LEZIONE TRENTESIMAPRIMA.S’egli è vero che ai sospirosi naviganti l’animo si rinfranca al pensiero della meta vicina, egli non è senza più celere fiducioso muovere il passo verso il termine desiato, che io tocco stasera la terza parte dellaStoria degli Esseni; dopo avere studiate le loro istituzioni e i loro dogmi, io chiamo a rassegna le loropratiche, la lorovita. Ma la vita sociale come la vita dello individuo, gli atti dell’una come gli atti dell’altra, possono in tre grandi ordini e sommi capi dividersi secondo il triplice oggetto a cui la vita e gli atti si riferiscono; vi è la vita religiosa che comprende gli atti, le opere che hanno Dio e la Religione per obbietto; vi ha la vita privata che le opere inchiude che all’uomo istesso si riferiscono, i suoi abiti, le sue virtù, le regole che a sè medesimo s’imponeva, e che hanno per ultimo fine lo individuo, la persona medesima; vi ha infine la vita pubblica, la vita esteriore, quelle opere tutte abbraccia nel proprio seno, che al prossimo, alla città, al mondo intero si riferiscono. Egli è per questo che per amore di ordine, di chiarezza, di brevità, io ho in tre parti distinto lo studio della essenicavita. Vita religiosa, ossiaculto: Vita privata, ossiaabitievirtù: Vita pubblica, ossiarapporti esteriori. Di queste tre parti, la prima, vuoi per l’argomento fecondo, vuoi per dignità, vuoi per logica preminenza, merita il primo posto, e volentieri glielo concedo.La vita religiosa dell’Essenato si esamini dunque nelle sue parti. E perchè l’ordine si ramifichi nelle più minute parti eziandio del subbietto, si dica in primo del culto che a Dio si rendeva, e del culto istesso quella parte in prima si consideri che riguarda iluoghireligiosi, itempi, glioratorj.Vi è una frase in Giuseppe, che per bene intendere ci conviene che vi riduciate a memoria i tempi in cui visse, in cui fiorì il grande istituto. Qual fu il secol d’oro dell’Essenato? fu quello, si può dire, che più famoso rimase per le calamità infinite che piovvero sul nostro popolo, il primo secolo dell’era volgare. Ei fu allora, nel precipite declinare del nostro sole all’occaso, nella dissoluzione estrema di ogni legame politico, all’ombra del tempio che minacciava rovina, che lo spirito, il pensiero, il genio dell’ebraismo, come fiamma che stia per ispegnersi, mandò pria di finire un ultimo raggio, e quel raggio fu l’Essenato. Ora tra gli Esseni che sopravvivono alla morte di ogni nobil cosa fra noi, e lo eccidio ultimo che minaccia la patria, vi è un testimone; testimone della grandezza degli uni e della miseria dell’altra, della vita possente, rigogliosa del primo, e della disperata e violenta agonia dell’ultima; e questo testimone è Giuseppe. E che cosa dice Giuseppe che dell’uno e dell’altro stato fa nei suoi libri fede continua? Dice parola che mi fece per non brev’ora meditabondo; e il cuore m’empiva di poi eziandio d’ogni indicibile melanconia. Quando Giuseppe, parlando delle pratiche esseniche, dice che gli Esseni non entravano nel tempio per timore di profanarsi al contatto della folla che ingombravalo, parevami nell’udirlo una cosa:—Mi pareva vedere nell’Essenatoil genio irato dell’ebraismo trarsi in disparte dall’orribile scompiglio sopravvenuto; parevami trincierato nella sua solitudine imprecare alle passioni, ai peccati, al disordineche infuriavano; parevami, preso in dispetto il tempio, fuggirsene lungi, come fuggita se n’era la gloria di Dio ai tempi di Ezechiele; e come fuggire accennava dal secondo tempio eziandio quando per entro alle sue mura, come narrano Ebrei e Pagani, udissi quel suono, quel calpestio, quella voce di partenza che disse: Esciamo da questo luogo. Io vel confesso ingenuamente. Il primo senso che io colsi nelle parole flaviane, non fu sì vero, sì profondo, non fu questo che io dico: parevami, e male parevami, che qui si trattasse di qualche cosa di ordinario, di normale; parevami volesse dirmi Giuseppe, non riconoscere gli Esseni, non ossequiare almeno in pratica, il culto pubblico, la casa di Dio, il tempio di Gerosolima. Ma quanto ingiustamente! E non solo perchè gli Esseni, Ebrei quanti altri mai, non potevano ragionevolmente disertare tempio ed altari; non solo perchè le cause da Giuseppe assegnate, accennano manifestamente a temporaneo ed eccezionale abbandono, per istudio eccessivo di purità, ma soprattutto perchè la storia parla eloquente, perchè troppo anzi giustifica il ritiro e la diserzione dell’Essenato. Bisogna leggere le storie per persuadersene. Bisogna leggere delle passioni che si scatenavano ignobili, brutte, furiose nel sacro recinto, del sacerdozio venale, ambizioso, intrigante, vendereccio, lussurioso; bisogna leggere degli eccidj commessi sui gradini del tempio, degli altari di Dio conversi in campo di battaglia dalle fazioni che laceravano la patria; delle bruttezze, delle enormità d’ogni maniera che un popolo, che un sacerdozio feroci, farneticanti commettevano all’ombra del tempio. È miracolo dunque se gli Esseni quando Giuseppe parlava, ch’è quanto a dire, allora appunto che le scene discorse si spiegavano in tutta la lor turpitudine, fuggissero lungi da quelle mura contaminate, dalle mura del tempio? È miracolo, quando sapremole regole rigorose inflessibili che avrebbero dovuto vegliare, e che avevano infatti in altri tempi vegliato alla purità di quel tempio, quando sapremo dalla tradizione che ce lo narra, che tante parti eranvi nel tempio quanti gradi vi erano nel popolo di purità, che altro per esempio era il luogo ai Gentili dischiuso, altro agli immondi per contatto di morti, altro aiTebulè jom, altro aiMehusserè caparà, altro alle donne, altro agli uomini riservato, ed altro infine ai sacerdoti? E quando pure queste regole comuni, per ognun doverose, non fossero state ad ogni istante manomesse dal disordine, dall’anarchia imperante, non avevano eglino, gli Esseni, specialissime regole di purità, che non essendo generalmente osservate avrebbero pericolo corso di violazione quando commisti alla folla dei devoti fossero entrati nel tempio? (Vedi Lezione XII.) Ma se Giuseppe accennava di porci in imbarazzo coll’asserzione che abbiamo adesso storicamente giustificata, non meno a prima vista riesce duro a comprendersi quanto egli aggiunge immediatamente. Quando Giuseppe dice apertissimo che gli Esseni sacrificavano nelle case loro, nei loro chiostri, nel loro ritiro, non vi par egli che osti, non solo al deposto della tradizione, ma eziandio ad un testo formale, ove s’interdice il sacrifizio fuori del recinto sacrato? E veramente all’uno e all’altro osterebbe Giuseppe, e non solo dalla legge ingiustificato, ma contraddetto parrebbe ancora dalla storia contemporanea, che non ci mostra in Palestina a fianco del tempio pubblico nazionale di Gerosolima, nè altri tempj, nè altro altare, nè altro culto. Che cosa dunque volle dire Giuseppe quando parlava dei privati, dei domestici sacrifizi dell’Essenato? Io ci ho lungo tempo riflettuto, e solo due possibili spiegazioni mi sovvenivano all’uopo opportuno. Voi lo avete udito più volte. Oltre gli Esseni di Palestina, oltre gli Essenici Chiostri diTerrasanta, vi erano gli Esseni di Egitto, quelli che udito abbiamo chiamarTerapeuti, erano le case, i ritiri di Egitto. Or bene, la storia ci ha serbato un fatto, un gran fatto, per la storia degli Esseni, per la questione presente segnatamente. E questo fatto è la esistenza di un tempio in Egitto, foggiato appunto su quello che inalzavasi in Palestina, di esso contemporaneo e rivale, ed ove il sacerdozio, il culto e sacrifizj e le forme istesse architettoniche dell’edifizio porgevano imagine fedelissima del modello palestinese. Furono eglino al tutto estranei i Terapeuti di Egitto, se non altro alla elevazione, alla conservazione almeno dell’ossequio, che ivi riscoteva generalissimo il tempio egiziano, il tempio di Onia? Io non lo credo: non lo credo, perchè i Terapeuti avrebbero fatto allora scissura ai fratelli alessandrini, nè la storia ci autorizza a menar buono il supposto: nol credo, perchè l’Esegesi tradizionale del verso citato può non aver esercitata, a tanta distanza del centro ortodosso, l’azione sua proibitiva; non lo credo, perchè i Terapeuti di Egitto, per quanto a parer mio Esseni trapiantati in terra straniera, ciononostante come pianta divelta dal suolo natio, non lasciava di offrire sembianza alquanto degenere dall’originario sodalizio per la miscela di idee greche od egizie colà operatesi; e non lo credo infine per un curioso cenno che la mia stella propizia mi offriva in Maimonide. Maimonide, oltre la grand’opera rituaria che lo ha fatto sì celebre nel Rabbinato, è autore di un comento misnico che scrisse all’età di venti anni, e che dettava come altre sue opere, in purissimo arabo. Or bene, in questo comento che io dico, al 13º diMenahot, e là appunto ove nellaMisnàsi favella del tempio egiziano, del suo fondatore per nomeHoniò, io trovo in Maimonide preziosissima indicazione. Quando dice della fuga diHoniòin Egitto, quando narra del favore trovato da esso nellacorte dei Tolomei, della grand’opera intrapresa, del nuovo tempio, dei seguaci, degli aderenti che secondaronlo, sapete chi egli annoveri tra i cooperatori e ajutatori del nuovo Esra? Egli annoverauna sètta, sono sue parole,Kaptzar. Un pensiero mi sorrideva, mi tentava, e comecchè da principio non osassi confessare nemmeno a me stesso, pure a poco a poco presi coraggio, ed ora a voi lo espongo. Sarebbe egli possibile che nell’informe vocabolo si nascondano iCopti?[88]Ma io oso dire di più: oso dire che non al tutto sarebbe oggi stesso difficile seguire quello strano rivolgimento di casi per cui gli antichiTerapeutidi Egitto divennero in bocca a Maimonide la sètta dei Copti. E questo filo conduttore, questo filo d’Ariana nel nerissimo laberinto ce lo porge la storia. La quale ci addita nei Copti l’antichissima, la primitiva chiesa cristiana di Alessandria fondata daMarco; che ci narra la confusione sino ab antiquo avvenuta, e di cui vi tenni parola nelle prime lezioni, tra i Cristiani di Egitto e i Terapeuti colà stabiliti: le strane pretese d’identità spiegate sino ai nostri giorni dai dottori della Chiesa, e fondate unicamente sopra tale confusione; e infine il nome diTerapeutausato positivamente nei primi secoli qual sinonimo di cristiano, di monaco, di solitario. Che cosa dunque avvenne a parer mio? Vi era una tradizione sino a Maimonide perpetuata, del concorso prestato adOnio, al suo tempio, al suo culto, dai terapeuti di Egitto. Di questa tradizioneMaimonideebbe contezza.Maimonideche dimorava in Egitto, ch’è quanto dire nella patria stessa dei Terapeuti, nell’antica sede del tempioOnico, colse in Egitto stesso dalla storia, dalle tradizioni egiziane il fatto in discorso; ma lo colse corrotto, alterato, degenere, quale i secoli e la ignoranza lo avevan ridotto. E così alterato e degenere lo trasmise ai nipoti. Di Terapeuti ebrei si era fatto Terapeuti cristianidi questi, con facile e legittimo transito, e solo l’antico nome traducendo con più moderno vocabolo, si era fatto iCopti.—E iCoptiappunto disse Maimonide cooperatori diOnio. E iCopti, ch’è quanto dire i Terapeuti, gli Esseni d’Egitto, ebbe forse di mira Giuseppe quando parla dei privati, dei domestici sacrifizj da loro praticati. E questo è uno dei due sistemi possibili per ispiegare Giuseppe. L’altro è più breve, e non vi so dire se meglio persuasivo. I sacrifizj di cui parla Giuseppe sarebbero patrj, indigeni, palestinesi, sarebbero proprj degli Esseni di Gerosolima; e se la legge a tali sacrifici si opponeva non è tale nè sì generale il divieto che un caso solo non se ne eccettui, che non sia anzi permesso raccomandato, ed a cui potuto hanno dar opera i nostri Esseni secondo Giuseppe. E questo caso è quando non l’Ebreo, ma è il Gentile, ma è il Pagano che offre. Allora ogni barriera si abbassa; allora non più tempio, non più recinto, non più limiti che circoscrivino l’adorazione umanitaria; allora la natura quanto è vasta, un campo, una riva, la cima d’un colle, son tempio condegno al culto di Dio; allora, secondo nostra fede, non solo il gentile può scegliere luogo a sacrificarsi qual più gli talenta, ma ciò ch’è sovrammodo degno di nota, egli è il permesso all’Ebreo conceduto, di dirigerne, di regolarne l’esecuzione, di prescriverne i modi più accetti, di additarne il rito voluto, legittimo e già determinato dalle nostre leggi;[89]allora vediamo i Dottori Talmudisti sul fine diZebahim, mettersi tutto cuore e tutta anima a secondare le pie vedute di nobili e signori pagani della madre di Sapore, monarca di Persia, insegnar loro il modo di sacrificar più accetto, ad assistere personalmente al sacrifizio, a predicarlo meritorio, e in certa guisa parzialmente antivenire quel ministerio sacerdotale che sarà proprio e naturale d’Israele, alla fine dei tempi.Ma noi dei sacrifizj essenici ragionando, abbiamo trovato, se la congettura non erra, un loro tempio, il tempio diOnioin Egitto. È questi il solo che pretenda all’onore dell’Essenato? Io credo che di due altri tempj ragioni la storia che più o meno possan vantare essenica cittadinanza. È l’uno quella famosissimaProseucaoSinagogache sorgeva, non saprei dire se presso a Tebe o nelle mura di Alessandria, e di cui è menzione pomposissima nelTalmuddiSuccà, con qualche curiosa variante, tra il Babilonese e il Gerosolimitano, e che rovinò per ordine, dice il Babilonico, di Alessandro, per ordine, dice il Gerosolimitano, e dice meglio, di Trajano l’empio,Traghianos arasciah. Sono le altre quelle sinagoghe di cui udiste parlare in altre lezioni a proposito della vita campestre dell’Essenato, quelleProseuche campestri, come le chiamano i dottori, ed in cui parevami e parmi ancora vedere memoria degli antichi oratorj dell’Essenato.Ora una parola dellaPreghieraEssenica ed avremo finito. Pregavano gli Esseni, dice Giuseppe, al sorger del sole, gli è quanto dire in quell’ora istessa in cui pregavano iVatichim del Talmud, altro nome dei nostri Esseni, e di cui videro i dottori nostri cenno in quel verso che diceIrauka im Sciamesc. Non basta: Giuseppe ci porge nuovo riscontro colla preghiera dei dottori. Gli Esseni, ei dice, non parlano di alcun affare prima del sorger del sole. E i Farisei pure, e lo dicono e lo raccomandano e lo osservano. Per essi, non solo gli affari, ma il conversare, ma il saluto istesso è interdetto pria che il sole risorto e l’anima ridesta mandino il saluto alla eterna fonte di ogni salute: tanto che vi furono e vi sono tanti Esseni senza saperlo, che imbattutisi per via prima di orare in un amico, usano frase che non è saluto ma è preghiera. Ma ciò che l’animo non ardiva sperare,ciò che parrebbe superare ogni aspettazione, egli è la esistenza, la conservazione tuttavia nella Liturgia ortodossa di unInno, di unCantosuperstite dell’Essenato. E pure di questi miracoli, ed altri maggiori, è capace la bella e feconda per quanto ardita erudizione germanica. Se uomo vi è capace di dar credito e faccia di verità ad una ipotesi egli è senza meno ilNestoredei Rabbini tedeschi, il dotto e celebre Rapaport, gran Rabbino di Praga. Ora secondo il Rapaport vi è una preghiera tra quelle che si recitano nel sabato, che appartiene all’antica Liturgia degli Esseni; ed è quello un ordine alfabetico che incominciaEl adon. Credo l’opinione del Rapaport assai verosimile, e ciò che vi parrà singolare, per quelle ragioni appunto che altri la osteggiò. E questi è un dotto e piissimo Rabbino Tedesco, tolto, non è molto, ai vivi, ilZebi Tro Haiot. Il Haiot nell’Imrè Binàtrova la congetura del Rapaport inverosimile, e per quella ragione appunto la credo tale, che dovuto avrebbe persuadergli il contrario. Egli trova nelFuruna diversa lezione nella preghiera in discorso, trova che là ove leggiamoRaà veitkin,vide e formò, leggere si debba inveceraà veictin,vide e impicciolìla forma lunare; e siccome tale lezione si fonda sopra un’Agadàdel Talmud babilonico, ove si dice che la luna dicadde nella gerarchia degli astri, e di stella che era divenne satellite, egli crede che non si possa a buon diritto supporre nelle preghiere esseniche menzione di questa leggenda. Dico il vero, il raziocinio del Haiot, non dirò mi sorprese, sarebbe poco, mi empì di stupore. Possibile dissi fra me! Possibile che tanto abbia egli negletto ed obliato così scrivendo! che abbia obliato come alla perfine la lezione di cui favella non é la sola; ed ove l’altra, punto all’Agadàallusiva, si addottasse, resterebbe la congettura del Rapaport incrollata! Possibile che abbia posto in oblio, come l’Agadàdelladegradazione lunaresia eminentemente Cabbalistica: e come tale, e come uno dei punti più culminanti del Cabbalismo talmudico, sia portata in trionfo dai teosofi antichi e moderni. Possibile che non siasi ricordato come appunto la lezione da lui proposta prevalga tra essi alla lezione contraria; possibile che abbia posto in non cale un fatto momentosissimo, e che solo basterebbe a dar ragione a Rapaport; voglio dire la importanza conceduta, i lunghi ragionamenti, le speculazioni Cabbalistiche che fa ilZoarsu questa preghiera diEl adon: è possibile infine come non abbia veduto che non altro essendo gliEsseniche i Cabbalisti antichissimi, se vi è scuola a cui s’acconci la preghiera in discorso che possa dire altamentevide e impicciolìec.; eglino sono senza meno i nostri Esseni, a cui in verità e tanto meritamente l’attribuiva il rabbino di Praga. Ma se causa vi è di tanto oblio, ella è questa una: il non avere a bastanza il Haiot riconosciuto la identità da noi propugnata tra Esseni e Cabbalisti; l’aver trovato disdicevole ai primi ciò che avea trovato dicevolissimo ai secondi; e se il Haiot vivesse ancora, tanta era la sua pietà e la dottrina, che, oso dirlo, egli avrebbe plaudito ai nostri sforzi, e trovato avrebbe col Rapaport essenica per eccellenza la preghiera diEl adon, perchè potuto non avrebbe negare essere la sua lezione per eccellenza cabbalistica.
LEZIONE TRENTESIMAPRIMA.S’egli è vero che ai sospirosi naviganti l’animo si rinfranca al pensiero della meta vicina, egli non è senza più celere fiducioso muovere il passo verso il termine desiato, che io tocco stasera la terza parte dellaStoria degli Esseni; dopo avere studiate le loro istituzioni e i loro dogmi, io chiamo a rassegna le loropratiche, la lorovita. Ma la vita sociale come la vita dello individuo, gli atti dell’una come gli atti dell’altra, possono in tre grandi ordini e sommi capi dividersi secondo il triplice oggetto a cui la vita e gli atti si riferiscono; vi è la vita religiosa che comprende gli atti, le opere che hanno Dio e la Religione per obbietto; vi ha la vita privata che le opere inchiude che all’uomo istesso si riferiscono, i suoi abiti, le sue virtù, le regole che a sè medesimo s’imponeva, e che hanno per ultimo fine lo individuo, la persona medesima; vi ha infine la vita pubblica, la vita esteriore, quelle opere tutte abbraccia nel proprio seno, che al prossimo, alla città, al mondo intero si riferiscono. Egli è per questo che per amore di ordine, di chiarezza, di brevità, io ho in tre parti distinto lo studio della essenicavita. Vita religiosa, ossiaculto: Vita privata, ossiaabitievirtù: Vita pubblica, ossiarapporti esteriori. Di queste tre parti, la prima, vuoi per l’argomento fecondo, vuoi per dignità, vuoi per logica preminenza, merita il primo posto, e volentieri glielo concedo.La vita religiosa dell’Essenato si esamini dunque nelle sue parti. E perchè l’ordine si ramifichi nelle più minute parti eziandio del subbietto, si dica in primo del culto che a Dio si rendeva, e del culto istesso quella parte in prima si consideri che riguarda iluoghireligiosi, itempi, glioratorj.Vi è una frase in Giuseppe, che per bene intendere ci conviene che vi riduciate a memoria i tempi in cui visse, in cui fiorì il grande istituto. Qual fu il secol d’oro dell’Essenato? fu quello, si può dire, che più famoso rimase per le calamità infinite che piovvero sul nostro popolo, il primo secolo dell’era volgare. Ei fu allora, nel precipite declinare del nostro sole all’occaso, nella dissoluzione estrema di ogni legame politico, all’ombra del tempio che minacciava rovina, che lo spirito, il pensiero, il genio dell’ebraismo, come fiamma che stia per ispegnersi, mandò pria di finire un ultimo raggio, e quel raggio fu l’Essenato. Ora tra gli Esseni che sopravvivono alla morte di ogni nobil cosa fra noi, e lo eccidio ultimo che minaccia la patria, vi è un testimone; testimone della grandezza degli uni e della miseria dell’altra, della vita possente, rigogliosa del primo, e della disperata e violenta agonia dell’ultima; e questo testimone è Giuseppe. E che cosa dice Giuseppe che dell’uno e dell’altro stato fa nei suoi libri fede continua? Dice parola che mi fece per non brev’ora meditabondo; e il cuore m’empiva di poi eziandio d’ogni indicibile melanconia. Quando Giuseppe, parlando delle pratiche esseniche, dice che gli Esseni non entravano nel tempio per timore di profanarsi al contatto della folla che ingombravalo, parevami nell’udirlo una cosa:—Mi pareva vedere nell’Essenatoil genio irato dell’ebraismo trarsi in disparte dall’orribile scompiglio sopravvenuto; parevami trincierato nella sua solitudine imprecare alle passioni, ai peccati, al disordineche infuriavano; parevami, preso in dispetto il tempio, fuggirsene lungi, come fuggita se n’era la gloria di Dio ai tempi di Ezechiele; e come fuggire accennava dal secondo tempio eziandio quando per entro alle sue mura, come narrano Ebrei e Pagani, udissi quel suono, quel calpestio, quella voce di partenza che disse: Esciamo da questo luogo. Io vel confesso ingenuamente. Il primo senso che io colsi nelle parole flaviane, non fu sì vero, sì profondo, non fu questo che io dico: parevami, e male parevami, che qui si trattasse di qualche cosa di ordinario, di normale; parevami volesse dirmi Giuseppe, non riconoscere gli Esseni, non ossequiare almeno in pratica, il culto pubblico, la casa di Dio, il tempio di Gerosolima. Ma quanto ingiustamente! E non solo perchè gli Esseni, Ebrei quanti altri mai, non potevano ragionevolmente disertare tempio ed altari; non solo perchè le cause da Giuseppe assegnate, accennano manifestamente a temporaneo ed eccezionale abbandono, per istudio eccessivo di purità, ma soprattutto perchè la storia parla eloquente, perchè troppo anzi giustifica il ritiro e la diserzione dell’Essenato. Bisogna leggere le storie per persuadersene. Bisogna leggere delle passioni che si scatenavano ignobili, brutte, furiose nel sacro recinto, del sacerdozio venale, ambizioso, intrigante, vendereccio, lussurioso; bisogna leggere degli eccidj commessi sui gradini del tempio, degli altari di Dio conversi in campo di battaglia dalle fazioni che laceravano la patria; delle bruttezze, delle enormità d’ogni maniera che un popolo, che un sacerdozio feroci, farneticanti commettevano all’ombra del tempio. È miracolo dunque se gli Esseni quando Giuseppe parlava, ch’è quanto a dire, allora appunto che le scene discorse si spiegavano in tutta la lor turpitudine, fuggissero lungi da quelle mura contaminate, dalle mura del tempio? È miracolo, quando sapremole regole rigorose inflessibili che avrebbero dovuto vegliare, e che avevano infatti in altri tempi vegliato alla purità di quel tempio, quando sapremo dalla tradizione che ce lo narra, che tante parti eranvi nel tempio quanti gradi vi erano nel popolo di purità, che altro per esempio era il luogo ai Gentili dischiuso, altro agli immondi per contatto di morti, altro aiTebulè jom, altro aiMehusserè caparà, altro alle donne, altro agli uomini riservato, ed altro infine ai sacerdoti? E quando pure queste regole comuni, per ognun doverose, non fossero state ad ogni istante manomesse dal disordine, dall’anarchia imperante, non avevano eglino, gli Esseni, specialissime regole di purità, che non essendo generalmente osservate avrebbero pericolo corso di violazione quando commisti alla folla dei devoti fossero entrati nel tempio? (Vedi Lezione XII.) Ma se Giuseppe accennava di porci in imbarazzo coll’asserzione che abbiamo adesso storicamente giustificata, non meno a prima vista riesce duro a comprendersi quanto egli aggiunge immediatamente. Quando Giuseppe dice apertissimo che gli Esseni sacrificavano nelle case loro, nei loro chiostri, nel loro ritiro, non vi par egli che osti, non solo al deposto della tradizione, ma eziandio ad un testo formale, ove s’interdice il sacrifizio fuori del recinto sacrato? E veramente all’uno e all’altro osterebbe Giuseppe, e non solo dalla legge ingiustificato, ma contraddetto parrebbe ancora dalla storia contemporanea, che non ci mostra in Palestina a fianco del tempio pubblico nazionale di Gerosolima, nè altri tempj, nè altro altare, nè altro culto. Che cosa dunque volle dire Giuseppe quando parlava dei privati, dei domestici sacrifizi dell’Essenato? Io ci ho lungo tempo riflettuto, e solo due possibili spiegazioni mi sovvenivano all’uopo opportuno. Voi lo avete udito più volte. Oltre gli Esseni di Palestina, oltre gli Essenici Chiostri diTerrasanta, vi erano gli Esseni di Egitto, quelli che udito abbiamo chiamarTerapeuti, erano le case, i ritiri di Egitto. Or bene, la storia ci ha serbato un fatto, un gran fatto, per la storia degli Esseni, per la questione presente segnatamente. E questo fatto è la esistenza di un tempio in Egitto, foggiato appunto su quello che inalzavasi in Palestina, di esso contemporaneo e rivale, ed ove il sacerdozio, il culto e sacrifizj e le forme istesse architettoniche dell’edifizio porgevano imagine fedelissima del modello palestinese. Furono eglino al tutto estranei i Terapeuti di Egitto, se non altro alla elevazione, alla conservazione almeno dell’ossequio, che ivi riscoteva generalissimo il tempio egiziano, il tempio di Onia? Io non lo credo: non lo credo, perchè i Terapeuti avrebbero fatto allora scissura ai fratelli alessandrini, nè la storia ci autorizza a menar buono il supposto: nol credo, perchè l’Esegesi tradizionale del verso citato può non aver esercitata, a tanta distanza del centro ortodosso, l’azione sua proibitiva; non lo credo, perchè i Terapeuti di Egitto, per quanto a parer mio Esseni trapiantati in terra straniera, ciononostante come pianta divelta dal suolo natio, non lasciava di offrire sembianza alquanto degenere dall’originario sodalizio per la miscela di idee greche od egizie colà operatesi; e non lo credo infine per un curioso cenno che la mia stella propizia mi offriva in Maimonide. Maimonide, oltre la grand’opera rituaria che lo ha fatto sì celebre nel Rabbinato, è autore di un comento misnico che scrisse all’età di venti anni, e che dettava come altre sue opere, in purissimo arabo. Or bene, in questo comento che io dico, al 13º diMenahot, e là appunto ove nellaMisnàsi favella del tempio egiziano, del suo fondatore per nomeHoniò, io trovo in Maimonide preziosissima indicazione. Quando dice della fuga diHoniòin Egitto, quando narra del favore trovato da esso nellacorte dei Tolomei, della grand’opera intrapresa, del nuovo tempio, dei seguaci, degli aderenti che secondaronlo, sapete chi egli annoveri tra i cooperatori e ajutatori del nuovo Esra? Egli annoverauna sètta, sono sue parole,Kaptzar. Un pensiero mi sorrideva, mi tentava, e comecchè da principio non osassi confessare nemmeno a me stesso, pure a poco a poco presi coraggio, ed ora a voi lo espongo. Sarebbe egli possibile che nell’informe vocabolo si nascondano iCopti?[88]Ma io oso dire di più: oso dire che non al tutto sarebbe oggi stesso difficile seguire quello strano rivolgimento di casi per cui gli antichiTerapeutidi Egitto divennero in bocca a Maimonide la sètta dei Copti. E questo filo conduttore, questo filo d’Ariana nel nerissimo laberinto ce lo porge la storia. La quale ci addita nei Copti l’antichissima, la primitiva chiesa cristiana di Alessandria fondata daMarco; che ci narra la confusione sino ab antiquo avvenuta, e di cui vi tenni parola nelle prime lezioni, tra i Cristiani di Egitto e i Terapeuti colà stabiliti: le strane pretese d’identità spiegate sino ai nostri giorni dai dottori della Chiesa, e fondate unicamente sopra tale confusione; e infine il nome diTerapeutausato positivamente nei primi secoli qual sinonimo di cristiano, di monaco, di solitario. Che cosa dunque avvenne a parer mio? Vi era una tradizione sino a Maimonide perpetuata, del concorso prestato adOnio, al suo tempio, al suo culto, dai terapeuti di Egitto. Di questa tradizioneMaimonideebbe contezza.Maimonideche dimorava in Egitto, ch’è quanto dire nella patria stessa dei Terapeuti, nell’antica sede del tempioOnico, colse in Egitto stesso dalla storia, dalle tradizioni egiziane il fatto in discorso; ma lo colse corrotto, alterato, degenere, quale i secoli e la ignoranza lo avevan ridotto. E così alterato e degenere lo trasmise ai nipoti. Di Terapeuti ebrei si era fatto Terapeuti cristianidi questi, con facile e legittimo transito, e solo l’antico nome traducendo con più moderno vocabolo, si era fatto iCopti.—E iCoptiappunto disse Maimonide cooperatori diOnio. E iCopti, ch’è quanto dire i Terapeuti, gli Esseni d’Egitto, ebbe forse di mira Giuseppe quando parla dei privati, dei domestici sacrifizj da loro praticati. E questo è uno dei due sistemi possibili per ispiegare Giuseppe. L’altro è più breve, e non vi so dire se meglio persuasivo. I sacrifizj di cui parla Giuseppe sarebbero patrj, indigeni, palestinesi, sarebbero proprj degli Esseni di Gerosolima; e se la legge a tali sacrifici si opponeva non è tale nè sì generale il divieto che un caso solo non se ne eccettui, che non sia anzi permesso raccomandato, ed a cui potuto hanno dar opera i nostri Esseni secondo Giuseppe. E questo caso è quando non l’Ebreo, ma è il Gentile, ma è il Pagano che offre. Allora ogni barriera si abbassa; allora non più tempio, non più recinto, non più limiti che circoscrivino l’adorazione umanitaria; allora la natura quanto è vasta, un campo, una riva, la cima d’un colle, son tempio condegno al culto di Dio; allora, secondo nostra fede, non solo il gentile può scegliere luogo a sacrificarsi qual più gli talenta, ma ciò ch’è sovrammodo degno di nota, egli è il permesso all’Ebreo conceduto, di dirigerne, di regolarne l’esecuzione, di prescriverne i modi più accetti, di additarne il rito voluto, legittimo e già determinato dalle nostre leggi;[89]allora vediamo i Dottori Talmudisti sul fine diZebahim, mettersi tutto cuore e tutta anima a secondare le pie vedute di nobili e signori pagani della madre di Sapore, monarca di Persia, insegnar loro il modo di sacrificar più accetto, ad assistere personalmente al sacrifizio, a predicarlo meritorio, e in certa guisa parzialmente antivenire quel ministerio sacerdotale che sarà proprio e naturale d’Israele, alla fine dei tempi.Ma noi dei sacrifizj essenici ragionando, abbiamo trovato, se la congettura non erra, un loro tempio, il tempio diOnioin Egitto. È questi il solo che pretenda all’onore dell’Essenato? Io credo che di due altri tempj ragioni la storia che più o meno possan vantare essenica cittadinanza. È l’uno quella famosissimaProseucaoSinagogache sorgeva, non saprei dire se presso a Tebe o nelle mura di Alessandria, e di cui è menzione pomposissima nelTalmuddiSuccà, con qualche curiosa variante, tra il Babilonese e il Gerosolimitano, e che rovinò per ordine, dice il Babilonico, di Alessandro, per ordine, dice il Gerosolimitano, e dice meglio, di Trajano l’empio,Traghianos arasciah. Sono le altre quelle sinagoghe di cui udiste parlare in altre lezioni a proposito della vita campestre dell’Essenato, quelleProseuche campestri, come le chiamano i dottori, ed in cui parevami e parmi ancora vedere memoria degli antichi oratorj dell’Essenato.Ora una parola dellaPreghieraEssenica ed avremo finito. Pregavano gli Esseni, dice Giuseppe, al sorger del sole, gli è quanto dire in quell’ora istessa in cui pregavano iVatichim del Talmud, altro nome dei nostri Esseni, e di cui videro i dottori nostri cenno in quel verso che diceIrauka im Sciamesc. Non basta: Giuseppe ci porge nuovo riscontro colla preghiera dei dottori. Gli Esseni, ei dice, non parlano di alcun affare prima del sorger del sole. E i Farisei pure, e lo dicono e lo raccomandano e lo osservano. Per essi, non solo gli affari, ma il conversare, ma il saluto istesso è interdetto pria che il sole risorto e l’anima ridesta mandino il saluto alla eterna fonte di ogni salute: tanto che vi furono e vi sono tanti Esseni senza saperlo, che imbattutisi per via prima di orare in un amico, usano frase che non è saluto ma è preghiera. Ma ciò che l’animo non ardiva sperare,ciò che parrebbe superare ogni aspettazione, egli è la esistenza, la conservazione tuttavia nella Liturgia ortodossa di unInno, di unCantosuperstite dell’Essenato. E pure di questi miracoli, ed altri maggiori, è capace la bella e feconda per quanto ardita erudizione germanica. Se uomo vi è capace di dar credito e faccia di verità ad una ipotesi egli è senza meno ilNestoredei Rabbini tedeschi, il dotto e celebre Rapaport, gran Rabbino di Praga. Ora secondo il Rapaport vi è una preghiera tra quelle che si recitano nel sabato, che appartiene all’antica Liturgia degli Esseni; ed è quello un ordine alfabetico che incominciaEl adon. Credo l’opinione del Rapaport assai verosimile, e ciò che vi parrà singolare, per quelle ragioni appunto che altri la osteggiò. E questi è un dotto e piissimo Rabbino Tedesco, tolto, non è molto, ai vivi, ilZebi Tro Haiot. Il Haiot nell’Imrè Binàtrova la congetura del Rapaport inverosimile, e per quella ragione appunto la credo tale, che dovuto avrebbe persuadergli il contrario. Egli trova nelFuruna diversa lezione nella preghiera in discorso, trova che là ove leggiamoRaà veitkin,vide e formò, leggere si debba inveceraà veictin,vide e impicciolìla forma lunare; e siccome tale lezione si fonda sopra un’Agadàdel Talmud babilonico, ove si dice che la luna dicadde nella gerarchia degli astri, e di stella che era divenne satellite, egli crede che non si possa a buon diritto supporre nelle preghiere esseniche menzione di questa leggenda. Dico il vero, il raziocinio del Haiot, non dirò mi sorprese, sarebbe poco, mi empì di stupore. Possibile dissi fra me! Possibile che tanto abbia egli negletto ed obliato così scrivendo! che abbia obliato come alla perfine la lezione di cui favella non é la sola; ed ove l’altra, punto all’Agadàallusiva, si addottasse, resterebbe la congettura del Rapaport incrollata! Possibile che abbia posto in oblio, come l’Agadàdelladegradazione lunaresia eminentemente Cabbalistica: e come tale, e come uno dei punti più culminanti del Cabbalismo talmudico, sia portata in trionfo dai teosofi antichi e moderni. Possibile che non siasi ricordato come appunto la lezione da lui proposta prevalga tra essi alla lezione contraria; possibile che abbia posto in non cale un fatto momentosissimo, e che solo basterebbe a dar ragione a Rapaport; voglio dire la importanza conceduta, i lunghi ragionamenti, le speculazioni Cabbalistiche che fa ilZoarsu questa preghiera diEl adon: è possibile infine come non abbia veduto che non altro essendo gliEsseniche i Cabbalisti antichissimi, se vi è scuola a cui s’acconci la preghiera in discorso che possa dire altamentevide e impicciolìec.; eglino sono senza meno i nostri Esseni, a cui in verità e tanto meritamente l’attribuiva il rabbino di Praga. Ma se causa vi è di tanto oblio, ella è questa una: il non avere a bastanza il Haiot riconosciuto la identità da noi propugnata tra Esseni e Cabbalisti; l’aver trovato disdicevole ai primi ciò che avea trovato dicevolissimo ai secondi; e se il Haiot vivesse ancora, tanta era la sua pietà e la dottrina, che, oso dirlo, egli avrebbe plaudito ai nostri sforzi, e trovato avrebbe col Rapaport essenica per eccellenza la preghiera diEl adon, perchè potuto non avrebbe negare essere la sua lezione per eccellenza cabbalistica.
S’egli è vero che ai sospirosi naviganti l’animo si rinfranca al pensiero della meta vicina, egli non è senza più celere fiducioso muovere il passo verso il termine desiato, che io tocco stasera la terza parte dellaStoria degli Esseni; dopo avere studiate le loro istituzioni e i loro dogmi, io chiamo a rassegna le loropratiche, la lorovita. Ma la vita sociale come la vita dello individuo, gli atti dell’una come gli atti dell’altra, possono in tre grandi ordini e sommi capi dividersi secondo il triplice oggetto a cui la vita e gli atti si riferiscono; vi è la vita religiosa che comprende gli atti, le opere che hanno Dio e la Religione per obbietto; vi ha la vita privata che le opere inchiude che all’uomo istesso si riferiscono, i suoi abiti, le sue virtù, le regole che a sè medesimo s’imponeva, e che hanno per ultimo fine lo individuo, la persona medesima; vi ha infine la vita pubblica, la vita esteriore, quelle opere tutte abbraccia nel proprio seno, che al prossimo, alla città, al mondo intero si riferiscono. Egli è per questo che per amore di ordine, di chiarezza, di brevità, io ho in tre parti distinto lo studio della essenicavita. Vita religiosa, ossiaculto: Vita privata, ossiaabitievirtù: Vita pubblica, ossiarapporti esteriori. Di queste tre parti, la prima, vuoi per l’argomento fecondo, vuoi per dignità, vuoi per logica preminenza, merita il primo posto, e volentieri glielo concedo.La vita religiosa dell’Essenato si esamini dunque nelle sue parti. E perchè l’ordine si ramifichi nelle più minute parti eziandio del subbietto, si dica in primo del culto che a Dio si rendeva, e del culto istesso quella parte in prima si consideri che riguarda iluoghireligiosi, itempi, glioratorj.
Vi è una frase in Giuseppe, che per bene intendere ci conviene che vi riduciate a memoria i tempi in cui visse, in cui fiorì il grande istituto. Qual fu il secol d’oro dell’Essenato? fu quello, si può dire, che più famoso rimase per le calamità infinite che piovvero sul nostro popolo, il primo secolo dell’era volgare. Ei fu allora, nel precipite declinare del nostro sole all’occaso, nella dissoluzione estrema di ogni legame politico, all’ombra del tempio che minacciava rovina, che lo spirito, il pensiero, il genio dell’ebraismo, come fiamma che stia per ispegnersi, mandò pria di finire un ultimo raggio, e quel raggio fu l’Essenato. Ora tra gli Esseni che sopravvivono alla morte di ogni nobil cosa fra noi, e lo eccidio ultimo che minaccia la patria, vi è un testimone; testimone della grandezza degli uni e della miseria dell’altra, della vita possente, rigogliosa del primo, e della disperata e violenta agonia dell’ultima; e questo testimone è Giuseppe. E che cosa dice Giuseppe che dell’uno e dell’altro stato fa nei suoi libri fede continua? Dice parola che mi fece per non brev’ora meditabondo; e il cuore m’empiva di poi eziandio d’ogni indicibile melanconia. Quando Giuseppe, parlando delle pratiche esseniche, dice che gli Esseni non entravano nel tempio per timore di profanarsi al contatto della folla che ingombravalo, parevami nell’udirlo una cosa:—Mi pareva vedere nell’Essenatoil genio irato dell’ebraismo trarsi in disparte dall’orribile scompiglio sopravvenuto; parevami trincierato nella sua solitudine imprecare alle passioni, ai peccati, al disordineche infuriavano; parevami, preso in dispetto il tempio, fuggirsene lungi, come fuggita se n’era la gloria di Dio ai tempi di Ezechiele; e come fuggire accennava dal secondo tempio eziandio quando per entro alle sue mura, come narrano Ebrei e Pagani, udissi quel suono, quel calpestio, quella voce di partenza che disse: Esciamo da questo luogo. Io vel confesso ingenuamente. Il primo senso che io colsi nelle parole flaviane, non fu sì vero, sì profondo, non fu questo che io dico: parevami, e male parevami, che qui si trattasse di qualche cosa di ordinario, di normale; parevami volesse dirmi Giuseppe, non riconoscere gli Esseni, non ossequiare almeno in pratica, il culto pubblico, la casa di Dio, il tempio di Gerosolima. Ma quanto ingiustamente! E non solo perchè gli Esseni, Ebrei quanti altri mai, non potevano ragionevolmente disertare tempio ed altari; non solo perchè le cause da Giuseppe assegnate, accennano manifestamente a temporaneo ed eccezionale abbandono, per istudio eccessivo di purità, ma soprattutto perchè la storia parla eloquente, perchè troppo anzi giustifica il ritiro e la diserzione dell’Essenato. Bisogna leggere le storie per persuadersene. Bisogna leggere delle passioni che si scatenavano ignobili, brutte, furiose nel sacro recinto, del sacerdozio venale, ambizioso, intrigante, vendereccio, lussurioso; bisogna leggere degli eccidj commessi sui gradini del tempio, degli altari di Dio conversi in campo di battaglia dalle fazioni che laceravano la patria; delle bruttezze, delle enormità d’ogni maniera che un popolo, che un sacerdozio feroci, farneticanti commettevano all’ombra del tempio. È miracolo dunque se gli Esseni quando Giuseppe parlava, ch’è quanto a dire, allora appunto che le scene discorse si spiegavano in tutta la lor turpitudine, fuggissero lungi da quelle mura contaminate, dalle mura del tempio? È miracolo, quando sapremole regole rigorose inflessibili che avrebbero dovuto vegliare, e che avevano infatti in altri tempi vegliato alla purità di quel tempio, quando sapremo dalla tradizione che ce lo narra, che tante parti eranvi nel tempio quanti gradi vi erano nel popolo di purità, che altro per esempio era il luogo ai Gentili dischiuso, altro agli immondi per contatto di morti, altro aiTebulè jom, altro aiMehusserè caparà, altro alle donne, altro agli uomini riservato, ed altro infine ai sacerdoti? E quando pure queste regole comuni, per ognun doverose, non fossero state ad ogni istante manomesse dal disordine, dall’anarchia imperante, non avevano eglino, gli Esseni, specialissime regole di purità, che non essendo generalmente osservate avrebbero pericolo corso di violazione quando commisti alla folla dei devoti fossero entrati nel tempio? (Vedi Lezione XII.) Ma se Giuseppe accennava di porci in imbarazzo coll’asserzione che abbiamo adesso storicamente giustificata, non meno a prima vista riesce duro a comprendersi quanto egli aggiunge immediatamente. Quando Giuseppe dice apertissimo che gli Esseni sacrificavano nelle case loro, nei loro chiostri, nel loro ritiro, non vi par egli che osti, non solo al deposto della tradizione, ma eziandio ad un testo formale, ove s’interdice il sacrifizio fuori del recinto sacrato? E veramente all’uno e all’altro osterebbe Giuseppe, e non solo dalla legge ingiustificato, ma contraddetto parrebbe ancora dalla storia contemporanea, che non ci mostra in Palestina a fianco del tempio pubblico nazionale di Gerosolima, nè altri tempj, nè altro altare, nè altro culto. Che cosa dunque volle dire Giuseppe quando parlava dei privati, dei domestici sacrifizi dell’Essenato? Io ci ho lungo tempo riflettuto, e solo due possibili spiegazioni mi sovvenivano all’uopo opportuno. Voi lo avete udito più volte. Oltre gli Esseni di Palestina, oltre gli Essenici Chiostri diTerrasanta, vi erano gli Esseni di Egitto, quelli che udito abbiamo chiamarTerapeuti, erano le case, i ritiri di Egitto. Or bene, la storia ci ha serbato un fatto, un gran fatto, per la storia degli Esseni, per la questione presente segnatamente. E questo fatto è la esistenza di un tempio in Egitto, foggiato appunto su quello che inalzavasi in Palestina, di esso contemporaneo e rivale, ed ove il sacerdozio, il culto e sacrifizj e le forme istesse architettoniche dell’edifizio porgevano imagine fedelissima del modello palestinese. Furono eglino al tutto estranei i Terapeuti di Egitto, se non altro alla elevazione, alla conservazione almeno dell’ossequio, che ivi riscoteva generalissimo il tempio egiziano, il tempio di Onia? Io non lo credo: non lo credo, perchè i Terapeuti avrebbero fatto allora scissura ai fratelli alessandrini, nè la storia ci autorizza a menar buono il supposto: nol credo, perchè l’Esegesi tradizionale del verso citato può non aver esercitata, a tanta distanza del centro ortodosso, l’azione sua proibitiva; non lo credo, perchè i Terapeuti di Egitto, per quanto a parer mio Esseni trapiantati in terra straniera, ciononostante come pianta divelta dal suolo natio, non lasciava di offrire sembianza alquanto degenere dall’originario sodalizio per la miscela di idee greche od egizie colà operatesi; e non lo credo infine per un curioso cenno che la mia stella propizia mi offriva in Maimonide. Maimonide, oltre la grand’opera rituaria che lo ha fatto sì celebre nel Rabbinato, è autore di un comento misnico che scrisse all’età di venti anni, e che dettava come altre sue opere, in purissimo arabo. Or bene, in questo comento che io dico, al 13º diMenahot, e là appunto ove nellaMisnàsi favella del tempio egiziano, del suo fondatore per nomeHoniò, io trovo in Maimonide preziosissima indicazione. Quando dice della fuga diHoniòin Egitto, quando narra del favore trovato da esso nellacorte dei Tolomei, della grand’opera intrapresa, del nuovo tempio, dei seguaci, degli aderenti che secondaronlo, sapete chi egli annoveri tra i cooperatori e ajutatori del nuovo Esra? Egli annoverauna sètta, sono sue parole,Kaptzar. Un pensiero mi sorrideva, mi tentava, e comecchè da principio non osassi confessare nemmeno a me stesso, pure a poco a poco presi coraggio, ed ora a voi lo espongo. Sarebbe egli possibile che nell’informe vocabolo si nascondano iCopti?[88]Ma io oso dire di più: oso dire che non al tutto sarebbe oggi stesso difficile seguire quello strano rivolgimento di casi per cui gli antichiTerapeutidi Egitto divennero in bocca a Maimonide la sètta dei Copti. E questo filo conduttore, questo filo d’Ariana nel nerissimo laberinto ce lo porge la storia. La quale ci addita nei Copti l’antichissima, la primitiva chiesa cristiana di Alessandria fondata daMarco; che ci narra la confusione sino ab antiquo avvenuta, e di cui vi tenni parola nelle prime lezioni, tra i Cristiani di Egitto e i Terapeuti colà stabiliti: le strane pretese d’identità spiegate sino ai nostri giorni dai dottori della Chiesa, e fondate unicamente sopra tale confusione; e infine il nome diTerapeutausato positivamente nei primi secoli qual sinonimo di cristiano, di monaco, di solitario. Che cosa dunque avvenne a parer mio? Vi era una tradizione sino a Maimonide perpetuata, del concorso prestato adOnio, al suo tempio, al suo culto, dai terapeuti di Egitto. Di questa tradizioneMaimonideebbe contezza.Maimonideche dimorava in Egitto, ch’è quanto dire nella patria stessa dei Terapeuti, nell’antica sede del tempioOnico, colse in Egitto stesso dalla storia, dalle tradizioni egiziane il fatto in discorso; ma lo colse corrotto, alterato, degenere, quale i secoli e la ignoranza lo avevan ridotto. E così alterato e degenere lo trasmise ai nipoti. Di Terapeuti ebrei si era fatto Terapeuti cristianidi questi, con facile e legittimo transito, e solo l’antico nome traducendo con più moderno vocabolo, si era fatto iCopti.—E iCoptiappunto disse Maimonide cooperatori diOnio. E iCopti, ch’è quanto dire i Terapeuti, gli Esseni d’Egitto, ebbe forse di mira Giuseppe quando parla dei privati, dei domestici sacrifizj da loro praticati. E questo è uno dei due sistemi possibili per ispiegare Giuseppe. L’altro è più breve, e non vi so dire se meglio persuasivo. I sacrifizj di cui parla Giuseppe sarebbero patrj, indigeni, palestinesi, sarebbero proprj degli Esseni di Gerosolima; e se la legge a tali sacrifici si opponeva non è tale nè sì generale il divieto che un caso solo non se ne eccettui, che non sia anzi permesso raccomandato, ed a cui potuto hanno dar opera i nostri Esseni secondo Giuseppe. E questo caso è quando non l’Ebreo, ma è il Gentile, ma è il Pagano che offre. Allora ogni barriera si abbassa; allora non più tempio, non più recinto, non più limiti che circoscrivino l’adorazione umanitaria; allora la natura quanto è vasta, un campo, una riva, la cima d’un colle, son tempio condegno al culto di Dio; allora, secondo nostra fede, non solo il gentile può scegliere luogo a sacrificarsi qual più gli talenta, ma ciò ch’è sovrammodo degno di nota, egli è il permesso all’Ebreo conceduto, di dirigerne, di regolarne l’esecuzione, di prescriverne i modi più accetti, di additarne il rito voluto, legittimo e già determinato dalle nostre leggi;[89]allora vediamo i Dottori Talmudisti sul fine diZebahim, mettersi tutto cuore e tutta anima a secondare le pie vedute di nobili e signori pagani della madre di Sapore, monarca di Persia, insegnar loro il modo di sacrificar più accetto, ad assistere personalmente al sacrifizio, a predicarlo meritorio, e in certa guisa parzialmente antivenire quel ministerio sacerdotale che sarà proprio e naturale d’Israele, alla fine dei tempi.
Ma noi dei sacrifizj essenici ragionando, abbiamo trovato, se la congettura non erra, un loro tempio, il tempio diOnioin Egitto. È questi il solo che pretenda all’onore dell’Essenato? Io credo che di due altri tempj ragioni la storia che più o meno possan vantare essenica cittadinanza. È l’uno quella famosissimaProseucaoSinagogache sorgeva, non saprei dire se presso a Tebe o nelle mura di Alessandria, e di cui è menzione pomposissima nelTalmuddiSuccà, con qualche curiosa variante, tra il Babilonese e il Gerosolimitano, e che rovinò per ordine, dice il Babilonico, di Alessandro, per ordine, dice il Gerosolimitano, e dice meglio, di Trajano l’empio,Traghianos arasciah. Sono le altre quelle sinagoghe di cui udiste parlare in altre lezioni a proposito della vita campestre dell’Essenato, quelleProseuche campestri, come le chiamano i dottori, ed in cui parevami e parmi ancora vedere memoria degli antichi oratorj dell’Essenato.
Ora una parola dellaPreghieraEssenica ed avremo finito. Pregavano gli Esseni, dice Giuseppe, al sorger del sole, gli è quanto dire in quell’ora istessa in cui pregavano iVatichim del Talmud, altro nome dei nostri Esseni, e di cui videro i dottori nostri cenno in quel verso che diceIrauka im Sciamesc. Non basta: Giuseppe ci porge nuovo riscontro colla preghiera dei dottori. Gli Esseni, ei dice, non parlano di alcun affare prima del sorger del sole. E i Farisei pure, e lo dicono e lo raccomandano e lo osservano. Per essi, non solo gli affari, ma il conversare, ma il saluto istesso è interdetto pria che il sole risorto e l’anima ridesta mandino il saluto alla eterna fonte di ogni salute: tanto che vi furono e vi sono tanti Esseni senza saperlo, che imbattutisi per via prima di orare in un amico, usano frase che non è saluto ma è preghiera. Ma ciò che l’animo non ardiva sperare,ciò che parrebbe superare ogni aspettazione, egli è la esistenza, la conservazione tuttavia nella Liturgia ortodossa di unInno, di unCantosuperstite dell’Essenato. E pure di questi miracoli, ed altri maggiori, è capace la bella e feconda per quanto ardita erudizione germanica. Se uomo vi è capace di dar credito e faccia di verità ad una ipotesi egli è senza meno ilNestoredei Rabbini tedeschi, il dotto e celebre Rapaport, gran Rabbino di Praga. Ora secondo il Rapaport vi è una preghiera tra quelle che si recitano nel sabato, che appartiene all’antica Liturgia degli Esseni; ed è quello un ordine alfabetico che incominciaEl adon. Credo l’opinione del Rapaport assai verosimile, e ciò che vi parrà singolare, per quelle ragioni appunto che altri la osteggiò. E questi è un dotto e piissimo Rabbino Tedesco, tolto, non è molto, ai vivi, ilZebi Tro Haiot. Il Haiot nell’Imrè Binàtrova la congetura del Rapaport inverosimile, e per quella ragione appunto la credo tale, che dovuto avrebbe persuadergli il contrario. Egli trova nelFuruna diversa lezione nella preghiera in discorso, trova che là ove leggiamoRaà veitkin,vide e formò, leggere si debba inveceraà veictin,vide e impicciolìla forma lunare; e siccome tale lezione si fonda sopra un’Agadàdel Talmud babilonico, ove si dice che la luna dicadde nella gerarchia degli astri, e di stella che era divenne satellite, egli crede che non si possa a buon diritto supporre nelle preghiere esseniche menzione di questa leggenda. Dico il vero, il raziocinio del Haiot, non dirò mi sorprese, sarebbe poco, mi empì di stupore. Possibile dissi fra me! Possibile che tanto abbia egli negletto ed obliato così scrivendo! che abbia obliato come alla perfine la lezione di cui favella non é la sola; ed ove l’altra, punto all’Agadàallusiva, si addottasse, resterebbe la congettura del Rapaport incrollata! Possibile che abbia posto in oblio, come l’Agadàdelladegradazione lunaresia eminentemente Cabbalistica: e come tale, e come uno dei punti più culminanti del Cabbalismo talmudico, sia portata in trionfo dai teosofi antichi e moderni. Possibile che non siasi ricordato come appunto la lezione da lui proposta prevalga tra essi alla lezione contraria; possibile che abbia posto in non cale un fatto momentosissimo, e che solo basterebbe a dar ragione a Rapaport; voglio dire la importanza conceduta, i lunghi ragionamenti, le speculazioni Cabbalistiche che fa ilZoarsu questa preghiera diEl adon: è possibile infine come non abbia veduto che non altro essendo gliEsseniche i Cabbalisti antichissimi, se vi è scuola a cui s’acconci la preghiera in discorso che possa dire altamentevide e impicciolìec.; eglino sono senza meno i nostri Esseni, a cui in verità e tanto meritamente l’attribuiva il rabbino di Praga. Ma se causa vi è di tanto oblio, ella è questa una: il non avere a bastanza il Haiot riconosciuto la identità da noi propugnata tra Esseni e Cabbalisti; l’aver trovato disdicevole ai primi ciò che avea trovato dicevolissimo ai secondi; e se il Haiot vivesse ancora, tanta era la sua pietà e la dottrina, che, oso dirlo, egli avrebbe plaudito ai nostri sforzi, e trovato avrebbe col Rapaport essenica per eccellenza la preghiera diEl adon, perchè potuto non avrebbe negare essere la sua lezione per eccellenza cabbalistica.