AI LETTORI

AI LETTORIL’UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICENella prima edizione del 1854 dicevamo che buon augurio sarebbe alla nostraUnioneil cominciar dal nome d’Italia; e che il frastuono d’interessi tutt’altro che letterarj, e le assordanti attualità della politica, del teatro, dei giornali non impedirebbero gl’intelletti serj e la gioventù generosa dal fissare l’attenzione s’un libro, come questo del Cantù, chepel primooffrivacompiutala storia del nostro paese dai primordj dell’incivilimento fino ad oggi, scritta dalla penna stessa, sotto unico punto di vista, e colle più recenti guise tanto d’erudizione che di maniera di giudicare e disporre.Proemiando a quella, noi esponevamo poche cose a nome dell’Autore; poche, giacchè il comprendere i motivi, l’intento, l’economia dell’opera doveva riuscire tanto meno difficile, quanto meno l’Autore ha costume di involgersi in timide formole.Lo spazio che altri consuma in battaglie e guerre, egli l’ha serbato agl’incrementi della civiltà, alle particolarità caratteristiche, agli uomini insigni, allo sviluppo delle arti e delle lettere, che sono una delle forme più pronunziate, sotto cui l’indole d’un popolo si manifesta nel nascere, crescere, decadere.Fra i classici che non citavano mai, ed i moderni a cui i repertorj somministrano facilissima abbondanza di citazioni, egli ha tenuto quel mezzo, che non istrazii l’attenzione fra le parole delle fonti e le induzioni dello scrivente. I fatti si trovano sostenuti dai migliori appoggi; quanto alla parte congetturale e induttiva, sarebbe intolleranza inquisitoria il voler imporre un sistema o il pregiudizio proprio ad un autore; sarebbe imbecillità il preporre quello improvvisato da una critica effimera o da prestabilita opposizione, a quello studiato con lunghissima pazienza e provato nella più multiforme contraddizione.L’esito mostrò come il pubblico l’intendesse, a malgrado di coloro che aveano o interesse o puntiglio di svisarne le parole e i fini. E sebbene quest’opera non potesse circolar liberamente in paesi che temeano la verità esposta lealmente e ragionatamente, dovemmo ben tosto raddoppiarne la tiratura; poi intraprenderne una nuova edizione nel 1857, mentre la prima non era ancora compiuta. Anzi contemporaneamente se ne faceano contraffazioni a Napoli e a Palermo, e cogliamo quest’occasione per protestar di nuovo a nome dell’Autore, non tanto contro la pirateria degli stampatori, quanto per la slealtà di avere, non solo taciuto frasi e periodi di lui, ma messogli in bocca parole e sentimenti affatto alieni da’ suoi.Nuovi e più violenti casi mutarono la faccia politica dell’Italia e insieme la economica, la politica, quasi la morale. In circostanze così diverse riproducendo ora quest’opera, l’Autore avrà ben poco a cangiare de’ giudizj e fin delle congetture, perchè non le foggiava sulla moda. Le cognizioni che ebbe ad acquistare o rettificare pel tanto accumularsi di lavori storici, pe’ consigli altrui, per la propria meditazione, innesterà egli ai debiti posti; le note aggiunte nella seconda o in questa edizione distingueremo coll’asterisco, per non alterare la numerazione delle prime. Le vicende dell’ultima epoca porterà fino al compimento dell’unità, valendosi anche dell’altra opera che noi ne stampiamo,L’Indipendenza Italiana.Voglia il pubblico e all’Autore e a noi continuare il suo favore in imprese dove ci proponiamo dall’utile individuale non separar quello della società, e specialmente del paese che, come scrive il Cantù,«ci unisce tutti nella lingua, nelle memorie, nelle speranze».Torino, il settembre 1874.

AI LETTORIL’UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICENella prima edizione del 1854 dicevamo che buon augurio sarebbe alla nostraUnioneil cominciar dal nome d’Italia; e che il frastuono d’interessi tutt’altro che letterarj, e le assordanti attualità della politica, del teatro, dei giornali non impedirebbero gl’intelletti serj e la gioventù generosa dal fissare l’attenzione s’un libro, come questo del Cantù, chepel primooffrivacompiutala storia del nostro paese dai primordj dell’incivilimento fino ad oggi, scritta dalla penna stessa, sotto unico punto di vista, e colle più recenti guise tanto d’erudizione che di maniera di giudicare e disporre.Proemiando a quella, noi esponevamo poche cose a nome dell’Autore; poche, giacchè il comprendere i motivi, l’intento, l’economia dell’opera doveva riuscire tanto meno difficile, quanto meno l’Autore ha costume di involgersi in timide formole.Lo spazio che altri consuma in battaglie e guerre, egli l’ha serbato agl’incrementi della civiltà, alle particolarità caratteristiche, agli uomini insigni, allo sviluppo delle arti e delle lettere, che sono una delle forme più pronunziate, sotto cui l’indole d’un popolo si manifesta nel nascere, crescere, decadere.Fra i classici che non citavano mai, ed i moderni a cui i repertorj somministrano facilissima abbondanza di citazioni, egli ha tenuto quel mezzo, che non istrazii l’attenzione fra le parole delle fonti e le induzioni dello scrivente. I fatti si trovano sostenuti dai migliori appoggi; quanto alla parte congetturale e induttiva, sarebbe intolleranza inquisitoria il voler imporre un sistema o il pregiudizio proprio ad un autore; sarebbe imbecillità il preporre quello improvvisato da una critica effimera o da prestabilita opposizione, a quello studiato con lunghissima pazienza e provato nella più multiforme contraddizione.L’esito mostrò come il pubblico l’intendesse, a malgrado di coloro che aveano o interesse o puntiglio di svisarne le parole e i fini. E sebbene quest’opera non potesse circolar liberamente in paesi che temeano la verità esposta lealmente e ragionatamente, dovemmo ben tosto raddoppiarne la tiratura; poi intraprenderne una nuova edizione nel 1857, mentre la prima non era ancora compiuta. Anzi contemporaneamente se ne faceano contraffazioni a Napoli e a Palermo, e cogliamo quest’occasione per protestar di nuovo a nome dell’Autore, non tanto contro la pirateria degli stampatori, quanto per la slealtà di avere, non solo taciuto frasi e periodi di lui, ma messogli in bocca parole e sentimenti affatto alieni da’ suoi.Nuovi e più violenti casi mutarono la faccia politica dell’Italia e insieme la economica, la politica, quasi la morale. In circostanze così diverse riproducendo ora quest’opera, l’Autore avrà ben poco a cangiare de’ giudizj e fin delle congetture, perchè non le foggiava sulla moda. Le cognizioni che ebbe ad acquistare o rettificare pel tanto accumularsi di lavori storici, pe’ consigli altrui, per la propria meditazione, innesterà egli ai debiti posti; le note aggiunte nella seconda o in questa edizione distingueremo coll’asterisco, per non alterare la numerazione delle prime. Le vicende dell’ultima epoca porterà fino al compimento dell’unità, valendosi anche dell’altra opera che noi ne stampiamo,L’Indipendenza Italiana.Voglia il pubblico e all’Autore e a noi continuare il suo favore in imprese dove ci proponiamo dall’utile individuale non separar quello della società, e specialmente del paese che, come scrive il Cantù,«ci unisce tutti nella lingua, nelle memorie, nelle speranze».Torino, il settembre 1874.

L’UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE

Nella prima edizione del 1854 dicevamo che buon augurio sarebbe alla nostraUnioneil cominciar dal nome d’Italia; e che il frastuono d’interessi tutt’altro che letterarj, e le assordanti attualità della politica, del teatro, dei giornali non impedirebbero gl’intelletti serj e la gioventù generosa dal fissare l’attenzione s’un libro, come questo del Cantù, chepel primooffrivacompiutala storia del nostro paese dai primordj dell’incivilimento fino ad oggi, scritta dalla penna stessa, sotto unico punto di vista, e colle più recenti guise tanto d’erudizione che di maniera di giudicare e disporre.

Proemiando a quella, noi esponevamo poche cose a nome dell’Autore; poche, giacchè il comprendere i motivi, l’intento, l’economia dell’opera doveva riuscire tanto meno difficile, quanto meno l’Autore ha costume di involgersi in timide formole.

Lo spazio che altri consuma in battaglie e guerre, egli l’ha serbato agl’incrementi della civiltà, alle particolarità caratteristiche, agli uomini insigni, allo sviluppo delle arti e delle lettere, che sono una delle forme più pronunziate, sotto cui l’indole d’un popolo si manifesta nel nascere, crescere, decadere.

Fra i classici che non citavano mai, ed i moderni a cui i repertorj somministrano facilissima abbondanza di citazioni, egli ha tenuto quel mezzo, che non istrazii l’attenzione fra le parole delle fonti e le induzioni dello scrivente. I fatti si trovano sostenuti dai migliori appoggi; quanto alla parte congetturale e induttiva, sarebbe intolleranza inquisitoria il voler imporre un sistema o il pregiudizio proprio ad un autore; sarebbe imbecillità il preporre quello improvvisato da una critica effimera o da prestabilita opposizione, a quello studiato con lunghissima pazienza e provato nella più multiforme contraddizione.

L’esito mostrò come il pubblico l’intendesse, a malgrado di coloro che aveano o interesse o puntiglio di svisarne le parole e i fini. E sebbene quest’opera non potesse circolar liberamente in paesi che temeano la verità esposta lealmente e ragionatamente, dovemmo ben tosto raddoppiarne la tiratura; poi intraprenderne una nuova edizione nel 1857, mentre la prima non era ancora compiuta. Anzi contemporaneamente se ne faceano contraffazioni a Napoli e a Palermo, e cogliamo quest’occasione per protestar di nuovo a nome dell’Autore, non tanto contro la pirateria degli stampatori, quanto per la slealtà di avere, non solo taciuto frasi e periodi di lui, ma messogli in bocca parole e sentimenti affatto alieni da’ suoi.

Nuovi e più violenti casi mutarono la faccia politica dell’Italia e insieme la economica, la politica, quasi la morale. In circostanze così diverse riproducendo ora quest’opera, l’Autore avrà ben poco a cangiare de’ giudizj e fin delle congetture, perchè non le foggiava sulla moda. Le cognizioni che ebbe ad acquistare o rettificare pel tanto accumularsi di lavori storici, pe’ consigli altrui, per la propria meditazione, innesterà egli ai debiti posti; le note aggiunte nella seconda o in questa edizione distingueremo coll’asterisco, per non alterare la numerazione delle prime. Le vicende dell’ultima epoca porterà fino al compimento dell’unità, valendosi anche dell’altra opera che noi ne stampiamo,L’Indipendenza Italiana.

Voglia il pubblico e all’Autore e a noi continuare il suo favore in imprese dove ci proponiamo dall’utile individuale non separar quello della società, e specialmente del paese che, come scrive il Cantù,«ci unisce tutti nella lingua, nelle memorie, nelle speranze».

Torino, il settembre 1874.


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