LEZIONE VENTESIMATERZA.

LEZIONE VENTESIMATERZA.Istituzioni, dottrine, e pratiche, furono la triplice divisione da me sino da principio assegnata alla storia degli Esseni. Noi abbiamo coll’esame delle occupazioni loro chiusa la prima parte di questa storia: la storia delle esseniche istituzioni. Delle occupazioni degli Esseni ultimi comparivano all’esame gli studj, lo spirito, il metodo da essi negli studj seguito. Tempo sarebbe quindi che passando alla seconda parte di questo lavoro noi citassimo a giudizio le loro dottrine, i dogmi e le credenze al cui esame ci ha in qualche modo spianato la via la conoscenza dei loro studj, del loro genio esegetico, dei loro metodi. E pure, un’ultima ricerca rimanci ancora ad esaurire pria di tôrre ad esame i dogmi e le credenze degli Esseni. Questa ricerca si attiene ancor più davvicino alle loro dottrine, siccome quella che anzichè trattare della forma degli studj si occupa piuttosto della materia, dell’oggetto dei loro studj; in una parola delle sorgenti, delle fonti dalle quali attinsero com’è naturale le loro dottrine. Egli è questo, se non isbaglio, un punto di contatto e di natural transizione tra la prima e la seconda parte di questa storia, tra la storia delle loro istituzioni e quella non meno interessante, delle loro dottrine. A chi chiederemo le sorgenti, le fonti da cui gli Esseni attinsero le loro dottrine? Chi ne darà contezza dei libri da cui tolsero gli Esseni, la regola del loro credere? Questa notiziace la darà pel primo Filone, tanto col suo proprio esempio, quanto coi preziosissimi ragguagli che più direttamente egli stesso ci offre dei libri, delle fonti dell’Esseniche dottrine. Ce la dà, col suo proprio esempio quando, Essena egli stesso, ci offre in sè la imagine, il modello dei meno celebri confratelli. Filone era Essena, e da chi tolse Filone principalmente le sue dottrine? Certo che molto egli deve alla greca filosofia, alla Platonica in ispecie, perciò che riguarda sopratutto la forma, ma ove si voglia nelle viscere penetrare del suo sistema quali ne diremo le fattezze, e quale l’origine? Certo che alla sentenza soscriveremo di un autore tanto più nelle asserzioni sue autorevole, quanto niuno altro si prefisse scopo al suo lavoro, se non quello di storica verità. E questi è il Frank, il quale colpito dalle profonde analogie che al sistema dei Cabbalisti congiungono le dottrine degli Esseni, e dopo avere escluso che i primi siensi fatti imitatori o plagiarj dei secondi, queste parole dettava significanti che raccomando alla vostra attenzione:Ne serait-il pas juste de penser que Philon a trouvé ces doctrines toutes faites dans certaines traditions conservées parmi ses corréligionnaires, et qu’il n’a fait que les parer des brillantes couleurs de son imagination?E quanto il Frank si apponga in questo giudizio, il vegga ognuno in questa apertissima confessione di Filone medesimo; il quale in modo che non si potrìa più esplicito va egli stesso additando ciò che per il Frank non era sinora che nudo e mero conghietturare.Philon lui-même nous assure avoir puisé à la tradition orale conservée par les anciens de son peuple.E questo dice Filone nellaVita di Mosèsul principio del 1º libro, ove veramente appella ad una tradizione orale conservata appo gli anziani d’Israele ch’egli qualificaPresbiteron, d’onde il prete cristiano, e ch’era comunemente insegnata sul testo della Scrittura. Ed eccouna prima capitalissima fonte all’Esseniche dottrine, latradizione.Ma questa non è sola fonte, o per dir meglio non veste sempre esclusivamente la sua forma verbale che più gli è comune. Pegli Esseni non è sempre come pei semplici primitivi Farisei, una orale trasmissione che sarìa sacrilegio deporre per iscritto. Ella veste, anzi ella assume la forma scritta; e mentre la voce del Maestro era il solo organo che avesse nei prischi tempi l’insegnamento farisaico, gli Esseni per contro vantavano libri, e libri che spingevano anche a tempi a quelli anteriori la loro origine. E questa preziosa contezza n’è data da uno che nell’esseniche vicende non si potria più esperto, da Filone medesimo, il quale attribuisce alla setta dei Terapeuti dei libri mistici di una remotissima antichità. Parole testuali e di senso fecondissime delle quali impareremo fra poco ad apprezzare il valore. E non solo Filone, ma Giuseppe nelle Guerre Giudaiche, al libro 20, al § 12, degli Esseni favellando, dice a dirittura che studiavano con zelo ilibri degli antichi, parole che suonano esplicita conferma a quanto disse Filone dei suoiTerapeuti. E questa è la seconda sorgente dell’Esseniche dottrine, i libri dei loro antichissimi, o per dir meglio la tradizione stessa deposta e formulata per iscritto.Ora che abbiamo veduto, constatato questo duplice fatto, l’esistenza e la formulazione di una religiosa tradizione presso gli Esseni, tollerate che solo vi accenni da lungi la importanza e la grandezza delle sue conseguenze. Due poi ne emergono capitalissime, di cui siate, se vi piace, giudici voi medesimi. Riguarda l’una la tradizione rabbinica in generale; contempla l’altra più specialmente quella che mistica o cabbalistica si appella. Chi non vede la prima? Ella è una prova estrinseca e tanto più concludente della necessità e legittimità di una tradizione; ellaè un attestato dai rabbini indipendente, di quel principio in ogni tempo dai rabbini sostenuto, la tradizione; ella è un ausiliare, non cerco, non provocato, non interessato, della tradizione e dei tradizionalisti. E pure ammirate la forza del pregiudizio! Il Franck, che queste cose riferisce, non vide o vedere non volle la conseguenza che ne deriva, chiara, limpidissima in favore dell’antichità della tradizione. Per esso come per il Jost, celebre storico, come per altri nostri e non nostri dottissimi della Germania, le tradizioni nostre, le tradizioni rabbiniche non più oltre risalgono di due secoli innanzi l’E. V. Due cento anni prima del cristianesimo nacquero, se lor si crede, quelle tradizioni che poi fecero e fanno tanta parte integrale dell’ebraismo. E pure gli Esseni, e quel ch’è più i Terapeuti d’Egitto, accennano, alludono e religiosamente inchinano a una tradizione, a libri tradizionali. D’onde in essi della tradizione contezza, se alle origini non risale dell’ebraismo? forse glie ne giungeva notizia allora allora di Palestina? Mai no, dice il Frank, e dice bene, perchè tra Palestina ed Egitto relazioni intime dottrinali non esistevano; ed anche perchè, aggiungo io, un sistema specialmente religioso ch’è in sul nascere, una tradizione che manda allora appena i suoi vagiti, che s’insinua allora allora di contrabbando nelle antiche credenze, non può avere tanto di credito, d’influenza, d’autorità da trapiantarsi in regioni lontane e barbe gettare così profonde come tra i Terapeuti ha gettato; e sopratutto per che i Terapeuti spingon tant’oltre l’antichità dei loro libri tradizionali da trascendere di gran lunga quella data che pel Jost, pel Franck e per altri, segna delle tradizioni rabbiniche il nascimento. Ma di queste cose si taccia per ora per brevità, e solo ci basti avere come da lungi accennato a un ordine di prove che nuovo e vastissimo campo ci apre d’apologetica tradizionale.Che diremo poi del secondo passo, della esistenza in tanta antichità, di libri, di opere tradizionali appo gli Esseni? E pure nulla di più provato, e nulla al tempo stesso di più sorprendente. E perchè dico sorprendente? perchè, vera verissima anomalia è cotesta ed eccezione alla regola farisaica; perchè rovescia da capo a fondo quel principio così trito così comune per cui si credeva e si crede assolutamente interdetta ai primi tempi rabbinici la redazione tradizionale; perchè inconcusso, generale, inviolato pareva quell’assioma rabbinico che suonale orali cose non potersi scrivere, e le scritte non potersi oralmente insegnare; perchè infine prima dellaMisnà, prima di tutte le opere talmudiche, prova il fatto presente la esistenza di libri tradizionali presso gli Esseni. E se mestieri fosse di prova dopo le citazioni ricordate, allegheremmo il Jost nella recentissimaStoria del giudaismo e delle sue sètte. Il Jost è vivente autore consultatissimo, e per quanto non mi fu dato leggerne le scritture perchè dettate in tedesco, non è sì che oltre la conoscenza personale dell’uomo insigne, e di cui mi onoro, qualche contezza non siami pervenuta delle idee nell’opera contenute. Ecco che cosa dice il Jost:Les Esséniens(ei dice)n’observaient pas si rigoureusement les scrupules rabbiniques sur la transcription de la loi orale, et les Meguillat Setarim mentionnés dans le Talmud ont été écrits par des Esséniens. Non dirò dell’ultima congettura deiMeghillat Setarim, di cui spero avere non ha guari mostrato la ragionevolezza e probabilità quando mi fu dato produrre quella parlantissima variante che alle paroleMeghillat Setarimsostituisce, come nel Jeruscialmi, Meghillat hasidin, nome, come ognun vede, più direttamente allusivo alla società degli Esseni. Ma quanto più non avrebbe il Jost al suo assunto giovato, se oltre aiMeghillat Setarimda esso allegati, citato avesse qualvestigio della essenica bibliografia, nel Talmud quei casi numerosi parlanti, che nei due Talmud, nei Medrascim, in tutta, a dir breve, la biblioteca rabbinica de’ primi secoli, fanno fede apertissima di altre opere, di altri libri. E forse li avrà il Jost rammentati, forse non avrà obliato queiSifrà deagadtàche ricorrono tanto di frequente nei libri talmudici, che figurano quali opere di gran lunga più antiche della stessa Misna, che il Talmud ci mostra in mano dei più antichi Tanaiti, e che collo stesso carattere, colla stessa vetustà figurano, mirabile a dirsi! nelZoarmedesimo, che li cita, li commenta ed ai più antichi e venerandi uomini ne attribuisce la redazione. Le quali cose potuto avrebbero più urgentemente concludere in favore del Jost, e più luminoso farci apparire il gran fatto di Libri tradizionali esistenti pria dell’epoca comunemente assegnata alla redazione delle tradizioni. Alla luce di questo gran fatto, che cosa diviene una delle più forti obiezioni, e quasi a dire l’Achilleche contro lozoare le sue dottrine sieno state dirette dagli avversarj? Pareva a costoro impossibile che sotto l’impero di una legge così severa che ogni scrittura interdiceva delle tradizioni, mentre niuno ancora pensava a violarne il rigore, colle prime raccolte dellaMisnànon solo le tradizioni si scrivessero, ma quelle in ispecie che più sembravano segrete e gelose, le parti più sublimi della religione, i terribili misteri dellaMercabà. E pure quest’argomento, che anche senza il fatto presente della società degli Esseni non saria rimasto senza risposta, al confronto di questo fatto, a paragone dello esempio illustre, provato, del nostro Essenato, nulla più conserva di terribile, e quella confutazione riceve più concludente, che mai sariasi potuto desiderare.Che se provato non ostante il fatto, pur si volesse diquesto fatto medesimo, di questa strana eccezione indagare le cagioni, facile sarebbe le cause additarne più verosimili. Se diceste in qual guisa quel mistero, serbato per la tradizione comune, non lo fu per le più gelose e per le più rispettate, ecco che cosa risponderei. Vi mostrerei la forma nella quale queste ultime tradizioni furono dettate, la forma che assunsero in tutte le opere scritte, forma se altra fu mai metaforica per eccellenza, in cui l’allegoria procede così uniforme, così complicata, e in cui sì denso velo ricuopre il pensiero recondito, che tutta la penetrazione sfida dei più oculati ove alla parola scritta non soccorra l’insegnamento orale del maestro, a tal chè si può dire che niuna maggiore divulgazione procurare poteva la scrittura a cotal tradizione, che già non avesse pria di essere per iscritto deposta.—E non è questo il luogo di maggiormente diffondersi intorno questo argomento; ma se lo fosse, facil sarebbe mostrarvi di questo procedere dei dottori parlantissima analogia nei primi tentativi di redazione tradizionale, nei primi saggi Misnici talmudici ove questa stessa forma parabolica vediamo prevalere, ed ove le più antiche formule suonano brevi, oscure, talvolta metaforiche siccome i famosiSimanimdi cui va copiosa la Biblioteca Rabbinica dei primi secoli.Ma di questo si taccia per lo migliore, ed il corso riprendiamo della nostra storia. Noi sappiamo le fonti d’onde i dogmi loro attinsero gli Esseni: giusto è che alla cognizione dei dogmi stessi trapassando, quel cenno ne facciamo che le scarse memorie e il mistero appunto ond’erano circondati, ce lo consenton maggiore. E quando si parla di credenze, mestieri è pure di quelle eziandio favellare che falsamente agli Esseni si attribuirono, sì perchè mondati procedano d’ingiuste imputazioni, e sì perchè non è raro il vedere che sotto unacalunniosa imputazione alcun che si asconda di vero e di fondato, d’onde a guisa di malinteso abbia rampollato l’errore, il dogma supposto, e quindi la fama che accusava, in documento si converte in qualche guisa di storica verità.—Gli Esseni, come gli Ebrei in generale, furono appuntati di supposte adorazioni. Lo furono di adorare il Sole, e sopra un passo di Giuseppe Flavio fu fondata l’accusa. Io non istarò a decifrare il vero senso delle parole flaviane. Grecisti insigni vi si provarono, e quanto vi siano riusciti lo dicano i dubbj tuttavia perseveranti. Io farò meglio. Io supporrò chiara e limpida l’espressione di Flavio; io dirò che a dirittura egli attribuisca agli Esseni, siccome veramente io credo che gliele attribuisca, l’adorazione del Sole. Saranno per questo gli Esseni idolatri? dovremo intendere Flavio come lo intese il Prideaux, a rigor della lettera? Io credo che sia avvenuto al Prideaux ed a chi lo segue, ciò che avvenne agli antichi Missionarj Gesuiti nell’Impero cinese. Dove avendo udito i più famigerati filosofi insegnare la fede nel nulla, tornarono pieni di sorpresa e di ira raccontando dovunque in Europa che i filosofi Cinesi facevano pubblica professione di ateismo e nullismo. E quanto i buoni Padri andassero errati, quanto goffamente frantendessero la fraseologia dei Cinesi, facile sarebbe qui dimostrare se l’ora e l’argomento lo permettessero. Io credo che un qualcosa di simile sia pegli Esseni avvenuto. E a così credere già sarebbermi argomento sufficiente le tante prove e gli esempj cospicui che il Sole ci mostrano sotto un senso allegorico, lo mostrerebbe il Pastoret quando, a proposito degli Esseni, il Sole dice non essere stato per molti popoli che il Rappresentante dell’Ente Supremo; lo proverebbe l’uso, onde parla il De Jurieu nei termini seguenti: «De là est venue la coutume de se tourner toujours du côté del’orient dans tous les sacrifices qui se faisaient aux dieux célestes,» e di cui è discorso nel XII dell’Eneide, v. 172; lo proverebbe il costume prevalso nei prischi tempi nella Chiesa cristiana, di volgere verso l’oriente, e che solo Leone I condannò come intollerabile superstizione; lo proverebbe Fausto Manicheo quando compara Cristo a Mitra, il Sole Persiano, e dice, i doni recati dai Magi all’infante Gesù quelli essere appunto che gli orientali al Sole offerivano come oro, mirra ed incenso; lo proverebbe Ermogene che alla fine del II secolo referiva il culto di Cristo a quello del Sole, e il corpo di Gesù credeva assunto nell’astro del giorno; lo proverebbe Dante quando al Iº del Paradiso chiamava poetando Dio Sole degli Angioli:E Beatrice cominciò: Ringrazia,Ringrazia il Sol degli Angeli, che a questoSensibil t’ha levato per sua grazia;lo proverebbe la Bibbia quando Dio chiama Sole il Talmud, quando narra di chi ad un Cesare che richiese di vedere Iddio mostrò il Sole ultimo dei suoi Ministri; e tutte queste prove già grandemente infermerebbero l’accusa contro gli Esseni articolata di adorazione del Sole. E poi quanti fatti nel culto ebraico potuto avrebbero dare origine a quest’accusa! Basti dire dell’orazione al cui proposito appunto, e tanto più è notabile, rammenta Giuseppe l’adorazione in discorso. Basti dire deiVatichin, forse altro nome degli Esseni, che studiavansi principiare col sorger del Sole la prece di mattutino in adempimento del verso; basti dire della perfetta orientazione del Tempio di Gerosolima, intorno a cui, dice il Talmud, tanto affaticaronsi gli antichi Profeti affinchè la porta di Oriente ricevesse i primi raggi del sole; basti dire il nome stesso che quella porta recavadi porta del Sole; basti la lastra d’oro tersissimo che votò Elena regina e Nazirea, affinchè in luogo si situasse che ai primi raggi del sole infinite mandasse scintille nunziatrici ai sacerdoti del rito che cominciava. E se questo fosse il luogo di tal raffronto, aggiungerei della perfetta orientazione, oggi costatata, delle Piramidi, che oltre il loro carattere funerario, fa grandemente dubitare non forse qualche rapporto possano offrire col culto del Sole, con Osiri Dio infernale e Giudice delle anime nello Amenti come Cristosole scende in Inferno e ne trae le anime dei giusti, e giudice sederà de’ risorti nel giudizio finale.Ma mirate la forza del vero! Egli è soltanto, egli è principalmente al confronto della simbologia cabbalistica che cessa ogni possibil recriminazione, che tacciono, anzi, e ciò di gran lunga più monta, che si spiegano, che s’intendono le accuse in discorso e che con tutta verità, con tutta precisione, si può dire degli Esseni che adoravano il Sole.—E certo lo adoravano perchè furono dei Cabbalisti progenitori, e certo ne fecero, come ne fanno i Cabbalisti, emblema, simbolo, principalmente nella loro Teologia; e certo non solo il sole, ma la luna, ma i pianeti tutti fecero parte della loro simbologia, siccome S. Girolamo lo attesta, rincarando sopra Giuseppe e dicendo gli astri tutti avere gli Esseni adorato.—S. Girolamo pare che compia l’accusa, ed invece non fa altro che finire il ritratto degli Esseni, che identificarli assolutamente coi Cabbalisti, che porre, a dir breve, l’ultima mano a quella identità da noi propugnata. Perciocchè mestieri è che il sappiate, non solo il Sole, simbolo fra ogni altro cospicuo, ma la Luna, ma Giove, ma Marte, ma Venere, ma Mercurio, e se ai tempi loro conosciuto fosse stato Urano, anche Urano avrebbero tolto a far parte della ricca e complicatissima loro Simbolica. Eccoi veri astri, il vero sole, la vera luna che adorarono gli Esseni, il sole e la luna e gli astri del cielo dei Cabbalisti, ecco l’accusa; che accusa si, ma solo la identità dei due sistemi e delle due scuole, al difuori della quale io oso dire che ogni sforzo spenderebbe invano la critica a dare una spiegazione plausibile a questo culto strano idolatrico, che austeri gravi autori non temono di attribuire alla più scrupolosa e severa scuola che sorta sia nel seno dell’ebraico monoteismo. Ecco la chiave per capire ciò che ha di vero il sistema del Dupuis che trova in Cristo il sole, e negli apostoli i 12 segni dello Zodiaco; la chiave ne è la parentela tra Cristiani ed Esseni, e tra questi ed i Cabbalisti.

LEZIONE VENTESIMATERZA.Istituzioni, dottrine, e pratiche, furono la triplice divisione da me sino da principio assegnata alla storia degli Esseni. Noi abbiamo coll’esame delle occupazioni loro chiusa la prima parte di questa storia: la storia delle esseniche istituzioni. Delle occupazioni degli Esseni ultimi comparivano all’esame gli studj, lo spirito, il metodo da essi negli studj seguito. Tempo sarebbe quindi che passando alla seconda parte di questo lavoro noi citassimo a giudizio le loro dottrine, i dogmi e le credenze al cui esame ci ha in qualche modo spianato la via la conoscenza dei loro studj, del loro genio esegetico, dei loro metodi. E pure, un’ultima ricerca rimanci ancora ad esaurire pria di tôrre ad esame i dogmi e le credenze degli Esseni. Questa ricerca si attiene ancor più davvicino alle loro dottrine, siccome quella che anzichè trattare della forma degli studj si occupa piuttosto della materia, dell’oggetto dei loro studj; in una parola delle sorgenti, delle fonti dalle quali attinsero com’è naturale le loro dottrine. Egli è questo, se non isbaglio, un punto di contatto e di natural transizione tra la prima e la seconda parte di questa storia, tra la storia delle loro istituzioni e quella non meno interessante, delle loro dottrine. A chi chiederemo le sorgenti, le fonti da cui gli Esseni attinsero le loro dottrine? Chi ne darà contezza dei libri da cui tolsero gli Esseni, la regola del loro credere? Questa notiziace la darà pel primo Filone, tanto col suo proprio esempio, quanto coi preziosissimi ragguagli che più direttamente egli stesso ci offre dei libri, delle fonti dell’Esseniche dottrine. Ce la dà, col suo proprio esempio quando, Essena egli stesso, ci offre in sè la imagine, il modello dei meno celebri confratelli. Filone era Essena, e da chi tolse Filone principalmente le sue dottrine? Certo che molto egli deve alla greca filosofia, alla Platonica in ispecie, perciò che riguarda sopratutto la forma, ma ove si voglia nelle viscere penetrare del suo sistema quali ne diremo le fattezze, e quale l’origine? Certo che alla sentenza soscriveremo di un autore tanto più nelle asserzioni sue autorevole, quanto niuno altro si prefisse scopo al suo lavoro, se non quello di storica verità. E questi è il Frank, il quale colpito dalle profonde analogie che al sistema dei Cabbalisti congiungono le dottrine degli Esseni, e dopo avere escluso che i primi siensi fatti imitatori o plagiarj dei secondi, queste parole dettava significanti che raccomando alla vostra attenzione:Ne serait-il pas juste de penser que Philon a trouvé ces doctrines toutes faites dans certaines traditions conservées parmi ses corréligionnaires, et qu’il n’a fait que les parer des brillantes couleurs de son imagination?E quanto il Frank si apponga in questo giudizio, il vegga ognuno in questa apertissima confessione di Filone medesimo; il quale in modo che non si potrìa più esplicito va egli stesso additando ciò che per il Frank non era sinora che nudo e mero conghietturare.Philon lui-même nous assure avoir puisé à la tradition orale conservée par les anciens de son peuple.E questo dice Filone nellaVita di Mosèsul principio del 1º libro, ove veramente appella ad una tradizione orale conservata appo gli anziani d’Israele ch’egli qualificaPresbiteron, d’onde il prete cristiano, e ch’era comunemente insegnata sul testo della Scrittura. Ed eccouna prima capitalissima fonte all’Esseniche dottrine, latradizione.Ma questa non è sola fonte, o per dir meglio non veste sempre esclusivamente la sua forma verbale che più gli è comune. Pegli Esseni non è sempre come pei semplici primitivi Farisei, una orale trasmissione che sarìa sacrilegio deporre per iscritto. Ella veste, anzi ella assume la forma scritta; e mentre la voce del Maestro era il solo organo che avesse nei prischi tempi l’insegnamento farisaico, gli Esseni per contro vantavano libri, e libri che spingevano anche a tempi a quelli anteriori la loro origine. E questa preziosa contezza n’è data da uno che nell’esseniche vicende non si potria più esperto, da Filone medesimo, il quale attribuisce alla setta dei Terapeuti dei libri mistici di una remotissima antichità. Parole testuali e di senso fecondissime delle quali impareremo fra poco ad apprezzare il valore. E non solo Filone, ma Giuseppe nelle Guerre Giudaiche, al libro 20, al § 12, degli Esseni favellando, dice a dirittura che studiavano con zelo ilibri degli antichi, parole che suonano esplicita conferma a quanto disse Filone dei suoiTerapeuti. E questa è la seconda sorgente dell’Esseniche dottrine, i libri dei loro antichissimi, o per dir meglio la tradizione stessa deposta e formulata per iscritto.Ora che abbiamo veduto, constatato questo duplice fatto, l’esistenza e la formulazione di una religiosa tradizione presso gli Esseni, tollerate che solo vi accenni da lungi la importanza e la grandezza delle sue conseguenze. Due poi ne emergono capitalissime, di cui siate, se vi piace, giudici voi medesimi. Riguarda l’una la tradizione rabbinica in generale; contempla l’altra più specialmente quella che mistica o cabbalistica si appella. Chi non vede la prima? Ella è una prova estrinseca e tanto più concludente della necessità e legittimità di una tradizione; ellaè un attestato dai rabbini indipendente, di quel principio in ogni tempo dai rabbini sostenuto, la tradizione; ella è un ausiliare, non cerco, non provocato, non interessato, della tradizione e dei tradizionalisti. E pure ammirate la forza del pregiudizio! Il Franck, che queste cose riferisce, non vide o vedere non volle la conseguenza che ne deriva, chiara, limpidissima in favore dell’antichità della tradizione. Per esso come per il Jost, celebre storico, come per altri nostri e non nostri dottissimi della Germania, le tradizioni nostre, le tradizioni rabbiniche non più oltre risalgono di due secoli innanzi l’E. V. Due cento anni prima del cristianesimo nacquero, se lor si crede, quelle tradizioni che poi fecero e fanno tanta parte integrale dell’ebraismo. E pure gli Esseni, e quel ch’è più i Terapeuti d’Egitto, accennano, alludono e religiosamente inchinano a una tradizione, a libri tradizionali. D’onde in essi della tradizione contezza, se alle origini non risale dell’ebraismo? forse glie ne giungeva notizia allora allora di Palestina? Mai no, dice il Frank, e dice bene, perchè tra Palestina ed Egitto relazioni intime dottrinali non esistevano; ed anche perchè, aggiungo io, un sistema specialmente religioso ch’è in sul nascere, una tradizione che manda allora appena i suoi vagiti, che s’insinua allora allora di contrabbando nelle antiche credenze, non può avere tanto di credito, d’influenza, d’autorità da trapiantarsi in regioni lontane e barbe gettare così profonde come tra i Terapeuti ha gettato; e sopratutto per che i Terapeuti spingon tant’oltre l’antichità dei loro libri tradizionali da trascendere di gran lunga quella data che pel Jost, pel Franck e per altri, segna delle tradizioni rabbiniche il nascimento. Ma di queste cose si taccia per ora per brevità, e solo ci basti avere come da lungi accennato a un ordine di prove che nuovo e vastissimo campo ci apre d’apologetica tradizionale.Che diremo poi del secondo passo, della esistenza in tanta antichità, di libri, di opere tradizionali appo gli Esseni? E pure nulla di più provato, e nulla al tempo stesso di più sorprendente. E perchè dico sorprendente? perchè, vera verissima anomalia è cotesta ed eccezione alla regola farisaica; perchè rovescia da capo a fondo quel principio così trito così comune per cui si credeva e si crede assolutamente interdetta ai primi tempi rabbinici la redazione tradizionale; perchè inconcusso, generale, inviolato pareva quell’assioma rabbinico che suonale orali cose non potersi scrivere, e le scritte non potersi oralmente insegnare; perchè infine prima dellaMisnà, prima di tutte le opere talmudiche, prova il fatto presente la esistenza di libri tradizionali presso gli Esseni. E se mestieri fosse di prova dopo le citazioni ricordate, allegheremmo il Jost nella recentissimaStoria del giudaismo e delle sue sètte. Il Jost è vivente autore consultatissimo, e per quanto non mi fu dato leggerne le scritture perchè dettate in tedesco, non è sì che oltre la conoscenza personale dell’uomo insigne, e di cui mi onoro, qualche contezza non siami pervenuta delle idee nell’opera contenute. Ecco che cosa dice il Jost:Les Esséniens(ei dice)n’observaient pas si rigoureusement les scrupules rabbiniques sur la transcription de la loi orale, et les Meguillat Setarim mentionnés dans le Talmud ont été écrits par des Esséniens. Non dirò dell’ultima congettura deiMeghillat Setarim, di cui spero avere non ha guari mostrato la ragionevolezza e probabilità quando mi fu dato produrre quella parlantissima variante che alle paroleMeghillat Setarimsostituisce, come nel Jeruscialmi, Meghillat hasidin, nome, come ognun vede, più direttamente allusivo alla società degli Esseni. Ma quanto più non avrebbe il Jost al suo assunto giovato, se oltre aiMeghillat Setarimda esso allegati, citato avesse qualvestigio della essenica bibliografia, nel Talmud quei casi numerosi parlanti, che nei due Talmud, nei Medrascim, in tutta, a dir breve, la biblioteca rabbinica de’ primi secoli, fanno fede apertissima di altre opere, di altri libri. E forse li avrà il Jost rammentati, forse non avrà obliato queiSifrà deagadtàche ricorrono tanto di frequente nei libri talmudici, che figurano quali opere di gran lunga più antiche della stessa Misna, che il Talmud ci mostra in mano dei più antichi Tanaiti, e che collo stesso carattere, colla stessa vetustà figurano, mirabile a dirsi! nelZoarmedesimo, che li cita, li commenta ed ai più antichi e venerandi uomini ne attribuisce la redazione. Le quali cose potuto avrebbero più urgentemente concludere in favore del Jost, e più luminoso farci apparire il gran fatto di Libri tradizionali esistenti pria dell’epoca comunemente assegnata alla redazione delle tradizioni. Alla luce di questo gran fatto, che cosa diviene una delle più forti obiezioni, e quasi a dire l’Achilleche contro lozoare le sue dottrine sieno state dirette dagli avversarj? Pareva a costoro impossibile che sotto l’impero di una legge così severa che ogni scrittura interdiceva delle tradizioni, mentre niuno ancora pensava a violarne il rigore, colle prime raccolte dellaMisnànon solo le tradizioni si scrivessero, ma quelle in ispecie che più sembravano segrete e gelose, le parti più sublimi della religione, i terribili misteri dellaMercabà. E pure quest’argomento, che anche senza il fatto presente della società degli Esseni non saria rimasto senza risposta, al confronto di questo fatto, a paragone dello esempio illustre, provato, del nostro Essenato, nulla più conserva di terribile, e quella confutazione riceve più concludente, che mai sariasi potuto desiderare.Che se provato non ostante il fatto, pur si volesse diquesto fatto medesimo, di questa strana eccezione indagare le cagioni, facile sarebbe le cause additarne più verosimili. Se diceste in qual guisa quel mistero, serbato per la tradizione comune, non lo fu per le più gelose e per le più rispettate, ecco che cosa risponderei. Vi mostrerei la forma nella quale queste ultime tradizioni furono dettate, la forma che assunsero in tutte le opere scritte, forma se altra fu mai metaforica per eccellenza, in cui l’allegoria procede così uniforme, così complicata, e in cui sì denso velo ricuopre il pensiero recondito, che tutta la penetrazione sfida dei più oculati ove alla parola scritta non soccorra l’insegnamento orale del maestro, a tal chè si può dire che niuna maggiore divulgazione procurare poteva la scrittura a cotal tradizione, che già non avesse pria di essere per iscritto deposta.—E non è questo il luogo di maggiormente diffondersi intorno questo argomento; ma se lo fosse, facil sarebbe mostrarvi di questo procedere dei dottori parlantissima analogia nei primi tentativi di redazione tradizionale, nei primi saggi Misnici talmudici ove questa stessa forma parabolica vediamo prevalere, ed ove le più antiche formule suonano brevi, oscure, talvolta metaforiche siccome i famosiSimanimdi cui va copiosa la Biblioteca Rabbinica dei primi secoli.Ma di questo si taccia per lo migliore, ed il corso riprendiamo della nostra storia. Noi sappiamo le fonti d’onde i dogmi loro attinsero gli Esseni: giusto è che alla cognizione dei dogmi stessi trapassando, quel cenno ne facciamo che le scarse memorie e il mistero appunto ond’erano circondati, ce lo consenton maggiore. E quando si parla di credenze, mestieri è pure di quelle eziandio favellare che falsamente agli Esseni si attribuirono, sì perchè mondati procedano d’ingiuste imputazioni, e sì perchè non è raro il vedere che sotto unacalunniosa imputazione alcun che si asconda di vero e di fondato, d’onde a guisa di malinteso abbia rampollato l’errore, il dogma supposto, e quindi la fama che accusava, in documento si converte in qualche guisa di storica verità.—Gli Esseni, come gli Ebrei in generale, furono appuntati di supposte adorazioni. Lo furono di adorare il Sole, e sopra un passo di Giuseppe Flavio fu fondata l’accusa. Io non istarò a decifrare il vero senso delle parole flaviane. Grecisti insigni vi si provarono, e quanto vi siano riusciti lo dicano i dubbj tuttavia perseveranti. Io farò meglio. Io supporrò chiara e limpida l’espressione di Flavio; io dirò che a dirittura egli attribuisca agli Esseni, siccome veramente io credo che gliele attribuisca, l’adorazione del Sole. Saranno per questo gli Esseni idolatri? dovremo intendere Flavio come lo intese il Prideaux, a rigor della lettera? Io credo che sia avvenuto al Prideaux ed a chi lo segue, ciò che avvenne agli antichi Missionarj Gesuiti nell’Impero cinese. Dove avendo udito i più famigerati filosofi insegnare la fede nel nulla, tornarono pieni di sorpresa e di ira raccontando dovunque in Europa che i filosofi Cinesi facevano pubblica professione di ateismo e nullismo. E quanto i buoni Padri andassero errati, quanto goffamente frantendessero la fraseologia dei Cinesi, facile sarebbe qui dimostrare se l’ora e l’argomento lo permettessero. Io credo che un qualcosa di simile sia pegli Esseni avvenuto. E a così credere già sarebbermi argomento sufficiente le tante prove e gli esempj cospicui che il Sole ci mostrano sotto un senso allegorico, lo mostrerebbe il Pastoret quando, a proposito degli Esseni, il Sole dice non essere stato per molti popoli che il Rappresentante dell’Ente Supremo; lo proverebbe l’uso, onde parla il De Jurieu nei termini seguenti: «De là est venue la coutume de se tourner toujours du côté del’orient dans tous les sacrifices qui se faisaient aux dieux célestes,» e di cui è discorso nel XII dell’Eneide, v. 172; lo proverebbe il costume prevalso nei prischi tempi nella Chiesa cristiana, di volgere verso l’oriente, e che solo Leone I condannò come intollerabile superstizione; lo proverebbe Fausto Manicheo quando compara Cristo a Mitra, il Sole Persiano, e dice, i doni recati dai Magi all’infante Gesù quelli essere appunto che gli orientali al Sole offerivano come oro, mirra ed incenso; lo proverebbe Ermogene che alla fine del II secolo referiva il culto di Cristo a quello del Sole, e il corpo di Gesù credeva assunto nell’astro del giorno; lo proverebbe Dante quando al Iº del Paradiso chiamava poetando Dio Sole degli Angioli:E Beatrice cominciò: Ringrazia,Ringrazia il Sol degli Angeli, che a questoSensibil t’ha levato per sua grazia;lo proverebbe la Bibbia quando Dio chiama Sole il Talmud, quando narra di chi ad un Cesare che richiese di vedere Iddio mostrò il Sole ultimo dei suoi Ministri; e tutte queste prove già grandemente infermerebbero l’accusa contro gli Esseni articolata di adorazione del Sole. E poi quanti fatti nel culto ebraico potuto avrebbero dare origine a quest’accusa! Basti dire dell’orazione al cui proposito appunto, e tanto più è notabile, rammenta Giuseppe l’adorazione in discorso. Basti dire deiVatichin, forse altro nome degli Esseni, che studiavansi principiare col sorger del Sole la prece di mattutino in adempimento del verso; basti dire della perfetta orientazione del Tempio di Gerosolima, intorno a cui, dice il Talmud, tanto affaticaronsi gli antichi Profeti affinchè la porta di Oriente ricevesse i primi raggi del sole; basti dire il nome stesso che quella porta recavadi porta del Sole; basti la lastra d’oro tersissimo che votò Elena regina e Nazirea, affinchè in luogo si situasse che ai primi raggi del sole infinite mandasse scintille nunziatrici ai sacerdoti del rito che cominciava. E se questo fosse il luogo di tal raffronto, aggiungerei della perfetta orientazione, oggi costatata, delle Piramidi, che oltre il loro carattere funerario, fa grandemente dubitare non forse qualche rapporto possano offrire col culto del Sole, con Osiri Dio infernale e Giudice delle anime nello Amenti come Cristosole scende in Inferno e ne trae le anime dei giusti, e giudice sederà de’ risorti nel giudizio finale.Ma mirate la forza del vero! Egli è soltanto, egli è principalmente al confronto della simbologia cabbalistica che cessa ogni possibil recriminazione, che tacciono, anzi, e ciò di gran lunga più monta, che si spiegano, che s’intendono le accuse in discorso e che con tutta verità, con tutta precisione, si può dire degli Esseni che adoravano il Sole.—E certo lo adoravano perchè furono dei Cabbalisti progenitori, e certo ne fecero, come ne fanno i Cabbalisti, emblema, simbolo, principalmente nella loro Teologia; e certo non solo il sole, ma la luna, ma i pianeti tutti fecero parte della loro simbologia, siccome S. Girolamo lo attesta, rincarando sopra Giuseppe e dicendo gli astri tutti avere gli Esseni adorato.—S. Girolamo pare che compia l’accusa, ed invece non fa altro che finire il ritratto degli Esseni, che identificarli assolutamente coi Cabbalisti, che porre, a dir breve, l’ultima mano a quella identità da noi propugnata. Perciocchè mestieri è che il sappiate, non solo il Sole, simbolo fra ogni altro cospicuo, ma la Luna, ma Giove, ma Marte, ma Venere, ma Mercurio, e se ai tempi loro conosciuto fosse stato Urano, anche Urano avrebbero tolto a far parte della ricca e complicatissima loro Simbolica. Eccoi veri astri, il vero sole, la vera luna che adorarono gli Esseni, il sole e la luna e gli astri del cielo dei Cabbalisti, ecco l’accusa; che accusa si, ma solo la identità dei due sistemi e delle due scuole, al difuori della quale io oso dire che ogni sforzo spenderebbe invano la critica a dare una spiegazione plausibile a questo culto strano idolatrico, che austeri gravi autori non temono di attribuire alla più scrupolosa e severa scuola che sorta sia nel seno dell’ebraico monoteismo. Ecco la chiave per capire ciò che ha di vero il sistema del Dupuis che trova in Cristo il sole, e negli apostoli i 12 segni dello Zodiaco; la chiave ne è la parentela tra Cristiani ed Esseni, e tra questi ed i Cabbalisti.

Istituzioni, dottrine, e pratiche, furono la triplice divisione da me sino da principio assegnata alla storia degli Esseni. Noi abbiamo coll’esame delle occupazioni loro chiusa la prima parte di questa storia: la storia delle esseniche istituzioni. Delle occupazioni degli Esseni ultimi comparivano all’esame gli studj, lo spirito, il metodo da essi negli studj seguito. Tempo sarebbe quindi che passando alla seconda parte di questo lavoro noi citassimo a giudizio le loro dottrine, i dogmi e le credenze al cui esame ci ha in qualche modo spianato la via la conoscenza dei loro studj, del loro genio esegetico, dei loro metodi. E pure, un’ultima ricerca rimanci ancora ad esaurire pria di tôrre ad esame i dogmi e le credenze degli Esseni. Questa ricerca si attiene ancor più davvicino alle loro dottrine, siccome quella che anzichè trattare della forma degli studj si occupa piuttosto della materia, dell’oggetto dei loro studj; in una parola delle sorgenti, delle fonti dalle quali attinsero com’è naturale le loro dottrine. Egli è questo, se non isbaglio, un punto di contatto e di natural transizione tra la prima e la seconda parte di questa storia, tra la storia delle loro istituzioni e quella non meno interessante, delle loro dottrine. A chi chiederemo le sorgenti, le fonti da cui gli Esseni attinsero le loro dottrine? Chi ne darà contezza dei libri da cui tolsero gli Esseni, la regola del loro credere? Questa notiziace la darà pel primo Filone, tanto col suo proprio esempio, quanto coi preziosissimi ragguagli che più direttamente egli stesso ci offre dei libri, delle fonti dell’Esseniche dottrine. Ce la dà, col suo proprio esempio quando, Essena egli stesso, ci offre in sè la imagine, il modello dei meno celebri confratelli. Filone era Essena, e da chi tolse Filone principalmente le sue dottrine? Certo che molto egli deve alla greca filosofia, alla Platonica in ispecie, perciò che riguarda sopratutto la forma, ma ove si voglia nelle viscere penetrare del suo sistema quali ne diremo le fattezze, e quale l’origine? Certo che alla sentenza soscriveremo di un autore tanto più nelle asserzioni sue autorevole, quanto niuno altro si prefisse scopo al suo lavoro, se non quello di storica verità. E questi è il Frank, il quale colpito dalle profonde analogie che al sistema dei Cabbalisti congiungono le dottrine degli Esseni, e dopo avere escluso che i primi siensi fatti imitatori o plagiarj dei secondi, queste parole dettava significanti che raccomando alla vostra attenzione:Ne serait-il pas juste de penser que Philon a trouvé ces doctrines toutes faites dans certaines traditions conservées parmi ses corréligionnaires, et qu’il n’a fait que les parer des brillantes couleurs de son imagination?E quanto il Frank si apponga in questo giudizio, il vegga ognuno in questa apertissima confessione di Filone medesimo; il quale in modo che non si potrìa più esplicito va egli stesso additando ciò che per il Frank non era sinora che nudo e mero conghietturare.Philon lui-même nous assure avoir puisé à la tradition orale conservée par les anciens de son peuple.E questo dice Filone nellaVita di Mosèsul principio del 1º libro, ove veramente appella ad una tradizione orale conservata appo gli anziani d’Israele ch’egli qualificaPresbiteron, d’onde il prete cristiano, e ch’era comunemente insegnata sul testo della Scrittura. Ed eccouna prima capitalissima fonte all’Esseniche dottrine, latradizione.

Ma questa non è sola fonte, o per dir meglio non veste sempre esclusivamente la sua forma verbale che più gli è comune. Pegli Esseni non è sempre come pei semplici primitivi Farisei, una orale trasmissione che sarìa sacrilegio deporre per iscritto. Ella veste, anzi ella assume la forma scritta; e mentre la voce del Maestro era il solo organo che avesse nei prischi tempi l’insegnamento farisaico, gli Esseni per contro vantavano libri, e libri che spingevano anche a tempi a quelli anteriori la loro origine. E questa preziosa contezza n’è data da uno che nell’esseniche vicende non si potria più esperto, da Filone medesimo, il quale attribuisce alla setta dei Terapeuti dei libri mistici di una remotissima antichità. Parole testuali e di senso fecondissime delle quali impareremo fra poco ad apprezzare il valore. E non solo Filone, ma Giuseppe nelle Guerre Giudaiche, al libro 20, al § 12, degli Esseni favellando, dice a dirittura che studiavano con zelo ilibri degli antichi, parole che suonano esplicita conferma a quanto disse Filone dei suoiTerapeuti. E questa è la seconda sorgente dell’Esseniche dottrine, i libri dei loro antichissimi, o per dir meglio la tradizione stessa deposta e formulata per iscritto.

Ora che abbiamo veduto, constatato questo duplice fatto, l’esistenza e la formulazione di una religiosa tradizione presso gli Esseni, tollerate che solo vi accenni da lungi la importanza e la grandezza delle sue conseguenze. Due poi ne emergono capitalissime, di cui siate, se vi piace, giudici voi medesimi. Riguarda l’una la tradizione rabbinica in generale; contempla l’altra più specialmente quella che mistica o cabbalistica si appella. Chi non vede la prima? Ella è una prova estrinseca e tanto più concludente della necessità e legittimità di una tradizione; ellaè un attestato dai rabbini indipendente, di quel principio in ogni tempo dai rabbini sostenuto, la tradizione; ella è un ausiliare, non cerco, non provocato, non interessato, della tradizione e dei tradizionalisti. E pure ammirate la forza del pregiudizio! Il Franck, che queste cose riferisce, non vide o vedere non volle la conseguenza che ne deriva, chiara, limpidissima in favore dell’antichità della tradizione. Per esso come per il Jost, celebre storico, come per altri nostri e non nostri dottissimi della Germania, le tradizioni nostre, le tradizioni rabbiniche non più oltre risalgono di due secoli innanzi l’E. V. Due cento anni prima del cristianesimo nacquero, se lor si crede, quelle tradizioni che poi fecero e fanno tanta parte integrale dell’ebraismo. E pure gli Esseni, e quel ch’è più i Terapeuti d’Egitto, accennano, alludono e religiosamente inchinano a una tradizione, a libri tradizionali. D’onde in essi della tradizione contezza, se alle origini non risale dell’ebraismo? forse glie ne giungeva notizia allora allora di Palestina? Mai no, dice il Frank, e dice bene, perchè tra Palestina ed Egitto relazioni intime dottrinali non esistevano; ed anche perchè, aggiungo io, un sistema specialmente religioso ch’è in sul nascere, una tradizione che manda allora appena i suoi vagiti, che s’insinua allora allora di contrabbando nelle antiche credenze, non può avere tanto di credito, d’influenza, d’autorità da trapiantarsi in regioni lontane e barbe gettare così profonde come tra i Terapeuti ha gettato; e sopratutto per che i Terapeuti spingon tant’oltre l’antichità dei loro libri tradizionali da trascendere di gran lunga quella data che pel Jost, pel Franck e per altri, segna delle tradizioni rabbiniche il nascimento. Ma di queste cose si taccia per ora per brevità, e solo ci basti avere come da lungi accennato a un ordine di prove che nuovo e vastissimo campo ci apre d’apologetica tradizionale.

Che diremo poi del secondo passo, della esistenza in tanta antichità, di libri, di opere tradizionali appo gli Esseni? E pure nulla di più provato, e nulla al tempo stesso di più sorprendente. E perchè dico sorprendente? perchè, vera verissima anomalia è cotesta ed eccezione alla regola farisaica; perchè rovescia da capo a fondo quel principio così trito così comune per cui si credeva e si crede assolutamente interdetta ai primi tempi rabbinici la redazione tradizionale; perchè inconcusso, generale, inviolato pareva quell’assioma rabbinico che suonale orali cose non potersi scrivere, e le scritte non potersi oralmente insegnare; perchè infine prima dellaMisnà, prima di tutte le opere talmudiche, prova il fatto presente la esistenza di libri tradizionali presso gli Esseni. E se mestieri fosse di prova dopo le citazioni ricordate, allegheremmo il Jost nella recentissimaStoria del giudaismo e delle sue sètte. Il Jost è vivente autore consultatissimo, e per quanto non mi fu dato leggerne le scritture perchè dettate in tedesco, non è sì che oltre la conoscenza personale dell’uomo insigne, e di cui mi onoro, qualche contezza non siami pervenuta delle idee nell’opera contenute. Ecco che cosa dice il Jost:Les Esséniens(ei dice)n’observaient pas si rigoureusement les scrupules rabbiniques sur la transcription de la loi orale, et les Meguillat Setarim mentionnés dans le Talmud ont été écrits par des Esséniens. Non dirò dell’ultima congettura deiMeghillat Setarim, di cui spero avere non ha guari mostrato la ragionevolezza e probabilità quando mi fu dato produrre quella parlantissima variante che alle paroleMeghillat Setarimsostituisce, come nel Jeruscialmi, Meghillat hasidin, nome, come ognun vede, più direttamente allusivo alla società degli Esseni. Ma quanto più non avrebbe il Jost al suo assunto giovato, se oltre aiMeghillat Setarimda esso allegati, citato avesse qualvestigio della essenica bibliografia, nel Talmud quei casi numerosi parlanti, che nei due Talmud, nei Medrascim, in tutta, a dir breve, la biblioteca rabbinica de’ primi secoli, fanno fede apertissima di altre opere, di altri libri. E forse li avrà il Jost rammentati, forse non avrà obliato queiSifrà deagadtàche ricorrono tanto di frequente nei libri talmudici, che figurano quali opere di gran lunga più antiche della stessa Misna, che il Talmud ci mostra in mano dei più antichi Tanaiti, e che collo stesso carattere, colla stessa vetustà figurano, mirabile a dirsi! nelZoarmedesimo, che li cita, li commenta ed ai più antichi e venerandi uomini ne attribuisce la redazione. Le quali cose potuto avrebbero più urgentemente concludere in favore del Jost, e più luminoso farci apparire il gran fatto di Libri tradizionali esistenti pria dell’epoca comunemente assegnata alla redazione delle tradizioni. Alla luce di questo gran fatto, che cosa diviene una delle più forti obiezioni, e quasi a dire l’Achilleche contro lozoare le sue dottrine sieno state dirette dagli avversarj? Pareva a costoro impossibile che sotto l’impero di una legge così severa che ogni scrittura interdiceva delle tradizioni, mentre niuno ancora pensava a violarne il rigore, colle prime raccolte dellaMisnànon solo le tradizioni si scrivessero, ma quelle in ispecie che più sembravano segrete e gelose, le parti più sublimi della religione, i terribili misteri dellaMercabà. E pure quest’argomento, che anche senza il fatto presente della società degli Esseni non saria rimasto senza risposta, al confronto di questo fatto, a paragone dello esempio illustre, provato, del nostro Essenato, nulla più conserva di terribile, e quella confutazione riceve più concludente, che mai sariasi potuto desiderare.

Che se provato non ostante il fatto, pur si volesse diquesto fatto medesimo, di questa strana eccezione indagare le cagioni, facile sarebbe le cause additarne più verosimili. Se diceste in qual guisa quel mistero, serbato per la tradizione comune, non lo fu per le più gelose e per le più rispettate, ecco che cosa risponderei. Vi mostrerei la forma nella quale queste ultime tradizioni furono dettate, la forma che assunsero in tutte le opere scritte, forma se altra fu mai metaforica per eccellenza, in cui l’allegoria procede così uniforme, così complicata, e in cui sì denso velo ricuopre il pensiero recondito, che tutta la penetrazione sfida dei più oculati ove alla parola scritta non soccorra l’insegnamento orale del maestro, a tal chè si può dire che niuna maggiore divulgazione procurare poteva la scrittura a cotal tradizione, che già non avesse pria di essere per iscritto deposta.—E non è questo il luogo di maggiormente diffondersi intorno questo argomento; ma se lo fosse, facil sarebbe mostrarvi di questo procedere dei dottori parlantissima analogia nei primi tentativi di redazione tradizionale, nei primi saggi Misnici talmudici ove questa stessa forma parabolica vediamo prevalere, ed ove le più antiche formule suonano brevi, oscure, talvolta metaforiche siccome i famosiSimanimdi cui va copiosa la Biblioteca Rabbinica dei primi secoli.

Ma di questo si taccia per lo migliore, ed il corso riprendiamo della nostra storia. Noi sappiamo le fonti d’onde i dogmi loro attinsero gli Esseni: giusto è che alla cognizione dei dogmi stessi trapassando, quel cenno ne facciamo che le scarse memorie e il mistero appunto ond’erano circondati, ce lo consenton maggiore. E quando si parla di credenze, mestieri è pure di quelle eziandio favellare che falsamente agli Esseni si attribuirono, sì perchè mondati procedano d’ingiuste imputazioni, e sì perchè non è raro il vedere che sotto unacalunniosa imputazione alcun che si asconda di vero e di fondato, d’onde a guisa di malinteso abbia rampollato l’errore, il dogma supposto, e quindi la fama che accusava, in documento si converte in qualche guisa di storica verità.—Gli Esseni, come gli Ebrei in generale, furono appuntati di supposte adorazioni. Lo furono di adorare il Sole, e sopra un passo di Giuseppe Flavio fu fondata l’accusa. Io non istarò a decifrare il vero senso delle parole flaviane. Grecisti insigni vi si provarono, e quanto vi siano riusciti lo dicano i dubbj tuttavia perseveranti. Io farò meglio. Io supporrò chiara e limpida l’espressione di Flavio; io dirò che a dirittura egli attribuisca agli Esseni, siccome veramente io credo che gliele attribuisca, l’adorazione del Sole. Saranno per questo gli Esseni idolatri? dovremo intendere Flavio come lo intese il Prideaux, a rigor della lettera? Io credo che sia avvenuto al Prideaux ed a chi lo segue, ciò che avvenne agli antichi Missionarj Gesuiti nell’Impero cinese. Dove avendo udito i più famigerati filosofi insegnare la fede nel nulla, tornarono pieni di sorpresa e di ira raccontando dovunque in Europa che i filosofi Cinesi facevano pubblica professione di ateismo e nullismo. E quanto i buoni Padri andassero errati, quanto goffamente frantendessero la fraseologia dei Cinesi, facile sarebbe qui dimostrare se l’ora e l’argomento lo permettessero. Io credo che un qualcosa di simile sia pegli Esseni avvenuto. E a così credere già sarebbermi argomento sufficiente le tante prove e gli esempj cospicui che il Sole ci mostrano sotto un senso allegorico, lo mostrerebbe il Pastoret quando, a proposito degli Esseni, il Sole dice non essere stato per molti popoli che il Rappresentante dell’Ente Supremo; lo proverebbe l’uso, onde parla il De Jurieu nei termini seguenti: «De là est venue la coutume de se tourner toujours du côté del’orient dans tous les sacrifices qui se faisaient aux dieux célestes,» e di cui è discorso nel XII dell’Eneide, v. 172; lo proverebbe il costume prevalso nei prischi tempi nella Chiesa cristiana, di volgere verso l’oriente, e che solo Leone I condannò come intollerabile superstizione; lo proverebbe Fausto Manicheo quando compara Cristo a Mitra, il Sole Persiano, e dice, i doni recati dai Magi all’infante Gesù quelli essere appunto che gli orientali al Sole offerivano come oro, mirra ed incenso; lo proverebbe Ermogene che alla fine del II secolo referiva il culto di Cristo a quello del Sole, e il corpo di Gesù credeva assunto nell’astro del giorno; lo proverebbe Dante quando al Iº del Paradiso chiamava poetando Dio Sole degli Angioli:

E Beatrice cominciò: Ringrazia,Ringrazia il Sol degli Angeli, che a questoSensibil t’ha levato per sua grazia;

lo proverebbe la Bibbia quando Dio chiama Sole il Talmud, quando narra di chi ad un Cesare che richiese di vedere Iddio mostrò il Sole ultimo dei suoi Ministri; e tutte queste prove già grandemente infermerebbero l’accusa contro gli Esseni articolata di adorazione del Sole. E poi quanti fatti nel culto ebraico potuto avrebbero dare origine a quest’accusa! Basti dire dell’orazione al cui proposito appunto, e tanto più è notabile, rammenta Giuseppe l’adorazione in discorso. Basti dire deiVatichin, forse altro nome degli Esseni, che studiavansi principiare col sorger del Sole la prece di mattutino in adempimento del verso; basti dire della perfetta orientazione del Tempio di Gerosolima, intorno a cui, dice il Talmud, tanto affaticaronsi gli antichi Profeti affinchè la porta di Oriente ricevesse i primi raggi del sole; basti dire il nome stesso che quella porta recavadi porta del Sole; basti la lastra d’oro tersissimo che votò Elena regina e Nazirea, affinchè in luogo si situasse che ai primi raggi del sole infinite mandasse scintille nunziatrici ai sacerdoti del rito che cominciava. E se questo fosse il luogo di tal raffronto, aggiungerei della perfetta orientazione, oggi costatata, delle Piramidi, che oltre il loro carattere funerario, fa grandemente dubitare non forse qualche rapporto possano offrire col culto del Sole, con Osiri Dio infernale e Giudice delle anime nello Amenti come Cristosole scende in Inferno e ne trae le anime dei giusti, e giudice sederà de’ risorti nel giudizio finale.

Ma mirate la forza del vero! Egli è soltanto, egli è principalmente al confronto della simbologia cabbalistica che cessa ogni possibil recriminazione, che tacciono, anzi, e ciò di gran lunga più monta, che si spiegano, che s’intendono le accuse in discorso e che con tutta verità, con tutta precisione, si può dire degli Esseni che adoravano il Sole.—E certo lo adoravano perchè furono dei Cabbalisti progenitori, e certo ne fecero, come ne fanno i Cabbalisti, emblema, simbolo, principalmente nella loro Teologia; e certo non solo il sole, ma la luna, ma i pianeti tutti fecero parte della loro simbologia, siccome S. Girolamo lo attesta, rincarando sopra Giuseppe e dicendo gli astri tutti avere gli Esseni adorato.—S. Girolamo pare che compia l’accusa, ed invece non fa altro che finire il ritratto degli Esseni, che identificarli assolutamente coi Cabbalisti, che porre, a dir breve, l’ultima mano a quella identità da noi propugnata. Perciocchè mestieri è che il sappiate, non solo il Sole, simbolo fra ogni altro cospicuo, ma la Luna, ma Giove, ma Marte, ma Venere, ma Mercurio, e se ai tempi loro conosciuto fosse stato Urano, anche Urano avrebbero tolto a far parte della ricca e complicatissima loro Simbolica. Eccoi veri astri, il vero sole, la vera luna che adorarono gli Esseni, il sole e la luna e gli astri del cielo dei Cabbalisti, ecco l’accusa; che accusa si, ma solo la identità dei due sistemi e delle due scuole, al difuori della quale io oso dire che ogni sforzo spenderebbe invano la critica a dare una spiegazione plausibile a questo culto strano idolatrico, che austeri gravi autori non temono di attribuire alla più scrupolosa e severa scuola che sorta sia nel seno dell’ebraico monoteismo. Ecco la chiave per capire ciò che ha di vero il sistema del Dupuis che trova in Cristo il sole, e negli apostoli i 12 segni dello Zodiaco; la chiave ne è la parentela tra Cristiani ed Esseni, e tra questi ed i Cabbalisti.


Back to IndexNext