Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo Veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quelli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi reggimenti di Schiavoni: vi mandava due provveditori straordinari, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Niccolò Erizzo, uomo di natura molto calda, ed amantissimo del nome Veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilj, personaggio ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa, che in poter suo fosse, facesse, per isventare le macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte Emilio, e tra l'autorità del suo nome, e l'efficacia delle sue ricchezze, faceva non poco frutto,soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a se buoni e cattivi per tenere in piede l'insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte Verità, ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno l'orribile governo, che facevano delle province le truppe repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù innaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in guerra, eran fatti pagare dai comuni. Quel dei Due Castelli, situato sull'agro Veronese, e composto appena di cinquecento abitatori, per esservi stato in una sortita da Mantova rapito dai Tedeschi non so che carro di bagaglio di generali, fu posto da Buonaparte ad una taglia di cencinquanta mila franchi, taglia tanto esorbitante per quello piuttosto casale che villaggio, che era anche ridicola. Perchè poi non la potevano pagare, vi mandava Junot con un grosso di cavalleria a vivervi a discrezione. Queste enormità si moltiplicavano; i popoli, che non vedevano altra cagione, che una insolenza fantastica, od una sete di rapire insaziabile si riempivano di sdegno. Giuravano di andar all'incontro di ogni più grave pericolo, di sopportare ogni più crudele disgrazia piuttostochènon vendicarsi, e non tentare di sottrarsi a sì orribile dominazione. Molto sangue Francese fu certamente versato, e pur troppo barbaramente a Verona, e fu sangue, la maggior parte, d'innocenti. Ma gli autori veri e primi di sì cruda carnificina, non inganneranno punto la giustizia divina, nè il giudizio dei posteri. Sa Dio, e sapranno i posteri, se contro il Veneziano governo, o contro Buonaparte, se contro i conculcati o contro i conculcatori, se contro il conte Francesco degli Emilj, o contro coloro, che il generalissimo di Francia secondavano nell'opera rea prima di far ribellar Verona contro il senato, poi di vendere Venezia, se contro chi non voleva essere tradito, o contro chi voleva tradire sia quel sangue sparso, e contro chi gridi vendetta.Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò, perchè, andata contro questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di qualche Francese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani, aiutati dagli abitatori della valle di Sabbia; i quali, siccome quelli che erano molto affezionati al nome Veneziano, erano accorsi per conservare la città sotto la divozione dell'antico principe. Quest'erano le masse ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio di fedeltà e di ardire dava nella fazione di Salò il provveditore Francesco Cicogna; dal che si può argomentare quale mutazione avrebbero fatto le cose di Venezia, se il senato avesse permesso, che Ottolini desse dentro, quando ancora era tempo, col suo stormo, e se Battaglia tale fosse stato quali furono Ottolini e Cicogna.I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di ducento, furono condotti a trionfo per Verona, i sudditi carcerati, come rei di stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la terraferma Veneta. Armavansi a gara i popoli, e protestavano della fede loro verso il senato. Questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani da Buonaparte, e dagli storici adulatori di lui, i quali per altro confessano, che in quel momento stesso, e già da lungo tempo prima si trattava di far indenne l'Austria a spese di Venezia. Adunque doveva Venezia darsi di per se stessa vinta, e disarmata in mano di chi sotto colore di amicizia la tradiva? Certamente doveva Venezia in quell'estremo frangente, in cui era caduta, non per colpa propria, ma d'altrui, difendersi: bene gli uomini generosi, gli amatori massimamente del nome e del costume Italiano le daranno eterno biasimo del non essersi abbastanza, ed a tempo difesa, e con dolore vedranno nei ricordi delle storie scritto i posteri, che l'opera della sua distruzione sia stata frutto, tanto della debolezza de' suoi reggitori, quanto della malvagità di amici fraudolenti; poichè fuori di dubbio è, che, passando anche sotto silenzio le passate occasioni, se dopo la vittoria dei Salodiani, le disposizioni tanto incitate dei Veronesi, ed i preparamenti fatti nell'estuario, in un con le vittorie di Laudon nel Tirolo e con le masse Tirolesi e Croate, avesse il senato fatto una forte risoluzione coll'unirsi all'Austria, e col dichiarare la guerra alla repubblica di Francia, si sarebbe trovato Buonaparte in gravissimo pericolo, e l'anticodominio dei Veneziani sarebbe stato preservato. Ma l'aver voluto aspettare l'estrema ingiuria, quando già le ingiurie avevano oltrepassato l'estremo, e l'aver abbandonato i sudditi, quando volevano difenderla, fu cagione della ruina della repubblica.Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti della terraferma erano spontanei, e solo cagionati dalla rabbia concetta dai popoli infastiditi delle insolenze, e sdegnati dalle ingiurie dei forestieri. Perciò il senato gli poteva qualificare come opera non sua, e sempre protestare, quanto spetta alla direzione del governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando il talento proprio, e credendo di far cosa grata al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno dei magistrati più principali far in modo, che il governo Veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Francesi; della qual fraude nissuna si può immaginare nè più brutta, nè più diabolica. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto, attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terraferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Francesi, e ad uccidergli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori, novatore molto operativo di Milano, e rapportatore palese e segreto di Buonaparte, che poscia creatosi imperatore, l'abbandonò in miseria tale, che gittatosi in fiume a Parigi terminò con fine disperato una vita poco onorevole. Tornando almanifesto, fu egli stampato in un giornale a Milano, intitolato il Termometro politico, giornale che si scriveva in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor essi dalla illusione e dalla vertigine di quell'età. Quantunque astutamente gli sia stata apposta la data dei venti marzo, uscì veramente ai cinque aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo a questo tempo, già offeriva gli spogli della repubblica, e già fatto sicuro della pace con l'imperatore, non aveva più timore delle masse Veneziane. Così l'incitare contro i Francesi era pretesto di far uccidere i Francesi dai Veneziani, i Veneziani dai Francesi, e per trovar compensi all'imperatore a danni di Venezia. Il non aver fatto il generalissimo alcun risentimento contro gli autori di un fatto tanto grave, e che poteva e doveva costar la vita a tanti Francesi, pruova ch'ei ne fosse soddisfatto.Il manifesto era quest'esso:«Noi Francesco Battaglia per la serenissima repubblica di Venezia provveditore straordinario in terraferma.«Un fanatico ardore di alcuni briganti nemici dell'ordine, e delle leggi eccitò la facile nazione Bergamasca a divenir ribelle al proprio legittimo sovrano, ed a far correre da una moltitudine di facinorosi prezzolati altre città, e provincie dello stato per sommovere anche quei popoli. Contro questi nemici del principato noi eccitiamo i fedelissimi sudditi a prendere in massa le armi, e dissipargli, e distruggergli, non dando quartiere o perdono a nissuno, ancorchèsi rendesse prigioniero, certo che sì tosto gli sarà dal governo data mano, e assistenza con denaro, e truppe Schiavone regolate, che sono già al soldo della repubblica, e preparate all'incontro.«Non dubiti nissuno dell'esito felice di tale impresa, giacchè possiamo assicurare i popoli, che l'esercito Austriaco ha inviluppato, e compiutamente battuti i Francesi nel Tirolo e nel Friuli, e sono in piena ritirata i pochi avanzi di quelle torme sanguinarie e irreligiose, che sotto il pretesto di far la guerra ai nemici devastarono i paesi, e concussero le nazioni della repubblica, che loro si è sempre dimostrata amica sincera e neutrale, e vengono perciò i Francesi ad essere impossibilitati di prestar mano e soccorso ai ribelli, anzi aspettiamo il momento favorevole d'impedire la stessa ritirata, alla quale di necessità sono costretti.«Invitiamo inoltre gli stessi Bergamaschi, rimasti fedeli alla repubblica, e le altre nazioni a cacciare i Francesi dalle città e castelli, che contro ogni diritto hanno occupato, e a dirigersi ai commissarj nostri Pier Girolamo Zanchi, e dottor fisico Pietro Locatelli per avere le opportune instruzioni, e la paga di lire quattro al giorno per ogni giornata in cui militassero.«Verona, 20 marzo 1797.«Francesco Battaglia, provveditore straordinario in terraferma,«Gian-Maria Allegri, cancelliere di Sua Eccellenza. Per lo stampatore camerale».Questo manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi Francesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, e che mescolato in queste trame di rivoluzione ne conosceva bene il fondo, gli avvertiva con bando pubblico, che la neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, pazzamente si era persuaso, che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare, sareste i vincitori dei Francesi, la prima nazione dell'universo pel coraggio, e la scienza della guerra. Sappiate adunque, che il generale Buonaparte ha ordinato, che Battaglia sia messo in ferri, ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro, che v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie desolate: uscite d'errore, e presto, deponete le armi, portatele al comandante di Brescia; mandategli deputati; quando no, perirete tutti».Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del manifesto per far credere ai popoli, ch'ei fosse vero; e quei ferri, e quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi allora in Venezia, non era in potestà di Buonaparte nè di farlo arrestare, nè di farlo impiccare. La verità della storia richiede oltre a ciò, che noi scriviamo, che il provveditore non era nemmeno per venire in potestà del generale; perchè quando Buonaparte distrusse Venezia, domandò la prigionia e la morte di tutt'altrepersone che di quella di Battaglia, ancorchè egli fosse il più colpevole di tutti verso i Francesi, se opera sua fosse stato il manifesto: che anzi Buonaparte accarezzò Battaglia, e se lo tenne molto caro. Noi sappiamo, che il provveditore era partigiano di qualche riforma negli ordini dello stato; ma che Buonaparte avesse altre cagioni di amarlo, noi non vogliamo nè affermare nè negare, ancorchè troviamo scritto, che questo Veneziano abbia servito ai disegni del generale Francese più di quanto la libertà, e l'independenza della sua patria comportassero.Allontanava da se Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo: lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano più forti delle protestazioni, ed era strana veramente, e compassionevole cosa il vedere, che gl'innocenti cercassero di giustificarsi appresso i rei di un delitto, che essi rei contro gl'innocenti avevano commesso, e che a loro per distruggergli imputavano; condizione unica per certo, che sia stata al mondo, e degna veramente della malvagità di quei tempi.Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio dei Veneziani, era a Buonaparte spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed innocente stato. Restava, che le sue condizioni divenissero tanto sicure rispetto agli Austriaci, ch'ei potesse senza pericolo mandar fuori quello, che già da lungo tempo si era nell'animo concetto. A questo gli dava occasione la tregua sottoscritta coi legati dell'imperatore il dì sette aprile a Judenburgo; alla quale conclusione nonsi venne nè da una parte nè dall'altra, se non promessi, ed accettati i compensi a spese della repubblica Veneziana. Solo restava all'Austria qualche residuo di renitenza al consentire, per accomodar se, ad accettar le spoglie di un governo, dal quale non aveva ricevuto alcuna ingiuria, col quale era congiunta d'amicizia, e che anzi a motivo di questa sua amicizia si trovava ridotto a tali compassionevoli strette. A questo rimediava Buonaparte col far rivoltare lo stato dei Veneziani, anche sulla sinistra del Mincio; perchè se ripugnava all'Austria il nuocere a Venezia sotto il governo antico, bene sapeva che non le ripugnerebbe il nuocerle sotto il nuovo, odioso a lei pei principj, non congiunto con lei per alcun vincolo di amicizia. Non così tosto ebbe sottoscritto la tregua coll'imperatore, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i Veneziani; il che mandò ad esecuzione in vari modi, ma che tutti tendevano al medesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot altieramente richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi; era il sabato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati, intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri. Avvertivanne Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane impazientissimo, insisteva dicendo, o l'udissero subito, o appiccherebbe le cedole della guerra ai muri. Credetteroi padri, che il derogare all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabato. Introdotto in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di terraferma, ed i cinque agli ordini, leggeva, con parlare prima timoroso per la sorpresa, poi superbissimo per la natura, una lettera, che scriveva Buonaparte al doge il dì nove aprile da Judenburgo, ed era quest'essa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai Francesi, molte centinaja di soldati dell'esercito Italico già sono stati uccisi; invano voi disappruovate le turbe raccolte pei vostri ordini. Credete voi, che nel momento in cui mi trovo nel cuore della Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo? Credete voi, che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le stragi, che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi a molti doppi il coraggio ogni battaglione, ogni soldato Francese. Con empia perfidia corrispose il senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace, o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate, e non date in mia mano gli autori degli omicidj, la guerra è dichiarata. Non è già il Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia; d'animo deliberato voiavete inventato pretesti per giustificar le masse armate contro l'esercito; ma ventiquattr'ore di tempo, e non saran più: non siamo più ai tempi di Carlo Ottavo. Se, contro il chiaro intendimento del governo Francese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per questo, che ad esempio degli assassini, che voi avete armati, i soldati Francesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un giorno fino i delitti, che avranno obbligato l'esercito Francese a liberarlo dal vostro tirannico governo».Qui non è bisogno aggiungere discorsi per giudicare di così fatta intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il loro sovrano, non si sarebbero mossi, e non avrebbero ucciso i soldati Francesi, se gl'insidiatori con mandato espresso del generale di Francia non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono uccisi, ma non a centinaia, come la solita buonapartiana gonfiezza ebbe allegato. Taccio la villania di parlare con tali espressioni ad un principe, in cui era raccolta tutta la nazione Veneziana. Se questa è grandezza, come alcuni stimano, io non so che cosa sia piccolezza.A tale vituperio ed a tanta indegnità una sola risposta era da farsi, se pure la umanità e la civiltà l'avessero permessa, e quest'era di tuffar in mare Junot, e di correre subitamente all'armi per veder quello, che volessero i cieli definire. Bene dovevano i Veneziani, non tuffar Junot, ma sì impugnar l'armi; ma nè i tempi nè gliuomini erano abbastanza forti in Venezia. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a condizione tanto abietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato; avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione Francese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le disgrazie imminenti avevano riempito l'animo dei circostanti d'orrore e di terrore.Acerbe lettere scriveva il dì medesimo dei nove aprile il generalissimo a Lallemand: non potersi più dubitare, che l'armarsi dei Veneziani non avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre degli stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui; meno ancora aver potuto comprendere come per calmare quel piccolo ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli atti dei provveditori di Brescia, Bergamo, e Crema, in cui si affermava, essere la sollevazione opera dei Francesi, essere bugie inventate a disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato Veneziano; avere il senato usato la occasione, in cui egli innoltratosi nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar ad effetto una fraude, che sarebbe prima d'esempio, se non fossero quelle ordite contro Carlo Ottavo, ed i Vespri Siciliani; essere stati i Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento, in cui i soldatierano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i Veneziani più fortunati di Roma: la fortuna della repubblica Francese stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune Veneziane.Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una nave Veneziana, a fine di tutelare una conserva Tedesca, combattuto la fregata Francese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il governatore; diecimila paesani armati, e pagati dal senato avere ucciso tra Milano e Bergamo cinquanta Francesi; piene essere, malgrado delle promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova, Treviso; arrestarsi in ogni luogo gli amici della Francia; porsi a guida degli assassini gli agenti dell'imperatore; gridarsi per ogni parte morte ai Francesi; furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del senato, stimolare contro la Francia; vera ed effettiva condizione di guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro modo non trovava di giustificarsi, che il disappruovare con parole quelle masse, che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque Lallemand, concludeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse, se avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se pace, domandasse che i carcerati per opinione, e di non altro rei che di amare i Francesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidj, salvo gli ordinarj, quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di terraferma; che tutti i paesani sidisarmassero, e si riducessero alla condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune; gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si ristorasse a spese della repubblica; il capitano che aveva combattuto la Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica protetta contro i patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di nuovo le cose allo stato quieto.Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato rappresentando. Del quale chi vorrà considerare il tempo, e le circostanze, non potrà non sentirsi commovere a grave sdegno contro chi il moveva, ed a non poca compassione verso chi era mosso; perchè vi si accusava la repubblica di Venezia di oltraggi, quando l'estremo oltraggio già era stato, non solo da lungo tempo meditato, ma recentemente concluso contro di lei, vogliam dire la vendita de' suoi stati; si accusava il senato d'incendj, di omicidj, di tiri di cannone commessi da particolari uomini, che il senato voleva e riparare e compensare all'accusatore, se veramente egli avesse voluto essere riparato e compensato: si offeriva la restituzione di Bergamo e di Brescia, quando appunto Bergamo e Brescia erano state fatte ribellare dall'offeritore, e nominatamente Bergamo e Brescia date in mano all'imperatore; si comandava che si disarmassero i popoli Veneziani, perchè amavano meglio esser Veneziani che Francesied Austriaci, ed appunto si comandava che si disarmassero, perchè il comandatore potesse meglio, e più comodamente dargli in preda ad un dominio forestiero; muovevansi lagnanze sui predicatori, come se i predicatori avessero dovuto inculcare piuttosto la tirannide forestiera che la signorìa paesana, e non fosse loro lecito il difendere la patria contro un tradimento; si voleva che il senato mantenesse la quiete nella terraferma, non con masse incomposte, ma con genti regolari, e poi quando mandava genti regolari, i comandanti Francesi negavano loro i passi pei ponti, per le strade, per le fortezze, e gridavano volere Venezia far guerra alla Francia; si domandava finalmente che il senato non pensasse solamente alle lagune, ma avesse cura anche della terraferma, quando già si era accusato, e minacciato il senato, solo perchè aveva armato l'estuario, per modo che l'armare ed il non armare era da Buonaparte imputato a delitto al senato. Insomma chi conosce i patti di Leoben già offeriti molti mesi prima dal generale del direttorio all'Austria, già concertati nella tregua dei sette, poi solennemente stipulati nei preliminari dei diciotto, conoscerà facilmente di che sapessero le parole di Buonaparte. Quel volere poi che si liberassero i carcerati per opinione, fra i quali si annoveravano non pochi Bresciani, Bergamaschi e Salodiani, e lo stesso Gambara, presi combattendo con le armi in mano contro il proprio principe, era oltraggio di sovranità, incentivo di ribellione.Rispondeva per bocca del doge il senato aBuonaparte: «Nella somma amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere, avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte. Vuole il senato, ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la repubblica di Francia, e piacegli in questo punto ratificare solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente una così aperta, e così solenne dichiarazione venir oscurata da accidenti, che con lei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la fatale, e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono esse dal proprio governo assistenza, e presidj; che se in tanto turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione inevitabile debbono unicamente, non alla volontà del governo attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato, che, per allontanare anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderj, bene conoscerà la equità vostra, che al tempo medesimo diventanecessario che l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi, e la comune nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni, e da perturbazioni interne. Vuole, ed è pronto il senato a soddisfarvi dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi diligentemente ordinato, che siano conosciuti, arrestati e secondo i meriti loro castigati. Per conseguire più acconciamente, ed a contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra, e insieme quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra autorità presso al vostro governo per ricondurre all'ordine, ed al primiero stato le città d'oltre Mincio, che si sono da noi allontanate. Con questo vi confermiamo di nuovo, e protestiamo la costanza, e la sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la molta osservanza, in cui abbiamo la vostra illustre e riputata persona».Deputava il senato per alleggerire i sospetti, e per intrattenere Buonaparte dell'estremo fato della patria, Francesco Donato censore, e Leonardo Giustiniani, savio alla scrittura uscito. Intanto funeste novelle consentanee all'aspetto delle cose presenti, ed annunziatrici di ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Avvisava l'ambasciador Grimani, apparir segni che la repubblica avesse ad esser data in preda all'Austria; in questo adoperarsi la corte di Napoli per istornarla tempesta da lei; adoperarvisi la Spagna, adulatrice di Francia, e desiderosa che il duca di Parma acquistasse un incremento di territorio col titolo di re: avervi anche le mani mescolate il re di Sardegna, in cui rimaneva l'antica cupidità di allargarsi in Italia; affollarsi tutti intorno a Francia, adularla, prometterle, esortarla a male opere; non aver più amici la repubblica debole, esser fatta bersaglio alle potenze, bramose tutte di prendersi quel d'altrui; starsene cupa e silenziosa l'Austria; esser disposta ad accettare il prezzo; pure splendere ancora un raggio di speranza, se si mantenesse intero ed incorrotto l'antico governo; cambiarlo, aver ad essere la morte della repubblica. Così i potentati Italiani stessi, in preda ancor essi alla cupidigia del volere appropriarsi quel d'altrui, non giudicavano quanto fosse a proposito della salute d'Italia il non lasciar perire Venezia.Simili cose scriveva il nobile Querini da Parigi, ma come se velate da maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano minacciose le parole del direttorio, ed ora dolci; ora accusava Venezia, ed ora la scusava, e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre l'ambasciadore Veneto, se non se che si macchinava qualche gran trama contro la repubblica, e che era pericolo che l'Austria, per consentimento della Francia, se la rapisse. Ma perchè non mancasse alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di salute. Un certo Viscovich, di nazioneDalmata, si appresentava al nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica; che in quel punto stava deliberando il direttorio, se convenisse spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o di condurle a compimento con dare fomento ed ajuto ai ribelli; che due direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe preservata; che di presente abbisognavano seicento mila franchi pel direttore titubante, con altri cento mila pei beveraggi agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich, che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della repubblica, si lasciava tirare a dir del sì per somma sua divozione verso la patria, e sottoscriveva biglietti per seicento mila franchi sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito, finchè non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte, intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma, e ridurre le città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu consegnata una carta col titolo in fronte, e colla marca del direttorio esecutivo, e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal direttorio a Buonaparte. Fu iltrattato approvato dal governo a Venezia: mandavasi al console in Genova, s'intendesse con Pallavicini, perchè obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciatore di quello che avesse a succedere; ma vedendo le cose della terraferma andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello stato, acciocchè ne effettuasse il pagamento: gli protestava; fu carcerato, ed esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto corrompere il governo Francese. Questa fu veramente un'arte cupa; perchè, se vi fu corruzione, e certamente in qualcheduno fu, ella non andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte, accompagnato da una estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per l'importanza sua, e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle storie, era vicino a sorgere nella principale città della Veneta terraferma. Abbiamo già raccontato, come Buonaparte, perchè l'Austria accettasse da lui, in ricompensa dei Paesi Bassi, e del Milanese, lo stato Veneziano, si era messo in punto di farlo rivoltare contro il senato. Insidiò principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna cosa intentata, e la popolazione Veronese contaminavano con promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà, con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato all'incontroavendo avuto sentore, anzi certezza delle trame di Verona, vi aveva mandato, come già abbiam raccontato, provveditori straordinari, uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti Schiavone. Vi arrivavano, oltre a ciò, i villani dei contorni, ai quali erano state messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano ambe le parti vigilanti, l'una per impedir gli effetti delle suggestioni e delle sommossioni d'oltre Mincio, l'altra per ajutarli. Gli animi infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano pronti, non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che uscisse, potevano partorire una generale commozione. In tanta concitazione reciproca le cagioni potevano nascere ugualmente dall'una e dall'altra parte. Da tutto questo conoscerà il lettore, che poco rileva il sapere, se si sia incominciato a far sangue dai Francesi, o dai Veronesi, perchè proposito dei capi Francesi era di far rivoluzione in Verona, proposito dei Veronesi d'impedirla: i primi volevano darla all'Austria, i secondi conservarla a Venezia; e so ben io ciò, che farebbero i Francesi, o gl'Inglesi, se qualche potenza forestiera vendesse ad un'altra Lione, o Birmingham.Era debole il presidio Francese in Verona, nè atto per se a tanta mole; perchè il generalissimo aveva avuto bisogno di tutte le sue forze contro l'Austria, ma si sperava nei maneggi secreti, e nell'opera dei novatori, ed oltre a ciò incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Viotormandata da Buonaparte a rivoltar lo stato nella terraferma. Si accostava inoltre Lahoz coi Lombardi, e Polacchi, accostavansi le masse repubblicane di Brescia e di Bergamo, ed il forte presidio di Mantova poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma probo e religioso, vedendo il pericolo tratteneva ogni Francese che da Francia venisse, od in Francia ritornasse, per modo che riuscì a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento Cisalpini, valorosa gente, capitanata in gran parte da Francesi, ed assai disposta a secondargli. Già segni annunziatori di quanto doveva succedere si spargevano per le campagne: erano in ogni luogo minacce, mischie, ed uccisioni. I sollevati dipendenti da Buonaparte uccidevano i sollevati, che gridavano San Marco; dall'altra parte dei Francesi isolati, coloro, che s'imbattevano in gente più moderata, erano o arrestati, od insultati; quei, che incontravano uomini più sfrenati, erano uccisi. Un prete, figliuolo del conte Malenza, postosi in agguato con una squadra di mila villani, infestava le strade tra Peschiera e Verona. Incessantemente si predicava, volere i Francesi fare una rivoluzione per impadronirsi delle sostanze dei popoli, e singolarmente del monte di pietà, dove erano grandissime ricchezze. Allegavano l'esempio del monte di pietà di Milano depredato contro le leggi del giusto e dell'onesto. Il fatto era pur troppo vero, e la ricordanza di lui produceva una rabbia incredibile in mezzo a quelle popolazionigià tanto concitate. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minacce tra Francesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Francesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Le nappe con l'impronta del Lione, insegna della repubblica di Venezia, davansi a chi ne bramava. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti, e tante difese apprestate. Dava opera ad ordinarle; descriveva i villani accorsi, raccomandava l'ordine e la quiete, comandava, non offendessero persona; solo stessero armati, e pronti. Così l'agro Veronese suonava tutto all'intorno d'armi contrarie, ed armi contrarie erano in atto d'affrontarsi dentro le mura stesse di Verona. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto, fatti accorti dai fatti di Bergamo, Brescia, Crema, ed ancor più dalle novelle certe delle intenzioni di Buonaparte. Il generale Balland surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo a provvedere, che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano, che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le province.Era il dì diciasette aprile, secondo giorno di Pasqua del millesettecentonovantasette, quando alle ore quattro meridiane scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione Veronese. Incominciava da insulti e da minori fatti dai soldati Veneziani e dai Veronesi armati, contro le guardie Francesi sparse in vari luoghi della città. Il comandanteCarrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate dai castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il romore inaspettato delle artiglierìe Francesi diè cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati, che fosse intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu lacero e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento l'aspetto della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i Francesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa. Dei Francesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente gli seguitava il popolo, che gli voleva ammazzare, e bersagliandogli dalle finestre con palle, con sassi, con ogni sorte d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti deiFrancesi in tal modo fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza nei più segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi dai padroni la ospitalità, vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furon gettati nei pozzi, altri trafitti dai pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il rimbombo delle artiglierìe dei castelli, fra i tocchi incessanti pel suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti ammalati erano in Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo, che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le ruberìe, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui contaminato il nome di Francia. Era spettacolo pieno di compassione e di terrore il vedere malati languenti perseguitati da sicarj sanguinosi, donne atterrite da donne furibonde. Noi vedemmo un portico, tutto lurido e stillante ancora di sangue di Francesi ammaccati piuttosto che trafitti da un immenso furore; noi vedemmo spoglie sanguinose tratte da pozzi e da fogne; noi vedemmo miserabili vestimenta serbate a gloria dai violenti trucidatori. Ma la pressa, le minacce, la crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanto infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati alcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere,nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei quali null'altra cosa d'uomo restava che il volto. Nè veniva meno la crudeltà per la stanchezza, o per lo sfogo; che anzi sangue chiamava sangue, e le forze, che mancano spesso al ben fare, non mancavano al mal fare. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero che prima, ove fosse scoperto un Francese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i patriotti o Veronesi, o forestieri: che anzi maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo, che con più diligenza gli cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati nei castelli, altri conficcati nel nascondigli passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni. Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degl'insorti, conservarono, nascondendogli, a molti Francesi la vita, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria; perchè non è da dubitare, che se il popolo si fosse accorto della pietà usata, avrebbe condotto all'ultima fine preservatori e preservati. Spargevasi intanto per le campagne il grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio furore già languiva, l'accostamentodel nuovo il rinfrescava. Le grida e le stragi rincominciavano, nè cessarono le uccisioni, se non quando non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli ebrei, oltre l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i fondachi del pubblico pericolavano, e non fu poco, che i provveditori potessero impedire, che coloro, i quali sì ferocemente combattevano per Venezia, le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Tanto facilmente passano gli uomini infuriati dalle uccisioni ai latrocinj, dai latrocinj alle uccisioni. Correva il sangue per le case, correva per le contrade, i castelli tuonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia. Il maggior pericolo era pel Castel-Vecchio: posto essendo vicino alla città, potevano i soldati ed il popolo assaltarlo più facilmente; nè le sue difese erano forti, poichè dava adito al castello un ponte chiuso solamente da un cancello di ferro, e la porta di debol legno era anche priva di saracinesca.Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni, avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli animi Veronesi, nè il trarre continuo dei castelli il permettevano, ma frenare la barbarie, ed introdurre ordine e misura, là dov'era solamente confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero, che per poco il popolo non l'aveva per sospetto, e si proponeva, pospostal'autorità di lui, di voler fare da se. Importava intanto l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte, che tuttavia si trovavano in possessione dei Francesi. Il maggior presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilj, che alloggiava nella terra di Castel-Nuovo con due pezzi di cannone, seicento Schiavoni, duemilacinquecento contadini, e fronteggiava un grosso corpo di Francesi e d'Italiani, affinchè non corressero contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente a soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilj, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il vecchio, e più fortemente dentro di loro si difendevano i Francesi, certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei luoghi, ma ancora la salute, e la vita loro.Il maggior propugnacolo che avessero, era il castello montano di San Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggiamento a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi più oltre procedendo, avevano piantato duecannoni in san Leonardo, donde, per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Francesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivanne stragi, incendj e ruine. Ardeva parte della città, perchè da castel San Felice, Balland fulminava, anche con palle roventi; ardevano le vicine ville intorno, e la tanto florida un tempo, ed ora infelice Verona, pareva avvicinarsi ad un estremo sterminio. Intanto i villici, che tanto più s'infierivano, quanto più largo sangue vedevano, non confidando intieramente nei rimedj, che potessero fare da se medesimi, avevano di volontà propria spedito corrieri al generale Austriaco Laudon, che, come abbiam narrato, dopo le vittorie acquistate nel Tirolo, era sceso a mettere a romore l'alto Bresciano, pregandolo, si calasse subitamente in soccorso loro. Balland non ometteva di provveder all'avvenire, conoscendo di quanta importanza fosse all'esercito il conservare in potestà di Francia quell'alloggiamento. Però aveva dato avviso a Chabran in Brescia, ed a Kilmaine in Mantova, pregandogli, mandassero sollecitamente gente soccorritrice al presidio pericolante. Victor medesimo era stato avvertito da Balland del pericolo. Anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, quantunque Erizzo fosse per arrivare con un rinforzo di genti Schiavone, di armi e di munizioni, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Franciarichiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dell'esercito, il presidio Veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dall'accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nessuno udire, che avessero a depor le armi: viemaggiormente s'infuriavano.Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa, che rappresentavano, essere mescolata con la causa dello stato la causa della religione. Rammentassero, dicevano, l'oppressione di Roma, gli scherni di Milano, le abbominazioni di Parigi: osservassero con gli occhi loro medesimi i preti fuorusciti di Francia, ridotti esuli e poveri da gente incredula e sfrenata, per non aver voluto contaminare con ispergiuri e con bestemmie la fede loro: questa medesima sfrenata ed orribil gente volere adesso fondar l'imperio loro nell'incorrotta Italia: per questo ingannare gli spiriti, per questo pervertire i cuori, per questo subornare i magistrati, per questo tradire i governi, per questo finalmente avere testè conculcato la dignità della sedia apostolica, primo splendore d'Italia, e principalissimo fondamento della religione: guardassero qual fosse il seguito dell'irreligiosa gente; uomini malvagi aiutarla con gli spìamenti, con le parole, con le armi, con le aderenze; uomini tutti nemici alla religione, perchè senza fede; nemici alle buone costumanze, perchè senza buoni costumi; nemici ai governi provvidi, perchè impazienti di ogni freno,che gli rattenga nelle male passioni loro. Perciò, sclamavano, difendessero fino coll'ultimo sangue, ove d'uopo fosse, la religione protettrice degli oppressi, i governi protettori della religione, ed aspettassero per opera sì pia la gloria del mondo caduco, i premj del mondo sempiterno.Generavano questi discorsi effetti incredibili; il furore diveniva zelo, che altro non è che un furore meno fugace. Stupivano massimamente, e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso, che sorse in mezzo a quella tanto avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino, che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Non desumeva questo frate i suoi argomenti da motivi di religione, ma piuttosto da quanto havvi nella nazionale indipendenza di più dolce, di più nobile, di più generoso; e sebbene le sue parole fossero principalmente dirette contro i Francesi, erano non ostante generali, e chiamando, secondo l'uso antico, barbari tutti i forestieri, predicava contro di loro guerra, cacciamento e morte. Preso per testo l'antico adagio,patientia laesa fit furor:«Italiani, diceva egli, di qualunque paese, di qualunque condizione, di qualunque sesso voi siate, impugnate le armi: esse son pur quelle dei Scipioni, dei Fabj, dei Camilli; esse son pur quelle degli Sforza, degli Alviani, dei Castrucci: Italiani, impugnate le armi, impugnate le armi, e non le deponete, finchè questi barbari, di qualunque favella essi siano, non sianocacciati dalle dolci terre Italiane. Vedete lo strazio, che fanno di voi? Vedete che il danno a lor non basta? Vedete, che non son contenti, se non aggiungono lo scherno? I rubamenti non saziano questa gente avara; questa gente superba vuole gl'improperj, ed il vilipendio. Sonvi le querele imputate a delitto; evvi il silenzio imputato a congiura: o che serviate, o che non serviate, vi apprestano gl'insulti, o le mannaie, perchè il servire chiamano viltà, il resistere ribellione. Vi accusano di armi nascoste; vi chiamano gente traditrice, come se non fosse maggior viltà al più forte l'usare i fucili ed i cannoni contro i deboli, che ai deboli l'usare contro il più forte gli stili e le coltella! Adunque poichè di stili e di coltella vi accagionano, e poichè un risguardo di Dio, protettore degli oppressi, e l'insopportabile superbia loro vi hanno ora posto i fucili ed i cannoni in mano, usategli, usategli, e pruovate, che anche gl'Italiani petti sono forti contro i rimbombi, e le guerriere tempeste. Credete voi, che siano costoro invulnerabili? Credete voi, che siano più valorosi di voi? Per Dio, no, non abbiate sì falso pensiero: i valorosi non son perfidi, ed opera di perfidia sono i fatti recenti. Non sotto spezie di amicizia fu invasa Genova, insidiata Cavi, conculcato Livorno? Non sotto spezie di amicizia furono da lor prese le Veneziane fortezze? Non da loro si sommovono i popoli contro i governi, non da loro si usano i governi per tiranneggiare i popoli? Ma che parlo? Ricordatevi di Brescia, di Bergamo e di Cremafatte ribelli al loro signore dai tradimenti di costoro. Non avete voi testè letto i manifesti nimichevoli contro di voi mandati da quel Landrieux, primario insidiatore, sotto colore di amicizia, di quelle misere città? Non vedete voi qui il pubblicato scritto di un Lahoz, pagato da loro, perchè con mani Italiane versi sangue Italiano? Non vi muoveste pure or ora a sdegno nel leggere il manifesto inventato da loro, ed apposto al Battaglia, a quel Battaglia, che, Dio voglia, sia tanto puro, quanto la causa è santa? Vero, disse il manifesto, e nessuno il sa meglio che chi lo scrisse; ma vera ancora è l'infame fraude, non a liberare gli oppressi diretta, ma a dar cagione agli oppressori di tradire gli oppressi; caso veramente scelerato di sommuovere prima i popoli, poi di tradirgli per dargli in mano ad insolite tirannidi. Non ebbimo noi qui nell'innocente Verona i scelerati subornatori venuti per prezzo da Lonato, da Desenzano, da Brescia? Non abbiamo noi qui capitani vili, mandati espressamente da Buonaparte sotto pretesto di reggerla, a contaminar Verona? Non è Buonaparte stesso, non solo nido, ma covo d'infami fraudi? Vincitore insolente in palese, insidiatore scelerato in segreto? Sono questi i valorosi, che abbiano a farvi tremare? Tolga Dio questa credenza, che il valore è virtù, e la perfidia fa, non soldati valorosi, ma satelliti codardi. Fumano al cospetto vostro le campagne poc'anzi liete e dilettose della Brenta, ed ora consumate, ed arse dai barbari. Sono bruttati i tempii,sono spogliate le case, è ogni opera dell'Italiano ingegno, utile o magnifica, fatta preda di soldatesche sfrenate. Adunque pei barbari travagliarono i Raffaelli, i Tiziani, i Paoli? Adunque i Petrarca, gli Ariosti, i Tassi scrissero, perchè i testi loro gissero in mano di coloro, che non gl'intendono? Adunque diè il povero l'obolo suo alla Casa santa di Loreto, perchè uomini già fatti ricchi da tanti rubamenti lo rapissero, ed in prezzo di meretrici, in prezzo di corruzione contro gl'Italiani stessi il convertissero? Adunque portò il povero per incorrotta fede nei monti di pietà il risparmiato frutto di tante veglie, perchè fosse involato da chi non veglia, che nei bagordi, nei giuochi, nelle fraudi? Ov'è l'Italia adesso? Il suo fiore è perduto. Dove i costumi? Contaminati da fogge forestiere. Dove le armi? Tradite pria, poscia disperse, o serve. Dove la lingua? Lordata da parlari strani. Dove l'arte dello scrivere, già sì famosa al mondo, e maestra di tanti? O tace, o adula, o imita. Scrittoruzzi da insegne, scrittoruzzi da giornali, scrittoruzzi da libercoletti son venuti ad insegnarci lo scrivere, ed il pensare! Oh, vergogna nostra sempiterna, se con l'armi non vendichiamo il perduto pregio dell'ingegno! Piangono le Pavesi madri, piangono le Veronesi madri i figli uccisi nelle battaglie contro i tiranni; piangono le Italiane madri le figlie, prima ingannate, poscia abbandonate dai vili seduttori, e si querelano indarno del contaminato onore. E voi ve ne starete? E voi non brandirete le armi?E voi non spenderete l'ultimo fiato per vendicare, per liberare Italia da tanto strazio! La vittoria vostra è vittoria comune, perchè a tutti puzza questo barbaro dominio, ed il primo messo apportatore delle Veronesi battaglie farà muovere a redenzione tutti i popoli. Sdegnata è Germania dell'oscurato valor militare, sdegnata Genova della perduta indipendenza, sdegnata Roma dell'offesa religione, sdegnata Toscana dell'oltraggiata amicizia, sdegnata Napoli dell'esser fatta stromento alla servitù d'Italia. Tutti aspettano un valor primo, tutti domandano una rizzata insegna; tutti agognan sorgere in aiuto della generosa Verona. La mole intera dell'Italica libertà nelle mani vostre sta: perchè molti combatteran contro pochi, virtuosi contro viziosi, oppressi contro oppressori, nè mai vano riesce l'ardor della libertà. Vinti i Francesi, qual altro barbaro s'ardirà d'affrontare la vincitrice Italia? Tutti saran cacciati; il sole Italiano non splenderà più che su fronti Italiane, l'aria non udirà più le ispide favelle; i solchi di questa terra, tanto ferace madre, non produrran più per altri, che per noi i dolci frutti loro; le spose intatte non daran più al mondo che forti, che sinceri, che liberi Italiani. Fu già Venezia ricovero ai liberi Italiani contro l'inondazione d'antichi barbari; fia Venezia nuova occasione ai liberi Italiani di cacciare i barbari moderni. Il valore libererà l'Italia, l'unione preserveralla, e già mi s'appresentano alla rallegrata mente nuovi secoli per quest'antica madre del mondo. Maio vi veggio rossi di sangue! questo è sangue di barbari. Deh, fate voi, che sia seme di libertà. Ite, correte, uccidete quest'uomini truculenti: il sangue loro fia segno della salute nostra, nè mai senza sangue s'acquista la libertà. Ha il sommo Iddio, quando ordinò l'universo, voluto, o che i tiranni versassero il sangue degli oppressi, o che la libertà versasse il sangue degli oppressori. Ite, e scegliete tra le mannaie e gli sparsi fiori, tra la vita e la morte, tra la gloria, e l'ignominia, tra l'indipendenza e la servitù, tra la libertà e la tirannide. Il principe vostro, il cielo propizio, sorti fortunate, l'amore, il furore, le donne, i padri, i figli, l'incominciate battaglie, queste prime vittorie vi chiamano ad un'alta e non più udita impresa; e poichè la rotta pazienza vi fe' correre all'armi, fate che l'armi non siano impugnate indarno».Queste parole dette, e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno d'insolenza ad un tempo, e di crudele risentimento, e che se non fu espressamente ordinato da Buonaparte, come da alcuni fu scritto, servì però molto mirabilmente a' suoi disegni contro l'innocente repubblica. Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo instituto, ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesseentrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Francese ne aveva, come tutti gli altri, avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, come era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza di armi forestiere la sede del governo. Ma ecco la sera dei venti aprile, avvicinarsi al Lido di san Niccolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Francese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato, e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano o per insolenza propria, o per comandamento altrui, non curando le esortazioni del Pizzamano, e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto, e vi poneva l'ancora con violazione manifesta di una legge Veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, i Veneziani narrano, per ingaggiar battaglia, il che non è nè vero, nè verisimile, ma bensì per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera Veneziana, pensiero veramente strano del volere con pubblica dimostrazione rendere onore ad una potenza nel momento stesso, in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni Francesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere alcomandante Veneziano, che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perlocchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva, rendendo fuoco per fuoco, contro il legno Francese. Insino a questo punto il torto essere stato dal canto del capitano Francese sarà confessato da tutti, eccettuato da quelli che credono, che i forestieri debbono esser padroni in casa altrui; e se i Veneziani fossero stati contenti all'arrestar il legno, e ad obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir dal porto, nissun diritto uomo è, cred'io, che non fosse per istimare la condotta loro, non solo non biasimevole, ma ancora lodevole e necessaria. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere, ch'elleno più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni, che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia, e devota a Venezia, giunto il trarre nimichevole tra il legno ed il forte Sant'Andrea, assaltavano con grandissima forza, e con arma bianca la nave del capitano Francese, nella quale sfogando troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Francesi, fra i quali il capitano medesimo. Otto restarono feriti; che anzi, se gli uffiziali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano, e gli uffiziali; largiva di un caposoldoi gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato, e Giustiniani, acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato, che carcerasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedè sino alla risposta di Buonaparte.Terrore era in Venezia, e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavìa i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè quest'ardore era estremo, si doveva temere, che non tardasse a raffreddarsi. Già i Francesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova, Chabran compariva sotto le mura verso la porta di San Zeno, le prime squadre di Victor arrivavano in luogo, donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenburgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil: ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor le armi, e non fossero esclusi i Francesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier, e Landrieux, col secondo il conte degli Emilj, il conte Giusti, ed un Merighi, personaggiomolto amato dai San Zenati. Pervenivano intanto le novelle, che Lahoz con una banda di due mila soldati tra Italiani e Polacchi al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contro le leve campagnuole di quel distretto.Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo Veneto contro i Francesi, quando stavano a fronte di un nemico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a fare la tregua, che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux, e qui lascio che il lettore pensi da se, che i rei disegni del senato contro i Francesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe, e per opporsi ai ribelli apertamente incitati, e protetti dai Francesi; l'intervenzione dei Francesi in tutti questi moti viemaggiormente dimostrarsi da ciò, che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland, come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro, e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava, che entrerebbe per forza, arderebbe, e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva diSan Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Francesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate, che gli contrastavano il passo. Già il romore della Victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il quale accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca, ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva, che era già vinta Verona, quando ancora combatteva. Perlochè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi delle seguenti condizioni: deponessero i villani le armi, e sgombrassero da Verona; i Francesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro: fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilj, il vescovo, Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San Fermo, e Garavetta: eseguiti i capitoli, si rendesserogli ostaggi. Volevano i provveditori aggiungere il capitolo, che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe, e dei capi loro; ma Kilmaine, che era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negoziati il dolore, e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome Veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse, e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi, che l'assistenza prestata alle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia non poteva derivare dal solo arbitrio dei comandanti Francesi, ma bensì da un espresso comando del generale Buonaparte.Entravano i Francesi nella sanguinosa Verona. Io non so, se mi debba raccontare un fatto orribile, e quest'è, che i patriotti Italiani, che pretendevano parole di libertà, e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza Veronese, e trovati, gli davano loro in mano, perchè fosseropercossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino, e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più pulito, che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza, con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia, che ad onore. Si chiamava frate Luigi Colloredo, e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapida tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilj, Verità, e Malenza con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della Veronese sollevazione: la chiamarono le pasque Veronesi a confronto dei vespri Siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona s'aggiunse la perfidia alla tirannide.Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi, seguitavano minacce crudeli, e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo;ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno: nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato, e condotto in Francia per essere processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente, o perchè avesse operato per ordine di chi poteva più di lui. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventimila zecchini, e di più cinquantamila per caposoldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavallerìa; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese, che del pubblico si confiscassero in pro della repubblica; i quadri, gli erbari, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati, che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi ufficiali superiori avere colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugiodello aprir le porte, le avevano sforzate: e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri, e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare, che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini, che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendj, i furti, le rapine generali, e particolari fatte d'arbitrio, e senza legale autorità avere spopolato parecchi villaggi, e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che ufficiali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da se medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore, e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrj di Verona essere ancora più orribili: tolte sforzate esservi state fatte per iscritto sino a franchi sessantamila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni interi le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio, essere Verona deserta; alcuni ufficiali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti, sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui bramar di vendicare il sangue Francese, ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Francesi erano stati rei d'ingiustizia e di persecuzione a lui toccare il consolare i Veneziani, a luitoccar fare, ch'essi dimenticassero, ch'erano obbligati di una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.Da chi avrà attentamente considerato le cose fin qui da noi raccontate, sarà facilmente scorto, che nissuno buon partito restava a pigliarsi alla repubblica di Venezia, se alcuno restava, era quello dell'armi. Forse i Veneziani, armando vieppiù fortemente l'estuario, e difendendo Venezia con quell'istessa costanza, colla quale i loro maggiori avevano una volta difeso Padova contro l'imperator Massimiliano, avrebbero ancor potuto far sorgere in Europa qualche spiraglio di salute; perchè ancora l'Inghilterra era intera, e l'imperatore consentiva per forza ai patti di Leoben, non che non gli piacesse l'acquisto degli stati Veneziani, ma perchè abbominava i principj sovvertitori di ogni vecchio stato, sui quali si fondava la repubblica di Francia. Ma qualunque fosse l'evento, era più onorevole partito per Venezia il perire con l'armi in mano, che con negoziati già conosciuti inutili prima che s'intavolassero.Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, fingeva un grandissimo sdegno con acerbissime parole lamentandosi del sangue Francese sparso, e protestando volerne aver vendetta. Adunque vedendo, che era venuto il tempo prefisso, e con tant'arte preparato, scriveva al ministro Lallemand queste furibonde parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Francesi,e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro, e protesto non voler udire proposta di conciliazione, se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato, ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi».Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre inquisitori, ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole delle lagune; gli avogadori del comune incominciavano a far loro il processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i carcerati per opinioni, o fatti politici, fra gli altri i ribelli di Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivanne i Francesi, solo restava Villetard, segretario della legazione, come agente eletto ad operare la mutazione di governo.Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato, e Leonardo Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono in Gradisca: introdotti escusavano la repubblica: aver voluto Venezia amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei inondassero l'Italia; averla riconosciuta, quand'era pericolo il riconoscerla; avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai confederati ai danni della Francia; avere aperto spontaneamente agli eserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato, come era con l'imperatore, gli stati suoi; averle fatto copia delle sue fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser probabile,affermavano, che uno stato illanguidito da danni sì gravosi, consumato da dispendio sì enorme, mutilato per l'alterazione di tante città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella aveva obbligato alla pace quasi tutta l'Europa: volere il Veneziano governo la pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano nella guerra immensi profitti, ed il compimento dei loro fatali disegni: da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false, come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti Francesi, l'alterazione dei popoli. Del rimanente non venir loro per muover querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere, che s'appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta pruoverebbero, tutti i sospetti dei comandanti esser opera dei raggiri, e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizi dei fatti, dei luoghi, e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni sollevate, e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.
Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo Veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quelli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi reggimenti di Schiavoni: vi mandava due provveditori straordinari, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Niccolò Erizzo, uomo di natura molto calda, ed amantissimo del nome Veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilj, personaggio ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa, che in poter suo fosse, facesse, per isventare le macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte Emilio, e tra l'autorità del suo nome, e l'efficacia delle sue ricchezze, faceva non poco frutto,soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a se buoni e cattivi per tenere in piede l'insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte Verità, ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno l'orribile governo, che facevano delle province le truppe repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù innaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in guerra, eran fatti pagare dai comuni. Quel dei Due Castelli, situato sull'agro Veronese, e composto appena di cinquecento abitatori, per esservi stato in una sortita da Mantova rapito dai Tedeschi non so che carro di bagaglio di generali, fu posto da Buonaparte ad una taglia di cencinquanta mila franchi, taglia tanto esorbitante per quello piuttosto casale che villaggio, che era anche ridicola. Perchè poi non la potevano pagare, vi mandava Junot con un grosso di cavalleria a vivervi a discrezione. Queste enormità si moltiplicavano; i popoli, che non vedevano altra cagione, che una insolenza fantastica, od una sete di rapire insaziabile si riempivano di sdegno. Giuravano di andar all'incontro di ogni più grave pericolo, di sopportare ogni più crudele disgrazia piuttostochènon vendicarsi, e non tentare di sottrarsi a sì orribile dominazione. Molto sangue Francese fu certamente versato, e pur troppo barbaramente a Verona, e fu sangue, la maggior parte, d'innocenti. Ma gli autori veri e primi di sì cruda carnificina, non inganneranno punto la giustizia divina, nè il giudizio dei posteri. Sa Dio, e sapranno i posteri, se contro il Veneziano governo, o contro Buonaparte, se contro i conculcati o contro i conculcatori, se contro il conte Francesco degli Emilj, o contro coloro, che il generalissimo di Francia secondavano nell'opera rea prima di far ribellar Verona contro il senato, poi di vendere Venezia, se contro chi non voleva essere tradito, o contro chi voleva tradire sia quel sangue sparso, e contro chi gridi vendetta.
Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò, perchè, andata contro questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di qualche Francese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani, aiutati dagli abitatori della valle di Sabbia; i quali, siccome quelli che erano molto affezionati al nome Veneziano, erano accorsi per conservare la città sotto la divozione dell'antico principe. Quest'erano le masse ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio di fedeltà e di ardire dava nella fazione di Salò il provveditore Francesco Cicogna; dal che si può argomentare quale mutazione avrebbero fatto le cose di Venezia, se il senato avesse permesso, che Ottolini desse dentro, quando ancora era tempo, col suo stormo, e se Battaglia tale fosse stato quali furono Ottolini e Cicogna.I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di ducento, furono condotti a trionfo per Verona, i sudditi carcerati, come rei di stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la terraferma Veneta. Armavansi a gara i popoli, e protestavano della fede loro verso il senato. Questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani da Buonaparte, e dagli storici adulatori di lui, i quali per altro confessano, che in quel momento stesso, e già da lungo tempo prima si trattava di far indenne l'Austria a spese di Venezia. Adunque doveva Venezia darsi di per se stessa vinta, e disarmata in mano di chi sotto colore di amicizia la tradiva? Certamente doveva Venezia in quell'estremo frangente, in cui era caduta, non per colpa propria, ma d'altrui, difendersi: bene gli uomini generosi, gli amatori massimamente del nome e del costume Italiano le daranno eterno biasimo del non essersi abbastanza, ed a tempo difesa, e con dolore vedranno nei ricordi delle storie scritto i posteri, che l'opera della sua distruzione sia stata frutto, tanto della debolezza de' suoi reggitori, quanto della malvagità di amici fraudolenti; poichè fuori di dubbio è, che, passando anche sotto silenzio le passate occasioni, se dopo la vittoria dei Salodiani, le disposizioni tanto incitate dei Veronesi, ed i preparamenti fatti nell'estuario, in un con le vittorie di Laudon nel Tirolo e con le masse Tirolesi e Croate, avesse il senato fatto una forte risoluzione coll'unirsi all'Austria, e col dichiarare la guerra alla repubblica di Francia, si sarebbe trovato Buonaparte in gravissimo pericolo, e l'anticodominio dei Veneziani sarebbe stato preservato. Ma l'aver voluto aspettare l'estrema ingiuria, quando già le ingiurie avevano oltrepassato l'estremo, e l'aver abbandonato i sudditi, quando volevano difenderla, fu cagione della ruina della repubblica.
Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti della terraferma erano spontanei, e solo cagionati dalla rabbia concetta dai popoli infastiditi delle insolenze, e sdegnati dalle ingiurie dei forestieri. Perciò il senato gli poteva qualificare come opera non sua, e sempre protestare, quanto spetta alla direzione del governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando il talento proprio, e credendo di far cosa grata al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno dei magistrati più principali far in modo, che il governo Veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Francesi; della qual fraude nissuna si può immaginare nè più brutta, nè più diabolica. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto, attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terraferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Francesi, e ad uccidergli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori, novatore molto operativo di Milano, e rapportatore palese e segreto di Buonaparte, che poscia creatosi imperatore, l'abbandonò in miseria tale, che gittatosi in fiume a Parigi terminò con fine disperato una vita poco onorevole. Tornando almanifesto, fu egli stampato in un giornale a Milano, intitolato il Termometro politico, giornale che si scriveva in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor essi dalla illusione e dalla vertigine di quell'età. Quantunque astutamente gli sia stata apposta la data dei venti marzo, uscì veramente ai cinque aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo a questo tempo, già offeriva gli spogli della repubblica, e già fatto sicuro della pace con l'imperatore, non aveva più timore delle masse Veneziane. Così l'incitare contro i Francesi era pretesto di far uccidere i Francesi dai Veneziani, i Veneziani dai Francesi, e per trovar compensi all'imperatore a danni di Venezia. Il non aver fatto il generalissimo alcun risentimento contro gli autori di un fatto tanto grave, e che poteva e doveva costar la vita a tanti Francesi, pruova ch'ei ne fosse soddisfatto.
Il manifesto era quest'esso:
«Noi Francesco Battaglia per la serenissima repubblica di Venezia provveditore straordinario in terraferma.
«Un fanatico ardore di alcuni briganti nemici dell'ordine, e delle leggi eccitò la facile nazione Bergamasca a divenir ribelle al proprio legittimo sovrano, ed a far correre da una moltitudine di facinorosi prezzolati altre città, e provincie dello stato per sommovere anche quei popoli. Contro questi nemici del principato noi eccitiamo i fedelissimi sudditi a prendere in massa le armi, e dissipargli, e distruggergli, non dando quartiere o perdono a nissuno, ancorchèsi rendesse prigioniero, certo che sì tosto gli sarà dal governo data mano, e assistenza con denaro, e truppe Schiavone regolate, che sono già al soldo della repubblica, e preparate all'incontro.
«Non dubiti nissuno dell'esito felice di tale impresa, giacchè possiamo assicurare i popoli, che l'esercito Austriaco ha inviluppato, e compiutamente battuti i Francesi nel Tirolo e nel Friuli, e sono in piena ritirata i pochi avanzi di quelle torme sanguinarie e irreligiose, che sotto il pretesto di far la guerra ai nemici devastarono i paesi, e concussero le nazioni della repubblica, che loro si è sempre dimostrata amica sincera e neutrale, e vengono perciò i Francesi ad essere impossibilitati di prestar mano e soccorso ai ribelli, anzi aspettiamo il momento favorevole d'impedire la stessa ritirata, alla quale di necessità sono costretti.
«Invitiamo inoltre gli stessi Bergamaschi, rimasti fedeli alla repubblica, e le altre nazioni a cacciare i Francesi dalle città e castelli, che contro ogni diritto hanno occupato, e a dirigersi ai commissarj nostri Pier Girolamo Zanchi, e dottor fisico Pietro Locatelli per avere le opportune instruzioni, e la paga di lire quattro al giorno per ogni giornata in cui militassero.
«Verona, 20 marzo 1797.
«Francesco Battaglia, provveditore straordinario in terraferma,
«Gian-Maria Allegri, cancelliere di Sua Eccellenza. Per lo stampatore camerale».
Questo manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi Francesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, e che mescolato in queste trame di rivoluzione ne conosceva bene il fondo, gli avvertiva con bando pubblico, che la neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, pazzamente si era persuaso, che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare, sareste i vincitori dei Francesi, la prima nazione dell'universo pel coraggio, e la scienza della guerra. Sappiate adunque, che il generale Buonaparte ha ordinato, che Battaglia sia messo in ferri, ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro, che v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie desolate: uscite d'errore, e presto, deponete le armi, portatele al comandante di Brescia; mandategli deputati; quando no, perirete tutti».
Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del manifesto per far credere ai popoli, ch'ei fosse vero; e quei ferri, e quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi allora in Venezia, non era in potestà di Buonaparte nè di farlo arrestare, nè di farlo impiccare. La verità della storia richiede oltre a ciò, che noi scriviamo, che il provveditore non era nemmeno per venire in potestà del generale; perchè quando Buonaparte distrusse Venezia, domandò la prigionia e la morte di tutt'altrepersone che di quella di Battaglia, ancorchè egli fosse il più colpevole di tutti verso i Francesi, se opera sua fosse stato il manifesto: che anzi Buonaparte accarezzò Battaglia, e se lo tenne molto caro. Noi sappiamo, che il provveditore era partigiano di qualche riforma negli ordini dello stato; ma che Buonaparte avesse altre cagioni di amarlo, noi non vogliamo nè affermare nè negare, ancorchè troviamo scritto, che questo Veneziano abbia servito ai disegni del generale Francese più di quanto la libertà, e l'independenza della sua patria comportassero.
Allontanava da se Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo: lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano più forti delle protestazioni, ed era strana veramente, e compassionevole cosa il vedere, che gl'innocenti cercassero di giustificarsi appresso i rei di un delitto, che essi rei contro gl'innocenti avevano commesso, e che a loro per distruggergli imputavano; condizione unica per certo, che sia stata al mondo, e degna veramente della malvagità di quei tempi.
Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio dei Veneziani, era a Buonaparte spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed innocente stato. Restava, che le sue condizioni divenissero tanto sicure rispetto agli Austriaci, ch'ei potesse senza pericolo mandar fuori quello, che già da lungo tempo si era nell'animo concetto. A questo gli dava occasione la tregua sottoscritta coi legati dell'imperatore il dì sette aprile a Judenburgo; alla quale conclusione nonsi venne nè da una parte nè dall'altra, se non promessi, ed accettati i compensi a spese della repubblica Veneziana. Solo restava all'Austria qualche residuo di renitenza al consentire, per accomodar se, ad accettar le spoglie di un governo, dal quale non aveva ricevuto alcuna ingiuria, col quale era congiunta d'amicizia, e che anzi a motivo di questa sua amicizia si trovava ridotto a tali compassionevoli strette. A questo rimediava Buonaparte col far rivoltare lo stato dei Veneziani, anche sulla sinistra del Mincio; perchè se ripugnava all'Austria il nuocere a Venezia sotto il governo antico, bene sapeva che non le ripugnerebbe il nuocerle sotto il nuovo, odioso a lei pei principj, non congiunto con lei per alcun vincolo di amicizia. Non così tosto ebbe sottoscritto la tregua coll'imperatore, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i Veneziani; il che mandò ad esecuzione in vari modi, ma che tutti tendevano al medesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot altieramente richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi; era il sabato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati, intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri. Avvertivanne Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane impazientissimo, insisteva dicendo, o l'udissero subito, o appiccherebbe le cedole della guerra ai muri. Credetteroi padri, che il derogare all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabato. Introdotto in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di terraferma, ed i cinque agli ordini, leggeva, con parlare prima timoroso per la sorpresa, poi superbissimo per la natura, una lettera, che scriveva Buonaparte al doge il dì nove aprile da Judenburgo, ed era quest'essa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai Francesi, molte centinaja di soldati dell'esercito Italico già sono stati uccisi; invano voi disappruovate le turbe raccolte pei vostri ordini. Credete voi, che nel momento in cui mi trovo nel cuore della Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo? Credete voi, che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le stragi, che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi a molti doppi il coraggio ogni battaglione, ogni soldato Francese. Con empia perfidia corrispose il senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace, o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate, e non date in mia mano gli autori degli omicidj, la guerra è dichiarata. Non è già il Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia; d'animo deliberato voiavete inventato pretesti per giustificar le masse armate contro l'esercito; ma ventiquattr'ore di tempo, e non saran più: non siamo più ai tempi di Carlo Ottavo. Se, contro il chiaro intendimento del governo Francese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per questo, che ad esempio degli assassini, che voi avete armati, i soldati Francesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un giorno fino i delitti, che avranno obbligato l'esercito Francese a liberarlo dal vostro tirannico governo».
Qui non è bisogno aggiungere discorsi per giudicare di così fatta intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il loro sovrano, non si sarebbero mossi, e non avrebbero ucciso i soldati Francesi, se gl'insidiatori con mandato espresso del generale di Francia non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono uccisi, ma non a centinaia, come la solita buonapartiana gonfiezza ebbe allegato. Taccio la villania di parlare con tali espressioni ad un principe, in cui era raccolta tutta la nazione Veneziana. Se questa è grandezza, come alcuni stimano, io non so che cosa sia piccolezza.
A tale vituperio ed a tanta indegnità una sola risposta era da farsi, se pure la umanità e la civiltà l'avessero permessa, e quest'era di tuffar in mare Junot, e di correre subitamente all'armi per veder quello, che volessero i cieli definire. Bene dovevano i Veneziani, non tuffar Junot, ma sì impugnar l'armi; ma nè i tempi nè gliuomini erano abbastanza forti in Venezia. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a condizione tanto abietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato; avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione Francese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le disgrazie imminenti avevano riempito l'animo dei circostanti d'orrore e di terrore.
Acerbe lettere scriveva il dì medesimo dei nove aprile il generalissimo a Lallemand: non potersi più dubitare, che l'armarsi dei Veneziani non avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre degli stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui; meno ancora aver potuto comprendere come per calmare quel piccolo ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli atti dei provveditori di Brescia, Bergamo, e Crema, in cui si affermava, essere la sollevazione opera dei Francesi, essere bugie inventate a disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato Veneziano; avere il senato usato la occasione, in cui egli innoltratosi nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar ad effetto una fraude, che sarebbe prima d'esempio, se non fossero quelle ordite contro Carlo Ottavo, ed i Vespri Siciliani; essere stati i Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento, in cui i soldatierano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i Veneziani più fortunati di Roma: la fortuna della repubblica Francese stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune Veneziane.
Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una nave Veneziana, a fine di tutelare una conserva Tedesca, combattuto la fregata Francese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il governatore; diecimila paesani armati, e pagati dal senato avere ucciso tra Milano e Bergamo cinquanta Francesi; piene essere, malgrado delle promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova, Treviso; arrestarsi in ogni luogo gli amici della Francia; porsi a guida degli assassini gli agenti dell'imperatore; gridarsi per ogni parte morte ai Francesi; furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del senato, stimolare contro la Francia; vera ed effettiva condizione di guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro modo non trovava di giustificarsi, che il disappruovare con parole quelle masse, che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque Lallemand, concludeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse, se avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se pace, domandasse che i carcerati per opinione, e di non altro rei che di amare i Francesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidj, salvo gli ordinarj, quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di terraferma; che tutti i paesani sidisarmassero, e si riducessero alla condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune; gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si ristorasse a spese della repubblica; il capitano che aveva combattuto la Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica protetta contro i patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di nuovo le cose allo stato quieto.
Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato rappresentando. Del quale chi vorrà considerare il tempo, e le circostanze, non potrà non sentirsi commovere a grave sdegno contro chi il moveva, ed a non poca compassione verso chi era mosso; perchè vi si accusava la repubblica di Venezia di oltraggi, quando l'estremo oltraggio già era stato, non solo da lungo tempo meditato, ma recentemente concluso contro di lei, vogliam dire la vendita de' suoi stati; si accusava il senato d'incendj, di omicidj, di tiri di cannone commessi da particolari uomini, che il senato voleva e riparare e compensare all'accusatore, se veramente egli avesse voluto essere riparato e compensato: si offeriva la restituzione di Bergamo e di Brescia, quando appunto Bergamo e Brescia erano state fatte ribellare dall'offeritore, e nominatamente Bergamo e Brescia date in mano all'imperatore; si comandava che si disarmassero i popoli Veneziani, perchè amavano meglio esser Veneziani che Francesied Austriaci, ed appunto si comandava che si disarmassero, perchè il comandatore potesse meglio, e più comodamente dargli in preda ad un dominio forestiero; muovevansi lagnanze sui predicatori, come se i predicatori avessero dovuto inculcare piuttosto la tirannide forestiera che la signorìa paesana, e non fosse loro lecito il difendere la patria contro un tradimento; si voleva che il senato mantenesse la quiete nella terraferma, non con masse incomposte, ma con genti regolari, e poi quando mandava genti regolari, i comandanti Francesi negavano loro i passi pei ponti, per le strade, per le fortezze, e gridavano volere Venezia far guerra alla Francia; si domandava finalmente che il senato non pensasse solamente alle lagune, ma avesse cura anche della terraferma, quando già si era accusato, e minacciato il senato, solo perchè aveva armato l'estuario, per modo che l'armare ed il non armare era da Buonaparte imputato a delitto al senato. Insomma chi conosce i patti di Leoben già offeriti molti mesi prima dal generale del direttorio all'Austria, già concertati nella tregua dei sette, poi solennemente stipulati nei preliminari dei diciotto, conoscerà facilmente di che sapessero le parole di Buonaparte. Quel volere poi che si liberassero i carcerati per opinione, fra i quali si annoveravano non pochi Bresciani, Bergamaschi e Salodiani, e lo stesso Gambara, presi combattendo con le armi in mano contro il proprio principe, era oltraggio di sovranità, incentivo di ribellione.
Rispondeva per bocca del doge il senato aBuonaparte: «Nella somma amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere, avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte. Vuole il senato, ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la repubblica di Francia, e piacegli in questo punto ratificare solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente una così aperta, e così solenne dichiarazione venir oscurata da accidenti, che con lei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la fatale, e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono esse dal proprio governo assistenza, e presidj; che se in tanto turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione inevitabile debbono unicamente, non alla volontà del governo attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato, che, per allontanare anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderj, bene conoscerà la equità vostra, che al tempo medesimo diventanecessario che l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi, e la comune nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni, e da perturbazioni interne. Vuole, ed è pronto il senato a soddisfarvi dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi diligentemente ordinato, che siano conosciuti, arrestati e secondo i meriti loro castigati. Per conseguire più acconciamente, ed a contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra, e insieme quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra autorità presso al vostro governo per ricondurre all'ordine, ed al primiero stato le città d'oltre Mincio, che si sono da noi allontanate. Con questo vi confermiamo di nuovo, e protestiamo la costanza, e la sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la molta osservanza, in cui abbiamo la vostra illustre e riputata persona».
Deputava il senato per alleggerire i sospetti, e per intrattenere Buonaparte dell'estremo fato della patria, Francesco Donato censore, e Leonardo Giustiniani, savio alla scrittura uscito. Intanto funeste novelle consentanee all'aspetto delle cose presenti, ed annunziatrici di ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Avvisava l'ambasciador Grimani, apparir segni che la repubblica avesse ad esser data in preda all'Austria; in questo adoperarsi la corte di Napoli per istornarla tempesta da lei; adoperarvisi la Spagna, adulatrice di Francia, e desiderosa che il duca di Parma acquistasse un incremento di territorio col titolo di re: avervi anche le mani mescolate il re di Sardegna, in cui rimaneva l'antica cupidità di allargarsi in Italia; affollarsi tutti intorno a Francia, adularla, prometterle, esortarla a male opere; non aver più amici la repubblica debole, esser fatta bersaglio alle potenze, bramose tutte di prendersi quel d'altrui; starsene cupa e silenziosa l'Austria; esser disposta ad accettare il prezzo; pure splendere ancora un raggio di speranza, se si mantenesse intero ed incorrotto l'antico governo; cambiarlo, aver ad essere la morte della repubblica. Così i potentati Italiani stessi, in preda ancor essi alla cupidigia del volere appropriarsi quel d'altrui, non giudicavano quanto fosse a proposito della salute d'Italia il non lasciar perire Venezia.
Simili cose scriveva il nobile Querini da Parigi, ma come se velate da maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano minacciose le parole del direttorio, ed ora dolci; ora accusava Venezia, ed ora la scusava, e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre l'ambasciadore Veneto, se non se che si macchinava qualche gran trama contro la repubblica, e che era pericolo che l'Austria, per consentimento della Francia, se la rapisse. Ma perchè non mancasse alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di salute. Un certo Viscovich, di nazioneDalmata, si appresentava al nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica; che in quel punto stava deliberando il direttorio, se convenisse spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o di condurle a compimento con dare fomento ed ajuto ai ribelli; che due direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe preservata; che di presente abbisognavano seicento mila franchi pel direttore titubante, con altri cento mila pei beveraggi agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich, che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della repubblica, si lasciava tirare a dir del sì per somma sua divozione verso la patria, e sottoscriveva biglietti per seicento mila franchi sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito, finchè non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte, intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma, e ridurre le città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu consegnata una carta col titolo in fronte, e colla marca del direttorio esecutivo, e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal direttorio a Buonaparte. Fu iltrattato approvato dal governo a Venezia: mandavasi al console in Genova, s'intendesse con Pallavicini, perchè obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciatore di quello che avesse a succedere; ma vedendo le cose della terraferma andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello stato, acciocchè ne effettuasse il pagamento: gli protestava; fu carcerato, ed esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto corrompere il governo Francese. Questa fu veramente un'arte cupa; perchè, se vi fu corruzione, e certamente in qualcheduno fu, ella non andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.
Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte, accompagnato da una estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per l'importanza sua, e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle storie, era vicino a sorgere nella principale città della Veneta terraferma. Abbiamo già raccontato, come Buonaparte, perchè l'Austria accettasse da lui, in ricompensa dei Paesi Bassi, e del Milanese, lo stato Veneziano, si era messo in punto di farlo rivoltare contro il senato. Insidiò principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna cosa intentata, e la popolazione Veronese contaminavano con promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà, con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato all'incontroavendo avuto sentore, anzi certezza delle trame di Verona, vi aveva mandato, come già abbiam raccontato, provveditori straordinari, uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti Schiavone. Vi arrivavano, oltre a ciò, i villani dei contorni, ai quali erano state messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano ambe le parti vigilanti, l'una per impedir gli effetti delle suggestioni e delle sommossioni d'oltre Mincio, l'altra per ajutarli. Gli animi infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano pronti, non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che uscisse, potevano partorire una generale commozione. In tanta concitazione reciproca le cagioni potevano nascere ugualmente dall'una e dall'altra parte. Da tutto questo conoscerà il lettore, che poco rileva il sapere, se si sia incominciato a far sangue dai Francesi, o dai Veronesi, perchè proposito dei capi Francesi era di far rivoluzione in Verona, proposito dei Veronesi d'impedirla: i primi volevano darla all'Austria, i secondi conservarla a Venezia; e so ben io ciò, che farebbero i Francesi, o gl'Inglesi, se qualche potenza forestiera vendesse ad un'altra Lione, o Birmingham.
Era debole il presidio Francese in Verona, nè atto per se a tanta mole; perchè il generalissimo aveva avuto bisogno di tutte le sue forze contro l'Austria, ma si sperava nei maneggi secreti, e nell'opera dei novatori, ed oltre a ciò incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Viotormandata da Buonaparte a rivoltar lo stato nella terraferma. Si accostava inoltre Lahoz coi Lombardi, e Polacchi, accostavansi le masse repubblicane di Brescia e di Bergamo, ed il forte presidio di Mantova poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma probo e religioso, vedendo il pericolo tratteneva ogni Francese che da Francia venisse, od in Francia ritornasse, per modo che riuscì a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento Cisalpini, valorosa gente, capitanata in gran parte da Francesi, ed assai disposta a secondargli. Già segni annunziatori di quanto doveva succedere si spargevano per le campagne: erano in ogni luogo minacce, mischie, ed uccisioni. I sollevati dipendenti da Buonaparte uccidevano i sollevati, che gridavano San Marco; dall'altra parte dei Francesi isolati, coloro, che s'imbattevano in gente più moderata, erano o arrestati, od insultati; quei, che incontravano uomini più sfrenati, erano uccisi. Un prete, figliuolo del conte Malenza, postosi in agguato con una squadra di mila villani, infestava le strade tra Peschiera e Verona. Incessantemente si predicava, volere i Francesi fare una rivoluzione per impadronirsi delle sostanze dei popoli, e singolarmente del monte di pietà, dove erano grandissime ricchezze. Allegavano l'esempio del monte di pietà di Milano depredato contro le leggi del giusto e dell'onesto. Il fatto era pur troppo vero, e la ricordanza di lui produceva una rabbia incredibile in mezzo a quelle popolazionigià tanto concitate. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minacce tra Francesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Francesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Le nappe con l'impronta del Lione, insegna della repubblica di Venezia, davansi a chi ne bramava. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti, e tante difese apprestate. Dava opera ad ordinarle; descriveva i villani accorsi, raccomandava l'ordine e la quiete, comandava, non offendessero persona; solo stessero armati, e pronti. Così l'agro Veronese suonava tutto all'intorno d'armi contrarie, ed armi contrarie erano in atto d'affrontarsi dentro le mura stesse di Verona. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto, fatti accorti dai fatti di Bergamo, Brescia, Crema, ed ancor più dalle novelle certe delle intenzioni di Buonaparte. Il generale Balland surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo a provvedere, che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano, che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le province.
Era il dì diciasette aprile, secondo giorno di Pasqua del millesettecentonovantasette, quando alle ore quattro meridiane scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione Veronese. Incominciava da insulti e da minori fatti dai soldati Veneziani e dai Veronesi armati, contro le guardie Francesi sparse in vari luoghi della città. Il comandanteCarrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate dai castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il romore inaspettato delle artiglierìe Francesi diè cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati, che fosse intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu lacero e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento l'aspetto della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i Francesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa. Dei Francesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente gli seguitava il popolo, che gli voleva ammazzare, e bersagliandogli dalle finestre con palle, con sassi, con ogni sorte d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti deiFrancesi in tal modo fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza nei più segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi dai padroni la ospitalità, vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furon gettati nei pozzi, altri trafitti dai pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il rimbombo delle artiglierìe dei castelli, fra i tocchi incessanti pel suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti ammalati erano in Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo, che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le ruberìe, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui contaminato il nome di Francia. Era spettacolo pieno di compassione e di terrore il vedere malati languenti perseguitati da sicarj sanguinosi, donne atterrite da donne furibonde. Noi vedemmo un portico, tutto lurido e stillante ancora di sangue di Francesi ammaccati piuttosto che trafitti da un immenso furore; noi vedemmo spoglie sanguinose tratte da pozzi e da fogne; noi vedemmo miserabili vestimenta serbate a gloria dai violenti trucidatori. Ma la pressa, le minacce, la crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanto infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati alcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere,nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei quali null'altra cosa d'uomo restava che il volto. Nè veniva meno la crudeltà per la stanchezza, o per lo sfogo; che anzi sangue chiamava sangue, e le forze, che mancano spesso al ben fare, non mancavano al mal fare. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero che prima, ove fosse scoperto un Francese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i patriotti o Veronesi, o forestieri: che anzi maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo, che con più diligenza gli cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati nei castelli, altri conficcati nel nascondigli passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni. Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degl'insorti, conservarono, nascondendogli, a molti Francesi la vita, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria; perchè non è da dubitare, che se il popolo si fosse accorto della pietà usata, avrebbe condotto all'ultima fine preservatori e preservati. Spargevasi intanto per le campagne il grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio furore già languiva, l'accostamentodel nuovo il rinfrescava. Le grida e le stragi rincominciavano, nè cessarono le uccisioni, se non quando non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli ebrei, oltre l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i fondachi del pubblico pericolavano, e non fu poco, che i provveditori potessero impedire, che coloro, i quali sì ferocemente combattevano per Venezia, le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Tanto facilmente passano gli uomini infuriati dalle uccisioni ai latrocinj, dai latrocinj alle uccisioni. Correva il sangue per le case, correva per le contrade, i castelli tuonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia. Il maggior pericolo era pel Castel-Vecchio: posto essendo vicino alla città, potevano i soldati ed il popolo assaltarlo più facilmente; nè le sue difese erano forti, poichè dava adito al castello un ponte chiuso solamente da un cancello di ferro, e la porta di debol legno era anche priva di saracinesca.
Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni, avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli animi Veronesi, nè il trarre continuo dei castelli il permettevano, ma frenare la barbarie, ed introdurre ordine e misura, là dov'era solamente confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero, che per poco il popolo non l'aveva per sospetto, e si proponeva, pospostal'autorità di lui, di voler fare da se. Importava intanto l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte, che tuttavia si trovavano in possessione dei Francesi. Il maggior presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilj, che alloggiava nella terra di Castel-Nuovo con due pezzi di cannone, seicento Schiavoni, duemilacinquecento contadini, e fronteggiava un grosso corpo di Francesi e d'Italiani, affinchè non corressero contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente a soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilj, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il vecchio, e più fortemente dentro di loro si difendevano i Francesi, certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei luoghi, ma ancora la salute, e la vita loro.
Il maggior propugnacolo che avessero, era il castello montano di San Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggiamento a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi più oltre procedendo, avevano piantato duecannoni in san Leonardo, donde, per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Francesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivanne stragi, incendj e ruine. Ardeva parte della città, perchè da castel San Felice, Balland fulminava, anche con palle roventi; ardevano le vicine ville intorno, e la tanto florida un tempo, ed ora infelice Verona, pareva avvicinarsi ad un estremo sterminio. Intanto i villici, che tanto più s'infierivano, quanto più largo sangue vedevano, non confidando intieramente nei rimedj, che potessero fare da se medesimi, avevano di volontà propria spedito corrieri al generale Austriaco Laudon, che, come abbiam narrato, dopo le vittorie acquistate nel Tirolo, era sceso a mettere a romore l'alto Bresciano, pregandolo, si calasse subitamente in soccorso loro. Balland non ometteva di provveder all'avvenire, conoscendo di quanta importanza fosse all'esercito il conservare in potestà di Francia quell'alloggiamento. Però aveva dato avviso a Chabran in Brescia, ed a Kilmaine in Mantova, pregandogli, mandassero sollecitamente gente soccorritrice al presidio pericolante. Victor medesimo era stato avvertito da Balland del pericolo. Anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, quantunque Erizzo fosse per arrivare con un rinforzo di genti Schiavone, di armi e di munizioni, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Franciarichiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dell'esercito, il presidio Veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dall'accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nessuno udire, che avessero a depor le armi: viemaggiormente s'infuriavano.
Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa, che rappresentavano, essere mescolata con la causa dello stato la causa della religione. Rammentassero, dicevano, l'oppressione di Roma, gli scherni di Milano, le abbominazioni di Parigi: osservassero con gli occhi loro medesimi i preti fuorusciti di Francia, ridotti esuli e poveri da gente incredula e sfrenata, per non aver voluto contaminare con ispergiuri e con bestemmie la fede loro: questa medesima sfrenata ed orribil gente volere adesso fondar l'imperio loro nell'incorrotta Italia: per questo ingannare gli spiriti, per questo pervertire i cuori, per questo subornare i magistrati, per questo tradire i governi, per questo finalmente avere testè conculcato la dignità della sedia apostolica, primo splendore d'Italia, e principalissimo fondamento della religione: guardassero qual fosse il seguito dell'irreligiosa gente; uomini malvagi aiutarla con gli spìamenti, con le parole, con le armi, con le aderenze; uomini tutti nemici alla religione, perchè senza fede; nemici alle buone costumanze, perchè senza buoni costumi; nemici ai governi provvidi, perchè impazienti di ogni freno,che gli rattenga nelle male passioni loro. Perciò, sclamavano, difendessero fino coll'ultimo sangue, ove d'uopo fosse, la religione protettrice degli oppressi, i governi protettori della religione, ed aspettassero per opera sì pia la gloria del mondo caduco, i premj del mondo sempiterno.
Generavano questi discorsi effetti incredibili; il furore diveniva zelo, che altro non è che un furore meno fugace. Stupivano massimamente, e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso, che sorse in mezzo a quella tanto avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino, che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Non desumeva questo frate i suoi argomenti da motivi di religione, ma piuttosto da quanto havvi nella nazionale indipendenza di più dolce, di più nobile, di più generoso; e sebbene le sue parole fossero principalmente dirette contro i Francesi, erano non ostante generali, e chiamando, secondo l'uso antico, barbari tutti i forestieri, predicava contro di loro guerra, cacciamento e morte. Preso per testo l'antico adagio,patientia laesa fit furor:
«Italiani, diceva egli, di qualunque paese, di qualunque condizione, di qualunque sesso voi siate, impugnate le armi: esse son pur quelle dei Scipioni, dei Fabj, dei Camilli; esse son pur quelle degli Sforza, degli Alviani, dei Castrucci: Italiani, impugnate le armi, impugnate le armi, e non le deponete, finchè questi barbari, di qualunque favella essi siano, non sianocacciati dalle dolci terre Italiane. Vedete lo strazio, che fanno di voi? Vedete che il danno a lor non basta? Vedete, che non son contenti, se non aggiungono lo scherno? I rubamenti non saziano questa gente avara; questa gente superba vuole gl'improperj, ed il vilipendio. Sonvi le querele imputate a delitto; evvi il silenzio imputato a congiura: o che serviate, o che non serviate, vi apprestano gl'insulti, o le mannaie, perchè il servire chiamano viltà, il resistere ribellione. Vi accusano di armi nascoste; vi chiamano gente traditrice, come se non fosse maggior viltà al più forte l'usare i fucili ed i cannoni contro i deboli, che ai deboli l'usare contro il più forte gli stili e le coltella! Adunque poichè di stili e di coltella vi accagionano, e poichè un risguardo di Dio, protettore degli oppressi, e l'insopportabile superbia loro vi hanno ora posto i fucili ed i cannoni in mano, usategli, usategli, e pruovate, che anche gl'Italiani petti sono forti contro i rimbombi, e le guerriere tempeste. Credete voi, che siano costoro invulnerabili? Credete voi, che siano più valorosi di voi? Per Dio, no, non abbiate sì falso pensiero: i valorosi non son perfidi, ed opera di perfidia sono i fatti recenti. Non sotto spezie di amicizia fu invasa Genova, insidiata Cavi, conculcato Livorno? Non sotto spezie di amicizia furono da lor prese le Veneziane fortezze? Non da loro si sommovono i popoli contro i governi, non da loro si usano i governi per tiranneggiare i popoli? Ma che parlo? Ricordatevi di Brescia, di Bergamo e di Cremafatte ribelli al loro signore dai tradimenti di costoro. Non avete voi testè letto i manifesti nimichevoli contro di voi mandati da quel Landrieux, primario insidiatore, sotto colore di amicizia, di quelle misere città? Non vedete voi qui il pubblicato scritto di un Lahoz, pagato da loro, perchè con mani Italiane versi sangue Italiano? Non vi muoveste pure or ora a sdegno nel leggere il manifesto inventato da loro, ed apposto al Battaglia, a quel Battaglia, che, Dio voglia, sia tanto puro, quanto la causa è santa? Vero, disse il manifesto, e nessuno il sa meglio che chi lo scrisse; ma vera ancora è l'infame fraude, non a liberare gli oppressi diretta, ma a dar cagione agli oppressori di tradire gli oppressi; caso veramente scelerato di sommuovere prima i popoli, poi di tradirgli per dargli in mano ad insolite tirannidi. Non ebbimo noi qui nell'innocente Verona i scelerati subornatori venuti per prezzo da Lonato, da Desenzano, da Brescia? Non abbiamo noi qui capitani vili, mandati espressamente da Buonaparte sotto pretesto di reggerla, a contaminar Verona? Non è Buonaparte stesso, non solo nido, ma covo d'infami fraudi? Vincitore insolente in palese, insidiatore scelerato in segreto? Sono questi i valorosi, che abbiano a farvi tremare? Tolga Dio questa credenza, che il valore è virtù, e la perfidia fa, non soldati valorosi, ma satelliti codardi. Fumano al cospetto vostro le campagne poc'anzi liete e dilettose della Brenta, ed ora consumate, ed arse dai barbari. Sono bruttati i tempii,sono spogliate le case, è ogni opera dell'Italiano ingegno, utile o magnifica, fatta preda di soldatesche sfrenate. Adunque pei barbari travagliarono i Raffaelli, i Tiziani, i Paoli? Adunque i Petrarca, gli Ariosti, i Tassi scrissero, perchè i testi loro gissero in mano di coloro, che non gl'intendono? Adunque diè il povero l'obolo suo alla Casa santa di Loreto, perchè uomini già fatti ricchi da tanti rubamenti lo rapissero, ed in prezzo di meretrici, in prezzo di corruzione contro gl'Italiani stessi il convertissero? Adunque portò il povero per incorrotta fede nei monti di pietà il risparmiato frutto di tante veglie, perchè fosse involato da chi non veglia, che nei bagordi, nei giuochi, nelle fraudi? Ov'è l'Italia adesso? Il suo fiore è perduto. Dove i costumi? Contaminati da fogge forestiere. Dove le armi? Tradite pria, poscia disperse, o serve. Dove la lingua? Lordata da parlari strani. Dove l'arte dello scrivere, già sì famosa al mondo, e maestra di tanti? O tace, o adula, o imita. Scrittoruzzi da insegne, scrittoruzzi da giornali, scrittoruzzi da libercoletti son venuti ad insegnarci lo scrivere, ed il pensare! Oh, vergogna nostra sempiterna, se con l'armi non vendichiamo il perduto pregio dell'ingegno! Piangono le Pavesi madri, piangono le Veronesi madri i figli uccisi nelle battaglie contro i tiranni; piangono le Italiane madri le figlie, prima ingannate, poscia abbandonate dai vili seduttori, e si querelano indarno del contaminato onore. E voi ve ne starete? E voi non brandirete le armi?E voi non spenderete l'ultimo fiato per vendicare, per liberare Italia da tanto strazio! La vittoria vostra è vittoria comune, perchè a tutti puzza questo barbaro dominio, ed il primo messo apportatore delle Veronesi battaglie farà muovere a redenzione tutti i popoli. Sdegnata è Germania dell'oscurato valor militare, sdegnata Genova della perduta indipendenza, sdegnata Roma dell'offesa religione, sdegnata Toscana dell'oltraggiata amicizia, sdegnata Napoli dell'esser fatta stromento alla servitù d'Italia. Tutti aspettano un valor primo, tutti domandano una rizzata insegna; tutti agognan sorgere in aiuto della generosa Verona. La mole intera dell'Italica libertà nelle mani vostre sta: perchè molti combatteran contro pochi, virtuosi contro viziosi, oppressi contro oppressori, nè mai vano riesce l'ardor della libertà. Vinti i Francesi, qual altro barbaro s'ardirà d'affrontare la vincitrice Italia? Tutti saran cacciati; il sole Italiano non splenderà più che su fronti Italiane, l'aria non udirà più le ispide favelle; i solchi di questa terra, tanto ferace madre, non produrran più per altri, che per noi i dolci frutti loro; le spose intatte non daran più al mondo che forti, che sinceri, che liberi Italiani. Fu già Venezia ricovero ai liberi Italiani contro l'inondazione d'antichi barbari; fia Venezia nuova occasione ai liberi Italiani di cacciare i barbari moderni. Il valore libererà l'Italia, l'unione preserveralla, e già mi s'appresentano alla rallegrata mente nuovi secoli per quest'antica madre del mondo. Maio vi veggio rossi di sangue! questo è sangue di barbari. Deh, fate voi, che sia seme di libertà. Ite, correte, uccidete quest'uomini truculenti: il sangue loro fia segno della salute nostra, nè mai senza sangue s'acquista la libertà. Ha il sommo Iddio, quando ordinò l'universo, voluto, o che i tiranni versassero il sangue degli oppressi, o che la libertà versasse il sangue degli oppressori. Ite, e scegliete tra le mannaie e gli sparsi fiori, tra la vita e la morte, tra la gloria, e l'ignominia, tra l'indipendenza e la servitù, tra la libertà e la tirannide. Il principe vostro, il cielo propizio, sorti fortunate, l'amore, il furore, le donne, i padri, i figli, l'incominciate battaglie, queste prime vittorie vi chiamano ad un'alta e non più udita impresa; e poichè la rotta pazienza vi fe' correre all'armi, fate che l'armi non siano impugnate indarno».
Queste parole dette, e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno d'insolenza ad un tempo, e di crudele risentimento, e che se non fu espressamente ordinato da Buonaparte, come da alcuni fu scritto, servì però molto mirabilmente a' suoi disegni contro l'innocente repubblica. Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo instituto, ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesseentrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Francese ne aveva, come tutti gli altri, avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, come era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza di armi forestiere la sede del governo. Ma ecco la sera dei venti aprile, avvicinarsi al Lido di san Niccolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Francese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato, e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano o per insolenza propria, o per comandamento altrui, non curando le esortazioni del Pizzamano, e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto, e vi poneva l'ancora con violazione manifesta di una legge Veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, i Veneziani narrano, per ingaggiar battaglia, il che non è nè vero, nè verisimile, ma bensì per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera Veneziana, pensiero veramente strano del volere con pubblica dimostrazione rendere onore ad una potenza nel momento stesso, in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni Francesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere alcomandante Veneziano, che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perlocchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva, rendendo fuoco per fuoco, contro il legno Francese. Insino a questo punto il torto essere stato dal canto del capitano Francese sarà confessato da tutti, eccettuato da quelli che credono, che i forestieri debbono esser padroni in casa altrui; e se i Veneziani fossero stati contenti all'arrestar il legno, e ad obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir dal porto, nissun diritto uomo è, cred'io, che non fosse per istimare la condotta loro, non solo non biasimevole, ma ancora lodevole e necessaria. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere, ch'elleno più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni, che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia, e devota a Venezia, giunto il trarre nimichevole tra il legno ed il forte Sant'Andrea, assaltavano con grandissima forza, e con arma bianca la nave del capitano Francese, nella quale sfogando troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Francesi, fra i quali il capitano medesimo. Otto restarono feriti; che anzi, se gli uffiziali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano, e gli uffiziali; largiva di un caposoldoi gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato, e Giustiniani, acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato, che carcerasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedè sino alla risposta di Buonaparte.
Terrore era in Venezia, e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavìa i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè quest'ardore era estremo, si doveva temere, che non tardasse a raffreddarsi. Già i Francesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova, Chabran compariva sotto le mura verso la porta di San Zeno, le prime squadre di Victor arrivavano in luogo, donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenburgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil: ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor le armi, e non fossero esclusi i Francesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier, e Landrieux, col secondo il conte degli Emilj, il conte Giusti, ed un Merighi, personaggiomolto amato dai San Zenati. Pervenivano intanto le novelle, che Lahoz con una banda di due mila soldati tra Italiani e Polacchi al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contro le leve campagnuole di quel distretto.
Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo Veneto contro i Francesi, quando stavano a fronte di un nemico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a fare la tregua, che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux, e qui lascio che il lettore pensi da se, che i rei disegni del senato contro i Francesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe, e per opporsi ai ribelli apertamente incitati, e protetti dai Francesi; l'intervenzione dei Francesi in tutti questi moti viemaggiormente dimostrarsi da ciò, che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland, come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro, e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava, che entrerebbe per forza, arderebbe, e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva diSan Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Francesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate, che gli contrastavano il passo. Già il romore della Victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.
Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il quale accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca, ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva, che era già vinta Verona, quando ancora combatteva. Perlochè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi delle seguenti condizioni: deponessero i villani le armi, e sgombrassero da Verona; i Francesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro: fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilj, il vescovo, Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San Fermo, e Garavetta: eseguiti i capitoli, si rendesserogli ostaggi. Volevano i provveditori aggiungere il capitolo, che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe, e dei capi loro; ma Kilmaine, che era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negoziati il dolore, e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome Veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse, e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi, che l'assistenza prestata alle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia non poteva derivare dal solo arbitrio dei comandanti Francesi, ma bensì da un espresso comando del generale Buonaparte.
Entravano i Francesi nella sanguinosa Verona. Io non so, se mi debba raccontare un fatto orribile, e quest'è, che i patriotti Italiani, che pretendevano parole di libertà, e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza Veronese, e trovati, gli davano loro in mano, perchè fosseropercossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino, e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più pulito, che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza, con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia, che ad onore. Si chiamava frate Luigi Colloredo, e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapida tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilj, Verità, e Malenza con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della Veronese sollevazione: la chiamarono le pasque Veronesi a confronto dei vespri Siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona s'aggiunse la perfidia alla tirannide.
Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi, seguitavano minacce crudeli, e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo;ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno: nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato, e condotto in Francia per essere processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente, o perchè avesse operato per ordine di chi poteva più di lui. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventimila zecchini, e di più cinquantamila per caposoldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavallerìa; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese, che del pubblico si confiscassero in pro della repubblica; i quadri, gli erbari, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati, che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.
Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi ufficiali superiori avere colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugiodello aprir le porte, le avevano sforzate: e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri, e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare, che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini, che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendj, i furti, le rapine generali, e particolari fatte d'arbitrio, e senza legale autorità avere spopolato parecchi villaggi, e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che ufficiali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da se medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore, e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrj di Verona essere ancora più orribili: tolte sforzate esservi state fatte per iscritto sino a franchi sessantamila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni interi le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio, essere Verona deserta; alcuni ufficiali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti, sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui bramar di vendicare il sangue Francese, ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Francesi erano stati rei d'ingiustizia e di persecuzione a lui toccare il consolare i Veneziani, a luitoccar fare, ch'essi dimenticassero, ch'erano obbligati di una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.
Da chi avrà attentamente considerato le cose fin qui da noi raccontate, sarà facilmente scorto, che nissuno buon partito restava a pigliarsi alla repubblica di Venezia, se alcuno restava, era quello dell'armi. Forse i Veneziani, armando vieppiù fortemente l'estuario, e difendendo Venezia con quell'istessa costanza, colla quale i loro maggiori avevano una volta difeso Padova contro l'imperator Massimiliano, avrebbero ancor potuto far sorgere in Europa qualche spiraglio di salute; perchè ancora l'Inghilterra era intera, e l'imperatore consentiva per forza ai patti di Leoben, non che non gli piacesse l'acquisto degli stati Veneziani, ma perchè abbominava i principj sovvertitori di ogni vecchio stato, sui quali si fondava la repubblica di Francia. Ma qualunque fosse l'evento, era più onorevole partito per Venezia il perire con l'armi in mano, che con negoziati già conosciuti inutili prima che s'intavolassero.
Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, fingeva un grandissimo sdegno con acerbissime parole lamentandosi del sangue Francese sparso, e protestando volerne aver vendetta. Adunque vedendo, che era venuto il tempo prefisso, e con tant'arte preparato, scriveva al ministro Lallemand queste furibonde parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Francesi,e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro, e protesto non voler udire proposta di conciliazione, se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato, ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi».
Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre inquisitori, ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole delle lagune; gli avogadori del comune incominciavano a far loro il processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i carcerati per opinioni, o fatti politici, fra gli altri i ribelli di Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivanne i Francesi, solo restava Villetard, segretario della legazione, come agente eletto ad operare la mutazione di governo.
Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato, e Leonardo Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono in Gradisca: introdotti escusavano la repubblica: aver voluto Venezia amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei inondassero l'Italia; averla riconosciuta, quand'era pericolo il riconoscerla; avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai confederati ai danni della Francia; avere aperto spontaneamente agli eserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato, come era con l'imperatore, gli stati suoi; averle fatto copia delle sue fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser probabile,affermavano, che uno stato illanguidito da danni sì gravosi, consumato da dispendio sì enorme, mutilato per l'alterazione di tante città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella aveva obbligato alla pace quasi tutta l'Europa: volere il Veneziano governo la pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano nella guerra immensi profitti, ed il compimento dei loro fatali disegni: da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false, come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti Francesi, l'alterazione dei popoli. Del rimanente non venir loro per muover querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere, che s'appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta pruoverebbero, tutti i sospetti dei comandanti esser opera dei raggiri, e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizi dei fatti, dei luoghi, e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni sollevate, e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.