Chapter 4

Nondimeno le sorti d'Italia stavano ancora in pendente: Wurmser, nel quale si possono lodare una attività ed un vigor d'animo superiori all'età, aveva raccolto tutte le sue genti, e siapparecchiava ad ingaggiare una nuova battaglia, che doveva por fine a quell'acerbissima contesa, ed a quelle pugne sparse, che da più giorni duravano, più sanguinose che terminative. Aveva un novero di venticinque mila soldati di pruovato valore; gli schierava per forma che la sinistra si appoggiasse all'eminenza di Medolano, che si erge fra Guidizzolo e Castiglione, la destra si distendesse fino a Solfarino. Buonaparte ancor egli aveva fatto opera, che tutti i suoi venissero a congiungersi insieme per sostenere un cimento tanto pericoloso. Già la più gran parte era raccolta fra la terra di Castiglione, e la fronte dei Tedeschi, e per tal modo l'ordinava, che l'ala sinistra guidata da Massena potesse assaltare la destra del nemico, Augereau con la mezzana desse dentro al mezzo, e finalmente Verdier con le fanterìe, e Beaumont coi cavalli urtassero la sinistra. Ma il generale della repubblica, che non aveva usato nel raccorre i suoi la medesima celerità che l'emolo suo, quantunque vecchio, usato aveva; e volendo in giornata di tanta importanza rendere per lui sicuro per tutti i mezzi l'esito del conflitto, aveva comandato alla schiera di Serrurier, che era sotto la cura di Fiorella, e stava alle stanze sulle rive del Po a Bozzolo ed a Marcarìa, camminasse celeremente verso Castiglione, e ferisse di fianco la punta sinistra degl'imperiali. Il quale consiglio fu molto a proposito, come si vedrà dal progresso dei fatti che seguirono. Nè parendo per la sagacità sua a Buonaparte, che questi preparamenti bastassero, s'indirizzava a Lonato per vedere, se fosse possibiledi far venire altre genti da quella terra al tempo principale. Quivi successe un caso molto mirabile, secondochè narrò Buonaparte, e ripeterono tutti gli storici di quei tempi e dei tempi posteriori, e questo fu, che il generale di Francia, andando a Lonato con persuasione di trovarvi i suoi, ed avendo con esso lui solamente una squadra di dodici centinaja di soldati, vi trovasse in vece un corpo Tedesco grosso di quattromila combattenti tra fanti e cavalli con non pochi pezzi di artiglierìa. Era Buonaparte in gravissimo pericolo, e già il comandante Alemanno gl'intimava, si arrendesse. Ma egli, accorgendosi che in accidente tanto improvviso, dove non valeva la forza, l'audacia doveva supplire, al Tedesco con sicuro volto rivoltosi, gli disse, maravigliarsi bene ch'ei tanto presumesse di se medesimo, che si ardisse chiamar a resa Buonaparte vittorioso nel suo principal campo stesso, e cinto da tutto il suo esercito: andasse, e da parte sua al suo generale recasse, che se subito non s'arrendesse, ed in poter suo disarmato non si desse, pagherebbe colla morte il fio di tanta temerità. Erasi, come narrano gli storici, accorto Buonaparte, raccogliendo nella sua mente tutti i fatti di quei giorni, che quella squadra fosse la gente fuggiasca di Desenzano, che, avendo trovato i passi di Salò chiusi da Guyeux, o andasse errando a casa, o si sforzasse di raggiungere il corpo principale di Wurmser. Vogliono che i Tedeschi intimoriti, deposte le armi, si arrendessero a discrezione.Questo fatto abbellito da graziose parole sirende credibile, se si considera l'audacia Francese, soprattutto quella di Buonaparte, capace di questo, ed anche di molto più; ma si stimerà incredibile, se si pon mente, che qualunque si voglia supporre la bonarietà Tedesca, non può ella però esser tale che scenda all'estremo della semplicità, quale la dimostrerebbe la narrazione di Buonaparte. Pure esso è affermato da tanti storici degni di fede, che noi saremmo disposti a prestarvi credenza, se nell'animo nostro nol rendesse dubbio il considerare, che niuna fama primitiva del medesimo ne suonò a Lonato, che mai non si disse, nè si seppe chi fosse il generale Tedesco che governava la squadra fatta captiva, e il nominarlo avrebbe tolto ogni dubbio; che gli Austriaci in tutte le mosse ed in tutti i combattimenti di quei giorni, non che abbiano mostrato o semplicità, o viltà, diedero segni di somma avvedutezza e di sommo valore; che la colonna ritiratasi a Desenzano dopo l'aspra battaglia di Lonato obbediva ad Ocskai ed al principe di Reuss, l'uno e l'altro soldati da non lasciarsi ingannare nè intimorire così alla prima, e uomini di tal nome, che portava pure il pregio che si nominassero, se in quell'accidente maraviglioso avessero ornato disarmati e vinti il trionfo di Buonaparte; che un grosso di quattromila Austriaci congiunto a quel corpo, che già signore di Ponte-San-Marco, e della strada per a Brescia, non erano tali che non potessero sforzare il passo di Salò, e che avessero paura della piccola quadriglia di Guyeux, che occupava questa terra, considerato massimamente cheuna non debole mano di Tedeschi alloggiava ancora a Gavardo; che finalmente quel correre liberamente la strada da Brescia a Lonato, quell'occupare fortemente quest'ultima terra e quell'intimare così fiero e così replicato a Buonaparte, che si arrendesse, non dimostrano uomini fuggiaschi e timorosi. Certamente o è falsa la dedizione dei Tedeschi, o sono false le circostanze narrate dagli storici. Ma se il fatto è vero, non so come si possa scusare un generalissimo, che dà dentro alla cieca in una schiera nemica tanto grossa, che l'uscirle di mano fu piuttosto cosa miracolosa che maravigliosa. Adunque Buonaparte non aveva spie? adunque non correva la campagna con gli esploratori? adunque viaggiava così alla sicura in un paese, dove le truppe ed Austriache e Francesi, e le zuffe loro erano tanto miste, e verso quella parte, donde sapeva che Quosnadowich voleva sboccare per unirsi con Wurmser? Certamente una tale sicurezza era molto impertinente al tempo presente, e Buonaparte non era uomo da commettere questi errori; perciò si rende molto dubbio il fatto. Che se poi ad ogni modo è vero, dovrassi il capitano di Francia tanto biasimare dell'imprudenza che lo condusse in poter del nemico, quanto lodare dell'audacia con la quale se ne liberò.Tutte queste fazioni, quantunque di gran momento fossero, non avevano ancora intieramente giudicato la fortuna delle armi fra i due potenti emoli, e restava ancora a determinarsi in una battaglia campale, se le speranze dall'imperatore d'Alemagna poste nella virtù di Wurmser, e tuttoquello sforzo per la ricuperazione d'Italia avessero a riuscire o fruttuosi, o vani. Erasi, come abbiam narrato, il maresciallo Austriaco accampato tra Medolano e Castel Venzago a fronte di Castiglione, tra la quale terra e le sue genti se ne stavano schierati i Francesi. Erano i soldati delle due parti stanchi dai lunghi viaggi e dalle frequenti battaglie, e però, sebbene a fronte gli uni degli altri già si trovassero il giorno quattro agosto, nissun motivo fecero per affrontarsi. Piaceva l'indugio a Buonaparte, perchè attendeva alcune genti fresche, e perchè principalmente sperava che Fiorella, in cui era posta la più forte speranza della vittoria, arrivasse in luogo, donde potesse partecipare al combattimento. La mattina del giorno seguente, appena aggiornava, essendo giunto il tempo, che Buonaparte si era prefisso come conveniente alla sua impresa, e non movendosi gl'imperiali, disposti piuttosto ad aspettare che a dar la carica, comandava ad Augereau, ed a Massena, che assaltassero il nemico; ma essendo suo intento che solo s'ingaggiasse la battaglia, ma non si tentasse perancora di sforzar l'inimico, ordinava loro, che, dato il primo urto, e tosto che gli Austriaci uscissero dal campo per seguitargli, si ritirassero. La cosa successe come il capitano Francese l'aveva ordinata; perchè, non così tosto si era incominciato a menar le mani, gli Alemanni, che si sentivano forti, saltando fuori degli alloggiamenti, urtavano gagliardamente i Francesi, che, fatto un po' di resistenza, per ubbidire ai comandamenti del capitano generale, si tiravano indietro. Dalla quale mossa molto a propositofatta prendendo animo Wurmser, andava distendendo l'ala sua destra verso Castel Venzago con intenzione di circuire la sinistra dei Francesi retta da Massena, e di dar la mano a Quosnadowich, di cui non sapeva le rotte. Quest'era appunto il desiderio di Buonaparte, conciossiachè suo pensiero fosse di urtare piuttosto e sbaragliare la sinistra di Wurmser, perchè conosceva i sinistri casi di Quosnadowich; la fortezza di Peschiera, che era in suo potere, l'assicurava sul suo fianco sinistro, e Fiorella stava in procinto di arrivare sul campo di battaglia contro la punta sinistra dei Tedeschi. A questo fine, mentre Massena ed Augereau sostenevano l'urto degli Austriaci a stanca ed in mezzo, mandava Buonaparte Verdier con un forte polso di granatieri, e con un reggimento di cavallerìa ad assaltare le trincee erette sul colle di Medolano. Ma perchè questo assalto riuscisse meno sanguinoso nel fatto, e più felice nel fine, ordinava che il colonnello Marmont, soldato molto pratico a governar le artiglierìe, posti venti pezzi grossi nella pianura di Medole, fulminasse quel ridotto nemico. Rispondevano furiosamente dal colle di Medolano le artiglierìe Austriache, e ne seguitava un sanguinoso combattimento. In mezzo a tanto rimbombo si faceva avanti con singolar valore Verdier, a cui era compagno Beaumont. Perveniva Verdier al ridotto, e dopo un'asprissima contesa e molto sangue, se ne impadroniva. Al tempo medesimo Beaumont, precipitandosi a corsa verso il villaggio di San Canziano dietro la estremità sinistra degl'imperiali, che già vacillava trovandosispogliata di quel principale fondamento del ridotto, accresceva terrore ai fuggiaschi, e lo dava ai contrastanti. Nè questo bastando a dare l'ultima stretta, arrivava, tanto bene aveva Buonaparte disposte le cose, in questo punto stesso Fiorella coi soldati di Serrurier, che dando dentro incontanente ai nemici, che non se l'aspettavano, gli sforzava a rotta manifesta.Wurmser per ristorare la battaglia, che era in questo luogo in tanta declinazione, vi mandava in fretta la cavallerìa, che urtando Beaumont e Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto che era giunto il momento di vincere, fe' caricare con tutto lo sforzo di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti, che, rimaste indietro, ora a grado a grado arrivavano. Diventava allora la battaglia generale su tutta la fronte, e se il capitano Francese aveva mostrato, sì prima che nel mentre del fatto, maggior perizia dell'antico capitano dell'Austria, i soldati Austriaci si dimostrarono pari pel valore ai soldati Francesi. Fuvvi che fare assai per questi alla torre di Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino, Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e disordinato a Cavriana. Così tutto l'esercito Alemanno, parte rotto, parte intierosi ritirava al Mincio; il qual fiume prestamente varcato a Valeggio, e la stanchezza dei perseguitatori il preservarono da maggior danno. Questa fu la battaglia di Castiglione combattuta con arte mirabile da Buonaparte, e con gran valore da Augereau. Da questa medesima acquistò poscia quest'ultimo il nome di duca da Buonaparte creatosi imperatore. Scemarono gli Austriaci in questo fatto di meglio di tre mila soldati o morti, o feriti, o prigionieri, di trenta cannoni, di centoventi cassoni, e di munizioni da guerra in proporzione. Non arrivò a mille la perdita dei Francesi; fra loro di soldati di nome mancò il solo generale Frontin. In tutte queste zuffe intricate, miste e sanguinose, che in pochi giorni si attaccarono fra Wurmser, e Buonaparte, piansero i Tedeschi più di ventimila soldati, e circa quattrocento ufficiali. Fecero anche conspicua la vittoria dei repubblicani settanta cannoni presi. Poco meno esiziali furono le armi imperiali ai Francesi, poichè mancarono dalle insegne di Francia meglio di diecimila soldati o morti, o feriti, o caduti in mano degl'Imperiali.La vittoria di Castiglione, che tanto affliggeva la potenza dell'Austria, poneva di nuovo l'Italia in potestà di Buonaparte: perchè Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria, ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo dell'imperio di quella contrada, destinata oramai ad essere preda dei combattenti, o serva dei vincitori.Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa vittoria, si risolveva a perseguitarceleremente le reliquie del suo avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto tempo da lui spiegati al direttorio, di volere andar ad assaltare, valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan, che guerreggiavano sul Reno, la potenza dell'Austria. Le fresche vittorie, ed il terrore concetto per loro dai popoli e dai soldati nemici, era occasione favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto passare il Mincio, per vedere quello che preparasse la fortuna sulla sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva trarre furiosamente da Augereau con le artiglierìe contro Valeggio per dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sospintosi avanti per Peschiera tenuta tuttavìa da' suoi, sbaragliava, secondandolo virilmente Victor, Liptay, che fu costretto di ritirarsi a Rivoli. Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo da aspettare a ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena, Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci, che dentro, sebbene in picciol numero, si trovavano, ed in fretta si apprestavano a partire per le rive superiori dell'Adige. Chiedeva Fiorella le si aprissero. Il provveditore Veneto, che temeva che se due nemici tanto sdegnati l'uno contro l'altro, e nel bollor del sangue dei fattirecenti si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande sterminio, rispondeva che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le porte coi cannoni, ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi, e se gli Austriaci fossero stati o più numerosi o più animosi seguiva qualche funesto accidente. Ma i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati di nuovo i suoi con un manifesto, in cui gli paragonava, certo con ragione pel coraggio, ai soldati di Maratona e di Platea, gli conduceva alle fazioni del Tirolo. Saliva col grosso per le rive dell'Adige, contro Wurmser; Sauret in questo mentre, per ordine suo, camminando all'insù della sponda occidentale del lago, andava a ferire Quosnadowich e il principe di Reuss. Dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo Italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul lago per modo che, abbandonata Rocca d'Anfo e Lodrone, si ritirarono ai luoghi superiori di Arco. Dal canto suo Buonaparte, per opera di Massena e di Augereau, superati, non senza sangue, i siti forti di Corona e di Preabocco, e più su di Ala, di Serravalle e di Mori, mentre Vaubois si alloggiava in Torbole, compariva conmostra vittoriosa in cospetto di Roveredo. I Tedeschi già rotti a Mori, e spaventati da un furioso assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra con andare a posarsi nel sito fortissimo, che chiamano il Castello della Pietra, o di Calliano. Solo passo a questa terra a chi viene di sotto, è una stretta forra, che è serrata a destra da monti inaccessibili, a sinistra dall'Adige. La terra medesima poi distendendosi anch'essa dal monte al fiume, serra il passo, ed appresenta verso la profonda forra un grosso muro merlato, che rende assai facile la difesa. Per questa strettura dovevano passare, e questa muraglia, munita dai Tedeschi di grosse artiglierìe, espugnare i Francesi per andare all'acquisto di Trento. Speravano gl'imperiali, se non di arrestare l'impeto del nemico in questo luogo, almeno di starvi forti tanto, che ogni cosa potessero mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani, capaci a sostenere le battaglie giuste nei luoghi piani, e molto più capaci ancora a far le guerre spedite e spartite dei monti, ebbero assai presto superati tutti gli ostacoli, che e la natura del sito, e l'arte del nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate, con incredibile fatica, alcune artiglierìe in un luogo creduto per lo innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco la stretta, ed i feritori alla leggiera, destrissimi ed animosissimi, come sono ordinariamente i Francesi, arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo diqueste cose, comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro alla forra a precipizio senza trarre, ed assaltassero il castello, che in fine di quella torreggiava. Nè fu meno pronta la esecuzione di quanto fosse risoluto il comandamento; perchè messisi i battaglioni a quello sbaraglio, in meno tempo che uomo non concitato a presti passi farebbe, passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni. Spaventati e rotti i Wurmseriani abbandonarono all'audacissimo nemico non solo la strada, ma anche la forte muraglia, ritirandosi a gran fretta a Trento. Nè credendovisi sicuri, e lasciandolo in balìa di se medesimo, e certa preda ai repubblicani, si ritirarono sulla destra del Lavisio sulla strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo, combattuta il dì quattro settembre, nella quale risplende vieppiù chiaramente il valor dei Francesi, già tanto chiaro per le precedenti fazioni. Perdettero gli Austriaci, con venticinque cannoni, tre in quattro mila soldati morti, feriti, o prigionieri. Dei Francesi pochi mancarono, per la speditezza del fatto.Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti il cinque settembre, ritiratosene il giorno precedente il vescovo, principe dell'impero germanico, vi entravano i Francesi vittoriosi, prima Massena, poi Vaubois, il quale, non potendo tollerare sotto gli occhi suoi propri i ladronecci di Toscana, e preferendo i pericoli di morte al veder l'infamia, aveva instantemente chiesto di esser mandato al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tostoin sulle lusinghevoli parole, dichiarando, volere, che la città e principato di Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità Tedesca, e posti in libertà. Laonde, cacciati tutti coloro che per parte dell'impero germanico vi tenevano i magistrati, vi surrogava i nativi, con eleggergli tra quelli che erano più avversi al dominio Tedesco, o più amatori del nome Francese, o più zelanti di novità. Del rimanente poco importava al generale della repubblica lo stato dei popoli Trentini: bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da Moreau con questo intento. Certo era, che chiamata a sedizione la Baviera, l'imperatore d'Alemagna sarebbe stato ridotto in estremo pericolo, o costretto ad accettare patti disonorevoli. Questi erano i pensieri ai quali era venuto Buonaparte, per la vastità della sua mente e per lo stimolo delle vittorie.Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser. Aveva il capitano Austriaco considerato, che Buonaparte si era recato nell'animo, ch'ei fosse per difendere per quei luoghi alpestri con le reliquie de' suoi i passi della Germania. Credeva anzi, che il generale di Francia fosse confidente di venire a capo di questo suo intento; perciocchè si vedeva probabile, che coloro i quali avevano vinto con tanto impeto le strette di Calliano, potrebbero anche facilmente superare gli altri passi del Tirolo. Ma il pratico e tenace Alemanno fece avviso, che quello che combattendo di frontenon avrebbe potuto conseguire, il potrebbe per modo di diversione. Deliberossi adunque con animoso e ben ponderato consiglio di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua presenza inopinata in questa provincia, aggiuntovi qualche rinforzo che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque avesse ad essere o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia, e di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa Germania. Nasce la Brenta poco lontano da Trento, e correndo nel fondo di una valle profonda tra monti aspri e discoscesi, arriva a Bassano, luogo dove incominciano ad aprirsi le dilettevoli pianure del Padovano e del Vicentino. Questa è la strada che conduce da Venezia a Trento per la più diritta, senza passar per Verona. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi in Bassano con gli ajuti, che venuti dal Norico sotto la condotta dei generali Mitruski e Hohenzollern si erano ridotti ad aspettarlo in quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Della prima opinione non s'ingannava Wurmser, perchè effettivamente Buonaparte,abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso l'Italia; ma bene non prese la via dell'Adige, anzi, sprolungata la destra de' suoi per la valle medesima della Brenta, seguitava frettolosamente, divallandosi ancor esso, le genti Alemanne. Erano guidatori principali di questi presti soldati, secondo il solito, quei due folgori di guerra Massena e Augereau. Questa deliberazione fece Buonaparte per interrompere a Wurmser ogni comunicazione coi corpi che lasciava ai luoghi più alti del Tirolo, e perchè non altra speranza di salute restasse al capitano dell'imperatore, se non quella o di ritirarsi più che di passo alle montagne donde sorge la Piave, o di far opera di condursi a Mantova. Marciarono tanto speditamente i repubblicani, che giunsero gl'imperiali a Primolano, e gli vinsero con presa di molti soldati, non però di quattromila, come fu scritto, che è un'amplificazione di parole molto evidente. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pei Francesi. Già quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano, dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra. Massena a destra, e tosto il ruppero, avendo fatto, in ciò dissimile da se medesimo, invalida difesa, con grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i Francesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque,velocemente marciando, e velocemente ancora seguitato dai repubblicani, passava l'Adige a Porto-Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, ed entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatta sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia, e del poderoso esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la Francia, ne pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che l'aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente espugnare, nè l'imperator d'Alemagna era tale, che non fosse per fare un nuovo sforzo per riconquistar le rive tanto infelicemente feconde dell'Adda, del Ticino e del Po.Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume Mincio, calandosi da Goito in una gran fondura, forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due ponti, dei quali il superiore, da presso a porta Molina dipartendosi, dove sono i molini dei dodici apostoli, dà l'adito dalla città alla cittadella posta a tramontana; l'inferiore apre il varco dalla porta di San Giorgio al sobborgo di questo nome situato a levante. La prima parte del lago tra la bocca del fiume, dove entra nel lago medesimo, ed il superior ponte frapposta, chiamasi col nome di lago superiore; la seconda rinchiusa fra i due ponti, con quello di lago di mezzo; e finalmente quella parte che dal ponte inferiore partendo, insino all'emissario si distende, col nomedi lago inferiore si appella. Nè tutta la città è circondata da acque libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti, o di poche acque velati, ma limacciosi tutti, ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è la palude, che si dilata, e circuisce le mura, cominciando da porta Pradella, per cui si ha la via a Bozzolo ed a Cremona, insino a porta Ceresa, per cui si va alla strada di Modena. Così girando da porta Pradella per tramontana e levante fino a porta Ceresa, è Mantova bagnata dalle acque dei tre laghi; e dando la volta dalla medesima porta Pradella per Ponente ed Ostro fino a porta Ceresa, è circondata da un profondo ed instabile marese, eccettuata una parte di terreno più sodo situata a guisa di penisola da porta Postierla a porta Ceresa. Quivi sorge il castello del T, così chiamato, perchè per singolar guisa d'architettura ha forma di questa lettera dell'alfabeto. Si ammirano in lui quelle belle pitture a fresco, che rappresentano la battaglia di Giove e dei Titani, opera tanto celebrata di Giulio Romeno, nativo di Mantova. Questa penisola si congiunge al corpo della città per parecchi ponti: ma i principali aditi alla campagna si aprono pei due suddetti ponti della cittadella, e di San Giorgio, e per mezzo degli argini, che partendo dalle porte Pradella e Ceresa, ed attraversando la palude, menano i viandanti all'aperto. Oltre le anzidette porte sonvene alcune altre minori, o piuttosto uscite che porte, le quali danno sul lago, e sono quelle della Catena, della Pomponassa,di San Niccolò, degli Ebrei, d'Ozzolo, di San Giovanni e del Filatojo. Ma siccome la palude a nissun modo varcabile è difesa più forte del lago, che con le barche si può passare, così per assicurare la piazza là dove guarda il lago, fu eretta a tramontana la cittadella, che chiude il passo a chi venisse da Verona, ed il forte San Giorgio a levante contro chi volesse andar contro alla terra, procedendo da Portolegnago e da Castellara. Non ostante, parti pericolose erano le due estremità della palude, perchè là sono gli argini che accennano alle due porte principali per la via di terra, cioè Pradella e Ceresa. Per questa cagione furono affortificate con bastioni, e con altre opere di difesa. Nè fu lasciata senza munizioni la porta Postierla, la quale, avvegnachè si apra quasi nel mezzo di una cortina, ha per difesa a destra il forte bastione di Sant'Alessi, a sinistra un'alta di muro chiamata la torre di Sant'Anna. Per dare poi maggiore forza a questa parte, principalmente a porta Ceresa, e per impedire soprattutto che il nemico non possa fare un alloggiamento nella penisola del T, furono ordinate alcune trincee con terrati e terrapieni sull'orlo di lei, e nel luogo che chiamano il Migliaretto. Così, oltre le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, nei bastioni di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono tutt'all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee del T e del Migliaretto.Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova,ma più ancora l'aria pestilente, che massimamente ai tempi caldi rende quei luoghi insani per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime, principalmente ai forestieri, non assuefatti alla natura di quel cielo. Non è però che nel complesso delle raccontate fortificazioni non vi sia una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio sono tali, che possano resistere lungo tempo ad un nemico, che validamente e con le debite arti gli oppugnasse; e chi fosse padrone di questi due forti, potrebbe con evidente vantaggio battere il corpo della piazza, più debole assai da questo lato che da quello della palude. Male altresì la cittadella si chiama con questo nome, poichè non è tale nè per la grandezza nè per la fortezza, che il presidio di Mantova vi si possa ricoverare, nel caso in cui non fosse più abile a tenere la città. La parte poi di porta Pradella, che è pure il lato più forte, e con più diligenza munito, una sola difesa esteriore l'assicura; e quest'è un'opera a corno dominata dall'eminenza di Belfiore. Le sole difese del corpo della piazza in questa parte sono il bastione di Sant'Alessi, stimato da tutti fortissimo, e pure troppo più piccolo, che non bisognerebbe per poter essere guernito del numero di difensori e di artiglierìe necessario, e la mezza luna di Pradella. L'uno e l'altra poi non sono coperti, e le loro scarpe s'innalzano tutte sopra l'orizzonte. Oltre a ciò sono congiunti fra di loro per una cortina lunghissima, e perciò male atta ad essere difesa dai fianchi di quei due bastioni. Vero è che per rimediare a questa debolezza, sono statesospinte oltre il pelo della cortina, a guisa di due frecce, i due ridotti di terra Nuovo e del Chiostro; ma questi due ridotti sono e di sito troppo più ristretto e troppo, meno che si converrebbe, sporgenti, e male anco volti rispetto alla cortina da potere e pel numero dei difensori, e per quello delle artiglierìe, e per la direzione dei tiri acconciamente servirle di difesa.Nè maggior fortezza appare nelle mura di Mantova a mano manca di porta Ceresa, andando verso il lago inferiore, perchè quivi, eccettuato un debole torrione a guisa d'orecchione congiunto alla cortina, e tre piccole e basse punte di bastioni, niuna difesa si ritrova. Sapevanselo i Francesi, che prima dell'arrivo di Wurmser, avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era venuto in questa opinione, che in venti giorni di trincea aperta si potesse prender Mantova, ed a questa piazza anteponeva, per la fortezza, quella di Pizzighettone. Aveva anche fatto disegno d'impadronirsene per un assalto notturno ed inopinato con attraversare il lago sopra barche, che a tal uopo aveva fatto apprestare. Avvertiva però, che la riuscita di queste fazioni notturne dipende da un gridare o di cani o di oche. Seguita da tutto ciò, che l'oppugnazione da questa parte non è tanto malagevole, quanto porta la fama.A questo si aggiunge, che quello che a prima vista pare constituire il principale fondamento della difesa, ne fa appunto la debilitazione, e questa cagione sono gli stretti argini per cui il nemicodebbe necessariamente passare per arrivare alla città; imperciocchè siccome i più efficaci mezzi per ritardar le oppugnazioni e per prolungar la difesa delle piazze sono le sortite forti degli assediati, che rovinano le opere degli assedianti, così questi argini, rendendo le sortite più difficili, nuocono alla difesa; perchè dovendo gli assediati uscire, e passare per un luogo certo, stretto e lungo, facile cosa è agli assedianti di scoprirgli, e di combattergli quando escono, ed innanzi che sopraggiungano loro addosso. La quale facilità è anche più grande a Mantova che in altre piazze, a cagione che per le acque del lago possono agevolmente pervenire al campo degli assediatori i rapportatori e le novelle. Questa natura dei luoghi è cagione, che con poche genti si può fare, se non la oppugnazione, almeno l'assedio di Mantova, perchè il nemico, senza che sia in necessità di circuire tutta la piazza, ponendosi solamente, e facendosi forte alle punte dei ponti e degli argini, verrà facilmente a capo di ridurre il presidio alla necessità di capitolare per mancanza di vitto. Quindi è vero quello ch'era solito dire Buonaparte, il quale se n'intendeva, che con settemila soldati se ne possono bloccar dentro Mantova ventimila. Per la qual cosa si vede, che se nuoce agli assaltatori l'aria infetta di miasmi pestiferi, nuoce ai difensori la fame facilmente indotta. Tutti questi accidenti e di sito e di natura e di arte, operarono a vicenda ed efficacemente o negli assedj, o nelle oppugnazioni di Mantova, come si renderà manifesto dal progresso di queste storie.Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già stanca da molte battaglie, e da troppo frequenti vigilie, induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano, rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano Austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di cavallerìa, sortiva spesso, per allungare i pericoli, con grosse cavalcate a foraggiare alla campagna. Il che tanto più facilmente poteva fare, quanto più, essendo tuttavìa padrone della cittadella e di San Giorgio, aveva le uscite spedite, senza essere obbligato di restringere le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente cuocevano a Buonaparte, il quale sapendo, che l'Austria, malgrado delle rotte avute, non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne presto alle strette per aver Mantova in mano sua, innanzichè gli ajuti arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi, andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci, e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè cacciatosi di mezzo con la cavallerìa,e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava, e se non era la trigesimaseconda, valorosissima fra le brigate Francesi, che sostenne l'urto del nemico, sarebbe seguìto qualche grave danno a Buonaparte. Rimasero i Tedeschi in possessione della Favorita e di San Giorgio; Sahuguet fu costretto a tirarsi indietro malconcio, e con le genti sceme pei morti e pei feriti. Ma l'audace Buonaparte non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi viemaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Era il suo fine di tirar Wurmser tanto discosto dal suo sicuro nido, che a lui nascesse la occasione d'impadronirsi improvvisamente di San Giorgio, per vietare all'avversario ogni comodità del paese. Eransi gli Austriaci ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla Favorita: avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori di questi alloggiamenti. Per meglio mandar ad effetto il suo pensiero, aveva Buonaparte comandato ad Augereau, che stanziava a Governolo, salisse per la riva del fiume, ed improvvisamente urtasse il fianco destro dell'inimico. Sahuguet occupava i passi tra la Favorita e San Giorgio; ma non avendo forze bastanti per resistere al nemico potentissimo di cavalli, ordinava a Buonaparte, che a questa schiera si accostasse quella di Pigeon, che veniva da Villanova, perchè dal tagliar la strada fra SanGiorgio e la Favorita dipendeva in gran parte l'esito della fazione. Ma perchè Wurmser, avendo che fare sulla sua fronte, non potesse correre contro le ali dei repubblicani che si avanzavano, imponeva a quel pronto e valoroso Massena, urtasse francamente nel mezzo il sobborgo di San Giorgio. Fu l'industria e la virtù del generale di Francia ajutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di soverchio allargato nella campagna, non fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra i due nominati luoghi, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere con la tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponte, che dal sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero di circa tremila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter dei Francesi i luoghi più opportuni all'ossidione, e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio, e tirato anche dalla necessità, per fuggire le molestie della fame, facesse, per andar a saccomanno, sue sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la campagna, il che rendè in brevetempo le sue condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglie. Già sorgevano segni di mala contentezza, che obbligavano Wurmser a star vigilante così dentro, come fuori. Munivano i Francesi con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.Era Buonaparte d'ingegno vastissimo, e di attività tale, che occupato in imprese di grandissimo momento, non ometteva di condurne al tempo medesimo altre di minore importanza. Perlochè, mentre dall'una parte pensava a tener lontani dall'Italia gli Alemanni, ed a conquistar Mantova, dall'altra non trascurava le cose del Mediterraneo, e principalmente quelle della Corsica. Eransi in quest'isola maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei Francesi in Italia; il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi delle armi si aggiungeva quella, che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Per la qual cosa si vedeva, che se le vittorie di Francia in paesi tanto vicini alla Corsica davano in lei nuovo animo alla parte Francese, l'essere acquistate da Buonaparte le dava un capo e un guidatore valoroso. Questi umori erano anche ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi, e dalle taglie che avevano poste. Quest'erano le cagioni, per cui la parte Francese in Corsica andava ogni dì acquistando nuove forze enuovo ardire, mentre la Inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione; già il dominio d'Inghilterra vi titubava. Accadevano non di rado nelle più interne regioni dell'isola ingiurie e violenze contro il nome e gli uomini Inglesi, e contro coloro che a loro aderivano. Era l'autorità del vicerè ridotta alle terre forti e murate, poste nei luoghi dove poteva avere accesso il forte navilio d'Inghilterra. Queste cose si sapevano da Buouaparte; e siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questo porto agl'Inglesi, ma ancora per movere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo stato a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo d'insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di maggiori sussidj. Era il passaggio di mare assai pericoloso, per le navi Inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi principj crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro ajutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili,uomo d'intera fama, e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano a Livorno, e si ordinavano in compagnìe. Una compagnìa di ducento più attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierìe di montagna, e cannonieri pratichi per governarle. Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferrajo, terra forte, e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di Porto-Ferrajo, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente agl'Inglesi. Il ricercava altresì, mettesse in quel forte un presidio sufficiente ad assicurarlo. Voleva finalmente che si aggiungessero duecento soldati Francesi. Soddisfece alla prima domanda il principe, scambiando il governatore, ma fondandosi sulla neutralità, legge fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì a mandar nuove genti, e molto meno soldati Francesi a Porto-Ferrajo. Si scusò eziandìo allegando, che gl'Inglesi proibivano l'uso del mare, e che perciò non era in suafacoltà, ancorchè volesse, di mandar nuovo presidio in quell'isola. Certamente non si può biasimare Miot dello aver domandato al gran duca quello, che credeva essere sicurtà del suo governo; ma bene gli si può dar carico dello aver usato parole intemperanti parlando della nazione Italiana, quando scrisse, di questo fatto gravemente lamentandosi, a Buonaparte, badasse bene a schivare le minacce vane, principalmente in Italia, dove i popoli accrescevano i mali con la fantasìa, ma tosto trapassavano dal terrore all'insolenza, quando non pruovavano tutto quello che temevano; perchè stava, continuava dicendo Miot, nella natura vendicativa degl'Italiani di veder sempre nei nemici loro la impotenza, non mai la generosità. Quale generosità poi fosse in coloro, che sotto specie di belle parole erano andati ad ingannare ed a spogliare l'Italia, toccherà a Miot lo spiegarlo. Intanto sapranno i posteri come egli parlasse di una nazione illustre, in quel momento stesso in cui ella era miserabil preda di Francesi e di Tedeschi, ridotta per cagione degli uni e degli altri in durissimo servaggio, spogliata de' suoi più preziosi ornamenti, rotta tutta e sanguinosa nelle parti più nobili e più vitali del corpo suo.Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferrajo, che i Francesi a Livorno portato avessero. In tal modo fu trattato Ferdinando di Toscana dai capi di due potenti nazioni; infelice condizione di un principe, che, non avendo armi, volle fondare la propria sicurezza sulla integrità della vita, in tempi in cui ilpiù potere era stimato ragione. S'appresentavano il dì nove luglio gl'Inglesi in cospetto di Porto-Ferrajo, con diciassette bastimenti, che portavano duemila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al governatore, volere occupar Porto-Ferrajo, perchè i Francesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupar anche Porto-Ferrajo; ma non volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.Avute il gran duca queste moleste novelle, comandava al governatore, protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse alla forza. Ma già gl'Inglesi procedendo dalle minaccie ai fatti, erano sbarcati sulle spiagge di Acquaviva, luogo di confine fra lo stato di Toscana e quello di Piombino, e marciando per sentieri montuosi, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferrajo; quivi piantarono una batterìa di cannoni e di obici con le bocche volte contro la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla terra, stavano pronti ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferrajo e i forti per preservargli dai Francesi; porterebbero rispetto alle persone, alle proprietà, alla religione; se n'anderebbero, fatta la pace, o cessato il pericolodell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente, se negasse, per forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far si dovesse, deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza, che si ricevessero gl'Inglesi, ma che si protestasse delle seguenti condizioni: non potessero a modo niuno i Toscani essere sforzati a combattere, se qualche forza nemica si accostasse all'isola, provvedessero gl'Inglesi alla vettovaglia; i soldati nelle case particolari non alloggiassero. Accettate le condizioni, entrarono nella Toscana isola gl'Inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola Capraja, di stato Genovese, meno per sicurezza loro, che per dispetto del senato, contro il quale avevano risentimento, per essersi, come credevano, accostato recentemente alla parte Francese. Acquistate Elba e Capraja, correvano più molesti che prima contro i bastimenti Genovesi, e gli mettevano in preda.In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica perturbata da gravissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte. Bonelli condottosi nell'isola, e spargendo voci di prossimi ajuti, e detestando la superiorità Inglese, e spargendo ogni dove faville d'incendio, e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti vicini a Bastìa ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente, che apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastìa, sendovi ancora presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti,come gli chiamavano, o piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi al nome di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse Bastìa in luogo di città Francese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili, che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti Corsi affinchè, arrivando a Bastìa, ajutasse quel moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta, tanta fu la destrezza di Sapey nel procurare il tragitto malgrado del tempo burrascoso e delle navi Inglesi, in vicinanza del porto; e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. I soldati di Casalta, divenuti forti, occuparono i poggi che dominano Bastìa. Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si arrendessero; quando no, gli fulminerebbe. Sopravvennero intanto le novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome Britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonar quello, che più non potevano conservare; e precipitando gl'indugi dal forte di Bastìa, perchè avevano paura che i Corsi di Casalta, calando dai monti, impedissero loro il ritorno, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi. Nè fu senza danno la ritirata, o piuttosto fuga loro; perchè soppraggiunti per viaggio dai Corsi, meglio di cinquecento restaronocattivi. Perdettero anche i magazzini; dei cannoni alcuni trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli alberi di libertà si piantavano: San Bonifacio, Ajaccio, Calvi chiamavano il nome di Francia. Restava pei patriotti, che si cacciassero gl'Inglesi da San Fiorenzo, dove avevano adunato le maggiori forze, ed anche la fortezza della piazza gli assicurava. Ma il precipizio era tale, che si resisteva senza frutto. Guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastìa a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi repubblicani. Conquistarono sei pezzi di artiglierìa buona e due mortai, che in tanta fretta i vinti non avevano avuto tempo di trasportare: i soldati sezzai vennero in poter del vincitore. Tuttavia l'armata Inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore Corso che gli cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con se nuove armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di Corsica. Arrivatoa Bastìa, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo, con animo di cacciar gl'Inglesi da quel loro ultimo nido di Mortella. Urtava l'oste Britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si ridussero, prestamente camminando, e tutti sanguinosi alle navi. Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde speculando vedeva l'armata Inglese, che continuava a starsene con l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batterìa per fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando tutta l'isola in potestà di coloro, che la vollero restituire all'antica madre di Francia. Si ricoverava Elliot vicerè a Porto-Ferrajo, dolente che quella preda si trasferisse di nuovo nella potenza emola all'Inghilterra. Per cotal modo furono spenti in un giro di pochi mesi un parlamento, un reggimento ordinato, un'autorità di un re della Gran Brettagna. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate isole d'Elba e Capraja, brevissimo frutto di violata neutralità.Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di perdonare. Veniva annunziando, che la generosa Francia perdonava; che mandato per lei espressamente recava a' suoi compatriotti constituzione e libertà; una insolenza insopportabile, proscrizioni, esigli, carceri essere stati i doni dell'Inghilterra; avere l'Inghilterraingannato i Corsi con pretesti di religione, come se la Francia fosse nemica alla religione. A questo eravam serbati, sclamava fortemente Saliceti, di vedere gl'Inglesi divenuti amici, e protettori del papa; non essere la Francia nemica alla religione; solo volere la libertà di ogni culto; vedete, gridava, come i traditori, che all'Inghilterra, quale vil gregge, vi venderono, fuggono; vedete come non osano combattere; vedete come prestamente hanno sgombrato da queste terre, che con la presenza e coi delitti loro han voluto rendere disonorate ed infami; or sen vadano essi pure vagando per istrani lidi con la vergogna, e coi rimorsi compagni, e se qualche traditor resta, punirallo la repubblica: questi svelate, questi punite; con ogni altro vivete come con fratelli: unitevi, affratellatevi; giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno alla monarchìa. Queste incitate parole, che producevano frutti conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle esagerazioni, che della temperanza.

Nondimeno le sorti d'Italia stavano ancora in pendente: Wurmser, nel quale si possono lodare una attività ed un vigor d'animo superiori all'età, aveva raccolto tutte le sue genti, e siapparecchiava ad ingaggiare una nuova battaglia, che doveva por fine a quell'acerbissima contesa, ed a quelle pugne sparse, che da più giorni duravano, più sanguinose che terminative. Aveva un novero di venticinque mila soldati di pruovato valore; gli schierava per forma che la sinistra si appoggiasse all'eminenza di Medolano, che si erge fra Guidizzolo e Castiglione, la destra si distendesse fino a Solfarino. Buonaparte ancor egli aveva fatto opera, che tutti i suoi venissero a congiungersi insieme per sostenere un cimento tanto pericoloso. Già la più gran parte era raccolta fra la terra di Castiglione, e la fronte dei Tedeschi, e per tal modo l'ordinava, che l'ala sinistra guidata da Massena potesse assaltare la destra del nemico, Augereau con la mezzana desse dentro al mezzo, e finalmente Verdier con le fanterìe, e Beaumont coi cavalli urtassero la sinistra. Ma il generale della repubblica, che non aveva usato nel raccorre i suoi la medesima celerità che l'emolo suo, quantunque vecchio, usato aveva; e volendo in giornata di tanta importanza rendere per lui sicuro per tutti i mezzi l'esito del conflitto, aveva comandato alla schiera di Serrurier, che era sotto la cura di Fiorella, e stava alle stanze sulle rive del Po a Bozzolo ed a Marcarìa, camminasse celeremente verso Castiglione, e ferisse di fianco la punta sinistra degl'imperiali. Il quale consiglio fu molto a proposito, come si vedrà dal progresso dei fatti che seguirono. Nè parendo per la sagacità sua a Buonaparte, che questi preparamenti bastassero, s'indirizzava a Lonato per vedere, se fosse possibiledi far venire altre genti da quella terra al tempo principale. Quivi successe un caso molto mirabile, secondochè narrò Buonaparte, e ripeterono tutti gli storici di quei tempi e dei tempi posteriori, e questo fu, che il generale di Francia, andando a Lonato con persuasione di trovarvi i suoi, ed avendo con esso lui solamente una squadra di dodici centinaja di soldati, vi trovasse in vece un corpo Tedesco grosso di quattromila combattenti tra fanti e cavalli con non pochi pezzi di artiglierìa. Era Buonaparte in gravissimo pericolo, e già il comandante Alemanno gl'intimava, si arrendesse. Ma egli, accorgendosi che in accidente tanto improvviso, dove non valeva la forza, l'audacia doveva supplire, al Tedesco con sicuro volto rivoltosi, gli disse, maravigliarsi bene ch'ei tanto presumesse di se medesimo, che si ardisse chiamar a resa Buonaparte vittorioso nel suo principal campo stesso, e cinto da tutto il suo esercito: andasse, e da parte sua al suo generale recasse, che se subito non s'arrendesse, ed in poter suo disarmato non si desse, pagherebbe colla morte il fio di tanta temerità. Erasi, come narrano gli storici, accorto Buonaparte, raccogliendo nella sua mente tutti i fatti di quei giorni, che quella squadra fosse la gente fuggiasca di Desenzano, che, avendo trovato i passi di Salò chiusi da Guyeux, o andasse errando a casa, o si sforzasse di raggiungere il corpo principale di Wurmser. Vogliono che i Tedeschi intimoriti, deposte le armi, si arrendessero a discrezione.

Questo fatto abbellito da graziose parole sirende credibile, se si considera l'audacia Francese, soprattutto quella di Buonaparte, capace di questo, ed anche di molto più; ma si stimerà incredibile, se si pon mente, che qualunque si voglia supporre la bonarietà Tedesca, non può ella però esser tale che scenda all'estremo della semplicità, quale la dimostrerebbe la narrazione di Buonaparte. Pure esso è affermato da tanti storici degni di fede, che noi saremmo disposti a prestarvi credenza, se nell'animo nostro nol rendesse dubbio il considerare, che niuna fama primitiva del medesimo ne suonò a Lonato, che mai non si disse, nè si seppe chi fosse il generale Tedesco che governava la squadra fatta captiva, e il nominarlo avrebbe tolto ogni dubbio; che gli Austriaci in tutte le mosse ed in tutti i combattimenti di quei giorni, non che abbiano mostrato o semplicità, o viltà, diedero segni di somma avvedutezza e di sommo valore; che la colonna ritiratasi a Desenzano dopo l'aspra battaglia di Lonato obbediva ad Ocskai ed al principe di Reuss, l'uno e l'altro soldati da non lasciarsi ingannare nè intimorire così alla prima, e uomini di tal nome, che portava pure il pregio che si nominassero, se in quell'accidente maraviglioso avessero ornato disarmati e vinti il trionfo di Buonaparte; che un grosso di quattromila Austriaci congiunto a quel corpo, che già signore di Ponte-San-Marco, e della strada per a Brescia, non erano tali che non potessero sforzare il passo di Salò, e che avessero paura della piccola quadriglia di Guyeux, che occupava questa terra, considerato massimamente cheuna non debole mano di Tedeschi alloggiava ancora a Gavardo; che finalmente quel correre liberamente la strada da Brescia a Lonato, quell'occupare fortemente quest'ultima terra e quell'intimare così fiero e così replicato a Buonaparte, che si arrendesse, non dimostrano uomini fuggiaschi e timorosi. Certamente o è falsa la dedizione dei Tedeschi, o sono false le circostanze narrate dagli storici. Ma se il fatto è vero, non so come si possa scusare un generalissimo, che dà dentro alla cieca in una schiera nemica tanto grossa, che l'uscirle di mano fu piuttosto cosa miracolosa che maravigliosa. Adunque Buonaparte non aveva spie? adunque non correva la campagna con gli esploratori? adunque viaggiava così alla sicura in un paese, dove le truppe ed Austriache e Francesi, e le zuffe loro erano tanto miste, e verso quella parte, donde sapeva che Quosnadowich voleva sboccare per unirsi con Wurmser? Certamente una tale sicurezza era molto impertinente al tempo presente, e Buonaparte non era uomo da commettere questi errori; perciò si rende molto dubbio il fatto. Che se poi ad ogni modo è vero, dovrassi il capitano di Francia tanto biasimare dell'imprudenza che lo condusse in poter del nemico, quanto lodare dell'audacia con la quale se ne liberò.

Tutte queste fazioni, quantunque di gran momento fossero, non avevano ancora intieramente giudicato la fortuna delle armi fra i due potenti emoli, e restava ancora a determinarsi in una battaglia campale, se le speranze dall'imperatore d'Alemagna poste nella virtù di Wurmser, e tuttoquello sforzo per la ricuperazione d'Italia avessero a riuscire o fruttuosi, o vani. Erasi, come abbiam narrato, il maresciallo Austriaco accampato tra Medolano e Castel Venzago a fronte di Castiglione, tra la quale terra e le sue genti se ne stavano schierati i Francesi. Erano i soldati delle due parti stanchi dai lunghi viaggi e dalle frequenti battaglie, e però, sebbene a fronte gli uni degli altri già si trovassero il giorno quattro agosto, nissun motivo fecero per affrontarsi. Piaceva l'indugio a Buonaparte, perchè attendeva alcune genti fresche, e perchè principalmente sperava che Fiorella, in cui era posta la più forte speranza della vittoria, arrivasse in luogo, donde potesse partecipare al combattimento. La mattina del giorno seguente, appena aggiornava, essendo giunto il tempo, che Buonaparte si era prefisso come conveniente alla sua impresa, e non movendosi gl'imperiali, disposti piuttosto ad aspettare che a dar la carica, comandava ad Augereau, ed a Massena, che assaltassero il nemico; ma essendo suo intento che solo s'ingaggiasse la battaglia, ma non si tentasse perancora di sforzar l'inimico, ordinava loro, che, dato il primo urto, e tosto che gli Austriaci uscissero dal campo per seguitargli, si ritirassero. La cosa successe come il capitano Francese l'aveva ordinata; perchè, non così tosto si era incominciato a menar le mani, gli Alemanni, che si sentivano forti, saltando fuori degli alloggiamenti, urtavano gagliardamente i Francesi, che, fatto un po' di resistenza, per ubbidire ai comandamenti del capitano generale, si tiravano indietro. Dalla quale mossa molto a propositofatta prendendo animo Wurmser, andava distendendo l'ala sua destra verso Castel Venzago con intenzione di circuire la sinistra dei Francesi retta da Massena, e di dar la mano a Quosnadowich, di cui non sapeva le rotte. Quest'era appunto il desiderio di Buonaparte, conciossiachè suo pensiero fosse di urtare piuttosto e sbaragliare la sinistra di Wurmser, perchè conosceva i sinistri casi di Quosnadowich; la fortezza di Peschiera, che era in suo potere, l'assicurava sul suo fianco sinistro, e Fiorella stava in procinto di arrivare sul campo di battaglia contro la punta sinistra dei Tedeschi. A questo fine, mentre Massena ed Augereau sostenevano l'urto degli Austriaci a stanca ed in mezzo, mandava Buonaparte Verdier con un forte polso di granatieri, e con un reggimento di cavallerìa ad assaltare le trincee erette sul colle di Medolano. Ma perchè questo assalto riuscisse meno sanguinoso nel fatto, e più felice nel fine, ordinava che il colonnello Marmont, soldato molto pratico a governar le artiglierìe, posti venti pezzi grossi nella pianura di Medole, fulminasse quel ridotto nemico. Rispondevano furiosamente dal colle di Medolano le artiglierìe Austriache, e ne seguitava un sanguinoso combattimento. In mezzo a tanto rimbombo si faceva avanti con singolar valore Verdier, a cui era compagno Beaumont. Perveniva Verdier al ridotto, e dopo un'asprissima contesa e molto sangue, se ne impadroniva. Al tempo medesimo Beaumont, precipitandosi a corsa verso il villaggio di San Canziano dietro la estremità sinistra degl'imperiali, che già vacillava trovandosispogliata di quel principale fondamento del ridotto, accresceva terrore ai fuggiaschi, e lo dava ai contrastanti. Nè questo bastando a dare l'ultima stretta, arrivava, tanto bene aveva Buonaparte disposte le cose, in questo punto stesso Fiorella coi soldati di Serrurier, che dando dentro incontanente ai nemici, che non se l'aspettavano, gli sforzava a rotta manifesta.

Wurmser per ristorare la battaglia, che era in questo luogo in tanta declinazione, vi mandava in fretta la cavallerìa, che urtando Beaumont e Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto che era giunto il momento di vincere, fe' caricare con tutto lo sforzo di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti, che, rimaste indietro, ora a grado a grado arrivavano. Diventava allora la battaglia generale su tutta la fronte, e se il capitano Francese aveva mostrato, sì prima che nel mentre del fatto, maggior perizia dell'antico capitano dell'Austria, i soldati Austriaci si dimostrarono pari pel valore ai soldati Francesi. Fuvvi che fare assai per questi alla torre di Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino, Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e disordinato a Cavriana. Così tutto l'esercito Alemanno, parte rotto, parte intierosi ritirava al Mincio; il qual fiume prestamente varcato a Valeggio, e la stanchezza dei perseguitatori il preservarono da maggior danno. Questa fu la battaglia di Castiglione combattuta con arte mirabile da Buonaparte, e con gran valore da Augereau. Da questa medesima acquistò poscia quest'ultimo il nome di duca da Buonaparte creatosi imperatore. Scemarono gli Austriaci in questo fatto di meglio di tre mila soldati o morti, o feriti, o prigionieri, di trenta cannoni, di centoventi cassoni, e di munizioni da guerra in proporzione. Non arrivò a mille la perdita dei Francesi; fra loro di soldati di nome mancò il solo generale Frontin. In tutte queste zuffe intricate, miste e sanguinose, che in pochi giorni si attaccarono fra Wurmser, e Buonaparte, piansero i Tedeschi più di ventimila soldati, e circa quattrocento ufficiali. Fecero anche conspicua la vittoria dei repubblicani settanta cannoni presi. Poco meno esiziali furono le armi imperiali ai Francesi, poichè mancarono dalle insegne di Francia meglio di diecimila soldati o morti, o feriti, o caduti in mano degl'Imperiali.

La vittoria di Castiglione, che tanto affliggeva la potenza dell'Austria, poneva di nuovo l'Italia in potestà di Buonaparte: perchè Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria, ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo dell'imperio di quella contrada, destinata oramai ad essere preda dei combattenti, o serva dei vincitori.

Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa vittoria, si risolveva a perseguitarceleremente le reliquie del suo avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto tempo da lui spiegati al direttorio, di volere andar ad assaltare, valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan, che guerreggiavano sul Reno, la potenza dell'Austria. Le fresche vittorie, ed il terrore concetto per loro dai popoli e dai soldati nemici, era occasione favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto passare il Mincio, per vedere quello che preparasse la fortuna sulla sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva trarre furiosamente da Augereau con le artiglierìe contro Valeggio per dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sospintosi avanti per Peschiera tenuta tuttavìa da' suoi, sbaragliava, secondandolo virilmente Victor, Liptay, che fu costretto di ritirarsi a Rivoli. Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo da aspettare a ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena, Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci, che dentro, sebbene in picciol numero, si trovavano, ed in fretta si apprestavano a partire per le rive superiori dell'Adige. Chiedeva Fiorella le si aprissero. Il provveditore Veneto, che temeva che se due nemici tanto sdegnati l'uno contro l'altro, e nel bollor del sangue dei fattirecenti si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande sterminio, rispondeva che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le porte coi cannoni, ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi, e se gli Austriaci fossero stati o più numerosi o più animosi seguiva qualche funesto accidente. Ma i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.

Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati di nuovo i suoi con un manifesto, in cui gli paragonava, certo con ragione pel coraggio, ai soldati di Maratona e di Platea, gli conduceva alle fazioni del Tirolo. Saliva col grosso per le rive dell'Adige, contro Wurmser; Sauret in questo mentre, per ordine suo, camminando all'insù della sponda occidentale del lago, andava a ferire Quosnadowich e il principe di Reuss. Dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo Italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul lago per modo che, abbandonata Rocca d'Anfo e Lodrone, si ritirarono ai luoghi superiori di Arco. Dal canto suo Buonaparte, per opera di Massena e di Augereau, superati, non senza sangue, i siti forti di Corona e di Preabocco, e più su di Ala, di Serravalle e di Mori, mentre Vaubois si alloggiava in Torbole, compariva conmostra vittoriosa in cospetto di Roveredo. I Tedeschi già rotti a Mori, e spaventati da un furioso assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra con andare a posarsi nel sito fortissimo, che chiamano il Castello della Pietra, o di Calliano. Solo passo a questa terra a chi viene di sotto, è una stretta forra, che è serrata a destra da monti inaccessibili, a sinistra dall'Adige. La terra medesima poi distendendosi anch'essa dal monte al fiume, serra il passo, ed appresenta verso la profonda forra un grosso muro merlato, che rende assai facile la difesa. Per questa strettura dovevano passare, e questa muraglia, munita dai Tedeschi di grosse artiglierìe, espugnare i Francesi per andare all'acquisto di Trento. Speravano gl'imperiali, se non di arrestare l'impeto del nemico in questo luogo, almeno di starvi forti tanto, che ogni cosa potessero mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani, capaci a sostenere le battaglie giuste nei luoghi piani, e molto più capaci ancora a far le guerre spedite e spartite dei monti, ebbero assai presto superati tutti gli ostacoli, che e la natura del sito, e l'arte del nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate, con incredibile fatica, alcune artiglierìe in un luogo creduto per lo innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco la stretta, ed i feritori alla leggiera, destrissimi ed animosissimi, come sono ordinariamente i Francesi, arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo diqueste cose, comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro alla forra a precipizio senza trarre, ed assaltassero il castello, che in fine di quella torreggiava. Nè fu meno pronta la esecuzione di quanto fosse risoluto il comandamento; perchè messisi i battaglioni a quello sbaraglio, in meno tempo che uomo non concitato a presti passi farebbe, passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni. Spaventati e rotti i Wurmseriani abbandonarono all'audacissimo nemico non solo la strada, ma anche la forte muraglia, ritirandosi a gran fretta a Trento. Nè credendovisi sicuri, e lasciandolo in balìa di se medesimo, e certa preda ai repubblicani, si ritirarono sulla destra del Lavisio sulla strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo, combattuta il dì quattro settembre, nella quale risplende vieppiù chiaramente il valor dei Francesi, già tanto chiaro per le precedenti fazioni. Perdettero gli Austriaci, con venticinque cannoni, tre in quattro mila soldati morti, feriti, o prigionieri. Dei Francesi pochi mancarono, per la speditezza del fatto.

Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti il cinque settembre, ritiratosene il giorno precedente il vescovo, principe dell'impero germanico, vi entravano i Francesi vittoriosi, prima Massena, poi Vaubois, il quale, non potendo tollerare sotto gli occhi suoi propri i ladronecci di Toscana, e preferendo i pericoli di morte al veder l'infamia, aveva instantemente chiesto di esser mandato al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tostoin sulle lusinghevoli parole, dichiarando, volere, che la città e principato di Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità Tedesca, e posti in libertà. Laonde, cacciati tutti coloro che per parte dell'impero germanico vi tenevano i magistrati, vi surrogava i nativi, con eleggergli tra quelli che erano più avversi al dominio Tedesco, o più amatori del nome Francese, o più zelanti di novità. Del rimanente poco importava al generale della repubblica lo stato dei popoli Trentini: bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da Moreau con questo intento. Certo era, che chiamata a sedizione la Baviera, l'imperatore d'Alemagna sarebbe stato ridotto in estremo pericolo, o costretto ad accettare patti disonorevoli. Questi erano i pensieri ai quali era venuto Buonaparte, per la vastità della sua mente e per lo stimolo delle vittorie.

Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser. Aveva il capitano Austriaco considerato, che Buonaparte si era recato nell'animo, ch'ei fosse per difendere per quei luoghi alpestri con le reliquie de' suoi i passi della Germania. Credeva anzi, che il generale di Francia fosse confidente di venire a capo di questo suo intento; perciocchè si vedeva probabile, che coloro i quali avevano vinto con tanto impeto le strette di Calliano, potrebbero anche facilmente superare gli altri passi del Tirolo. Ma il pratico e tenace Alemanno fece avviso, che quello che combattendo di frontenon avrebbe potuto conseguire, il potrebbe per modo di diversione. Deliberossi adunque con animoso e ben ponderato consiglio di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua presenza inopinata in questa provincia, aggiuntovi qualche rinforzo che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque avesse ad essere o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia, e di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa Germania. Nasce la Brenta poco lontano da Trento, e correndo nel fondo di una valle profonda tra monti aspri e discoscesi, arriva a Bassano, luogo dove incominciano ad aprirsi le dilettevoli pianure del Padovano e del Vicentino. Questa è la strada che conduce da Venezia a Trento per la più diritta, senza passar per Verona. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi in Bassano con gli ajuti, che venuti dal Norico sotto la condotta dei generali Mitruski e Hohenzollern si erano ridotti ad aspettarlo in quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Della prima opinione non s'ingannava Wurmser, perchè effettivamente Buonaparte,abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso l'Italia; ma bene non prese la via dell'Adige, anzi, sprolungata la destra de' suoi per la valle medesima della Brenta, seguitava frettolosamente, divallandosi ancor esso, le genti Alemanne. Erano guidatori principali di questi presti soldati, secondo il solito, quei due folgori di guerra Massena e Augereau. Questa deliberazione fece Buonaparte per interrompere a Wurmser ogni comunicazione coi corpi che lasciava ai luoghi più alti del Tirolo, e perchè non altra speranza di salute restasse al capitano dell'imperatore, se non quella o di ritirarsi più che di passo alle montagne donde sorge la Piave, o di far opera di condursi a Mantova. Marciarono tanto speditamente i repubblicani, che giunsero gl'imperiali a Primolano, e gli vinsero con presa di molti soldati, non però di quattromila, come fu scritto, che è un'amplificazione di parole molto evidente. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pei Francesi. Già quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano, dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra. Massena a destra, e tosto il ruppero, avendo fatto, in ciò dissimile da se medesimo, invalida difesa, con grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i Francesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque,velocemente marciando, e velocemente ancora seguitato dai repubblicani, passava l'Adige a Porto-Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, ed entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatta sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.

Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia, e del poderoso esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la Francia, ne pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che l'aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente espugnare, nè l'imperator d'Alemagna era tale, che non fosse per fare un nuovo sforzo per riconquistar le rive tanto infelicemente feconde dell'Adda, del Ticino e del Po.

Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume Mincio, calandosi da Goito in una gran fondura, forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due ponti, dei quali il superiore, da presso a porta Molina dipartendosi, dove sono i molini dei dodici apostoli, dà l'adito dalla città alla cittadella posta a tramontana; l'inferiore apre il varco dalla porta di San Giorgio al sobborgo di questo nome situato a levante. La prima parte del lago tra la bocca del fiume, dove entra nel lago medesimo, ed il superior ponte frapposta, chiamasi col nome di lago superiore; la seconda rinchiusa fra i due ponti, con quello di lago di mezzo; e finalmente quella parte che dal ponte inferiore partendo, insino all'emissario si distende, col nomedi lago inferiore si appella. Nè tutta la città è circondata da acque libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti, o di poche acque velati, ma limacciosi tutti, ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è la palude, che si dilata, e circuisce le mura, cominciando da porta Pradella, per cui si ha la via a Bozzolo ed a Cremona, insino a porta Ceresa, per cui si va alla strada di Modena. Così girando da porta Pradella per tramontana e levante fino a porta Ceresa, è Mantova bagnata dalle acque dei tre laghi; e dando la volta dalla medesima porta Pradella per Ponente ed Ostro fino a porta Ceresa, è circondata da un profondo ed instabile marese, eccettuata una parte di terreno più sodo situata a guisa di penisola da porta Postierla a porta Ceresa. Quivi sorge il castello del T, così chiamato, perchè per singolar guisa d'architettura ha forma di questa lettera dell'alfabeto. Si ammirano in lui quelle belle pitture a fresco, che rappresentano la battaglia di Giove e dei Titani, opera tanto celebrata di Giulio Romeno, nativo di Mantova. Questa penisola si congiunge al corpo della città per parecchi ponti: ma i principali aditi alla campagna si aprono pei due suddetti ponti della cittadella, e di San Giorgio, e per mezzo degli argini, che partendo dalle porte Pradella e Ceresa, ed attraversando la palude, menano i viandanti all'aperto. Oltre le anzidette porte sonvene alcune altre minori, o piuttosto uscite che porte, le quali danno sul lago, e sono quelle della Catena, della Pomponassa,di San Niccolò, degli Ebrei, d'Ozzolo, di San Giovanni e del Filatojo. Ma siccome la palude a nissun modo varcabile è difesa più forte del lago, che con le barche si può passare, così per assicurare la piazza là dove guarda il lago, fu eretta a tramontana la cittadella, che chiude il passo a chi venisse da Verona, ed il forte San Giorgio a levante contro chi volesse andar contro alla terra, procedendo da Portolegnago e da Castellara. Non ostante, parti pericolose erano le due estremità della palude, perchè là sono gli argini che accennano alle due porte principali per la via di terra, cioè Pradella e Ceresa. Per questa cagione furono affortificate con bastioni, e con altre opere di difesa. Nè fu lasciata senza munizioni la porta Postierla, la quale, avvegnachè si apra quasi nel mezzo di una cortina, ha per difesa a destra il forte bastione di Sant'Alessi, a sinistra un'alta di muro chiamata la torre di Sant'Anna. Per dare poi maggiore forza a questa parte, principalmente a porta Ceresa, e per impedire soprattutto che il nemico non possa fare un alloggiamento nella penisola del T, furono ordinate alcune trincee con terrati e terrapieni sull'orlo di lei, e nel luogo che chiamano il Migliaretto. Così, oltre le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, nei bastioni di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono tutt'all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee del T e del Migliaretto.

Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova,ma più ancora l'aria pestilente, che massimamente ai tempi caldi rende quei luoghi insani per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime, principalmente ai forestieri, non assuefatti alla natura di quel cielo. Non è però che nel complesso delle raccontate fortificazioni non vi sia una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio sono tali, che possano resistere lungo tempo ad un nemico, che validamente e con le debite arti gli oppugnasse; e chi fosse padrone di questi due forti, potrebbe con evidente vantaggio battere il corpo della piazza, più debole assai da questo lato che da quello della palude. Male altresì la cittadella si chiama con questo nome, poichè non è tale nè per la grandezza nè per la fortezza, che il presidio di Mantova vi si possa ricoverare, nel caso in cui non fosse più abile a tenere la città. La parte poi di porta Pradella, che è pure il lato più forte, e con più diligenza munito, una sola difesa esteriore l'assicura; e quest'è un'opera a corno dominata dall'eminenza di Belfiore. Le sole difese del corpo della piazza in questa parte sono il bastione di Sant'Alessi, stimato da tutti fortissimo, e pure troppo più piccolo, che non bisognerebbe per poter essere guernito del numero di difensori e di artiglierìe necessario, e la mezza luna di Pradella. L'uno e l'altra poi non sono coperti, e le loro scarpe s'innalzano tutte sopra l'orizzonte. Oltre a ciò sono congiunti fra di loro per una cortina lunghissima, e perciò male atta ad essere difesa dai fianchi di quei due bastioni. Vero è che per rimediare a questa debolezza, sono statesospinte oltre il pelo della cortina, a guisa di due frecce, i due ridotti di terra Nuovo e del Chiostro; ma questi due ridotti sono e di sito troppo più ristretto e troppo, meno che si converrebbe, sporgenti, e male anco volti rispetto alla cortina da potere e pel numero dei difensori, e per quello delle artiglierìe, e per la direzione dei tiri acconciamente servirle di difesa.

Nè maggior fortezza appare nelle mura di Mantova a mano manca di porta Ceresa, andando verso il lago inferiore, perchè quivi, eccettuato un debole torrione a guisa d'orecchione congiunto alla cortina, e tre piccole e basse punte di bastioni, niuna difesa si ritrova. Sapevanselo i Francesi, che prima dell'arrivo di Wurmser, avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era venuto in questa opinione, che in venti giorni di trincea aperta si potesse prender Mantova, ed a questa piazza anteponeva, per la fortezza, quella di Pizzighettone. Aveva anche fatto disegno d'impadronirsene per un assalto notturno ed inopinato con attraversare il lago sopra barche, che a tal uopo aveva fatto apprestare. Avvertiva però, che la riuscita di queste fazioni notturne dipende da un gridare o di cani o di oche. Seguita da tutto ciò, che l'oppugnazione da questa parte non è tanto malagevole, quanto porta la fama.

A questo si aggiunge, che quello che a prima vista pare constituire il principale fondamento della difesa, ne fa appunto la debilitazione, e questa cagione sono gli stretti argini per cui il nemicodebbe necessariamente passare per arrivare alla città; imperciocchè siccome i più efficaci mezzi per ritardar le oppugnazioni e per prolungar la difesa delle piazze sono le sortite forti degli assediati, che rovinano le opere degli assedianti, così questi argini, rendendo le sortite più difficili, nuocono alla difesa; perchè dovendo gli assediati uscire, e passare per un luogo certo, stretto e lungo, facile cosa è agli assedianti di scoprirgli, e di combattergli quando escono, ed innanzi che sopraggiungano loro addosso. La quale facilità è anche più grande a Mantova che in altre piazze, a cagione che per le acque del lago possono agevolmente pervenire al campo degli assediatori i rapportatori e le novelle. Questa natura dei luoghi è cagione, che con poche genti si può fare, se non la oppugnazione, almeno l'assedio di Mantova, perchè il nemico, senza che sia in necessità di circuire tutta la piazza, ponendosi solamente, e facendosi forte alle punte dei ponti e degli argini, verrà facilmente a capo di ridurre il presidio alla necessità di capitolare per mancanza di vitto. Quindi è vero quello ch'era solito dire Buonaparte, il quale se n'intendeva, che con settemila soldati se ne possono bloccar dentro Mantova ventimila. Per la qual cosa si vede, che se nuoce agli assaltatori l'aria infetta di miasmi pestiferi, nuoce ai difensori la fame facilmente indotta. Tutti questi accidenti e di sito e di natura e di arte, operarono a vicenda ed efficacemente o negli assedj, o nelle oppugnazioni di Mantova, come si renderà manifesto dal progresso di queste storie.

Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già stanca da molte battaglie, e da troppo frequenti vigilie, induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano, rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano Austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di cavallerìa, sortiva spesso, per allungare i pericoli, con grosse cavalcate a foraggiare alla campagna. Il che tanto più facilmente poteva fare, quanto più, essendo tuttavìa padrone della cittadella e di San Giorgio, aveva le uscite spedite, senza essere obbligato di restringere le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente cuocevano a Buonaparte, il quale sapendo, che l'Austria, malgrado delle rotte avute, non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne presto alle strette per aver Mantova in mano sua, innanzichè gli ajuti arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi, andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci, e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè cacciatosi di mezzo con la cavallerìa,e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava, e se non era la trigesimaseconda, valorosissima fra le brigate Francesi, che sostenne l'urto del nemico, sarebbe seguìto qualche grave danno a Buonaparte. Rimasero i Tedeschi in possessione della Favorita e di San Giorgio; Sahuguet fu costretto a tirarsi indietro malconcio, e con le genti sceme pei morti e pei feriti. Ma l'audace Buonaparte non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi viemaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Era il suo fine di tirar Wurmser tanto discosto dal suo sicuro nido, che a lui nascesse la occasione d'impadronirsi improvvisamente di San Giorgio, per vietare all'avversario ogni comodità del paese. Eransi gli Austriaci ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla Favorita: avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori di questi alloggiamenti. Per meglio mandar ad effetto il suo pensiero, aveva Buonaparte comandato ad Augereau, che stanziava a Governolo, salisse per la riva del fiume, ed improvvisamente urtasse il fianco destro dell'inimico. Sahuguet occupava i passi tra la Favorita e San Giorgio; ma non avendo forze bastanti per resistere al nemico potentissimo di cavalli, ordinava a Buonaparte, che a questa schiera si accostasse quella di Pigeon, che veniva da Villanova, perchè dal tagliar la strada fra SanGiorgio e la Favorita dipendeva in gran parte l'esito della fazione. Ma perchè Wurmser, avendo che fare sulla sua fronte, non potesse correre contro le ali dei repubblicani che si avanzavano, imponeva a quel pronto e valoroso Massena, urtasse francamente nel mezzo il sobborgo di San Giorgio. Fu l'industria e la virtù del generale di Francia ajutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di soverchio allargato nella campagna, non fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra i due nominati luoghi, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere con la tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponte, che dal sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero di circa tremila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter dei Francesi i luoghi più opportuni all'ossidione, e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio, e tirato anche dalla necessità, per fuggire le molestie della fame, facesse, per andar a saccomanno, sue sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la campagna, il che rendè in brevetempo le sue condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglie. Già sorgevano segni di mala contentezza, che obbligavano Wurmser a star vigilante così dentro, come fuori. Munivano i Francesi con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.

Era Buonaparte d'ingegno vastissimo, e di attività tale, che occupato in imprese di grandissimo momento, non ometteva di condurne al tempo medesimo altre di minore importanza. Perlochè, mentre dall'una parte pensava a tener lontani dall'Italia gli Alemanni, ed a conquistar Mantova, dall'altra non trascurava le cose del Mediterraneo, e principalmente quelle della Corsica. Eransi in quest'isola maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei Francesi in Italia; il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi delle armi si aggiungeva quella, che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Per la qual cosa si vedeva, che se le vittorie di Francia in paesi tanto vicini alla Corsica davano in lei nuovo animo alla parte Francese, l'essere acquistate da Buonaparte le dava un capo e un guidatore valoroso. Questi umori erano anche ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi, e dalle taglie che avevano poste. Quest'erano le cagioni, per cui la parte Francese in Corsica andava ogni dì acquistando nuove forze enuovo ardire, mentre la Inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione; già il dominio d'Inghilterra vi titubava. Accadevano non di rado nelle più interne regioni dell'isola ingiurie e violenze contro il nome e gli uomini Inglesi, e contro coloro che a loro aderivano. Era l'autorità del vicerè ridotta alle terre forti e murate, poste nei luoghi dove poteva avere accesso il forte navilio d'Inghilterra. Queste cose si sapevano da Buouaparte; e siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questo porto agl'Inglesi, ma ancora per movere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo stato a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo d'insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di maggiori sussidj. Era il passaggio di mare assai pericoloso, per le navi Inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi principj crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro ajutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili,uomo d'intera fama, e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano a Livorno, e si ordinavano in compagnìe. Una compagnìa di ducento più attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierìe di montagna, e cannonieri pratichi per governarle. Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.

Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferrajo, terra forte, e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di Porto-Ferrajo, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente agl'Inglesi. Il ricercava altresì, mettesse in quel forte un presidio sufficiente ad assicurarlo. Voleva finalmente che si aggiungessero duecento soldati Francesi. Soddisfece alla prima domanda il principe, scambiando il governatore, ma fondandosi sulla neutralità, legge fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì a mandar nuove genti, e molto meno soldati Francesi a Porto-Ferrajo. Si scusò eziandìo allegando, che gl'Inglesi proibivano l'uso del mare, e che perciò non era in suafacoltà, ancorchè volesse, di mandar nuovo presidio in quell'isola. Certamente non si può biasimare Miot dello aver domandato al gran duca quello, che credeva essere sicurtà del suo governo; ma bene gli si può dar carico dello aver usato parole intemperanti parlando della nazione Italiana, quando scrisse, di questo fatto gravemente lamentandosi, a Buonaparte, badasse bene a schivare le minacce vane, principalmente in Italia, dove i popoli accrescevano i mali con la fantasìa, ma tosto trapassavano dal terrore all'insolenza, quando non pruovavano tutto quello che temevano; perchè stava, continuava dicendo Miot, nella natura vendicativa degl'Italiani di veder sempre nei nemici loro la impotenza, non mai la generosità. Quale generosità poi fosse in coloro, che sotto specie di belle parole erano andati ad ingannare ed a spogliare l'Italia, toccherà a Miot lo spiegarlo. Intanto sapranno i posteri come egli parlasse di una nazione illustre, in quel momento stesso in cui ella era miserabil preda di Francesi e di Tedeschi, ridotta per cagione degli uni e degli altri in durissimo servaggio, spogliata de' suoi più preziosi ornamenti, rotta tutta e sanguinosa nelle parti più nobili e più vitali del corpo suo.

Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferrajo, che i Francesi a Livorno portato avessero. In tal modo fu trattato Ferdinando di Toscana dai capi di due potenti nazioni; infelice condizione di un principe, che, non avendo armi, volle fondare la propria sicurezza sulla integrità della vita, in tempi in cui ilpiù potere era stimato ragione. S'appresentavano il dì nove luglio gl'Inglesi in cospetto di Porto-Ferrajo, con diciassette bastimenti, che portavano duemila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al governatore, volere occupar Porto-Ferrajo, perchè i Francesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupar anche Porto-Ferrajo; ma non volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.

Avute il gran duca queste moleste novelle, comandava al governatore, protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse alla forza. Ma già gl'Inglesi procedendo dalle minaccie ai fatti, erano sbarcati sulle spiagge di Acquaviva, luogo di confine fra lo stato di Toscana e quello di Piombino, e marciando per sentieri montuosi, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferrajo; quivi piantarono una batterìa di cannoni e di obici con le bocche volte contro la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla terra, stavano pronti ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferrajo e i forti per preservargli dai Francesi; porterebbero rispetto alle persone, alle proprietà, alla religione; se n'anderebbero, fatta la pace, o cessato il pericolodell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente, se negasse, per forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far si dovesse, deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza, che si ricevessero gl'Inglesi, ma che si protestasse delle seguenti condizioni: non potessero a modo niuno i Toscani essere sforzati a combattere, se qualche forza nemica si accostasse all'isola, provvedessero gl'Inglesi alla vettovaglia; i soldati nelle case particolari non alloggiassero. Accettate le condizioni, entrarono nella Toscana isola gl'Inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola Capraja, di stato Genovese, meno per sicurezza loro, che per dispetto del senato, contro il quale avevano risentimento, per essersi, come credevano, accostato recentemente alla parte Francese. Acquistate Elba e Capraja, correvano più molesti che prima contro i bastimenti Genovesi, e gli mettevano in preda.

In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica perturbata da gravissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte. Bonelli condottosi nell'isola, e spargendo voci di prossimi ajuti, e detestando la superiorità Inglese, e spargendo ogni dove faville d'incendio, e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti vicini a Bastìa ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente, che apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastìa, sendovi ancora presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti,come gli chiamavano, o piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi al nome di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse Bastìa in luogo di città Francese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili, che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti Corsi affinchè, arrivando a Bastìa, ajutasse quel moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta, tanta fu la destrezza di Sapey nel procurare il tragitto malgrado del tempo burrascoso e delle navi Inglesi, in vicinanza del porto; e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. I soldati di Casalta, divenuti forti, occuparono i poggi che dominano Bastìa. Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si arrendessero; quando no, gli fulminerebbe. Sopravvennero intanto le novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome Britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonar quello, che più non potevano conservare; e precipitando gl'indugi dal forte di Bastìa, perchè avevano paura che i Corsi di Casalta, calando dai monti, impedissero loro il ritorno, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi. Nè fu senza danno la ritirata, o piuttosto fuga loro; perchè soppraggiunti per viaggio dai Corsi, meglio di cinquecento restaronocattivi. Perdettero anche i magazzini; dei cannoni alcuni trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli alberi di libertà si piantavano: San Bonifacio, Ajaccio, Calvi chiamavano il nome di Francia. Restava pei patriotti, che si cacciassero gl'Inglesi da San Fiorenzo, dove avevano adunato le maggiori forze, ed anche la fortezza della piazza gli assicurava. Ma il precipizio era tale, che si resisteva senza frutto. Guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastìa a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi repubblicani. Conquistarono sei pezzi di artiglierìa buona e due mortai, che in tanta fretta i vinti non avevano avuto tempo di trasportare: i soldati sezzai vennero in poter del vincitore. Tuttavia l'armata Inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore Corso che gli cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con se nuove armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di Corsica. Arrivatoa Bastìa, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo, con animo di cacciar gl'Inglesi da quel loro ultimo nido di Mortella. Urtava l'oste Britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si ridussero, prestamente camminando, e tutti sanguinosi alle navi. Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde speculando vedeva l'armata Inglese, che continuava a starsene con l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batterìa per fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando tutta l'isola in potestà di coloro, che la vollero restituire all'antica madre di Francia. Si ricoverava Elliot vicerè a Porto-Ferrajo, dolente che quella preda si trasferisse di nuovo nella potenza emola all'Inghilterra. Per cotal modo furono spenti in un giro di pochi mesi un parlamento, un reggimento ordinato, un'autorità di un re della Gran Brettagna. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate isole d'Elba e Capraja, brevissimo frutto di violata neutralità.

Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di perdonare. Veniva annunziando, che la generosa Francia perdonava; che mandato per lei espressamente recava a' suoi compatriotti constituzione e libertà; una insolenza insopportabile, proscrizioni, esigli, carceri essere stati i doni dell'Inghilterra; avere l'Inghilterraingannato i Corsi con pretesti di religione, come se la Francia fosse nemica alla religione. A questo eravam serbati, sclamava fortemente Saliceti, di vedere gl'Inglesi divenuti amici, e protettori del papa; non essere la Francia nemica alla religione; solo volere la libertà di ogni culto; vedete, gridava, come i traditori, che all'Inghilterra, quale vil gregge, vi venderono, fuggono; vedete come non osano combattere; vedete come prestamente hanno sgombrato da queste terre, che con la presenza e coi delitti loro han voluto rendere disonorate ed infami; or sen vadano essi pure vagando per istrani lidi con la vergogna, e coi rimorsi compagni, e se qualche traditor resta, punirallo la repubblica: questi svelate, questi punite; con ogni altro vivete come con fratelli: unitevi, affratellatevi; giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno alla monarchìa. Queste incitate parole, che producevano frutti conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle esagerazioni, che della temperanza.


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