Chapter 4

Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze, alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò, che con denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessari alla specola del collegio Romano; condusse a fine i parafulmini della basilica di San Pietro stati principiati da papa Pio, ebbe speciale cura delle allumiere della Tolfa, e delle miniere di ferro di Monteleone nell'Umbria, nelle quali si era cessato di cavare ai tempi delle ultime guerre civili, quantunque il ferro sia assai più arrendevole e dolce di quello dell'isola d'Elba. Gente perita, denaro a posta addomandava; due allievi Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della veterinaria, due a quelladelle arti e mestieri in Francia, semi di utili scienze nell'ecclesiastica Roma.Temevasi che la presenza dei Francesi in Italia, massimamente in Toscana e nello stato Romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore dell'Italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il quale, non so per quale strana fantasia, aveva unito Toscana e Roma alla Francia, ed introdottovi negli atti pubblici l'uso della lingua Francese, aveva, già fin dall'anno ultimo, decretato premi a chi meglio avesse scritto in lingua Toscana. La consulta di Roma a fine di cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola Degerando, statuiva, che la lingua Italiana si potesse in un con la Francese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in Italia. Volle altresì, che l'accademia dagli Arcadi si ordinasse in modo che e la letteratura Italiana promuovesse, e la lingua pura ed incorrotta conservasse con premi a chi meglio l'avesse scritta o in prosa o in versi, l'Arcadia sedesse sul Gianicolo nelle stanze di Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del cielo, alla natura degli uomini, alle Romane usanze fu quello dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più magnifico stato. La consulta le dava più copiosi sussidi, l'imperatore più convenienti stanze, e dote di centomila franchi.Parlando io dei benefizi delle lettere, non voglio passar sotto silenzio l'amorevolezza usata dalla consulta verso il convento di San Basilio di Grottaferrata, unico residuo dell'antico ordine di San Basilio, che primo fra le tenebre del medio evo portò in Europa la cognizione della lingua Greca, e con lei lo studio delle lettere. Nel coro e negli uffizi avevano questi monaci conservato la lingua ed il canto Greco, ma piuttosto per tradizione orale, che per lettera scritta. Ogni vestigio del canto Greco si sarebbe spento, se il convento fosse stato soppresso, ed i monaci dispersi. Supplicato l'imperatore dalla consulta, conservò il convento. Ciò non ostante l'ordine si spense, perchè il secolo a tutt'altro portava, che a farsi frate, ed a cantar greco.Colla medesima mansuetudine opinò la consulta del convento dei Camaldolesi di Montecorona, Benedettini riformati di san Romualdo. Mi fia dolce raccontar qualche particolarità di Montecorona, poichè in quella tranquilla sede riposerassi alquanto l'animo stanco ed inorridito dalla rappresentazione di tanti tradimenti, espilazioni e morti. Conservava Camaldoli sincera e pura, dopo tanti secoli, la regola di san Romualdo. Tengono i Camaldolesi del cenobita e dell'eremita. Come cenobiti, vivonsi solitari, come romiti, attendono alle opere manuali sì agrarie che domestiche, senza differenza alcuna di padri o di fratelli, di superiori o d'inferiori. Servonsi tra di loro a vicenda, usano la ospitalità, esercitano la carità: la vita loro, anche ai tempi Napoleonici, pacifica e dolce: divoti a Dio, divoti al sovrano,divoti agli uomini, pregavano, obbedivano, soccorrevano. Siede il convento sulla sommità di un monte, ha all'intorno folta foresta, dista da Perugia a quattordici miglia: deserti una volta, campi fioriti adesso per opera delle cenobitiche mani. Naturarono su per quegli aspri monti l'abete; fecerne selva vastissima, magnifici fusti per le più grosse navi. È il convento stimolo a virtù, fonte di proventi, ricovero d'uomini fastiditi del mondano lezzo, ospizio di viaggiatori, largimento di soccorsi: è vita di deserto, testimonio di pietà. Rovinavano i regni, odiavansi gli uomini, infiammavansi gli appetiti, ammazzavansi le generazioni: Montecorona quieto, dolce, umano e benefico perseverava; e se la caduta del papa pose in forse la conservazione di lui, molto è da deplorarsi che l'ambizione dei tempi sia arrivata a turbare quelle sante solitudini. Bene meritò degli uomini infelici e pii la Romana consulta, a ciò movendola Janet, coll'avere addomandato la conservazione di quel pietoso secesso.Emmi caro lo spaziare alquanto sull'ordine della propaganda. Napoleone imperatore, al quale piacevano le cose che potevano muovere il mondo, volle, mettendola in sua mano, conservare la propaganda: Degerando, siccome quegli che si dilettava di erudizione letteraria e di gentilezza di costumi, con l'autorità sua la favoreggiava. Dalla narrazione delle cose appartenenti a quest'ordine chiaramente si verrà a conoscere, ch'ei non meritava nè le lodi dei fanatici, nè gli scherni dei filosofi. Ancora vedrassi quanta sia la grandezza degli Italiani concetti. Era principal fine diquesto instituto la propagazione della fede cattolica in tutte le parti del mondo; ma l'opera sua non era talmente ristretta a questa parte, che non mirasse a diffondere le lettere, le scienze, e la civiltà fra genti ignare, barbare e selvagge; che anzi una cosa ajutava l'altra, poichè la fede serviva d'introduzione alla civiltà, e questa a quella. Poteva anche mirabilmente ajutare la diplomazia e la politica: ciò massimamente aveva piaciuto a Napoleone; perciocchè un capo solo reggeva, e muoveva infiniti subalterni posti in tutte le parti del mondo. Il trovato parve bello a Napoleone, nè era uomo da non volersene prevalere, e siccome aveva usato la religione per acquistare la signoria di Francia, così voleva servirsi della propaganda per acquistar quella del mondo. Seppeselo Degerando, il quale scriveva, che per quanto alla politica s'apparteneva, la propaganda, recando in quelle lontane regioni coi semi del nostro culto i nostri costumi, le nostre opinioni, le radici delle idee d'Europa, la narrazione del regno il più glorioso, qualche cognizione delle nostre leggi e delle nostre instituzioni, preparando gli spiriti a certi avvenimenti, che solo s'apparteneva alla vastità dell'imperial mente a concepire, procacciando amici tanto più fidati, quanto più stretti da vincoli morali, e così ancora offerendo tanti, e così variati mezzi di corrispondenza in contrade, in cui il governo manteneva nissun agente, procurandoci notizie esatte sulla natura dei paesi, nei quali i missionarj soli potevano penetrare, aprendo finalmente una via, e quasi un condotto a farvi scorrer dentro coi lumicivili le influenze di un sistema la cui grandezza doveva abbracciare tutto il mondo, era un edifizio piuttosto di unica che di somma importanza. Queste cose erano di per se stesse molto chiare, e se alcuni filosofi, massimamente Francesi, tanto hanno lacerato Roma per avere, come dicevano, fatto servire la religione alla politica, si vede ch'essi non furono alieni dall'imitarla; poichè, divenuta Francia padrona di Roma, indirizzarono i loro pensieri al medesimo fine. Certo è bene, che Napoleone di nissuna cosa più si compiacque, che di questa propaganda: ora per dire qual fosse, ella fu creata dal papa Gregorio decimoquinto; e da lui commessa al governo di una congregazione di quattro cardinali, e di un segretario. Suo ufficio era mandar missionarj in tutte le parti del mondo. Gregorio la dotò di rendite del proprio, e d'assegnamenti considerabili sulla camera apostolica; le conferì immunità e privilegi; volle che ciascun cardinale nella sua esaltazione le pagasse un censo. Ma Urbano ottavo, considerato, che se era utile il mandare missionarj Europei a propagar la fede, maggiormente utile sarebbe il mandarvi uomini del paese convertiti ed ammaestrati nelle pratiche Romane, aggiunse il collegio della propaganda, in cui a spese pubbliche erano ricoverati ed ammaestrati giovani forestieri, massime di origine orientale, acciocchè fatti grandi e addottrinati, ritornassero nei propri paesi a secondare i missionarj apostolici.Sommava il numero degli allievi per l'ordinario a settanta; i Cinesi, essendo loro riuscitocontrario l'aere di Roma, furono trasportati in un seminario e collegio fondati per questo fine a Napoli. Innocenzo duodecimo, ed altri pontefici furono liberali verso la propaganda di nuovi benificj: uomini privati altresì con donazioni, e legati l'arricchirono. Le diede monsignor Vires il bellissimo palazzo in Roma: il cardinale Borgia, morto a Lione nell'ottocent'uno, le lasciò una parte de' suoi beni. Quattro erano gli ordini della propaganda, destinati alla propagazione della parola del Vangelo: occupavano il primo i vicarj apostolici, o arcivescovi, o vescovi, o prefetti delle missioni, il cui carico era lo scrivere le lettere, e la direzione delle fatiche apostoliche. Subordinati ai vicarj collocavansi nei secondi i semplici missionarj. Venivano in terzo luogo i collegi, le scuole, i monasteri. Cadevano nel quarto i semplici agenti amministrativi ed economici. La propaganda diede principio alla sua opera col fondare arcivescovi e vescovi nelle antiche chiese, due patriarchi, l'uno pe' Caldei, l'altro pei Siriaci, vescovi e vicarj apostolici nelle isole dell'Arcipelago, nell'Albanìa, nella Servia, nella Bosnia, nella Macedonia, nella Bulgaria, nella Mesopotamia, nell'Egitto, a Smirne, ad Antiochia, ad Anticira. Mandava due vescovi, vicarj apostolici, a Constantinopoli, uno pel rito Latino, l'altro per l'Armeno. Un gran numero ne destinava in Persia, nel Mogol, nel Malabar, nell'India oltre e qua del Gange, nei regni di Siam, di Java, di Pegù, in Cochinchina, nel Tonchino, nelle diverse province della China. Nè ometteva, parendole che fosse messe d'importanza,gli stati uniti d'America. Vicarj apostolici, e vescovi mandati dalla propaganda, seminavano le dottrine del Vangelo in quelle regioni d'Europa, che dalla chiesa Romana dissentivano. Questi tentativi e questi sforzi della comunanza cattolica, stimolavano le dissidenti a pruovarsi ancor esse a propagare la religione e la civiltà fra le nazioni ancor barbare e selvagge. Mandarono pertanto, gl'Inglesi massimamente, agenti loro nell'Indie Orientali, e nelle isole del mare Pacifico, dalla quale pietosa opera molte nazioni furono dirozzate, e ridotte alla condizione civile. E se i papi mescolarono la politica, come fu scritto, in questi conati religiosi, resterà a vedere, se la Russia e l'Inghilterra siano esenti da questa pecca. Per ajutare i vescovi ed i vicarj apostolici, s'erano instituiti a luogo a luogo, e più numerosi là dove i Cattolici vivevano in più gran numero, i prefetti ed i parrochi: questi avevano sede fissa e gregge permanente: i missionarj, che erano il secondo grado, comprendevano nel mandato loro vaste province, conducendosi ora in questo luogo ed ora in quello, ma sempre nella provincia destinato a ciascun di loro, secondochè i bisogni della fede da loro richiedevano. La elezione dei missionarj si faceva ordinariamente fra i sacerdoti del clero secolare. Era a loro raccomandato, e specialmente comandato dalla propaganda, che a niun modo nè sotto pretesto qualsivoglia si mescolassero o s'intromettessero negli affari temporali, meno ancora nei politici dei paesi, cui erano destinati ad indagare e ad ammaestrare. Solamente era solita la propagandaad insegnarvi le scienze profane e le arti utili, affinchè con esse potesse volgere a se gli animi, e cattivarsi l'attenzione, e la benevolenza degli uomini ignari di quelle incolte regioni. Dipendevano i missionarj del tutto da lei, ed ella gli spesava con le sue rendite. Aveva creato sei scuole, o collegi in Egitto, quattro nell'Illirio, due in Albania, due in Transilvania, uno a Constantinopoli, parecchi in diverse contrade non cattoliche d'Europa. Erano questi collegi mantenuti col denaro della congregazione: mille scudi all'anno pagava ai vescovi d'Irlanda per le scuole cattoliche di quel regno; i collegi Irlandese, Scozzese, Greco, e Maronita di Roma da lei medesimamente dipendevano. Finalmente ciascun ordine di religiosi aveva un collegio separato pe' suoi missionarj, così questi stessi missionarj avevano dipendenza dalla propaganda, in quanto spettava alla bisogna delle missioni. Gli allievi dei collegi, ciascuno secondo il suo merito, erano creati sul finire degli studi o vescovo, o prefetto, o curato, o semplice missionario. Gli agenti o procuratori a niuna bisogna religiosa attendevano, ma solamente, essendo distribuiti nei luoghi più opportuni, al mandar le lettere e i fondi necessari per tener viva dappertutto macchina sì vasta.Quanto alla congregazione in Roma, aveva cinque parti, la segreterìa, dove si scrivevano le lettere, ed a questa parte appartenevano anche gl'interpreti; gli archivi, che comprendevano la librerìa ed il museo, entrambi pieni di cose curiosissime; la stamperìa tanto celebre per la varietà e la bellezza de' suoi caratteri; il collegio degli allievi;la computisterìa: in quest'ultima si tenevano i conti, e le ragioni della congregazione. Le rendite sommavano a trentatremila trecento novantasei scudi romani all'anno, che sono centosettantottomila seicentosessanta franchi. I fonti erano i luoghi de' monti, i livelli pagati da Napoli, da Venezia, e dai corpi religiosi, e finalmente i censi dei cardinali novellamente creati. Ma la ruina universale aveva addotto la ruina di quest'instituzione, con avere o del tutto annientato parte delle rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenti: s'aggiunse la rovina del palazzo devastato nel mille ottocento. Adunque ella sussisteva piuttosto di nome che di fatto, quando Napoleone s'impadronì di Roma; poi, i frutti dei monti non si pagavano, la computisterìa per comandamento imperiale sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi. Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i pagamenti: l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatus-consulto, volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la macchina, come era necessario, nè far sorgere quel zelo a propagazione degl'interessi politici, che per amore della religione, per le esortazioni dei papi, e per la lunga consuetudine era sorto nei membri della congregazione a tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu di alcuna utilità nè per la religione, nè per la politica: solo le sue ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio, e la rabbia degli uomini chel'avevano distrutto. Portati via gli archivi per arricchirne Parigi, si voleva privar Roma anche dei tipi delle lingue orientali, che si trovavano raccolti nella sua stamperìa: eranvi i tipi di ventitrè lingue d'Oriente. Domandava la stamperìa imperiale di Parigi, che le si mandassero le madri per supplire con loro ai punzoni alterati. Grave perdita sarebbe stata questa per Roma, dove l'erudizione, e la letteratura orientale erano, come in sede propria, coltivate. Pregò Degerando, che o si gittassero con le madri i punzoni a Roma, o si mandassero a Parigi, non tutte ma solamente quelle dei punzoni alterati. Fu udito benignamente; a lui restò la città obbligata della conservazione di opere di gran valore per la erudizione e per le lettere.Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese degli smalti e degli operai. La principale manifattura, che serviva di norma alle altre, era attinente a San Pietro, e si sostentava colle rendite della sua fabbrica: per la necessità dei tempi, mancando la più gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale, ma perchè Napoleone, che non amava lo spendere a credenza, non si tirasse indietro, fu d'uopo alla consulta l'inorpellare la cosa con dire, che il musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad abbellire San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi, adornerebbe il palazzo del principe, ed imonumenti dell'imperiale Parigi. «Che bel pensiero sarebbe, diceva la consulta, l'immortalare con opere di musaico il quadro dell'incoronazione dipinto da David, e gli altri tre, che dalle maestrevoli mani di questo grande artista erano per uscire?» A questi suoni Napoleone si calava, e pagava. Restava che, poichè si era provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavorerìa loro addossata al colle del Vaticano, ed in parte sotterranea, e perciò molto malsana, troppo spesso infermavano, e sovente il vedere perdevano. Oltre a ciò gli armadi e gli scaffali, in cui si conservavano gli smalti, infracidavano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi, dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico di tutti un bel quadro del pittore Camuccini. Decretò la consulta, trasportassersi gli opificii nelle stanze del Sant'Officio.Concedutosi dall'imperatore un premio di ducentomila franchi ai manifattori di Roma, volle la consulta, che fossero spartiti a chi meglio filasse o tessesse la seta o la lana, a chi meglio conducesse le opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquarzente, a chi meglio lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi più, e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più ulivi, a chi ponesse più semenzai di piante utili. Si venne anche sul capriccio dello zucchero dell'uve, e della saggina di Caffrerìa. Ma papa Pio, che conosceva Roma ed i Romani suoi, si stringevanelle spalle, quando udiva queste novelle, e dal suo carcere di Savona sclamava, che bene e con frutto si sarebbero favoreggiate in Roma le manifatture attinenti alla erudizione ed alle belle arti, ma che sarebbe tempo ed opera perduta il dar favore alle altre: perciocchè la natura degli uomini, le consuetudini, le opinioni, il cielo stesso ripugnavano.I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i preziosi capi d'arte, che adornavano i conventi, ed erano molti e belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro dalla consulta una congregazione d'uomini intendenti, e giusti estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate Fea, e Tofanelli, conservatore del Campidoglio.Conservando Roma odierna, si poneva mente a scoprire l'antica: almeno così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca il poteva fare. Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi più promettenti. Sarebbesi anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero guastato l'intenzione.Discorreva Napoleone di voler visitar Roma sua. Se di fatto non voleva andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le parve acconcio per la campagna; il Quirinale per la città: il Quirinale grande e magnifico per se, sano per sito, e con bell'apparenza da parte di strada Pia: ogni cosa all'imperial costume si accomodava. Nè la bellezza,o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar alberi all'intorno, di aprir passeggiate, specialmente alla porta del Popolo da riuscire a Trinità del Monte, di trasportar i sepolcri fuori delle mura, di prosciugar le paludi. Le Pontine massimamente pressavano nei consigli imperiali. Prony Francese, Fossombroni Italiano, idraulici di gran nome, e di scienza pari al nome, le visitavano, e fra di loro consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrari; e se le Pontine non peggiorarono sotto il dominio Francese, certo non migliorarono.Così vivevasi a Roma, con un sovrano prigioniero a Savona, con un sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze avvenire, diventata, stravagante caso, provincia di Francia, non poteva nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in contrarie parti lagrimava, e si doleva, nè poteva la consulta, quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e racconfortarla.Nuovi, strani e lamentevoli casi mi chiamano nel Regno. Era venuto a noia a Carolina di Sicilia, che voleva comandare da se, il dominio degl'Inglesi, nè sperando di riconquistare il regno di terraferma, desiderava almeno di essere padrona di quello che le restava. Napoleone, che conosceva bene gli umori degli uomini, e quelli delle donne ancora, aveva penetrato quel di Carolina, e per mezzo di sue pratiche le persuase, ch'era pronto a secondare le sue intenzioni. Vennesi ad un negoziato tra l'imperatore e la regina, il fine del quale era, che il re aprisse i porti diSicilia ai soldati di Napoleone, e promettesse che gli occupassero, sì veramente che l'imperatore ajutasse il re a cacciar gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre questi negoziati pendevano, entrò in Murat il desiderio di conquistar la Sicilia sperando che la durezza del governo Caroliniano, procurandogli aderenze negli scontenti, gli aprirebbe l'occasione di far frutto con le spalle loro. Già le truppe Francesi si erano condotte nella Calabria ulteriore; al che aveva consentito Napoleone per dar gelosìa agl'Inglesi, acciocchè non potessero correre contro Corfù. Ad esse si erano accostati i Napolitani, la costa di Calabria da Scilla a Reggio piena di soldati. Vi concorrevano altresì le forze navali del regno, non senza aver prima combattuto onorevolmente contro le navi d'Inghilterra, che per vietar loro il passo le avevano assaltate nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano, e sulle spiaggie di Bagnara. S'ingiungeva a tutti i comuni posti sul littorale del Mediterraneo, che somministrassero legni armati in guerra per l'impresa di Sicilia. Murat, che a Scilla voleva imitar Napoleone a Bologna di mare, spesso imbarcava, e spesso anche sbarcava le genti per addestrarle. Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe: i più confidavano nella fortuna di Napoleone, affermando, che finalmente poi lo stretto di Messina, non era più difficile a passarsi, che il Reno od il Danubio. Ma siccome il nervo principale della spedizione consisteva nei Francesi, così aveva Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse che eglino cooperassero coi suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che aquesto tempo negoziava colla regina, nelle sue solite ambagi ravviluppandosi, rispose nè appruovando nè disdicendo, contento al moto, o che riuscisse o che solo spaventasse. Nissun ordine mandò a' suoi, acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Giovacchino acceso per se stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar la fazione da se, e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani, fra i quali era il reggimento di Reale-Corso, partivano di nottetempo dalle vicinanze di Reggio e di Pentimela, e s'avviavano alla volta di Sicilia, con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo stesso Murat, standosene sulla reale gondola riccamente addobbata, dava opera ad imbarcare le genti Francesi, come se anch'elleno dovessero andare alla conquista, ancorchè sapesse, ed elle meglio di lui, che non s'attenterebbero. Ma avevano consentito ad ajutar l'impresa con un po' di romore, e con quelle vane dimostrazioni. Sbarcarono nel destinato luogo i Napolitani condotti dal generale Cavagniac; ma non così tosto posero piede sulle terre Siciliane, che invece di correre uniti a qualche fatto importante, si sbandarono per vivere di sacco. La qual cosa veduta dai paesani e dalle milizie, accorsero coll'armi ed in folla, ed oppressero facilmente quegli uomini sfrenati e dispersi: chi non fu morto, fu preso; alcuni dei presi, uccisi per la rabbia civile. Accorrevano gl'Inglesi al romore dalle stanze di Messina; ma arrivarono quando già la vittoria era compita. Dopo questofatto, che non fu senza diminuzione della riputazione del re, deposta, non senza querela contro Napoleone, la speranza conceputa, ritirava Giovacchino i soldati verso Napoli, e con pubblico scritto annunziava, essere terminata la spedizione di Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'ulteriore Calabria miserabili vestigia del furore dei Napoleoniani. Tra il guasto fatto per accampare, e quello dei soldati scorrazzanti per le campagne, ne furono guastate vaste tenute d'ulivi e di viti, sole ricchezze che il paese si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello di quà desolato.Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar segreti, che non venissero a cognizione degl'Inglesi, ne intrapresero anche le lettere certissime. Ciò fu cagione, che Carolina a loro, e principalmente a lord Bentinck mandato in Sicilia a confermarvi il dominio della Gran Bretagna, tanto venisse in odio, che per allontanarla del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa lontana a qualche miglio da Palermo, e poco dopo l'obbligarono anche a partire dalla Sicilia, accidente molto singolare e strano, che sarà da noi raccontato a suo luogo.Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria di nuovo uscendo dai loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun campo riposto erano più sicuri. Divisi in bande e sottomessi a capi, si erano spartite le province. Carmine Antonio,e Mescio infestavano coi loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nierello, Parafanti e Gosia il distretto di Nicastro ed i casali di Cosenza; Boia, Giacinto Antonio, ed il Tiriolo la Serra stretta, ed i borghi di Catanzaro; Paonese, Massotta, e il Bizzarro le rive dei due mari, e la estremità dell'ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzarro specialmente, e lungo tempo, la selva di Golano, e le strade da Seminara a Scilla. Questi erano gli effetti dell'antiche consuetudini, e delle guerre civili presenti. Si temeva, che alla prima occasione i capi politici contrarj al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre nemici dei Francesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano, non le ruberìe e gli assassinj, che anzi cercavano di frenargli, ma l'incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro quella nazione, che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte necessario a Murat l'estirpar del tutto quella peste dei facinorosi di Calabria, e lo spegnere, se possibil fosse, la setta tanto importuna dei carbonari. Varj per questo fine erano stati i tentativi ai tempi di Giuseppe, varj altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi, non tanto per la forza della parte contraria, e per la difficoltà dei luoghi, quanto pei consigli spartiti, e la mollezza delle risoluzioni. A ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi ed un'autorità piena per punirgli. Un Manhes generale, ajutante di campo di Murat, che già aveva con singolar energìapacificato gli Abruzzi, parve al re uomo capace di condur a buon fine l'opera più difficile delle Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse. Era Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito, ma di natura rigida ed inflessibile, nè stromento più conveniente di lui poteva scegliere Giovacchino per conseguir il fine che si proponeva. Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che le Calabrie pacificasse; del modo, qualunque ci fosse, non si curava: ciò si pose in pensiero di fare, e fecelo, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà, insidia ad insidia opponendo; e se questi rimedj sono necessari, che veramente erano in Calabria, per ridurre gli uomini a sanità, io veramente dell'umana generazione mi dispero. Primieramente considerò Manhes, che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perchè i facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello in cui si procedeva più rimessamente: così cacciati e tornanti a vicenda da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente andò pensando, che i proprietarj, anche i più ricchi, ed i baroni stessi che vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti, quest'uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava modo di torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per ispegnergli. S'aggiungeva che la gente sparsa per le campagne, per non essere manomessa da loro, dava loro, non che ricovero, vettovaglie; e così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare era impossibileil sopraggiungergli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche mezzo straordinario, giacchè gli ordinari erano stati indarno, si assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò ne cavava quest'altro frutto, che i giudizj sarebbero stati severi, operando contro i delinquenti l'antica paura, ed i danni sopportati. Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste, e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine quattro mezzi mise in opera: notizia esatta del numero dei facinorosi comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento dei buoni, giudizj inflessibili. Chi si diletta di considerare le faccende di stato, ed i mezzi che riescono e quelli che non riescono, vedrà nelle operazioni di questo prudente e rigido Francese, quanto i mezzi suoi quadrassero col fine, e ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni, come fu l'uso dell'età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de' suoi facinorosi, pose le armi in mano ai terrazzani, partendogli in ischiere, fe' ritirare bestiami e contadini ai borghi più grossi, che erano guardati da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori d'agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque, che ai corpi armati da lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò fuori a correrla i corpi dei proprietarj armati da lui comune per comune, intimando loro, fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei campi, che truppe urbane che andavano a caccia di briganti,e briganti che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato, rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con crudeltà fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre, che ignara degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata una fanciulla, alla quale furon trovate lettere indiritte a uomini sospetti. Nè il sangue dei carbonari si risparmiava. Capobianco loro capo, tratto per insidia, e sotto colore d'amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato ed un suo nipote entrati nella setta, furono dati a morte, l'uno veggente l'altro, il nipote il primo, il zio il secondo. Rifugge l'animo a me, che già tante orrende cose raccontai, dal raccontare i modi barbari che contro di loro si usarono. I carbonari spaventati dalle uccisioni, perchè molti di loro perirono nella persecuzione, si ritirarono alle più aspre montagne.I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e privo di vettovaglie, perivano, o nei combattimenti, che contro gli urbani ferocemente sostenevano, morivano, o preferendo una morte pronta alle lunghe angosce o da sè medesimi si uccidevano, o si davano volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi, condotti innanzi a tribunali straordinari composti d'intendenti delle provincie, e di procuratori regj, erano partiti in varie classi; quindi mandati a giudicare dai consiglimilitari creati a posta da Manhes. Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi gli favoriva, o poveri, o ricchi, o quali fossero, o con qual nome si chiamassero; perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a pene giuste fatti iniqui. Succedevano vendette che mi raccapriccio a raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di Carlopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Non è però da tacersi, ch'ei fu condannato dalla corte di Cosenza sopra l'accusa datagli dal procuratore del re d'aver avuto segrete intelligenze coi briganti. Parafanti, donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila nel destinato giorno, l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boja alla coda, marciavano, in una processione distendendosi, ch'io non so con qual nome chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme, indosso vesti a guisa di San Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a bisdosso. A questo modo s'accostarono al patibolo: quivi una morte crudele pose fine aduna commedia fantastica ed orribile. Nè davano solamente supplizi coloro, che a ciò fare erano comandati, ma ancora i paesani spinti da rabbia e da desiderio di vendetta infierivano contro i malfattori: insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie i vivi, dalle mani dei carnefici togliendogli per uccidergli. Furono i Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei supplizi, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o negli abbandonati casali, od anche sugli aperti campi si vedevano spiranti ancor minacce, ferocia e furore: la fame gli aveva morti. Dei presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di Castrovillari angusta e malsana, videne perire nell'insopportabile tanfo gran moltitudine.La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si brancolavano per isfinimento e per angoscia sui morti, i sani sui moribondi, e se stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano. Infame puzza di putrefatti cadaveri diventò la Castrovillarese torre: sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo, rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggio a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati a mucchi: biancheggiarono, e forse biancheggiano ancora le sue sponde di abbominevoli ossa. Così un terror maggiore sopravvanzò un terror grande. Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che ai viandanti: siapersero le strade al commercio, tornarono i lavori all'agricoltura; vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie, Manhes la fece: il suo nome saravvi e maladetto e benedetto per sempre.

Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze, alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò, che con denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessari alla specola del collegio Romano; condusse a fine i parafulmini della basilica di San Pietro stati principiati da papa Pio, ebbe speciale cura delle allumiere della Tolfa, e delle miniere di ferro di Monteleone nell'Umbria, nelle quali si era cessato di cavare ai tempi delle ultime guerre civili, quantunque il ferro sia assai più arrendevole e dolce di quello dell'isola d'Elba. Gente perita, denaro a posta addomandava; due allievi Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della veterinaria, due a quelladelle arti e mestieri in Francia, semi di utili scienze nell'ecclesiastica Roma.

Temevasi che la presenza dei Francesi in Italia, massimamente in Toscana e nello stato Romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore dell'Italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il quale, non so per quale strana fantasia, aveva unito Toscana e Roma alla Francia, ed introdottovi negli atti pubblici l'uso della lingua Francese, aveva, già fin dall'anno ultimo, decretato premi a chi meglio avesse scritto in lingua Toscana. La consulta di Roma a fine di cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola Degerando, statuiva, che la lingua Italiana si potesse in un con la Francese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in Italia. Volle altresì, che l'accademia dagli Arcadi si ordinasse in modo che e la letteratura Italiana promuovesse, e la lingua pura ed incorrotta conservasse con premi a chi meglio l'avesse scritta o in prosa o in versi, l'Arcadia sedesse sul Gianicolo nelle stanze di Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del cielo, alla natura degli uomini, alle Romane usanze fu quello dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più magnifico stato. La consulta le dava più copiosi sussidi, l'imperatore più convenienti stanze, e dote di centomila franchi.

Parlando io dei benefizi delle lettere, non voglio passar sotto silenzio l'amorevolezza usata dalla consulta verso il convento di San Basilio di Grottaferrata, unico residuo dell'antico ordine di San Basilio, che primo fra le tenebre del medio evo portò in Europa la cognizione della lingua Greca, e con lei lo studio delle lettere. Nel coro e negli uffizi avevano questi monaci conservato la lingua ed il canto Greco, ma piuttosto per tradizione orale, che per lettera scritta. Ogni vestigio del canto Greco si sarebbe spento, se il convento fosse stato soppresso, ed i monaci dispersi. Supplicato l'imperatore dalla consulta, conservò il convento. Ciò non ostante l'ordine si spense, perchè il secolo a tutt'altro portava, che a farsi frate, ed a cantar greco.

Colla medesima mansuetudine opinò la consulta del convento dei Camaldolesi di Montecorona, Benedettini riformati di san Romualdo. Mi fia dolce raccontar qualche particolarità di Montecorona, poichè in quella tranquilla sede riposerassi alquanto l'animo stanco ed inorridito dalla rappresentazione di tanti tradimenti, espilazioni e morti. Conservava Camaldoli sincera e pura, dopo tanti secoli, la regola di san Romualdo. Tengono i Camaldolesi del cenobita e dell'eremita. Come cenobiti, vivonsi solitari, come romiti, attendono alle opere manuali sì agrarie che domestiche, senza differenza alcuna di padri o di fratelli, di superiori o d'inferiori. Servonsi tra di loro a vicenda, usano la ospitalità, esercitano la carità: la vita loro, anche ai tempi Napoleonici, pacifica e dolce: divoti a Dio, divoti al sovrano,divoti agli uomini, pregavano, obbedivano, soccorrevano. Siede il convento sulla sommità di un monte, ha all'intorno folta foresta, dista da Perugia a quattordici miglia: deserti una volta, campi fioriti adesso per opera delle cenobitiche mani. Naturarono su per quegli aspri monti l'abete; fecerne selva vastissima, magnifici fusti per le più grosse navi. È il convento stimolo a virtù, fonte di proventi, ricovero d'uomini fastiditi del mondano lezzo, ospizio di viaggiatori, largimento di soccorsi: è vita di deserto, testimonio di pietà. Rovinavano i regni, odiavansi gli uomini, infiammavansi gli appetiti, ammazzavansi le generazioni: Montecorona quieto, dolce, umano e benefico perseverava; e se la caduta del papa pose in forse la conservazione di lui, molto è da deplorarsi che l'ambizione dei tempi sia arrivata a turbare quelle sante solitudini. Bene meritò degli uomini infelici e pii la Romana consulta, a ciò movendola Janet, coll'avere addomandato la conservazione di quel pietoso secesso.

Emmi caro lo spaziare alquanto sull'ordine della propaganda. Napoleone imperatore, al quale piacevano le cose che potevano muovere il mondo, volle, mettendola in sua mano, conservare la propaganda: Degerando, siccome quegli che si dilettava di erudizione letteraria e di gentilezza di costumi, con l'autorità sua la favoreggiava. Dalla narrazione delle cose appartenenti a quest'ordine chiaramente si verrà a conoscere, ch'ei non meritava nè le lodi dei fanatici, nè gli scherni dei filosofi. Ancora vedrassi quanta sia la grandezza degli Italiani concetti. Era principal fine diquesto instituto la propagazione della fede cattolica in tutte le parti del mondo; ma l'opera sua non era talmente ristretta a questa parte, che non mirasse a diffondere le lettere, le scienze, e la civiltà fra genti ignare, barbare e selvagge; che anzi una cosa ajutava l'altra, poichè la fede serviva d'introduzione alla civiltà, e questa a quella. Poteva anche mirabilmente ajutare la diplomazia e la politica: ciò massimamente aveva piaciuto a Napoleone; perciocchè un capo solo reggeva, e muoveva infiniti subalterni posti in tutte le parti del mondo. Il trovato parve bello a Napoleone, nè era uomo da non volersene prevalere, e siccome aveva usato la religione per acquistare la signoria di Francia, così voleva servirsi della propaganda per acquistar quella del mondo. Seppeselo Degerando, il quale scriveva, che per quanto alla politica s'apparteneva, la propaganda, recando in quelle lontane regioni coi semi del nostro culto i nostri costumi, le nostre opinioni, le radici delle idee d'Europa, la narrazione del regno il più glorioso, qualche cognizione delle nostre leggi e delle nostre instituzioni, preparando gli spiriti a certi avvenimenti, che solo s'apparteneva alla vastità dell'imperial mente a concepire, procacciando amici tanto più fidati, quanto più stretti da vincoli morali, e così ancora offerendo tanti, e così variati mezzi di corrispondenza in contrade, in cui il governo manteneva nissun agente, procurandoci notizie esatte sulla natura dei paesi, nei quali i missionarj soli potevano penetrare, aprendo finalmente una via, e quasi un condotto a farvi scorrer dentro coi lumicivili le influenze di un sistema la cui grandezza doveva abbracciare tutto il mondo, era un edifizio piuttosto di unica che di somma importanza. Queste cose erano di per se stesse molto chiare, e se alcuni filosofi, massimamente Francesi, tanto hanno lacerato Roma per avere, come dicevano, fatto servire la religione alla politica, si vede ch'essi non furono alieni dall'imitarla; poichè, divenuta Francia padrona di Roma, indirizzarono i loro pensieri al medesimo fine. Certo è bene, che Napoleone di nissuna cosa più si compiacque, che di questa propaganda: ora per dire qual fosse, ella fu creata dal papa Gregorio decimoquinto; e da lui commessa al governo di una congregazione di quattro cardinali, e di un segretario. Suo ufficio era mandar missionarj in tutte le parti del mondo. Gregorio la dotò di rendite del proprio, e d'assegnamenti considerabili sulla camera apostolica; le conferì immunità e privilegi; volle che ciascun cardinale nella sua esaltazione le pagasse un censo. Ma Urbano ottavo, considerato, che se era utile il mandare missionarj Europei a propagar la fede, maggiormente utile sarebbe il mandarvi uomini del paese convertiti ed ammaestrati nelle pratiche Romane, aggiunse il collegio della propaganda, in cui a spese pubbliche erano ricoverati ed ammaestrati giovani forestieri, massime di origine orientale, acciocchè fatti grandi e addottrinati, ritornassero nei propri paesi a secondare i missionarj apostolici.

Sommava il numero degli allievi per l'ordinario a settanta; i Cinesi, essendo loro riuscitocontrario l'aere di Roma, furono trasportati in un seminario e collegio fondati per questo fine a Napoli. Innocenzo duodecimo, ed altri pontefici furono liberali verso la propaganda di nuovi benificj: uomini privati altresì con donazioni, e legati l'arricchirono. Le diede monsignor Vires il bellissimo palazzo in Roma: il cardinale Borgia, morto a Lione nell'ottocent'uno, le lasciò una parte de' suoi beni. Quattro erano gli ordini della propaganda, destinati alla propagazione della parola del Vangelo: occupavano il primo i vicarj apostolici, o arcivescovi, o vescovi, o prefetti delle missioni, il cui carico era lo scrivere le lettere, e la direzione delle fatiche apostoliche. Subordinati ai vicarj collocavansi nei secondi i semplici missionarj. Venivano in terzo luogo i collegi, le scuole, i monasteri. Cadevano nel quarto i semplici agenti amministrativi ed economici. La propaganda diede principio alla sua opera col fondare arcivescovi e vescovi nelle antiche chiese, due patriarchi, l'uno pe' Caldei, l'altro pei Siriaci, vescovi e vicarj apostolici nelle isole dell'Arcipelago, nell'Albanìa, nella Servia, nella Bosnia, nella Macedonia, nella Bulgaria, nella Mesopotamia, nell'Egitto, a Smirne, ad Antiochia, ad Anticira. Mandava due vescovi, vicarj apostolici, a Constantinopoli, uno pel rito Latino, l'altro per l'Armeno. Un gran numero ne destinava in Persia, nel Mogol, nel Malabar, nell'India oltre e qua del Gange, nei regni di Siam, di Java, di Pegù, in Cochinchina, nel Tonchino, nelle diverse province della China. Nè ometteva, parendole che fosse messe d'importanza,gli stati uniti d'America. Vicarj apostolici, e vescovi mandati dalla propaganda, seminavano le dottrine del Vangelo in quelle regioni d'Europa, che dalla chiesa Romana dissentivano. Questi tentativi e questi sforzi della comunanza cattolica, stimolavano le dissidenti a pruovarsi ancor esse a propagare la religione e la civiltà fra le nazioni ancor barbare e selvagge. Mandarono pertanto, gl'Inglesi massimamente, agenti loro nell'Indie Orientali, e nelle isole del mare Pacifico, dalla quale pietosa opera molte nazioni furono dirozzate, e ridotte alla condizione civile. E se i papi mescolarono la politica, come fu scritto, in questi conati religiosi, resterà a vedere, se la Russia e l'Inghilterra siano esenti da questa pecca. Per ajutare i vescovi ed i vicarj apostolici, s'erano instituiti a luogo a luogo, e più numerosi là dove i Cattolici vivevano in più gran numero, i prefetti ed i parrochi: questi avevano sede fissa e gregge permanente: i missionarj, che erano il secondo grado, comprendevano nel mandato loro vaste province, conducendosi ora in questo luogo ed ora in quello, ma sempre nella provincia destinato a ciascun di loro, secondochè i bisogni della fede da loro richiedevano. La elezione dei missionarj si faceva ordinariamente fra i sacerdoti del clero secolare. Era a loro raccomandato, e specialmente comandato dalla propaganda, che a niun modo nè sotto pretesto qualsivoglia si mescolassero o s'intromettessero negli affari temporali, meno ancora nei politici dei paesi, cui erano destinati ad indagare e ad ammaestrare. Solamente era solita la propagandaad insegnarvi le scienze profane e le arti utili, affinchè con esse potesse volgere a se gli animi, e cattivarsi l'attenzione, e la benevolenza degli uomini ignari di quelle incolte regioni. Dipendevano i missionarj del tutto da lei, ed ella gli spesava con le sue rendite. Aveva creato sei scuole, o collegi in Egitto, quattro nell'Illirio, due in Albania, due in Transilvania, uno a Constantinopoli, parecchi in diverse contrade non cattoliche d'Europa. Erano questi collegi mantenuti col denaro della congregazione: mille scudi all'anno pagava ai vescovi d'Irlanda per le scuole cattoliche di quel regno; i collegi Irlandese, Scozzese, Greco, e Maronita di Roma da lei medesimamente dipendevano. Finalmente ciascun ordine di religiosi aveva un collegio separato pe' suoi missionarj, così questi stessi missionarj avevano dipendenza dalla propaganda, in quanto spettava alla bisogna delle missioni. Gli allievi dei collegi, ciascuno secondo il suo merito, erano creati sul finire degli studi o vescovo, o prefetto, o curato, o semplice missionario. Gli agenti o procuratori a niuna bisogna religiosa attendevano, ma solamente, essendo distribuiti nei luoghi più opportuni, al mandar le lettere e i fondi necessari per tener viva dappertutto macchina sì vasta.

Quanto alla congregazione in Roma, aveva cinque parti, la segreterìa, dove si scrivevano le lettere, ed a questa parte appartenevano anche gl'interpreti; gli archivi, che comprendevano la librerìa ed il museo, entrambi pieni di cose curiosissime; la stamperìa tanto celebre per la varietà e la bellezza de' suoi caratteri; il collegio degli allievi;la computisterìa: in quest'ultima si tenevano i conti, e le ragioni della congregazione. Le rendite sommavano a trentatremila trecento novantasei scudi romani all'anno, che sono centosettantottomila seicentosessanta franchi. I fonti erano i luoghi de' monti, i livelli pagati da Napoli, da Venezia, e dai corpi religiosi, e finalmente i censi dei cardinali novellamente creati. Ma la ruina universale aveva addotto la ruina di quest'instituzione, con avere o del tutto annientato parte delle rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenti: s'aggiunse la rovina del palazzo devastato nel mille ottocento. Adunque ella sussisteva piuttosto di nome che di fatto, quando Napoleone s'impadronì di Roma; poi, i frutti dei monti non si pagavano, la computisterìa per comandamento imperiale sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi. Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i pagamenti: l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatus-consulto, volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la macchina, come era necessario, nè far sorgere quel zelo a propagazione degl'interessi politici, che per amore della religione, per le esortazioni dei papi, e per la lunga consuetudine era sorto nei membri della congregazione a tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu di alcuna utilità nè per la religione, nè per la politica: solo le sue ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio, e la rabbia degli uomini chel'avevano distrutto. Portati via gli archivi per arricchirne Parigi, si voleva privar Roma anche dei tipi delle lingue orientali, che si trovavano raccolti nella sua stamperìa: eranvi i tipi di ventitrè lingue d'Oriente. Domandava la stamperìa imperiale di Parigi, che le si mandassero le madri per supplire con loro ai punzoni alterati. Grave perdita sarebbe stata questa per Roma, dove l'erudizione, e la letteratura orientale erano, come in sede propria, coltivate. Pregò Degerando, che o si gittassero con le madri i punzoni a Roma, o si mandassero a Parigi, non tutte ma solamente quelle dei punzoni alterati. Fu udito benignamente; a lui restò la città obbligata della conservazione di opere di gran valore per la erudizione e per le lettere.

Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese degli smalti e degli operai. La principale manifattura, che serviva di norma alle altre, era attinente a San Pietro, e si sostentava colle rendite della sua fabbrica: per la necessità dei tempi, mancando la più gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale, ma perchè Napoleone, che non amava lo spendere a credenza, non si tirasse indietro, fu d'uopo alla consulta l'inorpellare la cosa con dire, che il musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad abbellire San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi, adornerebbe il palazzo del principe, ed imonumenti dell'imperiale Parigi. «Che bel pensiero sarebbe, diceva la consulta, l'immortalare con opere di musaico il quadro dell'incoronazione dipinto da David, e gli altri tre, che dalle maestrevoli mani di questo grande artista erano per uscire?» A questi suoni Napoleone si calava, e pagava. Restava che, poichè si era provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavorerìa loro addossata al colle del Vaticano, ed in parte sotterranea, e perciò molto malsana, troppo spesso infermavano, e sovente il vedere perdevano. Oltre a ciò gli armadi e gli scaffali, in cui si conservavano gli smalti, infracidavano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi, dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico di tutti un bel quadro del pittore Camuccini. Decretò la consulta, trasportassersi gli opificii nelle stanze del Sant'Officio.

Concedutosi dall'imperatore un premio di ducentomila franchi ai manifattori di Roma, volle la consulta, che fossero spartiti a chi meglio filasse o tessesse la seta o la lana, a chi meglio conducesse le opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquarzente, a chi meglio lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi più, e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più ulivi, a chi ponesse più semenzai di piante utili. Si venne anche sul capriccio dello zucchero dell'uve, e della saggina di Caffrerìa. Ma papa Pio, che conosceva Roma ed i Romani suoi, si stringevanelle spalle, quando udiva queste novelle, e dal suo carcere di Savona sclamava, che bene e con frutto si sarebbero favoreggiate in Roma le manifatture attinenti alla erudizione ed alle belle arti, ma che sarebbe tempo ed opera perduta il dar favore alle altre: perciocchè la natura degli uomini, le consuetudini, le opinioni, il cielo stesso ripugnavano.

I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i preziosi capi d'arte, che adornavano i conventi, ed erano molti e belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro dalla consulta una congregazione d'uomini intendenti, e giusti estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate Fea, e Tofanelli, conservatore del Campidoglio.

Conservando Roma odierna, si poneva mente a scoprire l'antica: almeno così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca il poteva fare. Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi più promettenti. Sarebbesi anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero guastato l'intenzione.

Discorreva Napoleone di voler visitar Roma sua. Se di fatto non voleva andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le parve acconcio per la campagna; il Quirinale per la città: il Quirinale grande e magnifico per se, sano per sito, e con bell'apparenza da parte di strada Pia: ogni cosa all'imperial costume si accomodava. Nè la bellezza,o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar alberi all'intorno, di aprir passeggiate, specialmente alla porta del Popolo da riuscire a Trinità del Monte, di trasportar i sepolcri fuori delle mura, di prosciugar le paludi. Le Pontine massimamente pressavano nei consigli imperiali. Prony Francese, Fossombroni Italiano, idraulici di gran nome, e di scienza pari al nome, le visitavano, e fra di loro consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrari; e se le Pontine non peggiorarono sotto il dominio Francese, certo non migliorarono.

Così vivevasi a Roma, con un sovrano prigioniero a Savona, con un sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze avvenire, diventata, stravagante caso, provincia di Francia, non poteva nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in contrarie parti lagrimava, e si doleva, nè poteva la consulta, quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e racconfortarla.

Nuovi, strani e lamentevoli casi mi chiamano nel Regno. Era venuto a noia a Carolina di Sicilia, che voleva comandare da se, il dominio degl'Inglesi, nè sperando di riconquistare il regno di terraferma, desiderava almeno di essere padrona di quello che le restava. Napoleone, che conosceva bene gli umori degli uomini, e quelli delle donne ancora, aveva penetrato quel di Carolina, e per mezzo di sue pratiche le persuase, ch'era pronto a secondare le sue intenzioni. Vennesi ad un negoziato tra l'imperatore e la regina, il fine del quale era, che il re aprisse i porti diSicilia ai soldati di Napoleone, e promettesse che gli occupassero, sì veramente che l'imperatore ajutasse il re a cacciar gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre questi negoziati pendevano, entrò in Murat il desiderio di conquistar la Sicilia sperando che la durezza del governo Caroliniano, procurandogli aderenze negli scontenti, gli aprirebbe l'occasione di far frutto con le spalle loro. Già le truppe Francesi si erano condotte nella Calabria ulteriore; al che aveva consentito Napoleone per dar gelosìa agl'Inglesi, acciocchè non potessero correre contro Corfù. Ad esse si erano accostati i Napolitani, la costa di Calabria da Scilla a Reggio piena di soldati. Vi concorrevano altresì le forze navali del regno, non senza aver prima combattuto onorevolmente contro le navi d'Inghilterra, che per vietar loro il passo le avevano assaltate nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano, e sulle spiaggie di Bagnara. S'ingiungeva a tutti i comuni posti sul littorale del Mediterraneo, che somministrassero legni armati in guerra per l'impresa di Sicilia. Murat, che a Scilla voleva imitar Napoleone a Bologna di mare, spesso imbarcava, e spesso anche sbarcava le genti per addestrarle. Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe: i più confidavano nella fortuna di Napoleone, affermando, che finalmente poi lo stretto di Messina, non era più difficile a passarsi, che il Reno od il Danubio. Ma siccome il nervo principale della spedizione consisteva nei Francesi, così aveva Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse che eglino cooperassero coi suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che aquesto tempo negoziava colla regina, nelle sue solite ambagi ravviluppandosi, rispose nè appruovando nè disdicendo, contento al moto, o che riuscisse o che solo spaventasse. Nissun ordine mandò a' suoi, acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Giovacchino acceso per se stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar la fazione da se, e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani, fra i quali era il reggimento di Reale-Corso, partivano di nottetempo dalle vicinanze di Reggio e di Pentimela, e s'avviavano alla volta di Sicilia, con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo stesso Murat, standosene sulla reale gondola riccamente addobbata, dava opera ad imbarcare le genti Francesi, come se anch'elleno dovessero andare alla conquista, ancorchè sapesse, ed elle meglio di lui, che non s'attenterebbero. Ma avevano consentito ad ajutar l'impresa con un po' di romore, e con quelle vane dimostrazioni. Sbarcarono nel destinato luogo i Napolitani condotti dal generale Cavagniac; ma non così tosto posero piede sulle terre Siciliane, che invece di correre uniti a qualche fatto importante, si sbandarono per vivere di sacco. La qual cosa veduta dai paesani e dalle milizie, accorsero coll'armi ed in folla, ed oppressero facilmente quegli uomini sfrenati e dispersi: chi non fu morto, fu preso; alcuni dei presi, uccisi per la rabbia civile. Accorrevano gl'Inglesi al romore dalle stanze di Messina; ma arrivarono quando già la vittoria era compita. Dopo questofatto, che non fu senza diminuzione della riputazione del re, deposta, non senza querela contro Napoleone, la speranza conceputa, ritirava Giovacchino i soldati verso Napoli, e con pubblico scritto annunziava, essere terminata la spedizione di Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'ulteriore Calabria miserabili vestigia del furore dei Napoleoniani. Tra il guasto fatto per accampare, e quello dei soldati scorrazzanti per le campagne, ne furono guastate vaste tenute d'ulivi e di viti, sole ricchezze che il paese si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello di quà desolato.

Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar segreti, che non venissero a cognizione degl'Inglesi, ne intrapresero anche le lettere certissime. Ciò fu cagione, che Carolina a loro, e principalmente a lord Bentinck mandato in Sicilia a confermarvi il dominio della Gran Bretagna, tanto venisse in odio, che per allontanarla del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa lontana a qualche miglio da Palermo, e poco dopo l'obbligarono anche a partire dalla Sicilia, accidente molto singolare e strano, che sarà da noi raccontato a suo luogo.

Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria di nuovo uscendo dai loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun campo riposto erano più sicuri. Divisi in bande e sottomessi a capi, si erano spartite le province. Carmine Antonio,e Mescio infestavano coi loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nierello, Parafanti e Gosia il distretto di Nicastro ed i casali di Cosenza; Boia, Giacinto Antonio, ed il Tiriolo la Serra stretta, ed i borghi di Catanzaro; Paonese, Massotta, e il Bizzarro le rive dei due mari, e la estremità dell'ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzarro specialmente, e lungo tempo, la selva di Golano, e le strade da Seminara a Scilla. Questi erano gli effetti dell'antiche consuetudini, e delle guerre civili presenti. Si temeva, che alla prima occasione i capi politici contrarj al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre nemici dei Francesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano, non le ruberìe e gli assassinj, che anzi cercavano di frenargli, ma l'incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro quella nazione, che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte necessario a Murat l'estirpar del tutto quella peste dei facinorosi di Calabria, e lo spegnere, se possibil fosse, la setta tanto importuna dei carbonari. Varj per questo fine erano stati i tentativi ai tempi di Giuseppe, varj altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi, non tanto per la forza della parte contraria, e per la difficoltà dei luoghi, quanto pei consigli spartiti, e la mollezza delle risoluzioni. A ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi ed un'autorità piena per punirgli. Un Manhes generale, ajutante di campo di Murat, che già aveva con singolar energìapacificato gli Abruzzi, parve al re uomo capace di condur a buon fine l'opera più difficile delle Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse. Era Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito, ma di natura rigida ed inflessibile, nè stromento più conveniente di lui poteva scegliere Giovacchino per conseguir il fine che si proponeva. Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che le Calabrie pacificasse; del modo, qualunque ci fosse, non si curava: ciò si pose in pensiero di fare, e fecelo, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà, insidia ad insidia opponendo; e se questi rimedj sono necessari, che veramente erano in Calabria, per ridurre gli uomini a sanità, io veramente dell'umana generazione mi dispero. Primieramente considerò Manhes, che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perchè i facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello in cui si procedeva più rimessamente: così cacciati e tornanti a vicenda da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente andò pensando, che i proprietarj, anche i più ricchi, ed i baroni stessi che vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti, quest'uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava modo di torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per ispegnergli. S'aggiungeva che la gente sparsa per le campagne, per non essere manomessa da loro, dava loro, non che ricovero, vettovaglie; e così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare era impossibileil sopraggiungergli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche mezzo straordinario, giacchè gli ordinari erano stati indarno, si assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò ne cavava quest'altro frutto, che i giudizj sarebbero stati severi, operando contro i delinquenti l'antica paura, ed i danni sopportati. Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste, e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine quattro mezzi mise in opera: notizia esatta del numero dei facinorosi comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento dei buoni, giudizj inflessibili. Chi si diletta di considerare le faccende di stato, ed i mezzi che riescono e quelli che non riescono, vedrà nelle operazioni di questo prudente e rigido Francese, quanto i mezzi suoi quadrassero col fine, e ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni, come fu l'uso dell'età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de' suoi facinorosi, pose le armi in mano ai terrazzani, partendogli in ischiere, fe' ritirare bestiami e contadini ai borghi più grossi, che erano guardati da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori d'agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque, che ai corpi armati da lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò fuori a correrla i corpi dei proprietarj armati da lui comune per comune, intimando loro, fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei campi, che truppe urbane che andavano a caccia di briganti,e briganti che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato, rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con crudeltà fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre, che ignara degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata una fanciulla, alla quale furon trovate lettere indiritte a uomini sospetti. Nè il sangue dei carbonari si risparmiava. Capobianco loro capo, tratto per insidia, e sotto colore d'amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato ed un suo nipote entrati nella setta, furono dati a morte, l'uno veggente l'altro, il nipote il primo, il zio il secondo. Rifugge l'animo a me, che già tante orrende cose raccontai, dal raccontare i modi barbari che contro di loro si usarono. I carbonari spaventati dalle uccisioni, perchè molti di loro perirono nella persecuzione, si ritirarono alle più aspre montagne.

I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e privo di vettovaglie, perivano, o nei combattimenti, che contro gli urbani ferocemente sostenevano, morivano, o preferendo una morte pronta alle lunghe angosce o da sè medesimi si uccidevano, o si davano volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi, condotti innanzi a tribunali straordinari composti d'intendenti delle provincie, e di procuratori regj, erano partiti in varie classi; quindi mandati a giudicare dai consiglimilitari creati a posta da Manhes. Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi gli favoriva, o poveri, o ricchi, o quali fossero, o con qual nome si chiamassero; perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a pene giuste fatti iniqui. Succedevano vendette che mi raccapriccio a raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di Carlopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Non è però da tacersi, ch'ei fu condannato dalla corte di Cosenza sopra l'accusa datagli dal procuratore del re d'aver avuto segrete intelligenze coi briganti. Parafanti, donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila nel destinato giorno, l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boja alla coda, marciavano, in una processione distendendosi, ch'io non so con qual nome chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme, indosso vesti a guisa di San Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a bisdosso. A questo modo s'accostarono al patibolo: quivi una morte crudele pose fine aduna commedia fantastica ed orribile. Nè davano solamente supplizi coloro, che a ciò fare erano comandati, ma ancora i paesani spinti da rabbia e da desiderio di vendetta infierivano contro i malfattori: insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie i vivi, dalle mani dei carnefici togliendogli per uccidergli. Furono i Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei supplizi, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o negli abbandonati casali, od anche sugli aperti campi si vedevano spiranti ancor minacce, ferocia e furore: la fame gli aveva morti. Dei presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di Castrovillari angusta e malsana, videne perire nell'insopportabile tanfo gran moltitudine.

La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si brancolavano per isfinimento e per angoscia sui morti, i sani sui moribondi, e se stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano. Infame puzza di putrefatti cadaveri diventò la Castrovillarese torre: sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo, rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggio a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati a mucchi: biancheggiarono, e forse biancheggiano ancora le sue sponde di abbominevoli ossa. Così un terror maggiore sopravvanzò un terror grande. Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che ai viandanti: siapersero le strade al commercio, tornarono i lavori all'agricoltura; vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie, Manhes la fece: il suo nome saravvi e maladetto e benedetto per sempre.


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