LEZIONE VENTESIMA.

LEZIONE VENTESIMA.Dopo avere nella passata lezione descritto l’esteriore costume degli Esseni, le loro vesti ora candide quai sacerdoti, ora aspre e pelose quai solitari e profeti, diremo adesso degli usi loro, della pratica della vita privata. Grande era il conto che gli Esseni facevano della mensa comune, delle comuni imbandigioni. E nel farlo fedeli erano alle patrie idee, alle patrie tradizioni, e fedeli eziandio a’ più cospicui, a’ più religiosi istituti della pagana antichità. Delle prime faccia fede la Bibbia che ove avvenga chi di solenne banchetto faccia menzione, sempre un gran nome, un nome santo, gli conferisce, quello di sacrifizio,[82]faccian fede i dottori che a dirittura asseriscono, la mensa ove presiede la fede tenere degnamente le veci dello altare di Dio, e le imbandigioni il luogo tenere di sacrifizio espiatorio. Le quali idee comecchè leggansi nelle più autorevoli opere de’ prischi dottori, pure e forse per ciò stesso, consuonano a maraviglia colle teorie cabbalistiche; prova ad un tempo che tralle prime e le seconde anzichè divario, come altri presume, grandi invece ci corrono e sensibili affinità, e che gli Esseni anche per questo verso esprimono con mirabile fedeltà il genio non solo della scuola de’ Farisei, ma più specialmente di quelli che la età moderna distinse sotto il nome di Cabbalisti.Dissi però di costumi, eziandio, di idee pagane da queste non dissimili de’ nostri Esseni. E qui potrei, le greche e le barbariche istorie invocando, far mostra di facile erudizione. Potrei citare e Persia e Atene e Sparta e le Repubbliche pressochè tutte di Grecia antica, ove i pranzi comuni, ora al grado si elevarono di pubblica, di sociale istituzione, ora, lo che è più, di religioso cerimoniale. Ma su queste e altre simili ricordanze trapasseremo per brevità. Solo dirò con Plutarco che lamensadicerappresentazione e figura della Terra; l’una e l’altra di forma sferica concepite. Ma Plutarco dice di più: egli aggiunge che perciò stesso,Vestada talunosi appellava la mensa, e Vesta era simbolo difuoco centrale, dell’altare, della torre di fortezza, come altra volta vedemmo appellato esso fuoco centrale; e quindi al nome mirabilmente corrispondente diMizbeakche reca ne’ nostri libri la mensa, ed ambedue emensaedaltarecome tra i pagani così tra noi indicanti un unico principio. Tra i primi Vesta, il fuoco centrale, la vita del mondo, e tra noi l’Ente Metafisico che i Dottori chiamanoMalhut, e che tutti i caratteri offre appunto or ora discorsi. Sono questi arbitrari accozzamenti o armonie spontaneamente prorompenti dal cuor del subbietto? Per ora ci basti il fatto enunciato, il concetto uniforme che della tavola formaronsi, e la Bibbia e i migliori tra i pagani, e gli Esseni, e i più eruditi scrittori del paganesimo quale Plutarco. Nè Plutarco è il solo. Cicerone prende a posta sua la parola, ed arguto quale egli esser suole in fatto di etimologia, accenna la superiorità del latino checonviviochiama il banchetto quasi vivere insieme, sul greco che lo qualificasimposioquasi bevere insieme. Ma che avrebbe Cicerone pensato se del nome ebraico avesse avuto contezza? Egli avrebbe certo trovato lo equivalente di simposio nell’ebraico nome dimistè,e quindi inferiore anch’esso alconviviolatino. Ma quanto più splendida qualificazione avrebbe egli ravvisato nel nobilissimoZebach? Che se il primo ogni volgare accenna ed anche licenzioso banchetto, il secondo ai grandi, a’ solenni allude e religiosi convivj.Nè quelli degli Esseni avrebbero questo nome demeritato. Non lo avrebbero pel silenzio profondo che durante il pranzo regnava d’intorno, e di cui celebre esempio ci offrono pur essi i Farisei, quando esigono in principio non doversi per ragione di igiene conversare mangiando; del qual divieto solo allora comprenderemo lo spirito che a memoria ci ridurremo l’attitudine che prendevano a quei tempi sui letti loro i commensali. Non lo avrebbe poi, aggiunge Filone, pei dottrinali trattenimenti che, conchiuso il pranzo, si intavolavano tra i commensali. Ma quanto non suonano preziose le frasi Filoniane, specialmente ove si badi alle circostanze a cui si accenna. Non solo ei dice che si proponeva a mensa una questione tratta da’ libri sacri; ma egli ne addita l’indole peculiare, ei dice quei discorsicomposti di allegorie sulle sacre scritture. Nè di questo si accontenta Filone: ma trapassando al criterio generalissimo con cui dagli Esseni si procedeva nella interpretazione delle scritture, laleggediceconsiderano pur essi qual’Ente animato i cui precetti sono il corpo; e spirito e mente, le allegorie. Abbiamo ben udito? Sono elleno coteste le espressioni testualissime di Filone? È egli questo il concetto che della scrittura formavansi Terapeuti ed Esseni? Che se così è, che cosa resta per identificarli a’ Teologi del Farisato, ai Cabbalisti? Non sono essi che lo esempio ci offrono continuo luminoso di dotti ragionamenti a tavola intrapresi? Non ne riboccano ad ogni pagina e Talmud e Medrascim ed il Zoar sopratutto? Che dico? Non sono eglino soli, soli i Cabbalisti gli autori, e propugnatori del gran principio esegetico dagli Essenibandito,la duplice natura della legge di Dio spirituale e corporea? Non sono eglino appunto che all’animale somigliandola (nel 3º Volume del Zoar) i precetti dicono appunto come gli Esseni dicevano,il corpo della legge, e le allegorie, non meno com’essi ancora ne dicono, lospirito?Ma se la teoria degli uni a quella degli altri perfettamente risponde, ciò che aggiunge Filone, non pare, se ben si mira, di manco rilievo, e forse meglio che le grandi affinità varrà a stabilire tra i due istituti la medesimezza, siccome quello che poggia non già sopra certe somiglianze che possono essere effetti di cause congeneri, ma sopra alcune circostanze singole arbitrarie che rivelano una medesima provenienza. Egli è Filone che parla, Filone che dice come, conchiusa la sposizione allegorica quando trovata sia laudabile, ognuno applaude. E questa circostanza ove la troveremo? Nel Zoar se la cercherete, ove vedrete non una nè dieci, ma cento e mille volte seduti i dottori Cabbalisti al desco comune, lunghi e dotti tessere ragionamenti, i quali conchiusi, sono ora i baci fraterni che fanno fede del cuore appagato, ora certe frasi che tornano immancabilmente dopo ogni festeggiato discorso, e che suonano, a mo’ d’esempio:Se la vita ci fosse stata solo, per questo udire, largita, già ne sarìa di avanzo. «Illù la atena leàlmà ella lemiscmagh dà, dai.»Nè i dotti ragionamenti nè gli applausi erano la sola parte che negli Essenici banchetti si dava alle lettere, si dava allo spirito. Eranvi altresì i canti, vi erano gli inni. I quali, dice Filone, coronavano gli EsseniciAgapicolle lodi di Dio, e colla memoria de’ suoi benefici. Questo inno era tal fiata opera personale del Patriarca, del Presidente; tal’altra era dettato di qualche antico poeta, perocchè i poeti, dice Filone, hannoci lasciato de’ versi metricispondeiesametried inni che accompagnano le sacre danze. Dove sono gli inni a mensa cantati nell’antico Farisato? Il Talmud non li disconosce in verità, per quanto per la indole dell’opera stessa non troppo, se non isbaglio, ne son numerosi gli esempi.[83]Pure già ne è dato l’uso travederne sino da remotissimi tempi: che dico? sino da’ tempi profetici, sino nella Bibbia. La quale volendo dire come nell’ultimo nazionale esizio cessato sarebbe ogni tripudio, annunzia come non più a suon di canto, sarìa il vino ne’ conviti libato: d’onde traevano i dottori argomenti a interdirne l’uso dopo l’esilio. Pure la interdizione non è tale che l’uso non ti apparisca di quando in quando nell’istesso Talmud: testimone quel banchetto ove invitato Rab Hasdà a sciogliere giojoso un canto trista invece intonava e lugubre elegia. Ma questi, per quanto non ispregevoli esempj, poco sono, se gli Esseni sono non solo Farisei ma Farisei cabbalisti, se la identità di cui abbiamo finora discorso non è una favola.Ebbene il Cabbalismo, i suoi usi, i suoi personaggi ne danno la più parlante, la più espressiva imagine della Essenica costumanza. Io non so se sbaglio, ma se il Talmud, se tutta la biblioteca rabbinica de’ primi secoli fa per avventura menzione di un poeta rabbino, di un poeta fariseo, questi è un solo, chiaro, celebre se volete, ma pure un solo. E questo unico poeta chi è egli? Egli è uno de’ più eminenti della teologia cabbalistica, egli è ilcervello, lamentedellascuola, come Ribbi Abbà ne fu lo scriba, ne fu lo scrittore; egli è in una parola il figlio stesso del grande maestro, egli è Ribbi Eleazar figlio di Simone che fu, dice il Medrasc,Carobì vetanoi upoeti. E ciò che più monta, egli è che di questo officio, di questo carattere di poeta non fa fede il Zoar, parte interessata nella questione e monumento esautorato dagli anticabbalisti, ma fanno fede libri a niuno sospetti,di indubitata autenticità, di imparzialità manifesta. I quali lo dicono fregiato delle triplici doti, come vedemmo, diPoeta, Oratore e Rapsoda tradizionalee il vogliono ancoraperito cantoree identico a RibbiElleazar Hisinàper non parlare della tanta controvertita identità col poeta nostro, conosciuto più tardi sotto il nome di Callir o di Calliri, intorno al quale tanto dottamente s’affaticarono i nostri moderni eruditi. E questo è senza meno antichissimo e per ciò stesso concludentissimo esempio di analogia, Esseno-Farisaica ed Esseno-Cabbalistica. Ma quanto più prossimi e più comuni gli esempi se per poco scendiamo in ordine di tempo! Quanto illustre ce n’offrirebbe l’esempio dico di magnifiche poesie, parte più specialmente consacrate allamensa, parte alla preghiera, alla liturgia, e tutte stupendamente improntate di una siffatta elevazione che rende a mille doppi mirabile il poetico magistero. Fra i primi non si potrebbe non menzionare il Loriaprincipe de’ moderniCabbalisti, prodigio di speculativa fecondità, comecchè nulla abbia scritto ma tutto lo insegnamento suo abbia trasmesso oralmente. Che dico nulla scritto? Egli scrisse pure qualche cosa, e queste sono brevi e mistiche poesie dettate in linguaggio Arameo e destinate alla mensa sabbatica. Gli altri poi sono egualmente Cabbalisti ma scrittori esimj nella purissima favella della scrittura. Possiamo dire che se a ragione vi ha chi possa dire di aver generato lamistica poesia ebraica, la più bella che io conosca, ella è senza meno la Italia nostra. La quale se non avesse in questo genere dato la vita che aMoise Zaccutdi Venezia, avrebbe già un titolo glorioso alla riconoscenza de’ cultori della santa lingua. Bisogna leggere le poesie del Zaccut e persuadersene. Bisogna avere qualche sentore delle Dottrine cabbalistiche, bisogna avere anche il gusto dell’ebraica poesia,per ammirare il magistero stupendo, con cui concetti sublimissimi sono vestiti di forma non meno sublime, ed in cui non sai veramente discernere se più l’idea conferisce alla venustà della forma, o la squisita magnificenza di questa alla grandezza e nobiltà del concetto. A me poi la lettura di quelle poesie cabbalistiche dettate nel più puro idioma della scrittura produce un effetto singolarissimo. Mi pare che un grande abisso sia ricolmo, mi pare un grande intervallo superato, mi pare in un istante la distanza soppressa, che i Profeti divide da’ Dottori, da’ Dottori cabbalisti. E quando vedo quanto la forma profetica scritturale si attagli al concetto cabbalistico, quando vedo e l’uno e l’altro immensamente più belli, più grandi farsi al contatto, e quasi la parola biblica incarnarsi, immedesimarsi col concetto cabbalistico, allora la unità primitiva e dellaparolaedell’idearivelata, la sintesi che ha preceduto l’analisi, la separazione sofistica, mi si rivela in una luce, in una evidenza intuitiva che non si potria la maggiore.Ora di due altri punti che il sistema, che la forma e l’ordine concernono della tavola essenica. Questi due punti sono in primo, l’ora, e poi l’abito che a tavola indossavano. L’ora dicono gli storici era la sesta. Dopo avere, dicono essi, lavorato sino a 5 ore si bagnavano nell’acqua diaccia, e bagnati che erano si riunivano per il pasto. Entravano nell’aula ove cibavansi, con aria solenne, quasi fosse in un tempio; sedevano nel più profondo silenzio, e prima e dopo il pasto i sacerdoti pronunziavano una preghiera. Le parole udite sono pregne di allusioni, di reminiscenze, di analogie farisaiche; analogia l’ora al cibo assegnata; questa ora era pegli Esseni la 6ª e lo era egualmente pei Farisei; i quali, prescrivendo e determinando a ciascuno l’ora di sedere a mensa, assegnano a’ Farisei la 6ª oradel giorno, quella stessa che udiste sulle labbra di Filone particolare agli Esseni; analogia la lavanda, l’abluzione che gli Esseni praticavano nella sua forma più religiosa,Tebilà, e che i Farisei non imposero che nella sua forma più mite l’abluzione delle maniTebilat Iadaim; analogia il concetto grande ed augusto che si formavano del refettorio al quale si accostavano comead un tempio, consuonando in tal guisa col farisaico dettato che la tavola parificano all’altare, e ilcarattere gli assegnano espiatorio che era proprio all’ara di Dio. Sciulkan scel Adam mechap per ghalav. Analogia infine la benedizione che si dice pronunziata prima e dopo il convito, e di cui abbiamo continuo quotidiano l’esempio innanzi gli occhi.L’ultimo de’ punti accennati non merita meno la vostra attenzione. Se gli Esseni indossavano abiti particolari durante il pasto egli è perchè nobilissimo siccome udiste si formavano concetto della mensa comune, alla quale siccome i sacerdoti all’altare, così essi non si appressavano che con abiti specialissimi; egli è perchè, nè si dee dissimularlo, tale correva allora comunissimo l’uso tra i più distinti Romani i quali andavano, dice uno storico,al pranzo vestiti di un abito più o meno leggiero secondo le stagioni e che serviva solamente per la tavola. E nomi pure recava distinti, pomposi: si dicevavestis cœnatoria,triclinaria,convivalise in una parolasintesis. Presentarsi al festino senza quest’abito sarebbe stata inescusabile malcreanza. Cicerone fa un delitto aVatiniodi esservi venuto in abito nero comecchè convito funebre fosse quello. Quando il convitato avesse mancato d’indossare l’abito comune, il padron di casa glielo prestava come prestavanlo, al dire di Capitolino, Alessandro e Settimio Severo ai loro commensali. Ma l’uso in discorso è di gran lunga più rilevante ove ad un uso si raffronti, bello per mirabile identità de’dottoriCabbalisti.I quali appunto come gli Esseni, appunto come i più grandi tra i Gentili, non si avvicinavano alla mensa che dopo aver vestito abiti esclusivamente alla mensa sacrati, applicando all’atto della commestione ciò che i Farisei del Talmud praticavano in ordine alla preghiera, per la quale lindi e puri serbavano abiti peculiari. Ma ciò che più mi ha colpito, che meglio ha posto agli occhi miei in rilievo questo nuovo argomento d’identità fra le due scuole, si è appunto, vel confesso ingenuamente, ciò che per altri sarebbe stato per avventura soggetto di dubbio e di esitazioni, voglio dire quell’apparente mancanza di continuità nella pratica di quest’uso tra i Farisei, quella lacuna storica che tu ravvisi tra l’antichissimo Essenato e i moderni Cabbalisti, e per cui dopo aver letto di quest’uso la pratica in una società da tanto tempo estinta, tu lo ritrovi senza che ti sia dato discuoprirne le orme, vivo, attuato nella scuola cabbalistica. Se i Farisei, dissi fra me, da’ quali potuto avrebbero i cabbalisti quest’uso imparare non lo conobbero; se i Cabbalisti non si addarono unqua dell’esistenza neppure, e tanto meno delle istituzioni degli Esseni in quella guisa che niuno di se stesso può vedere il sembiante; e se non ostante gli antichi usi degli Esseni si riproducono senza il vincolo farisaico in seno a’ Cabbalisti e si riproducono ne’ dettagli eziandio più minuti della pratica giornaliera, egli è segno che la vita de’ primi si è ne’ secondi trasfusa, che cambiando nome, forma e certi caratteri altresì deponendo, si perpetuò l’Essenato, si rinnovò ne’ Cabbalisti moderni, tra i quali tu ravvisi certi usi i cui storici precedenti mancano affatto nei predecessori naturali degli Esseni, nella Bibbia, ne’ profeti, ne’ Farisei, e di cui tu trovi invece il tipo antichissimo nella società degli Esseni.Che se questo fatto ed altri di simil tempra non provasserol’identità, che cosa proverebbero e quale più rimarrebbe spiegazione escogitabile? Certo che altra sola rimarrebbe possibile, ma tale che per la sua assurdità niuno vorria menar buona. Bisognerebbe supporre che in seno ad una stessa nazione,gli Ebrei; sotto gli influssi di una medesima religione, l’Ebraismo, in breve sotto l’azione di un concorso di cause identicissime, due istituti siensi generati, che tutto o pressochè tutto vantano comune,dottrine,genio,pratica giornaliera,usi,costumie nonostante non si tocchino, non si combacino, non s’identifichino fra di loro, e nonostante sieno due riproduzionifac similidi uno stesso tipo, due manifestazioni successive di uno stesso principio, di uno stesso genere. Io credo questa ipotesi inammissibile. Io credo che nella stessa guisa che nella vita di un popolo, di una fede, di una scienza, ogni principio, ogni germe nasce una sola volta, vive di una sola vita, e morto ed esaurito mai più comparisce in quella guisa medesima che la Grecia ebbe un sol Platonismo, una solaStoa, un solPeripato; l’età moderna un solCartesio, un solLeibnizio, un solSpinoza, un solKant, nè saria stato possibile che due ve ne fosse perchè nulla d’insulso, di inutile si produce in natura, così io credo che l’Ebraismo non ebbe nè poteva avere che un sol Essenato, come non ebbe che un sol Farisato, un solo Sadduceismo, un sol Caraismo; e che questo Essenato cangiò sì di nome col cangiare de’ secoli, senza cangiare però di natura, e le fattezze antiche serbando tutt’ora riconoscibili.

LEZIONE VENTESIMA.Dopo avere nella passata lezione descritto l’esteriore costume degli Esseni, le loro vesti ora candide quai sacerdoti, ora aspre e pelose quai solitari e profeti, diremo adesso degli usi loro, della pratica della vita privata. Grande era il conto che gli Esseni facevano della mensa comune, delle comuni imbandigioni. E nel farlo fedeli erano alle patrie idee, alle patrie tradizioni, e fedeli eziandio a’ più cospicui, a’ più religiosi istituti della pagana antichità. Delle prime faccia fede la Bibbia che ove avvenga chi di solenne banchetto faccia menzione, sempre un gran nome, un nome santo, gli conferisce, quello di sacrifizio,[82]faccian fede i dottori che a dirittura asseriscono, la mensa ove presiede la fede tenere degnamente le veci dello altare di Dio, e le imbandigioni il luogo tenere di sacrifizio espiatorio. Le quali idee comecchè leggansi nelle più autorevoli opere de’ prischi dottori, pure e forse per ciò stesso, consuonano a maraviglia colle teorie cabbalistiche; prova ad un tempo che tralle prime e le seconde anzichè divario, come altri presume, grandi invece ci corrono e sensibili affinità, e che gli Esseni anche per questo verso esprimono con mirabile fedeltà il genio non solo della scuola de’ Farisei, ma più specialmente di quelli che la età moderna distinse sotto il nome di Cabbalisti.Dissi però di costumi, eziandio, di idee pagane da queste non dissimili de’ nostri Esseni. E qui potrei, le greche e le barbariche istorie invocando, far mostra di facile erudizione. Potrei citare e Persia e Atene e Sparta e le Repubbliche pressochè tutte di Grecia antica, ove i pranzi comuni, ora al grado si elevarono di pubblica, di sociale istituzione, ora, lo che è più, di religioso cerimoniale. Ma su queste e altre simili ricordanze trapasseremo per brevità. Solo dirò con Plutarco che lamensadicerappresentazione e figura della Terra; l’una e l’altra di forma sferica concepite. Ma Plutarco dice di più: egli aggiunge che perciò stesso,Vestada talunosi appellava la mensa, e Vesta era simbolo difuoco centrale, dell’altare, della torre di fortezza, come altra volta vedemmo appellato esso fuoco centrale; e quindi al nome mirabilmente corrispondente diMizbeakche reca ne’ nostri libri la mensa, ed ambedue emensaedaltarecome tra i pagani così tra noi indicanti un unico principio. Tra i primi Vesta, il fuoco centrale, la vita del mondo, e tra noi l’Ente Metafisico che i Dottori chiamanoMalhut, e che tutti i caratteri offre appunto or ora discorsi. Sono questi arbitrari accozzamenti o armonie spontaneamente prorompenti dal cuor del subbietto? Per ora ci basti il fatto enunciato, il concetto uniforme che della tavola formaronsi, e la Bibbia e i migliori tra i pagani, e gli Esseni, e i più eruditi scrittori del paganesimo quale Plutarco. Nè Plutarco è il solo. Cicerone prende a posta sua la parola, ed arguto quale egli esser suole in fatto di etimologia, accenna la superiorità del latino checonviviochiama il banchetto quasi vivere insieme, sul greco che lo qualificasimposioquasi bevere insieme. Ma che avrebbe Cicerone pensato se del nome ebraico avesse avuto contezza? Egli avrebbe certo trovato lo equivalente di simposio nell’ebraico nome dimistè,e quindi inferiore anch’esso alconviviolatino. Ma quanto più splendida qualificazione avrebbe egli ravvisato nel nobilissimoZebach? Che se il primo ogni volgare accenna ed anche licenzioso banchetto, il secondo ai grandi, a’ solenni allude e religiosi convivj.Nè quelli degli Esseni avrebbero questo nome demeritato. Non lo avrebbero pel silenzio profondo che durante il pranzo regnava d’intorno, e di cui celebre esempio ci offrono pur essi i Farisei, quando esigono in principio non doversi per ragione di igiene conversare mangiando; del qual divieto solo allora comprenderemo lo spirito che a memoria ci ridurremo l’attitudine che prendevano a quei tempi sui letti loro i commensali. Non lo avrebbe poi, aggiunge Filone, pei dottrinali trattenimenti che, conchiuso il pranzo, si intavolavano tra i commensali. Ma quanto non suonano preziose le frasi Filoniane, specialmente ove si badi alle circostanze a cui si accenna. Non solo ei dice che si proponeva a mensa una questione tratta da’ libri sacri; ma egli ne addita l’indole peculiare, ei dice quei discorsicomposti di allegorie sulle sacre scritture. Nè di questo si accontenta Filone: ma trapassando al criterio generalissimo con cui dagli Esseni si procedeva nella interpretazione delle scritture, laleggediceconsiderano pur essi qual’Ente animato i cui precetti sono il corpo; e spirito e mente, le allegorie. Abbiamo ben udito? Sono elleno coteste le espressioni testualissime di Filone? È egli questo il concetto che della scrittura formavansi Terapeuti ed Esseni? Che se così è, che cosa resta per identificarli a’ Teologi del Farisato, ai Cabbalisti? Non sono essi che lo esempio ci offrono continuo luminoso di dotti ragionamenti a tavola intrapresi? Non ne riboccano ad ogni pagina e Talmud e Medrascim ed il Zoar sopratutto? Che dico? Non sono eglino soli, soli i Cabbalisti gli autori, e propugnatori del gran principio esegetico dagli Essenibandito,la duplice natura della legge di Dio spirituale e corporea? Non sono eglino appunto che all’animale somigliandola (nel 3º Volume del Zoar) i precetti dicono appunto come gli Esseni dicevano,il corpo della legge, e le allegorie, non meno com’essi ancora ne dicono, lospirito?Ma se la teoria degli uni a quella degli altri perfettamente risponde, ciò che aggiunge Filone, non pare, se ben si mira, di manco rilievo, e forse meglio che le grandi affinità varrà a stabilire tra i due istituti la medesimezza, siccome quello che poggia non già sopra certe somiglianze che possono essere effetti di cause congeneri, ma sopra alcune circostanze singole arbitrarie che rivelano una medesima provenienza. Egli è Filone che parla, Filone che dice come, conchiusa la sposizione allegorica quando trovata sia laudabile, ognuno applaude. E questa circostanza ove la troveremo? Nel Zoar se la cercherete, ove vedrete non una nè dieci, ma cento e mille volte seduti i dottori Cabbalisti al desco comune, lunghi e dotti tessere ragionamenti, i quali conchiusi, sono ora i baci fraterni che fanno fede del cuore appagato, ora certe frasi che tornano immancabilmente dopo ogni festeggiato discorso, e che suonano, a mo’ d’esempio:Se la vita ci fosse stata solo, per questo udire, largita, già ne sarìa di avanzo. «Illù la atena leàlmà ella lemiscmagh dà, dai.»Nè i dotti ragionamenti nè gli applausi erano la sola parte che negli Essenici banchetti si dava alle lettere, si dava allo spirito. Eranvi altresì i canti, vi erano gli inni. I quali, dice Filone, coronavano gli EsseniciAgapicolle lodi di Dio, e colla memoria de’ suoi benefici. Questo inno era tal fiata opera personale del Patriarca, del Presidente; tal’altra era dettato di qualche antico poeta, perocchè i poeti, dice Filone, hannoci lasciato de’ versi metricispondeiesametried inni che accompagnano le sacre danze. Dove sono gli inni a mensa cantati nell’antico Farisato? Il Talmud non li disconosce in verità, per quanto per la indole dell’opera stessa non troppo, se non isbaglio, ne son numerosi gli esempi.[83]Pure già ne è dato l’uso travederne sino da remotissimi tempi: che dico? sino da’ tempi profetici, sino nella Bibbia. La quale volendo dire come nell’ultimo nazionale esizio cessato sarebbe ogni tripudio, annunzia come non più a suon di canto, sarìa il vino ne’ conviti libato: d’onde traevano i dottori argomenti a interdirne l’uso dopo l’esilio. Pure la interdizione non è tale che l’uso non ti apparisca di quando in quando nell’istesso Talmud: testimone quel banchetto ove invitato Rab Hasdà a sciogliere giojoso un canto trista invece intonava e lugubre elegia. Ma questi, per quanto non ispregevoli esempj, poco sono, se gli Esseni sono non solo Farisei ma Farisei cabbalisti, se la identità di cui abbiamo finora discorso non è una favola.Ebbene il Cabbalismo, i suoi usi, i suoi personaggi ne danno la più parlante, la più espressiva imagine della Essenica costumanza. Io non so se sbaglio, ma se il Talmud, se tutta la biblioteca rabbinica de’ primi secoli fa per avventura menzione di un poeta rabbino, di un poeta fariseo, questi è un solo, chiaro, celebre se volete, ma pure un solo. E questo unico poeta chi è egli? Egli è uno de’ più eminenti della teologia cabbalistica, egli è ilcervello, lamentedellascuola, come Ribbi Abbà ne fu lo scriba, ne fu lo scrittore; egli è in una parola il figlio stesso del grande maestro, egli è Ribbi Eleazar figlio di Simone che fu, dice il Medrasc,Carobì vetanoi upoeti. E ciò che più monta, egli è che di questo officio, di questo carattere di poeta non fa fede il Zoar, parte interessata nella questione e monumento esautorato dagli anticabbalisti, ma fanno fede libri a niuno sospetti,di indubitata autenticità, di imparzialità manifesta. I quali lo dicono fregiato delle triplici doti, come vedemmo, diPoeta, Oratore e Rapsoda tradizionalee il vogliono ancoraperito cantoree identico a RibbiElleazar Hisinàper non parlare della tanta controvertita identità col poeta nostro, conosciuto più tardi sotto il nome di Callir o di Calliri, intorno al quale tanto dottamente s’affaticarono i nostri moderni eruditi. E questo è senza meno antichissimo e per ciò stesso concludentissimo esempio di analogia, Esseno-Farisaica ed Esseno-Cabbalistica. Ma quanto più prossimi e più comuni gli esempi se per poco scendiamo in ordine di tempo! Quanto illustre ce n’offrirebbe l’esempio dico di magnifiche poesie, parte più specialmente consacrate allamensa, parte alla preghiera, alla liturgia, e tutte stupendamente improntate di una siffatta elevazione che rende a mille doppi mirabile il poetico magistero. Fra i primi non si potrebbe non menzionare il Loriaprincipe de’ moderniCabbalisti, prodigio di speculativa fecondità, comecchè nulla abbia scritto ma tutto lo insegnamento suo abbia trasmesso oralmente. Che dico nulla scritto? Egli scrisse pure qualche cosa, e queste sono brevi e mistiche poesie dettate in linguaggio Arameo e destinate alla mensa sabbatica. Gli altri poi sono egualmente Cabbalisti ma scrittori esimj nella purissima favella della scrittura. Possiamo dire che se a ragione vi ha chi possa dire di aver generato lamistica poesia ebraica, la più bella che io conosca, ella è senza meno la Italia nostra. La quale se non avesse in questo genere dato la vita che aMoise Zaccutdi Venezia, avrebbe già un titolo glorioso alla riconoscenza de’ cultori della santa lingua. Bisogna leggere le poesie del Zaccut e persuadersene. Bisogna avere qualche sentore delle Dottrine cabbalistiche, bisogna avere anche il gusto dell’ebraica poesia,per ammirare il magistero stupendo, con cui concetti sublimissimi sono vestiti di forma non meno sublime, ed in cui non sai veramente discernere se più l’idea conferisce alla venustà della forma, o la squisita magnificenza di questa alla grandezza e nobiltà del concetto. A me poi la lettura di quelle poesie cabbalistiche dettate nel più puro idioma della scrittura produce un effetto singolarissimo. Mi pare che un grande abisso sia ricolmo, mi pare un grande intervallo superato, mi pare in un istante la distanza soppressa, che i Profeti divide da’ Dottori, da’ Dottori cabbalisti. E quando vedo quanto la forma profetica scritturale si attagli al concetto cabbalistico, quando vedo e l’uno e l’altro immensamente più belli, più grandi farsi al contatto, e quasi la parola biblica incarnarsi, immedesimarsi col concetto cabbalistico, allora la unità primitiva e dellaparolaedell’idearivelata, la sintesi che ha preceduto l’analisi, la separazione sofistica, mi si rivela in una luce, in una evidenza intuitiva che non si potria la maggiore.Ora di due altri punti che il sistema, che la forma e l’ordine concernono della tavola essenica. Questi due punti sono in primo, l’ora, e poi l’abito che a tavola indossavano. L’ora dicono gli storici era la sesta. Dopo avere, dicono essi, lavorato sino a 5 ore si bagnavano nell’acqua diaccia, e bagnati che erano si riunivano per il pasto. Entravano nell’aula ove cibavansi, con aria solenne, quasi fosse in un tempio; sedevano nel più profondo silenzio, e prima e dopo il pasto i sacerdoti pronunziavano una preghiera. Le parole udite sono pregne di allusioni, di reminiscenze, di analogie farisaiche; analogia l’ora al cibo assegnata; questa ora era pegli Esseni la 6ª e lo era egualmente pei Farisei; i quali, prescrivendo e determinando a ciascuno l’ora di sedere a mensa, assegnano a’ Farisei la 6ª oradel giorno, quella stessa che udiste sulle labbra di Filone particolare agli Esseni; analogia la lavanda, l’abluzione che gli Esseni praticavano nella sua forma più religiosa,Tebilà, e che i Farisei non imposero che nella sua forma più mite l’abluzione delle maniTebilat Iadaim; analogia il concetto grande ed augusto che si formavano del refettorio al quale si accostavano comead un tempio, consuonando in tal guisa col farisaico dettato che la tavola parificano all’altare, e ilcarattere gli assegnano espiatorio che era proprio all’ara di Dio. Sciulkan scel Adam mechap per ghalav. Analogia infine la benedizione che si dice pronunziata prima e dopo il convito, e di cui abbiamo continuo quotidiano l’esempio innanzi gli occhi.L’ultimo de’ punti accennati non merita meno la vostra attenzione. Se gli Esseni indossavano abiti particolari durante il pasto egli è perchè nobilissimo siccome udiste si formavano concetto della mensa comune, alla quale siccome i sacerdoti all’altare, così essi non si appressavano che con abiti specialissimi; egli è perchè, nè si dee dissimularlo, tale correva allora comunissimo l’uso tra i più distinti Romani i quali andavano, dice uno storico,al pranzo vestiti di un abito più o meno leggiero secondo le stagioni e che serviva solamente per la tavola. E nomi pure recava distinti, pomposi: si dicevavestis cœnatoria,triclinaria,convivalise in una parolasintesis. Presentarsi al festino senza quest’abito sarebbe stata inescusabile malcreanza. Cicerone fa un delitto aVatiniodi esservi venuto in abito nero comecchè convito funebre fosse quello. Quando il convitato avesse mancato d’indossare l’abito comune, il padron di casa glielo prestava come prestavanlo, al dire di Capitolino, Alessandro e Settimio Severo ai loro commensali. Ma l’uso in discorso è di gran lunga più rilevante ove ad un uso si raffronti, bello per mirabile identità de’dottoriCabbalisti.I quali appunto come gli Esseni, appunto come i più grandi tra i Gentili, non si avvicinavano alla mensa che dopo aver vestito abiti esclusivamente alla mensa sacrati, applicando all’atto della commestione ciò che i Farisei del Talmud praticavano in ordine alla preghiera, per la quale lindi e puri serbavano abiti peculiari. Ma ciò che più mi ha colpito, che meglio ha posto agli occhi miei in rilievo questo nuovo argomento d’identità fra le due scuole, si è appunto, vel confesso ingenuamente, ciò che per altri sarebbe stato per avventura soggetto di dubbio e di esitazioni, voglio dire quell’apparente mancanza di continuità nella pratica di quest’uso tra i Farisei, quella lacuna storica che tu ravvisi tra l’antichissimo Essenato e i moderni Cabbalisti, e per cui dopo aver letto di quest’uso la pratica in una società da tanto tempo estinta, tu lo ritrovi senza che ti sia dato discuoprirne le orme, vivo, attuato nella scuola cabbalistica. Se i Farisei, dissi fra me, da’ quali potuto avrebbero i cabbalisti quest’uso imparare non lo conobbero; se i Cabbalisti non si addarono unqua dell’esistenza neppure, e tanto meno delle istituzioni degli Esseni in quella guisa che niuno di se stesso può vedere il sembiante; e se non ostante gli antichi usi degli Esseni si riproducono senza il vincolo farisaico in seno a’ Cabbalisti e si riproducono ne’ dettagli eziandio più minuti della pratica giornaliera, egli è segno che la vita de’ primi si è ne’ secondi trasfusa, che cambiando nome, forma e certi caratteri altresì deponendo, si perpetuò l’Essenato, si rinnovò ne’ Cabbalisti moderni, tra i quali tu ravvisi certi usi i cui storici precedenti mancano affatto nei predecessori naturali degli Esseni, nella Bibbia, ne’ profeti, ne’ Farisei, e di cui tu trovi invece il tipo antichissimo nella società degli Esseni.Che se questo fatto ed altri di simil tempra non provasserol’identità, che cosa proverebbero e quale più rimarrebbe spiegazione escogitabile? Certo che altra sola rimarrebbe possibile, ma tale che per la sua assurdità niuno vorria menar buona. Bisognerebbe supporre che in seno ad una stessa nazione,gli Ebrei; sotto gli influssi di una medesima religione, l’Ebraismo, in breve sotto l’azione di un concorso di cause identicissime, due istituti siensi generati, che tutto o pressochè tutto vantano comune,dottrine,genio,pratica giornaliera,usi,costumie nonostante non si tocchino, non si combacino, non s’identifichino fra di loro, e nonostante sieno due riproduzionifac similidi uno stesso tipo, due manifestazioni successive di uno stesso principio, di uno stesso genere. Io credo questa ipotesi inammissibile. Io credo che nella stessa guisa che nella vita di un popolo, di una fede, di una scienza, ogni principio, ogni germe nasce una sola volta, vive di una sola vita, e morto ed esaurito mai più comparisce in quella guisa medesima che la Grecia ebbe un sol Platonismo, una solaStoa, un solPeripato; l’età moderna un solCartesio, un solLeibnizio, un solSpinoza, un solKant, nè saria stato possibile che due ve ne fosse perchè nulla d’insulso, di inutile si produce in natura, così io credo che l’Ebraismo non ebbe nè poteva avere che un sol Essenato, come non ebbe che un sol Farisato, un solo Sadduceismo, un sol Caraismo; e che questo Essenato cangiò sì di nome col cangiare de’ secoli, senza cangiare però di natura, e le fattezze antiche serbando tutt’ora riconoscibili.

Dopo avere nella passata lezione descritto l’esteriore costume degli Esseni, le loro vesti ora candide quai sacerdoti, ora aspre e pelose quai solitari e profeti, diremo adesso degli usi loro, della pratica della vita privata. Grande era il conto che gli Esseni facevano della mensa comune, delle comuni imbandigioni. E nel farlo fedeli erano alle patrie idee, alle patrie tradizioni, e fedeli eziandio a’ più cospicui, a’ più religiosi istituti della pagana antichità. Delle prime faccia fede la Bibbia che ove avvenga chi di solenne banchetto faccia menzione, sempre un gran nome, un nome santo, gli conferisce, quello di sacrifizio,[82]faccian fede i dottori che a dirittura asseriscono, la mensa ove presiede la fede tenere degnamente le veci dello altare di Dio, e le imbandigioni il luogo tenere di sacrifizio espiatorio. Le quali idee comecchè leggansi nelle più autorevoli opere de’ prischi dottori, pure e forse per ciò stesso, consuonano a maraviglia colle teorie cabbalistiche; prova ad un tempo che tralle prime e le seconde anzichè divario, come altri presume, grandi invece ci corrono e sensibili affinità, e che gli Esseni anche per questo verso esprimono con mirabile fedeltà il genio non solo della scuola de’ Farisei, ma più specialmente di quelli che la età moderna distinse sotto il nome di Cabbalisti.

Dissi però di costumi, eziandio, di idee pagane da queste non dissimili de’ nostri Esseni. E qui potrei, le greche e le barbariche istorie invocando, far mostra di facile erudizione. Potrei citare e Persia e Atene e Sparta e le Repubbliche pressochè tutte di Grecia antica, ove i pranzi comuni, ora al grado si elevarono di pubblica, di sociale istituzione, ora, lo che è più, di religioso cerimoniale. Ma su queste e altre simili ricordanze trapasseremo per brevità. Solo dirò con Plutarco che lamensadicerappresentazione e figura della Terra; l’una e l’altra di forma sferica concepite. Ma Plutarco dice di più: egli aggiunge che perciò stesso,Vestada talunosi appellava la mensa, e Vesta era simbolo difuoco centrale, dell’altare, della torre di fortezza, come altra volta vedemmo appellato esso fuoco centrale; e quindi al nome mirabilmente corrispondente diMizbeakche reca ne’ nostri libri la mensa, ed ambedue emensaedaltarecome tra i pagani così tra noi indicanti un unico principio. Tra i primi Vesta, il fuoco centrale, la vita del mondo, e tra noi l’Ente Metafisico che i Dottori chiamanoMalhut, e che tutti i caratteri offre appunto or ora discorsi. Sono questi arbitrari accozzamenti o armonie spontaneamente prorompenti dal cuor del subbietto? Per ora ci basti il fatto enunciato, il concetto uniforme che della tavola formaronsi, e la Bibbia e i migliori tra i pagani, e gli Esseni, e i più eruditi scrittori del paganesimo quale Plutarco. Nè Plutarco è il solo. Cicerone prende a posta sua la parola, ed arguto quale egli esser suole in fatto di etimologia, accenna la superiorità del latino checonviviochiama il banchetto quasi vivere insieme, sul greco che lo qualificasimposioquasi bevere insieme. Ma che avrebbe Cicerone pensato se del nome ebraico avesse avuto contezza? Egli avrebbe certo trovato lo equivalente di simposio nell’ebraico nome dimistè,e quindi inferiore anch’esso alconviviolatino. Ma quanto più splendida qualificazione avrebbe egli ravvisato nel nobilissimoZebach? Che se il primo ogni volgare accenna ed anche licenzioso banchetto, il secondo ai grandi, a’ solenni allude e religiosi convivj.

Nè quelli degli Esseni avrebbero questo nome demeritato. Non lo avrebbero pel silenzio profondo che durante il pranzo regnava d’intorno, e di cui celebre esempio ci offrono pur essi i Farisei, quando esigono in principio non doversi per ragione di igiene conversare mangiando; del qual divieto solo allora comprenderemo lo spirito che a memoria ci ridurremo l’attitudine che prendevano a quei tempi sui letti loro i commensali. Non lo avrebbe poi, aggiunge Filone, pei dottrinali trattenimenti che, conchiuso il pranzo, si intavolavano tra i commensali. Ma quanto non suonano preziose le frasi Filoniane, specialmente ove si badi alle circostanze a cui si accenna. Non solo ei dice che si proponeva a mensa una questione tratta da’ libri sacri; ma egli ne addita l’indole peculiare, ei dice quei discorsicomposti di allegorie sulle sacre scritture. Nè di questo si accontenta Filone: ma trapassando al criterio generalissimo con cui dagli Esseni si procedeva nella interpretazione delle scritture, laleggediceconsiderano pur essi qual’Ente animato i cui precetti sono il corpo; e spirito e mente, le allegorie. Abbiamo ben udito? Sono elleno coteste le espressioni testualissime di Filone? È egli questo il concetto che della scrittura formavansi Terapeuti ed Esseni? Che se così è, che cosa resta per identificarli a’ Teologi del Farisato, ai Cabbalisti? Non sono essi che lo esempio ci offrono continuo luminoso di dotti ragionamenti a tavola intrapresi? Non ne riboccano ad ogni pagina e Talmud e Medrascim ed il Zoar sopratutto? Che dico? Non sono eglino soli, soli i Cabbalisti gli autori, e propugnatori del gran principio esegetico dagli Essenibandito,la duplice natura della legge di Dio spirituale e corporea? Non sono eglino appunto che all’animale somigliandola (nel 3º Volume del Zoar) i precetti dicono appunto come gli Esseni dicevano,il corpo della legge, e le allegorie, non meno com’essi ancora ne dicono, lospirito?

Ma se la teoria degli uni a quella degli altri perfettamente risponde, ciò che aggiunge Filone, non pare, se ben si mira, di manco rilievo, e forse meglio che le grandi affinità varrà a stabilire tra i due istituti la medesimezza, siccome quello che poggia non già sopra certe somiglianze che possono essere effetti di cause congeneri, ma sopra alcune circostanze singole arbitrarie che rivelano una medesima provenienza. Egli è Filone che parla, Filone che dice come, conchiusa la sposizione allegorica quando trovata sia laudabile, ognuno applaude. E questa circostanza ove la troveremo? Nel Zoar se la cercherete, ove vedrete non una nè dieci, ma cento e mille volte seduti i dottori Cabbalisti al desco comune, lunghi e dotti tessere ragionamenti, i quali conchiusi, sono ora i baci fraterni che fanno fede del cuore appagato, ora certe frasi che tornano immancabilmente dopo ogni festeggiato discorso, e che suonano, a mo’ d’esempio:Se la vita ci fosse stata solo, per questo udire, largita, già ne sarìa di avanzo. «Illù la atena leàlmà ella lemiscmagh dà, dai.»

Nè i dotti ragionamenti nè gli applausi erano la sola parte che negli Essenici banchetti si dava alle lettere, si dava allo spirito. Eranvi altresì i canti, vi erano gli inni. I quali, dice Filone, coronavano gli EsseniciAgapicolle lodi di Dio, e colla memoria de’ suoi benefici. Questo inno era tal fiata opera personale del Patriarca, del Presidente; tal’altra era dettato di qualche antico poeta, perocchè i poeti, dice Filone, hannoci lasciato de’ versi metricispondeiesametried inni che accompagnano le sacre danze. Dove sono gli inni a mensa cantati nell’antico Farisato? Il Talmud non li disconosce in verità, per quanto per la indole dell’opera stessa non troppo, se non isbaglio, ne son numerosi gli esempi.[83]Pure già ne è dato l’uso travederne sino da remotissimi tempi: che dico? sino da’ tempi profetici, sino nella Bibbia. La quale volendo dire come nell’ultimo nazionale esizio cessato sarebbe ogni tripudio, annunzia come non più a suon di canto, sarìa il vino ne’ conviti libato: d’onde traevano i dottori argomenti a interdirne l’uso dopo l’esilio. Pure la interdizione non è tale che l’uso non ti apparisca di quando in quando nell’istesso Talmud: testimone quel banchetto ove invitato Rab Hasdà a sciogliere giojoso un canto trista invece intonava e lugubre elegia. Ma questi, per quanto non ispregevoli esempj, poco sono, se gli Esseni sono non solo Farisei ma Farisei cabbalisti, se la identità di cui abbiamo finora discorso non è una favola.

Ebbene il Cabbalismo, i suoi usi, i suoi personaggi ne danno la più parlante, la più espressiva imagine della Essenica costumanza. Io non so se sbaglio, ma se il Talmud, se tutta la biblioteca rabbinica de’ primi secoli fa per avventura menzione di un poeta rabbino, di un poeta fariseo, questi è un solo, chiaro, celebre se volete, ma pure un solo. E questo unico poeta chi è egli? Egli è uno de’ più eminenti della teologia cabbalistica, egli è ilcervello, lamentedellascuola, come Ribbi Abbà ne fu lo scriba, ne fu lo scrittore; egli è in una parola il figlio stesso del grande maestro, egli è Ribbi Eleazar figlio di Simone che fu, dice il Medrasc,Carobì vetanoi upoeti. E ciò che più monta, egli è che di questo officio, di questo carattere di poeta non fa fede il Zoar, parte interessata nella questione e monumento esautorato dagli anticabbalisti, ma fanno fede libri a niuno sospetti,di indubitata autenticità, di imparzialità manifesta. I quali lo dicono fregiato delle triplici doti, come vedemmo, diPoeta, Oratore e Rapsoda tradizionalee il vogliono ancoraperito cantoree identico a RibbiElleazar Hisinàper non parlare della tanta controvertita identità col poeta nostro, conosciuto più tardi sotto il nome di Callir o di Calliri, intorno al quale tanto dottamente s’affaticarono i nostri moderni eruditi. E questo è senza meno antichissimo e per ciò stesso concludentissimo esempio di analogia, Esseno-Farisaica ed Esseno-Cabbalistica. Ma quanto più prossimi e più comuni gli esempi se per poco scendiamo in ordine di tempo! Quanto illustre ce n’offrirebbe l’esempio dico di magnifiche poesie, parte più specialmente consacrate allamensa, parte alla preghiera, alla liturgia, e tutte stupendamente improntate di una siffatta elevazione che rende a mille doppi mirabile il poetico magistero. Fra i primi non si potrebbe non menzionare il Loriaprincipe de’ moderniCabbalisti, prodigio di speculativa fecondità, comecchè nulla abbia scritto ma tutto lo insegnamento suo abbia trasmesso oralmente. Che dico nulla scritto? Egli scrisse pure qualche cosa, e queste sono brevi e mistiche poesie dettate in linguaggio Arameo e destinate alla mensa sabbatica. Gli altri poi sono egualmente Cabbalisti ma scrittori esimj nella purissima favella della scrittura. Possiamo dire che se a ragione vi ha chi possa dire di aver generato lamistica poesia ebraica, la più bella che io conosca, ella è senza meno la Italia nostra. La quale se non avesse in questo genere dato la vita che aMoise Zaccutdi Venezia, avrebbe già un titolo glorioso alla riconoscenza de’ cultori della santa lingua. Bisogna leggere le poesie del Zaccut e persuadersene. Bisogna avere qualche sentore delle Dottrine cabbalistiche, bisogna avere anche il gusto dell’ebraica poesia,per ammirare il magistero stupendo, con cui concetti sublimissimi sono vestiti di forma non meno sublime, ed in cui non sai veramente discernere se più l’idea conferisce alla venustà della forma, o la squisita magnificenza di questa alla grandezza e nobiltà del concetto. A me poi la lettura di quelle poesie cabbalistiche dettate nel più puro idioma della scrittura produce un effetto singolarissimo. Mi pare che un grande abisso sia ricolmo, mi pare un grande intervallo superato, mi pare in un istante la distanza soppressa, che i Profeti divide da’ Dottori, da’ Dottori cabbalisti. E quando vedo quanto la forma profetica scritturale si attagli al concetto cabbalistico, quando vedo e l’uno e l’altro immensamente più belli, più grandi farsi al contatto, e quasi la parola biblica incarnarsi, immedesimarsi col concetto cabbalistico, allora la unità primitiva e dellaparolaedell’idearivelata, la sintesi che ha preceduto l’analisi, la separazione sofistica, mi si rivela in una luce, in una evidenza intuitiva che non si potria la maggiore.

Ora di due altri punti che il sistema, che la forma e l’ordine concernono della tavola essenica. Questi due punti sono in primo, l’ora, e poi l’abito che a tavola indossavano. L’ora dicono gli storici era la sesta. Dopo avere, dicono essi, lavorato sino a 5 ore si bagnavano nell’acqua diaccia, e bagnati che erano si riunivano per il pasto. Entravano nell’aula ove cibavansi, con aria solenne, quasi fosse in un tempio; sedevano nel più profondo silenzio, e prima e dopo il pasto i sacerdoti pronunziavano una preghiera. Le parole udite sono pregne di allusioni, di reminiscenze, di analogie farisaiche; analogia l’ora al cibo assegnata; questa ora era pegli Esseni la 6ª e lo era egualmente pei Farisei; i quali, prescrivendo e determinando a ciascuno l’ora di sedere a mensa, assegnano a’ Farisei la 6ª oradel giorno, quella stessa che udiste sulle labbra di Filone particolare agli Esseni; analogia la lavanda, l’abluzione che gli Esseni praticavano nella sua forma più religiosa,Tebilà, e che i Farisei non imposero che nella sua forma più mite l’abluzione delle maniTebilat Iadaim; analogia il concetto grande ed augusto che si formavano del refettorio al quale si accostavano comead un tempio, consuonando in tal guisa col farisaico dettato che la tavola parificano all’altare, e ilcarattere gli assegnano espiatorio che era proprio all’ara di Dio. Sciulkan scel Adam mechap per ghalav. Analogia infine la benedizione che si dice pronunziata prima e dopo il convito, e di cui abbiamo continuo quotidiano l’esempio innanzi gli occhi.

L’ultimo de’ punti accennati non merita meno la vostra attenzione. Se gli Esseni indossavano abiti particolari durante il pasto egli è perchè nobilissimo siccome udiste si formavano concetto della mensa comune, alla quale siccome i sacerdoti all’altare, così essi non si appressavano che con abiti specialissimi; egli è perchè, nè si dee dissimularlo, tale correva allora comunissimo l’uso tra i più distinti Romani i quali andavano, dice uno storico,al pranzo vestiti di un abito più o meno leggiero secondo le stagioni e che serviva solamente per la tavola. E nomi pure recava distinti, pomposi: si dicevavestis cœnatoria,triclinaria,convivalise in una parolasintesis. Presentarsi al festino senza quest’abito sarebbe stata inescusabile malcreanza. Cicerone fa un delitto aVatiniodi esservi venuto in abito nero comecchè convito funebre fosse quello. Quando il convitato avesse mancato d’indossare l’abito comune, il padron di casa glielo prestava come prestavanlo, al dire di Capitolino, Alessandro e Settimio Severo ai loro commensali. Ma l’uso in discorso è di gran lunga più rilevante ove ad un uso si raffronti, bello per mirabile identità de’dottoriCabbalisti.I quali appunto come gli Esseni, appunto come i più grandi tra i Gentili, non si avvicinavano alla mensa che dopo aver vestito abiti esclusivamente alla mensa sacrati, applicando all’atto della commestione ciò che i Farisei del Talmud praticavano in ordine alla preghiera, per la quale lindi e puri serbavano abiti peculiari. Ma ciò che più mi ha colpito, che meglio ha posto agli occhi miei in rilievo questo nuovo argomento d’identità fra le due scuole, si è appunto, vel confesso ingenuamente, ciò che per altri sarebbe stato per avventura soggetto di dubbio e di esitazioni, voglio dire quell’apparente mancanza di continuità nella pratica di quest’uso tra i Farisei, quella lacuna storica che tu ravvisi tra l’antichissimo Essenato e i moderni Cabbalisti, e per cui dopo aver letto di quest’uso la pratica in una società da tanto tempo estinta, tu lo ritrovi senza che ti sia dato discuoprirne le orme, vivo, attuato nella scuola cabbalistica. Se i Farisei, dissi fra me, da’ quali potuto avrebbero i cabbalisti quest’uso imparare non lo conobbero; se i Cabbalisti non si addarono unqua dell’esistenza neppure, e tanto meno delle istituzioni degli Esseni in quella guisa che niuno di se stesso può vedere il sembiante; e se non ostante gli antichi usi degli Esseni si riproducono senza il vincolo farisaico in seno a’ Cabbalisti e si riproducono ne’ dettagli eziandio più minuti della pratica giornaliera, egli è segno che la vita de’ primi si è ne’ secondi trasfusa, che cambiando nome, forma e certi caratteri altresì deponendo, si perpetuò l’Essenato, si rinnovò ne’ Cabbalisti moderni, tra i quali tu ravvisi certi usi i cui storici precedenti mancano affatto nei predecessori naturali degli Esseni, nella Bibbia, ne’ profeti, ne’ Farisei, e di cui tu trovi invece il tipo antichissimo nella società degli Esseni.

Che se questo fatto ed altri di simil tempra non provasserol’identità, che cosa proverebbero e quale più rimarrebbe spiegazione escogitabile? Certo che altra sola rimarrebbe possibile, ma tale che per la sua assurdità niuno vorria menar buona. Bisognerebbe supporre che in seno ad una stessa nazione,gli Ebrei; sotto gli influssi di una medesima religione, l’Ebraismo, in breve sotto l’azione di un concorso di cause identicissime, due istituti siensi generati, che tutto o pressochè tutto vantano comune,dottrine,genio,pratica giornaliera,usi,costumie nonostante non si tocchino, non si combacino, non s’identifichino fra di loro, e nonostante sieno due riproduzionifac similidi uno stesso tipo, due manifestazioni successive di uno stesso principio, di uno stesso genere. Io credo questa ipotesi inammissibile. Io credo che nella stessa guisa che nella vita di un popolo, di una fede, di una scienza, ogni principio, ogni germe nasce una sola volta, vive di una sola vita, e morto ed esaurito mai più comparisce in quella guisa medesima che la Grecia ebbe un sol Platonismo, una solaStoa, un solPeripato; l’età moderna un solCartesio, un solLeibnizio, un solSpinoza, un solKant, nè saria stato possibile che due ve ne fosse perchè nulla d’insulso, di inutile si produce in natura, così io credo che l’Ebraismo non ebbe nè poteva avere che un sol Essenato, come non ebbe che un sol Farisato, un solo Sadduceismo, un sol Caraismo; e che questo Essenato cangiò sì di nome col cangiare de’ secoli, senza cangiare però di natura, e le fattezze antiche serbando tutt’ora riconoscibili.


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