S'avvicinava il giorno, in cui doveva definirsi a chi dei due possenti nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi Buonaparte a tante infelici pruove, e persuaso finalmente, che l'assaltar di fronte il ponte di Arcole era uno sparger sangue dei migliori soldati senza frutto, aveva abbracciato quelle risoluzioni, che sole potevano dargli la vittoria; poichè usando l'oscurità della notte, e la cessazione delle armi, aveva fatto dar opera allo edificar del ponte con cavalletti, ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però la mattina dei diciassette, come prima incominciava ad aggiornare, erano usciti da Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige, e d'impedire che il nemico passasse di nuovo pel ponte di Ronco dalla destra sulla sinistra del fiume. A ciòdava loro maggiore speranza un accidente fortuito, perchè una barca del ponte di Ronco improvvisamente si era affondata. Ma le artiglierìe francesi trassero sì aggiustatamente dalla riva destra, che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di conservar la duodecima, e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia terminativa: il maggior numero delle genti, e l'esito delle precedenti fazioni facevano i Tedeschi confidentissimi: il nuovo ordine dell'assalto, l'avere facoltà di passare sulla sinistra dell'Alpone, il presidio di Legnago, che già si approssimava, ed il valore di tanti soldati agguerriti mettevano i Francesi in isperanza di diventar possessori della vittoria.Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte; conciossiachè Massena con piccola parte della sua schiera marciava contro Porcile per operare, che Provera non isboccasse da questo lato; si accostava con la restante ad Arcole per aiutare l'opera della sessagesimaquinta, in faccia al ponte d'Arcole, e della trigesimaseconda, che sotto la condotta di Gardanne si era alloggiata in un bosco vicino all'argine. Era il fine di questi ordinamenti l'impedire, che i Tedeschi non potessero condurre a mal partito le genti repubblicane poste sulla destra dell'Alpone, e non s'impadronissero del passo di Ronco. Ma lo sforzo principale doveva farsi da Augereau, che, passato l'Alpone sul ponte construtto la notte, si avventerebbe, secondato dal presidio di Legnago, contro Arcole da quella parte, dove meno era difendevole. Le cose succedevano come il generaleFrancese le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesimaquinta condotta da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi insino al ponte di Arcole. Ma gl'imperiali, sboccandone di nuovo più grossi, si scagliavano con tanto impeto contro di lui, che non solo fu risospinta sin là donde si era mossa, ma disordinatamente fuggendo già aveva dato indietro sino al ponte di Ronco. Fu percosso con grave ferita in questo fatto Robert. Seguitavano i Tedeschi questa parte dei Francesi, che fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi, ed usargli con vigore, compariva improvviso sulla destra loro, la diciottesima gli percuoteva di fronte, Gardanne uscito dall'agguato gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinavano la schiera Tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio delle artiglierìe, e dell'archibuserìa di Francia. Morirono in quest'abbattimento, del quale la principal lode si debbe a Massena, quantità grande di buoni soldati Tedeschi; circa tre mila vennero in poter dei repubblicani.Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau, che, varcato il nuovo ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone. Nè era facile a Buonaparte di sforzarlo, perchè il Tedesco aveva con lui il miglior nervo delle sue genti, ela sua destra si appoggiava ad una palude, mentre la sinistra era assicurata da luoghi anche pantanosi, e da una fiorita cavallerìa. Durava la battaglia già buon tempo con esito incerto, quando, siccome narrano, sovvenne a Buonaparte uno stratagemma, e fu di mandare una compagnìa di soldati a cavallo, acciocchè girando velocemente dietro il fianco degli Austriaci, andasse a romoreggiar loro alle spalle con le trombe, e con quel maggiore strepito che potesse. Scrivono, che questo carico fu dato dal generale Francese ad un luogotenente Ercole, e che Ercole lo condusse a fine con quella celerità ed avvedutezza, che meglio si potevano desiderare. Certo è bene che, o che il romore improvviso di questo Ercole, od il presidio di Legnago, che già uscendo dalla vicina terra di San Gregorio incominciava a tempestare sul sinistro fianco, ed alle spalle dei Tedeschi, o finalmente la vittoria avuta da Massena contro il destro, sel facessero, gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i Francesi il tanto combattuto Arcole, e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino. Lasciava, ovunque passava, ogni più sfrenato eccesso commettendo i suoi soldati, funesti vestigi sui desolati paesi. Poco meno di tremila Tedeschi furono uccisi nella giornata di Arcole, circa cinque mila prigionieri, tra i quali sessanta ufficiali, diciotto pezzi d'artiglieria, e quattro insegne ornarono il trionfo dei vincitori.Grave esser stata la perdita dei Francesi nissuno potrà dubitare, considerando le spesse ed aspre battaglie, ed i mortali ributtamenti, massime il silenzio del generale repubblicano in questa parte. Ma la vittoria intiera, la mantenuta fama, la conservata Italia, l'aver superato con un esercito vinto e minore, un esercito vincitore e più grosso, l'aver impedito la congiunzione dei due eserciti Tedeschi, l'aver fatto passaggio, per mezzo di una mossa maravigliosa, da una condizione quasi disperata ad una condizione prosperissima, e finalmente la presa di Mantova, che già si vedeva sicura per Francia, di gran lunga compensarono i sopportati danneggiamenti.La battaglia di Arcole, che finchè saranno in onore presso agli uomini il valore e la scienza militare, sarà celebratissima, e stimata uno dei più esimj fatti di guerra, che dalle storie siano tramandati ai posteri, pose per allora in sicuro la fortuna Francese in Italia. Aveva bene Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in cui Buonaparte vinceva ad Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona poscia da Rivoli, e ridotto in potestà sua il posto importante della Chiusa. Aveva bene anche scacciato Vaubois medesimo dai monti di Campara con presa di undici cannoni, e di due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e Lavalette; finalmente aveva bene altresì, seguitando il corso della fortuna prospera, occupato Bussolengo, e distendendosi sulla sinistra insino a Castelnuovo, e sulla destra insino in prossimità di Peschiera, minacciato di riuscire alle spalle di Verona, e di correre al riscatto diMantova. Ma quello, che sarebbe stato fatale ai Francesi, se fosse stato effettuato cinque o sei giorni avanti, non poteva partorire, se non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo tempo. Il che fa vedere, quanto sia stato funesto alla casa d'Austria, e disonorevole, per non dire colpevole, a Davidowich l'avere soprastato, e consumato invano tutto il tempo utile alle stanze di Roveredo. Non arrivò alle sponde del Mincio, quando era il tempo di arrivarvi, e vi arrivò, quando non era più il tempo. Così piuttosto agli errori de' suoi capitani che alla natura dei soldati restò l'Austria obbligata delle rotte sofferte, e della perduta Italia.Non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole, che si rivoltava con le sue schiere vincitrici contro Davidowich, e trovatolo a Campara lo debellava. Vero è però, che il Tedesco, avendo avuto avviso della calamità di Arcole, stimandosi, come era realmente, impotente al resistere, ebbe combattuto rimessamente, e solo per dar tempo agl'impedimenti di condursi in salvo. Poi vieppiù tirandosi all'insu, si conduceva prima a Dolce, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Francesi, che lo danneggiarono nella retroguardia. Nè fuvvi in questa ritirata cosa notabile, se non che una squadra di otto cento Alemanni governati dal colonnello Lusignano, tanto trattenne, valorosamente combattendo, Augereau, che con ottimo intendimento era partito da Verona per riuscire, valicando i monti della Mallara, alle spalle di Davidowich, prima che fosse giunto ad Ala, che rendè vano il disegno dei repubblicani. Essendodiventati novellamente i Francesi padroni di tutto il Veronese, e la stagione correndo molto sinistra, condussero i due avversari i soldati loro alle stanze. Fermossi Davidowich in Ala, Alvinzi in Bassano, con la vanguardia a Vicenza ed a Padova, ed il grosso sulle rive della Brenta. Si avvisò anche di alloggiare un grosso a Primolano per aver in tal modo più vicina, e più spedita la via di comunicare, pel corso della Brenta, con Davidowich. Stanziò Buonaparte nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo di Mantova per istringere viemaggiormente l'assedio della piazza, che, siccome priva dell'ajuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venire in sua possanza.Gli Alemanni, ancora quando fossero respinti, non erano però rotti, e se molti buoni soldati erano morti, grave danno avevano anche patito i Francesi; le fazioni di Caldiero, e le vittorie conseguite da Davidowich nello scendere dal Tirolo compensavano le perdite fatte nella battaglia di Arcole. Si vedeva manifestamente, che, ove Alvinzi si fosse riforzato per nuovi ajuti venuti dagli stati ereditarj, sarebbe di nuovo in grado di uscire alla campagna, e di ritentar la fortuna delle armi: di nuovo le Austriache sorti potevano risorgere. Sapeva queste cose Buonaparte; perciò continuamente rappresentava al direttorio, avere bisogno di nuovi soldati, e tosto gli mandassero se a loro stavano a cuore la fama, e la potenza acquistata nelle contrade Italiche.Mandava apportatore delle felicissime novellea Parigi Lemarrois, suo ajutante di campo. Appresentava le conquistate insegne al direttorio; i segni delle avute vittorie tanto più volentieri furono veduti, quanto maggiore era stata la sollevazione degli animi all'apparato Austriaco. Le lodi del capitano invitto, e dell'esercito Italico andavano al cielo.Decretava la repubblica, le repubblicane bandiere portate da Augereau e da Buonaparte contro gli Alemanni nella battaglia di Arcole, a loro in nazionale ricompensa si donassero. Bene considerato certamente fu questo decreto in quel che diceva, ma non in quel che taceva, perchè Massena aveva vinto gran parte della battaglia.Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose d'Italia. Perochè e le sue genti erano tuttavia quasi intiere, e la divozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si pensava, potuto aprire il varco.Nasceva altresì la sicurezza dell'Austria dalla risoluzione del pontefice di volere piuttosto incontrare una guerra pericolosa, che accettare condizioni inonorate, e contrarie, siccome credeva, alla purità della fede. Pareva, che l'autorità ed il pericolo della santa sede avessero a muovere gl'Italiani, ove l'Austria apparisse di nuovo grossa in Italia, e qualche vittoria l'assicurasse. Non si dubitava poi che se la fortuna voltasse il viso più benigno a coloro, ai quali fino allora era stata avversa, Napoli non fosse per mutarfede, per la grande entratura che avevano gl'Inglesi in quella corte. Le quali cose molto bene considerate e ponderate dall'Austria, la confortarono a fare un nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi, e l'averla, o non averla era per ambe le parti l'importanza della guerra. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni dubbio; perchè non perdutosi d'animo all'esito infelice delle battaglie d'Alvinzi, tanta era la costanza di questo vecchio, nè alle malattie che infierivano in mezzo a' suoi soldati, nè alle tante morti che gli avevano scemati, si deliberava di trovar modo per qualche improvvisa sortita a procurare a se nuova vettovaglia. Assaltava i giorni diecinove, e ventitre novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio, ed alla Favorita, ed avendogli fatti piegare, predava, ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di viveri. Avendo poi avuto avviso, che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Francesi, usciva nuovamente molto grosso gli undici, e quattordici decembre, e le predava; prezioso sussidio alle sue affamate genti. Oltre le munizioni conquistate, la sortita di Wurmser per la porta Pradella cagionava non poco danno alle trincee fatte dai Francesi.Erasi intanto Alvinzi condotto in Tirolo per consultare con Davidowich sulle faccende comuni, e per fermare i consigli sull'indirizzo a darsi alle nuove armi, che si preparavano. Poco dopo Davidowich, la cui tardità era gravemente spiaciutaall'Imperatore, fu richiamato, ed ebbe lo scambio nel principe di Reuss, capitano pratico dei luoghi, avendo pochi mesi innanzi guerreggiato, non senza lode, con Quosnadowich sulle spiaggie del lago di Garda. Deliberava Alvinzi, al quale l'imperatore serbava fede malgrado dell'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta di Arcole, che il principale nervo si muovesse, ed il principale sforzo si facesse dal Tirolo, calando per le rive dell'Adige; alla quale deliberazione si era accostato per la difficoltà incontrata di passare questo grosso fiume a Verona. Aveva argomentato, che venendo dal Tirolo, si trovava a campeggiare naturalmente tra l'Adige e il Mincio, ed in grado di correre senza impedimento di fiumi al soccorso della città assediata. Aveva poi ordinato, che la parte di mezzo condotta da Quosnadowich si pruoverrebbe, percotendo verso Verona, di congiungersi con la destra, che era la più grossa, e veniva dal Tirolo, e che al tempo stesso la sinistra guidata da Provera si sforzerebbe di passar l'Adige verso Porto-Legnago. Ma per poter meglio ingannare l'inimico, e tenerlo sospeso del dove avesse a ferire quella nuova tempesta, aveva Alvinzi operato, da una parte, che Laudon con una mano di soldati armati alla leggiera, disceso per la destra del lago, andasse a romoreggiare sino alle porte di Brescia, dall'altra, che un'altra parte di simil gente, partita da Padova, e traversato il Polesine di Rovigo, passasse l'Adige a Boara per mettere in sentore Ferrara e Bologna, dove i Francesi s'ingrossavano per far la guerraal papa. Era lo scopo d'Alvinzi nell'ordinare la mossa contro Brescia il far credere a Buonaparte, ch'ei volesse far campo della nuova guerra le regioni tra il Mincio e l'Oglio, e col correre contro le due legazioni intendeva di dar animo e forza al papa, che già aveva adunato le sue genti sulle rive del Senio. Sperava poi generalmente, che tempestando coi due corni estremi del suo esercito, avrebbe allontanato dalla credenza del generale repubblicano, ch'ei fosse per fare il principale sforzo tra l'Adige e il Mincio. Così come pareva nuovo questo disegno, confidava, che avrebbe suscitato nuovi pensieri di Buonaparte, e messo in sospetto di una maniera di guerra non ancora usata. Per arrivare a questo fine aveva cinquanta mila combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti; perchè aveva con se in Tirolo venticinque mila soldati, dieci mila ne aveva Quosnadowich in Bassano, altrettanti Provera a Padova, il resto sulle ali estreme. Maravigliosa cosa è il pensare, come l'Austria, dopo tante rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria: gli altri stati ereditari fornivano a proporzione. Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi in tanta depressione della potenza Austriaca; perchè quattro mila giovani delle prime famiglie, lasciati in sì grave pericolo della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro signore le perdutaItalia. Buonaparte, che stimava l'utile, non il generoso, si faceva beffe di questa gente, giovinastri chiamandogli, e ciamberlani. Ma si vide alla pruova, ch'erano valenti soldati, e che se non era di una spia, e della celerità di un giorno, i vinti sarebbero divenuti vincitori, gli scherniti trionfatori.Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di Francia. Non ostante non arrivava il suo esercito al novero di quello d'Alvinzi, poichè passando i quarantacinque mila, non arrivava ai cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque schiere principali, una delle quali governata da Serrurier teneva il campo sotto Mantova, l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori dell'Adige, la terza retta da Massena alloggiava pure in Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli, e nei luoghi intermezzi; la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e Lonato.Da tutto questo si può conoscere, che Buonaparte si era persuaso, che lo sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però, siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma che se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle, perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati,ed Augereau e Massena potevano arrivare prestamente in soccorso di lui da Verona. Il primo a dar le mosse alla sanguinosa guerra, che siam per raccontare, fu Provera, che partito da Padova il dì sette gennajo, si dirizzava verso Bevilacqua, terra posta sul rivo, che chiamano la Fratta. Era in Bevilacqua il generale Duphot con una squadra, che serviva come antiguardo al presidio di Porto-Legnago. Era intendimento di Provera di tentare il passo dell'Adige poco sopra a quest'ultima fortezza per recarsi quindi al soccorso di Mantova. Il dì otto sul far del giorno il principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un piccolo castello: trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento, lo fugava. Al tempo medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Francesi si erano rinforzati a Bevilacqua per le genti fresche venute da Porto-Legnago. Ma assaliti in diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e si ridussero a Bonavigo ed a Porto-Legnago sull'Adige, non senza grave danno, e con perdita di due cannoni. Combattè molto animosamente in questo fatto Duphot, ma con non minor valore combatterono i volontari Viennesi, che furono gran parte della vittoria. Conseguìti questi primi vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e Porto-Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte a Bologna,intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto ne ebbe avviso, che giudicando bene del tempo, comandava a due mila soldati, che già aveva indirizzato contro gli stati della chiesa, retrocedessero, e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le rive dell'Adige assaltate da Provera. Il che dimostra quanto intempestiva, e troppo presta fosse la mossa del generale Austriaco; perchè avrebbe fatto di mestiero, che si fosse dato tempo ai pontificj di venire avanti tanto che congiunti con gl'imperiali avessero potuto concorrere coi medesimi al fine, che gli uni e gli altri si proponevano.Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastato alquanto al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto pericolo, s'avviava a Verona la mattina del dodici, dove trovava Massena alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano; imperciocchè Alvinzi per tener incerto l'avversario del luogo, dove principalmente volesse ferire, aveva comandato, che al tempo medesimo si urtasse contro tutta la fronte del nemico. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco distante da Verona, quando assalito dai Tedeschi fu costretto a ritirarsi dentro le mura. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi, attaccava la battaglia, che fu molto aspra e sanguinosa. Restava il campo ai Francesi, e prendevano al nemico seicento prigionieri con tre bocche da fuoco. Non fu senza grave danno la vittoria, perchè i repubblicani perdettero a un di presso il medesimo numero di soldati con quattro pezzi d'artiglierìa.Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti allo aver fatto credere al nemico, che lo volessero assalire fortemente, e grossi in questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne; anzi una parte guidata da Quosnadowich si conduceva celatamente, e con molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in Tirolo. Restava la rimanente sotto il generale Bajalitsch. Nè qui si restavano i tentativi degli Austriaci, perchè sulle due ali estreme Provera varcava l'Adige il dì tredici, non però senza molta difficoltà, contrastatogli animosamente il passo da Guyeux. Alvinzi sforzava le strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi sull'alloggiamento forte, e fortificato di Rivoli. Pendeva in tale modo incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo, e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un Veronese, amatore dei Francesi, e congiunto d'antica amicizia con Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il disegno di guerra del generale Austriaco, il quale disegno, tornatosene a Verona, consegnava ad un Pico, che nato in Piemonte, e mescolatosi nelle congiure di quel paese, si era ricoverato in Francia, e seguitando sempre l'alloggiamento principale, si adoperava come esploratore delle operazioni militari del nemico.Da questo Pico fu incontanente il disegno d'Alvinzi dato in mano del generalissimo di Francia. Così ebbe sicura notizia di quanto intendesse fare il generalissimo d'Austria. Giungevano in secondo luogo lettere espresse di Joubert, che portavano, quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona. Da tutto questo divenne chiaro, che gl'imperiali farebbero il più grosso sforzo per le regioni superiori dell'Adige col fine di andar a percuotere direttamente quelle, che sono poste fra l'Adige ed il Mincio. Buonaparte allora, solito a spingere con incredibile celerità sempre innanzi le occasioni, comandava a Massena, corresse con tutta la sua schiera a Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte medesima del tredici, s'incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi sostenere la fortuna vacillante. Confidava Alvinzi, che il generale repubblicano, trovandosi alle prese a Verona, e sul basso Adige, non sarebbe accorso sull'alto con tutte le sue forze. Però si persuadeva di aver solo a fronte la schiera di Joubert. Per la qual cosa aveva ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi scende dal Tirolo verso Verona; l'altra condotta da Liptay girasse sui monti per Campione per andar a ferire alla schiena il rimanente corpo di Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di quattromila soldati, e governata dal generale Lusignano, girandopiù alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Francesi, per la valle del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich, e romoreggiava sulla sinistra dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno del quattordici, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto, se n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi, che i suoi pensieri erano stati penetrati, e che in vece di avere a combattere col solo Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti, perchè quello, che era conveniente combattendo molti contro pochi, non era parimente combattendo molti contro molti, anzi contro più. Tuttavia non diminuendo per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconce ad un caso inaspettato. Nè sicuro consiglio sarebbe stato il ritirarsi, perchè avrebbe portato con se la perdita di tutta l'impresa, oltrechè in cospetto di un nemico tanto attivo, la ritirata sarebbe stata accompagnata da gravissimi pericoli. Vi era adunque pel generale Austriaco necessità di combattere, e d'incontrar la fortuna, qualunque ella si fosse.Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della mattina, e siccome gli Austriaci per ordine del loro generale puntavanomassimamente contro la sinistra dei Francesi, per secondare le colonne che giravano alle spalle, così quest'ala Francese, ed anche la mezza pativano grandemente, e già, crollandosi, si tiravano indietro disordinate: erano la ottuagesimaquinta, e la vigesimanona. Pareva la fortuna inclinare a favore dei Tedeschi. Mosso Buonaparte dall'estremo pericolo, comandava a Berthier, nel quale e pel valore e per l'esperienza molto confidava, sostenesse con la quartadecima l'inimico in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più piegava, e pericolava. Sosteneva la quartadecima un urto ferocissimo. Questo sforzo, e la terribile trigesimaseconda, che arrivava, ristoravano in questo luogo la battaglia, che inclinava. Ma non procedevano con simile prosperità le cose dei Francesi sulla sinistra, che continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare nella battaglia sulla sinistra. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena rintegrava la fortuna, e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli, che era a chi l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento compariva sulle alture a man manca Liptay, e mettendosi alla scesa già era vicino a ferire di fianco l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'erail momento determinativo della fortuna; perchè, se gli Austriaci, in vece che erano spartiti in parecchi corpi, tanto sulla destra, quanto sulla sinistra dell'Adige, fossero stati ammassati in un solo e grosso per far forza contro Rivoli, cosa è più che probabile, che avrebbero acquistato la vittoria. Ma trovandosi le schiere divise, perchè Alvinzi, credendo di aver a far solo con Joubert, le aveva ordinate piuttosto per circondare, che per combattere, non poterono urtar tutte al medesimo tempo e di concerto, e lasciarono intervalli fra di loro, pei quali poteva il nemico penetrare, ed assaltarle di fianco. Tuttavia, spignendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro il fatale Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo, il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Pinsero di nuovo avanti i Tedeschi, e dopo una mischia spaventevole, se lo pigliavano una seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la fortuna sua, comandato a Berthier, che trattenesse con la cavallerìa i Tedeschi nel piano, che fra le alture a sinistra, e Rivoli a destra si apre, acciocchè non potessero aiutare i difensori di Rivoli, adunava in un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed uniti e grossi gli conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia, e di tutta la guerra, là di Mantova si diffiniva. Nè nissuno creda, che dappoichè gli uomini fan guerra, e neanco nellebattaglie più famose dell'antichità, e dei tempi moderni si sia combattuto o più ostinatamente, o più coraggiosamente, come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè e Berthier frenava il nemico nel piano, e Joubert, che in questa giornata lasciò dubbio, se fosse più valoroso soldato, o più esperto capitano, cacciato a forza il nemico da Rivoli, se ne impossessava.Intanto già si era per modo accostato Liptay che incominciava a percuotere l'ala sinistra dei Francesi, non ancor del tutto rimessa in ordine dal precedente scompiglio. Correva pericolo, che quello, che la mezzana e la destra avevano guadagnato, la sinistra perdesse. Se a ciò si aggiunge, che Lusignano già si approssimava, e batteva il campo sulle alture, donde si cala il Tasso, si verrà a conoscere, a quale ripentaglio fossero ridotte, malgrado del riacquistato Rivoli, le Francesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, il quale, spintosi tra la squadra di Liptay, e l'estremità della mezzana, tanto batteva l'una e l'altra, che le sforzava, non senza grave disordine, al ritirarsi: si ricoverava Liptay a Caprino. Massena poi, prevedendo l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli, pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul principio, e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani; il quale accidente all'opera principalmente di Buonaparte e di Joubert a dritta, di Berthier in mezzo, e di Massena a stancasi debbe attribuire. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, s'ella non avesse avuto, con la rotta di lui, la sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver varcato i monti di Sperano, di Montegazo e del Lavaletto, nella terra di Pesena, e già s'incamminava più sotto, costeggiando il Tasso, verso Affi. Debole presidio era contro questa colonna la diciottesima, alloggiata a Rocca di Garda. Infatti, dopo un grosso affronto a Calcina, aveva Lusignano continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiam narrato, per ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato, in luogo donde già poteva essere di sussidio a' suoi. Erasi egli, velocemente marciando, condotto sulle alture di Cavaglione custodite da alcune bande di Croati, e fatto dar dentro dai generali Partoneaux e Boyer, facilmente le superava; perchè i Croati, gente nuova e collettizia, nè usa alle battaglie ferme, fatta debole resistenza, si diedero facilmente alla fuga. Superatisi da Rey i monti di Cavaglione, e traversata la valle che gli parte dall'eminenze di Rivoli, aveva trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Monnier dall'altra, Rey alle spalle, per forma che attorniato da tutte bande, non aveva più altro rimedio,che quello di arrendersi, o di far pruova di aprirsi il varco con le bajonette. Si appigliava volentieri, come uomo di molta prodezza, a quest'ultimo partito. Ma soperchiato dal numero soprabbondante dei nemici, nè avendo con se difesa di artiglierìa, o di cavallerìa, di cui gli assalitori abbondavano, fu costretto a cedere, deponendo le armi, e dandosi con tutti i suoi prigioniero in poter dei repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte, perchè tutta la restante oste d'Alvinzi, sbigottitasi a sì infelice caso, rapidamente verso la parte più alta e più aspra del Tirolo si ritirava. Buonaparte, conseguita tanta vittoria, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a Mantova, conoscendo quanta variazione potrebbero ancor fare le cose, malgrado della vittoria di Rivoli, se Mantova si rinfrescasse, con celerità uguale a quella, con cui aveva camminato da Verona a Rivoli, correva da Rivoli a Mantova, conducendo con se Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento alle vittorie.Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, con intendimento di girare alle spalle di Corona, dove pareva che gli Austriaci volessero rannodarsi. Riusciva la fazione, come era stata ordinata dal Francese; perchè rotta da Murat per via una banda di nemici, un terror tale entrava subitamente negli Alemanni, che pensarono meglio a salvar le persone che l'onore. Fu generale la sconfitta, e se si eccettuano dieci battaglioni, ed otto squadroni,che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava, che intiero od ordinato fosse. Vollero fermarsi a fare un poco di fronte a Torbole ed a Mori, dove Laudon e Wukassowich avevano fatto a questo fine alcune trincee; ma la trepidazione dei soldati, una improvvisa comparsa alle spalle di Vial, che per nevi e per dirupi aveva corso un cammino malagevolissimo, e finalmente un assalto inopinato e subito dato a Torbole da quel rischievole Murat, che aveva a questo intento attraversato il lago, sbigottirono gli Austriaci per modo che, tolta ogni difesa, fuggivano a precipizio. Nè fecero fine gli uni al perseguitare, gli altri al ritirarsi, finchè Wukassowich non giunse a Lavisio, dove nelle antiche trincee distribuiva le genti. Entrava Joubert trionfante in Trento con bella e lieta mostra guerriera. Così coloro, che già abbracciavano colla mente la possessione di Mantova, non poterono nemmeno conservare la metropoli del Tirolo, antico e fedele seggio della potenza Austriaca.Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava per ingannare Augereau, che stava schierato sull'altra riva, ora di assaltar Ronco, ora Porto-Legnago, perchè il suo pensiero era di passare ad Anghiari, passo più comodo per certi rilevati, che vi sono sulla sinistra sponda, molto atti a dar facilità di nascondere i soldati, e leartiglierie. Venendo poscia più alle strette, aveva mandato le piatte abili a far i ponti estemporanei sui fiumi, a Nichesola, e pareva, che vi si affaticasse per passare. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierìe i Francesi, che dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte e varcava, come abbiam detto, il giorno tredici di gennajo. I volontari Viennesi venuti sulla destra sponda, cacciavano i repubblicani da Anghiari. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a se le bande spartite mandate a Bonavigo, a Ronco, ed a Legnago, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguinetto, e Nogara: alloggiava in quest'ultima terra la notte dei quattordici. Il quindici, continuando a viaggiare molto per tempo, e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux, ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati, e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte dei quindici, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno sedici: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita, e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso r assalto del maresciallo, che Dumas, posto alla guardia di Sant'Antonio, fu costretto a piegare,lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita: già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani, che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.I Francesi liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellara, gli faceva segno, che l'arrendersi era più sicuro che il combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente veduto che Victor già gli aveva tolto i cannoni, e che il reggimento molto bravo dei cavalleggieri di Erdodi, costretto dalla forza sopravvanzante, si era dato in potestà del vincitore, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinquemila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontari di Vienna. Furono i gregari condotti in Francia; ebbero gli ufficialiabilità di tornarsene sotto fede di non militare contro Francia. Conquistarono in questo fatto i repubblicani, oltre i prigionieri, venti cannoni, e di carriaggi, munizioni e bagaglio una quantità notabile. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio: tutta l'Italia in balia dei repubblicani; di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni, che abbiamo raccontate, con molto valore; nè si può negare, che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati: ma mancarono dell'effetto; primieramente perchè per le rivelazioni fatte da chi ne sapeva quanto Alvinzi, essendo Buonaparte conscio delle intenzioni del nemico, gli fu fatto facile il disegno della battaglia, secondamente per la incredibile celerità sua, e de' suoi soldati, che corsero da Verona a Rivole, poi da Rivole a Mantova, e nell'uno e nell'altro luogo in punto fatale arrivarono. Che se avessero indugiato poche ore solamente a sopraggiungere a Rivole, era per loro perduto quel che guadagnarono e se poche ore altresì avessero soprastato a raggiungere il campo di Mantova, sarebbe Provera entrato dentro la fortezza. Fu accagionato Provera dello aver troppo presto varcato l'Adige, la quale accusa non apparirà senza fondamento, se si avvertirà alla non effettuata congiunzione coi pontifici, ma non parimente, se si farà considerazione delle altre mosse degl'imperiali sulle rive dell'Adige superiore. Del resto il suo mandato era di romoreggiare, e di assaltare sulla sinistra sponda, e di far le viste al passaresulla destra dopo i sei del mese, ma non di passare effettualmente, se non quando avesse udito fauste novelle della mossa d'armi fatta da Alvinzi.Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti, e prigionieri circa ventimila soldati con sessanta bocche da fuoco, e ventiquattro bandiere. Tutti i volontari Viennesi furono o morti, o presi: le bandiere loro ricamate per mano dell'imperatrice d'Austria, ornavano il trionfo di Buonaparte. Traversarono la superiore Italia in sembianza di gente cattiva per alla volta di Francia. Non fu loro fatto scherno, nemmeno dai più scapestrati. Ammirarono anzi tutti in loro il valore, ammirarono la carità verso la patria.Scriveva Buonaparte, essere mancati de' suoi tra morti e feriti solamente due mila; il che è lontano dalla verità, perchè furono assai più; e se si noveravano i prigionieri, che però montarono a poca gente, fu perdita di più di seimila soldati.In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa, ed a ricuperazione de' suoi stati Italiani. Se ne fecero grandi allegrezze in Francia, e nell'Italia suddita a Francia; ne stette l'Europa attonita, l'Austria spaventata. Ma Buonaparte non era di natura tale, che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e vedendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle Veneziane pianure,si spingeva oltre perseguitando le reliquie dei vinti. Occupavano, Massena Vicenza, Augereau Padova; poi da questi luoghi partendosi si avviavano, il primo a Bassano, il secondo a Treviso. Riusciva l'impresa molto facilmente ad Augereau, perchè, eccettuati alcuni incontri di cavallerìa, tutto il paese veniva senza ostacolo a sua divozione. Treviso stesso l'accoglieva fra le sue mura. Poi il capitano di Francia più oltre spignendosi, cacciava gli avversari da tutte le regioni della Piave inferiore. Ma più verso i monti, le cose andarono più strette per Massena. Quivi Alvinzi, per gelosia dei passi del Tirolo, aveva alloggiato Mitruski e Bajalitsch con qualche nervo di gente. Massena, che aveva vinto ben altre battaglie che queste, dava dentro al ponte di Carpeneto, dove gli Austriaci volevano far testa, e gli rompeva, per opera massimamente di Menard, non senza grave perdita di soldati e d'artiglierìe. Vinto Carpeneto, gli fu agevol cosa vincere ancora Primolano, essendosi gl'imperiali intieramente ritirati a Feltre, ed ai luoghi più inaccessi della superiore Piave. Per tal modo fu aperta la strada al generale della repubblica di comunicare con Joubert, che uscito di Trento aveva rotto gli Alemanni a San Michele. Non vi fu più allora altro rimedio pei vinti, che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte, e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passandoper le fonti della Piave vicino a Cadore, e per la sinistra di questo fiume sino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò, che fossero per portare con se la stagione migliore, e la fortuna fino allora vittoriosa dell'arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito Italico. I Francesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo pel sopravvenire della vernata divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.Buonaparte, conoscendo, che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con le armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena, e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare, perchè il calare subitamente e senza che si venisse almeno una volta al ferro, agli accordi, che sarebbero stati molto ignominiosi, e forse contrari alla sedia apostolica, gli pareva risoluzione troppo vergognosa dopo le dimostrazioni fatte; il non acconciarsi col vincitore gli pareva partito pericolosissimo, perchè vano era lo sperare, che le armi pontificie potessero resistere a quell'impeto, che aveva prostrato tante volte gli eserciti potenti ed agguerriti dell'Austria. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitorefantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo, che prima di un combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi, e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio, siccome quegli che tanto altamente sentiva di Roma, che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitarla negli estremi. Oltre a tutto questo non s'ignorava pel pontefice, che quantunque il governo di Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni, e per le disgrazie erano ripullulate in Francia; il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma. Sapevaselo Clarke, il quale di ciò scrivendo affermava, avere i Francesi guastato la loro rivoluzione di religione; di bel nuovo essere divenuti cattolici romani; forse aver loro bisogno del papa, affinchè i preti secondassero la rivoluzione politica in Francia.I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo, ed ora no, piaceva la guerra col pontefice per amplificazione di fama, e le dolci parole, che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo, erano piuttosto fraudi che carezze; perciocchè mentre faceva loro profferte d'accordo, e gli lusingava dicendo, che non aveva mai approvato il trattato proposto dal direttorio, e ch'ei farebbe gran cose in favor di Roma, se ella volesse comporsicon Francia, ordinava che Cacault, ministro di Francia appresso al pontefice, ed incaricato di negoziare la pace, andasse astutamente temporeggiando per ingannare, come diceva, la vecchia volpe, parlando del papa, e ciò facesse insino a tanto che il tempo fosse venuto di prorompere a compire i disegni concetti: voleva che Ancona fosse, alla pace, data per sempre alla repubblica; voleva che continuamente si sbigottisse il papale governo con dare speranze artifiziose agli scontenti di far novità. Nè migliore era la fede di Cacault nelle sue dimostrazioni amichevoli; perchè, se gli pareva poco onorevole l'andar a Roma solamente per porvi una taglia ed obbligare forzatamente il pontefice a far la pace, bene gli pareva onorevole l'andarvi per cambiarvi ogni cosa, e per atterrarvi il trono pontificale; e se per volontà del direttorio, e per le condizioni generali d'Europa ciò era impossibile a farsi, essere di bisogno, affermava, lasciare per allora la dispregevol Roma, come diceva, nel suo stato attuale, finchè sicuramente potesse la Francia voltarla tutta sottosopra; insinuava inoltre, che sarebbe stato conveniente il creare tre repubbliche dello stato ecclesiastico, delle quali una fosse di Bologna e Ferrara unite, l'altra di Perugia con la Romagna, la terza di Roma fino alle spiagge del Mediterraneo: osservava con questo, che tutto ciò poteva farsi lasciando il papa, capo della chiesa universale, risedere, come prete, e con la sua corte di preti, e come pontefice là dove volesse, e nel modo in cui risedeva a Roma innanzi che alcuna donazione dei Francesinon l'avesse fatto sovrano di un territorio. Pensava non ostante, che fosse bene per quell'inverno unire solamente la legazione di Ravenna a quella di Bologna e di Ferrara, e formare un nuovo stato del Perugino, del ducato d'Urbino e della Romagna, Roma lasciando, e la sua campagna pestilente a se stesse, perchè la Francia le potrebbe signoreggiare per via del mare. Persuadeva oltre a questo Cacault, che la introduzione della libertà, e di buone repubbliche da Milano fino al regno di Napoli fosse senza dubbio ciò, che meglio poteva far sicuri gl'interessi della Francia in Italia, e tener nel dovere, dall'un dei lati il re di Napoli, dall'altro la potente Alemagna. Il qual disegno non si può negare, che non fosse per riuscire utile alla Francia di quei tempi; ma quale sincerità fosse questa verso il duca di Parma, il gran duca di Toscana, ed il papa medesimo, col quale il direttorio allora negoziava la pace, il mondo lo potrà vedere. Giudicheranno altresì gli uomini prudenti e giusti, se tali macchinazioni non solo non autorizzassero, ma ancora non obbligassero, come a strettissimo dovere il pontefice a fare con le armi e con le alleanze il peggio che potesse agli autori loro. Se si considerano poi le scritture in numero quasi infinito, che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri, che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tant'oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi francesi che comandavanoin questa città, si dava un ballo, in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che con modi parte frodolenti, parte incivili s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male, ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza con l'Austria. Una lettera, che il cardinal Busca, segretario di stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar romore, e di sputar fuori il veleno che aveva concetto contro Roma, ancorchè il modo stesso, con cui fu la lettera intercetta, desse e segno al pontefice del rispetto, che portava il generale della repubblica alle neutralità, e fondato motivo di correre all'armi. Erano i dispacci di Roma sotto fede pubblica, e della neutralità Veneziana affidati ai corrieri di Venezia, che gli portavano sino ai confini Austriaci. Uno di questi corrieri fu improvvisamente fatto arrestare alla Mesola il dì dodici gennaio da Buonaparte, e come fu svaligiato, così gli fu trovata la lettera del cardinale. Favellava il segretario di stato dei negoziati introdotti a Vienna per concludere un'alleanza, della condotta del generale Colli, di bande Tedesche da farsi venire in Romagna, del non aver voluto udire le proposizioni d'accordo fatte dalla Francia, mentr'egli negoziava con l'Austria. Quindi sorsero le note di perfidia date da Buonaparte al pontefice, come se questi il quale si trovava in condizione di guerra con la repubblica a cagione del rifiuto fatto di sottoscrivere al trattato proposto dal direttorio,non dovesse cercar rimedi ovunque rinvenire gli potesse. Bene pare a noi, che fosse sincerità il non voler concludere con Francia, mentre ei trattava con Austria.Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi Austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna; essere rotta la tregua col papa, si apparecchiava a fargli guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione dei capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Francesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali e ufficiali Austriaci al suo soldo, ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault. Delle quali cose si può dire, che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile contro i Francesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre all'armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro, se non una seduzione d'intelletto, o un abuso di forza; perchè quei capitoli in ciò consistevano, che il pontefice desse milioni di denari, e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto, o per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere, come ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a se medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerrainevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa: e perchè Italiani ferissero Italiani, e fra tante calamità non mancasse la guerra civile, erano fra i buonapartiani molti soldati Italiani delle due repubbliche Transpadana, e Cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault: il che dimostra quale libertà fosse in un governo, in cui un generale comandava agli ambasciadori. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti Francesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti Lombardi, altrettanti di Cispadani con pochi cavalleggieri d'ambe le repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti Polacchi raccolte di disertori, e prigionieri Austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca, che condotta da Dombrowsky si acquistò poscia nome nelle guerre Italiche. Adunava il generalissimo tutte queste genti in Bologna; ne faceva la rassegna sulla piazza della Montagnola, esortandole alla guerra. Comandava, al cospetto suo armeggiassero. Fatta la rassegna, le spingeva oltre contro lo stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori, e feritori alla leggiera, che composta di Lombardi aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese, e d'ingaggiarele prime battaglie. Marciavano il dì primo febbrajo; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificj, che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese; La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era di assaltar di fronte il nemico; e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli, che i soldati, così mandava fuori un bando parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.Prima però di raccontar la guerra pontificia, è d'uopo, l'ordine della nostra narrazione seguitando, che per noi si scriva, come e quando Mantova se ne venisse in potere dei Francesi. L'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wursmer, che per la carestia dei viveri la dedizione era inevitabile. Ciò non ostante quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime, gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; l'ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedi. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo vi si vendeva uno scudo, unpollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne la cavallina, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. S'appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. A tale condizione era ridotta la sede dei Gonzaga, la patria di Giulio Romano, perchè Francesi e Tedeschi volevano avere in mano loro quel freno da tener in bocca agl'Italiani. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago dal capitano Sibilla trentadue barche cariche di vettovaglie, che Alvinzi, quando era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza, con la quale si sostentava nell'estremità della fame, il fece accorto, che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo coi Francesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier, che darebbe la piazza, purchè la guarnigione uscisse libera con armi, bagagli, suono di tamburi, bandiere al vento, tregua di un mese in Italia. Non volle il generale repubblicano consentire a queste domande, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo la città, la fortezza e la cittadella ai Francesi; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera; restasse prigioniero fino agli scambi; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti,ducento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperatore, condizioni onorate conformi all'onorata difesa.Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza, e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori, che con ogni più cortese dimostrazione il vecchio, prode, ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte, che poco prima della dedizione era presente al campo, se n'era andato, o per modestia, o per superbia, a Bologna: ma non omise, affetto raro in lui, solito a deprimere gli avversarj, di esaltare il guerriero Austriaco, scrivendo al direttorio, avere con intento proprio voluto dimostrare la francese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto: avere Wurmser, perduto nella battaglia di Bassano l'esercito, concetto il pensiero di ricoverarsi in Mantova lontana a cinque giorni, passato l'Adige, prostrato i repubblicani a Cerea, traversato la Molinella, guadagnato la piazza; essere quinci più volte sortito, sempre infelicemente, sempre valorosamente, sortito essere con soldati consunti da malattie pestilenti: tale essere stato Wurmser: pure sapere, non avere a mancar uomini, solitia perseguitare cui la fortuna perseguita, che incolperebbero l'incolpabile Wurmser. Quest'erano le generose voci di Buonaparte rispetto a Wurmser vecchio, e valoroso.Entravano i Francesi nella desolata terra. Pietosi miravano nelle case arse o diroccate volti pallidi e sparuti; argomentavano qual fosse stata la costanza e la pazienza dei difensori. Trovavano centoventisei cannoni di sedici libbre di palla, centoquindici di quindici, con altri pezzi minori. Si rallegravano massimamente al vedere settantadue bocche da breccia conquistate dagli Austriaci al tempo, in cui per l'arrivo di Wurmser fu allargato l'assedio; s'aggiunse alla presa artiglierìa una fiorita archibuserìa: acquisto prezioso specialmente fu quello di settantadue piatte ad uso di far ponti estemporanei, le quali giunte a quelle che già avevano i repubblicani, montarono al numero di centotrenta, suppellettile capace a passare qualunque più grosso fiume. Così Mantova combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica, e per questo accidente cambiossi in Italia la servitù Tedesca in servitù Francese.Ora è tempo di ritornare ai travagli che erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato più sopra, accampato sulla destra del Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Corre il Senio precipitandosi dagli Apennini, a fronte di Faenza, e va a metter foce nel destro ramo del Po, che chiamano col nome di Po Primaro. Avevano i soldati del pontefice, che ascendevano al numero di sei in settemila fanti,e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti, e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo, che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Oltre a ciò avevano cavato un fosso a sinistra del ponte, che oltre il medesimo si sprolungava, empiendolo di feritori alla leggiera, affinchè bersagliassero coloro, che primi si fossero attentati di passare. Avevano, cavando il fosso, alzato sulla sua sponda un ciglione di terra verso il fiume, che a guisa di parapetto gli preservava dalle ferite. La cavalleria alloggiava dietro i ridotti per perseguitar l'inimico oltre il ponte, se fosse rotto, o far sicura la ritirata dei compagni, se fossero vinti. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglia da Castelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro dell'artiglierie pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor, che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano; ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimentosbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volentieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri, che varcasse ancor essa. Ma i pontificj, siccome il fosso era stato scavato per diritto, e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che gli fece disordinare, e sbigottire vieppiù. In questo punto la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più lungamente le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine, e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade. Quattordici cannoni vennero in poter dei vincitori. Scrisse Buonaparte, avere ucciso in questo fatto quattrocento pontificj, presone mila. Ma mancarono solamente tra morti e feriti circa trecento cinquanta, e alcuni più di prigionieri. Perdettero i repubblicani circa settanta soldati tra morti e feriti. Morì con dolore di tutti un capitano Fokalla, giovane Polacco di grande aspettazione. Noverossi fra i feriti Lahoz, colonnello dei Lombardi. Narrò il generale repubblicano, non senza scherno, che fra gli uccisi si noverarono preti, che quando ardeva la battaglia, avevano animato i soldati del ponteficea combattere. Bene sarebbe stato meglio, che i preti non si fossero mescolati fra le armi, ma certo questa divozione loro verso Roma, e verso il loro signore, non era atto da essere beffato da nissuno, e manco da colui, che non contento al combattere con le armi, combatteva ancora con le instigazioni, per far levare contro i propri governi e chi aveva inclinazione a tumultuare, e chi non l'aveva. Affermano alcuni storici, avere i pontificj subitamente perduto la battaglia del Senio per la inaspettata ribellione di un reggimento Corso ai soldi del pontefice. Il quale accidente, come troppo grave, noi non saremo nè per affermare, nè per negare, non avendone pruove sufficienti.Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a se i preti ed i frati, gli confortava a star di buona voglia, dimostrando volere, che da tutti la religione si rispettasse, ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Francesi per tutto il paese come un folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza sì per la cittadella, e sì per un forte alloggiamento munito di trincee, che aveva fattosopra un monte chiamato nel paese la Montagnola, e che sta a sopracapo della città. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin da principio del novantasei dal direttorio, aveva spacciatamente comandato, che posti sui carri gli arredi, e le reliquie più preziose, s'indirizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinque mila soldati, e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani, ed ai Polacchi, andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificj. Fu debole la difesa; perchè i soldati di Colli spaventati dalla rotta precedente si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona, e la cittadella. Se ne impadronivano i repubblicani. Il generale della chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, andava a porre il campo tra Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato d'Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria, venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard, e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Anzi sapendo quanta efficacia abbia a legare gli animi degli uomini l'umanità, usava un atto molto pietoso verso i preti di Francia fuorusciti, che nello stato Romano si erano ricoverati: comandava,vivessero sicuri, dessero loro i conventi il vitto, e quindici lire al mese pel vestito, risoluzione degna di grandissima commendazione. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.Andando tanto impetuosamente in precipizio lo stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Rammentavano i tempi antichi sotto Attila, i moderni sotto Borbone. Già pareva ai Romani, che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco, per opera di coloro che dai pulpiti, e dai più secreti luoghi erano stati, quai barbari, rappresentati. Nè il romore che si udiva continuo, nè lo scompiglio che si vedeva, erano fatti per riconfortare gli spiriti. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa a Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. I religiosi, sì secolari che regolari, erano presi di spavento; ne erano piene le strade; chi verso Terracina, chi verso Firenze, chi alle montagne si ritirava. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano, ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di avergli uditi, e chi di avergli veduti. Raddoppiavansi le grida, il terrore, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno, che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse. S'aggiungeva, che il papa medesimo s'apprestava a partir per Terracina; il che era agli occhi dei popoli spaventati segno d'eccidio imminente, presagio che Dio giàabbandonasse, e già portasse altrove quella veneranda sede di Pietro apostolo.In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Francesi a volontà loro correre per tutto lo stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione, se non di piegarsi a quella necessità, che o sdegno di Dio, o malvagità degli uomini aveva apprestato. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni, che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alle consuetudini della chiesa; nè mai volle scemare, o a se od agli oracoli suoi, con pusillanimi e disonorevoli ritrattazioni quella fede, e quella dignità che pretendeva a tutte le cose sue, e che erano il fondamento principale della grandezza della Romana chiesa. Così in quest'ultimo urto di fortuna fortemente resisteva. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città, alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica veduto molto volentieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Scrivessegli, deliberarono, richiedendolo della pace, e del trattare umanamente Roma desolata. Spacciarono anche incontanente a Napoli, a Parma, al ministro Azara, perchè intercedessero. Facevano i pregati intercessori l'ufficio; furono uditi benignamente; soprastava la risposta al cardinale. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore.Destinava il pontefice quattro legati al generale, il cardinale Mattei, monsignor Galoppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione, e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriero portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo, questa fu la prima consolazione di Roma. Avute le novelle, viaggiavano più confidentemente verso Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. S'incontravano al terminarsi della via Flaminia coll'antiguardo repubblicano, in cui erano e Francesi ed Italiani. Maravigliavansi i repubblicani al vedere quelle vecchie fogge d'abiti e di carrozze, che per loro erano nuove, e se ne muovevano a riso. Arrivavano i legati a Tolentino: accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda, che oggimai non aveva più in se difficoltà d'importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio nel temporale, essendo già posto tutto in balìa del vincitore. Sospese intanto per volontà del generalissimo le offese, visitavano Victor e Lannes, prima i campi del Trasimeno, poi le grandezze di Roma. Gli guardava curiosamente il popolo; gli accoglieva molto umanamente il pontefice.Si concludeva il giorno diecinove febbrajo a Tolentino il trattato di pace fra il papa, e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi,nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi, a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Francesi; al cedere alla Francia Avignone, il Contado, e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiciali alla religione cattolica; al consentire, che la città, la cittadella, ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero ia mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Francesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti, cinque in diamanti, fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali, ed altri animali dello stato della chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disappruovare l'uccisione di Basseville, ed al pagare per ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecentomila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di stato; a restituire ai Francesi la scuola delle arti in Roma: volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui, e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.Così finiva la Romana guerra. Nei capitoli della pace si vede, che se il papa restò di sotto per denari e per territorj, furono vantaggiate le condizioni attinenti alle materie religiose; perchè furono cassi dal trattato i capitoli delle disdette, delle rivocazioni, e delle ritrattazioni, che il direttorio aveva voluto imporre al pontefice, e cheerano stati la cagione del rifiuto e della guerra. Intanto, per pagar la taglia, si richiedevano a Roma gli ori e gli argenti, sì dei religiosi che dei laici, e vi si facevano accatti rovinosi.Il generale invitto, domati i grandi, volle far mostra di rispettare ed onorare i piccoli, o fosse in lui nuova spezie d'ambizione, o qualche radice di affetto buono. Pure riuscì la cosa troppo magnifica per non esser perniziosa tentazione ai modesti. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro addì sette febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica francese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà, ma pur finalmente il popolo francese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i propri interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato: venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti Austriaci, recatovi la libertà, acquistatovi gloria immortale quasi fin sotto agli occhi della Sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare pertanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli, ma vivessero sicuri, cheFrancia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo territorj di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare, e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè so perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare, erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica, che era vissa sì lunga età innocente, e pura da quel d'altrui. L'ingiustizia e la rapina erano cose ignote per lei. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.
S'avvicinava il giorno, in cui doveva definirsi a chi dei due possenti nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi Buonaparte a tante infelici pruove, e persuaso finalmente, che l'assaltar di fronte il ponte di Arcole era uno sparger sangue dei migliori soldati senza frutto, aveva abbracciato quelle risoluzioni, che sole potevano dargli la vittoria; poichè usando l'oscurità della notte, e la cessazione delle armi, aveva fatto dar opera allo edificar del ponte con cavalletti, ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però la mattina dei diciassette, come prima incominciava ad aggiornare, erano usciti da Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige, e d'impedire che il nemico passasse di nuovo pel ponte di Ronco dalla destra sulla sinistra del fiume. A ciòdava loro maggiore speranza un accidente fortuito, perchè una barca del ponte di Ronco improvvisamente si era affondata. Ma le artiglierìe francesi trassero sì aggiustatamente dalla riva destra, che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di conservar la duodecima, e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia terminativa: il maggior numero delle genti, e l'esito delle precedenti fazioni facevano i Tedeschi confidentissimi: il nuovo ordine dell'assalto, l'avere facoltà di passare sulla sinistra dell'Alpone, il presidio di Legnago, che già si approssimava, ed il valore di tanti soldati agguerriti mettevano i Francesi in isperanza di diventar possessori della vittoria.
Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte; conciossiachè Massena con piccola parte della sua schiera marciava contro Porcile per operare, che Provera non isboccasse da questo lato; si accostava con la restante ad Arcole per aiutare l'opera della sessagesimaquinta, in faccia al ponte d'Arcole, e della trigesimaseconda, che sotto la condotta di Gardanne si era alloggiata in un bosco vicino all'argine. Era il fine di questi ordinamenti l'impedire, che i Tedeschi non potessero condurre a mal partito le genti repubblicane poste sulla destra dell'Alpone, e non s'impadronissero del passo di Ronco. Ma lo sforzo principale doveva farsi da Augereau, che, passato l'Alpone sul ponte construtto la notte, si avventerebbe, secondato dal presidio di Legnago, contro Arcole da quella parte, dove meno era difendevole. Le cose succedevano come il generaleFrancese le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesimaquinta condotta da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi insino al ponte di Arcole. Ma gl'imperiali, sboccandone di nuovo più grossi, si scagliavano con tanto impeto contro di lui, che non solo fu risospinta sin là donde si era mossa, ma disordinatamente fuggendo già aveva dato indietro sino al ponte di Ronco. Fu percosso con grave ferita in questo fatto Robert. Seguitavano i Tedeschi questa parte dei Francesi, che fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi, ed usargli con vigore, compariva improvviso sulla destra loro, la diciottesima gli percuoteva di fronte, Gardanne uscito dall'agguato gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinavano la schiera Tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio delle artiglierìe, e dell'archibuserìa di Francia. Morirono in quest'abbattimento, del quale la principal lode si debbe a Massena, quantità grande di buoni soldati Tedeschi; circa tre mila vennero in poter dei repubblicani.
Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau, che, varcato il nuovo ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone. Nè era facile a Buonaparte di sforzarlo, perchè il Tedesco aveva con lui il miglior nervo delle sue genti, ela sua destra si appoggiava ad una palude, mentre la sinistra era assicurata da luoghi anche pantanosi, e da una fiorita cavallerìa. Durava la battaglia già buon tempo con esito incerto, quando, siccome narrano, sovvenne a Buonaparte uno stratagemma, e fu di mandare una compagnìa di soldati a cavallo, acciocchè girando velocemente dietro il fianco degli Austriaci, andasse a romoreggiar loro alle spalle con le trombe, e con quel maggiore strepito che potesse. Scrivono, che questo carico fu dato dal generale Francese ad un luogotenente Ercole, e che Ercole lo condusse a fine con quella celerità ed avvedutezza, che meglio si potevano desiderare. Certo è bene che, o che il romore improvviso di questo Ercole, od il presidio di Legnago, che già uscendo dalla vicina terra di San Gregorio incominciava a tempestare sul sinistro fianco, ed alle spalle dei Tedeschi, o finalmente la vittoria avuta da Massena contro il destro, sel facessero, gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i Francesi il tanto combattuto Arcole, e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino. Lasciava, ovunque passava, ogni più sfrenato eccesso commettendo i suoi soldati, funesti vestigi sui desolati paesi. Poco meno di tremila Tedeschi furono uccisi nella giornata di Arcole, circa cinque mila prigionieri, tra i quali sessanta ufficiali, diciotto pezzi d'artiglieria, e quattro insegne ornarono il trionfo dei vincitori.Grave esser stata la perdita dei Francesi nissuno potrà dubitare, considerando le spesse ed aspre battaglie, ed i mortali ributtamenti, massime il silenzio del generale repubblicano in questa parte. Ma la vittoria intiera, la mantenuta fama, la conservata Italia, l'aver superato con un esercito vinto e minore, un esercito vincitore e più grosso, l'aver impedito la congiunzione dei due eserciti Tedeschi, l'aver fatto passaggio, per mezzo di una mossa maravigliosa, da una condizione quasi disperata ad una condizione prosperissima, e finalmente la presa di Mantova, che già si vedeva sicura per Francia, di gran lunga compensarono i sopportati danneggiamenti.
La battaglia di Arcole, che finchè saranno in onore presso agli uomini il valore e la scienza militare, sarà celebratissima, e stimata uno dei più esimj fatti di guerra, che dalle storie siano tramandati ai posteri, pose per allora in sicuro la fortuna Francese in Italia. Aveva bene Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in cui Buonaparte vinceva ad Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona poscia da Rivoli, e ridotto in potestà sua il posto importante della Chiusa. Aveva bene anche scacciato Vaubois medesimo dai monti di Campara con presa di undici cannoni, e di due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e Lavalette; finalmente aveva bene altresì, seguitando il corso della fortuna prospera, occupato Bussolengo, e distendendosi sulla sinistra insino a Castelnuovo, e sulla destra insino in prossimità di Peschiera, minacciato di riuscire alle spalle di Verona, e di correre al riscatto diMantova. Ma quello, che sarebbe stato fatale ai Francesi, se fosse stato effettuato cinque o sei giorni avanti, non poteva partorire, se non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo tempo. Il che fa vedere, quanto sia stato funesto alla casa d'Austria, e disonorevole, per non dire colpevole, a Davidowich l'avere soprastato, e consumato invano tutto il tempo utile alle stanze di Roveredo. Non arrivò alle sponde del Mincio, quando era il tempo di arrivarvi, e vi arrivò, quando non era più il tempo. Così piuttosto agli errori de' suoi capitani che alla natura dei soldati restò l'Austria obbligata delle rotte sofferte, e della perduta Italia.
Non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole, che si rivoltava con le sue schiere vincitrici contro Davidowich, e trovatolo a Campara lo debellava. Vero è però, che il Tedesco, avendo avuto avviso della calamità di Arcole, stimandosi, come era realmente, impotente al resistere, ebbe combattuto rimessamente, e solo per dar tempo agl'impedimenti di condursi in salvo. Poi vieppiù tirandosi all'insu, si conduceva prima a Dolce, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Francesi, che lo danneggiarono nella retroguardia. Nè fuvvi in questa ritirata cosa notabile, se non che una squadra di otto cento Alemanni governati dal colonnello Lusignano, tanto trattenne, valorosamente combattendo, Augereau, che con ottimo intendimento era partito da Verona per riuscire, valicando i monti della Mallara, alle spalle di Davidowich, prima che fosse giunto ad Ala, che rendè vano il disegno dei repubblicani. Essendodiventati novellamente i Francesi padroni di tutto il Veronese, e la stagione correndo molto sinistra, condussero i due avversari i soldati loro alle stanze. Fermossi Davidowich in Ala, Alvinzi in Bassano, con la vanguardia a Vicenza ed a Padova, ed il grosso sulle rive della Brenta. Si avvisò anche di alloggiare un grosso a Primolano per aver in tal modo più vicina, e più spedita la via di comunicare, pel corso della Brenta, con Davidowich. Stanziò Buonaparte nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo di Mantova per istringere viemaggiormente l'assedio della piazza, che, siccome priva dell'ajuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venire in sua possanza.
Gli Alemanni, ancora quando fossero respinti, non erano però rotti, e se molti buoni soldati erano morti, grave danno avevano anche patito i Francesi; le fazioni di Caldiero, e le vittorie conseguite da Davidowich nello scendere dal Tirolo compensavano le perdite fatte nella battaglia di Arcole. Si vedeva manifestamente, che, ove Alvinzi si fosse riforzato per nuovi ajuti venuti dagli stati ereditarj, sarebbe di nuovo in grado di uscire alla campagna, e di ritentar la fortuna delle armi: di nuovo le Austriache sorti potevano risorgere. Sapeva queste cose Buonaparte; perciò continuamente rappresentava al direttorio, avere bisogno di nuovi soldati, e tosto gli mandassero se a loro stavano a cuore la fama, e la potenza acquistata nelle contrade Italiche.
Mandava apportatore delle felicissime novellea Parigi Lemarrois, suo ajutante di campo. Appresentava le conquistate insegne al direttorio; i segni delle avute vittorie tanto più volentieri furono veduti, quanto maggiore era stata la sollevazione degli animi all'apparato Austriaco. Le lodi del capitano invitto, e dell'esercito Italico andavano al cielo.
Decretava la repubblica, le repubblicane bandiere portate da Augereau e da Buonaparte contro gli Alemanni nella battaglia di Arcole, a loro in nazionale ricompensa si donassero. Bene considerato certamente fu questo decreto in quel che diceva, ma non in quel che taceva, perchè Massena aveva vinto gran parte della battaglia.
Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose d'Italia. Perochè e le sue genti erano tuttavia quasi intiere, e la divozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si pensava, potuto aprire il varco.
Nasceva altresì la sicurezza dell'Austria dalla risoluzione del pontefice di volere piuttosto incontrare una guerra pericolosa, che accettare condizioni inonorate, e contrarie, siccome credeva, alla purità della fede. Pareva, che l'autorità ed il pericolo della santa sede avessero a muovere gl'Italiani, ove l'Austria apparisse di nuovo grossa in Italia, e qualche vittoria l'assicurasse. Non si dubitava poi che se la fortuna voltasse il viso più benigno a coloro, ai quali fino allora era stata avversa, Napoli non fosse per mutarfede, per la grande entratura che avevano gl'Inglesi in quella corte. Le quali cose molto bene considerate e ponderate dall'Austria, la confortarono a fare un nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi, e l'averla, o non averla era per ambe le parti l'importanza della guerra. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni dubbio; perchè non perdutosi d'animo all'esito infelice delle battaglie d'Alvinzi, tanta era la costanza di questo vecchio, nè alle malattie che infierivano in mezzo a' suoi soldati, nè alle tante morti che gli avevano scemati, si deliberava di trovar modo per qualche improvvisa sortita a procurare a se nuova vettovaglia. Assaltava i giorni diecinove, e ventitre novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio, ed alla Favorita, ed avendogli fatti piegare, predava, ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di viveri. Avendo poi avuto avviso, che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Francesi, usciva nuovamente molto grosso gli undici, e quattordici decembre, e le predava; prezioso sussidio alle sue affamate genti. Oltre le munizioni conquistate, la sortita di Wurmser per la porta Pradella cagionava non poco danno alle trincee fatte dai Francesi.
Erasi intanto Alvinzi condotto in Tirolo per consultare con Davidowich sulle faccende comuni, e per fermare i consigli sull'indirizzo a darsi alle nuove armi, che si preparavano. Poco dopo Davidowich, la cui tardità era gravemente spiaciutaall'Imperatore, fu richiamato, ed ebbe lo scambio nel principe di Reuss, capitano pratico dei luoghi, avendo pochi mesi innanzi guerreggiato, non senza lode, con Quosnadowich sulle spiaggie del lago di Garda. Deliberava Alvinzi, al quale l'imperatore serbava fede malgrado dell'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta di Arcole, che il principale nervo si muovesse, ed il principale sforzo si facesse dal Tirolo, calando per le rive dell'Adige; alla quale deliberazione si era accostato per la difficoltà incontrata di passare questo grosso fiume a Verona. Aveva argomentato, che venendo dal Tirolo, si trovava a campeggiare naturalmente tra l'Adige e il Mincio, ed in grado di correre senza impedimento di fiumi al soccorso della città assediata. Aveva poi ordinato, che la parte di mezzo condotta da Quosnadowich si pruoverrebbe, percotendo verso Verona, di congiungersi con la destra, che era la più grossa, e veniva dal Tirolo, e che al tempo stesso la sinistra guidata da Provera si sforzerebbe di passar l'Adige verso Porto-Legnago. Ma per poter meglio ingannare l'inimico, e tenerlo sospeso del dove avesse a ferire quella nuova tempesta, aveva Alvinzi operato, da una parte, che Laudon con una mano di soldati armati alla leggiera, disceso per la destra del lago, andasse a romoreggiare sino alle porte di Brescia, dall'altra, che un'altra parte di simil gente, partita da Padova, e traversato il Polesine di Rovigo, passasse l'Adige a Boara per mettere in sentore Ferrara e Bologna, dove i Francesi s'ingrossavano per far la guerraal papa. Era lo scopo d'Alvinzi nell'ordinare la mossa contro Brescia il far credere a Buonaparte, ch'ei volesse far campo della nuova guerra le regioni tra il Mincio e l'Oglio, e col correre contro le due legazioni intendeva di dar animo e forza al papa, che già aveva adunato le sue genti sulle rive del Senio. Sperava poi generalmente, che tempestando coi due corni estremi del suo esercito, avrebbe allontanato dalla credenza del generale repubblicano, ch'ei fosse per fare il principale sforzo tra l'Adige e il Mincio. Così come pareva nuovo questo disegno, confidava, che avrebbe suscitato nuovi pensieri di Buonaparte, e messo in sospetto di una maniera di guerra non ancora usata. Per arrivare a questo fine aveva cinquanta mila combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti; perchè aveva con se in Tirolo venticinque mila soldati, dieci mila ne aveva Quosnadowich in Bassano, altrettanti Provera a Padova, il resto sulle ali estreme. Maravigliosa cosa è il pensare, come l'Austria, dopo tante rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria: gli altri stati ereditari fornivano a proporzione. Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi in tanta depressione della potenza Austriaca; perchè quattro mila giovani delle prime famiglie, lasciati in sì grave pericolo della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro signore le perdutaItalia. Buonaparte, che stimava l'utile, non il generoso, si faceva beffe di questa gente, giovinastri chiamandogli, e ciamberlani. Ma si vide alla pruova, ch'erano valenti soldati, e che se non era di una spia, e della celerità di un giorno, i vinti sarebbero divenuti vincitori, gli scherniti trionfatori.
Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di Francia. Non ostante non arrivava il suo esercito al novero di quello d'Alvinzi, poichè passando i quarantacinque mila, non arrivava ai cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque schiere principali, una delle quali governata da Serrurier teneva il campo sotto Mantova, l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori dell'Adige, la terza retta da Massena alloggiava pure in Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli, e nei luoghi intermezzi; la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e Lonato.
Da tutto questo si può conoscere, che Buonaparte si era persuaso, che lo sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però, siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma che se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle, perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati,ed Augereau e Massena potevano arrivare prestamente in soccorso di lui da Verona. Il primo a dar le mosse alla sanguinosa guerra, che siam per raccontare, fu Provera, che partito da Padova il dì sette gennajo, si dirizzava verso Bevilacqua, terra posta sul rivo, che chiamano la Fratta. Era in Bevilacqua il generale Duphot con una squadra, che serviva come antiguardo al presidio di Porto-Legnago. Era intendimento di Provera di tentare il passo dell'Adige poco sopra a quest'ultima fortezza per recarsi quindi al soccorso di Mantova. Il dì otto sul far del giorno il principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un piccolo castello: trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento, lo fugava. Al tempo medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Francesi si erano rinforzati a Bevilacqua per le genti fresche venute da Porto-Legnago. Ma assaliti in diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e si ridussero a Bonavigo ed a Porto-Legnago sull'Adige, non senza grave danno, e con perdita di due cannoni. Combattè molto animosamente in questo fatto Duphot, ma con non minor valore combatterono i volontari Viennesi, che furono gran parte della vittoria. Conseguìti questi primi vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e Porto-Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte a Bologna,intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto ne ebbe avviso, che giudicando bene del tempo, comandava a due mila soldati, che già aveva indirizzato contro gli stati della chiesa, retrocedessero, e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le rive dell'Adige assaltate da Provera. Il che dimostra quanto intempestiva, e troppo presta fosse la mossa del generale Austriaco; perchè avrebbe fatto di mestiero, che si fosse dato tempo ai pontificj di venire avanti tanto che congiunti con gl'imperiali avessero potuto concorrere coi medesimi al fine, che gli uni e gli altri si proponevano.
Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastato alquanto al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto pericolo, s'avviava a Verona la mattina del dodici, dove trovava Massena alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano; imperciocchè Alvinzi per tener incerto l'avversario del luogo, dove principalmente volesse ferire, aveva comandato, che al tempo medesimo si urtasse contro tutta la fronte del nemico. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco distante da Verona, quando assalito dai Tedeschi fu costretto a ritirarsi dentro le mura. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi, attaccava la battaglia, che fu molto aspra e sanguinosa. Restava il campo ai Francesi, e prendevano al nemico seicento prigionieri con tre bocche da fuoco. Non fu senza grave danno la vittoria, perchè i repubblicani perdettero a un di presso il medesimo numero di soldati con quattro pezzi d'artiglierìa.
Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti allo aver fatto credere al nemico, che lo volessero assalire fortemente, e grossi in questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne; anzi una parte guidata da Quosnadowich si conduceva celatamente, e con molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in Tirolo. Restava la rimanente sotto il generale Bajalitsch. Nè qui si restavano i tentativi degli Austriaci, perchè sulle due ali estreme Provera varcava l'Adige il dì tredici, non però senza molta difficoltà, contrastatogli animosamente il passo da Guyeux. Alvinzi sforzava le strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi sull'alloggiamento forte, e fortificato di Rivoli. Pendeva in tale modo incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo, e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un Veronese, amatore dei Francesi, e congiunto d'antica amicizia con Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il disegno di guerra del generale Austriaco, il quale disegno, tornatosene a Verona, consegnava ad un Pico, che nato in Piemonte, e mescolatosi nelle congiure di quel paese, si era ricoverato in Francia, e seguitando sempre l'alloggiamento principale, si adoperava come esploratore delle operazioni militari del nemico.Da questo Pico fu incontanente il disegno d'Alvinzi dato in mano del generalissimo di Francia. Così ebbe sicura notizia di quanto intendesse fare il generalissimo d'Austria. Giungevano in secondo luogo lettere espresse di Joubert, che portavano, quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona. Da tutto questo divenne chiaro, che gl'imperiali farebbero il più grosso sforzo per le regioni superiori dell'Adige col fine di andar a percuotere direttamente quelle, che sono poste fra l'Adige ed il Mincio. Buonaparte allora, solito a spingere con incredibile celerità sempre innanzi le occasioni, comandava a Massena, corresse con tutta la sua schiera a Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte medesima del tredici, s'incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi sostenere la fortuna vacillante. Confidava Alvinzi, che il generale repubblicano, trovandosi alle prese a Verona, e sul basso Adige, non sarebbe accorso sull'alto con tutte le sue forze. Però si persuadeva di aver solo a fronte la schiera di Joubert. Per la qual cosa aveva ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi scende dal Tirolo verso Verona; l'altra condotta da Liptay girasse sui monti per Campione per andar a ferire alla schiena il rimanente corpo di Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di quattromila soldati, e governata dal generale Lusignano, girandopiù alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Francesi, per la valle del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich, e romoreggiava sulla sinistra dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno del quattordici, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto, se n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi, che i suoi pensieri erano stati penetrati, e che in vece di avere a combattere col solo Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti, perchè quello, che era conveniente combattendo molti contro pochi, non era parimente combattendo molti contro molti, anzi contro più. Tuttavia non diminuendo per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconce ad un caso inaspettato. Nè sicuro consiglio sarebbe stato il ritirarsi, perchè avrebbe portato con se la perdita di tutta l'impresa, oltrechè in cospetto di un nemico tanto attivo, la ritirata sarebbe stata accompagnata da gravissimi pericoli. Vi era adunque pel generale Austriaco necessità di combattere, e d'incontrar la fortuna, qualunque ella si fosse.
Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della mattina, e siccome gli Austriaci per ordine del loro generale puntavanomassimamente contro la sinistra dei Francesi, per secondare le colonne che giravano alle spalle, così quest'ala Francese, ed anche la mezza pativano grandemente, e già, crollandosi, si tiravano indietro disordinate: erano la ottuagesimaquinta, e la vigesimanona. Pareva la fortuna inclinare a favore dei Tedeschi. Mosso Buonaparte dall'estremo pericolo, comandava a Berthier, nel quale e pel valore e per l'esperienza molto confidava, sostenesse con la quartadecima l'inimico in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più piegava, e pericolava. Sosteneva la quartadecima un urto ferocissimo. Questo sforzo, e la terribile trigesimaseconda, che arrivava, ristoravano in questo luogo la battaglia, che inclinava. Ma non procedevano con simile prosperità le cose dei Francesi sulla sinistra, che continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare nella battaglia sulla sinistra. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena rintegrava la fortuna, e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli, che era a chi l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento compariva sulle alture a man manca Liptay, e mettendosi alla scesa già era vicino a ferire di fianco l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'erail momento determinativo della fortuna; perchè, se gli Austriaci, in vece che erano spartiti in parecchi corpi, tanto sulla destra, quanto sulla sinistra dell'Adige, fossero stati ammassati in un solo e grosso per far forza contro Rivoli, cosa è più che probabile, che avrebbero acquistato la vittoria. Ma trovandosi le schiere divise, perchè Alvinzi, credendo di aver a far solo con Joubert, le aveva ordinate piuttosto per circondare, che per combattere, non poterono urtar tutte al medesimo tempo e di concerto, e lasciarono intervalli fra di loro, pei quali poteva il nemico penetrare, ed assaltarle di fianco. Tuttavia, spignendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro il fatale Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo, il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Pinsero di nuovo avanti i Tedeschi, e dopo una mischia spaventevole, se lo pigliavano una seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la fortuna sua, comandato a Berthier, che trattenesse con la cavallerìa i Tedeschi nel piano, che fra le alture a sinistra, e Rivoli a destra si apre, acciocchè non potessero aiutare i difensori di Rivoli, adunava in un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed uniti e grossi gli conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia, e di tutta la guerra, là di Mantova si diffiniva. Nè nissuno creda, che dappoichè gli uomini fan guerra, e neanco nellebattaglie più famose dell'antichità, e dei tempi moderni si sia combattuto o più ostinatamente, o più coraggiosamente, come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè e Berthier frenava il nemico nel piano, e Joubert, che in questa giornata lasciò dubbio, se fosse più valoroso soldato, o più esperto capitano, cacciato a forza il nemico da Rivoli, se ne impossessava.
Intanto già si era per modo accostato Liptay che incominciava a percuotere l'ala sinistra dei Francesi, non ancor del tutto rimessa in ordine dal precedente scompiglio. Correva pericolo, che quello, che la mezzana e la destra avevano guadagnato, la sinistra perdesse. Se a ciò si aggiunge, che Lusignano già si approssimava, e batteva il campo sulle alture, donde si cala il Tasso, si verrà a conoscere, a quale ripentaglio fossero ridotte, malgrado del riacquistato Rivoli, le Francesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, il quale, spintosi tra la squadra di Liptay, e l'estremità della mezzana, tanto batteva l'una e l'altra, che le sforzava, non senza grave disordine, al ritirarsi: si ricoverava Liptay a Caprino. Massena poi, prevedendo l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli, pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul principio, e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani; il quale accidente all'opera principalmente di Buonaparte e di Joubert a dritta, di Berthier in mezzo, e di Massena a stancasi debbe attribuire. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, s'ella non avesse avuto, con la rotta di lui, la sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver varcato i monti di Sperano, di Montegazo e del Lavaletto, nella terra di Pesena, e già s'incamminava più sotto, costeggiando il Tasso, verso Affi. Debole presidio era contro questa colonna la diciottesima, alloggiata a Rocca di Garda. Infatti, dopo un grosso affronto a Calcina, aveva Lusignano continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.
Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiam narrato, per ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato, in luogo donde già poteva essere di sussidio a' suoi. Erasi egli, velocemente marciando, condotto sulle alture di Cavaglione custodite da alcune bande di Croati, e fatto dar dentro dai generali Partoneaux e Boyer, facilmente le superava; perchè i Croati, gente nuova e collettizia, nè usa alle battaglie ferme, fatta debole resistenza, si diedero facilmente alla fuga. Superatisi da Rey i monti di Cavaglione, e traversata la valle che gli parte dall'eminenze di Rivoli, aveva trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Monnier dall'altra, Rey alle spalle, per forma che attorniato da tutte bande, non aveva più altro rimedio,che quello di arrendersi, o di far pruova di aprirsi il varco con le bajonette. Si appigliava volentieri, come uomo di molta prodezza, a quest'ultimo partito. Ma soperchiato dal numero soprabbondante dei nemici, nè avendo con se difesa di artiglierìa, o di cavallerìa, di cui gli assalitori abbondavano, fu costretto a cedere, deponendo le armi, e dandosi con tutti i suoi prigioniero in poter dei repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte, perchè tutta la restante oste d'Alvinzi, sbigottitasi a sì infelice caso, rapidamente verso la parte più alta e più aspra del Tirolo si ritirava. Buonaparte, conseguita tanta vittoria, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a Mantova, conoscendo quanta variazione potrebbero ancor fare le cose, malgrado della vittoria di Rivoli, se Mantova si rinfrescasse, con celerità uguale a quella, con cui aveva camminato da Verona a Rivoli, correva da Rivoli a Mantova, conducendo con se Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento alle vittorie.
Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, con intendimento di girare alle spalle di Corona, dove pareva che gli Austriaci volessero rannodarsi. Riusciva la fazione, come era stata ordinata dal Francese; perchè rotta da Murat per via una banda di nemici, un terror tale entrava subitamente negli Alemanni, che pensarono meglio a salvar le persone che l'onore. Fu generale la sconfitta, e se si eccettuano dieci battaglioni, ed otto squadroni,che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava, che intiero od ordinato fosse. Vollero fermarsi a fare un poco di fronte a Torbole ed a Mori, dove Laudon e Wukassowich avevano fatto a questo fine alcune trincee; ma la trepidazione dei soldati, una improvvisa comparsa alle spalle di Vial, che per nevi e per dirupi aveva corso un cammino malagevolissimo, e finalmente un assalto inopinato e subito dato a Torbole da quel rischievole Murat, che aveva a questo intento attraversato il lago, sbigottirono gli Austriaci per modo che, tolta ogni difesa, fuggivano a precipizio. Nè fecero fine gli uni al perseguitare, gli altri al ritirarsi, finchè Wukassowich non giunse a Lavisio, dove nelle antiche trincee distribuiva le genti. Entrava Joubert trionfante in Trento con bella e lieta mostra guerriera. Così coloro, che già abbracciavano colla mente la possessione di Mantova, non poterono nemmeno conservare la metropoli del Tirolo, antico e fedele seggio della potenza Austriaca.
Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava per ingannare Augereau, che stava schierato sull'altra riva, ora di assaltar Ronco, ora Porto-Legnago, perchè il suo pensiero era di passare ad Anghiari, passo più comodo per certi rilevati, che vi sono sulla sinistra sponda, molto atti a dar facilità di nascondere i soldati, e leartiglierie. Venendo poscia più alle strette, aveva mandato le piatte abili a far i ponti estemporanei sui fiumi, a Nichesola, e pareva, che vi si affaticasse per passare. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierìe i Francesi, che dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte e varcava, come abbiam detto, il giorno tredici di gennajo. I volontari Viennesi venuti sulla destra sponda, cacciavano i repubblicani da Anghiari. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a se le bande spartite mandate a Bonavigo, a Ronco, ed a Legnago, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguinetto, e Nogara: alloggiava in quest'ultima terra la notte dei quattordici. Il quindici, continuando a viaggiare molto per tempo, e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux, ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati, e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte dei quindici, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno sedici: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita, e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso r assalto del maresciallo, che Dumas, posto alla guardia di Sant'Antonio, fu costretto a piegare,lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita: già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani, che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.
I Francesi liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellara, gli faceva segno, che l'arrendersi era più sicuro che il combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente veduto che Victor già gli aveva tolto i cannoni, e che il reggimento molto bravo dei cavalleggieri di Erdodi, costretto dalla forza sopravvanzante, si era dato in potestà del vincitore, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinquemila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontari di Vienna. Furono i gregari condotti in Francia; ebbero gli ufficialiabilità di tornarsene sotto fede di non militare contro Francia. Conquistarono in questo fatto i repubblicani, oltre i prigionieri, venti cannoni, e di carriaggi, munizioni e bagaglio una quantità notabile. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio: tutta l'Italia in balia dei repubblicani; di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.
Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni, che abbiamo raccontate, con molto valore; nè si può negare, che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati: ma mancarono dell'effetto; primieramente perchè per le rivelazioni fatte da chi ne sapeva quanto Alvinzi, essendo Buonaparte conscio delle intenzioni del nemico, gli fu fatto facile il disegno della battaglia, secondamente per la incredibile celerità sua, e de' suoi soldati, che corsero da Verona a Rivole, poi da Rivole a Mantova, e nell'uno e nell'altro luogo in punto fatale arrivarono. Che se avessero indugiato poche ore solamente a sopraggiungere a Rivole, era per loro perduto quel che guadagnarono e se poche ore altresì avessero soprastato a raggiungere il campo di Mantova, sarebbe Provera entrato dentro la fortezza. Fu accagionato Provera dello aver troppo presto varcato l'Adige, la quale accusa non apparirà senza fondamento, se si avvertirà alla non effettuata congiunzione coi pontifici, ma non parimente, se si farà considerazione delle altre mosse degl'imperiali sulle rive dell'Adige superiore. Del resto il suo mandato era di romoreggiare, e di assaltare sulla sinistra sponda, e di far le viste al passaresulla destra dopo i sei del mese, ma non di passare effettualmente, se non quando avesse udito fauste novelle della mossa d'armi fatta da Alvinzi.
Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti, e prigionieri circa ventimila soldati con sessanta bocche da fuoco, e ventiquattro bandiere. Tutti i volontari Viennesi furono o morti, o presi: le bandiere loro ricamate per mano dell'imperatrice d'Austria, ornavano il trionfo di Buonaparte. Traversarono la superiore Italia in sembianza di gente cattiva per alla volta di Francia. Non fu loro fatto scherno, nemmeno dai più scapestrati. Ammirarono anzi tutti in loro il valore, ammirarono la carità verso la patria.
Scriveva Buonaparte, essere mancati de' suoi tra morti e feriti solamente due mila; il che è lontano dalla verità, perchè furono assai più; e se si noveravano i prigionieri, che però montarono a poca gente, fu perdita di più di seimila soldati.
In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa, ed a ricuperazione de' suoi stati Italiani. Se ne fecero grandi allegrezze in Francia, e nell'Italia suddita a Francia; ne stette l'Europa attonita, l'Austria spaventata. Ma Buonaparte non era di natura tale, che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e vedendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle Veneziane pianure,si spingeva oltre perseguitando le reliquie dei vinti. Occupavano, Massena Vicenza, Augereau Padova; poi da questi luoghi partendosi si avviavano, il primo a Bassano, il secondo a Treviso. Riusciva l'impresa molto facilmente ad Augereau, perchè, eccettuati alcuni incontri di cavallerìa, tutto il paese veniva senza ostacolo a sua divozione. Treviso stesso l'accoglieva fra le sue mura. Poi il capitano di Francia più oltre spignendosi, cacciava gli avversari da tutte le regioni della Piave inferiore. Ma più verso i monti, le cose andarono più strette per Massena. Quivi Alvinzi, per gelosia dei passi del Tirolo, aveva alloggiato Mitruski e Bajalitsch con qualche nervo di gente. Massena, che aveva vinto ben altre battaglie che queste, dava dentro al ponte di Carpeneto, dove gli Austriaci volevano far testa, e gli rompeva, per opera massimamente di Menard, non senza grave perdita di soldati e d'artiglierìe. Vinto Carpeneto, gli fu agevol cosa vincere ancora Primolano, essendosi gl'imperiali intieramente ritirati a Feltre, ed ai luoghi più inaccessi della superiore Piave. Per tal modo fu aperta la strada al generale della repubblica di comunicare con Joubert, che uscito di Trento aveva rotto gli Alemanni a San Michele. Non vi fu più allora altro rimedio pei vinti, che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte, e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passandoper le fonti della Piave vicino a Cadore, e per la sinistra di questo fiume sino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò, che fossero per portare con se la stagione migliore, e la fortuna fino allora vittoriosa dell'arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito Italico. I Francesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo pel sopravvenire della vernata divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.
Buonaparte, conoscendo, che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con le armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena, e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare, perchè il calare subitamente e senza che si venisse almeno una volta al ferro, agli accordi, che sarebbero stati molto ignominiosi, e forse contrari alla sedia apostolica, gli pareva risoluzione troppo vergognosa dopo le dimostrazioni fatte; il non acconciarsi col vincitore gli pareva partito pericolosissimo, perchè vano era lo sperare, che le armi pontificie potessero resistere a quell'impeto, che aveva prostrato tante volte gli eserciti potenti ed agguerriti dell'Austria. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitorefantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo, che prima di un combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi, e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio, siccome quegli che tanto altamente sentiva di Roma, che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitarla negli estremi. Oltre a tutto questo non s'ignorava pel pontefice, che quantunque il governo di Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni, e per le disgrazie erano ripullulate in Francia; il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma. Sapevaselo Clarke, il quale di ciò scrivendo affermava, avere i Francesi guastato la loro rivoluzione di religione; di bel nuovo essere divenuti cattolici romani; forse aver loro bisogno del papa, affinchè i preti secondassero la rivoluzione politica in Francia.
I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo, ed ora no, piaceva la guerra col pontefice per amplificazione di fama, e le dolci parole, che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo, erano piuttosto fraudi che carezze; perciocchè mentre faceva loro profferte d'accordo, e gli lusingava dicendo, che non aveva mai approvato il trattato proposto dal direttorio, e ch'ei farebbe gran cose in favor di Roma, se ella volesse comporsicon Francia, ordinava che Cacault, ministro di Francia appresso al pontefice, ed incaricato di negoziare la pace, andasse astutamente temporeggiando per ingannare, come diceva, la vecchia volpe, parlando del papa, e ciò facesse insino a tanto che il tempo fosse venuto di prorompere a compire i disegni concetti: voleva che Ancona fosse, alla pace, data per sempre alla repubblica; voleva che continuamente si sbigottisse il papale governo con dare speranze artifiziose agli scontenti di far novità. Nè migliore era la fede di Cacault nelle sue dimostrazioni amichevoli; perchè, se gli pareva poco onorevole l'andar a Roma solamente per porvi una taglia ed obbligare forzatamente il pontefice a far la pace, bene gli pareva onorevole l'andarvi per cambiarvi ogni cosa, e per atterrarvi il trono pontificale; e se per volontà del direttorio, e per le condizioni generali d'Europa ciò era impossibile a farsi, essere di bisogno, affermava, lasciare per allora la dispregevol Roma, come diceva, nel suo stato attuale, finchè sicuramente potesse la Francia voltarla tutta sottosopra; insinuava inoltre, che sarebbe stato conveniente il creare tre repubbliche dello stato ecclesiastico, delle quali una fosse di Bologna e Ferrara unite, l'altra di Perugia con la Romagna, la terza di Roma fino alle spiagge del Mediterraneo: osservava con questo, che tutto ciò poteva farsi lasciando il papa, capo della chiesa universale, risedere, come prete, e con la sua corte di preti, e come pontefice là dove volesse, e nel modo in cui risedeva a Roma innanzi che alcuna donazione dei Francesinon l'avesse fatto sovrano di un territorio. Pensava non ostante, che fosse bene per quell'inverno unire solamente la legazione di Ravenna a quella di Bologna e di Ferrara, e formare un nuovo stato del Perugino, del ducato d'Urbino e della Romagna, Roma lasciando, e la sua campagna pestilente a se stesse, perchè la Francia le potrebbe signoreggiare per via del mare. Persuadeva oltre a questo Cacault, che la introduzione della libertà, e di buone repubbliche da Milano fino al regno di Napoli fosse senza dubbio ciò, che meglio poteva far sicuri gl'interessi della Francia in Italia, e tener nel dovere, dall'un dei lati il re di Napoli, dall'altro la potente Alemagna. Il qual disegno non si può negare, che non fosse per riuscire utile alla Francia di quei tempi; ma quale sincerità fosse questa verso il duca di Parma, il gran duca di Toscana, ed il papa medesimo, col quale il direttorio allora negoziava la pace, il mondo lo potrà vedere. Giudicheranno altresì gli uomini prudenti e giusti, se tali macchinazioni non solo non autorizzassero, ma ancora non obbligassero, come a strettissimo dovere il pontefice a fare con le armi e con le alleanze il peggio che potesse agli autori loro. Se si considerano poi le scritture in numero quasi infinito, che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri, che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tant'oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi francesi che comandavanoin questa città, si dava un ballo, in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che con modi parte frodolenti, parte incivili s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male, ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza con l'Austria. Una lettera, che il cardinal Busca, segretario di stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar romore, e di sputar fuori il veleno che aveva concetto contro Roma, ancorchè il modo stesso, con cui fu la lettera intercetta, desse e segno al pontefice del rispetto, che portava il generale della repubblica alle neutralità, e fondato motivo di correre all'armi. Erano i dispacci di Roma sotto fede pubblica, e della neutralità Veneziana affidati ai corrieri di Venezia, che gli portavano sino ai confini Austriaci. Uno di questi corrieri fu improvvisamente fatto arrestare alla Mesola il dì dodici gennaio da Buonaparte, e come fu svaligiato, così gli fu trovata la lettera del cardinale. Favellava il segretario di stato dei negoziati introdotti a Vienna per concludere un'alleanza, della condotta del generale Colli, di bande Tedesche da farsi venire in Romagna, del non aver voluto udire le proposizioni d'accordo fatte dalla Francia, mentr'egli negoziava con l'Austria. Quindi sorsero le note di perfidia date da Buonaparte al pontefice, come se questi il quale si trovava in condizione di guerra con la repubblica a cagione del rifiuto fatto di sottoscrivere al trattato proposto dal direttorio,non dovesse cercar rimedi ovunque rinvenire gli potesse. Bene pare a noi, che fosse sincerità il non voler concludere con Francia, mentre ei trattava con Austria.
Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi Austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna; essere rotta la tregua col papa, si apparecchiava a fargli guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione dei capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Francesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali e ufficiali Austriaci al suo soldo, ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault. Delle quali cose si può dire, che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile contro i Francesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre all'armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro, se non una seduzione d'intelletto, o un abuso di forza; perchè quei capitoli in ciò consistevano, che il pontefice desse milioni di denari, e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto, o per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere, come ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a se medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerrainevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.
Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa: e perchè Italiani ferissero Italiani, e fra tante calamità non mancasse la guerra civile, erano fra i buonapartiani molti soldati Italiani delle due repubbliche Transpadana, e Cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault: il che dimostra quale libertà fosse in un governo, in cui un generale comandava agli ambasciadori. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti Francesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti Lombardi, altrettanti di Cispadani con pochi cavalleggieri d'ambe le repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti Polacchi raccolte di disertori, e prigionieri Austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca, che condotta da Dombrowsky si acquistò poscia nome nelle guerre Italiche. Adunava il generalissimo tutte queste genti in Bologna; ne faceva la rassegna sulla piazza della Montagnola, esortandole alla guerra. Comandava, al cospetto suo armeggiassero. Fatta la rassegna, le spingeva oltre contro lo stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori, e feritori alla leggiera, che composta di Lombardi aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese, e d'ingaggiarele prime battaglie. Marciavano il dì primo febbrajo; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificj, che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese; La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era di assaltar di fronte il nemico; e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli, che i soldati, così mandava fuori un bando parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.
Prima però di raccontar la guerra pontificia, è d'uopo, l'ordine della nostra narrazione seguitando, che per noi si scriva, come e quando Mantova se ne venisse in potere dei Francesi. L'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wursmer, che per la carestia dei viveri la dedizione era inevitabile. Ciò non ostante quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime, gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; l'ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedi. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo vi si vendeva uno scudo, unpollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne la cavallina, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. S'appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. A tale condizione era ridotta la sede dei Gonzaga, la patria di Giulio Romano, perchè Francesi e Tedeschi volevano avere in mano loro quel freno da tener in bocca agl'Italiani. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago dal capitano Sibilla trentadue barche cariche di vettovaglie, che Alvinzi, quando era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza, con la quale si sostentava nell'estremità della fame, il fece accorto, che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo coi Francesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier, che darebbe la piazza, purchè la guarnigione uscisse libera con armi, bagagli, suono di tamburi, bandiere al vento, tregua di un mese in Italia. Non volle il generale repubblicano consentire a queste domande, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo la città, la fortezza e la cittadella ai Francesi; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera; restasse prigioniero fino agli scambi; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti,ducento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperatore, condizioni onorate conformi all'onorata difesa.
Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza, e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori, che con ogni più cortese dimostrazione il vecchio, prode, ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte, che poco prima della dedizione era presente al campo, se n'era andato, o per modestia, o per superbia, a Bologna: ma non omise, affetto raro in lui, solito a deprimere gli avversarj, di esaltare il guerriero Austriaco, scrivendo al direttorio, avere con intento proprio voluto dimostrare la francese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto: avere Wurmser, perduto nella battaglia di Bassano l'esercito, concetto il pensiero di ricoverarsi in Mantova lontana a cinque giorni, passato l'Adige, prostrato i repubblicani a Cerea, traversato la Molinella, guadagnato la piazza; essere quinci più volte sortito, sempre infelicemente, sempre valorosamente, sortito essere con soldati consunti da malattie pestilenti: tale essere stato Wurmser: pure sapere, non avere a mancar uomini, solitia perseguitare cui la fortuna perseguita, che incolperebbero l'incolpabile Wurmser. Quest'erano le generose voci di Buonaparte rispetto a Wurmser vecchio, e valoroso.
Entravano i Francesi nella desolata terra. Pietosi miravano nelle case arse o diroccate volti pallidi e sparuti; argomentavano qual fosse stata la costanza e la pazienza dei difensori. Trovavano centoventisei cannoni di sedici libbre di palla, centoquindici di quindici, con altri pezzi minori. Si rallegravano massimamente al vedere settantadue bocche da breccia conquistate dagli Austriaci al tempo, in cui per l'arrivo di Wurmser fu allargato l'assedio; s'aggiunse alla presa artiglierìa una fiorita archibuserìa: acquisto prezioso specialmente fu quello di settantadue piatte ad uso di far ponti estemporanei, le quali giunte a quelle che già avevano i repubblicani, montarono al numero di centotrenta, suppellettile capace a passare qualunque più grosso fiume. Così Mantova combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica, e per questo accidente cambiossi in Italia la servitù Tedesca in servitù Francese.
Ora è tempo di ritornare ai travagli che erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato più sopra, accampato sulla destra del Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Corre il Senio precipitandosi dagli Apennini, a fronte di Faenza, e va a metter foce nel destro ramo del Po, che chiamano col nome di Po Primaro. Avevano i soldati del pontefice, che ascendevano al numero di sei in settemila fanti,e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti, e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo, che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Oltre a ciò avevano cavato un fosso a sinistra del ponte, che oltre il medesimo si sprolungava, empiendolo di feritori alla leggiera, affinchè bersagliassero coloro, che primi si fossero attentati di passare. Avevano, cavando il fosso, alzato sulla sua sponda un ciglione di terra verso il fiume, che a guisa di parapetto gli preservava dalle ferite. La cavalleria alloggiava dietro i ridotti per perseguitar l'inimico oltre il ponte, se fosse rotto, o far sicura la ritirata dei compagni, se fossero vinti. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglia da Castelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro dell'artiglierie pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor, che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano; ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimentosbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volentieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri, che varcasse ancor essa. Ma i pontificj, siccome il fosso era stato scavato per diritto, e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che gli fece disordinare, e sbigottire vieppiù. In questo punto la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più lungamente le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine, e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade. Quattordici cannoni vennero in poter dei vincitori. Scrisse Buonaparte, avere ucciso in questo fatto quattrocento pontificj, presone mila. Ma mancarono solamente tra morti e feriti circa trecento cinquanta, e alcuni più di prigionieri. Perdettero i repubblicani circa settanta soldati tra morti e feriti. Morì con dolore di tutti un capitano Fokalla, giovane Polacco di grande aspettazione. Noverossi fra i feriti Lahoz, colonnello dei Lombardi. Narrò il generale repubblicano, non senza scherno, che fra gli uccisi si noverarono preti, che quando ardeva la battaglia, avevano animato i soldati del ponteficea combattere. Bene sarebbe stato meglio, che i preti non si fossero mescolati fra le armi, ma certo questa divozione loro verso Roma, e verso il loro signore, non era atto da essere beffato da nissuno, e manco da colui, che non contento al combattere con le armi, combatteva ancora con le instigazioni, per far levare contro i propri governi e chi aveva inclinazione a tumultuare, e chi non l'aveva. Affermano alcuni storici, avere i pontificj subitamente perduto la battaglia del Senio per la inaspettata ribellione di un reggimento Corso ai soldi del pontefice. Il quale accidente, come troppo grave, noi non saremo nè per affermare, nè per negare, non avendone pruove sufficienti.
Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a se i preti ed i frati, gli confortava a star di buona voglia, dimostrando volere, che da tutti la religione si rispettasse, ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Francesi per tutto il paese come un folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza sì per la cittadella, e sì per un forte alloggiamento munito di trincee, che aveva fattosopra un monte chiamato nel paese la Montagnola, e che sta a sopracapo della città. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin da principio del novantasei dal direttorio, aveva spacciatamente comandato, che posti sui carri gli arredi, e le reliquie più preziose, s'indirizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinque mila soldati, e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani, ed ai Polacchi, andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificj. Fu debole la difesa; perchè i soldati di Colli spaventati dalla rotta precedente si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona, e la cittadella. Se ne impadronivano i repubblicani. Il generale della chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, andava a porre il campo tra Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato d'Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria, venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard, e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Anzi sapendo quanta efficacia abbia a legare gli animi degli uomini l'umanità, usava un atto molto pietoso verso i preti di Francia fuorusciti, che nello stato Romano si erano ricoverati: comandava,vivessero sicuri, dessero loro i conventi il vitto, e quindici lire al mese pel vestito, risoluzione degna di grandissima commendazione. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.
Andando tanto impetuosamente in precipizio lo stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Rammentavano i tempi antichi sotto Attila, i moderni sotto Borbone. Già pareva ai Romani, che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco, per opera di coloro che dai pulpiti, e dai più secreti luoghi erano stati, quai barbari, rappresentati. Nè il romore che si udiva continuo, nè lo scompiglio che si vedeva, erano fatti per riconfortare gli spiriti. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa a Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. I religiosi, sì secolari che regolari, erano presi di spavento; ne erano piene le strade; chi verso Terracina, chi verso Firenze, chi alle montagne si ritirava. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano, ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di avergli uditi, e chi di avergli veduti. Raddoppiavansi le grida, il terrore, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno, che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse. S'aggiungeva, che il papa medesimo s'apprestava a partir per Terracina; il che era agli occhi dei popoli spaventati segno d'eccidio imminente, presagio che Dio giàabbandonasse, e già portasse altrove quella veneranda sede di Pietro apostolo.
In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Francesi a volontà loro correre per tutto lo stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione, se non di piegarsi a quella necessità, che o sdegno di Dio, o malvagità degli uomini aveva apprestato. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni, che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alle consuetudini della chiesa; nè mai volle scemare, o a se od agli oracoli suoi, con pusillanimi e disonorevoli ritrattazioni quella fede, e quella dignità che pretendeva a tutte le cose sue, e che erano il fondamento principale della grandezza della Romana chiesa. Così in quest'ultimo urto di fortuna fortemente resisteva. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città, alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica veduto molto volentieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Scrivessegli, deliberarono, richiedendolo della pace, e del trattare umanamente Roma desolata. Spacciarono anche incontanente a Napoli, a Parma, al ministro Azara, perchè intercedessero. Facevano i pregati intercessori l'ufficio; furono uditi benignamente; soprastava la risposta al cardinale. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore.Destinava il pontefice quattro legati al generale, il cardinale Mattei, monsignor Galoppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione, e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriero portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo, questa fu la prima consolazione di Roma. Avute le novelle, viaggiavano più confidentemente verso Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. S'incontravano al terminarsi della via Flaminia coll'antiguardo repubblicano, in cui erano e Francesi ed Italiani. Maravigliavansi i repubblicani al vedere quelle vecchie fogge d'abiti e di carrozze, che per loro erano nuove, e se ne muovevano a riso. Arrivavano i legati a Tolentino: accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda, che oggimai non aveva più in se difficoltà d'importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio nel temporale, essendo già posto tutto in balìa del vincitore. Sospese intanto per volontà del generalissimo le offese, visitavano Victor e Lannes, prima i campi del Trasimeno, poi le grandezze di Roma. Gli guardava curiosamente il popolo; gli accoglieva molto umanamente il pontefice.
Si concludeva il giorno diecinove febbrajo a Tolentino il trattato di pace fra il papa, e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi,nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi, a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Francesi; al cedere alla Francia Avignone, il Contado, e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiciali alla religione cattolica; al consentire, che la città, la cittadella, ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero ia mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Francesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti, cinque in diamanti, fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali, ed altri animali dello stato della chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disappruovare l'uccisione di Basseville, ed al pagare per ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecentomila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di stato; a restituire ai Francesi la scuola delle arti in Roma: volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui, e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.
Così finiva la Romana guerra. Nei capitoli della pace si vede, che se il papa restò di sotto per denari e per territorj, furono vantaggiate le condizioni attinenti alle materie religiose; perchè furono cassi dal trattato i capitoli delle disdette, delle rivocazioni, e delle ritrattazioni, che il direttorio aveva voluto imporre al pontefice, e cheerano stati la cagione del rifiuto e della guerra. Intanto, per pagar la taglia, si richiedevano a Roma gli ori e gli argenti, sì dei religiosi che dei laici, e vi si facevano accatti rovinosi.
Il generale invitto, domati i grandi, volle far mostra di rispettare ed onorare i piccoli, o fosse in lui nuova spezie d'ambizione, o qualche radice di affetto buono. Pure riuscì la cosa troppo magnifica per non esser perniziosa tentazione ai modesti. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro addì sette febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica francese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà, ma pur finalmente il popolo francese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i propri interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato: venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti Austriaci, recatovi la libertà, acquistatovi gloria immortale quasi fin sotto agli occhi della Sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare pertanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli, ma vivessero sicuri, cheFrancia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo territorj di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare, e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè so perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare, erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica, che era vissa sì lunga età innocente, e pura da quel d'altrui. L'ingiustizia e la rapina erano cose ignote per lei. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.