LEZIONE DECIMATERZA.

LEZIONE DECIMATERZA.Di due sorta classificazioni studiammo nella società degli Esseni nella conferenza passata: abbiamo veduto in che cosa consistesse la prima, e come getti le sue radici in una identica distinzione che la Misna ci additava in seno al Farisato. Abbiamo veduto in che cosa consistesse e su che principalmente si fondasse la seconda distinzione; distinzione di officio, di genio, di peculiare indirizzo, per cui in due principalissime categorie si dividevano tutti gli Esseni, inPratici, inContemplativi. Erano i pratici coloro che del tutto non si separavano dal mondo. Eran i contemplativi coloro che all’amor dello studio, al ritiro, alla contemplazione sacrificavano ogni altro culto, ogni affetto, ogni ambizione: di queste due classi noi abbiamo costatato, quanto era mestieri, l’indole, il carattere particolare; abbiamo veduto come più si affacesse ai primi la patria Palestinese, e come piuttosto si acconciasse ai secondi il soggiorno di Egitto. Se questa fosse semplice e nuda esposizione della Essenica organizzazione, se non ci fossimo sin da principio proposti di restituire il nostro Essenato al più vasto seno, alla più vasta scuola dei Farisei, se non dovessimo porre questa identità al raffronto di ogni fatto che si presenta, e da quello nuovo argomento derivarein favor nostro; se questa restituzione non fosse di sommo, di capitale interesse nella storia religiosa del popolo nostro, forse noi, postergato questa sera l’argomento presente, procederemmo difilati più oltre. Però grave debito c’incombe e lo adempiremo. Noi dobbiamo sperimentare quanto e come regga al confronto dei fatti il nostro supposto, dobbiamo vedere se la distinzione di cui si favella nella società degli Esseni, risponde ad altrettale distinzione in seno al Farisato; in una parola, dobbiamo anco una fiata vedere se la propugnata identità non è una favola. Io chieggo dunque: conobbe egli il Farisato distinzione siffatta? Havvi tra esso una scuola, un sistema che sia e che si appellicontemplativo? Havvi al tempo istesso un altro che le dottrine professi e il titolo rechi diPratici? Io oso dire che la distinzione esiste, e tale esiste che meglio non potrebbe allo scopo conferire. Esiste in tutta la estensione della Enciclopedia Rabbinica dei primi secoli, esiste nei fatti, negli uomini, nelle dottrine e infine sotto due principalissime forme due modi di storica rimembranza. Prima forma io chiamo quei casi innumerevoli in cui l’una o l’altra scuola, i Pratici o i Contemplativi s’introducono ad agire, a parlare isolatamente, separatamente dalla scuola e dal sistema contrario, così che noi esamineremo successivamente, passando prima in rassegna tutto ciò che nella Rabbinica Enciclopedia allude agli uomini, ai fatti, alle dottrine deiPratici, e poi ai fatti e agli uomini che si diconoContemplativi. Ma quanto più vivo interesse, quanto più efficacia nella forma seconda! In questaPraticieContemplativi, sistema e sistema, dottrina e dottrina più non ti appariscono lontani e disgiunti; ma con bella e parlante antitesi interloquiscono ambedue ad un tempo; e fede fanno ad un tempo della loro esistenza, e la distinzione pongono più chiaramente in rilievo invirtù del contrasto. E prima, che nome recano negli scritti Rabbinici le due scuole? Che nome pei primi i Pratici?—Ora il nome diIere het, che temono il peccato, ora quello più espressivo dianse maase, gli uomini della pratica, iPratici, come udirete dagli esempj. Che nome recano i Contemplativi?—Il nome principalmente diHasidim. Noi dell’uno e dello altro conosciamo i nomi; dove ora le dottrine, dove i fatti e dove gli uomini? Dove in primo luogo i Pratici?—Eccoli quando predicano l’insufficienza della sola speculazione; quando vogliono lo studio delle cose divine congiunto alla pratica dei doveri socialiiafe talmud tora im dereherez, im en dereherez en tora; quando dicono l’uomo non doversi dalla società sequestrareleolam tee datho sceladam meurebat im abiriot; quando insegnano nessuna virtù tornar gradita comecchè trascendente; quando dal centro vivificatore si sequestri, dalla religiosa comunanza, dalla chiesa di Dio; quando levano a cielo la necessità del lavoroghedola melaha scemehabbedet bealea; ghedolim baale umaniotl’amore dell’industria, la fatica del corpo e i benefici influssi di una vita laboriosa ed attiva alla salute dell’anima. Dove sono i Contemplativi? Vedeteli nel Talmud inSotàove coi più celebri Dottori si lamentan perdute altresì le più rare virtù, e dove specialmente conIose ben Catnutasi dice oscurato il lustro dei Hasidim; vedeteli nel Talmud Gerosolimitano, ove di un’opera e di un titolo si accenna, che non so come si potrebbe desiderare più appropriato pel caso nostro; è la menzione di un’opera che il titolo reca diMisnat hasidim, ed in cui tutto ed al sommo c’interessa, persino una curiosa variante. Interessa una citazione che ivi stesso è riprodotta dell’opera in questione, e dove in brevi ma espressivi tratti ti si dipingon le fattezze dei Contemplativi; ove si legge, p.e.:se tu per un solo giorno mi abbandoni,io ti abbandonerò per due, volendo dire come l’assiduità e la perseveranza sia precipua somma condizione nei sacri studj; e noi sappiamo qual ritratto ci abbia Filone lasciato della applicazione istancabile dei Terapeuti ai cari studj. Dissi persino una variante, e ve lo provo. Io lessiMisna hasidim Lettura o tradizione dei Hasidimper che così recano parecchi autorevolissimi testi, per che così par confermato da altri passi talmudici, come tra poco intenderete, e perchè finalmente, quando pure si meni buona la diversa lezione, pure il senso rimarrebbe a parer mio invariato. Ma qual è la seconda lezione? Leggono invero alcuni testiMeghillat Setariminvece diMisnat hasidim. Ma che vuol direMeghillat Setarim? Vuol direil volume dei Misteri. Io non so s’è dato afferrare da ora l’attinenza che corre strettissima fra le due lezioni. Bisognerebbe che precorso aveste in parte il mio dire. Bisognerebbe che voi sapeste come i libri degli Esseni fossero tenuti in gelosissima custodia, nè ad altri ne fosse comunicata contezza, tranne ai più fidi, ai meglio provati. Comprendereste allora l’origine di questa variante; vedreste siccome io veggo come naturalmente siensi presentate ambedue le lezioni, e vedreste ancora come se la vera e originale lezione non è al certo che una, pure non può essere senza grave cagione ammessa, introdotta la seconda lezione, e questa cagione e questa origine e la somma convenienza di libri, di opere esotteriche quando si parla di Esseni; siccome quelli che la storia accenna veramente possessori e custodi di libri siffatti.[58]Ma in altre parti ancora della Rabbinica Enciclopedia lasciarono di sè vestigia ihasidim. Lasciaronle nel Talmud Babilonico ove a chiunque, ed eziandio a quei Dottori che alle più rigide regole non soggiacquero del Hasidut, e solo allo strettissimoJuremostrino di attenersi,si suole maravigliando interrogare, ella è forse cotesta laMisna dei hasidim? Quasi dicessero, egli è questo il fare severo, irreprensibile dei hasidim?—Lasciaronla nel trattatoBerahot, dove degli antichissimi hasidim si narra il lungo orare, e le protratte preparazioni, e la giornata quasi interamente sacrata agli uffici di devozione quando si dice:Gli antichi hasidim un’ora spendevano in preludio a preghiera, un’ora nell’orare, un’altra pria di congedarsi da Dio e così facevano tre volte al giorno.Ove dunque gli studi e dove l’industria per vivere?—Si ripiglia lo stesso Talmud: sendo costorohasidim, il poco studio fruttava assai e lo scarso industriarsi sopperiva al bisogno. O io sbaglio, o questo passo del Talmud è un bizarro accozzamento di antiche tradizioni e di più moderne spiegazioni. Mestieri è che sappiate che cosa sia il Talmud Babilonico; come fuori fosse compilato di terra santa, come gli autori che dierongli la forma sua definitiva, nè la Palestina per avventura vedessero mai, nè i partiti, nè le vicende più importanti gli fossero conte di Palestina; quindi i non rari anacronismi nella storia palestinese, i fatti storici a quella relativi narrati in confuso, e quindi infine il sentenziare presente. Per tradizione conoscevano per avventura gli antichissimiHasidime li ricordano, udito avevano la vita a perfezione religiosa atteggiata, e così la dipingono; le orazioni lunghissime, la giornata spesa in devozioni e tale la narrano in verità, obbliarono però o non udirono come la speciale loro organizzazione, la comunanza dei beni, il lavoro in comune, questo tenore di vita straordinario gli consentissero, cioè le lunghissime ore trascorse in offici pietosi, quindi le più tarde e forzate spiegazioni, il ricorrere al prodigio, l’attribuire ad una grazia ognor rinnovata ciò ch’era effetto della loro istituzione, e quindi il bizzarro accozzamento di un fatto vero e di una ragione arbitraria,di una tradizione verace e di una interpretazione gratuita.[59]E lasciarono di sè manifeste vestigia in Hasidim, in quella eccezione singolare per cui un ceto intero dei cultori della legge viene formalmente dispensato da ogni pratica religiosa, siccome apertamente dispensa il Talmud da ogni religioso dovere coloro che fanno unica somma loro occupazione la meditazione della legge, o come dice il Talmud,che altra professione non eserce tranne lo studio; e quando infine per colmo di maraviglia volendo citare il Talmud un uomo, una scuola che alle condizioni tutte abbia adempito necessarie a questa dispensa, il gran nome cita e la gran scuola ad esempio.[60]R. Simon ben Johai e i suoi compagni, insegnandoci al tempo stesso nella citazione preziosissima e il carattere ascetico, speculativo, studioso, eccezionale di quella famiglia e la preziosa indicazione della esistenza istessa di una scuola da quel gran nome capitanata, e infine la bellissima coincidenza delle due dispense, quella che il Farisato consentiva al Ben Johai ed alla scuola sua da ogni pratica osservanza, e quella che gli Esseni rispettavano nel più perfetto del loro Istituto da ogni pratica esteriore;[61]e quindi nuova e preziosissima conferma e della identità generale della Farisaica colla Essenica scuola, e tra i medesimi Farisei una più speciale affinità colla scuola mistico-teologica, dei cabbalisti di cui fu principe e restauratore Simon Ben Johai. Ma io vi dissi che non solo disgiuntamente lasciarono di sè vestigio nei Rabbinici monumenti ed Esseni pratici ed Esseni contemplativi; dissi ancora, e vado a provarlo, che la coesistenza in seno al Dottorato di questa duplice ramificazione, resulta anco più spiccata, anco più manifesta in tutti quei luoghi, e sono molti e sono parlanti, nei quali gli uni figurano a costa degli altri, in cui Pratici e Contemplativi si fanno lume, si spiegano, si suppongono scambievolmente, oraDottrina contrapponendo a Dottrina, ed ora professori a professori. E dove fan questo? Dove in primo luogo l’antitesi delle dottrine? Antitesi, io dico, chiarissima nel Talmud Berahot, dove Pratici e Contemplativi scendono a disputare.—E qual’è del disputare l’obbietto? Niente meno che la quistione grandissima che tra essi verteva, voglio dire la eccellenza maggiore di ambo le vite, della vitapraticae della vitacontemplativa. Voi comprendete il gran momento di questo trovato. Ma che sarà poi se il nome intenderete dei disputanti, se vi dico, per esempio, che l’avvocato della vita pratica, della vita socievole è Ribbi Ismaele, e se aggiungessi di più che l’apologista della vita contemplativa è R. Simon Ben Iohai? Certo che in questa disputa, in questi nomi vedreste l’impronta del vero.—Certo direste, ma non invano, il Ben Iohai è sempre nelle pagine del Talmud l’infallibile rappresentante della vita, delle dottrine, della società degli Asceti. Certo, direte, che i vincoli che le sua alla scuola stringevan degli Esseni, vincoli dovevano essere forti, numerosi, strettissimi. Ma che? La verità si fa strada da sè, e non fa d’uopo che lasciarla parlare per rimanere convinto. Udiste poc’anzi un cabbalista, un Fariseo, R. Simon Ben Johai, attribuirsi, patrocinare il sistema, la vita, le idee degli Asceti. Udite ora un altro Fariseo, un altro Cabbalista gli stessi principii propugnare e le stesse dottrine: e chi è cotesto? Egli è Ribbi Akiba, il cui nome nei fasti cabbalistici suona non meno celebre del suo celebratissimo discepolo Ribbi Simon Ben Johai. Ma quanto del disputare il campo non si estende! Quanto più ampliata la discussione! Quanto più il tema elevato! Non si tratta già di sapere soltanto se la vita pratica, la pratica sociale debba entrare qual elemento, qual ausiliare alla vita dell’anima; ma si tratta sapere se lapraticain generale, la sociale comela religiosa, la civile come la spirituale, se sottostia, se sovrasti alla vita speculativa, studiosa, contemplativa. Era pur grande consesso cotesto ove siedevano i più illustri tra i Tanaiti, tra le mura diLyddain Palestina dove il gran tema fu proposto—Qual sia delle due più eccellente, la vita pratica o la vita contemplativa.Chi sostenne la prima, chi difese la pratica? R. Tryphon. Chi antepose la contemplativa? Voi l’udiste. Egli è R. Akiba, il visitatore del misticoPardes,[62]il maestro di Ben Iohai, il corifeo del Misticismo. Or che sarà se vedremo la caratteristica delHasidutapposta a R. Akiba in tre luoghi del Talmud, vale a dire il distintivo e l’appellazione essenica come noi presumiamo? Nel primo (Berahot 27), secondo la lezione di R. Nissim nell’Ammafteah(25. 2), in cui si dice che chiunque vede R. Akiba in sogno aspiri alhasidut. Nel secondo (Sanedrin XI), ove il verso dei salmi: radunatemi i miei pii (hasidai) s’interpreta perR. Akiba e suoi compagni. Il terzo infine ove per significare, come quel Dottore si dilunghi talvolta dalle abituali sue dottrine, si dice:Abbandonò R. Akiba il suo hasidut.E non sono persino le più minute circostanze che non abbiano in questo racconto il lor valore. Per esempio quelMesubbin, quello stare a mensa seduti, quello alternare il pane del corpo col pan dello spirito, quel discutere a mensa, quanto non vi riescirebbe prezioso se potessi dir tutto! Se vi dicessi che questo era il costume proprio, proprissimo della società degli Esseni, a quanto ne attestan Filone e Giuseppe; che dico? se vi narrassi come non dissimile procedesse il costume deiZoaristii quali per lo più, mentre a mensa sedevano, un testo togliean a interpretare della legge, e il sobrio pane mescevan col più soave dei condimenti, lascienza.[63]Ma di questo più diffusamente a suo luogo. Dovrò io citaredopo questi luminosissimi, esempi per avventura di men rilievo? Dovrò dire di due altri campioni che la pratica o la contemplativa vita tolgono a propugnare nel 4º di Kidusin? Difende la prima R. Meir quando l’obbligo inculca ai genitori d’insegnare al figliuolo un mestiere: propugna l’altra ivi stesso Ribbi Neorai quando dice:Ogni arte rigetto, ogni mestiere, e solo il figlio mio inizierò allo studio.E chi è Ribbi Neorai? singolare a dirsi. Vedeste R. Akiba, vedeste Ben Iohai, ambo Farisei non solo, ambo cabbalisti, farsi organi, farsi rappresentanti delle idee degli Esseni. Vedetene ora un terzo! Poche, forse non altre volte è di questo Dottore menzione tra i Rabbini, tranne questa ed altra fiata nella Misna di Abot. Ma quanto però e come significativamente nelle pagine del Zoar! OveR. Neoraiè uno dei più famosi anacoreti, anzi è quegli stesso che voi, non è molto, udiste rammemorare tra coloro che il Zoar ci narra abitare la solitudine, e solo nelle feste solenni alla città convenire. E quella fiata istessa che n’è parola in Abot, quanto non ha ella la fisonomia e il linguaggio di un Essena! Curioso a dirsi! Niuno, che io mi sappia, lo notò; eppure notabilissime suonano le sue parole. Chiede R. Neorai che muovasi esule lontano per istudiare la legge, e oh meraviglia! nel Zoar è egli stesso Ribbi Neorai che la gran sentenza profferiva che con questa torna a capello, cioè non altrove potersi con frutto meditare la legge se non nell’esilio, se non nella solitudine. È la menzogna, è il caso che ha create siffatte armonie? No, è la verità che solleva un lembo del suo velo, è l’armonia che, tolto l’ostacolo, prorompe sonora fra la Misna e il Zoar, fra tutte e due poi è la società degli Esseni in quella guisa che due stromenti accordati all’unisono, mandano l’un l’altro amica risposta.[64]Dissi nella passata lezione come non solo le dottrinedegli Esseni, ma gli uomini eziandio sono posti nel Talmud talvolta in contrasto; non solo laPraticae laContemplazionefigurano una a fianco dell’altra, ma iPraticieziandio, ma iContemplativivengono ad un tempo designati, e in bella e parlante antitesi presentatici quasi due ordini diversissimi. E dove? Tempo è che il veggiamo, che il veggiamo in Abot, ove il Bur è detto non potere essere Jèré het (che teme il peccato), nè l’ignorante poter farsi (Hasid). Ma che cosa è Bur? Chiedetelo a tutti gli interpreti, e tutti vi risponderanno concordi, vi diranno che Bur è colui non solo che di ogni scienza procede destituito, ma le attitudini e qualità eziandio non ha dell’uomo civile.—E che cosa si dice del Bur?—Che non sarà Ièré het, che è quanto dire che non sarà non solo negli studi felice, ma nemmeno uomo civile, uomo pratico, uomo socievole. Che cos’è ilAm Aarez? Voi l’udiste, egli è l’idiota, egli è l’ignorante. E che cosa non sarà ilAm Aarez? Non sarà, dice il Misnico testo,hasid, ch’è quanto dire non sarà uomo studioso, dotto, contemplativo, e ciò che più fa bella l’evidenza di questa chiosa, si è il nomehasid, nome che voi da lungo tempo udiste qual sinonimo di Essena, nome che quello precesse eziandio di Esseni, siccome gravi autori, e tra altri Scaligero, ce lo attestano, e nome infine che quale specialissima designazione di una setta viene ricordato nei Maccabei.[65]Vi par egli che io proceda nel ragionare stringato? Vi par piuttosto che troppo generosa conceda significazione all’appellativo di Ièré het. Vi par egli che non sia ancora troppo la sinonimia dimostrata, colla partepraticadel nostro Istituto? Or bene udite ancora, e continuate poi se vi dà l’animo, a dubitare. Udite pria inSotàdove tra i mali che la Era, che la venuta precederanno del re Messia, due ceti, due ceti religiosi si ricordano che dal loro antico lustro miseramente decaderanno. E come si chiamano i due ceti? Si chiamanoi primiSoferim, e ad essi si attribuisce la scienza che allora sarà invilitavehohmat soferim tisrah. Si chiamano i secondi Ièré het e si dice cheallora saranno in obbrobrio. Non vi dice nulla questo nome di Soferim? Eppure i Soferim diJah bez, i Nazirei chiamati dal Targum Soferim, il vederli procedere qui di conserva coi Ièré het, dovrebbero a creder mio farvi pensare. Ma voi chiedete più, e la verità non dice mai,basta. Havvi nella Misnà (per altri è Barraità) un frammento antico, preziosissimo che sotto il nome corre di R. Pinehas Ben Iair e che si chiamaBarraita di R. Pinehas Ben Iair. Si può chiamare in verità laScala dei santi. È una descrizione dei gradi per cui dalle più infime virtù si può raggiungere le più eccelse, le più trascendenti senza interruzione, senza salto, ma per una transizione naturale, facile, necessaria. Di tutti i gradi di santità ivi notati, che sono assai, due osserviamone tra i più cospicui, i quali sono il Hasidut e l’Irat het,la pietà eroicae iltimore del peccato. Qual posto occupano nella scala dei santi, e quale l’una rispetto all’altra? Il loro posto è il massimo, e dopo il culmine della scala che è lo Spirito Santo, io trovo come gradi sottostanti, più alto ilHasidut, la pietà eroica, quindi più basso lo Irat het,il timor del peccato. Ma non solo massimi ambedue, ma ciò che troppo più monta pel caso nostro, sono contigui, l’Irat hettimor del peccatoprecede, ilHasidutvi conduce, vi predispone.Hasidutn’è lo stadio successivo, la fase ultima, conducente, educante alRuah acodesc, spirito santo. Che cosa si volle dunque per Irat het? Non certo queltimor del peccato, come ognuno intende, ch’è virtù di nome e di fatto puramente negativa, che consiste meglio nello scansare il male, che nello esercitare il bene. E perchè dico questo nostroIrat hetvirtù non volgare? Per molte ragioni che me lo persuadono. Me lo persuade in primo la suacontiguità alHasidut, grado se altro fu mai eccellentissimo e che, come udiste, mena direttamente allo spirito santo,Ruah Acodesc. Me lo persuade poi eziandio non solo le virtù che conseguitano, ma le virtù ancora che lo precedono, ma i gradi eziandio inferiori, i quali tutti, troppo, come vedrete, sovrastano al volgare timore, perchè possano di quello meritamente considerarsi preparazione. Precede non solo ilFarisato, lo stato dei Farisei, le virtù farisaiche, lo che già accenna, come intendete, a una parentela strettissima tra ambidue; ma il precede anche laanava, come udiste, l’umiltà, sublime se altra fu mai nella gerarchia teologica delle virtù e appo a cui il timor di Dio è chiamato altrove dai Dottori suo vile calzare,achob lesandelà; e il precede insieme anchela santità, siccome deltimore del peccatoessa pure avviamento e prodromo. Che cosa dunque vuol dir ciò? Vuol dire, se io non erro, che colle paroleche teme il peccatointesero i Dottori uno stato morale che generato è pure dal Farisato, e che di gran lunga eccede tutte le virtù sottostanti, lapurità, laumiltà, ed anche lasantità, e che è affine, e ch’è contiguo, e ch’è conducente alHasidutcioè a quello stato, a quel grado onde ebbe nome la società degliEsseni Contemplativinegli antichissimi tempi. O io erro, o fatti sono cotesti che altamente depongono in favor mio. Che sarà poi se il nome intenderete dell’autore della Barraità in discorso? Voi vedeste e vedrete costantemente i Dottori più insigni della scuola cabbalistica farsi nelle pagine del Talmud gli oratori, gli avvocati delle idee, delle massime dell’Essenato, vedeste Rabbi Simon Ben Iohai, contro a R. Ismael, Rabbi Akiba contro Ribbi Tryphon, Rabbi Neorai contro R. Meir, e Ben Iohai e Ribbi Akiba e R. Neorai al tempo stesso cabbalisti e rappresentanti e organi dei principi dell’Essenato. Vedetene adesso un altro nell’autordellaBarraità. E chi è l’autore della Barraità? Voi l’udiste: è Rabbi Pinehas Ben Iair, non solo il suocero di R. Simon Ben Iohai, non solo veneratissimo nel Talmud, ma quel che più monta, celebratissimo nel Zoar, le cui parole, le cui dottrine sono ivi con venerazione registrate, e le parole e le dottrine sono esse pure della scuola teologico-mistica dei Cabbalisti. E tutto questo a caso? È a caso che di tratto in tratto sorgono nel Talmud due idee parallele, concomitanti, talvolta opposte, antitetiche, ed alle idee corrispondono dei pratici, dei contemplativi? È a caso che gli avvocati dellacontemplazionenel Talmud sono sempre quegli stessi che più vanno rinomati pel loro ascetismo? È a caso che tutti i loro nomi primeggian nel libro del Zoar? È a caso che niuno al contrario vi figuri dei loro avversari, nonIsmael, nonTryphon, nonMeir? Io credo che non è caso. Quel che non è certo a caso son le parole che seguono: e chi ne è l’autore? È lo stessoPinehas Ben Iair.Dal giorno ei dice, che fu il tempio distrutto furono confusii soci, i fratelli e i liberie cuoprironsi il capo e decadderoI pratici. Chi sono isoci, iliberi, e chi sono ipratici? Io lo chiesi agli antichi interpreti e quale n’ebbi risposta? Per pratici l’idea vaga generalissima di religiosi; peisocio peiliberisensi che, o nulla significano, o se qualcosa significano, giovano non poco al mio assunto. Ma quanto bene nel nostro sistema!Soci(Haberim), sono iSocii fratelli della società e della EssenicaFrateria; iPratici, sono iPraticila frazione più urbana, più cittadinesca dell’Essenato. Ma chi sono i liberi. Benè-horin? Ah chi sono i liberi? Ve lo dica per me un’aurea indicazione daFiloneserbataci; quando parlando della costituzione degli Esseni narra di quelli che di fresco introdotti nella società, consumavano il noviziato nel servire, nel ministrare ai provetti, ai maggiori.[66]E come dice Filone che si chiamavano dagli Esseni, cotesti? Si chiamavanoLiberi, sì, si chiamavanoLiberivolendo, siccome ei dice, con un nome contraddistinguerli, che ogni carattere servile escludesse dalla loro persona al quale non poco avrìa indotto a credere i riguardanti, l’officio veramente servile in cui ministravano. Ma liberi essi erano, Benè-horin, e dicevansi liberi comecchè umilmente ministrassero a mensa ai verisoci, ai veri fratelli.[67]Voi vedeste già molte volte ed ora stesso aperta vi fu mostrata la esistenza diPratici, diContemplativiin seno ai Dottori. Non mi resta che chiamare la vostra attenzione sopra un altro fatto soltanto, ma cospicuo, ma rilevantissimo fatto; ove non solo questa duplice ramificazione riprodurrassi e più distinta e spiccata; non solo vedremo EsseniPraticied EsseniContemplativi; ma ciò che a dismisura più monta, li vedremo parlare, agire e certi atti caratteristici eseguire che Filone ci narra, propri, particolari agli Esseni. Dissi un fatto perchè invero ambi s’identificano, si confondono, si unificano in un solo fatto, ma per ora sono due, l’uno fornitoci dagli Esseni è narrato da Filone, l’altro fornito dal Farisato è raccontato dalla Misnà. Qual’è il fatto da Filone narrato? È una festa ed una festa da ballo, ma di quelle ch’è capace di dare un Istituto religioso, un sodalizio quale era l’Essenico. Narrarvi per filo e per segno tutte le circostanze di questa festa da Filone descritta, troppo più a lungo ci menerebbe che nol consentan l’ora e le forze. Pure mestieri è che le cose più rilevanti vi sien conte. Festa era questa che celebravano i Terapeuti, in una delle solennità religiose che resta difficile determinare, ma che ogni analogia ci persuaderebbe essere iTabernacoli. E dove si celebrava cotesta festa? Si celebrava, dice Filone, nell’aula del chiostro che lor serviva di Tempio. Colà si riuniva la numerosa famiglia dei Terapeuti, e indossataognuno la bianchissima stola, sedeva ad una mensa, donne ed uomini separatamente da ambo i lati, dove tutti prendevano cibi parchissimi, d’onde carne e vino erano assolutamente banditi, ove ministravano queiLiberidi cui vi discorsi, ed ove i sacri ragionamenti allietavano ed istruivano i commensali. Soddisfatto il bisogno del corpo, ognuno levavasi. Il Presidente intonava un Inno alla gloria di Dio composto da esso o da qualcuno dei predecessori, e tutta la compagnia lo cantava con lui, quindi i giovani recavano in mezzo una tavola, per memoria di quella ch’era in Gerosolima nel vestibolo del Tempio; quindi i balli, e al ballo uniti e suoni e canti; e ballo e canto protraevasi insino a giorno. All’alba, tutti come un sol uomo volgevansi al sole nascente, e supplicato da Dio il buon giorno e la luce della verità, ognuno si ritirava nella sua cella ove riprendeva le usate occupazioni. Questa è la festa che narra Filone, e questo è il fatto che vuole essere adesso paragonato alla storia che di una gran festa ci han trasmesso i Rabbini. Qual’è questa festa? Ella è quella che si celebrava, dice la Misnà, (in Succà) nei vespri del primo giorno dei Tabernacoli, e che fama altissima lasciò di sè in tutta la Rabbinica Enciclopedia sotto il nome diSimhat bet Ascioabae di cui il nostroSimhat Attoranon è che pallida copia e debile reminiscenza. Dove si celebrava il Simhat bet Ascioaba? Si celebrava in quella parte del Tempio che si chiamaval’Atrio delle donneperchè alle donne era quello il limite assegnato, che non poteano valicare. In quell’atrio, dice la Misnà, stabilivasigrandissimo ordine, Ticun gadol. Che vuol dire quest’ordine, dice il Talmud? Vuol dire, risponde, che l’atrio stesso in due parti era diviso ove uomini e donne potuto avrebbero assistere alla festa separatamente. Ma quanto splendido non c’è descritto l’apparecchio! specialmente perciò che riguarda i candelabri,i doppieri, i lampadari infiniti che gettavano per ogni parte del Tempio, degli atrî e di tutta la montagna d’intorno, torrenti di luce. Vi basti dire, dice la Misnà, che non v’era casa, non cortile, comecchè distante dal Tempio in Gerosolima, che un raggio non ricevesse della sacra montagna che tutta pareva divampare in un mare di fuoco. Piacerebbevi egli, o miei giovani, che ove conceduto ne fosse l’accesso, quelle aule visitassimo e quegli atrî santissimi? Orsù, entriamo ed osserviamo. Che spettacolo è questo! Non solo la vastissima sala splende per miriadi di luci, non solo un dolce suono mandano i Leviti, oggi in gran completo dalla loro numerosa e svariatissima orchestra, non solo il caro idioma dei sacri libri risuona in bocca agli astanti nelle lodi, negli inni che celebrano all’Altissimo; ma che cos’è quest’agitazione che veggo: sogno io o son desto? È pure un ballo! Un ballo nella casa del Signore! Un ballo che al canto si marita, si marita al suono istesso dei sacri strumenti, dei sacri cantici, e che pare ad un culto rivolto, ad un oggetto pur esso santissimo! Tersicore negli atrî del severo Dio di Solima non avrei pensato io giammai. Eppure è così. E chi sono i danzanti? giovani forse? adolescenti? pensate! Altro che giovani! Ravvisateli bene, sono venerabili aspetti, sono canuti, sono Dottori, sono le stelle più fulgide del Farisato,ogni altro eccettuato, dice Maimonide, sono essi soltanto, essi soli; sono, diciamolo una volta colle parole testuali della Misnà, sono due ordini di Dottori, iHasidime iPratici, sono essi i quali, in uno slancio di gioja celeste, in un’estasi di mistico amore, intrecciano dotte e mistiche danze, raffigurando nelle armoniche cadenze quello che gli antichi tutti vollero raffigurato nelle danze religiose, vuoi l’armonie delle sfere, vuoi l’armonia più segreta dell’animo umano e delle sue facoltà, vuoi insomma qualche altroconsimile intendimento, che lungo sarebbe voler constatare. Sì, sono essi, sono iHasidim, iContemplativie gliAnscè Maasè, alla lettera iPratici, i quali santificavano, riabilitavano nel culto del vero Dio le danze che narrava il Paganesimo dei Dattili, dei Telchini, dei Coribanti, delle Baccanti. Non sappiamo noi da Luciano egual costume appresso ai Greci? Non è il più bel premio di una mente culta e religiosa quello di potere riposare in una uniformità ammirabile tra il mondo Ebraico e il fiore del Paganesimo? Non abbiamo bisogno in mezzo a tante discrepanze, a tanti antagonismi, un po’ di armonia, un po’ di pace tra Ebraismo e Paganesimo che valgano a costatare che ogni filo non era spezzato tra l’uno e l’altro? Oh! come è bello, per tanto, udire Luciano a descriverci le paganiche danze! «La danza di Bacco(ei dice) specialmente nella Jonia e nel Ponto è esercitatissima;e vi ballano persone nobilissime e i principali della città, che lungi d’averne punto rossore, si compiacciono meglio di questo esercizio, che della nobiltà degli uffici e della dignità dei maggiori.» (ed. Capol., vol 3, 206) Non par egli udire l’apologia di David che danza innanzi l’arca, e i Dottori che lo imitano nella festa dellaScioaba?[68]Sublime invero, santo Coribante R. Simon Ben Gambliel, il quale, dice il Talmud, quando tripudiava nel tripudio della Scioaba, otto faci teneva in mano e l’una e l’altra successivamente scagliava in aria e tutte in cadenza regolarmente riafferrava, senza che niuno dei moti complicatissimi fallisse il segno. Ma non solo io li veggo con ordinate movenze menare un ballo, ma parole io odo e canti dal labbro loro sgorgare. Che parole son coteste? Porgete l’orecchio e l’eco lontano ne addurrà la Misnà—Dicono i Contemplativi, dicono i Pratici che incanutiti eran nella fede, nello studio—o felice gioventù, che la vecchiezza nostra non fai arrossire!Maaltri pure altra lode proferiscono, e lode diversa—Che lode è questa?Felice vecchiezza, che il fallo emendasti di gioventù.È questa la festa, e questo il ballo, e queste sono le parole dellaScioabà. Qui separate le donne,—qui il tempio convertito in sala da ballo,—qui musica, qui canto, qui ballo e qui infine cantanti e danzanti; chi? IHasidimeAnscè Maasè, cioè quei due ordini che abbiamo superiormente veduto per altri fatti moltissimi corrispondere al doppio essenico ordine diPraticieContemplativi, che da Filone nella succitata descrizione della festa ci vengono nella stessa attitudine raffigurati, nello stesso luogo, allo stesso oggetto, nell’atto istesso di cantare e ballare. Ma quando avviene questa festa? Avviene di notte, avviene durante una festa religiosa, e di notte e durante una festa religiosa quella avveniva da Filone descritta. E quanto dura la festa? Tutta la notte, dice Filone, sino all’alba spuntata; e tutta la notte risponde per la sua, la Misnà; e ne fa fede—non vaga lontana tradizione, ma uno degli assistenti, uno dei santi danzatori, quell’eccellentissimo Dottore che i colleghi soprannominavano grecamente loScolastico scolastica deoraità: io vo direR. Ieosciua Ben Hananiail quale nel Talmud si esprime così:Dice Ribbi Ieosciuah Ben Hanania quando gioivamo nella festa della Scioaba(che sublime mestizia in queste parole. Il tempio non era più!)non vedevamo(traduco a verbo),non vedevamo sonno cogli occhi nostri: e come? La prima ora del giorno pel sacrifizio cotidiano, di là all’orazione mattutina, di là al sacrifizio addizionale, di là all’orazione dei Musafim, di là alle accademie, di là alla mensa festiva, di là ai vespri, di là al sacrifizio vespertino, e di là sino al mattino seguente nei tripudi della Scioabà.Ed anche in questo, voi lo vedete, la festa di Alessandria equella di Solima procedean conformi. Che facean poi al mattino? Per quei di Alessandria così dice Filone:All’alba tutti volgonsi verso il sole nascente, e pregano Dio che conceda loro una buona giornata e la luce della sua verità. Così gli Alessandrini. Che cosa facean in Solima? La Misnà ce ne ha serbata fedelissima memoria.Al canto del gallo, ella dice,il corno mandava un triplice suono,[69]e così suonando e strepitando, procedeva la comitiva muovendo verso la porta che guarda ad Oriente. Giunti che erano alla porta che guarda ad Oriente, volgeansi tutti da Oriente a Occidente; e così diceano: I padri nostri che vissero in questo luogo volgeano, come dice Ezechiele, il tergo alla casa del Signore e la faccia loro indirizzavano ad Oriente, all’astro del giorno: ma Noi a Jah sono rivolti i nostri occhi; e ripetevan dicendo:Noi a Jah, ed a Jah i nostri occhi.Che cosa vedete qui? Tutto procedere appunto come tra i Terapeuti procedeva; tranne una cosa, la parte a cui si volgeano. GliEbrei, iDottori,gli Essenidi Palestina, memori della profanazione che i loro proavi fatto avevan del tempio del Signore, l’idolatrico culto introducendovi delle stelle del cielo, memori dell’attitudine che prendevano nell’adorazione del maggiore astro, che Ezechiele descrive e rinfaccia; giunti ch’erano al punto in cui dovevan pregare, prendevano la contraria positura e il tergo volgeano al sole nascente e gli occhi miravano e la persona al Santo dei Santi che la parte più occidentale occupava del santuario. Pegli Ebrei invece, pei Terapeuti Alessandrini avveniva il contrario. Fosse che a guisa di tutti quelli che vivono fuori di Terra Santa, a guisa nostra anch’oggi, si volgessero nel pregare ad Oriente, fosse che inesatta giungesse loro contezza del modo di pregare della Metropoli, fosse eziandio che il lungo soggiornodello Egitto, la lunga conversazione cogli infedeli, la diuturna separazione dal cuor della fede, facesse prendere al loro culto una tinta d’Idolatria, siccome l’eco ne perdurava e perdura in scrittori gravissimi che l’adorazione delSolegli attribuiscono; fatto è, che in questo sol punto tra il culto Essenico di Palestina e quello dei Terapeuti d’Egitto tu ravvisi un’antitesi. Del resto, la somiglianza non potrebbe più esser perfetta, e sopratutto non potrebbe più che in questa festa spiccare il doppio ordine diPraticieContemplativiche fu mio officio sinora mostrarvi nellastoria, nelladiscussione, negliatti, nelculto, com’ora vedeste degli antichi Dottori.—E quindi sempre più splendida sorgerà quella conclusione che viene dimostrata perpetuamente dalla nostra esposizione; la identità dell’Istituto degli Esseni colla parte più dotta e più santa del Farisato.

LEZIONE DECIMATERZA.Di due sorta classificazioni studiammo nella società degli Esseni nella conferenza passata: abbiamo veduto in che cosa consistesse la prima, e come getti le sue radici in una identica distinzione che la Misna ci additava in seno al Farisato. Abbiamo veduto in che cosa consistesse e su che principalmente si fondasse la seconda distinzione; distinzione di officio, di genio, di peculiare indirizzo, per cui in due principalissime categorie si dividevano tutti gli Esseni, inPratici, inContemplativi. Erano i pratici coloro che del tutto non si separavano dal mondo. Eran i contemplativi coloro che all’amor dello studio, al ritiro, alla contemplazione sacrificavano ogni altro culto, ogni affetto, ogni ambizione: di queste due classi noi abbiamo costatato, quanto era mestieri, l’indole, il carattere particolare; abbiamo veduto come più si affacesse ai primi la patria Palestinese, e come piuttosto si acconciasse ai secondi il soggiorno di Egitto. Se questa fosse semplice e nuda esposizione della Essenica organizzazione, se non ci fossimo sin da principio proposti di restituire il nostro Essenato al più vasto seno, alla più vasta scuola dei Farisei, se non dovessimo porre questa identità al raffronto di ogni fatto che si presenta, e da quello nuovo argomento derivarein favor nostro; se questa restituzione non fosse di sommo, di capitale interesse nella storia religiosa del popolo nostro, forse noi, postergato questa sera l’argomento presente, procederemmo difilati più oltre. Però grave debito c’incombe e lo adempiremo. Noi dobbiamo sperimentare quanto e come regga al confronto dei fatti il nostro supposto, dobbiamo vedere se la distinzione di cui si favella nella società degli Esseni, risponde ad altrettale distinzione in seno al Farisato; in una parola, dobbiamo anco una fiata vedere se la propugnata identità non è una favola. Io chieggo dunque: conobbe egli il Farisato distinzione siffatta? Havvi tra esso una scuola, un sistema che sia e che si appellicontemplativo? Havvi al tempo istesso un altro che le dottrine professi e il titolo rechi diPratici? Io oso dire che la distinzione esiste, e tale esiste che meglio non potrebbe allo scopo conferire. Esiste in tutta la estensione della Enciclopedia Rabbinica dei primi secoli, esiste nei fatti, negli uomini, nelle dottrine e infine sotto due principalissime forme due modi di storica rimembranza. Prima forma io chiamo quei casi innumerevoli in cui l’una o l’altra scuola, i Pratici o i Contemplativi s’introducono ad agire, a parlare isolatamente, separatamente dalla scuola e dal sistema contrario, così che noi esamineremo successivamente, passando prima in rassegna tutto ciò che nella Rabbinica Enciclopedia allude agli uomini, ai fatti, alle dottrine deiPratici, e poi ai fatti e agli uomini che si diconoContemplativi. Ma quanto più vivo interesse, quanto più efficacia nella forma seconda! In questaPraticieContemplativi, sistema e sistema, dottrina e dottrina più non ti appariscono lontani e disgiunti; ma con bella e parlante antitesi interloquiscono ambedue ad un tempo; e fede fanno ad un tempo della loro esistenza, e la distinzione pongono più chiaramente in rilievo invirtù del contrasto. E prima, che nome recano negli scritti Rabbinici le due scuole? Che nome pei primi i Pratici?—Ora il nome diIere het, che temono il peccato, ora quello più espressivo dianse maase, gli uomini della pratica, iPratici, come udirete dagli esempj. Che nome recano i Contemplativi?—Il nome principalmente diHasidim. Noi dell’uno e dello altro conosciamo i nomi; dove ora le dottrine, dove i fatti e dove gli uomini? Dove in primo luogo i Pratici?—Eccoli quando predicano l’insufficienza della sola speculazione; quando vogliono lo studio delle cose divine congiunto alla pratica dei doveri socialiiafe talmud tora im dereherez, im en dereherez en tora; quando dicono l’uomo non doversi dalla società sequestrareleolam tee datho sceladam meurebat im abiriot; quando insegnano nessuna virtù tornar gradita comecchè trascendente; quando dal centro vivificatore si sequestri, dalla religiosa comunanza, dalla chiesa di Dio; quando levano a cielo la necessità del lavoroghedola melaha scemehabbedet bealea; ghedolim baale umaniotl’amore dell’industria, la fatica del corpo e i benefici influssi di una vita laboriosa ed attiva alla salute dell’anima. Dove sono i Contemplativi? Vedeteli nel Talmud inSotàove coi più celebri Dottori si lamentan perdute altresì le più rare virtù, e dove specialmente conIose ben Catnutasi dice oscurato il lustro dei Hasidim; vedeteli nel Talmud Gerosolimitano, ove di un’opera e di un titolo si accenna, che non so come si potrebbe desiderare più appropriato pel caso nostro; è la menzione di un’opera che il titolo reca diMisnat hasidim, ed in cui tutto ed al sommo c’interessa, persino una curiosa variante. Interessa una citazione che ivi stesso è riprodotta dell’opera in questione, e dove in brevi ma espressivi tratti ti si dipingon le fattezze dei Contemplativi; ove si legge, p.e.:se tu per un solo giorno mi abbandoni,io ti abbandonerò per due, volendo dire come l’assiduità e la perseveranza sia precipua somma condizione nei sacri studj; e noi sappiamo qual ritratto ci abbia Filone lasciato della applicazione istancabile dei Terapeuti ai cari studj. Dissi persino una variante, e ve lo provo. Io lessiMisna hasidim Lettura o tradizione dei Hasidimper che così recano parecchi autorevolissimi testi, per che così par confermato da altri passi talmudici, come tra poco intenderete, e perchè finalmente, quando pure si meni buona la diversa lezione, pure il senso rimarrebbe a parer mio invariato. Ma qual è la seconda lezione? Leggono invero alcuni testiMeghillat Setariminvece diMisnat hasidim. Ma che vuol direMeghillat Setarim? Vuol direil volume dei Misteri. Io non so s’è dato afferrare da ora l’attinenza che corre strettissima fra le due lezioni. Bisognerebbe che precorso aveste in parte il mio dire. Bisognerebbe che voi sapeste come i libri degli Esseni fossero tenuti in gelosissima custodia, nè ad altri ne fosse comunicata contezza, tranne ai più fidi, ai meglio provati. Comprendereste allora l’origine di questa variante; vedreste siccome io veggo come naturalmente siensi presentate ambedue le lezioni, e vedreste ancora come se la vera e originale lezione non è al certo che una, pure non può essere senza grave cagione ammessa, introdotta la seconda lezione, e questa cagione e questa origine e la somma convenienza di libri, di opere esotteriche quando si parla di Esseni; siccome quelli che la storia accenna veramente possessori e custodi di libri siffatti.[58]Ma in altre parti ancora della Rabbinica Enciclopedia lasciarono di sè vestigia ihasidim. Lasciaronle nel Talmud Babilonico ove a chiunque, ed eziandio a quei Dottori che alle più rigide regole non soggiacquero del Hasidut, e solo allo strettissimoJuremostrino di attenersi,si suole maravigliando interrogare, ella è forse cotesta laMisna dei hasidim? Quasi dicessero, egli è questo il fare severo, irreprensibile dei hasidim?—Lasciaronla nel trattatoBerahot, dove degli antichissimi hasidim si narra il lungo orare, e le protratte preparazioni, e la giornata quasi interamente sacrata agli uffici di devozione quando si dice:Gli antichi hasidim un’ora spendevano in preludio a preghiera, un’ora nell’orare, un’altra pria di congedarsi da Dio e così facevano tre volte al giorno.Ove dunque gli studi e dove l’industria per vivere?—Si ripiglia lo stesso Talmud: sendo costorohasidim, il poco studio fruttava assai e lo scarso industriarsi sopperiva al bisogno. O io sbaglio, o questo passo del Talmud è un bizarro accozzamento di antiche tradizioni e di più moderne spiegazioni. Mestieri è che sappiate che cosa sia il Talmud Babilonico; come fuori fosse compilato di terra santa, come gli autori che dierongli la forma sua definitiva, nè la Palestina per avventura vedessero mai, nè i partiti, nè le vicende più importanti gli fossero conte di Palestina; quindi i non rari anacronismi nella storia palestinese, i fatti storici a quella relativi narrati in confuso, e quindi infine il sentenziare presente. Per tradizione conoscevano per avventura gli antichissimiHasidime li ricordano, udito avevano la vita a perfezione religiosa atteggiata, e così la dipingono; le orazioni lunghissime, la giornata spesa in devozioni e tale la narrano in verità, obbliarono però o non udirono come la speciale loro organizzazione, la comunanza dei beni, il lavoro in comune, questo tenore di vita straordinario gli consentissero, cioè le lunghissime ore trascorse in offici pietosi, quindi le più tarde e forzate spiegazioni, il ricorrere al prodigio, l’attribuire ad una grazia ognor rinnovata ciò ch’era effetto della loro istituzione, e quindi il bizzarro accozzamento di un fatto vero e di una ragione arbitraria,di una tradizione verace e di una interpretazione gratuita.[59]E lasciarono di sè manifeste vestigia in Hasidim, in quella eccezione singolare per cui un ceto intero dei cultori della legge viene formalmente dispensato da ogni pratica religiosa, siccome apertamente dispensa il Talmud da ogni religioso dovere coloro che fanno unica somma loro occupazione la meditazione della legge, o come dice il Talmud,che altra professione non eserce tranne lo studio; e quando infine per colmo di maraviglia volendo citare il Talmud un uomo, una scuola che alle condizioni tutte abbia adempito necessarie a questa dispensa, il gran nome cita e la gran scuola ad esempio.[60]R. Simon ben Johai e i suoi compagni, insegnandoci al tempo stesso nella citazione preziosissima e il carattere ascetico, speculativo, studioso, eccezionale di quella famiglia e la preziosa indicazione della esistenza istessa di una scuola da quel gran nome capitanata, e infine la bellissima coincidenza delle due dispense, quella che il Farisato consentiva al Ben Johai ed alla scuola sua da ogni pratica osservanza, e quella che gli Esseni rispettavano nel più perfetto del loro Istituto da ogni pratica esteriore;[61]e quindi nuova e preziosissima conferma e della identità generale della Farisaica colla Essenica scuola, e tra i medesimi Farisei una più speciale affinità colla scuola mistico-teologica, dei cabbalisti di cui fu principe e restauratore Simon Ben Johai. Ma io vi dissi che non solo disgiuntamente lasciarono di sè vestigio nei Rabbinici monumenti ed Esseni pratici ed Esseni contemplativi; dissi ancora, e vado a provarlo, che la coesistenza in seno al Dottorato di questa duplice ramificazione, resulta anco più spiccata, anco più manifesta in tutti quei luoghi, e sono molti e sono parlanti, nei quali gli uni figurano a costa degli altri, in cui Pratici e Contemplativi si fanno lume, si spiegano, si suppongono scambievolmente, oraDottrina contrapponendo a Dottrina, ed ora professori a professori. E dove fan questo? Dove in primo luogo l’antitesi delle dottrine? Antitesi, io dico, chiarissima nel Talmud Berahot, dove Pratici e Contemplativi scendono a disputare.—E qual’è del disputare l’obbietto? Niente meno che la quistione grandissima che tra essi verteva, voglio dire la eccellenza maggiore di ambo le vite, della vitapraticae della vitacontemplativa. Voi comprendete il gran momento di questo trovato. Ma che sarà poi se il nome intenderete dei disputanti, se vi dico, per esempio, che l’avvocato della vita pratica, della vita socievole è Ribbi Ismaele, e se aggiungessi di più che l’apologista della vita contemplativa è R. Simon Ben Iohai? Certo che in questa disputa, in questi nomi vedreste l’impronta del vero.—Certo direste, ma non invano, il Ben Iohai è sempre nelle pagine del Talmud l’infallibile rappresentante della vita, delle dottrine, della società degli Asceti. Certo, direte, che i vincoli che le sua alla scuola stringevan degli Esseni, vincoli dovevano essere forti, numerosi, strettissimi. Ma che? La verità si fa strada da sè, e non fa d’uopo che lasciarla parlare per rimanere convinto. Udiste poc’anzi un cabbalista, un Fariseo, R. Simon Ben Johai, attribuirsi, patrocinare il sistema, la vita, le idee degli Asceti. Udite ora un altro Fariseo, un altro Cabbalista gli stessi principii propugnare e le stesse dottrine: e chi è cotesto? Egli è Ribbi Akiba, il cui nome nei fasti cabbalistici suona non meno celebre del suo celebratissimo discepolo Ribbi Simon Ben Johai. Ma quanto del disputare il campo non si estende! Quanto più ampliata la discussione! Quanto più il tema elevato! Non si tratta già di sapere soltanto se la vita pratica, la pratica sociale debba entrare qual elemento, qual ausiliare alla vita dell’anima; ma si tratta sapere se lapraticain generale, la sociale comela religiosa, la civile come la spirituale, se sottostia, se sovrasti alla vita speculativa, studiosa, contemplativa. Era pur grande consesso cotesto ove siedevano i più illustri tra i Tanaiti, tra le mura diLyddain Palestina dove il gran tema fu proposto—Qual sia delle due più eccellente, la vita pratica o la vita contemplativa.Chi sostenne la prima, chi difese la pratica? R. Tryphon. Chi antepose la contemplativa? Voi l’udiste. Egli è R. Akiba, il visitatore del misticoPardes,[62]il maestro di Ben Iohai, il corifeo del Misticismo. Or che sarà se vedremo la caratteristica delHasidutapposta a R. Akiba in tre luoghi del Talmud, vale a dire il distintivo e l’appellazione essenica come noi presumiamo? Nel primo (Berahot 27), secondo la lezione di R. Nissim nell’Ammafteah(25. 2), in cui si dice che chiunque vede R. Akiba in sogno aspiri alhasidut. Nel secondo (Sanedrin XI), ove il verso dei salmi: radunatemi i miei pii (hasidai) s’interpreta perR. Akiba e suoi compagni. Il terzo infine ove per significare, come quel Dottore si dilunghi talvolta dalle abituali sue dottrine, si dice:Abbandonò R. Akiba il suo hasidut.E non sono persino le più minute circostanze che non abbiano in questo racconto il lor valore. Per esempio quelMesubbin, quello stare a mensa seduti, quello alternare il pane del corpo col pan dello spirito, quel discutere a mensa, quanto non vi riescirebbe prezioso se potessi dir tutto! Se vi dicessi che questo era il costume proprio, proprissimo della società degli Esseni, a quanto ne attestan Filone e Giuseppe; che dico? se vi narrassi come non dissimile procedesse il costume deiZoaristii quali per lo più, mentre a mensa sedevano, un testo togliean a interpretare della legge, e il sobrio pane mescevan col più soave dei condimenti, lascienza.[63]Ma di questo più diffusamente a suo luogo. Dovrò io citaredopo questi luminosissimi, esempi per avventura di men rilievo? Dovrò dire di due altri campioni che la pratica o la contemplativa vita tolgono a propugnare nel 4º di Kidusin? Difende la prima R. Meir quando l’obbligo inculca ai genitori d’insegnare al figliuolo un mestiere: propugna l’altra ivi stesso Ribbi Neorai quando dice:Ogni arte rigetto, ogni mestiere, e solo il figlio mio inizierò allo studio.E chi è Ribbi Neorai? singolare a dirsi. Vedeste R. Akiba, vedeste Ben Iohai, ambo Farisei non solo, ambo cabbalisti, farsi organi, farsi rappresentanti delle idee degli Esseni. Vedetene ora un terzo! Poche, forse non altre volte è di questo Dottore menzione tra i Rabbini, tranne questa ed altra fiata nella Misna di Abot. Ma quanto però e come significativamente nelle pagine del Zoar! OveR. Neoraiè uno dei più famosi anacoreti, anzi è quegli stesso che voi, non è molto, udiste rammemorare tra coloro che il Zoar ci narra abitare la solitudine, e solo nelle feste solenni alla città convenire. E quella fiata istessa che n’è parola in Abot, quanto non ha ella la fisonomia e il linguaggio di un Essena! Curioso a dirsi! Niuno, che io mi sappia, lo notò; eppure notabilissime suonano le sue parole. Chiede R. Neorai che muovasi esule lontano per istudiare la legge, e oh meraviglia! nel Zoar è egli stesso Ribbi Neorai che la gran sentenza profferiva che con questa torna a capello, cioè non altrove potersi con frutto meditare la legge se non nell’esilio, se non nella solitudine. È la menzogna, è il caso che ha create siffatte armonie? No, è la verità che solleva un lembo del suo velo, è l’armonia che, tolto l’ostacolo, prorompe sonora fra la Misna e il Zoar, fra tutte e due poi è la società degli Esseni in quella guisa che due stromenti accordati all’unisono, mandano l’un l’altro amica risposta.[64]Dissi nella passata lezione come non solo le dottrinedegli Esseni, ma gli uomini eziandio sono posti nel Talmud talvolta in contrasto; non solo laPraticae laContemplazionefigurano una a fianco dell’altra, ma iPraticieziandio, ma iContemplativivengono ad un tempo designati, e in bella e parlante antitesi presentatici quasi due ordini diversissimi. E dove? Tempo è che il veggiamo, che il veggiamo in Abot, ove il Bur è detto non potere essere Jèré het (che teme il peccato), nè l’ignorante poter farsi (Hasid). Ma che cosa è Bur? Chiedetelo a tutti gli interpreti, e tutti vi risponderanno concordi, vi diranno che Bur è colui non solo che di ogni scienza procede destituito, ma le attitudini e qualità eziandio non ha dell’uomo civile.—E che cosa si dice del Bur?—Che non sarà Ièré het, che è quanto dire che non sarà non solo negli studi felice, ma nemmeno uomo civile, uomo pratico, uomo socievole. Che cos’è ilAm Aarez? Voi l’udiste, egli è l’idiota, egli è l’ignorante. E che cosa non sarà ilAm Aarez? Non sarà, dice il Misnico testo,hasid, ch’è quanto dire non sarà uomo studioso, dotto, contemplativo, e ciò che più fa bella l’evidenza di questa chiosa, si è il nomehasid, nome che voi da lungo tempo udiste qual sinonimo di Essena, nome che quello precesse eziandio di Esseni, siccome gravi autori, e tra altri Scaligero, ce lo attestano, e nome infine che quale specialissima designazione di una setta viene ricordato nei Maccabei.[65]Vi par egli che io proceda nel ragionare stringato? Vi par piuttosto che troppo generosa conceda significazione all’appellativo di Ièré het. Vi par egli che non sia ancora troppo la sinonimia dimostrata, colla partepraticadel nostro Istituto? Or bene udite ancora, e continuate poi se vi dà l’animo, a dubitare. Udite pria inSotàdove tra i mali che la Era, che la venuta precederanno del re Messia, due ceti, due ceti religiosi si ricordano che dal loro antico lustro miseramente decaderanno. E come si chiamano i due ceti? Si chiamanoi primiSoferim, e ad essi si attribuisce la scienza che allora sarà invilitavehohmat soferim tisrah. Si chiamano i secondi Ièré het e si dice cheallora saranno in obbrobrio. Non vi dice nulla questo nome di Soferim? Eppure i Soferim diJah bez, i Nazirei chiamati dal Targum Soferim, il vederli procedere qui di conserva coi Ièré het, dovrebbero a creder mio farvi pensare. Ma voi chiedete più, e la verità non dice mai,basta. Havvi nella Misnà (per altri è Barraità) un frammento antico, preziosissimo che sotto il nome corre di R. Pinehas Ben Iair e che si chiamaBarraita di R. Pinehas Ben Iair. Si può chiamare in verità laScala dei santi. È una descrizione dei gradi per cui dalle più infime virtù si può raggiungere le più eccelse, le più trascendenti senza interruzione, senza salto, ma per una transizione naturale, facile, necessaria. Di tutti i gradi di santità ivi notati, che sono assai, due osserviamone tra i più cospicui, i quali sono il Hasidut e l’Irat het,la pietà eroicae iltimore del peccato. Qual posto occupano nella scala dei santi, e quale l’una rispetto all’altra? Il loro posto è il massimo, e dopo il culmine della scala che è lo Spirito Santo, io trovo come gradi sottostanti, più alto ilHasidut, la pietà eroica, quindi più basso lo Irat het,il timor del peccato. Ma non solo massimi ambedue, ma ciò che troppo più monta pel caso nostro, sono contigui, l’Irat hettimor del peccatoprecede, ilHasidutvi conduce, vi predispone.Hasidutn’è lo stadio successivo, la fase ultima, conducente, educante alRuah acodesc, spirito santo. Che cosa si volle dunque per Irat het? Non certo queltimor del peccato, come ognuno intende, ch’è virtù di nome e di fatto puramente negativa, che consiste meglio nello scansare il male, che nello esercitare il bene. E perchè dico questo nostroIrat hetvirtù non volgare? Per molte ragioni che me lo persuadono. Me lo persuade in primo la suacontiguità alHasidut, grado se altro fu mai eccellentissimo e che, come udiste, mena direttamente allo spirito santo,Ruah Acodesc. Me lo persuade poi eziandio non solo le virtù che conseguitano, ma le virtù ancora che lo precedono, ma i gradi eziandio inferiori, i quali tutti, troppo, come vedrete, sovrastano al volgare timore, perchè possano di quello meritamente considerarsi preparazione. Precede non solo ilFarisato, lo stato dei Farisei, le virtù farisaiche, lo che già accenna, come intendete, a una parentela strettissima tra ambidue; ma il precede anche laanava, come udiste, l’umiltà, sublime se altra fu mai nella gerarchia teologica delle virtù e appo a cui il timor di Dio è chiamato altrove dai Dottori suo vile calzare,achob lesandelà; e il precede insieme anchela santità, siccome deltimore del peccatoessa pure avviamento e prodromo. Che cosa dunque vuol dir ciò? Vuol dire, se io non erro, che colle paroleche teme il peccatointesero i Dottori uno stato morale che generato è pure dal Farisato, e che di gran lunga eccede tutte le virtù sottostanti, lapurità, laumiltà, ed anche lasantità, e che è affine, e ch’è contiguo, e ch’è conducente alHasidutcioè a quello stato, a quel grado onde ebbe nome la società degliEsseni Contemplativinegli antichissimi tempi. O io erro, o fatti sono cotesti che altamente depongono in favor mio. Che sarà poi se il nome intenderete dell’autore della Barraità in discorso? Voi vedeste e vedrete costantemente i Dottori più insigni della scuola cabbalistica farsi nelle pagine del Talmud gli oratori, gli avvocati delle idee, delle massime dell’Essenato, vedeste Rabbi Simon Ben Iohai, contro a R. Ismael, Rabbi Akiba contro Ribbi Tryphon, Rabbi Neorai contro R. Meir, e Ben Iohai e Ribbi Akiba e R. Neorai al tempo stesso cabbalisti e rappresentanti e organi dei principi dell’Essenato. Vedetene adesso un altro nell’autordellaBarraità. E chi è l’autore della Barraità? Voi l’udiste: è Rabbi Pinehas Ben Iair, non solo il suocero di R. Simon Ben Iohai, non solo veneratissimo nel Talmud, ma quel che più monta, celebratissimo nel Zoar, le cui parole, le cui dottrine sono ivi con venerazione registrate, e le parole e le dottrine sono esse pure della scuola teologico-mistica dei Cabbalisti. E tutto questo a caso? È a caso che di tratto in tratto sorgono nel Talmud due idee parallele, concomitanti, talvolta opposte, antitetiche, ed alle idee corrispondono dei pratici, dei contemplativi? È a caso che gli avvocati dellacontemplazionenel Talmud sono sempre quegli stessi che più vanno rinomati pel loro ascetismo? È a caso che tutti i loro nomi primeggian nel libro del Zoar? È a caso che niuno al contrario vi figuri dei loro avversari, nonIsmael, nonTryphon, nonMeir? Io credo che non è caso. Quel che non è certo a caso son le parole che seguono: e chi ne è l’autore? È lo stessoPinehas Ben Iair.Dal giorno ei dice, che fu il tempio distrutto furono confusii soci, i fratelli e i liberie cuoprironsi il capo e decadderoI pratici. Chi sono isoci, iliberi, e chi sono ipratici? Io lo chiesi agli antichi interpreti e quale n’ebbi risposta? Per pratici l’idea vaga generalissima di religiosi; peisocio peiliberisensi che, o nulla significano, o se qualcosa significano, giovano non poco al mio assunto. Ma quanto bene nel nostro sistema!Soci(Haberim), sono iSocii fratelli della società e della EssenicaFrateria; iPratici, sono iPraticila frazione più urbana, più cittadinesca dell’Essenato. Ma chi sono i liberi. Benè-horin? Ah chi sono i liberi? Ve lo dica per me un’aurea indicazione daFiloneserbataci; quando parlando della costituzione degli Esseni narra di quelli che di fresco introdotti nella società, consumavano il noviziato nel servire, nel ministrare ai provetti, ai maggiori.[66]E come dice Filone che si chiamavano dagli Esseni, cotesti? Si chiamavanoLiberi, sì, si chiamavanoLiberivolendo, siccome ei dice, con un nome contraddistinguerli, che ogni carattere servile escludesse dalla loro persona al quale non poco avrìa indotto a credere i riguardanti, l’officio veramente servile in cui ministravano. Ma liberi essi erano, Benè-horin, e dicevansi liberi comecchè umilmente ministrassero a mensa ai verisoci, ai veri fratelli.[67]Voi vedeste già molte volte ed ora stesso aperta vi fu mostrata la esistenza diPratici, diContemplativiin seno ai Dottori. Non mi resta che chiamare la vostra attenzione sopra un altro fatto soltanto, ma cospicuo, ma rilevantissimo fatto; ove non solo questa duplice ramificazione riprodurrassi e più distinta e spiccata; non solo vedremo EsseniPraticied EsseniContemplativi; ma ciò che a dismisura più monta, li vedremo parlare, agire e certi atti caratteristici eseguire che Filone ci narra, propri, particolari agli Esseni. Dissi un fatto perchè invero ambi s’identificano, si confondono, si unificano in un solo fatto, ma per ora sono due, l’uno fornitoci dagli Esseni è narrato da Filone, l’altro fornito dal Farisato è raccontato dalla Misnà. Qual’è il fatto da Filone narrato? È una festa ed una festa da ballo, ma di quelle ch’è capace di dare un Istituto religioso, un sodalizio quale era l’Essenico. Narrarvi per filo e per segno tutte le circostanze di questa festa da Filone descritta, troppo più a lungo ci menerebbe che nol consentan l’ora e le forze. Pure mestieri è che le cose più rilevanti vi sien conte. Festa era questa che celebravano i Terapeuti, in una delle solennità religiose che resta difficile determinare, ma che ogni analogia ci persuaderebbe essere iTabernacoli. E dove si celebrava cotesta festa? Si celebrava, dice Filone, nell’aula del chiostro che lor serviva di Tempio. Colà si riuniva la numerosa famiglia dei Terapeuti, e indossataognuno la bianchissima stola, sedeva ad una mensa, donne ed uomini separatamente da ambo i lati, dove tutti prendevano cibi parchissimi, d’onde carne e vino erano assolutamente banditi, ove ministravano queiLiberidi cui vi discorsi, ed ove i sacri ragionamenti allietavano ed istruivano i commensali. Soddisfatto il bisogno del corpo, ognuno levavasi. Il Presidente intonava un Inno alla gloria di Dio composto da esso o da qualcuno dei predecessori, e tutta la compagnia lo cantava con lui, quindi i giovani recavano in mezzo una tavola, per memoria di quella ch’era in Gerosolima nel vestibolo del Tempio; quindi i balli, e al ballo uniti e suoni e canti; e ballo e canto protraevasi insino a giorno. All’alba, tutti come un sol uomo volgevansi al sole nascente, e supplicato da Dio il buon giorno e la luce della verità, ognuno si ritirava nella sua cella ove riprendeva le usate occupazioni. Questa è la festa che narra Filone, e questo è il fatto che vuole essere adesso paragonato alla storia che di una gran festa ci han trasmesso i Rabbini. Qual’è questa festa? Ella è quella che si celebrava, dice la Misnà, (in Succà) nei vespri del primo giorno dei Tabernacoli, e che fama altissima lasciò di sè in tutta la Rabbinica Enciclopedia sotto il nome diSimhat bet Ascioabae di cui il nostroSimhat Attoranon è che pallida copia e debile reminiscenza. Dove si celebrava il Simhat bet Ascioaba? Si celebrava in quella parte del Tempio che si chiamaval’Atrio delle donneperchè alle donne era quello il limite assegnato, che non poteano valicare. In quell’atrio, dice la Misnà, stabilivasigrandissimo ordine, Ticun gadol. Che vuol dire quest’ordine, dice il Talmud? Vuol dire, risponde, che l’atrio stesso in due parti era diviso ove uomini e donne potuto avrebbero assistere alla festa separatamente. Ma quanto splendido non c’è descritto l’apparecchio! specialmente perciò che riguarda i candelabri,i doppieri, i lampadari infiniti che gettavano per ogni parte del Tempio, degli atrî e di tutta la montagna d’intorno, torrenti di luce. Vi basti dire, dice la Misnà, che non v’era casa, non cortile, comecchè distante dal Tempio in Gerosolima, che un raggio non ricevesse della sacra montagna che tutta pareva divampare in un mare di fuoco. Piacerebbevi egli, o miei giovani, che ove conceduto ne fosse l’accesso, quelle aule visitassimo e quegli atrî santissimi? Orsù, entriamo ed osserviamo. Che spettacolo è questo! Non solo la vastissima sala splende per miriadi di luci, non solo un dolce suono mandano i Leviti, oggi in gran completo dalla loro numerosa e svariatissima orchestra, non solo il caro idioma dei sacri libri risuona in bocca agli astanti nelle lodi, negli inni che celebrano all’Altissimo; ma che cos’è quest’agitazione che veggo: sogno io o son desto? È pure un ballo! Un ballo nella casa del Signore! Un ballo che al canto si marita, si marita al suono istesso dei sacri strumenti, dei sacri cantici, e che pare ad un culto rivolto, ad un oggetto pur esso santissimo! Tersicore negli atrî del severo Dio di Solima non avrei pensato io giammai. Eppure è così. E chi sono i danzanti? giovani forse? adolescenti? pensate! Altro che giovani! Ravvisateli bene, sono venerabili aspetti, sono canuti, sono Dottori, sono le stelle più fulgide del Farisato,ogni altro eccettuato, dice Maimonide, sono essi soltanto, essi soli; sono, diciamolo una volta colle parole testuali della Misnà, sono due ordini di Dottori, iHasidime iPratici, sono essi i quali, in uno slancio di gioja celeste, in un’estasi di mistico amore, intrecciano dotte e mistiche danze, raffigurando nelle armoniche cadenze quello che gli antichi tutti vollero raffigurato nelle danze religiose, vuoi l’armonie delle sfere, vuoi l’armonia più segreta dell’animo umano e delle sue facoltà, vuoi insomma qualche altroconsimile intendimento, che lungo sarebbe voler constatare. Sì, sono essi, sono iHasidim, iContemplativie gliAnscè Maasè, alla lettera iPratici, i quali santificavano, riabilitavano nel culto del vero Dio le danze che narrava il Paganesimo dei Dattili, dei Telchini, dei Coribanti, delle Baccanti. Non sappiamo noi da Luciano egual costume appresso ai Greci? Non è il più bel premio di una mente culta e religiosa quello di potere riposare in una uniformità ammirabile tra il mondo Ebraico e il fiore del Paganesimo? Non abbiamo bisogno in mezzo a tante discrepanze, a tanti antagonismi, un po’ di armonia, un po’ di pace tra Ebraismo e Paganesimo che valgano a costatare che ogni filo non era spezzato tra l’uno e l’altro? Oh! come è bello, per tanto, udire Luciano a descriverci le paganiche danze! «La danza di Bacco(ei dice) specialmente nella Jonia e nel Ponto è esercitatissima;e vi ballano persone nobilissime e i principali della città, che lungi d’averne punto rossore, si compiacciono meglio di questo esercizio, che della nobiltà degli uffici e della dignità dei maggiori.» (ed. Capol., vol 3, 206) Non par egli udire l’apologia di David che danza innanzi l’arca, e i Dottori che lo imitano nella festa dellaScioaba?[68]Sublime invero, santo Coribante R. Simon Ben Gambliel, il quale, dice il Talmud, quando tripudiava nel tripudio della Scioaba, otto faci teneva in mano e l’una e l’altra successivamente scagliava in aria e tutte in cadenza regolarmente riafferrava, senza che niuno dei moti complicatissimi fallisse il segno. Ma non solo io li veggo con ordinate movenze menare un ballo, ma parole io odo e canti dal labbro loro sgorgare. Che parole son coteste? Porgete l’orecchio e l’eco lontano ne addurrà la Misnà—Dicono i Contemplativi, dicono i Pratici che incanutiti eran nella fede, nello studio—o felice gioventù, che la vecchiezza nostra non fai arrossire!Maaltri pure altra lode proferiscono, e lode diversa—Che lode è questa?Felice vecchiezza, che il fallo emendasti di gioventù.È questa la festa, e questo il ballo, e queste sono le parole dellaScioabà. Qui separate le donne,—qui il tempio convertito in sala da ballo,—qui musica, qui canto, qui ballo e qui infine cantanti e danzanti; chi? IHasidimeAnscè Maasè, cioè quei due ordini che abbiamo superiormente veduto per altri fatti moltissimi corrispondere al doppio essenico ordine diPraticieContemplativi, che da Filone nella succitata descrizione della festa ci vengono nella stessa attitudine raffigurati, nello stesso luogo, allo stesso oggetto, nell’atto istesso di cantare e ballare. Ma quando avviene questa festa? Avviene di notte, avviene durante una festa religiosa, e di notte e durante una festa religiosa quella avveniva da Filone descritta. E quanto dura la festa? Tutta la notte, dice Filone, sino all’alba spuntata; e tutta la notte risponde per la sua, la Misnà; e ne fa fede—non vaga lontana tradizione, ma uno degli assistenti, uno dei santi danzatori, quell’eccellentissimo Dottore che i colleghi soprannominavano grecamente loScolastico scolastica deoraità: io vo direR. Ieosciua Ben Hananiail quale nel Talmud si esprime così:Dice Ribbi Ieosciuah Ben Hanania quando gioivamo nella festa della Scioaba(che sublime mestizia in queste parole. Il tempio non era più!)non vedevamo(traduco a verbo),non vedevamo sonno cogli occhi nostri: e come? La prima ora del giorno pel sacrifizio cotidiano, di là all’orazione mattutina, di là al sacrifizio addizionale, di là all’orazione dei Musafim, di là alle accademie, di là alla mensa festiva, di là ai vespri, di là al sacrifizio vespertino, e di là sino al mattino seguente nei tripudi della Scioabà.Ed anche in questo, voi lo vedete, la festa di Alessandria equella di Solima procedean conformi. Che facean poi al mattino? Per quei di Alessandria così dice Filone:All’alba tutti volgonsi verso il sole nascente, e pregano Dio che conceda loro una buona giornata e la luce della sua verità. Così gli Alessandrini. Che cosa facean in Solima? La Misnà ce ne ha serbata fedelissima memoria.Al canto del gallo, ella dice,il corno mandava un triplice suono,[69]e così suonando e strepitando, procedeva la comitiva muovendo verso la porta che guarda ad Oriente. Giunti che erano alla porta che guarda ad Oriente, volgeansi tutti da Oriente a Occidente; e così diceano: I padri nostri che vissero in questo luogo volgeano, come dice Ezechiele, il tergo alla casa del Signore e la faccia loro indirizzavano ad Oriente, all’astro del giorno: ma Noi a Jah sono rivolti i nostri occhi; e ripetevan dicendo:Noi a Jah, ed a Jah i nostri occhi.Che cosa vedete qui? Tutto procedere appunto come tra i Terapeuti procedeva; tranne una cosa, la parte a cui si volgeano. GliEbrei, iDottori,gli Essenidi Palestina, memori della profanazione che i loro proavi fatto avevan del tempio del Signore, l’idolatrico culto introducendovi delle stelle del cielo, memori dell’attitudine che prendevano nell’adorazione del maggiore astro, che Ezechiele descrive e rinfaccia; giunti ch’erano al punto in cui dovevan pregare, prendevano la contraria positura e il tergo volgeano al sole nascente e gli occhi miravano e la persona al Santo dei Santi che la parte più occidentale occupava del santuario. Pegli Ebrei invece, pei Terapeuti Alessandrini avveniva il contrario. Fosse che a guisa di tutti quelli che vivono fuori di Terra Santa, a guisa nostra anch’oggi, si volgessero nel pregare ad Oriente, fosse che inesatta giungesse loro contezza del modo di pregare della Metropoli, fosse eziandio che il lungo soggiornodello Egitto, la lunga conversazione cogli infedeli, la diuturna separazione dal cuor della fede, facesse prendere al loro culto una tinta d’Idolatria, siccome l’eco ne perdurava e perdura in scrittori gravissimi che l’adorazione delSolegli attribuiscono; fatto è, che in questo sol punto tra il culto Essenico di Palestina e quello dei Terapeuti d’Egitto tu ravvisi un’antitesi. Del resto, la somiglianza non potrebbe più esser perfetta, e sopratutto non potrebbe più che in questa festa spiccare il doppio ordine diPraticieContemplativiche fu mio officio sinora mostrarvi nellastoria, nelladiscussione, negliatti, nelculto, com’ora vedeste degli antichi Dottori.—E quindi sempre più splendida sorgerà quella conclusione che viene dimostrata perpetuamente dalla nostra esposizione; la identità dell’Istituto degli Esseni colla parte più dotta e più santa del Farisato.

Di due sorta classificazioni studiammo nella società degli Esseni nella conferenza passata: abbiamo veduto in che cosa consistesse la prima, e come getti le sue radici in una identica distinzione che la Misna ci additava in seno al Farisato. Abbiamo veduto in che cosa consistesse e su che principalmente si fondasse la seconda distinzione; distinzione di officio, di genio, di peculiare indirizzo, per cui in due principalissime categorie si dividevano tutti gli Esseni, inPratici, inContemplativi. Erano i pratici coloro che del tutto non si separavano dal mondo. Eran i contemplativi coloro che all’amor dello studio, al ritiro, alla contemplazione sacrificavano ogni altro culto, ogni affetto, ogni ambizione: di queste due classi noi abbiamo costatato, quanto era mestieri, l’indole, il carattere particolare; abbiamo veduto come più si affacesse ai primi la patria Palestinese, e come piuttosto si acconciasse ai secondi il soggiorno di Egitto. Se questa fosse semplice e nuda esposizione della Essenica organizzazione, se non ci fossimo sin da principio proposti di restituire il nostro Essenato al più vasto seno, alla più vasta scuola dei Farisei, se non dovessimo porre questa identità al raffronto di ogni fatto che si presenta, e da quello nuovo argomento derivarein favor nostro; se questa restituzione non fosse di sommo, di capitale interesse nella storia religiosa del popolo nostro, forse noi, postergato questa sera l’argomento presente, procederemmo difilati più oltre. Però grave debito c’incombe e lo adempiremo. Noi dobbiamo sperimentare quanto e come regga al confronto dei fatti il nostro supposto, dobbiamo vedere se la distinzione di cui si favella nella società degli Esseni, risponde ad altrettale distinzione in seno al Farisato; in una parola, dobbiamo anco una fiata vedere se la propugnata identità non è una favola. Io chieggo dunque: conobbe egli il Farisato distinzione siffatta? Havvi tra esso una scuola, un sistema che sia e che si appellicontemplativo? Havvi al tempo istesso un altro che le dottrine professi e il titolo rechi diPratici? Io oso dire che la distinzione esiste, e tale esiste che meglio non potrebbe allo scopo conferire. Esiste in tutta la estensione della Enciclopedia Rabbinica dei primi secoli, esiste nei fatti, negli uomini, nelle dottrine e infine sotto due principalissime forme due modi di storica rimembranza. Prima forma io chiamo quei casi innumerevoli in cui l’una o l’altra scuola, i Pratici o i Contemplativi s’introducono ad agire, a parlare isolatamente, separatamente dalla scuola e dal sistema contrario, così che noi esamineremo successivamente, passando prima in rassegna tutto ciò che nella Rabbinica Enciclopedia allude agli uomini, ai fatti, alle dottrine deiPratici, e poi ai fatti e agli uomini che si diconoContemplativi. Ma quanto più vivo interesse, quanto più efficacia nella forma seconda! In questaPraticieContemplativi, sistema e sistema, dottrina e dottrina più non ti appariscono lontani e disgiunti; ma con bella e parlante antitesi interloquiscono ambedue ad un tempo; e fede fanno ad un tempo della loro esistenza, e la distinzione pongono più chiaramente in rilievo invirtù del contrasto. E prima, che nome recano negli scritti Rabbinici le due scuole? Che nome pei primi i Pratici?—Ora il nome diIere het, che temono il peccato, ora quello più espressivo dianse maase, gli uomini della pratica, iPratici, come udirete dagli esempj. Che nome recano i Contemplativi?—Il nome principalmente diHasidim. Noi dell’uno e dello altro conosciamo i nomi; dove ora le dottrine, dove i fatti e dove gli uomini? Dove in primo luogo i Pratici?—Eccoli quando predicano l’insufficienza della sola speculazione; quando vogliono lo studio delle cose divine congiunto alla pratica dei doveri socialiiafe talmud tora im dereherez, im en dereherez en tora; quando dicono l’uomo non doversi dalla società sequestrareleolam tee datho sceladam meurebat im abiriot; quando insegnano nessuna virtù tornar gradita comecchè trascendente; quando dal centro vivificatore si sequestri, dalla religiosa comunanza, dalla chiesa di Dio; quando levano a cielo la necessità del lavoroghedola melaha scemehabbedet bealea; ghedolim baale umaniotl’amore dell’industria, la fatica del corpo e i benefici influssi di una vita laboriosa ed attiva alla salute dell’anima. Dove sono i Contemplativi? Vedeteli nel Talmud inSotàove coi più celebri Dottori si lamentan perdute altresì le più rare virtù, e dove specialmente conIose ben Catnutasi dice oscurato il lustro dei Hasidim; vedeteli nel Talmud Gerosolimitano, ove di un’opera e di un titolo si accenna, che non so come si potrebbe desiderare più appropriato pel caso nostro; è la menzione di un’opera che il titolo reca diMisnat hasidim, ed in cui tutto ed al sommo c’interessa, persino una curiosa variante. Interessa una citazione che ivi stesso è riprodotta dell’opera in questione, e dove in brevi ma espressivi tratti ti si dipingon le fattezze dei Contemplativi; ove si legge, p.e.:se tu per un solo giorno mi abbandoni,io ti abbandonerò per due, volendo dire come l’assiduità e la perseveranza sia precipua somma condizione nei sacri studj; e noi sappiamo qual ritratto ci abbia Filone lasciato della applicazione istancabile dei Terapeuti ai cari studj. Dissi persino una variante, e ve lo provo. Io lessiMisna hasidim Lettura o tradizione dei Hasidimper che così recano parecchi autorevolissimi testi, per che così par confermato da altri passi talmudici, come tra poco intenderete, e perchè finalmente, quando pure si meni buona la diversa lezione, pure il senso rimarrebbe a parer mio invariato. Ma qual è la seconda lezione? Leggono invero alcuni testiMeghillat Setariminvece diMisnat hasidim. Ma che vuol direMeghillat Setarim? Vuol direil volume dei Misteri. Io non so s’è dato afferrare da ora l’attinenza che corre strettissima fra le due lezioni. Bisognerebbe che precorso aveste in parte il mio dire. Bisognerebbe che voi sapeste come i libri degli Esseni fossero tenuti in gelosissima custodia, nè ad altri ne fosse comunicata contezza, tranne ai più fidi, ai meglio provati. Comprendereste allora l’origine di questa variante; vedreste siccome io veggo come naturalmente siensi presentate ambedue le lezioni, e vedreste ancora come se la vera e originale lezione non è al certo che una, pure non può essere senza grave cagione ammessa, introdotta la seconda lezione, e questa cagione e questa origine e la somma convenienza di libri, di opere esotteriche quando si parla di Esseni; siccome quelli che la storia accenna veramente possessori e custodi di libri siffatti.[58]

Ma in altre parti ancora della Rabbinica Enciclopedia lasciarono di sè vestigia ihasidim. Lasciaronle nel Talmud Babilonico ove a chiunque, ed eziandio a quei Dottori che alle più rigide regole non soggiacquero del Hasidut, e solo allo strettissimoJuremostrino di attenersi,si suole maravigliando interrogare, ella è forse cotesta laMisna dei hasidim? Quasi dicessero, egli è questo il fare severo, irreprensibile dei hasidim?—Lasciaronla nel trattatoBerahot, dove degli antichissimi hasidim si narra il lungo orare, e le protratte preparazioni, e la giornata quasi interamente sacrata agli uffici di devozione quando si dice:Gli antichi hasidim un’ora spendevano in preludio a preghiera, un’ora nell’orare, un’altra pria di congedarsi da Dio e così facevano tre volte al giorno.Ove dunque gli studi e dove l’industria per vivere?—Si ripiglia lo stesso Talmud: sendo costorohasidim, il poco studio fruttava assai e lo scarso industriarsi sopperiva al bisogno. O io sbaglio, o questo passo del Talmud è un bizarro accozzamento di antiche tradizioni e di più moderne spiegazioni. Mestieri è che sappiate che cosa sia il Talmud Babilonico; come fuori fosse compilato di terra santa, come gli autori che dierongli la forma sua definitiva, nè la Palestina per avventura vedessero mai, nè i partiti, nè le vicende più importanti gli fossero conte di Palestina; quindi i non rari anacronismi nella storia palestinese, i fatti storici a quella relativi narrati in confuso, e quindi infine il sentenziare presente. Per tradizione conoscevano per avventura gli antichissimiHasidime li ricordano, udito avevano la vita a perfezione religiosa atteggiata, e così la dipingono; le orazioni lunghissime, la giornata spesa in devozioni e tale la narrano in verità, obbliarono però o non udirono come la speciale loro organizzazione, la comunanza dei beni, il lavoro in comune, questo tenore di vita straordinario gli consentissero, cioè le lunghissime ore trascorse in offici pietosi, quindi le più tarde e forzate spiegazioni, il ricorrere al prodigio, l’attribuire ad una grazia ognor rinnovata ciò ch’era effetto della loro istituzione, e quindi il bizzarro accozzamento di un fatto vero e di una ragione arbitraria,di una tradizione verace e di una interpretazione gratuita.[59]E lasciarono di sè manifeste vestigia in Hasidim, in quella eccezione singolare per cui un ceto intero dei cultori della legge viene formalmente dispensato da ogni pratica religiosa, siccome apertamente dispensa il Talmud da ogni religioso dovere coloro che fanno unica somma loro occupazione la meditazione della legge, o come dice il Talmud,che altra professione non eserce tranne lo studio; e quando infine per colmo di maraviglia volendo citare il Talmud un uomo, una scuola che alle condizioni tutte abbia adempito necessarie a questa dispensa, il gran nome cita e la gran scuola ad esempio.[60]R. Simon ben Johai e i suoi compagni, insegnandoci al tempo stesso nella citazione preziosissima e il carattere ascetico, speculativo, studioso, eccezionale di quella famiglia e la preziosa indicazione della esistenza istessa di una scuola da quel gran nome capitanata, e infine la bellissima coincidenza delle due dispense, quella che il Farisato consentiva al Ben Johai ed alla scuola sua da ogni pratica osservanza, e quella che gli Esseni rispettavano nel più perfetto del loro Istituto da ogni pratica esteriore;[61]e quindi nuova e preziosissima conferma e della identità generale della Farisaica colla Essenica scuola, e tra i medesimi Farisei una più speciale affinità colla scuola mistico-teologica, dei cabbalisti di cui fu principe e restauratore Simon Ben Johai. Ma io vi dissi che non solo disgiuntamente lasciarono di sè vestigio nei Rabbinici monumenti ed Esseni pratici ed Esseni contemplativi; dissi ancora, e vado a provarlo, che la coesistenza in seno al Dottorato di questa duplice ramificazione, resulta anco più spiccata, anco più manifesta in tutti quei luoghi, e sono molti e sono parlanti, nei quali gli uni figurano a costa degli altri, in cui Pratici e Contemplativi si fanno lume, si spiegano, si suppongono scambievolmente, oraDottrina contrapponendo a Dottrina, ed ora professori a professori. E dove fan questo? Dove in primo luogo l’antitesi delle dottrine? Antitesi, io dico, chiarissima nel Talmud Berahot, dove Pratici e Contemplativi scendono a disputare.—E qual’è del disputare l’obbietto? Niente meno che la quistione grandissima che tra essi verteva, voglio dire la eccellenza maggiore di ambo le vite, della vitapraticae della vitacontemplativa. Voi comprendete il gran momento di questo trovato. Ma che sarà poi se il nome intenderete dei disputanti, se vi dico, per esempio, che l’avvocato della vita pratica, della vita socievole è Ribbi Ismaele, e se aggiungessi di più che l’apologista della vita contemplativa è R. Simon Ben Iohai? Certo che in questa disputa, in questi nomi vedreste l’impronta del vero.—Certo direste, ma non invano, il Ben Iohai è sempre nelle pagine del Talmud l’infallibile rappresentante della vita, delle dottrine, della società degli Asceti. Certo, direte, che i vincoli che le sua alla scuola stringevan degli Esseni, vincoli dovevano essere forti, numerosi, strettissimi. Ma che? La verità si fa strada da sè, e non fa d’uopo che lasciarla parlare per rimanere convinto. Udiste poc’anzi un cabbalista, un Fariseo, R. Simon Ben Johai, attribuirsi, patrocinare il sistema, la vita, le idee degli Asceti. Udite ora un altro Fariseo, un altro Cabbalista gli stessi principii propugnare e le stesse dottrine: e chi è cotesto? Egli è Ribbi Akiba, il cui nome nei fasti cabbalistici suona non meno celebre del suo celebratissimo discepolo Ribbi Simon Ben Johai. Ma quanto del disputare il campo non si estende! Quanto più ampliata la discussione! Quanto più il tema elevato! Non si tratta già di sapere soltanto se la vita pratica, la pratica sociale debba entrare qual elemento, qual ausiliare alla vita dell’anima; ma si tratta sapere se lapraticain generale, la sociale comela religiosa, la civile come la spirituale, se sottostia, se sovrasti alla vita speculativa, studiosa, contemplativa. Era pur grande consesso cotesto ove siedevano i più illustri tra i Tanaiti, tra le mura diLyddain Palestina dove il gran tema fu proposto—Qual sia delle due più eccellente, la vita pratica o la vita contemplativa.

Chi sostenne la prima, chi difese la pratica? R. Tryphon. Chi antepose la contemplativa? Voi l’udiste. Egli è R. Akiba, il visitatore del misticoPardes,[62]il maestro di Ben Iohai, il corifeo del Misticismo. Or che sarà se vedremo la caratteristica delHasidutapposta a R. Akiba in tre luoghi del Talmud, vale a dire il distintivo e l’appellazione essenica come noi presumiamo? Nel primo (Berahot 27), secondo la lezione di R. Nissim nell’Ammafteah(25. 2), in cui si dice che chiunque vede R. Akiba in sogno aspiri alhasidut. Nel secondo (Sanedrin XI), ove il verso dei salmi: radunatemi i miei pii (hasidai) s’interpreta perR. Akiba e suoi compagni. Il terzo infine ove per significare, come quel Dottore si dilunghi talvolta dalle abituali sue dottrine, si dice:Abbandonò R. Akiba il suo hasidut.

E non sono persino le più minute circostanze che non abbiano in questo racconto il lor valore. Per esempio quelMesubbin, quello stare a mensa seduti, quello alternare il pane del corpo col pan dello spirito, quel discutere a mensa, quanto non vi riescirebbe prezioso se potessi dir tutto! Se vi dicessi che questo era il costume proprio, proprissimo della società degli Esseni, a quanto ne attestan Filone e Giuseppe; che dico? se vi narrassi come non dissimile procedesse il costume deiZoaristii quali per lo più, mentre a mensa sedevano, un testo togliean a interpretare della legge, e il sobrio pane mescevan col più soave dei condimenti, lascienza.[63]Ma di questo più diffusamente a suo luogo. Dovrò io citaredopo questi luminosissimi, esempi per avventura di men rilievo? Dovrò dire di due altri campioni che la pratica o la contemplativa vita tolgono a propugnare nel 4º di Kidusin? Difende la prima R. Meir quando l’obbligo inculca ai genitori d’insegnare al figliuolo un mestiere: propugna l’altra ivi stesso Ribbi Neorai quando dice:Ogni arte rigetto, ogni mestiere, e solo il figlio mio inizierò allo studio.E chi è Ribbi Neorai? singolare a dirsi. Vedeste R. Akiba, vedeste Ben Iohai, ambo Farisei non solo, ambo cabbalisti, farsi organi, farsi rappresentanti delle idee degli Esseni. Vedetene ora un terzo! Poche, forse non altre volte è di questo Dottore menzione tra i Rabbini, tranne questa ed altra fiata nella Misna di Abot. Ma quanto però e come significativamente nelle pagine del Zoar! OveR. Neoraiè uno dei più famosi anacoreti, anzi è quegli stesso che voi, non è molto, udiste rammemorare tra coloro che il Zoar ci narra abitare la solitudine, e solo nelle feste solenni alla città convenire. E quella fiata istessa che n’è parola in Abot, quanto non ha ella la fisonomia e il linguaggio di un Essena! Curioso a dirsi! Niuno, che io mi sappia, lo notò; eppure notabilissime suonano le sue parole. Chiede R. Neorai che muovasi esule lontano per istudiare la legge, e oh meraviglia! nel Zoar è egli stesso Ribbi Neorai che la gran sentenza profferiva che con questa torna a capello, cioè non altrove potersi con frutto meditare la legge se non nell’esilio, se non nella solitudine. È la menzogna, è il caso che ha create siffatte armonie? No, è la verità che solleva un lembo del suo velo, è l’armonia che, tolto l’ostacolo, prorompe sonora fra la Misna e il Zoar, fra tutte e due poi è la società degli Esseni in quella guisa che due stromenti accordati all’unisono, mandano l’un l’altro amica risposta.[64]

Dissi nella passata lezione come non solo le dottrinedegli Esseni, ma gli uomini eziandio sono posti nel Talmud talvolta in contrasto; non solo laPraticae laContemplazionefigurano una a fianco dell’altra, ma iPraticieziandio, ma iContemplativivengono ad un tempo designati, e in bella e parlante antitesi presentatici quasi due ordini diversissimi. E dove? Tempo è che il veggiamo, che il veggiamo in Abot, ove il Bur è detto non potere essere Jèré het (che teme il peccato), nè l’ignorante poter farsi (Hasid). Ma che cosa è Bur? Chiedetelo a tutti gli interpreti, e tutti vi risponderanno concordi, vi diranno che Bur è colui non solo che di ogni scienza procede destituito, ma le attitudini e qualità eziandio non ha dell’uomo civile.—E che cosa si dice del Bur?—Che non sarà Ièré het, che è quanto dire che non sarà non solo negli studi felice, ma nemmeno uomo civile, uomo pratico, uomo socievole. Che cos’è ilAm Aarez? Voi l’udiste, egli è l’idiota, egli è l’ignorante. E che cosa non sarà ilAm Aarez? Non sarà, dice il Misnico testo,hasid, ch’è quanto dire non sarà uomo studioso, dotto, contemplativo, e ciò che più fa bella l’evidenza di questa chiosa, si è il nomehasid, nome che voi da lungo tempo udiste qual sinonimo di Essena, nome che quello precesse eziandio di Esseni, siccome gravi autori, e tra altri Scaligero, ce lo attestano, e nome infine che quale specialissima designazione di una setta viene ricordato nei Maccabei.[65]Vi par egli che io proceda nel ragionare stringato? Vi par piuttosto che troppo generosa conceda significazione all’appellativo di Ièré het. Vi par egli che non sia ancora troppo la sinonimia dimostrata, colla partepraticadel nostro Istituto? Or bene udite ancora, e continuate poi se vi dà l’animo, a dubitare. Udite pria inSotàdove tra i mali che la Era, che la venuta precederanno del re Messia, due ceti, due ceti religiosi si ricordano che dal loro antico lustro miseramente decaderanno. E come si chiamano i due ceti? Si chiamanoi primiSoferim, e ad essi si attribuisce la scienza che allora sarà invilitavehohmat soferim tisrah. Si chiamano i secondi Ièré het e si dice cheallora saranno in obbrobrio. Non vi dice nulla questo nome di Soferim? Eppure i Soferim diJah bez, i Nazirei chiamati dal Targum Soferim, il vederli procedere qui di conserva coi Ièré het, dovrebbero a creder mio farvi pensare. Ma voi chiedete più, e la verità non dice mai,basta. Havvi nella Misnà (per altri è Barraità) un frammento antico, preziosissimo che sotto il nome corre di R. Pinehas Ben Iair e che si chiamaBarraita di R. Pinehas Ben Iair. Si può chiamare in verità laScala dei santi. È una descrizione dei gradi per cui dalle più infime virtù si può raggiungere le più eccelse, le più trascendenti senza interruzione, senza salto, ma per una transizione naturale, facile, necessaria. Di tutti i gradi di santità ivi notati, che sono assai, due osserviamone tra i più cospicui, i quali sono il Hasidut e l’Irat het,la pietà eroicae iltimore del peccato. Qual posto occupano nella scala dei santi, e quale l’una rispetto all’altra? Il loro posto è il massimo, e dopo il culmine della scala che è lo Spirito Santo, io trovo come gradi sottostanti, più alto ilHasidut, la pietà eroica, quindi più basso lo Irat het,il timor del peccato. Ma non solo massimi ambedue, ma ciò che troppo più monta pel caso nostro, sono contigui, l’Irat hettimor del peccatoprecede, ilHasidutvi conduce, vi predispone.Hasidutn’è lo stadio successivo, la fase ultima, conducente, educante alRuah acodesc, spirito santo. Che cosa si volle dunque per Irat het? Non certo queltimor del peccato, come ognuno intende, ch’è virtù di nome e di fatto puramente negativa, che consiste meglio nello scansare il male, che nello esercitare il bene. E perchè dico questo nostroIrat hetvirtù non volgare? Per molte ragioni che me lo persuadono. Me lo persuade in primo la suacontiguità alHasidut, grado se altro fu mai eccellentissimo e che, come udiste, mena direttamente allo spirito santo,Ruah Acodesc. Me lo persuade poi eziandio non solo le virtù che conseguitano, ma le virtù ancora che lo precedono, ma i gradi eziandio inferiori, i quali tutti, troppo, come vedrete, sovrastano al volgare timore, perchè possano di quello meritamente considerarsi preparazione. Precede non solo ilFarisato, lo stato dei Farisei, le virtù farisaiche, lo che già accenna, come intendete, a una parentela strettissima tra ambidue; ma il precede anche laanava, come udiste, l’umiltà, sublime se altra fu mai nella gerarchia teologica delle virtù e appo a cui il timor di Dio è chiamato altrove dai Dottori suo vile calzare,achob lesandelà; e il precede insieme anchela santità, siccome deltimore del peccatoessa pure avviamento e prodromo. Che cosa dunque vuol dir ciò? Vuol dire, se io non erro, che colle paroleche teme il peccatointesero i Dottori uno stato morale che generato è pure dal Farisato, e che di gran lunga eccede tutte le virtù sottostanti, lapurità, laumiltà, ed anche lasantità, e che è affine, e ch’è contiguo, e ch’è conducente alHasidutcioè a quello stato, a quel grado onde ebbe nome la società degliEsseni Contemplativinegli antichissimi tempi. O io erro, o fatti sono cotesti che altamente depongono in favor mio. Che sarà poi se il nome intenderete dell’autore della Barraità in discorso? Voi vedeste e vedrete costantemente i Dottori più insigni della scuola cabbalistica farsi nelle pagine del Talmud gli oratori, gli avvocati delle idee, delle massime dell’Essenato, vedeste Rabbi Simon Ben Iohai, contro a R. Ismael, Rabbi Akiba contro Ribbi Tryphon, Rabbi Neorai contro R. Meir, e Ben Iohai e Ribbi Akiba e R. Neorai al tempo stesso cabbalisti e rappresentanti e organi dei principi dell’Essenato. Vedetene adesso un altro nell’autordellaBarraità. E chi è l’autore della Barraità? Voi l’udiste: è Rabbi Pinehas Ben Iair, non solo il suocero di R. Simon Ben Iohai, non solo veneratissimo nel Talmud, ma quel che più monta, celebratissimo nel Zoar, le cui parole, le cui dottrine sono ivi con venerazione registrate, e le parole e le dottrine sono esse pure della scuola teologico-mistica dei Cabbalisti. E tutto questo a caso? È a caso che di tratto in tratto sorgono nel Talmud due idee parallele, concomitanti, talvolta opposte, antitetiche, ed alle idee corrispondono dei pratici, dei contemplativi? È a caso che gli avvocati dellacontemplazionenel Talmud sono sempre quegli stessi che più vanno rinomati pel loro ascetismo? È a caso che tutti i loro nomi primeggian nel libro del Zoar? È a caso che niuno al contrario vi figuri dei loro avversari, nonIsmael, nonTryphon, nonMeir? Io credo che non è caso. Quel che non è certo a caso son le parole che seguono: e chi ne è l’autore? È lo stessoPinehas Ben Iair.Dal giorno ei dice, che fu il tempio distrutto furono confusii soci, i fratelli e i liberie cuoprironsi il capo e decadderoI pratici. Chi sono isoci, iliberi, e chi sono ipratici? Io lo chiesi agli antichi interpreti e quale n’ebbi risposta? Per pratici l’idea vaga generalissima di religiosi; peisocio peiliberisensi che, o nulla significano, o se qualcosa significano, giovano non poco al mio assunto. Ma quanto bene nel nostro sistema!Soci(Haberim), sono iSocii fratelli della società e della EssenicaFrateria; iPratici, sono iPraticila frazione più urbana, più cittadinesca dell’Essenato. Ma chi sono i liberi. Benè-horin? Ah chi sono i liberi? Ve lo dica per me un’aurea indicazione daFiloneserbataci; quando parlando della costituzione degli Esseni narra di quelli che di fresco introdotti nella società, consumavano il noviziato nel servire, nel ministrare ai provetti, ai maggiori.[66]E come dice Filone che si chiamavano dagli Esseni, cotesti? Si chiamavanoLiberi, sì, si chiamavanoLiberivolendo, siccome ei dice, con un nome contraddistinguerli, che ogni carattere servile escludesse dalla loro persona al quale non poco avrìa indotto a credere i riguardanti, l’officio veramente servile in cui ministravano. Ma liberi essi erano, Benè-horin, e dicevansi liberi comecchè umilmente ministrassero a mensa ai verisoci, ai veri fratelli.[67]

Voi vedeste già molte volte ed ora stesso aperta vi fu mostrata la esistenza diPratici, diContemplativiin seno ai Dottori. Non mi resta che chiamare la vostra attenzione sopra un altro fatto soltanto, ma cospicuo, ma rilevantissimo fatto; ove non solo questa duplice ramificazione riprodurrassi e più distinta e spiccata; non solo vedremo EsseniPraticied EsseniContemplativi; ma ciò che a dismisura più monta, li vedremo parlare, agire e certi atti caratteristici eseguire che Filone ci narra, propri, particolari agli Esseni. Dissi un fatto perchè invero ambi s’identificano, si confondono, si unificano in un solo fatto, ma per ora sono due, l’uno fornitoci dagli Esseni è narrato da Filone, l’altro fornito dal Farisato è raccontato dalla Misnà. Qual’è il fatto da Filone narrato? È una festa ed una festa da ballo, ma di quelle ch’è capace di dare un Istituto religioso, un sodalizio quale era l’Essenico. Narrarvi per filo e per segno tutte le circostanze di questa festa da Filone descritta, troppo più a lungo ci menerebbe che nol consentan l’ora e le forze. Pure mestieri è che le cose più rilevanti vi sien conte. Festa era questa che celebravano i Terapeuti, in una delle solennità religiose che resta difficile determinare, ma che ogni analogia ci persuaderebbe essere iTabernacoli. E dove si celebrava cotesta festa? Si celebrava, dice Filone, nell’aula del chiostro che lor serviva di Tempio. Colà si riuniva la numerosa famiglia dei Terapeuti, e indossataognuno la bianchissima stola, sedeva ad una mensa, donne ed uomini separatamente da ambo i lati, dove tutti prendevano cibi parchissimi, d’onde carne e vino erano assolutamente banditi, ove ministravano queiLiberidi cui vi discorsi, ed ove i sacri ragionamenti allietavano ed istruivano i commensali. Soddisfatto il bisogno del corpo, ognuno levavasi. Il Presidente intonava un Inno alla gloria di Dio composto da esso o da qualcuno dei predecessori, e tutta la compagnia lo cantava con lui, quindi i giovani recavano in mezzo una tavola, per memoria di quella ch’era in Gerosolima nel vestibolo del Tempio; quindi i balli, e al ballo uniti e suoni e canti; e ballo e canto protraevasi insino a giorno. All’alba, tutti come un sol uomo volgevansi al sole nascente, e supplicato da Dio il buon giorno e la luce della verità, ognuno si ritirava nella sua cella ove riprendeva le usate occupazioni. Questa è la festa che narra Filone, e questo è il fatto che vuole essere adesso paragonato alla storia che di una gran festa ci han trasmesso i Rabbini. Qual’è questa festa? Ella è quella che si celebrava, dice la Misnà, (in Succà) nei vespri del primo giorno dei Tabernacoli, e che fama altissima lasciò di sè in tutta la Rabbinica Enciclopedia sotto il nome diSimhat bet Ascioabae di cui il nostroSimhat Attoranon è che pallida copia e debile reminiscenza. Dove si celebrava il Simhat bet Ascioaba? Si celebrava in quella parte del Tempio che si chiamaval’Atrio delle donneperchè alle donne era quello il limite assegnato, che non poteano valicare. In quell’atrio, dice la Misnà, stabilivasigrandissimo ordine, Ticun gadol. Che vuol dire quest’ordine, dice il Talmud? Vuol dire, risponde, che l’atrio stesso in due parti era diviso ove uomini e donne potuto avrebbero assistere alla festa separatamente. Ma quanto splendido non c’è descritto l’apparecchio! specialmente perciò che riguarda i candelabri,i doppieri, i lampadari infiniti che gettavano per ogni parte del Tempio, degli atrî e di tutta la montagna d’intorno, torrenti di luce. Vi basti dire, dice la Misnà, che non v’era casa, non cortile, comecchè distante dal Tempio in Gerosolima, che un raggio non ricevesse della sacra montagna che tutta pareva divampare in un mare di fuoco. Piacerebbevi egli, o miei giovani, che ove conceduto ne fosse l’accesso, quelle aule visitassimo e quegli atrî santissimi? Orsù, entriamo ed osserviamo. Che spettacolo è questo! Non solo la vastissima sala splende per miriadi di luci, non solo un dolce suono mandano i Leviti, oggi in gran completo dalla loro numerosa e svariatissima orchestra, non solo il caro idioma dei sacri libri risuona in bocca agli astanti nelle lodi, negli inni che celebrano all’Altissimo; ma che cos’è quest’agitazione che veggo: sogno io o son desto? È pure un ballo! Un ballo nella casa del Signore! Un ballo che al canto si marita, si marita al suono istesso dei sacri strumenti, dei sacri cantici, e che pare ad un culto rivolto, ad un oggetto pur esso santissimo! Tersicore negli atrî del severo Dio di Solima non avrei pensato io giammai. Eppure è così. E chi sono i danzanti? giovani forse? adolescenti? pensate! Altro che giovani! Ravvisateli bene, sono venerabili aspetti, sono canuti, sono Dottori, sono le stelle più fulgide del Farisato,ogni altro eccettuato, dice Maimonide, sono essi soltanto, essi soli; sono, diciamolo una volta colle parole testuali della Misnà, sono due ordini di Dottori, iHasidime iPratici, sono essi i quali, in uno slancio di gioja celeste, in un’estasi di mistico amore, intrecciano dotte e mistiche danze, raffigurando nelle armoniche cadenze quello che gli antichi tutti vollero raffigurato nelle danze religiose, vuoi l’armonie delle sfere, vuoi l’armonia più segreta dell’animo umano e delle sue facoltà, vuoi insomma qualche altroconsimile intendimento, che lungo sarebbe voler constatare. Sì, sono essi, sono iHasidim, iContemplativie gliAnscè Maasè, alla lettera iPratici, i quali santificavano, riabilitavano nel culto del vero Dio le danze che narrava il Paganesimo dei Dattili, dei Telchini, dei Coribanti, delle Baccanti. Non sappiamo noi da Luciano egual costume appresso ai Greci? Non è il più bel premio di una mente culta e religiosa quello di potere riposare in una uniformità ammirabile tra il mondo Ebraico e il fiore del Paganesimo? Non abbiamo bisogno in mezzo a tante discrepanze, a tanti antagonismi, un po’ di armonia, un po’ di pace tra Ebraismo e Paganesimo che valgano a costatare che ogni filo non era spezzato tra l’uno e l’altro? Oh! come è bello, per tanto, udire Luciano a descriverci le paganiche danze! «La danza di Bacco(ei dice) specialmente nella Jonia e nel Ponto è esercitatissima;e vi ballano persone nobilissime e i principali della città, che lungi d’averne punto rossore, si compiacciono meglio di questo esercizio, che della nobiltà degli uffici e della dignità dei maggiori.» (ed. Capol., vol 3, 206) Non par egli udire l’apologia di David che danza innanzi l’arca, e i Dottori che lo imitano nella festa dellaScioaba?[68]Sublime invero, santo Coribante R. Simon Ben Gambliel, il quale, dice il Talmud, quando tripudiava nel tripudio della Scioaba, otto faci teneva in mano e l’una e l’altra successivamente scagliava in aria e tutte in cadenza regolarmente riafferrava, senza che niuno dei moti complicatissimi fallisse il segno. Ma non solo io li veggo con ordinate movenze menare un ballo, ma parole io odo e canti dal labbro loro sgorgare. Che parole son coteste? Porgete l’orecchio e l’eco lontano ne addurrà la Misnà—Dicono i Contemplativi, dicono i Pratici che incanutiti eran nella fede, nello studio—o felice gioventù, che la vecchiezza nostra non fai arrossire!Maaltri pure altra lode proferiscono, e lode diversa—Che lode è questa?Felice vecchiezza, che il fallo emendasti di gioventù.

È questa la festa, e questo il ballo, e queste sono le parole dellaScioabà. Qui separate le donne,—qui il tempio convertito in sala da ballo,—qui musica, qui canto, qui ballo e qui infine cantanti e danzanti; chi? IHasidimeAnscè Maasè, cioè quei due ordini che abbiamo superiormente veduto per altri fatti moltissimi corrispondere al doppio essenico ordine diPraticieContemplativi, che da Filone nella succitata descrizione della festa ci vengono nella stessa attitudine raffigurati, nello stesso luogo, allo stesso oggetto, nell’atto istesso di cantare e ballare. Ma quando avviene questa festa? Avviene di notte, avviene durante una festa religiosa, e di notte e durante una festa religiosa quella avveniva da Filone descritta. E quanto dura la festa? Tutta la notte, dice Filone, sino all’alba spuntata; e tutta la notte risponde per la sua, la Misnà; e ne fa fede—non vaga lontana tradizione, ma uno degli assistenti, uno dei santi danzatori, quell’eccellentissimo Dottore che i colleghi soprannominavano grecamente loScolastico scolastica deoraità: io vo direR. Ieosciua Ben Hananiail quale nel Talmud si esprime così:Dice Ribbi Ieosciuah Ben Hanania quando gioivamo nella festa della Scioaba(che sublime mestizia in queste parole. Il tempio non era più!)non vedevamo(traduco a verbo),non vedevamo sonno cogli occhi nostri: e come? La prima ora del giorno pel sacrifizio cotidiano, di là all’orazione mattutina, di là al sacrifizio addizionale, di là all’orazione dei Musafim, di là alle accademie, di là alla mensa festiva, di là ai vespri, di là al sacrifizio vespertino, e di là sino al mattino seguente nei tripudi della Scioabà.Ed anche in questo, voi lo vedete, la festa di Alessandria equella di Solima procedean conformi. Che facean poi al mattino? Per quei di Alessandria così dice Filone:All’alba tutti volgonsi verso il sole nascente, e pregano Dio che conceda loro una buona giornata e la luce della sua verità. Così gli Alessandrini. Che cosa facean in Solima? La Misnà ce ne ha serbata fedelissima memoria.Al canto del gallo, ella dice,il corno mandava un triplice suono,[69]e così suonando e strepitando, procedeva la comitiva muovendo verso la porta che guarda ad Oriente. Giunti che erano alla porta che guarda ad Oriente, volgeansi tutti da Oriente a Occidente; e così diceano: I padri nostri che vissero in questo luogo volgeano, come dice Ezechiele, il tergo alla casa del Signore e la faccia loro indirizzavano ad Oriente, all’astro del giorno: ma Noi a Jah sono rivolti i nostri occhi; e ripetevan dicendo:Noi a Jah, ed a Jah i nostri occhi.

Che cosa vedete qui? Tutto procedere appunto come tra i Terapeuti procedeva; tranne una cosa, la parte a cui si volgeano. GliEbrei, iDottori,gli Essenidi Palestina, memori della profanazione che i loro proavi fatto avevan del tempio del Signore, l’idolatrico culto introducendovi delle stelle del cielo, memori dell’attitudine che prendevano nell’adorazione del maggiore astro, che Ezechiele descrive e rinfaccia; giunti ch’erano al punto in cui dovevan pregare, prendevano la contraria positura e il tergo volgeano al sole nascente e gli occhi miravano e la persona al Santo dei Santi che la parte più occidentale occupava del santuario. Pegli Ebrei invece, pei Terapeuti Alessandrini avveniva il contrario. Fosse che a guisa di tutti quelli che vivono fuori di Terra Santa, a guisa nostra anch’oggi, si volgessero nel pregare ad Oriente, fosse che inesatta giungesse loro contezza del modo di pregare della Metropoli, fosse eziandio che il lungo soggiornodello Egitto, la lunga conversazione cogli infedeli, la diuturna separazione dal cuor della fede, facesse prendere al loro culto una tinta d’Idolatria, siccome l’eco ne perdurava e perdura in scrittori gravissimi che l’adorazione delSolegli attribuiscono; fatto è, che in questo sol punto tra il culto Essenico di Palestina e quello dei Terapeuti d’Egitto tu ravvisi un’antitesi. Del resto, la somiglianza non potrebbe più esser perfetta, e sopratutto non potrebbe più che in questa festa spiccare il doppio ordine diPraticieContemplativiche fu mio officio sinora mostrarvi nellastoria, nelladiscussione, negliatti, nelculto, com’ora vedeste degli antichi Dottori.—E quindi sempre più splendida sorgerà quella conclusione che viene dimostrata perpetuamente dalla nostra esposizione; la identità dell’Istituto degli Esseni colla parte più dotta e più santa del Farisato.


Back to IndexNext