LEZIONE VENTESIMOTTAVA.

LEZIONE VENTESIMOTTAVA.La storia delle predizioni degli Esseni ci ha occupato nella passata lezione, qual corollario della loro antropologia, qual parte della loro dogmatica. Ma di queste predizioni noi non abbiamo fatto che la storia reale esteriore, particolare, di alcuni singoli fatti. Ci manca saperne la teoria, la forma con cui procedevano gli individui che se ne occupavano a preferenza. La forma prediletta, peculiare agli Esseni, era l’interpretazione dei sogni. E chi ne ammonisce è Flavio Giuseppe nel 17º delle Antichità, cap. 15, dove narra diArchelaoche esposto il suo sogno ad un’Essena, ne ode la predizione della sua futura caduta la quale avvenne veramente com’era stata dall’Essena vaticinata, sendo stato all’epoca prefissa relegato da Cesare in Vienna città delle Gallie. E non solo gli altrui sogni toglievano a subbietto delle loro predizioni, ma di una spezie di rivelazione fornivano altresì nei loro sogni medesimi.—Alla quale e’ pare che si preparassero con le diurne meditazioni, se prestiam fede a certe parole che sul proposito ne trasmise Giuseppe. Pensano, egli dice, a Dio del continuo, attalchè nei loro sogni altro nella fantasia non sorge loro che le bellezze e le eccellenze delle perfezioni divine, e bene spesso dormendo fanno discorsi mirabili di questa divina filosofia. Queste sono testualissimeparole di Giuseppe. E benchè siamo nella regione dei sogni, si tratta di cose seriissime più che non credesi, e da fare molto a lungo vegliare. Noi non solleveremo le gran questioni psicologiche, religiose e fisiologiche altresì, che emergono naturalissime da quel curioso fenomeno che si chiama il sogno. Il volgo che crede ovvio, semplicissimo tuttochè non comprende, crede il sogno uno stato, una condizione fisico-morale, spiegabilissimi. Ma per i dotti! I dotti sieno essi filosofi, moralisti, medici, fisiologi, non hanno creduto il fatto così semplice come il volgo s’immagina. I loro libri, le congetture, i dispareri, e specialmente la grandissima questione si può dire odierna del sonno magnetico e quella più antica dei sonnambuli, fanno fede come qualche cosa vi sia là entro che resta tuttavia indecifrato. Ma queste cose basti accennare, e come da lontano additare, senza più oltre soffermarvici che l’argomento non comporta. Piuttosto diremo dei sistemi delle scuole, che credettero i sogni capaci, suscettibili d’interpretazione, fra le quali quella figura per prima che fu tanto meritamente da Giuseppe equiparata all’istituto degli Esseni, la scuola deiPitagorici. E chi ce lo insegna è tale che già altre volte abbiamo veduto anche troppo circospetto nella scelta e nella critica delle memorie antiche, è il Ritter nellaStoria della filosofia. I Pitagorici dunque anche per questo verso porgono la mano ai nostri Esseni, e nuovo punto ci offrono di contatto col grand’Istituto nella interpretazione dei sogni. E se io dovessi di tutto discorrere di quei tempj, di quegli oracoli, che in Grecia tutta, e fuora eziandio, girono famosi per sogni, che colà si procuravano, s’interpretavano, io farei opera interminabile benchè grandemente curiosa e istruttiva. Piuttosto è da vedersi il Clavier nella Memoria letta all’Accademia di Franciasugli oracoli antichi;e se non fosse troppa temerità per me l’esprimere un voto il quale è forse a quest’ora adempito, io vorrei che qualche scienziato, appo il quale non sono in conto di fole le prodigiose indicazioni di alcuni malati sottoposti al sonno magnetico, studiasse i rapporti di questi sogni, di queste cure istintive, e quasi direiautoterapie, colle famose cure di Epidauro, ove i malati dopo diuturne preparazioni ricevevano la notte in sogno i presagi e le indicazioni dell’esito finale dei loro morbi. Ma gli Esseni non hanno solamente l’antichità a complice del loro sistema di predizione. I tempi moderni ci somministrano esempj grandi, cospicui, vuoi di uomini gravi che non del tutto rifiutarono le indicazioni dei sogni, vuoi di fatti storici straordinarj che molto dànno da pensare sulla natura e sul valore dei sogni. Fra i primi non citeròMenasce ben Israelche un capitolo dottissimo consacrava dell’opera sua alla materia dei sogni, e solo nol citerò perchè sendo egli alla perfine Teologo e Rabbino, meglio alle sacre autorità appartiene che alle profane, delle quali soltanto per adesso ci occupiamo. Nemmeno citerò Galeno che narra di un uomo, al quale parevagli in sogno avere una coscia di pietra e che divenne dopo pochi dì paralitico.—Nemmeno dirò di Plinio il quale riferisce di Cornelio Rufo, a cui avvenne di credere in sogno d’aver la vista perduta, e che si destò cieco per amaurosi; nemmen parlerò di Corrado Gemed, che sogna d’essere morso in seno da un serpente, e che gli nasce in fatti sotto l’ascella un bubbone pestilenziale che lo rapisce in cinque giorni di vita; e di questi ed altri simili tacerò, perchè sanno sempre alcun poco d’antico e perciò stesso per i più sanno ancora di incredibile, di stravagante. Ma quanto più singolare a vedersi non è l’ossequio di alcuni dei più illustri moderni! Fra i quali riluce per splendore d’animo e dimente Beniamino Franklin di cui così parla il materialista Cabanis. «Io conobbi, egli dice,un uomo savissimo e istruitissimo, l’illustre Beniamino Franklin, che credeva essere stato più volte ammonito in sogno degli affari che l’occupavano. La sua testa forte e d’altronde libera di pregiudizj, non aveva potuto premunirsi da ogni idea superstiziosa quanto a questi interni avvertimenti.» Così sentenzia Cabanis. E pur, vedete curiosissimo scherzo di fortuna, o piuttosto grave monitorio di provvidenza! Era riserbato al corifeo del materialismo moderno, a Voltaire, all’uomo che involse ogni cosa in un riso universale, il porgere, e porgere, lo che più monta, nella sua stessa persona luminoso attestato della efficacia o almeno della tuttor enigmatica natura dei sogni. Tutti sanno come opera sua sia laEnriade; ma non tutti sanno un curioso episodio nella genesi di quel Poema. Vi è un capitolo che è opera sì di Voltaire, ma non già di Voltaire desto, ma di Voltaire dormiente. Anzi di Voltaire che sogna, e nel sogno prosegue l’opera incominciata nel giorno, e destato si trova più ricco di un capitolo nella tessitura di quel Poema. Non si legge che Voltaire abbia preso da indi innanzi a rider meno dei sogni; la sua filosofia non era ancora passata allo stato di pregiudizio, perch’egli come degli altrui pregiudizj se ne facesse irrisore: ma si legge bensì di un altro, di un vivente, che io non metto certo a paro di Voltaire, perchè troppo lo amo e rispetto, ma che pure non ci offre a veder bene meno sensibile anomalia. E quando dico anomalia per Luzzatto il prestar fede ai sogni, non è certo per quei sogni storici straordinarj, profetici in cui Dio parla all’uomo che sogna, come parlar può e parla difatti all’uomo ch’è desto; ognuno che creda alla rivelazione, che creda alla Bibbia, non può senza incoerenza, senza empietà, discredere a questaspecie di sogni; ma dico dei sogni in generale, di quelli che tutti possiam conseguire, della natura loro semiprofetica, del valore loro proprio naturalissimo, e non solo qual mezzo, qual veicolo d’ispirazione. Le quali cose, se non ammesse, quasi consentite dal nostro Luzzatto provano due cose ad un tempo, che le idee Cabbalistiche quando non entrano in certi spiriti per la gran porta, vi entrano per certi calli obliqui ed oscuri pertugi, e quasi non dissi di contrabbando.Che se dalle autorità e dagli esempi scientifici trapassiamo agli esempi, ai precedenti, ed alle autorità bibliche talmudiche cabbalistiche, vedremo come sempre gli Esseni radicarsi nella più venerata e autorevole antichità ebraica. Io stimo soverchia opera citare gli esempi e le autorità della Bibbia, tanto mi sembrano ovvii e conosciuti. Il sogno non solo lo vediamo figurare in fatto quale suprema manifestazione dei divini voleri, e presagi dell’avvenire in Giacobbe, in Giuseppe, in Faraone, ma egli è altresì, qual grado infimo sì, ma pur legittimo annoverato di profezia, ogni qual volta della gerarchia si favella dei veggenti, e della profetica gradazione; testimone il verso ove Dio parlando ad Aronne e Miriam, chiama a fruire delle sue ispirazioni chiunque per visione o per sogno si sentisse capace di aspirarvi; testimone Saulle, che consultò invano il Signore, dice la Bibbia, per tutte le vie per le quali è consultabile, per lavia dei sogni, dellaprofeziae dell’oracolo degli Urim, testimone Giobbe ove qual mezzo di cui Dio si vale per svelare agli uomini le sue intenzioni, parla dei sogni e delle visioni notturne, e di questi tratti chi volesse nella Bibbia raccôrre, ne troverebbe più ch’io non dica espliciti e numerosi. E il Talmud in questo come in altre cose procede alla Bibbia conforme. Non solo il carattere semiprofetico del sogno vi è confessatohalom ehad miscisceni bannebuà; non soloil rimanere per sette giorni senza sognare vi è chiarito qual indizio di anima non buona; non solo un lungo novero vi è tessuto delle cose che indicano in sogno lieto o sinistro presagio; non solo i sogni vi si dicono subordinati alla loro interpretazione, massima incomprensibile se non si intende alla luce della pratica essenica che i sogni considerava qual esteriore incentivo, alla mente ispirata dello interprete, non solo si narra de’ Cesari che ai Dottori ricorrevano per la interpretazione dei sogni; non solo mirabilmente conferma il deposto rabbinico una satira di Giovenale, la VI se non erro, ove racconta degli sciocchi Romani che la interpretazione dei sogni chiedevano agli Ebrei colà dimoranti; non solo tutto questo, ma quello speciale carattere eziandio da Giuseppe attribuito alle esseniche visioni quali ispiratrici di discorsi e ragionamenti filosofici, dottrinali, rifulge non meno nei sogni dei Farisei. Nei quali non è raro il vedervi Dottori ammoniti a ritrattarsi di una interpretazione, a più esatta formarsi l’idea di una impurità, a meglio comprendere la pratica di un rito; e ciò che più fedelmente riproduce la fisonomia dei sogni profetici dell’essenato, è quello che vediamo tra i cabbalisti e tra quei Dottori eziandio che senza fare del misticismo precipuo scopo dei loro studj, ne ammettono almeno la veracità e i titoli. Singolar cosa ma pur verissima, oltre gli esempi non oscuri, non scarsi che ne porge lo Zoar, di sogni istruttivi, dottrinali, rivelatori, quali appunto furon quelli dei nostri Esseni, ella è una pratica tra i cabbalisti e tra i loro aderenti, che meglio a capello non potrebbe ritrarre la pratica degli Esseni.—Se qualche urgente bisogno li spinge a consultare l’avvenire; non basta, se qualche dubbio in capo gli tenzona intorno ad un subbietto vuoi dogmatico, vuoi rituale, o in qualche siasi maniera religioso, ella è una via autorizzata, accreditata in cui simettono speranzosi, anzi fiduciosissimi nella bontà del responso, ed è quella che dicesisceelat halom.—Nel riposo dei loro sensi, nella concentrazione delle forze loro psichiche, spirituali, eglino credono l’anima capace di comprendere cose che nello stato di veglia saria tornato loro duro a comprendere. E ciò che non è meno singolare a notarsi egli è, come questa specie di responsi siano stati disposti in iscritti e per le stampe eziandio pubblicati, siccome fa fede, per non dire di altro, la edizione non ha guari mandata fuori in Conisberga di un’antichissima compilazione di tai consulti, e di cui informava il mondo israelitico, nel prezioso suo giornale bibliograficoMazchir, il mio dotto amico Marco Steischneider di Berlino.Ma noi abbiamo detto, se non erro, abbastanza della forma particolare che assumevano a preferenza le predizioni dei nostri Esseni, la forma di sogni profetici: dobbiamo dire ora chi erano coloro che nell’Essenato più credeansi capaci di tale straordinaria irradiazione profetica. Giuseppe, il grande storico dell’Essenato, quì pure soccorre all’uopo opportuno, e naturali e più consultati interpreti dell’avvenire ci addita quei fanciulli che sino, egli dice, dalla loro tenera età venivano alla profezia educati collo studiare dei sacri libri dell’Essenato.—Voi l’udiste, sono i fanciulli al dire di Giuseppe che rendono i responsi sulle cose avvenire in seno agli Esseni, o per dir meglio ei sono i profeti tra gli Esseni, che sino dalla loro fanciullezza si vanno al grande officio educando di profetare. Se vaghi voi foste di pellegrina erudizione, se vi piacesse nella esposizione nostra soprassedere, onde a popoli e a religioni antichissime chiedere esempi e fatti, analoghi a quello che vediamo tra i nostri Esseni, ci converrebbe fare in questo punto lunghissima sosta, e tutte citare le istorie che i fanciulli ci narrano, consultatissiminel mondo pagano, e ciò che sarebbe più curioso ad udirsi, in seno eziandio del Cristianesimo. Se v’ha scrittura che abbia tolto a insegnare exprofesso i vari modi di consultare lo avvenire, egli è il Clavier che ebbi luogo di citarvi altravolta. Se le sue pagine svolgerete, troverete copia più ch’io non dico di fatti, di esempi, in cui erano i fanciulli quai veridici oracoli, stimati e consultati eziandio delle cose avvenire. E specialmente tra gli Egizi ed i Greci.—Ma ciò che più davvicino s’attiene ai nostri Esseni, egli è la storia dell’ebraismo. La quale nelle due sue grandissime epoche, Biblica e Rabbinica, non scarsi, non oscuri ci offre esempi congeneri a quelli che udiste nell’Essenato. Che i profeti sin da fanciulli si arrolassero nella sacra milizia, che prendessero sino dalla più tenera età ad esercitarsi nel sacro aringo di profezia, ella è cosa che emerge dai sacri libri per poco che si consultino. Basta pensare aiBene annebiim, che a suono di musica sacra, concitatrice, magistrale schiudevano il petto ai grandi pensieri, ai grandi affetti, scala e prodromo di profezia; basta pensare a Samuello, votato dalla madre sua appena trienne al servigio e al culto di Dio, che ignorando ancora che ci fosse al mondo profezia, ispirazione, ebbe in quella scena di una sublimità ed amabilità senza pari, il primo assaggio di quella profetica elevazione che dovea collocarlo a fianco di Mosè ed Aronne; pensare a Giosuè, che tuttavia fanciullo, siccome io interpreto, già ministrava nel divin culto; pensare a Giuseppe che ebbe sogni e visioni profetiche, mentre inconsapevole del loro senso, andava ingenuamente riferendoli a chi lo astiava; pensare ai Nazirei che si reclutavano principalmente tra i giovanetti, e che non alieni procedevano, siccome vedemmo altra volta, dal profetico officio, e soprattutto pensare a un verso diJoele, ove presagendo i doni profetici restituiti in Israel, augura ifigli nostri e le figlie e gli impuberi stessi, ai gradi eccelsi, sublimati di profezia.Ma l’epoca Rabbinica non meno feconda procede di analogie e di esempj parlanti, che tanto più intima provano la parentela tra Farisei ed Esseni.—Chi per poco volse lo sguardo al Talmud, già comprende quello che io dico, già le citazioni previene, e già corre colla mente alle legittime conseguenze. Non si potrebbe tanto esigere di somigliante, d’identico tra Farisei ed Esseni, che più la storia, che più il Talmud generoso non porga. Se il fanciullo è proclamato stromento condegno di profezia dai nostri Esseni, tale non meno è gridato dai dottori, dai talmudisti. Se gli Esseni i fanciulli profeti consultavano a divinazione del futuro, ed essi pure i Farisei li consultavano, dei quali infinite si narrano nel Talmud le domande ai fanciulli rivolte, colla frase solita sacramentale:Pesok li pesukih. E chi volesse riandare nel Talmud tutti i singoli fatti che depongono della esistenza di tal costume, opera farebbe lunga interminabile, tanto ne vanno gremite le pagine di quella grande compilazione. Nè io il farò, troppo standomi a cuore la speditezza di questa istoria. Solo, ingenuamente ve lo confesso, vi ha un fatto nel Talmud Babilonico che grave troppo sarebbemi sotto silenzio trapassare, e di cui pertanto piacemi fare in questo luogo breve menzione. Egli è là, ove si narra di alcuni fanciulli che sendo entrati secondo il solito nella scuola, nell’accademia e tardando tuttavia a venire i loro maestri, si dierono a favellare sull’alfabeto, sul nome, sulla forma eziandio delle lettere ebraiche; a trovare cenni, allegorie, moralità nella figura e nella posizione relativa delle lettere nell’alfabeto, tralle quali non poche si leggono locuzioni, sentenze che duro riesce, malgrado gli interpreti, tuttavia ad intendere, e che a parer mio non altrove possono trovare intelligenza adequatache nel sistema e nella terminologia dei cabbalisti. Or bene, se a prima giunta cotesti potessero parere non altro, che felici o forse anco capricciosi trastulli, non così dopo avere udito il maestro che sopravvenne. Il quale, presa ch’ebbe contezza delle costoro combinazioni alfabetiche, non ebbe scrupolo di sentenziare a dirittura, cose simili non essersi unqua udite dai tempi di Giosuè figliuolo di Nun. Ei pare che noi assistiamo ad un consesso, ad un esercizio di giovani Esseni, il luogo sacro, la solitudine, l’abbandono di quei fanciullini, e quindi lo spontaneo sbocciare delle loro idee, l’alfabeto, testo della puerizia, tolto a materia, a incentivo di più serie lucubrazioni, le parole glorificanti del maestro sopravvenuto; e sopratutto la convenienza anch’oggi sensibilissima delle frasi, delle imagini di quei parvoli colle frasi e colle imagini dei cabbalisti, ci sono altrettante linee, espressioni, fattezze riconoscibilissime della grande scuola dell’Essenato, ed altrettanti diplomi di consanguineità tra Farisei ed Esseni, tra questi ed i cabbalisti. I quali,e questo fia suggel ch’ogni uomo sganni, ammisero, celebrarono nei loro annali fanciulli celebri, straordinarj che verificarono nell’ordine religioso quei portenti che le passate e le moderne età, videro non infrequenti nei fanciulli, prodigiosi per ingegno prematuro, specialmente in matematica, qual fu a mo’ di esempio ilMangiamele. E benchè copiosa messe mi si offrirebbe dinanzi, se tutti volessi percorrere i vasti campi dei cabbalisti, pure di due fatti, di due fanciulli porteni farò menzione, l’uno antico, l’altro moderno. È il primo quel famosoIenocàdi cui si legge nelloZoar, nella lezioneBalac; e l’altro quelGaddiel Naar, non meno celebre per la precoce santità. E questo è, se non erro, abbastanza per confermare anche per questo verso l’identitàEssenico-Cabbalistica. E qui pertanto potrei far punto, ma nol farò sintantochènon vi abbia un’altra non meno preziosa storica attinenza, additata nel fatto suaccennato dei fanciulli talmudici. Voi non avete certo obliato la filiazione o almanco le grandi attinenze tra Cristianesimo ed Essenato. Or bene, fra i Vangeli apocrifi ve ne ha uno, se non erro l’arabo vangelo, ove il fanciullo Gesù, non solo è presentato disputante coi dottori della legge, ma nell’atto ci è mostrato altresì di studiare, di scuoprire ancor fanciullo, nellaforma, nelnome delle lettere ebraiche, i misteri della legge di Dio, ch’è quanto dire quello stesso esercizio che vedemmo prediletto dai fanciulli talmudici, e che noi crediamo esatto esempio, e pratica essenica per eccellenza, e come tale tolta a modello dal fanciullo Gesù, allievo dei nostri Esseni, o almeno dai vangelisti che ne scrisser la vita.Quest’ultimo riscontro non è men prezioso degli altri precedentemente ricordati. Egli è indizio, sintoma, di quell’armonia che solo il vero può produrre nell’esame e nella considerazione dei fatti, ed alla cui vista s’ingenera nell’animo dello studioso quel senso medesimo indefinibile di ben essere, che s’ingenera nel corpo dall’armonico funzionare di tutti i visceri, che non sapresti dire se risieda in questa parte od in quella, ma ch’è la resultante, ossia il quoziente della simultanea azione e riazione di tutte le parti.

LEZIONE VENTESIMOTTAVA.La storia delle predizioni degli Esseni ci ha occupato nella passata lezione, qual corollario della loro antropologia, qual parte della loro dogmatica. Ma di queste predizioni noi non abbiamo fatto che la storia reale esteriore, particolare, di alcuni singoli fatti. Ci manca saperne la teoria, la forma con cui procedevano gli individui che se ne occupavano a preferenza. La forma prediletta, peculiare agli Esseni, era l’interpretazione dei sogni. E chi ne ammonisce è Flavio Giuseppe nel 17º delle Antichità, cap. 15, dove narra diArchelaoche esposto il suo sogno ad un’Essena, ne ode la predizione della sua futura caduta la quale avvenne veramente com’era stata dall’Essena vaticinata, sendo stato all’epoca prefissa relegato da Cesare in Vienna città delle Gallie. E non solo gli altrui sogni toglievano a subbietto delle loro predizioni, ma di una spezie di rivelazione fornivano altresì nei loro sogni medesimi.—Alla quale e’ pare che si preparassero con le diurne meditazioni, se prestiam fede a certe parole che sul proposito ne trasmise Giuseppe. Pensano, egli dice, a Dio del continuo, attalchè nei loro sogni altro nella fantasia non sorge loro che le bellezze e le eccellenze delle perfezioni divine, e bene spesso dormendo fanno discorsi mirabili di questa divina filosofia. Queste sono testualissimeparole di Giuseppe. E benchè siamo nella regione dei sogni, si tratta di cose seriissime più che non credesi, e da fare molto a lungo vegliare. Noi non solleveremo le gran questioni psicologiche, religiose e fisiologiche altresì, che emergono naturalissime da quel curioso fenomeno che si chiama il sogno. Il volgo che crede ovvio, semplicissimo tuttochè non comprende, crede il sogno uno stato, una condizione fisico-morale, spiegabilissimi. Ma per i dotti! I dotti sieno essi filosofi, moralisti, medici, fisiologi, non hanno creduto il fatto così semplice come il volgo s’immagina. I loro libri, le congetture, i dispareri, e specialmente la grandissima questione si può dire odierna del sonno magnetico e quella più antica dei sonnambuli, fanno fede come qualche cosa vi sia là entro che resta tuttavia indecifrato. Ma queste cose basti accennare, e come da lontano additare, senza più oltre soffermarvici che l’argomento non comporta. Piuttosto diremo dei sistemi delle scuole, che credettero i sogni capaci, suscettibili d’interpretazione, fra le quali quella figura per prima che fu tanto meritamente da Giuseppe equiparata all’istituto degli Esseni, la scuola deiPitagorici. E chi ce lo insegna è tale che già altre volte abbiamo veduto anche troppo circospetto nella scelta e nella critica delle memorie antiche, è il Ritter nellaStoria della filosofia. I Pitagorici dunque anche per questo verso porgono la mano ai nostri Esseni, e nuovo punto ci offrono di contatto col grand’Istituto nella interpretazione dei sogni. E se io dovessi di tutto discorrere di quei tempj, di quegli oracoli, che in Grecia tutta, e fuora eziandio, girono famosi per sogni, che colà si procuravano, s’interpretavano, io farei opera interminabile benchè grandemente curiosa e istruttiva. Piuttosto è da vedersi il Clavier nella Memoria letta all’Accademia di Franciasugli oracoli antichi;e se non fosse troppa temerità per me l’esprimere un voto il quale è forse a quest’ora adempito, io vorrei che qualche scienziato, appo il quale non sono in conto di fole le prodigiose indicazioni di alcuni malati sottoposti al sonno magnetico, studiasse i rapporti di questi sogni, di queste cure istintive, e quasi direiautoterapie, colle famose cure di Epidauro, ove i malati dopo diuturne preparazioni ricevevano la notte in sogno i presagi e le indicazioni dell’esito finale dei loro morbi. Ma gli Esseni non hanno solamente l’antichità a complice del loro sistema di predizione. I tempi moderni ci somministrano esempj grandi, cospicui, vuoi di uomini gravi che non del tutto rifiutarono le indicazioni dei sogni, vuoi di fatti storici straordinarj che molto dànno da pensare sulla natura e sul valore dei sogni. Fra i primi non citeròMenasce ben Israelche un capitolo dottissimo consacrava dell’opera sua alla materia dei sogni, e solo nol citerò perchè sendo egli alla perfine Teologo e Rabbino, meglio alle sacre autorità appartiene che alle profane, delle quali soltanto per adesso ci occupiamo. Nemmeno citerò Galeno che narra di un uomo, al quale parevagli in sogno avere una coscia di pietra e che divenne dopo pochi dì paralitico.—Nemmeno dirò di Plinio il quale riferisce di Cornelio Rufo, a cui avvenne di credere in sogno d’aver la vista perduta, e che si destò cieco per amaurosi; nemmen parlerò di Corrado Gemed, che sogna d’essere morso in seno da un serpente, e che gli nasce in fatti sotto l’ascella un bubbone pestilenziale che lo rapisce in cinque giorni di vita; e di questi ed altri simili tacerò, perchè sanno sempre alcun poco d’antico e perciò stesso per i più sanno ancora di incredibile, di stravagante. Ma quanto più singolare a vedersi non è l’ossequio di alcuni dei più illustri moderni! Fra i quali riluce per splendore d’animo e dimente Beniamino Franklin di cui così parla il materialista Cabanis. «Io conobbi, egli dice,un uomo savissimo e istruitissimo, l’illustre Beniamino Franklin, che credeva essere stato più volte ammonito in sogno degli affari che l’occupavano. La sua testa forte e d’altronde libera di pregiudizj, non aveva potuto premunirsi da ogni idea superstiziosa quanto a questi interni avvertimenti.» Così sentenzia Cabanis. E pur, vedete curiosissimo scherzo di fortuna, o piuttosto grave monitorio di provvidenza! Era riserbato al corifeo del materialismo moderno, a Voltaire, all’uomo che involse ogni cosa in un riso universale, il porgere, e porgere, lo che più monta, nella sua stessa persona luminoso attestato della efficacia o almeno della tuttor enigmatica natura dei sogni. Tutti sanno come opera sua sia laEnriade; ma non tutti sanno un curioso episodio nella genesi di quel Poema. Vi è un capitolo che è opera sì di Voltaire, ma non già di Voltaire desto, ma di Voltaire dormiente. Anzi di Voltaire che sogna, e nel sogno prosegue l’opera incominciata nel giorno, e destato si trova più ricco di un capitolo nella tessitura di quel Poema. Non si legge che Voltaire abbia preso da indi innanzi a rider meno dei sogni; la sua filosofia non era ancora passata allo stato di pregiudizio, perch’egli come degli altrui pregiudizj se ne facesse irrisore: ma si legge bensì di un altro, di un vivente, che io non metto certo a paro di Voltaire, perchè troppo lo amo e rispetto, ma che pure non ci offre a veder bene meno sensibile anomalia. E quando dico anomalia per Luzzatto il prestar fede ai sogni, non è certo per quei sogni storici straordinarj, profetici in cui Dio parla all’uomo che sogna, come parlar può e parla difatti all’uomo ch’è desto; ognuno che creda alla rivelazione, che creda alla Bibbia, non può senza incoerenza, senza empietà, discredere a questaspecie di sogni; ma dico dei sogni in generale, di quelli che tutti possiam conseguire, della natura loro semiprofetica, del valore loro proprio naturalissimo, e non solo qual mezzo, qual veicolo d’ispirazione. Le quali cose, se non ammesse, quasi consentite dal nostro Luzzatto provano due cose ad un tempo, che le idee Cabbalistiche quando non entrano in certi spiriti per la gran porta, vi entrano per certi calli obliqui ed oscuri pertugi, e quasi non dissi di contrabbando.Che se dalle autorità e dagli esempi scientifici trapassiamo agli esempi, ai precedenti, ed alle autorità bibliche talmudiche cabbalistiche, vedremo come sempre gli Esseni radicarsi nella più venerata e autorevole antichità ebraica. Io stimo soverchia opera citare gli esempi e le autorità della Bibbia, tanto mi sembrano ovvii e conosciuti. Il sogno non solo lo vediamo figurare in fatto quale suprema manifestazione dei divini voleri, e presagi dell’avvenire in Giacobbe, in Giuseppe, in Faraone, ma egli è altresì, qual grado infimo sì, ma pur legittimo annoverato di profezia, ogni qual volta della gerarchia si favella dei veggenti, e della profetica gradazione; testimone il verso ove Dio parlando ad Aronne e Miriam, chiama a fruire delle sue ispirazioni chiunque per visione o per sogno si sentisse capace di aspirarvi; testimone Saulle, che consultò invano il Signore, dice la Bibbia, per tutte le vie per le quali è consultabile, per lavia dei sogni, dellaprofeziae dell’oracolo degli Urim, testimone Giobbe ove qual mezzo di cui Dio si vale per svelare agli uomini le sue intenzioni, parla dei sogni e delle visioni notturne, e di questi tratti chi volesse nella Bibbia raccôrre, ne troverebbe più ch’io non dica espliciti e numerosi. E il Talmud in questo come in altre cose procede alla Bibbia conforme. Non solo il carattere semiprofetico del sogno vi è confessatohalom ehad miscisceni bannebuà; non soloil rimanere per sette giorni senza sognare vi è chiarito qual indizio di anima non buona; non solo un lungo novero vi è tessuto delle cose che indicano in sogno lieto o sinistro presagio; non solo i sogni vi si dicono subordinati alla loro interpretazione, massima incomprensibile se non si intende alla luce della pratica essenica che i sogni considerava qual esteriore incentivo, alla mente ispirata dello interprete, non solo si narra de’ Cesari che ai Dottori ricorrevano per la interpretazione dei sogni; non solo mirabilmente conferma il deposto rabbinico una satira di Giovenale, la VI se non erro, ove racconta degli sciocchi Romani che la interpretazione dei sogni chiedevano agli Ebrei colà dimoranti; non solo tutto questo, ma quello speciale carattere eziandio da Giuseppe attribuito alle esseniche visioni quali ispiratrici di discorsi e ragionamenti filosofici, dottrinali, rifulge non meno nei sogni dei Farisei. Nei quali non è raro il vedervi Dottori ammoniti a ritrattarsi di una interpretazione, a più esatta formarsi l’idea di una impurità, a meglio comprendere la pratica di un rito; e ciò che più fedelmente riproduce la fisonomia dei sogni profetici dell’essenato, è quello che vediamo tra i cabbalisti e tra quei Dottori eziandio che senza fare del misticismo precipuo scopo dei loro studj, ne ammettono almeno la veracità e i titoli. Singolar cosa ma pur verissima, oltre gli esempi non oscuri, non scarsi che ne porge lo Zoar, di sogni istruttivi, dottrinali, rivelatori, quali appunto furon quelli dei nostri Esseni, ella è una pratica tra i cabbalisti e tra i loro aderenti, che meglio a capello non potrebbe ritrarre la pratica degli Esseni.—Se qualche urgente bisogno li spinge a consultare l’avvenire; non basta, se qualche dubbio in capo gli tenzona intorno ad un subbietto vuoi dogmatico, vuoi rituale, o in qualche siasi maniera religioso, ella è una via autorizzata, accreditata in cui simettono speranzosi, anzi fiduciosissimi nella bontà del responso, ed è quella che dicesisceelat halom.—Nel riposo dei loro sensi, nella concentrazione delle forze loro psichiche, spirituali, eglino credono l’anima capace di comprendere cose che nello stato di veglia saria tornato loro duro a comprendere. E ciò che non è meno singolare a notarsi egli è, come questa specie di responsi siano stati disposti in iscritti e per le stampe eziandio pubblicati, siccome fa fede, per non dire di altro, la edizione non ha guari mandata fuori in Conisberga di un’antichissima compilazione di tai consulti, e di cui informava il mondo israelitico, nel prezioso suo giornale bibliograficoMazchir, il mio dotto amico Marco Steischneider di Berlino.Ma noi abbiamo detto, se non erro, abbastanza della forma particolare che assumevano a preferenza le predizioni dei nostri Esseni, la forma di sogni profetici: dobbiamo dire ora chi erano coloro che nell’Essenato più credeansi capaci di tale straordinaria irradiazione profetica. Giuseppe, il grande storico dell’Essenato, quì pure soccorre all’uopo opportuno, e naturali e più consultati interpreti dell’avvenire ci addita quei fanciulli che sino, egli dice, dalla loro tenera età venivano alla profezia educati collo studiare dei sacri libri dell’Essenato.—Voi l’udiste, sono i fanciulli al dire di Giuseppe che rendono i responsi sulle cose avvenire in seno agli Esseni, o per dir meglio ei sono i profeti tra gli Esseni, che sino dalla loro fanciullezza si vanno al grande officio educando di profetare. Se vaghi voi foste di pellegrina erudizione, se vi piacesse nella esposizione nostra soprassedere, onde a popoli e a religioni antichissime chiedere esempi e fatti, analoghi a quello che vediamo tra i nostri Esseni, ci converrebbe fare in questo punto lunghissima sosta, e tutte citare le istorie che i fanciulli ci narrano, consultatissiminel mondo pagano, e ciò che sarebbe più curioso ad udirsi, in seno eziandio del Cristianesimo. Se v’ha scrittura che abbia tolto a insegnare exprofesso i vari modi di consultare lo avvenire, egli è il Clavier che ebbi luogo di citarvi altravolta. Se le sue pagine svolgerete, troverete copia più ch’io non dico di fatti, di esempi, in cui erano i fanciulli quai veridici oracoli, stimati e consultati eziandio delle cose avvenire. E specialmente tra gli Egizi ed i Greci.—Ma ciò che più davvicino s’attiene ai nostri Esseni, egli è la storia dell’ebraismo. La quale nelle due sue grandissime epoche, Biblica e Rabbinica, non scarsi, non oscuri ci offre esempi congeneri a quelli che udiste nell’Essenato. Che i profeti sin da fanciulli si arrolassero nella sacra milizia, che prendessero sino dalla più tenera età ad esercitarsi nel sacro aringo di profezia, ella è cosa che emerge dai sacri libri per poco che si consultino. Basta pensare aiBene annebiim, che a suono di musica sacra, concitatrice, magistrale schiudevano il petto ai grandi pensieri, ai grandi affetti, scala e prodromo di profezia; basta pensare a Samuello, votato dalla madre sua appena trienne al servigio e al culto di Dio, che ignorando ancora che ci fosse al mondo profezia, ispirazione, ebbe in quella scena di una sublimità ed amabilità senza pari, il primo assaggio di quella profetica elevazione che dovea collocarlo a fianco di Mosè ed Aronne; pensare a Giosuè, che tuttavia fanciullo, siccome io interpreto, già ministrava nel divin culto; pensare a Giuseppe che ebbe sogni e visioni profetiche, mentre inconsapevole del loro senso, andava ingenuamente riferendoli a chi lo astiava; pensare ai Nazirei che si reclutavano principalmente tra i giovanetti, e che non alieni procedevano, siccome vedemmo altra volta, dal profetico officio, e soprattutto pensare a un verso diJoele, ove presagendo i doni profetici restituiti in Israel, augura ifigli nostri e le figlie e gli impuberi stessi, ai gradi eccelsi, sublimati di profezia.Ma l’epoca Rabbinica non meno feconda procede di analogie e di esempj parlanti, che tanto più intima provano la parentela tra Farisei ed Esseni.—Chi per poco volse lo sguardo al Talmud, già comprende quello che io dico, già le citazioni previene, e già corre colla mente alle legittime conseguenze. Non si potrebbe tanto esigere di somigliante, d’identico tra Farisei ed Esseni, che più la storia, che più il Talmud generoso non porga. Se il fanciullo è proclamato stromento condegno di profezia dai nostri Esseni, tale non meno è gridato dai dottori, dai talmudisti. Se gli Esseni i fanciulli profeti consultavano a divinazione del futuro, ed essi pure i Farisei li consultavano, dei quali infinite si narrano nel Talmud le domande ai fanciulli rivolte, colla frase solita sacramentale:Pesok li pesukih. E chi volesse riandare nel Talmud tutti i singoli fatti che depongono della esistenza di tal costume, opera farebbe lunga interminabile, tanto ne vanno gremite le pagine di quella grande compilazione. Nè io il farò, troppo standomi a cuore la speditezza di questa istoria. Solo, ingenuamente ve lo confesso, vi ha un fatto nel Talmud Babilonico che grave troppo sarebbemi sotto silenzio trapassare, e di cui pertanto piacemi fare in questo luogo breve menzione. Egli è là, ove si narra di alcuni fanciulli che sendo entrati secondo il solito nella scuola, nell’accademia e tardando tuttavia a venire i loro maestri, si dierono a favellare sull’alfabeto, sul nome, sulla forma eziandio delle lettere ebraiche; a trovare cenni, allegorie, moralità nella figura e nella posizione relativa delle lettere nell’alfabeto, tralle quali non poche si leggono locuzioni, sentenze che duro riesce, malgrado gli interpreti, tuttavia ad intendere, e che a parer mio non altrove possono trovare intelligenza adequatache nel sistema e nella terminologia dei cabbalisti. Or bene, se a prima giunta cotesti potessero parere non altro, che felici o forse anco capricciosi trastulli, non così dopo avere udito il maestro che sopravvenne. Il quale, presa ch’ebbe contezza delle costoro combinazioni alfabetiche, non ebbe scrupolo di sentenziare a dirittura, cose simili non essersi unqua udite dai tempi di Giosuè figliuolo di Nun. Ei pare che noi assistiamo ad un consesso, ad un esercizio di giovani Esseni, il luogo sacro, la solitudine, l’abbandono di quei fanciullini, e quindi lo spontaneo sbocciare delle loro idee, l’alfabeto, testo della puerizia, tolto a materia, a incentivo di più serie lucubrazioni, le parole glorificanti del maestro sopravvenuto; e sopratutto la convenienza anch’oggi sensibilissima delle frasi, delle imagini di quei parvoli colle frasi e colle imagini dei cabbalisti, ci sono altrettante linee, espressioni, fattezze riconoscibilissime della grande scuola dell’Essenato, ed altrettanti diplomi di consanguineità tra Farisei ed Esseni, tra questi ed i cabbalisti. I quali,e questo fia suggel ch’ogni uomo sganni, ammisero, celebrarono nei loro annali fanciulli celebri, straordinarj che verificarono nell’ordine religioso quei portenti che le passate e le moderne età, videro non infrequenti nei fanciulli, prodigiosi per ingegno prematuro, specialmente in matematica, qual fu a mo’ di esempio ilMangiamele. E benchè copiosa messe mi si offrirebbe dinanzi, se tutti volessi percorrere i vasti campi dei cabbalisti, pure di due fatti, di due fanciulli porteni farò menzione, l’uno antico, l’altro moderno. È il primo quel famosoIenocàdi cui si legge nelloZoar, nella lezioneBalac; e l’altro quelGaddiel Naar, non meno celebre per la precoce santità. E questo è, se non erro, abbastanza per confermare anche per questo verso l’identitàEssenico-Cabbalistica. E qui pertanto potrei far punto, ma nol farò sintantochènon vi abbia un’altra non meno preziosa storica attinenza, additata nel fatto suaccennato dei fanciulli talmudici. Voi non avete certo obliato la filiazione o almanco le grandi attinenze tra Cristianesimo ed Essenato. Or bene, fra i Vangeli apocrifi ve ne ha uno, se non erro l’arabo vangelo, ove il fanciullo Gesù, non solo è presentato disputante coi dottori della legge, ma nell’atto ci è mostrato altresì di studiare, di scuoprire ancor fanciullo, nellaforma, nelnome delle lettere ebraiche, i misteri della legge di Dio, ch’è quanto dire quello stesso esercizio che vedemmo prediletto dai fanciulli talmudici, e che noi crediamo esatto esempio, e pratica essenica per eccellenza, e come tale tolta a modello dal fanciullo Gesù, allievo dei nostri Esseni, o almeno dai vangelisti che ne scrisser la vita.Quest’ultimo riscontro non è men prezioso degli altri precedentemente ricordati. Egli è indizio, sintoma, di quell’armonia che solo il vero può produrre nell’esame e nella considerazione dei fatti, ed alla cui vista s’ingenera nell’animo dello studioso quel senso medesimo indefinibile di ben essere, che s’ingenera nel corpo dall’armonico funzionare di tutti i visceri, che non sapresti dire se risieda in questa parte od in quella, ma ch’è la resultante, ossia il quoziente della simultanea azione e riazione di tutte le parti.

La storia delle predizioni degli Esseni ci ha occupato nella passata lezione, qual corollario della loro antropologia, qual parte della loro dogmatica. Ma di queste predizioni noi non abbiamo fatto che la storia reale esteriore, particolare, di alcuni singoli fatti. Ci manca saperne la teoria, la forma con cui procedevano gli individui che se ne occupavano a preferenza. La forma prediletta, peculiare agli Esseni, era l’interpretazione dei sogni. E chi ne ammonisce è Flavio Giuseppe nel 17º delle Antichità, cap. 15, dove narra diArchelaoche esposto il suo sogno ad un’Essena, ne ode la predizione della sua futura caduta la quale avvenne veramente com’era stata dall’Essena vaticinata, sendo stato all’epoca prefissa relegato da Cesare in Vienna città delle Gallie. E non solo gli altrui sogni toglievano a subbietto delle loro predizioni, ma di una spezie di rivelazione fornivano altresì nei loro sogni medesimi.—Alla quale e’ pare che si preparassero con le diurne meditazioni, se prestiam fede a certe parole che sul proposito ne trasmise Giuseppe. Pensano, egli dice, a Dio del continuo, attalchè nei loro sogni altro nella fantasia non sorge loro che le bellezze e le eccellenze delle perfezioni divine, e bene spesso dormendo fanno discorsi mirabili di questa divina filosofia. Queste sono testualissimeparole di Giuseppe. E benchè siamo nella regione dei sogni, si tratta di cose seriissime più che non credesi, e da fare molto a lungo vegliare. Noi non solleveremo le gran questioni psicologiche, religiose e fisiologiche altresì, che emergono naturalissime da quel curioso fenomeno che si chiama il sogno. Il volgo che crede ovvio, semplicissimo tuttochè non comprende, crede il sogno uno stato, una condizione fisico-morale, spiegabilissimi. Ma per i dotti! I dotti sieno essi filosofi, moralisti, medici, fisiologi, non hanno creduto il fatto così semplice come il volgo s’immagina. I loro libri, le congetture, i dispareri, e specialmente la grandissima questione si può dire odierna del sonno magnetico e quella più antica dei sonnambuli, fanno fede come qualche cosa vi sia là entro che resta tuttavia indecifrato. Ma queste cose basti accennare, e come da lontano additare, senza più oltre soffermarvici che l’argomento non comporta. Piuttosto diremo dei sistemi delle scuole, che credettero i sogni capaci, suscettibili d’interpretazione, fra le quali quella figura per prima che fu tanto meritamente da Giuseppe equiparata all’istituto degli Esseni, la scuola deiPitagorici. E chi ce lo insegna è tale che già altre volte abbiamo veduto anche troppo circospetto nella scelta e nella critica delle memorie antiche, è il Ritter nellaStoria della filosofia. I Pitagorici dunque anche per questo verso porgono la mano ai nostri Esseni, e nuovo punto ci offrono di contatto col grand’Istituto nella interpretazione dei sogni. E se io dovessi di tutto discorrere di quei tempj, di quegli oracoli, che in Grecia tutta, e fuora eziandio, girono famosi per sogni, che colà si procuravano, s’interpretavano, io farei opera interminabile benchè grandemente curiosa e istruttiva. Piuttosto è da vedersi il Clavier nella Memoria letta all’Accademia di Franciasugli oracoli antichi;e se non fosse troppa temerità per me l’esprimere un voto il quale è forse a quest’ora adempito, io vorrei che qualche scienziato, appo il quale non sono in conto di fole le prodigiose indicazioni di alcuni malati sottoposti al sonno magnetico, studiasse i rapporti di questi sogni, di queste cure istintive, e quasi direiautoterapie, colle famose cure di Epidauro, ove i malati dopo diuturne preparazioni ricevevano la notte in sogno i presagi e le indicazioni dell’esito finale dei loro morbi. Ma gli Esseni non hanno solamente l’antichità a complice del loro sistema di predizione. I tempi moderni ci somministrano esempj grandi, cospicui, vuoi di uomini gravi che non del tutto rifiutarono le indicazioni dei sogni, vuoi di fatti storici straordinarj che molto dànno da pensare sulla natura e sul valore dei sogni. Fra i primi non citeròMenasce ben Israelche un capitolo dottissimo consacrava dell’opera sua alla materia dei sogni, e solo nol citerò perchè sendo egli alla perfine Teologo e Rabbino, meglio alle sacre autorità appartiene che alle profane, delle quali soltanto per adesso ci occupiamo. Nemmeno citerò Galeno che narra di un uomo, al quale parevagli in sogno avere una coscia di pietra e che divenne dopo pochi dì paralitico.—Nemmeno dirò di Plinio il quale riferisce di Cornelio Rufo, a cui avvenne di credere in sogno d’aver la vista perduta, e che si destò cieco per amaurosi; nemmen parlerò di Corrado Gemed, che sogna d’essere morso in seno da un serpente, e che gli nasce in fatti sotto l’ascella un bubbone pestilenziale che lo rapisce in cinque giorni di vita; e di questi ed altri simili tacerò, perchè sanno sempre alcun poco d’antico e perciò stesso per i più sanno ancora di incredibile, di stravagante. Ma quanto più singolare a vedersi non è l’ossequio di alcuni dei più illustri moderni! Fra i quali riluce per splendore d’animo e dimente Beniamino Franklin di cui così parla il materialista Cabanis. «Io conobbi, egli dice,un uomo savissimo e istruitissimo, l’illustre Beniamino Franklin, che credeva essere stato più volte ammonito in sogno degli affari che l’occupavano. La sua testa forte e d’altronde libera di pregiudizj, non aveva potuto premunirsi da ogni idea superstiziosa quanto a questi interni avvertimenti.» Così sentenzia Cabanis. E pur, vedete curiosissimo scherzo di fortuna, o piuttosto grave monitorio di provvidenza! Era riserbato al corifeo del materialismo moderno, a Voltaire, all’uomo che involse ogni cosa in un riso universale, il porgere, e porgere, lo che più monta, nella sua stessa persona luminoso attestato della efficacia o almeno della tuttor enigmatica natura dei sogni. Tutti sanno come opera sua sia laEnriade; ma non tutti sanno un curioso episodio nella genesi di quel Poema. Vi è un capitolo che è opera sì di Voltaire, ma non già di Voltaire desto, ma di Voltaire dormiente. Anzi di Voltaire che sogna, e nel sogno prosegue l’opera incominciata nel giorno, e destato si trova più ricco di un capitolo nella tessitura di quel Poema. Non si legge che Voltaire abbia preso da indi innanzi a rider meno dei sogni; la sua filosofia non era ancora passata allo stato di pregiudizio, perch’egli come degli altrui pregiudizj se ne facesse irrisore: ma si legge bensì di un altro, di un vivente, che io non metto certo a paro di Voltaire, perchè troppo lo amo e rispetto, ma che pure non ci offre a veder bene meno sensibile anomalia. E quando dico anomalia per Luzzatto il prestar fede ai sogni, non è certo per quei sogni storici straordinarj, profetici in cui Dio parla all’uomo che sogna, come parlar può e parla difatti all’uomo ch’è desto; ognuno che creda alla rivelazione, che creda alla Bibbia, non può senza incoerenza, senza empietà, discredere a questaspecie di sogni; ma dico dei sogni in generale, di quelli che tutti possiam conseguire, della natura loro semiprofetica, del valore loro proprio naturalissimo, e non solo qual mezzo, qual veicolo d’ispirazione. Le quali cose, se non ammesse, quasi consentite dal nostro Luzzatto provano due cose ad un tempo, che le idee Cabbalistiche quando non entrano in certi spiriti per la gran porta, vi entrano per certi calli obliqui ed oscuri pertugi, e quasi non dissi di contrabbando.

Che se dalle autorità e dagli esempi scientifici trapassiamo agli esempi, ai precedenti, ed alle autorità bibliche talmudiche cabbalistiche, vedremo come sempre gli Esseni radicarsi nella più venerata e autorevole antichità ebraica. Io stimo soverchia opera citare gli esempi e le autorità della Bibbia, tanto mi sembrano ovvii e conosciuti. Il sogno non solo lo vediamo figurare in fatto quale suprema manifestazione dei divini voleri, e presagi dell’avvenire in Giacobbe, in Giuseppe, in Faraone, ma egli è altresì, qual grado infimo sì, ma pur legittimo annoverato di profezia, ogni qual volta della gerarchia si favella dei veggenti, e della profetica gradazione; testimone il verso ove Dio parlando ad Aronne e Miriam, chiama a fruire delle sue ispirazioni chiunque per visione o per sogno si sentisse capace di aspirarvi; testimone Saulle, che consultò invano il Signore, dice la Bibbia, per tutte le vie per le quali è consultabile, per lavia dei sogni, dellaprofeziae dell’oracolo degli Urim, testimone Giobbe ove qual mezzo di cui Dio si vale per svelare agli uomini le sue intenzioni, parla dei sogni e delle visioni notturne, e di questi tratti chi volesse nella Bibbia raccôrre, ne troverebbe più ch’io non dica espliciti e numerosi. E il Talmud in questo come in altre cose procede alla Bibbia conforme. Non solo il carattere semiprofetico del sogno vi è confessatohalom ehad miscisceni bannebuà; non soloil rimanere per sette giorni senza sognare vi è chiarito qual indizio di anima non buona; non solo un lungo novero vi è tessuto delle cose che indicano in sogno lieto o sinistro presagio; non solo i sogni vi si dicono subordinati alla loro interpretazione, massima incomprensibile se non si intende alla luce della pratica essenica che i sogni considerava qual esteriore incentivo, alla mente ispirata dello interprete, non solo si narra de’ Cesari che ai Dottori ricorrevano per la interpretazione dei sogni; non solo mirabilmente conferma il deposto rabbinico una satira di Giovenale, la VI se non erro, ove racconta degli sciocchi Romani che la interpretazione dei sogni chiedevano agli Ebrei colà dimoranti; non solo tutto questo, ma quello speciale carattere eziandio da Giuseppe attribuito alle esseniche visioni quali ispiratrici di discorsi e ragionamenti filosofici, dottrinali, rifulge non meno nei sogni dei Farisei. Nei quali non è raro il vedervi Dottori ammoniti a ritrattarsi di una interpretazione, a più esatta formarsi l’idea di una impurità, a meglio comprendere la pratica di un rito; e ciò che più fedelmente riproduce la fisonomia dei sogni profetici dell’essenato, è quello che vediamo tra i cabbalisti e tra quei Dottori eziandio che senza fare del misticismo precipuo scopo dei loro studj, ne ammettono almeno la veracità e i titoli. Singolar cosa ma pur verissima, oltre gli esempi non oscuri, non scarsi che ne porge lo Zoar, di sogni istruttivi, dottrinali, rivelatori, quali appunto furon quelli dei nostri Esseni, ella è una pratica tra i cabbalisti e tra i loro aderenti, che meglio a capello non potrebbe ritrarre la pratica degli Esseni.—Se qualche urgente bisogno li spinge a consultare l’avvenire; non basta, se qualche dubbio in capo gli tenzona intorno ad un subbietto vuoi dogmatico, vuoi rituale, o in qualche siasi maniera religioso, ella è una via autorizzata, accreditata in cui simettono speranzosi, anzi fiduciosissimi nella bontà del responso, ed è quella che dicesisceelat halom.—Nel riposo dei loro sensi, nella concentrazione delle forze loro psichiche, spirituali, eglino credono l’anima capace di comprendere cose che nello stato di veglia saria tornato loro duro a comprendere. E ciò che non è meno singolare a notarsi egli è, come questa specie di responsi siano stati disposti in iscritti e per le stampe eziandio pubblicati, siccome fa fede, per non dire di altro, la edizione non ha guari mandata fuori in Conisberga di un’antichissima compilazione di tai consulti, e di cui informava il mondo israelitico, nel prezioso suo giornale bibliograficoMazchir, il mio dotto amico Marco Steischneider di Berlino.

Ma noi abbiamo detto, se non erro, abbastanza della forma particolare che assumevano a preferenza le predizioni dei nostri Esseni, la forma di sogni profetici: dobbiamo dire ora chi erano coloro che nell’Essenato più credeansi capaci di tale straordinaria irradiazione profetica. Giuseppe, il grande storico dell’Essenato, quì pure soccorre all’uopo opportuno, e naturali e più consultati interpreti dell’avvenire ci addita quei fanciulli che sino, egli dice, dalla loro tenera età venivano alla profezia educati collo studiare dei sacri libri dell’Essenato.—Voi l’udiste, sono i fanciulli al dire di Giuseppe che rendono i responsi sulle cose avvenire in seno agli Esseni, o per dir meglio ei sono i profeti tra gli Esseni, che sino dalla loro fanciullezza si vanno al grande officio educando di profetare. Se vaghi voi foste di pellegrina erudizione, se vi piacesse nella esposizione nostra soprassedere, onde a popoli e a religioni antichissime chiedere esempi e fatti, analoghi a quello che vediamo tra i nostri Esseni, ci converrebbe fare in questo punto lunghissima sosta, e tutte citare le istorie che i fanciulli ci narrano, consultatissiminel mondo pagano, e ciò che sarebbe più curioso ad udirsi, in seno eziandio del Cristianesimo. Se v’ha scrittura che abbia tolto a insegnare exprofesso i vari modi di consultare lo avvenire, egli è il Clavier che ebbi luogo di citarvi altravolta. Se le sue pagine svolgerete, troverete copia più ch’io non dico di fatti, di esempi, in cui erano i fanciulli quai veridici oracoli, stimati e consultati eziandio delle cose avvenire. E specialmente tra gli Egizi ed i Greci.—Ma ciò che più davvicino s’attiene ai nostri Esseni, egli è la storia dell’ebraismo. La quale nelle due sue grandissime epoche, Biblica e Rabbinica, non scarsi, non oscuri ci offre esempi congeneri a quelli che udiste nell’Essenato. Che i profeti sin da fanciulli si arrolassero nella sacra milizia, che prendessero sino dalla più tenera età ad esercitarsi nel sacro aringo di profezia, ella è cosa che emerge dai sacri libri per poco che si consultino. Basta pensare aiBene annebiim, che a suono di musica sacra, concitatrice, magistrale schiudevano il petto ai grandi pensieri, ai grandi affetti, scala e prodromo di profezia; basta pensare a Samuello, votato dalla madre sua appena trienne al servigio e al culto di Dio, che ignorando ancora che ci fosse al mondo profezia, ispirazione, ebbe in quella scena di una sublimità ed amabilità senza pari, il primo assaggio di quella profetica elevazione che dovea collocarlo a fianco di Mosè ed Aronne; pensare a Giosuè, che tuttavia fanciullo, siccome io interpreto, già ministrava nel divin culto; pensare a Giuseppe che ebbe sogni e visioni profetiche, mentre inconsapevole del loro senso, andava ingenuamente riferendoli a chi lo astiava; pensare ai Nazirei che si reclutavano principalmente tra i giovanetti, e che non alieni procedevano, siccome vedemmo altra volta, dal profetico officio, e soprattutto pensare a un verso diJoele, ove presagendo i doni profetici restituiti in Israel, augura ifigli nostri e le figlie e gli impuberi stessi, ai gradi eccelsi, sublimati di profezia.

Ma l’epoca Rabbinica non meno feconda procede di analogie e di esempj parlanti, che tanto più intima provano la parentela tra Farisei ed Esseni.—Chi per poco volse lo sguardo al Talmud, già comprende quello che io dico, già le citazioni previene, e già corre colla mente alle legittime conseguenze. Non si potrebbe tanto esigere di somigliante, d’identico tra Farisei ed Esseni, che più la storia, che più il Talmud generoso non porga. Se il fanciullo è proclamato stromento condegno di profezia dai nostri Esseni, tale non meno è gridato dai dottori, dai talmudisti. Se gli Esseni i fanciulli profeti consultavano a divinazione del futuro, ed essi pure i Farisei li consultavano, dei quali infinite si narrano nel Talmud le domande ai fanciulli rivolte, colla frase solita sacramentale:Pesok li pesukih. E chi volesse riandare nel Talmud tutti i singoli fatti che depongono della esistenza di tal costume, opera farebbe lunga interminabile, tanto ne vanno gremite le pagine di quella grande compilazione. Nè io il farò, troppo standomi a cuore la speditezza di questa istoria. Solo, ingenuamente ve lo confesso, vi ha un fatto nel Talmud Babilonico che grave troppo sarebbemi sotto silenzio trapassare, e di cui pertanto piacemi fare in questo luogo breve menzione. Egli è là, ove si narra di alcuni fanciulli che sendo entrati secondo il solito nella scuola, nell’accademia e tardando tuttavia a venire i loro maestri, si dierono a favellare sull’alfabeto, sul nome, sulla forma eziandio delle lettere ebraiche; a trovare cenni, allegorie, moralità nella figura e nella posizione relativa delle lettere nell’alfabeto, tralle quali non poche si leggono locuzioni, sentenze che duro riesce, malgrado gli interpreti, tuttavia ad intendere, e che a parer mio non altrove possono trovare intelligenza adequatache nel sistema e nella terminologia dei cabbalisti. Or bene, se a prima giunta cotesti potessero parere non altro, che felici o forse anco capricciosi trastulli, non così dopo avere udito il maestro che sopravvenne. Il quale, presa ch’ebbe contezza delle costoro combinazioni alfabetiche, non ebbe scrupolo di sentenziare a dirittura, cose simili non essersi unqua udite dai tempi di Giosuè figliuolo di Nun. Ei pare che noi assistiamo ad un consesso, ad un esercizio di giovani Esseni, il luogo sacro, la solitudine, l’abbandono di quei fanciullini, e quindi lo spontaneo sbocciare delle loro idee, l’alfabeto, testo della puerizia, tolto a materia, a incentivo di più serie lucubrazioni, le parole glorificanti del maestro sopravvenuto; e sopratutto la convenienza anch’oggi sensibilissima delle frasi, delle imagini di quei parvoli colle frasi e colle imagini dei cabbalisti, ci sono altrettante linee, espressioni, fattezze riconoscibilissime della grande scuola dell’Essenato, ed altrettanti diplomi di consanguineità tra Farisei ed Esseni, tra questi ed i cabbalisti. I quali,e questo fia suggel ch’ogni uomo sganni, ammisero, celebrarono nei loro annali fanciulli celebri, straordinarj che verificarono nell’ordine religioso quei portenti che le passate e le moderne età, videro non infrequenti nei fanciulli, prodigiosi per ingegno prematuro, specialmente in matematica, qual fu a mo’ di esempio ilMangiamele. E benchè copiosa messe mi si offrirebbe dinanzi, se tutti volessi percorrere i vasti campi dei cabbalisti, pure di due fatti, di due fanciulli porteni farò menzione, l’uno antico, l’altro moderno. È il primo quel famosoIenocàdi cui si legge nelloZoar, nella lezioneBalac; e l’altro quelGaddiel Naar, non meno celebre per la precoce santità. E questo è, se non erro, abbastanza per confermare anche per questo verso l’identitàEssenico-Cabbalistica. E qui pertanto potrei far punto, ma nol farò sintantochènon vi abbia un’altra non meno preziosa storica attinenza, additata nel fatto suaccennato dei fanciulli talmudici. Voi non avete certo obliato la filiazione o almanco le grandi attinenze tra Cristianesimo ed Essenato. Or bene, fra i Vangeli apocrifi ve ne ha uno, se non erro l’arabo vangelo, ove il fanciullo Gesù, non solo è presentato disputante coi dottori della legge, ma nell’atto ci è mostrato altresì di studiare, di scuoprire ancor fanciullo, nellaforma, nelnome delle lettere ebraiche, i misteri della legge di Dio, ch’è quanto dire quello stesso esercizio che vedemmo prediletto dai fanciulli talmudici, e che noi crediamo esatto esempio, e pratica essenica per eccellenza, e come tale tolta a modello dal fanciullo Gesù, allievo dei nostri Esseni, o almeno dai vangelisti che ne scrisser la vita.

Quest’ultimo riscontro non è men prezioso degli altri precedentemente ricordati. Egli è indizio, sintoma, di quell’armonia che solo il vero può produrre nell’esame e nella considerazione dei fatti, ed alla cui vista s’ingenera nell’animo dello studioso quel senso medesimo indefinibile di ben essere, che s’ingenera nel corpo dall’armonico funzionare di tutti i visceri, che non sapresti dire se risieda in questa parte od in quella, ma ch’è la resultante, ossia il quoziente della simultanea azione e riazione di tutte le parti.


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