LIBRO QUINTO

LIBRO QUINTOSOMMARIOIl re di Sardegna continua nella sua alleanza con l'Austria. Provvedimenti militari di queste due potenze dalla parte d'Italia. Il gran duca di Toscana fa un accordo con la repubblica Francese. Discorso del suo ministro Carletti al consesso nazionale, e risposta del presidente. Discorso del nobile Querini, inviato di Venezia, al medesimo consesso, e risposta del presidente. Battaglia navale tra i Francesi e gl'Inglesi al capo di Noli combattuta i dì tredeci, e quattordeci marzo del 1795. Pace della Prussia con la repubblica Francese. Guerra sulla riviera di Genova: vantaggi dei confederati. Congiure, sdegni, e rigori nel regno di Napoli. Gravi turbazioni nella Corsica contro gl'Inglesi. Paoli chiamato a Londra come sospetto. Qualità di questo Corso. Moti tumultuosi a Sassari di Sardegna. La Spagna conclude la pace con la Francia, ed offre la sua mediazione a fine di concordia al re di Sardegna. In qual modo Vittorio Amedeo riceva questa mediazione. Consiglio convocato in Torino per deliberare sulla proposizione della pace. Discorso del marchese Silva, che opina per gli accordi. Discorso del marchese d'Albarey, che gli dissuade. Si viene di nuovo all'armi. Battaglia di Loano succeduta addì ventitrè di novembre del 1795. Suoi importanti risultamenti.Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma eziandìo, e moltopiù verso la Spagna, i Paesi Bassi, e quella parte della Germania, che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anzi in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che cacciati al tutto gli eserciti Inglesi, Olandesi, Prussiani, ed Austriaci, si erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda, e di tutta la Germania di quà dal Reno, sì fattamente che minacciando di varcar questo fiume, niuna cosa lasciavano sicura sulla sua destra sponda. Tante e così subite vittorie davano timore, che la confederazione si potesse scompigliare, e che alcuno fra gli alleati, disperando dell'esito finale della guerra, pensasse ad inclinar l'animo ai Francesi, e ad anteporre una pace, se non sicura, almeno manco pericolosa, ad una contesa, il cui fine era oramai divenuto, se non del tutto impossibile, certamente molto incerto a conseguirsi. A questo si aggiungeva, che il reggimento che si era introdotto in Francia dopo la morte di Robespierre, mostrava e più moderazione verso i cittadini, e maggior temperanza verso i forestieri. Dannava le immanità del governo precedente, dannava gl'incentivi o subdoli o superbi usati verso i sudditi, e verso i principi forestieri. Protestava voler vivere amico di tutti, e non consentire a turbar la pace altrui, se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome di repubblica, al quale suono i principi d'Europa penavano ad avvezzare le orecchie, prevedendo, che questo nome solo, e con quest'allettamento della libertà, che i Francesi pretendevano negli scritti e nelle parole loro, e che con tanto maggior efficaciaopera nella mente dei mortali, quanto ella è una immagine vaga e non bene definita, basterebbe col tempo, senza che necessaria fosse la forza, a partorir variazioni d'importanza, ed a cambiar l'ordine antico. Non ostante, essendosi le cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de' lati il terrore delle armi Francesi, diminuito dall'altro il pericolo delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la volontà di procurar i proprj vantaggi, con danno di tutti o di alcuno dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, sì pel desiderio della bassezza dell'Austria, sì per le antiche sue consuetudini con la Francia, e sì per timore della Russia, che continuamente stimolava e non mai ajutava. Di ciò se n'erano già veduti appropinquare alcuni effetti, perchè il re Federico Guglielmo, ora ritirava le sue genti dal campo di guerra, ora voleva mettere a prezzo la cooperazione loro, ed ora dannava le leve Germaniche per istormo. Insomma pareva a chi guardava dirittamente, che questo membro della lega avesse frappoco a separarsi dai consiglj comuni; il quale caso quanto peso fosse per arrecare nelle cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza, e la sede de' suoi reami. Si temeva pertanto, che l'inverno, il quale acquetando l'operare risveglia il deliberare, potesse condurre qualche negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che ove la stagione propizia al guerreggiare fosse tornata, le armi deiFrancesi avessero a fare qualche grande impeto con insinuarsi nelle viscere di uno, o di più dei rimanenti alleati. Ma già avevano i Francesi verso Germania acquistato quanto desideravano; poichè signori dell'Olanda, signori delle province Germaniche poste di quà dal Reno, a loro non rimaneva altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator d'Alemagna a conoscere la repubblica loro, ed a concluder la pace con lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè l'Austria, sebbene sbattuta dalla fortuna, era tuttavìa formidabile, massime se si venissero a toccare gli stati ereditarj. Per lo che avvisavano, lei potersi assaltare con minor pericolo, e col medesimo frutto da un'altra parte.Quanto alla Spagna, sebbene i Francesi si fossero aperta la strada nel cuore di quel regno coll'acquisto delle fortezze di Fontarabia, e di Figueras, non ponevano l'animo a volervi fare una invasione d'importanza; perciocchè e il paese era povero, e le opinioni contrarie, e la posizione tanto lontana dagli altri luoghi nei quali si combatteva, che non si poteva nè operare di concerto, nè secondare i casi prosperi, nè ajutare i sinistri. Nè si credeva che abbisognassero gli estremi sforzi, ad una inondazione totale di forze repubblicane per costringere la Spagna alla pace: anzi credevano i Francesi, che un romoreggiare in sui confini a ciò bastasse. Pareva poi anche loro una invasione di quel reame cosa troppo insolita da potersi tentare così alla prima, opinando che l'essersisempre astenuti i loro maggiori dall'invadere quella provincia, non fosse senza gravi ed efficaci ragioni. Oltre a questo aveva forza nei consiglj di Spagna una condizione particolare; perchè salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia, avvisavano i Francesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità, allontanando con un accordo un pericolo gravissimo, che a mantenere l'integrità della fama del nome Spagnuolo, e quanto richiedeva in quella occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe piuttosto che in altro luogo voltato il corso delle armi Francesi: per questo avevano i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone; per questo allettato con promesse e con lusinghe il re di Sardegna; per questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana, e turbato Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone con crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro, come, quando, per quale via, e con quali mezzi dovessero assaltar l'Italia. Era la penisola in questo anno la principal mira dei disegni loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi, poterla correre a posta loro, perchè malgrado delle funeste pruove fatte in ogni età, il correre questa provincia èsempre stato appetito principalissimo dei Francesi. Conculcate poi l'armi Austriache in lei, precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.Sì fatti disegni, non solamente non celati studiosamente, come si suol fare per l'ordinario, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente dei principi Italiani. Il re di Sardegna ridotto in estremo pericolo, perduti oggimai i baloardi delle Alpi, e trovandosi con l'erario consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il dire, che posto in una necessità fatale, e portato del tutto da un destino inevitabile, altro scampo più non avesse che aperto gli fosse, se non di pruovare, se forse l'armi, che sempre sono soggette alla fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più favorevoli; imperciocchè aveva da una parte a fronte un nemico che egli stimava tanto infedele nella pace quanto era veramente terribile nella guerra, ed il paese suo era occupato da grossi battaglioni d'Austriaci, per modo che lo sbrigarsi dai medesimi sarebbe stata impresa difficilissima, ed anche pericolosa. Per la qual cosa o fosse elezione, o fosse necessità, deliberossi di non separare i suoi consiglj da quei de' confederati, e di continuare piuttosto nell'amicizia Austriaca già pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria aiprincipj della monarchìa. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere gli accordi di Valenziana così freschi, e prima che si fosse sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per verità l'Austria, commossa dal pericolo imminente, che i Francesi superate le Alpi, ed annientata la potenza Sarda inondassero l'Italia, non differiva le provvisioni per procurar l'esecuzione dei patti di Valenziana; perchè oramai non si trattava soltanto della salute di un alleato, ma bensì della propria, e quello che forse la fede non avrebbe fatto, il faceva la necessità; perlocchè si dimostravano dalla parte della Germania ogni dì più efficaci movimenti, le genti Tedesche ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto, e capace di tentare, unito al Piemontese, fazioni d'importanza. Così, sebbene già si vedesse in aria, che qualche alleato avesse a far variazioni dalle parti di Germania, dimostravano i confederati speranza grande di poter porre le cose d'Italia in tale stato, che per poco che la fortuna avesse a guardare con occhio più benigno le armi loro, si avrebbe potuto opporre un argine sufficiente contro quel fiume tanto impetuoso, e tanto formidabile. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero d'accordo con un nemico, che più odiava ancora che temesse, allestiva con ogni diligenza le armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al dispendio straordinario coi mezzi ordinarj, e trovandosi oppressato dalla necessità di danari, si diede opera a venderein virtù di una bolla pontificia, trenta milioni di beni della chiesa; venderonsi i beni degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monti; posesi un accatto sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale, del tabacco, e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente, rendevano i popoli scontenti; ma però gettando somme considerabili ajutavano l'erario a pagar soldati, esploratori, e Tedeschi. Così tra le gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate, e il romore dell'armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.Le vittorie dei repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio dei Savi in Venezia nella risoluzione presa di mantener la repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il gran duca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica Francese, e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato il ministro di Francia s'era allontanato. Aveva sempre il gran duca in mezzo a tutti quei bollori, conservato l'animo pacato, e lontano da quegli sdegni che oscuravano la mente degli altri sovrani rispetto alle cose di Francia; non già che egli appruovasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le abborriva, ma avvisava, che infino a tanto che i repubblicani si lacerassero fradi loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato quietare altrui, e che il combattergli sarebbe stato cagione, che si riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro, che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua e pei cattivi consigli d'altri, i Francesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui, per modo che oramai quella sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazj di guerra, era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il gran duca s'accostasse a quelle deliberazioni, che i tempi richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e sì agl'interessi della Toscana. Quello adunque che la natura ed una moderata consuetudine davano, volle il governo confermare col fatto: la memoria del buon Leopoldo operava in questo efficacemente. Oltre a ciò il porto di Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo. Quivi concorrevano gl'Inglesi col loro numeroso navilio sì da guerra che da traffico; quivi i Francesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffichi loro, massimamente di fromenti, che trasportavano nelle province meridionali della Francia. Levavano gl'Inglesi grandissimi romori per cagione di questi ajuti procurati dalla neutralità di Livorno; ma il gran duca, preferendo gl'interessi proprj a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo,ordinava che fossero aperti i tribunali ai Francesi, e venisse fatta loro buona e sincera giustizia secondo il dritto e l'onesto. Avendo poi anche udito che alcuni falsavano la carta moneta di Francia, diede ordine acciò sì infame fraude cessasse, e fosserne castigati gli autori. La quale cosa non senza un singolar piacere dall'un de' lati, e sdegno dall'altro io narro vedendo, che in un principe Italiano, signore di un piccolo paese, ed esposto alle ingiurie di tanti potenti tanto abbia potuto l'amore del giusto, e di quanto havvi nella civiltà di più santo e di più sacro; ch'egli abbia impedito e dannato un'opera sì vituperosa, mentre appunto nel tempo medesimo uomini perversi in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor peggiore, la compivano, non nascostamente, ma apertamente, e se non per comandamento espresso del governo loro, certo con connivenza, od almeno con tolleranza scandalosa di lui. Così le mannaje uccidevano gli uomini a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo stato incrudeliva in Napoli, così i falsarj contaminavano l'Inghilterra, mentre l'innocente Toscana, non guardando nè su i cappelli i colori, nè sulle bocche la favella, ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più da una parte che dall'altra. Felice condizione, in cui nè il timore avviliva, nè la superbia gonfiava, nè l'appetito dello avere altrui precipitava a risoluzioni inique e pericolose!Ma divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il gran duca, che fosse oramaivenuto il tempo di confessare apertamente quello, che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in tale modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa deliberossi al mandare un uomo a posta a Parigi, affinchè fra i due stati si rinnovasse quella pace, che più per forza, che per deliberazione volontaria era stata interrotta. E parendogli, siccome era verissimo, che si dovesse mandare chi fosse grato, diede questo carico al conte Carletti, che era sempre stato fautore, perchè i Francesi si proteggessero, e leale giustizia tanto nelle persone, quanto nelle proprietà avessero. Adunque fu fatto mandato al conte, andasse a Parigi, e col governo della repubblica la pace concludesse. Molte furono le querele che si fecero in quei tempi di questa risoluzione, e della scelta del Carletti. Coloro a cui più piaceva la guerra che la pace, chiamarono il conte giacobino, e per poco stette che non chiamassero giacobino anche il gran duca. Certo era un caso notabile, che nel mentre che solo si vedevano in Europa principi o cacciati dalle proprie sedi per la furia dei repubblicani di Francia, od a mala pena contrastanti contro la forza loro, un principe Austriaco fosse il primo ad accordarsi con una repubblica insolita, e minacciosa al nome dei re. Ma il tempo non tardò a scoprire, che quello che il gran duca ebbe fatto per solo amore dei sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui o per consiglio di favoriti ambiziosi, o per gelosìa della grandezza altrui. Ma era fatale, che in quella volubilità di governi Francesi, quest'atto del gran duca non preservassela Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero tempi, in cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne allettamento, non scudo.Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per acquistar miglior fama, e sì per allettar altri principi a negoziare con quel governo insolito, e terribile. Debole era il gran duca a comparazione di Francia; ma era pei Francesi di non poco momento, che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse un accordo con lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva credere, che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlocchè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì nove febbrajo, tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il gran duca rivocava ogni atto di adesione, consenso, od accessione, che avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica Francese, e la neutralità della Toscana fu restituita a quella condizione, in cui era il dì otto ottobre del novantatre.Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi per l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del gran duca Ferdinando, il quale non lasciatosi trasportare agli sdegni d'Europa, e solo alla felicità del sudditi mirando, aveva loro quieto vivere, e sicuro stato acquistato. Bandissi la pacepubblicamente con le solite forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata Inglese, che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando, non aver dovuto la Toscana ingerirsi nelle turbazioni d'Europa, nè l'integrità, o la salute sua fidare alla preponderanza di alcuno fra i principi in guerra, ma bensì al diritto delle genti, ed alla fede dei trattati; non aver mai dato a nissuno causa di offenderla; essere stata imparziale, essere stata neutrale giusta la legge fondamentale del gran ducato pubblicata nel settantotto dalla sapienza di Leopoldo; sapere Europa come, e quando il principe ne fosse stato violentemente, e per una estrema forza svolto, e con tutto ciò non altro aver tollerato, se non che il ministro di Francia si allontanasse dalle terre di Toscana; avere ciò conosciuto la nazione Francese; però essere stata la Toscana, con la conclusione del nuovo trattato, redintegrata di quei beni, che per forza le erano stati tolti; volere perciò, ed ordinare, che il trattato si eseguisse, e l'editto di neutralità del settantotto si osservasse. Perchè poi quello, che la sapienza aveva accordato, i buoni uffizj conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso nazionale, orava dicendo, che mandato dal gran duca in Francia a fine di ristabilire una neutralità preziosa al governo Toscano, aveva molto volentieri accettato il carico, siccome quello, ch'ei credeva molto onorevole ad uomo, qual egli era, amico dell'umanità, amico della patria, amico della Francia; fortunatissimo per lui riputareil giorno in cui aveva concluso la pace con la repubblica Francese; essersene rallegrata Toscana con segni di universale contento; pacifica essere Toscana, voler vivere in termini amichevoli con tutti; aver sempre avuto i Toscani, malgrado di tutti gli accidenti occorsi, in onore la potente nazione Francese; sforzerebbesi egli in ogni modo per fare, che l'amicizia fra i due stati fosse perpetua; desiderare che la pace conclusa tra Francia e Toscana fosse in felice augurio di altre tanto all'Europa necessarie: gissero adunque, continuassero nella temperanza testè mostrata; che sperava ben egli, che siccome ora gli vedeva coi capi cinti di lauro, così presto gli vedrebbe con le palme piene d'ulivo.Rispondeva il presidente con magnifico discorso: il popolo Francese assalito da una lega potentissima, avere, malgrado suo, preso le armi, avere anche acquistato gloriose vittorie; ma non desiderare altra conquista, che quella della sua independenza; volere esser libero, ma rispettare i governi altrui; sarebbe temperato nella vittoria, come terribile nelle battaglie; piacergli la Toscana moderazione, piacergli le cure avute dei perseguitati, piacergli le dimostrazioni amichevoli di Ferdinando gran duca: perciò avere tosto accettato gli accordi, che Toscana era venuta offerendo; accettare con animo benevolo il presagio di altre concordie; non esser nati e fatti i popoli per odiarsi fra di loro, bensì per amarsi, bensì per travagliarsi concordevolmente a procacciare felicità vicendevole; tali essere i desiderj, tali le più instanti cure del Francese popolo in mezzo acosì segnalate vittorie: esser pronto a far guerra, più pronto a far pace; vedere il consesso volentieri in cospetto suo un uomo noto per filosofia, noto per umanità, noto per servigj fatti a Francia: augurarne sincera e durabile concordia.Infine, perchè non mancasse a queste lusinghevoli parole quel condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioje corte e vane, dolori lunghi e veri.Giacchè siamo entrati in questa lunga e nojosa briga di raccontare dolci parole e tristi fatti, non vogliamo passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili, con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica Veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro, che nei consigli di Venezia prevalevano, sperato di sollidar vieppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse, esser vera e sincera a determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non so se fosse maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicinoal seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica da tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari, e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica, che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa infatti poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia, a fine di confermar l'amicizia, che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica Francese portavano? sperare la conservazione di quest'antica amicizia sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere, che il consesso medesimo fatto maggiore di se, e benignamente agli strazj dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse, aver più cura della pace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica Francese quel giorno, in cui compariva avanti a se l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re; ora dover l'accordo esserepiù dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la Veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza, e pe' suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai barbari preservato: similmente sorta la Francese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in ajuto la civile discordia; ma tutto stato essere indarno, la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio, e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della Francese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così goderebbe securamente i frutti di una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere, e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia, e si confortasse, che la nazione Francese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento, che la Franceserepubblica contentissima si riputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella, che già si era in Venezia acquistata: i desiderj di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti. Per tale modo si vede, che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepeaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo, ed un soldato uso ad ogni violenza la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro, che avevano voluto fondar lo stato piuttosto sulla fede di Francia, che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato l'imperio della loro antica patria.Dalla parte d'Italia, dove era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Francesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano riacquistarla, perchè non potevano tollerare, che la potenza emola fermasse con la comodità di quell'isola un piede di non piccola importanza nel Mediterraneo. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per un'estrema carestìa di vettovaglia; importava finalmente, che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone un'armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate, e dialtri legni più sottili. Genti da sbarco, e viveri in copia vi si ammassarono: usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque dell'isole Iere aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.Il vice ammiraglio Inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con un'armata, in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte Inglesi, ed una Napolitana, con tre fregate Inglesi e due Napolitane, ebbe subitamente avviso dell'uscita dei Francesi sì per un messo da Genova, sì per le sue fregate più leste, che a questo fine andavano correndo il mare tra la Corsica e la Francia. Pose tosto in alto per andar ad incontrar il nemico, e per combatterlo ovunque il trovasse. Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio Francese Martin, al quale obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie l'imperio del Mediterraneo. Aveva per compagno a quest'impresa il rappresentante del popolo Letourneur, uomo non alieno dalle bisogne di mare, ma che in questo fatto faceva più le veci di confortatore, che di guidatore. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità della fortuna; perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del salpar dei Francesi, spedito ordine alla nave il Berwich, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a congiungersi con lui verso il capo Corso, ella, abbattutasi per viaggio nell'armata Francese, fu fatta seguitare dal vascelloammiraglio il San-Culotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Francesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare i suoi, che già combattevano. Ciò non ostante non si arrese il Berwich senza un feroce contrasto, e tanto fu ostinata la sua difesa, che il San-Culotto mal concio ritirossi per forza nel porto di Genova, e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivavano le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno tredici marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Francesi, perchè separata per una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, e perduto l'albero maestro, andò a dar fondo nel golfo di Juan; per questi accidenti si trovarono i Francesi al maggior bisogno loro con due navi di manco, delle quali il San-Culotto, essendo a tre palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo tra pel mareggiare, che era forte a cagione del vento assai fresco, e per la forza dell'artiglierìe Inglesi, che già si erano approssimate, perdè il vascello il Ça-ira gli alberi di gabbia, e diventato inabile a far le mosse, correva pericolo di esser predato dagl'Inglesi. Infatti, non così tosto si era Hotham accorto del sinistro del Ça-ira, che il fece perseguitare dalla fregata l'Inconstante, e dal vascello l'Agamennone. Si difesemolto gagliardamente Ça-ira, rendendo furia per furia molto tempo, sicchè diede abilità a' suoi di venire in soccorso. Mandava Martin la fregata la Vestale per rimorchiarlo, la nave il Censore per ajutarlo; anzi tutta l'armata accorreva per arrestar il corso al nemico, e per salvar la nave che pericolava. Queste mosse molto opportune operarono di modo che gl'Inglesi si tirarono indietro. Sopraggiunse la notte; il Ça-ira trovossi guasto per modo che quantunque liberato pel valore de' suoi compagni dal pericolo, non potè raggiungere il grosso dell'armata, e continuava tuttavia a dimorar troppo più vicino all'Inglesi, che la salute sua richiedesse. S'aggiunse, che il Censore, quantunque replicatamente comandato gli fosse, quando il Ça-ira fu sbrigato dall'assalto degl'Inglesi, di venir a ricongiungersi con l'armata, si mostrò poco ossequente alla volontà di Martin; e continuò a stanziare verso la flotta Inglese. Questi accidenti, parte inevitabili, parte fortuiti, furono cagione che la mattina del quattordici le due navi il Ça-ira ed il Censore si scopersero più vicine agl'Inglesi che ai Francesi. Non posto tempo in mezzo, Hotham mandava le due navi il Bedford ed il Capitano ad assaltarle, avvisandosi, che o le rapirebbe, o i repubblicani, per salvarle, sarebbero venuti ad una battaglia giusta. Contrastarono le due navi Francesi con tanto valore, che gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso; ma furono anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più abilea governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Continuavano nientedimeno il Bedford ed il Capitano a fulminare le due navi della repubblica, che fortemente danneggiate negli alberi, nelle sarte, e nelle vele, nè potendo pel silenzio dei venti il grosso dell'armata accorrere in ajuto loro, calata la tenda, si arrenderono. Avevano gl'Inglesi il benefizio del vento; finalmente, essendosi messa una brezza leggiera anche pei Francesi, se ne prevalsero, non già per riconquistare le due navi perdute, che intieramente disgiunte dalla flotta loro per la presenza dell'Inglese, che s'era posta in mezzo, non avevano più rimedio, ma bensì per ritirarsi con minor danno che possibil fosse, da quel campo di battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata, nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; perchè il vascello il Duquesne, che era il capofila, al quale tutti gli altri avrebbero dovuto accostarsi per fronteggiar l'inimico con una non interrotta squadra, o non avendo inteso i comandamenti del capitano generale, o contraffacendo manifestamente al medesimi, passò a sopravvento degl'Inglesi. Fu seguitato dai due vascelli la Vittoria ed il Tonante, per modo che l'armata repubblicana divisa in due, e tramezzata dall'Inglese, non poteva più nè uniformare i pensieri, nè operare di concerto. Ma un cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile; perchè il Duquesne, la Vittoria, ed il Tonante bersagliarono, nel passare, con tanto furore la fila Inglese, che ne fu mezzo sperperata; gl'Inglesi medesimi, sebbenein quei tempi non giusti estimatori del valore dei Francesi, ne restarono maravigliati. Questo accidente fece anche di modo che Hotham, pensando meglio a risarcire le navi guaste, che a perseguitar l'inimico, andò a porre nel porto della Spezia. Poco tempo dopo passando pel mar Tirreno, si condusse a San Fiorenzo di Corsica, per sopravvedere da luogo più vicino ciò che potesse sorgere da Tolone. Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor degl'Inglesi. Si ricoverarono i repubblicani dopo la battaglia al golfo di Juan, poscia all'isole Iere, e finalmente nel porto di Tolone.Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degl'Inglesi la perizia, e la ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Francesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le province meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame, sì efficace raffrenatrice del bene, sì potente instigatrice del male.In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la repubblica Francese, e il re di Prussia, accidente gravissimo, e che diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione, come per la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare, che l'imperator d'Allemagna ed il re di Sardegna non rimanesseroin costanza; anzi cominciando a manifestarsi gli effetti in Piemonte del trattato di Valenziana, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano arrivati, malgrado dell'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più importanti pensieri, nutrendosi della speranza di cacciar del tutto i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa, avviate le genti loro verso il Cairo, dal quale i Francesi si erano ritirati, ed occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile. Erano in tale modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra guidata dal generale Wallis, e più vicina a Savona, faceva sembiante di volersene impadronire, e di assaltare i Francesi che si erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo, e di Melogno: la destra, che obbediva al generale Argenteau, movendosi dalle vicinanze di Ceva, dava a dubitare che con impeto improvviso avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di cavallerìa Piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi, o gli Apennini, ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria. Corpi sufficienti di truppe, massime Piemontesi, munivano le valli di Stura, di Susa, e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come gli chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia, nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e più precipitosi delleNizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e moderazione fra di loro, bastavano per frenare appetiti così smoderati, e così disumani. Certamente questi Barbetti, se si possono lodare, non dirò dell'intenzione, che pur troppo era rea, ma della cagione che pretendevano ai fatti loro, debbono biasimarsi pei modi che usarono, perchè fecero degenerare la guerra delle battaglie, in assalti fraudolenti e crudeli di strade.Dall'altra parte i Francesi governati dal Kellerman erano molto intenti alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala diritta, sotto l'imperio di Massena, stanziava coll'estremità sua a Vado, e distendendosi pei monti di San Giacomo, di San Pantaleone, di Melogno, di Bardinetto, del San Bernardo, e della sommità della Pianeta, arrivava insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra, che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.Era Savona sito di molta importanza, sì per l'opportunità del porto, sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per insidia, o per una battagliadi mano. Fuvvi sotto le sue mura un'abbaruffata fra i repubblicani che vi erano venuti, e i confederati che gli volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità, e la piazza, costringendo le due parti a levarsene.A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie grossissime. Vedevano i confederati essere per loro di somma importanza lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò non riuscissero, la Lombardìa Austriaca sarebbe sempre stata in grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi impossibile. Nè stettero lungo tempo dubbj del modo, col quale e' dovevano combattere. Assai lunga era la fronte dell'esercito Francese, poichè si distendeva sui monti Liguri da Vado insino al colle di Tenda. Il romperla in mezzo era un vincerla tutta. Pure importava, giacchè gl'Inglesi avevano l'imperio del mare, e potevano ad ogni ora provvedere gli alleati di viveri e di munizioni, fare lo sforzo contro la fronte Francese non troppo lontano dal lido, affinchè le armi marittime e terrestri potessero cooperare al medesimo fine. Si risolvettero adunque a fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno, onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala diritta dei Francesi dalle due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di Vado, dove i repubblicani si erano molto fortificati, affinchè quel presidio non potesse mandar gente in ajuto di San Giacomo e di Melogno, e forse perchè speravano che la fortuna sarebbe stataper loro propizia anche a Vado; il che avrebbe allargato subitamente lo spazio, dove gl'Inglesi potevano approdare. Tuttavìa gli assalti principali erano quello di San Giacomo, che signoreggia il Savonese, e quello di Melogno, che domina Vado, e più dentro penetrava nelle viscere dell'esercito di Francia. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con uguale virtù i Francesi guidati da Laharpe. Tanto fecero i repubblicani, che quantunque urtati più volte con molto impeto, e con numero superiore di genti, non si piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, che già spintosi avanti con una ostinazione incredibile, si era impadronito del ponte, che dà l'adito dalla sinistra alla destra riva del fiume, che scorre presso alle mura di Vado. Questo fu uno dei fatti della presente guerra, per cui si debbono accrescere le laudi dei Francesi pel valor dimostrato, e per la perizia del saper prendere i luoghi, e dell'usar le occasioni. Ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente tutti i posti, che munivano le alture del primo: varj furono gli assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le parti: durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere, quale avesse a prevalere, o la costanza Austriaca, o la vivacità Francese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di cadaveri, e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Francesi;gli Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto l'evento della Ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversarj, sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose dei Francesi a Melogno, sebbene non sia stato tanto ostinato, nè tanto lungo lo scontro della battaglia che gli fu data. Era questo sito, nel quale era ridotta tutta la somma della guerra in altre parti, per una omissione inesplicabile del generale Francese, custodito solamente da due battaglioni, inabili certamente, per la pochezza delle genti, ad un grosso sforzo. Lo attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve contrasto facilmente se lo recava in mano. Il quale accidente mandò in manifesta declinazione la battaglia pei Francesi, e rendè loro impossibile lo starsene più lungamente nelle posizioni che avevano occupato. Per la qual cosa, come prima ebbe Kellerman avviso della perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era, non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente il benefizio di una nebbia assai folta, ed approssimatisi all'improvviso sulle prime guardie, misero in loro tanto spavento, che andarono, senza aspettar altro, in fuga; per poco stette, che non disordinassero le compagnìe, che custodivano le trincee fatte sulla sommità del monte. Ma tanti furono i conforti dei capitani accorsi a far provvisione a questo disordine, che i soldati, ripreso animo, ributtarono valorosamente con leartiglierìe e con le bajonette il nemico, che già si era avvicinato, e faceva le viste di voler saltar dentro i ripari. Ritiraronsi i Francesi, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero di acquistare con un secondo assalto quello, che non avevano potuto acquistare col primo. Massena medesimo al solito rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendogli divisi in tre colonne, comandava alle due estreme, ferissero l'inimico sui due fianchi, alla mezzana, percuotesse di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia, che aveva tanto favoreggiato il primo sforzo, fu cagione, che succedesse sinistramente, fin dal principio, il secondo; perchè le due colonne laterali, non bene discernendo i luoghi per cui dovevano passare, in vece di andar al cammin loro, ed operare spartitamente dalla mezzana, si accozzarono a questa per modo, che invece di tre assalti che avrebbero tenuto in sospetto gli Austriaci su tutte le bande, massime sulle laterali più deboli, si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali combattendo per diretto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierìe loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, a' luoghi dond'erano venuti. S'aggiunse a questo, che gli Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito importante, che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato sanGiacomo e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Francesi, che tuttavìa vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi, di poter conservar questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici, che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci; poservi di presidio il reggimento di Alvinzi.Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova, succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e dell'Alpi, con vario evento; imperciocchè ed i Francesi s'impadronirono del colle del Monte, per cui potevano aprirsi il passo nel più interno della valle d'Aosta, e si combattè al monte Ginevra molto valorosamente per ambe le parti, e con lo stesso valore al colle di Tenda, ed a San Martino di Lantosca; volevano e Francesi e Piemontesi ajutare con questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.Kellerman, veduto che per l'occupazione fatta dagli alleati dei siti più importanti verso Savona, le sue stanze in quei luoghi non erano più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo di esser tagliata fuori dalle altre, pensò a tirarla indietro, restringendo in tal modo tutta la fronte de' suoi, che siccome troppo lunga dal piccolo San Bernardo sino ai confini di Vado, era più debole al resistere ad un nemico superiore di numero. Perlochè tirandola con molta prudenza e singolare arte indietro, l'andava a porre a Borghetto, donde salendo per Ceriale, Balestrino,e Zuccarello, e piegando pei monti, dai quali sorge il Tanaro, andava a congiungersi con la schiera che muniva il colle di Tenda, e quindi con tutta la fronte dell'esercito. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in poter degl'imperiali.La ritirata dei Francesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma fu loro da un altro lato di grandissimo incomodo a cagione della mancanza delle vettovaglie, perchè i Corsari Vadesi e Savonesi con bandiera Austriaca correvano continuamente il mare, e lo tenevano infestato sino a Nizza per modo che i bastimenti Genovesi non potevano più portarvi i fromenti; a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte, o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdarvi, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestìa. Per privare viemaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia, ed alla parte della Riviera occupata dai Francesi, aveva il generale Austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste, che portavano venti cannoni. Erano anche giunte in Vado due mezze galere, e quattro fuste Napolitane, che stavano vigilantissime nel sopravveder il mare. A tutti questi legni minori facevano ala le fregate Inglesi, che opprimevano con forza superiore, quanto fosse riuscito alle navi minori di scoprire. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo Francese, e già si promettevano i confederati, che i repubblicani, indeboliti dalla fame pensassero oramai a ritirarsi da tutta la riviera. Ma i Francesi, non mostrandosimeno costanti nel sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi nei fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto, e dal Ceriale, in attitudine minacciosa e fiera. Il che vedutosi dai capi della lega, e stimando che ove la fame non bastava, e' bisognava usar la forza, assalirono con numero e con valore le posizioni nuove, alle quali i repubblicani si erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in cui ora gli uni, ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Francesi perdettero il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare quei luoghi era un perdere tutto il frutto del trattato di Valenziana, un pruovare, che le potenze imperiale e regia erano impotenti a far impressione in Francia, un lasciar pendente la lite dell'acquisto, o della preservazione d'Italia, e finalmente un dar tempo ai Francesi di valersi dell'accidente favorevole della pace di Spagna, che già si negoziava, ed era vicina al concludersi. Così le sorti d'Italia si arrestarono, ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli. Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le instigazioni segrete di alcuni agenti di questo paese, sì per l'esempio e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel novantatre, e sì finalmente per l'inclinazioni dei tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni giovani con moltaimprudenza palesemente la professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili s'adunavano, e facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notaronsi i discorsi, seppersi le trame: il governo insorgeva a freno dei novatori. Aveva la regina Carolina, che molto strettamente si consigliava col ministro Acton, gran parte nelle faccende del regno. Lo sdegno concetto da Carolina pei danni pubblici e privati, era operatore ch'ella credesse annidarsi più malevoli, che veramente non s'annidavano. Forse ancora si dilettava di vendetta contro coloro, che erano stimati partecipi di quelle opinioni, che avevano dato l'occasione, onde a sì lagrimevol fine fossero stati condotti i suoi parenti e consanguinei in Francia. Il ministro Acton, conosciuto l'umore, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della regina già tanto alterato, congiure, e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti non solamente a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emanuele de Deo, giovane invasato delle opinioni nuove, e mescolato nelle congreghe segrete, fu punito coll'ultimo supplizio, e morì con mirabile costanza. Alcuni altri, rei com'egli, furono condotti alla medesima fine: alcuni carcerati, alcuni confinati. Ciò era non solo dritto, ma ancora debito dello stato: ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizj più o meno fondati, parte anche senza indizj, mescolandosi leemulazioni e gli odj particolari là dove non era nè reità, nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un terrore universale; s'indugiavano i giudizj; le pietose ambizioni non si stimavano, perchè il pregare pei parenti venuti in disgrazia, ed il difendere degli avvocati generava sospetto. Il famigliare consorzio era contaminato dalla paura dei delatori. Diceva Vanni, già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavìa nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora ventimila; nè si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, perchè Acton aveva gelosìa dell'autorità di lui, e perchè credeva che aspirasse al favor della regina per mezzo di una sorella, damigella molto intima di Carolina. Anzi cotale macchina fu ordita per condurlo al precipizio, che se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, vi sarebbe anche caduto sotto, e fora stato privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli affari di stato. Era Medici, oltre le opinioni che gli si attribuivano, querelato di carteggio con Francia: esibironsi anche le lettere in giudizio, come se di Francia venissero, quando Chinigò molto diligentemente risguardando, fece vedere, Napolitane carte essere, non Francesi. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano: ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, ed a lui più che a' suoi compagni si attribuivano i fatti occorsi, così fu dismesso ed esiliato da Napoli,gratitudine degna del benefizio. Ciò non ostante non fu piena la moderazione che si aspettava, perciocchè l'asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con Francia. Di questi umori terribili era pieno il Napolitano regno, nè è da far maraviglia, se abbiano poscia sboccato con tanto impeto, e fatto sì grande inondazione, quando gli accidenti gli ajutarono.Frattanto non si confermava l'imperio Inglese in Corsica, parte per l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani Francesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli attribuendo, come sogliono, a quel nome di libertà più di quello che dare può, sì erano dati a credere, ch'ella dovesse indurre l'immunità delle tasse; quando poi si trovarono scaduti dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano, aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò grande era tuttavìa il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volontieri gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Francesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Tutti questi motivi o spartitamente, o unitamente operando, facevano, che non quietando gli animi, erano sorti parecchi rumori in alcune pievi quà dai monti, massimamente nei contorni d'Ajaccio. Si adunavano quà e là bande armate, che non contente al non pagar esse le contribuzioni, impedivano che altri le pagasse, ardevano i magazzini del pubblico, entravano armatamente nelle case dei particolari addetti alla Francia, ed anche di quelliche amavano l'Inghilterra, minacciando, ed ogni cosa rubando. Il male già grave in se, induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già gridavano apertamente il nome di Francia. Nè la mala riuscita delle armi navali Francesi nel Mediterraneo aveva potuto moderare questi umori già mossi; che anzi mescolandosi la pervicacia del continuare all'animosità del cominciare, si temeva una turbazione universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando esortatorio. Rammentava i benefizj dell'Inghilterra; avere liberato i Corsi dall'anarchìa e da un truculento dominio; col proprio sangue aver loro conservato quel quieto e libero vivere; sopperire col denaro proprio alle spese più gravi; soldati Corsi pagarsi da lei; l'arsenale d'Ajaccio da lei fornirsi; inviolata essere in Corsica la libertà delle persone, sacre ed inviolate le proprietà; il mare libero alle navi mercè la tutela del naviglio Inglese; la religione antica rispettata, trattarsi con la santità del papa nuovi ordinamenti al bene universale molto utili; tutto presagire, tutto promettere un buono e facile ordine di governo: che voler dunque significare questi umori, e questa turbolenza nuova? Badassero a non corrompere coi tumulti il bene universale; badassero che ove la licenza regna in luogo della legge, ivi non son più sicure nè le proprietà, nè le vite; badassero quanto imprudente fosse, quando era il tempo di stabilire la libertà e la sicurtà della Corsica, spargere semi di nuovi travaglj, che potevanoaprir l'adito a farla ritornare nella servitù di un nemico arrabbiato e vicino; volere un governo senza tasse, essere stoltizia; doversi meno lagnar la Corsica di altri popoli, poichè l'Inghilterra suppliva del suo, ed i rappresentanti consentivano; ricordassersi della fede data, del giuramento fatto; avere più compassione che sdegno ai traviati, preferire l'ammonizione alla punizione; ascolterebbe ogni giusta querela, farebbe ragione ad ogni discreta domanda, ma non sarebbe mai per tollerare, che la violenza prevalesse alla legge, nè che fossero offesi in Corsica la dignità della corona, ed i diritti constituiti del re.Queste esortazioni non restarono senza effetto, non già sulle popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate alcune squadre di soldati subitarj, furono mandate ad ajutare nelle pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo Paoli, o cagione, o pretesto che fosse di questi romori, fu chiamato in Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbediendo all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse sino all'ultimo più accarezzato che onorato.Così finì Pasquale Paoli nome riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la rivoluzione di Francia. Imperciocchè a lui furono più gloriose le disgrazie che le prosperità, e l'integrità del suo nome incominciò a restare offesa, quando consentì ad essere ripatriato dalla Francia, e molto più quando volle sottomettere la patria all'Inghilterra; e poichè era fisso là donde ogni accidente umano procede che la Corsica avesse ad essere, non di se stessa, ma o Francese o Inglese, era richiesto a Paoli, che nè accettasse il benefizio di Francia, nè servisse ai disegni d'Inghilterra. Tanto è vero, che ad alcuni uomini è più glorioso il riposare, che il travagliarsi! Ma volle il destino, che questo illustre Corso servisse di nuova ammonizione a coloro, che o per ambizione, o per l'amore scelerato delle parti sottomettono la patria loro agli strani; perchè il minor male che si abbiano, è il sospetto di coloro, a cui hanno servito.Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati Corsi ai soldi d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, fra gli altri massimamente quelli di Ajaccio e di Mezzana più ostinati, deposte le armi, tornarono all'obbedienza. Così fu ristorata, se non la concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però, che per l'infezione delle parti non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.Qualche moto anche accadde a questi tempi inSardegna, principalmente in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna; domandava i privilegj conceduti dai re d'Aragona, domandava i patti giurati nel 1720. Capi e guidatori di questo moto erano Goveano Fadda, Giovacchino Mundula, e principalmente il cavaliere Angioi, uomo tanto più vicino alla virtù modesta degli antichi, quanto più lontano dalla virtù vantatrice dei moderni. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderj dei Sardi al re rappresentassero. Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto, e se ne partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete con grande contentezza del re, che molto mal volentieri aveva veduto contaminarsi la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula, ed Angioi si posero con la fuga in salvo.In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea, essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condescesa il dì ventidue luglio alla pace con la repubblica Francese; il quale accidente tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli stati del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare leforze Francesi. Mossi poi anche i Parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese per la guerra, erano stati operatori, che s'inserisse nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica Francese in segno d'amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca di Parma, e degli altri stati d'Italia, a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, profferendosi a mediatore tra la repubblica, ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione, e la guarentigia dei proprj stati, se consentisse a starsene neutrale, e a dar il passo ai Francesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di acquisti di territorj più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla Francia. Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna, e sulle prime dichiarò, voler continuare nell'alleanza con l'Austria. Ma poichè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse ai patti, o che solo si volesse aver sembianza d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti, ed altri assai pratichi delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo, e da cui dipendeva questo punto, se il Piemonte avesse a conservare la signorìa di se medesimo, o di cadere in servitù di forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva,figliuolo di uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dove era stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto trattati sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendj della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì pericoloso caso, parlò, con singolare franchezza, in questi termini:«Io fui più volte interrogato su quanto tocca questa infelice guerra, e sempre quanto risposi fu da tutti contrastato, da molti in sinistra parte voltato, da alcuni tenuto a vile, come se la malaugurosa Cassandra, sempre veritiera e non creduta mai, io mi fossi; e certamente qualunque sia il momento della presente occorrenza, che è grandissimo, anzi estremo, a tutt'altra cosa io avrei pensato prima che a questa, ch'io dovessi di nuovo del mio consiglio essere ricerco. Ma comunque ciò sia, e quantunque io avessi ad essere o poco grato ad alcuni, o calunniato da altri, non voglio in questo del mio debito mancare verso chi mi chiama, verso quel signore ch'io adoro, verso quella patria, che per mia, come se nato ed educato vi fossi, volonterosamente mi scelsi. E prima ch'io d'altre cose mi discorra, voglio su questo primo principio insistere, che una nazione, che libera vuol essere, libera sarà, e che contro di lei niuno impedimento è che prevalga; che se poi questa nazione fia grande, fia generosa, fia guerriera,acquisterà per questa medesima libertà tale forza, tale grandezza, tale potenza, che sotto il suo dominio, od almeno sotto le sue leggi tutti i suoi vicini ridurrà. Ora, in nome di Dio, di che si tratta nella presente controversia, se non se di accettar queste leggi onorevolmente, o di subirle ignominiosamente? e quale esitazione può essere, quale dubbio può cadere, quando si va a scerre tra un amico, forse un po' insolente, ed un nemico certamente irritato e superbo? Come un uomo prudente potrà stare in pendente, massimamente considerando la fede dubbia di un alleato, piuttosto invasore delle nostre province, che difenditore, cagione piuttosto della rovina di questo stato, che preservatore della sua salvezza? Conciossiachè, se son rotte d'ogni intorno con ispaventevole fracasso le difese di questo una volta felicissimo e securissimo regno, se la tempesta è pronta a scagliarsi nelle fertili pianure del nostro bel Piemonte, se già le fortezze vacillano, se già gli animi stan dubbj, se già lo spavento universale un eccidio universale prenunzia, se già l'Italia trema all'apparenza di un funesto avvenire, a chi deonsi tante calamità riferire, a chi sentirne obbligo, se non se a questo medesimo ambizioso, e poco fedele alleato? V'accese con incentivi subdoli, v'ingannò con sussidj insufficienti. Sovvengavi, signori, di quanto io già vi dissi, ed evidentemente altre volte dimostrai, che ove i Francesi riusciti sono a far fondamento delle operazioni loro una linea, che dal fianco orientale dell'Alpi partendo, va a dar negli Apennini, l'importantissima barriera deimonti, e delle fortezze è superata, ed il Piemonte privo de' suoi ripari, circondato, investito da tutti i lati senza difesa ridotti, si trova vicino ad una ruina inevitabile. Io dimostrai al re, quando mandommi a visitar i luoghi, che questa linea dalle Viosene insino a Toirano è insuperabile; poichè le creste dei monti per Termini ed il Galletto sino a Balestrino sono del tutto inaccessibili; che se spuntar si volesse dal Carlino, entrerebbe l'esercito in una gran fondura tra questo luogo appunto, e la contea di Nizza, dove lo sforzo di cinquanta mila combattenti sarebbe ed inutile contro il nemico, e fatale per loro. Nè migliore speranza si avrebbe, se dalla destra parte verso il Ceriale entrar si volesse, poichè i Francesi ad una seconda posizione preparata ritirandosi, e noi sappiamo che quattro fino a Ventimiglia le une più forti delle altre ne hanno, sempre potranno a posta loro, poichè occupano le più alte cime, dai luoghi più alti ai più bassi calare, e conseguentemente senza ostacolo nessuno, nel cuore stesso del Piemonte penetrare. Odo, che voi avete speranza nell'esercito vostro: ma l'esercito, sebbene per valore a nissuno sia secondo, già debole per se, ed indebolito per tante morti, a mala pena potrà bastare a presidiar la città capitale, o se indugiasse a ricoverarvisi, investito sui fianchi, circondato, e tagliato fuori dalle colonne Francesi partite da tutti i punti della circonferenza dalla riviera di Genova, e dalla valle del Tanaro sino alla Torinese Stura, alcun rimedio più non avrebbe alla sua salute. Tutte questecose non possono parer dubbie, se non a coloro che o i luoghi non conoscono, o quanto sia debole l'esercito, quanto penuriose le finanze, quanto potenti i semi della ribellione non sanno. Veggono alcuni più parziali che prudenti uomini, con gli occhi loro abbacinati, scender continuamente dal Tirolo in ajuto del Piemonte ora quaranta, ora sessanta mila Tedeschi. Ma volesse pur Dio, che questa gente armata avesse più corpo in terra, che chimera od ombra nella fantasìa di certi consiglieri ardenti: la fama è oramai troppo lunga, perchè l'ajuto sia vero. Certamente fallace consiglio sarebbe il promettersi qualche cosa dalle vane speranze, dalle esagerazioni lusinghiere, dalle promesse ingannevoli della corte di Vienna. Ma che dico? Quando i fatti parlano, qual bisogno v'è di parole? Non fu stipulato nel trattato di Valenziana, che gli Austriaci solamente combatterebbero nella pianura? Ignorate voi forse gli ordini dati agli imperiali capi di non mettersi senza grande occasione in potestà della fortuna, di tenersi grossi, di usare moderatamente i soldati, di serbargli interi per la difesa della Lombardìa? Non disselo a chiare note, non predicollo apertamente a me e ad altri Devins medesimo? Voi potete a grado vostro dire, che la difesa della Lombardìa è in Piemonte, poichè ciò era vero, or son due anni, e non è più vero oggidì, perchè le Alpi son perdute, gli Apennini invasi, la pianura aperta, e voi state qui deliberando paventosi, e dubbj se vi sia possibile difendere la real Torino, e l'antico trono di questi principigiustissimi. Che se voi persistete a dire che in Piemonte è la difesa della Lombardìa, potrebbero a giusta ragione rispondervi i generali dell'Austria, che essendo oramai il Piemonte privo di difesa, se l'esercito loro si ostinasse a volerlo difendere per ritardar qualche tempo l'invasione della Lombardìa, correrebbe pericolo esso medesimo di esser tagliato fuori dal Milanese, e che per tal modo la Lombardìa stessa, l'esercito destinato a difenderla, ed il Piemonte con loro, sarebbero ad uno e medesimo tempo senz'alcuna speranza di poter risorgere perduti, e l'Italia a servil giogo posta. Non combatte l'uomo col medesimo valore quando difende le cose altrui, come quando difende le proprie. Di ciò debbonvi avervi fatti avvertiti gli Austriaci, quando già sì mollemente in ajuto vostro combatterono in casi, in cui ci andava o la speranza del conquistare, o la sicurtà loro. Eppure erano allora le forze vostre in essere, ora son prostrate; od io a gran partito m'inganno, od alle prime mosse dei Francesi verso Genova, voi vedrete questi medesimi Austriaci correre precipitosamente verso la Lombardìa, ed in preda al vincitore abbandonarvi, senza neppur lasciare un soldato in ajuto vostro di quel già sì debole e sì estenuato esercito ausiliario, che l'imperatore si è obbligato a mandarvi.«Adunque, essendo tutte le difese dello stato od in mano del nemico, od in pericolo di cadervi, le genti nostre diminuite di numero e di animo, l'alleato poco fedele, e piuttostodella salute sua che della nostra sollecito, nè potendo le nostre necessità aspettare la tardità dei rimedj che si preparano, io porto opinione, che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo ora che le forze, che ancor vi restano, ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte, ed a preservazione della nobile Italia».Questo discorso porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto veridica, congiunto di amicizia col generale Austriaco Strasoldo, fece non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte inclinava agli accordi quantunque tutti avessero la volontà aliena dai Francesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione alla pace il marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse d'indole pacifica e d'animo temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenziana, e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava, doversi nella guerra e nella fede data all'Austria perseverare.«Sono, ei disse, più che qualunque altra azione umana all'arbitrio della fortuna sottoposte le militari fazioni; le politiche cose altre variazioninon fanno, se non quelle che suole indurre la prepotente forza dell'armi. Della quale differenza la cagione si è, che le prime pendono intieramente dai casi fortuiti e dal coraggio degli uomini sempre soggetto a spaventi inopinati, mentre le seconde stanno fondate sulle umane passioni, le quali sono sempre in tutti i luoghi ed in tutti i tempi le medesime. Infatti si vede che la guerra mette spesso in fondo i più potenti, i più gloriosi reami, mentre quelli che alla ragione di stato prudentemente si conformano, vivono tutto quel corso di vita che dalla natura alle opere umane è concesso. Ha la forza in se non so che di cieco e di disadatto, che la fa dar negli scogli e nelle ruine; ha la prudenza, figliuola della cognizione vera delle umane passioni, in se non so che di disinvolto e di sguizzante, che fa che chi la segue schivi gli ostacoli, e viva eterno. Propone il marchese Silva che si faccia la pace, perchè, come crede, non si può più far la guerra; chiama l'Austria infedele; è confortatore, che il re si fidi nella repubblica Francese, la quale, sebbene ora faccia certe dimostrazioni in contrario, è pure la nemica naturale e terribile di tutti i re. Ma sul bel principio del mio favellare, e su di questo medesimo argomento di guerra insistendo, di cui tanto è il mio avversario perito, io domando a lui, quale dei due eserciti sia più grosso, o del nostro congiunto alle genti Austriache, o di quello del nemico, solo esposto a tutto lo sforzo degli alleati? Certamente, qual uomo sincero, qual egli è, sarà per rispondere,il nostro. E se gli domando, s'ei crede che per la congiunzione delle genti de' Pirenei, il Francese diventi più potente del confederato ingrossato per la giunta di nuove genti Tedesche, certo ancora ei risponderà, non credere; poichè e i Pirenei saran pure da guardarsi; e la pace con la Spagna non sarà senza sospetto. Finalmente se io gli domando, s'egli stima i Francesi più valorosi dei Piemontesi, o più degli Austriaci, certo sono ch'ei risponderà, non istimare. Dove vanno dunque a ferire queste instanti querele, che voglion significare questi predicati spaventi? Sono i Francesi padroni delle cime dei monti! E siano, e s'arrovellin pure per la fame, per la miseria, per la intemperie in que' luoghi alpestri e selvaggi; che se hanno i gioghi, e' non hanno i passi, e non vedo che alcuna fortezza vacilli, non che sia in mano loro, ed il penetrar in Piemonte con le fortezze nimichevoli a ridosso, sarebbe pei Francesi stoltizia, piuttosto che coraggio, sarebbe caso più desiderabile per noi, che spaventoso; che anche quì il valor Piemontese ed Austriaco affrontolli, ed anche quì biancheggiano ancora i campi delle Francesi ossa prostrate in battaglie giuste da queste stesse mani, da queste stesse armi, che ora contro la rabbia loro difendono l'appetita Italia. Nè so restar capace, come si possa accagionare la fede, od il valore delle genti Tedesche. Sanlo Savona e San Giacomo, sanlo Vado e Melogno ancora tinti da repubblicano sangue come feriscono le spade, come piombino le palle Tedesche. Che i generali d'Austria abbiano curadella Lombardìa, il crederei facilmente, e debbonla avere: ma che non curino il Piemonte, dov'è colui che lo dice? Poichè tanto sangue sparso, tante incontrate morti, non solo sui monti della Liguria, ma nei seni più reconditi delle Alpi, rendono testimonianza in contrario. Ma pogniamo esser le cose della guerra tanto pericolose, quanto il mio avversario asserisce, io non crederò punto mai, ch'elle siano disperate. Che ancora abbiam braccia e petti, ancora abbiam fortezze nelle bocche delle Alpi, nè credo, che siamo in grado di essere costretti ad abbracciare consigli pericolosi, od a farci incontro ad occasioni immature. Ma giacchè si grida pace, vediam che cosa sia, vediam che in se porti questa consigliata pace. La pace con la Francia importa la guerra con l'Austria; il cedere la Savoja e Nizza ai Francesi vuol significare il ricevere dalle mani loro rapaci qualche porzioncella del Milanese, vuol significare il dar loro il passo pel Piemonte, vuol significare il permettere che vadano a ferire direttamente il cuore di coloro, che fin quì difeso hanno il cuor nostro. Sicchè io vedo l'infamia sul limitare stesso di quest'accordo; perchè quivi è un dare al nemico, ed un arricchirsi delle spoglie dell'amico. Pure l'onore è qualche cosa in questo mondo, e l'incertezza degli umani eventi vi dee tener avvertiti, che tardi o tosto avrete bisogno di alleati; e quale alleato possiate trovare, dopo tanta ignominia, per me già nol so. Ma più addentro questa materia considerando, io trovo che l'accordo con Franciasarebbe la servitù del Piemonte, sarebbe il suo soqquadro, sarebbe la sua ruina. Non possono gli Austriaci, quantunque presenti, tanto avvilupparci, che diventiam servi delle spade Alemanne, perchè le sedi loro troppo sono dalle terre nostre lontane. Possonlo, e facilmente i Francesi, perchè qui pur troppo siam vicini alla fonte di un tanto diluvio, e non so se vi conforti la moderazione loro, la quale quanta e quale sia, sallo il mondo pieno oramai tutto per opera loro di spaventi e di ruine. Per giudicare quali i Francesi siano, e di che sappiano in casa altrui, addomandatelo ai Fiamminghi, addomandatelo agli Olandesi, e se son contenti essi di avergli per alleati, ed in casa loro, siatene pur contenti ancora voi, ed abbiatene il buon pro. Semi sonvi di rivoluzione e di sommossa in Piemonte? Certo sì che vi sono. Ma credete voi, o mio buon marchese Silva, che i Francesi con la presenza loro gli spegneranno? Per me nol credo; credo anzi al contrario, che le giacobine teste pulluleranno, all'aperto si mostreranno, di ultimo sterminio questa felicissima monarchìa minacceranno. Condanneranle forse i Francesi in pubblico, ma fomenteranle in segreto; camminerà lo stato sopra ceneri ingannatrici, e quando voi vi risolverete a mettere il piè sulle prime faville, le farete prorompere in universale incendio. Un manifesto francese poi molto bene acconcio, che di manifesti e di ciarle non hanno inopia, accomoderà il tutto con chiamar voi traditori, voi, che altro non avrete fatto, che sopportar pazientemente la superbialoro. S'abbia la Prussia, s'abbia la Spagna pace con la Francia, poichè per esse non debbono passar i Francesi per andarsene ai disegni loro; ma poichè eglino per nissun'altra cagione vi propongono a questi giorni la pace, se non se per passare in Piemonte ad invadere la Lombardìa, pare a me che la guerra assai più sicura sia della pace; perciocchè la presenza di questi smodati repubblicani non può essere senza semenze funeste, non senza scandali, non senza sommosse, non senza inevitabile perdizione. Nè vi esca di mente, che la Francia per non altro vi richiede ora di pace, che per farla con l'Austria più potente di voi; nè siate per dubitare punto, che ove si scoprirà la prima occasione di far pace con lei, la farà, e lasceravvi nelle peste, nè ricorderassi di voi, manco ancora dell'amicizia vostra, e dovrete tenervi molto fortunati, se non avrete ad accorgervi dai patti che seguiranno, quanto pregiudizioso consiglio sia l'abbandonare un amico fedele e pruovato, per darsi in braccio ad un amico infedele e nuovo; che questi guadagni appunto si fanno i deboli, quando vogliono farla da astuti coi potenti. Odo favellare di penuria di finanze. Ma che penuria, quando ci va la salute dello stato? Per me, ho vergogna di parlar di denaro, quando si tratta dell'essere, o del non essere. Poi credete voi, signor mio, che la Francia sia meglio per impinguar il nostro erario, che l'Inghilterra? Se vel credete voi, non so qual semplicità sia la vostra. Quanto a me, io mi credo che meglio proceda il denaro dachi ne ha troppo, e il getta in casa altrui, che da chi ne ha poco, ed il rapisce in casa altrui. Ora recando alla somma quello, che sono ito finora minutamente considerando, a me pare, che l'amicizia con l'Austria sia più sicura e meno pericolosa, che l'amicizia con Francia. Perciò esorto e prego, che rifiutati i partiti temerarj, e mostrando il viso alla fortuna, ed alla costanza nostra già tanto famosa non mancando, dimostriamo al mondo, che il Piemonte minacciato a' tempi nostri non ha avuto minor animo, che il Piemonte invaso ai tempi andati».Queste parole vere in se stesse non restarono senza effetto, meno perchè vere erano, che perchè gli animi non avevano per un'anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni, che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti, che avesse a portar con se la presenza dei Francesi in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura fosse, ma perchè in pari pericolo da ambe le parti, ella era più onorevole.Giugneva intanto il tempo, che doveva mostrare, se quelle armi, che non senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Francesidivisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito: ed indirizzato a voler fare la conquista dell'Italiane contrade. Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di voler passare con le armi in Italia. Uno dei principali confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia, per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna; e parendo, che quegli che ne aveva fatto il disegno, più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli preposto all'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inclinava omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura, e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime privi com'erano di cavallerìe, con poche e piccole artiglierìe, e ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di assaltargli. Ma i soldati della repubblica usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla quale sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla carestìa del vivere, ad un nemico più numerosodi loro, abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per se stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare, se veramente il valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai soldati repubblicani, e per la perizia dei generali loro, specialmente di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto. Era la fronte dei Francesi in tal modo ordinata, che posando con l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi sui monti, che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer, che aveva con se i soldati dei Pirenei, ed Augereau che gli aveva condotti, la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano manca, governata da Wallis, occupava Loano, la battaglia condotta da Argenteau Roccabarbena, e la destra composta in gran parte di Piemontesi, e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi a Loano sulle cima di tre monticelli muniti di trincee e d'artiglierìe, e nella terra di Toirano, un terzo per la sicurezza della mezzana più in su a campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito di genti ed'artiglierìe dietro il corpo di mezzo, non solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto, donde doveva venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente; ma quello, che poco dopo succedette, dimostrò quanto sia vero, che non vale buon consiglio solo contro buon consiglio ajutato da un sopraeminente valore. Resta però, che l'infelice uscita della battaglia di Loano non dee imputarsi al generalissimo Austriaco, ma bene si vedrà, se i posteri non potranno con ragione accagionarne Argenteau, il quale o non istando sulla debita guardia prima del pericolo, o perdutosi di consiglio, quando ei sopravvenne, mancò tanto di valore, quanto aveva Devins abbondato di prudenza. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello, che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno diciasette novembre per riconoscere i luoghi, e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet, che assaltasse il posto di campo di Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Francesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito Argenteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte dei ventidue novembre, quando Massena, raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi fora piuttosto ingiusta diffidenza, che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvia vincere, il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizj possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio: ma Sardegna ed Imperio continuano ad affrontarvi; però voi un'altra volta vincetegli, voi fugategli, voi dissipategli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro con l'opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè aspettano l'estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro».Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e perciò abile ad inspirar impeto nel soldato Francese, già per se stesso tanto impetuoso. Perciò alle sue parole maravigliosamente incitati givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte oscurissima, e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di Massena, come si era accordato con Scherer, di urtare nel mezzo dei confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi con impadronirsi del sommi gioghi dei monti per Bardinetto, Montecalvo e Melogno,di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi, o fuggire alla dirotta. Dovevano secondare questa fazione, a dritta Scherer con un assalto forte contro Loano, Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo. Appariva appena il giorno dei ventitre novembre, che Massena assaliva da due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano a quest'accidente impensato gli uffiziali Tedeschi ai luoghi loro, e già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella ordinanza loro. La qual cosa dimostra l'inconsiderazione di Argenteau, che non avendo presentito, come era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro infortunio, e fu che Devins afflitto da grave malattìa, e reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batterìa, con molto valore insistendo tanto fecero, che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico, che si ritirava, andando a farsi forte a Bardinetto. Quivi nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le forze Massena, giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti, prevalse la virtù dei repubblicani: entratiforzatamente in Bardinetto uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le artiglierìe. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse a modo più di fuga che di ritirata le reliquie dei confederati, per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni, s'impadronisse di Melogno, ed al colonnello Suchet, pigliasse Montecalvo, luogo arido, e quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si era proposto: in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei confederati, ma fu fatto abilità ai Francesi di calarsi verso il mare alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Certamente Argenteau non diede pruova di previdenza prima del fatto, nè di avvedutezza o di costanza nel combattimento; nè il corpo di mezzo fece quella resistenza, che per la forza dei luoghi e pel numero dei soldati e delle artiglierìe si era Devins di lui promesso. Ma perchè la sinistra dei confederati non ricuperasse quello che la mezza aveva perduto, Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati avanti a Loano, ed alla forte terra di Toirano, gli superava. Nei quali fatti, ajutati anche da tiri di alcune navi Francesi, che si erano accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora tra per questo, e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer,calato correndo alle spalle loro, si ritiravano i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più vivamente contro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti i siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincerato di Ceva, dove giungevano altresì i residui lacerati e sbaragliati della squadra d'Argenteau. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Francesi sul littorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più intiera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte, e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Francesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno seguente, che condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel littorale, e già la giungevano con far di molti prigionieri. Nè quì si contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle di Finale, e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cedente nemico, dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta improvvisa della mezza, pressata dafronte, sul fianco, ed alle spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto favore. Chi si potè salvare, andò a far la massa in Acqui, dove i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnìe dissipate; chi non potè, cadde in balìa del vincitore. Tutte le artiglierìe, gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto, rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e perfino i violamenti delle miserande donne commessi dai repubblicani sul Genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia, che spaventata aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore. Pubblicava, che farebbe morire chi continuasse. Prese anche l'ultimo supplizio de' più rei. Ma non udivano l'imperio dei capitani, e nè le minacce, nè i supplizj spegnevano la scelerata rabbia. Certamente non erano in questo i repubblicani scusabili, perciocchè niuna cosa può scusare sì eccessive enormità. Pure eran stremi di ogni vettovaglia e d'ogni fornimento: la fame e la nudità sono pur troppo male consigliere ad ogni opera più brutta. Ma i Tedeschi e quando vennero sulla riviera passando pei territorj del Piemonte loro alleato, massime in quei del Cairo e del Dego, e quando se ne andarono dopo la rotta di Loano, quantunque fossero forniti abbondantemente diogni cosa necessaria al vivere di soldato, commisero pari, e forse più nefandi eccessi. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore Tedesco, in preda al furore Francese, mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza, e non può difendersi con la forza.

SOMMARIO

Il re di Sardegna continua nella sua alleanza con l'Austria. Provvedimenti militari di queste due potenze dalla parte d'Italia. Il gran duca di Toscana fa un accordo con la repubblica Francese. Discorso del suo ministro Carletti al consesso nazionale, e risposta del presidente. Discorso del nobile Querini, inviato di Venezia, al medesimo consesso, e risposta del presidente. Battaglia navale tra i Francesi e gl'Inglesi al capo di Noli combattuta i dì tredeci, e quattordeci marzo del 1795. Pace della Prussia con la repubblica Francese. Guerra sulla riviera di Genova: vantaggi dei confederati. Congiure, sdegni, e rigori nel regno di Napoli. Gravi turbazioni nella Corsica contro gl'Inglesi. Paoli chiamato a Londra come sospetto. Qualità di questo Corso. Moti tumultuosi a Sassari di Sardegna. La Spagna conclude la pace con la Francia, ed offre la sua mediazione a fine di concordia al re di Sardegna. In qual modo Vittorio Amedeo riceva questa mediazione. Consiglio convocato in Torino per deliberare sulla proposizione della pace. Discorso del marchese Silva, che opina per gli accordi. Discorso del marchese d'Albarey, che gli dissuade. Si viene di nuovo all'armi. Battaglia di Loano succeduta addì ventitrè di novembre del 1795. Suoi importanti risultamenti.

Il re di Sardegna continua nella sua alleanza con l'Austria. Provvedimenti militari di queste due potenze dalla parte d'Italia. Il gran duca di Toscana fa un accordo con la repubblica Francese. Discorso del suo ministro Carletti al consesso nazionale, e risposta del presidente. Discorso del nobile Querini, inviato di Venezia, al medesimo consesso, e risposta del presidente. Battaglia navale tra i Francesi e gl'Inglesi al capo di Noli combattuta i dì tredeci, e quattordeci marzo del 1795. Pace della Prussia con la repubblica Francese. Guerra sulla riviera di Genova: vantaggi dei confederati. Congiure, sdegni, e rigori nel regno di Napoli. Gravi turbazioni nella Corsica contro gl'Inglesi. Paoli chiamato a Londra come sospetto. Qualità di questo Corso. Moti tumultuosi a Sassari di Sardegna. La Spagna conclude la pace con la Francia, ed offre la sua mediazione a fine di concordia al re di Sardegna. In qual modo Vittorio Amedeo riceva questa mediazione. Consiglio convocato in Torino per deliberare sulla proposizione della pace. Discorso del marchese Silva, che opina per gli accordi. Discorso del marchese d'Albarey, che gli dissuade. Si viene di nuovo all'armi. Battaglia di Loano succeduta addì ventitrè di novembre del 1795. Suoi importanti risultamenti.

Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma eziandìo, e moltopiù verso la Spagna, i Paesi Bassi, e quella parte della Germania, che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anzi in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che cacciati al tutto gli eserciti Inglesi, Olandesi, Prussiani, ed Austriaci, si erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda, e di tutta la Germania di quà dal Reno, sì fattamente che minacciando di varcar questo fiume, niuna cosa lasciavano sicura sulla sua destra sponda. Tante e così subite vittorie davano timore, che la confederazione si potesse scompigliare, e che alcuno fra gli alleati, disperando dell'esito finale della guerra, pensasse ad inclinar l'animo ai Francesi, e ad anteporre una pace, se non sicura, almeno manco pericolosa, ad una contesa, il cui fine era oramai divenuto, se non del tutto impossibile, certamente molto incerto a conseguirsi. A questo si aggiungeva, che il reggimento che si era introdotto in Francia dopo la morte di Robespierre, mostrava e più moderazione verso i cittadini, e maggior temperanza verso i forestieri. Dannava le immanità del governo precedente, dannava gl'incentivi o subdoli o superbi usati verso i sudditi, e verso i principi forestieri. Protestava voler vivere amico di tutti, e non consentire a turbar la pace altrui, se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome di repubblica, al quale suono i principi d'Europa penavano ad avvezzare le orecchie, prevedendo, che questo nome solo, e con quest'allettamento della libertà, che i Francesi pretendevano negli scritti e nelle parole loro, e che con tanto maggior efficaciaopera nella mente dei mortali, quanto ella è una immagine vaga e non bene definita, basterebbe col tempo, senza che necessaria fosse la forza, a partorir variazioni d'importanza, ed a cambiar l'ordine antico. Non ostante, essendosi le cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de' lati il terrore delle armi Francesi, diminuito dall'altro il pericolo delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la volontà di procurar i proprj vantaggi, con danno di tutti o di alcuno dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, sì pel desiderio della bassezza dell'Austria, sì per le antiche sue consuetudini con la Francia, e sì per timore della Russia, che continuamente stimolava e non mai ajutava. Di ciò se n'erano già veduti appropinquare alcuni effetti, perchè il re Federico Guglielmo, ora ritirava le sue genti dal campo di guerra, ora voleva mettere a prezzo la cooperazione loro, ed ora dannava le leve Germaniche per istormo. Insomma pareva a chi guardava dirittamente, che questo membro della lega avesse frappoco a separarsi dai consiglj comuni; il quale caso quanto peso fosse per arrecare nelle cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza, e la sede de' suoi reami. Si temeva pertanto, che l'inverno, il quale acquetando l'operare risveglia il deliberare, potesse condurre qualche negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che ove la stagione propizia al guerreggiare fosse tornata, le armi deiFrancesi avessero a fare qualche grande impeto con insinuarsi nelle viscere di uno, o di più dei rimanenti alleati. Ma già avevano i Francesi verso Germania acquistato quanto desideravano; poichè signori dell'Olanda, signori delle province Germaniche poste di quà dal Reno, a loro non rimaneva altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator d'Alemagna a conoscere la repubblica loro, ed a concluder la pace con lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè l'Austria, sebbene sbattuta dalla fortuna, era tuttavìa formidabile, massime se si venissero a toccare gli stati ereditarj. Per lo che avvisavano, lei potersi assaltare con minor pericolo, e col medesimo frutto da un'altra parte.

Quanto alla Spagna, sebbene i Francesi si fossero aperta la strada nel cuore di quel regno coll'acquisto delle fortezze di Fontarabia, e di Figueras, non ponevano l'animo a volervi fare una invasione d'importanza; perciocchè e il paese era povero, e le opinioni contrarie, e la posizione tanto lontana dagli altri luoghi nei quali si combatteva, che non si poteva nè operare di concerto, nè secondare i casi prosperi, nè ajutare i sinistri. Nè si credeva che abbisognassero gli estremi sforzi, ad una inondazione totale di forze repubblicane per costringere la Spagna alla pace: anzi credevano i Francesi, che un romoreggiare in sui confini a ciò bastasse. Pareva poi anche loro una invasione di quel reame cosa troppo insolita da potersi tentare così alla prima, opinando che l'essersisempre astenuti i loro maggiori dall'invadere quella provincia, non fosse senza gravi ed efficaci ragioni. Oltre a questo aveva forza nei consiglj di Spagna una condizione particolare; perchè salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia, avvisavano i Francesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità, allontanando con un accordo un pericolo gravissimo, che a mantenere l'integrità della fama del nome Spagnuolo, e quanto richiedeva in quella occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.

Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe piuttosto che in altro luogo voltato il corso delle armi Francesi: per questo avevano i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone; per questo allettato con promesse e con lusinghe il re di Sardegna; per questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana, e turbato Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone con crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro, come, quando, per quale via, e con quali mezzi dovessero assaltar l'Italia. Era la penisola in questo anno la principal mira dei disegni loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi, poterla correre a posta loro, perchè malgrado delle funeste pruove fatte in ogni età, il correre questa provincia èsempre stato appetito principalissimo dei Francesi. Conculcate poi l'armi Austriache in lei, precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.

Sì fatti disegni, non solamente non celati studiosamente, come si suol fare per l'ordinario, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente dei principi Italiani. Il re di Sardegna ridotto in estremo pericolo, perduti oggimai i baloardi delle Alpi, e trovandosi con l'erario consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il dire, che posto in una necessità fatale, e portato del tutto da un destino inevitabile, altro scampo più non avesse che aperto gli fosse, se non di pruovare, se forse l'armi, che sempre sono soggette alla fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più favorevoli; imperciocchè aveva da una parte a fronte un nemico che egli stimava tanto infedele nella pace quanto era veramente terribile nella guerra, ed il paese suo era occupato da grossi battaglioni d'Austriaci, per modo che lo sbrigarsi dai medesimi sarebbe stata impresa difficilissima, ed anche pericolosa. Per la qual cosa o fosse elezione, o fosse necessità, deliberossi di non separare i suoi consiglj da quei de' confederati, e di continuare piuttosto nell'amicizia Austriaca già pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria aiprincipj della monarchìa. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere gli accordi di Valenziana così freschi, e prima che si fosse sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per verità l'Austria, commossa dal pericolo imminente, che i Francesi superate le Alpi, ed annientata la potenza Sarda inondassero l'Italia, non differiva le provvisioni per procurar l'esecuzione dei patti di Valenziana; perchè oramai non si trattava soltanto della salute di un alleato, ma bensì della propria, e quello che forse la fede non avrebbe fatto, il faceva la necessità; perlocchè si dimostravano dalla parte della Germania ogni dì più efficaci movimenti, le genti Tedesche ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto, e capace di tentare, unito al Piemontese, fazioni d'importanza. Così, sebbene già si vedesse in aria, che qualche alleato avesse a far variazioni dalle parti di Germania, dimostravano i confederati speranza grande di poter porre le cose d'Italia in tale stato, che per poco che la fortuna avesse a guardare con occhio più benigno le armi loro, si avrebbe potuto opporre un argine sufficiente contro quel fiume tanto impetuoso, e tanto formidabile. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero d'accordo con un nemico, che più odiava ancora che temesse, allestiva con ogni diligenza le armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al dispendio straordinario coi mezzi ordinarj, e trovandosi oppressato dalla necessità di danari, si diede opera a venderein virtù di una bolla pontificia, trenta milioni di beni della chiesa; venderonsi i beni degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monti; posesi un accatto sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale, del tabacco, e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente, rendevano i popoli scontenti; ma però gettando somme considerabili ajutavano l'erario a pagar soldati, esploratori, e Tedeschi. Così tra le gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate, e il romore dell'armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.

Le vittorie dei repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio dei Savi in Venezia nella risoluzione presa di mantener la repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il gran duca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica Francese, e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato il ministro di Francia s'era allontanato. Aveva sempre il gran duca in mezzo a tutti quei bollori, conservato l'animo pacato, e lontano da quegli sdegni che oscuravano la mente degli altri sovrani rispetto alle cose di Francia; non già che egli appruovasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le abborriva, ma avvisava, che infino a tanto che i repubblicani si lacerassero fradi loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato quietare altrui, e che il combattergli sarebbe stato cagione, che si riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro, che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua e pei cattivi consigli d'altri, i Francesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui, per modo che oramai quella sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazj di guerra, era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il gran duca s'accostasse a quelle deliberazioni, che i tempi richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e sì agl'interessi della Toscana. Quello adunque che la natura ed una moderata consuetudine davano, volle il governo confermare col fatto: la memoria del buon Leopoldo operava in questo efficacemente. Oltre a ciò il porto di Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo. Quivi concorrevano gl'Inglesi col loro numeroso navilio sì da guerra che da traffico; quivi i Francesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffichi loro, massimamente di fromenti, che trasportavano nelle province meridionali della Francia. Levavano gl'Inglesi grandissimi romori per cagione di questi ajuti procurati dalla neutralità di Livorno; ma il gran duca, preferendo gl'interessi proprj a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo,ordinava che fossero aperti i tribunali ai Francesi, e venisse fatta loro buona e sincera giustizia secondo il dritto e l'onesto. Avendo poi anche udito che alcuni falsavano la carta moneta di Francia, diede ordine acciò sì infame fraude cessasse, e fosserne castigati gli autori. La quale cosa non senza un singolar piacere dall'un de' lati, e sdegno dall'altro io narro vedendo, che in un principe Italiano, signore di un piccolo paese, ed esposto alle ingiurie di tanti potenti tanto abbia potuto l'amore del giusto, e di quanto havvi nella civiltà di più santo e di più sacro; ch'egli abbia impedito e dannato un'opera sì vituperosa, mentre appunto nel tempo medesimo uomini perversi in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor peggiore, la compivano, non nascostamente, ma apertamente, e se non per comandamento espresso del governo loro, certo con connivenza, od almeno con tolleranza scandalosa di lui. Così le mannaje uccidevano gli uomini a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo stato incrudeliva in Napoli, così i falsarj contaminavano l'Inghilterra, mentre l'innocente Toscana, non guardando nè su i cappelli i colori, nè sulle bocche la favella, ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più da una parte che dall'altra. Felice condizione, in cui nè il timore avviliva, nè la superbia gonfiava, nè l'appetito dello avere altrui precipitava a risoluzioni inique e pericolose!

Ma divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il gran duca, che fosse oramaivenuto il tempo di confessare apertamente quello, che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in tale modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa deliberossi al mandare un uomo a posta a Parigi, affinchè fra i due stati si rinnovasse quella pace, che più per forza, che per deliberazione volontaria era stata interrotta. E parendogli, siccome era verissimo, che si dovesse mandare chi fosse grato, diede questo carico al conte Carletti, che era sempre stato fautore, perchè i Francesi si proteggessero, e leale giustizia tanto nelle persone, quanto nelle proprietà avessero. Adunque fu fatto mandato al conte, andasse a Parigi, e col governo della repubblica la pace concludesse. Molte furono le querele che si fecero in quei tempi di questa risoluzione, e della scelta del Carletti. Coloro a cui più piaceva la guerra che la pace, chiamarono il conte giacobino, e per poco stette che non chiamassero giacobino anche il gran duca. Certo era un caso notabile, che nel mentre che solo si vedevano in Europa principi o cacciati dalle proprie sedi per la furia dei repubblicani di Francia, od a mala pena contrastanti contro la forza loro, un principe Austriaco fosse il primo ad accordarsi con una repubblica insolita, e minacciosa al nome dei re. Ma il tempo non tardò a scoprire, che quello che il gran duca ebbe fatto per solo amore dei sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui o per consiglio di favoriti ambiziosi, o per gelosìa della grandezza altrui. Ma era fatale, che in quella volubilità di governi Francesi, quest'atto del gran duca non preservassela Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero tempi, in cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne allettamento, non scudo.

Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per acquistar miglior fama, e sì per allettar altri principi a negoziare con quel governo insolito, e terribile. Debole era il gran duca a comparazione di Francia; ma era pei Francesi di non poco momento, che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse un accordo con lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva credere, che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlocchè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì nove febbrajo, tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il gran duca rivocava ogni atto di adesione, consenso, od accessione, che avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica Francese, e la neutralità della Toscana fu restituita a quella condizione, in cui era il dì otto ottobre del novantatre.

Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi per l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del gran duca Ferdinando, il quale non lasciatosi trasportare agli sdegni d'Europa, e solo alla felicità del sudditi mirando, aveva loro quieto vivere, e sicuro stato acquistato. Bandissi la pacepubblicamente con le solite forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata Inglese, che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando, non aver dovuto la Toscana ingerirsi nelle turbazioni d'Europa, nè l'integrità, o la salute sua fidare alla preponderanza di alcuno fra i principi in guerra, ma bensì al diritto delle genti, ed alla fede dei trattati; non aver mai dato a nissuno causa di offenderla; essere stata imparziale, essere stata neutrale giusta la legge fondamentale del gran ducato pubblicata nel settantotto dalla sapienza di Leopoldo; sapere Europa come, e quando il principe ne fosse stato violentemente, e per una estrema forza svolto, e con tutto ciò non altro aver tollerato, se non che il ministro di Francia si allontanasse dalle terre di Toscana; avere ciò conosciuto la nazione Francese; però essere stata la Toscana, con la conclusione del nuovo trattato, redintegrata di quei beni, che per forza le erano stati tolti; volere perciò, ed ordinare, che il trattato si eseguisse, e l'editto di neutralità del settantotto si osservasse. Perchè poi quello, che la sapienza aveva accordato, i buoni uffizj conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso nazionale, orava dicendo, che mandato dal gran duca in Francia a fine di ristabilire una neutralità preziosa al governo Toscano, aveva molto volentieri accettato il carico, siccome quello, ch'ei credeva molto onorevole ad uomo, qual egli era, amico dell'umanità, amico della patria, amico della Francia; fortunatissimo per lui riputareil giorno in cui aveva concluso la pace con la repubblica Francese; essersene rallegrata Toscana con segni di universale contento; pacifica essere Toscana, voler vivere in termini amichevoli con tutti; aver sempre avuto i Toscani, malgrado di tutti gli accidenti occorsi, in onore la potente nazione Francese; sforzerebbesi egli in ogni modo per fare, che l'amicizia fra i due stati fosse perpetua; desiderare che la pace conclusa tra Francia e Toscana fosse in felice augurio di altre tanto all'Europa necessarie: gissero adunque, continuassero nella temperanza testè mostrata; che sperava ben egli, che siccome ora gli vedeva coi capi cinti di lauro, così presto gli vedrebbe con le palme piene d'ulivo.

Rispondeva il presidente con magnifico discorso: il popolo Francese assalito da una lega potentissima, avere, malgrado suo, preso le armi, avere anche acquistato gloriose vittorie; ma non desiderare altra conquista, che quella della sua independenza; volere esser libero, ma rispettare i governi altrui; sarebbe temperato nella vittoria, come terribile nelle battaglie; piacergli la Toscana moderazione, piacergli le cure avute dei perseguitati, piacergli le dimostrazioni amichevoli di Ferdinando gran duca: perciò avere tosto accettato gli accordi, che Toscana era venuta offerendo; accettare con animo benevolo il presagio di altre concordie; non esser nati e fatti i popoli per odiarsi fra di loro, bensì per amarsi, bensì per travagliarsi concordevolmente a procacciare felicità vicendevole; tali essere i desiderj, tali le più instanti cure del Francese popolo in mezzo acosì segnalate vittorie: esser pronto a far guerra, più pronto a far pace; vedere il consesso volentieri in cospetto suo un uomo noto per filosofia, noto per umanità, noto per servigj fatti a Francia: augurarne sincera e durabile concordia.

Infine, perchè non mancasse a queste lusinghevoli parole quel condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioje corte e vane, dolori lunghi e veri.

Giacchè siamo entrati in questa lunga e nojosa briga di raccontare dolci parole e tristi fatti, non vogliamo passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili, con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica Veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro, che nei consigli di Venezia prevalevano, sperato di sollidar vieppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse, esser vera e sincera a determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non so se fosse maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.

Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicinoal seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica da tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari, e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica, che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa infatti poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia, a fine di confermar l'amicizia, che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica Francese portavano? sperare la conservazione di quest'antica amicizia sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere, che il consesso medesimo fatto maggiore di se, e benignamente agli strazj dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse, aver più cura della pace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.

Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica Francese quel giorno, in cui compariva avanti a se l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re; ora dover l'accordo esserepiù dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la Veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza, e pe' suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai barbari preservato: similmente sorta la Francese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in ajuto la civile discordia; ma tutto stato essere indarno, la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio, e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della Francese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così goderebbe securamente i frutti di una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere, e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia, e si confortasse, che la nazione Francese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento, che la Franceserepubblica contentissima si riputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella, che già si era in Venezia acquistata: i desiderj di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti. Per tale modo si vede, che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepeaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo, ed un soldato uso ad ogni violenza la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.

Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro, che avevano voluto fondar lo stato piuttosto sulla fede di Francia, che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato l'imperio della loro antica patria.

Dalla parte d'Italia, dove era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Francesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano riacquistarla, perchè non potevano tollerare, che la potenza emola fermasse con la comodità di quell'isola un piede di non piccola importanza nel Mediterraneo. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per un'estrema carestìa di vettovaglia; importava finalmente, che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone un'armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate, e dialtri legni più sottili. Genti da sbarco, e viveri in copia vi si ammassarono: usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque dell'isole Iere aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.

Il vice ammiraglio Inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con un'armata, in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte Inglesi, ed una Napolitana, con tre fregate Inglesi e due Napolitane, ebbe subitamente avviso dell'uscita dei Francesi sì per un messo da Genova, sì per le sue fregate più leste, che a questo fine andavano correndo il mare tra la Corsica e la Francia. Pose tosto in alto per andar ad incontrar il nemico, e per combatterlo ovunque il trovasse. Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio Francese Martin, al quale obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie l'imperio del Mediterraneo. Aveva per compagno a quest'impresa il rappresentante del popolo Letourneur, uomo non alieno dalle bisogne di mare, ma che in questo fatto faceva più le veci di confortatore, che di guidatore. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità della fortuna; perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del salpar dei Francesi, spedito ordine alla nave il Berwich, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a congiungersi con lui verso il capo Corso, ella, abbattutasi per viaggio nell'armata Francese, fu fatta seguitare dal vascelloammiraglio il San-Culotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Francesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare i suoi, che già combattevano. Ciò non ostante non si arrese il Berwich senza un feroce contrasto, e tanto fu ostinata la sua difesa, che il San-Culotto mal concio ritirossi per forza nel porto di Genova, e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivavano le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno tredici marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Francesi, perchè separata per una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, e perduto l'albero maestro, andò a dar fondo nel golfo di Juan; per questi accidenti si trovarono i Francesi al maggior bisogno loro con due navi di manco, delle quali il San-Culotto, essendo a tre palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo tra pel mareggiare, che era forte a cagione del vento assai fresco, e per la forza dell'artiglierìe Inglesi, che già si erano approssimate, perdè il vascello il Ça-ira gli alberi di gabbia, e diventato inabile a far le mosse, correva pericolo di esser predato dagl'Inglesi. Infatti, non così tosto si era Hotham accorto del sinistro del Ça-ira, che il fece perseguitare dalla fregata l'Inconstante, e dal vascello l'Agamennone. Si difesemolto gagliardamente Ça-ira, rendendo furia per furia molto tempo, sicchè diede abilità a' suoi di venire in soccorso. Mandava Martin la fregata la Vestale per rimorchiarlo, la nave il Censore per ajutarlo; anzi tutta l'armata accorreva per arrestar il corso al nemico, e per salvar la nave che pericolava. Queste mosse molto opportune operarono di modo che gl'Inglesi si tirarono indietro. Sopraggiunse la notte; il Ça-ira trovossi guasto per modo che quantunque liberato pel valore de' suoi compagni dal pericolo, non potè raggiungere il grosso dell'armata, e continuava tuttavia a dimorar troppo più vicino all'Inglesi, che la salute sua richiedesse. S'aggiunse, che il Censore, quantunque replicatamente comandato gli fosse, quando il Ça-ira fu sbrigato dall'assalto degl'Inglesi, di venir a ricongiungersi con l'armata, si mostrò poco ossequente alla volontà di Martin; e continuò a stanziare verso la flotta Inglese. Questi accidenti, parte inevitabili, parte fortuiti, furono cagione che la mattina del quattordici le due navi il Ça-ira ed il Censore si scopersero più vicine agl'Inglesi che ai Francesi. Non posto tempo in mezzo, Hotham mandava le due navi il Bedford ed il Capitano ad assaltarle, avvisandosi, che o le rapirebbe, o i repubblicani, per salvarle, sarebbero venuti ad una battaglia giusta. Contrastarono le due navi Francesi con tanto valore, che gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso; ma furono anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più abilea governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Continuavano nientedimeno il Bedford ed il Capitano a fulminare le due navi della repubblica, che fortemente danneggiate negli alberi, nelle sarte, e nelle vele, nè potendo pel silenzio dei venti il grosso dell'armata accorrere in ajuto loro, calata la tenda, si arrenderono. Avevano gl'Inglesi il benefizio del vento; finalmente, essendosi messa una brezza leggiera anche pei Francesi, se ne prevalsero, non già per riconquistare le due navi perdute, che intieramente disgiunte dalla flotta loro per la presenza dell'Inglese, che s'era posta in mezzo, non avevano più rimedio, ma bensì per ritirarsi con minor danno che possibil fosse, da quel campo di battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata, nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; perchè il vascello il Duquesne, che era il capofila, al quale tutti gli altri avrebbero dovuto accostarsi per fronteggiar l'inimico con una non interrotta squadra, o non avendo inteso i comandamenti del capitano generale, o contraffacendo manifestamente al medesimi, passò a sopravvento degl'Inglesi. Fu seguitato dai due vascelli la Vittoria ed il Tonante, per modo che l'armata repubblicana divisa in due, e tramezzata dall'Inglese, non poteva più nè uniformare i pensieri, nè operare di concerto. Ma un cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile; perchè il Duquesne, la Vittoria, ed il Tonante bersagliarono, nel passare, con tanto furore la fila Inglese, che ne fu mezzo sperperata; gl'Inglesi medesimi, sebbenein quei tempi non giusti estimatori del valore dei Francesi, ne restarono maravigliati. Questo accidente fece anche di modo che Hotham, pensando meglio a risarcire le navi guaste, che a perseguitar l'inimico, andò a porre nel porto della Spezia. Poco tempo dopo passando pel mar Tirreno, si condusse a San Fiorenzo di Corsica, per sopravvedere da luogo più vicino ciò che potesse sorgere da Tolone. Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor degl'Inglesi. Si ricoverarono i repubblicani dopo la battaglia al golfo di Juan, poscia all'isole Iere, e finalmente nel porto di Tolone.

Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degl'Inglesi la perizia, e la ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Francesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le province meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame, sì efficace raffrenatrice del bene, sì potente instigatrice del male.

In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la repubblica Francese, e il re di Prussia, accidente gravissimo, e che diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione, come per la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare, che l'imperator d'Allemagna ed il re di Sardegna non rimanesseroin costanza; anzi cominciando a manifestarsi gli effetti in Piemonte del trattato di Valenziana, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano arrivati, malgrado dell'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più importanti pensieri, nutrendosi della speranza di cacciar del tutto i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa, avviate le genti loro verso il Cairo, dal quale i Francesi si erano ritirati, ed occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile. Erano in tale modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra guidata dal generale Wallis, e più vicina a Savona, faceva sembiante di volersene impadronire, e di assaltare i Francesi che si erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo, e di Melogno: la destra, che obbediva al generale Argenteau, movendosi dalle vicinanze di Ceva, dava a dubitare che con impeto improvviso avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di cavallerìa Piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi, o gli Apennini, ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria. Corpi sufficienti di truppe, massime Piemontesi, munivano le valli di Stura, di Susa, e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come gli chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia, nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e più precipitosi delleNizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e moderazione fra di loro, bastavano per frenare appetiti così smoderati, e così disumani. Certamente questi Barbetti, se si possono lodare, non dirò dell'intenzione, che pur troppo era rea, ma della cagione che pretendevano ai fatti loro, debbono biasimarsi pei modi che usarono, perchè fecero degenerare la guerra delle battaglie, in assalti fraudolenti e crudeli di strade.

Dall'altra parte i Francesi governati dal Kellerman erano molto intenti alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala diritta, sotto l'imperio di Massena, stanziava coll'estremità sua a Vado, e distendendosi pei monti di San Giacomo, di San Pantaleone, di Melogno, di Bardinetto, del San Bernardo, e della sommità della Pianeta, arrivava insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra, che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.

Era Savona sito di molta importanza, sì per l'opportunità del porto, sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per insidia, o per una battagliadi mano. Fuvvi sotto le sue mura un'abbaruffata fra i repubblicani che vi erano venuti, e i confederati che gli volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità, e la piazza, costringendo le due parti a levarsene.

A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie grossissime. Vedevano i confederati essere per loro di somma importanza lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò non riuscissero, la Lombardìa Austriaca sarebbe sempre stata in grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi impossibile. Nè stettero lungo tempo dubbj del modo, col quale e' dovevano combattere. Assai lunga era la fronte dell'esercito Francese, poichè si distendeva sui monti Liguri da Vado insino al colle di Tenda. Il romperla in mezzo era un vincerla tutta. Pure importava, giacchè gl'Inglesi avevano l'imperio del mare, e potevano ad ogni ora provvedere gli alleati di viveri e di munizioni, fare lo sforzo contro la fronte Francese non troppo lontano dal lido, affinchè le armi marittime e terrestri potessero cooperare al medesimo fine. Si risolvettero adunque a fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno, onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala diritta dei Francesi dalle due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di Vado, dove i repubblicani si erano molto fortificati, affinchè quel presidio non potesse mandar gente in ajuto di San Giacomo e di Melogno, e forse perchè speravano che la fortuna sarebbe stataper loro propizia anche a Vado; il che avrebbe allargato subitamente lo spazio, dove gl'Inglesi potevano approdare. Tuttavìa gli assalti principali erano quello di San Giacomo, che signoreggia il Savonese, e quello di Melogno, che domina Vado, e più dentro penetrava nelle viscere dell'esercito di Francia. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con uguale virtù i Francesi guidati da Laharpe. Tanto fecero i repubblicani, che quantunque urtati più volte con molto impeto, e con numero superiore di genti, non si piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, che già spintosi avanti con una ostinazione incredibile, si era impadronito del ponte, che dà l'adito dalla sinistra alla destra riva del fiume, che scorre presso alle mura di Vado. Questo fu uno dei fatti della presente guerra, per cui si debbono accrescere le laudi dei Francesi pel valor dimostrato, e per la perizia del saper prendere i luoghi, e dell'usar le occasioni. Ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente tutti i posti, che munivano le alture del primo: varj furono gli assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le parti: durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere, quale avesse a prevalere, o la costanza Austriaca, o la vivacità Francese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di cadaveri, e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Francesi;gli Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto l'evento della Ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversarj, sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose dei Francesi a Melogno, sebbene non sia stato tanto ostinato, nè tanto lungo lo scontro della battaglia che gli fu data. Era questo sito, nel quale era ridotta tutta la somma della guerra in altre parti, per una omissione inesplicabile del generale Francese, custodito solamente da due battaglioni, inabili certamente, per la pochezza delle genti, ad un grosso sforzo. Lo attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve contrasto facilmente se lo recava in mano. Il quale accidente mandò in manifesta declinazione la battaglia pei Francesi, e rendè loro impossibile lo starsene più lungamente nelle posizioni che avevano occupato. Per la qual cosa, come prima ebbe Kellerman avviso della perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era, non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente il benefizio di una nebbia assai folta, ed approssimatisi all'improvviso sulle prime guardie, misero in loro tanto spavento, che andarono, senza aspettar altro, in fuga; per poco stette, che non disordinassero le compagnìe, che custodivano le trincee fatte sulla sommità del monte. Ma tanti furono i conforti dei capitani accorsi a far provvisione a questo disordine, che i soldati, ripreso animo, ributtarono valorosamente con leartiglierìe e con le bajonette il nemico, che già si era avvicinato, e faceva le viste di voler saltar dentro i ripari. Ritiraronsi i Francesi, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero di acquistare con un secondo assalto quello, che non avevano potuto acquistare col primo. Massena medesimo al solito rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendogli divisi in tre colonne, comandava alle due estreme, ferissero l'inimico sui due fianchi, alla mezzana, percuotesse di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia, che aveva tanto favoreggiato il primo sforzo, fu cagione, che succedesse sinistramente, fin dal principio, il secondo; perchè le due colonne laterali, non bene discernendo i luoghi per cui dovevano passare, in vece di andar al cammin loro, ed operare spartitamente dalla mezzana, si accozzarono a questa per modo, che invece di tre assalti che avrebbero tenuto in sospetto gli Austriaci su tutte le bande, massime sulle laterali più deboli, si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali combattendo per diretto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierìe loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, a' luoghi dond'erano venuti. S'aggiunse a questo, che gli Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito importante, che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato sanGiacomo e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Francesi, che tuttavìa vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi, di poter conservar questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici, che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci; poservi di presidio il reggimento di Alvinzi.

Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova, succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e dell'Alpi, con vario evento; imperciocchè ed i Francesi s'impadronirono del colle del Monte, per cui potevano aprirsi il passo nel più interno della valle d'Aosta, e si combattè al monte Ginevra molto valorosamente per ambe le parti, e con lo stesso valore al colle di Tenda, ed a San Martino di Lantosca; volevano e Francesi e Piemontesi ajutare con questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.

Kellerman, veduto che per l'occupazione fatta dagli alleati dei siti più importanti verso Savona, le sue stanze in quei luoghi non erano più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo di esser tagliata fuori dalle altre, pensò a tirarla indietro, restringendo in tal modo tutta la fronte de' suoi, che siccome troppo lunga dal piccolo San Bernardo sino ai confini di Vado, era più debole al resistere ad un nemico superiore di numero. Perlochè tirandola con molta prudenza e singolare arte indietro, l'andava a porre a Borghetto, donde salendo per Ceriale, Balestrino,e Zuccarello, e piegando pei monti, dai quali sorge il Tanaro, andava a congiungersi con la schiera che muniva il colle di Tenda, e quindi con tutta la fronte dell'esercito. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in poter degl'imperiali.

La ritirata dei Francesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma fu loro da un altro lato di grandissimo incomodo a cagione della mancanza delle vettovaglie, perchè i Corsari Vadesi e Savonesi con bandiera Austriaca correvano continuamente il mare, e lo tenevano infestato sino a Nizza per modo che i bastimenti Genovesi non potevano più portarvi i fromenti; a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte, o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdarvi, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestìa. Per privare viemaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia, ed alla parte della Riviera occupata dai Francesi, aveva il generale Austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste, che portavano venti cannoni. Erano anche giunte in Vado due mezze galere, e quattro fuste Napolitane, che stavano vigilantissime nel sopravveder il mare. A tutti questi legni minori facevano ala le fregate Inglesi, che opprimevano con forza superiore, quanto fosse riuscito alle navi minori di scoprire. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo Francese, e già si promettevano i confederati, che i repubblicani, indeboliti dalla fame pensassero oramai a ritirarsi da tutta la riviera. Ma i Francesi, non mostrandosimeno costanti nel sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi nei fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto, e dal Ceriale, in attitudine minacciosa e fiera. Il che vedutosi dai capi della lega, e stimando che ove la fame non bastava, e' bisognava usar la forza, assalirono con numero e con valore le posizioni nuove, alle quali i repubblicani si erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in cui ora gli uni, ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Francesi perdettero il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare quei luoghi era un perdere tutto il frutto del trattato di Valenziana, un pruovare, che le potenze imperiale e regia erano impotenti a far impressione in Francia, un lasciar pendente la lite dell'acquisto, o della preservazione d'Italia, e finalmente un dar tempo ai Francesi di valersi dell'accidente favorevole della pace di Spagna, che già si negoziava, ed era vicina al concludersi. Così le sorti d'Italia si arrestarono, ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.

Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli. Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le instigazioni segrete di alcuni agenti di questo paese, sì per l'esempio e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel novantatre, e sì finalmente per l'inclinazioni dei tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni giovani con moltaimprudenza palesemente la professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili s'adunavano, e facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notaronsi i discorsi, seppersi le trame: il governo insorgeva a freno dei novatori. Aveva la regina Carolina, che molto strettamente si consigliava col ministro Acton, gran parte nelle faccende del regno. Lo sdegno concetto da Carolina pei danni pubblici e privati, era operatore ch'ella credesse annidarsi più malevoli, che veramente non s'annidavano. Forse ancora si dilettava di vendetta contro coloro, che erano stimati partecipi di quelle opinioni, che avevano dato l'occasione, onde a sì lagrimevol fine fossero stati condotti i suoi parenti e consanguinei in Francia. Il ministro Acton, conosciuto l'umore, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della regina già tanto alterato, congiure, e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti non solamente a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emanuele de Deo, giovane invasato delle opinioni nuove, e mescolato nelle congreghe segrete, fu punito coll'ultimo supplizio, e morì con mirabile costanza. Alcuni altri, rei com'egli, furono condotti alla medesima fine: alcuni carcerati, alcuni confinati. Ciò era non solo dritto, ma ancora debito dello stato: ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizj più o meno fondati, parte anche senza indizj, mescolandosi leemulazioni e gli odj particolari là dove non era nè reità, nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un terrore universale; s'indugiavano i giudizj; le pietose ambizioni non si stimavano, perchè il pregare pei parenti venuti in disgrazia, ed il difendere degli avvocati generava sospetto. Il famigliare consorzio era contaminato dalla paura dei delatori. Diceva Vanni, già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavìa nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora ventimila; nè si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, perchè Acton aveva gelosìa dell'autorità di lui, e perchè credeva che aspirasse al favor della regina per mezzo di una sorella, damigella molto intima di Carolina. Anzi cotale macchina fu ordita per condurlo al precipizio, che se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, vi sarebbe anche caduto sotto, e fora stato privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli affari di stato. Era Medici, oltre le opinioni che gli si attribuivano, querelato di carteggio con Francia: esibironsi anche le lettere in giudizio, come se di Francia venissero, quando Chinigò molto diligentemente risguardando, fece vedere, Napolitane carte essere, non Francesi. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano: ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, ed a lui più che a' suoi compagni si attribuivano i fatti occorsi, così fu dismesso ed esiliato da Napoli,gratitudine degna del benefizio. Ciò non ostante non fu piena la moderazione che si aspettava, perciocchè l'asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con Francia. Di questi umori terribili era pieno il Napolitano regno, nè è da far maraviglia, se abbiano poscia sboccato con tanto impeto, e fatto sì grande inondazione, quando gli accidenti gli ajutarono.

Frattanto non si confermava l'imperio Inglese in Corsica, parte per l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani Francesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli attribuendo, come sogliono, a quel nome di libertà più di quello che dare può, sì erano dati a credere, ch'ella dovesse indurre l'immunità delle tasse; quando poi si trovarono scaduti dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano, aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò grande era tuttavìa il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volontieri gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Francesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Tutti questi motivi o spartitamente, o unitamente operando, facevano, che non quietando gli animi, erano sorti parecchi rumori in alcune pievi quà dai monti, massimamente nei contorni d'Ajaccio. Si adunavano quà e là bande armate, che non contente al non pagar esse le contribuzioni, impedivano che altri le pagasse, ardevano i magazzini del pubblico, entravano armatamente nelle case dei particolari addetti alla Francia, ed anche di quelliche amavano l'Inghilterra, minacciando, ed ogni cosa rubando. Il male già grave in se, induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già gridavano apertamente il nome di Francia. Nè la mala riuscita delle armi navali Francesi nel Mediterraneo aveva potuto moderare questi umori già mossi; che anzi mescolandosi la pervicacia del continuare all'animosità del cominciare, si temeva una turbazione universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando esortatorio. Rammentava i benefizj dell'Inghilterra; avere liberato i Corsi dall'anarchìa e da un truculento dominio; col proprio sangue aver loro conservato quel quieto e libero vivere; sopperire col denaro proprio alle spese più gravi; soldati Corsi pagarsi da lei; l'arsenale d'Ajaccio da lei fornirsi; inviolata essere in Corsica la libertà delle persone, sacre ed inviolate le proprietà; il mare libero alle navi mercè la tutela del naviglio Inglese; la religione antica rispettata, trattarsi con la santità del papa nuovi ordinamenti al bene universale molto utili; tutto presagire, tutto promettere un buono e facile ordine di governo: che voler dunque significare questi umori, e questa turbolenza nuova? Badassero a non corrompere coi tumulti il bene universale; badassero che ove la licenza regna in luogo della legge, ivi non son più sicure nè le proprietà, nè le vite; badassero quanto imprudente fosse, quando era il tempo di stabilire la libertà e la sicurtà della Corsica, spargere semi di nuovi travaglj, che potevanoaprir l'adito a farla ritornare nella servitù di un nemico arrabbiato e vicino; volere un governo senza tasse, essere stoltizia; doversi meno lagnar la Corsica di altri popoli, poichè l'Inghilterra suppliva del suo, ed i rappresentanti consentivano; ricordassersi della fede data, del giuramento fatto; avere più compassione che sdegno ai traviati, preferire l'ammonizione alla punizione; ascolterebbe ogni giusta querela, farebbe ragione ad ogni discreta domanda, ma non sarebbe mai per tollerare, che la violenza prevalesse alla legge, nè che fossero offesi in Corsica la dignità della corona, ed i diritti constituiti del re.

Queste esortazioni non restarono senza effetto, non già sulle popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate alcune squadre di soldati subitarj, furono mandate ad ajutare nelle pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo Paoli, o cagione, o pretesto che fosse di questi romori, fu chiamato in Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbediendo all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse sino all'ultimo più accarezzato che onorato.Così finì Pasquale Paoli nome riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la rivoluzione di Francia. Imperciocchè a lui furono più gloriose le disgrazie che le prosperità, e l'integrità del suo nome incominciò a restare offesa, quando consentì ad essere ripatriato dalla Francia, e molto più quando volle sottomettere la patria all'Inghilterra; e poichè era fisso là donde ogni accidente umano procede che la Corsica avesse ad essere, non di se stessa, ma o Francese o Inglese, era richiesto a Paoli, che nè accettasse il benefizio di Francia, nè servisse ai disegni d'Inghilterra. Tanto è vero, che ad alcuni uomini è più glorioso il riposare, che il travagliarsi! Ma volle il destino, che questo illustre Corso servisse di nuova ammonizione a coloro, che o per ambizione, o per l'amore scelerato delle parti sottomettono la patria loro agli strani; perchè il minor male che si abbiano, è il sospetto di coloro, a cui hanno servito.

Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati Corsi ai soldi d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, fra gli altri massimamente quelli di Ajaccio e di Mezzana più ostinati, deposte le armi, tornarono all'obbedienza. Così fu ristorata, se non la concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però, che per l'infezione delle parti non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.

Qualche moto anche accadde a questi tempi inSardegna, principalmente in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna; domandava i privilegj conceduti dai re d'Aragona, domandava i patti giurati nel 1720. Capi e guidatori di questo moto erano Goveano Fadda, Giovacchino Mundula, e principalmente il cavaliere Angioi, uomo tanto più vicino alla virtù modesta degli antichi, quanto più lontano dalla virtù vantatrice dei moderni. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderj dei Sardi al re rappresentassero. Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto, e se ne partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete con grande contentezza del re, che molto mal volentieri aveva veduto contaminarsi la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula, ed Angioi si posero con la fuga in salvo.

In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea, essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condescesa il dì ventidue luglio alla pace con la repubblica Francese; il quale accidente tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli stati del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare leforze Francesi. Mossi poi anche i Parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese per la guerra, erano stati operatori, che s'inserisse nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica Francese in segno d'amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca di Parma, e degli altri stati d'Italia, a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, profferendosi a mediatore tra la repubblica, ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione, e la guarentigia dei proprj stati, se consentisse a starsene neutrale, e a dar il passo ai Francesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di acquisti di territorj più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla Francia. Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna, e sulle prime dichiarò, voler continuare nell'alleanza con l'Austria. Ma poichè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse ai patti, o che solo si volesse aver sembianza d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti, ed altri assai pratichi delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo, e da cui dipendeva questo punto, se il Piemonte avesse a conservare la signorìa di se medesimo, o di cadere in servitù di forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva,figliuolo di uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dove era stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto trattati sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendj della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì pericoloso caso, parlò, con singolare franchezza, in questi termini:

«Io fui più volte interrogato su quanto tocca questa infelice guerra, e sempre quanto risposi fu da tutti contrastato, da molti in sinistra parte voltato, da alcuni tenuto a vile, come se la malaugurosa Cassandra, sempre veritiera e non creduta mai, io mi fossi; e certamente qualunque sia il momento della presente occorrenza, che è grandissimo, anzi estremo, a tutt'altra cosa io avrei pensato prima che a questa, ch'io dovessi di nuovo del mio consiglio essere ricerco. Ma comunque ciò sia, e quantunque io avessi ad essere o poco grato ad alcuni, o calunniato da altri, non voglio in questo del mio debito mancare verso chi mi chiama, verso quel signore ch'io adoro, verso quella patria, che per mia, come se nato ed educato vi fossi, volonterosamente mi scelsi. E prima ch'io d'altre cose mi discorra, voglio su questo primo principio insistere, che una nazione, che libera vuol essere, libera sarà, e che contro di lei niuno impedimento è che prevalga; che se poi questa nazione fia grande, fia generosa, fia guerriera,acquisterà per questa medesima libertà tale forza, tale grandezza, tale potenza, che sotto il suo dominio, od almeno sotto le sue leggi tutti i suoi vicini ridurrà. Ora, in nome di Dio, di che si tratta nella presente controversia, se non se di accettar queste leggi onorevolmente, o di subirle ignominiosamente? e quale esitazione può essere, quale dubbio può cadere, quando si va a scerre tra un amico, forse un po' insolente, ed un nemico certamente irritato e superbo? Come un uomo prudente potrà stare in pendente, massimamente considerando la fede dubbia di un alleato, piuttosto invasore delle nostre province, che difenditore, cagione piuttosto della rovina di questo stato, che preservatore della sua salvezza? Conciossiachè, se son rotte d'ogni intorno con ispaventevole fracasso le difese di questo una volta felicissimo e securissimo regno, se la tempesta è pronta a scagliarsi nelle fertili pianure del nostro bel Piemonte, se già le fortezze vacillano, se già gli animi stan dubbj, se già lo spavento universale un eccidio universale prenunzia, se già l'Italia trema all'apparenza di un funesto avvenire, a chi deonsi tante calamità riferire, a chi sentirne obbligo, se non se a questo medesimo ambizioso, e poco fedele alleato? V'accese con incentivi subdoli, v'ingannò con sussidj insufficienti. Sovvengavi, signori, di quanto io già vi dissi, ed evidentemente altre volte dimostrai, che ove i Francesi riusciti sono a far fondamento delle operazioni loro una linea, che dal fianco orientale dell'Alpi partendo, va a dar negli Apennini, l'importantissima barriera deimonti, e delle fortezze è superata, ed il Piemonte privo de' suoi ripari, circondato, investito da tutti i lati senza difesa ridotti, si trova vicino ad una ruina inevitabile. Io dimostrai al re, quando mandommi a visitar i luoghi, che questa linea dalle Viosene insino a Toirano è insuperabile; poichè le creste dei monti per Termini ed il Galletto sino a Balestrino sono del tutto inaccessibili; che se spuntar si volesse dal Carlino, entrerebbe l'esercito in una gran fondura tra questo luogo appunto, e la contea di Nizza, dove lo sforzo di cinquanta mila combattenti sarebbe ed inutile contro il nemico, e fatale per loro. Nè migliore speranza si avrebbe, se dalla destra parte verso il Ceriale entrar si volesse, poichè i Francesi ad una seconda posizione preparata ritirandosi, e noi sappiamo che quattro fino a Ventimiglia le une più forti delle altre ne hanno, sempre potranno a posta loro, poichè occupano le più alte cime, dai luoghi più alti ai più bassi calare, e conseguentemente senza ostacolo nessuno, nel cuore stesso del Piemonte penetrare. Odo, che voi avete speranza nell'esercito vostro: ma l'esercito, sebbene per valore a nissuno sia secondo, già debole per se, ed indebolito per tante morti, a mala pena potrà bastare a presidiar la città capitale, o se indugiasse a ricoverarvisi, investito sui fianchi, circondato, e tagliato fuori dalle colonne Francesi partite da tutti i punti della circonferenza dalla riviera di Genova, e dalla valle del Tanaro sino alla Torinese Stura, alcun rimedio più non avrebbe alla sua salute. Tutte questecose non possono parer dubbie, se non a coloro che o i luoghi non conoscono, o quanto sia debole l'esercito, quanto penuriose le finanze, quanto potenti i semi della ribellione non sanno. Veggono alcuni più parziali che prudenti uomini, con gli occhi loro abbacinati, scender continuamente dal Tirolo in ajuto del Piemonte ora quaranta, ora sessanta mila Tedeschi. Ma volesse pur Dio, che questa gente armata avesse più corpo in terra, che chimera od ombra nella fantasìa di certi consiglieri ardenti: la fama è oramai troppo lunga, perchè l'ajuto sia vero. Certamente fallace consiglio sarebbe il promettersi qualche cosa dalle vane speranze, dalle esagerazioni lusinghiere, dalle promesse ingannevoli della corte di Vienna. Ma che dico? Quando i fatti parlano, qual bisogno v'è di parole? Non fu stipulato nel trattato di Valenziana, che gli Austriaci solamente combatterebbero nella pianura? Ignorate voi forse gli ordini dati agli imperiali capi di non mettersi senza grande occasione in potestà della fortuna, di tenersi grossi, di usare moderatamente i soldati, di serbargli interi per la difesa della Lombardìa? Non disselo a chiare note, non predicollo apertamente a me e ad altri Devins medesimo? Voi potete a grado vostro dire, che la difesa della Lombardìa è in Piemonte, poichè ciò era vero, or son due anni, e non è più vero oggidì, perchè le Alpi son perdute, gli Apennini invasi, la pianura aperta, e voi state qui deliberando paventosi, e dubbj se vi sia possibile difendere la real Torino, e l'antico trono di questi principigiustissimi. Che se voi persistete a dire che in Piemonte è la difesa della Lombardìa, potrebbero a giusta ragione rispondervi i generali dell'Austria, che essendo oramai il Piemonte privo di difesa, se l'esercito loro si ostinasse a volerlo difendere per ritardar qualche tempo l'invasione della Lombardìa, correrebbe pericolo esso medesimo di esser tagliato fuori dal Milanese, e che per tal modo la Lombardìa stessa, l'esercito destinato a difenderla, ed il Piemonte con loro, sarebbero ad uno e medesimo tempo senz'alcuna speranza di poter risorgere perduti, e l'Italia a servil giogo posta. Non combatte l'uomo col medesimo valore quando difende le cose altrui, come quando difende le proprie. Di ciò debbonvi avervi fatti avvertiti gli Austriaci, quando già sì mollemente in ajuto vostro combatterono in casi, in cui ci andava o la speranza del conquistare, o la sicurtà loro. Eppure erano allora le forze vostre in essere, ora son prostrate; od io a gran partito m'inganno, od alle prime mosse dei Francesi verso Genova, voi vedrete questi medesimi Austriaci correre precipitosamente verso la Lombardìa, ed in preda al vincitore abbandonarvi, senza neppur lasciare un soldato in ajuto vostro di quel già sì debole e sì estenuato esercito ausiliario, che l'imperatore si è obbligato a mandarvi.

«Adunque, essendo tutte le difese dello stato od in mano del nemico, od in pericolo di cadervi, le genti nostre diminuite di numero e di animo, l'alleato poco fedele, e piuttostodella salute sua che della nostra sollecito, nè potendo le nostre necessità aspettare la tardità dei rimedj che si preparano, io porto opinione, che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo ora che le forze, che ancor vi restano, ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte, ed a preservazione della nobile Italia».

Questo discorso porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto veridica, congiunto di amicizia col generale Austriaco Strasoldo, fece non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte inclinava agli accordi quantunque tutti avessero la volontà aliena dai Francesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione alla pace il marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse d'indole pacifica e d'animo temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenziana, e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava, doversi nella guerra e nella fede data all'Austria perseverare.

«Sono, ei disse, più che qualunque altra azione umana all'arbitrio della fortuna sottoposte le militari fazioni; le politiche cose altre variazioninon fanno, se non quelle che suole indurre la prepotente forza dell'armi. Della quale differenza la cagione si è, che le prime pendono intieramente dai casi fortuiti e dal coraggio degli uomini sempre soggetto a spaventi inopinati, mentre le seconde stanno fondate sulle umane passioni, le quali sono sempre in tutti i luoghi ed in tutti i tempi le medesime. Infatti si vede che la guerra mette spesso in fondo i più potenti, i più gloriosi reami, mentre quelli che alla ragione di stato prudentemente si conformano, vivono tutto quel corso di vita che dalla natura alle opere umane è concesso. Ha la forza in se non so che di cieco e di disadatto, che la fa dar negli scogli e nelle ruine; ha la prudenza, figliuola della cognizione vera delle umane passioni, in se non so che di disinvolto e di sguizzante, che fa che chi la segue schivi gli ostacoli, e viva eterno. Propone il marchese Silva che si faccia la pace, perchè, come crede, non si può più far la guerra; chiama l'Austria infedele; è confortatore, che il re si fidi nella repubblica Francese, la quale, sebbene ora faccia certe dimostrazioni in contrario, è pure la nemica naturale e terribile di tutti i re. Ma sul bel principio del mio favellare, e su di questo medesimo argomento di guerra insistendo, di cui tanto è il mio avversario perito, io domando a lui, quale dei due eserciti sia più grosso, o del nostro congiunto alle genti Austriache, o di quello del nemico, solo esposto a tutto lo sforzo degli alleati? Certamente, qual uomo sincero, qual egli è, sarà per rispondere,il nostro. E se gli domando, s'ei crede che per la congiunzione delle genti de' Pirenei, il Francese diventi più potente del confederato ingrossato per la giunta di nuove genti Tedesche, certo ancora ei risponderà, non credere; poichè e i Pirenei saran pure da guardarsi; e la pace con la Spagna non sarà senza sospetto. Finalmente se io gli domando, s'egli stima i Francesi più valorosi dei Piemontesi, o più degli Austriaci, certo sono ch'ei risponderà, non istimare. Dove vanno dunque a ferire queste instanti querele, che voglion significare questi predicati spaventi? Sono i Francesi padroni delle cime dei monti! E siano, e s'arrovellin pure per la fame, per la miseria, per la intemperie in que' luoghi alpestri e selvaggi; che se hanno i gioghi, e' non hanno i passi, e non vedo che alcuna fortezza vacilli, non che sia in mano loro, ed il penetrar in Piemonte con le fortezze nimichevoli a ridosso, sarebbe pei Francesi stoltizia, piuttosto che coraggio, sarebbe caso più desiderabile per noi, che spaventoso; che anche quì il valor Piemontese ed Austriaco affrontolli, ed anche quì biancheggiano ancora i campi delle Francesi ossa prostrate in battaglie giuste da queste stesse mani, da queste stesse armi, che ora contro la rabbia loro difendono l'appetita Italia. Nè so restar capace, come si possa accagionare la fede, od il valore delle genti Tedesche. Sanlo Savona e San Giacomo, sanlo Vado e Melogno ancora tinti da repubblicano sangue come feriscono le spade, come piombino le palle Tedesche. Che i generali d'Austria abbiano curadella Lombardìa, il crederei facilmente, e debbonla avere: ma che non curino il Piemonte, dov'è colui che lo dice? Poichè tanto sangue sparso, tante incontrate morti, non solo sui monti della Liguria, ma nei seni più reconditi delle Alpi, rendono testimonianza in contrario. Ma pogniamo esser le cose della guerra tanto pericolose, quanto il mio avversario asserisce, io non crederò punto mai, ch'elle siano disperate. Che ancora abbiam braccia e petti, ancora abbiam fortezze nelle bocche delle Alpi, nè credo, che siamo in grado di essere costretti ad abbracciare consigli pericolosi, od a farci incontro ad occasioni immature. Ma giacchè si grida pace, vediam che cosa sia, vediam che in se porti questa consigliata pace. La pace con la Francia importa la guerra con l'Austria; il cedere la Savoja e Nizza ai Francesi vuol significare il ricevere dalle mani loro rapaci qualche porzioncella del Milanese, vuol significare il dar loro il passo pel Piemonte, vuol significare il permettere che vadano a ferire direttamente il cuore di coloro, che fin quì difeso hanno il cuor nostro. Sicchè io vedo l'infamia sul limitare stesso di quest'accordo; perchè quivi è un dare al nemico, ed un arricchirsi delle spoglie dell'amico. Pure l'onore è qualche cosa in questo mondo, e l'incertezza degli umani eventi vi dee tener avvertiti, che tardi o tosto avrete bisogno di alleati; e quale alleato possiate trovare, dopo tanta ignominia, per me già nol so. Ma più addentro questa materia considerando, io trovo che l'accordo con Franciasarebbe la servitù del Piemonte, sarebbe il suo soqquadro, sarebbe la sua ruina. Non possono gli Austriaci, quantunque presenti, tanto avvilupparci, che diventiam servi delle spade Alemanne, perchè le sedi loro troppo sono dalle terre nostre lontane. Possonlo, e facilmente i Francesi, perchè qui pur troppo siam vicini alla fonte di un tanto diluvio, e non so se vi conforti la moderazione loro, la quale quanta e quale sia, sallo il mondo pieno oramai tutto per opera loro di spaventi e di ruine. Per giudicare quali i Francesi siano, e di che sappiano in casa altrui, addomandatelo ai Fiamminghi, addomandatelo agli Olandesi, e se son contenti essi di avergli per alleati, ed in casa loro, siatene pur contenti ancora voi, ed abbiatene il buon pro. Semi sonvi di rivoluzione e di sommossa in Piemonte? Certo sì che vi sono. Ma credete voi, o mio buon marchese Silva, che i Francesi con la presenza loro gli spegneranno? Per me nol credo; credo anzi al contrario, che le giacobine teste pulluleranno, all'aperto si mostreranno, di ultimo sterminio questa felicissima monarchìa minacceranno. Condanneranle forse i Francesi in pubblico, ma fomenteranle in segreto; camminerà lo stato sopra ceneri ingannatrici, e quando voi vi risolverete a mettere il piè sulle prime faville, le farete prorompere in universale incendio. Un manifesto francese poi molto bene acconcio, che di manifesti e di ciarle non hanno inopia, accomoderà il tutto con chiamar voi traditori, voi, che altro non avrete fatto, che sopportar pazientemente la superbialoro. S'abbia la Prussia, s'abbia la Spagna pace con la Francia, poichè per esse non debbono passar i Francesi per andarsene ai disegni loro; ma poichè eglino per nissun'altra cagione vi propongono a questi giorni la pace, se non se per passare in Piemonte ad invadere la Lombardìa, pare a me che la guerra assai più sicura sia della pace; perciocchè la presenza di questi smodati repubblicani non può essere senza semenze funeste, non senza scandali, non senza sommosse, non senza inevitabile perdizione. Nè vi esca di mente, che la Francia per non altro vi richiede ora di pace, che per farla con l'Austria più potente di voi; nè siate per dubitare punto, che ove si scoprirà la prima occasione di far pace con lei, la farà, e lasceravvi nelle peste, nè ricorderassi di voi, manco ancora dell'amicizia vostra, e dovrete tenervi molto fortunati, se non avrete ad accorgervi dai patti che seguiranno, quanto pregiudizioso consiglio sia l'abbandonare un amico fedele e pruovato, per darsi in braccio ad un amico infedele e nuovo; che questi guadagni appunto si fanno i deboli, quando vogliono farla da astuti coi potenti. Odo favellare di penuria di finanze. Ma che penuria, quando ci va la salute dello stato? Per me, ho vergogna di parlar di denaro, quando si tratta dell'essere, o del non essere. Poi credete voi, signor mio, che la Francia sia meglio per impinguar il nostro erario, che l'Inghilterra? Se vel credete voi, non so qual semplicità sia la vostra. Quanto a me, io mi credo che meglio proceda il denaro dachi ne ha troppo, e il getta in casa altrui, che da chi ne ha poco, ed il rapisce in casa altrui. Ora recando alla somma quello, che sono ito finora minutamente considerando, a me pare, che l'amicizia con l'Austria sia più sicura e meno pericolosa, che l'amicizia con Francia. Perciò esorto e prego, che rifiutati i partiti temerarj, e mostrando il viso alla fortuna, ed alla costanza nostra già tanto famosa non mancando, dimostriamo al mondo, che il Piemonte minacciato a' tempi nostri non ha avuto minor animo, che il Piemonte invaso ai tempi andati».

Queste parole vere in se stesse non restarono senza effetto, meno perchè vere erano, che perchè gli animi non avevano per un'anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni, che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti, che avesse a portar con se la presenza dei Francesi in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura fosse, ma perchè in pari pericolo da ambe le parti, ella era più onorevole.

Giugneva intanto il tempo, che doveva mostrare, se quelle armi, che non senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Francesidivisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito: ed indirizzato a voler fare la conquista dell'Italiane contrade. Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di voler passare con le armi in Italia. Uno dei principali confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia, per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna; e parendo, che quegli che ne aveva fatto il disegno, più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli preposto all'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inclinava omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura, e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime privi com'erano di cavallerìe, con poche e piccole artiglierìe, e ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di assaltargli. Ma i soldati della repubblica usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla quale sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla carestìa del vivere, ad un nemico più numerosodi loro, abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per se stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare, se veramente il valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai soldati repubblicani, e per la perizia dei generali loro, specialmente di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto. Era la fronte dei Francesi in tal modo ordinata, che posando con l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi sui monti, che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer, che aveva con se i soldati dei Pirenei, ed Augereau che gli aveva condotti, la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano manca, governata da Wallis, occupava Loano, la battaglia condotta da Argenteau Roccabarbena, e la destra composta in gran parte di Piemontesi, e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi a Loano sulle cima di tre monticelli muniti di trincee e d'artiglierìe, e nella terra di Toirano, un terzo per la sicurezza della mezzana più in su a campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito di genti ed'artiglierìe dietro il corpo di mezzo, non solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto, donde doveva venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente; ma quello, che poco dopo succedette, dimostrò quanto sia vero, che non vale buon consiglio solo contro buon consiglio ajutato da un sopraeminente valore. Resta però, che l'infelice uscita della battaglia di Loano non dee imputarsi al generalissimo Austriaco, ma bene si vedrà, se i posteri non potranno con ragione accagionarne Argenteau, il quale o non istando sulla debita guardia prima del pericolo, o perdutosi di consiglio, quando ei sopravvenne, mancò tanto di valore, quanto aveva Devins abbondato di prudenza. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello, che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno diciasette novembre per riconoscere i luoghi, e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet, che assaltasse il posto di campo di Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Francesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito Argenteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte dei ventidue novembre, quando Massena, raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi fora piuttosto ingiusta diffidenza, che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvia vincere, il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizj possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio: ma Sardegna ed Imperio continuano ad affrontarvi; però voi un'altra volta vincetegli, voi fugategli, voi dissipategli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro con l'opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè aspettano l'estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro».

Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e perciò abile ad inspirar impeto nel soldato Francese, già per se stesso tanto impetuoso. Perciò alle sue parole maravigliosamente incitati givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte oscurissima, e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di Massena, come si era accordato con Scherer, di urtare nel mezzo dei confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi con impadronirsi del sommi gioghi dei monti per Bardinetto, Montecalvo e Melogno,di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi, o fuggire alla dirotta. Dovevano secondare questa fazione, a dritta Scherer con un assalto forte contro Loano, Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo. Appariva appena il giorno dei ventitre novembre, che Massena assaliva da due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano a quest'accidente impensato gli uffiziali Tedeschi ai luoghi loro, e già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella ordinanza loro. La qual cosa dimostra l'inconsiderazione di Argenteau, che non avendo presentito, come era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro infortunio, e fu che Devins afflitto da grave malattìa, e reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batterìa, con molto valore insistendo tanto fecero, che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico, che si ritirava, andando a farsi forte a Bardinetto. Quivi nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le forze Massena, giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti, prevalse la virtù dei repubblicani: entratiforzatamente in Bardinetto uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le artiglierìe. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse a modo più di fuga che di ritirata le reliquie dei confederati, per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni, s'impadronisse di Melogno, ed al colonnello Suchet, pigliasse Montecalvo, luogo arido, e quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si era proposto: in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei confederati, ma fu fatto abilità ai Francesi di calarsi verso il mare alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Certamente Argenteau non diede pruova di previdenza prima del fatto, nè di avvedutezza o di costanza nel combattimento; nè il corpo di mezzo fece quella resistenza, che per la forza dei luoghi e pel numero dei soldati e delle artiglierìe si era Devins di lui promesso. Ma perchè la sinistra dei confederati non ricuperasse quello che la mezza aveva perduto, Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati avanti a Loano, ed alla forte terra di Toirano, gli superava. Nei quali fatti, ajutati anche da tiri di alcune navi Francesi, che si erano accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora tra per questo, e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer,calato correndo alle spalle loro, si ritiravano i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più vivamente contro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti i siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincerato di Ceva, dove giungevano altresì i residui lacerati e sbaragliati della squadra d'Argenteau. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Francesi sul littorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più intiera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte, e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Francesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno seguente, che condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel littorale, e già la giungevano con far di molti prigionieri. Nè quì si contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle di Finale, e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cedente nemico, dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta improvvisa della mezza, pressata dafronte, sul fianco, ed alle spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto favore. Chi si potè salvare, andò a far la massa in Acqui, dove i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnìe dissipate; chi non potè, cadde in balìa del vincitore. Tutte le artiglierìe, gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto, rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.

Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e perfino i violamenti delle miserande donne commessi dai repubblicani sul Genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia, che spaventata aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore. Pubblicava, che farebbe morire chi continuasse. Prese anche l'ultimo supplizio de' più rei. Ma non udivano l'imperio dei capitani, e nè le minacce, nè i supplizj spegnevano la scelerata rabbia. Certamente non erano in questo i repubblicani scusabili, perciocchè niuna cosa può scusare sì eccessive enormità. Pure eran stremi di ogni vettovaglia e d'ogni fornimento: la fame e la nudità sono pur troppo male consigliere ad ogni opera più brutta. Ma i Tedeschi e quando vennero sulla riviera passando pei territorj del Piemonte loro alleato, massime in quei del Cairo e del Dego, e quando se ne andarono dopo la rotta di Loano, quantunque fossero forniti abbondantemente diogni cosa necessaria al vivere di soldato, commisero pari, e forse più nefandi eccessi. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore Tedesco, in preda al furore Francese, mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza, e non può difendersi con la forza.


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