Le vittorie di Kray e di Suwarow avevano posto in mano degli alleati la valle del Po, quelle di Ruffo, e le mosse dei sollevati di Toscana, tolto al dominio dei Francesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo stato Romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non avevano più i Francesi, che Genova con la riviera di Ponente, sulla sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato, perchè siccome prossimo ai loro territorj, poteva facilmente servir loro di scala al riacquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama, e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che stava al governo della piazza con un presidio, che tra Francesi, Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno arrivava a questo numero. Erano in questa parte d'Italia le condizioni della guerra le seguenti. Occupava Monnier col suo presidio Ancona, non sì però rinserrato, che non uscisse fuori di quando in quando a combattere, di sotto fino a Ripatransone ed Ascoli, di sopra sino a Fano ed a Pesaro. Ma siccome il suo più sicuro ricetto era Ancona, così alle antiche aveva, con somma diligenza ed arte, aggiunto nuove fortificazioni. Muniva con qualche trincea e forza d'artiglierìe la montagnola, che domina la strada per a Sinigaglia. Più vicino alla piazza affortificava con un ridotto frecciato, palizzato,affossato, ed armato di ventiquattro pezzi d'artiglierìa il monte Gardetto, il quale siccome quello che signoreggia la cittadella ed il forte dei Cappuccini, era di grandissima importanza, ed il principale mezzo di difesa; perchè se il nemico ne fosse impadronito, avrebbe fatto vano il resistere degli assediati. Aveva anche munito il monte Santo Stefano, che più da vicino che il Gardetto batte la cittadella. Perchè poi l'adito fosse intercluso al nemico di avvicinarsi a questi due monti, nella conservazione dei quali consisteva quella della piazza, guerniva anche di trincee e d'artiglierìe i monti Pelago e Galeazzo, che sono come propugnacoli naturali, od opere avanzate ai monti Gardetto e Santo Stefano. Nè lasciava senza batterìa il monte Ciriaco, che posto a riva il mare difende il molo d'Ancona. Sul molo stesso ed al fanale piantava cannoni, perchè siccome non gli era ignoto che i collegati l'avrebbero assaltato anche dalla parte del mare, desiderava di assicurarsi dagl'insulti loro. A questo medesimo fine piantava molte batterie al Lazzaretto, magnifica opera del pontificato di Pio VI. A questo modo la piazza d'Ancona, la quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in se molta fortezza per esser dominata dalle eminenze vicine, era per la diligenza usata da Monnier divenuta fortissima: non si poteva venire agli approcci della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati. Una flotta Turca e Russagovernata dall'ammiraglio Woinowich, e comparsa nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto, perchè nuovo fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui lidi circonvicini. Quest'era la flotta, che già vincitrice di Corfù, intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sull'Italiche terre coi Turchi e coi Russi i barbari dell'Epiro. Ad essa veniva a congiungersi un navilio sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra, ed infestare le spiaggie marittime. Dalla parte del Regno gli abitatori delle rive del Tronto si erano levati a romore, e condotti da un Donato de' Donatis, da preti e da frati, ed accompagnati da qualche nervo di genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di stringere il presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della Romagna tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro e Fano, voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta importanza. Sinigaglia stessa, quantunque più vicina ad Ancona, titubava. Niuna cosa più restava sicura ai repubblicani, che le Anconitane muraglie. Eransi le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da se stesse, e per opera principalmente de' nobili, e della gente di chiesa; ma s'aggiunse loro, sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del generale cisalpino Lahoz. Era Lahoz stato stromento potente ai Francesi per turbare l'antico stato d'Italia. Amico al generale Laharpe aveva militato con lui, e come egli, nodriva l'animo volto a libertà. Abborriva anche, come il suo amico, dal sacco su quei primi fervori; ma molto poi aveva rimesso della sua virtù, massimequando faceva la guerra ai governi, ed a uomini che si chiamavano col nome detestato di aristocrati. Servendo con molta efficacia alle mire di Buonaparte contro la repubblica Veneziana, aveva nella terraferma operato a rovina di lei, con aver chiamato i popoli con parole veementi e con fatti sregolati a ribellione. Era anche stato in Cisalpina ardente cooperatore, perchè la repubblica si creasse un esercito grosso e bene disciplinato, avvisando, che in mezzo alle strette congiunzioni degli stati Europei, là non poteva essere nè libertà, nè independenza, dove non erano forti armi. Ma in questo aveva fatto poco frutto, ripugnando la natura quieta dei popoli, e distogliendogli il mal governo che di loro facevano i nuovi signori. Grande irritamento all'animo suo altiero ed Italiano erano le rapine, e le insolenze di coloro, che venuti con dolci parole in Italia, l'avevano sobbissata con amari fatti. Siccome assai diverso era stato l'effetto dalle promesse, così ancora in lui avevano principiato a pullulare nuovi pensieri, parendogli, che non si dovesse serbar fede a chi non l'aveva serbata. Così Lahoz rodeva di rabbia, e dava luogo nella sua mente ad insoliti pensieri contro Francia. Quando poi vennero i tempi infelici, continuò, a malgrado che ne avesse, ma per la occasione non propizia, a serbar fede, ed a seguitare le insegne della repubblica; ma l'animo gonfio si manifestava fuori, e spesso gli uscivano di bocca parole aspre e minacciose contro il dominio dei Francesi. Entrarono eglino in sospetto di quello che macchinasse, e appoco appoco gli andavano levando autorità eriputazione. Era egli al governo militare dello spartimento della Cisalpina, che si chiamava col nome del Rubicone: quivi, tumultuando d'ogn'intorno i popoli, e parendogli occasione favorevole, incominciava ad insorgere. Sparlava di Francia e delle sue leggi, governava, e quanto al civile e quanto al militare, da se medesimo la provincia, non aspettato i comandamenti di Montrichard a cui era subordinato: Montrichard medesimo, e le azioni sue continuamente lacerava: permetteva ai preti le processioni fuori delle chiese, cosa contraria alle leggi della repubblica: si addomesticava con molta famigliarità coi preti, coi frati, e coi nobili, e con loro continuamente parlava del nome Italiano. Montrichard seppe questi maneggi, e però, siccome il caso era d'importanza, gli toglieva l'autorità sul Rubicone, mandando Hullin per arrestarlo. E siccome con Lahoz pareva implicato Pino, altro generale della Cisalpina, ed amico di lui, ordinava che anch'egli fosse dismesso dall'autorità, ed arrestato. Giustificossi facilmente Pino dai sospetti, per modo che restandone i generali di Francia del tutto con l'animo purgato, il ricevettero di bel nuovo in grazia, ed egli continuò a militare con fede e con valore sotto le insegne loro, e fu uno dei più egregi difensori d'Ancona. Ma Lahoz, avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si era schivato, e mandando fuori apertamente quello, che si aveva concetto nell'animo, gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro Francia. Tentò anche l'animo degli Austriaci, che conoscendo di quanta utilità fosse per essere l'opera sua a rinforzo loro, l'accettaronomolto volentieri, quantunque fosse disertore del reggimento Belgiojoso, ed avesse inferito molti danni all'Austria. Così Lahoz, che aveva seguitato una immagine ingannatrice di libertà coi Francesi, seguitava ora una immagine parimente ingannatrice d'independenza con gli Austriaci. Certamente non piaceva meglio l'independenza d'Italia agli Austriaci, che piacesse ai Francesi la sua libertà, ed in questa strana deliberazione di Lahoz debbesi piuttosto riconoscere lo sdegno di un animo altiero ed irritato, che l'amore della libertà e dell'independenza, che male potevano nascere da Russi, da Tedeschi, da Albanesi, e da popoli sollevati. Comunque ciò sia, o che Lahoz abbia a stimarsi traditore dei Francesi, o amatore dell'independenza d'Italia, andò a congiungersi con le popolazioni d'Urbino e di Fossombrone, che colle armi in mano perseguitavano a morte ed a sterminio Francia, e chi al nome di Francia si aderiva.A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportuno quelle, che Froelich conduceva dallo stato Romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a destra dei monti, che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del Tronto per quivi abboccarsi con Donato de' Donatis, alle bande del quale molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano per condottieri i nobili Scaboloni, Cellini, e Vanni. L'arrivo di un generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor dimano, molto confortava questi capi, perchè speravano, che per opera di lui quelle genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie, le indrappellava, le squadronava, le rendeva sperimentate negli usi del muoversi, del marciare, del combattere. Concorrevano cupidamente tratti dal nome suo gli Abruzzesi, e fecero massa tale, che da Ascoli passando per Calderola, Belforte, Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano con guardie non interrotte sino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal modo tutto il paese all'intorno d'Ancona.Monnier, non volendo lasciarsi ristrignere nella piazza, usciva fuori alla campagna per combattere fazioni, che non potevano portare che danno per lui, perchè aveva poche genti, e non modo di ristorare i soldati perduti con nuovi, mentre i collegati per avere i mari aperti, e le popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente aggiugnere genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa risoluzione di Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a distruzione d'uomini e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente la licenza. Ascoli, Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro, ed altre città della Marca, belle tutte e magnifiche, prese e riprese per forza parecchie volte, ora dall'una delle parti, ed ora dall'altra, pruovarono quanto la licenza militare ha in se di più atroce e di più barbaro. Finalmente successe quello, che era impossibile che non succedesse, cioè che moltiplicando sempre più le genti collettizie di Lahoz, e le regolaridei collegati, e venute in mano loro Iesi, Fiume, Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro, Osimo, castel Fidardo, e perfino Camurano, terra posta a poca distanza d'Ancona, fu costretto Monnier a serrarvisi dentro, ed a far difesa dei suoi le mura fortificate di lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo in mezzo, s'impadronirono della montagnola, donde più oltre procedendo, tosto piantarono una batteria di diciasette cannoni, con la quale bersagliavano il forte dei Cappuccini, il monte Gardetto, e la cittadella.Furono da questi tiri molto danneggiati gli edifizj della cittadella, restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le tre navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyrand, il Laharpe e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur un'ancora alla bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte Pelago, se n'era fatto padrone, e quinci con trincee si approssimava a monte Galeazzo; che anzi fatto un subito impeto contro di esso, vi si era alloggiato, ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva rincacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano le condizioni dell'Anconitana guerra, nè si vedea, che gli alleati potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si difendevano egregiamente, e di quei di fuori, i Russi erano pochi, i Turchi ed i sollevati per l'imperizia loro, e la mala attitudine dei loro instrumenti militari facevano poco fruttonell'espugnazione della piazza. Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich co' suoi Tedeschi, e rendeva tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si alloggiava in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione contro il monte Galeazzo, confidando anche, per mandarla ad esecuzione, nell'ajuto dei collettizi di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel posto, di battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella presa di quest'eminenza consisteva principalmente la vittoria d'Ancona. Due volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte ne era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo conosciuto che finalmente, se il nemico stesse più lungamente padrone di monte Pelago, e delle trincee che vi aveva fatte, e che si distendevano verso monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi la possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte dei nove ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere. Ma un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi di Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in viso i combattenti, quando Lahoz impaziente di quella lunga battaglia, usciva dall'alloggiamento, e dava addosso agli assaltatori. Siccome poi era uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a caricar l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico fedele, ora suo nemico mortale:scorgevansi, scagliavansi l'uno contro l'altro, sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad Italiani. Ed ecco in questo un soldato Cisalpino prender di mira Lahoz conosciuto, e ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i repubblicani addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo, gli tolsero le armi e lo spennacchio, che a guisa di trionfo portarono in Ancona. Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se non fossero stati presti i sollevati ed i Tedeschi a soccorrerlo.Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si ritirava il Francese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel nemico una impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo si andò, prima della ultima ora, colle seguenti parole esprimendo: «Che bene il tormentavano le ferite, ma che molto più il tormentava il pensiero, che gli uomini potessero credere, ch'egli avesse tradito la sua patria, e fosse divenuto nemico della libertà. Nè traditore, nè nemico essere della patria e della libertà, e niuno poter avere così scelerato concetto di lui, se non chi le parole vane ai fatti veri anteponesse. Quando, continuava, i Francesi penetrarono in Piemonte, riputandogli io liberatori d'Italia, le aquile imperiali abbandonando, andaimi a porre sotto le loro tricolorite insegne; ma nè mano, nè cuore, nè mente io vendeva ai Francesi: a loro m'accostava libero di me stesso, perchè pretendevano parole di voler difenderee i diritti degli uomini, e l'independenza nostra. Parevami, che alle Francesi legioni tutti coloro accostare si dovessero, che più amavano la libertà che la servitù. Amommi Laharpe, perchè generoso mi conobbe, ed a pensieri generosi intento: accettommi in grado d'onore Buonaparte, accettommi Joubert, cui gli uomini non potran mai piangere tanto, che non meriti di esser pianto molto più: nè mi fu avaro di affezione e di stima Moreau, Moreau illustre pei prosperi fatti, più illustre per gli avversi; nè m'ebbe a schifo Pino, nè m'ebbe in odio Monnier, contro i quali pure testè io combattei. La pace venditrice di popoli conclusa a Campoformio, la tirannide usata in Cisalpina da Trouvé e da Rivaud mi fecero accorto, che si pensava al trafficare, non a liberare l'Italia. Aggiunsersi occulti sdegni per non meritati oltraggi. Sentiimi trafitto da ferite acerbissime. Vennemi allora in mente il pensiero, e portailo oltre lungo tempo, di cacciare dalla onoranda Italia e Tedeschi e Francesi, perchè noi stessi di noi signori diventassimo. Sapevami, che questo alto disegno già da lunga età s'annidava nel cuore, e nelle viscere tutte degl'Italiani, e parevami che un propizio destino mi chiamasse ad effettuarlo. Dei Francesi io disperava, perchè, oltrechè di essi già l'esperienza si era fatta, l'Italia tutta insorgeva contro di loro. Voll'io quest'Italiani moti prima incitare, poi moderargli, finalmente dirizzargli al grande effetto della liberazione della nostra generosa ed universale patria. Ma pur troppo io vedo, che l'Italiana repubblica si puòpiuttosto immaginare, che sperare. Troppo siamo noi tra di noi divisi per istati, troppo per leggi, troppo per costumi, troppo per opinioni, nè gl'Italiani usi al giogo da tanti secoli hanno l'antico valore conservato. Combattono animosamente per superstizioni, mollemente per libertà, i popolani mirano al sacco ed alle vendette, i magnati all'ozio ed all'interesse. Nissuna parte sana è più, e chi mira più su che i luoghi della tirannide, o vive vilipeso, o muore ammazzato. Così men muoro ancor io; ma bene tu mi sarai testimonio, o Decoquel» (perciocchè queste parole diceva ad un Decoquel, capitano di Cisalpina, suo amico antico, e che fatto prigioniero dai Tedeschi nell'ultimo fatto se ne stava a lato del moribondo), «tu mi sarai testimonio, ch'io amatore dell'Italia men vissi, e che amatore dell'Italia men muojo». (Mangourit,Défense d'Ancône, t. II.) Ciò detto, passava da questa all'altra vita.Froelich, piantate le artiglierìe in luoghi opportuni, e con esse battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne insignoriva. Poi procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al monte Gardetto. Poscia usando il favore di questa vittoria, dava il dì due novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito, e correva anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano la porta di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere, quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio proprio,e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierìe la piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi le artiglierìe degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal, portatore delle sinistre novelle dei repubblicani rotti in tutta Italia, specialmente delle novità di Napoli, di Roma e di Toscana.Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi, e la dignità della sua patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare, protestando però, volere solamente arrendersi alle armi Austriache, non a quelle dei Russi, o dei Turchi, o dei sollevati. Patti onorevoli seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di guerra, avesse sicurtà di passare in Francia per dove volesse, fino agli scambj non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno di qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro, potesse essere riconosciuto, o castigato, od in qualunque modo molestato nè per fatti, nè per iscritti, nè per parole in favore della repubblica, e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il potesse fare liberamente. Fu, e sarà questa capitolazione, egregio e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra tutti i comandanti di fortezze inItalia, solo Mejean, castellano di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani, e quelli che si erano aderiti ai Francesi: tutti gli altri ottennero, od almeno domandarono la salvazione di coloro, che combattendo, o consentendo coi Francesi avevano contro di se concitato l'odio degli antichi signori. Attraversava il presidio Anconitano, ammirato e riverito da tutti, l'Italia, tornandosene in Francia per la strada della Bocchetta.Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi, ed i Russi si diedero al sacco; quelle misere terre già conculcate e peste da sì lunga guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori; il che accrebbe i mali umori e le cause di disunione, che già passavano tra la Russia e l'Austria.
Le vittorie di Kray e di Suwarow avevano posto in mano degli alleati la valle del Po, quelle di Ruffo, e le mosse dei sollevati di Toscana, tolto al dominio dei Francesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo stato Romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non avevano più i Francesi, che Genova con la riviera di Ponente, sulla sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato, perchè siccome prossimo ai loro territorj, poteva facilmente servir loro di scala al riacquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama, e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che stava al governo della piazza con un presidio, che tra Francesi, Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno arrivava a questo numero. Erano in questa parte d'Italia le condizioni della guerra le seguenti. Occupava Monnier col suo presidio Ancona, non sì però rinserrato, che non uscisse fuori di quando in quando a combattere, di sotto fino a Ripatransone ed Ascoli, di sopra sino a Fano ed a Pesaro. Ma siccome il suo più sicuro ricetto era Ancona, così alle antiche aveva, con somma diligenza ed arte, aggiunto nuove fortificazioni. Muniva con qualche trincea e forza d'artiglierìe la montagnola, che domina la strada per a Sinigaglia. Più vicino alla piazza affortificava con un ridotto frecciato, palizzato,affossato, ed armato di ventiquattro pezzi d'artiglierìa il monte Gardetto, il quale siccome quello che signoreggia la cittadella ed il forte dei Cappuccini, era di grandissima importanza, ed il principale mezzo di difesa; perchè se il nemico ne fosse impadronito, avrebbe fatto vano il resistere degli assediati. Aveva anche munito il monte Santo Stefano, che più da vicino che il Gardetto batte la cittadella. Perchè poi l'adito fosse intercluso al nemico di avvicinarsi a questi due monti, nella conservazione dei quali consisteva quella della piazza, guerniva anche di trincee e d'artiglierìe i monti Pelago e Galeazzo, che sono come propugnacoli naturali, od opere avanzate ai monti Gardetto e Santo Stefano. Nè lasciava senza batterìa il monte Ciriaco, che posto a riva il mare difende il molo d'Ancona. Sul molo stesso ed al fanale piantava cannoni, perchè siccome non gli era ignoto che i collegati l'avrebbero assaltato anche dalla parte del mare, desiderava di assicurarsi dagl'insulti loro. A questo medesimo fine piantava molte batterie al Lazzaretto, magnifica opera del pontificato di Pio VI. A questo modo la piazza d'Ancona, la quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in se molta fortezza per esser dominata dalle eminenze vicine, era per la diligenza usata da Monnier divenuta fortissima: non si poteva venire agli approcci della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.
Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati. Una flotta Turca e Russagovernata dall'ammiraglio Woinowich, e comparsa nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto, perchè nuovo fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui lidi circonvicini. Quest'era la flotta, che già vincitrice di Corfù, intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sull'Italiche terre coi Turchi e coi Russi i barbari dell'Epiro. Ad essa veniva a congiungersi un navilio sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra, ed infestare le spiaggie marittime. Dalla parte del Regno gli abitatori delle rive del Tronto si erano levati a romore, e condotti da un Donato de' Donatis, da preti e da frati, ed accompagnati da qualche nervo di genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di stringere il presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della Romagna tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro e Fano, voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta importanza. Sinigaglia stessa, quantunque più vicina ad Ancona, titubava. Niuna cosa più restava sicura ai repubblicani, che le Anconitane muraglie. Eransi le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da se stesse, e per opera principalmente de' nobili, e della gente di chiesa; ma s'aggiunse loro, sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del generale cisalpino Lahoz. Era Lahoz stato stromento potente ai Francesi per turbare l'antico stato d'Italia. Amico al generale Laharpe aveva militato con lui, e come egli, nodriva l'animo volto a libertà. Abborriva anche, come il suo amico, dal sacco su quei primi fervori; ma molto poi aveva rimesso della sua virtù, massimequando faceva la guerra ai governi, ed a uomini che si chiamavano col nome detestato di aristocrati. Servendo con molta efficacia alle mire di Buonaparte contro la repubblica Veneziana, aveva nella terraferma operato a rovina di lei, con aver chiamato i popoli con parole veementi e con fatti sregolati a ribellione. Era anche stato in Cisalpina ardente cooperatore, perchè la repubblica si creasse un esercito grosso e bene disciplinato, avvisando, che in mezzo alle strette congiunzioni degli stati Europei, là non poteva essere nè libertà, nè independenza, dove non erano forti armi. Ma in questo aveva fatto poco frutto, ripugnando la natura quieta dei popoli, e distogliendogli il mal governo che di loro facevano i nuovi signori. Grande irritamento all'animo suo altiero ed Italiano erano le rapine, e le insolenze di coloro, che venuti con dolci parole in Italia, l'avevano sobbissata con amari fatti. Siccome assai diverso era stato l'effetto dalle promesse, così ancora in lui avevano principiato a pullulare nuovi pensieri, parendogli, che non si dovesse serbar fede a chi non l'aveva serbata. Così Lahoz rodeva di rabbia, e dava luogo nella sua mente ad insoliti pensieri contro Francia. Quando poi vennero i tempi infelici, continuò, a malgrado che ne avesse, ma per la occasione non propizia, a serbar fede, ed a seguitare le insegne della repubblica; ma l'animo gonfio si manifestava fuori, e spesso gli uscivano di bocca parole aspre e minacciose contro il dominio dei Francesi. Entrarono eglino in sospetto di quello che macchinasse, e appoco appoco gli andavano levando autorità eriputazione. Era egli al governo militare dello spartimento della Cisalpina, che si chiamava col nome del Rubicone: quivi, tumultuando d'ogn'intorno i popoli, e parendogli occasione favorevole, incominciava ad insorgere. Sparlava di Francia e delle sue leggi, governava, e quanto al civile e quanto al militare, da se medesimo la provincia, non aspettato i comandamenti di Montrichard a cui era subordinato: Montrichard medesimo, e le azioni sue continuamente lacerava: permetteva ai preti le processioni fuori delle chiese, cosa contraria alle leggi della repubblica: si addomesticava con molta famigliarità coi preti, coi frati, e coi nobili, e con loro continuamente parlava del nome Italiano. Montrichard seppe questi maneggi, e però, siccome il caso era d'importanza, gli toglieva l'autorità sul Rubicone, mandando Hullin per arrestarlo. E siccome con Lahoz pareva implicato Pino, altro generale della Cisalpina, ed amico di lui, ordinava che anch'egli fosse dismesso dall'autorità, ed arrestato. Giustificossi facilmente Pino dai sospetti, per modo che restandone i generali di Francia del tutto con l'animo purgato, il ricevettero di bel nuovo in grazia, ed egli continuò a militare con fede e con valore sotto le insegne loro, e fu uno dei più egregi difensori d'Ancona. Ma Lahoz, avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si era schivato, e mandando fuori apertamente quello, che si aveva concetto nell'animo, gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro Francia. Tentò anche l'animo degli Austriaci, che conoscendo di quanta utilità fosse per essere l'opera sua a rinforzo loro, l'accettaronomolto volentieri, quantunque fosse disertore del reggimento Belgiojoso, ed avesse inferito molti danni all'Austria. Così Lahoz, che aveva seguitato una immagine ingannatrice di libertà coi Francesi, seguitava ora una immagine parimente ingannatrice d'independenza con gli Austriaci. Certamente non piaceva meglio l'independenza d'Italia agli Austriaci, che piacesse ai Francesi la sua libertà, ed in questa strana deliberazione di Lahoz debbesi piuttosto riconoscere lo sdegno di un animo altiero ed irritato, che l'amore della libertà e dell'independenza, che male potevano nascere da Russi, da Tedeschi, da Albanesi, e da popoli sollevati. Comunque ciò sia, o che Lahoz abbia a stimarsi traditore dei Francesi, o amatore dell'independenza d'Italia, andò a congiungersi con le popolazioni d'Urbino e di Fossombrone, che colle armi in mano perseguitavano a morte ed a sterminio Francia, e chi al nome di Francia si aderiva.
A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportuno quelle, che Froelich conduceva dallo stato Romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a destra dei monti, che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del Tronto per quivi abboccarsi con Donato de' Donatis, alle bande del quale molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano per condottieri i nobili Scaboloni, Cellini, e Vanni. L'arrivo di un generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor dimano, molto confortava questi capi, perchè speravano, che per opera di lui quelle genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie, le indrappellava, le squadronava, le rendeva sperimentate negli usi del muoversi, del marciare, del combattere. Concorrevano cupidamente tratti dal nome suo gli Abruzzesi, e fecero massa tale, che da Ascoli passando per Calderola, Belforte, Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano con guardie non interrotte sino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal modo tutto il paese all'intorno d'Ancona.
Monnier, non volendo lasciarsi ristrignere nella piazza, usciva fuori alla campagna per combattere fazioni, che non potevano portare che danno per lui, perchè aveva poche genti, e non modo di ristorare i soldati perduti con nuovi, mentre i collegati per avere i mari aperti, e le popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente aggiugnere genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa risoluzione di Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a distruzione d'uomini e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente la licenza. Ascoli, Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro, ed altre città della Marca, belle tutte e magnifiche, prese e riprese per forza parecchie volte, ora dall'una delle parti, ed ora dall'altra, pruovarono quanto la licenza militare ha in se di più atroce e di più barbaro. Finalmente successe quello, che era impossibile che non succedesse, cioè che moltiplicando sempre più le genti collettizie di Lahoz, e le regolaridei collegati, e venute in mano loro Iesi, Fiume, Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro, Osimo, castel Fidardo, e perfino Camurano, terra posta a poca distanza d'Ancona, fu costretto Monnier a serrarvisi dentro, ed a far difesa dei suoi le mura fortificate di lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo in mezzo, s'impadronirono della montagnola, donde più oltre procedendo, tosto piantarono una batteria di diciasette cannoni, con la quale bersagliavano il forte dei Cappuccini, il monte Gardetto, e la cittadella.
Furono da questi tiri molto danneggiati gli edifizj della cittadella, restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le tre navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyrand, il Laharpe e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur un'ancora alla bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte Pelago, se n'era fatto padrone, e quinci con trincee si approssimava a monte Galeazzo; che anzi fatto un subito impeto contro di esso, vi si era alloggiato, ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva rincacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano le condizioni dell'Anconitana guerra, nè si vedea, che gli alleati potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si difendevano egregiamente, e di quei di fuori, i Russi erano pochi, i Turchi ed i sollevati per l'imperizia loro, e la mala attitudine dei loro instrumenti militari facevano poco fruttonell'espugnazione della piazza. Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich co' suoi Tedeschi, e rendeva tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si alloggiava in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione contro il monte Galeazzo, confidando anche, per mandarla ad esecuzione, nell'ajuto dei collettizi di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel posto, di battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella presa di quest'eminenza consisteva principalmente la vittoria d'Ancona. Due volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte ne era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo conosciuto che finalmente, se il nemico stesse più lungamente padrone di monte Pelago, e delle trincee che vi aveva fatte, e che si distendevano verso monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi la possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte dei nove ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere. Ma un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi di Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in viso i combattenti, quando Lahoz impaziente di quella lunga battaglia, usciva dall'alloggiamento, e dava addosso agli assaltatori. Siccome poi era uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a caricar l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico fedele, ora suo nemico mortale:scorgevansi, scagliavansi l'uno contro l'altro, sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad Italiani. Ed ecco in questo un soldato Cisalpino prender di mira Lahoz conosciuto, e ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i repubblicani addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo, gli tolsero le armi e lo spennacchio, che a guisa di trionfo portarono in Ancona. Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se non fossero stati presti i sollevati ed i Tedeschi a soccorrerlo.
Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si ritirava il Francese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel nemico una impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo si andò, prima della ultima ora, colle seguenti parole esprimendo: «Che bene il tormentavano le ferite, ma che molto più il tormentava il pensiero, che gli uomini potessero credere, ch'egli avesse tradito la sua patria, e fosse divenuto nemico della libertà. Nè traditore, nè nemico essere della patria e della libertà, e niuno poter avere così scelerato concetto di lui, se non chi le parole vane ai fatti veri anteponesse. Quando, continuava, i Francesi penetrarono in Piemonte, riputandogli io liberatori d'Italia, le aquile imperiali abbandonando, andaimi a porre sotto le loro tricolorite insegne; ma nè mano, nè cuore, nè mente io vendeva ai Francesi: a loro m'accostava libero di me stesso, perchè pretendevano parole di voler difenderee i diritti degli uomini, e l'independenza nostra. Parevami, che alle Francesi legioni tutti coloro accostare si dovessero, che più amavano la libertà che la servitù. Amommi Laharpe, perchè generoso mi conobbe, ed a pensieri generosi intento: accettommi in grado d'onore Buonaparte, accettommi Joubert, cui gli uomini non potran mai piangere tanto, che non meriti di esser pianto molto più: nè mi fu avaro di affezione e di stima Moreau, Moreau illustre pei prosperi fatti, più illustre per gli avversi; nè m'ebbe a schifo Pino, nè m'ebbe in odio Monnier, contro i quali pure testè io combattei. La pace venditrice di popoli conclusa a Campoformio, la tirannide usata in Cisalpina da Trouvé e da Rivaud mi fecero accorto, che si pensava al trafficare, non a liberare l'Italia. Aggiunsersi occulti sdegni per non meritati oltraggi. Sentiimi trafitto da ferite acerbissime. Vennemi allora in mente il pensiero, e portailo oltre lungo tempo, di cacciare dalla onoranda Italia e Tedeschi e Francesi, perchè noi stessi di noi signori diventassimo. Sapevami, che questo alto disegno già da lunga età s'annidava nel cuore, e nelle viscere tutte degl'Italiani, e parevami che un propizio destino mi chiamasse ad effettuarlo. Dei Francesi io disperava, perchè, oltrechè di essi già l'esperienza si era fatta, l'Italia tutta insorgeva contro di loro. Voll'io quest'Italiani moti prima incitare, poi moderargli, finalmente dirizzargli al grande effetto della liberazione della nostra generosa ed universale patria. Ma pur troppo io vedo, che l'Italiana repubblica si puòpiuttosto immaginare, che sperare. Troppo siamo noi tra di noi divisi per istati, troppo per leggi, troppo per costumi, troppo per opinioni, nè gl'Italiani usi al giogo da tanti secoli hanno l'antico valore conservato. Combattono animosamente per superstizioni, mollemente per libertà, i popolani mirano al sacco ed alle vendette, i magnati all'ozio ed all'interesse. Nissuna parte sana è più, e chi mira più su che i luoghi della tirannide, o vive vilipeso, o muore ammazzato. Così men muoro ancor io; ma bene tu mi sarai testimonio, o Decoquel» (perciocchè queste parole diceva ad un Decoquel, capitano di Cisalpina, suo amico antico, e che fatto prigioniero dai Tedeschi nell'ultimo fatto se ne stava a lato del moribondo), «tu mi sarai testimonio, ch'io amatore dell'Italia men vissi, e che amatore dell'Italia men muojo». (Mangourit,Défense d'Ancône, t. II.) Ciò detto, passava da questa all'altra vita.
Froelich, piantate le artiglierìe in luoghi opportuni, e con esse battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne insignoriva. Poi procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al monte Gardetto. Poscia usando il favore di questa vittoria, dava il dì due novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito, e correva anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano la porta di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere, quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio proprio,e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierìe la piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi le artiglierìe degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal, portatore delle sinistre novelle dei repubblicani rotti in tutta Italia, specialmente delle novità di Napoli, di Roma e di Toscana.
Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi, e la dignità della sua patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare, protestando però, volere solamente arrendersi alle armi Austriache, non a quelle dei Russi, o dei Turchi, o dei sollevati. Patti onorevoli seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di guerra, avesse sicurtà di passare in Francia per dove volesse, fino agli scambj non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno di qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro, potesse essere riconosciuto, o castigato, od in qualunque modo molestato nè per fatti, nè per iscritti, nè per parole in favore della repubblica, e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il potesse fare liberamente. Fu, e sarà questa capitolazione, egregio e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra tutti i comandanti di fortezze inItalia, solo Mejean, castellano di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani, e quelli che si erano aderiti ai Francesi: tutti gli altri ottennero, od almeno domandarono la salvazione di coloro, che combattendo, o consentendo coi Francesi avevano contro di se concitato l'odio degli antichi signori. Attraversava il presidio Anconitano, ammirato e riverito da tutti, l'Italia, tornandosene in Francia per la strada della Bocchetta.
Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi, ed i Russi si diedero al sacco; quelle misere terre già conculcate e peste da sì lunga guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori; il che accrebbe i mali umori e le cause di disunione, che già passavano tra la Russia e l'Austria.