LIBRO VIGESIMOPRIMO

LIBRO VIGESIMOPRIMOSOMMARIOIl consolo s'accorda con Roma, e rinstaura la religione cattolica in Francia. Concordato. Discussioni nei consigli del papa su di questo atto. Articoli organici aggiunti dal consolo, e querele del pontefice in questo proposito. Ordini Francesi introdotti in Piemonte, che accennano la sua unione definitiva colla Francia. Menou mandato ad amministrar questo paese in vece di Jourdan. Murat in Toscana. Suo manifesto contro i fuorusciti Napolitani. La Toscana data al giovane principe di Parma con titolo di regno d'Etruria. Il consolo insorge per arrivare a più ampia autorità, ed a titolo più illustre. Fa per questo sue sperienze Italiane, e chiama gl'Italiani a Lione. Quivi il dichiarano presidente della repubblica Italiana per dieci anni con capacità di esser rieletto. Constituzione della repubblica Italiana. Genova cambiata, e sua nuova constituzione. Monumento in Sarzana ad onore della famiglia Buonaparte, natìa di questa città. Il Piemonte formalmente unito alla Francia. Carlo Lodovico, infante di Spagna, re d'Etruria per la morte del principe di Parma. Descrizione della febbre gialla di Livorno. Le bilustri trame di Buonaparte arrivano al loro compimento; si fa chiamar imperatore. Pio settimo condottosi espressamente in Parigi, lo incorona.Le cose della religione cattolica erano in gran disordine in Francia. L'assemblea constituente aveva interrotto la unione con la sedia apostolicarispetto alla instituzione pontificia dei vescovi, qual era stata accordata tra Leone decimo, e Francesco primo, e tolto i beni alla chiesa con appropriargli alla nazione. I governi che vennero dopo, massimamente il consesso nazionale, non solamente distrussero gli ordini statuiti dall'assemblea, ma spensero ancora ogni ordine religioso, perseguitarono i ministri della religione, ed alcuni anche sforzarono, cosa nefanda, a rinegare il proprio stato, e le proprie opinioni. Il direttorio continuò a perseguitare i preti, ora confinandogli nell'esiglio, ora serrandogli nelle prigioni, e sempre impediendo loro, massime ai non giurati, che liberamente e pubblicamente celebrassero i riti divini. Fra tante amarezze dell'anime pie, qualche consolazione recavano i preti giurati colle esortazioni, e coi conforti loro: ad essi la Francia debbe restar obbligata della conservazione della fede; della conservazione medesima la sedia apostolica debbe sentir loro obbligo, sebbene abbia cagione di dolersene per la diminuzione da loro introdotta, e pertinacemente sostenuta con le parole, con le opere, e con gli scritti, nella giurisdizione della cattedra di San Pietro. Conservarono eglino la fede, che è la radice, senza la quale ogni religione, non che ogni disciplina ecclesiastica, sarebbe impossibile. Ma la religione senza un culto ordinato, e senza riti accordati con la pubblica autorità, e da lei riconosciuti e protetti, non potrebbe sussistere lungo tempo, la cattolica meno di ogni altra, solita a cattivar gli animi con le pompe e solennità esteriori. Ciò si vedevano gli uomini prudenti, nei quali eraentrata la persuasione, che le credenze religiose sono un ajuto efficace alle leggi civili: quest'istesso vedevano gli uomini religiosi, che si dolevano, che quello che nelle menti e nei cuori loro pensavano ed amavano, non potessero in ordinato e pubblico modo manifestare. Era adunque nato un desiderio in Francia di veder ristorati i riti della religione cattolica, e molti Francesi in questo desiderio tanto più s'infiammavano, quanto più difficile sembrava la rintegrazione. Certo pareva, che ove una prima insegna di Cristo si fosse rizzata, là sarebbero concorsi cupidamente, e con amore avrebbero abbracciato coloro, che rizzata l'avessero. Buonaparte non era uomo da non vedersi queste cose, meno ancora da non usarle per edificare la sua potenza, e per arrivare a' suoi fini smisurati. Per questo aveva dato parole di pace, di religione, di rispetto, e d'amicizia verso il papa, quando ritornò, dall'Egitto arrivando, in Francia; per questo tenne i medesimi discorsi quando andò alla seconda conquista d'Italia; per questo le medesime protestazioni accrebbe quando vittorioso nei campi di Marengo se n'era tornato nella sua consolar sede di Parigi. Adunque divenuto libero dai pensieri, che più nella mente sua pressavano, della guerra, applicava viemaggiormente l'animo al negoziare col papa, col fine di venirne con lui ad un aggiustamento in materia religiosa. Offeriva di dare stato, culto, e comodi pecuniari alla religione cattolica, ed ai suoi ministri. Aggiungeva le solite lusinghe, favellando con accomodate parole della mansuetudine, e della santità del Chiaramonti, vescovo d'Imola.Nè tralasciava le consuete dimostrazioni del suo amore verso la religione, e verso i Francesi. Alcuni accidenti ajutavano queste pratiche, altri le disajutavano. Dava favore al consolo un concilio nazionale di vescovi giurati che dipendentemente da un altro tenuto nel novantasette, con suo consentimento espresso era per adunarsi in Parigi il dì di San Pietro. Non solamente ei non impediva che questi vescovi parlassero, ma gl'incitava anche a parlare, quantunque fossero giurati, e contrarj a quella pienezza di potestà, che i papi pretendono spettarsi alla sedia apostolica. Della quale facoltà largamente usando, mandavano circolari esortatorie ai vescovi, e preti loro compagni della chiesa gallicana, acciocchè imitando, come dicevano, quella carità, di cui Gesù Cristo aveva lasciato il precetto e l'esempio, venissero al destinato giorno ad unirsi nel concilio di Parigi. Compissesi, confortavano, l'opera incominciata nel concilio del novantasette, dessesi occasione ed incitamento al rinnovare queste nazionali e sante assemblee presso tutte le altre nazioni della cristianità, assemblee tanto raccomandate, e tanto commendate dalla veneranda cristiana antichità; nodrissesi speranza, che fossero esse il principio di un concilio ecumenico, la di cui convocazione già da più secoli interrotta, sebbene il concilio di Costanza avesse prescritto che ogni dieci anni si convocasse, era santa e necessaria cosa rintegrare. Mandavano al tempo stesso pregando il papa, col quale già il consolo negoziava per venirne allo statuire con lui precetti contrarj, inviasse suoi deputati per certificarsi, quale equanta fosse la purità della fede loro: con lui si lamentavano di essere stati prima condannati che uditi da Pio sesto; affermavano, per opera loro non essere stato interrotto il corso della potestà episcopale: forse, sclamavano, poter essere loro imputato a peccato l'avere somministrato i sussidj, ed i conforti della religione a sì copioso numero di diocesi, e di parrocchie abbandonate dai pastori loro? Allegavano, che la facoltà di teologia, e di diritto canonico di Friburgo in Brisgovia aveva profferito una sentenza tutta a loro favorevole, sebbene non provocata; imploravano il parere di tutte le altre università cattoliche, offerendosi pronti a dire ed a scrivere quanto loro fosse addomandato a dilucidazione della controversia. Protestavano finalmente, essere figliuoli obbedienti della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, e romana; e con parole efficacissime testimoniavano, nel grembo suo voler vivere, nel grembo suo morire.Trattavasi in queste controversie principalmente della elezione dei vescovi, cioè quanto al temporale, se la elezione fatta dal popolo fosse valida, come quella fatta dai re e da altri capi di nazioni, e quanto allo spirituale, se, perchè il filo della successione episcopale non fosse interrotto, fosse necessaria l'instituzione del pontefice Romano, o se bastasse quella fatta da un altro vescovo. Trattavasi poi anche di quest'altro punto, se gli ecclesiastici dovessero vivere per le sole obblazioni dei fedeli, o se dovessero possedere beni in proprio, e se dottrina eretica fosse il mantenere che la potestà temporale, pei bisognigenerali dello stato potesse por mano senza il consenso del Romano pontefice nei beni della chiesa. Non era punto nè incerta, nè ignota la opinione dei vescovi giurati adunati in Parigi intorno alle annunziate questioni, poichè ognuno sapeva, che sentivano contro le dottrine della Romana sede. Nè solo queste opinioni in Francia erano sorte, ma a loro non pochi uomini dottissimi, e di ogni religiosa virtù ornati in Italia si erano accostati; conciossiachè, tacendo del Ricci, vescovo di Pistoja, che più vivamente di tutti procedeva, nella medesima sentenza erano venuti i professori Degola, Zola, Tamburini, Palmieri, e con loro Gautier, prete Filippino di Torino, Vailua canonico d'Asti, con molti altri sì Toscani, che Napolitani, che dal Ricci, o dai fratelli Cestari avevano le medesime dottrine imparato. Non dubitava Gautier di affermare, quale principio incontrastabile, che le elezioni dei vescovi sono di diritto divino, od almeno di apostolica constituzione, che sì fatto modo di elezione venne statuito dagli apostoli stessi, e servì di esemplare alla disciplina praticatasi universalmente nella chiesa nei secoli posteriori intorno ad un articolo di tanta importanza: allegava il Filippino a confermazione della sua dottrina, che l'elezione di San Mattia era stata fatta, non da San Pietro solamente, ma da tutti i discepoli adunati nel cenacolo, che sommavano a centoventi: finalmente usciva con dire, che se in fatto il pontefice Romano usava da più secoli la facoltà di instituire i vescovi, per mera usurpazione ne usava. Da tutto questo concludeva, che il papa dovevariconoscere, e confessare per veri e legittimi vescovi coloro, ch'erano stati creati in conformità degli ordini stabiliti dall'assemblea constituente di Francia. Voleva adunque Gautier, ed esortava i vescovi, andassero, non ammessa scusa alcuna, o pretesto in contrario, al concilio di Parigi per ingerirsi in quella gran causa, perchè pareva a lui, che chiunque diritto e senza prevenzione mirasse, avesse a venire in questa sentenza, che l'innocenza, la ragione, la giustizia, secondo i sani principj dei canoni stessero intieramente in favore dei pastori ordinati a norma della constituzione del clero di Francia; che essi veri e legittimi pastori fossero, siccome quelli che erano stati eletti dal popolo cristiano, ed appruovati e constituiti nelle loro chiese dai rispettivi metropolitani secondo i canoni primitivi dalla venerazione di tutto l'universo confermati, e contro i quali nissuna consuetudine potrebbe prevalere. A queste opinioni con l'autorità sua, e con gli scritti dava favore Benedetto Solaro, vescovo di Noli, mostrando gran desiderio di recarsi al concilio Parigino.Pure da un'altra parte la Romana curia ardentemente impugnava le medesime dottrine: Pio sesto pe' suoi brevi dei dieci marzo e tredici aprile del novantuno, le aveva solennemente condannate, affermando, e costantemente asseverando, che la potestà di compartire la giurisdizione ecclesiastica secondo la disciplina da più secoli venuta in costume, e dai concilj, ed ancora dai concordati confermata, non apparteneva neppure ai metropolitani; che anzi questa potestà era allafonte, dond'era derivata, ritornata, siccome quella che unicamente nell'apostolica sede ha la sua stanza, che presentemente al Romano pontefice spettava il provvedere di vescovi ciascuna chiesa, come spiega il concilio di Trento; dal che ne conseguitava che niuna legittima instituzione di vescovi può esservi, eccetto quella che dalla sedia apostolica si riceve; così avere statuito la Chiesa universale debitamente adunata in concilio; così avere constituito il concordato concluso tra Leone decimo pontefice, e Francesco primo re di Francia; dal che si vedeva, che sebbene solamente dal secolo decimoquinto i pontefici successori di San Pietro instituissero nelle sedi loro i vescovi, incontrastabile nondimanco era in questa materia il diritto loro, perciocchè vicarj di Cristo essendo, in se tutta avevano raccolta la potestà data da Dio in terra pel governo della chiesa; e se i vescovi erano posti a reggere le chiese particolari, ciò solamente potevano fare, quando dal supremo ed universal pastore ne avevano ricevuto il mandato.A queste dottrine della curia Romana, come le chiamavano, non potevano star forti, nè udirle pazientemente gli avversarj, e con parole e con iscritti e con allegazioni di testi, e con sequele di ragionamenti continuamente le combattevano. Nè ciò facendo, del tutto modestamente procedevano: perciocchè, quantunque usassero discorsi artifiziosamente umili verso il pontefice, mescolavano nondimeno motti acerbi, e sentenze ancor più acerbe, quando favellano della potestà pontificia, e le disputazioni, comedi teologi, s'innasprivano. Insomma, siccome per la constituzione civile del clero ordinata dall'assemblea constituente pareva loro avere vinto una gran causa, così con tutti i nervi, e con tutte le forze loro tentavano di riconfermare la conseguita vittoria.Queste contese teologiche molto piacevano al consolo, e gli dimostravano una grande opportunità, perchè non dubitava che il papa, temendo ch'ei non fosse per gettarsi in grembo agl'impugnatori della santa sede, avrebbe mostrato più docilità nel concedere ciò che desiderava; perciò questi umori non solo favoriva, ma incitava. Questi erano gli accidenti favorevoli al consolo; ma per natura, e per uso, e per massima amava egli molto più il governo stretto e monarcale del papa, che il governo largo e popolare degli avversarj, e gli pareva che gli ordini papali, rispetto alla potestà unica ed universale, fossero un grande, utile e maraviglioso pensamento. Chiamava i giansenisti gente di molta fede, e di ristretti pensieri; nè gli pareva che la constituzione del clero, siccome cosa antiquata e cagione di molte disgrazie, si potesse utilmente rinfrescare. Un nuovo e vivace pensiero, e più conforme ai desiderj dei popoli, gli pareva che abbisognasse.Da un'altra parte cadevano in questa materia molte e gravi difficoltà. La principale forza del consolo era posta ne' suoi soldati e non istava senza qualche timore, che quell'apparato religioso, al quale da sì lungo tempo erano disavvezzi, e quel comparir di preti, cui avevano econ fatti perseguitato, e con motteggi lacerato, non paresse avere agli occhi loro qualche parte di ridicolo, cosa di somma importanza in Francia. Temeva altresì su quei primi principj la setta filosofica, nemica al papa, assai più potente di quella che impugnava la larghezza dell'autorità pontificia. Egli aspettava dalla prima gran favore e gran sussidio. Ma più di tutto questo travagliava l'animo suo la faccenda dei beni della chiesa venduti dai precedenti governi; perchè l'ottenere del papa la confermazione di queste vendite era di sommo momento, e sapeva che il pontefice ripugnava al fare in questo proposito alcuna espressa dichiarazione. Pure la tranquillità dei possessori era fondamento indispensabile della sua potenza. Non pochi dei giurati erano di gran nome, e di qualche autorità, e il consolo gli voleva vezzeggiare: ma l'impetrare dal papa, che non solamente gli assolvesse, e nel grembo suo gli riaccettasse, ma ancora, come desiderava, che ai primi seggi della gallicana chiesa gli sollevasse, appariva intricato, e malagevole argomento. La medesima difficoltà sorgeva per gli ecclesiastici della parte contraria, che avevano conservato i seggi loro anche ai tempi dell'esiglio, ed ai quali non avrebbero forse voluto rinunziare, parte per insistenza nell'antiche opinioni, parte per affezione alla famiglia reale di Francia.Nè mediocre impedimento alla definizione del trattato recava il capitolo della celebrazione dei riti cattolici; perciocchè essendo i medesimi andati in disuso da sì lungo tempo, non era senzapericolo di scandalo, in mezzo a popolazioni iniette di usi e di opinioni contrarie, il volere che tutto ad un tratto pubblicamente, e secondo tutti gli usi della chiesa si celebrassero: si temeva che nascessero enormità, dalle quali i fedeli ricevessero maggiore offensione, che edificazione. Ripugnava adunque il consolo, malgrado che il papa insistesse per ogni larghezza di culto pubblico, a questa condizione, volendo indugiare a tempo più propizio i desiderj di Roma.Non ostante tutte queste malagevolezze in un negozio di tanta importanza, essendo nelle due parti grandissimo desiderio di convenire, mandava Pio settimo a Parigi il cardinale Ercole Consalvi, suo segretario di stato, Giuseppe Spina arcivescovo di Corinto, ed il padre Caselli, teologo consultore della santa sede. Dal canto suo dava il consolo facoltà di trattare e di concludere a Giuseppe Buonaparte, a Cretet, consigliere di stato, ed a Bernier, curato di San Lodo di Angeri. Da questi si venne il dì quindici luglio al trattato definitivo tra la santa sede, e la repubblica di Francia, atto piuttosto di unica che di molta importanza, poichè per lui si restituiva alla chiesa cattolica una parte nobilissima d'Europa, e si ridava la pace a tanti uomini di coscienza timorata e pia. Il fece il papa per motivi religiosi, il consolo per mondani; nè troppo ei se n'infinse; il che fu non senza scandalo, perchè gli uomini religiosi abbominavano, che la religione si usasse per mezzo, non per fine, antica, fondata, ed inutile querela.Confessatosi dal governo francese; che la religionecattolica, apostolica e romana era professata dalla maggior parte dei Francesi, e confessatosi altresì da Sua Beatitudine, che dalla sua rintegrazione in Francia era per derivarle un grande benefizio ed un grande splendore, convennero e stipularono le due parti, che la religione cattolica, apostolica e romana avrebbe libero e pubblico esercizio in Francia, a quelle regole conformandosi, che il governo giudicherebbe necessarie per la quiete dello stato: s'accorderebbero la santa sede ed il governo ad ordinare una nuova circonscrizione delle diocesi: esorterebbe il pontefice i vescovi titolari a rinunziare alle sedi loro, e se nol facessero, con la elezione di nuovi titolari provvederebbe; nominerebbe il consolo tre mesi dopo la pubblicazione della bolla di Sua Santità gli arcivescovi, ed i vescovi secondo la nuova circonscrizione, e conferirebbe il papa l'instituzione canonica secondo le regole constituite per la Francia innanzi che il governo vi si cambiasse: le sedi vescovili, che in progresso vacassero ugualmente con nominazioni fatte dal consolo, si riempissero, e l'instituzione canonica, conforme al capitolo precedente, dal papa si conferisse; giurassero i vescovi, e gli altri ecclesiastici, prima dell'ingresso loro, fedeltà alla repubblica, e promettessero di svelare qualunque trama contraria allo stato; pregassero nelle chiese per la repubblica e pei consoli; i vescovi non potessero fare nuove circoscrizioni di parocchie, nè nominare parochi, se non a beneplacito del governo; le chiese non vendute si restituissero ai vescovi. Dichiarava inoltreil papa, avuto riguardo alla pace ed alla rintegrazione della religione in Francia, che nè egli, nè i suoi successori non sarebbero mai per molestare gli acquistatori dei beni ecclesiastici alienati, e che per conseguente la proprietà di essi beni, i diritti e le rendite annessevi, fossero e restassero incommutabilmente in loro, nei loro eredi, e negli aventi causa da essi. Obbligossi il governo di Francia a dare congrui assegnamenti ai vescovi ed ai parochi, a provvedere che i fedeli di Francia potessero legare alle chiese per benefizio della religione. Confessò e riconobbe il papa, essere nel consolo gli stessi diritti e prerogative, di cui appresso alla sedia apostolica godevano gli antichi sovrani di Francia. Se accadesse, che un consolo acattolico arrivasse al seggio supremo in Francia, i suoi diritti e prerogative, e così ancora la forma delle elezioni dei vescovi si regolassero per un nuovo accordo.Concluso il concordato, dissolveva tostamente il consolo, non avendone più bisogno, il concilio nazionale di Parigi. Così gli sforzi dei vescovi e preti giurati, per astuzia del consolo, servirono alla rintegrazione dell'autorità papale piena in Francia.Questa convenzione mandata a Roma per la ratifica del papa, vi destò gravi e pertinaci controversie. I teologi più stretti e più dediti alle massime della curia Romana, apertamente biasimavano i plenipotenziarj dello avere troppo largheggiato nelle concessioni, e grandemente offeso i diritti e le prerogative della chiesa cattolica. Il papa medesimo, siccome quegli che moltotimorato era, e delle prerogative della santa sede zelantissimo, se ne stava in forse, non sapendo risolversi al ratificare. I capitoli, su i quali cadevano principalmente le controversie, erano, primieramente quello che statuiva, doversi il pubblico esercizio del culto regolare dalla potestà temporale senza nissun intervento dell'ecclesiastica, secondamente quello, per cui si dichiarava da parte del pontefice la proprietà incommutabile a favore degli acquistatori dei beni ecclesiastici. Pareva ad alcuni, che il sostenere che la potestà laica possa di per se, e senza l'intervento della potestà ecclesiastica far regole pel culto pubblico, quandanche fosse per ragione della quiete dello stato, e che ad esse regole sia la chiesa obbligata ad uniformarsi, fosse proposizione non solamente contraria ai canoni, ma ancora più che sospetta di eresìa, siccome quella che è contraria al detto dell'apostolo, che i vescovi sono posti dallo Spirito Santo al governo della chiesa di Dio. Allegavano, che non vi è chiesa senza culto, che chi regola il culto regola la chiesa, e che chi regola regge. O è dunque falso, concludevano, che i vescovi siano destinati dal divino Spirito a reggere la chiesa, il che è eresia, o è indubitato, che i vescovi soli, e non i laici debbono reggere il culto, il che è dogma. A queste ragioni vieppiù si peritava papa Pio, e stava dubbio del partito al quale dovesse appigliarsi. Deliberò, prima di risolversi, di consigliarsi coi teologi più dotti di Roma: richiese del parer loro il cardinale Albani, e frate Angelo Maria Merenda dei predicatori, commissario delsant'officio. S'accordarono ambidue, che il papa, salva coscienza, potesse ratificare.Il Merenda principalmente, molto sottilmente di questa materia ragionando, statuiva, che se si trattasse di stabilire una bolla, un canone, una definizione, od una massima in materia di dottrina, il dire, che la potestà laica possa regolare il culto senza l'intervento della potestà ecclesiastica, e che alle sue regole debbano gli ecclesiastici uniformarsi, sarebbe proposizione eretica; ma non parimente quando si trattasse, come nel caso presente, di trattato, convenzione, o accordo, che si facesse coll'intento d'introdurre una regola, per cui si rintegrassero e si repristinassero la religione e l'ecclesiastica disciplina, in un paese del quale erano da molti anni miseramente sbandite, benchè da più secoli, come in loro propria sede vi dimorassero, e gli abitatori suoi fossero stimati veri e legittimi figliuoli primogeniti della chiesa. Sapersi, quanto fosse la parte acattolica potente in Francia, quanto disusata la religione, quanto facili a nascervi gli scandali: però le circostanze dei luoghi e dei tempi richiedere, che per evitare i danni maggiori che da un rifiuto nascerebbero, per non privare un gran numero d'innocenti di quegli spirituali sussidj, che potevano con la condizione presente concordarsi, per avviare insomma l'importantissimo affare della religione di un paese, che nel miglior modo che si potesse la desiderava, poteva, e doveva il sommo pontefice risolversi alla ratificazione; nè all'uomo prudente appartenersi il far gitto di tutto, quando si può conseguireuna parte: nè a patto alcuno potere il pontefice di tale atto venir censurato, perchè soltanto faceva una concessione, la quale dalla sua autorità procedendo, non dava nissun diritto alla potestà secolare: avere voluto il divino Redentore, che in tempi avversi usassero gli apostoli la prudenza del serpente, e la semplicità della colomba; il quale precetto, siccome spiega San Tommaso, significare, che, siccome il serpente nel pericolo s'avviticchia, e nasconde il capo per salvarlo, così la chiesa deve studiarsi di salvar la fede, che è il capo e il fondamento, su cui rimane la chiesa medesima edificata; e siccome colomba, ella deve con la dolcezza, e con la lenità sforzarsi di mitigar l'ira degli avversarj. Il cardinale Albani a questo parere tanto più volentieri si accostava, quanto più sapeva, che i plenipotenziarj di Francia avevano dato promesse certe per iscritto, che le modificazioni e restrizioni della pubblicità del culto non in alcuna parte sostanziale, ma solamente nelle processioni esteriori, nelle sepolture, ed in altri somiglianti casi consistevano.Quanto poi al capitolo che concerneva i compratori dei beni ecclesiastici venduti, manifestarono Albani e Merenda una opinione del pari conforme, e del pari favorevole alle stipulazioni, parendo loro, che secondo i termini in cui era espresso, non per altro Sua Santità riconoscesse i compratori, come proprietarj dei beni alienati, se non in conseguenza delle promesse che loro faceva di non molestargli, nè per se, nè pe' suoi successori; dalla qual promessa ne veniva loroassicurato il quieto e pacifico possesso, dal quale sorgeva necessariamente il diritto incommutabile di proprietà. Non era adunque, pensavano, che Sua Santità riconoscesse negli acquistatori l'anzidetto diritto di proprietà independente dalla sua concessione; che anzi il diritto stesso di proprietà, siccome il capitolo esprimeva, era una sequela della condonazione implicitamente contenuta nella promessa di non molestare i possessori, condonazione, che il papa loro faceva colla pienezza dell'apostolica suprema sua autorità. Che se, aggiungevano i due consultatori della santa sede, le due parti del capitolo fossero state concepite con ordine inverso, e si fosse detto che il papa dichiarava, dovere la proprietà dei beni ecclesiastici alienati rimanere immutabilmente presso gli acquistatori, e che in conseguenza non avrebbero essi mai ricevuto molestia nel possesso di tali beni da parte della santa sede, una dichiarazione di tal sorta sarebbe stata di grave censura degna, perchè con lei si sarebbe appruovato in certo modo l'errore già dai sacri concilj Lateranense secondo, e Constanziense condannato in Arnaldo da Brescia, Marsilio da Padova, Giovanni da Garduno, e nei Valdesi, Viclefiti, ed Ussiti: ma trovandosi le due parti del capitolo collocate, come sono, il capitolo era irreprensibile, poichè la proprietà risultava dalla condonazione del papa, non la condonazione dalla proprietà.Stante adunque le dilucidazioni date dal cardinale e dal commissario, non soprastette più lungamente Pio settimo a dare il suo assenso, e ratificò il concordato. Scrisse al tempo stessobrevi ai vescovi titolari, acciocchè alle loro sedi rinunziassero. Alcuni rinunziarono, la maggior parte, massimamente quelli che si erano riparati in Inghilterra, ricusarono. Dei giurati Primat, le Blanc de Beaulieu, Perrier, Lecoz, Saurin, supplicato al papa che loro perdonasse, e nelle sedi destinate dal consolo gl'instituisse, impetrarono.Rimossi per tale guisa tutti gli impedimenti, pubblicava il consolo il giorno di Pasqua dell'ottocentodue il concordato. Scriveva ai vescovi una circolare, in cui con parole asprissime ingiuriava i filosofi: poi rivolgendosi ai francesi con Buonapartico stile discorreva, che da una rivoluzione prodotta dall'amore della patria erano sorte le discordie religiose, e per esse il flagello delle famiglie, gli sdegni delle fazioni, le speranze dei nemici; uomini insensati avere atterrato gli altari, spento la religione; per loro avere cessato quelle divote solennità, in cui l'un l'altro aveva per fratello, in cui tutti sotto la mano di Dio creatore di tutti si stimavano fra di loro uguali; per loro non udire più i moribondi quella voce consolatrice, che chiama i cristiani a miglior vita; per loro Dio stesso parere sbandito dalla natura; dipartimenti distrutti dall'ire religiose, forestieri chiamati a danni della patria, passioni senza freno, costumi senz'appoggio, sciagure senza speranza, dissoluzioni di società; solo la religione avere potuto portarvi rimedio; averlo lui voluto, averlo nella sapienza sua voluto il pontefice, averlo i legislatori della repubblica appruovato; così essere sorto il concordato; così essere spenti isemi delle discordie, così svanire gli scrupoli delle coscienze, così superarsi gli ostacoli della pace. Dimenticassero, esortava, i ministri della religione le dissensioni, le disgrazie, gli errori; con la patria la religione gli riconciliasse; con la patria gli ricongiungesse; i giovani cittadini all'amore delle leggi, all'obbedienza dei magistrati informassero; consigliassero, predicassero, inculcassero, che il Dio della pace era per anco il Dio degli eserciti, e che, impugnate l'armi sue insuperabili, combatteva a favor di coloro, che la libertà della Francia difendevano.Grande allegrezza ricevettero i fedeli in Francia per la rintegrata religione. Gioinne anche maravigliosamente Roma, ma non fu il contento del pontefice senza amarezza; conciossiachè il consolo aveva accompagnato la pubblicazione del concordato con certe regole di disciplina ecclesiastica sotto forma di decreto, che, secondo le Romane opinioni, offendevano le prerogative della santa sede, o restrignevano l'autorità dei vescovi, o difficultavano l'ingresso allo stato ecclesiastico. Voleva che nissuna bolla, o breve, o rescritto qualunque della Romana corte potessero, senza il beneplacito del governo, essere pubblicati, od eseguiti in Francia; la quale proibizione rispetto ai brevi della penitenzierìa parve cosa insolita, e poco decorosa per la santa sede. Voleva che nissuno senza il beneplacito potesse assumere la qualità di nunzio, legato, vicario, o commissario apostolico; che i decreti dei sinodi forestieri, ed anzi quelli dei concilj generali non si potessero pubblicare, se non previa appruovazione del governo;che nissun concilio o nazionale o metropolitano, che nessun sinodo diocesano senza permissione tenere si potesse; che le funzioni ecclesiastiche fossero gratuite, salve le obblazioni dei fedeli; che vi fosse ricorso al consiglio di stato per gli abusi; che s'intendessero abusi ogni contravvenzione alle leggi della repubblica, od alle regole stabilite dai canoni in Francia, ogni offesa delle libertà, franchigie, e costumanze della chiesa gallicana, ogni atto commesso nell'esercizio del culto, che od offendesse l'onore dei cittadini, o turbasse arbitrariamente le loro coscienze, o tendesse all'oppressione, all'ingiuria, allo scandalo. Voleva parimente, che i vescovi non potessero ordinare alcun ecclesiastico, se non possedesse almeno una rendita di trecento franchi, e se non fosse arrivato all'età di venticinque anni. Nè minore offesa aveva recato l'articolo statuito pure dal consolo, che i professori dei seminarj fossero obbligati a sottoscrivere la dichiarazione del clero di Francia del milaseicentottantadue, e ad insegnare la dottrina dei quattro articoli, dottrina incomportabile a Roma, almeno quanto spetta ai tre ultimi.Tutte queste regole, che appartenevano alla disciplina ecclesiastica, quantunque fossero giuste e necessarie sì per la sicurezza della potestà temporale, come pel buon ordine dello stato, ed usate già dai tempi antichi non solamente in Francia, ma ancora in altri paesi d'Europa, e massimamente in Italia, facevano mal suono alle Romane orecchie; ma il consolo ne aggiunse un'altra veramente intollerabile, perchè toccava lagiurisdizione, e questa fu, che i vicarj generali delle diocesi vacanti continuassero ad usare l'autorità vescovile, anche dopo la morte del vescovo, e fino a tanto che successore non avesse. Parve cosa troppo enorme; perciocchè i vicarj generali altro non sono, che i mandatarj del vescovo, ed ogni facoltà loro, come di mandatarj, cessa pel fatto della morte del mandatore. Bene dottrina più sana è quella, che sino alla creazione del successore ogni autorità sia investita nel capitolo della chiesa cattedrale, e che i vicarj capitolari eletti da lui la eserciscano.Se ne dolse il papa, e non punto calse al consolo ch'ei se ne dolesse. Orava in concistoro Pio settimo, descrivendo con singolare facondia i negoziati introdotti, le stipulazioni fatte, lo stato della Francia. Ecco, diceva, i templi dell'Altissimo di nuovo aperti; l'augusto nome di Dio, e de' suoi santi sulle loro fronti scritto; i ministri del santuario per le sacre cerimonie in un coi fedeli intorno agli altari accolti, le greggi novellamente sotto la tutela dei legittimi pastori ridotte, novellamente i sacramenti della chiesa con libertà e con riverenza ministrati, novellamente solidato il pubblico esercizio della cattolica religione, novellamente spiegato all'aura lo stendardo della croce, novellamente il giorno del Signore santificato; ecco novellamente il capo della chiesa, col quale chiunque non raccoglie, dissipa, riconosciuto; ecco finalmente uno scisma deplorabile, che per la vastità della Francia, per la celebrità de' suoi abitatori, per la chiarezza delle sue città minacciava gran pericoli, e granruine alla cattolica religione, ecco questo deplorabile scisma dissipato e spento. Tali sono i vantaggi, tali i benefizj, tale la salute, che il santo giorno della redenzione, in cui, pubblicato il concordato, la Francia empiè di compunti e venerabondi fedeli i tempj, ha partorito. Poscia il pontefice, in se medesimo raccoltosi, continuò dicendo: «Non è però, venerabili fratelli, che l'animo nostro non sia in mezzo alla sua contentezza da qualche amara puntura trafitto. Sonsi col concordato, noi non consapevoli, pubblicati certi articoli, di cui è debito nostro, seguitando le vestigia del nostri antecessori, di addomandare e le modificazioni, e le mutazioni: di ciò richiederemo il consolo; ciò speriamo dalla sapienza e dalla religione sua, dalla sapienza e dalla religione della nazione Francese, che da tanti secoli tanto ha di questa religione meritato, e che oggidì novellamente con sì acceso desiderio l'abbraccia. Volle il governo di Francia, che la religione in Francia si ristorasse: non può non volere quanto la sua santa constituzione richiede, quanto la salutare disciplina della chiesa ricerca». Infatti instò il papa, perchè gli articoli si riformassero; ma il consolo, che, ottenuto il concordato, voleva essere padrone della chiesa, non che la chiesa fosse di lui, rispondeva ora con sotterfugj, ora con minacce, nè mai il pontefice potè venire a capo del suo intendimento. In tale conformità continuarono le faccende religiose in Francia, finchè nuove condiscendenze del pontefice, e nuove ambizioni del consolo mandarono ogni cosa in ruina ed in conquasso.A questo modo travagliava Roma con Francia. Intanto cambiamenti notabili fin dal varcato anno erano accaduti in Piemonte. Aveva il consolo cupidigia di serbar questo paese per se. Ma indugiava a risolversi, ed occultava cautamente le sue intenzioni. Aveva anzi veduto volentieri il marchese di San Marsano mandato a Parigi per negoziare della restituzione del Piemonte. Le incertezze e le ambagi del consolo, le offerte palesi fatte al re dopo la battaglia di Marengo, e la presenza del marchese a Parigi tenevano in pendente l'opinione dei popoli in Piemonte, e toglievano ogni modo di buon governo. Ognuno guardava verso Firenze, Roma, o Napoli, dove abitava, ora in questa, ora in quella, il re Carlo Emanuele. Appresso a lui vivevano molti nobili Piemontesi o de' più ricchi, o de' più capaci. Si aggiungeva Vittorio Alfieri, nato in Asti di Piemonte, uomo di quell'ingegno smisurato, che ognuno sa, padre della tragedia Italiana, e da essere eternamente, non che venerato, adorato da chi venera ed adora le Italiane muse. Avendo egli odiato e maledetto i re, quando erano in fiore, si era poi messo ad odiare ed a maledire le repubbliche, quando erano venute in potenza, e ciò meno forse pel male che in quelli od in queste era, che pel genio in lui naturale di andar sempre a ritroso. Adunque in Firenze standosene, continuamente fulminava contro la condizione delle cose Piemontesi. L'autorità di un uomo sì grande operava con efficacia, e vieppiù rompeva ogni nervo del governo. Sorsero le sorti fatte più certe della Cisalpina e della Liguria,mentre si tacquero quelle del Piemonte, onde chi sperava pel re ebbe cagione di più sperare, chi temeva di più temere. In tali intricate occorrenze avvenne di verso Borea un caso di grandissima importanza, perchè nella notte dei ventitrè marzo dell'ottocentouno morì di morte violenta Paolo, imperatore di Russia; della quale non così tosto fu avvisato il consolo, che trovandosi libero dalle instanze di lui, e volendo preoccupare il passo alle intenzioni di Alessandro suo figliuolo e successore, fece un decreto, il quale, sebbene ancora non importasse la unione definitiva del Piemonte alla Francia, accennava però manifestamente, che sua volontà fosse, che la unione si effettuasse: constituiva il decreto il Piemonte secondo gli ordini di Francia. Perchè poi non paresse all'imperatore Alessandro, che il signore della Francia troppo impertinentemente avesse operato nel prendere, prima di consigliarsi con lui, una deliberazione di tanta importanza, diede al decreto una data anteriore al giorno, in cui gli pervennero le novelle della morte di Paolo. Sperava che Alessandro, trovata all'assunzione sua la cosa fatta, non difficilmente sarebbe per consentirvi. Importava il decreto dato ai due di aprile dell'ottocentouno, che il Piemonte formerebbe una divisione militare della Francia, che fosse partito in sei dipartimenti, che le leggi della repubblica rispetto agli ordini amministrativi e giudiziali vi si pubblicassero ed eseguissero, che le casse al primo giugno fossero comuni, che un amministrator generale con un consiglio di sei reggesse, che Jourdan restasse eletto amministratorgenerale. Si crearono sei dipartimenti, dell'Eridano con Torino, di Marengo con Alessandria, del Tanaro con Asti, della Sesia con Vercelli, della Dora con Ivrea, della Stura con Cuneo. Ma il consolo, che principiava a non amare i nomi antichi, cambiò quello del primo, non più dell'Eridano, ma del Po chiamandolo, e credè con ciò di aver fatto un bel tratto.Mandava Jourdan a Parigi per ringraziare, e per promettere obbedienza deputati; furono quest'essi, Bossi uno dei consiglieri, Baudisson, professore dell'università, i nobili d'Harcourt, Alfieri di Sostegno, della Rovere, e Serra. Furono veduti molto volentieri, massime i nobili, perchè il consolo gli voleva allettare. Solo Fouché, ministro di polizia generale, trascorse in presenza loro con parole eccessive contro i preti e contro gli aristocrati: il che fe' ridere, e stringere nelle spalle i deputati.Intanto il consolo si studiava a conciliarsi l'animo di Alessandro, ed a congiungerselo in amicizia; e siccome astutissimo ch'egli era, e sprofondato in tutte le arti di Francia, d'Italia, e d'Egitto, avendo udito che il novello imperatore era di natura generosa, e tendente al governar gli uomini piuttosto con dolcezza che con severità, se gli mise intorno da tutte parti tentandolo. Avere voluto la Provvidenza, diceva, arbitra delle umane cose, che un principe d'animo nobile e buono fosse salito al sovrano seggio delle Russie; avere voluto da un'altra parte, che un generale di qualche nome avesse recato in se la somma dell'autorità in Francia, generale, al qualee le filosofiche dottrine e la religione piacevano, che sapeva qual moderazione convenisse alle prime, quale tutela alla seconda: sarebbe felice il mondo, se Francia e Russia potentissime s'accordassero tra loro al medesimo fine; rotta, sanguinosa, desolata essere la umanità; ricordarsi delle ferite, non bene avvisare i rimedj; il dispotismo da una parte, l'anarchìa dall'altra; se Alessandro e Buonaparte nello stesso disegno convenissero, darebbesi dolce norma in Europa alla potestà assoluta, freno insuperabile alla licenza; aversi ad ordinare Italia, Svizzera, Olanda; parlasse Alessandro, del desiderio suo avvisasse, e fora pago l'intento suo; principiare il secolo, dover principiare con nuove e fortunate sorti; questi essere gli augurj, queste le arre date dal cielo a Buonaparte e ad Alessandro: dover loro mostrare, ad onta di tanti secoli infelici, che vi è modo di condurre gli uomini a felicità; dover mostrare, che calunniano l'umanità coloro che la odiano; dover mostrare che la filosofia non inganna, che la religione non perseguita, che la libertà non dissolve; dover mostrare che tutte insieme unite potevano far sorgere un vivere fortunatissimo; a sì lieto fine volere lui usare tutta la volontà, e tutta la forza sua; se le volesse usare anche Alessandro, direbbero i posteri, che non indarno sperarono i filosofi, che più avventurose stelle avessero a splendere sulle misere generazioni un giorno.Ai dolci suoni, alla magnificenza e giocondità delle parole, come benevolo, si calava Alessandro, non sospettando quanto veleno in se nascondessero.Intanto il consolo, fatto sicuro dell'amicizia di Russia, insorgeva, e mentre Alessandro si pasceva di speranze lusinghiere, ei dava mano alle realtà, incamminandosi al dominio del mondo. Cominciando dal Piemonte, che stimava esser necessario congiungersi per avere senza impedimenti di mezzo la signorìa d'Italia, comandava, che il decreto dei due aprile fosse in ogni sua parte mandato ad effetto. L'Austria impotente per le disgrazie, l'Inghilterra per la lontananza, nè consentirono, nè contrastarono, persuase oramai, che se non arrivava qualche improvviso accidente che le ajutasse, indarno erano i consigli umani. Arrivarono a Torino i commissarj Parigini ad ordinar lo stato, chi per le finanze, chi pel fisco, chi pel lotto, chi per le poste, chi per gli studj, chi pei giudizj. L'antica semplicità degli ordini amministrativi di quel paese degenerava in forme complicate, i nuovi costarono a molti doppi più cari. Bene si migliorarono gli ordini giudiziali sì civili che criminali per l'acquistata prontezza, immenso benefizio, che consolava della perduta independenza. Ciò, quanto alle cose scritte: quanto alle arti subdole, non so se provvide, ma certamente furono strane. Voleva il consolo ridurre lo stato in forma di monarchìa: i repubblicani di Francia, eccettuati i più furibondi, che aveva confinati in carcere, o banditi in lidi lontani, il secondavano, nè egli era avaro verso di loro di carezze e di ricchezze. Quanto ai repubblicani Italiani, due mezzi gli si paravano davanti, o di vezzeggiargli, come quei di Francia, o di spegnergli, non già coll'ammazzargli,perciocchè sapeva che l'età non comportava sangue, come la Borgiesca, ma col tôrre loro l'autorità e la riputazione. Elesse quest'ultima; al che diede anche favore la ricchezza degli avversarj, che mandavano doni, presenti e denari nelle corrotte Tulierie: il che era cagione, che a quello, a che di propria volontà inclinava, fosse anche stimolato da altri. Tolse adunque le cariche a molti, nè solamente gli cassava, ma ancora dando favore e stimolo ai nemici loro, operava, che il nome e la fama ne fossero straziati e vilipesi; intricate infamie, perchè perseguitava chi l'aveva ajutato, vezzeggiava chi il disprezzava.Buon procedere sarebbe stato questo, quanto all'utile, se mai non avessero potuto arrivare i tempi grossi, ma non al contrario, perchè per esso si perdevano gli amici, e non si acquistavano i nemici; ma il consolo sognava sempre prosperità. Restava Jourdan, che era stimato repubblicano. Deliberossi a tôrre anche questo capo ai repubblicani, quantunque ei si fosse portato molto rimessamente con loro: partì Jourdan lodato dal consolo, desiderato dai Piemontesi. Arrivava Menou in Torino in luogo di Jourdan. Raccontar le lepidezze, e gli arbitrj che vi fece questo Menou, sarebbe troppo lunga bisogna, e forse troppo più piacevole, che la gravità della storia comporti. Bene non mi posso tenere dal considerare il consiglio del consolo, che per instaurare, come diceva, gli ordini della monarchìa in Piemonte, vi mandava un Menou di Francia, e per instaurarvi, come anche diceva, la religione di Cristo, vi mandava un Menou d'Egitto. Forse volevaatterrire con qualche odore di Turchìa; ma è un pessimo modo di terrore il rendersi ridicolo. Basta, accidente strano e non più udito era quello di veder le carezze che Menou faceva ai nobili, e quelle che i nobili facevano a Menou, dal canto suo umili e dimesse, dal canto loro astute e superbe; ed ei se le godeva, ed erane contentissimo. Diceva che il governo il voleva, il che era vero: ma il governo dà l'autorità, non la discrezione, e Menou non ne aveva. A questa guisa passarono i tempi fra i Subalpini infino alla unione definitiva, partigiani di Francia perseguitati, partigiani di Sardegna accarezzati, partigiani d'Italia usati come stromenti di calunnie e di vendette, il giardino del re diformato da una succida baracca ad uso di una Turca. A questo modo incominciava il promesso legale dominio nel generoso e sfortunato Piemonte.Il consolo teneva il Piemonte per Menou, la Toscana per Murat. Voleva, come a suo cognato, aprire a Murat l'adito alle grandezze; nè Murat era di cattiva natura, solo aveva poco cervello, e l'animo molto vanaglorioso: per questo, quantunque fosse buono, si piegava volentieri alle voglie del consolo, quali elle si fossero. La parte dell'esercito ch'egli governava, mandata primamente in Italia per rinforzare l'ala destra di Brune, e per alloggiare in Toscana, fu, dopo la pace di Luneville, mandata nello stato Romano con star pronta ad assaltare il regno di Napoli. Conclusa poi la pace col re, entrava nel Regno sin oltre a Taranto, in nome per isforzare il governo ad osservar il trattato,ed i perdoni verso i novatori, in fatto per minacciar gl'Inglesi, e per vivere a spese del Regno. Quanto allo stato Romano, concluso il concordato, Murat ritirava le genti, che vi aveva, in Ancona per tener quel freno in bocca al pontefice; si coloriva il fatto col pretesto degl'Inglesi. Così gl'Inglesi occupavano quanto potevano in Italia e nelle sue isole per impedire, come dicevano, il predominio e la tirannide dei Francesi; questi facevano lo stesso per impedire, come protestavano, il predominio e la tirannide degl'Inglesi; fra entrambi intanto l'Italia non aveva nè posa nè speranza. Murat girando per Toscana, e stando in Firenze, ed ora andando a Pisa, ed ora a Livorno, ed ora a Lucca, riceveva in ogni luogo, come cognato del consolo, onorevoli accoglienze; cagione per lui d'incredibile contentezza. Si mostrava cortese ed affabile con tutti: nè amava le rapine, manco il sangue: purchè il lodassero, se ne viveva contento. Pure trascorse ad un atto, credo per volontà del consolo, nel quale non so se sia o maggior barbarie, o maggior ingratitudine, o maggior insolenza. Comandava con bando pubblico, che tutti gl'Italiani, erano la maggior parte Napolitani, esuli dalle patrie loro per opinioni politiche, dovessero sgombrare dalla Toscana, e ritornare nei propri paesi, in cui, secondochè affermava, potevano, in virtù dei trattati, vivere vita sicura e tranquilla: chi fosse contumace a questo comandamento, fosse per forza condotto ai confini ed espulso. E perchè niuna parte di bruttezza mancasse a quest'atto,prese, per farlo, occasione da un tumulto popolare nato in Firenze nel mentre che si conduceva all'estremo supplizio un soldato Toscano reo d'assassinio contro un soldato Francese, come se i fuorusciti fossero in paese ospitale rei di ribellione alle leggi ed alla giustizia, o s'intendessero cogli assassini. Sì per certo, questo mancava alla malvagità del secolo, che coloro, i quali erano per le instigazioni di Francia venuti in odio ai loro antichi signori, fossero, come gente di mal affare, cacciati inesorabilmente dagli eletti ricoveri loro da un generale di Francia. Potevano i ladri e gli assassini di altri paesi ritirarsi in Toscana, quietamente dimorarvi, solo gli amatori del nome di libertà, uomini, se ingannati, certamente ingenui e dabbene, non potevano esservi ricettati, nè trovarvi riposo e salute, da quei medesimi cacciati, per cagione dei quali erano a quelle miserabili strette condotti. Nè credo che abuso di forza più intollerabile di questo sia stato mai, di far legar uomini innocenti per condurgli là, dove non volevano andare. Ma non sola la Toscana cacciava fuori i miseri. Mentre Murat espelleva gli esuli da questo paese, la repubblica Cisalpina gli mandava via da' suoi territorj con la solita giunta, che chi nel termine di dieci giorni non obbedisse, fosse condotto per forza ai confini. Quest'erano le arre, che i Buonapartidi davano ai re. Accadde poi un caso degno di molta compassione; perchè i fuorusciti Napolitani svelti per forza dal Toscano nido, quando furono arrivati a Roma, non avevano i passaporti che da loro si richiedevano,per modo che non potevano nè stare, nè andare, nè tornare. Da questo imparino prudenza coloro, che hanno smania di far rivoluzioni, e di fidarsi dei forestieri. Solo in Piemonte trovarono gli esuli ricovero lieto e sicuro.Murat contento al comandar in Toscana, fu contentissimo d'instituirvi un re. Era l'infante principe di Parma arrivato in Parma, dove stava aspettando i deputati del novello regno. Vennervi a complimentarlo e riconoscerlo come re d'Etruria, quest'era il titolo che gli si dava, Murat, Ippolito Venturi, Ubaldo Ferroni. Assunse il nome di Lodovico primo; nominò suo legato a ricevere il regno Cesare Ventura. Murat annunziando l'assunzione di Lodovico parlava di civiltà e di dottrina ai Toscani, lodava i Medici ed i Leopoldi, esortava i regnicoli ad avere i Francesi in luogo di un popolo amico, che tanto sapeva rispettare presso i popoli esteri i principj monarcali, quanto era fortemente addetto in casa propria ai principj repubblicani. Cesare Ventura prendeva possesso del regno. Favellarono nella solennità Francesco Gonnella, notajo dello stato, Tommaso Magnani, avvocato regio, Orlando del Benino, senatore, tutti lusinghevolmente per le cose, francescamente per le parole. Vidervisi due donne complimentate da Gian Battista Grifoni, l'una sorella del consolo, l'altra vedova del ministro di Spagna. Venne Lodovico a Firenze; resse con dolcezza, le Leopoldiane vestigia calcando.Era tempo di constituzioni transitorie, fatte non perchè durassero, ma perchè servissero discala ad altre. Mandava il consolo, qual suo legato, Saliceti a riformar Lucca, oppressa dall'imperio dei forestieri, e straziata dalle discordie civili. Parve bello ed acconcio trovato per ritrarre i paesi, a satisfazione delle potenze, verso i loro ordini antichi, l'introdurre nei nuovi i nomi vecchi, come se le parole avessero a prevalere sulle cose. Fecero i Lucchesi le solite feste a Saliceti: chi agognava lo stato, il corteggiava; chi più aveva gridato contro gli aristocrati, più gli accarezzava; a loro principalmente il commissario di Francia si volgeva. Se i democrati si risentivano, rispondeva esortando, portassero i tempi pazientemente, perchè così voleva il consolo. Soggiungeva, meglio conservarsi la libertà con l'aristocrazìa e la democrazìa mescolate insieme, che con la democrazìa pura. Cominciavasi a parlar di aristocrazìa per far passo alla monarchìa. Constituiva Saliceti la repubblica di Lucca con un collegio, o gran consiglio di duecento proprietari più ricchi, e di cento principali negozianti, artisti e letterati: avesse questo consiglio la facoltà di eleggere i primi magistrati; fossevi un corpo d'anziani con la potestà esecutiva; presiedesselo un gonfaloniere eletto a volta dai colleghi, una volta ogni due mesi; un consiglio amministrativo, nel quale gli anziani entrassero, e quattro magistrati di tre membri ciascuno; esercesse le veci di ministri; proponessero gli anziani le leggi, e le eseguissero; una congregazione di venti eletti dal collegio le discutessero e le statuissero; rappresentasse il gonfaloniere la repubblica, le leggi promulgasse, gliatti degli anziani sottoscrivesse. I cantoni del Sercio con Lucca, del Littorale con Viareggio, degli Apennini con Borgo a Mozzano componessero la repubblica. Per la prima volta trasse Saliceti i magistrati supremi. Ordini buoni erano questi, ma il tempo gli guastava.Le sorti della Toscana erano congiunte con quelle di Parma. Essendo il duca padre mancato di vita, cesse la sovranità del ducato nella repubblica di Francia. Mandava il consolo il consiglier di stato Moreau di San Mery ad amministrarlo. Resse San Mery, che buona e leale persona era, con benigno e giusto freno. Era egli, se non letterato, non senza lettere ed amatore sì di letterati, che d'opere letterarie: ogni generoso pensiero gli piaceva. Solo procedeva con qualche vanità, e siccome le vanità particolari sono intollerabili alle ambizioni generali, venne in disgrazia del consolo. Non potè constituire in Parma ordini stabili, perchè il consolo, che serbava il paese per se, non volle aver sembiante di lasciarlo ad altri.Due qualità contrarie erano nel consolo, pazienza maravigliosa nel proseguire cautamente, anche pel corso di molti anni, i suoi disegni, impazienza di conseguire precipitosamente il fine, quando ad esso approssimava. Riconciliatosi col papa, vinta l'Austria, ingannato Alessandro, confidente della pace coll'Inghilterra, si apparecchiava a mandar ad effetto ciò, che nella mente aveva da sì lungo tempo concetto, e con tanta pertinacia procurato. Voleva che le prime mosse venissero dall'Italia, perchè temeva che certi residuidi opinioni, e di desiderj repubblicani in Francia non fossero per fargli qualche mal giuoco sotto, se la faccenda non si spianasse con qualche precedente esempio. Sapeva che nella nostra razza imitatrice, cosa molto efficace è l'esempio, e che gli uomini vanno volentieri dietro alle similitudini. Deliberossi adunque, prima di scoprirsi in Francia, di fare sue sperienze Italiane, confidando che gl'Italiani, siccome vinti, avrebbero l'animo più pieghevole. Così con le armi Francesi aveva conquistato Italia, con le condiscendenze Italiane voleva conquistar Francia. Le rappresentazioni che sanno di teatro, sempre piacquero agli uomini, massimamente a Buonaparte. Sapeva che le cose insolite allettano tutti, spezialmente i Francesi nati con fantasia potente. Perciò volle alle sue Italiane arti dare pomposo cominciamento. Spargevansi ad arte e dai più fidi in Cisalpina voci, che la repubblica pericolava con quei governi temporanei; ch'era oggimai tempo di constituirla stabilmente, e come a potenza independente si conveniva; che ordini forti erano necessarj, perchè diventasse quieta dentro, rispettata fuori; che niuno era più capace di darle questi necessarj ordini di colui, che prima l'aveva creata, poi riscattata; non potersi più lei constituire con gli ordini dati dall'eroe Buonaparte nel novantasette, perchè avviliti dalla invasione, ricordatori di discordie, sospetti per democrazìa ai potentati vicini. Aver pace Europa, averla Italia, non doversi più la felice concordia turbare con ordini incomposti; volersi vivere in repubblica, ma non troppo disforme dai governiantichi conservati in Europa; sola potenza essere la Cisalpina in Italia, che a favor di Francia stando, fosse in grado di tener in freno l'Austria tanto potente per l'acquisto dei dominj Veneziani, nè essere la repubblica per acquistare la forza necessaria, se non con leggi conducenti a stabilità; varj essere gli umori, gl'interessi, le opinioni, le abitudini delle Cisalpine popolazioni, nè Veneziani, Milanesi, Modenesi, Novaresi, Bolognesi nel medesimo desiderio concorrere, nè la medesima cosa volere; rimanere i vestigi dell'antiche emolazioni; parti separate, e non consenzienti non poter comporre un corpo unito e forte, se un governo stretto, se una mano gagliarda in uno e medesimo volere non le costringessero: richiedere adunque un reggimento nuovo, concorde e virile la pace d'Europa, richiederlo la quiete della Cisalpina, richiederlo le condizioni felici, alle quali era chiamata.Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della Cisalpina negoziava, affinchè i comandamenti imperativi del consolo avessero a parere desiderj e supplicazioni spontanee dei popoli. Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione, usciva un decreto della consulta legislativa della repubblica: ordinava, che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo ufficio sarebbe l'ordinare le leggi fondamentali dello stato, ed informare il consolo intorno alle persone che nei tre collegj elettorali dovessero entrare; sarebbe l'assemblea composta dai membri attuali della consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati treper restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di curati, e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della università degli studj, della guardia nazionale, dei reggimenti della truppa soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di commercio. Sommò il numero a quattrocento cinquanta. Risplendevanvi un Visconti, arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un Oppizzoni, un Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni, un Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un Lecchi, un Borromeo, un Trivulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili, un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono a Lione chi per amore, chi per forza, chi per ambizione; grande aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva un fatto mirabile, che una nazione Italiana si conducesse in Francia per regolare le sue sorti. Il governo Cisalpino esortava con pubblico manifesto i deputati: gissero a fondare gli ordini salutari della repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore, e del restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse: mostrassero con le egregie qualità loro, quanto la Cisalpina nazione valesse; a lei amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero; nel Lionese congresso livore nissuno, odio nissuno, parzialità nissuna, recassero; al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente, affettuosamente verso la patria procedendo, esserloro quei medesimi Cisalpini, che nell'inevitabile tumulto di tante passioni, nell'avviluppamento di tante vicende, nell'alternativa di politici eventi tanto contrarj, mai non attesero a vendette, a discordie, a fazioni, a persecuzioni, a sangue; pruovassero, che non invano aveva il Cisalpino popolo nome di leale e di buono; pruovassero, che se a sublime grado fra le nazioni erano destinati, a sublime grado ancora meritavano di essere innalzati; dovere a se stessa dei proprj ordini restare la Cisalpina obbligata; solo se medesima potrebbe accagionare, se tanti lieti augurj, se tante concepite speranze fossero indarno.Questi nobili consentimenti verso la Cisalpina patria, e questa rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro Taleyrand, che aveva in se raccolti tutti i pensieri del consolo; trovarono Marescalchi, che riconosciuto da Francia per ministro degli affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era, che vi fosse sembianza di discutere liberamente quello, che già il consolo aveva ordinato imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della Cisalpina; volere consigliarsi con gli uomini savj di lei; niuna cosa più desiderare, che la independenza e la salute sua; amarla come sua figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria. L'arte allignava; bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in cinque congregazioni, che rappresentavanoi cinque popoli; esaminassero la constituzione già data dal consolo per Petiet a Milano, e come per leggi organiche si potesse mandar ad esecuzione.Discutevasi a Lione dai mandatarj; la licenza soldatesca straziava intanto i mandatori; un inesorabile governo con le tasse gli conquideva. Dolevansi e delle perdute sostanze, e degli innumerevoli oltraggi, e della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva, e si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto potesse parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il consolo: era l'undici gennajo; Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano. Era spettacolo grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi dentro, perchè là si macchinava di spegnere per legge la libertà, che già innanzi era perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza, e la semplicità del consolo: pareva loro, che fossero parte di grandezza; le adulazioni sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano, ma s'infingevano, non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per non esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava a chiamargli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i presidenti delle congregazioni, e con loro discorreva intorno alla constituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio. Contradditor benigno, e docile alle risposte, pareva, che da altri ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava l'arte; chi l'ignorava, la molestia.Infine dai discorsi permessi si venne alla conclusione comandata: fu appruovata la constituzione; parve buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli per la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle congregazioni. Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui mezza Italia era stata fatta venire in Francia. Meno una constituzione, che un esempio si aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un presidente della Cisalpina. Importava la persona, importava la durata del magistrato: a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data l'intesa ai Cisalpini, perchè il chiamassero capo della repubblica, e gli dessero il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e potesse essere rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due deliberazioni qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte con le potenze, per la evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse padrone della Cisalpina. Importava anche il confessare, che niun Cisalpino fra i Cisalpini fosse atto a governare: alcuni andavano alla volta di Melzi. I ministri di Buonaparte fecero diligenze coi partigiani, ora lodando Melzi, ora asseverando, che avrebbe grande autorità nei nuovi ordini. Ebbero le arti il fine desiderato. Appresentaronsi colla deliberazione fatta i Cisalpini al consolo, nella quale era tanta adulazione di lui, e tanta depressione di loro medesimi, che non credo che nelle storie vi sia un atto più umile, o più vergognoso di questo. Confessarono, e si sforzarono anche di pruovare con loro ragioni, a tanto di viltà gli aveva ridotti,che nissun Cisalpino era, che idoneamente gli potesse governare. Gradì il consolo nelle umili parole i proprj comandamenti: disse, che domani fra i convocati Cisalpini in pubblica adunanza sederebbe. Accompagnato da ministri di Francia, dai consiglieri di stato, dai generali, dai prefetti, e dai magistrati municipali di Lione fra le liete accoglienze ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio recatosi così loro favellava: «Hovvi in Lione, come principali cittadini della Cisalpina repubblica appresso a me adunati: voi mi avete bastanti lumi dato, perchè l'augusto carico a me imposto, come primo magistrato del popolo Francese, e come primo creator vostro riempire io potessi. Le elezioni dei magistrati io feci senza amore di parti o di luoghi: quanto al supremo grado di presidente, niuno ho trovato fra di voi, che per servigi verso la patria, per autorità nel popolo, pel sceveramento di parti abbia meritato, ch'io un tal carico gli commettessi. Muovonmi i motivi da voi prudentemente addotti; ai vostri desiderj consento. Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran mole delle faccende vostre. Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la confermazione dello stato vostro, e la prosperità dei vostri popoli. Voi non avete leggi generali, non abitudini nazionali, non eserciti forti: ma Dio vi salva, poichè possedete quanto gli può creare, dico popolazioni numerose, campagne fertili, esempio da Francia».Questo favellare superbo del consolo fu da altissimi plausi e di Francesi e di Cisalpini seguitato.La servitù era dall'un de' lati mitigata dall'imperio sopra i forestieri, dall'altro amareggiata dal vilipendio; pure lietissimamente applaudivano i servi doppi come se onorati, e liberi fossero. Dimostrarono desiderio che la repubblica (quest'era un concerto coi più fidi) non più Cisalpina, ma Italiana si chiamasse, cosa molto pregna massimamente in mano di Buonaparte. Consentì facilmente il consolo. Riprese, adulando, le parole Prina Novarese, il quale essendo di natura severa ed arbitraria, molto bene aveva subodorato il consolo, ed il consolo lui, e si voleva far innanzi al dominare. Piacque, e per rimunerazione fu fatto grande.Chiamarono gl'Italici ad alta voce il consolo presidente per dieci anni, e rieleggere si potesse. Ebbe Melzi luogo di vice-presidente. Era Melzi uomo generoso, savio, molto amato dagl'Italiani: pendeva all'assoluto, ma piuttosto per grandezza, che per vanità.Restava che si ordinasse la constituzione. Cominciossi dagli ordini ecclesiastici. Fosse la religione cattolica, apostolica e Romana, religione dello stato; ciò non ostante i riti acattolici liberamente si potessero celebrare in privato; nominasse il governo i vescovi, gl'instituisse la santa sede; nominassero i vescovi ed instituissero i parochi, il governo gli appruovasse; ciascuna diocesi avesse un capitolo metropolitano ed un seminario; i beni non alienati si restituissero al clero; si definissero le congrue in beni pei vescovi, pei capitoli, pei seminarj, per le fabbriche, fra tre mesi; si assegnassero pensioni convenienti aireligiosi soppressi; non s'innovassero i confini delle diocesi; per gl'innovati si domandasse l'appruovazione della santa sede; gli ecclesiastici delinquenti con le pene canoniche fossero dai vescovi puniti; se gli ecclesiastici non si rassegnassero, i vescovi ricorressero al braccio secolare; se un ecclesiastico fosse condannato per delitto, si avvisasse il vescovo della condanna, acciocchè quanto dalle leggi canoniche fosse prescritto, potesse fare: ogni atto pubblico, che i buoni costumi corrompesse, od il culto, od i suoi ministri offendesse, fosse proibito; niun paroco potesse essere sforzato da nissun magistrato a ministrare il sacramento del matrimonio a chiunque fosse vincolato da impedimento canonico. A questo modo fu ordinata la chiesa Italiana nella Lionese consulta. Alcuni capi, ancorchè laudabili e sani, toccavano la giurisdizione ecclesiastica, e sarebbe stato necessario l'intervento del pontefice. Nondimeno con acconcio discorso a nome di tutto il clero Italico assentiva l'arcivescovo di Ravenna, assentimento non necessario, se l'autorità civile aveva dritto di fare quello che fece, non sufficiente, se l'intervento dell'autorità pontificia era necessario. Ma il consolo su quelle prime tenerezze d'amicizia col papa non aveva timore, e sapeva che l'ardire comanda altrui.Quanto agli ordini civili, i tre collegi dei possidenti, dei dotti, e dei commercianti erano il fondamento principale della repubblica: in loro era investita l'autorità sovrana. Ufficio dei collegi fosse nominare i membri della censura, della consulta di stato, del corpo legislativo, dei tribunalidi revisione e di cassazione, della camera dei conti. Ancora accusassero i magistrati per violata constituzione, e per peculato; finalmente i dispareri nati tra la censura ed il governo per accuse di tal sorte definissero. Sedessero i possidenti in Milano; i dotti in Bologna, i commercianti in Brescia: ogni biennio si adunassero.Magistrato supremo era la censura; componessesi da nove possidenti, da sei dotti, da sei commercianti; sedesse in Cremona; desse per se, e giudicasse le accuse date per violata constituzione e per peculato; cinque giorni dopo la fine delle adunanze dei collegi si adunasse; dieci giorni, e non più sedesse. Ordine buono era questo, ma l'età servile il rendeva inutile.Fosse il governo della repubblica commesso ad un presidente, ad un vice-presidente, ad una consulta di stato, ai ministri, ad un consiglio legislativo. Avesse il presidente la potestà esecutiva, il vice-presidente nominasse; fossero i ministri tenuti d'ogni loro atto verso lo stato.Ufficio della consulta fosse l'esaminare ed il concludere le instruzioni pei ministri presso le potenze, e l'esaminare i trattati. Potesse nei casi gravi derogare alle leggi sulla libertà dei cittadini, ed all'esercizio della constituzione: provvedesse in qualunque modo alla salute della repubblica. Se dopo tre anni qualche riforma giudicasse necessaria in uno o più ordini della constituzione, sì la proponesse ai collegi, ed i collegi definissero.Aveva il consiglio legislativo facoltà di deliberare intorno ai progetti di legge proposti dal presidente,e di consigliarlo sopra quanti affari fosse da lui richiesto.Il corpo legislativo statuisse le leggi proposte dal governo, ma non discutesse, nè parlasse: solo squitinasse.Tali furono i principali ordini della constituzione dell'Italiana repubblica, forse i migliori, massime i tre collegi ed il magistrato di censura, che Buonaparte abbia saputo immaginare.Letta ed accettata la constituzione, se ne tornava il consolo, traendo a calca e con acclamazioni il popolo, nel suo Lionese palazzo. Poscia, ricevute le salutazioni degl'Italici, e nominati i ministri, si avviava, contento del successo del suo Italiano sperimento, al maraviglioso e maravigliato Parigi.Fecersi molte allegrezze nell'Italiana repubblica per la data constituzione, e per l'acquistato presidente le adulazioni montarono al colmo, fastidiose per uniformità. Presersi solennemente i magistrati secondo gli ordini nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente del consolo, modestamente di se, acerbamente dei predecessori; toccò principalmente delle corruttele. Il lusso fu grande; Melzi viveva da principe, ma non con grandezza affettata. Essendo il presidente lontano, pareva l'indipendenza maggiore; i soldati si descrivevano, ed in buoni reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè prospera la rendita dello stato, che non ostante il tributo annuo che pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che lelibere. Chi voleva favellare con qualche libertà, era posto dove nissuno il poteva più udire. La consulta di stato, che per questo era stata creata, siccome quella che era docilissima, sapeva fare star cheto chi avesse voglia di parlare. Seppelo Ceroni, giovane d'ingegno vivo e generoso, che per qualche verso, che toccava d'independenza, andò carcerato, poi esiliato; con lui si trovarono nelle male peste Teuillet, generale Italiano, Cicognara, ed alcuni altri, solo per aver lodato i versi di Ceroni. Le quali cose udite dagli altri poeti e letterati, si misero in sul più bello dell'adulare. Diceva Buonaparte, che era tempo di mettere il freno; nel che aveva tutta la ragione; ma il male fu, che il mise ugualmente sul favellar bene, e sul favellar male. Molte cose si scrissero in quell'età; nissuna che avesse nervo, se non forse qualche imprecazione contro l'Inghilterra, perchè le imprecazioni contra di lei erano diventate parte d'adulazione. Nissuna cosa si scrisse che avesse dignità, serpeggiando l'adulazione per tutto; nissuna che avesse novità, perchè la lingua ed i pensieri erano levati di peso dalla lingua e dai libri Francesi, e neanco dai buoni, ma dai più cattivi; i più insipidi libricciattoli, le più informi gazzettacce servivano d'esemplare. Buon modo aveva trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori non facessero scarriere; questo fu di arricchirgli, e di chiamargli ai primi gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto vivere, tacevano, o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli assaliva, e negl'intimi simposj loro si sfogavano,e si divertivano a spese del presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non gli temeva. Insomma la letteratura fu servile, le finanze prospere, i soldati ordinati, l'independenza nulla. Pure un certo sentimento dell'essere e del vivere da se nasceva, e si propagava negli animi, che col tempo avrebbe potuto fruttare. Melzi, uomo di natura tutta Italiana, e che amava l'Italia, nodriva questi pensieri con arte; il che giunto alla grandezza del suo procedere aveva molta efficacia. Questi andamenti non piacevano al presidente; e però nol teneva più in quella grazia, in cui l'aveva per lo innanzi.Fra tutto questo sorgevano opere di singolare magnificenza; il foro Buonaparte, come il chiamavano, fondossi nel luogo dove prima s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso disegno, che molto ritraeva della Romana grandezza. Diessi mano al finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavorìo, che in parecchi secoli. Rendevasi la libertà impossibile, si acquistava la bellezza. Tutte queste cose, e quel nome di repubblica Italiana, singolarmente allettavano i popoli della penisola. Così vissesi qualche tempo in lei, finchè nuovi disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi pericoli, ed a nuovi destini.A questo nome di repubblica Italiana, ed all'essersene Buonaparte fatto capo, s'insospettirono le potenze, massimamente l'Austria, alla quale stavano per le sue possessioni più a cura le Italiane cose. L'imperatore Alessandro stesso, che già avevaconcetto qualche sinistra impressione per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella Svizzera, vieppiù si alienava da lui pei risultamenti della Lionese consulta, e le cose della Russia colla Francia già si scoprivano in manifesta contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato a mezzo viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare una scrittura, colla quale si sforzava di mostrare, che la Francia, conservando l'Italiana repubblica, non aveva preso troppo per se, nè tanto quanto avevano per se stessi preso gli altri potentati. Fatta comparazione della potenza della Francia prima della rivoluzione alla presente, discorreva, che prima ella aveva autorità negli stati del re di Sardegna per la vicinanza, e per le pretensioni dell'Austria sul Monferrato, in Venezia per la necessità in cui era questa repubblica di trovare appoggio contra la vicina ed ambiziosa Austria, nel regno di Napoli pel patto di famiglia. Ma che ora Venezia apparteneva all'imperatore, e che il patto di famiglia era rotto. Concludeva che l'Austria sarebbe stata padrona dell'Italia, se la Francia non si fosse attribuita una nuova forza per l'accessione della repubblica Italiana. Tacque del Piemonte, come se il tacere più valesse che l'appropriarsi. Nelle altre parti d'Europa, seguitava, la Polonia preda e nuova forza delle maggiori potenze, la Turchia inutile, la Svezia impotente, l'acquisto dei quattro dipartimenti del Reno non compensare nè far giusto contrappeso per lo spartimento della Polonia. Toccò poi anche la fine di Tippo Saib, grande aumento all'Inghilterra;moderatissimi essere i desiderj della Francia; avere restituito in pace quello, che aveva conquistato in guerra; ma non volere, col debilitar troppo se stessa, derogare alla sua dignità, ed alla consueta sua potenza; solo volere che nissuno preponderasse in Germania, nissuno in Italia; non voler dominare altrui, ma non voler anco esser dominata; a chi bene considerasse, essere evidente, ch'ella non aveva pei nuovi acquisti conseguito nuova forza, solo avere conservato l'antica.

SOMMARIO

Il consolo s'accorda con Roma, e rinstaura la religione cattolica in Francia. Concordato. Discussioni nei consigli del papa su di questo atto. Articoli organici aggiunti dal consolo, e querele del pontefice in questo proposito. Ordini Francesi introdotti in Piemonte, che accennano la sua unione definitiva colla Francia. Menou mandato ad amministrar questo paese in vece di Jourdan. Murat in Toscana. Suo manifesto contro i fuorusciti Napolitani. La Toscana data al giovane principe di Parma con titolo di regno d'Etruria. Il consolo insorge per arrivare a più ampia autorità, ed a titolo più illustre. Fa per questo sue sperienze Italiane, e chiama gl'Italiani a Lione. Quivi il dichiarano presidente della repubblica Italiana per dieci anni con capacità di esser rieletto. Constituzione della repubblica Italiana. Genova cambiata, e sua nuova constituzione. Monumento in Sarzana ad onore della famiglia Buonaparte, natìa di questa città. Il Piemonte formalmente unito alla Francia. Carlo Lodovico, infante di Spagna, re d'Etruria per la morte del principe di Parma. Descrizione della febbre gialla di Livorno. Le bilustri trame di Buonaparte arrivano al loro compimento; si fa chiamar imperatore. Pio settimo condottosi espressamente in Parigi, lo incorona.

Il consolo s'accorda con Roma, e rinstaura la religione cattolica in Francia. Concordato. Discussioni nei consigli del papa su di questo atto. Articoli organici aggiunti dal consolo, e querele del pontefice in questo proposito. Ordini Francesi introdotti in Piemonte, che accennano la sua unione definitiva colla Francia. Menou mandato ad amministrar questo paese in vece di Jourdan. Murat in Toscana. Suo manifesto contro i fuorusciti Napolitani. La Toscana data al giovane principe di Parma con titolo di regno d'Etruria. Il consolo insorge per arrivare a più ampia autorità, ed a titolo più illustre. Fa per questo sue sperienze Italiane, e chiama gl'Italiani a Lione. Quivi il dichiarano presidente della repubblica Italiana per dieci anni con capacità di esser rieletto. Constituzione della repubblica Italiana. Genova cambiata, e sua nuova constituzione. Monumento in Sarzana ad onore della famiglia Buonaparte, natìa di questa città. Il Piemonte formalmente unito alla Francia. Carlo Lodovico, infante di Spagna, re d'Etruria per la morte del principe di Parma. Descrizione della febbre gialla di Livorno. Le bilustri trame di Buonaparte arrivano al loro compimento; si fa chiamar imperatore. Pio settimo condottosi espressamente in Parigi, lo incorona.

Le cose della religione cattolica erano in gran disordine in Francia. L'assemblea constituente aveva interrotto la unione con la sedia apostolicarispetto alla instituzione pontificia dei vescovi, qual era stata accordata tra Leone decimo, e Francesco primo, e tolto i beni alla chiesa con appropriargli alla nazione. I governi che vennero dopo, massimamente il consesso nazionale, non solamente distrussero gli ordini statuiti dall'assemblea, ma spensero ancora ogni ordine religioso, perseguitarono i ministri della religione, ed alcuni anche sforzarono, cosa nefanda, a rinegare il proprio stato, e le proprie opinioni. Il direttorio continuò a perseguitare i preti, ora confinandogli nell'esiglio, ora serrandogli nelle prigioni, e sempre impediendo loro, massime ai non giurati, che liberamente e pubblicamente celebrassero i riti divini. Fra tante amarezze dell'anime pie, qualche consolazione recavano i preti giurati colle esortazioni, e coi conforti loro: ad essi la Francia debbe restar obbligata della conservazione della fede; della conservazione medesima la sedia apostolica debbe sentir loro obbligo, sebbene abbia cagione di dolersene per la diminuzione da loro introdotta, e pertinacemente sostenuta con le parole, con le opere, e con gli scritti, nella giurisdizione della cattedra di San Pietro. Conservarono eglino la fede, che è la radice, senza la quale ogni religione, non che ogni disciplina ecclesiastica, sarebbe impossibile. Ma la religione senza un culto ordinato, e senza riti accordati con la pubblica autorità, e da lei riconosciuti e protetti, non potrebbe sussistere lungo tempo, la cattolica meno di ogni altra, solita a cattivar gli animi con le pompe e solennità esteriori. Ciò si vedevano gli uomini prudenti, nei quali eraentrata la persuasione, che le credenze religiose sono un ajuto efficace alle leggi civili: quest'istesso vedevano gli uomini religiosi, che si dolevano, che quello che nelle menti e nei cuori loro pensavano ed amavano, non potessero in ordinato e pubblico modo manifestare. Era adunque nato un desiderio in Francia di veder ristorati i riti della religione cattolica, e molti Francesi in questo desiderio tanto più s'infiammavano, quanto più difficile sembrava la rintegrazione. Certo pareva, che ove una prima insegna di Cristo si fosse rizzata, là sarebbero concorsi cupidamente, e con amore avrebbero abbracciato coloro, che rizzata l'avessero. Buonaparte non era uomo da non vedersi queste cose, meno ancora da non usarle per edificare la sua potenza, e per arrivare a' suoi fini smisurati. Per questo aveva dato parole di pace, di religione, di rispetto, e d'amicizia verso il papa, quando ritornò, dall'Egitto arrivando, in Francia; per questo tenne i medesimi discorsi quando andò alla seconda conquista d'Italia; per questo le medesime protestazioni accrebbe quando vittorioso nei campi di Marengo se n'era tornato nella sua consolar sede di Parigi. Adunque divenuto libero dai pensieri, che più nella mente sua pressavano, della guerra, applicava viemaggiormente l'animo al negoziare col papa, col fine di venirne con lui ad un aggiustamento in materia religiosa. Offeriva di dare stato, culto, e comodi pecuniari alla religione cattolica, ed ai suoi ministri. Aggiungeva le solite lusinghe, favellando con accomodate parole della mansuetudine, e della santità del Chiaramonti, vescovo d'Imola.Nè tralasciava le consuete dimostrazioni del suo amore verso la religione, e verso i Francesi. Alcuni accidenti ajutavano queste pratiche, altri le disajutavano. Dava favore al consolo un concilio nazionale di vescovi giurati che dipendentemente da un altro tenuto nel novantasette, con suo consentimento espresso era per adunarsi in Parigi il dì di San Pietro. Non solamente ei non impediva che questi vescovi parlassero, ma gl'incitava anche a parlare, quantunque fossero giurati, e contrarj a quella pienezza di potestà, che i papi pretendono spettarsi alla sedia apostolica. Della quale facoltà largamente usando, mandavano circolari esortatorie ai vescovi, e preti loro compagni della chiesa gallicana, acciocchè imitando, come dicevano, quella carità, di cui Gesù Cristo aveva lasciato il precetto e l'esempio, venissero al destinato giorno ad unirsi nel concilio di Parigi. Compissesi, confortavano, l'opera incominciata nel concilio del novantasette, dessesi occasione ed incitamento al rinnovare queste nazionali e sante assemblee presso tutte le altre nazioni della cristianità, assemblee tanto raccomandate, e tanto commendate dalla veneranda cristiana antichità; nodrissesi speranza, che fossero esse il principio di un concilio ecumenico, la di cui convocazione già da più secoli interrotta, sebbene il concilio di Costanza avesse prescritto che ogni dieci anni si convocasse, era santa e necessaria cosa rintegrare. Mandavano al tempo stesso pregando il papa, col quale già il consolo negoziava per venirne allo statuire con lui precetti contrarj, inviasse suoi deputati per certificarsi, quale equanta fosse la purità della fede loro: con lui si lamentavano di essere stati prima condannati che uditi da Pio sesto; affermavano, per opera loro non essere stato interrotto il corso della potestà episcopale: forse, sclamavano, poter essere loro imputato a peccato l'avere somministrato i sussidj, ed i conforti della religione a sì copioso numero di diocesi, e di parrocchie abbandonate dai pastori loro? Allegavano, che la facoltà di teologia, e di diritto canonico di Friburgo in Brisgovia aveva profferito una sentenza tutta a loro favorevole, sebbene non provocata; imploravano il parere di tutte le altre università cattoliche, offerendosi pronti a dire ed a scrivere quanto loro fosse addomandato a dilucidazione della controversia. Protestavano finalmente, essere figliuoli obbedienti della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, e romana; e con parole efficacissime testimoniavano, nel grembo suo voler vivere, nel grembo suo morire.

Trattavasi in queste controversie principalmente della elezione dei vescovi, cioè quanto al temporale, se la elezione fatta dal popolo fosse valida, come quella fatta dai re e da altri capi di nazioni, e quanto allo spirituale, se, perchè il filo della successione episcopale non fosse interrotto, fosse necessaria l'instituzione del pontefice Romano, o se bastasse quella fatta da un altro vescovo. Trattavasi poi anche di quest'altro punto, se gli ecclesiastici dovessero vivere per le sole obblazioni dei fedeli, o se dovessero possedere beni in proprio, e se dottrina eretica fosse il mantenere che la potestà temporale, pei bisognigenerali dello stato potesse por mano senza il consenso del Romano pontefice nei beni della chiesa. Non era punto nè incerta, nè ignota la opinione dei vescovi giurati adunati in Parigi intorno alle annunziate questioni, poichè ognuno sapeva, che sentivano contro le dottrine della Romana sede. Nè solo queste opinioni in Francia erano sorte, ma a loro non pochi uomini dottissimi, e di ogni religiosa virtù ornati in Italia si erano accostati; conciossiachè, tacendo del Ricci, vescovo di Pistoja, che più vivamente di tutti procedeva, nella medesima sentenza erano venuti i professori Degola, Zola, Tamburini, Palmieri, e con loro Gautier, prete Filippino di Torino, Vailua canonico d'Asti, con molti altri sì Toscani, che Napolitani, che dal Ricci, o dai fratelli Cestari avevano le medesime dottrine imparato. Non dubitava Gautier di affermare, quale principio incontrastabile, che le elezioni dei vescovi sono di diritto divino, od almeno di apostolica constituzione, che sì fatto modo di elezione venne statuito dagli apostoli stessi, e servì di esemplare alla disciplina praticatasi universalmente nella chiesa nei secoli posteriori intorno ad un articolo di tanta importanza: allegava il Filippino a confermazione della sua dottrina, che l'elezione di San Mattia era stata fatta, non da San Pietro solamente, ma da tutti i discepoli adunati nel cenacolo, che sommavano a centoventi: finalmente usciva con dire, che se in fatto il pontefice Romano usava da più secoli la facoltà di instituire i vescovi, per mera usurpazione ne usava. Da tutto questo concludeva, che il papa dovevariconoscere, e confessare per veri e legittimi vescovi coloro, ch'erano stati creati in conformità degli ordini stabiliti dall'assemblea constituente di Francia. Voleva adunque Gautier, ed esortava i vescovi, andassero, non ammessa scusa alcuna, o pretesto in contrario, al concilio di Parigi per ingerirsi in quella gran causa, perchè pareva a lui, che chiunque diritto e senza prevenzione mirasse, avesse a venire in questa sentenza, che l'innocenza, la ragione, la giustizia, secondo i sani principj dei canoni stessero intieramente in favore dei pastori ordinati a norma della constituzione del clero di Francia; che essi veri e legittimi pastori fossero, siccome quelli che erano stati eletti dal popolo cristiano, ed appruovati e constituiti nelle loro chiese dai rispettivi metropolitani secondo i canoni primitivi dalla venerazione di tutto l'universo confermati, e contro i quali nissuna consuetudine potrebbe prevalere. A queste opinioni con l'autorità sua, e con gli scritti dava favore Benedetto Solaro, vescovo di Noli, mostrando gran desiderio di recarsi al concilio Parigino.

Pure da un'altra parte la Romana curia ardentemente impugnava le medesime dottrine: Pio sesto pe' suoi brevi dei dieci marzo e tredici aprile del novantuno, le aveva solennemente condannate, affermando, e costantemente asseverando, che la potestà di compartire la giurisdizione ecclesiastica secondo la disciplina da più secoli venuta in costume, e dai concilj, ed ancora dai concordati confermata, non apparteneva neppure ai metropolitani; che anzi questa potestà era allafonte, dond'era derivata, ritornata, siccome quella che unicamente nell'apostolica sede ha la sua stanza, che presentemente al Romano pontefice spettava il provvedere di vescovi ciascuna chiesa, come spiega il concilio di Trento; dal che ne conseguitava che niuna legittima instituzione di vescovi può esservi, eccetto quella che dalla sedia apostolica si riceve; così avere statuito la Chiesa universale debitamente adunata in concilio; così avere constituito il concordato concluso tra Leone decimo pontefice, e Francesco primo re di Francia; dal che si vedeva, che sebbene solamente dal secolo decimoquinto i pontefici successori di San Pietro instituissero nelle sedi loro i vescovi, incontrastabile nondimanco era in questa materia il diritto loro, perciocchè vicarj di Cristo essendo, in se tutta avevano raccolta la potestà data da Dio in terra pel governo della chiesa; e se i vescovi erano posti a reggere le chiese particolari, ciò solamente potevano fare, quando dal supremo ed universal pastore ne avevano ricevuto il mandato.

A queste dottrine della curia Romana, come le chiamavano, non potevano star forti, nè udirle pazientemente gli avversarj, e con parole e con iscritti e con allegazioni di testi, e con sequele di ragionamenti continuamente le combattevano. Nè ciò facendo, del tutto modestamente procedevano: perciocchè, quantunque usassero discorsi artifiziosamente umili verso il pontefice, mescolavano nondimeno motti acerbi, e sentenze ancor più acerbe, quando favellano della potestà pontificia, e le disputazioni, comedi teologi, s'innasprivano. Insomma, siccome per la constituzione civile del clero ordinata dall'assemblea constituente pareva loro avere vinto una gran causa, così con tutti i nervi, e con tutte le forze loro tentavano di riconfermare la conseguita vittoria.

Queste contese teologiche molto piacevano al consolo, e gli dimostravano una grande opportunità, perchè non dubitava che il papa, temendo ch'ei non fosse per gettarsi in grembo agl'impugnatori della santa sede, avrebbe mostrato più docilità nel concedere ciò che desiderava; perciò questi umori non solo favoriva, ma incitava. Questi erano gli accidenti favorevoli al consolo; ma per natura, e per uso, e per massima amava egli molto più il governo stretto e monarcale del papa, che il governo largo e popolare degli avversarj, e gli pareva che gli ordini papali, rispetto alla potestà unica ed universale, fossero un grande, utile e maraviglioso pensamento. Chiamava i giansenisti gente di molta fede, e di ristretti pensieri; nè gli pareva che la constituzione del clero, siccome cosa antiquata e cagione di molte disgrazie, si potesse utilmente rinfrescare. Un nuovo e vivace pensiero, e più conforme ai desiderj dei popoli, gli pareva che abbisognasse.

Da un'altra parte cadevano in questa materia molte e gravi difficoltà. La principale forza del consolo era posta ne' suoi soldati e non istava senza qualche timore, che quell'apparato religioso, al quale da sì lungo tempo erano disavvezzi, e quel comparir di preti, cui avevano econ fatti perseguitato, e con motteggi lacerato, non paresse avere agli occhi loro qualche parte di ridicolo, cosa di somma importanza in Francia. Temeva altresì su quei primi principj la setta filosofica, nemica al papa, assai più potente di quella che impugnava la larghezza dell'autorità pontificia. Egli aspettava dalla prima gran favore e gran sussidio. Ma più di tutto questo travagliava l'animo suo la faccenda dei beni della chiesa venduti dai precedenti governi; perchè l'ottenere del papa la confermazione di queste vendite era di sommo momento, e sapeva che il pontefice ripugnava al fare in questo proposito alcuna espressa dichiarazione. Pure la tranquillità dei possessori era fondamento indispensabile della sua potenza. Non pochi dei giurati erano di gran nome, e di qualche autorità, e il consolo gli voleva vezzeggiare: ma l'impetrare dal papa, che non solamente gli assolvesse, e nel grembo suo gli riaccettasse, ma ancora, come desiderava, che ai primi seggi della gallicana chiesa gli sollevasse, appariva intricato, e malagevole argomento. La medesima difficoltà sorgeva per gli ecclesiastici della parte contraria, che avevano conservato i seggi loro anche ai tempi dell'esiglio, ed ai quali non avrebbero forse voluto rinunziare, parte per insistenza nell'antiche opinioni, parte per affezione alla famiglia reale di Francia.

Nè mediocre impedimento alla definizione del trattato recava il capitolo della celebrazione dei riti cattolici; perciocchè essendo i medesimi andati in disuso da sì lungo tempo, non era senzapericolo di scandalo, in mezzo a popolazioni iniette di usi e di opinioni contrarie, il volere che tutto ad un tratto pubblicamente, e secondo tutti gli usi della chiesa si celebrassero: si temeva che nascessero enormità, dalle quali i fedeli ricevessero maggiore offensione, che edificazione. Ripugnava adunque il consolo, malgrado che il papa insistesse per ogni larghezza di culto pubblico, a questa condizione, volendo indugiare a tempo più propizio i desiderj di Roma.

Non ostante tutte queste malagevolezze in un negozio di tanta importanza, essendo nelle due parti grandissimo desiderio di convenire, mandava Pio settimo a Parigi il cardinale Ercole Consalvi, suo segretario di stato, Giuseppe Spina arcivescovo di Corinto, ed il padre Caselli, teologo consultore della santa sede. Dal canto suo dava il consolo facoltà di trattare e di concludere a Giuseppe Buonaparte, a Cretet, consigliere di stato, ed a Bernier, curato di San Lodo di Angeri. Da questi si venne il dì quindici luglio al trattato definitivo tra la santa sede, e la repubblica di Francia, atto piuttosto di unica che di molta importanza, poichè per lui si restituiva alla chiesa cattolica una parte nobilissima d'Europa, e si ridava la pace a tanti uomini di coscienza timorata e pia. Il fece il papa per motivi religiosi, il consolo per mondani; nè troppo ei se n'infinse; il che fu non senza scandalo, perchè gli uomini religiosi abbominavano, che la religione si usasse per mezzo, non per fine, antica, fondata, ed inutile querela.

Confessatosi dal governo francese; che la religionecattolica, apostolica e romana era professata dalla maggior parte dei Francesi, e confessatosi altresì da Sua Beatitudine, che dalla sua rintegrazione in Francia era per derivarle un grande benefizio ed un grande splendore, convennero e stipularono le due parti, che la religione cattolica, apostolica e romana avrebbe libero e pubblico esercizio in Francia, a quelle regole conformandosi, che il governo giudicherebbe necessarie per la quiete dello stato: s'accorderebbero la santa sede ed il governo ad ordinare una nuova circonscrizione delle diocesi: esorterebbe il pontefice i vescovi titolari a rinunziare alle sedi loro, e se nol facessero, con la elezione di nuovi titolari provvederebbe; nominerebbe il consolo tre mesi dopo la pubblicazione della bolla di Sua Santità gli arcivescovi, ed i vescovi secondo la nuova circonscrizione, e conferirebbe il papa l'instituzione canonica secondo le regole constituite per la Francia innanzi che il governo vi si cambiasse: le sedi vescovili, che in progresso vacassero ugualmente con nominazioni fatte dal consolo, si riempissero, e l'instituzione canonica, conforme al capitolo precedente, dal papa si conferisse; giurassero i vescovi, e gli altri ecclesiastici, prima dell'ingresso loro, fedeltà alla repubblica, e promettessero di svelare qualunque trama contraria allo stato; pregassero nelle chiese per la repubblica e pei consoli; i vescovi non potessero fare nuove circoscrizioni di parocchie, nè nominare parochi, se non a beneplacito del governo; le chiese non vendute si restituissero ai vescovi. Dichiarava inoltreil papa, avuto riguardo alla pace ed alla rintegrazione della religione in Francia, che nè egli, nè i suoi successori non sarebbero mai per molestare gli acquistatori dei beni ecclesiastici alienati, e che per conseguente la proprietà di essi beni, i diritti e le rendite annessevi, fossero e restassero incommutabilmente in loro, nei loro eredi, e negli aventi causa da essi. Obbligossi il governo di Francia a dare congrui assegnamenti ai vescovi ed ai parochi, a provvedere che i fedeli di Francia potessero legare alle chiese per benefizio della religione. Confessò e riconobbe il papa, essere nel consolo gli stessi diritti e prerogative, di cui appresso alla sedia apostolica godevano gli antichi sovrani di Francia. Se accadesse, che un consolo acattolico arrivasse al seggio supremo in Francia, i suoi diritti e prerogative, e così ancora la forma delle elezioni dei vescovi si regolassero per un nuovo accordo.

Concluso il concordato, dissolveva tostamente il consolo, non avendone più bisogno, il concilio nazionale di Parigi. Così gli sforzi dei vescovi e preti giurati, per astuzia del consolo, servirono alla rintegrazione dell'autorità papale piena in Francia.

Questa convenzione mandata a Roma per la ratifica del papa, vi destò gravi e pertinaci controversie. I teologi più stretti e più dediti alle massime della curia Romana, apertamente biasimavano i plenipotenziarj dello avere troppo largheggiato nelle concessioni, e grandemente offeso i diritti e le prerogative della chiesa cattolica. Il papa medesimo, siccome quegli che moltotimorato era, e delle prerogative della santa sede zelantissimo, se ne stava in forse, non sapendo risolversi al ratificare. I capitoli, su i quali cadevano principalmente le controversie, erano, primieramente quello che statuiva, doversi il pubblico esercizio del culto regolare dalla potestà temporale senza nissun intervento dell'ecclesiastica, secondamente quello, per cui si dichiarava da parte del pontefice la proprietà incommutabile a favore degli acquistatori dei beni ecclesiastici. Pareva ad alcuni, che il sostenere che la potestà laica possa di per se, e senza l'intervento della potestà ecclesiastica far regole pel culto pubblico, quandanche fosse per ragione della quiete dello stato, e che ad esse regole sia la chiesa obbligata ad uniformarsi, fosse proposizione non solamente contraria ai canoni, ma ancora più che sospetta di eresìa, siccome quella che è contraria al detto dell'apostolo, che i vescovi sono posti dallo Spirito Santo al governo della chiesa di Dio. Allegavano, che non vi è chiesa senza culto, che chi regola il culto regola la chiesa, e che chi regola regge. O è dunque falso, concludevano, che i vescovi siano destinati dal divino Spirito a reggere la chiesa, il che è eresia, o è indubitato, che i vescovi soli, e non i laici debbono reggere il culto, il che è dogma. A queste ragioni vieppiù si peritava papa Pio, e stava dubbio del partito al quale dovesse appigliarsi. Deliberò, prima di risolversi, di consigliarsi coi teologi più dotti di Roma: richiese del parer loro il cardinale Albani, e frate Angelo Maria Merenda dei predicatori, commissario delsant'officio. S'accordarono ambidue, che il papa, salva coscienza, potesse ratificare.

Il Merenda principalmente, molto sottilmente di questa materia ragionando, statuiva, che se si trattasse di stabilire una bolla, un canone, una definizione, od una massima in materia di dottrina, il dire, che la potestà laica possa regolare il culto senza l'intervento della potestà ecclesiastica, e che alle sue regole debbano gli ecclesiastici uniformarsi, sarebbe proposizione eretica; ma non parimente quando si trattasse, come nel caso presente, di trattato, convenzione, o accordo, che si facesse coll'intento d'introdurre una regola, per cui si rintegrassero e si repristinassero la religione e l'ecclesiastica disciplina, in un paese del quale erano da molti anni miseramente sbandite, benchè da più secoli, come in loro propria sede vi dimorassero, e gli abitatori suoi fossero stimati veri e legittimi figliuoli primogeniti della chiesa. Sapersi, quanto fosse la parte acattolica potente in Francia, quanto disusata la religione, quanto facili a nascervi gli scandali: però le circostanze dei luoghi e dei tempi richiedere, che per evitare i danni maggiori che da un rifiuto nascerebbero, per non privare un gran numero d'innocenti di quegli spirituali sussidj, che potevano con la condizione presente concordarsi, per avviare insomma l'importantissimo affare della religione di un paese, che nel miglior modo che si potesse la desiderava, poteva, e doveva il sommo pontefice risolversi alla ratificazione; nè all'uomo prudente appartenersi il far gitto di tutto, quando si può conseguireuna parte: nè a patto alcuno potere il pontefice di tale atto venir censurato, perchè soltanto faceva una concessione, la quale dalla sua autorità procedendo, non dava nissun diritto alla potestà secolare: avere voluto il divino Redentore, che in tempi avversi usassero gli apostoli la prudenza del serpente, e la semplicità della colomba; il quale precetto, siccome spiega San Tommaso, significare, che, siccome il serpente nel pericolo s'avviticchia, e nasconde il capo per salvarlo, così la chiesa deve studiarsi di salvar la fede, che è il capo e il fondamento, su cui rimane la chiesa medesima edificata; e siccome colomba, ella deve con la dolcezza, e con la lenità sforzarsi di mitigar l'ira degli avversarj. Il cardinale Albani a questo parere tanto più volentieri si accostava, quanto più sapeva, che i plenipotenziarj di Francia avevano dato promesse certe per iscritto, che le modificazioni e restrizioni della pubblicità del culto non in alcuna parte sostanziale, ma solamente nelle processioni esteriori, nelle sepolture, ed in altri somiglianti casi consistevano.

Quanto poi al capitolo che concerneva i compratori dei beni ecclesiastici venduti, manifestarono Albani e Merenda una opinione del pari conforme, e del pari favorevole alle stipulazioni, parendo loro, che secondo i termini in cui era espresso, non per altro Sua Santità riconoscesse i compratori, come proprietarj dei beni alienati, se non in conseguenza delle promesse che loro faceva di non molestargli, nè per se, nè pe' suoi successori; dalla qual promessa ne veniva loroassicurato il quieto e pacifico possesso, dal quale sorgeva necessariamente il diritto incommutabile di proprietà. Non era adunque, pensavano, che Sua Santità riconoscesse negli acquistatori l'anzidetto diritto di proprietà independente dalla sua concessione; che anzi il diritto stesso di proprietà, siccome il capitolo esprimeva, era una sequela della condonazione implicitamente contenuta nella promessa di non molestare i possessori, condonazione, che il papa loro faceva colla pienezza dell'apostolica suprema sua autorità. Che se, aggiungevano i due consultatori della santa sede, le due parti del capitolo fossero state concepite con ordine inverso, e si fosse detto che il papa dichiarava, dovere la proprietà dei beni ecclesiastici alienati rimanere immutabilmente presso gli acquistatori, e che in conseguenza non avrebbero essi mai ricevuto molestia nel possesso di tali beni da parte della santa sede, una dichiarazione di tal sorta sarebbe stata di grave censura degna, perchè con lei si sarebbe appruovato in certo modo l'errore già dai sacri concilj Lateranense secondo, e Constanziense condannato in Arnaldo da Brescia, Marsilio da Padova, Giovanni da Garduno, e nei Valdesi, Viclefiti, ed Ussiti: ma trovandosi le due parti del capitolo collocate, come sono, il capitolo era irreprensibile, poichè la proprietà risultava dalla condonazione del papa, non la condonazione dalla proprietà.

Stante adunque le dilucidazioni date dal cardinale e dal commissario, non soprastette più lungamente Pio settimo a dare il suo assenso, e ratificò il concordato. Scrisse al tempo stessobrevi ai vescovi titolari, acciocchè alle loro sedi rinunziassero. Alcuni rinunziarono, la maggior parte, massimamente quelli che si erano riparati in Inghilterra, ricusarono. Dei giurati Primat, le Blanc de Beaulieu, Perrier, Lecoz, Saurin, supplicato al papa che loro perdonasse, e nelle sedi destinate dal consolo gl'instituisse, impetrarono.

Rimossi per tale guisa tutti gli impedimenti, pubblicava il consolo il giorno di Pasqua dell'ottocentodue il concordato. Scriveva ai vescovi una circolare, in cui con parole asprissime ingiuriava i filosofi: poi rivolgendosi ai francesi con Buonapartico stile discorreva, che da una rivoluzione prodotta dall'amore della patria erano sorte le discordie religiose, e per esse il flagello delle famiglie, gli sdegni delle fazioni, le speranze dei nemici; uomini insensati avere atterrato gli altari, spento la religione; per loro avere cessato quelle divote solennità, in cui l'un l'altro aveva per fratello, in cui tutti sotto la mano di Dio creatore di tutti si stimavano fra di loro uguali; per loro non udire più i moribondi quella voce consolatrice, che chiama i cristiani a miglior vita; per loro Dio stesso parere sbandito dalla natura; dipartimenti distrutti dall'ire religiose, forestieri chiamati a danni della patria, passioni senza freno, costumi senz'appoggio, sciagure senza speranza, dissoluzioni di società; solo la religione avere potuto portarvi rimedio; averlo lui voluto, averlo nella sapienza sua voluto il pontefice, averlo i legislatori della repubblica appruovato; così essere sorto il concordato; così essere spenti isemi delle discordie, così svanire gli scrupoli delle coscienze, così superarsi gli ostacoli della pace. Dimenticassero, esortava, i ministri della religione le dissensioni, le disgrazie, gli errori; con la patria la religione gli riconciliasse; con la patria gli ricongiungesse; i giovani cittadini all'amore delle leggi, all'obbedienza dei magistrati informassero; consigliassero, predicassero, inculcassero, che il Dio della pace era per anco il Dio degli eserciti, e che, impugnate l'armi sue insuperabili, combatteva a favor di coloro, che la libertà della Francia difendevano.

Grande allegrezza ricevettero i fedeli in Francia per la rintegrata religione. Gioinne anche maravigliosamente Roma, ma non fu il contento del pontefice senza amarezza; conciossiachè il consolo aveva accompagnato la pubblicazione del concordato con certe regole di disciplina ecclesiastica sotto forma di decreto, che, secondo le Romane opinioni, offendevano le prerogative della santa sede, o restrignevano l'autorità dei vescovi, o difficultavano l'ingresso allo stato ecclesiastico. Voleva che nissuna bolla, o breve, o rescritto qualunque della Romana corte potessero, senza il beneplacito del governo, essere pubblicati, od eseguiti in Francia; la quale proibizione rispetto ai brevi della penitenzierìa parve cosa insolita, e poco decorosa per la santa sede. Voleva che nissuno senza il beneplacito potesse assumere la qualità di nunzio, legato, vicario, o commissario apostolico; che i decreti dei sinodi forestieri, ed anzi quelli dei concilj generali non si potessero pubblicare, se non previa appruovazione del governo;che nissun concilio o nazionale o metropolitano, che nessun sinodo diocesano senza permissione tenere si potesse; che le funzioni ecclesiastiche fossero gratuite, salve le obblazioni dei fedeli; che vi fosse ricorso al consiglio di stato per gli abusi; che s'intendessero abusi ogni contravvenzione alle leggi della repubblica, od alle regole stabilite dai canoni in Francia, ogni offesa delle libertà, franchigie, e costumanze della chiesa gallicana, ogni atto commesso nell'esercizio del culto, che od offendesse l'onore dei cittadini, o turbasse arbitrariamente le loro coscienze, o tendesse all'oppressione, all'ingiuria, allo scandalo. Voleva parimente, che i vescovi non potessero ordinare alcun ecclesiastico, se non possedesse almeno una rendita di trecento franchi, e se non fosse arrivato all'età di venticinque anni. Nè minore offesa aveva recato l'articolo statuito pure dal consolo, che i professori dei seminarj fossero obbligati a sottoscrivere la dichiarazione del clero di Francia del milaseicentottantadue, e ad insegnare la dottrina dei quattro articoli, dottrina incomportabile a Roma, almeno quanto spetta ai tre ultimi.

Tutte queste regole, che appartenevano alla disciplina ecclesiastica, quantunque fossero giuste e necessarie sì per la sicurezza della potestà temporale, come pel buon ordine dello stato, ed usate già dai tempi antichi non solamente in Francia, ma ancora in altri paesi d'Europa, e massimamente in Italia, facevano mal suono alle Romane orecchie; ma il consolo ne aggiunse un'altra veramente intollerabile, perchè toccava lagiurisdizione, e questa fu, che i vicarj generali delle diocesi vacanti continuassero ad usare l'autorità vescovile, anche dopo la morte del vescovo, e fino a tanto che successore non avesse. Parve cosa troppo enorme; perciocchè i vicarj generali altro non sono, che i mandatarj del vescovo, ed ogni facoltà loro, come di mandatarj, cessa pel fatto della morte del mandatore. Bene dottrina più sana è quella, che sino alla creazione del successore ogni autorità sia investita nel capitolo della chiesa cattedrale, e che i vicarj capitolari eletti da lui la eserciscano.

Se ne dolse il papa, e non punto calse al consolo ch'ei se ne dolesse. Orava in concistoro Pio settimo, descrivendo con singolare facondia i negoziati introdotti, le stipulazioni fatte, lo stato della Francia. Ecco, diceva, i templi dell'Altissimo di nuovo aperti; l'augusto nome di Dio, e de' suoi santi sulle loro fronti scritto; i ministri del santuario per le sacre cerimonie in un coi fedeli intorno agli altari accolti, le greggi novellamente sotto la tutela dei legittimi pastori ridotte, novellamente i sacramenti della chiesa con libertà e con riverenza ministrati, novellamente solidato il pubblico esercizio della cattolica religione, novellamente spiegato all'aura lo stendardo della croce, novellamente il giorno del Signore santificato; ecco novellamente il capo della chiesa, col quale chiunque non raccoglie, dissipa, riconosciuto; ecco finalmente uno scisma deplorabile, che per la vastità della Francia, per la celebrità de' suoi abitatori, per la chiarezza delle sue città minacciava gran pericoli, e granruine alla cattolica religione, ecco questo deplorabile scisma dissipato e spento. Tali sono i vantaggi, tali i benefizj, tale la salute, che il santo giorno della redenzione, in cui, pubblicato il concordato, la Francia empiè di compunti e venerabondi fedeli i tempj, ha partorito. Poscia il pontefice, in se medesimo raccoltosi, continuò dicendo: «Non è però, venerabili fratelli, che l'animo nostro non sia in mezzo alla sua contentezza da qualche amara puntura trafitto. Sonsi col concordato, noi non consapevoli, pubblicati certi articoli, di cui è debito nostro, seguitando le vestigia del nostri antecessori, di addomandare e le modificazioni, e le mutazioni: di ciò richiederemo il consolo; ciò speriamo dalla sapienza e dalla religione sua, dalla sapienza e dalla religione della nazione Francese, che da tanti secoli tanto ha di questa religione meritato, e che oggidì novellamente con sì acceso desiderio l'abbraccia. Volle il governo di Francia, che la religione in Francia si ristorasse: non può non volere quanto la sua santa constituzione richiede, quanto la salutare disciplina della chiesa ricerca». Infatti instò il papa, perchè gli articoli si riformassero; ma il consolo, che, ottenuto il concordato, voleva essere padrone della chiesa, non che la chiesa fosse di lui, rispondeva ora con sotterfugj, ora con minacce, nè mai il pontefice potè venire a capo del suo intendimento. In tale conformità continuarono le faccende religiose in Francia, finchè nuove condiscendenze del pontefice, e nuove ambizioni del consolo mandarono ogni cosa in ruina ed in conquasso.

A questo modo travagliava Roma con Francia. Intanto cambiamenti notabili fin dal varcato anno erano accaduti in Piemonte. Aveva il consolo cupidigia di serbar questo paese per se. Ma indugiava a risolversi, ed occultava cautamente le sue intenzioni. Aveva anzi veduto volentieri il marchese di San Marsano mandato a Parigi per negoziare della restituzione del Piemonte. Le incertezze e le ambagi del consolo, le offerte palesi fatte al re dopo la battaglia di Marengo, e la presenza del marchese a Parigi tenevano in pendente l'opinione dei popoli in Piemonte, e toglievano ogni modo di buon governo. Ognuno guardava verso Firenze, Roma, o Napoli, dove abitava, ora in questa, ora in quella, il re Carlo Emanuele. Appresso a lui vivevano molti nobili Piemontesi o de' più ricchi, o de' più capaci. Si aggiungeva Vittorio Alfieri, nato in Asti di Piemonte, uomo di quell'ingegno smisurato, che ognuno sa, padre della tragedia Italiana, e da essere eternamente, non che venerato, adorato da chi venera ed adora le Italiane muse. Avendo egli odiato e maledetto i re, quando erano in fiore, si era poi messo ad odiare ed a maledire le repubbliche, quando erano venute in potenza, e ciò meno forse pel male che in quelli od in queste era, che pel genio in lui naturale di andar sempre a ritroso. Adunque in Firenze standosene, continuamente fulminava contro la condizione delle cose Piemontesi. L'autorità di un uomo sì grande operava con efficacia, e vieppiù rompeva ogni nervo del governo. Sorsero le sorti fatte più certe della Cisalpina e della Liguria,mentre si tacquero quelle del Piemonte, onde chi sperava pel re ebbe cagione di più sperare, chi temeva di più temere. In tali intricate occorrenze avvenne di verso Borea un caso di grandissima importanza, perchè nella notte dei ventitrè marzo dell'ottocentouno morì di morte violenta Paolo, imperatore di Russia; della quale non così tosto fu avvisato il consolo, che trovandosi libero dalle instanze di lui, e volendo preoccupare il passo alle intenzioni di Alessandro suo figliuolo e successore, fece un decreto, il quale, sebbene ancora non importasse la unione definitiva del Piemonte alla Francia, accennava però manifestamente, che sua volontà fosse, che la unione si effettuasse: constituiva il decreto il Piemonte secondo gli ordini di Francia. Perchè poi non paresse all'imperatore Alessandro, che il signore della Francia troppo impertinentemente avesse operato nel prendere, prima di consigliarsi con lui, una deliberazione di tanta importanza, diede al decreto una data anteriore al giorno, in cui gli pervennero le novelle della morte di Paolo. Sperava che Alessandro, trovata all'assunzione sua la cosa fatta, non difficilmente sarebbe per consentirvi. Importava il decreto dato ai due di aprile dell'ottocentouno, che il Piemonte formerebbe una divisione militare della Francia, che fosse partito in sei dipartimenti, che le leggi della repubblica rispetto agli ordini amministrativi e giudiziali vi si pubblicassero ed eseguissero, che le casse al primo giugno fossero comuni, che un amministrator generale con un consiglio di sei reggesse, che Jourdan restasse eletto amministratorgenerale. Si crearono sei dipartimenti, dell'Eridano con Torino, di Marengo con Alessandria, del Tanaro con Asti, della Sesia con Vercelli, della Dora con Ivrea, della Stura con Cuneo. Ma il consolo, che principiava a non amare i nomi antichi, cambiò quello del primo, non più dell'Eridano, ma del Po chiamandolo, e credè con ciò di aver fatto un bel tratto.

Mandava Jourdan a Parigi per ringraziare, e per promettere obbedienza deputati; furono quest'essi, Bossi uno dei consiglieri, Baudisson, professore dell'università, i nobili d'Harcourt, Alfieri di Sostegno, della Rovere, e Serra. Furono veduti molto volentieri, massime i nobili, perchè il consolo gli voleva allettare. Solo Fouché, ministro di polizia generale, trascorse in presenza loro con parole eccessive contro i preti e contro gli aristocrati: il che fe' ridere, e stringere nelle spalle i deputati.

Intanto il consolo si studiava a conciliarsi l'animo di Alessandro, ed a congiungerselo in amicizia; e siccome astutissimo ch'egli era, e sprofondato in tutte le arti di Francia, d'Italia, e d'Egitto, avendo udito che il novello imperatore era di natura generosa, e tendente al governar gli uomini piuttosto con dolcezza che con severità, se gli mise intorno da tutte parti tentandolo. Avere voluto la Provvidenza, diceva, arbitra delle umane cose, che un principe d'animo nobile e buono fosse salito al sovrano seggio delle Russie; avere voluto da un'altra parte, che un generale di qualche nome avesse recato in se la somma dell'autorità in Francia, generale, al qualee le filosofiche dottrine e la religione piacevano, che sapeva qual moderazione convenisse alle prime, quale tutela alla seconda: sarebbe felice il mondo, se Francia e Russia potentissime s'accordassero tra loro al medesimo fine; rotta, sanguinosa, desolata essere la umanità; ricordarsi delle ferite, non bene avvisare i rimedj; il dispotismo da una parte, l'anarchìa dall'altra; se Alessandro e Buonaparte nello stesso disegno convenissero, darebbesi dolce norma in Europa alla potestà assoluta, freno insuperabile alla licenza; aversi ad ordinare Italia, Svizzera, Olanda; parlasse Alessandro, del desiderio suo avvisasse, e fora pago l'intento suo; principiare il secolo, dover principiare con nuove e fortunate sorti; questi essere gli augurj, queste le arre date dal cielo a Buonaparte e ad Alessandro: dover loro mostrare, ad onta di tanti secoli infelici, che vi è modo di condurre gli uomini a felicità; dover mostrare, che calunniano l'umanità coloro che la odiano; dover mostrare che la filosofia non inganna, che la religione non perseguita, che la libertà non dissolve; dover mostrare che tutte insieme unite potevano far sorgere un vivere fortunatissimo; a sì lieto fine volere lui usare tutta la volontà, e tutta la forza sua; se le volesse usare anche Alessandro, direbbero i posteri, che non indarno sperarono i filosofi, che più avventurose stelle avessero a splendere sulle misere generazioni un giorno.

Ai dolci suoni, alla magnificenza e giocondità delle parole, come benevolo, si calava Alessandro, non sospettando quanto veleno in se nascondessero.Intanto il consolo, fatto sicuro dell'amicizia di Russia, insorgeva, e mentre Alessandro si pasceva di speranze lusinghiere, ei dava mano alle realtà, incamminandosi al dominio del mondo. Cominciando dal Piemonte, che stimava esser necessario congiungersi per avere senza impedimenti di mezzo la signorìa d'Italia, comandava, che il decreto dei due aprile fosse in ogni sua parte mandato ad effetto. L'Austria impotente per le disgrazie, l'Inghilterra per la lontananza, nè consentirono, nè contrastarono, persuase oramai, che se non arrivava qualche improvviso accidente che le ajutasse, indarno erano i consigli umani. Arrivarono a Torino i commissarj Parigini ad ordinar lo stato, chi per le finanze, chi pel fisco, chi pel lotto, chi per le poste, chi per gli studj, chi pei giudizj. L'antica semplicità degli ordini amministrativi di quel paese degenerava in forme complicate, i nuovi costarono a molti doppi più cari. Bene si migliorarono gli ordini giudiziali sì civili che criminali per l'acquistata prontezza, immenso benefizio, che consolava della perduta independenza. Ciò, quanto alle cose scritte: quanto alle arti subdole, non so se provvide, ma certamente furono strane. Voleva il consolo ridurre lo stato in forma di monarchìa: i repubblicani di Francia, eccettuati i più furibondi, che aveva confinati in carcere, o banditi in lidi lontani, il secondavano, nè egli era avaro verso di loro di carezze e di ricchezze. Quanto ai repubblicani Italiani, due mezzi gli si paravano davanti, o di vezzeggiargli, come quei di Francia, o di spegnergli, non già coll'ammazzargli,perciocchè sapeva che l'età non comportava sangue, come la Borgiesca, ma col tôrre loro l'autorità e la riputazione. Elesse quest'ultima; al che diede anche favore la ricchezza degli avversarj, che mandavano doni, presenti e denari nelle corrotte Tulierie: il che era cagione, che a quello, a che di propria volontà inclinava, fosse anche stimolato da altri. Tolse adunque le cariche a molti, nè solamente gli cassava, ma ancora dando favore e stimolo ai nemici loro, operava, che il nome e la fama ne fossero straziati e vilipesi; intricate infamie, perchè perseguitava chi l'aveva ajutato, vezzeggiava chi il disprezzava.

Buon procedere sarebbe stato questo, quanto all'utile, se mai non avessero potuto arrivare i tempi grossi, ma non al contrario, perchè per esso si perdevano gli amici, e non si acquistavano i nemici; ma il consolo sognava sempre prosperità. Restava Jourdan, che era stimato repubblicano. Deliberossi a tôrre anche questo capo ai repubblicani, quantunque ei si fosse portato molto rimessamente con loro: partì Jourdan lodato dal consolo, desiderato dai Piemontesi. Arrivava Menou in Torino in luogo di Jourdan. Raccontar le lepidezze, e gli arbitrj che vi fece questo Menou, sarebbe troppo lunga bisogna, e forse troppo più piacevole, che la gravità della storia comporti. Bene non mi posso tenere dal considerare il consiglio del consolo, che per instaurare, come diceva, gli ordini della monarchìa in Piemonte, vi mandava un Menou di Francia, e per instaurarvi, come anche diceva, la religione di Cristo, vi mandava un Menou d'Egitto. Forse volevaatterrire con qualche odore di Turchìa; ma è un pessimo modo di terrore il rendersi ridicolo. Basta, accidente strano e non più udito era quello di veder le carezze che Menou faceva ai nobili, e quelle che i nobili facevano a Menou, dal canto suo umili e dimesse, dal canto loro astute e superbe; ed ei se le godeva, ed erane contentissimo. Diceva che il governo il voleva, il che era vero: ma il governo dà l'autorità, non la discrezione, e Menou non ne aveva. A questa guisa passarono i tempi fra i Subalpini infino alla unione definitiva, partigiani di Francia perseguitati, partigiani di Sardegna accarezzati, partigiani d'Italia usati come stromenti di calunnie e di vendette, il giardino del re diformato da una succida baracca ad uso di una Turca. A questo modo incominciava il promesso legale dominio nel generoso e sfortunato Piemonte.

Il consolo teneva il Piemonte per Menou, la Toscana per Murat. Voleva, come a suo cognato, aprire a Murat l'adito alle grandezze; nè Murat era di cattiva natura, solo aveva poco cervello, e l'animo molto vanaglorioso: per questo, quantunque fosse buono, si piegava volentieri alle voglie del consolo, quali elle si fossero. La parte dell'esercito ch'egli governava, mandata primamente in Italia per rinforzare l'ala destra di Brune, e per alloggiare in Toscana, fu, dopo la pace di Luneville, mandata nello stato Romano con star pronta ad assaltare il regno di Napoli. Conclusa poi la pace col re, entrava nel Regno sin oltre a Taranto, in nome per isforzare il governo ad osservar il trattato,ed i perdoni verso i novatori, in fatto per minacciar gl'Inglesi, e per vivere a spese del Regno. Quanto allo stato Romano, concluso il concordato, Murat ritirava le genti, che vi aveva, in Ancona per tener quel freno in bocca al pontefice; si coloriva il fatto col pretesto degl'Inglesi. Così gl'Inglesi occupavano quanto potevano in Italia e nelle sue isole per impedire, come dicevano, il predominio e la tirannide dei Francesi; questi facevano lo stesso per impedire, come protestavano, il predominio e la tirannide degl'Inglesi; fra entrambi intanto l'Italia non aveva nè posa nè speranza. Murat girando per Toscana, e stando in Firenze, ed ora andando a Pisa, ed ora a Livorno, ed ora a Lucca, riceveva in ogni luogo, come cognato del consolo, onorevoli accoglienze; cagione per lui d'incredibile contentezza. Si mostrava cortese ed affabile con tutti: nè amava le rapine, manco il sangue: purchè il lodassero, se ne viveva contento. Pure trascorse ad un atto, credo per volontà del consolo, nel quale non so se sia o maggior barbarie, o maggior ingratitudine, o maggior insolenza. Comandava con bando pubblico, che tutti gl'Italiani, erano la maggior parte Napolitani, esuli dalle patrie loro per opinioni politiche, dovessero sgombrare dalla Toscana, e ritornare nei propri paesi, in cui, secondochè affermava, potevano, in virtù dei trattati, vivere vita sicura e tranquilla: chi fosse contumace a questo comandamento, fosse per forza condotto ai confini ed espulso. E perchè niuna parte di bruttezza mancasse a quest'atto,prese, per farlo, occasione da un tumulto popolare nato in Firenze nel mentre che si conduceva all'estremo supplizio un soldato Toscano reo d'assassinio contro un soldato Francese, come se i fuorusciti fossero in paese ospitale rei di ribellione alle leggi ed alla giustizia, o s'intendessero cogli assassini. Sì per certo, questo mancava alla malvagità del secolo, che coloro, i quali erano per le instigazioni di Francia venuti in odio ai loro antichi signori, fossero, come gente di mal affare, cacciati inesorabilmente dagli eletti ricoveri loro da un generale di Francia. Potevano i ladri e gli assassini di altri paesi ritirarsi in Toscana, quietamente dimorarvi, solo gli amatori del nome di libertà, uomini, se ingannati, certamente ingenui e dabbene, non potevano esservi ricettati, nè trovarvi riposo e salute, da quei medesimi cacciati, per cagione dei quali erano a quelle miserabili strette condotti. Nè credo che abuso di forza più intollerabile di questo sia stato mai, di far legar uomini innocenti per condurgli là, dove non volevano andare. Ma non sola la Toscana cacciava fuori i miseri. Mentre Murat espelleva gli esuli da questo paese, la repubblica Cisalpina gli mandava via da' suoi territorj con la solita giunta, che chi nel termine di dieci giorni non obbedisse, fosse condotto per forza ai confini. Quest'erano le arre, che i Buonapartidi davano ai re. Accadde poi un caso degno di molta compassione; perchè i fuorusciti Napolitani svelti per forza dal Toscano nido, quando furono arrivati a Roma, non avevano i passaporti che da loro si richiedevano,per modo che non potevano nè stare, nè andare, nè tornare. Da questo imparino prudenza coloro, che hanno smania di far rivoluzioni, e di fidarsi dei forestieri. Solo in Piemonte trovarono gli esuli ricovero lieto e sicuro.

Murat contento al comandar in Toscana, fu contentissimo d'instituirvi un re. Era l'infante principe di Parma arrivato in Parma, dove stava aspettando i deputati del novello regno. Vennervi a complimentarlo e riconoscerlo come re d'Etruria, quest'era il titolo che gli si dava, Murat, Ippolito Venturi, Ubaldo Ferroni. Assunse il nome di Lodovico primo; nominò suo legato a ricevere il regno Cesare Ventura. Murat annunziando l'assunzione di Lodovico parlava di civiltà e di dottrina ai Toscani, lodava i Medici ed i Leopoldi, esortava i regnicoli ad avere i Francesi in luogo di un popolo amico, che tanto sapeva rispettare presso i popoli esteri i principj monarcali, quanto era fortemente addetto in casa propria ai principj repubblicani. Cesare Ventura prendeva possesso del regno. Favellarono nella solennità Francesco Gonnella, notajo dello stato, Tommaso Magnani, avvocato regio, Orlando del Benino, senatore, tutti lusinghevolmente per le cose, francescamente per le parole. Vidervisi due donne complimentate da Gian Battista Grifoni, l'una sorella del consolo, l'altra vedova del ministro di Spagna. Venne Lodovico a Firenze; resse con dolcezza, le Leopoldiane vestigia calcando.

Era tempo di constituzioni transitorie, fatte non perchè durassero, ma perchè servissero discala ad altre. Mandava il consolo, qual suo legato, Saliceti a riformar Lucca, oppressa dall'imperio dei forestieri, e straziata dalle discordie civili. Parve bello ed acconcio trovato per ritrarre i paesi, a satisfazione delle potenze, verso i loro ordini antichi, l'introdurre nei nuovi i nomi vecchi, come se le parole avessero a prevalere sulle cose. Fecero i Lucchesi le solite feste a Saliceti: chi agognava lo stato, il corteggiava; chi più aveva gridato contro gli aristocrati, più gli accarezzava; a loro principalmente il commissario di Francia si volgeva. Se i democrati si risentivano, rispondeva esortando, portassero i tempi pazientemente, perchè così voleva il consolo. Soggiungeva, meglio conservarsi la libertà con l'aristocrazìa e la democrazìa mescolate insieme, che con la democrazìa pura. Cominciavasi a parlar di aristocrazìa per far passo alla monarchìa. Constituiva Saliceti la repubblica di Lucca con un collegio, o gran consiglio di duecento proprietari più ricchi, e di cento principali negozianti, artisti e letterati: avesse questo consiglio la facoltà di eleggere i primi magistrati; fossevi un corpo d'anziani con la potestà esecutiva; presiedesselo un gonfaloniere eletto a volta dai colleghi, una volta ogni due mesi; un consiglio amministrativo, nel quale gli anziani entrassero, e quattro magistrati di tre membri ciascuno; esercesse le veci di ministri; proponessero gli anziani le leggi, e le eseguissero; una congregazione di venti eletti dal collegio le discutessero e le statuissero; rappresentasse il gonfaloniere la repubblica, le leggi promulgasse, gliatti degli anziani sottoscrivesse. I cantoni del Sercio con Lucca, del Littorale con Viareggio, degli Apennini con Borgo a Mozzano componessero la repubblica. Per la prima volta trasse Saliceti i magistrati supremi. Ordini buoni erano questi, ma il tempo gli guastava.

Le sorti della Toscana erano congiunte con quelle di Parma. Essendo il duca padre mancato di vita, cesse la sovranità del ducato nella repubblica di Francia. Mandava il consolo il consiglier di stato Moreau di San Mery ad amministrarlo. Resse San Mery, che buona e leale persona era, con benigno e giusto freno. Era egli, se non letterato, non senza lettere ed amatore sì di letterati, che d'opere letterarie: ogni generoso pensiero gli piaceva. Solo procedeva con qualche vanità, e siccome le vanità particolari sono intollerabili alle ambizioni generali, venne in disgrazia del consolo. Non potè constituire in Parma ordini stabili, perchè il consolo, che serbava il paese per se, non volle aver sembiante di lasciarlo ad altri.

Due qualità contrarie erano nel consolo, pazienza maravigliosa nel proseguire cautamente, anche pel corso di molti anni, i suoi disegni, impazienza di conseguire precipitosamente il fine, quando ad esso approssimava. Riconciliatosi col papa, vinta l'Austria, ingannato Alessandro, confidente della pace coll'Inghilterra, si apparecchiava a mandar ad effetto ciò, che nella mente aveva da sì lungo tempo concetto, e con tanta pertinacia procurato. Voleva che le prime mosse venissero dall'Italia, perchè temeva che certi residuidi opinioni, e di desiderj repubblicani in Francia non fossero per fargli qualche mal giuoco sotto, se la faccenda non si spianasse con qualche precedente esempio. Sapeva che nella nostra razza imitatrice, cosa molto efficace è l'esempio, e che gli uomini vanno volentieri dietro alle similitudini. Deliberossi adunque, prima di scoprirsi in Francia, di fare sue sperienze Italiane, confidando che gl'Italiani, siccome vinti, avrebbero l'animo più pieghevole. Così con le armi Francesi aveva conquistato Italia, con le condiscendenze Italiane voleva conquistar Francia. Le rappresentazioni che sanno di teatro, sempre piacquero agli uomini, massimamente a Buonaparte. Sapeva che le cose insolite allettano tutti, spezialmente i Francesi nati con fantasia potente. Perciò volle alle sue Italiane arti dare pomposo cominciamento. Spargevansi ad arte e dai più fidi in Cisalpina voci, che la repubblica pericolava con quei governi temporanei; ch'era oggimai tempo di constituirla stabilmente, e come a potenza independente si conveniva; che ordini forti erano necessarj, perchè diventasse quieta dentro, rispettata fuori; che niuno era più capace di darle questi necessarj ordini di colui, che prima l'aveva creata, poi riscattata; non potersi più lei constituire con gli ordini dati dall'eroe Buonaparte nel novantasette, perchè avviliti dalla invasione, ricordatori di discordie, sospetti per democrazìa ai potentati vicini. Aver pace Europa, averla Italia, non doversi più la felice concordia turbare con ordini incomposti; volersi vivere in repubblica, ma non troppo disforme dai governiantichi conservati in Europa; sola potenza essere la Cisalpina in Italia, che a favor di Francia stando, fosse in grado di tener in freno l'Austria tanto potente per l'acquisto dei dominj Veneziani, nè essere la repubblica per acquistare la forza necessaria, se non con leggi conducenti a stabilità; varj essere gli umori, gl'interessi, le opinioni, le abitudini delle Cisalpine popolazioni, nè Veneziani, Milanesi, Modenesi, Novaresi, Bolognesi nel medesimo desiderio concorrere, nè la medesima cosa volere; rimanere i vestigi dell'antiche emolazioni; parti separate, e non consenzienti non poter comporre un corpo unito e forte, se un governo stretto, se una mano gagliarda in uno e medesimo volere non le costringessero: richiedere adunque un reggimento nuovo, concorde e virile la pace d'Europa, richiederlo la quiete della Cisalpina, richiederlo le condizioni felici, alle quali era chiamata.

Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della Cisalpina negoziava, affinchè i comandamenti imperativi del consolo avessero a parere desiderj e supplicazioni spontanee dei popoli. Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione, usciva un decreto della consulta legislativa della repubblica: ordinava, che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo ufficio sarebbe l'ordinare le leggi fondamentali dello stato, ed informare il consolo intorno alle persone che nei tre collegj elettorali dovessero entrare; sarebbe l'assemblea composta dai membri attuali della consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati treper restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di curati, e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della università degli studj, della guardia nazionale, dei reggimenti della truppa soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di commercio. Sommò il numero a quattrocento cinquanta. Risplendevanvi un Visconti, arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un Oppizzoni, un Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni, un Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un Lecchi, un Borromeo, un Trivulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili, un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono a Lione chi per amore, chi per forza, chi per ambizione; grande aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva un fatto mirabile, che una nazione Italiana si conducesse in Francia per regolare le sue sorti. Il governo Cisalpino esortava con pubblico manifesto i deputati: gissero a fondare gli ordini salutari della repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore, e del restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse: mostrassero con le egregie qualità loro, quanto la Cisalpina nazione valesse; a lei amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero; nel Lionese congresso livore nissuno, odio nissuno, parzialità nissuna, recassero; al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente, affettuosamente verso la patria procedendo, esserloro quei medesimi Cisalpini, che nell'inevitabile tumulto di tante passioni, nell'avviluppamento di tante vicende, nell'alternativa di politici eventi tanto contrarj, mai non attesero a vendette, a discordie, a fazioni, a persecuzioni, a sangue; pruovassero, che non invano aveva il Cisalpino popolo nome di leale e di buono; pruovassero, che se a sublime grado fra le nazioni erano destinati, a sublime grado ancora meritavano di essere innalzati; dovere a se stessa dei proprj ordini restare la Cisalpina obbligata; solo se medesima potrebbe accagionare, se tanti lieti augurj, se tante concepite speranze fossero indarno.

Questi nobili consentimenti verso la Cisalpina patria, e questa rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro Taleyrand, che aveva in se raccolti tutti i pensieri del consolo; trovarono Marescalchi, che riconosciuto da Francia per ministro degli affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era, che vi fosse sembianza di discutere liberamente quello, che già il consolo aveva ordinato imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della Cisalpina; volere consigliarsi con gli uomini savj di lei; niuna cosa più desiderare, che la independenza e la salute sua; amarla come sua figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria. L'arte allignava; bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in cinque congregazioni, che rappresentavanoi cinque popoli; esaminassero la constituzione già data dal consolo per Petiet a Milano, e come per leggi organiche si potesse mandar ad esecuzione.

Discutevasi a Lione dai mandatarj; la licenza soldatesca straziava intanto i mandatori; un inesorabile governo con le tasse gli conquideva. Dolevansi e delle perdute sostanze, e degli innumerevoli oltraggi, e della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva, e si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto potesse parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il consolo: era l'undici gennajo; Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano. Era spettacolo grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi dentro, perchè là si macchinava di spegnere per legge la libertà, che già innanzi era perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza, e la semplicità del consolo: pareva loro, che fossero parte di grandezza; le adulazioni sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano, ma s'infingevano, non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per non esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava a chiamargli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i presidenti delle congregazioni, e con loro discorreva intorno alla constituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio. Contradditor benigno, e docile alle risposte, pareva, che da altri ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava l'arte; chi l'ignorava, la molestia.Infine dai discorsi permessi si venne alla conclusione comandata: fu appruovata la constituzione; parve buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli per la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle congregazioni. Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui mezza Italia era stata fatta venire in Francia. Meno una constituzione, che un esempio si aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un presidente della Cisalpina. Importava la persona, importava la durata del magistrato: a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data l'intesa ai Cisalpini, perchè il chiamassero capo della repubblica, e gli dessero il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e potesse essere rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due deliberazioni qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte con le potenze, per la evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse padrone della Cisalpina. Importava anche il confessare, che niun Cisalpino fra i Cisalpini fosse atto a governare: alcuni andavano alla volta di Melzi. I ministri di Buonaparte fecero diligenze coi partigiani, ora lodando Melzi, ora asseverando, che avrebbe grande autorità nei nuovi ordini. Ebbero le arti il fine desiderato. Appresentaronsi colla deliberazione fatta i Cisalpini al consolo, nella quale era tanta adulazione di lui, e tanta depressione di loro medesimi, che non credo che nelle storie vi sia un atto più umile, o più vergognoso di questo. Confessarono, e si sforzarono anche di pruovare con loro ragioni, a tanto di viltà gli aveva ridotti,che nissun Cisalpino era, che idoneamente gli potesse governare. Gradì il consolo nelle umili parole i proprj comandamenti: disse, che domani fra i convocati Cisalpini in pubblica adunanza sederebbe. Accompagnato da ministri di Francia, dai consiglieri di stato, dai generali, dai prefetti, e dai magistrati municipali di Lione fra le liete accoglienze ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio recatosi così loro favellava: «Hovvi in Lione, come principali cittadini della Cisalpina repubblica appresso a me adunati: voi mi avete bastanti lumi dato, perchè l'augusto carico a me imposto, come primo magistrato del popolo Francese, e come primo creator vostro riempire io potessi. Le elezioni dei magistrati io feci senza amore di parti o di luoghi: quanto al supremo grado di presidente, niuno ho trovato fra di voi, che per servigi verso la patria, per autorità nel popolo, pel sceveramento di parti abbia meritato, ch'io un tal carico gli commettessi. Muovonmi i motivi da voi prudentemente addotti; ai vostri desiderj consento. Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran mole delle faccende vostre. Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la confermazione dello stato vostro, e la prosperità dei vostri popoli. Voi non avete leggi generali, non abitudini nazionali, non eserciti forti: ma Dio vi salva, poichè possedete quanto gli può creare, dico popolazioni numerose, campagne fertili, esempio da Francia».

Questo favellare superbo del consolo fu da altissimi plausi e di Francesi e di Cisalpini seguitato.La servitù era dall'un de' lati mitigata dall'imperio sopra i forestieri, dall'altro amareggiata dal vilipendio; pure lietissimamente applaudivano i servi doppi come se onorati, e liberi fossero. Dimostrarono desiderio che la repubblica (quest'era un concerto coi più fidi) non più Cisalpina, ma Italiana si chiamasse, cosa molto pregna massimamente in mano di Buonaparte. Consentì facilmente il consolo. Riprese, adulando, le parole Prina Novarese, il quale essendo di natura severa ed arbitraria, molto bene aveva subodorato il consolo, ed il consolo lui, e si voleva far innanzi al dominare. Piacque, e per rimunerazione fu fatto grande.

Chiamarono gl'Italici ad alta voce il consolo presidente per dieci anni, e rieleggere si potesse. Ebbe Melzi luogo di vice-presidente. Era Melzi uomo generoso, savio, molto amato dagl'Italiani: pendeva all'assoluto, ma piuttosto per grandezza, che per vanità.

Restava che si ordinasse la constituzione. Cominciossi dagli ordini ecclesiastici. Fosse la religione cattolica, apostolica e Romana, religione dello stato; ciò non ostante i riti acattolici liberamente si potessero celebrare in privato; nominasse il governo i vescovi, gl'instituisse la santa sede; nominassero i vescovi ed instituissero i parochi, il governo gli appruovasse; ciascuna diocesi avesse un capitolo metropolitano ed un seminario; i beni non alienati si restituissero al clero; si definissero le congrue in beni pei vescovi, pei capitoli, pei seminarj, per le fabbriche, fra tre mesi; si assegnassero pensioni convenienti aireligiosi soppressi; non s'innovassero i confini delle diocesi; per gl'innovati si domandasse l'appruovazione della santa sede; gli ecclesiastici delinquenti con le pene canoniche fossero dai vescovi puniti; se gli ecclesiastici non si rassegnassero, i vescovi ricorressero al braccio secolare; se un ecclesiastico fosse condannato per delitto, si avvisasse il vescovo della condanna, acciocchè quanto dalle leggi canoniche fosse prescritto, potesse fare: ogni atto pubblico, che i buoni costumi corrompesse, od il culto, od i suoi ministri offendesse, fosse proibito; niun paroco potesse essere sforzato da nissun magistrato a ministrare il sacramento del matrimonio a chiunque fosse vincolato da impedimento canonico. A questo modo fu ordinata la chiesa Italiana nella Lionese consulta. Alcuni capi, ancorchè laudabili e sani, toccavano la giurisdizione ecclesiastica, e sarebbe stato necessario l'intervento del pontefice. Nondimeno con acconcio discorso a nome di tutto il clero Italico assentiva l'arcivescovo di Ravenna, assentimento non necessario, se l'autorità civile aveva dritto di fare quello che fece, non sufficiente, se l'intervento dell'autorità pontificia era necessario. Ma il consolo su quelle prime tenerezze d'amicizia col papa non aveva timore, e sapeva che l'ardire comanda altrui.

Quanto agli ordini civili, i tre collegi dei possidenti, dei dotti, e dei commercianti erano il fondamento principale della repubblica: in loro era investita l'autorità sovrana. Ufficio dei collegi fosse nominare i membri della censura, della consulta di stato, del corpo legislativo, dei tribunalidi revisione e di cassazione, della camera dei conti. Ancora accusassero i magistrati per violata constituzione, e per peculato; finalmente i dispareri nati tra la censura ed il governo per accuse di tal sorte definissero. Sedessero i possidenti in Milano; i dotti in Bologna, i commercianti in Brescia: ogni biennio si adunassero.

Magistrato supremo era la censura; componessesi da nove possidenti, da sei dotti, da sei commercianti; sedesse in Cremona; desse per se, e giudicasse le accuse date per violata constituzione e per peculato; cinque giorni dopo la fine delle adunanze dei collegi si adunasse; dieci giorni, e non più sedesse. Ordine buono era questo, ma l'età servile il rendeva inutile.

Fosse il governo della repubblica commesso ad un presidente, ad un vice-presidente, ad una consulta di stato, ai ministri, ad un consiglio legislativo. Avesse il presidente la potestà esecutiva, il vice-presidente nominasse; fossero i ministri tenuti d'ogni loro atto verso lo stato.

Ufficio della consulta fosse l'esaminare ed il concludere le instruzioni pei ministri presso le potenze, e l'esaminare i trattati. Potesse nei casi gravi derogare alle leggi sulla libertà dei cittadini, ed all'esercizio della constituzione: provvedesse in qualunque modo alla salute della repubblica. Se dopo tre anni qualche riforma giudicasse necessaria in uno o più ordini della constituzione, sì la proponesse ai collegi, ed i collegi definissero.

Aveva il consiglio legislativo facoltà di deliberare intorno ai progetti di legge proposti dal presidente,e di consigliarlo sopra quanti affari fosse da lui richiesto.

Il corpo legislativo statuisse le leggi proposte dal governo, ma non discutesse, nè parlasse: solo squitinasse.

Tali furono i principali ordini della constituzione dell'Italiana repubblica, forse i migliori, massime i tre collegi ed il magistrato di censura, che Buonaparte abbia saputo immaginare.

Letta ed accettata la constituzione, se ne tornava il consolo, traendo a calca e con acclamazioni il popolo, nel suo Lionese palazzo. Poscia, ricevute le salutazioni degl'Italici, e nominati i ministri, si avviava, contento del successo del suo Italiano sperimento, al maraviglioso e maravigliato Parigi.

Fecersi molte allegrezze nell'Italiana repubblica per la data constituzione, e per l'acquistato presidente le adulazioni montarono al colmo, fastidiose per uniformità. Presersi solennemente i magistrati secondo gli ordini nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente del consolo, modestamente di se, acerbamente dei predecessori; toccò principalmente delle corruttele. Il lusso fu grande; Melzi viveva da principe, ma non con grandezza affettata. Essendo il presidente lontano, pareva l'indipendenza maggiore; i soldati si descrivevano, ed in buoni reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè prospera la rendita dello stato, che non ostante il tributo annuo che pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che lelibere. Chi voleva favellare con qualche libertà, era posto dove nissuno il poteva più udire. La consulta di stato, che per questo era stata creata, siccome quella che era docilissima, sapeva fare star cheto chi avesse voglia di parlare. Seppelo Ceroni, giovane d'ingegno vivo e generoso, che per qualche verso, che toccava d'independenza, andò carcerato, poi esiliato; con lui si trovarono nelle male peste Teuillet, generale Italiano, Cicognara, ed alcuni altri, solo per aver lodato i versi di Ceroni. Le quali cose udite dagli altri poeti e letterati, si misero in sul più bello dell'adulare. Diceva Buonaparte, che era tempo di mettere il freno; nel che aveva tutta la ragione; ma il male fu, che il mise ugualmente sul favellar bene, e sul favellar male. Molte cose si scrissero in quell'età; nissuna che avesse nervo, se non forse qualche imprecazione contro l'Inghilterra, perchè le imprecazioni contra di lei erano diventate parte d'adulazione. Nissuna cosa si scrisse che avesse dignità, serpeggiando l'adulazione per tutto; nissuna che avesse novità, perchè la lingua ed i pensieri erano levati di peso dalla lingua e dai libri Francesi, e neanco dai buoni, ma dai più cattivi; i più insipidi libricciattoli, le più informi gazzettacce servivano d'esemplare. Buon modo aveva trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori non facessero scarriere; questo fu di arricchirgli, e di chiamargli ai primi gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto vivere, tacevano, o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli assaliva, e negl'intimi simposj loro si sfogavano,e si divertivano a spese del presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non gli temeva. Insomma la letteratura fu servile, le finanze prospere, i soldati ordinati, l'independenza nulla. Pure un certo sentimento dell'essere e del vivere da se nasceva, e si propagava negli animi, che col tempo avrebbe potuto fruttare. Melzi, uomo di natura tutta Italiana, e che amava l'Italia, nodriva questi pensieri con arte; il che giunto alla grandezza del suo procedere aveva molta efficacia. Questi andamenti non piacevano al presidente; e però nol teneva più in quella grazia, in cui l'aveva per lo innanzi.

Fra tutto questo sorgevano opere di singolare magnificenza; il foro Buonaparte, come il chiamavano, fondossi nel luogo dove prima s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso disegno, che molto ritraeva della Romana grandezza. Diessi mano al finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavorìo, che in parecchi secoli. Rendevasi la libertà impossibile, si acquistava la bellezza. Tutte queste cose, e quel nome di repubblica Italiana, singolarmente allettavano i popoli della penisola. Così vissesi qualche tempo in lei, finchè nuovi disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi pericoli, ed a nuovi destini.

A questo nome di repubblica Italiana, ed all'essersene Buonaparte fatto capo, s'insospettirono le potenze, massimamente l'Austria, alla quale stavano per le sue possessioni più a cura le Italiane cose. L'imperatore Alessandro stesso, che già avevaconcetto qualche sinistra impressione per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella Svizzera, vieppiù si alienava da lui pei risultamenti della Lionese consulta, e le cose della Russia colla Francia già si scoprivano in manifesta contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato a mezzo viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare una scrittura, colla quale si sforzava di mostrare, che la Francia, conservando l'Italiana repubblica, non aveva preso troppo per se, nè tanto quanto avevano per se stessi preso gli altri potentati. Fatta comparazione della potenza della Francia prima della rivoluzione alla presente, discorreva, che prima ella aveva autorità negli stati del re di Sardegna per la vicinanza, e per le pretensioni dell'Austria sul Monferrato, in Venezia per la necessità in cui era questa repubblica di trovare appoggio contra la vicina ed ambiziosa Austria, nel regno di Napoli pel patto di famiglia. Ma che ora Venezia apparteneva all'imperatore, e che il patto di famiglia era rotto. Concludeva che l'Austria sarebbe stata padrona dell'Italia, se la Francia non si fosse attribuita una nuova forza per l'accessione della repubblica Italiana. Tacque del Piemonte, come se il tacere più valesse che l'appropriarsi. Nelle altre parti d'Europa, seguitava, la Polonia preda e nuova forza delle maggiori potenze, la Turchia inutile, la Svezia impotente, l'acquisto dei quattro dipartimenti del Reno non compensare nè far giusto contrappeso per lo spartimento della Polonia. Toccò poi anche la fine di Tippo Saib, grande aumento all'Inghilterra;moderatissimi essere i desiderj della Francia; avere restituito in pace quello, che aveva conquistato in guerra; ma non volere, col debilitar troppo se stessa, derogare alla sua dignità, ed alla consueta sua potenza; solo volere che nissuno preponderasse in Germania, nissuno in Italia; non voler dominare altrui, ma non voler anco esser dominata; a chi bene considerasse, essere evidente, ch'ella non aveva pei nuovi acquisti conseguito nuova forza, solo avere conservato l'antica.


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