LIBRO DUODECIMO

LIBRO DUODECIMOSOMMARIOPensieri di Buonaparte. Parti ed illusioni in Milano. Creazione della repubblica Cisalpina. Società di pubblica instruzione, e discorsi che vi si fanno. Il generalissimo dà una constituzione alla Cisalpina. Magnifica festa celebrata nel campo del Lazzaretto a Milano. Le potenze riconoscono la nuova repubblica. Omelìa del cardinal Chiaramonti, vescovo d'Imola, in lode della democrazìa. Visconti, ambasciatore della Cisalpina a Parigi, suo discorso al direttorio, risposta del presidente. Ultimo vale di Buonaparte alla Cisalpina. Cupezze di lui, e come inganna i potenti per arrivare alla somma dell'autorità in Francia. Trattato di Campoformio. Miserie d'Italia. Stato di Venezia democratica. Le truppe dell'imperatore occupano l'Istria, la Dalmazia, e l'Albania Veneta. Fraudi di Buonaparte per impadronirsi del navilio Veneziano, e dell'isole del mare Ionio. Spedizione dei Francesi in Levante. Espilazione, e spoglio dei paesi Veneti. Festa giojosa ad un tempo, e compassionevole in Venezia. Congresso in Bassano per la unione delle città Venete, inutile, e perchè. Brutta proposizione fatta da Buonaparte ai municipali di Venezia. Generosi sentimenti dei municipali, e di Villetard, segretario della legazione di Francia; sdegno barbaro di Buonaparte. Venezia consegnata dai repubblicani agl'imperiali.Buonaparte vincitore dell'Italia e dell'Austria, desiderava, che un testimonio solenne si fondasse in Italia, il quale, oltre gli scritti, chemorti sono, tramandasse ai posteri la memoria viva de' suoi illustri fatti, e del suo valore. Quest'era, come abbiam narrato, uno stato nuovo, che fosse a lui obbligato della sua origine, e della sua conservazione. Oltre a ciò, non essendo ancora le cose della pace del tutto ferme, poichè ad ogni momento si poteva prorompere nuovamente all'armi, voleva, che sorgesse in mezzo alle monarchìe d'Italia, e contro l'imperatore medesimo una repubblica, che fondata sui principj nuovi, desse loro cagione continua di spavento. Parevagli ancora, che la fondazione della nuova repubblica avesse, nella opinione dei popoli, a compensare la distruzione di una vecchia, e che la Cisalpina potesse cancellare il biasimo incorso per la Veneziana. Forse in tutto questo, oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel caso, in cui per opera o d'altrui, o sua, venisse a mutarsi la forma del governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla monarchìa; poichè quel nuovo stato Italiano avrebbe potuto divenire per esso lui, o asilo, o ricompensa; conciossiachè il tornare al grado privato stimava contro la fama, ed era certamente contro la natura sua, checchè in contrario affermasse in certi momenti di dispetto, al direttorio. I Cincinnati, ed i Washington erano stimati da lui uomini di bassi pensieri, d'animo poco generoso, siccome quelli i quali collocavano la patria fuori di loro, ed in altrui, mentr'ei la collocava tutta in se.Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben, e dato ordine a quanto piùpressava nel suo esercito, se n'era tornato a Montebello, donde poteva e vegliar le pratiche della pace, e dar moto alle faccende Cisalpine. Continuavano nella Cisalpina le provocazioni di moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano, o palesi nei giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi Cisalpini di soldati Piemontesi, Austriaci, Polacchi, Papali, e Napolitani, che nelle legioni Lombarda e Polacca si descrivevano, o segrete per gli uomini mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorte, in cui vivamente si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia, massimamente i Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi per la natura tenace, i secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose che si scrivevano a quei tempi in Milano contro i re e contro il papa, sarebbe lunga faccenda raccontare. Quel Salvadori, ed un Porro che fu poi ministro di polizia, e morì due anni dopo nella morìa di Nizza, erano i capi delle arti provocatrici, e stimolavano scrittori, che anche senza stimolo andavano volentieri a questo cammino. Fra i giornali Italiani ilTermometro politicoera il primo, e ciò, ch'ei scrisse sulla rivoluzione di Genova, e su i moti del Piemonte, è fuori d'ogni moderazione. Diede negli eccessi principalmente quando con infiammatissime parole esortava, che si gettassero al vento le ceneri dei reali di Savoja serrate nelle tombe di Superga, con surrogarvi quelle dei patriotti morti nell'Astigiana rivoluzione. Queste erano esorbitanze pazze e stravaganti; l'esagerazione stessa serviva di rimedio. Ma era in Milano un motivo assai più efficace, e quest'eraun ritrovo pubblico, che chiamavano società di pubblica instruzione, dove con appositi discorsi si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad ascoltare, nelle nuove dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano al medesimo fine e nella Cisalpina largamente si diffondevano. Apparivano, e risplendevano molto principalmente in questo ritrovo politico uomini dotti, e leali operatori per fin di bene, ma servi ancor essi delle illusioni dei tempi. Piacemi in questo riferire un solo discorso, poichè l'andar particolarizzando sarebbe troppo lunga narrazione, e fia quello di un giovane dotto, ed amico sincero di libertà: aveva egli l'animo buono, e come buono, non sospettava in altrui quel male che non aveva in se. Esposti prima con molto acume, per cui massimamente valeva, i modi con cui gli uomini s'aggregano primitivamente in società, giva per tale forma nella sala della società della pubblica instruzione la domenica dei sette maggio favellando. «Sì, popoli della nuova Gallia Cisalpina, voi segnate negli annali del mondo un'epoca singolare, un'epoca, per cui le città dell'Italia non avranno più ad invidiare a quelle della Grecia la sorte, che portò nel loro seno la libertà. Gli Eraclidi, que' barbari di Tessaglia, che si aprirono strada nel Peloponneso, non scesero già per liberare, ma per ispogliare ed opprimere i popoli Greci. Forzati questi ad armarsi per resistere al nemico esterno, poterono bensì rovesciare i troni dei loro re, ma ciò non seguì che a costo di lunghi e gravi patimenti. Non fu che per la morte di Xanto edi Codro, che Tebe ed Atene si resero libere. Non fu che per una serie di eccessivi malori, che tutte le città cospirarono alla rovina dei despoti, si unirono tutte per sostenersi a vicenda, e guarentirsi la libertà, e sorse il mal ragionato federalismo della repubblica Acaica; e non fu che dopo una fatale continuata esperienza, che le buone leggi comparvero in Sparta, ed Atene; poichè all'epoca della rivoluzione mancarono di Licurghi, e di Soloni quelle città.«Ora confronta tu stesso, Insubre popolo, con quella di Grecia la tua rigenerazione. Quanto è più fortunata, e più lieta! le armate Francesi non sono già state le orde rapaci degli Eraclidi; non sono già elleno discese dall'Alpi per devastare le nostre terre, per abbattere le nostre mura, per distruggerci col ferro e col fuoco. Sono esse comparse nelle pianure ridenti d'Italia per fraternizzare coi popoli, per rovesciare i troni dei nostri tiranni, per allontanare da questi lidi i veri Eraclidi, i barbari del Nord, che non ebbero, e non potranno avere giammai, nè il diritto di farsi occupatori nostri, nè il merito di unirsi a noi. La naturale loro posizione, i costumi, le leggi, la lingua, gli stessi loro ceffi gli divideranno sempre da noi, e gli conserveranno eterno obietto dell'odio nostro. Noi non siamo stati sforzati ad armarci, ed a combattere nemmeno contro gli schiavi della tirannide; i valorosi repubblicani di Francia hanno combattuto, e vinto per noi. Sulle tracce della constituzione Francese, o perdir meglio, del codice di natura, noi sapremo meglio forse di Licurgo e di Solone donarci in breve le nostre leggi. Avremo in appresso noi pure i nostri Milziadi, i Leonida, i Temistocli, i Cimoni, la gloria dei quali è già stata oscurata dai capitani Francesi, e sapremo rinnovare noi pure le già tante volte dalle Franche falangi ripetute giornate di Maratona, delle Termopili, di Salamina. Più grande di Publicola il condottiere dell'armata d'Italia ha ben meritato di ottenere fra le tue mura l'onore del trionfo; ma le tue allegrezze non verran funestate dai funerali di Bruto; nè tarderanno a sorgere fra' tuoi soldati i Servilj, i Fabricj, i Papirj, i Scipioni: che più? Le Clelie animose, le ferme Virginie si moltiplicheranno pure nelle tue donzelle».Poi questo buon Italiano, descritta la libertà Siciliana data da Timoleonte, ed esortati gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle discordie, con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o popolo, la tua forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro Brenno, e contro il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla libertà, a quella libertà, che, abbandonate le amene sponde del Cefiso e del Peneo, e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del Tebro, dopo essere stata sì lungamente ne' boschi e ne' deserti nascosta, comparve di nuovo per grandeggiar sulla Senna, e per brillar con successo intorno al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel paese,che Apennin parte, e 'l mar circonda e l'Alpe».A queste parole applaudivano romorosamente i buoni Milanesi, maravigliando, che fra loro avessero a nascere così presto i Temistocli, i Scipioni, e massimamente le Clelie e le Virginie. Quest'erano appunto le cose, che, come diceva Buonaparte, il quale aveva il cervello fermo, mentre girava agli altri, son buone a mettersi nei romanzi.Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel Genovesato, già abbiam raccontato. Il ducato di Parma a grave stento si manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia non voleva pregiudicar. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le contribuzioni, e le arti Cisalpine vi avessero prodotto qualche impressione. Lucca, corrotti con denari, e fattisi benevoli alcuni agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi, non senza grandissime querele dei patriotti Cisalpini, che quell'aristocrazìa ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma stessa, dove si scoversero congiure per cangiar lo stato, ed in cui si mescolarono francesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo avevano parlato molte cose, e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione. Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva, e gli animi si sollevavano. A Napoli covavano crudifatti sotto velame quieto: oltreacciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere Romane: il governo macchinava ingrandimento; perciocchè vedendo, che si faceva vendita di stati, Napoli ne voleva per se, e domandava con molta instanza ai Francesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia, e Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio e da Buonaparte, più inclinati a sovvertire gli stati deboli, che ad ingrandirgli. Da ciò si vede che la sete del prendersi quel d'altrui era venuta non solo alle repubbliche, ma ancora alle monarchìe. Nella Valtellina, provincia suddita ai Grigioni, nascevano più che parole, o congiure o desiderj; i popoli vi tumultuavano a mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi dai Grigioni, e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica Francese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni, che avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della Cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle, con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente Tedesca, si congiungevano con gente Italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni Elvetiche, grande ajuto ai disegni che si avevano.Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerìe dei patriotti per sommuovere gli stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare un suo governo, perchè sapeva che conmodi di simil forma non si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una constituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno di un'amministrazione generale, potestà non solo serva del generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe troppo lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano: il frenare i democrati era stimata taccia aristocratica, il non frenargli tornava in diminuzione della sua autorità, ed in fonte di licenza. Nelle diverse città i comandanti forestieri facevano a modo loro, e secondochè avevano natura più o meno quieta, od opinioni più o meno sregolate, in questo luogo tenevano, in quell'altro allargavano la briglia, e lo stato si reggeva più strettamente, o più largamente. Laonde quello non era governo nè civile, nè libero, nè comune, ma bensì un reggimento incomposto, difforme, ed a volontà di forestieri. Dal che ne conseguita, che poco più poteva l'amministrazione generale, che empir con le tasse ordinarie e straordinarie l'erario dell'esercito Buonapartiano, e dare caposoldi, e piatti costosi ai generali ed ai comandanti: perciò era veduta non senza disprezzo e indegnazione dai popoli.Buonaparte, che era solito a gettar via gli stromenti, che per servir lui, erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Oltrechè gl'importava massimamente, a volere che la Cisalpina fosse uno stato da se, e conosciuto dagli altri stati d'Europa, che il reggimento temporaneo vicessasse, e vi s'introducesse il durevole ed il constituito, per quanto a quei tempi conseguire si potesse. Per la qual cosa avendo dato vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar ordine con leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di dieci personaggi rinomati per sapienza e per costume, a cui commetteva il carico di formare il modello della constituzione Cisalpina. Notavansi fra gli eletti cinque Milanesi, un Cremonese, un Reggiano, un Modenese, un Bergamasco. Vi aggiungeva un Tirolese da lungo tempo professore in Pavia. Questi era il Padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la profondità e la vastità della dottrina, e certamente fra i dotti dottissimo. Non amava egli travagliarsi dello stato, non avendo ambizione, ma Buonaparte lo cercava per vanagloria, e per un suo fine, volendo farsi scabello dei nomi più chiari per salire a quell'altezza che ambiva. Interveniva spesso alla congregazione. Pareva, che dovesse sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte, e da un Fontana. Ne usciva una copia della constituzione Francese con poche mutazioni, e di niun momento; opera degna di copisti, non di quegli uomini eletti. Per tale forma si consumava l'autorità dei nomi senza frutto, e gli stromenti dell'introdurre un vivere ben composto si corrompevano. Restava, che quello che si era fatto in nome, si recasse in atto. Eleggeva Buonaparte quattro Cisalpini al direttorio: furono quest'essi: Serbelloni, che fu duca, e che camminava con molto affetto in queste novità, Moscati, medico compitissimo, e non ostante tanto compito inogni altro genere di filosofia, quanto in medicina, Paradisi, autore assai celebrato per bello scrivere, e malveduto dagli Austriaci per aver voce di essersi mescolato attivamente nei moti di Reggio; finalmente Alessandri, operatore principale delle mutazioni nelle terre Veneziane oltre Mincio. Siccome poi non si potevano così presto eleggere i rappresentanti, che nei due consigli legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro congregazioni, l'una di constituzione con Fontana, Mascheroni, Longo, Oliva, Loschi, Goldaniga; l'altra di giurisprudenza con Bazetta, Negri, Taverna, Spannocchi, Villa, Perseguiti; la terza di finanze con Melzi, Vandelli, Formigini, Nicoli, Forni, Carissimi; la quarta di guerra con Visconti, Lahoz, Porta, Triulzi, Gazzari, Caleppi, uomini, se non tutti, certamente la maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva, il mandato insino a che fossero creati, ed entrassero in ufficio i consigli legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini politici dello stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava ministro di polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di giustizia Luosi, di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava segretario del direttorio Sommariva.Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da servir per principio alla Cisalpina repubblica. La repubblica Cisalpina, andava ragionando, essere stata lunghi anni sotto l'imperio dell'Austria, averla contro l'Austria conquistata la repubblica Francese; eppure rinunziare lei la conquista, e volere, che la Cisalpina fosselibera, independente, riconosciuta dalla Francia e dall'Austria, riconosciuta da tutta l'Europa; nè contento il direttorio esecutivo della repubblica Francese allo aver usato l'autorità sua, e le vittorie dei soldati repubblicani, perchè sorgesse, e sicura vivesse, volere ancora per singolar tratto della sua amorevolezza, e per preservarla dalle rivoluzioni dare al popolo Cisalpino la propria constituzione, parto prediletto di una nazione illuminatissima; essere la libertà il maggior bene, le rivoluzioni il maggior male; dovere adunque il popolo Cisalpino far passo da un reggimento soldatesco ad un reggimento civile; perchè questo passo senza discordie fosse, e senza sedizioni, avere il direttorio esecutivo giudicato dovere per suo mezzo, e per questa volta nominarsi i magistrati supremi della repubblica nuova, insino a che, trascorso un anno, il popolo stesso secondo gli ordini della constituzione gli nominasse; già da secoli non essere più buone repubbliche in Italia, l'amore sacro della libertà esservi spento, la più bella parte dell'Europa vivere serva dei forestieri; esser debito della repubblica Cisalpina il dimostrare col senno, e col vigor suo, e coi buoni ordini de' suoi eserciti, non avere la moderna Italia degenerato dall'antica, e vivere ancora in lei spiriti degni della libertà, per questo avere lui nominato e le quattro congregazioni, e il direttorio, e i ministri.Destinavansi il dì nove luglio, ed il campo del Lazzaretto fuori di porta Orientale, vasto e magnifico, al pubblico e solenne ingresso della Cisalpina repubblica. Accorrevano chiamati alla solennitàpiena di tanti augurj i deputati di tutti i municipj, di tutti i drappelli delle guardie nazionali, di tutti i reggimenti assoldati della repubblica. Era nei giorni, che precedevano la festa, in tutta la città una folla, ed un andar e venire di popoli contenti; pareva, che non solo la nobile Milano, ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle nove del destinato giorno il campo della Confederazione (che così dal fatto chiamarono il Lazzaretto) e vi accorrevano giulivamente, ed a pressa meglio di quattrocentomila cittadini. Suonavano le campane a gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite col turchino, o col verde sventolavansi all'aria, e le grida, e il tumulto, e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al colmo. I democrati non capivano in se dall'allegrezza, e dicevano le più strane cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da quella vita morta dei Tedeschi a quella vita viva dei Francesi; la magnifica Milano, città di per se stessa e per naturale indole allegrissima, ora tutta più che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si commuoveva, e si rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito verde ricamato d'argento alla Cisalpina: il seguitavano i magistrati, e gli uomini eletti della città; gli uni e gli altri magnifico spettacolo. Nel punto dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve le artiglierìe, i popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano: celebrava l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre a quando a quando rimbombavano le artiglierìe. Dopo il santo sacrificio benedival'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava un concerto strepitosissimo, e pure melodioso d'inni, di suoni, diviva repubblicani. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati iscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso, simboleggiatore dell'amore della patria, a' piedi urne con motti dimostrativi del desiderio e della gratitudine verso i soldati Francesi, e Cisalpini morti nelle battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano le Cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto in ispecial seggio alla festa, al quale, come a vincitore di tante guerre, ed a fondatore della repubblica, risguardavano principalmente i popoli circostanti. Nè piccola parte dell'onesto spettacolo erano gli uomini delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa, ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel corso dei secoli, grande testimonianza d'amore, e di concordia Italiana.Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra un più elevato seggio postosi, in cotal modo, fattosi silenzio in mezzo agli adunati popoli, a favellare incominciava: «Noi fummo un tempo liberi, e queste medesime terre repubblicane furono: la diversità fatale delle troppo facili opinioni ci ridusse, e ci mantenne per molti secoli in estera e spesso variata servitù. Rammentiamoci, o cittadini, la lunga serie dei cessati infortunj, ed il passato ci sia d'utile esempio per l'avvenire. Sparisca, comelampo, ogni spirito di parte, che finora possa averci divisi, e perfino gli odiosi nomi, fonte inesausta di civili discordie, siano mandati in dimenticanza. Serbiamo con indelebile memoria pel ricevuto benefizio una gratitudine eterna verso la Francese repubblica, che col valore, e col sangue de' suoi soldati ci procurava la libertà, e gratitudine ancora eterna sia in noi verso l'immortale Buonaparte, che emolo dell'Africano Scipione, ci tolse con le sue vittorie a servitù, e diè forma con la vastità de' suoi lumi politici al nostro libero governo. Ciò crediamo, ciò inculchiamo nel più profondo degli animi nostri, che a voler mantenere, e conservare la prosperità di una repubblica democratica, ha ad essere fra di noi virtù nei padri, educazione nei figliuoli, costume e costanza d'animo nei cittadini, leggi ed interessi in tutto il territorio uniformi. Accendiamoci di un amor santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi, o di morire. Il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo, e ve ne dà l'esempio».A questo passo il presidente, sguainata la spada, ed i suoi colleghi, levati i cappelli, ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli uomini deputati, giuravano i capi dei reggimenti, giurava l'adunato popolo intiero: i viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il lanciare i cappelli, lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo misto, romoroso ed allegro.Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue, e con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la constituzione e le leggi.Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi, che questa terra che abitiamo, è la terra dei Curzj, degli Scevola, dei Catoni; imitiamo quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole, e lascino ogni speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme l'Europa s'accorga, che qui l'antica Roma rinasce».Qui rincominciavano i plausi, ed i cannoni strepitavano. A questo modo s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che pareva eterno, ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno corse di carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi la sera bellissime luminarie sì dentro, che fuori del teatro. Insomma fu una grande e solenne allegrezza; e queste feste non in altra città del mondo riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella, e splendida Milano.Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente dei posteri si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel campo della Confederazione ad onore di ciascuna schiera dell'esercito Francese otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide si scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del popolo Cisalpino verso la repubblica Francese, e l'esercito d'Italia; s'inscrivessero su due altri lati i nomi di quei forti uomini, che avevano dato la vita per la patria loro, e per la libertà Cisalpina nelle battaglie; che l'ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi, ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che fortemente combattendo avrebberoprocurato col sangue loro salute, e libertà alla patria Cisalpina.Contaminava l'allegrezza dei patriotti l'essersi fatta serrare dal direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto dell'essere contraria agli ordini della constituzione.Continuava Buonaparte ad usare l'autorità suprema per ordinare la repubblica. Nominava i giudici, gli amministratori dei distretti o dei dipartimenti, e que' dei municipj. Si faceva poi più tardi ad eleggere i membri dei due consigli, cioè del consiglio grande, o dei giovani, e del consiglio dei seniori, o degli anziani.I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi deboli, o con governi temporanei e tumultuarj, veduto le forme più regolari e più promettenti della Cisalpina, e quell'affezione particolare che il capitano invitto le portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro. Bologna, Imola e Ferrara furono le prime a mostrar desiderio dell'unione, le due ultime più ardentemente per invidia a Bologna, la prima più a rilento per la memoria dell'antica superiorità. La giunta Bolognese titubava; ma tanti furono i maneggi dei patriotti più accesi, e l'intromettersi dei Cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed accedeva anch'essa alla prediletta repubblica; accostamento di grandissima importanza, perchè era Bologna città grossa, e piena d'uomini forti e generosi. Unite le legazioni, pensava Buonaparte a compire il direttorio, vi chiamava per quinto un Costabili Containi di Ferrara.Principalmente accrebbe la grandezza Cisalpinal'unione della forte Brescia, membro tanto principale della terraferma Veneta. Fu tratto presidente del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il quale, avuta principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava molto ardente per la conservazione dello stato nuovo.Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe, che pel trattato di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini poi, fatto di per se stessi impeto nell'oltre Po Piacentino, consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte la divideva in venti spartimenti, che chiamava dell'Olona con Milano, città capitale, del Ticino con Pavia, del Lario con Como, del Verbano con Varese, della Montagna con Lecco, del Serio con Bergamo, dell'Adda ed Oglio con Sondrio, del Mela con Brescia, del Benaco con Desenzano, del Mincio con Mantova, dell'Adda con Lodi, del Crostolo con Reggio, del Panaro con Modena, dell'Alpi Apuane con Massa, del Reno con Bologna, dell'Alta Padusa con Cento, del Basso Po con Ferrara, del Lamone con Faenza, del Rubicone con Rimini. Per tal modo in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si distendeva la Cisalpina, che conteneva in se la Lombardia Austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara,Bergamo, Brescia, e Crema coi territorj loro, la Valtellina, e le tre legazioni di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese, e l'oltre Po Piacentino. Poco dopo Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si dava alla Cisalpina. Per questo fatto i Romani confini si restrignevano.L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in se non poca malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni, che loro pareva che fossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza si era vieppiù dilatata, quando si domandarono i giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati, ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero, e di contribuire, con tutte le forze al sostegno della libertà ed uguaglianza, ed alla conservazione e prosperità della repubblica. Per mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo dediti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio settimo. Il suo testimonio, e le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente anno un'omelìa, in cui parlava in questa guisa ai fedeli della sua diocesi: «La libertà, cara a Dio ed agli uomini, è unafacoltà che fu donata all'uomo, è un dominio di poter fare o non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle; non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio, ed alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l'onestà, chi si attiene al vizio ed abbandona la virtù.... La forma di governo democratico adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, nè ripugna al vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù, che non s'imparano che alla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria, e lo splendore della vostra repubblica».Fatto poscia un vivo elogio delle virtù degli antichi Romani, il cardinale passa a dire:«Se le morali virtù così resero cospicua la latina libertà, con quanta maggior ragione dobbiamo noi riputar necessaria la virtù nella presente democrazìa, noi, che non viviamo invescati dal lezzo, e dall'ambizione di sognar deità, noi che santificò il Verbo di Dio fatto uomo.... Le morali virtù, che non sono poi altro, che l'ordine dell'amore, ci faranno buoni democratici, ma di una democrazìa retta, e che altro non cura, che la comune felicità, lontana dagli odj, dall'infedeltà, dall'ambizione, dall'arrogarsi gli altrui diritti, e dal mancare ai propri doveri. Quindi ci conserveranno l'uguaglianza intesa nel suo retto significato,la quale dimostrando, che la legge si estende a tutti gl'individui della società e nel diriggergli, e nel proteggergli, e nel punirgli, ci dimostra ancora in faccia alla legge divina ed umana, quale proporzione debba tenere ogni individuo nella democrazìa tanto rapporto a Dio, quanto rapporto a se stesso ed ai suoi simili.«Ma i perfetti doveri dell'uomo non si possono compire nella sola virtù morale, e l'uguaglianza, che fa l'armonia e il bene della società, desidera altre molle per la sua sussistenza, e per la sua perfezione. Il Vangelo di Gesù Cristo ci fu dato come un complesso di leggi, onde rendere gli uomini veramente perfetti anche in società, onde sistemare quell'uguaglianza che ci faccia felici nel presente giro dei giorni mortali, e più felici nell'aspettata eternità. La storia della filosofia ci dimostra la mancanza di tal progetto, la storia del Vangelo ce ne dimostra l'esecuzione e il compimento....«Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli apostoli, e dei gran filosofi padri, e dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi, e con Gesù Cristo.... Il luminoso oggetto della nostra democrazìa dev'essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società....«Eccovi, o dilettissimi fratelli, uno sparuto abbozzo degli evangelici dettami. Vedete ivi quale possanza, qual influsso risplenda per la massima virtù dell'uomo, per la civile uguaglianza, per la regolata libertà, per quell'unione insomma d'amore e di tranquillità, che fa la sussistenza, e l'onore della democrazìa. Forse per la durevole felicità degli altri governi basterà una virtù comune, ma nella democrazìa studiatevi di essere della massima possibile virtù, e sarete i veri democratici: studiate, ed eseguite il Vangelo, e sarete la gioja della repubblica;... la religione cattolica sia l'oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione, e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate, che ella si opponga alla forma del governo democratico. In questo stato vivendo uniti al vostro divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell'eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi, e dei vostri simili, e procurare la gloria della repubblica e delle autorità constituite.... Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani, e sarete ottimi democratici».Queste parole con tanta soavità dette da un uomo così eminente per dignità, e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli spiriti, raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo stato.Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la riconoscessero in solenne modo, come potentato Europeo. Vi si adoperava Buonaparte cupidamente, recando a gloria propriache non solo vivesse la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero stato. In questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la chiamavano.A questo fine mandava il direttorio Cisalpino per suo ambasciadore a Parigi un Visconti, che stato prima uno dell'amministrazione generale di Lombardia, ed amato da Buonaparte, ma stimato da lui troppo vivo nelle opinioni dei tempi, non era stato eletto fra i quinqueviri, nè fra i magistrati subalterni; pure pareva, che in grado privato più non potesse vivere.Fu veduto a Parigi molto volentieri il Visconti, ed in pubblica udienza, presenti tutti i ministri di Francia, e gli ambasciadori delle potenze amiche, il dì venzette agosto, solennemente udito. Parlava magnificamente dei benefizj della repubblica Francese, della gratitudine della Cisalpina; esprimeva, unico, e primo desiderio dei Cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione Francese; di loro non potere aver ella amici nè più affezionati, nè più fedeli; comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover avere la felicità, nè senza i Francesi volere, o poter essere i Cisalpini felici; le vittorie del trionfator Buonaparte già aver procurato pace, e quiete alla Cisalpina; desiderare, che la Francia ancor essa quella pace si godesse, e quella felicità gustasse, che le sue vittorie, e la sublime di lei constituzione le promettevano. Queste cose scritte in Francese, poitradotte in pessimo Italiano nei giornali dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente, secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla repubblica Francese la creazione, e l'amicizia della Cisalpina; non dubitasse, che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di serpenti, che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima, poi deposte dai nemici delle due repubbliche. Sapere il direttorio, che quest'uomini velenosi, e perfidi volevano distruggere la libertà sulla terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più per una corona intorno di popoli liberi, e governati da leggi consimili. Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di quelle degli animi vili, e timorosi, ma di quelle degli animi ben composti, e forti. «No, prorompeva, immortali guerrieri, non fia, che l'opera vostra accompagnata da tanti miracoli, e da tanta gloria, non lasci un segno durevole in Italia nella conservazione di uno stato libero, e di un alleato fedele della vostra patria. No, popoli della Cisalpina, voi non avrete gustato i primi frutti della vostra indipendenza per tornar a vivere in servitù. Il destino vostro non girerà a modo di coloro, che con male parole, e con discorsi bugiardi insidiano alla libertà. Il serpe frodolento romperà i denti sulla lima, nè il pigmeo distruggerà l'opera del gigante. In Italia sono gli eserciti vincitori, sonvi i forti generali, evvi il trionfator Buonaparte. Il direttorio amico alla Cisalpina vuol fondare con ogni suo sforzo, amalgrado delle congiure e delle calunnie, la libertà di lei; stessero pur sicuri i Cisalpini, e confidassero nella grandezza e nella lealtà della nazione Francese, nel coraggio e nel valore dei suoi soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i Cisalpini vivessero felici, e liberi». Questi detti minacciosi toccavano l'Austria, che nei negoziati di pace, che allora pendevano, veduto che Buonaparte aveva ritratto l'esercito, ed avendo lei stessa con nuove leve ricomposto le sue genti, stava sul tirato, e metteva in mezzo condizioni, che parevano esorbitanti, massimamente quella di volersi ricuperar Mantova.Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori, che, o già serve del tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non esitavano il re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il gran duca di Toscana, la repubblica Ligure, ed il duca di Parma a mandar ambasciatori, o ministri, o simili altri agenti a Milano, acciocchè tenessero bene edificato, e bene inclinato quel nuovo stato tanto prediletto di Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosìe ed a tanti timori, quello, che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli stati d'Italia. Perciò i patriotti gridavano, che questi ministri erano spie per rapportare, stromenti per subornare.Gli laceravano con gli scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti gli maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti delle diverse parti d'Italia, raccolti in gran numero in Milano, non si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava, e dava loro spesso sulla voce, e talvolta sulle mani, ma essi ripullulavano, e straboccavano più molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole di pace e d'amicizia, a cui secondo il solito, ed anche meno del solito credeva nè chi le diceva nè chi le udiva: così con questi inorpellamenti s'ingannavano a vicenda, o piuttosto non s'ingannavano, perchè gli uni e gli altri ottimamente sapevano, che cosa ci fosse sotto.Esitava il papa al mandare un ministro, perchè gli pareva, che i Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini, che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo, e minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose, e coi manifesti più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, riputando che fosse dignità l'indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a Milano, pretendendo, ed allegando ciò che era vero, che la Cisalpina, anche come già si trovava constituita legalmente in repubblica ordinata, non era stato franco, e indipendente, perchè e le sue fortezze erano in manodei Francesi, ed i comandanti Francesi pubblicavano di propria autorità in tutta la Cisalpina, e nella sede stessa di Milano ordini, e manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano, se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti Francesi.Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio Cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze medesime, e coi medesimi fini di onorare con le parole, e di spiare coi fatti. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i legati Cisalpini. Bene pe' suoi fini aveva scelto gli uomini suoi la Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti vivi, ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti, almeno astuti, e senza intermissione operativi. L'aggiunta di tante nuove provincie al centro Cisalpino aveva dato nuova forza al disegno dell'unione Italica, ed i ministri Cisalpini fomentavano questo disegno medesimo con ogni arte negli stati Italiani, presso cui risiedevano. Solo Marescalchi, di famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore a Vienna, non faceva frutto, perchè nè l'imperatore l'aveva voluto riconoscere nella sua qualità pubblica, nè era d'animo volto al propagare; perchè gli piaceva una libertà placida e molle, non una libertà inquieta e sdegnosa, ed anche, quantunque fosse d'ingegno non molto acuto, sapeva misurare le cose, non con la immaginazione, ma con la ragione. Serviva piuttosto per evitar il non servire, che per servire, uomo da esser tirato, non da tirare altrui.Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè non fosse il direttorio Francese amico, ma perchè l'inviato doveva arrivarvi con molta materia apprestata, come sarem per narrare in appresso.Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli ordinamenti politici quell'opera, che con le armi aveva fondato, i legislatori Cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per quello degli anziani. Onorati nomi vi risplendevano per sapere, per antichità, per ricchezze, per amore di libertà. Eranvi un Quadrio, un Giovio, un Melzi, un Birago, un Cicognara, un Compagnoni, un Savoldi, un Cagnoli, un Monga, un Venturi, un Lamberti, un Polfranceschi, un Martinengo, un Fenaroli, un Lecchi, un Lattanzi, un Colonia Ebreo, un Arese, un Reina, un Beccaria, un Somaglia, un Bossi, un Castiglione, un Tassoni, un Cavedoni, un Aldini, un Guglielmini, un Aldrovandi, un Mascheroni, un Mangili, un Bellisomi, un Malaspina, un Alpruni, un Fontana, uno Scarpa, tutti tre professori molto celebrati di Pavia, un Castelbarco, un Pallavicini.A tutti questi aggiungeva Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato, e cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina, considerato, quest'esse furono le parole della legge, che il cittadino Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti a celebrare il genio della libertà Italiana, ed encomiare l'invitta armata Francese, con che nelle attuali circostanze siveniva a vieppiù promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge la naturalità.I consigli adunati ardentemente procedendo, si accostavano alle opinioni dei democrati più vivi, il che, dall'un de' lati dispiaceva a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere, dall'altro gli piaceva per dar timore all'Austria, che pareva allora voler prendere novelli spiriti.Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli, «Il dì ventuno novembre fia pienamente in atto la vostra constituzione; e saranno altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il tribunale di cassazione, e le altre amministrazioni subalterne. Voi siete fra tutti i popoli il primo, che senza fazioni, senza rivoluzioni, senza stragi libero divenga. Noi vi diemmo la libertà; voi sappiate conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa: secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione. Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini nodriti nei principj della repubblica, ed amatori della sua prosperità. Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra forza, e della dignità, che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di voi, domi per tanti anni da un'importunatirannide, voi non avreste mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia; proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran nazione; col nostro sarà lo stato vostro congiunto. Se il popolo Romano avesse usato la sua forza, come la sua il Francese, ancora sul Campidoglio si anniderebbero le Romane aquile, nè diciotto secoli di schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane generazioni. Per consolidare la libertà vostra, e mosso unicamente dal desiderio della vostra felicità, io feci quello, che altri han fatto per ambizione, e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione di tutti i magistrati, e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando un ordine del mio governo, od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma qualunque sia il luogo, a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti della mia patria, questo vi potete promettere di me, che sono, e sempre sarommi ardente amatore della felicità, e della gloria della vostra repubblica».Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi. Parevano veramente altri tempi, parevano altri destini. Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre di uguale, anzi di maggiore importanza se ne stava macchinandoin segreto. Erano a quei tempi al mondo quattro cose, che a tutte le altre sovrastavano, la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore, che avevano i re, che quella repubblica Francese non gli conducesse tutti a ruina, la repubblica Francese stessa fondata in una nazione, che per la natura sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone, esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci, e più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse, ed il consueto reggimento, per quanto gl'interessi nuovi il permettessero, col mezzo dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguire coll'armi civili delle Vendea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa, perchè la nazione Francese, che forte ed animosa è, non aveva voluto lasciarsi sforzare, si pensava, che i maneggi segreti, le promesse, le corruttele, e le adulazioni potessero avere maggior efficacia. A questo fine, e con questi mezzi si era operato che le nuove elezioni ai consigli legislativi cadessero in uomini, che amassero meglio la monarchìa dei Borboni, che la repubblica, ed in ciò si era fatto non poco effetto. Siccome poi a tutti i moti è necessario un capo di chiaro nome, così avevano al consiglio dei giovani eletto il generale Pichegru, capitano rinomato per le sue vittorie in Alemagna ed in Olanda. Con lui concorrevano molti altri personaggi famosi o per armi o per dottrina, o per segnalati fatti nelle rivoluzionipolitiche di Francia. Nel direttorio stesso Barthelemi favoriva il disegno per natura e per opinione, ed i desiderj suoi fino ai Borboni si estendevano; che certamente aveva dato questi segni di se nella sua ambascerìa in Isvizzera. Il favoriva, siccome pare, anche Carnot, o che volesse la monarchìa dei Borboni, il che è incerto, o che solamente disegnasse, come uomo di acutissimo pensiero, ridurre, spenti gli uomini immoderati, quello stato di repubblica scorretta e tumultuaria a forma più stretta e più ordinata. Seppesi questo maneggio dai tre quinqueviri, che non vi erano mescolati, e si misero all'ordine per isturbarlo, perchè amavano la repubblica, e temevano la monarchìa. È quivi per altro debito nostro riferire, che a questo tempo alcune pratiche segrete si erano introdotte tra Barras, uno dei tre, ed alcuni agenti di Luigi decimottavo, per le quali il quinqueviro aveva dato speranza, e s'era anche obbligato a favorire la rinstaurazione dei Borboni sotto condizione di dimenticanza del passato, e promessa di premio in denaro; ma con la medesima sincerità procedendo, dobbiamo notare, che sebbene sia vero, che queste pratiche siano esistite, Barras sdegnosamente, e con termini molto espressivi negò d'aver voluto procurare la mutazione del governo allora sussistente, ed asseverò, avere prestato orecchio agli agenti dei Borboni col solo fine di conoscere, e sventar le loro trame: vogliono anzi alcuni, che gli volesse condurre in luogo dove potessero essere arrestati. Pubblicò di più, aver ciò fatto con saputa e consentimento espresso de' suoi colleghidel direttorio, ai quali a questo fine aveva comunicato il negozio. Dà verisimile colore a quest'ultima allegazione l'averla lui pubblicata quando gli sarebbe stato utile dire il contrario, se fosse stato vero, ed il citare, per pruova della verità del fatto, il testimonio dei ministri di quel tempo, de' suoi colleghi del direttorio, ed anzi i registri segreti di questo magistrato supremo della repubblica, in cui, siccome affermò, vi era un decreto che l'autorizzava a condurre queste pratiche. Comunque ciò sia, era allora l'esercito d'Italia in bocca di tutti, e quanto da lui veniva era ricevuto in Francia con grandissimo o amore o terrore, secondo le opinioni e le passioni, per la qual cosa coloro, che contrastavano a questo proposito, facevano avviso, che le mosse contrarie dovessero aver principio dall'esercito Italico. A questo dava favore Buonaparte per la sua emolazione verso Pichegru, prevedendo nell'esaltazione del vincitore dell'Olanda la depressione del vincitore dell'Italia. Per tutte queste ragioni uscivano dalle diverse schiere dell'Italico minacce fierissime contro i nemici della libertà, come gli chiamavano, contro gli amatori del nome reale, contro i minacciatori della constituzione. Parlavano del voler marciare in Francia con le armi vincitrici per castigare i ribelli, descrivevano con patetiche parole le orribili congiure ordite nella patria loro contro la libertà, mentre essi col sangue, e con disagi innumerevoli la libertà, e la patria difendevano. Non isperassero, minacciavano, che il sangue sparso, che le acquistate vittorie, che la conseguita gloria fossero indarno;quelle mani stesse, che avevano vinto l'Austria, vincerebbero facilmente, e farebbero tornar in nulla quei branchi di faziosi. Al solo mostrarsi degl'Italici soldati oltre l'Alpi, presi di spavento si disperderebbero quei vili sommovitori di congiure. Non dubitasse punto il governo, che l'esercito Italico tanto amasse la libertà, quanto la gloria, e che la prima con la medesima costanza, col medesimo valore difendesse, coi quali aveva acquistato la seconda: verrebbero, vedrebbero, ed anche senza battaglie vincerebbero.Da questi conforti, e da questo appoggio fatto sicuro il direttorio, veniva a quelle risoluzioni, che resero tanto famoso il dì diciotto fruttidoro, anno quinto della repubblica, o il dì quattro settembre del novantasette: per esse si carceravano, ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano Barthelemi, Pichegru, e gli altri capi della congiura. Alcuni, e fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono in forestiere terre scampo contro chi gli chiamava a prigione ed a morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale affortificatosi il direttorio coll'esclusione dei dissidenti, e coll'unione dei consenzienti, e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la somma delle cose, e pareva, che vieppiù avesse confermato la repubblica.Tornato vano questo tentativo, i confederati, massimamente l'Austria, che si trovava più vicina all'incendio, e che, essendo alle strette con Buonaparte, aveva meglio conosciuto la sua natura, si gettarono ad un altro cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabilerepubblica. Si negoziava a questo tempo la pace coll'Austria; gli agenti Austriaci vennero dicendo a Buonaparte, guardasse le ruine d'Europa, e della sua patria stessa; una repubblica fondata solo con le mannaje, conservata solo con le bajonette, sopportatrice dei malvagi, perseguitatrice dei buoni; non isperasse di fuggir egli stesso la repubblicana invidia; più illustri erano i fatti suoi, più magnifici i benefizj verso la patria, e più inevitabile credesse l'atroce fine che l'aspettava. Considerasse, che sono inesorabili le repubblicane emolazioni, e che sempre la gratitudine delle repubbliche è l'ingratitudine. Se i più chiari cittadini erano stati all'estrema fine condotti in Francia, solo perchè chiari erano, che sarebbe del più chiaro fra tutti? Ricordassesi le recenti trame ordite contro di lui, le proprie querele, ed il livore del direttorio già vicino a prorompere, quand'era ancora l'opera sua necessaria in guerra: che sarebbe in pace? Forse era nato egli e fatto per essere stromento di faziosi, e mentecatti? Forse a servir ad avvocati, e notaruzzi ambiziosi? Con le grida, e coi patiboli s'hanno a governar gli stati? Guardassesi intorno, entrasse in se, si paragonasse ad altri, e vedrebbe, che siccome era unica la sua gloria al mondo, così unico doveva essere il fine, che a se doveva proporre, che già dalle volgari vie militari si era discostato nelle faccende di guerra, e che debito gli era di discostarsi dalle volgari vie anche nelle faccende civili: a ciò chiamarlo, lacera e rotta tutta l'Europa; a ciò medesimo chiamarlo la misera umanità ingannata dalle lusingherìe, straziatadai delitti: vedeva egli certamente, ed anche più volte aveva accennato, essere la repubblica un governo impossibile in Francia. A che dunque dubitare, a che indugiare? l'Europa infelice, la Francia infelicissima domandare da lui altre sorti, domandare da lui la rinstaurazione dell'antica monarchìa dei Borboni, domandare la rintegrazione dei diritti Europei: assai avere spaziato la forza, assai la usurpazione, assai l'anarchìa: domare questi mostri esser suo destino: al solo segnale dei Borboni, quando l'opportuno instante fosse venuto, seguiterebbonlo in Francia tutti i buoni, seguiterebbonlo tutti gli sdegnati, seguiterebbonlo tutti gl'infelici condotti all'ultimo caso dalla presente tirannide. Favorirebbelo l'Europa tutta, tirata da sì grande impresa, mossa da sì bella speranza dopo tanto conquasso. Seconderebbonlo i principi, l'Austria la prima, e la Russia tanto attiva fomentatrice dei Borboni. Parlare di ricompense a chi già aveva acquistato maggior gloria, che altr'uomo avesse acquistato mai, e che solo con un gran civile fatto poteva la propria gloria ampliare, essere superflua, e fors'anche offenditrice cosa: pure o che in grado privato la venerazione, o che in grado pubblico l'autorità desiderasse, ciò gli sarebbe, e più ampiamente, che non desiderasse, conceduto. Desse pertanto opera ad impadronirsi della somma delle cose in Francia; che a ciò l'ajuterebbero i potentati, solo che promettesse di fare la gran rimessa all'antico e legittimo signore. Muovessesi adunque Buonaparte unico ad opera unica; rispondesse col fatto al destinato dalla provvidenza,posciachè non senza intervento divino tante volte avevano suonato le armi sue vincitrici.Queste esortazioni muovevano quell'animo ambizioso. Ma da Borboni a repubblica ei non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio, ed anche la felicità, o le disgrazie umane nol toccavano. Bensì, siccome quegli che sagacissimo era, e di prontissimo intelletto, avvisava in un subito, che quello, che gli si offeriva, poteva aprirgli la strada all'altissime sue cupidità. Si mostrava pertanto disposto a fare quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo, e questo fu il più solenne inganno, che mai sia stato fra gli uomini, di favorirsi del consentimento e cooperazione dei principi, per arrivare alla potestà suprema in Francia; non già per dispogliarsene in favor di chicchessia, ma per serbarla ed anzi vieppiù consolidarla in se medesimo, ed ampliarla.Vogliono alcuni, che Barras quinqueviro avesse l'animo volto a favor dei Borboni già insin da quando aveva procurato la elezione di Buonaparte al governo supremo dell'esercito Italico, e che a questo fine appunto l'abbia procurata, argomentando, che il giovane di Corsica, in cui egli aveva scoperto mente atta a qualunque più ardua impresa, e natura nemica ai reggimenti popolari, il dovesse secondare nel mandar ad effetto il suo intendimento. Danno corpo a questa opinione le pubblicazioni fatte dagli agenti dei Borboni, la contraddicono quelle fatte da Barras: le une e le altre noi abbiamo rapportate, affinchè chi ci legge, possa dalle medesime prenderconghiettura della verità in cose tanto avviluppate quanto importanti.Dato in tal modo intenzione ai confederati, ed accordatosi con loro del ristaurare in Francia l'antico governo dei Borboni, non formidabile ai principi per essere conforme ai loro proprj, cominciava Buonaparte a fare qualche dimostrazione, che della sua sincerità potesse far testimonianza. Avea egli fatto arrestare contro ogni dritto delle genti in Trieste, e condurre gelosissimamente custodito nel castello di Milano il conte d'Entraigues, agente molto fidato di Luigi decimottavo. Parlavano a quei tempi tutti i giornali della carcerazione del conte, e ne favellavano come di cosa, che sommamente importasse alla salute della repubblica. Gli trovavano, siccome fu pubblicato per opera di Buonaparte, scritti, che discoprivano le macchinazioni di Pichegru, e degli altri amatori del nome reale. Inoltre si facevano constare per un rigoroso esame dato al conte, sebbene egli il verbale costantemente sempre abbia negato, molto maggiori cose in pregiudizio della repubblica, ed in pro dei Borboni, che gli scritti non palesavano. Tal era il rigore di quell'età, che, se non ci fosse stato di mezzo qualche grave motivo, avrebbe tosto Buonaparte dato a giudicare ad un consiglio militare, o mandato il conte in Francia, dove sarebbe stato o sottoposto all'ultimo supplizio, o carcerato per sempre. Ma quando ognuno temeva di veder il conte giunto all'estrema fine, diede ammirazione agli uomini l'udire, che il generalissimo aveva comandato a Berthier, che il facesse comodamente alloggiarenel castello, e che la moglie il potesse visitare. Gli comandava ancora, che se non trovasse stanza comoda nel castello, il lasciasse sotto buona guardia in città, e gli rendesse tutti gli scritti, salvo quelli, che toccavano gli affari politici: questi erano le congiure di Pichegru. La maraviglia più si cambiava in istupore per coloro, che non conoscevano l'intrinseco del fatto, e le cagioni, quando si seppe, che il conte si era fuggito dal castello, e più ancora, quando portò la fama, ch'ei fosse già arrivato con felice viaggio nelle terre dell'imperatore Paolo di Russia, succeduto alla sua madre Caterina. La verità del fatto fu, che Buonaparte desideroso di far chiari gli alleati della sincerità sua col fidare le cose segrete trattate a Montebello ad uomo confidente della Russia, e di Luigi decimottavo, aveva procurato la libertà ad Entraigues, e mandatolo in Russia portatore delle sue promesse. Infatti a queste novelle si piegava Paolo con divenire molto meno acerbo verso la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si fecero assai più morbidi, per modo che non tardarono ad avvicinarsi alla conclusione; conciossiachè i principi credevano, facilitando il sentiero a Buonaparte per arrivare alla somma potenza in Francia, abilitarlo a mandar ad effetto le cose, che da lui si promettevano. Tutti questi disegni molto gli arridevano, e quantunque fosse uomo di natura molto coperta, e di pensieri cupissimi, tuttavìa si lasciava di quando in quando uscir di bocca certi motti, che disvelavano la sua intenzione, e le fatte macchinazioni. Ed io ho udito parecchie volteraccontare a Villetard, giovane candidissimo, che trovandosi a passeggiare a Montebello con Buonaparte, e con Dupuis, che poi fu morto generale in Egitto nella sommossa del Cairo, sostando improvvisamente dal passeggiare, il generalissimo aveva loro detto:che direste voi s'io diventassi re di Francia?Al che, siccome a me raccontava il medesimo Villetard, rispondeva Dupuis, che professava un ardente desiderio dello stato repubblicano, che sarebbe il primo a piantargli un coltello nel petto; il quale tratto non fu udito senza riso da Buonaparte.Nè questi erano i soli segni delle meditate cose. Sorgevano a Montebello i costumi, e le abitudini regie: ivi le udienze altiere da una parte, umili dall'altra; ivi le adulazioni smoderate, ed il silenzio rispettoso, non interrotto che dalle interrogazioni; ivi le sorelle del vincitore corteggiate a modo di corte, ivi i ministri dei principi esteri, e quei della Cisalpina accolti alla reale. Certamente null'altro mancava di re che il nome, e questo nome stesso veniva naturalmente sulle labbra dei cortigiani, ma vi periva per amore o per timore, ma piuttosto per timore, che per amore della repubblica. A chi era uso a scrutare le umane vicende, appariva manifestamente, essere in Buonaparte natura a volere, e ad usare l'imperio, nè ciò con leggi, ma sopra le leggi, non come cittadino, ma come padrone: il fato il fece per l'età, e l'età per lui.Frattanto le promesse segrete, ch'egli aveva fatte, e la necessità, in cui si trovava il direttorio di rammollire con un solenne fatto i risentimentinati in Francia per la terribile rivoluzione dei quattro settembre, operavano di modo che, rimosse da ambe le parti tutte le durezze, si veniva il giorno diciassette ottobre alla conclusione nella villa di Campoformio, di un trattato di pace, in cui un governo nuovo distruggeva un governo antico, ed un governo antico consentiva, e s'arricchiva delle spoglie di un governo antico ed amico, disonoratosi l'uno per aver rapito, poco onoratosi l'altro per aver accettato le rapine, se però non iscusano quest'ultimo le affermazioni magnifiche del primo dell'averlo ridotto alla necessità di accettar la pace, qualunque ella fosse. Oltre a ciò lasciava l'Austria in libera preda della repubblica Francese, non dirò il Piemonte, perchè forse ella se ne teneva male soddisfatta per la stretta congiunzione di lui con la Francia dopo la tregua di Cherasco, e la pace di Parigi, ma bensì il papa, ed il re di Napoli, che in nessun modo l'avevano offesa, e che anzi si trovavano condotti in dure strette, ed in gravissimo pericolo per avere sino agli estremi seguitato la sua parte. Certamente nissuna sicurezza stipulava l'Austria nel trattato nè pel papa, nè per Napoli. Fu il trattato di Campoformio principio di quelle brutte e crudeli stipulazioni, che desolarono poi per circa vent'anni la miseranda Europa con l'esempio di sommuovere prima i popoli, poi di dargli in preda ad insolite signorìe.Fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica Francese si avesse i Paesi Bassi, che l'imperatore consentisse, che le isole Venete dell'Arcipelago, e dell'Ionio, e così ancoratutte le possessioni della Veneta repubblica in Albanìa, cadessero in potestà della Francia; che la repubblica Francese consentisse, che l'imperatore possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la Dalmazia, le isole Venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro, e tutti i paesi situati fra i suoi stati ereditarj, ed il mezzo del lago di Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto-Legnago, e finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina comprendesse la Lombardia Austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera, e tutta la parte degli stati Veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini sovra descritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente ricompenso al duca di Modena; che finalmente i plenipotenziarj di Francia e d'Austria convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'imperio d'Alemagna.A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza, pei quali l'imperatore consentiva, che la Francia acquistasse certi territorj Germanici insino al Reno, e dalla parte sua prometteva la Francia di adoperarsi, acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominj una parte del circolo di Baviera; il che non si poteva effettuare se non con pregiudizio del duca.Fu il trattato di Campoformio pieno di rapina, ma non fu meno pieno di scherno, ancor peggiore della rapina; conciossiachè di che sappiano quelle parole, che la repubblica Francese consentiva, che l'imperatore possedesse Venezia, vedranlo non senza sdegno coloro, che considereranno,se sarebbe stato possibile ai Veneziani di non diventar imperiali, e se la Francia avrebbe permesso, che imperiali non diventassero, e se i generali, ed i soldati di Buonaparte abbiano, sì o no, consegnato eglino medesimi con le proprie mani la compassionevole Venezia nuda ed inerme, ai generali ed ai soldati dell'imperatore. Questo essere e non voler parere, parrà a tutti, come pare a me, un pudore molto ipocrito.Pure questa è quella pace, di cui favellando Carlo Maurizio Talleyrand, tutto ammirativo sclamava:questa è una pace da Buonaparte; il che gli sarà da ognuno facilmente conceduto. Poi non potendo Talleyrand medesimo capire in se stesso per l'ammirazione, per l'amicizia, pel rispetto, per la riconoscenza, come diceva, verso Buonaparte, e se qualche altra più efficace cosa possono significare le più ammirative parole, scriveva:forse avremo qualche improntitudine d'Italiani, ma è tuttuno; brutto, incivile, e crudele scherno! Certamente coloro, cui Buonaparte tradiva, e Talleyrand scherniva, erano, i più, uomini ricchi di nome, di sostanze, e di virtù, i quali cedendo agli stimoli, e credendo alle promesse degli agenti di Francia, s'erano in tal condizione posti, che nella patria loro spenta non potevano più dimorare senza pericolo, e nel duro esilio trovavano gl'insulti di chi era cagione del loro infortunio. Parlare poi con tanta leggerezza di un caso di tanto momento, quale si era quello della distruzione di uno stato così antico, così principale, ed a cui l'Europa era obbligata di gran parte della sua civiltà, e dellasua preservazione dalla barbarie Ottomana, qual era veramente quel di Venezia, dimostra una totale indifferenza verso il bello ed il brutto, il buono ed il cattivo, il decente e l'indecente.Fatto il trattato di Campoformio, ed ordinata a suo modo la Cisalpina, se ne partiva Buonaparte dall'Italia per andare a Rastadt. Quale, e quanto da quella diversa la lasciasse, che nel suo primo ingresso l'aveva trovata, facilmente concepirà colui, che nella mente andrà riandando i compassionevoli casi nei precedenti libri da noi raccontati. Le difese dell'Alpi prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio, ora disfatto, ed in licenza convertito l'antichissimo governo, fatta provincia, e sensale di Francia; un duca di Parma ingannato dalle speranze di Spagna, e taglieggiato da agenti oscurissimi: un duca di Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa schernito, e spogliato; un regno di Napoli poco sicuro, e per poca sicurezza crudo; un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo, e gran parte della civiltà moderna, condotta all'ultima fine, prima dagl'inganni, poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di governo forestiero, e là, dove una volta addottrinavano le genti con dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria, ed i Verri, farla da maestri i Beauvinais, ed i Prelli. A questo le opere di Tiziano e di Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze deformi di soldati strani; unalingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni volti all'adulazione, le ambizioni svegliate, le virtù schernite, i vizi lodati, e per arrota, il che fu il pessimo dei mali, uomini virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage dei tempi. In tanto male nissun lume di bene; perchè nè quei governi potevano durare, nè a quali governi avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano corrotti, i fondamenti pubblici forestieri, e se fosse mancata o la mano Francese, o la mano Tedesca, nissuno poteva congetturare, che cosa fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva, se la independenza non fosse per diventare condizione peggiore della servitù. A tal era condotta l'Italia, che lo stare per se senza anarchìa, lo stare coi forestieri senza servitù non poteva. Così corrotte le speranze, e cambiati i tempi, erano succeduti ai benefizj di Giuseppe, di Leopoldo, di Beccaria, e di Filangieri una rapina incredibile, una tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo di vedere, forse per sempre, allontanato quel bene, che essi avevano tanto vicino, e tanto soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte, e sanguinose, le lacerava anche la fama. In somma la giustizia e l'innocenza non son più buone ad altro, in questo pazzo ed ingannatore mondo, che a farsi soperchiare dai più potenti, e chi non ha montagne di cannoni, di sciabole, e di soldati,s'aspetti ad essere oppresso, rubato, e calunniato. Con le sue belle parole sepolcro imbianchito è la vecchia Europa.Restava, che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di raccontare la gran consegna fatta di quella nobil sede dai repubblicani di Francia ad un principe Alemanno, sarà bene andar rammemorando, quali accidenti, quali umori, quali disegni sorgessero nelle varie parti dell'antico stato Veneto, e nella metropoli stessa, innanzichè i patti di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al quale non so qual nome dare, se non quello di tirannico e di servo. Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti, chi seguitando i modi dei democrati Francesi più ardenti ai tempi della rivoluzione, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati. Capi ai primi erano Giuliani e Dandolo. Sovrastavano fra i secondi per ricchezze, e per carità patria Vidiman e Joblovitz: quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; i secondi presso alcuni avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri aristocrati. Giuliani e Dandolo, massimamente il primo, continuamente spingevano il magistrato a determinazioni rigorose contro i nobili. Giuliani più rottamente procedendo non risparmiava nemmeno i Francesi, verso i quali non mostrava mai adulazione di sorte alcuna, mentre Dandolo andava loro a versi, egli accarezzava. Il buono e virtuoso Vidiman, lontano del pari dall'adulazione verso i forestieri, che dalla persecuzione contro i compatriotti, mirava solamente al giusto ed all'onesto. Seguitavano queste parti i Veneziani, pochi con Giuliani e Dandolo consentendo, molti, fra i quali i nobili, per lo minor male si accostavano a Vidiman ed a Joblovitz. Sedevano i municipali pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le discussioni, e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia anche posta al giogo forestiero parteggiava; tutti però in questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse. A questo fine si rendeva necessario, che le provincie di terraferma, e quelle dell'oltremare non si separassero dall'antica madre; e perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati, e lettere a tutte le città del dominio Veneto, dando loro parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole ad accomunarsi, ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire, che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna, e dominatrice avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Pei maneggi loro le città protestavano, questa di voler andar unita alla Cisalpina, quella di voler restare da se. E stantechè Venezia aveva conservato, sebbene nel libro aperto dell'Evangelista avesse fatto scrivere i diritti dell'uomo, l'antico stemma del lione, gl'insulti, gli scherni, le esecrazioni dellagente matta democratica della terraferma andavano all'infinito. Insomma una nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Godeva Buonaparte, godevanne i suoi agenti, perchè vedevano nella discordia altrui la più facile esecuzione dei pensieri loro contro quelle miserande reliquie della repubblica Veneziana; anzi quelle faville con ogni mezzo fomentavano. Perchè poi gli odj già tanto intensi vieppiù s'invelenissero, gli rinfiammavano non solo colle parole, ma ancora con gli scritti. Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova, esortava con lettere pubbliche, e con parole molto veementi i municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco, ed a diffidarsi dei municipali di Venezia, a cui attribuiva intenzioni molto sinistre, accusandogli di trame aristocratiche.I democrati, massime un Savonarola, che procedeva con più calore degli altri, facevano quello, e più di quello, a che gli aveva esortati Victor, tutte le immagini di San Marco col leone, avessero o no fra le rampe i diritti dell'uomo, sdegnosamente mandando in pezzi, e con questo si andavano persuadendo di aver acquistato la libertà. Nè a frenare un furore tanto pazzo bastavano le risoluzioni dei municipali Veneziani, i quali decretavano, che si cambiasse del tutto l'antico stemma della repubblica, il leone si annullasse, e le insegne della moderna libertà in luogo suo vi campeggiassero. Avevano queste condiscendenze l'effetto solito di quelle, che sogliono farsi per forza, e negli estremi casi; che pruovandonel conceditore più debolezza che volontà, non sono mai prese a grado, e l'autorità di lui fanno andar in diminuzione. Ma appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette Cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorj, cosa, che solo contro ad un nemico, e forse nemmeno contro a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.

SOMMARIO

Pensieri di Buonaparte. Parti ed illusioni in Milano. Creazione della repubblica Cisalpina. Società di pubblica instruzione, e discorsi che vi si fanno. Il generalissimo dà una constituzione alla Cisalpina. Magnifica festa celebrata nel campo del Lazzaretto a Milano. Le potenze riconoscono la nuova repubblica. Omelìa del cardinal Chiaramonti, vescovo d'Imola, in lode della democrazìa. Visconti, ambasciatore della Cisalpina a Parigi, suo discorso al direttorio, risposta del presidente. Ultimo vale di Buonaparte alla Cisalpina. Cupezze di lui, e come inganna i potenti per arrivare alla somma dell'autorità in Francia. Trattato di Campoformio. Miserie d'Italia. Stato di Venezia democratica. Le truppe dell'imperatore occupano l'Istria, la Dalmazia, e l'Albania Veneta. Fraudi di Buonaparte per impadronirsi del navilio Veneziano, e dell'isole del mare Ionio. Spedizione dei Francesi in Levante. Espilazione, e spoglio dei paesi Veneti. Festa giojosa ad un tempo, e compassionevole in Venezia. Congresso in Bassano per la unione delle città Venete, inutile, e perchè. Brutta proposizione fatta da Buonaparte ai municipali di Venezia. Generosi sentimenti dei municipali, e di Villetard, segretario della legazione di Francia; sdegno barbaro di Buonaparte. Venezia consegnata dai repubblicani agl'imperiali.

Pensieri di Buonaparte. Parti ed illusioni in Milano. Creazione della repubblica Cisalpina. Società di pubblica instruzione, e discorsi che vi si fanno. Il generalissimo dà una constituzione alla Cisalpina. Magnifica festa celebrata nel campo del Lazzaretto a Milano. Le potenze riconoscono la nuova repubblica. Omelìa del cardinal Chiaramonti, vescovo d'Imola, in lode della democrazìa. Visconti, ambasciatore della Cisalpina a Parigi, suo discorso al direttorio, risposta del presidente. Ultimo vale di Buonaparte alla Cisalpina. Cupezze di lui, e come inganna i potenti per arrivare alla somma dell'autorità in Francia. Trattato di Campoformio. Miserie d'Italia. Stato di Venezia democratica. Le truppe dell'imperatore occupano l'Istria, la Dalmazia, e l'Albania Veneta. Fraudi di Buonaparte per impadronirsi del navilio Veneziano, e dell'isole del mare Ionio. Spedizione dei Francesi in Levante. Espilazione, e spoglio dei paesi Veneti. Festa giojosa ad un tempo, e compassionevole in Venezia. Congresso in Bassano per la unione delle città Venete, inutile, e perchè. Brutta proposizione fatta da Buonaparte ai municipali di Venezia. Generosi sentimenti dei municipali, e di Villetard, segretario della legazione di Francia; sdegno barbaro di Buonaparte. Venezia consegnata dai repubblicani agl'imperiali.

Buonaparte vincitore dell'Italia e dell'Austria, desiderava, che un testimonio solenne si fondasse in Italia, il quale, oltre gli scritti, chemorti sono, tramandasse ai posteri la memoria viva de' suoi illustri fatti, e del suo valore. Quest'era, come abbiam narrato, uno stato nuovo, che fosse a lui obbligato della sua origine, e della sua conservazione. Oltre a ciò, non essendo ancora le cose della pace del tutto ferme, poichè ad ogni momento si poteva prorompere nuovamente all'armi, voleva, che sorgesse in mezzo alle monarchìe d'Italia, e contro l'imperatore medesimo una repubblica, che fondata sui principj nuovi, desse loro cagione continua di spavento. Parevagli ancora, che la fondazione della nuova repubblica avesse, nella opinione dei popoli, a compensare la distruzione di una vecchia, e che la Cisalpina potesse cancellare il biasimo incorso per la Veneziana. Forse in tutto questo, oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel caso, in cui per opera o d'altrui, o sua, venisse a mutarsi la forma del governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla monarchìa; poichè quel nuovo stato Italiano avrebbe potuto divenire per esso lui, o asilo, o ricompensa; conciossiachè il tornare al grado privato stimava contro la fama, ed era certamente contro la natura sua, checchè in contrario affermasse in certi momenti di dispetto, al direttorio. I Cincinnati, ed i Washington erano stimati da lui uomini di bassi pensieri, d'animo poco generoso, siccome quelli i quali collocavano la patria fuori di loro, ed in altrui, mentr'ei la collocava tutta in se.

Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben, e dato ordine a quanto piùpressava nel suo esercito, se n'era tornato a Montebello, donde poteva e vegliar le pratiche della pace, e dar moto alle faccende Cisalpine. Continuavano nella Cisalpina le provocazioni di moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano, o palesi nei giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi Cisalpini di soldati Piemontesi, Austriaci, Polacchi, Papali, e Napolitani, che nelle legioni Lombarda e Polacca si descrivevano, o segrete per gli uomini mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorte, in cui vivamente si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia, massimamente i Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi per la natura tenace, i secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose che si scrivevano a quei tempi in Milano contro i re e contro il papa, sarebbe lunga faccenda raccontare. Quel Salvadori, ed un Porro che fu poi ministro di polizia, e morì due anni dopo nella morìa di Nizza, erano i capi delle arti provocatrici, e stimolavano scrittori, che anche senza stimolo andavano volentieri a questo cammino. Fra i giornali Italiani ilTermometro politicoera il primo, e ciò, ch'ei scrisse sulla rivoluzione di Genova, e su i moti del Piemonte, è fuori d'ogni moderazione. Diede negli eccessi principalmente quando con infiammatissime parole esortava, che si gettassero al vento le ceneri dei reali di Savoja serrate nelle tombe di Superga, con surrogarvi quelle dei patriotti morti nell'Astigiana rivoluzione. Queste erano esorbitanze pazze e stravaganti; l'esagerazione stessa serviva di rimedio. Ma era in Milano un motivo assai più efficace, e quest'eraun ritrovo pubblico, che chiamavano società di pubblica instruzione, dove con appositi discorsi si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad ascoltare, nelle nuove dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano al medesimo fine e nella Cisalpina largamente si diffondevano. Apparivano, e risplendevano molto principalmente in questo ritrovo politico uomini dotti, e leali operatori per fin di bene, ma servi ancor essi delle illusioni dei tempi. Piacemi in questo riferire un solo discorso, poichè l'andar particolarizzando sarebbe troppo lunga narrazione, e fia quello di un giovane dotto, ed amico sincero di libertà: aveva egli l'animo buono, e come buono, non sospettava in altrui quel male che non aveva in se. Esposti prima con molto acume, per cui massimamente valeva, i modi con cui gli uomini s'aggregano primitivamente in società, giva per tale forma nella sala della società della pubblica instruzione la domenica dei sette maggio favellando. «Sì, popoli della nuova Gallia Cisalpina, voi segnate negli annali del mondo un'epoca singolare, un'epoca, per cui le città dell'Italia non avranno più ad invidiare a quelle della Grecia la sorte, che portò nel loro seno la libertà. Gli Eraclidi, que' barbari di Tessaglia, che si aprirono strada nel Peloponneso, non scesero già per liberare, ma per ispogliare ed opprimere i popoli Greci. Forzati questi ad armarsi per resistere al nemico esterno, poterono bensì rovesciare i troni dei loro re, ma ciò non seguì che a costo di lunghi e gravi patimenti. Non fu che per la morte di Xanto edi Codro, che Tebe ed Atene si resero libere. Non fu che per una serie di eccessivi malori, che tutte le città cospirarono alla rovina dei despoti, si unirono tutte per sostenersi a vicenda, e guarentirsi la libertà, e sorse il mal ragionato federalismo della repubblica Acaica; e non fu che dopo una fatale continuata esperienza, che le buone leggi comparvero in Sparta, ed Atene; poichè all'epoca della rivoluzione mancarono di Licurghi, e di Soloni quelle città.

«Ora confronta tu stesso, Insubre popolo, con quella di Grecia la tua rigenerazione. Quanto è più fortunata, e più lieta! le armate Francesi non sono già state le orde rapaci degli Eraclidi; non sono già elleno discese dall'Alpi per devastare le nostre terre, per abbattere le nostre mura, per distruggerci col ferro e col fuoco. Sono esse comparse nelle pianure ridenti d'Italia per fraternizzare coi popoli, per rovesciare i troni dei nostri tiranni, per allontanare da questi lidi i veri Eraclidi, i barbari del Nord, che non ebbero, e non potranno avere giammai, nè il diritto di farsi occupatori nostri, nè il merito di unirsi a noi. La naturale loro posizione, i costumi, le leggi, la lingua, gli stessi loro ceffi gli divideranno sempre da noi, e gli conserveranno eterno obietto dell'odio nostro. Noi non siamo stati sforzati ad armarci, ed a combattere nemmeno contro gli schiavi della tirannide; i valorosi repubblicani di Francia hanno combattuto, e vinto per noi. Sulle tracce della constituzione Francese, o perdir meglio, del codice di natura, noi sapremo meglio forse di Licurgo e di Solone donarci in breve le nostre leggi. Avremo in appresso noi pure i nostri Milziadi, i Leonida, i Temistocli, i Cimoni, la gloria dei quali è già stata oscurata dai capitani Francesi, e sapremo rinnovare noi pure le già tante volte dalle Franche falangi ripetute giornate di Maratona, delle Termopili, di Salamina. Più grande di Publicola il condottiere dell'armata d'Italia ha ben meritato di ottenere fra le tue mura l'onore del trionfo; ma le tue allegrezze non verran funestate dai funerali di Bruto; nè tarderanno a sorgere fra' tuoi soldati i Servilj, i Fabricj, i Papirj, i Scipioni: che più? Le Clelie animose, le ferme Virginie si moltiplicheranno pure nelle tue donzelle».

Poi questo buon Italiano, descritta la libertà Siciliana data da Timoleonte, ed esortati gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle discordie, con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o popolo, la tua forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro Brenno, e contro il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla libertà, a quella libertà, che, abbandonate le amene sponde del Cefiso e del Peneo, e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del Tebro, dopo essere stata sì lungamente ne' boschi e ne' deserti nascosta, comparve di nuovo per grandeggiar sulla Senna, e per brillar con successo intorno al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel paese,che Apennin parte, e 'l mar circonda e l'Alpe».

A queste parole applaudivano romorosamente i buoni Milanesi, maravigliando, che fra loro avessero a nascere così presto i Temistocli, i Scipioni, e massimamente le Clelie e le Virginie. Quest'erano appunto le cose, che, come diceva Buonaparte, il quale aveva il cervello fermo, mentre girava agli altri, son buone a mettersi nei romanzi.

Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel Genovesato, già abbiam raccontato. Il ducato di Parma a grave stento si manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia non voleva pregiudicar. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le contribuzioni, e le arti Cisalpine vi avessero prodotto qualche impressione. Lucca, corrotti con denari, e fattisi benevoli alcuni agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi, non senza grandissime querele dei patriotti Cisalpini, che quell'aristocrazìa ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma stessa, dove si scoversero congiure per cangiar lo stato, ed in cui si mescolarono francesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo avevano parlato molte cose, e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione. Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva, e gli animi si sollevavano. A Napoli covavano crudifatti sotto velame quieto: oltreacciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere Romane: il governo macchinava ingrandimento; perciocchè vedendo, che si faceva vendita di stati, Napoli ne voleva per se, e domandava con molta instanza ai Francesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia, e Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio e da Buonaparte, più inclinati a sovvertire gli stati deboli, che ad ingrandirgli. Da ciò si vede che la sete del prendersi quel d'altrui era venuta non solo alle repubbliche, ma ancora alle monarchìe. Nella Valtellina, provincia suddita ai Grigioni, nascevano più che parole, o congiure o desiderj; i popoli vi tumultuavano a mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi dai Grigioni, e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica Francese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni, che avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della Cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle, con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente Tedesca, si congiungevano con gente Italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni Elvetiche, grande ajuto ai disegni che si avevano.

Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerìe dei patriotti per sommuovere gli stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare un suo governo, perchè sapeva che conmodi di simil forma non si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una constituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno di un'amministrazione generale, potestà non solo serva del generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe troppo lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano: il frenare i democrati era stimata taccia aristocratica, il non frenargli tornava in diminuzione della sua autorità, ed in fonte di licenza. Nelle diverse città i comandanti forestieri facevano a modo loro, e secondochè avevano natura più o meno quieta, od opinioni più o meno sregolate, in questo luogo tenevano, in quell'altro allargavano la briglia, e lo stato si reggeva più strettamente, o più largamente. Laonde quello non era governo nè civile, nè libero, nè comune, ma bensì un reggimento incomposto, difforme, ed a volontà di forestieri. Dal che ne conseguita, che poco più poteva l'amministrazione generale, che empir con le tasse ordinarie e straordinarie l'erario dell'esercito Buonapartiano, e dare caposoldi, e piatti costosi ai generali ed ai comandanti: perciò era veduta non senza disprezzo e indegnazione dai popoli.

Buonaparte, che era solito a gettar via gli stromenti, che per servir lui, erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Oltrechè gl'importava massimamente, a volere che la Cisalpina fosse uno stato da se, e conosciuto dagli altri stati d'Europa, che il reggimento temporaneo vicessasse, e vi s'introducesse il durevole ed il constituito, per quanto a quei tempi conseguire si potesse. Per la qual cosa avendo dato vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar ordine con leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di dieci personaggi rinomati per sapienza e per costume, a cui commetteva il carico di formare il modello della constituzione Cisalpina. Notavansi fra gli eletti cinque Milanesi, un Cremonese, un Reggiano, un Modenese, un Bergamasco. Vi aggiungeva un Tirolese da lungo tempo professore in Pavia. Questi era il Padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la profondità e la vastità della dottrina, e certamente fra i dotti dottissimo. Non amava egli travagliarsi dello stato, non avendo ambizione, ma Buonaparte lo cercava per vanagloria, e per un suo fine, volendo farsi scabello dei nomi più chiari per salire a quell'altezza che ambiva. Interveniva spesso alla congregazione. Pareva, che dovesse sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte, e da un Fontana. Ne usciva una copia della constituzione Francese con poche mutazioni, e di niun momento; opera degna di copisti, non di quegli uomini eletti. Per tale forma si consumava l'autorità dei nomi senza frutto, e gli stromenti dell'introdurre un vivere ben composto si corrompevano. Restava, che quello che si era fatto in nome, si recasse in atto. Eleggeva Buonaparte quattro Cisalpini al direttorio: furono quest'essi: Serbelloni, che fu duca, e che camminava con molto affetto in queste novità, Moscati, medico compitissimo, e non ostante tanto compito inogni altro genere di filosofia, quanto in medicina, Paradisi, autore assai celebrato per bello scrivere, e malveduto dagli Austriaci per aver voce di essersi mescolato attivamente nei moti di Reggio; finalmente Alessandri, operatore principale delle mutazioni nelle terre Veneziane oltre Mincio. Siccome poi non si potevano così presto eleggere i rappresentanti, che nei due consigli legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro congregazioni, l'una di constituzione con Fontana, Mascheroni, Longo, Oliva, Loschi, Goldaniga; l'altra di giurisprudenza con Bazetta, Negri, Taverna, Spannocchi, Villa, Perseguiti; la terza di finanze con Melzi, Vandelli, Formigini, Nicoli, Forni, Carissimi; la quarta di guerra con Visconti, Lahoz, Porta, Triulzi, Gazzari, Caleppi, uomini, se non tutti, certamente la maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva, il mandato insino a che fossero creati, ed entrassero in ufficio i consigli legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini politici dello stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava ministro di polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di giustizia Luosi, di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava segretario del direttorio Sommariva.

Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da servir per principio alla Cisalpina repubblica. La repubblica Cisalpina, andava ragionando, essere stata lunghi anni sotto l'imperio dell'Austria, averla contro l'Austria conquistata la repubblica Francese; eppure rinunziare lei la conquista, e volere, che la Cisalpina fosselibera, independente, riconosciuta dalla Francia e dall'Austria, riconosciuta da tutta l'Europa; nè contento il direttorio esecutivo della repubblica Francese allo aver usato l'autorità sua, e le vittorie dei soldati repubblicani, perchè sorgesse, e sicura vivesse, volere ancora per singolar tratto della sua amorevolezza, e per preservarla dalle rivoluzioni dare al popolo Cisalpino la propria constituzione, parto prediletto di una nazione illuminatissima; essere la libertà il maggior bene, le rivoluzioni il maggior male; dovere adunque il popolo Cisalpino far passo da un reggimento soldatesco ad un reggimento civile; perchè questo passo senza discordie fosse, e senza sedizioni, avere il direttorio esecutivo giudicato dovere per suo mezzo, e per questa volta nominarsi i magistrati supremi della repubblica nuova, insino a che, trascorso un anno, il popolo stesso secondo gli ordini della constituzione gli nominasse; già da secoli non essere più buone repubbliche in Italia, l'amore sacro della libertà esservi spento, la più bella parte dell'Europa vivere serva dei forestieri; esser debito della repubblica Cisalpina il dimostrare col senno, e col vigor suo, e coi buoni ordini de' suoi eserciti, non avere la moderna Italia degenerato dall'antica, e vivere ancora in lei spiriti degni della libertà, per questo avere lui nominato e le quattro congregazioni, e il direttorio, e i ministri.

Destinavansi il dì nove luglio, ed il campo del Lazzaretto fuori di porta Orientale, vasto e magnifico, al pubblico e solenne ingresso della Cisalpina repubblica. Accorrevano chiamati alla solennitàpiena di tanti augurj i deputati di tutti i municipj, di tutti i drappelli delle guardie nazionali, di tutti i reggimenti assoldati della repubblica. Era nei giorni, che precedevano la festa, in tutta la città una folla, ed un andar e venire di popoli contenti; pareva, che non solo la nobile Milano, ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle nove del destinato giorno il campo della Confederazione (che così dal fatto chiamarono il Lazzaretto) e vi accorrevano giulivamente, ed a pressa meglio di quattrocentomila cittadini. Suonavano le campane a gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite col turchino, o col verde sventolavansi all'aria, e le grida, e il tumulto, e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al colmo. I democrati non capivano in se dall'allegrezza, e dicevano le più strane cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da quella vita morta dei Tedeschi a quella vita viva dei Francesi; la magnifica Milano, città di per se stessa e per naturale indole allegrissima, ora tutta più che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si commuoveva, e si rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito verde ricamato d'argento alla Cisalpina: il seguitavano i magistrati, e gli uomini eletti della città; gli uni e gli altri magnifico spettacolo. Nel punto dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve le artiglierìe, i popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano: celebrava l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre a quando a quando rimbombavano le artiglierìe. Dopo il santo sacrificio benedival'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava un concerto strepitosissimo, e pure melodioso d'inni, di suoni, diviva repubblicani. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati iscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso, simboleggiatore dell'amore della patria, a' piedi urne con motti dimostrativi del desiderio e della gratitudine verso i soldati Francesi, e Cisalpini morti nelle battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano le Cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto in ispecial seggio alla festa, al quale, come a vincitore di tante guerre, ed a fondatore della repubblica, risguardavano principalmente i popoli circostanti. Nè piccola parte dell'onesto spettacolo erano gli uomini delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa, ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel corso dei secoli, grande testimonianza d'amore, e di concordia Italiana.

Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra un più elevato seggio postosi, in cotal modo, fattosi silenzio in mezzo agli adunati popoli, a favellare incominciava: «Noi fummo un tempo liberi, e queste medesime terre repubblicane furono: la diversità fatale delle troppo facili opinioni ci ridusse, e ci mantenne per molti secoli in estera e spesso variata servitù. Rammentiamoci, o cittadini, la lunga serie dei cessati infortunj, ed il passato ci sia d'utile esempio per l'avvenire. Sparisca, comelampo, ogni spirito di parte, che finora possa averci divisi, e perfino gli odiosi nomi, fonte inesausta di civili discordie, siano mandati in dimenticanza. Serbiamo con indelebile memoria pel ricevuto benefizio una gratitudine eterna verso la Francese repubblica, che col valore, e col sangue de' suoi soldati ci procurava la libertà, e gratitudine ancora eterna sia in noi verso l'immortale Buonaparte, che emolo dell'Africano Scipione, ci tolse con le sue vittorie a servitù, e diè forma con la vastità de' suoi lumi politici al nostro libero governo. Ciò crediamo, ciò inculchiamo nel più profondo degli animi nostri, che a voler mantenere, e conservare la prosperità di una repubblica democratica, ha ad essere fra di noi virtù nei padri, educazione nei figliuoli, costume e costanza d'animo nei cittadini, leggi ed interessi in tutto il territorio uniformi. Accendiamoci di un amor santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi, o di morire. Il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo, e ve ne dà l'esempio».

A questo passo il presidente, sguainata la spada, ed i suoi colleghi, levati i cappelli, ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli uomini deputati, giuravano i capi dei reggimenti, giurava l'adunato popolo intiero: i viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il lanciare i cappelli, lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo misto, romoroso ed allegro.

Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue, e con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la constituzione e le leggi.Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi, che questa terra che abitiamo, è la terra dei Curzj, degli Scevola, dei Catoni; imitiamo quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole, e lascino ogni speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme l'Europa s'accorga, che qui l'antica Roma rinasce».

Qui rincominciavano i plausi, ed i cannoni strepitavano. A questo modo s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che pareva eterno, ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno corse di carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi la sera bellissime luminarie sì dentro, che fuori del teatro. Insomma fu una grande e solenne allegrezza; e queste feste non in altra città del mondo riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella, e splendida Milano.

Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente dei posteri si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel campo della Confederazione ad onore di ciascuna schiera dell'esercito Francese otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide si scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del popolo Cisalpino verso la repubblica Francese, e l'esercito d'Italia; s'inscrivessero su due altri lati i nomi di quei forti uomini, che avevano dato la vita per la patria loro, e per la libertà Cisalpina nelle battaglie; che l'ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi, ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che fortemente combattendo avrebberoprocurato col sangue loro salute, e libertà alla patria Cisalpina.

Contaminava l'allegrezza dei patriotti l'essersi fatta serrare dal direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto dell'essere contraria agli ordini della constituzione.

Continuava Buonaparte ad usare l'autorità suprema per ordinare la repubblica. Nominava i giudici, gli amministratori dei distretti o dei dipartimenti, e que' dei municipj. Si faceva poi più tardi ad eleggere i membri dei due consigli, cioè del consiglio grande, o dei giovani, e del consiglio dei seniori, o degli anziani.

I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi deboli, o con governi temporanei e tumultuarj, veduto le forme più regolari e più promettenti della Cisalpina, e quell'affezione particolare che il capitano invitto le portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro. Bologna, Imola e Ferrara furono le prime a mostrar desiderio dell'unione, le due ultime più ardentemente per invidia a Bologna, la prima più a rilento per la memoria dell'antica superiorità. La giunta Bolognese titubava; ma tanti furono i maneggi dei patriotti più accesi, e l'intromettersi dei Cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed accedeva anch'essa alla prediletta repubblica; accostamento di grandissima importanza, perchè era Bologna città grossa, e piena d'uomini forti e generosi. Unite le legazioni, pensava Buonaparte a compire il direttorio, vi chiamava per quinto un Costabili Containi di Ferrara.

Principalmente accrebbe la grandezza Cisalpinal'unione della forte Brescia, membro tanto principale della terraferma Veneta. Fu tratto presidente del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il quale, avuta principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava molto ardente per la conservazione dello stato nuovo.

Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe, che pel trattato di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini poi, fatto di per se stessi impeto nell'oltre Po Piacentino, consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.

Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte la divideva in venti spartimenti, che chiamava dell'Olona con Milano, città capitale, del Ticino con Pavia, del Lario con Como, del Verbano con Varese, della Montagna con Lecco, del Serio con Bergamo, dell'Adda ed Oglio con Sondrio, del Mela con Brescia, del Benaco con Desenzano, del Mincio con Mantova, dell'Adda con Lodi, del Crostolo con Reggio, del Panaro con Modena, dell'Alpi Apuane con Massa, del Reno con Bologna, dell'Alta Padusa con Cento, del Basso Po con Ferrara, del Lamone con Faenza, del Rubicone con Rimini. Per tal modo in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si distendeva la Cisalpina, che conteneva in se la Lombardia Austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara,Bergamo, Brescia, e Crema coi territorj loro, la Valtellina, e le tre legazioni di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese, e l'oltre Po Piacentino. Poco dopo Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si dava alla Cisalpina. Per questo fatto i Romani confini si restrignevano.

L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in se non poca malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni, che loro pareva che fossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza si era vieppiù dilatata, quando si domandarono i giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati, ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero, e di contribuire, con tutte le forze al sostegno della libertà ed uguaglianza, ed alla conservazione e prosperità della repubblica. Per mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo dediti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio settimo. Il suo testimonio, e le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente anno un'omelìa, in cui parlava in questa guisa ai fedeli della sua diocesi: «La libertà, cara a Dio ed agli uomini, è unafacoltà che fu donata all'uomo, è un dominio di poter fare o non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle; non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio, ed alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l'onestà, chi si attiene al vizio ed abbandona la virtù.... La forma di governo democratico adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, nè ripugna al vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù, che non s'imparano che alla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria, e lo splendore della vostra repubblica».

Fatto poscia un vivo elogio delle virtù degli antichi Romani, il cardinale passa a dire:

«Se le morali virtù così resero cospicua la latina libertà, con quanta maggior ragione dobbiamo noi riputar necessaria la virtù nella presente democrazìa, noi, che non viviamo invescati dal lezzo, e dall'ambizione di sognar deità, noi che santificò il Verbo di Dio fatto uomo.... Le morali virtù, che non sono poi altro, che l'ordine dell'amore, ci faranno buoni democratici, ma di una democrazìa retta, e che altro non cura, che la comune felicità, lontana dagli odj, dall'infedeltà, dall'ambizione, dall'arrogarsi gli altrui diritti, e dal mancare ai propri doveri. Quindi ci conserveranno l'uguaglianza intesa nel suo retto significato,la quale dimostrando, che la legge si estende a tutti gl'individui della società e nel diriggergli, e nel proteggergli, e nel punirgli, ci dimostra ancora in faccia alla legge divina ed umana, quale proporzione debba tenere ogni individuo nella democrazìa tanto rapporto a Dio, quanto rapporto a se stesso ed ai suoi simili.

«Ma i perfetti doveri dell'uomo non si possono compire nella sola virtù morale, e l'uguaglianza, che fa l'armonia e il bene della società, desidera altre molle per la sua sussistenza, e per la sua perfezione. Il Vangelo di Gesù Cristo ci fu dato come un complesso di leggi, onde rendere gli uomini veramente perfetti anche in società, onde sistemare quell'uguaglianza che ci faccia felici nel presente giro dei giorni mortali, e più felici nell'aspettata eternità. La storia della filosofia ci dimostra la mancanza di tal progetto, la storia del Vangelo ce ne dimostra l'esecuzione e il compimento....

«Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli apostoli, e dei gran filosofi padri, e dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi, e con Gesù Cristo.... Il luminoso oggetto della nostra democrazìa dev'essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società....

«Eccovi, o dilettissimi fratelli, uno sparuto abbozzo degli evangelici dettami. Vedete ivi quale possanza, qual influsso risplenda per la massima virtù dell'uomo, per la civile uguaglianza, per la regolata libertà, per quell'unione insomma d'amore e di tranquillità, che fa la sussistenza, e l'onore della democrazìa. Forse per la durevole felicità degli altri governi basterà una virtù comune, ma nella democrazìa studiatevi di essere della massima possibile virtù, e sarete i veri democratici: studiate, ed eseguite il Vangelo, e sarete la gioja della repubblica;... la religione cattolica sia l'oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione, e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate, che ella si opponga alla forma del governo democratico. In questo stato vivendo uniti al vostro divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell'eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi, e dei vostri simili, e procurare la gloria della repubblica e delle autorità constituite.... Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani, e sarete ottimi democratici».

Queste parole con tanta soavità dette da un uomo così eminente per dignità, e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli spiriti, raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo stato.

Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la riconoscessero in solenne modo, come potentato Europeo. Vi si adoperava Buonaparte cupidamente, recando a gloria propriache non solo vivesse la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero stato. In questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la chiamavano.

A questo fine mandava il direttorio Cisalpino per suo ambasciadore a Parigi un Visconti, che stato prima uno dell'amministrazione generale di Lombardia, ed amato da Buonaparte, ma stimato da lui troppo vivo nelle opinioni dei tempi, non era stato eletto fra i quinqueviri, nè fra i magistrati subalterni; pure pareva, che in grado privato più non potesse vivere.

Fu veduto a Parigi molto volentieri il Visconti, ed in pubblica udienza, presenti tutti i ministri di Francia, e gli ambasciadori delle potenze amiche, il dì venzette agosto, solennemente udito. Parlava magnificamente dei benefizj della repubblica Francese, della gratitudine della Cisalpina; esprimeva, unico, e primo desiderio dei Cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione Francese; di loro non potere aver ella amici nè più affezionati, nè più fedeli; comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover avere la felicità, nè senza i Francesi volere, o poter essere i Cisalpini felici; le vittorie del trionfator Buonaparte già aver procurato pace, e quiete alla Cisalpina; desiderare, che la Francia ancor essa quella pace si godesse, e quella felicità gustasse, che le sue vittorie, e la sublime di lei constituzione le promettevano. Queste cose scritte in Francese, poitradotte in pessimo Italiano nei giornali dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente, secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla repubblica Francese la creazione, e l'amicizia della Cisalpina; non dubitasse, che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di serpenti, che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima, poi deposte dai nemici delle due repubbliche. Sapere il direttorio, che quest'uomini velenosi, e perfidi volevano distruggere la libertà sulla terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più per una corona intorno di popoli liberi, e governati da leggi consimili. Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di quelle degli animi vili, e timorosi, ma di quelle degli animi ben composti, e forti. «No, prorompeva, immortali guerrieri, non fia, che l'opera vostra accompagnata da tanti miracoli, e da tanta gloria, non lasci un segno durevole in Italia nella conservazione di uno stato libero, e di un alleato fedele della vostra patria. No, popoli della Cisalpina, voi non avrete gustato i primi frutti della vostra indipendenza per tornar a vivere in servitù. Il destino vostro non girerà a modo di coloro, che con male parole, e con discorsi bugiardi insidiano alla libertà. Il serpe frodolento romperà i denti sulla lima, nè il pigmeo distruggerà l'opera del gigante. In Italia sono gli eserciti vincitori, sonvi i forti generali, evvi il trionfator Buonaparte. Il direttorio amico alla Cisalpina vuol fondare con ogni suo sforzo, amalgrado delle congiure e delle calunnie, la libertà di lei; stessero pur sicuri i Cisalpini, e confidassero nella grandezza e nella lealtà della nazione Francese, nel coraggio e nel valore dei suoi soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i Cisalpini vivessero felici, e liberi». Questi detti minacciosi toccavano l'Austria, che nei negoziati di pace, che allora pendevano, veduto che Buonaparte aveva ritratto l'esercito, ed avendo lei stessa con nuove leve ricomposto le sue genti, stava sul tirato, e metteva in mezzo condizioni, che parevano esorbitanti, massimamente quella di volersi ricuperar Mantova.

Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori, che, o già serve del tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non esitavano il re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il gran duca di Toscana, la repubblica Ligure, ed il duca di Parma a mandar ambasciatori, o ministri, o simili altri agenti a Milano, acciocchè tenessero bene edificato, e bene inclinato quel nuovo stato tanto prediletto di Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosìe ed a tanti timori, quello, che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli stati d'Italia. Perciò i patriotti gridavano, che questi ministri erano spie per rapportare, stromenti per subornare.Gli laceravano con gli scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti gli maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti delle diverse parti d'Italia, raccolti in gran numero in Milano, non si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava, e dava loro spesso sulla voce, e talvolta sulle mani, ma essi ripullulavano, e straboccavano più molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.

Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole di pace e d'amicizia, a cui secondo il solito, ed anche meno del solito credeva nè chi le diceva nè chi le udiva: così con questi inorpellamenti s'ingannavano a vicenda, o piuttosto non s'ingannavano, perchè gli uni e gli altri ottimamente sapevano, che cosa ci fosse sotto.

Esitava il papa al mandare un ministro, perchè gli pareva, che i Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini, che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo, e minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose, e coi manifesti più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, riputando che fosse dignità l'indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a Milano, pretendendo, ed allegando ciò che era vero, che la Cisalpina, anche come già si trovava constituita legalmente in repubblica ordinata, non era stato franco, e indipendente, perchè e le sue fortezze erano in manodei Francesi, ed i comandanti Francesi pubblicavano di propria autorità in tutta la Cisalpina, e nella sede stessa di Milano ordini, e manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano, se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti Francesi.

Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio Cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze medesime, e coi medesimi fini di onorare con le parole, e di spiare coi fatti. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i legati Cisalpini. Bene pe' suoi fini aveva scelto gli uomini suoi la Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti vivi, ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti, almeno astuti, e senza intermissione operativi. L'aggiunta di tante nuove provincie al centro Cisalpino aveva dato nuova forza al disegno dell'unione Italica, ed i ministri Cisalpini fomentavano questo disegno medesimo con ogni arte negli stati Italiani, presso cui risiedevano. Solo Marescalchi, di famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore a Vienna, non faceva frutto, perchè nè l'imperatore l'aveva voluto riconoscere nella sua qualità pubblica, nè era d'animo volto al propagare; perchè gli piaceva una libertà placida e molle, non una libertà inquieta e sdegnosa, ed anche, quantunque fosse d'ingegno non molto acuto, sapeva misurare le cose, non con la immaginazione, ma con la ragione. Serviva piuttosto per evitar il non servire, che per servire, uomo da esser tirato, non da tirare altrui.

Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè non fosse il direttorio Francese amico, ma perchè l'inviato doveva arrivarvi con molta materia apprestata, come sarem per narrare in appresso.

Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli ordinamenti politici quell'opera, che con le armi aveva fondato, i legislatori Cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per quello degli anziani. Onorati nomi vi risplendevano per sapere, per antichità, per ricchezze, per amore di libertà. Eranvi un Quadrio, un Giovio, un Melzi, un Birago, un Cicognara, un Compagnoni, un Savoldi, un Cagnoli, un Monga, un Venturi, un Lamberti, un Polfranceschi, un Martinengo, un Fenaroli, un Lecchi, un Lattanzi, un Colonia Ebreo, un Arese, un Reina, un Beccaria, un Somaglia, un Bossi, un Castiglione, un Tassoni, un Cavedoni, un Aldini, un Guglielmini, un Aldrovandi, un Mascheroni, un Mangili, un Bellisomi, un Malaspina, un Alpruni, un Fontana, uno Scarpa, tutti tre professori molto celebrati di Pavia, un Castelbarco, un Pallavicini.

A tutti questi aggiungeva Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato, e cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina, considerato, quest'esse furono le parole della legge, che il cittadino Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti a celebrare il genio della libertà Italiana, ed encomiare l'invitta armata Francese, con che nelle attuali circostanze siveniva a vieppiù promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge la naturalità.

I consigli adunati ardentemente procedendo, si accostavano alle opinioni dei democrati più vivi, il che, dall'un de' lati dispiaceva a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere, dall'altro gli piaceva per dar timore all'Austria, che pareva allora voler prendere novelli spiriti.

Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli, «Il dì ventuno novembre fia pienamente in atto la vostra constituzione; e saranno altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il tribunale di cassazione, e le altre amministrazioni subalterne. Voi siete fra tutti i popoli il primo, che senza fazioni, senza rivoluzioni, senza stragi libero divenga. Noi vi diemmo la libertà; voi sappiate conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa: secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione. Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini nodriti nei principj della repubblica, ed amatori della sua prosperità. Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra forza, e della dignità, che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di voi, domi per tanti anni da un'importunatirannide, voi non avreste mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia; proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran nazione; col nostro sarà lo stato vostro congiunto. Se il popolo Romano avesse usato la sua forza, come la sua il Francese, ancora sul Campidoglio si anniderebbero le Romane aquile, nè diciotto secoli di schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane generazioni. Per consolidare la libertà vostra, e mosso unicamente dal desiderio della vostra felicità, io feci quello, che altri han fatto per ambizione, e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione di tutti i magistrati, e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando un ordine del mio governo, od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma qualunque sia il luogo, a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti della mia patria, questo vi potete promettere di me, che sono, e sempre sarommi ardente amatore della felicità, e della gloria della vostra repubblica».

Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi. Parevano veramente altri tempi, parevano altri destini. Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre di uguale, anzi di maggiore importanza se ne stava macchinandoin segreto. Erano a quei tempi al mondo quattro cose, che a tutte le altre sovrastavano, la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore, che avevano i re, che quella repubblica Francese non gli conducesse tutti a ruina, la repubblica Francese stessa fondata in una nazione, che per la natura sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone, esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci, e più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse, ed il consueto reggimento, per quanto gl'interessi nuovi il permettessero, col mezzo dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguire coll'armi civili delle Vendea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa, perchè la nazione Francese, che forte ed animosa è, non aveva voluto lasciarsi sforzare, si pensava, che i maneggi segreti, le promesse, le corruttele, e le adulazioni potessero avere maggior efficacia. A questo fine, e con questi mezzi si era operato che le nuove elezioni ai consigli legislativi cadessero in uomini, che amassero meglio la monarchìa dei Borboni, che la repubblica, ed in ciò si era fatto non poco effetto. Siccome poi a tutti i moti è necessario un capo di chiaro nome, così avevano al consiglio dei giovani eletto il generale Pichegru, capitano rinomato per le sue vittorie in Alemagna ed in Olanda. Con lui concorrevano molti altri personaggi famosi o per armi o per dottrina, o per segnalati fatti nelle rivoluzionipolitiche di Francia. Nel direttorio stesso Barthelemi favoriva il disegno per natura e per opinione, ed i desiderj suoi fino ai Borboni si estendevano; che certamente aveva dato questi segni di se nella sua ambascerìa in Isvizzera. Il favoriva, siccome pare, anche Carnot, o che volesse la monarchìa dei Borboni, il che è incerto, o che solamente disegnasse, come uomo di acutissimo pensiero, ridurre, spenti gli uomini immoderati, quello stato di repubblica scorretta e tumultuaria a forma più stretta e più ordinata. Seppesi questo maneggio dai tre quinqueviri, che non vi erano mescolati, e si misero all'ordine per isturbarlo, perchè amavano la repubblica, e temevano la monarchìa. È quivi per altro debito nostro riferire, che a questo tempo alcune pratiche segrete si erano introdotte tra Barras, uno dei tre, ed alcuni agenti di Luigi decimottavo, per le quali il quinqueviro aveva dato speranza, e s'era anche obbligato a favorire la rinstaurazione dei Borboni sotto condizione di dimenticanza del passato, e promessa di premio in denaro; ma con la medesima sincerità procedendo, dobbiamo notare, che sebbene sia vero, che queste pratiche siano esistite, Barras sdegnosamente, e con termini molto espressivi negò d'aver voluto procurare la mutazione del governo allora sussistente, ed asseverò, avere prestato orecchio agli agenti dei Borboni col solo fine di conoscere, e sventar le loro trame: vogliono anzi alcuni, che gli volesse condurre in luogo dove potessero essere arrestati. Pubblicò di più, aver ciò fatto con saputa e consentimento espresso de' suoi colleghidel direttorio, ai quali a questo fine aveva comunicato il negozio. Dà verisimile colore a quest'ultima allegazione l'averla lui pubblicata quando gli sarebbe stato utile dire il contrario, se fosse stato vero, ed il citare, per pruova della verità del fatto, il testimonio dei ministri di quel tempo, de' suoi colleghi del direttorio, ed anzi i registri segreti di questo magistrato supremo della repubblica, in cui, siccome affermò, vi era un decreto che l'autorizzava a condurre queste pratiche. Comunque ciò sia, era allora l'esercito d'Italia in bocca di tutti, e quanto da lui veniva era ricevuto in Francia con grandissimo o amore o terrore, secondo le opinioni e le passioni, per la qual cosa coloro, che contrastavano a questo proposito, facevano avviso, che le mosse contrarie dovessero aver principio dall'esercito Italico. A questo dava favore Buonaparte per la sua emolazione verso Pichegru, prevedendo nell'esaltazione del vincitore dell'Olanda la depressione del vincitore dell'Italia. Per tutte queste ragioni uscivano dalle diverse schiere dell'Italico minacce fierissime contro i nemici della libertà, come gli chiamavano, contro gli amatori del nome reale, contro i minacciatori della constituzione. Parlavano del voler marciare in Francia con le armi vincitrici per castigare i ribelli, descrivevano con patetiche parole le orribili congiure ordite nella patria loro contro la libertà, mentre essi col sangue, e con disagi innumerevoli la libertà, e la patria difendevano. Non isperassero, minacciavano, che il sangue sparso, che le acquistate vittorie, che la conseguita gloria fossero indarno;quelle mani stesse, che avevano vinto l'Austria, vincerebbero facilmente, e farebbero tornar in nulla quei branchi di faziosi. Al solo mostrarsi degl'Italici soldati oltre l'Alpi, presi di spavento si disperderebbero quei vili sommovitori di congiure. Non dubitasse punto il governo, che l'esercito Italico tanto amasse la libertà, quanto la gloria, e che la prima con la medesima costanza, col medesimo valore difendesse, coi quali aveva acquistato la seconda: verrebbero, vedrebbero, ed anche senza battaglie vincerebbero.

Da questi conforti, e da questo appoggio fatto sicuro il direttorio, veniva a quelle risoluzioni, che resero tanto famoso il dì diciotto fruttidoro, anno quinto della repubblica, o il dì quattro settembre del novantasette: per esse si carceravano, ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano Barthelemi, Pichegru, e gli altri capi della congiura. Alcuni, e fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono in forestiere terre scampo contro chi gli chiamava a prigione ed a morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale affortificatosi il direttorio coll'esclusione dei dissidenti, e coll'unione dei consenzienti, e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la somma delle cose, e pareva, che vieppiù avesse confermato la repubblica.

Tornato vano questo tentativo, i confederati, massimamente l'Austria, che si trovava più vicina all'incendio, e che, essendo alle strette con Buonaparte, aveva meglio conosciuto la sua natura, si gettarono ad un altro cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabilerepubblica. Si negoziava a questo tempo la pace coll'Austria; gli agenti Austriaci vennero dicendo a Buonaparte, guardasse le ruine d'Europa, e della sua patria stessa; una repubblica fondata solo con le mannaje, conservata solo con le bajonette, sopportatrice dei malvagi, perseguitatrice dei buoni; non isperasse di fuggir egli stesso la repubblicana invidia; più illustri erano i fatti suoi, più magnifici i benefizj verso la patria, e più inevitabile credesse l'atroce fine che l'aspettava. Considerasse, che sono inesorabili le repubblicane emolazioni, e che sempre la gratitudine delle repubbliche è l'ingratitudine. Se i più chiari cittadini erano stati all'estrema fine condotti in Francia, solo perchè chiari erano, che sarebbe del più chiaro fra tutti? Ricordassesi le recenti trame ordite contro di lui, le proprie querele, ed il livore del direttorio già vicino a prorompere, quand'era ancora l'opera sua necessaria in guerra: che sarebbe in pace? Forse era nato egli e fatto per essere stromento di faziosi, e mentecatti? Forse a servir ad avvocati, e notaruzzi ambiziosi? Con le grida, e coi patiboli s'hanno a governar gli stati? Guardassesi intorno, entrasse in se, si paragonasse ad altri, e vedrebbe, che siccome era unica la sua gloria al mondo, così unico doveva essere il fine, che a se doveva proporre, che già dalle volgari vie militari si era discostato nelle faccende di guerra, e che debito gli era di discostarsi dalle volgari vie anche nelle faccende civili: a ciò chiamarlo, lacera e rotta tutta l'Europa; a ciò medesimo chiamarlo la misera umanità ingannata dalle lusingherìe, straziatadai delitti: vedeva egli certamente, ed anche più volte aveva accennato, essere la repubblica un governo impossibile in Francia. A che dunque dubitare, a che indugiare? l'Europa infelice, la Francia infelicissima domandare da lui altre sorti, domandare da lui la rinstaurazione dell'antica monarchìa dei Borboni, domandare la rintegrazione dei diritti Europei: assai avere spaziato la forza, assai la usurpazione, assai l'anarchìa: domare questi mostri esser suo destino: al solo segnale dei Borboni, quando l'opportuno instante fosse venuto, seguiterebbonlo in Francia tutti i buoni, seguiterebbonlo tutti gli sdegnati, seguiterebbonlo tutti gl'infelici condotti all'ultimo caso dalla presente tirannide. Favorirebbelo l'Europa tutta, tirata da sì grande impresa, mossa da sì bella speranza dopo tanto conquasso. Seconderebbonlo i principi, l'Austria la prima, e la Russia tanto attiva fomentatrice dei Borboni. Parlare di ricompense a chi già aveva acquistato maggior gloria, che altr'uomo avesse acquistato mai, e che solo con un gran civile fatto poteva la propria gloria ampliare, essere superflua, e fors'anche offenditrice cosa: pure o che in grado privato la venerazione, o che in grado pubblico l'autorità desiderasse, ciò gli sarebbe, e più ampiamente, che non desiderasse, conceduto. Desse pertanto opera ad impadronirsi della somma delle cose in Francia; che a ciò l'ajuterebbero i potentati, solo che promettesse di fare la gran rimessa all'antico e legittimo signore. Muovessesi adunque Buonaparte unico ad opera unica; rispondesse col fatto al destinato dalla provvidenza,posciachè non senza intervento divino tante volte avevano suonato le armi sue vincitrici.

Queste esortazioni muovevano quell'animo ambizioso. Ma da Borboni a repubblica ei non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio, ed anche la felicità, o le disgrazie umane nol toccavano. Bensì, siccome quegli che sagacissimo era, e di prontissimo intelletto, avvisava in un subito, che quello, che gli si offeriva, poteva aprirgli la strada all'altissime sue cupidità. Si mostrava pertanto disposto a fare quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo, e questo fu il più solenne inganno, che mai sia stato fra gli uomini, di favorirsi del consentimento e cooperazione dei principi, per arrivare alla potestà suprema in Francia; non già per dispogliarsene in favor di chicchessia, ma per serbarla ed anzi vieppiù consolidarla in se medesimo, ed ampliarla.

Vogliono alcuni, che Barras quinqueviro avesse l'animo volto a favor dei Borboni già insin da quando aveva procurato la elezione di Buonaparte al governo supremo dell'esercito Italico, e che a questo fine appunto l'abbia procurata, argomentando, che il giovane di Corsica, in cui egli aveva scoperto mente atta a qualunque più ardua impresa, e natura nemica ai reggimenti popolari, il dovesse secondare nel mandar ad effetto il suo intendimento. Danno corpo a questa opinione le pubblicazioni fatte dagli agenti dei Borboni, la contraddicono quelle fatte da Barras: le une e le altre noi abbiamo rapportate, affinchè chi ci legge, possa dalle medesime prenderconghiettura della verità in cose tanto avviluppate quanto importanti.

Dato in tal modo intenzione ai confederati, ed accordatosi con loro del ristaurare in Francia l'antico governo dei Borboni, non formidabile ai principi per essere conforme ai loro proprj, cominciava Buonaparte a fare qualche dimostrazione, che della sua sincerità potesse far testimonianza. Avea egli fatto arrestare contro ogni dritto delle genti in Trieste, e condurre gelosissimamente custodito nel castello di Milano il conte d'Entraigues, agente molto fidato di Luigi decimottavo. Parlavano a quei tempi tutti i giornali della carcerazione del conte, e ne favellavano come di cosa, che sommamente importasse alla salute della repubblica. Gli trovavano, siccome fu pubblicato per opera di Buonaparte, scritti, che discoprivano le macchinazioni di Pichegru, e degli altri amatori del nome reale. Inoltre si facevano constare per un rigoroso esame dato al conte, sebbene egli il verbale costantemente sempre abbia negato, molto maggiori cose in pregiudizio della repubblica, ed in pro dei Borboni, che gli scritti non palesavano. Tal era il rigore di quell'età, che, se non ci fosse stato di mezzo qualche grave motivo, avrebbe tosto Buonaparte dato a giudicare ad un consiglio militare, o mandato il conte in Francia, dove sarebbe stato o sottoposto all'ultimo supplizio, o carcerato per sempre. Ma quando ognuno temeva di veder il conte giunto all'estrema fine, diede ammirazione agli uomini l'udire, che il generalissimo aveva comandato a Berthier, che il facesse comodamente alloggiarenel castello, e che la moglie il potesse visitare. Gli comandava ancora, che se non trovasse stanza comoda nel castello, il lasciasse sotto buona guardia in città, e gli rendesse tutti gli scritti, salvo quelli, che toccavano gli affari politici: questi erano le congiure di Pichegru. La maraviglia più si cambiava in istupore per coloro, che non conoscevano l'intrinseco del fatto, e le cagioni, quando si seppe, che il conte si era fuggito dal castello, e più ancora, quando portò la fama, ch'ei fosse già arrivato con felice viaggio nelle terre dell'imperatore Paolo di Russia, succeduto alla sua madre Caterina. La verità del fatto fu, che Buonaparte desideroso di far chiari gli alleati della sincerità sua col fidare le cose segrete trattate a Montebello ad uomo confidente della Russia, e di Luigi decimottavo, aveva procurato la libertà ad Entraigues, e mandatolo in Russia portatore delle sue promesse. Infatti a queste novelle si piegava Paolo con divenire molto meno acerbo verso la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si fecero assai più morbidi, per modo che non tardarono ad avvicinarsi alla conclusione; conciossiachè i principi credevano, facilitando il sentiero a Buonaparte per arrivare alla somma potenza in Francia, abilitarlo a mandar ad effetto le cose, che da lui si promettevano. Tutti questi disegni molto gli arridevano, e quantunque fosse uomo di natura molto coperta, e di pensieri cupissimi, tuttavìa si lasciava di quando in quando uscir di bocca certi motti, che disvelavano la sua intenzione, e le fatte macchinazioni. Ed io ho udito parecchie volteraccontare a Villetard, giovane candidissimo, che trovandosi a passeggiare a Montebello con Buonaparte, e con Dupuis, che poi fu morto generale in Egitto nella sommossa del Cairo, sostando improvvisamente dal passeggiare, il generalissimo aveva loro detto:che direste voi s'io diventassi re di Francia?Al che, siccome a me raccontava il medesimo Villetard, rispondeva Dupuis, che professava un ardente desiderio dello stato repubblicano, che sarebbe il primo a piantargli un coltello nel petto; il quale tratto non fu udito senza riso da Buonaparte.

Nè questi erano i soli segni delle meditate cose. Sorgevano a Montebello i costumi, e le abitudini regie: ivi le udienze altiere da una parte, umili dall'altra; ivi le adulazioni smoderate, ed il silenzio rispettoso, non interrotto che dalle interrogazioni; ivi le sorelle del vincitore corteggiate a modo di corte, ivi i ministri dei principi esteri, e quei della Cisalpina accolti alla reale. Certamente null'altro mancava di re che il nome, e questo nome stesso veniva naturalmente sulle labbra dei cortigiani, ma vi periva per amore o per timore, ma piuttosto per timore, che per amore della repubblica. A chi era uso a scrutare le umane vicende, appariva manifestamente, essere in Buonaparte natura a volere, e ad usare l'imperio, nè ciò con leggi, ma sopra le leggi, non come cittadino, ma come padrone: il fato il fece per l'età, e l'età per lui.

Frattanto le promesse segrete, ch'egli aveva fatte, e la necessità, in cui si trovava il direttorio di rammollire con un solenne fatto i risentimentinati in Francia per la terribile rivoluzione dei quattro settembre, operavano di modo che, rimosse da ambe le parti tutte le durezze, si veniva il giorno diciassette ottobre alla conclusione nella villa di Campoformio, di un trattato di pace, in cui un governo nuovo distruggeva un governo antico, ed un governo antico consentiva, e s'arricchiva delle spoglie di un governo antico ed amico, disonoratosi l'uno per aver rapito, poco onoratosi l'altro per aver accettato le rapine, se però non iscusano quest'ultimo le affermazioni magnifiche del primo dell'averlo ridotto alla necessità di accettar la pace, qualunque ella fosse. Oltre a ciò lasciava l'Austria in libera preda della repubblica Francese, non dirò il Piemonte, perchè forse ella se ne teneva male soddisfatta per la stretta congiunzione di lui con la Francia dopo la tregua di Cherasco, e la pace di Parigi, ma bensì il papa, ed il re di Napoli, che in nessun modo l'avevano offesa, e che anzi si trovavano condotti in dure strette, ed in gravissimo pericolo per avere sino agli estremi seguitato la sua parte. Certamente nissuna sicurezza stipulava l'Austria nel trattato nè pel papa, nè per Napoli. Fu il trattato di Campoformio principio di quelle brutte e crudeli stipulazioni, che desolarono poi per circa vent'anni la miseranda Europa con l'esempio di sommuovere prima i popoli, poi di dargli in preda ad insolite signorìe.

Fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica Francese si avesse i Paesi Bassi, che l'imperatore consentisse, che le isole Venete dell'Arcipelago, e dell'Ionio, e così ancoratutte le possessioni della Veneta repubblica in Albanìa, cadessero in potestà della Francia; che la repubblica Francese consentisse, che l'imperatore possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la Dalmazia, le isole Venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro, e tutti i paesi situati fra i suoi stati ereditarj, ed il mezzo del lago di Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto-Legnago, e finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina comprendesse la Lombardia Austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera, e tutta la parte degli stati Veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini sovra descritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente ricompenso al duca di Modena; che finalmente i plenipotenziarj di Francia e d'Austria convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'imperio d'Alemagna.

A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza, pei quali l'imperatore consentiva, che la Francia acquistasse certi territorj Germanici insino al Reno, e dalla parte sua prometteva la Francia di adoperarsi, acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominj una parte del circolo di Baviera; il che non si poteva effettuare se non con pregiudizio del duca.

Fu il trattato di Campoformio pieno di rapina, ma non fu meno pieno di scherno, ancor peggiore della rapina; conciossiachè di che sappiano quelle parole, che la repubblica Francese consentiva, che l'imperatore possedesse Venezia, vedranlo non senza sdegno coloro, che considereranno,se sarebbe stato possibile ai Veneziani di non diventar imperiali, e se la Francia avrebbe permesso, che imperiali non diventassero, e se i generali, ed i soldati di Buonaparte abbiano, sì o no, consegnato eglino medesimi con le proprie mani la compassionevole Venezia nuda ed inerme, ai generali ed ai soldati dell'imperatore. Questo essere e non voler parere, parrà a tutti, come pare a me, un pudore molto ipocrito.

Pure questa è quella pace, di cui favellando Carlo Maurizio Talleyrand, tutto ammirativo sclamava:questa è una pace da Buonaparte; il che gli sarà da ognuno facilmente conceduto. Poi non potendo Talleyrand medesimo capire in se stesso per l'ammirazione, per l'amicizia, pel rispetto, per la riconoscenza, come diceva, verso Buonaparte, e se qualche altra più efficace cosa possono significare le più ammirative parole, scriveva:forse avremo qualche improntitudine d'Italiani, ma è tuttuno; brutto, incivile, e crudele scherno! Certamente coloro, cui Buonaparte tradiva, e Talleyrand scherniva, erano, i più, uomini ricchi di nome, di sostanze, e di virtù, i quali cedendo agli stimoli, e credendo alle promesse degli agenti di Francia, s'erano in tal condizione posti, che nella patria loro spenta non potevano più dimorare senza pericolo, e nel duro esilio trovavano gl'insulti di chi era cagione del loro infortunio. Parlare poi con tanta leggerezza di un caso di tanto momento, quale si era quello della distruzione di uno stato così antico, così principale, ed a cui l'Europa era obbligata di gran parte della sua civiltà, e dellasua preservazione dalla barbarie Ottomana, qual era veramente quel di Venezia, dimostra una totale indifferenza verso il bello ed il brutto, il buono ed il cattivo, il decente e l'indecente.

Fatto il trattato di Campoformio, ed ordinata a suo modo la Cisalpina, se ne partiva Buonaparte dall'Italia per andare a Rastadt. Quale, e quanto da quella diversa la lasciasse, che nel suo primo ingresso l'aveva trovata, facilmente concepirà colui, che nella mente andrà riandando i compassionevoli casi nei precedenti libri da noi raccontati. Le difese dell'Alpi prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio, ora disfatto, ed in licenza convertito l'antichissimo governo, fatta provincia, e sensale di Francia; un duca di Parma ingannato dalle speranze di Spagna, e taglieggiato da agenti oscurissimi: un duca di Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa schernito, e spogliato; un regno di Napoli poco sicuro, e per poca sicurezza crudo; un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo, e gran parte della civiltà moderna, condotta all'ultima fine, prima dagl'inganni, poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di governo forestiero, e là, dove una volta addottrinavano le genti con dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria, ed i Verri, farla da maestri i Beauvinais, ed i Prelli. A questo le opere di Tiziano e di Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze deformi di soldati strani; unalingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni volti all'adulazione, le ambizioni svegliate, le virtù schernite, i vizi lodati, e per arrota, il che fu il pessimo dei mali, uomini virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage dei tempi. In tanto male nissun lume di bene; perchè nè quei governi potevano durare, nè a quali governi avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano corrotti, i fondamenti pubblici forestieri, e se fosse mancata o la mano Francese, o la mano Tedesca, nissuno poteva congetturare, che cosa fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva, se la independenza non fosse per diventare condizione peggiore della servitù. A tal era condotta l'Italia, che lo stare per se senza anarchìa, lo stare coi forestieri senza servitù non poteva. Così corrotte le speranze, e cambiati i tempi, erano succeduti ai benefizj di Giuseppe, di Leopoldo, di Beccaria, e di Filangieri una rapina incredibile, una tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo di vedere, forse per sempre, allontanato quel bene, che essi avevano tanto vicino, e tanto soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte, e sanguinose, le lacerava anche la fama. In somma la giustizia e l'innocenza non son più buone ad altro, in questo pazzo ed ingannatore mondo, che a farsi soperchiare dai più potenti, e chi non ha montagne di cannoni, di sciabole, e di soldati,s'aspetti ad essere oppresso, rubato, e calunniato. Con le sue belle parole sepolcro imbianchito è la vecchia Europa.

Restava, che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di raccontare la gran consegna fatta di quella nobil sede dai repubblicani di Francia ad un principe Alemanno, sarà bene andar rammemorando, quali accidenti, quali umori, quali disegni sorgessero nelle varie parti dell'antico stato Veneto, e nella metropoli stessa, innanzichè i patti di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al quale non so qual nome dare, se non quello di tirannico e di servo. Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti, chi seguitando i modi dei democrati Francesi più ardenti ai tempi della rivoluzione, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati. Capi ai primi erano Giuliani e Dandolo. Sovrastavano fra i secondi per ricchezze, e per carità patria Vidiman e Joblovitz: quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; i secondi presso alcuni avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri aristocrati. Giuliani e Dandolo, massimamente il primo, continuamente spingevano il magistrato a determinazioni rigorose contro i nobili. Giuliani più rottamente procedendo non risparmiava nemmeno i Francesi, verso i quali non mostrava mai adulazione di sorte alcuna, mentre Dandolo andava loro a versi, egli accarezzava. Il buono e virtuoso Vidiman, lontano del pari dall'adulazione verso i forestieri, che dalla persecuzione contro i compatriotti, mirava solamente al giusto ed all'onesto. Seguitavano queste parti i Veneziani, pochi con Giuliani e Dandolo consentendo, molti, fra i quali i nobili, per lo minor male si accostavano a Vidiman ed a Joblovitz. Sedevano i municipali pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le discussioni, e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia anche posta al giogo forestiero parteggiava; tutti però in questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse. A questo fine si rendeva necessario, che le provincie di terraferma, e quelle dell'oltremare non si separassero dall'antica madre; e perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati, e lettere a tutte le città del dominio Veneto, dando loro parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole ad accomunarsi, ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire, che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna, e dominatrice avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Pei maneggi loro le città protestavano, questa di voler andar unita alla Cisalpina, quella di voler restare da se. E stantechè Venezia aveva conservato, sebbene nel libro aperto dell'Evangelista avesse fatto scrivere i diritti dell'uomo, l'antico stemma del lione, gl'insulti, gli scherni, le esecrazioni dellagente matta democratica della terraferma andavano all'infinito. Insomma una nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Godeva Buonaparte, godevanne i suoi agenti, perchè vedevano nella discordia altrui la più facile esecuzione dei pensieri loro contro quelle miserande reliquie della repubblica Veneziana; anzi quelle faville con ogni mezzo fomentavano. Perchè poi gli odj già tanto intensi vieppiù s'invelenissero, gli rinfiammavano non solo colle parole, ma ancora con gli scritti. Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova, esortava con lettere pubbliche, e con parole molto veementi i municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco, ed a diffidarsi dei municipali di Venezia, a cui attribuiva intenzioni molto sinistre, accusandogli di trame aristocratiche.

I democrati, massime un Savonarola, che procedeva con più calore degli altri, facevano quello, e più di quello, a che gli aveva esortati Victor, tutte le immagini di San Marco col leone, avessero o no fra le rampe i diritti dell'uomo, sdegnosamente mandando in pezzi, e con questo si andavano persuadendo di aver acquistato la libertà. Nè a frenare un furore tanto pazzo bastavano le risoluzioni dei municipali Veneziani, i quali decretavano, che si cambiasse del tutto l'antico stemma della repubblica, il leone si annullasse, e le insegne della moderna libertà in luogo suo vi campeggiassero. Avevano queste condiscendenze l'effetto solito di quelle, che sogliono farsi per forza, e negli estremi casi; che pruovandonel conceditore più debolezza che volontà, non sono mai prese a grado, e l'autorità di lui fanno andar in diminuzione. Ma appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette Cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorj, cosa, che solo contro ad un nemico, e forse nemmeno contro a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.


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