tale, da essere invidiato daʼ suoi confratelli dʼInghilterra e di Scozia. In fatto, nondimeno, le sue condizioni erano più misere ed ardue delle loro; imperciocchè,quantunque non fosse perseguitato come Cattolico Romano, era oppresso come Irlandese. Nel suo paese, il medesimo confine che partiva le religioni, divideva le razze; ed egli apparteneva alla razza vinta, soggiogata ed avvilita. Nel medesimo suolo stanziavano due popolazioni, localmente mescolate, ma mortalmente e politicamente divise. La differenza di religione non era la sola, e forse nè anche la principale differenza che esistesse tra loro. Discendevano da genti diverse, parlavano diversa lingua. Non solo differivano di carattere, ma lʼuna era opposta allʼaltra, quanto lo possono essere due qualunque altri caratteri di razze diverse in Europa: differivano per grado di civiltà. Tra coteste due popolazioni non poteva essere se non poca simpatia; e secoli di calamità e di danni hanno fatto nascere un forte vicendevole abborrimento. La relazione che la minoranza aveva con la maggioranza, somigliava a quella deʼ commilitoni di Guglielmo il Conquistatore coʼ villani sassoni, o a quella deʼ seguaci di Cortes coglʼIndiani del Messico.Il nome dʼIrlandesi allora davasi esclusivamente ai Celti, e a quelle famiglie, le quali, ancorchè non fossero dʼorigine celtica, avevano nel decorso degli anni adottati i celtici costumi. Queste genti, che erano probabilmente un poʼ meno dʼun milione, aderivano, tranne poche, alla Chiesa di Roma. Fra mezzo a loro risedevano circa dugento mila coloni, alteri del loro sangue sassone e della loro fede protestante.[150]La grande preponderanza del numero da una parte, era più che controbilanciata da una gran superiorità dʼintelligenza, di vigore e dʼordine, dallʼaltra. Sembra che glʼInglesi ivi stabiliti fossero per istruzione, energia e perseveranza più presto sopra che sotto lʼordinario livello della popolazione della madre patria. Allʼincontro, il contadiname aborigeno era in uno stato quasi selvaggio. Non lavoravano, se non quando sentivano il pungolo della fame. Contentavansi dʼabitazioni inferiori a quelle che in paesi più prosperi servivano per i bestiami domestici. Già la patata, radice la quale può essere coltivata quasi senza arte, industria o spesa, e non può lungamente tenersi ammassata in gran quantità,era divenuta lo alimento del popolo comune.[151]Da genti che siffattamente vivevano, non era da aspettarsi diligenza nè preveggenza. Anche a poche miglia da Dublino, il viandante, in un suolo che è il più fertile e verdeggiante che sia nel mondo, vedeva con disgusto le misere capanne, innanzi alle quali i barbari, squallidi e seminudi, stavano attoniti a guardarlo mentre passava.[152]LXXI. Lʼaristocrazia aborigena serbava ancora lʼorgoglio della sua nascita, ma aveva perduto la influenza che deriva dalla ricchezza e dal potere. Le terre deʼ signori erano state da Cromwell partite fraʼ suoi seguaci. Parte, a dir vero, del vasto territorio da lui confiscato, era stato reso, dopo la restaurazione della Casa Stuarda, agli antichi proprietari: ma grandissima parte rimaneva in mano deglʼInglesi, ivi stabiliti sotto la guarentigia di un Atto del Parlamento. Questo atto era rimasto in vigore pel corso di venticinque anni; e per virtù di quello, erano state fatte ipoteche, concessioni, vendite e fitti innumerevoli. Gli antichi gentiluomini irlandesi erano dispersi per tutto il mondo. I discendenti deʼ capitani Milesii brulicavano in tutte le corti e in tutti i campi militari del Continente. Quelli spogliati possidenti che rimanevano tuttavia nella patria loro, ripensavano amaramente alle loro perdite, piangevano la dignità od opulenza di che erano stati privati, e nutrivano le feroci speranze dʼunʼaltra rivoluzione. Un individuo appartenente a cotesto ceto, veniva dipinto daʼ suoi concittadini come un gentiluomo che sarebbe dovizioso ove gli fosse resa giustizia, e che sarebbe provveduto dʼun ricco stato ove potesse riaverlo.[153]Rade volte ei si dava a qualche pacifica occupazione. Reputava il commercio più disonorevole del ladroneccio. Talvolta ei diventava predone; talʼaltra, a dispetto della legge, studiavasi di vivere a spese degli antichi affittuari di sua famiglia, i quali, per quanto tristi fossero le loro condizioni, non potevano ricusare parte del loro alimento ad uno che essi seguitavano a considerare comelegittimo signore.[154]Quel gentiluomo che avesse avuta la sorte di serbare o riavere qualcuna delle sue terre, spesso viveva a guisa di principotto dʼuna tribù selvaggia, e delle umiliazioni che la razza dominante gli faceva soffrire, rifacevasi governando dispoticamente i propri vassalli, immerso nelle voluttà dʼun rozzo harem, o abbrutendosi quotidianamente con liquori spiritosi.[155]Politicamente, ei non contava nulla. Egli è vero che non vʼera statuto che lo escludesse dalla Camera deʼ Comuni; ma aveva quasi tanto poca probabilità ad essere eletto membro del Parlamento, quanto negli Stati Uniti ne ha un mulatto ad essere eletto senatore. Difatti, un solo papista, dalla Ristaurazione in poi, era stato eletto al Parlamento Irlandese. Il potere legislativo ed esecutivo era interamente nelle mani dei coloni inglesi; la preponderanza deʼ quali era sostenuta da unʼarmata stanziale di sette mila uomini, del cui zelo per ciò che chiamavasi glʼinteressi inglesi, il Governo di Londra poteva fidarsi.[156]Rigorosamente esaminando la cosa, si conoscerà che nè lʼIrlandismo nè lʼInglesismo formavano un corpo perfettamente omogeneo. La distinzione fra glʼIrlandesi di razza celtica, e glʼIrlandesi discendenti dai seguaci di Strongbow e di De Burgh, non era affatto cancellata. I Fitz alcuna volta osavano parlare con dispregio degli Oʼ e dei Mac; e questi talvolta siffatto dispregio ricambiavano con lʼodio. Nella precedente generazione, uno deʼ più potenti degli Oʼ Neill ricusò di mostrare il più lieve segno di rispetto a un gentiluomo cattolico romano dʼorigine normanda. «Dicesi che la sua famiglia sia rimasta tra noi per quattro cento anni. Non importa. Io odio quel villano come se fosse arrivato ieri.»[157]Nulladimeno, eʼ pare che tali sentimenti fossero rari, e che lalotta la quale da lungo tempo ardeva fra i Celti aborigeni e glʼInglesi degeneri, avesse pressochè ceduto alla lotta più feroce che divideva ambedue le razze dalla colonia moderna e protestante.LXXII. La colonia era anchʼessa lacerata da intestine contese, si nazionali che religiose. Di quei che la componevano, i più erano Inglesi; ma non pochi erano delle contrade meridionali della Scozia. Metà appartenevano alla Chiesa Anglicana; gli altri erano Dissenzienti. Ma in Irlanda lo Scozzese e lʼInglese erano fortemente vincolati dalla comune origine: lʼAnglicano e il Presbiteriano lo erano dal protestantismo comune. Tutti i coloni avevano comuni la lingua e glʼinteressi pecuniarii. Erano circondati da nemici comuni, e potevano vivere sicuri per mezzo di cautele e sforzi comuni. Perle quali cose, le poche leggi penali che erano state fatte in Irlanda contro i Protestanti Non-Conformisti, erano lettera morta.[158]La bacchettoneria dei più ostinati partigiani della Chiesa, non poteva allignare al di là del Canale di San Giorgio. Appena il Cavaliere giungeva in Irlanda e vedeva che senza valido e coraggioso aiuto deʼ suoi compatriotti puritani, egli e tutta la sua famiglia avrebbe corso pericolo dʼessere assassinato daʼ ladroni papisti, lʼodio chʼei sentiva contro il Puritanismo, cominciava, suo malgrado, ad intiepidire e spegnersi. Fu notato da uomini illustri di ambedue i partiti, che un Protestante il quale in Irlanda veniva chiamato Tory, in Inghilterra sarebbe stato tenuto per Whig moderato.[159]I Protestanti Non-Conformisti da parte loro tolleravano, con pazienza maggiore di quanta potesse da loro aspettarsi, la vista del più assurdo ordinamento ecclesiastico che sia maistato nel mondo. Quattro arcivescovi e diciotto vescovi erano impiegati a reggere circa la quinta parte del numero degli Anglicani che abitavano nella sola diocesi di Londra. Del clero parrocchiale, gran parte erano pluralisti, e risedevano lungi dalle loro cure. Vʼerano alcuni che dai propri beneficii ricavavano poco meno di mille lire sterline di rendita annua, senza mai adempire al loro ufficio spirituale. E non pertanto. questa istituzione mostruosa ai Puritani stabiliti in Irlanda, spiaceva meno che la Chiesa Anglicana ai settari inglesi. Imperocchè in Irlanda le scissure religiose erano subordinate alle nazionali; e il Presbiteriano, mentre come teologo non poteva non condannare la gerarchia stabilita, sentiva per essa una specie di compiacimento, qualvolta la considerava come un sontuoso e pomposo trofeo della vittoria riportata dalla illustre razza da cui discendeva.[160]In tal modo i mali che pativano i Romani Cattolici irlandesi, non avevano nulla di comune con quelli deʼ Cattolici inglesi. Il Cattolico Romano delle Contee di Lancaster o di Stafford altro far non doveva che diventare protestante, e subito trovavasi, per ogni rispetto, nel medesimo livello in cui erano i suoi vicini: ma se i Cattolici Romani di Munster o di Connaught si fossero fatti protestanti, sarebbero sempre rimasti un popolo soggetto. Tutti i danni che il Cattolico Romano avesse potuto patire, in Inghilterra, erano effetto di durissime leggi, e vi si poteva porre rimedio con leggi più liberali. Ma fra le due popolazioni che abitavano in Irlanda, era una ineguaglianza, la quale non essendo cagionata dalle leggi, non poteva per virtù di quelle cessare. Lo impero che lʼuna esercitava sullʼaltra, era quello della opulenza, sopra la povertà, del sapere sopra lʼignoranza, e della cultura sopra la barbarie.LXXIII. E parve che lo stesso Giacomo, in sul principio del suo regno, conoscesse perfettamente le sopra esposte cose. I perturbamenti dellʼIrlanda, diceva egli, nascevano non dalle differenze tra Cattolici e Protestanti, ma da quelle traIrlandesi ed Inglesi.[161]Le conseguenze che da tali premesse avrebbe dovuto dedurre, erano chiare; ma, sventuratamente, per lui e per lʼIrlanda, ei non seppe conoscerle.Se si fosse potuta mitigare la sola animosità nazionale, non vʼè dubbio che lʼanimosità religiosa, non essendo tenuta desta da crude leggi penali, e da rigorosi Atti di Prova, si sarebbe spenta da sè. Calmare una animosità nazionale simile a quella che vicendevolmente sentivano le due razze abitatrici della Irlanda, non poteva essere opera di pochi anni. Nondimeno, un savio e buon principe vi avrebbe, potuto molto contribuire; e Giacomo lʼavrebbe potuto imprendere con vantaggi che nessuno deʼ suoi predecessori o successori ebbe giammai. Come Inglese e Cattolico Romano, egli apparteneva mezzo alla casta dominatrice e mezzo alla dominata, e però aveva i requisiti necessari a far la parte di mediatore fra esse. Nè riesce difficile indicare la via chʼegli avrebbe dovuto prendere. Avrebbe dovuto dichiarare inviolabile la proprietà territoriale esistente, ed annunziare ciò in modo così efficace da calmare lʼansietà deʼ nuovi possidenti, e da estinguere le sinistre speranze che i vecchi proprietari potessero nutrire. Poco importava chiarirsi se vi fosse ingiustizia nel passaggio deʼ beni da uno ad un altro individuo. Quel passaggio, giusto o ingiusto, era seguito tanti anni innanzi, che rovesciarlo sarebbe stato il medesimo che crollare le fondamenta della società. È dʼuopo che ci sia un limite di tempo ad ogni diritto. Dopo trentacinque anni di non interrotto possesso, dopo venticinque, anni di possesso solennemente guarentito dalle leggi, dopo innumerevoli fitti e cessioni, ipoteche e legati, era troppo tardi porre ad esame la validità deʼ titoli. Nondimeno, qualche cosa si sarebbe potuta fare a guarire, i cuori lacerati e rialzare, le prostrate fortune deʼ gentiluomini irlandesi. I coloni erano in prospere condizioni. Avevano grandemente migliorate le loro terre facendovi su fabbricati, piantagioni e chiuse. In pochi anni la rendita era quasi raddoppiata; il commercio era vivo; e le pubbliche entrate, che ascendevano quasi a trecento mila sterline lʼanno, erano più che bastevolialle spese del Governo locale, e davano un avanzo che mandavasi in Inghilterra. Non vʼera dubbio alcuno, che il primo Parlamento che si fosse ragunato in Dublino, ancorchè rappresentasse quasi esclusivamente glʼinteressi inglesi, in ricompensa alla promessa che il Re avrebbe fatta di mantenere queglʼinteressi neʼ loro diritti legali, gli avrebbe volentieri concessa una considerevolissima somma onde indennizzare, almeno in parte, le famiglie irlandesi ingiustamente spogliate. In cotesto modo, aʼ tempi nostri, il Governo Francese pose fine ai litigi nati dalla più vasta confisca che sia mai stata in Europa. E in simil modo, se Giacomo avesse seguito il parere deʼ suoi consiglieri protestanti, avrebbe almeno grandemente mitigato uno dei precipui mali che affliggevano lʼIrlanda.[162]Fatto ciò, egli avrebbe dovuto affaticarsi a porre in armonia le razze avverse, proteggendo imparzialmente i diritti e frenando gli eccessi di entrambe. Avrebbe dovuto punire con pari severità lʼindigeno che trascorreva alla licenza della barbarie, e il colono che abusava della forza della civiltà. Fino al punto cui poteva giungere la legittima autorità della Corona—e in Irlanda era molto estesa—niuno che per occupare un ufficio avesse i requisiti dʼintegro e di esperto, avrebbe dovuto esserne escluso a cagione della razza alla quale apparteneva e della religione che professava. È probabile che un Re Cattolico Romano, potendo liberamente disporre dʼuna grossa rendita, avrebbe, senza grave difficoltà, potuto persuadere i prelati e i preti cattolici romani a cooperare con lui nella grande impresa della riconciliazione. Molto, nondimeno, sarebbe rimasto a farsi dalla mano riparatrice del tempo. La razza natia avrebbe dovuto imparare dalla colonia la industria e la preveggenza, le arti del vivere civile, e la lingua dellʼInghilterra. Non poteva essere uguaglianza tra uomini che abitavano dentro case, e uomini che stavansi dentro porcili; tra gli uni che si cibavano di pane, o gli altri che alimentavansi di patate; tra quelli che parlavano la nobile favella digrandi filosofi e poeti, e questi che, con pervertito orgoglio, vantavansi di non potere contorcere la loro bocca a balbettare un gergo nel quale erano scritti gli Augumenti delle Scienze e il Paradiso perduto.[163]Nulladimeno, non è irragionevole il credere che se la moderata politica la quale siamo venuti esponendo, fosse stata fermamente seguita dal Governo, ogni distinzione si sarebbe andata a poco a poco cancellando; e adesso non vi sarebbe vestigio della ostilità che ha formata la sciagura della Irlanda, come non ne esiste della avversione che un tempo regnava tra i Sassoni e i Normanni in Inghilterra.LXXIV. E fu sventura che Giacomo, invece di farsi mediatore, divenisse il più feroce e dissennato uomo di parte. Invece di calmare il rancore delle due popolazioni, lʼinfiammò fino ad un punto non mai prima veduto. Deliberò di invertire la loro posizione relativa, e porre i coloni protestanti sotto i piedi deʼ Celti papisti. Appartenere alla Chiesa Anglicana, essere di razza inglese, era agli occhi suoi un demerito per conseguire gli uffici civili e militari. Meditava il disegno di confiscare nuovamente e partire il suolo di mezza lʼisola; e manifestava così chiaramente tale pensiero, che una classe degli abitatori dellʼIrlanda fu tosto agitata da terrori chʼei poscia invano volle calmare, e lʼaltra da speranze chʼegli poi vanamente si studiò di frenare. Ma questa era piccolissima parte della sua colpa e demenza. Stabilì deliberatamente, non solo di dare agli abitatori aborigeni dellʼisola lʼintero possesso del loro paese, ma di giovarsene anche come strumenti per istabilire la tirannide in Inghilterra. Lʼesito di questo divisamento fu quale era da prevedersi. I coloni si posero in sulle difese, con la invincibile pertinacia della loro razza. La madre patria considerava come sua propria la causa loro. Allora seguì una lotta disperata per una terribile partita di giuoco, sulla quale ambe le parti posero ogni cosa più caramente diletta: nè possiamo giustamente biasimare lʼIrlandese o lʼInglese per avere, in tanta estremità, ubbidito alla legge della propria difesa. Il conflitto futremendo, ma breve. Il più debole cedette. La sua sorte fu crudele; e nondimeno la crudeltà onde fu trattato, era degna, non di difesa, ma di scusa; imperocchè, quantunque egli avesse sofferto tutto ciò che la tirannia possa infliggere, non patì più di quanto egli stesso avesse inflitto altrui. Lo effetto dellʼinsano attentato di soggiogare la Inghilterra per mezzo della Irlanda, fu che glʼIrlandesi divennero servitori deglʼInglesi. Gli antichi possidenti sforzandosi di ricuperare ciò che avevano perduto, perderono la maggior parte di ciò che era loro rimasto. Il breve predominio del papismo produsse poi tal numero di leggi barbare contro il papismo, che il libro statutario dʼIrlanda è passato in proverbio dʼinfamia per tutta la Cristianità. Tali furono gli amari frutti della politica di Giacomo.Abbiamo già veduto che uno deʼ primi suoi atti, dopo che ascese al trono, fu quello di richiamare Ormond dalla Irlanda. Ormond in quel Regno era considerato come capo deglʼinteressi inglesi; aderiva fermamente alla religione protestante; e il suo potere eccedeva dʼassai quello di un ordinario Lord Luogotenente, prima perchè per grado ed opulenza era il più grande fraʼ coloni, e poi perchè non solo era capo dellʼamministrazione civile, ma anco comandante delle forze. Il Re, in quel tempo, non voleva affidare interamente ad un Irlandese il Governo. Vero è chʼegli avea detto che un vicerè nativo dellʼisola, sarebbe presto diventato sovrano indipendente.[164]Per allora, quindi, ei pensò di partire il potere di che Ormond era rivestito, dando lʼamministrazione civile ad un Lord Luogotenente inglese e protestante, e il comando delle armi ad un Irlandese Cattolico Romano. Lord Luogotenente fu fatto Clarendon; Comandante dello esercito Tyrconnel.Tyrconnel discendeva, secondo che sopra abbiamo detto, da una di quelle degeneri famiglie di Pale, che comunementeerano annoverate fra la popolazione primigenia dʼ Irlanda. Talvolta chiacchierando parlava con albagia normanna dei barbari Celti,[165]ma in fatto parteggiava per i naturali dellʼisola. Odiava i coloni protestanti, i quali lo rimeritavano di pari abborrimento. Clarendon sentiva assai diversamente; ma per indole, interesse e principii, era un ossequioso cortigiano. Aveva animo basso; trovavasi in circostanze impacciate; ed aveva la mente profondamente imbevuta delle dottrine che la Chiesa Anglicana aveva a quei tempi con tanta assiduità propagate. Nondimeno, era fornito di doti non ispregevoli; e sotto un buon Re, forse sarebbe stato un rispettabile vicerè.LXXV. Circa nove mesi erano scorsi dal richiamo dʼOrmond allo arrivo di Clarendon in Dublino. In quellʼintervallo di tempo, il Re era rappresentato da un Consiglio di Lordi Giudici; ma lʼ amministrazione militare era nelle mani di Tyrconnel. Già i disegni della Corte cominciavano a svolgersi. Un ordine reale giunse da Whitehall per disarmare la popolazione. Tale ordine fu rigorosamente eseguito da Tyrconnel, rispetto aglʼInglesi. Benchè le campagne fossero infestate da bande di ladroni, un gentiluomo protestante appena poteva impetrare licenza di tenere un paio di pistole. Al contadiname del paese, dallʼaltra parte, fu concesso di tenere le armi.[166]La esultanza deʼ coloni perciò fu grande; allorchè, finalmente, nel dicembre del 1685, Tyrconnel fu chiamato a Londra, e Clarendon spedito a Dublino. Ma tosto si conobbe che la direzione del Governo Irlandese era di fatto in Londra, non in Dublino. Ogni corriere postale che giungeva dal Canale di San Giorgio, recava nuove della infinita influenza che Tyrconnel esercitava nelle cose irlandesi. Dicevasi che sarebbe fatto Marchese, Duca, comandante delle armi; che gli sarebbe affidata la impresa di riordinare lʼarmata e le Corti di Giustizia.[167]LXXVI. Clarendon rimase amaramente mortificato al trovarsi come un membro subordinato in quella amministrazione, della quale egli aveva creduto dʼessere il capo. Lamentavasiche qualunque cosa egli facesse, fosse male rappresentata daʼ suoi detrattori: e che i più gravi provvedimenti intorno al paese da lui governato, erano fatti in Westminster, resi noti al pubblico, discussi nelle botteghe di Caffè, scritti in migliaia di lettere private, vari giorni prima che ne fosse dato avviso al Lord Luogotenente. Poco importargli, diceva, la sua dignità personale; ma non esser cosa lieve, che il rappresentante della maestà del trono fosse reso zimbello al pubblico disprezzo.[168]La paura rapidamente si diffuse fra glʼInglesi appena conobbero che il vicerè, loro concittadino e protestante, non poteva proteggerli secondo che avevano sperato. Cominciarono a fare amaro esperimento di ciò che importi essere una casta soggetta. Erano molestati daglʼindigeni con accuse di crimenlese e di sedizione. Questo protestante aveva carteggiato con Monmouth; quellʼaltro aveva con poco rispetto favellato del Re quattro o cinque anni innanzi, mentre si discuteva la Legge dʼEsclusione; e la testimonianza del più infame degli uomini serviva a provare la colpa. Il Lord Luogotenente riferì, che temeva, ove non si fosse posto fine a siffatto modo dʼagire, in Dublino tra breve sarebbe stato il regno del terrore simile a quello che sʼera veduto in Londra, allorchè lʼonore e la vita deʼ cittadini erano nelle mani di Oates e di Bedloe.[169]A Clarendon fu, dopo poco tempo, annunziato, in un conciso dispaccio di Sunderland, il principe avere deliberato di fare senza indugio un pieno cangiamento nel Governo civile e militare dellʼIrlanda, e di porre negli uffici un gran numero di Cattolici Romani; e si aggiungeva, con pochissima grazia, che la Maestà Sua aveva in tali cose chiesto consiglio a uomini più competenti del suo inesperto Lord Luogotenente.[170]Avanti che cotesta lettera fosse pervenuta al vicerè, la nuova di ciò che vi si conteneva era per vari mezzi arrivata in Irlanda. Il terrore deʼ coloni fu immenso. Essendo inferioridi numero alla popolazione indigena, la loro condizione sarebbe stata tristissima se la popolazione indigena si fosse armata contro loro di tutti i poteri dello Stato: e tale, nientemeno, era la minaccia. Gli Inglesi abitanti di Dublino passava lʼuno accanto allʼaltro per le vie con afflitto sembiante. Nella Borsa i negozi erano sospesi. I possidenti affrettavansi a vendere a qualunque prezzo le loro terre, e mandare in Inghilterra le somme ricavate. I trafficanti cominciavano ad assestare i loro conti, ed apparecchiavansi a ritirarsi dai commerci. Lo effetto della paura tosto si risentì nella pubblica rendita.[171]Clarendon tentò dʼispirare agli impauriti quella fiducia chʼei non aveva in cuore. Assicurò loro, che la proprietà sarebbe stata considerata come sacra; e disse di sapere di certa scienza, che il Re era determinato di mantenere lʼAtto, così chiamato, di Stabilimento, che guarentiva i loro diritti sulle terre. Ma al Governo in Inghilterra egli scriveva in tono diverso. Rischiossi per fino a querelarsi del Re, e senza biasimare lo intendimento che Sua Maestà aveva dʼimpiegare i Cattolici Romani, suggerì con vigorose parole, che i Cattolici Romani destinati agli impieghi fossero inglesi.[172]La risposta di Giacomo fu secca e fredda. Dichiarò, come egli non intendesse privare i coloni inglesi delle terre loro, ma molti di loro ei teneva suoi nemici; e dacchè consentiva di lasciare tutta lʼopulenza nelle mani deglʼinimici, era maggiormente necessario che lʼamministrazione civile e militare fosse posta in quelle degli amici suoi.[173]Per le quali cose, vari Cattolici Romani furono chiamati al Consiglio Privato; e spedironsi ordini ai municipii perchè ammettessero i Cattolici Romani ai privilegi municipali.[174]A molti ufficiali dellʼesercito fu arbitrariamente tolto e grado e pane. Invano il Lord Luogotenente patrocinò la causa di parecchi, che egli sapeva essere buoni soldati e leali sudditi. Fra costoro erano vecchi Cavalieri, che avevano strenuamentepugnato per la monarchia, e che portavano onorate cicatrici. Neʼ loro posti furono messi uomini i quali altro merito non avevano che la loro religione. Dicevasi che deʼ nuovi capitani e luogotenenti alcuni erano stati bifolchi, altri servitori, altri anche predoni; taluni erano così assuefatti a portare scarponi, che inciampavano e procedevano stranamente impacciati neʼ loro stivali da soldati. Non pochi degli ufficiali destituiti arruolaronsi nellʼesercito olandese, e quattro anni dopo provarono il diletto di sconfiggere ignominiosamente i loro successori, e cacciarli oltre le acque del Boyne.[175]Lʼangoscia e il timore di Clarendon si accrebbero ad una nuova che gli giunse per vie private. Senza la sua approvazione, senza nè anche fargliene saper nulla, facevansi apparecchi per armare e disciplinare tutta la popolazione celtica dellʼisola di cui egli era governatore di solo nome. Tyrconnel da Londra dirigeva le cose; e i prelati cattolici erano suoi agenti. Ciascun prete era stato richiesto di compilare una lista di tutti i suoi parrocchiani maschi, atti alle armi, e mandarla al suo Vescovo.[176]LXVII. Già correva voce che Tyrconnel sarebbe tra breve ritornato a Dublino, investito di poteri straordinari e indipendenti; e la voce ogni giorno maggiormente spandevasi. Il Lord Luogotenente, che per nessuno insulto al mondo sapeva indursi a rinunziare alla pompa e agli emolumenti del suo ufficio, dichiarò che avrebbe piegata la fronte dinanzi al volere del Re, e si sarebbe mostrato in ogni cosa suddito obbediente e fedele. Disse di non avere mai in vita sua avuto il minimo litigio con Tyrconnel, ed era sicuro che nè anche adesso nascerebbe differenza tra loro.[177]Eʼ pare che Clarendon non si rammentasse della congiura fatta a rovinare la fama della sua innocente sorella, della quale congiura Tyrconnel era stato precipuo macchinatore. Simigliante ingiuria non è tale che un uomo dʼalto animo possa agevolmente perdonare. Manella malvagia corte nella quale gli Hydes si erano tanto tempo affaccendati a farsi lo stato, simiglianti ingiurie venivano di leggeri perdonate e poste in oblio, non mai per magnanimità di carità cristiana, ma per semplice abiettezza e difetto di senso morale. Nel giugno 1686, Tyrconnel giunse in Irlanda. Il regio mandato lʼautorizzava solamente a comandare le truppe; ma aveva istruzioni concernenti tutte le parti dellʼamministrazione, e a un tratto si recò in mano il Governo effettivo dellʼisola. Il di dopo il suo arrivo, esplicitamente dichiarò, che gli uffici dovevano largamente darsi ai Cattolici Romani, e che per ciò era dʼuopo mandar via i Protestanti. Si dètte con pertinacia ed ardore a riordinare lʼarmata. E davvero chʼera questa lʼunica delle funzioni di comandante supremo chʼegli potesse adempire: poichè, quantunque fosse coraggioso nelle risse e neʼ duelli, non conosceva punto lʼarte militare. Alla prima rassegna chʼegli fece, coloro i quali gli stavano da presso poterono chiaramente accorgersi che egli non sapeva guidare un reggimento.[178]LXXVIII. Cacciare dallʼarmata glʼInglesi e porvi glʼIrlandesi, era, secondo la sua opinione, il principio e il fine dellʼamministrazione della guerra. Ebbe lʼinsolenza di cassare il capitano delle Guardie del Corpo del Lord Luogotenente; nè Clarendon seppe di ciò chʼera seguito, se non quando vide un Cattolico Romano, il cui volto gli giungeva nuovo, scortare il suo cocchio di gala.[179]Il cangiamento non si limitò ai soli ufficiali. Le file furono pienamente disfatte e rifatte. Quattro o cinquecento soldati furono reietti da un solo reggimento, principalmente sotto pretesto dʼessere di statura inferiore a quella richiesta dalla legge. Nulladimeno, anche lʼocchio più inesperto conobbe a un tratto che essi erano più atti e meglio formati deʼ loro successori, il cui aspetto selvaggio e squallido disgustava i riguardanti.[180]Ai nuovi ufficiali fu ingiunto di non arruolare nessun soldato protestante. I reclutatori, invece di battere i loro tamburi per raccogliere volontarinelle fiere e nei mercati, secondo lʼantica usanza, recavansi ai luoghi aʼ quali i Cattolici Romani solevano andare in devoto pellegrinaggio. In poche settimane, il Generale aveva posto nello esercito più di due mila reclute indigene; e chi gli stava dappresso, con sicurtà affermava che pel dì di Natale in tutta lʼarmata non sarebbe rimasto nè anche un soldato di razza inglese.[181]In tutte le questioni che sorgessero nel Consiglio Privato, Tyrconnel mostravasi similmente violento e parziale. Giovanni Keating, Capo giudice deʼ Piati Comuni, uomo insigne per abilità, integrità e lealtà, espose con modi assai miti, che tutto ciò che il Generale potesse ragionevolmente chiedere per la sua propria Chiesa, era la perfetta uguaglianza. Disse, il Re aver voluto manifestamente intendere, che nessun uomo meritevole della fiducia pubblica dovesse essere escluso perchè Cattolico Romano, e nessuno immeritevole della pubblica fiducia dovesse essere ammesso perchè Protestante. Tyrconnel subito cominciò a vomitare imprecazioni e bestemmie. «Io non so che rispondere a ciò; ma devono essere tutti Cattolici Romani.»[182]I più assennati Irlandesi aderenti alla Religione Cattolica rimasero atterriti alla demenza di lui, e provaronsi di rimproverarlo; ma li cacciò via imprecando.[183]La sua brutalità trascorreva tantʼoltre, che molti lo credevano ammattito. Eppure, era meno strana della svergognata volubilità con che gli uscivano di bocca le bugie. Lungo tempo prima aveva acquistato il soprannome diLying Dick Talbot(il bugiardo Guglielmo Talbot); e a Whitehall ogni strana finzione veniva chiamata una delle verità di Dick Talbot. Adesso giornalmente mostrava dʼessere ben meritevole di cotesta non invidiabile riputazione. E davvero in lui il mentire era una infermità. Dopo dʼaver dato ordini di destituire gli ufficiali inglesi, era capace di condurli nelle sue segrete stanze, e assicurarli della fiducia ed amicizia che sentiva per loro, dicendo: «Dio mi confonda, mi sperda, mi fulmini sʼio non avrò a cuore ivostri interessi.» Talvolta coloro ai quali aveva fatto simili giuramenti, sapevano, innanzi ohe il giorno si chiudesse, dʼessere stati destituiti.[184]LIX. Al suo arrivo, quantunque bestemmiasse oscenamente contro lʼAtto di Stabilimento, e chiamasse glʼinteressi inglesi cosa iniqua, cosa scellerata, cosa maledetta, simulò nondimeno dʼesser convinto che la distribuzione delle proprietà, non si poteva, dopo si lungo corso dʼanni, alterare.[185]Ma giorni dopo, cangiò linguaggio. In Consiglio si mise a declamare con veemenza intorno alla necessità di renderò le terre agli antichi padroni. Ma non aveva per anche ottenuto lʼassenso del Re a codesto fatale disegno. Nella mente di Giacomo, il sentimento nazionale tenzonava ancora debolmente contro la superstizione. Egli era uomo inglese; era Re inglese; e non poteva, senza tristi presentimenti, acconsentire alla destruzione della maggior colonia che lʼInghilterra avesse mai fondata. Glʼinglesi Cattolici Romani, ai quali aveva costume di chiedere consiglio, furono di quasi unanime opinione a favore dellʼAtto di Stabilimento. Non solo lʼonesto e moderato Powis, ma il dissoluto e testardo Dover, porsero savi e patriottici consigli. Tyrconnel mal poteva sperare di frustrare da lungi lo effetto che tali ammonimenti producevano nella mente del Re. Deliberò, quindi, di difendere in persona la causa della sua casta; e però, verso la fine dʼAgosto, partì per lʼInghilterra.LXXX. Si la presenza che lʼassenza di lui erano egualmente cagione di timore al Lord Luogotenente. Gli era veramente doloroso vedersi ogni giorno umiliato dal suo nemico; ma non eragli di minor dolore il sapere che il suo nemico ogni giorno susurrava calunnie e pessimi consigli alle orecchie del Principe. Clarendon era tormentato da molte e diverse vessazioni. In una sua gita nellʼinterno dellʼisola, sʼera veduto trattare con disprezzo dalla popolazione irlandese. I preti cattolici romani esortavano le loro congregazioni a nonfargli nessun atto di riverenza. I gentiluomini indigeni invece di andare a complirlo, rimanevano nelle proprie case. Il contadiname indigeno da per tutto cantava canzoni in lingua ersa in lode di Tyrconnel, il quale tra breve sarebbe riapparso ad umiliare pienamente i loro oppressori.[186]Il vicerè era appena ritornato a Dublino dalla sua poco soddisfacente gita, allorquando gli giunsero lettere che gli annunciavano il Re essere seriamente sdegnato contro di lui. La Maestà sua—dicevano tali lettere—aspettarsi che i suoi ministri non solo adempissero i suoi comandamenti, ma gli adempissero di cuore e con esultanza. Esser vero che il Lord Luogotenente non aveva ricusato di cooperare alla riforma dellʼarmata e dellʼamministrazione civile, ma averlo fatto con ripugnanza e con negligenza: il suo aspetto avere tradito il sentimento dellʼanimo: tutti essersi accorti comʼegli disapprovasse la politica che gli era stato commesso di recare ad effetto.[187]Immerso in amarissima angoscia, scrisse lettere onde difendersi; ma gli fu bruscamente annunziato, la sua difesa non essere soddisfacente. Allora, con abiettissime parole, dichiarò che non avrebbe tentato di giustificarsi; si sarebbe sobbarcato riverente alla sentenza, qualunque si fosse, del principe; si sarebbe prostrato nella polvere onde implorare perdono, dacchè egli sincerissimamente pentivasi, e riputava glorioso il morire pel suo sovrano: ma gli era impossibile di vivere percosso dallʼira di lui. Tali parole non movevano da sola ipocrisia dʼinteresse, ma, almeno in parte, da animo prettamente servile e meschino; avvegnachè, nelle lettere di confidenza non destinate ad andare sotto gli occhi del Re, Clarendon si spassionasse nel medesimo tono lamentevole con la propria famiglia: sè essere degno di pietà, sè ruinato, sè non aver forza da sostenere la collera del Re, sè non curare punto la vita ove non vi fosse mezzo a placare lʼira dellʼadorato principe.[188]Il misero si sentì accrescere in cuore lo spavento, come seppe essersi già deliberato in Whitehall di richiamare lui, e fargli succedere ilsuo rivale e calunniatore Tyrconnel.[189]E in tanto, per alcun tempo lʼavvenire parve rischiararsi; il Re era di buon umore; e per pochi giorni Clarendon sʼilluse credendo che la intercessione del fratello fosse prevalsa, e la tempesta abbonacciata.[190]LXXXI. La tempesta, invece, era appena incominciata. Mentre Clarendon studiavasi di appoggiarsi a Rochester, Rochester non bastava a sostenere sè stesso. Come in Irlanda il fratello maggiore, quantunque avesse le Guardie dʼonore, la spada dello Stato e il titolo dʼEccellenza, era sottoposto di fatto al Comandante delle armi; così in Inghilterra il fratello minore, quantunque ritenesse il bastone bianco e la precedenza, in grazia del suo alto ufficio, sopra i grandi nobili ereditari, andava diventando un semplice impiegato nelle finanze. Il Parlamento fu nuovamente prorogato a un tempo lontano, contro i noti desiderii del Tesoriere. Nè anche gli fu detto che doveva esservi unʼaltra proroga, ma ei ne lesse la nuova nella Gazzetta. La effettiva direzione degli affari era passata nelle mani della cabala, che il venerdì pranzava a casa di Sunderland. Il Gabinetto si ragunava solo per udire la lettura deʼ dispacci giunti dalle Corti straniere; nè tali dispacci contenevano più di quel che si sapesse alla Borsa Reale; imperocchè tutte le legazioni inglesi avevano ricevuto ordini di porre nelle lettere officiali solo i discorsi ordinari delle anticamere, e comunicare privatamente i segreti importanti a Giacomo stesso, a Sunderland o a Petre.[191]E di ciò la vincitrice fazione non era paga. Coloro deʼ quali il Re si fidava, gli dicevano che la ostinatezza con che la nazione avversava i disegni di lui, era veramente da attribuirsi a Rochester. In che guisa avrebbe potuto il popolo credere che il sovrano fosse incrollabilmente risoluto a perseverare nella via nella quale sʼera messo, vedendogli a lato, ostensibilmente primo per possanza e fiducia fra i suoi consiglieri, un uomo che, come tutti sapevano, disapprovava grandemente quella via? Ogni passo che il principe aveva fatto ad umiliare la Chiesa Anglicana,ed esaltare quella di Roma, era stato avversato dal Tesoriere. Era pur vero, che qualvolta aveva sperimentata vana ogni opposizione, egli si era sottomesso di malavoglia; chè anzi aveva cooperato a mandare ad esecuzione quegli stessi progetti chʼegli aveva con estremo calore contrastati. Egli era vero che, quantunque abborrisse la Commissione Ecclesiastica, aveva consentito di essere uno deʼ Commissari. Era anche vero, che mentre dichiarava di non trovare nessuna cagione di biasimo nella condotta del vescovo di Londra, aveva ripugnantemente votato a favore della sentenza che lo cacciò dalla sua sede. Ma ciò non era bastevole. Un principe dedito ad unʼintrapresa così grave ed ardua come quella in cui Giacomo sʼera messo, aveva diritto dʼesigere dal suo primo ministro, non una acquiescenza fatta mal volentieri e senza grazia, ma una zelante e fortissima cooperazione. Mentre con tali consigli la cabala tentava di continuo lʼanimo di Giacomo, gli giungevano per la posta-di-un-soldo molte lettere cieche, ripiene di calunnie contro il Lord Tesoriere. Questo modo dʼaggressione era stato immaginato da Tyrconnel, e concordava perfettamente con ogni azione della sua vita infame.[192]Il Re esitava. Eʼ sembra, a dir vero, che portasse singolare affetto al suo cognato, e per lʼaffinità, e per la lunga dimestichezza, e per molti scambievoli buoni uffici. Pareva probabile che finchè Rochester avesse continuato a sottoporsi, quantunque lento e mormorando, alle voglie del Re, sarebbe rimasto, di nome, primo ministro. Sunderland, quindi, con finissima astuzia suggerì al proprio signore la convenevolezza di chiedere a Rochester lʼunica prova dʼobbedienza; prova che Rochester, senza alcun dubbio, non avrebbe mai data. Per allora—tale era il linguaggio dello scaltro segretario—tornava al Re impossibile consigliarsi col primo deʼ suoi ministri intorno a ciò che gli stava più a cuore.LXXXII. Era doloroso il pensare che i pregiudicii religiosi, in sì grave negozio, dovessero privare il Governo di un tanto aiuto. Forse non era impossibile vincere simiglianti pregiudicii. Allora lo ingannatore bisbigliò sapere che Rochester di recente avesse manifestato qualche dubbio intornoi punti in questione tra i Protestanti e i Cattolici.[193]Ciò fu bastevole perchè il Re prendesse un partito. Cominciò a lusingarsi di potersi sottrarre alla necessità di allontanare da sè un amico, e nel tempo stesso assicurarsi un esperto coadiutore alla grandʼopera chʼera in via di compiere. Fu anche solleticato dalla speranza dʼacquistare il merito e la gloria di avere salvata unʼanima dalla eterna perdizione. Eʼ pare in verità, che intorno questo tempo fosse invaso da un insolito e violento accesso di zelo per la sua religione: la qual cosa è più da notarsi in quanto era pur allora ricaduto, dopo un breve intervallo dʼastinenza, nella dissolutezza; che tutti i teologi cristiani condannano come peccaminosa, e che in un uomo maturo, ed ammogliato ad una giovine e leggiadra donna, anche dai mondani è giudicata riprovevole. Lady Dorchester era ritornata da Dublino, e nuovamente divenuta concubina del Re. Politicamente il suo ritorno non era dʼalcuna importanza. Aveva imparato per propria esperienza, essere stoltezza ogni prova di salvare il suo amante dalla distruzione a cui correva diritto. E però lasciò che i Gesuiti lo guidassero nella condotta politica. Nondimeno, ella era la sola di parecchie donne abbandonate, che a quel tempo dividesse con la Chiesa Cattolica lʼimpero nel cuore di lui.[194]Sembra chʼei pensasse di fare ammenda di aver trascurata la salute dellʼanima propria, dandosi cura delle anime altrui. Si pose, adunque, ad operare con sincera volontà, ma con la volontà dʼun animo aspro, severo ed arbitrario, per la conversione del suo cognato. In ogni udienza accordata al Tesoriere, il tempo era speso ad argomentare intorno allʼautorità della Chiesa ed al culto delle immagini. Rochester aveva fermo in cuore di non abiurare la propria religione; ma non pativa scrupoli a ricorrere, per difendersi, ad artifici disonorevoli al pari di quelli che altri aveva adoperati ad offenderlo. Simulava di parlare come uomo che ondeggi nel dubbio, mostrava desiderio di essere illuminato ove si trovasse nellʼerrore, si faceva prestare libri papisti, ed ascoltava cortesemente i teologi papisti. Ebbe vari colloqui con Leyburn vicario apostolico,con Godden cappellano e limosiniere della Regina vedova, e con Bonaventura Giffard, teologo educato alla polemica nelle scuole di Doaggio. Fu stabilito che vi sarebbe una disputa formale tra cotesti dottori ed alcuni ecclesiastici protestanti. Il Re disse a Rochester, di scegliere qualunque ministro della Chiesa Anglicana, da due soli allʼinfuori. I due esclusi erano Tillotson e Stillingfleet. Tillotson, il più popolare predicatore di queʼ tempi, e per costumi lʼuomo più inoffensivo del mondo, aveva stretta relazione con alcuni dei principali Whig; e Stillingfleet, che avea voce di destro maneggiatore di tutte le armi della controversia, era anche più esoso a Giacomo per avere pubblicata una risposta agli scritti trovati nella cassa forte di Carlo II. Rochester elesse i due regi Cappellani, che per avventura trovavansi di servizio. Uno di loro chiamavasi Simone Patrick, i cui commentari sopra la Bibbia formano ancora parte delle biblioteche teologiche; lʼaltro era Jane, Tory virulento, il quale aveva cooperato a formulare il decreto, con cui la università dʼOxford aveva abbracciate le peggiori follie di Filmer. La conferenza seguì in Whitehall il dì 30 novembre. Rochester, che voleva non si sapesse lui avere consentito a porgere ascolto agli argomenti deʼ preti papisti, si fece promettere secretezza. Non fu presente altro uditore che il Re. La discussione versò intorno alla presenza reale. I teologi cattolici romani assunsero lʼincarico di provarla. Patrik e Jane ragionarono poco; nè era mestieri consumare molte parole, perocchè lo stesso Conte imprese a difendere la dottrina della sua Chiesa; e come soleva succedergli, tosto riscaldato dal conflitto, perdè il proprio contegno, e domandò con gran forza, se era da sperarsi chʼegli si inducesse mai a cangiare religione per argomenti sì frivoli. Poi si rammentò del rischio che egli correva, cominciò nuovamente a dissimulare, lodò i dottori per lʼarte e la dottrina che avevano mostrata nella disputa, e chiese tempo a meditare sopra ciò che avevano detto.[195]

LX. Ma era ben noto che la barbarie non apriva, così agevolmente come lʼapostasia, il varco al cuore di Giacomo. Alla apostasia, dunque, Perth e Melfort ricorsero con certa audace abiettezza, che nessuno inglese uomo di Stato avrebbe potuto sperar di uguagliare. Dichiararono che ambidue erano stati convertiti dagli scritti trovati entro la cassa forte di Carlo II, e che avevano incominciato a confessarsi e ad ascoltare la Messa.[125]Quanto poco entrasse la coscienza nella conversione di Perth, ne fu chiaro argomento lʼavere egli sposata, pochi giorni dopo, a dispetto delle leggi della religione da lui pur allora abbracciata, una sua cugina germana, senza provvedersi dʼuna dispensa. Come il buon Pontefice seppe la nuova del fatto, disse, con quello spregio e disdegno convenevole alla dignità sua, quella essere una strana specie di conversione.[126]Ma Giacomo ne rimase più agevolmente satisfatto. I due apostati sʼappresentarono a Whitehall, dove riceverono tali assicurazioni di favore, che provaronsi di apporre direttamente addebiti al Tesoriere. Ma tali addebiti erano così manifestamente frivoli, che a Giacomo fu forza di assolvere lo accusato ministro; e molti credettero che il Cancelliere si fosse rovinato per la maligna voglia di rovinare il rivale. Taluno, nondimeno, faceva più esatto giudicio. Halifax, al quale Perth manifestò qualche timore, rispose, con un sorriso di scherno, che non vʼera punto pericolo. «Staʼ di buon animo, Milord; la tua fede ti ha salvato.» La profezia fu vera. Perth e Melfort ritornarono a Edimburgo capi del Governo della loro patria.[127]Un altro membro dei Consiglio Privato di Scozia,cioè Alessandro Stuart, conte di Murrey, discendente ed erede del Reggente, abiurò quella religione della quale il suo illustre antenato era stato precipuo campione, e si dichiarò membro della Chiesa di Roma. Devoto, come sempre era stato Queensberry, alla causa della regia prerogativa, non poteva resistere ai suoi competitori, i quali ambivano, mostrandosi ligii al Sovrano, acquistarne la grazia. Gli toccava sostenere mille mortificazioni ed umiliazioni, simili a quelle che, verso quel tempo, cominciarono ad amareggiare la vita del suo amico Rochester.LXI. Giunsero a Edimburgo lettere regie che autorizzavano i papisti ad occupare gli uffici senza essere sottoposti allʼAtto di Prova. Al clero fu fatto rigoroso comandamento di non fare nelle prediche riflessioni sulla Religione Cattolica Romana. Il Cancelliere si tolse il carico di mandare i mazzieri del Consiglio Privato attorno per le poche tipografie e librerie che allora si trovavano in Edimburgo, ad ordinar loro di non pubblicare nessuna opera senza sua licenza. Intendevasi bene che tale ordine doveva impedire la circolazione degli scritti protestanti. Un onesto cartolaro disse ai mazzieri, chʼegli aveva in bottega un libro che con dure parole discorreva del papismo, e chiese di sapere se lo potesse vendere. Coloro domandarono di vederlo, ed egli mostrò loro un esemplare della Bibbia.[128]Un carico dʼimmagini, di rosari, di croci e di turiboli, giunse a Leith, diretto a Lord Perth. La importazione di tali cose da lungo tempo consideravasi illegale; ma adesso glʼimpiegati delle dogane le lasciarono passare liberamente.[129]Poco dopo si seppe che una cappella papalina era stata accomodata nella casa del Cancelliere, e che vi si celebrava regolarmente la Messa. Insorse la plebe, ed assaltò ferocemente il luogo dove celebravansi i riti idolatrici. Strappò le inferriate delle finestre. Lady Perth, ed alcune altre donne sue amiche, furono imbrattate di fango. Uno deʼ faziosi fu preso, e condannato per ordine del Consiglio Privato alla fustigazione. I suoi compagni lo liberarono, e bastonarono il boia. La città per tutta la notte fu in tumulto. Gli studenti della Università si congiunseroalla folla, incoraggiando glʼinsorti. I borghesi zelanti bevevano alla salute deʼ giovani collegiali, a confusione deʼ papisti; e vicendevolmente facevansi animo ad affrontare i soldati. Questi, che erano già sotto le armi, furono ricevuti con una pioggia di sassate, nella quale un ufficiale rimase ferito. Fu dato ordine di far fuoco; e vari cittadini furono uccisi. Il tumulto fu serio; ma i Drummonds, infiammati dallʼodio e dallʼambizione, stranamente lo esagerarono. Queensberry fece osservare, che la loro relazione avrebbe fatto credere, a chiunque non fosse stato testimonio oculare, che in Edimburgo fosse seguita una sedizione formidabile quanto quella di Masaniello. Essi, allʼincontro, accusarono il Tesoriere non solo di scemare la gravità del delitto, ma dʼaverlo suggerito, e fecero ogni possibile sforzo a procurarsi una prova della colpa di lui. Ad uno deʼ capi, che cadde nelle mani del Governo, fu offerta la grazia, a patto che confessasse dʼessere stato incitato a tumultuare da Queensberry: ma lo stesso entusiasmo religioso che aveva spinto lo sventurato prigione ad illegittima violenza, glʼimpedì di comprare la propria vita con una calunnia. Egli e vari altri deʼ suoi complici furono impiccati. Un soldato che accusavano dʼavere gridato, mentre infuriava la sommossa, come egli desiderasse di dare addosso con la spada ad un papista, venne fucilato; in Edimburgo fu ristabilita la tranquillità: ma coloro che patirono il rigore del Governo furono considerati come martiri; e il Cancelliere papista divenne segno ad un odio mortale, che tra non molto tempo fu ampiamente appagato.[130]LXII. La collera si accese nellʼanimo del Re. La nuova del tumulto gli pervenne mentre la Regina, aiutata dai Gesuiti, aveva pur allora riportata vittoria sopra Lady Dorchester e i suoi collegati protestanti. I malcontenti si accorgerebbero, disse egli, che il solo effetto della resistenza che avevano fatta alla sua volontà, era di renderlo sempre più fermo nel proprio proponimento.[131]Spedì ordini al Consiglio Scozzese dipunire con estrema severità i colpevoli, e dʼadoperare senza ritegno lo stivaletto.[132]Simulò di essere profondamente convinto della innocenza del Tesoriere, e gli scrisse cortesissime parole; alle quali parole tennero dietro scortesissimi atti. Il Tesoro scozzese fu affidato ad una Commissione, in onta alle calde insistenze di Rochester, il quale probabilmente previde la propria sorte in quella del proprio parente.[133]Queensberry fu nominato Primo Commissario, e Presidente del Consiglio Privato; ma la sua caduta, quantunque siffattamente addolcita, era sempre una caduta. Gli fu tolto anche il comando del Castello dʼEdimburgo, ed in quel posto di fiducia gli successe il Duca di Gordon, cattolico romano.[134]LXIII. Giunse da Londra al Consiglio Privato una lettera, nella quale erano appieno dichiarati glʼintendimenti del Re. Ei voleva che i Cattolici Romani fossero esenti dalle leggi che imponevano pene e incapacità civili a coloro che non si uniformassero alla religione dello Stato; voleva, inoltre, che si perseguissero senza pietà i Convenzionisti.[135]Ciò incontrò grave opposizione in Consiglio. Alcuni non amavano vedere rilassate le leggi esistenti. Altri, che a ciò non erano punto contrari, sentivano ancora quanto sarebbe stato mostruoso ammettere i Cattolici Romani alle dignità dello Stato, e frattanto non revocare lʼAtto che puniva di morte chiunque intervenisse ad un conventicolo presbiteriano. La risposta del Consiglio, quindi, non fu, secondo lʼusato, ossequiosa.LXIV. Il Re riprese severamente glʼirriverenti consiglieri, e ordinò che tre di loro, cioè il Duca di Hamilton, Sir Giorgio Lockhart e il Generale Drummond, si recassero a Westminster presso lui. Lʼabilità e la istruzione di Hamilton, quantunque non fossero tali da bastare a trarre un uomo dallʼoscurità, sembravano altamente rispettabili in uno che era primo Pari di Scozia. Lockhart era stato da lungo tempo consideratocome uno deʼ principali giureconsulti, logici, ed oratori che fossero mai stati nella sua patria, e godeva anche quella specie di stima che deriva dalle vaste possessioni; perocchè la sua opulenza era quale a queʼ tempi pochi deʼ nobili scozzesi possedevano.[136]Era stato, da ultimo, fatto Presidente della Corte di Sessione. Drummond, fratello minore di Perth e di Melfort, era comandante delle forze in Iscozia. Era uomo dissoluto e profano; ma, per un sentimento dʼonore, che mancava affatto ai suoi confratelli, abborriva dalla pubblica apostasia. Visse e morì, secondo lʼespressiva frase dʼun suo concittadino, da cattivo cristiano, ma da buon protestante.[137]Giacomo si compiacque dellʼossequiose parole con che gli favellarono i tre consiglieri, allorchè primamente comparvero al suo cospetto. Parlò assai bene di loro a Barillon, e in specie esaltò Lockhart, come il più esperto ed eloquente degli Scozzesi. Nondimeno, poco appresso si accôrse di non averli esattamente giudicati; e corse voce alla Corte, che fossero stati pervertiti dalle genti con le quali avevano usato famigliarmente in Londra. Hamilton stava molto in compagnia deʼ saldi partigiani della Chiesa Anglicana; e temevasi che Lockhart, il quale era congiunto alla famiglia Wharton, fosse caduto in una compagnia anche peggiore. E veramente, egli era naturale che quelli uomini di Stato, pur allora arrivati da un paese dove ora quasi sconosciuta ogni altra specie dʼopposizione, tranne quella che facevasi per mezzo dʼaperta insurrezione o dʼassassinio, e dove tutto ciò che non fosse furore eslege veniva considerato come avvilimento, rimanessero maravigliati vedendo il caldo e vigoroso e, nondimeno, sobrio scontento che regnava in Inghilterra, e nascesse in loro il pensiero di far prova di resistenza costituzionale alle voglie del Re. Dichiararonsi però dispostissimi ad alleggiare grandemente i Cattolici Romani, ma a due condizioni: primo, che una simile indulgenza venisse anco concessa ai settari calvinisti; e poi, che il Re promettesse solennemente di non tentar nulla a danno della religione protestante.LXV. Ambedue coteste condizioni spiacquero sommamentea Giacomo. Nondimeno, assentì con ripugnanza, dopo parecchi giorni di contrasto, che i presbiteriani venissero trattati con qualche indulgenza; ma non volle affatto concedere loro la piena libertà chʼegli voleva pei membri della sua propria religione.[138]La seconda condizione proposta daʼ tre consiglieri Scozzesi, ei ricusò positivamente dʼammettere, dicendo: la religione protestante essere falsa; per lo che egli non voleva promettere di non giovarsi del proprio potere a danno dʼuna falsa religione. La disputa fu lunga, e non condusse a conclusione che soddisfacesse ad alcuna delle parti.[139]Appressavasi il tempo stabilito alla ragunanza degli Stati Scozzesi; ed era dʼuopo che i tre consiglieri si partissero da Londra per trovarsi allʼapertura del Parlamento in Edimburgo. In questa occasione, Queensberry ricevette un altro affronto. Nellʼantecedente sessione aveva occupato lʼufficio di Lord Alto Commissario, e, come tale, rappresentava la maestà del Re assente. Simile dignità, che era la grandissima alla quale un nobile scozzese potesse aspirare, fu adesso conferita al rinnegato Murray.LXVI. Il dì vigesimonono dʼaprile, il Parlamento sʼadunò in Edimburgo. Vi si lesse una lettera, nella quale il Re esortava gli Stati ad alleggiare i suoi sudditi cattolici romani, ed offriva in ricambio il libero traffico con la Inghilterra, e una amnistia pei delitti politici. Fu istituita una Commissione onde compilare la risposta da farsi al Re. Tale Commissione, quantunque fosse nominata da Murray e composta di Consiglieri Privati e di cortigiani, scrisse una risposta, piena, a dir vero, di espressioni di riverenza e dʼossequio, ma che chiaramente indicava che il Parlamento avrebbe respinto la richiesta del Re. Gli Stati—diceva la Commissione—sarebbero andati sin dove avrebbe loro consentito la propria coscienza,per compiacere ai desiderii della Maestà Sua rispetto ai sudditi appartenenti alla Religione Cattolica Romana. Queste espressioni non soddisfecero punto il Cancelliere: nondimeno, gli fu forza accettarle, ed incontrò anche qualche difficoltà a persuadere il Parlamento perchè le adottasse. Alcuni zelanti partigiani del protestantismo obiettarono contro le parole Religione Cattolica Romana, dicendo non esistere tale religione; bensì una apostasia idolatra, che dalle leggi era punita col capestro: non essere quindi convenevole ad un Cristiano ricordarla con nomi onorevoli. Chiamare Cattolica una simile superstizione, era un rinunziare interamente alla questione che agitavasi fra Roma e le Chiese riformate. Lʼofferta del libero traffico con la Inghilterra, fu considerata come un insulto. «I nostri padri» disse un oratore «venderono il loro Re per lʼoro del mezzogiorno; e sopra noi pesa tuttavia il rimprovero di quellʼiniquo mercato. Non si dica di noi, che abbiamo venduto il nostro Dio!» Sir Giovanni Lauder di Fountainhall, uno deʼ Senatori del Collegio di Giustizia, propose le parole «le persone comunemente chiamate Cattoliche Romane.»—«E che! vorreste voi dare tal soprannome a Sua Maestà?» esclamò il Cancelliere. La risposta, così come fu formata dalla Commissione, passò; ma una grande e rispettabile minoranza votò contro le parole proposte, perchè troppo cortigiane.[140]Eʼ fu notato che i rappresentanti della città mostraronsi, quasi tutti, contrari al Governo. Fino allora essi erano stati di poco peso nel Parlamento, e generalmente considerati come sottoposti ai nobili potenti. Eglino adesso per la prima volta mostrarono indipendenza e risolutezza e spirito di colleganza tali, che la Corte ne ebbe terrore.[141]La risposta spiacque talmente a Giacomo, che non permise che si stampasse nella Gazzetta. Subito dopo, gli giunse la nuova, che una certa legge chʼegli voleva, vedere approvata, non sarebbe stata nè anche proposta. I Lordi degli Articoli, che avevano lʼufficio di formulare gli atti, intorno ai quali poscia gli Stati dovevano deliberare, erano virtualmente nominati dal Re. E anche i Lordi degli Articoli mostraronsidisubbidienti. Come si ragunarono i tre Consiglieri Privati, che erano di recente ritornati da Londra, si fecero capi della opposizione alle voglie del Re. Hamilton dichiarò apertamente di non poter fare ciò che gli veniva chiesto. Egli era suddito fido e leale; ma vʼera un limite imposto dalla coscienza. «La coscienza!» esclamò il Cancelliere «la coscienza è una parola vaga, che significa ogni cosa, o niente.» Lockhart, che sedeva in Parlamento come rappresentante della grande Contea di Lanark, lʼinterruppe dicendo: «Se la coscienza è una parola vuota di senso, la cambieremo con altra frase, che spero significhi qualche cosa. Tolgasi dunque via il vocabolo coscienza, e si adotti—le leggi fondamentali di Scozia.» Queste parole fecero nascere una virulenta discussione. Il Generale Drummond, che rappresentava la Contea di Perth, dichiarò di concordare con lʼopinione di Hamilton e di Lockhart. La maggior parte deʼ vescovi ivi presenti furono del medesimo parere.[142]Bene si scorgeva che nè anche nel Comitato degli Articoli Giacomo poteva avere una maggioranza. Tali nuove lo afflissero e lo irritarono. Parlò in tono dʼira e di minaccia,e punì alcuni deʼ suoi sediziosi ministri, sperando che ciò agli altri servisse dʼammonimento. Parecchi furono cacciati di Consiglio; altri privati delle pensioni, che erano molta parte delle loro entrate. Sir Giorgio Mackenzie di Rosehaugh fu la più cospicua di quelle vittime. Aveva lungamente occupato lʼufficio di Lord Avvocato, ed aveva avuta tanta parte nella persecuzione deʼ Convenzionisti, che fino ai dì nostri presso lʼaustero e religioso contadiname di Scozia serba una odiosa rinomanza, quasi simile a quella di Claverhouse. Mackenzie non aveva profondi studii giuridici; ma come ingegno dotto, spiritoso e fecondo, era altamente riputato fraʼ suoi concittadini; e la sua rinomanza si era sparsa per tutte le botteghe di Città in Londra e pei chiostri di Oxford. Quel che ci rimane delle sue orazioni forensi, lo fa estimare uomo fornito di egregie doti intellettuali; se non che il suo stile è imbrattato di quelle chʼegli certamente considerava come grazie ciceroniane: cioè di esclamazioni, che mostrano più arte che passione, e di amplificazioni studiate, in cui gli epiteti sono, lʼuno sopra lʼaltro, accumulati in pesantissimo modo. Adesso, per la prima volta, aveva manifestati scrupoli; e però, nonostante tutti i suoi diritti alla gratitudine del Governo, fu destituito del suo ufficio. Si ritrasse in campagna, e poco dopo andò a Londra onde scolparsi, ma gli fu negato lʼaccesso alla regia presenza.[143]Intanto che il Re in tal guisa provavasi di atterrire i Lordi degli Articoli, e indurli alla cieca ubbidienza, la pubblica opinione glʼinanimiva a non cedere. Gli estremi sforzi del Cancelliere non poterono far sì, che il sentire della nazione non si manifestasse dal pulpito e dalla stampa. Un libretto scritto con tale audacia ed acrimonia che nessun tipografo volle rischiarsi a stamparlo, girava per tutti i luoghi manoscritto. Le scritture degli avversarii avevano molto minore effetto, quantunque fossero diffuse a spese pubbliche, e gli Scozzesi difensori del Governo fossero soccorsi da un collega inglese di gran fama; voglio dire da Lestrange, che era stato mandato a Edimburgo ed alloggiava in Holyrood House.[144]Alla perfine, dopo tre settimane di continuo discutere, iLordi degli Articoli vennero ad una risoluzione. Proposero semplicemente, che ai Cattolici Romani fosse permesso di adorare Dio nelle case private, senza incorrere nelle pene comminate dalle leggi; e tosto si conobbe, che quantunque tale provvisione fosse assai lontana dalle richieste e speranze del Re, gli Stati o non lʼavrebbero approvata affatto, o lʼavrebbero approvata con grandi restrizioni e modificazioni.Mentre ferveva la contesa, Londra era in grande ansietà. Ogni relazione, ogni rigo giunto da Edimburgo, era avidamente letto. Un giorno spargevasi la voce che Hamilton avesse ceduto, e che il Governo lʼavrebbe vinta in tutto. Un altro arrivava la nuova che la opposizione si fosse rianimata, e si mostrasse più ostinata che mai. Nei momenti più critici, ordinavasi agli ufficii postali di mandare a Whitehall le valigie della Scozia. Per tutta una settimana, nè anche una lettera privata che venisse di là dal Tweed, fu distribuita in Londra. Ai tempi nostri, un simile interrompimento di comunicazione metterebbe sossopra lʼisola intera; ma allora vʼera così poco traffico e carteggio tra lʼInghilterra e la Scozia, che il danno fu probabilmente molto minore di quello che oggidì arrechi un breve indugio nello arrivo della valigia delle Indie. Mentre i mezzi ordinali di sapere le nuove erano in tal modo intercetti, la folla nelle gallerie di Whitehall osservava intentamente il contegno del Re e deʼ suoi ministri. Fu detto, a grande soddisfazione del popolo, che ogni qualvolta giungeva un corriere dal Nord, glʼinimici della religione protestante avevano aspetti sempre più tristi. Finalmente, con universale esultanza, fu annunziato che la lotta era terminata, il Governo non aveva potuto fare adottare le proposte misure, e il Lord Alto Commissario aveva aggiornato il Parlamento.[145]LXVII. Se Giacomo non fosse stato sordo ad ogni ammonimento, questi fatti sarebbero bastati ad ammonirlo. Pochi mesi avanti, il più ossequioso deʼ Parlamenti Inglesi aveva ricusato di cedere ai voleri di lui. Ma il più ossequioso deʼ Parlamenti Inglesi poteva considerarsi come unʼassemblea animosa e indipendente in agguaglio di qualunque Parlamentoche fosse mai stato in Iscozia; e lo spirito servile deʼ Parlamenti Scozzesi, era da trovarsi in altissimo grado estratto, dirò così, e condensato neʼ Lordi degli Articoli. Ed anche costoro sʼerano mostrati disubbidienti. Era, dunque, chiaro che tutte le classi, tutte le istituzioni che fino a quellʼanno erano state considerate come i più forti puntelli della monarchia, persistendo il Re nella sua insana politica, fossero da reputarsi come parte della forza dellʼopposizione. Nulladimanco, tutti cotesti segni gli tornavano inutili. Ad ogni querela egli dava una sola e medesima risposta; cioè che non cederebbe mai, perocchè le concessioni erano state la rovina di suo padre; e alla sua invincibile fermezza facevano plauso la Legazione Francese e la cabala gesuitica.Quindi dichiarò dʼessere stato troppo generoso allorchè sʼindusse a richiedere che gli Stati Scozzesi assentissero ai suoi desiderii. La regia prerogativa gli dava potestà di proteggere gli amici e di punire gli oppositori suoi. Fidavasi che in Iscozia la sua potestà di dispensare non gli verrebbe contrastata da nessuna corte di legge. Ivi esisteva un Atto di Supremazia, il quale dava al Sovrano tale un predominio sopra la Chiesa, che avrebbe potuto satisfare anco Enrico VIII. E però i Papisti furono ammessi in folla agli ufficii ed agli onori. Il vescovo di Dunkeld, che come Lord del Parlamento aveva fatta opposizione al Governo, fu arbitrariamente cacciato dalla sua sede, e gli fu dato un successore. Queensberry fu destituito da tutti i suoi impieghi, ed ebbe ordine di rimanere in Edimburgo, finchè fossero ricerchi ed approvati i conti del Tesoro per tutto il tempo della sua amministrazione.[146]E perchè i rappresentanti delle città erano stati i più sediziosi del Parlamento, fu deliberato di modificare ogni borgo in tutto il Regno. Simile cangiamento era stato poco innanzi fatto in Inghilterra per mezzo di sentenze giudiciarie; ma in quanto alla Scozia, un semplice mandato del Principe reputavasi sufficiente. Furono inibite tutte le elezioni deʼ Magistrati e Consigli municipali; e il Re assunse il diritto di nominare da sè glʼindividui a quegli ufficii.[147]In una lettera formale al ConsiglioPrivato annunziò che intendeva di erigere una Cappella Cattolica Romana nel palazzo di Holyrood; e comandò che i Giudici considerassero come nulle tutte le leggi contro i papisti, a pena dʼincorrere nella sua disgrazia. Confortò nondimeno i Protestanti Episcopali, assicurando loro che comunque egli fosse deliberato di proteggere la Chiesa Cattolica Romana contro loro, era egualmente deliberato a protegger loro contro ogni usurpazione dalla parte deʼ fanatici. A cotesta lettera Perth propose una risposta, espressa con servilissime parole. Il Consiglio comprendeva molti papisti; e i membri protestanti che continuavano a sedervi, erano intimiditi dalla ostinazione e severità del Re; ed osavano appena sommessamente mormorare. Hamilton profferì alcune parole contro la potestà di dispensare, ma affrettossi a palliarle spiegandole. Lockhart disse, che avrebbe amato meglio perdere il capo, anzi che apporre la sua firma ad una lettera quale era quella composta dal Cancelliere; ma ebbe destrezza di dire tali cose così piano, che fu udito dai soli amici. Le parole di Perth furono approvate con frivolissime modificazioni; gli ordini del Re furono eseguiti; ma un cupo scontento si diffuse in tutta quella minoranza della nazione scozzese, con lʼaiuto della quale il Governo fino allora aveva tenuto in freno la maggioranza.[148]LXVIII. Allorquando lo storico di questo perturbato regno rivolge lo sguardo alla Irlanda, lʼopera sua diventa singolarmente difficile e delicata. Ei procede—per usare la squisita immagine adoperata in simigliante occasione da un poeta latino—sopra un fuoco dʼingannatrici ceneri coperto. Il secolo decimosettimo, in quello sventurato paese, ha lasciato al decimonono un fatale retaggio di maligne passioni. Nessun a delle due razze ha perdonato di cuore i vicendevoli torti recati dai Sassoni difensori di Londonderry, e dai Celti difensori di Limerick. Fino ai dì nostri, una più che spartana alterigia deturpa le molte insigni qualità che caratterizzano i figli deʼ vincitori; mentre un sentimento da Iloti, misto dʼodio e di paura, si manifesta troppo spesso neʼ figli deʼ vinti.Nessuna delle caste avverse può equamente andare assolutadal biasimo; ma il maggior biasimo tocca a quellʼinsensato e testardo principe, il quale, posto in condizioni di poterle riconciliare, adoperò tutta la sua possa a soffiare nel fuoco della nimistà loro, e in fine le costrinse ad affrontarsi e pugnare per la vita e la morte.LXIX. Gli aggravi che i membri della sua Chiesa sostenevano in Irlanda, differivano grandemente da quelli chʼegli tentava di far cessare in Inghilterra e in Iscozia. Il Libro degli Statuti Irlandesi, poscia deturpato da una intolleranza barbara quanto quella deʼ tempi barbarici, allora conteneva appena un solo Atto, e non molto rigoroso, che imponesse penalità ai papisti, considerati come tali. Al di qua del Canale di San Giorgio, ciascun prete che avesse ricevuto un neofito nel grembo della Chiesa di Roma, era soggetto ad essere appeso alle forche e squartato. Al di là del Canale non correva simile pericolo. Un Gesuita che approdasse a Dover, metteva a repentaglio la vita, mentre poteva in sicurtà passeggiare per le vie di Dublino. Tra noi, niuno poteva occupare un ufficio, o anche procacciarsi da vivere come avvocato o maestro di scuola, senza avere solennemente prestato il giuramento di supremazia; ma in Irlanda un pubblico funzionario non era tenuto a prestare tale giuramento, se non quando gli veniva formalmente imposto.[149]La qual cosa non escludeva daglʼimpieghi niuno che il Governo avesse voluto promuovere. La prova sacramentale e la dichiarazione contro la transustanziazione erano ignote; ed ambedue le Camere del Parlamento ammettevano nel proprio seno glʼindividui di qualunque setta religiosa si fossero.LXX. Parrebbe, adunque, che lʼIrlandese Cattolico Romano fosse in posizione tale, da essere invidiato daʼ suoi confratelli dʼInghilterra e di Scozia. In fatto, nondimeno, le sue condizioni erano più misere ed ardue delle loro; imperciocchè,quantunque non fosse perseguitato come Cattolico Romano, era oppresso come Irlandese. Nel suo paese, il medesimo confine che partiva le religioni, divideva le razze; ed egli apparteneva alla razza vinta, soggiogata ed avvilita. Nel medesimo suolo stanziavano due popolazioni, localmente mescolate, ma mortalmente e politicamente divise. La differenza di religione non era la sola, e forse nè anche la principale differenza che esistesse tra loro. Discendevano da genti diverse, parlavano diversa lingua. Non solo differivano di carattere, ma lʼuna era opposta allʼaltra, quanto lo possono essere due qualunque altri caratteri di razze diverse in Europa: differivano per grado di civiltà. Tra coteste due popolazioni non poteva essere se non poca simpatia; e secoli di calamità e di danni hanno fatto nascere un forte vicendevole abborrimento. La relazione che la minoranza aveva con la maggioranza, somigliava a quella deʼ commilitoni di Guglielmo il Conquistatore coʼ villani sassoni, o a quella deʼ seguaci di Cortes coglʼIndiani del Messico.Il nome dʼIrlandesi allora davasi esclusivamente ai Celti, e a quelle famiglie, le quali, ancorchè non fossero dʼorigine celtica, avevano nel decorso degli anni adottati i celtici costumi. Queste genti, che erano probabilmente un poʼ meno dʼun milione, aderivano, tranne poche, alla Chiesa di Roma. Fra mezzo a loro risedevano circa dugento mila coloni, alteri del loro sangue sassone e della loro fede protestante.[150]La grande preponderanza del numero da una parte, era più che controbilanciata da una gran superiorità dʼintelligenza, di vigore e dʼordine, dallʼaltra. Sembra che glʼInglesi ivi stabiliti fossero per istruzione, energia e perseveranza più presto sopra che sotto lʼordinario livello della popolazione della madre patria. Allʼincontro, il contadiname aborigeno era in uno stato quasi selvaggio. Non lavoravano, se non quando sentivano il pungolo della fame. Contentavansi dʼabitazioni inferiori a quelle che in paesi più prosperi servivano per i bestiami domestici. Già la patata, radice la quale può essere coltivata quasi senza arte, industria o spesa, e non può lungamente tenersi ammassata in gran quantità,era divenuta lo alimento del popolo comune.[151]Da genti che siffattamente vivevano, non era da aspettarsi diligenza nè preveggenza. Anche a poche miglia da Dublino, il viandante, in un suolo che è il più fertile e verdeggiante che sia nel mondo, vedeva con disgusto le misere capanne, innanzi alle quali i barbari, squallidi e seminudi, stavano attoniti a guardarlo mentre passava.[152]LXXI. Lʼaristocrazia aborigena serbava ancora lʼorgoglio della sua nascita, ma aveva perduto la influenza che deriva dalla ricchezza e dal potere. Le terre deʼ signori erano state da Cromwell partite fraʼ suoi seguaci. Parte, a dir vero, del vasto territorio da lui confiscato, era stato reso, dopo la restaurazione della Casa Stuarda, agli antichi proprietari: ma grandissima parte rimaneva in mano deglʼInglesi, ivi stabiliti sotto la guarentigia di un Atto del Parlamento. Questo atto era rimasto in vigore pel corso di venticinque anni; e per virtù di quello, erano state fatte ipoteche, concessioni, vendite e fitti innumerevoli. Gli antichi gentiluomini irlandesi erano dispersi per tutto il mondo. I discendenti deʼ capitani Milesii brulicavano in tutte le corti e in tutti i campi militari del Continente. Quelli spogliati possidenti che rimanevano tuttavia nella patria loro, ripensavano amaramente alle loro perdite, piangevano la dignità od opulenza di che erano stati privati, e nutrivano le feroci speranze dʼunʼaltra rivoluzione. Un individuo appartenente a cotesto ceto, veniva dipinto daʼ suoi concittadini come un gentiluomo che sarebbe dovizioso ove gli fosse resa giustizia, e che sarebbe provveduto dʼun ricco stato ove potesse riaverlo.[153]Rade volte ei si dava a qualche pacifica occupazione. Reputava il commercio più disonorevole del ladroneccio. Talvolta ei diventava predone; talʼaltra, a dispetto della legge, studiavasi di vivere a spese degli antichi affittuari di sua famiglia, i quali, per quanto tristi fossero le loro condizioni, non potevano ricusare parte del loro alimento ad uno che essi seguitavano a considerare comelegittimo signore.[154]Quel gentiluomo che avesse avuta la sorte di serbare o riavere qualcuna delle sue terre, spesso viveva a guisa di principotto dʼuna tribù selvaggia, e delle umiliazioni che la razza dominante gli faceva soffrire, rifacevasi governando dispoticamente i propri vassalli, immerso nelle voluttà dʼun rozzo harem, o abbrutendosi quotidianamente con liquori spiritosi.[155]Politicamente, ei non contava nulla. Egli è vero che non vʼera statuto che lo escludesse dalla Camera deʼ Comuni; ma aveva quasi tanto poca probabilità ad essere eletto membro del Parlamento, quanto negli Stati Uniti ne ha un mulatto ad essere eletto senatore. Difatti, un solo papista, dalla Ristaurazione in poi, era stato eletto al Parlamento Irlandese. Il potere legislativo ed esecutivo era interamente nelle mani dei coloni inglesi; la preponderanza deʼ quali era sostenuta da unʼarmata stanziale di sette mila uomini, del cui zelo per ciò che chiamavasi glʼinteressi inglesi, il Governo di Londra poteva fidarsi.[156]Rigorosamente esaminando la cosa, si conoscerà che nè lʼIrlandismo nè lʼInglesismo formavano un corpo perfettamente omogeneo. La distinzione fra glʼIrlandesi di razza celtica, e glʼIrlandesi discendenti dai seguaci di Strongbow e di De Burgh, non era affatto cancellata. I Fitz alcuna volta osavano parlare con dispregio degli Oʼ e dei Mac; e questi talvolta siffatto dispregio ricambiavano con lʼodio. Nella precedente generazione, uno deʼ più potenti degli Oʼ Neill ricusò di mostrare il più lieve segno di rispetto a un gentiluomo cattolico romano dʼorigine normanda. «Dicesi che la sua famiglia sia rimasta tra noi per quattro cento anni. Non importa. Io odio quel villano come se fosse arrivato ieri.»[157]Nulladimeno, eʼ pare che tali sentimenti fossero rari, e che lalotta la quale da lungo tempo ardeva fra i Celti aborigeni e glʼInglesi degeneri, avesse pressochè ceduto alla lotta più feroce che divideva ambedue le razze dalla colonia moderna e protestante.LXXII. La colonia era anchʼessa lacerata da intestine contese, si nazionali che religiose. Di quei che la componevano, i più erano Inglesi; ma non pochi erano delle contrade meridionali della Scozia. Metà appartenevano alla Chiesa Anglicana; gli altri erano Dissenzienti. Ma in Irlanda lo Scozzese e lʼInglese erano fortemente vincolati dalla comune origine: lʼAnglicano e il Presbiteriano lo erano dal protestantismo comune. Tutti i coloni avevano comuni la lingua e glʼinteressi pecuniarii. Erano circondati da nemici comuni, e potevano vivere sicuri per mezzo di cautele e sforzi comuni. Perle quali cose, le poche leggi penali che erano state fatte in Irlanda contro i Protestanti Non-Conformisti, erano lettera morta.[158]La bacchettoneria dei più ostinati partigiani della Chiesa, non poteva allignare al di là del Canale di San Giorgio. Appena il Cavaliere giungeva in Irlanda e vedeva che senza valido e coraggioso aiuto deʼ suoi compatriotti puritani, egli e tutta la sua famiglia avrebbe corso pericolo dʼessere assassinato daʼ ladroni papisti, lʼodio chʼei sentiva contro il Puritanismo, cominciava, suo malgrado, ad intiepidire e spegnersi. Fu notato da uomini illustri di ambedue i partiti, che un Protestante il quale in Irlanda veniva chiamato Tory, in Inghilterra sarebbe stato tenuto per Whig moderato.[159]I Protestanti Non-Conformisti da parte loro tolleravano, con pazienza maggiore di quanta potesse da loro aspettarsi, la vista del più assurdo ordinamento ecclesiastico che sia maistato nel mondo. Quattro arcivescovi e diciotto vescovi erano impiegati a reggere circa la quinta parte del numero degli Anglicani che abitavano nella sola diocesi di Londra. Del clero parrocchiale, gran parte erano pluralisti, e risedevano lungi dalle loro cure. Vʼerano alcuni che dai propri beneficii ricavavano poco meno di mille lire sterline di rendita annua, senza mai adempire al loro ufficio spirituale. E non pertanto. questa istituzione mostruosa ai Puritani stabiliti in Irlanda, spiaceva meno che la Chiesa Anglicana ai settari inglesi. Imperocchè in Irlanda le scissure religiose erano subordinate alle nazionali; e il Presbiteriano, mentre come teologo non poteva non condannare la gerarchia stabilita, sentiva per essa una specie di compiacimento, qualvolta la considerava come un sontuoso e pomposo trofeo della vittoria riportata dalla illustre razza da cui discendeva.[160]In tal modo i mali che pativano i Romani Cattolici irlandesi, non avevano nulla di comune con quelli deʼ Cattolici inglesi. Il Cattolico Romano delle Contee di Lancaster o di Stafford altro far non doveva che diventare protestante, e subito trovavasi, per ogni rispetto, nel medesimo livello in cui erano i suoi vicini: ma se i Cattolici Romani di Munster o di Connaught si fossero fatti protestanti, sarebbero sempre rimasti un popolo soggetto. Tutti i danni che il Cattolico Romano avesse potuto patire, in Inghilterra, erano effetto di durissime leggi, e vi si poteva porre rimedio con leggi più liberali. Ma fra le due popolazioni che abitavano in Irlanda, era una ineguaglianza, la quale non essendo cagionata dalle leggi, non poteva per virtù di quelle cessare. Lo impero che lʼuna esercitava sullʼaltra, era quello della opulenza, sopra la povertà, del sapere sopra lʼignoranza, e della cultura sopra la barbarie.LXXIII. E parve che lo stesso Giacomo, in sul principio del suo regno, conoscesse perfettamente le sopra esposte cose. I perturbamenti dellʼIrlanda, diceva egli, nascevano non dalle differenze tra Cattolici e Protestanti, ma da quelle traIrlandesi ed Inglesi.[161]Le conseguenze che da tali premesse avrebbe dovuto dedurre, erano chiare; ma, sventuratamente, per lui e per lʼIrlanda, ei non seppe conoscerle.Se si fosse potuta mitigare la sola animosità nazionale, non vʼè dubbio che lʼanimosità religiosa, non essendo tenuta desta da crude leggi penali, e da rigorosi Atti di Prova, si sarebbe spenta da sè. Calmare una animosità nazionale simile a quella che vicendevolmente sentivano le due razze abitatrici della Irlanda, non poteva essere opera di pochi anni. Nondimeno, un savio e buon principe vi avrebbe, potuto molto contribuire; e Giacomo lʼavrebbe potuto imprendere con vantaggi che nessuno deʼ suoi predecessori o successori ebbe giammai. Come Inglese e Cattolico Romano, egli apparteneva mezzo alla casta dominatrice e mezzo alla dominata, e però aveva i requisiti necessari a far la parte di mediatore fra esse. Nè riesce difficile indicare la via chʼegli avrebbe dovuto prendere. Avrebbe dovuto dichiarare inviolabile la proprietà territoriale esistente, ed annunziare ciò in modo così efficace da calmare lʼansietà deʼ nuovi possidenti, e da estinguere le sinistre speranze che i vecchi proprietari potessero nutrire. Poco importava chiarirsi se vi fosse ingiustizia nel passaggio deʼ beni da uno ad un altro individuo. Quel passaggio, giusto o ingiusto, era seguito tanti anni innanzi, che rovesciarlo sarebbe stato il medesimo che crollare le fondamenta della società. È dʼuopo che ci sia un limite di tempo ad ogni diritto. Dopo trentacinque anni di non interrotto possesso, dopo venticinque, anni di possesso solennemente guarentito dalle leggi, dopo innumerevoli fitti e cessioni, ipoteche e legati, era troppo tardi porre ad esame la validità deʼ titoli. Nondimeno, qualche cosa si sarebbe potuta fare a guarire, i cuori lacerati e rialzare, le prostrate fortune deʼ gentiluomini irlandesi. I coloni erano in prospere condizioni. Avevano grandemente migliorate le loro terre facendovi su fabbricati, piantagioni e chiuse. In pochi anni la rendita era quasi raddoppiata; il commercio era vivo; e le pubbliche entrate, che ascendevano quasi a trecento mila sterline lʼanno, erano più che bastevolialle spese del Governo locale, e davano un avanzo che mandavasi in Inghilterra. Non vʼera dubbio alcuno, che il primo Parlamento che si fosse ragunato in Dublino, ancorchè rappresentasse quasi esclusivamente glʼinteressi inglesi, in ricompensa alla promessa che il Re avrebbe fatta di mantenere queglʼinteressi neʼ loro diritti legali, gli avrebbe volentieri concessa una considerevolissima somma onde indennizzare, almeno in parte, le famiglie irlandesi ingiustamente spogliate. In cotesto modo, aʼ tempi nostri, il Governo Francese pose fine ai litigi nati dalla più vasta confisca che sia mai stata in Europa. E in simil modo, se Giacomo avesse seguito il parere deʼ suoi consiglieri protestanti, avrebbe almeno grandemente mitigato uno dei precipui mali che affliggevano lʼIrlanda.[162]Fatto ciò, egli avrebbe dovuto affaticarsi a porre in armonia le razze avverse, proteggendo imparzialmente i diritti e frenando gli eccessi di entrambe. Avrebbe dovuto punire con pari severità lʼindigeno che trascorreva alla licenza della barbarie, e il colono che abusava della forza della civiltà. Fino al punto cui poteva giungere la legittima autorità della Corona—e in Irlanda era molto estesa—niuno che per occupare un ufficio avesse i requisiti dʼintegro e di esperto, avrebbe dovuto esserne escluso a cagione della razza alla quale apparteneva e della religione che professava. È probabile che un Re Cattolico Romano, potendo liberamente disporre dʼuna grossa rendita, avrebbe, senza grave difficoltà, potuto persuadere i prelati e i preti cattolici romani a cooperare con lui nella grande impresa della riconciliazione. Molto, nondimeno, sarebbe rimasto a farsi dalla mano riparatrice del tempo. La razza natia avrebbe dovuto imparare dalla colonia la industria e la preveggenza, le arti del vivere civile, e la lingua dellʼInghilterra. Non poteva essere uguaglianza tra uomini che abitavano dentro case, e uomini che stavansi dentro porcili; tra gli uni che si cibavano di pane, o gli altri che alimentavansi di patate; tra quelli che parlavano la nobile favella digrandi filosofi e poeti, e questi che, con pervertito orgoglio, vantavansi di non potere contorcere la loro bocca a balbettare un gergo nel quale erano scritti gli Augumenti delle Scienze e il Paradiso perduto.[163]Nulladimeno, non è irragionevole il credere che se la moderata politica la quale siamo venuti esponendo, fosse stata fermamente seguita dal Governo, ogni distinzione si sarebbe andata a poco a poco cancellando; e adesso non vi sarebbe vestigio della ostilità che ha formata la sciagura della Irlanda, come non ne esiste della avversione che un tempo regnava tra i Sassoni e i Normanni in Inghilterra.LXXIV. E fu sventura che Giacomo, invece di farsi mediatore, divenisse il più feroce e dissennato uomo di parte. Invece di calmare il rancore delle due popolazioni, lʼinfiammò fino ad un punto non mai prima veduto. Deliberò di invertire la loro posizione relativa, e porre i coloni protestanti sotto i piedi deʼ Celti papisti. Appartenere alla Chiesa Anglicana, essere di razza inglese, era agli occhi suoi un demerito per conseguire gli uffici civili e militari. Meditava il disegno di confiscare nuovamente e partire il suolo di mezza lʼisola; e manifestava così chiaramente tale pensiero, che una classe degli abitatori dellʼIrlanda fu tosto agitata da terrori chʼei poscia invano volle calmare, e lʼaltra da speranze chʼegli poi vanamente si studiò di frenare. Ma questa era piccolissima parte della sua colpa e demenza. Stabilì deliberatamente, non solo di dare agli abitatori aborigeni dellʼisola lʼintero possesso del loro paese, ma di giovarsene anche come strumenti per istabilire la tirannide in Inghilterra. Lʼesito di questo divisamento fu quale era da prevedersi. I coloni si posero in sulle difese, con la invincibile pertinacia della loro razza. La madre patria considerava come sua propria la causa loro. Allora seguì una lotta disperata per una terribile partita di giuoco, sulla quale ambe le parti posero ogni cosa più caramente diletta: nè possiamo giustamente biasimare lʼIrlandese o lʼInglese per avere, in tanta estremità, ubbidito alla legge della propria difesa. Il conflitto futremendo, ma breve. Il più debole cedette. La sua sorte fu crudele; e nondimeno la crudeltà onde fu trattato, era degna, non di difesa, ma di scusa; imperocchè, quantunque egli avesse sofferto tutto ciò che la tirannia possa infliggere, non patì più di quanto egli stesso avesse inflitto altrui. Lo effetto dellʼinsano attentato di soggiogare la Inghilterra per mezzo della Irlanda, fu che glʼIrlandesi divennero servitori deglʼInglesi. Gli antichi possidenti sforzandosi di ricuperare ciò che avevano perduto, perderono la maggior parte di ciò che era loro rimasto. Il breve predominio del papismo produsse poi tal numero di leggi barbare contro il papismo, che il libro statutario dʼIrlanda è passato in proverbio dʼinfamia per tutta la Cristianità. Tali furono gli amari frutti della politica di Giacomo.Abbiamo già veduto che uno deʼ primi suoi atti, dopo che ascese al trono, fu quello di richiamare Ormond dalla Irlanda. Ormond in quel Regno era considerato come capo deglʼinteressi inglesi; aderiva fermamente alla religione protestante; e il suo potere eccedeva dʼassai quello di un ordinario Lord Luogotenente, prima perchè per grado ed opulenza era il più grande fraʼ coloni, e poi perchè non solo era capo dellʼamministrazione civile, ma anco comandante delle forze. Il Re, in quel tempo, non voleva affidare interamente ad un Irlandese il Governo. Vero è chʼegli avea detto che un vicerè nativo dellʼisola, sarebbe presto diventato sovrano indipendente.[164]Per allora, quindi, ei pensò di partire il potere di che Ormond era rivestito, dando lʼamministrazione civile ad un Lord Luogotenente inglese e protestante, e il comando delle armi ad un Irlandese Cattolico Romano. Lord Luogotenente fu fatto Clarendon; Comandante dello esercito Tyrconnel.Tyrconnel discendeva, secondo che sopra abbiamo detto, da una di quelle degeneri famiglie di Pale, che comunementeerano annoverate fra la popolazione primigenia dʼ Irlanda. Talvolta chiacchierando parlava con albagia normanna dei barbari Celti,[165]ma in fatto parteggiava per i naturali dellʼisola. Odiava i coloni protestanti, i quali lo rimeritavano di pari abborrimento. Clarendon sentiva assai diversamente; ma per indole, interesse e principii, era un ossequioso cortigiano. Aveva animo basso; trovavasi in circostanze impacciate; ed aveva la mente profondamente imbevuta delle dottrine che la Chiesa Anglicana aveva a quei tempi con tanta assiduità propagate. Nondimeno, era fornito di doti non ispregevoli; e sotto un buon Re, forse sarebbe stato un rispettabile vicerè.LXXV. Circa nove mesi erano scorsi dal richiamo dʼOrmond allo arrivo di Clarendon in Dublino. In quellʼintervallo di tempo, il Re era rappresentato da un Consiglio di Lordi Giudici; ma lʼ amministrazione militare era nelle mani di Tyrconnel. Già i disegni della Corte cominciavano a svolgersi. Un ordine reale giunse da Whitehall per disarmare la popolazione. Tale ordine fu rigorosamente eseguito da Tyrconnel, rispetto aglʼInglesi. Benchè le campagne fossero infestate da bande di ladroni, un gentiluomo protestante appena poteva impetrare licenza di tenere un paio di pistole. Al contadiname del paese, dallʼaltra parte, fu concesso di tenere le armi.[166]La esultanza deʼ coloni perciò fu grande; allorchè, finalmente, nel dicembre del 1685, Tyrconnel fu chiamato a Londra, e Clarendon spedito a Dublino. Ma tosto si conobbe che la direzione del Governo Irlandese era di fatto in Londra, non in Dublino. Ogni corriere postale che giungeva dal Canale di San Giorgio, recava nuove della infinita influenza che Tyrconnel esercitava nelle cose irlandesi. Dicevasi che sarebbe fatto Marchese, Duca, comandante delle armi; che gli sarebbe affidata la impresa di riordinare lʼarmata e le Corti di Giustizia.[167]LXXVI. Clarendon rimase amaramente mortificato al trovarsi come un membro subordinato in quella amministrazione, della quale egli aveva creduto dʼessere il capo. Lamentavasiche qualunque cosa egli facesse, fosse male rappresentata daʼ suoi detrattori: e che i più gravi provvedimenti intorno al paese da lui governato, erano fatti in Westminster, resi noti al pubblico, discussi nelle botteghe di Caffè, scritti in migliaia di lettere private, vari giorni prima che ne fosse dato avviso al Lord Luogotenente. Poco importargli, diceva, la sua dignità personale; ma non esser cosa lieve, che il rappresentante della maestà del trono fosse reso zimbello al pubblico disprezzo.[168]La paura rapidamente si diffuse fra glʼInglesi appena conobbero che il vicerè, loro concittadino e protestante, non poteva proteggerli secondo che avevano sperato. Cominciarono a fare amaro esperimento di ciò che importi essere una casta soggetta. Erano molestati daglʼindigeni con accuse di crimenlese e di sedizione. Questo protestante aveva carteggiato con Monmouth; quellʼaltro aveva con poco rispetto favellato del Re quattro o cinque anni innanzi, mentre si discuteva la Legge dʼEsclusione; e la testimonianza del più infame degli uomini serviva a provare la colpa. Il Lord Luogotenente riferì, che temeva, ove non si fosse posto fine a siffatto modo dʼagire, in Dublino tra breve sarebbe stato il regno del terrore simile a quello che sʼera veduto in Londra, allorchè lʼonore e la vita deʼ cittadini erano nelle mani di Oates e di Bedloe.[169]A Clarendon fu, dopo poco tempo, annunziato, in un conciso dispaccio di Sunderland, il principe avere deliberato di fare senza indugio un pieno cangiamento nel Governo civile e militare dellʼIrlanda, e di porre negli uffici un gran numero di Cattolici Romani; e si aggiungeva, con pochissima grazia, che la Maestà Sua aveva in tali cose chiesto consiglio a uomini più competenti del suo inesperto Lord Luogotenente.[170]Avanti che cotesta lettera fosse pervenuta al vicerè, la nuova di ciò che vi si conteneva era per vari mezzi arrivata in Irlanda. Il terrore deʼ coloni fu immenso. Essendo inferioridi numero alla popolazione indigena, la loro condizione sarebbe stata tristissima se la popolazione indigena si fosse armata contro loro di tutti i poteri dello Stato: e tale, nientemeno, era la minaccia. Gli Inglesi abitanti di Dublino passava lʼuno accanto allʼaltro per le vie con afflitto sembiante. Nella Borsa i negozi erano sospesi. I possidenti affrettavansi a vendere a qualunque prezzo le loro terre, e mandare in Inghilterra le somme ricavate. I trafficanti cominciavano ad assestare i loro conti, ed apparecchiavansi a ritirarsi dai commerci. Lo effetto della paura tosto si risentì nella pubblica rendita.[171]Clarendon tentò dʼispirare agli impauriti quella fiducia chʼei non aveva in cuore. Assicurò loro, che la proprietà sarebbe stata considerata come sacra; e disse di sapere di certa scienza, che il Re era determinato di mantenere lʼAtto, così chiamato, di Stabilimento, che guarentiva i loro diritti sulle terre. Ma al Governo in Inghilterra egli scriveva in tono diverso. Rischiossi per fino a querelarsi del Re, e senza biasimare lo intendimento che Sua Maestà aveva dʼimpiegare i Cattolici Romani, suggerì con vigorose parole, che i Cattolici Romani destinati agli impieghi fossero inglesi.[172]La risposta di Giacomo fu secca e fredda. Dichiarò, come egli non intendesse privare i coloni inglesi delle terre loro, ma molti di loro ei teneva suoi nemici; e dacchè consentiva di lasciare tutta lʼopulenza nelle mani deglʼinimici, era maggiormente necessario che lʼamministrazione civile e militare fosse posta in quelle degli amici suoi.[173]Per le quali cose, vari Cattolici Romani furono chiamati al Consiglio Privato; e spedironsi ordini ai municipii perchè ammettessero i Cattolici Romani ai privilegi municipali.[174]A molti ufficiali dellʼesercito fu arbitrariamente tolto e grado e pane. Invano il Lord Luogotenente patrocinò la causa di parecchi, che egli sapeva essere buoni soldati e leali sudditi. Fra costoro erano vecchi Cavalieri, che avevano strenuamentepugnato per la monarchia, e che portavano onorate cicatrici. Neʼ loro posti furono messi uomini i quali altro merito non avevano che la loro religione. Dicevasi che deʼ nuovi capitani e luogotenenti alcuni erano stati bifolchi, altri servitori, altri anche predoni; taluni erano così assuefatti a portare scarponi, che inciampavano e procedevano stranamente impacciati neʼ loro stivali da soldati. Non pochi degli ufficiali destituiti arruolaronsi nellʼesercito olandese, e quattro anni dopo provarono il diletto di sconfiggere ignominiosamente i loro successori, e cacciarli oltre le acque del Boyne.[175]Lʼangoscia e il timore di Clarendon si accrebbero ad una nuova che gli giunse per vie private. Senza la sua approvazione, senza nè anche fargliene saper nulla, facevansi apparecchi per armare e disciplinare tutta la popolazione celtica dellʼisola di cui egli era governatore di solo nome. Tyrconnel da Londra dirigeva le cose; e i prelati cattolici erano suoi agenti. Ciascun prete era stato richiesto di compilare una lista di tutti i suoi parrocchiani maschi, atti alle armi, e mandarla al suo Vescovo.[176]LXVII. Già correva voce che Tyrconnel sarebbe tra breve ritornato a Dublino, investito di poteri straordinari e indipendenti; e la voce ogni giorno maggiormente spandevasi. Il Lord Luogotenente, che per nessuno insulto al mondo sapeva indursi a rinunziare alla pompa e agli emolumenti del suo ufficio, dichiarò che avrebbe piegata la fronte dinanzi al volere del Re, e si sarebbe mostrato in ogni cosa suddito obbediente e fedele. Disse di non avere mai in vita sua avuto il minimo litigio con Tyrconnel, ed era sicuro che nè anche adesso nascerebbe differenza tra loro.[177]Eʼ pare che Clarendon non si rammentasse della congiura fatta a rovinare la fama della sua innocente sorella, della quale congiura Tyrconnel era stato precipuo macchinatore. Simigliante ingiuria non è tale che un uomo dʼalto animo possa agevolmente perdonare. Manella malvagia corte nella quale gli Hydes si erano tanto tempo affaccendati a farsi lo stato, simiglianti ingiurie venivano di leggeri perdonate e poste in oblio, non mai per magnanimità di carità cristiana, ma per semplice abiettezza e difetto di senso morale. Nel giugno 1686, Tyrconnel giunse in Irlanda. Il regio mandato lʼautorizzava solamente a comandare le truppe; ma aveva istruzioni concernenti tutte le parti dellʼamministrazione, e a un tratto si recò in mano il Governo effettivo dellʼisola. Il di dopo il suo arrivo, esplicitamente dichiarò, che gli uffici dovevano largamente darsi ai Cattolici Romani, e che per ciò era dʼuopo mandar via i Protestanti. Si dètte con pertinacia ed ardore a riordinare lʼarmata. E davvero chʼera questa lʼunica delle funzioni di comandante supremo chʼegli potesse adempire: poichè, quantunque fosse coraggioso nelle risse e neʼ duelli, non conosceva punto lʼarte militare. Alla prima rassegna chʼegli fece, coloro i quali gli stavano da presso poterono chiaramente accorgersi che egli non sapeva guidare un reggimento.[178]LXXVIII. Cacciare dallʼarmata glʼInglesi e porvi glʼIrlandesi, era, secondo la sua opinione, il principio e il fine dellʼamministrazione della guerra. Ebbe lʼinsolenza di cassare il capitano delle Guardie del Corpo del Lord Luogotenente; nè Clarendon seppe di ciò chʼera seguito, se non quando vide un Cattolico Romano, il cui volto gli giungeva nuovo, scortare il suo cocchio di gala.[179]Il cangiamento non si limitò ai soli ufficiali. Le file furono pienamente disfatte e rifatte. Quattro o cinquecento soldati furono reietti da un solo reggimento, principalmente sotto pretesto dʼessere di statura inferiore a quella richiesta dalla legge. Nulladimeno, anche lʼocchio più inesperto conobbe a un tratto che essi erano più atti e meglio formati deʼ loro successori, il cui aspetto selvaggio e squallido disgustava i riguardanti.[180]Ai nuovi ufficiali fu ingiunto di non arruolare nessun soldato protestante. I reclutatori, invece di battere i loro tamburi per raccogliere volontarinelle fiere e nei mercati, secondo lʼantica usanza, recavansi ai luoghi aʼ quali i Cattolici Romani solevano andare in devoto pellegrinaggio. In poche settimane, il Generale aveva posto nello esercito più di due mila reclute indigene; e chi gli stava dappresso, con sicurtà affermava che pel dì di Natale in tutta lʼarmata non sarebbe rimasto nè anche un soldato di razza inglese.[181]In tutte le questioni che sorgessero nel Consiglio Privato, Tyrconnel mostravasi similmente violento e parziale. Giovanni Keating, Capo giudice deʼ Piati Comuni, uomo insigne per abilità, integrità e lealtà, espose con modi assai miti, che tutto ciò che il Generale potesse ragionevolmente chiedere per la sua propria Chiesa, era la perfetta uguaglianza. Disse, il Re aver voluto manifestamente intendere, che nessun uomo meritevole della fiducia pubblica dovesse essere escluso perchè Cattolico Romano, e nessuno immeritevole della pubblica fiducia dovesse essere ammesso perchè Protestante. Tyrconnel subito cominciò a vomitare imprecazioni e bestemmie. «Io non so che rispondere a ciò; ma devono essere tutti Cattolici Romani.»[182]I più assennati Irlandesi aderenti alla Religione Cattolica rimasero atterriti alla demenza di lui, e provaronsi di rimproverarlo; ma li cacciò via imprecando.[183]La sua brutalità trascorreva tantʼoltre, che molti lo credevano ammattito. Eppure, era meno strana della svergognata volubilità con che gli uscivano di bocca le bugie. Lungo tempo prima aveva acquistato il soprannome diLying Dick Talbot(il bugiardo Guglielmo Talbot); e a Whitehall ogni strana finzione veniva chiamata una delle verità di Dick Talbot. Adesso giornalmente mostrava dʼessere ben meritevole di cotesta non invidiabile riputazione. E davvero in lui il mentire era una infermità. Dopo dʼaver dato ordini di destituire gli ufficiali inglesi, era capace di condurli nelle sue segrete stanze, e assicurarli della fiducia ed amicizia che sentiva per loro, dicendo: «Dio mi confonda, mi sperda, mi fulmini sʼio non avrò a cuore ivostri interessi.» Talvolta coloro ai quali aveva fatto simili giuramenti, sapevano, innanzi ohe il giorno si chiudesse, dʼessere stati destituiti.[184]LIX. Al suo arrivo, quantunque bestemmiasse oscenamente contro lʼAtto di Stabilimento, e chiamasse glʼinteressi inglesi cosa iniqua, cosa scellerata, cosa maledetta, simulò nondimeno dʼesser convinto che la distribuzione delle proprietà, non si poteva, dopo si lungo corso dʼanni, alterare.[185]Ma giorni dopo, cangiò linguaggio. In Consiglio si mise a declamare con veemenza intorno alla necessità di renderò le terre agli antichi padroni. Ma non aveva per anche ottenuto lʼassenso del Re a codesto fatale disegno. Nella mente di Giacomo, il sentimento nazionale tenzonava ancora debolmente contro la superstizione. Egli era uomo inglese; era Re inglese; e non poteva, senza tristi presentimenti, acconsentire alla destruzione della maggior colonia che lʼInghilterra avesse mai fondata. Glʼinglesi Cattolici Romani, ai quali aveva costume di chiedere consiglio, furono di quasi unanime opinione a favore dellʼAtto di Stabilimento. Non solo lʼonesto e moderato Powis, ma il dissoluto e testardo Dover, porsero savi e patriottici consigli. Tyrconnel mal poteva sperare di frustrare da lungi lo effetto che tali ammonimenti producevano nella mente del Re. Deliberò, quindi, di difendere in persona la causa della sua casta; e però, verso la fine dʼAgosto, partì per lʼInghilterra.LXXX. Si la presenza che lʼassenza di lui erano egualmente cagione di timore al Lord Luogotenente. Gli era veramente doloroso vedersi ogni giorno umiliato dal suo nemico; ma non eragli di minor dolore il sapere che il suo nemico ogni giorno susurrava calunnie e pessimi consigli alle orecchie del Principe. Clarendon era tormentato da molte e diverse vessazioni. In una sua gita nellʼinterno dellʼisola, sʼera veduto trattare con disprezzo dalla popolazione irlandese. I preti cattolici romani esortavano le loro congregazioni a nonfargli nessun atto di riverenza. I gentiluomini indigeni invece di andare a complirlo, rimanevano nelle proprie case. Il contadiname indigeno da per tutto cantava canzoni in lingua ersa in lode di Tyrconnel, il quale tra breve sarebbe riapparso ad umiliare pienamente i loro oppressori.[186]Il vicerè era appena ritornato a Dublino dalla sua poco soddisfacente gita, allorquando gli giunsero lettere che gli annunciavano il Re essere seriamente sdegnato contro di lui. La Maestà sua—dicevano tali lettere—aspettarsi che i suoi ministri non solo adempissero i suoi comandamenti, ma gli adempissero di cuore e con esultanza. Esser vero che il Lord Luogotenente non aveva ricusato di cooperare alla riforma dellʼarmata e dellʼamministrazione civile, ma averlo fatto con ripugnanza e con negligenza: il suo aspetto avere tradito il sentimento dellʼanimo: tutti essersi accorti comʼegli disapprovasse la politica che gli era stato commesso di recare ad effetto.[187]Immerso in amarissima angoscia, scrisse lettere onde difendersi; ma gli fu bruscamente annunziato, la sua difesa non essere soddisfacente. Allora, con abiettissime parole, dichiarò che non avrebbe tentato di giustificarsi; si sarebbe sobbarcato riverente alla sentenza, qualunque si fosse, del principe; si sarebbe prostrato nella polvere onde implorare perdono, dacchè egli sincerissimamente pentivasi, e riputava glorioso il morire pel suo sovrano: ma gli era impossibile di vivere percosso dallʼira di lui. Tali parole non movevano da sola ipocrisia dʼinteresse, ma, almeno in parte, da animo prettamente servile e meschino; avvegnachè, nelle lettere di confidenza non destinate ad andare sotto gli occhi del Re, Clarendon si spassionasse nel medesimo tono lamentevole con la propria famiglia: sè essere degno di pietà, sè ruinato, sè non aver forza da sostenere la collera del Re, sè non curare punto la vita ove non vi fosse mezzo a placare lʼira dellʼadorato principe.[188]Il misero si sentì accrescere in cuore lo spavento, come seppe essersi già deliberato in Whitehall di richiamare lui, e fargli succedere ilsuo rivale e calunniatore Tyrconnel.[189]E in tanto, per alcun tempo lʼavvenire parve rischiararsi; il Re era di buon umore; e per pochi giorni Clarendon sʼilluse credendo che la intercessione del fratello fosse prevalsa, e la tempesta abbonacciata.[190]LXXXI. La tempesta, invece, era appena incominciata. Mentre Clarendon studiavasi di appoggiarsi a Rochester, Rochester non bastava a sostenere sè stesso. Come in Irlanda il fratello maggiore, quantunque avesse le Guardie dʼonore, la spada dello Stato e il titolo dʼEccellenza, era sottoposto di fatto al Comandante delle armi; così in Inghilterra il fratello minore, quantunque ritenesse il bastone bianco e la precedenza, in grazia del suo alto ufficio, sopra i grandi nobili ereditari, andava diventando un semplice impiegato nelle finanze. Il Parlamento fu nuovamente prorogato a un tempo lontano, contro i noti desiderii del Tesoriere. Nè anche gli fu detto che doveva esservi unʼaltra proroga, ma ei ne lesse la nuova nella Gazzetta. La effettiva direzione degli affari era passata nelle mani della cabala, che il venerdì pranzava a casa di Sunderland. Il Gabinetto si ragunava solo per udire la lettura deʼ dispacci giunti dalle Corti straniere; nè tali dispacci contenevano più di quel che si sapesse alla Borsa Reale; imperocchè tutte le legazioni inglesi avevano ricevuto ordini di porre nelle lettere officiali solo i discorsi ordinari delle anticamere, e comunicare privatamente i segreti importanti a Giacomo stesso, a Sunderland o a Petre.[191]E di ciò la vincitrice fazione non era paga. Coloro deʼ quali il Re si fidava, gli dicevano che la ostinatezza con che la nazione avversava i disegni di lui, era veramente da attribuirsi a Rochester. In che guisa avrebbe potuto il popolo credere che il sovrano fosse incrollabilmente risoluto a perseverare nella via nella quale sʼera messo, vedendogli a lato, ostensibilmente primo per possanza e fiducia fra i suoi consiglieri, un uomo che, come tutti sapevano, disapprovava grandemente quella via? Ogni passo che il principe aveva fatto ad umiliare la Chiesa Anglicana,ed esaltare quella di Roma, era stato avversato dal Tesoriere. Era pur vero, che qualvolta aveva sperimentata vana ogni opposizione, egli si era sottomesso di malavoglia; chè anzi aveva cooperato a mandare ad esecuzione quegli stessi progetti chʼegli aveva con estremo calore contrastati. Egli era vero che, quantunque abborrisse la Commissione Ecclesiastica, aveva consentito di essere uno deʼ Commissari. Era anche vero, che mentre dichiarava di non trovare nessuna cagione di biasimo nella condotta del vescovo di Londra, aveva ripugnantemente votato a favore della sentenza che lo cacciò dalla sua sede. Ma ciò non era bastevole. Un principe dedito ad unʼintrapresa così grave ed ardua come quella in cui Giacomo sʼera messo, aveva diritto dʼesigere dal suo primo ministro, non una acquiescenza fatta mal volentieri e senza grazia, ma una zelante e fortissima cooperazione. Mentre con tali consigli la cabala tentava di continuo lʼanimo di Giacomo, gli giungevano per la posta-di-un-soldo molte lettere cieche, ripiene di calunnie contro il Lord Tesoriere. Questo modo dʼaggressione era stato immaginato da Tyrconnel, e concordava perfettamente con ogni azione della sua vita infame.[192]Il Re esitava. Eʼ sembra, a dir vero, che portasse singolare affetto al suo cognato, e per lʼaffinità, e per la lunga dimestichezza, e per molti scambievoli buoni uffici. Pareva probabile che finchè Rochester avesse continuato a sottoporsi, quantunque lento e mormorando, alle voglie del Re, sarebbe rimasto, di nome, primo ministro. Sunderland, quindi, con finissima astuzia suggerì al proprio signore la convenevolezza di chiedere a Rochester lʼunica prova dʼobbedienza; prova che Rochester, senza alcun dubbio, non avrebbe mai data. Per allora—tale era il linguaggio dello scaltro segretario—tornava al Re impossibile consigliarsi col primo deʼ suoi ministri intorno a ciò che gli stava più a cuore.LXXXII. Era doloroso il pensare che i pregiudicii religiosi, in sì grave negozio, dovessero privare il Governo di un tanto aiuto. Forse non era impossibile vincere simiglianti pregiudicii. Allora lo ingannatore bisbigliò sapere che Rochester di recente avesse manifestato qualche dubbio intornoi punti in questione tra i Protestanti e i Cattolici.[193]Ciò fu bastevole perchè il Re prendesse un partito. Cominciò a lusingarsi di potersi sottrarre alla necessità di allontanare da sè un amico, e nel tempo stesso assicurarsi un esperto coadiutore alla grandʼopera chʼera in via di compiere. Fu anche solleticato dalla speranza dʼacquistare il merito e la gloria di avere salvata unʼanima dalla eterna perdizione. Eʼ pare in verità, che intorno questo tempo fosse invaso da un insolito e violento accesso di zelo per la sua religione: la qual cosa è più da notarsi in quanto era pur allora ricaduto, dopo un breve intervallo dʼastinenza, nella dissolutezza; che tutti i teologi cristiani condannano come peccaminosa, e che in un uomo maturo, ed ammogliato ad una giovine e leggiadra donna, anche dai mondani è giudicata riprovevole. Lady Dorchester era ritornata da Dublino, e nuovamente divenuta concubina del Re. Politicamente il suo ritorno non era dʼalcuna importanza. Aveva imparato per propria esperienza, essere stoltezza ogni prova di salvare il suo amante dalla distruzione a cui correva diritto. E però lasciò che i Gesuiti lo guidassero nella condotta politica. Nondimeno, ella era la sola di parecchie donne abbandonate, che a quel tempo dividesse con la Chiesa Cattolica lʼimpero nel cuore di lui.[194]Sembra chʼei pensasse di fare ammenda di aver trascurata la salute dellʼanima propria, dandosi cura delle anime altrui. Si pose, adunque, ad operare con sincera volontà, ma con la volontà dʼun animo aspro, severo ed arbitrario, per la conversione del suo cognato. In ogni udienza accordata al Tesoriere, il tempo era speso ad argomentare intorno allʼautorità della Chiesa ed al culto delle immagini. Rochester aveva fermo in cuore di non abiurare la propria religione; ma non pativa scrupoli a ricorrere, per difendersi, ad artifici disonorevoli al pari di quelli che altri aveva adoperati ad offenderlo. Simulava di parlare come uomo che ondeggi nel dubbio, mostrava desiderio di essere illuminato ove si trovasse nellʼerrore, si faceva prestare libri papisti, ed ascoltava cortesemente i teologi papisti. Ebbe vari colloqui con Leyburn vicario apostolico,con Godden cappellano e limosiniere della Regina vedova, e con Bonaventura Giffard, teologo educato alla polemica nelle scuole di Doaggio. Fu stabilito che vi sarebbe una disputa formale tra cotesti dottori ed alcuni ecclesiastici protestanti. Il Re disse a Rochester, di scegliere qualunque ministro della Chiesa Anglicana, da due soli allʼinfuori. I due esclusi erano Tillotson e Stillingfleet. Tillotson, il più popolare predicatore di queʼ tempi, e per costumi lʼuomo più inoffensivo del mondo, aveva stretta relazione con alcuni dei principali Whig; e Stillingfleet, che avea voce di destro maneggiatore di tutte le armi della controversia, era anche più esoso a Giacomo per avere pubblicata una risposta agli scritti trovati nella cassa forte di Carlo II. Rochester elesse i due regi Cappellani, che per avventura trovavansi di servizio. Uno di loro chiamavasi Simone Patrick, i cui commentari sopra la Bibbia formano ancora parte delle biblioteche teologiche; lʼaltro era Jane, Tory virulento, il quale aveva cooperato a formulare il decreto, con cui la università dʼOxford aveva abbracciate le peggiori follie di Filmer. La conferenza seguì in Whitehall il dì 30 novembre. Rochester, che voleva non si sapesse lui avere consentito a porgere ascolto agli argomenti deʼ preti papisti, si fece promettere secretezza. Non fu presente altro uditore che il Re. La discussione versò intorno alla presenza reale. I teologi cattolici romani assunsero lʼincarico di provarla. Patrik e Jane ragionarono poco; nè era mestieri consumare molte parole, perocchè lo stesso Conte imprese a difendere la dottrina della sua Chiesa; e come soleva succedergli, tosto riscaldato dal conflitto, perdè il proprio contegno, e domandò con gran forza, se era da sperarsi chʼegli si inducesse mai a cangiare religione per argomenti sì frivoli. Poi si rammentò del rischio che egli correva, cominciò nuovamente a dissimulare, lodò i dottori per lʼarte e la dottrina che avevano mostrata nella disputa, e chiese tempo a meditare sopra ciò che avevano detto.[195]

LX. Ma era ben noto che la barbarie non apriva, così agevolmente come lʼapostasia, il varco al cuore di Giacomo. Alla apostasia, dunque, Perth e Melfort ricorsero con certa audace abiettezza, che nessuno inglese uomo di Stato avrebbe potuto sperar di uguagliare. Dichiararono che ambidue erano stati convertiti dagli scritti trovati entro la cassa forte di Carlo II, e che avevano incominciato a confessarsi e ad ascoltare la Messa.[125]Quanto poco entrasse la coscienza nella conversione di Perth, ne fu chiaro argomento lʼavere egli sposata, pochi giorni dopo, a dispetto delle leggi della religione da lui pur allora abbracciata, una sua cugina germana, senza provvedersi dʼuna dispensa. Come il buon Pontefice seppe la nuova del fatto, disse, con quello spregio e disdegno convenevole alla dignità sua, quella essere una strana specie di conversione.[126]Ma Giacomo ne rimase più agevolmente satisfatto. I due apostati sʼappresentarono a Whitehall, dove riceverono tali assicurazioni di favore, che provaronsi di apporre direttamente addebiti al Tesoriere. Ma tali addebiti erano così manifestamente frivoli, che a Giacomo fu forza di assolvere lo accusato ministro; e molti credettero che il Cancelliere si fosse rovinato per la maligna voglia di rovinare il rivale. Taluno, nondimeno, faceva più esatto giudicio. Halifax, al quale Perth manifestò qualche timore, rispose, con un sorriso di scherno, che non vʼera punto pericolo. «Staʼ di buon animo, Milord; la tua fede ti ha salvato.» La profezia fu vera. Perth e Melfort ritornarono a Edimburgo capi del Governo della loro patria.[127]Un altro membro dei Consiglio Privato di Scozia,cioè Alessandro Stuart, conte di Murrey, discendente ed erede del Reggente, abiurò quella religione della quale il suo illustre antenato era stato precipuo campione, e si dichiarò membro della Chiesa di Roma. Devoto, come sempre era stato Queensberry, alla causa della regia prerogativa, non poteva resistere ai suoi competitori, i quali ambivano, mostrandosi ligii al Sovrano, acquistarne la grazia. Gli toccava sostenere mille mortificazioni ed umiliazioni, simili a quelle che, verso quel tempo, cominciarono ad amareggiare la vita del suo amico Rochester.

LXI. Giunsero a Edimburgo lettere regie che autorizzavano i papisti ad occupare gli uffici senza essere sottoposti allʼAtto di Prova. Al clero fu fatto rigoroso comandamento di non fare nelle prediche riflessioni sulla Religione Cattolica Romana. Il Cancelliere si tolse il carico di mandare i mazzieri del Consiglio Privato attorno per le poche tipografie e librerie che allora si trovavano in Edimburgo, ad ordinar loro di non pubblicare nessuna opera senza sua licenza. Intendevasi bene che tale ordine doveva impedire la circolazione degli scritti protestanti. Un onesto cartolaro disse ai mazzieri, chʼegli aveva in bottega un libro che con dure parole discorreva del papismo, e chiese di sapere se lo potesse vendere. Coloro domandarono di vederlo, ed egli mostrò loro un esemplare della Bibbia.[128]Un carico dʼimmagini, di rosari, di croci e di turiboli, giunse a Leith, diretto a Lord Perth. La importazione di tali cose da lungo tempo consideravasi illegale; ma adesso glʼimpiegati delle dogane le lasciarono passare liberamente.[129]Poco dopo si seppe che una cappella papalina era stata accomodata nella casa del Cancelliere, e che vi si celebrava regolarmente la Messa. Insorse la plebe, ed assaltò ferocemente il luogo dove celebravansi i riti idolatrici. Strappò le inferriate delle finestre. Lady Perth, ed alcune altre donne sue amiche, furono imbrattate di fango. Uno deʼ faziosi fu preso, e condannato per ordine del Consiglio Privato alla fustigazione. I suoi compagni lo liberarono, e bastonarono il boia. La città per tutta la notte fu in tumulto. Gli studenti della Università si congiunseroalla folla, incoraggiando glʼinsorti. I borghesi zelanti bevevano alla salute deʼ giovani collegiali, a confusione deʼ papisti; e vicendevolmente facevansi animo ad affrontare i soldati. Questi, che erano già sotto le armi, furono ricevuti con una pioggia di sassate, nella quale un ufficiale rimase ferito. Fu dato ordine di far fuoco; e vari cittadini furono uccisi. Il tumulto fu serio; ma i Drummonds, infiammati dallʼodio e dallʼambizione, stranamente lo esagerarono. Queensberry fece osservare, che la loro relazione avrebbe fatto credere, a chiunque non fosse stato testimonio oculare, che in Edimburgo fosse seguita una sedizione formidabile quanto quella di Masaniello. Essi, allʼincontro, accusarono il Tesoriere non solo di scemare la gravità del delitto, ma dʼaverlo suggerito, e fecero ogni possibile sforzo a procurarsi una prova della colpa di lui. Ad uno deʼ capi, che cadde nelle mani del Governo, fu offerta la grazia, a patto che confessasse dʼessere stato incitato a tumultuare da Queensberry: ma lo stesso entusiasmo religioso che aveva spinto lo sventurato prigione ad illegittima violenza, glʼimpedì di comprare la propria vita con una calunnia. Egli e vari altri deʼ suoi complici furono impiccati. Un soldato che accusavano dʼavere gridato, mentre infuriava la sommossa, come egli desiderasse di dare addosso con la spada ad un papista, venne fucilato; in Edimburgo fu ristabilita la tranquillità: ma coloro che patirono il rigore del Governo furono considerati come martiri; e il Cancelliere papista divenne segno ad un odio mortale, che tra non molto tempo fu ampiamente appagato.[130]

LXII. La collera si accese nellʼanimo del Re. La nuova del tumulto gli pervenne mentre la Regina, aiutata dai Gesuiti, aveva pur allora riportata vittoria sopra Lady Dorchester e i suoi collegati protestanti. I malcontenti si accorgerebbero, disse egli, che il solo effetto della resistenza che avevano fatta alla sua volontà, era di renderlo sempre più fermo nel proprio proponimento.[131]Spedì ordini al Consiglio Scozzese dipunire con estrema severità i colpevoli, e dʼadoperare senza ritegno lo stivaletto.[132]Simulò di essere profondamente convinto della innocenza del Tesoriere, e gli scrisse cortesissime parole; alle quali parole tennero dietro scortesissimi atti. Il Tesoro scozzese fu affidato ad una Commissione, in onta alle calde insistenze di Rochester, il quale probabilmente previde la propria sorte in quella del proprio parente.[133]Queensberry fu nominato Primo Commissario, e Presidente del Consiglio Privato; ma la sua caduta, quantunque siffattamente addolcita, era sempre una caduta. Gli fu tolto anche il comando del Castello dʼEdimburgo, ed in quel posto di fiducia gli successe il Duca di Gordon, cattolico romano.[134]

LXIII. Giunse da Londra al Consiglio Privato una lettera, nella quale erano appieno dichiarati glʼintendimenti del Re. Ei voleva che i Cattolici Romani fossero esenti dalle leggi che imponevano pene e incapacità civili a coloro che non si uniformassero alla religione dello Stato; voleva, inoltre, che si perseguissero senza pietà i Convenzionisti.[135]Ciò incontrò grave opposizione in Consiglio. Alcuni non amavano vedere rilassate le leggi esistenti. Altri, che a ciò non erano punto contrari, sentivano ancora quanto sarebbe stato mostruoso ammettere i Cattolici Romani alle dignità dello Stato, e frattanto non revocare lʼAtto che puniva di morte chiunque intervenisse ad un conventicolo presbiteriano. La risposta del Consiglio, quindi, non fu, secondo lʼusato, ossequiosa.

LXIV. Il Re riprese severamente glʼirriverenti consiglieri, e ordinò che tre di loro, cioè il Duca di Hamilton, Sir Giorgio Lockhart e il Generale Drummond, si recassero a Westminster presso lui. Lʼabilità e la istruzione di Hamilton, quantunque non fossero tali da bastare a trarre un uomo dallʼoscurità, sembravano altamente rispettabili in uno che era primo Pari di Scozia. Lockhart era stato da lungo tempo consideratocome uno deʼ principali giureconsulti, logici, ed oratori che fossero mai stati nella sua patria, e godeva anche quella specie di stima che deriva dalle vaste possessioni; perocchè la sua opulenza era quale a queʼ tempi pochi deʼ nobili scozzesi possedevano.[136]Era stato, da ultimo, fatto Presidente della Corte di Sessione. Drummond, fratello minore di Perth e di Melfort, era comandante delle forze in Iscozia. Era uomo dissoluto e profano; ma, per un sentimento dʼonore, che mancava affatto ai suoi confratelli, abborriva dalla pubblica apostasia. Visse e morì, secondo lʼespressiva frase dʼun suo concittadino, da cattivo cristiano, ma da buon protestante.[137]

Giacomo si compiacque dellʼossequiose parole con che gli favellarono i tre consiglieri, allorchè primamente comparvero al suo cospetto. Parlò assai bene di loro a Barillon, e in specie esaltò Lockhart, come il più esperto ed eloquente degli Scozzesi. Nondimeno, poco appresso si accôrse di non averli esattamente giudicati; e corse voce alla Corte, che fossero stati pervertiti dalle genti con le quali avevano usato famigliarmente in Londra. Hamilton stava molto in compagnia deʼ saldi partigiani della Chiesa Anglicana; e temevasi che Lockhart, il quale era congiunto alla famiglia Wharton, fosse caduto in una compagnia anche peggiore. E veramente, egli era naturale che quelli uomini di Stato, pur allora arrivati da un paese dove ora quasi sconosciuta ogni altra specie dʼopposizione, tranne quella che facevasi per mezzo dʼaperta insurrezione o dʼassassinio, e dove tutto ciò che non fosse furore eslege veniva considerato come avvilimento, rimanessero maravigliati vedendo il caldo e vigoroso e, nondimeno, sobrio scontento che regnava in Inghilterra, e nascesse in loro il pensiero di far prova di resistenza costituzionale alle voglie del Re. Dichiararonsi però dispostissimi ad alleggiare grandemente i Cattolici Romani, ma a due condizioni: primo, che una simile indulgenza venisse anco concessa ai settari calvinisti; e poi, che il Re promettesse solennemente di non tentar nulla a danno della religione protestante.

LXV. Ambedue coteste condizioni spiacquero sommamentea Giacomo. Nondimeno, assentì con ripugnanza, dopo parecchi giorni di contrasto, che i presbiteriani venissero trattati con qualche indulgenza; ma non volle affatto concedere loro la piena libertà chʼegli voleva pei membri della sua propria religione.[138]La seconda condizione proposta daʼ tre consiglieri Scozzesi, ei ricusò positivamente dʼammettere, dicendo: la religione protestante essere falsa; per lo che egli non voleva promettere di non giovarsi del proprio potere a danno dʼuna falsa religione. La disputa fu lunga, e non condusse a conclusione che soddisfacesse ad alcuna delle parti.[139]

Appressavasi il tempo stabilito alla ragunanza degli Stati Scozzesi; ed era dʼuopo che i tre consiglieri si partissero da Londra per trovarsi allʼapertura del Parlamento in Edimburgo. In questa occasione, Queensberry ricevette un altro affronto. Nellʼantecedente sessione aveva occupato lʼufficio di Lord Alto Commissario, e, come tale, rappresentava la maestà del Re assente. Simile dignità, che era la grandissima alla quale un nobile scozzese potesse aspirare, fu adesso conferita al rinnegato Murray.

LXVI. Il dì vigesimonono dʼaprile, il Parlamento sʼadunò in Edimburgo. Vi si lesse una lettera, nella quale il Re esortava gli Stati ad alleggiare i suoi sudditi cattolici romani, ed offriva in ricambio il libero traffico con la Inghilterra, e una amnistia pei delitti politici. Fu istituita una Commissione onde compilare la risposta da farsi al Re. Tale Commissione, quantunque fosse nominata da Murray e composta di Consiglieri Privati e di cortigiani, scrisse una risposta, piena, a dir vero, di espressioni di riverenza e dʼossequio, ma che chiaramente indicava che il Parlamento avrebbe respinto la richiesta del Re. Gli Stati—diceva la Commissione—sarebbero andati sin dove avrebbe loro consentito la propria coscienza,per compiacere ai desiderii della Maestà Sua rispetto ai sudditi appartenenti alla Religione Cattolica Romana. Queste espressioni non soddisfecero punto il Cancelliere: nondimeno, gli fu forza accettarle, ed incontrò anche qualche difficoltà a persuadere il Parlamento perchè le adottasse. Alcuni zelanti partigiani del protestantismo obiettarono contro le parole Religione Cattolica Romana, dicendo non esistere tale religione; bensì una apostasia idolatra, che dalle leggi era punita col capestro: non essere quindi convenevole ad un Cristiano ricordarla con nomi onorevoli. Chiamare Cattolica una simile superstizione, era un rinunziare interamente alla questione che agitavasi fra Roma e le Chiese riformate. Lʼofferta del libero traffico con la Inghilterra, fu considerata come un insulto. «I nostri padri» disse un oratore «venderono il loro Re per lʼoro del mezzogiorno; e sopra noi pesa tuttavia il rimprovero di quellʼiniquo mercato. Non si dica di noi, che abbiamo venduto il nostro Dio!» Sir Giovanni Lauder di Fountainhall, uno deʼ Senatori del Collegio di Giustizia, propose le parole «le persone comunemente chiamate Cattoliche Romane.»—«E che! vorreste voi dare tal soprannome a Sua Maestà?» esclamò il Cancelliere. La risposta, così come fu formata dalla Commissione, passò; ma una grande e rispettabile minoranza votò contro le parole proposte, perchè troppo cortigiane.[140]Eʼ fu notato che i rappresentanti della città mostraronsi, quasi tutti, contrari al Governo. Fino allora essi erano stati di poco peso nel Parlamento, e generalmente considerati come sottoposti ai nobili potenti. Eglino adesso per la prima volta mostrarono indipendenza e risolutezza e spirito di colleganza tali, che la Corte ne ebbe terrore.[141]

La risposta spiacque talmente a Giacomo, che non permise che si stampasse nella Gazzetta. Subito dopo, gli giunse la nuova, che una certa legge chʼegli voleva, vedere approvata, non sarebbe stata nè anche proposta. I Lordi degli Articoli, che avevano lʼufficio di formulare gli atti, intorno ai quali poscia gli Stati dovevano deliberare, erano virtualmente nominati dal Re. E anche i Lordi degli Articoli mostraronsidisubbidienti. Come si ragunarono i tre Consiglieri Privati, che erano di recente ritornati da Londra, si fecero capi della opposizione alle voglie del Re. Hamilton dichiarò apertamente di non poter fare ciò che gli veniva chiesto. Egli era suddito fido e leale; ma vʼera un limite imposto dalla coscienza. «La coscienza!» esclamò il Cancelliere «la coscienza è una parola vaga, che significa ogni cosa, o niente.» Lockhart, che sedeva in Parlamento come rappresentante della grande Contea di Lanark, lʼinterruppe dicendo: «Se la coscienza è una parola vuota di senso, la cambieremo con altra frase, che spero significhi qualche cosa. Tolgasi dunque via il vocabolo coscienza, e si adotti—le leggi fondamentali di Scozia.» Queste parole fecero nascere una virulenta discussione. Il Generale Drummond, che rappresentava la Contea di Perth, dichiarò di concordare con lʼopinione di Hamilton e di Lockhart. La maggior parte deʼ vescovi ivi presenti furono del medesimo parere.[142]

Bene si scorgeva che nè anche nel Comitato degli Articoli Giacomo poteva avere una maggioranza. Tali nuove lo afflissero e lo irritarono. Parlò in tono dʼira e di minaccia,e punì alcuni deʼ suoi sediziosi ministri, sperando che ciò agli altri servisse dʼammonimento. Parecchi furono cacciati di Consiglio; altri privati delle pensioni, che erano molta parte delle loro entrate. Sir Giorgio Mackenzie di Rosehaugh fu la più cospicua di quelle vittime. Aveva lungamente occupato lʼufficio di Lord Avvocato, ed aveva avuta tanta parte nella persecuzione deʼ Convenzionisti, che fino ai dì nostri presso lʼaustero e religioso contadiname di Scozia serba una odiosa rinomanza, quasi simile a quella di Claverhouse. Mackenzie non aveva profondi studii giuridici; ma come ingegno dotto, spiritoso e fecondo, era altamente riputato fraʼ suoi concittadini; e la sua rinomanza si era sparsa per tutte le botteghe di Città in Londra e pei chiostri di Oxford. Quel che ci rimane delle sue orazioni forensi, lo fa estimare uomo fornito di egregie doti intellettuali; se non che il suo stile è imbrattato di quelle chʼegli certamente considerava come grazie ciceroniane: cioè di esclamazioni, che mostrano più arte che passione, e di amplificazioni studiate, in cui gli epiteti sono, lʼuno sopra lʼaltro, accumulati in pesantissimo modo. Adesso, per la prima volta, aveva manifestati scrupoli; e però, nonostante tutti i suoi diritti alla gratitudine del Governo, fu destituito del suo ufficio. Si ritrasse in campagna, e poco dopo andò a Londra onde scolparsi, ma gli fu negato lʼaccesso alla regia presenza.[143]Intanto che il Re in tal guisa provavasi di atterrire i Lordi degli Articoli, e indurli alla cieca ubbidienza, la pubblica opinione glʼinanimiva a non cedere. Gli estremi sforzi del Cancelliere non poterono far sì, che il sentire della nazione non si manifestasse dal pulpito e dalla stampa. Un libretto scritto con tale audacia ed acrimonia che nessun tipografo volle rischiarsi a stamparlo, girava per tutti i luoghi manoscritto. Le scritture degli avversarii avevano molto minore effetto, quantunque fossero diffuse a spese pubbliche, e gli Scozzesi difensori del Governo fossero soccorsi da un collega inglese di gran fama; voglio dire da Lestrange, che era stato mandato a Edimburgo ed alloggiava in Holyrood House.[144]

Alla perfine, dopo tre settimane di continuo discutere, iLordi degli Articoli vennero ad una risoluzione. Proposero semplicemente, che ai Cattolici Romani fosse permesso di adorare Dio nelle case private, senza incorrere nelle pene comminate dalle leggi; e tosto si conobbe, che quantunque tale provvisione fosse assai lontana dalle richieste e speranze del Re, gli Stati o non lʼavrebbero approvata affatto, o lʼavrebbero approvata con grandi restrizioni e modificazioni.

Mentre ferveva la contesa, Londra era in grande ansietà. Ogni relazione, ogni rigo giunto da Edimburgo, era avidamente letto. Un giorno spargevasi la voce che Hamilton avesse ceduto, e che il Governo lʼavrebbe vinta in tutto. Un altro arrivava la nuova che la opposizione si fosse rianimata, e si mostrasse più ostinata che mai. Nei momenti più critici, ordinavasi agli ufficii postali di mandare a Whitehall le valigie della Scozia. Per tutta una settimana, nè anche una lettera privata che venisse di là dal Tweed, fu distribuita in Londra. Ai tempi nostri, un simile interrompimento di comunicazione metterebbe sossopra lʼisola intera; ma allora vʼera così poco traffico e carteggio tra lʼInghilterra e la Scozia, che il danno fu probabilmente molto minore di quello che oggidì arrechi un breve indugio nello arrivo della valigia delle Indie. Mentre i mezzi ordinali di sapere le nuove erano in tal modo intercetti, la folla nelle gallerie di Whitehall osservava intentamente il contegno del Re e deʼ suoi ministri. Fu detto, a grande soddisfazione del popolo, che ogni qualvolta giungeva un corriere dal Nord, glʼinimici della religione protestante avevano aspetti sempre più tristi. Finalmente, con universale esultanza, fu annunziato che la lotta era terminata, il Governo non aveva potuto fare adottare le proposte misure, e il Lord Alto Commissario aveva aggiornato il Parlamento.[145]

LXVII. Se Giacomo non fosse stato sordo ad ogni ammonimento, questi fatti sarebbero bastati ad ammonirlo. Pochi mesi avanti, il più ossequioso deʼ Parlamenti Inglesi aveva ricusato di cedere ai voleri di lui. Ma il più ossequioso deʼ Parlamenti Inglesi poteva considerarsi come unʼassemblea animosa e indipendente in agguaglio di qualunque Parlamentoche fosse mai stato in Iscozia; e lo spirito servile deʼ Parlamenti Scozzesi, era da trovarsi in altissimo grado estratto, dirò così, e condensato neʼ Lordi degli Articoli. Ed anche costoro sʼerano mostrati disubbidienti. Era, dunque, chiaro che tutte le classi, tutte le istituzioni che fino a quellʼanno erano state considerate come i più forti puntelli della monarchia, persistendo il Re nella sua insana politica, fossero da reputarsi come parte della forza dellʼopposizione. Nulladimanco, tutti cotesti segni gli tornavano inutili. Ad ogni querela egli dava una sola e medesima risposta; cioè che non cederebbe mai, perocchè le concessioni erano state la rovina di suo padre; e alla sua invincibile fermezza facevano plauso la Legazione Francese e la cabala gesuitica.

Quindi dichiarò dʼessere stato troppo generoso allorchè sʼindusse a richiedere che gli Stati Scozzesi assentissero ai suoi desiderii. La regia prerogativa gli dava potestà di proteggere gli amici e di punire gli oppositori suoi. Fidavasi che in Iscozia la sua potestà di dispensare non gli verrebbe contrastata da nessuna corte di legge. Ivi esisteva un Atto di Supremazia, il quale dava al Sovrano tale un predominio sopra la Chiesa, che avrebbe potuto satisfare anco Enrico VIII. E però i Papisti furono ammessi in folla agli ufficii ed agli onori. Il vescovo di Dunkeld, che come Lord del Parlamento aveva fatta opposizione al Governo, fu arbitrariamente cacciato dalla sua sede, e gli fu dato un successore. Queensberry fu destituito da tutti i suoi impieghi, ed ebbe ordine di rimanere in Edimburgo, finchè fossero ricerchi ed approvati i conti del Tesoro per tutto il tempo della sua amministrazione.[146]E perchè i rappresentanti delle città erano stati i più sediziosi del Parlamento, fu deliberato di modificare ogni borgo in tutto il Regno. Simile cangiamento era stato poco innanzi fatto in Inghilterra per mezzo di sentenze giudiciarie; ma in quanto alla Scozia, un semplice mandato del Principe reputavasi sufficiente. Furono inibite tutte le elezioni deʼ Magistrati e Consigli municipali; e il Re assunse il diritto di nominare da sè glʼindividui a quegli ufficii.[147]In una lettera formale al ConsiglioPrivato annunziò che intendeva di erigere una Cappella Cattolica Romana nel palazzo di Holyrood; e comandò che i Giudici considerassero come nulle tutte le leggi contro i papisti, a pena dʼincorrere nella sua disgrazia. Confortò nondimeno i Protestanti Episcopali, assicurando loro che comunque egli fosse deliberato di proteggere la Chiesa Cattolica Romana contro loro, era egualmente deliberato a protegger loro contro ogni usurpazione dalla parte deʼ fanatici. A cotesta lettera Perth propose una risposta, espressa con servilissime parole. Il Consiglio comprendeva molti papisti; e i membri protestanti che continuavano a sedervi, erano intimiditi dalla ostinazione e severità del Re; ed osavano appena sommessamente mormorare. Hamilton profferì alcune parole contro la potestà di dispensare, ma affrettossi a palliarle spiegandole. Lockhart disse, che avrebbe amato meglio perdere il capo, anzi che apporre la sua firma ad una lettera quale era quella composta dal Cancelliere; ma ebbe destrezza di dire tali cose così piano, che fu udito dai soli amici. Le parole di Perth furono approvate con frivolissime modificazioni; gli ordini del Re furono eseguiti; ma un cupo scontento si diffuse in tutta quella minoranza della nazione scozzese, con lʼaiuto della quale il Governo fino allora aveva tenuto in freno la maggioranza.[148]

LXVIII. Allorquando lo storico di questo perturbato regno rivolge lo sguardo alla Irlanda, lʼopera sua diventa singolarmente difficile e delicata. Ei procede—per usare la squisita immagine adoperata in simigliante occasione da un poeta latino—sopra un fuoco dʼingannatrici ceneri coperto. Il secolo decimosettimo, in quello sventurato paese, ha lasciato al decimonono un fatale retaggio di maligne passioni. Nessun a delle due razze ha perdonato di cuore i vicendevoli torti recati dai Sassoni difensori di Londonderry, e dai Celti difensori di Limerick. Fino ai dì nostri, una più che spartana alterigia deturpa le molte insigni qualità che caratterizzano i figli deʼ vincitori; mentre un sentimento da Iloti, misto dʼodio e di paura, si manifesta troppo spesso neʼ figli deʼ vinti.

Nessuna delle caste avverse può equamente andare assolutadal biasimo; ma il maggior biasimo tocca a quellʼinsensato e testardo principe, il quale, posto in condizioni di poterle riconciliare, adoperò tutta la sua possa a soffiare nel fuoco della nimistà loro, e in fine le costrinse ad affrontarsi e pugnare per la vita e la morte.

LXIX. Gli aggravi che i membri della sua Chiesa sostenevano in Irlanda, differivano grandemente da quelli chʼegli tentava di far cessare in Inghilterra e in Iscozia. Il Libro degli Statuti Irlandesi, poscia deturpato da una intolleranza barbara quanto quella deʼ tempi barbarici, allora conteneva appena un solo Atto, e non molto rigoroso, che imponesse penalità ai papisti, considerati come tali. Al di qua del Canale di San Giorgio, ciascun prete che avesse ricevuto un neofito nel grembo della Chiesa di Roma, era soggetto ad essere appeso alle forche e squartato. Al di là del Canale non correva simile pericolo. Un Gesuita che approdasse a Dover, metteva a repentaglio la vita, mentre poteva in sicurtà passeggiare per le vie di Dublino. Tra noi, niuno poteva occupare un ufficio, o anche procacciarsi da vivere come avvocato o maestro di scuola, senza avere solennemente prestato il giuramento di supremazia; ma in Irlanda un pubblico funzionario non era tenuto a prestare tale giuramento, se non quando gli veniva formalmente imposto.[149]La qual cosa non escludeva daglʼimpieghi niuno che il Governo avesse voluto promuovere. La prova sacramentale e la dichiarazione contro la transustanziazione erano ignote; ed ambedue le Camere del Parlamento ammettevano nel proprio seno glʼindividui di qualunque setta religiosa si fossero.

LXX. Parrebbe, adunque, che lʼIrlandese Cattolico Romano fosse in posizione tale, da essere invidiato daʼ suoi confratelli dʼInghilterra e di Scozia. In fatto, nondimeno, le sue condizioni erano più misere ed ardue delle loro; imperciocchè,quantunque non fosse perseguitato come Cattolico Romano, era oppresso come Irlandese. Nel suo paese, il medesimo confine che partiva le religioni, divideva le razze; ed egli apparteneva alla razza vinta, soggiogata ed avvilita. Nel medesimo suolo stanziavano due popolazioni, localmente mescolate, ma mortalmente e politicamente divise. La differenza di religione non era la sola, e forse nè anche la principale differenza che esistesse tra loro. Discendevano da genti diverse, parlavano diversa lingua. Non solo differivano di carattere, ma lʼuna era opposta allʼaltra, quanto lo possono essere due qualunque altri caratteri di razze diverse in Europa: differivano per grado di civiltà. Tra coteste due popolazioni non poteva essere se non poca simpatia; e secoli di calamità e di danni hanno fatto nascere un forte vicendevole abborrimento. La relazione che la minoranza aveva con la maggioranza, somigliava a quella deʼ commilitoni di Guglielmo il Conquistatore coʼ villani sassoni, o a quella deʼ seguaci di Cortes coglʼIndiani del Messico.

Il nome dʼIrlandesi allora davasi esclusivamente ai Celti, e a quelle famiglie, le quali, ancorchè non fossero dʼorigine celtica, avevano nel decorso degli anni adottati i celtici costumi. Queste genti, che erano probabilmente un poʼ meno dʼun milione, aderivano, tranne poche, alla Chiesa di Roma. Fra mezzo a loro risedevano circa dugento mila coloni, alteri del loro sangue sassone e della loro fede protestante.[150]

La grande preponderanza del numero da una parte, era più che controbilanciata da una gran superiorità dʼintelligenza, di vigore e dʼordine, dallʼaltra. Sembra che glʼInglesi ivi stabiliti fossero per istruzione, energia e perseveranza più presto sopra che sotto lʼordinario livello della popolazione della madre patria. Allʼincontro, il contadiname aborigeno era in uno stato quasi selvaggio. Non lavoravano, se non quando sentivano il pungolo della fame. Contentavansi dʼabitazioni inferiori a quelle che in paesi più prosperi servivano per i bestiami domestici. Già la patata, radice la quale può essere coltivata quasi senza arte, industria o spesa, e non può lungamente tenersi ammassata in gran quantità,era divenuta lo alimento del popolo comune.[151]Da genti che siffattamente vivevano, non era da aspettarsi diligenza nè preveggenza. Anche a poche miglia da Dublino, il viandante, in un suolo che è il più fertile e verdeggiante che sia nel mondo, vedeva con disgusto le misere capanne, innanzi alle quali i barbari, squallidi e seminudi, stavano attoniti a guardarlo mentre passava.[152]

LXXI. Lʼaristocrazia aborigena serbava ancora lʼorgoglio della sua nascita, ma aveva perduto la influenza che deriva dalla ricchezza e dal potere. Le terre deʼ signori erano state da Cromwell partite fraʼ suoi seguaci. Parte, a dir vero, del vasto territorio da lui confiscato, era stato reso, dopo la restaurazione della Casa Stuarda, agli antichi proprietari: ma grandissima parte rimaneva in mano deglʼInglesi, ivi stabiliti sotto la guarentigia di un Atto del Parlamento. Questo atto era rimasto in vigore pel corso di venticinque anni; e per virtù di quello, erano state fatte ipoteche, concessioni, vendite e fitti innumerevoli. Gli antichi gentiluomini irlandesi erano dispersi per tutto il mondo. I discendenti deʼ capitani Milesii brulicavano in tutte le corti e in tutti i campi militari del Continente. Quelli spogliati possidenti che rimanevano tuttavia nella patria loro, ripensavano amaramente alle loro perdite, piangevano la dignità od opulenza di che erano stati privati, e nutrivano le feroci speranze dʼunʼaltra rivoluzione. Un individuo appartenente a cotesto ceto, veniva dipinto daʼ suoi concittadini come un gentiluomo che sarebbe dovizioso ove gli fosse resa giustizia, e che sarebbe provveduto dʼun ricco stato ove potesse riaverlo.[153]Rade volte ei si dava a qualche pacifica occupazione. Reputava il commercio più disonorevole del ladroneccio. Talvolta ei diventava predone; talʼaltra, a dispetto della legge, studiavasi di vivere a spese degli antichi affittuari di sua famiglia, i quali, per quanto tristi fossero le loro condizioni, non potevano ricusare parte del loro alimento ad uno che essi seguitavano a considerare comelegittimo signore.[154]Quel gentiluomo che avesse avuta la sorte di serbare o riavere qualcuna delle sue terre, spesso viveva a guisa di principotto dʼuna tribù selvaggia, e delle umiliazioni che la razza dominante gli faceva soffrire, rifacevasi governando dispoticamente i propri vassalli, immerso nelle voluttà dʼun rozzo harem, o abbrutendosi quotidianamente con liquori spiritosi.[155]Politicamente, ei non contava nulla. Egli è vero che non vʼera statuto che lo escludesse dalla Camera deʼ Comuni; ma aveva quasi tanto poca probabilità ad essere eletto membro del Parlamento, quanto negli Stati Uniti ne ha un mulatto ad essere eletto senatore. Difatti, un solo papista, dalla Ristaurazione in poi, era stato eletto al Parlamento Irlandese. Il potere legislativo ed esecutivo era interamente nelle mani dei coloni inglesi; la preponderanza deʼ quali era sostenuta da unʼarmata stanziale di sette mila uomini, del cui zelo per ciò che chiamavasi glʼinteressi inglesi, il Governo di Londra poteva fidarsi.[156]

Rigorosamente esaminando la cosa, si conoscerà che nè lʼIrlandismo nè lʼInglesismo formavano un corpo perfettamente omogeneo. La distinzione fra glʼIrlandesi di razza celtica, e glʼIrlandesi discendenti dai seguaci di Strongbow e di De Burgh, non era affatto cancellata. I Fitz alcuna volta osavano parlare con dispregio degli Oʼ e dei Mac; e questi talvolta siffatto dispregio ricambiavano con lʼodio. Nella precedente generazione, uno deʼ più potenti degli Oʼ Neill ricusò di mostrare il più lieve segno di rispetto a un gentiluomo cattolico romano dʼorigine normanda. «Dicesi che la sua famiglia sia rimasta tra noi per quattro cento anni. Non importa. Io odio quel villano come se fosse arrivato ieri.»[157]Nulladimeno, eʼ pare che tali sentimenti fossero rari, e che lalotta la quale da lungo tempo ardeva fra i Celti aborigeni e glʼInglesi degeneri, avesse pressochè ceduto alla lotta più feroce che divideva ambedue le razze dalla colonia moderna e protestante.

LXXII. La colonia era anchʼessa lacerata da intestine contese, si nazionali che religiose. Di quei che la componevano, i più erano Inglesi; ma non pochi erano delle contrade meridionali della Scozia. Metà appartenevano alla Chiesa Anglicana; gli altri erano Dissenzienti. Ma in Irlanda lo Scozzese e lʼInglese erano fortemente vincolati dalla comune origine: lʼAnglicano e il Presbiteriano lo erano dal protestantismo comune. Tutti i coloni avevano comuni la lingua e glʼinteressi pecuniarii. Erano circondati da nemici comuni, e potevano vivere sicuri per mezzo di cautele e sforzi comuni. Perle quali cose, le poche leggi penali che erano state fatte in Irlanda contro i Protestanti Non-Conformisti, erano lettera morta.[158]La bacchettoneria dei più ostinati partigiani della Chiesa, non poteva allignare al di là del Canale di San Giorgio. Appena il Cavaliere giungeva in Irlanda e vedeva che senza valido e coraggioso aiuto deʼ suoi compatriotti puritani, egli e tutta la sua famiglia avrebbe corso pericolo dʼessere assassinato daʼ ladroni papisti, lʼodio chʼei sentiva contro il Puritanismo, cominciava, suo malgrado, ad intiepidire e spegnersi. Fu notato da uomini illustri di ambedue i partiti, che un Protestante il quale in Irlanda veniva chiamato Tory, in Inghilterra sarebbe stato tenuto per Whig moderato.[159]

I Protestanti Non-Conformisti da parte loro tolleravano, con pazienza maggiore di quanta potesse da loro aspettarsi, la vista del più assurdo ordinamento ecclesiastico che sia maistato nel mondo. Quattro arcivescovi e diciotto vescovi erano impiegati a reggere circa la quinta parte del numero degli Anglicani che abitavano nella sola diocesi di Londra. Del clero parrocchiale, gran parte erano pluralisti, e risedevano lungi dalle loro cure. Vʼerano alcuni che dai propri beneficii ricavavano poco meno di mille lire sterline di rendita annua, senza mai adempire al loro ufficio spirituale. E non pertanto. questa istituzione mostruosa ai Puritani stabiliti in Irlanda, spiaceva meno che la Chiesa Anglicana ai settari inglesi. Imperocchè in Irlanda le scissure religiose erano subordinate alle nazionali; e il Presbiteriano, mentre come teologo non poteva non condannare la gerarchia stabilita, sentiva per essa una specie di compiacimento, qualvolta la considerava come un sontuoso e pomposo trofeo della vittoria riportata dalla illustre razza da cui discendeva.[160]

In tal modo i mali che pativano i Romani Cattolici irlandesi, non avevano nulla di comune con quelli deʼ Cattolici inglesi. Il Cattolico Romano delle Contee di Lancaster o di Stafford altro far non doveva che diventare protestante, e subito trovavasi, per ogni rispetto, nel medesimo livello in cui erano i suoi vicini: ma se i Cattolici Romani di Munster o di Connaught si fossero fatti protestanti, sarebbero sempre rimasti un popolo soggetto. Tutti i danni che il Cattolico Romano avesse potuto patire, in Inghilterra, erano effetto di durissime leggi, e vi si poteva porre rimedio con leggi più liberali. Ma fra le due popolazioni che abitavano in Irlanda, era una ineguaglianza, la quale non essendo cagionata dalle leggi, non poteva per virtù di quelle cessare. Lo impero che lʼuna esercitava sullʼaltra, era quello della opulenza, sopra la povertà, del sapere sopra lʼignoranza, e della cultura sopra la barbarie.

LXXIII. E parve che lo stesso Giacomo, in sul principio del suo regno, conoscesse perfettamente le sopra esposte cose. I perturbamenti dellʼIrlanda, diceva egli, nascevano non dalle differenze tra Cattolici e Protestanti, ma da quelle traIrlandesi ed Inglesi.[161]Le conseguenze che da tali premesse avrebbe dovuto dedurre, erano chiare; ma, sventuratamente, per lui e per lʼIrlanda, ei non seppe conoscerle.

Se si fosse potuta mitigare la sola animosità nazionale, non vʼè dubbio che lʼanimosità religiosa, non essendo tenuta desta da crude leggi penali, e da rigorosi Atti di Prova, si sarebbe spenta da sè. Calmare una animosità nazionale simile a quella che vicendevolmente sentivano le due razze abitatrici della Irlanda, non poteva essere opera di pochi anni. Nondimeno, un savio e buon principe vi avrebbe, potuto molto contribuire; e Giacomo lʼavrebbe potuto imprendere con vantaggi che nessuno deʼ suoi predecessori o successori ebbe giammai. Come Inglese e Cattolico Romano, egli apparteneva mezzo alla casta dominatrice e mezzo alla dominata, e però aveva i requisiti necessari a far la parte di mediatore fra esse. Nè riesce difficile indicare la via chʼegli avrebbe dovuto prendere. Avrebbe dovuto dichiarare inviolabile la proprietà territoriale esistente, ed annunziare ciò in modo così efficace da calmare lʼansietà deʼ nuovi possidenti, e da estinguere le sinistre speranze che i vecchi proprietari potessero nutrire. Poco importava chiarirsi se vi fosse ingiustizia nel passaggio deʼ beni da uno ad un altro individuo. Quel passaggio, giusto o ingiusto, era seguito tanti anni innanzi, che rovesciarlo sarebbe stato il medesimo che crollare le fondamenta della società. È dʼuopo che ci sia un limite di tempo ad ogni diritto. Dopo trentacinque anni di non interrotto possesso, dopo venticinque, anni di possesso solennemente guarentito dalle leggi, dopo innumerevoli fitti e cessioni, ipoteche e legati, era troppo tardi porre ad esame la validità deʼ titoli. Nondimeno, qualche cosa si sarebbe potuta fare a guarire, i cuori lacerati e rialzare, le prostrate fortune deʼ gentiluomini irlandesi. I coloni erano in prospere condizioni. Avevano grandemente migliorate le loro terre facendovi su fabbricati, piantagioni e chiuse. In pochi anni la rendita era quasi raddoppiata; il commercio era vivo; e le pubbliche entrate, che ascendevano quasi a trecento mila sterline lʼanno, erano più che bastevolialle spese del Governo locale, e davano un avanzo che mandavasi in Inghilterra. Non vʼera dubbio alcuno, che il primo Parlamento che si fosse ragunato in Dublino, ancorchè rappresentasse quasi esclusivamente glʼinteressi inglesi, in ricompensa alla promessa che il Re avrebbe fatta di mantenere queglʼinteressi neʼ loro diritti legali, gli avrebbe volentieri concessa una considerevolissima somma onde indennizzare, almeno in parte, le famiglie irlandesi ingiustamente spogliate. In cotesto modo, aʼ tempi nostri, il Governo Francese pose fine ai litigi nati dalla più vasta confisca che sia mai stata in Europa. E in simil modo, se Giacomo avesse seguito il parere deʼ suoi consiglieri protestanti, avrebbe almeno grandemente mitigato uno dei precipui mali che affliggevano lʼIrlanda.[162]

Fatto ciò, egli avrebbe dovuto affaticarsi a porre in armonia le razze avverse, proteggendo imparzialmente i diritti e frenando gli eccessi di entrambe. Avrebbe dovuto punire con pari severità lʼindigeno che trascorreva alla licenza della barbarie, e il colono che abusava della forza della civiltà. Fino al punto cui poteva giungere la legittima autorità della Corona—e in Irlanda era molto estesa—niuno che per occupare un ufficio avesse i requisiti dʼintegro e di esperto, avrebbe dovuto esserne escluso a cagione della razza alla quale apparteneva e della religione che professava. È probabile che un Re Cattolico Romano, potendo liberamente disporre dʼuna grossa rendita, avrebbe, senza grave difficoltà, potuto persuadere i prelati e i preti cattolici romani a cooperare con lui nella grande impresa della riconciliazione. Molto, nondimeno, sarebbe rimasto a farsi dalla mano riparatrice del tempo. La razza natia avrebbe dovuto imparare dalla colonia la industria e la preveggenza, le arti del vivere civile, e la lingua dellʼInghilterra. Non poteva essere uguaglianza tra uomini che abitavano dentro case, e uomini che stavansi dentro porcili; tra gli uni che si cibavano di pane, o gli altri che alimentavansi di patate; tra quelli che parlavano la nobile favella digrandi filosofi e poeti, e questi che, con pervertito orgoglio, vantavansi di non potere contorcere la loro bocca a balbettare un gergo nel quale erano scritti gli Augumenti delle Scienze e il Paradiso perduto.[163]Nulladimeno, non è irragionevole il credere che se la moderata politica la quale siamo venuti esponendo, fosse stata fermamente seguita dal Governo, ogni distinzione si sarebbe andata a poco a poco cancellando; e adesso non vi sarebbe vestigio della ostilità che ha formata la sciagura della Irlanda, come non ne esiste della avversione che un tempo regnava tra i Sassoni e i Normanni in Inghilterra.

LXXIV. E fu sventura che Giacomo, invece di farsi mediatore, divenisse il più feroce e dissennato uomo di parte. Invece di calmare il rancore delle due popolazioni, lʼinfiammò fino ad un punto non mai prima veduto. Deliberò di invertire la loro posizione relativa, e porre i coloni protestanti sotto i piedi deʼ Celti papisti. Appartenere alla Chiesa Anglicana, essere di razza inglese, era agli occhi suoi un demerito per conseguire gli uffici civili e militari. Meditava il disegno di confiscare nuovamente e partire il suolo di mezza lʼisola; e manifestava così chiaramente tale pensiero, che una classe degli abitatori dellʼIrlanda fu tosto agitata da terrori chʼei poscia invano volle calmare, e lʼaltra da speranze chʼegli poi vanamente si studiò di frenare. Ma questa era piccolissima parte della sua colpa e demenza. Stabilì deliberatamente, non solo di dare agli abitatori aborigeni dellʼisola lʼintero possesso del loro paese, ma di giovarsene anche come strumenti per istabilire la tirannide in Inghilterra. Lʼesito di questo divisamento fu quale era da prevedersi. I coloni si posero in sulle difese, con la invincibile pertinacia della loro razza. La madre patria considerava come sua propria la causa loro. Allora seguì una lotta disperata per una terribile partita di giuoco, sulla quale ambe le parti posero ogni cosa più caramente diletta: nè possiamo giustamente biasimare lʼIrlandese o lʼInglese per avere, in tanta estremità, ubbidito alla legge della propria difesa. Il conflitto futremendo, ma breve. Il più debole cedette. La sua sorte fu crudele; e nondimeno la crudeltà onde fu trattato, era degna, non di difesa, ma di scusa; imperocchè, quantunque egli avesse sofferto tutto ciò che la tirannia possa infliggere, non patì più di quanto egli stesso avesse inflitto altrui. Lo effetto dellʼinsano attentato di soggiogare la Inghilterra per mezzo della Irlanda, fu che glʼIrlandesi divennero servitori deglʼInglesi. Gli antichi possidenti sforzandosi di ricuperare ciò che avevano perduto, perderono la maggior parte di ciò che era loro rimasto. Il breve predominio del papismo produsse poi tal numero di leggi barbare contro il papismo, che il libro statutario dʼIrlanda è passato in proverbio dʼinfamia per tutta la Cristianità. Tali furono gli amari frutti della politica di Giacomo.

Abbiamo già veduto che uno deʼ primi suoi atti, dopo che ascese al trono, fu quello di richiamare Ormond dalla Irlanda. Ormond in quel Regno era considerato come capo deglʼinteressi inglesi; aderiva fermamente alla religione protestante; e il suo potere eccedeva dʼassai quello di un ordinario Lord Luogotenente, prima perchè per grado ed opulenza era il più grande fraʼ coloni, e poi perchè non solo era capo dellʼamministrazione civile, ma anco comandante delle forze. Il Re, in quel tempo, non voleva affidare interamente ad un Irlandese il Governo. Vero è chʼegli avea detto che un vicerè nativo dellʼisola, sarebbe presto diventato sovrano indipendente.[164]Per allora, quindi, ei pensò di partire il potere di che Ormond era rivestito, dando lʼamministrazione civile ad un Lord Luogotenente inglese e protestante, e il comando delle armi ad un Irlandese Cattolico Romano. Lord Luogotenente fu fatto Clarendon; Comandante dello esercito Tyrconnel.

Tyrconnel discendeva, secondo che sopra abbiamo detto, da una di quelle degeneri famiglie di Pale, che comunementeerano annoverate fra la popolazione primigenia dʼ Irlanda. Talvolta chiacchierando parlava con albagia normanna dei barbari Celti,[165]ma in fatto parteggiava per i naturali dellʼisola. Odiava i coloni protestanti, i quali lo rimeritavano di pari abborrimento. Clarendon sentiva assai diversamente; ma per indole, interesse e principii, era un ossequioso cortigiano. Aveva animo basso; trovavasi in circostanze impacciate; ed aveva la mente profondamente imbevuta delle dottrine che la Chiesa Anglicana aveva a quei tempi con tanta assiduità propagate. Nondimeno, era fornito di doti non ispregevoli; e sotto un buon Re, forse sarebbe stato un rispettabile vicerè.

LXXV. Circa nove mesi erano scorsi dal richiamo dʼOrmond allo arrivo di Clarendon in Dublino. In quellʼintervallo di tempo, il Re era rappresentato da un Consiglio di Lordi Giudici; ma lʼ amministrazione militare era nelle mani di Tyrconnel. Già i disegni della Corte cominciavano a svolgersi. Un ordine reale giunse da Whitehall per disarmare la popolazione. Tale ordine fu rigorosamente eseguito da Tyrconnel, rispetto aglʼInglesi. Benchè le campagne fossero infestate da bande di ladroni, un gentiluomo protestante appena poteva impetrare licenza di tenere un paio di pistole. Al contadiname del paese, dallʼaltra parte, fu concesso di tenere le armi.[166]La esultanza deʼ coloni perciò fu grande; allorchè, finalmente, nel dicembre del 1685, Tyrconnel fu chiamato a Londra, e Clarendon spedito a Dublino. Ma tosto si conobbe che la direzione del Governo Irlandese era di fatto in Londra, non in Dublino. Ogni corriere postale che giungeva dal Canale di San Giorgio, recava nuove della infinita influenza che Tyrconnel esercitava nelle cose irlandesi. Dicevasi che sarebbe fatto Marchese, Duca, comandante delle armi; che gli sarebbe affidata la impresa di riordinare lʼarmata e le Corti di Giustizia.[167]

LXXVI. Clarendon rimase amaramente mortificato al trovarsi come un membro subordinato in quella amministrazione, della quale egli aveva creduto dʼessere il capo. Lamentavasiche qualunque cosa egli facesse, fosse male rappresentata daʼ suoi detrattori: e che i più gravi provvedimenti intorno al paese da lui governato, erano fatti in Westminster, resi noti al pubblico, discussi nelle botteghe di Caffè, scritti in migliaia di lettere private, vari giorni prima che ne fosse dato avviso al Lord Luogotenente. Poco importargli, diceva, la sua dignità personale; ma non esser cosa lieve, che il rappresentante della maestà del trono fosse reso zimbello al pubblico disprezzo.[168]La paura rapidamente si diffuse fra glʼInglesi appena conobbero che il vicerè, loro concittadino e protestante, non poteva proteggerli secondo che avevano sperato. Cominciarono a fare amaro esperimento di ciò che importi essere una casta soggetta. Erano molestati daglʼindigeni con accuse di crimenlese e di sedizione. Questo protestante aveva carteggiato con Monmouth; quellʼaltro aveva con poco rispetto favellato del Re quattro o cinque anni innanzi, mentre si discuteva la Legge dʼEsclusione; e la testimonianza del più infame degli uomini serviva a provare la colpa. Il Lord Luogotenente riferì, che temeva, ove non si fosse posto fine a siffatto modo dʼagire, in Dublino tra breve sarebbe stato il regno del terrore simile a quello che sʼera veduto in Londra, allorchè lʼonore e la vita deʼ cittadini erano nelle mani di Oates e di Bedloe.[169]

A Clarendon fu, dopo poco tempo, annunziato, in un conciso dispaccio di Sunderland, il principe avere deliberato di fare senza indugio un pieno cangiamento nel Governo civile e militare dellʼIrlanda, e di porre negli uffici un gran numero di Cattolici Romani; e si aggiungeva, con pochissima grazia, che la Maestà Sua aveva in tali cose chiesto consiglio a uomini più competenti del suo inesperto Lord Luogotenente.[170]

Avanti che cotesta lettera fosse pervenuta al vicerè, la nuova di ciò che vi si conteneva era per vari mezzi arrivata in Irlanda. Il terrore deʼ coloni fu immenso. Essendo inferioridi numero alla popolazione indigena, la loro condizione sarebbe stata tristissima se la popolazione indigena si fosse armata contro loro di tutti i poteri dello Stato: e tale, nientemeno, era la minaccia. Gli Inglesi abitanti di Dublino passava lʼuno accanto allʼaltro per le vie con afflitto sembiante. Nella Borsa i negozi erano sospesi. I possidenti affrettavansi a vendere a qualunque prezzo le loro terre, e mandare in Inghilterra le somme ricavate. I trafficanti cominciavano ad assestare i loro conti, ed apparecchiavansi a ritirarsi dai commerci. Lo effetto della paura tosto si risentì nella pubblica rendita.[171]Clarendon tentò dʼispirare agli impauriti quella fiducia chʼei non aveva in cuore. Assicurò loro, che la proprietà sarebbe stata considerata come sacra; e disse di sapere di certa scienza, che il Re era determinato di mantenere lʼAtto, così chiamato, di Stabilimento, che guarentiva i loro diritti sulle terre. Ma al Governo in Inghilterra egli scriveva in tono diverso. Rischiossi per fino a querelarsi del Re, e senza biasimare lo intendimento che Sua Maestà aveva dʼimpiegare i Cattolici Romani, suggerì con vigorose parole, che i Cattolici Romani destinati agli impieghi fossero inglesi.[172]

La risposta di Giacomo fu secca e fredda. Dichiarò, come egli non intendesse privare i coloni inglesi delle terre loro, ma molti di loro ei teneva suoi nemici; e dacchè consentiva di lasciare tutta lʼopulenza nelle mani deglʼinimici, era maggiormente necessario che lʼamministrazione civile e militare fosse posta in quelle degli amici suoi.[173]

Per le quali cose, vari Cattolici Romani furono chiamati al Consiglio Privato; e spedironsi ordini ai municipii perchè ammettessero i Cattolici Romani ai privilegi municipali.[174]A molti ufficiali dellʼesercito fu arbitrariamente tolto e grado e pane. Invano il Lord Luogotenente patrocinò la causa di parecchi, che egli sapeva essere buoni soldati e leali sudditi. Fra costoro erano vecchi Cavalieri, che avevano strenuamentepugnato per la monarchia, e che portavano onorate cicatrici. Neʼ loro posti furono messi uomini i quali altro merito non avevano che la loro religione. Dicevasi che deʼ nuovi capitani e luogotenenti alcuni erano stati bifolchi, altri servitori, altri anche predoni; taluni erano così assuefatti a portare scarponi, che inciampavano e procedevano stranamente impacciati neʼ loro stivali da soldati. Non pochi degli ufficiali destituiti arruolaronsi nellʼesercito olandese, e quattro anni dopo provarono il diletto di sconfiggere ignominiosamente i loro successori, e cacciarli oltre le acque del Boyne.[175]

Lʼangoscia e il timore di Clarendon si accrebbero ad una nuova che gli giunse per vie private. Senza la sua approvazione, senza nè anche fargliene saper nulla, facevansi apparecchi per armare e disciplinare tutta la popolazione celtica dellʼisola di cui egli era governatore di solo nome. Tyrconnel da Londra dirigeva le cose; e i prelati cattolici erano suoi agenti. Ciascun prete era stato richiesto di compilare una lista di tutti i suoi parrocchiani maschi, atti alle armi, e mandarla al suo Vescovo.[176]

LXVII. Già correva voce che Tyrconnel sarebbe tra breve ritornato a Dublino, investito di poteri straordinari e indipendenti; e la voce ogni giorno maggiormente spandevasi. Il Lord Luogotenente, che per nessuno insulto al mondo sapeva indursi a rinunziare alla pompa e agli emolumenti del suo ufficio, dichiarò che avrebbe piegata la fronte dinanzi al volere del Re, e si sarebbe mostrato in ogni cosa suddito obbediente e fedele. Disse di non avere mai in vita sua avuto il minimo litigio con Tyrconnel, ed era sicuro che nè anche adesso nascerebbe differenza tra loro.[177]Eʼ pare che Clarendon non si rammentasse della congiura fatta a rovinare la fama della sua innocente sorella, della quale congiura Tyrconnel era stato precipuo macchinatore. Simigliante ingiuria non è tale che un uomo dʼalto animo possa agevolmente perdonare. Manella malvagia corte nella quale gli Hydes si erano tanto tempo affaccendati a farsi lo stato, simiglianti ingiurie venivano di leggeri perdonate e poste in oblio, non mai per magnanimità di carità cristiana, ma per semplice abiettezza e difetto di senso morale. Nel giugno 1686, Tyrconnel giunse in Irlanda. Il regio mandato lʼautorizzava solamente a comandare le truppe; ma aveva istruzioni concernenti tutte le parti dellʼamministrazione, e a un tratto si recò in mano il Governo effettivo dellʼisola. Il di dopo il suo arrivo, esplicitamente dichiarò, che gli uffici dovevano largamente darsi ai Cattolici Romani, e che per ciò era dʼuopo mandar via i Protestanti. Si dètte con pertinacia ed ardore a riordinare lʼarmata. E davvero chʼera questa lʼunica delle funzioni di comandante supremo chʼegli potesse adempire: poichè, quantunque fosse coraggioso nelle risse e neʼ duelli, non conosceva punto lʼarte militare. Alla prima rassegna chʼegli fece, coloro i quali gli stavano da presso poterono chiaramente accorgersi che egli non sapeva guidare un reggimento.[178]

LXXVIII. Cacciare dallʼarmata glʼInglesi e porvi glʼIrlandesi, era, secondo la sua opinione, il principio e il fine dellʼamministrazione della guerra. Ebbe lʼinsolenza di cassare il capitano delle Guardie del Corpo del Lord Luogotenente; nè Clarendon seppe di ciò chʼera seguito, se non quando vide un Cattolico Romano, il cui volto gli giungeva nuovo, scortare il suo cocchio di gala.[179]Il cangiamento non si limitò ai soli ufficiali. Le file furono pienamente disfatte e rifatte. Quattro o cinquecento soldati furono reietti da un solo reggimento, principalmente sotto pretesto dʼessere di statura inferiore a quella richiesta dalla legge. Nulladimeno, anche lʼocchio più inesperto conobbe a un tratto che essi erano più atti e meglio formati deʼ loro successori, il cui aspetto selvaggio e squallido disgustava i riguardanti.[180]Ai nuovi ufficiali fu ingiunto di non arruolare nessun soldato protestante. I reclutatori, invece di battere i loro tamburi per raccogliere volontarinelle fiere e nei mercati, secondo lʼantica usanza, recavansi ai luoghi aʼ quali i Cattolici Romani solevano andare in devoto pellegrinaggio. In poche settimane, il Generale aveva posto nello esercito più di due mila reclute indigene; e chi gli stava dappresso, con sicurtà affermava che pel dì di Natale in tutta lʼarmata non sarebbe rimasto nè anche un soldato di razza inglese.[181]

In tutte le questioni che sorgessero nel Consiglio Privato, Tyrconnel mostravasi similmente violento e parziale. Giovanni Keating, Capo giudice deʼ Piati Comuni, uomo insigne per abilità, integrità e lealtà, espose con modi assai miti, che tutto ciò che il Generale potesse ragionevolmente chiedere per la sua propria Chiesa, era la perfetta uguaglianza. Disse, il Re aver voluto manifestamente intendere, che nessun uomo meritevole della fiducia pubblica dovesse essere escluso perchè Cattolico Romano, e nessuno immeritevole della pubblica fiducia dovesse essere ammesso perchè Protestante. Tyrconnel subito cominciò a vomitare imprecazioni e bestemmie. «Io non so che rispondere a ciò; ma devono essere tutti Cattolici Romani.»[182]I più assennati Irlandesi aderenti alla Religione Cattolica rimasero atterriti alla demenza di lui, e provaronsi di rimproverarlo; ma li cacciò via imprecando.[183]La sua brutalità trascorreva tantʼoltre, che molti lo credevano ammattito. Eppure, era meno strana della svergognata volubilità con che gli uscivano di bocca le bugie. Lungo tempo prima aveva acquistato il soprannome diLying Dick Talbot(il bugiardo Guglielmo Talbot); e a Whitehall ogni strana finzione veniva chiamata una delle verità di Dick Talbot. Adesso giornalmente mostrava dʼessere ben meritevole di cotesta non invidiabile riputazione. E davvero in lui il mentire era una infermità. Dopo dʼaver dato ordini di destituire gli ufficiali inglesi, era capace di condurli nelle sue segrete stanze, e assicurarli della fiducia ed amicizia che sentiva per loro, dicendo: «Dio mi confonda, mi sperda, mi fulmini sʼio non avrò a cuore ivostri interessi.» Talvolta coloro ai quali aveva fatto simili giuramenti, sapevano, innanzi ohe il giorno si chiudesse, dʼessere stati destituiti.[184]

LIX. Al suo arrivo, quantunque bestemmiasse oscenamente contro lʼAtto di Stabilimento, e chiamasse glʼinteressi inglesi cosa iniqua, cosa scellerata, cosa maledetta, simulò nondimeno dʼesser convinto che la distribuzione delle proprietà, non si poteva, dopo si lungo corso dʼanni, alterare.[185]Ma giorni dopo, cangiò linguaggio. In Consiglio si mise a declamare con veemenza intorno alla necessità di renderò le terre agli antichi padroni. Ma non aveva per anche ottenuto lʼassenso del Re a codesto fatale disegno. Nella mente di Giacomo, il sentimento nazionale tenzonava ancora debolmente contro la superstizione. Egli era uomo inglese; era Re inglese; e non poteva, senza tristi presentimenti, acconsentire alla destruzione della maggior colonia che lʼInghilterra avesse mai fondata. Glʼinglesi Cattolici Romani, ai quali aveva costume di chiedere consiglio, furono di quasi unanime opinione a favore dellʼAtto di Stabilimento. Non solo lʼonesto e moderato Powis, ma il dissoluto e testardo Dover, porsero savi e patriottici consigli. Tyrconnel mal poteva sperare di frustrare da lungi lo effetto che tali ammonimenti producevano nella mente del Re. Deliberò, quindi, di difendere in persona la causa della sua casta; e però, verso la fine dʼAgosto, partì per lʼInghilterra.

LXXX. Si la presenza che lʼassenza di lui erano egualmente cagione di timore al Lord Luogotenente. Gli era veramente doloroso vedersi ogni giorno umiliato dal suo nemico; ma non eragli di minor dolore il sapere che il suo nemico ogni giorno susurrava calunnie e pessimi consigli alle orecchie del Principe. Clarendon era tormentato da molte e diverse vessazioni. In una sua gita nellʼinterno dellʼisola, sʼera veduto trattare con disprezzo dalla popolazione irlandese. I preti cattolici romani esortavano le loro congregazioni a nonfargli nessun atto di riverenza. I gentiluomini indigeni invece di andare a complirlo, rimanevano nelle proprie case. Il contadiname indigeno da per tutto cantava canzoni in lingua ersa in lode di Tyrconnel, il quale tra breve sarebbe riapparso ad umiliare pienamente i loro oppressori.[186]Il vicerè era appena ritornato a Dublino dalla sua poco soddisfacente gita, allorquando gli giunsero lettere che gli annunciavano il Re essere seriamente sdegnato contro di lui. La Maestà sua—dicevano tali lettere—aspettarsi che i suoi ministri non solo adempissero i suoi comandamenti, ma gli adempissero di cuore e con esultanza. Esser vero che il Lord Luogotenente non aveva ricusato di cooperare alla riforma dellʼarmata e dellʼamministrazione civile, ma averlo fatto con ripugnanza e con negligenza: il suo aspetto avere tradito il sentimento dellʼanimo: tutti essersi accorti comʼegli disapprovasse la politica che gli era stato commesso di recare ad effetto.[187]Immerso in amarissima angoscia, scrisse lettere onde difendersi; ma gli fu bruscamente annunziato, la sua difesa non essere soddisfacente. Allora, con abiettissime parole, dichiarò che non avrebbe tentato di giustificarsi; si sarebbe sobbarcato riverente alla sentenza, qualunque si fosse, del principe; si sarebbe prostrato nella polvere onde implorare perdono, dacchè egli sincerissimamente pentivasi, e riputava glorioso il morire pel suo sovrano: ma gli era impossibile di vivere percosso dallʼira di lui. Tali parole non movevano da sola ipocrisia dʼinteresse, ma, almeno in parte, da animo prettamente servile e meschino; avvegnachè, nelle lettere di confidenza non destinate ad andare sotto gli occhi del Re, Clarendon si spassionasse nel medesimo tono lamentevole con la propria famiglia: sè essere degno di pietà, sè ruinato, sè non aver forza da sostenere la collera del Re, sè non curare punto la vita ove non vi fosse mezzo a placare lʼira dellʼadorato principe.[188]Il misero si sentì accrescere in cuore lo spavento, come seppe essersi già deliberato in Whitehall di richiamare lui, e fargli succedere ilsuo rivale e calunniatore Tyrconnel.[189]E in tanto, per alcun tempo lʼavvenire parve rischiararsi; il Re era di buon umore; e per pochi giorni Clarendon sʼilluse credendo che la intercessione del fratello fosse prevalsa, e la tempesta abbonacciata.[190]

LXXXI. La tempesta, invece, era appena incominciata. Mentre Clarendon studiavasi di appoggiarsi a Rochester, Rochester non bastava a sostenere sè stesso. Come in Irlanda il fratello maggiore, quantunque avesse le Guardie dʼonore, la spada dello Stato e il titolo dʼEccellenza, era sottoposto di fatto al Comandante delle armi; così in Inghilterra il fratello minore, quantunque ritenesse il bastone bianco e la precedenza, in grazia del suo alto ufficio, sopra i grandi nobili ereditari, andava diventando un semplice impiegato nelle finanze. Il Parlamento fu nuovamente prorogato a un tempo lontano, contro i noti desiderii del Tesoriere. Nè anche gli fu detto che doveva esservi unʼaltra proroga, ma ei ne lesse la nuova nella Gazzetta. La effettiva direzione degli affari era passata nelle mani della cabala, che il venerdì pranzava a casa di Sunderland. Il Gabinetto si ragunava solo per udire la lettura deʼ dispacci giunti dalle Corti straniere; nè tali dispacci contenevano più di quel che si sapesse alla Borsa Reale; imperocchè tutte le legazioni inglesi avevano ricevuto ordini di porre nelle lettere officiali solo i discorsi ordinari delle anticamere, e comunicare privatamente i segreti importanti a Giacomo stesso, a Sunderland o a Petre.[191]E di ciò la vincitrice fazione non era paga. Coloro deʼ quali il Re si fidava, gli dicevano che la ostinatezza con che la nazione avversava i disegni di lui, era veramente da attribuirsi a Rochester. In che guisa avrebbe potuto il popolo credere che il sovrano fosse incrollabilmente risoluto a perseverare nella via nella quale sʼera messo, vedendogli a lato, ostensibilmente primo per possanza e fiducia fra i suoi consiglieri, un uomo che, come tutti sapevano, disapprovava grandemente quella via? Ogni passo che il principe aveva fatto ad umiliare la Chiesa Anglicana,ed esaltare quella di Roma, era stato avversato dal Tesoriere. Era pur vero, che qualvolta aveva sperimentata vana ogni opposizione, egli si era sottomesso di malavoglia; chè anzi aveva cooperato a mandare ad esecuzione quegli stessi progetti chʼegli aveva con estremo calore contrastati. Egli era vero che, quantunque abborrisse la Commissione Ecclesiastica, aveva consentito di essere uno deʼ Commissari. Era anche vero, che mentre dichiarava di non trovare nessuna cagione di biasimo nella condotta del vescovo di Londra, aveva ripugnantemente votato a favore della sentenza che lo cacciò dalla sua sede. Ma ciò non era bastevole. Un principe dedito ad unʼintrapresa così grave ed ardua come quella in cui Giacomo sʼera messo, aveva diritto dʼesigere dal suo primo ministro, non una acquiescenza fatta mal volentieri e senza grazia, ma una zelante e fortissima cooperazione. Mentre con tali consigli la cabala tentava di continuo lʼanimo di Giacomo, gli giungevano per la posta-di-un-soldo molte lettere cieche, ripiene di calunnie contro il Lord Tesoriere. Questo modo dʼaggressione era stato immaginato da Tyrconnel, e concordava perfettamente con ogni azione della sua vita infame.[192]

Il Re esitava. Eʼ sembra, a dir vero, che portasse singolare affetto al suo cognato, e per lʼaffinità, e per la lunga dimestichezza, e per molti scambievoli buoni uffici. Pareva probabile che finchè Rochester avesse continuato a sottoporsi, quantunque lento e mormorando, alle voglie del Re, sarebbe rimasto, di nome, primo ministro. Sunderland, quindi, con finissima astuzia suggerì al proprio signore la convenevolezza di chiedere a Rochester lʼunica prova dʼobbedienza; prova che Rochester, senza alcun dubbio, non avrebbe mai data. Per allora—tale era il linguaggio dello scaltro segretario—tornava al Re impossibile consigliarsi col primo deʼ suoi ministri intorno a ciò che gli stava più a cuore.

LXXXII. Era doloroso il pensare che i pregiudicii religiosi, in sì grave negozio, dovessero privare il Governo di un tanto aiuto. Forse non era impossibile vincere simiglianti pregiudicii. Allora lo ingannatore bisbigliò sapere che Rochester di recente avesse manifestato qualche dubbio intornoi punti in questione tra i Protestanti e i Cattolici.[193]Ciò fu bastevole perchè il Re prendesse un partito. Cominciò a lusingarsi di potersi sottrarre alla necessità di allontanare da sè un amico, e nel tempo stesso assicurarsi un esperto coadiutore alla grandʼopera chʼera in via di compiere. Fu anche solleticato dalla speranza dʼacquistare il merito e la gloria di avere salvata unʼanima dalla eterna perdizione. Eʼ pare in verità, che intorno questo tempo fosse invaso da un insolito e violento accesso di zelo per la sua religione: la qual cosa è più da notarsi in quanto era pur allora ricaduto, dopo un breve intervallo dʼastinenza, nella dissolutezza; che tutti i teologi cristiani condannano come peccaminosa, e che in un uomo maturo, ed ammogliato ad una giovine e leggiadra donna, anche dai mondani è giudicata riprovevole. Lady Dorchester era ritornata da Dublino, e nuovamente divenuta concubina del Re. Politicamente il suo ritorno non era dʼalcuna importanza. Aveva imparato per propria esperienza, essere stoltezza ogni prova di salvare il suo amante dalla distruzione a cui correva diritto. E però lasciò che i Gesuiti lo guidassero nella condotta politica. Nondimeno, ella era la sola di parecchie donne abbandonate, che a quel tempo dividesse con la Chiesa Cattolica lʼimpero nel cuore di lui.[194]Sembra chʼei pensasse di fare ammenda di aver trascurata la salute dellʼanima propria, dandosi cura delle anime altrui. Si pose, adunque, ad operare con sincera volontà, ma con la volontà dʼun animo aspro, severo ed arbitrario, per la conversione del suo cognato. In ogni udienza accordata al Tesoriere, il tempo era speso ad argomentare intorno allʼautorità della Chiesa ed al culto delle immagini. Rochester aveva fermo in cuore di non abiurare la propria religione; ma non pativa scrupoli a ricorrere, per difendersi, ad artifici disonorevoli al pari di quelli che altri aveva adoperati ad offenderlo. Simulava di parlare come uomo che ondeggi nel dubbio, mostrava desiderio di essere illuminato ove si trovasse nellʼerrore, si faceva prestare libri papisti, ed ascoltava cortesemente i teologi papisti. Ebbe vari colloqui con Leyburn vicario apostolico,con Godden cappellano e limosiniere della Regina vedova, e con Bonaventura Giffard, teologo educato alla polemica nelle scuole di Doaggio. Fu stabilito che vi sarebbe una disputa formale tra cotesti dottori ed alcuni ecclesiastici protestanti. Il Re disse a Rochester, di scegliere qualunque ministro della Chiesa Anglicana, da due soli allʼinfuori. I due esclusi erano Tillotson e Stillingfleet. Tillotson, il più popolare predicatore di queʼ tempi, e per costumi lʼuomo più inoffensivo del mondo, aveva stretta relazione con alcuni dei principali Whig; e Stillingfleet, che avea voce di destro maneggiatore di tutte le armi della controversia, era anche più esoso a Giacomo per avere pubblicata una risposta agli scritti trovati nella cassa forte di Carlo II. Rochester elesse i due regi Cappellani, che per avventura trovavansi di servizio. Uno di loro chiamavasi Simone Patrick, i cui commentari sopra la Bibbia formano ancora parte delle biblioteche teologiche; lʼaltro era Jane, Tory virulento, il quale aveva cooperato a formulare il decreto, con cui la università dʼOxford aveva abbracciate le peggiori follie di Filmer. La conferenza seguì in Whitehall il dì 30 novembre. Rochester, che voleva non si sapesse lui avere consentito a porgere ascolto agli argomenti deʼ preti papisti, si fece promettere secretezza. Non fu presente altro uditore che il Re. La discussione versò intorno alla presenza reale. I teologi cattolici romani assunsero lʼincarico di provarla. Patrik e Jane ragionarono poco; nè era mestieri consumare molte parole, perocchè lo stesso Conte imprese a difendere la dottrina della sua Chiesa; e come soleva succedergli, tosto riscaldato dal conflitto, perdè il proprio contegno, e domandò con gran forza, se era da sperarsi chʼegli si inducesse mai a cangiare religione per argomenti sì frivoli. Poi si rammentò del rischio che egli correva, cominciò nuovamente a dissimulare, lodò i dottori per lʼarte e la dottrina che avevano mostrata nella disputa, e chiese tempo a meditare sopra ciò che avevano detto.[195]


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